Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2024

L’overtourism: sfruttamento dei luoghi pubblici, guadagno dei privati

“Il turismo è diventato sempre più una risorsa per pochi e un problema per molti”. Questa è la frase cardine di una piccola inchiesta che Contropiano ha riportato (profeticamente) nel 2016. Il focus era il problema che oggi sta cominciando ad essere notato anche dai media mainstream, con e manifestazioni e le proteste, più o meno partecipate, che stanno fiorendo nelle grandi mete turistiche europee, Spagna e Portogallo davanti a tutti, ma che si ritrovano anche nella Grecia a partire dallo scorso anno.

In Grecia nel 2013 ci fu la “rivolta degli asciugamani” contro i soprusi dei balneari (che stavano occupando più di quanto concesso). In Portogallo è di quest’anno la proposta di referendum contro gli affitti delle case ai turisti.

Infine la Spagna con Barcellona, Malaga e Maiorca che hanno visto manifestazioni contro il cosiddetto overtourism.

“L’impatto del turismo su una destinazione, o parte di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepite dai cittadini e/o la qualità delle esperienza dei visitatori”. Così è stato definito l’overtourism dell’Organizzazione mondiale del turismo (agenzia del turismo delle Nazioni Unite).

Il perché delle manifestazioni è dato dalla definizione stessa, ma che deve essere riletta in un altro modo per capire il problema: “lo sfruttamento dei luoghi pubblici che il turismo offre, per il guadagno dei privati ai danni dei molti residenti”.

Spesso, in Italia, quando si parla di turismo lo si intende come “settore traino” dell’economia, si parla di indotto, di spesa e di PIL. Ora, senza rovinare la giornata ai sostenitori della teoria dei vasi comunicanti, andiamo a vedere di cosa si parla realmente.

La produzione lorda diretta del turismo (il PIL) è intorno al 5%, circa 10 miliardi su quasi 2mila miliardi di euro all’anno di Pil. Non proprio un traino, anche se comunque rilevante. Per avere un riferimento l’automotive in Italia vale l’9% del PIL [fonte Ainfa, associazione nazionale filiera industria automobilistica].

Prendiamo le strutture ricettive, come alberghi, case e b&b: si tratta di privati che appaltano a multinazionali (come le piattaforme Airbnb, Booking, ecc.) di cui non serve sottolineare come la maggior parte delle tasse di queste siano pagate fuori dall’Italia.

In più, secondo uno studio del 2020 dell’Ente bilaterale del turismo, il 30% degli arrivi non è registrato. Un enorme fetta del mercato, circa 5 milioni di arrivi all’anno, è fantasma, ma solo per le tasse non per le persone che occupano realmente gli spazi turistici. Nel 2019 il Ministero del Turismo (governo Conte I) ideò una banca dati nazionale delle attività ricettive. Ancora non realizzata. Ad oggi siamo alla fase sperimentale del progetto.

In Italia si dice che l’afflusso di persone in visita dovrebbe portare maggior lavoro (cosiddetto stagionale) a chi di mestiere offre servizi: dai bar/ristoranti, ai vari centri e villaggi turistici.

Eppure basta fare un giro sulle piattaforme (pubbliche o private) d’incontro tra padroni e lavoratori per vedere le paghe da fame offerte, sempre se contrattualizzate. Contratti full-time, ma pagati part-time, senza giorni di riposo o che contano le mance nella retribuzione.

Da qui due possibilità: o chi “vive di turismo” non paga i lavoratori a sufficienza per offrire i beni e i servizi, oppure il turismo non porta sufficienti guadagni (ma allora perché cercare lavoratori, soprattutto stagionali? ndr)

Infine i luoghi del turismo. Dalle piazze ai musei alle spiagge, dalle strade ai mezzi pubblici. Affollamento è la parola che usiamo più frequentemente, ma anche impegno e investimenti solo in determinate zone. Con autobus e tram che vengono comprati per il centro, con la pulizia delle strade e la raccolta dei rifiuti che si concentra nelle zone di maggior interesse (turistico), lasciando a chi vive la città solo quel che avanza, se avanza. I cittadini di Roma e delle altre grandi città ne sanno qualcosa.

Lo abbiamo detto all’inizio, il problema non è recente, anzi, c’erano tutti i presupposti per elaborare un piano già da tempo. È vero che sono le zone centrali e costiere delle nostre città a soffrire di più (anche per via delle radici storiche che le nostre città possono ancora mostrare).

Ma a fermare il discorso che già nel 2016 stava trovando spazio, c’è stata la pandemia. Dopo il primo grande lockdown del 2020, infatti, in Italia non si parlava d’altro se non di riaprire tutto far ripartire il turismo. Con tanto di scenette assurde che vedevano i virologi controbattere ai rappresentanti di settore. Il rinnovamento strutturale e giuridico per consentire un miglior turismo, inteso come miglioramento di tutta la città/località per tutti, residenti e non, poteva essere rimandato.

Così si è arrivati ad oggi: con l'ingresso a Venezia a pagamento, le manifestazioni nelle piazze e la serrata dei balneari.

Perché sì, c’è sempre anche l’altra parte che dice la sua. Può sembrare fuorviante, ma il finto sciopero dei privilegiati che non vogliono perdere i privilegi è un classico in Italia. E solo “finto sciopero” può essere definito uno sciopero di due ore.

Quando nel 2021/2022 si ricominciò a parlare della tanto criticata Direttiva Bolkestein (che prevedeva, nel 2006, tra le altre cose anche la ripresa dei bandi per la concessione di parte delle coste), i primi a porsi sul piede di guerra furono proprio i cosiddetti balneari che rivendicavano l’impossibilità dei “piccoli” imprenditori del turismo costiero italiano di competere con le grandi multinazionali.

Poi però sono uscite le cifre di questi fantomatici piccoli imprenditori, che allo Stato pagano di canone 115 milioni, complessivamente, ma che di contro vedono un fatturato di oltre 31 miliardi. [dati Mef]. Ossia circa 27 volte tanto (considerando un guadagno netto del 10% sul fatturato). Se si vuole un altro dato, per i singoli stabilimenti si parla di 7.600 euro di canone medio contro i 260mila euro di fatturato. [fonte Nomisma]

E qui si ritorna al punto iniziale ovvero i guadagni di pochi ai danni di molti. Con i residenti e i turisti meno abbienti stipati in spazi angusti delle spiagge libere, spesso lontane centinaia di metri l’una dall’altra e dagli accessi.

Ora non sappiamo quali saranno le decisioni dei governi, dalle amministrazioni locali alla Commissione Europea, passando per il Governo nazionale. Ma purtroppo, se già non ci aspetteremmo un cambio di passo da un governo di centro-sinistra, figuriamoci da un governo di destra.

Quello stesso governo che al Ministero del Turismo ha nominato Daniela Santanché ex-balneare, in quanto ex proprietaria dello stabilimento e locale esclusivo Twiga (in Forte dei Marmi, Toscana) e attualmente accusata per truffa aggravata ai danni dello Stato e per falso in bilancio per le sua ex-società Visibilia.

Fonte

09/08/2024

La serrata dei balneari. Il “chiagne e fotte” come regola d’impresa

Le associazioni datoriali degli stabilimenti balneari, capitanate da Sib-Fipe e Fiba-Confesercenti, hanno proclamato uno "sciopero" in data 9 agosto e il susseguirsi di altre giornate di protesta (19 e 29 agosto) per invocare l’intervento del governo Meloni in relazione all’ormai imminente applicazione della direttiva europea Bolkestein, che impone la rimessa a gara delle concessioni del demanio pubblico scadute il 31/12/2023 [1].

In questo frangente l’Italia ha tentato di far fronte alla procedura d’infrazione aperta dall’UE con una mappatura secondo cui solo il 33% dei litorali sarebbe occupato da imprese balneari (risultato a cui si arriva però solo annoverando nelle aree costiere anche aree militari, aeroporti, parchi naturali, porti e aree industriali), tentativo che è stato rispedito al mittente con il rischio di deferimento del caso alla Corte di Giustizia di Bruxelles. [2]

La lobby balneare oggi piange miseria chiedendo indennizzi e denunciando la mancanza di chiarezza da parte della normativa mentre gode dell’appoggio diretto da parte della ministra del turismo Santanchè e si prepara a una vera e propria “serrata” strumento con la quale i padroni si sono storicamente contrapposti all'avanzata del movimento dei lavoratori.

Da anni l’USB attraverso la campagna Cercasi Schiavo denuncia le condizioni di lavoro del settore del turismo stagionale, dove le condizioni di sfruttamento sono generate tanto dalla povertà dei CCNL applicati quanto da una dilagante irregolarità che vede nel lavoro nero e grigio i suoi capisaldi. Una condizione intercettata anche dall’inchiesta condotta nel 2023 dall’ispettorato del lavoro nazionale che ha rilevato tassi d’irregolarità del 76%, con picchi del 95% al Sud e del 78% al Nord-Ovest. [3]

Lacrime di coccodrillo quelle delle aziende balneari che hanno fatto fino ad ora profitti da capogiro sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, pagando una miseria i canoni di concessione e taglieggiando ai cittadini la possibilità di godere di un bene paesaggistico pubblico; un esempio su tutti il Twiga di Briatore che nel 2024 ha pagato un canone demaniale di 22.905,65 euro a fronte di un fatturato dichiarato nel 2023 di circa 8 milioni, con dipendenti con paghe da 8 euro lordi l’ora.

Difronte a questa nuova "trovata" dei finti scioperi ribadiamo la necessità di una ripubblicizzazione del compartimento degli stabilimenti balneari, che metta al centro i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e che componga la necessità di spiagge a libero accesso con garanzie e diritti per chi lavora nel settore. Ribadiamo, inoltre, che nei venturi bandi di gara per chi vuole operare su suolo demaniale, sia inserita la clausola dell’applicazione di un salario minimo, che costituirebbe un argine ai bassi salari e alla povertà che strutturalmente attanaglia il lavoro stagionale.

Rimettiamo al centro l'interesse pubblico e del lavoro, in opposizione al lobbismo di una categoria che tiene in ostaggio un bene pubblico, e fa mercimonio su di esso, eludendo diritti e sottraendo garanzie.

Note

[1] https://www.marelibero.eu/perche-stabilimenti-lidi-e-bagni-operano-illegittimamente/

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/07/balneari-in-cdm-nulla-sulle-concessioni-la-lobby-di-categoria-governo-non-in-grado-di-gestire-il-problema-meloni-incapace/7650822/

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/ispettorato-lavoro-irregolare-76percento-aziende-turismo-e-pubblici-esercizi-AEJ9TKMD

Fonte

26/07/2024

La metà dei lavoratori impiegati nell’agricoltura è irregolare

Il comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, l’Ispettorato nazionale del lavoro e l’Istituto nazionale previdenza sociale mercoledì 24 luglio hanno effettuato un’ispezione di vigilanza straordinaria coordinata nelle province di Mantova, Modena, Latina, Caserta e Foggia.

Le aziende agricole ispezionate sono 109, con 505 lavoratori trovati impiegati durante i controlli. Le aziende che hanno presentato delle irregolarità sono 62 (57%), mentre 236 sono i lavoratori senza regolare inquadramento (47%), con 3 minorenni e 136 cittadini extracomunitari.

Tra loro, i lavoratori impiegati senza contratto sono 64, di cui 23 completamente sprovvisti di regolare permesso di soggiorno.

L’esito dei controlli ha portato a 27 provvedimenti di sospensione dell’attività d’impresa, di cui 17 per lavoro “in nero”, sette per gravi violazioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e 3 per entrambe le fattispecie.

Come si apprende da Agenzia Nova, le sanzioni amministrative comminate sono pari a 475 mila euro.

Nella provincia di Latina, la stessa dove si è consumato l’omicidio sul lavoro di Singh Satnam, sono state controllate 34 aziende, con 14 che sono risultate irregolari (41%) e tre sono state sospese.

I lavoratori controllati sono stati 130, 32 dei quali sono risultati irregolari (24%) e 5 completamente “in nero”.

Nel corso di una delle ispezioni, “sette lavoratori extracomunitari hanno tentato la fuga alla vista dei Carabinieri. Una volta raggiunti e identificati, i sette sono risultati sprovvisti di adeguata formazione e informazione nonché in possesso di un contratto di lavoro subordinato di tipo stagionale con decorrenza dal 1° luglio al 31 agosto”, riporta sempre l’Agenzia, “quindi successivo alla morte del bracciante agricolo Singh Satnam”.

Per l’ennesima volta, l’Italia si conferma una Repubblica fondata sul lavoro irregolare, dove il padroncino di turno ha la “libertà” di fare il bello e il cattivo tempo nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici.

Di fronte a mille morti all’anno da più di un decennio e a una serie ormai sterminata di report che certificano l’irregolarità della stragrande maggioranza di imprese che operano sul territorio italiano, il governo Meloni discute invece di un sistema di verifiche e ispezioni ancora più morbido di quello attuale, già martoriato dal cronico sottodimensionamento dell’Ispettorato, che tra le alte novità prevedrebbe 10 mesi di stop garantiti ai controlli all’azienda che avesse superato con esito positivo l’ispezione.

Queste sono le “riforme gratis” che tanto piacciono all’Unione europea, quelle che non influiscono sul bilancio dello Stato e consegnano ai nostalgici oggi al governo il ruolo che storicamente gli compete: bastonare il mondo del lavoro.

La riscossa non può che passare attraverso una rottura verticale con quei partiti (Pd e accoliti) e quelle organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) che fanno del “contrasto alle destre” uno slogan elettorale, senza però portare al momento buono nessun cambiamento positivo per chi vive, lavora e studia nel nostro Paese.

Fonte

25/06/2024

Italia, una Repubblica fondata sul lavoro irregolare

Della morte di Satnam Singh tutti ormai sanno tutto. Tutti hanno sentito le parole vergognose di Renzo Lovato, il quale ha trasformato l’omicidio del lavoratore 31enne in una sua “leggerezza”, nonostante l’avvertimento che aveva ricevuto: insomma, è colpa sua se è stato lasciato a morire dissanguato per strada.

Per queste parole il padre di Antonello, intestatario dell’azienda, potrebbe ora essere coinvolto nell’indagine, per aver svolto un ruolo attivo nelle vicende. “È costata cara a tutti” la morte di Satnam, come ha detto il signor Lovato, dato che ora arriva quest’onta penale sulla sua famiglia?

No, ad aver pagato è stato solo Satnam, e ha pagato non la “leggerezza” ma un modello di sistematico sfruttamento e riduzione al minimo di ogni tutela sul lavoro. E infatti, l’azienda dei Lovato era già al centro di altre indagini.

Mentre riceveva fondi europei (131 mila euro negli ultimi otto anni), sulla sua azienda gravava e grava tuttora un’indagine per caporalato. In realtà, è a una quarantina di imprenditori agricoli della zona che è contestato il reato.

L’autodefinitasi vittima ha truffato pure l’INPS. Faceva lavorare i braccianti fino alla maturazione dei requisiti per la disoccupazione, poi li licenziava e li riassumeva in nero: così poteva evitare di pagare i contributi, e magari toglieva dalle paghe già da fame una parte di retribuzione, mettendola in conto alla collettività.

I lavoratori venivano assunti tramite un caporale, senza fornire formazione, vigilanza o garanzia di sicurezza di alcun tipo. Venivano poi fatti lavorare a cottimo, senza pause, riposi e senza ovviamente riconoscergli straordinari.

Inoltre, i braccianti venivano fatti alloggiare in baracche, per le quali erano pure costretti a pagare. A Lovato è stata contestata anche la sottoposizione dei lavoratori a condizioni degradanti.

E chi si rifiutava di stare a queste condizioni da criminale, subiva il più tipico dei ricatti: dopo il finto licenziamento, non veniva richiamato a lavorare in nero nell’azienda, e vedeva perciò sparire la sua fonte di reddito.

Perché, da che mondo è mondo, la mancanza di un contratto è un facile via per evitare di pagare contributi, ma il nodo che spesso ci si dimentica è che nel lavoro dipendente il nero garantisce al datore di lavoro quello che più gli serve: di avere un rapporto di potere sul lavoratore.

Il contratto è uno spauracchio non solo per i costi che impone, ma perché mette in fila tutta una serie di diritti e di tutele che il padrone è poi costretto a rispettare. E inoltre, gli riserva tutta una serie di strumenti con cui, nel caso peggiore, può persino difendersi in un’aula di tribunale.

Il non poter disporre della manodopera come pare e piace è la cosa che va sempre meno giù a padroni e padroncini. E le difese collettive (sindacati con visioni conflittuali e organizzazioni politiche popolari) sono state smantellate in modo così sistematico e profondo da trasformare il senso stesso del lavoro  rispetto a come era previsto inizialmente nella Costituzione.

Basti pensare che, nell’ultimo rapporto della Guardia di Finanza, il risultato dei controlli degli ultimi 17 mesi ha segnalato quasi 60 mila lavoratori a nero o in condizioni irregolari. Il 32% in più rispetto alle rilevazioni del periodo analogo precedente.

In sostanza, in nome del dio profitto, la classe imprenditoriale sta facendo quello che gli riesce meglio: sfruttare in maniera sempre più intensiva i lavoratori. Tutto è poi facilmente giustificato con l’aumento del PIL, senza il quale come si farebbe a rientrare nei parametri europei?

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11/06/2023

Perché gli imprenditori ‘che non trovano lavoratori’ non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Ci risiamo, con l’estate alle porte riparte puntale come i tormentoni latino americani a base di “baila baila & corazon”, il mantra dei poveri imprenditori che ‘non trovano lavoratori’, e la colpa sarebbe sempre la solita: giovani che non vogliono lavorare e i sussidi vari (nemmeno più possono prendersela con il Reddito di Cittadinanza). Ma è davvero così?

Gli imprenditori che ‘non trovano lavoratori’ ma non si rivolgono ai Cpi

Ormai è letteratura di genere: periodicamente, come d’incanto, giornali e tv tirano fuori interviste a imprenditori volenterosi che vorrebbero dare lavoro ma non trovano personale. Se poi si mescola “i giovani d’oggi” col quel che resta del reddito di cittadinanza e le sue varianti c’è il delitto perfetto.

Le associazioni datoriali lamentano con forza l’assenza di cuochi, camerieri, baristi e bagnini. Sembra paradossale, ma nonostante più di tre milioni di disoccupati, non ci sarebbero lavoratori. Conclusione? I giovani non vogliono lavorare, colpa dei sussidi, colpa dei lavoratori. Poveri imprenditori!

Certo, ogni tanto qualche giornale prova a tirar fuori statistiche che smentiscono queste narrazioni. Noi stessi in questi anni vi abbiamo raccontato più volte quanto fosse, numeri alla mano, farlocca tutta la narrazione sulle “colpe” del satanico reddito di cittadinanza.

Così come sui social non mancano mai le storie di annunci e offerte di lavoro ben oltre il concetto di schiavismo. Ma la differenza di “fuoco” tra le corazzate del mainstream e noi tutti dall’altra parte della barricata è tale, che la percezione generale è difficile da scalfire.

In tutta questa vicenda narrativa, si arriva comunque sempre alla stessa domanda: se gli imprenditori non trovano lavoratori, perchè non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Perché gli imprenditori non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Sembrerebbe una domanda retorica, eppure è la base dalla quale partire. Se un datore di lavoro cerca personale può recarsi a un centro per l’impiego e comunicare che ha bisogno di un certo numero persone, per svolgere alcune mansioni.

Gli operatori del centro per l’impiego, successivamente alla richiesta, attraverso le liste di disoccupazione, che pare siano piuttosto corpose in Italia, e quelle dei percettori di sussidi, vecchio RDC e nuove varianti, in base alle competenze professionali richieste, stilano un elenco di candidati da indirizzare al richiedente.

Le obiezioni le conosciamo: il malfunzionamento dei centri per l’impiego, i tempi di risposta incerti, la possibilità che i candidati rifiutino la proposta di lavoro.

Anche qui entriamo in una dinamica di connessione tra le varie entità che dovrebbero collaborare, al netto delle efficienze o inefficienze, che sono comunque su base locale e non globale (ovvero ci sono centri che funzionano benissimo ed altri in cui non si muove una foglia). Se gli imprenditori non si rivolgono ai centri per l’impiego ma preferiscono le agenzie interinali o la ricerca diretta (e su questo ci torneremo a breve), i centri finiscono per essere semplicemente un anagrafe della disoccupazione, censiscono numeri.

D’altro canto, se l’eventuale candidato rifiuta il posto di lavoro proposto, oltre le modalità previste dalla legge, perde l’indennità di disoccupazione o il RdC. E se il singolo centro per l’impiego non ha abbastanza disoccupati in lista nel suo territorio, può allargare la ricerca ad altri centri.

Torniamo quindi alla questione iniziale: perché gli imprenditori non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Perché se lo facessero regolarmente, dovrebbero dichiarare orari, CCNL di riferimento e caratteristiche del rapporto di lavoro.

Sapete cosa significa, no? Che l’imprenditore dovrebbe autodenunciarsi a proposito di quei ragazzi che vedete, per esempio, d’estate, lavorare come camerieri nelle buvette sulla spiaggia di qualche stabilimento, con quei nomi familiari tipo “Da Armandino”, “Da Peppino” “Lo scoglio” “Le ancore”, con turni che vanno praticamente dalle 10 del mattino a oltre la mezzanotte, con una breve pausa pomeridiana.

Dicono che è una questione di mercato il costo del lavoro. Se la logica è questa varrà anche per chi lavora la facoltà di accettare o meno impieghi da 4 euro l’ora, sei giorni a settimana, per 10 ore al giorno. O stiamo teorizzando lo schiavismo?

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06/11/2021

Brunetta. “Niente più ispezioni a sorpresa nelle aziende”. Solo visite di cortesia

Al massimo entro i prossimi 18 mesi il governo dovrà mettere in campo uno o più decreti legislativi sulla semplificazione dei controlli alle imprese rendendoli “meno vessatori e ossessivi”.

L’annuncio viene dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, in un convegno promosso da Anitec-Assinform (l’associazione italiana delle tecnologie dell’informazione legata a Confindustria) e dedicato al “Procurement pubblico del digitale per la trasformazione del Paese”. A riferirne è il quotidiano economico Italia Oggi.

Dunque niente più ispezioni o controlli inaspettati sulle imprese. Le modalità e la frequenza delle verifiche sulle aziende saranno programmate secondo princìpi di “efficacia, efficienza e proporzionalità, tenendo conto delle informazioni in possesso delle amministrazioni competenti” e dell’esito delle ispezioni pregresse.

Secondo il ministro Brunetta “Prima di ogni controllo ci sarà una telefonata per programmarlo, specificarne la natura, individuarne i contenuti e i documenti necessari, i giorni in cui arriverà, le risorse umane di cui avrà bisogno. Non ci saranno divise o mitragliette in vista. I controlli avverranno nel rispetto reciproco. Poche parole: civiltà, gentilezza e cortesia”, ha sottolineato soddisfatto il ministro.

È sfuggito a molti ma proprio nelle pieghe del disegno di legge sulla concorrenza approvato giovedì dal Consiglio dei Ministri si parla anche dell’alleggerimento dei controlli sulle attività economiche e le imprese per favorire la ripresa.

Quindi via le ispezioni a sorpresa, temute dalle aziende. Saranno quasi visite di cortesia.

Mentre si chiede di aumentare i controlli sul reddito di cittadinanza o sui lavoratori, il governo prevede di allentarli sulle imprese e le loro congruissime irregolarità.

Una vera e propria vergogna a tutto tondo. Lavoro nero, morti e infortuni sul lavoro, evasione contributiva e fiscale, è qui la festa?!

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12/08/2021

Al Nord il 100% delle imprese controllate è “irregolare”

Il crimine rende, a quanto pare. Specie se i criminali godono dei favori del governo.

È l’unica constatazione possibile davanti ai risultati dei controlli promossi dall’Ispettorato nazionale del lavoro, la scorsa settimana, in decine di aziende del Nord Italia, nell’area tra Prato e Milano.

Il 100% delle aziende è risultato irregolare.

A dirlo è il magistrato Bruno Giordano, attuale direttore dell’Ispettorato, riferendo che il fenomeno è «particolarmente diffuso nelle piccole e medie imprese che rappresentano quasi il 90% del tessuto produttivo italiano».

Contrariamente alla vulgata mediatica, le irregolarità e il lavoro nero si registrano «nelle zone a più alta attività del Centro e del Nord e non nelle aree depresse del Sud». Anche il caporalato sui lavoratori immigrati è praticato ampiamente nelle aziende settentrionali.

Ma non c’è da fare molte differenze tra le diverse aree geografiche: «Su scala nazionale, nel 2020, il 79,3% delle aziende ispezionate dall’Ispettorato del lavoro aveva presentato delle irregolarità».

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06/06/2021

Regolarizzazioni 2020, esaminato solo il 14% delle domande

Tre mesi fa i promotori della campagna “Ero Straniero” denunciavano il grave ritardo accumulato nell’esame delle domande di emersione e regolarizzazione avviato nel 2020 con il decreto “rilancio”. A un anno dall’apertura della finestra per presentare le domande Ero Straniero presenta un nuovo dossier di aggiornamento della situazione nei diversi territori, sulla base dei dati raccolti dal ministero dell’interno e da prefetture e questure attraverso una serie di accessi civici.

Il quadro, seppur in lieve miglioramento, appare ancora grave in tutta Italia: delle 220.000 persone che hanno fatto richiesta, solo 11.000 (il 5%) hanno in mano un permesso di soggiorno per lavoro, mentre circa 20.000 sono in via di rilascio. Molto critica, in particolare, la situazione nelle grandi città: a Roma, al 20 maggio, su un totale di circa 16.000 domande ricevute, solo 2 pratiche sono arrivate alla fase conclusiva e non è stato ancora rilasciato alcun permesso di soggiorno. A Milano, su oltre 26.000 istanze ricevute in totale, poco più di 400 sono i permessi di soggiorno rilasciati.

Nel dossier, oltre all’analisi dei dati relativi allo stato delle pratiche, riportati in formato aperto sul sito della campagna, sono state raccolte le testimonianze di chi aspetta ancora di sapere se avrà o meno i documenti e potrà uscire dall’invisibilità. Ma anche di tanti datori di lavoro sconcertati per i tempi lunghissimi, come ha dichiarato un datore di lavoro a Bologna: “Io sono furioso. Sono nove mesi che non sappiamo niente. Ma si possono lasciare le famiglie appese così?”.

Le conseguenze di questo ritardo sulla vita delle persone sono pesanti, impediscono di superare ostacoli burocratici, a partire dalla difficoltà di accesso al sistema sanitario nazionale e alle vaccinazioni, con un impatto inevitabile anche a livello di salute pubblica nel contesto di emergenza che stiamo vivendo.

Testimonia un’assistente familiare in emersione a Milano: “Ti rimandano indietro. Dicono che con permesso provvisorio l’iscrizione al Servizio Sanitario non si può fare. Ma non è vero! Io ho diritto al medico di base! Quando sarò vaccinata? Ho 55 anni, le persone della mia età a Milano possono già prenotare. E se io mi ammalo, chi sta con la mia signora, che ha 89 anni? Mi mandano via!”.

Il dossier prova anche a spiegare come mai, nonostante fosse stato previsto già nel decreto che ha dato il via alla “sanatoria”, il personale aggiuntivo destinato alle prefetture proprio per l’esame delle pratiche di regolarizzazione sia entrato effettivamente in servizio solo i primi di maggio scorso e non i tutte le sedi, contribuendo significativamente al prolungarsi dei tempi per le decine di migliaia di pratiche negli uffici competenti in tutta Italia.

“Alla luce di quanto emerso dal monitoraggio di questi mesi – concludono i promotori – la campagna Ero Straniero ribadisce la richiesta al ministero dell’interno d’intervenire immediatamente per superare gli ostacoli burocratici e velocizzare l’iter delle domande, in modo che le quasi 200.000 persone ancora in attesa di risposta possano al più presto perfezionare l’assunzione. Nello stesso tempo, sappiamo che non sarà sufficiente questa misura a risolvere il problema della creazione costante di nuova irregolarità, come dimostra quanto accaduto con le sanatorie negli ultimi vent’anni. Anche perché una gran parte di persone senza documenti ne è stata esclusa, vista la limitazione a pochi settori lavorativi”.

I promotori di Ero Straniero chiedono a governo e Parlamento un intervento a lungo termine che permetta di ampliare le maglie della regolarizzazione e favorire legalità e integrazione, a partire da uno strumento di emersione sempre accessibile, senza bisogno di sanatorie, che dia la possibilità a chi è già in Italia e rimane senza documenti, di regolarizzare la propria posizione se ha la disponibilità di un lavoro o è radicato nel territorio. I promotori chiedono anche nuovi meccanismi d’ingresso per lavoro o ricerca lavoro. Soluzioni, queste, previste nella proposta di legge d’iniziativa popolare della campagna Ero Straniero, ferma in Commissione affari costituzionali della Camera.

Fonte

07/08/2020

I primi criminali del Paese? Gli imprenditori, naturalmente...

Se in un Paese qualsiasi si registrasse un tasso di criminalità, in certi settori, vicino al 75% dei protagonisti, non ci sarebbero molti dubbi sul che fare: a) rafforzare i controlli di legge e la quantità di “forze dell’ordine” dedicate alla repressione di quei reati; b) fare tabula rasa di quel settore, modificando radicalmente la legislazione in modo da inasprire al massimo le sanzioni possibili e la stessa “legittimità” di quelle attività.

In Italia, naturalmente, si fa il contrario. E si smantella lentamente il sistema dei controlli, si allentano i vincoli di legge su richiesta degli stessi criminali, che alzano la voce e pretendono che il governo esegua i loro ordini.

Non siamo impazziti, né convertiti alla religione “legge e ordine”. Però i dati resi noti dal Rapporto annuale dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl, Rapporto-annuale-2019-attivita-di-vigilanza-INL) non lasciano spazio per considerazioni “garantiste” nei confronti della “classe imprenditoriale”.

Dall’attività di vigilanza condotta nel 2019 su un campione limitato, ma significativo, di imprese, vien fuori che nel 68% dei casi le aziende compiono varie irregolarità in materia di lavoro (rispetto dei contratti, assunzioni “in nero”, ecc.), l’81% fa altrettanto in materia previdenziale (versamento dei contributi Inps, ecc.), e infine l’89% evade in tutto o in parte gli obblighi assicurativi.

Il rapporto non esamina, per competenza istituzionale, il rispetto delle norme in materia di sicurezza sul lavoro (comprese le misure anti-Covid-19), altrimenti avremmo un quadro criminale fin troppo crudo.

Ma la realtà è questa: la quasi totalità delle imprese è fuorilegge. E dire che la legislazione italiana è già di manica particolarmente larga, con l’impresa privata. Dunque, anche quel poco, o pochissimo, di “regole” che per decenza o minima necessità vitale viene imposto, è allegramente evaso da pressoché tutti gli “imprenditori”.

Si farebbe prima a premiare quei pochi che rispettano legge e regolamenti...


La prima tabella che abbiamo incontrato riguarda il monitoraggio complessivo effettuato dall’Inl, da cui emerge già chiaramente come – su poco più di 100mila aziende controllate – siano stati trovati oltre 90.000 dipendenti in posizione “irregolare” e più di 32.000 totalmente “in nero”.


Peggio ancora sul terreno previdenziale, dove con poco più di 16mila imprese controllate son saltati fuori oltre 212mila lavoratori “mal-trattati” e altri 4.800 “in nero” (con più di 1 miliardo di evasione a danno dell’Inps e altri istituti!).

Del tutto fuori controlla la situazione assicurativa, dove 9 aziende su 10 sono “irregolari”.

Da lì vien fuori facilmente la seconda tabella, che riporta il “tasso di criminalità” riscontrato.

A fronte a queste evidenze, abbiamo un comportamento suicida da parte dello Stato. Nel giro di soli tre anni, infatti, il personale dedicato alla “repressione della criminalità aziendale” è calato del 14,5%. Si vede che l’ordine è “non disturbarle”, sia mai detto che si arrabbino...


Possiamo anche smetterla di prenderla a ridere. In questo paese – e in tutto l’Occidente capitalistico, magari non con queste percentuali – gli imprenditori pretendono di non rispettare alcuna regola. Vogliono agguantare il massimo del profitto e sono disposti a tutto per ottenerlo. Quando pretendono “legge e ordine”, come fanno spesso, aggiungono silenziosamente un “noi esclusi”. Sono i poveracci a dover essere controllati e repressi, imprigionati e/o multati, mica loro...

Vien da pensare alle dichiarazioni quotidiane, prontamente riprese da editoriali “preoccupati”, a proposito del “pre-giudizio ideologico sulle attività imprenditoriali” che sopravviverebbe nel nostro Paese. Alla luce di questi dati, semmai, si dovrebbe parlare di post-giudizio, per nulla “ideologico” e ampiamente fondato su fatti concreti e dati ufficiali.

Ridicolo poi dover ascoltare, o addirittura credere, alle geremiadi sulla “rivoluzione green”, sulla “lotta al cambiamento climatico” o la “transizione ecologica”, per non dire del “rispetto dei diritti umani”, ecc.

Vi sembra possibile che questa “classe dirigente” abituata a grattare profitti col dito sulla bilancia e violando ogni regola o legge, anche la meno “impegnativa”, possa fare anche solo un passo in quella direzione? Ahahahahaha...

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28/03/2020

Emergenza economica e sociale al Sud. Fate presto!


Che i provvedimenti di “distanziamento sociale” avrebbero causato ulteriori lacerazioni nel corpo sociale era ampiamente prevedibile.

Stupiscono, infatti, le allarmate preoccupazioni dei Servizi Segreti circa il lievitare della rabbia sociale in alcune aree del paese – al Sud particolarmente – a seguito dei provvedimenti circa il “periodo di quarantena”.

Non occorrono, infatti, i soloni dei Servizi per comprendere che centinaia di migliaia di donne e uomini che tirano a campare attraverso le mille forme del lavoro “nero”, “grigio” e “informale” (che è cosa ben diversa dai circuiti dell’economia “extra/legale”) sarebbero andati a sbattere contro questo stop forzato delle diversificate attività con cui, quotidianamente, sbarcano il lunario.

E non occorrono le vestali della cosiddetta antimafia (dal magistrato Raffaele Cantone al “tuttologo” Roberto Saviano) per evidenziare che – probabilmente – da questa situazione di diffuso dramma sociale a giovarne, nel prossimo periodo, saranno, prioritariamente, i grandi cartelli criminali.

Da qui qualche titolo sensazionalistico sui giornali e qualche ovvietà fatta trapelare, morbosamente, come “notizia sensazionale”. Il tutto condito dalle foto del supermercato di Palermo dove alcune persone reclamavano la gratuità di alcuni generi di prima necessità e da qualche spezzone di video circa analoghi episodi accaduti nel napoletano. Naturalmente – come è prassi abituale – sono stati schierati i mezzi di Polizia e Carabinieri agli ingressi di alcuni grandi centri commerciali ed è partita l’ipocrita esecrazione dei moralisti... a pancia piena!

Tali cronache, però, sono solo un aspetto di una complessa situazione sociale che si sta squadernando velocemente e che attiene alle condizioni di vita e di sopravvivenza di milioni di persone.

È evidente, infatti, che questa inedita condizione di vita in cui siamo costretti sta provocando una accentuazione di tutti gli indicatori statistici (e, soprattutto, materiali) circa i fattori di polarizzazione delle diseguaglianze sociali stressandoli pesantemente fino a raggiungere “punti di non ritorno” che nelle prossime settimane potranno platealmente evidenziarsi.

Del resto tutte le misure finanziarie ed economiche che il governo sta varando – anche quelle più avanzate – escludono consistenti quote di popolazione che non rientrano in nessuna “categoria/segmento lavorativo” preso in esame finora.

Esistono, però – e devono continuare a vivere – chi “lavora” a ridosso dei circuiti di produzione e riproduzione classici e che, spesso, sbrigativamente, vengono certificati come “lavoratori al nero e/o invisibili”.

Stiamo parlando, quindi, di centinaia di migliaia di persone che iniziano ad avvertire gli effetti devastanti di questo Stop forzato e che rappresentano il segmento reale delle nuove povertà urbane e metropolitane le quali solo parzialmente, in questi anni, sono stati “tutelati” da interventi normativi come il “Reddito di Cittadinanza”.

A fronte di questo scenario preoccupante appaiono come lacrime di coccodrillo le “preoccupazioni” del Ministro del Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano, che paventa rischi per il Sud e che, confusamente, allude a (timide) misure di interventi economici per affrontare questa particolare forma di emergenza sociale.

Il Ministro – come è nella natura culturale e politica di una certa tradizione di “meridionalismo compatibilista” – pur individuando le cause strutturali della drammatica condizione che si sta configurando attesta i suoi ragionamenti e le sue proposte attorno ad (improbabili) misure d’intervento che – se mai fossero adottate – presuppongono tempi lunghi di maturazione e di misurazione degli effetti concreti che non sono assolutamente in grado di impattare con il lievitare della sofferenza sociale e del mugugno che sta incubando e che potrebbe esplodere in rabbia incontrollata.

Occorre fare altro ed occorre farlo in fretta

È ormai certo che i tempi di fuoriuscita dallo Stop forzato saranno più lunghi di quelli inizialmente previsti e che la “ripresa delle normali attività” avverrà gradualmente ma – ed è questo il dato più importante e preoccupante – in un contesto economico totalmente terremotato nei suoi fondamenti.

Considerato tale scenario appaiono come formali e apertamente offensive della dignità delle persone tutte le chiacchiere e le dissertazioni che si producono attorno a questa situazione di emergenza economica e di aumento assoluto delle povertà.

Allora se, veramente, si vuole evitare il caos e la drammatizzazione di una pesante condizione di sopravvivenza, occorre un radicale cambio di passo da parte del Governo e del complesso delle Istituzioni.

Da subito bisogna mettere in sicurezza economica decine di migliaia di famiglie attraverso un mix di provvedimenti economici e monetari (Estensione del Reddito di Cittadinanza – Esenzione dal pagamento delle utenze domestiche per determinate fasce reddituali – Blocco dei prezzi all’ingrosso e calmierazione dei prezzi dei beni di prima necessità) che non devono preoccuparsi di rispettare “tetti di spesa” o i vari livelli di “compatibilità economica”. Servono soldi e velocemente!

Tale portato di Interventi deve essere prodotto dallo Stato e dalle sue articolazioni e non può essere – in alcun modo – delegato né alla Chiesa, né al Terzo Settore e deve configurarsi come una sorta di “New Deal contro la nuova povertà” utilizzando tutte le risorse disponibili fino ad arrivare a forme di tassazione straordinaria verso i grandi patrimoni e le ricchezze sconsiderate che nel nostro paese abbondano.

Ci rendiamo conto che queste misure necessitano di una volontà di rottura politica verso i dogmi della “sacralità del mercato” che non è presente nel dibattito politico pubblico, né nell’agenda di governo.

Ma questa è l’unica “ricetta economica e sociale” per evitare il disastro economico e una pericolosa (tra cui le preoccupazioni legate alla diffusione del contagio virale) deriva sociale che, da qui a qualche settimana, potrebbe innestarsi nel Meridione d’Italia e non solo.

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13/07/2019

I “Gilets Neri” occupano il Panthéon a Parigi

Venerdì 13 luglio, verso le ore 13, più di 600 Gilets Noirs, ovvero migranti e sans papiers che vivono in condizioni di povertà e di esclusione sociale soprattutto nelle banlieues della capitale francese, hanno occupato il Panthéon al centro di Parigi. Quella che è la tomba di diversi grands hommes della storia francese (da Voltaire a Rousseau, da Zola a Jaurès) è diventata la cassa di risonanza delle rivendicazioni di tutte e tutti coloro che vivono ogni giorno sulla propria pelle lo sfruttamento, il disprezzo e la criminalizzazione da parte di uno Stato sempre più razzista e securitario.

“Siamo sans-papiers, persone senza voce e invisibili per la Repubblica francese”, scrivono i Gilets Noirs nel loro comunicato pubblicato in contemporanea con l’occupazione all’interno del Panthéon. “Siamo venuti sulla tomba dei vostri grands hommes per denunciare le vostre profanazioni, quelle della memoria dei nostri compagni, dei nostri genitori, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nel Mediterraneo, nelle strade di Parigi, nelle case e nei centri di detenzione”.

Le parole d’ordine di questa eclatante protesta sono chiare e risuonano forti nella cupola del Panthéon: dal permesso di soggiorno ai documenti per la regolarizzazione sul posto di lavoro, la cessazione delle violenze da parte della polizia, la libertà di circolazione e di dimora per tutti, un alloggio dignitoso. “Non ce ne andiamo” gridano a gran voce “vogliamo incontrare e parlare con il Primo Ministro Edouard Philippe”.

Il gruppo dei Gilets Noirs si era già reso protagonista di azioni dal grande successo mediatico con l’occupazione, nelle settimane scorse, del terminal di Air France dell’Aeroporto Charles de Gaulle, da cui molti sans-papiers vengono regolarmente espulsi e rimpatriati nei paesi di origine.

Mercoledì 12 giugno, più di 200 Gilets Noirs – in gran parte lavoratori sans-papiers – hanno preso d’assalto la Tour Egée, sede del gruppo Elior, che si occupa di servizi di ristorazione collettiva. In quell’occasione i Gilets Noirs avevano denunciato le condizioni di sfruttamento alle quali vengono costantemente sottoposti, costretti a lavorare in nero senza alcuna forma di protezione sociale, di tutela dei propri diritti e in condizioni di iper-sfruttamento a causa dei carichi di lavoro eccessivi e dei turni massacranti.

“Elior come tante altre imprese sfruttano i migranti sans-papiers e fanno profitti sulla loro pelle facendoli lavorare senza contratto” avevano affermato alcuni manifestanti ricevuti poi in delegazione da parte dei membri della direzione di Elior per ascoltare le loro rivendicazioni.

L’azione di oggi, con l’occupazione del Panthéon, è ancor più clamorosa e sorprendente. A seguito della comunicazione da parte del Collectif La Chapelle Debout, numerosi collettivi, organizzazioni e singoli sostenitori hanno dato vita a un presidio di sostegno e di solidarietà all’esterno, su Place du Panthéon, già immediatamente circondata dagli agenti di polizia. Il dispositivo delle forze dell’ordine si è messo istantaneamente in modo, chiudendo al traffico e al pubblico l’area adiacente al Panthéon, creando un clima di militarizzazione assurdo.

Da diversi anni il Collectif La Chapelle Debout è attivo per fornire assistenza di prima necessità e supporto legale e amministrativo alla comunità di migranti e sans-papiers che popola la zona de La Chapelle, vicino alla Gare du Nord. Proprio in questa zona, sotto la bretella dell’autostrada A1, fino allo scorso aprile si trovava una tendopoli, dove trovano riparo dai 700 ai 1200 migranti, soprattutto giovani africani della zona sub-sahariana.

Dalla pagina Facebook di questo collettivo sono cominciate ad arrivare le prime immagini dell’assemblea generale che si stava svolgendo all’interno del Panthèon. “Non lottiamo soltanto per i documenti, ma lottiamo contro questo sistema di sfruttamento” viene ribadito da alcuni interventi “Lottiamo contro gli sfruttatori e l’estrema destra, noi siamo quelli che credono che nessun esser umano è illegale”.

Non si sono fatte attendere le condivisioni e i messaggi di incoraggiamento sui social network, le foto dell’occupazione diventano virali in pochi minuti. Collettivi studenteschi e universitari, associazioni per i diritti dei migranti e dei rifugiati, gruppi di Gilets Jaunes hanno espresso il loro sostegno alla lotta dei Gilets Noirs.

Al presidio ha partecipato anche Potere al Popolo Parigi che non ha esitato un attimo, di fronte alla notizia di quanto stava accadendo, a manifestare direttamente sul posto la propria solidarietà e a documentare in diretta quanto accaduto nell’intero pomeriggio (La polizia accerchia i Gilets NoirsFeriti e arresti dopo le cariche della poliziaI Gilets Noirs gridano vittoria).

Dopo neanche un’ora, la polizia è entrata nel Panthéon e ha circondato subito i numerosi manifestanti pacifici che hanno continuato a chiedere di parlare con il Primo Ministro Edouard Philippe, anche a seguito della lettera indirizzatagli da diverse settimane ma alla quale non hanno ricevuto alcuna risposta.

Dopo più di tre ore, i Gilets Noirs sono stati spinti fuori dalla polizia che ha fatto uscire tutti dalla porta sul retro, in una strada già bloccata da entrambi i lati da numerose camionette dei CRS (la celere francese): i manifestanti sono stati “nassati” e bloccati. È proprio in questo momento, quando i sans-papiers hanno percepito che la pressione e la tensione iniziavano a salire, che si sono moltiplicano i messaggi di richiesta di solidarietà e gli inviti ai giornalisti ad accorrere sul posto.

Ma a separare i Gilets Noirs usciti in strada dal centinaio di manifestanti presenti all’esterno c’erano numerose camionette disposte in modo tale da impedire anche solo di avvicinarsi e diversi cordoni di CRS in tenuta anti-sommossa che bloccano ogni passaggio. È proseguita così un’assemblea generale intervallata dai canti e dai cori di tutti i manifestanti, da una parte e dall’altra dei blocchi della polizia.

I Gilets Noirs sono rimasti praticamente intrappolati, completamente accerchiati, ma nonostante ciò non c’è mai stato segno di resa sui volti dei sans-papiers, solo forza e determinazione, necessarie per resistere in condizioni di stress psico-fisico come queste. Riuscire a mantenere con tranquillità e fermezza un braccio di forza quando intorno a te tutto sembra costruito in modo tale da generare il caos, non è assolutamente facile, soprattutto quando le provocazioni da parte della polizia sono mirate ad innescare la miccia in qualunque momento. Infatti, una prima “carica a freddo” ha costretto i Gilets Noirs in una morsa ancora più accerchiante, al centro della strada bloccata e più lontano rispetto alle estremità dove si trovavano gli altri manifestanti.

Il caldo di un venerdì pomeriggio di metà luglio ha cominciato a farsi sentire: lo hanno accusato i celerini sotto i caschi e l’armatura stile Robocop, lo hanno sentito maggiormente i Gilets Noirs addossati gli uni contro gli altri in scarsi dieci metri quadri. Ed è in una scena, in uno scambio di battute tra una manifestante e un celerino, che si può cogliere la spudoratezza del disprezzo e dell’odio diventato normalità.

Un celerino si stava rinfrescando bevendo da una bottiglia di acqua fredda mentre una manifestante lo ha invitato a darne un po’ anche ai sans-papiers che stavano tenendo sotto assedio; il celerino le si è avvicinato offrendole l’ultimo sorso d’acqua, ma all’ennesima richiesta da parte della manifestante di dare dell’acqua ai Gilets Noirs il celerino ha rovesciata con disprezzo il resto della bottiglia per terra. Un gesto che nella sua pochezza è sintomatico di una disumanità pervasiva e totalizzante da far ribrezzo.

Il braccio di ferro tra Gilets Noirs e polizia è andato avanti, nel tentativo di cercare una mediazione negoziale per terminare la manifestazione. Alla fine della giornata, un sans-papiers racconta a dei giornalisti come si sia svolta effettivamente questa trattativa: “Ci hanno proposto di uscire tranquillamente in fila indiana, in gruppetti da 4/5 persone, ma noi abbiamo immediatamente rifiutato. Abbiamo fatto dell’unione la nostra forza: tutti insieme abbiamo messo in atto l’occupazione del Panthéon e tutti insieme termineremo questa giornata”.

È ben evidente che i Gilets Noirs fossero consapevoli del fatto che, nel momento in cui avrebbero cominciato ad uscire a gruppetti, sarebbero stati facili prede degli agenti di polizia, pronti ad arrestarli e a schedarli. Intanto, attraverso altri cordoni di celerini i manifestanti sono stati portati a distanza maggiore dal presidio dei Gilets Noirs ed è proprio in seguito a ciò che sono partite le cariche della polizia sui sans-papiers.

Colpi di manganello, cariche sulla gente caduta a terra, spray urticante hanno causato più di una cinquantina di feriti tra i Gilets Noirs. Alcuni hanno provato a mettersi in salvo cercando di forzare il blocco delle camionette ma sono stati fermati a terra da altri agenti di polizia e quindi arrestati. Alla fine, 21 persone verranno poste in stato di fermo e trasportate al commissariato del 5° arrondissiment.

Nel frattempo è arrivata sul posto anche Danièle Obono, deputata all’Assemblée Nationale de La France Insoumise, che più volte ha attaccato duramente la Loi Asile-Immigration dell’ex-Ministro degli Interni, Gerard Collomb, del governo Macron (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/06/26/immigrazione-e-diritto-dasilo-in-francia-nellera-macron-0105349).

Alla deputata Obono è stato inizialmente impedito di raggiungere i Gilets Noirs, restando così insieme ai manifestanti e lontana dal punto in cui si stavano svolgendo le violenze. Si tratta di un fatto particolarmente grave, in quanto viene impedito a un deputato di svolgere almeno un ruolo di garante del rispetto dei diritti fondamentali.

La polizia – hanno accusato i manifestanti – ha tardato nel richiedere l’intervento delle ambulanze e i blocchi delle camionette hanno impedito un pronto soccorso da parte del personale paramedico. Intanto, i Gilets Noirs feriti sono stati accompagnati fuori dal presidio per poter ricevere l’assistenza e le cure di cui avevano bisogno, mentre la maggior parte è rimasta ancora bloccata all’uscita sul retro del Panthéon.

La scena di decine e decine di sans-papiers feriti, accasciati a terra o sdraiati sulle panchine, mentre ricevono le cure del personale paramedico, non ha fatto che confermare la brutalità dell’intervento delle forze dell’ordine, un modus operandi più che noto e ben evidente soprattutto nelle manifestazioni dei Gilets Jaunes. “Police partout, justice nulle part” gridavano i manifestanti: ancora una volta di fronte alle rivendicazioni sociali e di diritti fondamentali l’unica risposta di cui si è reso capace il governo Macron è quella del braccio armato della polizia e della sua repressione.

Alla fine è arrivato anche Eric Coquerel, anche lui deputato de La France Insoumise all’Assemblée Nationale; grazie anche al suo intervento, come a quello di Obono, e anche viste le conseguenze delle cariche della polizia, si è riusciti a trovare una soluzione. La polizia ha rimosso i blocchi e letteralmente liberato tutti i Gilets Noirs.

Durante l’assemblea al termine di questo lungo pomeriggio di lotta, è stato ribadito come l’azione della giornata di oggi sia stata un successo: dopo ore di tensione e di provocazioni violente da parte delle forze dell’ordine che hanno militarizzato la zona adiacente al Panthéon, i Gilets Noirs hanno potuto gridare vittoria!

Sono riusciti a portare la denuncia delle violenze della polizia e del razzismo di Stato direttamente nel cuore della città di Parigi. La loro resistenza e determinazione sono esemplari per chiunque lotti ogni giorno per i diritti degli ultimi, degli oppressi, degli esclusi.

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06/07/2019

Turismo/Dannazione. Airbnb “porta ricchezza” a chi? Il caso di Firenze

E’ uscita una ricerca promossa dalla piattaforma stessa sulla ricchezza che Airbnb porta al nostro paese. Secondo questa ricerca, Airbnb, tra introiti accumulati dai proprietari di case e la spesa dei turisti tra bar, ristoranti, attrazioni etc., farebbe fruttare a Firenze circa 445 milioni di euro annui.

Bene, ma a chi va questa ricchezza?

1) agli speculatori. Secondo una ricerca dell’Università di Siena, gli appartamenti messi in affitto sulla piattaforma appartengono per la maggior parte ad una manciata di proprietari, i cosiddetti “host”, che concentrano nelle loro mani centinaia di appartamenti. Ciò vuol dire che quella degli affitti a breve termine è ormai una speculazione vera e propria dei pochi ai danni dei molti;
qui il link alla ricerca: https://tinyurl.com/yy3u57pz

2) ai proprietari delle attività turistiche, ma non di certo ai lavoratori . L’Ispettorato del Lavoro ha calcolato che, nella sola provincia di Firenze, l’evasione contributiva è aumentata del 350% dal 2016. A farla da padrone, guarda caso, il settore del turismo. Vuol dire che la ricchezza accumulata dai proprietari non viene redistribuita ai lavoratori, che sono invece sempre più precari e sottopagati.
qui i dati: https://tinyurl.com/y4bdu3vt

3) alla rendita fondiaria. L’aumento degli affitti a breve termine ha causato una diminuzione dell’offerta per affitti a lungo termine (quelli verso cui si dirigono sia gli studenti, sia i giovani in cerca di autonomia dai genitori). In breve: gli affitti volano alle stelle, trainando anche il valore degli immobili in vendita, e questo favorisce sia gli investitori, sia i grandi proprietari di case (principalmente finanziarie e banche) che grazie all’aumento del turismo fanno affari d’oro.
qui un prospetto sul prezzo delle case: https://tinyurl.com/yyr3dy2a

SE LA RICCHEZZA E’ NELLE MANI DI POCHI, COSA OCCORRE FARE PER REDISTRIBUIRLA?

Nel nostro programma per le amministrative, (che trovate a questo link: https://tinyurl.com/yy6xkaue), abbiamo tratteggiato alcune possibili soluzioni.

1) Una tassazione per host e per zona: non è possibile che la città, e in particolare il centro storico, divengano un parco giochi per speculatori. Pretendiamo che i controlli che regione e comune stanno conducendo siano finalizzati alla riduzione del numero di appartamenti per host, senza per questo punire chi, in possesso di una sola casa, la affitta ai turisti per arrotondare lo stipendio. Per questo a un livello di tassazione minimo (host con un solo appartamento), deve seguire un regime più severo (host con due o tre appartamenti) e soprattutto il divieto di immettere sul mercato più di 3 appartamenti! Bisogna inoltre favorire la distribuzione equa degli appartamenti affittati su piattaforma prevedendo delle fasce di tassazione decrescenti dal centro verso la periferia;

2) più controlli e pene più severe per chi assume a nero! Il comune può stipulare un protocollo di intesa con l’Ispettorato del lavoro e punire, ad esempio togliendo loro il permesso per il suolo pubblico, quei proprietari che assumono a nero ed evadono i contratti nazionali!

3) Più case popolari! Sia il centro sia la periferia sono pieni di contenitori vuoti. Quelli pubblici possono essere rilevati immediatamente dal comune e utilizzati per farne delle case popolari o servizi alla residenza. Quelli appartenenti a grossi proprietari possono essere sottoposti ad una forte tassazione in modo da forzarli a immetterli sul mercato, e in alcuni casi requisiti per farne case popolari. In questo modo si costringerebbe il prezzo degli affitti a seguire una dinamica discendente.

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06/08/2018

Lavoro. Un'altra perla del Jobs Act

L’Espresso di ieri fornisce i dati sulle ispezioni nelle aziende per il 2017 segnalando il gran numero di irregolarità e le pochissime ispezioni eseguite.

Vigilanza contratti (controlli dei Ministero)

Aziende ispezionate 122.240

Irregolari 73. 152

Lavoratori irregolari 88.484

Lavoratori in nero 38.775

Vigilanza previdenziale (controlli dell’INPS)

Aziende ispezionate 24.291

Irregolari 15.458

Lavoratori irregolari 114.043

Lavoratori in nero 5.328

L’articolo precisa che il problema è quello del crollo delle ispezioni perché non ha funzionato la riunificazione degli Ispettori di INPS, INAIL e Ministero del Lavoro, che è rimasto sulla carta. Gli ispettori di INPS e INAIL infatti hanno ritenuto più conveniente non passare al Ministero e sono rientrati ai loro Enti con altri incarichi.

Così tra il 2012 e il 2017 il numero delle ispezioni è crollato da 244.000 a 122.000 non superando il 2% delle aziende italiane.

Si sono così persi per strada seicento milioni di euro solo nella lotta all’evasione dei contributi. A conti fatti, finora, è questo il risultato che salta più all’occhio dopo la costituzione della nuova Agenzia per le ispezioni sul lavoro, un altro capolavoro del Job Act.

Conseguenza del Job Act: non solo aumento della precarietà, ma anche intensificazione dello sfruttamento, aumento del lavoro nero, smantellamento delle strutture di controllo.

Naturalmente il cosiddetto “Decreto Dignità” non prende in considerazione questi elementi: le cose serie, purtroppo, non fanno pubblicità, tweet, vacanze a Milano Marittima.

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20/06/2018

Ricchi e poveri, la canzone stonata di questo paese

Nel 2017 sono state 2,7 milioni le persone in Italia costrette a ricorrere alle mense o all’aiuto delle organizzazioni assistenziali per poter mangiare. Tra le categorie più deboli figurano anche 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni, 200mila anziani ultrasessantacinquenni e, badate bene, solo 100mila senza fissa dimora.

I dati sono rilevati da un rapporto curato dalla Coldiretti, in cui si sottolinea come ci siano sempre più “nuovi poveri” (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che ricorrono alle mense per indigenti o ai pacchi alimentari.

Contestualmente a questo boom della povertà consolidato nel tempo e ormai quasi fisiologico, è emersa invece una evasione fiscale individuata per due miliardi e 300 milioni. Questo è quanto hanno sottratto al fisco i circa mille grandi evasori scoperti dalla Guardia di Finanza dal 1 gennaio del 2017 al 31 maggio di quest’anno. I Finanzieri hanno anche individuato quasi 13mila evasori totali e contestato 23mila reati fiscali.

Dei 2,3 miliardi di imposte non pagate dai grandi evasori – e non si tratta di piccoli artigiani, commercianti o imprenditori ma di soggetti che si avvalgono di una rete di consulenti di studi tributari – più della metà – 1,3 miliardi – sono però già stati confiscati, acquisiti in via definitiva al patrimonio dello Stato.

I dati di quasi un anno e mezzo di attività sono stati resi noti in occasione della festa del Corpo: da gennaio 2017 sono stati scoperti anche 12.824 evasori totali, soggetti del tutto sconosciuti al fisco, che hanno evaso 5,8 miliardi di Iva. I finanzieri hanno inoltre portato alla luce quasi 23mila reati fiscali – il 67% dei quali riguardano emissione di fatture false, dichiarazioni fraudolente e occultamento di documenti contabili – e denunciato 17mila persone, di cui 378 arrestate.

E’ evidente che è questo mondo di ricchi evasori a guardare con interesse alla Flat Tax all’esame del governo, una tassa che ridurrebbe notevolmente le aliquote fiscali sui redditi più alti mentre lascia invariate quelle sui redditi più bassi (una furbata).

I sostenitori della Flat Tax spacciano la convinzione che se i più ricchi stanno meglio, qualcosa può sgocciolare anche verso il basso. Un dato questo contrastato però sia dalla composizione della ricchezza privata in Italia (al 95,5% composta da rendita immobiliare e finanziaria difficilmente “sgocciolabili”), sia dal fatto che il guadagno sulle attività finanziarie – legali o illegali – continua a essere immensamente superiore a quello legato a investimenti produttivi. Se il manico resta sempre e solo in mano all’iniziativa privata, da questo cul de sac non si uscirà mai.

Infine, nelle indagini della Guardia di Finanza sono emersi 30.818 lavoratori in nero impiegati da 6.361 datori di lavoro, cinque lavoratori senza contributi ogni prenditore. Insomma, siamo sempre maggioranza. Basterebbe solo esserne coscienti per azzannare quelli giusti.

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04/05/2018

Bolzano. Lavoravano in nero, ma controllati col gps

Lavoratori in nero costretti a lavorare sotto il controllo del Gps. Lo ha scoperto la Guardia di Finanza di Bolzano che ha portato alla luce il caso di una quarantina di immigrati, soprattutto pachistani, indiani e algerini, impegnati nella consegna porta a porta di volantini pubblicitari tra il Trentino Alto Adige, il Veneto e la Lombardia. Sette le persone denunciate.

Dalle indagini è emerso che i lavoratori erano costretti a prestare la loro opera in condizioni indecorose e sotto continua sorveglianza, appunto anche attraverso il Gps, per più di 15 ore al giorno, sei giorni alla settimana, per 500/700 euro al mese. E venivano portati sui posti di lavoro con furgoni fatiscenti. Tramite un sistema ad hoc di ditte individuali e società riconducibili alle stesse persone, con base a Rosà in provincia di Vicenza, è stato messo in piedi un giro di mano d’opera completamente in nero. I lavoratori vivevano in condizioni igienico-sanitarie precarie, esposte a continue minacce e private dei loro documenti.

Anche il caporalato ora è “4.0”.

Fonte

13/11/2017

“Napoli Sotterranea”: lavoro nero ed evasione nella Napoli del turismo


Napoli: i turisti passeggiano. Il 2016 è stato un anno record con circa 3 milioni di visitatori. Tre milioni di passeggiate che si fermano a un ristorante, davanti a un bar, davanti a una pizzeria, dove magari prima c’era una libreria o un negozio di artigiani. I turisti si soffermano sui monumenti, fanno qualche fotografia, si siedono ai tavolini per un caffè o una pizza, partecipano a una visita guidata e poco si preoccupano della vita di chi serve al bar, di chi cucina nel ristorante, di chi illustra i monumenti. Quello che vedono è una città che li accoglie, che diventa più ricca grazie alla loro visita, in uno scambio in cui – pare – che tutti ci guadagnino.

Noi abbiamo provato a passeggiare guardando quello che nessuno vedeva, andando a cercare i fantasmi della nostra città: quei lavoratori che non risultano nei contratti di impiego, che non hanno diritti, non godono di ferie, né di malattie e che percepiscono retribuzioni molto al di sotto delle loro mansioni. In questo scambio tra esercente e turista, sono loro, questi lavoratori fantasma, gli unici che ci perdono.

Nemmeno noi, però, abbiamo potuto evitare di notare una delle più importanti attrazioni turistiche. Si chiama “Napoli sotterranea” e si trova lì, quasi nascosta in una rientranza di via dei Tribunali, segnalata da una lunghissima fila di persone che aspettano di entrare per una passeggiata nel sottosuolo della città antica.



Napoli Sotterranea è una associazione di tipo ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale) che si occupa di speleologia. La dizione esatta è: Associazione culturale speleologica professionale per la salvaguardia, il recupero e la sicurezza del sottosuolo, ed esiste dagli anni ‘70. Sembra una cosa positiva, e allora proviamo anche noi a scendere nel sottosuolo della città, per vedere cosa c’è sotto alla passeggiata di milioni di turisti e al guadagno dei nuovi imprenditori napoletani.

Per la modica cifra di 10 euro il turista diventa socio della ONLUS e viene accompagnato da guide simpatiche e gentili che parlano tutte le lingue europee, e che alla fine del giro offrono un caffè o un bicchiere di un vino speciale, che può essere acquistato per portarsi a casa un ricordo di questa avventura. Appena finiamo la visita, ci viene indicata una pizzeria – proprio vicino all’uscita – dove, ci dicono, possiamo mangiare la pizza cotta con il metodo geotermico (boh? A noi sembra una pizza normale...). Ci incuriosiamo e scopriamo che quella pizzeria (e anche il bar vicino il complesso di San Lorenzo) è dello stesso proprietario di Napoli sotterranea; scopriamo che cambia spesso lavoratori, che emette scontrini con molta difficoltà e che preferisce il pagamento in contanti. Centinaia di persone, ogni giorno pagano quel biglietto, comprano quel vino, mangiano quella pizza e bevono quel caffè... ci sembra che per una associazione senza fini di lucro siano molte le occasioni di guadagno.

Torniamo il giorno dopo e quello dopo ancora e proviamo ad avvicinare qualche cameriere e qualche guida, proviamo a incontrarli lontano dal posto di lavoro, alcuni raccontano con più facilità, altri meno, ma tutti ci dicono cose interessanti, cui crediamo all’istante. Sono lavoratori del turismo, a nero, o con contratti finti; sono “soci” di cooperative che li sfruttano senza riconoscere loro alcun diritto, sono i fantasmi di Napoli sotterranea e questa è la loro storia.

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Comunicato Stampa 30/10/2017

I lavoratori denunciano: a Napoli sotterranea si lavora a nero!
Pubblicata una video inchiesta a cura della Camera Popolare del Lavoro di Napoli – Ex OPG “Je so’ Pazzo”

Oggi, 30 ottobre 2017, la Camera Popolare del Lavoro dell’Ex OPG “Je so’ Pazzo” di Napoli ha reso pubblica una video-inchiesta sulle condizioni dei lavoratori di Napoli Sotterranea. La ONLUS facente capo a Enzo Albertini, ha infatti assunto lavoratori senza contratto, utilizzandoli come guide turistiche a basso costo, con paghe ben al di sotto degli standard previsti dal CCNL commercio e turismo. Dall’inchiesta emerge che l’amministrazione di Napoli sotterranea ha spesso evitato di regolarizzare i propri dipendenti facendoli figurare come volontari di una organizzazione che formalmente non si propone fini di lucro, ma che in realtà risulta essere una vera e propria impresa, con altissimi profitti: ogni giorno decine di visitatori pagano un biglietto per l’ingresso.

In poche parole, Napoli sotterranea sfrutta il lavoro nero!

I lavoratori e le lavoratrici di Napoli sotterranea che si sono rivolti allo sportello legale della Camera popolare del lavoro hanno denunciato la loro condizione: nessun contratto, paghe bassissime, niente contributi né assicurazione. Il primo passo è stato quello di trasformare la denuncia in una rivendicazione formale: sono state già avviate le pratiche legali per ottenere il riconoscimento di quanto dovuto ai lavoratori.

Abbiamo ragione di credere che l’impero commerciale di Napoli sotterranea sia stato costruito andando contro tutti i diritti e le garanzie poste dalla legge a tutela dei lavoratori, e abbiamo deciso di denunciarlo pubblicamente, anche per dare coraggio a chi si trova nella stessa condizione del lavoratori di Napoli sotterranea e non sa come reagire, o si sente isolato. Infatti, sappiamo che Napoli sotterranea è solo uno dei tantissimi esempi di esercizi turistici e commerciali che sfruttano lavoro nero e manodopera a basso costo; sappiamo che il cosiddetto “boom turistico”, di cui la città di Napoli è protagonista, nasconde spesso condizioni di lavoro molto al di sotto degli standard di tutela prescritti dalla legge; sappiamo che i vantaggi economici dell’ondata di visitatori a Napoli sono privilegio di pochi, proprietari di hotel, ristoranti, luoghi di attrazione e non certo di coloro che vi lavorano, senza contratto, senza orario, e per pochi soldi.

Proprio a partire da questa convinzione abbiamo avviato un percorso di rivendicazione giuridica e, al contempo, di mobilitazione contro lo sfruttamento del lavoro nero e grigio. Insieme ai lavoratori che si sono rivolti alla Camera popolare del lavoro e al nostro sportello legale abbiamo dato avvio a una campagna cittadina per mettere sotto gli occhi di tutti quello che, troppo spesso, si fa finta di non vedere.

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Lettere di messa in mora indirizzate a NS e Sorelle Bandiera



Inchiesta

1. Che cos’è Napoli Sotterranea



Formalmente si tratta di un’Associazione culturale speleologica professionale per la salvaguardia, il recupero e la sicurezza del sottosuolo: questa è infatti l’intestazione che compare sulle ricevute. 
Lo Statuto giuridico è quello di una ONLUS, acronimo di “Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale”. Le ONLUS possono avere dipendenti e non possono produrre utili: ogni euro guadagnato con le attività organizzate deve essere reinvestito in altre attività (al netto delle spese). Trattandosi di un’organizzazione non lucrativa, non ci possono essere “prezzi” per i servizi resi, ma ogni soldo ricevuto deve essere sotto forma di “contributo volontario”.

Napoli Sotterranea, però, sembra essere una ONLUS atipica: la tariffa della visita guidata è chiara e nota a tutti – 10 euro – e nessun turista può volontariamente pagare di meno; non c’è modo inoltre di registrare il pagamento, dal momento che è impossibile pagare con un POS – in questo modo non c’è traccia o documentazione alcuna delle somme che ogni giorno entrano nelle casse dell’Associazione che, essendo una ONLUS, deve produrre per legge un bilancio, pur non essendo obbligata a pubblicarlo.

Sempre in modo molto “atipico”, alla fine della visita vengono proposti ai visitatori vari prodotti in vendita: un caffè (il Malocchio Caffè), delle bottiglie di vino che si afferma essere conservato all’interno delle cave (il Vino Tufello), degli ombrelli col nome dell’Associazione ed un numero imprecisato di gadget di ogni tipo: rispetto a questi non ci risulta che la ONLUS sia autorizzata a somministrare bevande, né capiamo a che titolo venda souvenir e oggetti da collezione di ogni tipo – non ci risulta che faccia scontrini, e se qualche volta li ha fatti ci chiediamo quale sia l’intestazione societaria.

Questa ONLUS particolare esiste dal 1990 e il suo socio fondatore, Enzo Albertini, ha dichiarato in una recente intervista di non aver mai chiuso un solo giorno in circa 30 anni. 30 anni in cui si è reso protagonista di azioni non esattamente corrette: si veda l’acquisto di tutti i domini internet che potevano essere legati ad altri percorsi nel sottosuolo, o l’ostinazione nel mostrare i resti di un teatro romano senza alcuna autorizzazione da parte della Sovrintendenza – col pretesto che si tratta di resti inglobati in edifici privati. Vale la pena ricordare che Napoli Sotterranea possiede ad oggi una semplice concessione demaniale, evidentemente necessaria per organizzare visite nel sottosuolo, e nulla più.

La concessione in sé e per sé crediamo costi poco (se i canoni sono simili a quelli delle spiagge, quasi nulla), considerato anche il fatto che non appena alcuni beni demaniali, tra i quali la porzione di sottosuolo oggetto della concessione, sono passati al Comune di Napoli – che ha dichiarato di volerli mettere a reddito (probabilmente aumentando i canoni di locazione) – l’Associazione ha fatto ricorso.

Negli ultimi anni il flusso di turisti è considerevolmente aumentato, è aumentato il numero di visitatori del complesso ipogeo più famoso della città: tra visite e vendite, di conseguenza, non sono pochi i soldi che entrano ogni giorno nelle casse dell’Associazione. Nonostante il fatto che, come visto poc’anzi, tutte le entrate di una ONLUS debbano essere reinvestite ex lege in attività afferenti alla ONLUS stessa, negli anni sono fiorite, intorno a Napoli Sotterranea e ad Enzo Albertini, una serie di attività dal carattere prettamente commerciale.

Sul sito dell’Associazione viene pubblicizzata, in qualità di unica pizzeria “geotermica”, la pizzeria “Sorelle Bandiera”. Nelle pagine in inglese del sito compare poi il tariffario di un B&B che ci incuriosisce, perché non ne troviamo traccia sul sito italiano: ricompare su Google, con lo stesso numero di telefono dell’Associazione, e scopriamo che si chiama B&B Nerone, che sta nello stesso edificio degli scavi relativi al Teatro antico e che, per accedervi, c’è bisogno di prendere le chiavi in pizzeria.

Su Airbnb l’alloggio è intestato ad una certa Arianna, con ogni probabilità Arianna Albertini, figlia di Enzo: nella descrizione si dice che, oltre allo sconto in pizzeria e per la visita a Napoli Sotterranea, gli ospiti possono fare colazione presso una caffetteria a 20 metri dal B&B – si tratta del “Caffè della Stampa”, ultima nata nella catena di attività in qualche modo collegate all’Associazione della quale, anche in questo caso, compare il numero di telefono su Google.



2. Lavorare a NS: assurdità e rischio di un lavoro importante



I. identikit medio della guida a NS

L’Associazione gode di un personale composto maggiormente da giovani, tutti d’età compresa tra i 20 e gli over 30, molti dei quali studenti, tirocinanti, studenti Erasmus o fuori sede.

Il profilo medio della guida NS è dunque facilmente rintracciabile in quello di un qualsiasi giovane studente, più o meno indipendente, che ricerca un’occupazione in grado di garantirgli quel livello di autonomia economica sufficiente a far fronte ad eventuali spese di affitto o tasse universitarie.

Gli studenti rientrano notoriamente in quella categoria di lavoratori che si presenta sempre disponibile e aperta a nuove esperienze. Pertanto, l’imbattersi in una nota ONLUS come NS – che assume facilmente personale anche alla prima esperienza e che, a primo impatto, sembra in grado di offrire ai suoi collaboratori una crescita professionale nell’ambito del turismo – può sembrare un illusorio colpo di fortuna per chi è in cerca di un’occupazione temporanea.

Praticare lingue straniere confrontandosi con centinaia di visitatori al giorno, accompagnarli in cavità sotterranee raccontando loro la storia del bene archeologico ed essere responsabili di tutti gli aspetti di una visita guidata, può sembrare a tutti gli effetti un lavoro dignitoso in grado di arricchire sia il turista che la guida stessa. Questo spinge i giovani lavoratori della ONLUS ad accettare l’assenza di un regolare contratto di lavoro il che li relega immediatamente ad una posizione di subordinazione assoluta rispetto ai responsabili del sito, obbligandoli a lavorare senza protezione contro il licenziamento ingiustificato, senza un’assicurazione per gli eventuali incidenti sul lavoro, e ad accontentarsi di una paga minima.

La logica che spinge NS a selezionare il suo personale prediligendo sempre la stessa fascia d’età risiede evidentemente nella vulnerabilità del profilo del giovane studente, che spesso non conosce i suoi diritti in materia di lavoro e si trova dunque a sottostare a qualsiasi “politica di controllo ” senza porre troppe domande. Egli diventa così una facile preda dello sfruttamento e del lavoro nero che, di fatto, permette da più di 30 anni all’Associazione di mantenere bassi i costi del lavoro e sempre alti i profitti personali.



II. Procedure di assunzione, retribuzione e licenziamento. Inesistenza di regolazione contrattuale dei lavoratori

Tutti i collaboratori dell’Associazione con cui abbiamo avuto modo di comunicare (guide del sito archeologico, lavoratori della pizzeria e del bar e manutentori di vario genere) si trovano o si sono trovati senza regolare contratto di lavoro, senza un accordo preliminare sulle mansioni da svolgere e, pertanto, senza la possibilità di godere dei diritti stabiliti dalla legislazione in materia. Si pensi alla libertà di riunione ed associazione, alla negoziazione ed azione collettiva, alla protezione da licenziamento ingiustificato e alla garanzia di condizioni di lavoro giuste ed eque.

Davanti all’inesistenza di un contratto legale, infatti, i lavoratori non esistono, e il rapporto che hanno col proprietario dell’impresa rimane giocoforza subordinato alla relazione personale. Non potendo contare su sigle sindacali, qualunque tentativo di fare valere la propria condizione o di reclamare una negoziazione trova un’estrema insicurezza nella quale il lavoratore rimane isolato in una situazione di assoluta vulnerabilità e dipendenza all’arbitrio del proprietario e dei suoi amministratori.

L’inesistenza di un contratto che regoli le relazioni lavorative, inoltre, implica che i lavoratori:

a) non sappiano quante ore svolgeranno ogni giorno e quali siano i giorni liberi – il pagamento del salario, per una cifra che va dai due ai cinque euro all’ora senza contributi (stando alle testimonianze raccolte), avviene ogni singolo giorno in denaro contante, nel frangente in cui di solito viene anche comunicato loro l’inizio (e non la fine!) del prossimo turno.

b) si vedano obbligati ad eseguire compiti diversi da quelli accordati: sappiamo di guide che caricano materiale della pizzeria o di camerieri che si occupano di relazioni pubbliche o che fanno i cuochi. Senza contare l’indecoroso quanto frequentissimo caso delle spedizioni in pieno turno di lavoro per spese e affari privati degli amministratori: dal caffè al pagamento delle bollette, passando per il servizio di chauffeur.

Per concludere, i lavoratori della pluridecorata Associazione culturale Napoli Sotterranea non hanno nessun tipo di assicurazione in caso di incidenti sul lavoro, ma su questo torneremo a breve.



Per arricchire ulteriormente il quadro e giungere altresì ad una prima sintesi, dal raffronto delle testimonianze raccolte emergono con gran forza le seguenti criticità:

a) esiste una indiscriminata “transumanza” dei lavoratori tra i vari posti di lavoro senza che ci sia un nucleo minimo e stabile di addetti ai vari servizi;

b) le ore lavorative rimangono all’arbitrio e alle necessità del datore di lavoro. I lavoratori fanno un minimo di cinque ore, ma possono arrivare – senza saperlo in anticipo – anche a sette, otto e addirittura tredici ore, ricevendo sempre la stessa retribuzione di due, quattro o cinque euro l’ora. I turni vengono comunicati giorno per giorno, a volte poche ore prima dell’inizio, e se il lavoratore non è disponibile rischia di non essere più chiamato;

c) la giornata lavorativa trascorre senza riposo in un adempimento continuo delle più svariate attività, talvolta senza permesso di sedersi per le guide e senza una pausa pranzo prestabilita;

d) i rapporti interpersonali come l’amicizia non sono visti di buon occhio dal proprietario e dagli amministratori, che promuovono invece un clima di paura, competizione e sospetto reciproco scoraggiando, e spesso impedendo di fatto, le relazioni tra lavoratori sia durante sia dopo la giornata lavorativa;

e) è impossibile rifiutarsi di realizzare uno qualsiasi dei compiti non corrispondenti all’attività curricolare, pena il licenziamento. I camerieri ad esempio si vedono obbligati ad esercitare relazioni pubbliche, o a fare i lavapiatti e i cuochi; alle guide viene richiesto di aiutare in pizzeria, di fare carico e scarico di materiali o di sostituire gli amministratori in spese e trasporti. A volte questi compiti sono svolti in condizioni dure come in inverno, sotto la pioggia, in piedi per ore, e spesso si viene obbligati ad adottare pratiche di concorrenza sleale contro i commercianti della zona o contro il sito archeologico vicino de La Neapolis Sotterrata, nella stessa Piazza San Gaetano;

f) sul posto di lavoro non esiste un sindacato: la guida viene considerata dagli utenti come un volontario che lavora in maniera altruistica. Qualunque tentativo di associazione tra lavoratori può essere punito col licenziamento di essi tutti;

g) qualunque errore o rilassamento da parte del lavoratore viene sanzionato con minacce ed è assolutamente vietato ricevere mance dai turisti che effettuano la visita: la rete di telecamere – estesa su tutto il percorso sotterraneo, come su quello en plein air – serve essenzialmente per denunciare la guida che lo fa. Prendere una mancia comporta il licenziamento immediato del lavoratore, ma le guide devono promuovere e pubblicizzare obbligatoriamente i prodotti che l’Associazione mette in vendita, nonché le altre attività come la pizzeria.

h) come accennato, non esistono condizioni minime di sicurezza per il lavoratore né per il visitatore (!), e ovviamente non esiste assicurazione alcuna contro gli incidenti sul lavoro.



III. Sanità e sicurezza. Sulla gestione criminosa e irresponsabile di un sito ad altissimo tasso di pericolo



Dalle testimonianze ed esperienze dei lavoratori emerge il racconto di un ambiente di lavoro insalubre ed insicuro, di cavità con il 70% di umidità nelle quali il lavoratore resta per ore, svolgendo di continuo tour in un percorso nel quale è esposto ad un continuo cambiamento di temperatura tra sottosuolo e superficie. La guida lavora a 35-40 metri di profondità senza nessun tipo di formazione per gestire situazioni di emergenza, in un sito senza uscite di sicurezza, senza risorse per risolvere il più banale incidente, senza possibilità d’accesso per le persone disabili e dove non si avvisano gli utenti degli imprevisti che potrebbero verificarsi durante la visita – consentendo inoltre l’ingresso a persone anziane, donne in gravidanza, bambini molto piccoli e persone ferite o con qualche indisposizione.

Per un tratto, si sollecitano i turisti ad addentrarsi per un tunnel di circa 50cm di larghezza e totalmente oscuro, esposti al fuoco delle candele, senza possibilità di ritornare all’indietro per qualunque caso di emergenza perché lo stesso tunnel è percorso contemporaneamente dai gruppi successivi. Allo stesso modo, le guida devono farsi esclusivo carico di gruppi di turisti esposti a qualsiasi crollo, errore di sorta o problema che, senza uscite di emergenza né misure di sicurezza, può essere fatale. In periodi di alta affluenza di turismo, per concludere, si effettua sistematicamente un rischiosissimo sovraccarico del sito, concentrando anche centinaia di persone col rischio di collasso per le cisterne ed i tunnel sotterranei.



3. Politica di controllo e paura

L’inesistenza di contratto fa sì che i lavoratori rimangano vulnerabili ed indifesi all’arbitrio del proprietario e degli amministratori. Un arbitrio spesso incontenibile, espresso tra l’altro con violenza sottile e subdola, con piccoli gesti e spaventosi silenzi. In mancanza di un documento ufficiale che stabilisca le rispettive afferenze, il lavoratore rimane esposto ad ogni tipo di abuso da parte dei soggetti su menzionati: dai questionari emerge una situazione di abusi di potere, pressioni, minacce, perfino di abusi sessuali.

Una fittissima rete di telecamere si estende su tutta l’area in cui si sviluppa l’attività lavorativa di guide e camerieri – inclusi i cunicoli, le sezioni dell’antico teatro, le sale di lavoro dello staff della pizzeria e le sezioni di suolo urbano presenti tra questi luoghi: come in un grottesco incubo orwelliano dalle tinte meridionali, ogni passo è potenzialmente monitorato dagli amministratori – impegnati solitamente ad incassare il denaro all’ingresso o piacevolmente ozianti in compagnia nell’ufficio sul retro, ma in ogni caso in grado di spiare tramite la telecamera la potenziale condotta eversiva od anche e semplicemente “il nuovo arrivato”.

Le testimonianze raccolte documentano oltretutto di una politica di punizione per la quale, davanti ad un qualunque reclamo da parte del lavoratore, si è sistematicamente puniti col licenziamento o con la mancata comunicazione del successivo turno di lavoro – ma questo non è assolutamente l’unico caso in cui ciò può avvenire: si sono verificati casi di licenziamento causa relazione interpersonale troppo stretta con altri membri dello staff; persone licenziate perché si sono rifiutate di andare a lavorare la mattina di Natale o di Capodanno – pur avendolo richiesto con settimane di anticipo; guide trilingue licenziate da un giorno a un altro per un commento sulla propria pagina Facebook.

Le modalità di interazione tra l’elemento prettamente lavorativo e quello personale, affettivo o relazionale – un’interazione facilissima da instaurare in un contesto come quello del centro antico di Napoli – sono ciò che gli amministratori tendono a monitorare e gestire con più attenzione: la relazione tra il singolo lavoratore e l’Associazione è personale quando si tratta ad esempio di accettare senza discutere il peggiore degli abusi – ma è prettamente lavorativa quando c’è da concordare orari, ferie, lavori extra e quant’altro. Allo stesso modo è premiata la relazione personale che si instaura entro il raggio di sorveglianza e con il beneplacito degli amministratori, mentre è osteggiata e punita fino al licenziamento quella che si sviluppa indipendentemente e al di fuori del contesto lavorativo.

Sorvegliati ed incatenati nelle caverne, gli uomini e le donne di una delle ONLUS più importanti del sud Italia spesso non sanno che quella che vedono è solo la pallida ombra di un lavoro.



4. Conclusioni. Un caso eccellente ma non isolato. Orrore e prospettive del lavoro nero a Napoli e provincia



Napoli Sotterranea è un caso isolato? Magari! Certo, riconosciamo ad Albertini una tenacia invidiabile, ma siamo purtroppo sicuri che la sua situazione, relativamente alle condizioni di lavoro e all’opacità societaria, non sia un caso isolato. Sappiamo, perché abbiamo fatto mesi di inchieste, che il lavoro nero è realtà nella maggior parte delle attività connesse al turismo, nel rinnovato centro cartolina della nostra città: lo sappiamo perché abbiamo lavorato in tanti posti, perché abbiamo incontrato i lavoratori, abbiamo raccolto denunce e segnalazioni, abbiamo manifestato, insistito e protestato contro l’Ispettorato del Lavoro perché prestasse attenzione alle segnalazioni anonime che come associazione abbiamo loro presentato. La domanda che ci arrovella il cervello, in effetti, è la seguente: se noi, senza mezzi, siamo venuti a conoscenza certa di decine e decine di situazioni di nero, com’è possibile che questi posti non ricevano alcuna ispezione, o meglio, come è possibile che tutte le ispezioni che ci sono state si siano concluse con un nulla di fatto? Abbiamo indagato – in senso lato e vorremmo dire politico – anche sull’Ispettorato, scoprendo dai loro rapporti annuali che il numero delle ispezioni è in calo, essenzialmente a causa del taglio dei fondi, e che l’azione ispettiva è di conseguenza meno efficace. Ci sono però anche delle scelte politiche dietro le linee d’azione che ogni Ispettorato decide di darsi: noi chiediamo di sapere quali siano i criteri che regolano l’azione degli ispettori di Napoli, quali siano le loro priorità, i loro campi principali d’intervento, la loro politica rispetto alle segnalazioni ricevute e chiediamo, ancora, che si esprimano pubblicamente sulle intenzioni che hanno relativamente a un settore, quello del turismo, dove le irregolarità e gli abusi crescono in parallelo con gli incassi e i profitti dei pochi che ci guadagnano.

In seconda istanza vorremmo chiamare in causa il Comune di Napoli, che in questi ultimi anni ha lavorato molto sul cambiamento dell’immagine della città, cosa di cui non possiamo non essere contenti, e ha quindi delle responsabilità politiche e concrete rispetto all’esplosione del settore economico turistico. Quelle concrete sono relative al fatto che il Comune è responsabile, ad esempio, delle autorizzazioni all’occupazione di suolo pubblico; ha richiesto al Demanio la gestione di cave e grotte, tra le quali quella di Napoli Sotterranea (contro questo trasferimento Albertini ha già presentato ricorso); ha la possibilità di richiedere la verifica della regolarità contributiva come requisito per la concessione di qualsivoglia autorizzazione; ha concentrato la presenza della polizia municipale nel centro antico, dove potrebbe decidere di impiegarla per usi migliori della caccia ai cosiddetti “abusivi”; è il riscossore della tassa di soggiorno, che tutti i b&b dovrebbero far pagare e versare alle magre casse comunali. Dal punto di vista politico ha fatto un investimento enorme sul rilancio di Napoli come città da visitare, evidentemente valutando che, in conseguenza della deindustrializzazione della metropoli, questo possa essere il volano per una mini ripresa economica della città.

Per noi, però, ripresa economica significa più lavoro per tutti, con regole chiare e pagato il giusto; significa sicurezza e diritti; significa attenzione ad un centro antico che deve essere esempio per il mondo di come si possano e debbano coniugare il turismo e tutte le attività connesse con la garanzia di vivibilità e diritti per i residenti. Per questo abbiamo deciso di organizzarci e combattere credendo che possiamo essere motori del cambiamento; per questo chiediamo a tutte le istituzioni coinvolte un’assunzione di responsabilità; per questo chiediamo a tutti, abitanti, lavoratori, precari, di unirsi a noi, perché Napoli è bellissima solo se vede un futuro fatto di diritti e sicurezza.

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