Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/08/2024

Si chiamava Satnam Singh

di Marco Sommariva

“Si chiamava Satnam Singh. Aveva trentuno anni, un bel pezzo di vita davanti. Per dare dignità a quella vita, dall’India, aveva scelto di venire a vivere e lavorare in Italia tre anni fa con sua moglie. E come tanti altri suoi connazionali si era stabilito nell’Agro Pontino, nella provincia di Latina, dove vivono migliaia di altri braccianti indiani di origine sikh che lavorano per lo più con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, assicurando frutta e verdura ai mercati di mezza Italia.”, così iniziava l’articolo pubblicato il 20 giugno scorso, su AvvenireNon riesco ad andare avanti perché, subito, il cervello mi riporta ad alcune mie vecchie letture per ricordarmi che è la “solita” storia, è tutto già visto.

Il primo libro che mi viene in mente è I nomadi, una raccolta di articoli di John Steinbeck. I pezzi vengono scritti quando – nel 1936, nel pieno della Grande depressione – il San Francisco News gli commissiona una serie di articoli sulla condizione dei braccianti agricoli immigrati in California: statunitensi del Midwest colpiti dalla crisi e costretti a fuggire dalle tempeste di sabbia della Dust Bowl. Steinbeck salirà su un furgone da panettiere e inizierà il suo viaggio fra le vallate della California, dove s’imbatterà in un’umanità sfinita dal lavoro, umiliata, in un popolo di senza terra, schiacciato dall’economia e dalla natura infuriata.

Braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento che assicurano frutta e verdura ai mercati di mezza Italia, braccianti agricoli immigrati in California sfiniti dal lavoro schiacciati dall’economia: “I migranti sono necessari, e sono odiati. Quando arrivano in una regione, incontrano l’avversione che i residenti dispensano da sempre al forestiero, all’estraneo. L’odio per lo straniero è presente lungo tutto la storia umana, dai villaggi primitivi fino al nostro sistema agricolo industriale altamente organizzato. I migranti sono odiati per diversi motivi: sono persone sporche e ignoranti, portano malattie, richiedono una maggiore presenza delle forze dell’ordine […]. Non vengono mai accolti in una comunità o nella vita comunitaria. Vagabondi di fatto, non è mai concesso loro di sentirsi a casa dove sono richiesti i loro servizi.” Ma, come osserva Avvenire nel prosieguo dell’articolo, sono fatti noti e denunciati da anni e che sono contrassegnati da quattordici ore e più di lavoro al giorno, ma più spesso di notte, con paghe che si aggirano sui tre euro all’ora, meno di un terzo di quanto prevede il contratto collettivo.

Non sarà che noi “occidentali” ci stiamo garantendo la sicurezza economica annientando i diritti umani di “altri”, facendo uso di violenza? Scriveva Steinbeck nel ‘36: “Se […] la nostra agricoltura richiede che sia creata e mantenuta a ogni costo una classe di bassa manovalanza, allora si dà per scontato che l’agricoltura californiana non sia economicamente sostenibile in un regime democratico. E se per garantirci la sicurezza economica sono necessari la violenza e l’annientamento dei diritti umani, le fustigazioni, gli omicidi commessi dagli agenti, i rapimenti e il rifiuto di tenere processi davanti a una giuria, si dà anche per scontato il rapido declino della democrazia in California. I metodi fascisti sono più diffusi, vengono applicati con maggior forza e più apertamente in California che in qualsiasi altra parte degli Stati Uniti.”

Nello stesso articolo di Avvenire leggo: “Satnam è arrivato all’ospedale San Camillo di Roma […] trasportato d’urgenza da un elicottero. Mentre lavorava nei campi è stato agganciato da un macchinario avvolgi-plastica a rullo trainato da un trattore, che gli ha tranciato il braccio e schiacciato le gambe. O almeno, questo hanno raccontato gli altri braccianti che erano con lui visto che i suoi datori di lavoro, alla vista della scena, se la sono data a gambe: l’hanno semplicemente caricato sul pullmino (con lui la moglie, anche lei dipendente della stessa azienda, che a bordo implorava di chiamare l’ambulanza) e riportato a casa. Lì l’hanno lasciato, col suo braccio staccato appoggiato in una cassetta per gli ortaggi, moribondo. A quel punto l’allarme dei vicini e la chiamata al 118. Un abisso di disumanità, oltre che un ritardo nei soccorsi che probabilmente gli è stato fatale: il giovane è morto stamane per via delle ferite riportate e delle emorragie.”

Anche sull’abisso di disumanità e sull’uccisione dei migranti, Steinbeck ci aveva già raccontato qualcosa: “Le grandi aziende agricole californiane sono organizzate in modo minuzioso e applicano una gestione centralizzata del lavoro come fanno le industrie e i trasporti, le banche e i servizi pubblici. […] I ranch gestiti da queste grandi aziende agricole speculative dispongono in genere di case per i lavoratori migranti, case per cui chiedono un affitto […]. Nella maggior parte dei casi non è ammesso che un lavoratore si rifiuti di pagare. Se vuole lavorare, deve vivere nella casa, e l’affitto viene scalato dalla sua prima paga. […] La volontà del proprietario del ranch è legge; i suoi sorveglianti sono sempre sul posto, con le pistole bene in vista. Il dissenso equivale alla resistenza a un pubblico ufficiale. Un’occhiata alla lista dei migranti feriti o uccisi in California a colpi di arma da fuoco, nell’arco di un solo anno, per “resistenza a pubblico ufficiale” può dare un’idea precisa della disinvoltura con cui questi “ufficiali” sparano ai lavoratori.”

Pare impossibile essere riusciti a scavare il fondo che avevamo toccato da un pezzo: prima li uccidevamo sparandogli, ora li ammazziamo più lentamente, lasciandoli davanti casa senza un braccio, sanguinanti.

Altro libro che mi è venuto in mente è Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij, un romanzo del 1866 di cui ci dice qualcosa l’autore stesso: “È il rendiconto psicologico di un delitto. Un giovane, che è stato espulso dall’Università e vive in condizioni di estrema indigenza, suggestionato, per leggerezza e instabilità di concezioni, da alcune strane idee non concrete che sono nell’aria, si è improvvisamente risolto a uscire dalla brutta situazione. Ha deciso di uccidere una vecchia che presta denaro a usura.”

È lecito chiedersi cosa c’entra un romanzo del genere con la vicenda Satnam Singh. Corretto. Mi spiego subito: primo, perché si parla di qualcuno che vive in condizioni di estrema indigenza; secondo, perché ricordavo che, fra le tante cose, in quelle pagine c’erano alcuni passaggi interessanti sull’argomento miseria, e ditemi voi se questa non c’entra nulla con l’indiano amputato e poi deceduto: “Nella povertà voi conservate intatta la nobiltà dei vostri sentimenti innati, ma nella miseria nera no, nessuno mai ci riesce. Quando si è in miseria nera, non ti si butta nemmeno fuori a bastonate, ma ti si spazza via da ogni consorzio umano con la scopa, per aggravare l’offesa; ed è giusto, poiché nella miseria nera io per primo sono pronto a offendere me stesso.”

Ecco cos’abbiamo fatto con Satnam Singh quando l’abbiamo lasciato davanti a casa senza soccorrerlo, l’abbiamo spazzato via.

Eppure, chi succhia il sangue ai poveri non dovrebbe prendere troppo sottogamba i pericoli che corre: “Delitto? Quale delitto? […] Perché ho ucciso un pidocchio schifoso, malefico, una vecchia usuraia che non era utile a nessuno, che succhiava il sangue ai poveri, un essere la cui soppressione dovrebbe far perdonare quaranta peccati? Questo sarebbe un delitto? Non ci penso nemmeno, e non intendo affatto lavarlo. Tutti puntano il dito contro di me, e mi sento dire da ogni parte: Delitto, delitto! […] Ah! È la forma che non va, la forma non è esteticamente soddisfacente!… Be’, proprio non capisco: distruggere il prossimo con le bombe, o dopo un regolare assedio; è forse un modo più rispettabile? La preoccupazione estetica è il primo segno di debolezza! Mai, mai me ne sono reso conto prima di adesso, e men che mai capisco in che cosa consiste il mio delitto! Mai, mai sono stato più forte e più convinto di adesso!...”

Immagino, invece, quello che potrebbe essere balzato in testa a chi si è allontanato dopo aver lasciato davanti casa l’indiano senza un braccio: “A tutto finisce per abituarsi, questa carogna che è l’uomo! Oppure, Gente felice quella che non ha nulla da chiudere a chiave!”

Sperando di non mancare di rispetto a Satnam Singh e ai suoi famigliari, e continuando a pescare da Delitto e castigo pur sapendo che un prete nulla c’entra coi sikh, mi sono permesso d’immaginare l’indiano pronunciare queste parole poco prima di morire: “[…] lasciatemi almeno morire in pace […] Che cosa? Un prete?… Non serve… Avete proprio soldi da buttare via?… Non mi lascio dietro peccati, io!… Dio mi deve perdonare anche così… Lui lo sa quanto ho sofferto!… E se non mi perdona, vuol dire che non ha importanza!…”

Visto che stiamo parlando di miseria, credo non sia per nulla fuori luogo parlare di elemosina e riportare un altro estratto del romanzo di Dostoevskij: “[…] non posso approvare, per principio, la beneficenza privata, giacché non solo non elimina radicalmente il male, ma anzi lo alimenta ancor di più […].”

Anche Gandhi diceva qualcosa di simile: “Mi rifiuto di insultare il povero offrendogli dei cenci di cui non ha bisogno invece che del lavoro di cui ha un bisogno estremo.” (da L’arte di vivere)

Ma esiste ancora il povero? Jules Feiffer, scrittore e fumettista statunitense, ci fa notare questo: “Ero solito pensare di essere povero. Poi mi dissero che non ero povero, ero bisognoso. Poi mi dissero che era autodistruttivo pensare a me stesso come bisognoso, ero solo privo di mezzi. Poi mi dissero che privo di mezzi era una cattiva immagine, ero sottoprivilegiato. Poi mi dissero che sottoprivilegiato era abusato, ero svantaggiato. Non ho tuttora un centesimo. Ma di certo ho un gran bel vocabolario.” (in Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”).

Volendo, all’elenco sopra potremmo aggiungere “i meno fortunati” e chissà quant’altri giochi di parole.

Bisogna fare molta attenzione all’arma del linguaggio utilizzato da chi muove i fili di questo sistema che crea braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, sfiniti dal lavoro, schiacciati dall’economia.

E altrettanta attenzione andrebbe riservata a chi si esprime sui motivi che generano questa povertà. Solitamente il pensiero di destra ritiene la povertà un fatto individuale: chi, nella competizione sociale, resta povero è perché è pigro, incolto, ignorante, in qualche misura inferiore. Invece, come ha scritto l’amico Gianfranco Manfredi sulla rivista Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”, “la teoria della sinistra è […] che la povertà è un fattore strutturale, cioè di sistema. Chi si trova in povertà è in tale condizione perché si trova in settori economici che non riescono ad assicurare loro guadagni adeguati. La mobilità sociale consente a queste persone di non restare eternamente confinate in questi settori, nella misura in cui riescano a spostarsi in settori più remunerativi. Tuttavia, i settori economicamente depressi restano tali, e altre persone vi cadono.” (Gianfranco Manfredi, “Breve storia del pauperismo medievale. Il movimento dei pauperes spiritu da Valdo di Lione a Francesco d’Assisi”)

Non credo di dire un’eresia se scrivo che la povertà sta aumentando proporzionalmente a quanto sta aumentando il denaro che finisce nelle mani di pochi e che, quindi, la lotta contro la povertà non può prescindere dall’intervenire sui processi che permettono l’accumulo di ricchezze sempre e soltanto nelle stesse tasche.

Ma quali sono le mani dei pochi in cui finisce il denaro? Le grandi aziende agricole citate da Steinbeck? I mercati di frutta e verdura di mezza Italia citati da Avvenire? Magari le catene di supermercati che – fresca o surgelata – vendono questa frutta e verdura? Nessun altro? E se queste mani fossero anche le nostre, di noi consumatori, che acquistiamo solo a fronte di prezzi stracciati pur potendo sborsare qualcosa di più e che, risparmiando qua e là, spendiamo quel denaro accantonato in altri generi di consumo spesso e volentieri prodotti dal miliardo circa di poveri sparsi in giro per il mondo?

Sperando l’umanità faccia la scelta giusta fra le due opzioni riportate da Tolstoj nel suo saggio Guerra e rivoluzione del 1906 – “Ora, nella situazione attuale, l’umanità ha due scelte: o aderire alla civiltà esistente che assicura la più grande quantità di felicità a una minoranza, mentre la maggioranza è lasciata nella miseria e nella schiavitù; o sacrificare una parte delle conquiste della civiltà, cioè tutte le conquiste vantaggiose per un piccolo numero di persone, e questo subito, senza procrastinare, una volta che si sarà riconosciuto che sono precisamente questi vantaggi che impediscono alla maggioranza di essere libera dalla miseria e dalla schiavitù.” – mi chiedo... non è che il povero Satnam Singh l’ho anch’io sulla coscienza?

Fonte

Tutto ben scritto qui sopra, a parte l'ultimo paragrafo in cui il senso collettivo dell'umanità richiamata nella citazione di Tolstoj viene declinata in una chiave individualista da consumatore consapevole che è del tutto fuori luogo e soprattutto fuorviante.

Perché no, il consumo consapevole non sarà mai di massa in quanto il consumatore subisce le dinamiche di mercato senza mai poterle determinare a livello sistemico.

06/06/2016

Vertigini di letteratura proletaria parte seconda: L’Inverno del nostro scontento, di John Steinbeck

Viviamo in un mondo fondato sull’illusione. John Steinbeck è l’autore statunitense che più di ogni altro ha contribuito a demolire le fondamenta di questa illusione mitopoietica. L’inganno originario che ci vuole parte di un sistema corrotto ma perfettibile, con dei valori presupposti in ultima analisi invalicabili, con una sua morale di fondo, fondato sulla possibilità individuale. Ogni opera di Steinbeck è volta a smantellare i miti che avvolgono una certa “idea di capitalismo”. Se nelle opere capitali come Furore o Uomini e topi l’indagine era volta a sottrarre il proletariato da ogni illusione accomodante, l’ultimo suo romanzo, L’Inverno del nostro scontento, smaschera il significato della morale borghese, giungendo alla sua naturale conclusione: non esiste alcuna morale, men che meno alcuna etica possibile: i soldi sono l’unico valore sociale spirituale.


Il romanzo narra la storia semplice di Ethan Allan Hawley, un tempo appartenente ad un’antica famiglia di balenieri, successivamente proprietario di un negozio alimentare, e in ultimo – dopo aver perso la proprietà dell’attività – commesso del suo stesso (ex) negozio, alle dipendenze di un immigrato siciliano arricchito. Una vita “normale”, con amicizie “normali” e una famiglia “normale”, su cui però grava la “colpa” di non raggiungere quel prestigio dato dal denaro in una società del “benessere” e del “consumo” che si va strutturando negli Usa post Seconda guerra mondiale. Un benessere “alla portata di tutti”. Ethan arriva tranquillamente a fine mese, ha una bella moglie, due figli, amicizie rispettabili. Eppure il peso del mancato salto di qualità gli viene fatto notare in ogni momento, senza apparente cattiveria: dai familiari, dagli amici, dai conoscenti, la vita di Ethan è caratterizzata da un “vorrei ma non posso” che poco a poco dilania interiormente il protagonista. Una presa d’atto di una condizione sociale e umana non all’altezza dei tempi. Per ottenere tutto ciò che la nuova società del “benessere diffuso” mette a portata di mano, Ethan dovrà ordire una serie di imbrogli e tradimenti, in primo luogo verso se stesso, che lo porteranno infine a raggiungere quello status tanto ambito, al prezzo però di un degradamento etico che lo porterà sull’orlo del suicidio.

La perdita dell’innocenza, topos letterario che in Steinbeck raggiunge il suo acme, procede di pagina in pagina senza fuochi d’artificio narrativi tipici di certa letteratura “impegnata”. Due terzi del libro narrano di un’esistenza tranquilla, noiosa, e infatti il romanzo procede quasi stancamente raccontando l’apparente trita normalità di un destino né umile né stravagante. Eppure, cova sin dalle prime pagine l’insoddisfazione tra la realtà e un’aspirazione economica dettata da standard imposti dalla morale pubblica. Lentamente Ethan inizia a cedere di fronte alle pressioni ambientali, cede al cospetto della sua morale che lo vuole onesto cittadino, irreprensibile di fronte alla legge e ad un’etica pubblica sacralizzata o solamente feticizzata. Architetta stratagemmi di arricchimento, che alla fine gli frutteranno la riappropriazione del negozio e molto altro ancora. Ma il peso di questo stravolgimento sarò a quel punto decisivo sulla sua personalità. Un peso che però non lo porterà alle estreme conseguenze. L’adeguamento sarà allora completo, svelando il senso di una società fondata sulla corruzione inevitabile, sull’imbroglio come stile e come metodo di vita.

Non c’è innocenza possibile nel capitalismo. La corruzione morale è endemica, sostanziale, ineliminabile, perché esclusivamente tramite questa è possibile mettere in atto l’american way of life, il sogno americano della riuscita personale, dell’arricchimento individuale. Non c’è arricchimento senza corruzione, e non c’è corruzione se non alle spalle di un altro individuo sconfitto dal processo di selezione antropologica capitalista. “Rischiare” e “mettersi in gioco” sono locuzioni che acquisiscono concretezza solo quando sostanziate dalla disponibilità personale alla putrefazione valoriale. Senza questa, tutto il castello ideologico della possibilità crolla inesorabilmente.
Questa la parabola del protagonista, questa la parabola di un sistema sociale atto a selezionare tipi umani. La grandezza di Steinbeck sta proprio nel raccontare questo percorso senza infingimenti, senza alcun cedimento a presunte “eroicità” o, al contrario, a tare psicologiche individuali del protagonista. Potrebbe essere chiunque di noi Ethan Allan Hawley, e siamo tutti noi, disposti alla corruzione morale perché inseriti in un sistema fondato su questa. Pensare di essere innocenti in un mondo che ha perso l’innocenza dall’origine è l’estrema illusione capitalistica con cui dobbiamo farei conti. L’uomo ha perso la sua innocenza, tutti siamo coinvolti in questo declino. Ritrovare l’innocenza perduta è compito che non potrà effettuarsi se non dopo una necessaria demolizione di una società fondata sull’a-valorialità come modello evolutivo.

09/05/2016

Furore! Vertigini di letteratura proletaria, senza santi nè eroi

La vicenda di The Grapes of Wrath – I frutti (o i grappoli) dell’ira, divenuto nella traduzione italiana Furore perdendo in parte il senso evocativo del titolo originale, è davvero particolare e meriterebbe ancora una riflessione, nonostante i settantasette anni che ci separano dall’uscita dell’opera. Identificato trasversalmente – e immediatamente – come “il grande romanzo della nazione americana”, edificatore mitopoietico di simboli ancora oggi persistenti (la corsa all’ovest come sineddoche della conquista americana, il mito della route 66, gli Usa come “terra promessa”) è al contrario il più antiamericano dei romanzi. E’ il racconto distopico di una vicenda che è però visceralmente reale, contrapposta all’utopia del sogno americano che tuttavia, lungi dall’avverarsi, si è imposta nell’immaginario collettivo. Il paradosso sta proprio in questo: un realismo lirico scambiato per utopia negativa ideologicamente viziata, contro una narrazione ideologica poco attinente alla realtà e che però si è affermata nell’interpretazione corrente della realtà stessa. Come è stato possibile questo rovesciamento delle parti è argomento decisivo nel comprendere la cultura americana, ma è una questione che ci porterebbe lontano col ragionamento finendo col perdere di vista il romanzo.


Oggi Furore risiede stabilmente nella cultura ufficiale come esempio della grande narrativa americana. Ci risiede però dopo essere stato depotenziato nell’interpretazione mainstream, banalizzato nel suo messaggio sociale confuso per socialista, e pacificato nell’opinione pubblica che si ferma inequivocabilmente alla sua rappresentazione letterale e allegorica. Poco di tutto questo svela davvero il senso dell’opera e le sue caratteristiche che lo rendono, senza dubbio, un capolavoro della narrativa statunitense. John Steinbeck non è il Jack London de Il tallone di ferro, sebbene in molti passaggi sembrerebbe superficialmente ricordarlo. Non c’è alcuna prescrizione socialista nella sua descrizione della trasformazione del capitalismo americano, che utilizza la crisi economica esplosa nel ‘29 per cambiare pelle, marciando verso quel monopolismo industriale inevitabilmente compreso nelle premesse di quel modello produttivo, e che genererà la massa biblica di poveri sradicati dalle proprie terre, dalla propria “vecchia società”, trasformando i contadini in salariati. E’ un romanzo profondamente anti-capitalista, ma non è un manifesto politico. E’ un romanzo che fugge ogni nichilismo, indica anzi una strada di emancipazione nell’organizzazione dei nuovi salariati, senza scadere nell’apologia di una forma politica. Sta anche in questo approccio la forza di un’opera d’arte che svela i meccanismi dello sfruttamento senza cedere alla propaganda.

Oggi l’interpretazione corrente è quella di un grande romanzo sebbene vittima della visione ideologica dell’autore. Niente di più sviante. E’ un grande romanzo proprio perché la visione ideologica dell’autore esce raramente e sempre smarcata dai fatti narrati. La costruzione stilistica è fedele al realismo in qualche modo giornalistico introdotto da Hemingway e Faulkner, mediato – se così possiamo dire – da una verve lirica sempre contenuta, mai eccedente il necessario ma presente e rivendicata. La posizione dell’autore viene espressa attraverso i pensieri di Tom Joad, che non è l’eroe della storia (sebbene la Ballata di Tom Joad di Woody Guthrie nel 1940 e Il fantasma di Tom Joad di Bruce Springsteen nel 1995, nonché il film di John Ford sempre del ’40, ne abbiano consacrato il primato nell’immaginario collettivo) ma il fulcro narrativo di un protagonista collettivo che va costruendo l’antiamerica, l’America che nulla c’entra col mito della frontiera, del self made man, della conquista. Quell’America vittima e sconfitta di quello sviluppo, e che tale rimarrà anche dopo il superamento della crisi.

La trama è troppo nota per essere sinteticamente tracciata in queste poche righe, che vorrebbero d’altronde occuparsi d’altro. Lo strumento attraverso cui viene raccontata l’espropriazione dei contadini degli Stati Uniti, vittime di una concentrazione economica che non prevede più unità produttive indipendenti ma il monopolio dei mezzi di produzione e di conseguenza il monopolio del mercato, è figlia del reportage giornalistico che proprio Steinbeck aveva intrapreso pochi anni prima nel racconto della crisi dalle pagine del “San Francisco news”. E’ un racconto scevro da sentimenti, da moralismi o da necessità storiche. Cresce pagina dopo pagina l’odio verso un modello di sfruttamento che genera miseria nonostante potrebbe garantire ricchezza sociale. E’ la nuda e cruda realtà dei fatti, di antieroi mai davvero protagonisti e mai davvero buoni ma al tempo stesso simbolo di un umanità che si contrappone al potere completamente disumanizzato e impersonale tanto dei trattori – emblema del progresso tecnologico alienante – quanto delle banche e delle finanziarie senza capi, senza nessuno con cui prendersela. L’esproprio avviene in termini impersonali, questo il cuore del romanzo. Non è la cattiveria di questo o quel capitalista, così come non sarà la bontà di questo o quello sfruttato, a cambiare il corso della storia, ma un processo storico mai determinato ma al tempo stesso intrinseco ad un determinato modello di sviluppo. Quanta siderale distanza con l’imperativo soggettivista post-moderno che vuole la storia figlia della volontà dei propri protagonisti.

Le cose valgono più delle persone. Il mito della California – terra del latte e del miele – persisterà nella sua natura mitologica, mai reale, anzi più vicina all’inferno concentrazionario che alla terra promessa del lavoro e della tranquillità. Visione che comporterà la guerra aperta che le corporation dell’agricoltura faranno al romanzo, non riuscendo a stroncarne le vendite ma, in qualche modo come detto in precedenza, disattivandone il messaggio politico implicito emancipatore. L’umanità dei subalterni, la loro forzata cooperazione nella difficoltà, il gesto di radicale condivisione dei propri pochi averi, finanche del proprio corpo nel finale del libro, non assumono mai i toni cristiani dell’amore per il povero. Emerge una tragica umanità, non “buona” ma destinata ad un mutualismo resistente che fa fronte alla violenza padronale. Senza moralismi, ma senza neanche nichilismi inopportuni.

Anche oggi, nella bella traduzione italiana di Sergio Claudio Perroni, l’introduzione è tutta volta al salvare il bambino (le qualità innegabili della prosa) dall’acqua sporca della “letteratura proletaria” al quale fu subito ascritto il romanzo. E invece è proprio questo il filone a cui andrebbe ricondotta l’opera: quell’arte proletaria capace di vette culturali in grado di contendere alla cultura “alta” il campo delle coscienze. Non era, probabilmente, quello che voleva Steinbeck, ma è il significato duraturo di questo romanzo.

Fonte