Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/08/2024

Si chiamava Satnam Singh

di Marco Sommariva

“Si chiamava Satnam Singh. Aveva trentuno anni, un bel pezzo di vita davanti. Per dare dignità a quella vita, dall’India, aveva scelto di venire a vivere e lavorare in Italia tre anni fa con sua moglie. E come tanti altri suoi connazionali si era stabilito nell’Agro Pontino, nella provincia di Latina, dove vivono migliaia di altri braccianti indiani di origine sikh che lavorano per lo più con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, assicurando frutta e verdura ai mercati di mezza Italia.”, così iniziava l’articolo pubblicato il 20 giugno scorso, su Avvenire. Non riesco ad andare avanti perché, subito, il cervello mi riporta ad alcune mie vecchie letture per ricordarmi che è la “solita” storia, è tutto già visto.

Il primo libro che mi viene in mente è I nomadi, una raccolta di articoli di John Steinbeck. I pezzi vengono scritti quando – nel 1936, nel pieno della Grande depressione – il San Francisco News gli commissiona una serie di articoli sulla condizione dei braccianti agricoli immigrati in California: statunitensi del Midwest colpiti dalla crisi e costretti a fuggire dalle tempeste di sabbia della Dust Bowl. Steinbeck salirà su un furgone da panettiere e inizierà il suo viaggio fra le vallate della California, dove s’imbatterà in un’umanità sfinita dal lavoro, umiliata, in un popolo di senza terra, schiacciato dall’economia e dalla natura infuriata.

Braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento che assicurano frutta e verdura ai mercati di mezza Italia, braccianti agricoli immigrati in California sfiniti dal lavoro schiacciati dall’economia: “I migranti sono necessari, e sono odiati. Quando arrivano in una regione, incontrano l’avversione che i residenti dispensano da sempre al forestiero, all’estraneo. L’odio per lo straniero è presente lungo tutto la storia umana, dai villaggi primitivi fino al nostro sistema agricolo industriale altamente organizzato. I migranti sono odiati per diversi motivi: sono persone sporche e ignoranti, portano malattie, richiedono una maggiore presenza delle forze dell’ordine […]. Non vengono mai accolti in una comunità o nella vita comunitaria. Vagabondi di fatto, non è mai concesso loro di sentirsi a casa dove sono richiesti i loro servizi.” Ma, come osserva Avvenire nel prosieguo dell’articolo, sono fatti noti e denunciati da anni e che sono contrassegnati da quattordici ore e più di lavoro al giorno, ma più spesso di notte, con paghe che si aggirano sui tre euro all’ora, meno di un terzo di quanto prevede il contratto collettivo.

Non sarà che noi “occidentali” ci stiamo garantendo la sicurezza economica annientando i diritti umani di “altri”, facendo uso di violenza? Scriveva Steinbeck nel ‘36: “Se […] la nostra agricoltura richiede che sia creata e mantenuta a ogni costo una classe di bassa manovalanza, allora si dà per scontato che l’agricoltura californiana non sia economicamente sostenibile in un regime democratico. E se per garantirci la sicurezza economica sono necessari la violenza e l’annientamento dei diritti umani, le fustigazioni, gli omicidi commessi dagli agenti, i rapimenti e il rifiuto di tenere processi davanti a una giuria, si dà anche per scontato il rapido declino della democrazia in California. I metodi fascisti sono più diffusi, vengono applicati con maggior forza e più apertamente in California che in qualsiasi altra parte degli Stati Uniti.”

Nello stesso articolo di Avvenire leggo: “Satnam è arrivato all’ospedale San Camillo di Roma […] trasportato d’urgenza da un elicottero. Mentre lavorava nei campi è stato agganciato da un macchinario avvolgi-plastica a rullo trainato da un trattore, che gli ha tranciato il braccio e schiacciato le gambe. O almeno, questo hanno raccontato gli altri braccianti che erano con lui visto che i suoi datori di lavoro, alla vista della scena, se la sono data a gambe: l’hanno semplicemente caricato sul pullmino (con lui la moglie, anche lei dipendente della stessa azienda, che a bordo implorava di chiamare l’ambulanza) e riportato a casa. Lì l’hanno lasciato, col suo braccio staccato appoggiato in una cassetta per gli ortaggi, moribondo. A quel punto l’allarme dei vicini e la chiamata al 118. Un abisso di disumanità, oltre che un ritardo nei soccorsi che probabilmente gli è stato fatale: il giovane è morto stamane per via delle ferite riportate e delle emorragie.”

Anche sull’abisso di disumanità e sull’uccisione dei migranti, Steinbeck ci aveva già raccontato qualcosa: “Le grandi aziende agricole californiane sono organizzate in modo minuzioso e applicano una gestione centralizzata del lavoro come fanno le industrie e i trasporti, le banche e i servizi pubblici. […] I ranch gestiti da queste grandi aziende agricole speculative dispongono in genere di case per i lavoratori migranti, case per cui chiedono un affitto […]. Nella maggior parte dei casi non è ammesso che un lavoratore si rifiuti di pagare. Se vuole lavorare, deve vivere nella casa, e l’affitto viene scalato dalla sua prima paga. […] La volontà del proprietario del ranch è legge; i suoi sorveglianti sono sempre sul posto, con le pistole bene in vista. Il dissenso equivale alla resistenza a un pubblico ufficiale. Un’occhiata alla lista dei migranti feriti o uccisi in California a colpi di arma da fuoco, nell’arco di un solo anno, per “resistenza a pubblico ufficiale” può dare un’idea precisa della disinvoltura con cui questi “ufficiali” sparano ai lavoratori.”

Pare impossibile essere riusciti a scavare il fondo che avevamo toccato da un pezzo: prima li uccidevamo sparandogli, ora li ammazziamo più lentamente, lasciandoli davanti casa senza un braccio, sanguinanti.

Altro libro che mi è venuto in mente è Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij, un romanzo del 1866 di cui ci dice qualcosa l’autore stesso: “È il rendiconto psicologico di un delitto. Un giovane, che è stato espulso dall’Università e vive in condizioni di estrema indigenza, suggestionato, per leggerezza e instabilità di concezioni, da alcune strane idee non concrete che sono nell’aria, si è improvvisamente risolto a uscire dalla brutta situazione. Ha deciso di uccidere una vecchia che presta denaro a usura.”

È lecito chiedersi cosa c’entra un romanzo del genere con la vicenda Satnam Singh. Corretto. Mi spiego subito: primo, perché si parla di qualcuno che vive in condizioni di estrema indigenza; secondo, perché ricordavo che, fra le tante cose, in quelle pagine c’erano alcuni passaggi interessanti sull’argomento miseria, e ditemi voi se questa non c’entra nulla con l’indiano amputato e poi deceduto: “Nella povertà voi conservate intatta la nobiltà dei vostri sentimenti innati, ma nella miseria nera no, nessuno mai ci riesce. Quando si è in miseria nera, non ti si butta nemmeno fuori a bastonate, ma ti si spazza via da ogni consorzio umano con la scopa, per aggravare l’offesa; ed è giusto, poiché nella miseria nera io per primo sono pronto a offendere me stesso.”

Ecco cos’abbiamo fatto con Satnam Singh quando l’abbiamo lasciato davanti a casa senza soccorrerlo, l’abbiamo spazzato via.

Eppure, chi succhia il sangue ai poveri non dovrebbe prendere troppo sottogamba i pericoli che corre: “Delitto? Quale delitto? […] Perché ho ucciso un pidocchio schifoso, malefico, una vecchia usuraia che non era utile a nessuno, che succhiava il sangue ai poveri, un essere la cui soppressione dovrebbe far perdonare quaranta peccati? Questo sarebbe un delitto? Non ci penso nemmeno, e non intendo affatto lavarlo. Tutti puntano il dito contro di me, e mi sento dire da ogni parte: Delitto, delitto! […] Ah! È la forma che non va, la forma non è esteticamente soddisfacente!… Be’, proprio non capisco: distruggere il prossimo con le bombe, o dopo un regolare assedio; è forse un modo più rispettabile? La preoccupazione estetica è il primo segno di debolezza! Mai, mai me ne sono reso conto prima di adesso, e men che mai capisco in che cosa consiste il mio delitto! Mai, mai sono stato più forte e più convinto di adesso!...”

Immagino, invece, quello che potrebbe essere balzato in testa a chi si è allontanato dopo aver lasciato davanti casa l’indiano senza un braccio: “A tutto finisce per abituarsi, questa carogna che è l’uomo! Oppure, Gente felice quella che non ha nulla da chiudere a chiave!”

Sperando di non mancare di rispetto a Satnam Singh e ai suoi famigliari, e continuando a pescare da Delitto e castigo pur sapendo che un prete nulla c’entra coi sikh, mi sono permesso d’immaginare l’indiano pronunciare queste parole poco prima di morire: “[…] lasciatemi almeno morire in pace […] Che cosa? Un prete?… Non serve… Avete proprio soldi da buttare via?… Non mi lascio dietro peccati, io!… Dio mi deve perdonare anche così… Lui lo sa quanto ho sofferto!… E se non mi perdona, vuol dire che non ha importanza!…”

Visto che stiamo parlando di miseria, credo non sia per nulla fuori luogo parlare di elemosina e riportare un altro estratto del romanzo di Dostoevskij: “[…] non posso approvare, per principio, la beneficenza privata, giacché non solo non elimina radicalmente il male, ma anzi lo alimenta ancor di più […].”

Anche Gandhi diceva qualcosa di simile: “Mi rifiuto di insultare il povero offrendogli dei cenci di cui non ha bisogno invece che del lavoro di cui ha un bisogno estremo.” (da L’arte di vivere)

Ma esiste ancora il povero? Jules Feiffer, scrittore e fumettista statunitense, ci fa notare questo: “Ero solito pensare di essere povero. Poi mi dissero che non ero povero, ero bisognoso. Poi mi dissero che era autodistruttivo pensare a me stesso come bisognoso, ero solo privo di mezzi. Poi mi dissero che privo di mezzi era una cattiva immagine, ero sottoprivilegiato. Poi mi dissero che sottoprivilegiato era abusato, ero svantaggiato. Non ho tuttora un centesimo. Ma di certo ho un gran bel vocabolario.” (in Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”).

Volendo, all’elenco sopra potremmo aggiungere “i meno fortunati” e chissà quant’altri giochi di parole.

Bisogna fare molta attenzione all’arma del linguaggio utilizzato da chi muove i fili di questo sistema che crea braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, sfiniti dal lavoro, schiacciati dall’economia.

E altrettanta attenzione andrebbe riservata a chi si esprime sui motivi che generano questa povertà. Solitamente il pensiero di destra ritiene la povertà un fatto individuale: chi, nella competizione sociale, resta povero è perché è pigro, incolto, ignorante, in qualche misura inferiore. Invece, come ha scritto l’amico Gianfranco Manfredi sulla rivista Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”, “la teoria della sinistra è […] che la povertà è un fattore strutturale, cioè di sistema. Chi si trova in povertà è in tale condizione perché si trova in settori economici che non riescono ad assicurare loro guadagni adeguati. La mobilità sociale consente a queste persone di non restare eternamente confinate in questi settori, nella misura in cui riescano a spostarsi in settori più remunerativi. Tuttavia, i settori economicamente depressi restano tali, e altre persone vi cadono.” (Gianfranco Manfredi, “Breve storia del pauperismo medievale. Il movimento dei pauperes spiritu da Valdo di Lione a Francesco d’Assisi”)

Non credo di dire un’eresia se scrivo che la povertà sta aumentando proporzionalmente a quanto sta aumentando il denaro che finisce nelle mani di pochi e che, quindi, la lotta contro la povertà non può prescindere dall’intervenire sui processi che permettono l’accumulo di ricchezze sempre e soltanto nelle stesse tasche.

Ma quali sono le mani dei pochi in cui finisce il denaro? Le grandi aziende agricole citate da Steinbeck? I mercati di frutta e verdura di mezza Italia citati da Avvenire? Magari le catene di supermercati che – fresca o surgelata – vendono questa frutta e verdura? Nessun altro? E se queste mani fossero anche le nostre, di noi consumatori, che acquistiamo solo a fronte di prezzi stracciati pur potendo sborsare qualcosa di più e che, risparmiando qua e là, spendiamo quel denaro accantonato in altri generi di consumo spesso e volentieri prodotti dal miliardo circa di poveri sparsi in giro per il mondo?

Sperando l’umanità faccia la scelta giusta fra le due opzioni riportate da Tolstoj nel suo saggio Guerra e rivoluzione del 1906 – “Ora, nella situazione attuale, l’umanità ha due scelte: o aderire alla civiltà esistente che assicura la più grande quantità di felicità a una minoranza, mentre la maggioranza è lasciata nella miseria e nella schiavitù; o sacrificare una parte delle conquiste della civiltà, cioè tutte le conquiste vantaggiose per un piccolo numero di persone, e questo subito, senza procrastinare, una volta che si sarà riconosciuto che sono precisamente questi vantaggi che impediscono alla maggioranza di essere libera dalla miseria e dalla schiavitù.” – mi chiedo... non è che il povero Satnam Singh l’ho anch’io sulla coscienza?

Fonte

Tutto ben scritto qui sopra, a parte l'ultimo paragrafo in cui il senso collettivo dell'umanità richiamata nella citazione di Tolstoj viene declinata in una chiave individualista da consumatore consapevole che è del tutto fuori luogo e soprattutto fuorviante.

Perché no, il consumo consapevole non sarà mai di massa in quanto il consumatore subisce le dinamiche di mercato senza mai poterle determinare a livello sistemico.

19/11/2022

Creare miseria con la scusa dell’inflazione: il piano della BCE

Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), ossia l’istituzione continentale responsabile della politica monetaria dell’area euro, ha recentemente rilasciato una dichiarazione che potrebbe apparire paradossale. Le sue parole sono state: “Potrebbe accadere, anche se non è ancora nel nostro scenario base, che tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 ci sia una leggera recessione, ma non crediamo che sarebbe sufficiente a domare l’inflazione e quindi non possiamo semplicemente lasciare che le cose si sistemino da sole. Dobbiamo trovare il tasso di interesse che ci aiuti a raggiungere il nostro target e lo faremo, usando tutti gli strumenti disponibili nella nostra cassetta degli attrezzi e abbiamo dimostrato di poter essere creativi”.

Sono dichiarazioni che potrebbero sembrare frutto di un errore di traduzione: il capo della BCE che sembra augurarsi una recessione più profonda di quella già attualmente prevista? Non sono sufficienti i licenziamenti e l’aumento del ricorso alla cassa integrazione a causa dei costi energetici e le bollette impazzite che distruggono il potere d’acquisto delle famiglie? La caduta verticale dei salari reali di questi ultimi due anni non è sufficiente? Per i lavoratori la recessione è arrivata da un pezzo.

Eppure, non c’è niente di strano o di sorprendente. La dichiarazione di Lagarde è perfettamente coerente, da un lato, con i compiti che sono assegnati alla BCE dai trattati europei, dall’altro, con la teoria economica che informa le scelte della BCE e delle altre istituzioni dell’Unione e impregna i trattati europei. In altre parole, Lagarde ci sta apertamente dicendo che la BCE è determinata a causare la pesante recessione ritenuta necessaria, utilizzando i cosiddetti canali di trasmissione della politica monetaria.

Ma proviamo ad andare nel dettaglio. Per capire quanto detto da Lagarde, occorre in primo luogo analizzare questi “canali di trasmissione”. La Banca centrale, attraverso gli strumenti di politica monetaria che ha a disposizione, può influire sui tassi di interesse. Questi, a loro volta, hanno effetti su consumi e investimenti. Tassi di interesse più elevati tendono a scoraggiare chi prende in prestito denaro, sia a scopo di consumo sia a scopo di investimento. Ciò avviene perché il tasso di interesse costituisce il prezzo che chi prende denaro in prestito deve pagare al prestatore. Se i tassi di interesse aumentano, prendere in prestito denaro diventa più costoso. Ciò comporta che consumi e investimenti, almeno in parte, tenderanno a essere rinviati, nella speranza di condizioni creditizie più favorevoli.

Di conseguenza, quando una banca centrale aumenta i tassi d’interesse, influenza negativamente la domanda aggregata. Ed è qui che entra in gioco la “recessione insufficiente a domare l’inflazione”. La teoria economica che soggiace all’architettura istituzionale della BCE e, più in generale, dell’Unione Europea, si basa sull’ipotesi che ciascun Paese, in virtù delle sue caratteristiche intrinseche – funzionamento del mercato del lavoro, concorrenza sul mercato dei beni – sarà caratterizzato da un particolare tasso di disoccupazione, il cosiddetto Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment (NAIRU), ossia quel tasso di disoccupazione che nelle favole mainstream garantisce l’assenza di spinte inflazionistiche, ovvero di pressioni all’aumento dei prezzi. Se il tasso di disoccupazione effettivo scende al di sotto di tale livello, ci sarà un aumento dell'inflazione. Al contrario, un tasso di disoccupazione più elevato farà ridurre l’inflazione.

Per queste ragioni, una banca centrale interessata a ridurre l’inflazione dovrà aumentare i tassi di interesse, generando una riduzione della domanda aggregata, dell’attività economica e dell’occupazione. In questo modo potrà tenere sotto controllo i prezzi, tramite l’azione disciplinante svolta dalla disoccupazione nei confronti dei lavoratori e dei sindacati.

Attenzione però, questo approccio non è dettato da una necessità tecnica, bensì è il frutto dei rapporti di forza contingenti e della specifica teoria economica ad essi legata, che è strutturata proprio per tutelare i profitti e scaricare il costo dell’inflazione esclusivamente sui lavoratori, nascondendo al contempo la battaglia distributiva che si cela dietro queste scelte. Ne è riprova il fatto che esistono misure molto più efficienti al fine di contenere l’inflazione, come il controllo pubblico dei prezzi.

L’obiettivo della BCE in termini d’inflazione è pari al 2%, sulla base dei trattati istitutivi dell’UE. Considerando che attualmente il tasso di inflazione nella zona euro si aggira intorno al 10%, ecco che si spiega in maniera lampante il significato dell’apparente boutade di Lagarde: la recessione prevista non è sufficiente a mazzolare i lavoratori riducendoli a miti consigli. Occorrerà una recessione più profonda e, pur di ottenerla, la BCE, per bocca di Lagarde, è più che disposta a ricorrere a tutti gli strumenti a sua disposizione, inclusi quelli più “creativi”.

E non stentiamo a crederle, ripensando a ciò che fu in grado di fare la BCE in Grecia in seguito alla crisi dei debiti sovrani, innescando prima una crisi del debito pubblico – con tassi alle stelle per lo Stato, trasmessi al settore privato – e poi arrivando persino a chiudere il rubinetto della liquidità (ELA). Questo provocò inevitabilmente la limitazione dei prelievi dai Bancomat, contribuendo a terrorizzare i greci in vista del referendum sul memorandum. Tutto questo per ricordarci che le minacce di “creatività” della BCE devono essere prese estremamente sul serio.

La dichiarazione di Lagarde appare come una doppia dichiarazione di guerra ai lavoratori. Questi ultimi vedono già il loro potere d’acquisto eroso da un’inflazione dovuta a cause sostanzialmente estranee al funzionamento del mercato del lavoro. Non sono infatti i salari e la domanda i fattori alla base dell’inflazione, poiché l’aumento vertiginoso dei prezzi è dovuto da un lato agli shock nel mercato dell’energia e delle materie prime, aggravati dalla guerra tra Russia e Ucraina, dall’altro alla speculazione che ne è scaturita, con grandi aziende che hanno approfittato del conflitto  per incrementare i propri margini di profitto, come riconosciuto persino dal Financial Times.

Per giunta, sui lavoratori si abbatterà l’ulteriore scure della recessione indotta per perseguire il target della BCE. Occorre evidenziare che questa ricostruzione non è figlia del complottismo di veterocomunisti e pericolosi rivoluzionari. A dirsi preoccupato è anche l’economista David Card, insignito del Nobel per l’economia nel 2021. Un economista perfettamente inserito nel mainstream, al di sopra di ogni sospetto di essere un trinariciuto anticapitalista. In una recente intervista, ha dichiarato che recessione e perdita del potere d’acquisto sono gli unici strumenti attraverso i quali le banche centrali possono portare l’inflazione sotto controllo.

Come abbiamo detto in altre occasioni, l’architettura istituzionale e finanziaria dell’UE e della zona euro non è casuale. Obiettivo di una Banca centrale così attenta all’inflazione e così poco interessata all’occupazione, così come dei bilanci pubblici “in ordine” (si legga: ispirati alla più cieca austerità), è uno solo: tenere i lavoratori sotto il ricatto della disoccupazione, in modo tale da renderli più malleabili nella contrattazione dei salari e delle condizioni di lavoro. Davanti a questi continui attacchi istituzionalizzati alle condizioni di vita dei lavoratori, è utile saper riconoscere le azioni concrete che si nascondono dietro dichiarazioni più o meno oscure e le conseguenze di tali azioni sulle nostre vite quotidiane.

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28/03/2019

Poveri versus miserabili

Oggi tornando a casa pensavo al fatto che Roma ogni giorno che passa è sempre più piena di povertà e miseria.

Povera è Marzia, 43 anni, di Vigne Nuove, disoccupata con due figli a carico e una casa popolare piena di infiltrazioni, l’ascensore che non funziona, l’autobus che non passa, il reddito di cittadinanza che “magari arriva”. Povero è Luchetto, che si spacca in due la sera in una pizzeria a Centocelle, ma ogni volta bisogna fare i miracoli per arrivare a fine mese.

Miserabile è Romeo, 45 anni, tre ristoranti al centro e una decina in periferia, cinque case, due commercialisti, sei strategie al mese per non pagare le tasse e pagare meno i dipendenti. Miserabile è pure Cristina, un figlio a 50 anni e una vita di stress e fallimenti che scarica sulla ragazza che per tre euro all’ora le regge tutta a casa, perché lei è stanca dell’ufficio.

Povero è chi vive – o almeno ci prova – del proprio lavoro e della propria fatica senza avere le risorse economiche per una vita tranquilla. Miserabile è chi campa sulle disgrazie altrui, chi sfrutta e ci sorride pure, ma è ancora più schiavo di chi non arriva a fine mese.

Povertà e miseria sono due piaghe sociali che stanno dilagando. Pure se l’apparenza inganna parecchio, io credo che è sempre meglio essere poveri che miserabili.

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