La vicenda di The Grapes of Wrath – I frutti (o i grappoli) dell’ira, divenuto nella traduzione italiana Furore perdendo
in parte il senso evocativo del titolo originale, è davvero particolare
e meriterebbe ancora una riflessione, nonostante i settantasette anni
che ci separano dall’uscita dell’opera. Identificato trasversalmente – e
immediatamente – come “il grande romanzo della nazione americana”,
edificatore mitopoietico di simboli ancora oggi persistenti (la corsa
all’ovest come sineddoche della conquista americana, il mito della route 66, gli Usa come “terra promessa”) è al contrario il più antiamericano dei
romanzi. E’ il racconto distopico di una vicenda che è però
visceralmente reale, contrapposta all’utopia del sogno americano che
tuttavia, lungi dall’avverarsi, si è imposta nell’immaginario
collettivo. Il paradosso sta proprio in questo: un realismo lirico
scambiato per utopia negativa ideologicamente viziata, contro una
narrazione ideologica poco attinente alla realtà e che però si è
affermata nell’interpretazione corrente della realtà stessa. Come è
stato possibile questo rovesciamento delle parti è argomento decisivo
nel comprendere la cultura americana, ma è una questione che ci
porterebbe lontano col ragionamento finendo col perdere di vista il
romanzo.
Oggi Furore risiede stabilmente nella cultura ufficiale come esempio della grande narrativa americana. Ci risiede però dopo essere stato depotenziato nell’interpretazione mainstream, banalizzato nel suo messaggio sociale confuso per socialista, e pacificato
nell’opinione pubblica che si ferma inequivocabilmente alla sua
rappresentazione letterale e allegorica. Poco di tutto questo svela
davvero il senso dell’opera e le sue caratteristiche che lo rendono,
senza dubbio, un capolavoro della narrativa statunitense. John Steinbeck non è il Jack London de Il tallone di ferro, sebbene
in molti passaggi sembrerebbe superficialmente ricordarlo. Non c’è
alcuna prescrizione socialista nella sua descrizione della
trasformazione del capitalismo americano, che utilizza la crisi
economica esplosa nel ‘29 per cambiare pelle, marciando verso quel
monopolismo industriale inevitabilmente compreso nelle premesse
di quel modello produttivo, e che genererà la massa biblica di poveri
sradicati dalle proprie terre, dalla propria “vecchia società”,
trasformando i contadini in salariati. E’ un romanzo profondamente
anti-capitalista, ma non è un manifesto politico. E’ un romanzo che
fugge ogni nichilismo, indica anzi una strada di emancipazione
nell’organizzazione dei nuovi salariati, senza scadere nell’apologia di
una forma politica. Sta anche in questo approccio la forza di un’opera
d’arte che svela i meccanismi dello sfruttamento senza cedere alla
propaganda.
Oggi l’interpretazione corrente è quella di un grande romanzo sebbene vittima della visione ideologica dell’autore. Niente di più sviante. E’ un grande romanzo proprio perché la
visione ideologica dell’autore esce raramente e sempre smarcata dai
fatti narrati. La costruzione stilistica è fedele al realismo in qualche
modo giornalistico introdotto da Hemingway e Faulkner, mediato – se
così possiamo dire – da una verve lirica sempre contenuta, mai eccedente
il necessario ma presente e rivendicata. La posizione dell’autore viene
espressa attraverso i pensieri di Tom Joad, che non è l’eroe della
storia (sebbene la Ballata di Tom Joad di Woody Guthrie nel 1940 e Il fantasma di Tom Joad di
Bruce Springsteen nel 1995, nonché il film di John Ford sempre del ’40,
ne abbiano consacrato il primato nell’immaginario collettivo) ma il
fulcro narrativo di un protagonista collettivo che va costruendo l’antiamerica, l’America che nulla c’entra col mito della frontiera, del self made man, della conquista. Quell’America vittima e sconfitta di quello sviluppo, e che tale rimarrà anche dopo il superamento della crisi.
La trama è troppo nota per essere sinteticamente tracciata in queste
poche righe, che vorrebbero d’altronde occuparsi d’altro. Lo strumento
attraverso cui viene raccontata l’espropriazione dei contadini degli
Stati Uniti, vittime di una concentrazione economica che non prevede più
unità produttive indipendenti ma il monopolio dei mezzi di produzione e
di conseguenza il monopolio del mercato, è figlia del reportage
giornalistico che proprio Steinbeck aveva intrapreso pochi anni prima
nel racconto della crisi dalle pagine del “San Francisco news”. E’ un
racconto scevro da sentimenti, da moralismi o da necessità storiche.
Cresce pagina dopo pagina l’odio verso un modello di sfruttamento che
genera miseria nonostante potrebbe garantire ricchezza sociale.
E’ la nuda e cruda realtà dei fatti, di antieroi mai davvero
protagonisti e mai davvero buoni ma al tempo stesso simbolo di un
umanità che si contrappone al potere completamente disumanizzato e impersonale tanto
dei trattori – emblema del progresso tecnologico alienante – quanto
delle banche e delle finanziarie senza capi, senza nessuno con cui
prendersela. L’esproprio avviene in termini impersonali, questo il cuore
del romanzo. Non è la cattiveria di questo o quel capitalista, così come non sarà la bontà di
questo o quello sfruttato, a cambiare il corso della storia, ma un
processo storico mai determinato ma al tempo stesso intrinseco ad un
determinato modello di sviluppo. Quanta siderale distanza con
l’imperativo soggettivista post-moderno che vuole la storia figlia della
volontà dei propri protagonisti.
Le cose valgono più delle persone. Il mito della California – terra
del latte e del miele – persisterà nella sua natura mitologica, mai
reale, anzi più vicina all’inferno concentrazionario che alla terra
promessa del lavoro e della tranquillità. Visione che comporterà la
guerra aperta che le corporation dell’agricoltura faranno al romanzo,
non riuscendo a stroncarne le vendite ma, in qualche modo come detto in
precedenza, disattivandone il messaggio politico implicito emancipatore.
L’umanità dei subalterni, la loro forzata cooperazione nella
difficoltà, il gesto di radicale condivisione dei propri pochi averi,
finanche del proprio corpo nel finale del libro, non assumono mai i toni
cristiani dell’amore per il povero. Emerge una tragica umanità, non
“buona” ma destinata ad un mutualismo resistente che fa fronte alla
violenza padronale. Senza moralismi, ma senza neanche nichilismi
inopportuni.
Anche oggi, nella bella traduzione italiana di Sergio Claudio
Perroni, l’introduzione è tutta volta al salvare il bambino (le qualità
innegabili della prosa) dall’acqua sporca della “letteratura proletaria”
al quale fu subito ascritto il romanzo. E invece è proprio questo il
filone a cui andrebbe ricondotta l’opera: quell’arte proletaria capace
di vette culturali in grado di contendere alla cultura “alta” il campo
delle coscienze. Non era, probabilmente, quello che voleva Steinbeck, ma
è il significato duraturo di questo romanzo.
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