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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/12/2025

Sugli affitti la proprietà privata non è predominante. Lo afferma la Cassazione

Nella giornata di sabato abbiamo pubblicato un focus sulla questione abitativa del Cnel, oggi pubblichiamo una interessante segnalazione di Asia-Usb su una sentenza della Corte di Cassazione sul fatto che in materia abitativa – e in particolare sugli affitti brevi – gli interessi privati non sempre devono essere quelli predominanti. La sentenza smonta la tesi del governo secondo cui la regolamentazione degli affitti è una violazione della proprietà privata.

Qui di seguito il commento dell’Asia-Usb alla sentenza della Corte di Cassazione.

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La proprietà non è sacra, il suo limite è la funzione sociale

La sentenza di Cassazione numero 186 del 2025 cassa l’idea del Governo Italiano: la proprietà privata può essere limitata per legge al fine di assicurarne la funzione sociale, così come chiaramente scritto nell’articolo 42 della Costituzione

Regolamentare sugli affitti brevi si può. Ma non è solo questo il punto. Difatti, quanto stabilisce la sentenza della Corte Costituzionale numero 186 del 2025 ci racconta anche altro. Intanto la notizia: nello scontro Governo- Regione Toscana la Corte di Cassazione dà ragione a quest’ultima. Il Testo Unico Regionale infatti dava, tra le altre cose, disposizioni su limiti e regole da adottare in sede territoriale per i comuni ad alta densità turistica in materia di locazioni brevi. Un tentativo, seppur debole a nostro avviso, di contrastare i fenomeni di turistificazione e la loro incidenza sul diritto all’abitare e alla città degli abitanti.

Una sconfitta dunque per il Presidente del Consiglio dei Ministri, firmatario del ricorso, che contro i limiti alle locazioni turistiche in civili abitazione senza il cambio di destinazione di uso in struttura ricettiva extra-alberghiera (così dice il Testo Toscano), aveva investito parte del ricorso. Secondo il ricorrente infatti questa sarebbe una ingiusta limitazione alla proprietà privata. Beh la Cassazione ha stabilito che non è così, ed ha ribadito quanto scritto in Costituzione, cioè che la proprietà privata ha dei limiti eccome, e sono riscontrabili nella sua funzione sociale. Il passaggio avviene nel sesto paragrafo ed è importante, per cui lo riportiamo quasi integralmente:
6.2.– La questione promossa in riferimento all’art. 42 Cost. non è fondata.

Secondo il ricorrente, la scelta di non consentire la gestione non imprenditoriale delle strutture ricettive extra-alberghiere priverebbe i proprietari, «in modo del tutto sproporzionato e irragionevole», della possibilità di ricavare un reddito dal loro bene. In realtà, il ricorrente non tiene conto del fatto che l’obbligo posto dagli articoli da 42 a 45 non priva in assoluto i proprietari (che non vogliano assoggettarsi ad esso) della possibilità di locare l’immobile a fini turistici, (…). Dunque, le norme impugnate determinano un’ingerenza nelle libere scelte dei proprietari, seppur minore di quella paventata nel ricorso. Occorre dunque verificare la possibilità di giustificare le norme in esame ai sensi dell’art. 42, secondo comma, Cost., che consente di limitare la proprietà «allo scopo di assicurarne la funzione sociale».
Ed ecco che anni di propaganda dei Patrioti crollano miseramente. La proprietà privata non è sacra, è prevista e tutelata dalla legge nelle sue forme, e può essere soggetta a regole e limiti ai fini di assicurarne (il verbo è importante) la funzione sociale. Non vi è dunque alcuna legittimità nel consentire a pochi soggetti privilegiati (grandi proprietari, fondi di speculazione etc) di condizionare negativamente la vita di milioni di famiglie in affitto o costrette a pagare un mutuo. Altro che decreti sicurezza, altro che ladri di case: affitti insostenibili, umiliazione dell’Edilizia Pubblica e uso del bene Casa come mero strumento finanziario sono i veri nemici di milioni di Italiani, i quali non si sentono assolutamente rappresentati dalla narrazione condotta sulla questione abitativa fin qui da questo Governo.

Asia-Usb si batte da decenni per la difesa e la promozione del Diritto alla Casa, richiamando allo stesso tempo questi principi in modo netto, in forte contrasto con quanto affermato negli anni dai vari Governi che si sono succeduti e soprattutto con l’idea di società proposta dalla Destra che governa il paese e che, finalmente, su questo tema è stata “cassata”.

A nostro avviso gioverebbe agli esponenti del Governo, in particolare il Presidente del Consiglio ed il Ministro delle Infrastrutture, la lettura integrale di questa Sentenza.

Fonte

09/08/2025

Costruire più case per abbassare gli affitti?

Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”.
Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano.

Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.

Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”.
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?

Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti.

Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Milano, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione.

Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora. 

Duemila anni di controllo degli affitti

L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.

Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.

Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati).

Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento.

Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case.

In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York.

Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.

La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia.

Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso.

I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).

Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.

Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!).

Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti.

Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione.

Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.
 
Inefficacia del rent control, un mito del maccartismo

L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America.

Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini.

Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti.

La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.

Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili.

Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico.

Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York.

Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.

Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza.

L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere.

In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici).

Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito.

Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit.

Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
 
Rent control oggi

Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del Mondo.

L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti.

Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia.

L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici.

Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento.
Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).

La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico?

Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta.

Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta.

Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel).

Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre 2024, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati.

Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini.

Fa anche bene?

Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini.

Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).

I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del PP e di Vox.

Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi.

In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.

Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati.

Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).

Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono.

La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti.

L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.

Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi.

Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili.

Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-USB in un convegno a Roma).

Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti.

Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio.

Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.

Fonte

08/04/2025

Spagna - Uno straordinario segnale di lotta sulla questione abitativa

“Questo 5 aprile abbiamo fatto di nuovo la storia. Siamo scesi in piazza in centinaia di migliaia di persone in più di 40 città con un messaggio forte ai rentier colpevoli (coloro che vivono della rendita immobiliare, in questo caso, ndr) e ai governi responsabili, ecco il potere degli inquilini”. Sabato scorso in tutta la Spagna decine di migliaia di persone sono scese in piazza a manifestare contro quella che ormai è una insopportabile emergenza abitativa.

Il movimento per il diritto alla casa in Spagna è estremamente chiaro su questo: i politici hanno esaurito il tempo. Migliaia di persone sono scese in piazza sabato scorso per “porre fine al business dell’edilizia” e chiedere un calo immediato degli affitti.

Continua infatti a crescere la protesta in Spagna per il problema degli alloggi, con il boom degli affitti che sta colpendo in particolare Madrid e Barcellona ma non solo. I prezzi degli affitti sono aumentati a causa dei contratti a breve termine offerti principalmente ai turisti. Movimenti di quartiere, sindacati degli inquilini e piattaforme sociali si sono uniti per chiedere soluzioni immediate alla crisi abitativa in Spagna.

“La paura ha cambiato faccia: non chiederemo altri cambiamenti, siamo organizzati e abbiamo un piano contro il rentierismo”, dicono gli organizzatori delle proteste. Le principali richieste del movimento sono: - l’abbassamento immediato dei prezzi degli affitti, chiedendo una riduzione fino al 50%;
- il recupero di “tutte le case vuote”, l’illegalizzazione delle società di sfratti;
- il divieto di sfratto per le famiglie vulnerabili;
- lo stop alla proliferazione incontrollata di appartamenti turistici.

Le mobilitazioni contro il caro affitti e l’emergenza abitativa erano esplose nell’aprile 2023 nelle Isole Canarie prese d’assalto dal turismo di massa, ma già c’erano stati segnali di protesta in diverse città spagnole dove i residenti erano scesi in piazza per chiedere un modello di turismo “sostenibile” e denunciare la mancanza di soluzioni abitative. “La casa è diventata un lusso alla portata di pochissime famiglie”, denunciano i movimenti degli inquilini.

La protesta si era estesa da Malaga con lo slogan “Malaga per vivere, non per sopravvivere”, seguita da Madrid, Barcellona, Valencia e Bilbao, tra le altre città.

La situazione abitativa in Spagna ha raggiunto livelli critici. Secondo i sindacati degli inquilini, “gli affitti hanno registrato aumenti allarmanti, con un incremento di oltre il 18% negli ultimi due anni. I salari, nel frattempo, rimangono stagnanti”.

In alcune zone, come Ibiza, i movimenti sociali denunciano che “i prezzi degli affitti in molti casi superano il 100% del salario abituale”, mentre in altre, come Cáceres, “gli affitti sono aumentati lo scorso anno del 17% in città e del 27% a livello provinciale”.

I movimenti degli inquilini indicano esplicitamente il modello turistico incontrollato e la speculazione immobiliare come causa della crisi. “Il modello di città è mercificato, espellendo gli abitati dei quartieri, perché l’industria del turismo sfrutta i nostri quartieri”, denuncia la piattaforma ‘València no està en Venda’

In regioni insulari come le Canarie e le Baleari, la situazione è particolarmente grave a causa dei limiti geografici e della pressione turistica. “Ci troviamo di fronte a un’emergenza abitativa senza precedenti: sfratti, affitti inaccessibili e speculazione edilizia, mentre la popolazione non può accedere a questo diritto fondamentale”, denunciano i movimenti di lotta per la casa spagnoli.

Un segnale da cui c’è moltissimo da apprendere e replicare in un paese come l’Italia devastato dalla speculazione sugli affitti e dalla rendita immobiliare.

Fonte

25/12/2024

È il mercato, bellezza. La diaspora degli abitanti delle Vele …

A Scampia si sta consumando un esodo silenzioso.

Anche l’ultima delle tre Vele rimaste in piedi è ormai quasi vuota. Una volta erogato il contributo di “autonoma sistemazione” a chi lascia gli appartamenti, il comune di Napoli si è lavato le mani di tutto il resto. Il crollo del 23 luglio scorso nella Vela Celeste ha accelerato e stravolto le tabelle di marcia fissate con il programma Restart Scampia.

Nella Celeste gli abitanti non sono mai più rientrati. Da settembre gli inquilini delle Vele Gialla e Rossa hanno ricevuto un preavviso che annunciava la comunicazione, nelle settimane successive, dello sgombero ad horas. Così si è completata la diaspora.

Non appena le persone lasciano l’abitazione, gli operai procedono a murarla.

Da quel momento in poi, e se gli abitanti risultano presenti nel censimento realizzato dal Comune nel 2023, si attiva il sussidio – dai quattrocento ai novecento euro, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, della presenza di anziani e disabili. Un sussidio che verrà erogato fino a che “le esigenze abitative siano state soddisfatte in modo stabile”.

In ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2025 e comunque non spetterà più “qualora l’esigenza abitativa sia stata temporaneamente soddisfatta a titolo gratuito da una pubblica amministrazione”. Per il sussidio sono state stanziate risorse per circa tre milioni di euro (917 mila per il 2024 e poco più di due milioni per il 2025).

L’apertura di un cantiere per la costruzione degli alloggi che sostituiranno le Vele è stata annunciata a inizio novembre. Il sindaco ha dichiarato che entro il 2026 saranno completati i primi duecentocinquanta appartamenti.

La data di ultimazione dei lavori è prevista per il 2027. Sono scadenze che suscitano non pochi timori tra gli ex abitanti delle Vele, dal momento che l’erogazione del contributo di autonoma sistemazione terminerebbe molto prima.

Il presidente dell’ottava Municipalità, Nicola Nardella, ha dichiarato però che nessuno deve allarmarsi, perché un decreto del governo garantirebbe la continuità del finanziamento fino a che l’ultimo alloggio di nuova costruzione non sia stato consegnato.

Lo stesso Nardella ha affermato che la situazione di emergenza abitativa causata dallo sgombero delle tre Vele riguarda 543 nuclei familiari, ovvero circa mille e settecento persone. Di quale sarà il loro destino, però, nessuno sembra preoccuparsi.

Gli assistenti sociali sono comparsi al fianco della polizia municipale solo per intimare agli irriducibili di sgomberare, ma nessun piano di reale supporto è stato progettato, e tanto meno realizzato, per accompagnare un esodo di simili proporzioni.

Ancora Nardella – in questi mesi onnipresente sui media locali – a fine novembre si è preso la briga di farsi intervistare dal tg regionale unicamente per lanciare velate minacce contro una quindicina di famiglie che ancora si attardavano a lasciare la Vela Gialla. “Bisogna uscire e bisogna farlo in maniera rapidissima...”, ha intimato dal teleschermo.

Del fatto che gli ex abitanti delle Vele non riescano a trovare chi affitti loro un appartamento, nessuna istituzione sembra volersi fare carico. Al mercato non si comanda.

Nelle aree limitrofe a Scampia – corso Secondigliano, Melito, Miano – i proprietari stanno ponendo condizioni capestro, al di fuori della portata di molte famiglie – due buste paga, tre mensilità anticipate – quando non apertamente provocatorie, come il divieto di portare con sé animali domestici e addirittura più di un certo numero di bambini.

In tanti si stanno arrangiando da familiari e parenti, ma per quanto ancora potranno farlo? Qualcuno ha trovato casa verso Giugliano, oppure direttamente dalle parti di Castel Volturno, a chilometri di distanza dai luoghi di lavoro, dalle relazioni familiari e amicali.

Più della metà degli sgomberati sono minori. Dalle scuole di Scampia, a partire da settembre, è cominciata una continua migrazione di allievi. Tutto questo – la difficoltà a trovare una sistemazione, lo sradicamento forzato, il percorso scolastico interrotto di centinaia di bambini – non è oggetto di alcun accompagnamento. Il sussidio in tasca, e poi ognuno per sé.

Fatima, vent’anni, abitava nella Vela Gialla con la madre e il fratello. «A settembre sono arrivati i vigili – racconta –. “Iniziate a prepararvi, perché da un momento all’altro vi portiamo un’altra carta di sfratto immediato. Questa seconda carta ci è arrivata a fine ottobre. Ce ne siamo andati da casa un venerdì mattina. Gli operai dovevano murarla, ma avevano altre case da chiudere al piano di sotto. L’hanno murata il martedì successivo, ma era già entrato qualcuno a prendersi quel che restava... Abitavamo lì dal 2007».
«Il sussidio è arrivato qualche giorno dopo – continua Fatima –. Ottocento euro per tre persone: mia mamma, che è invalida, mio fratello di ventisette anni che fa il barbiere e io che faccio la parrucchiera. Stiamo cercando una sistemazione, ma qui in zona non si trova niente. Per il momento ci appoggiamo dai miei zii a Miano, che hanno già quattro figli.
Un giorno ci siamo fatti tutti i vicoli intorno al mercatino di Secondigliano per chiedere se ci fossero case in affitto. Una signora ci ha detto: “Andatevene, per la gente delle Vele le case non ci stanno”
.
Alle agenzie diciamo che siamo di Mugnano, di Giugliano. Poi ci chiedono le buste paga, ma chi ce le ha? Io lavoro a nero, e pure mio fratello. Anche le mie amiche stanno avendo difficoltà. La mia vicina ha cinque figli, qui non ha trovato niente, se n’è dovuta andare a Castel Volturno.
Pensa che a un’amica di mia mamma hanno chiesto: “Signora, quanti figli avete?” Lei ha tre figli. “Ci dispiace, ne accettiamo solo due”. “E quest’altro che ne faccio, lo devo buttare?”, gli ha detto lei»
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Gli abitanti delle Vele sono sempre stati trattati come umanità di scarto. Abbandonati per decenni dentro edifici inabitabili – l’ultimo censimento del 2016 lo metteva nero su bianco, ma non accadde niente –, in quelle mura è comunque trascorsa la loro vita, e per quanto abbiano lottato per decenni per vederle andare giù, adesso staccarsene non è facile, soprattutto in vista di destinazioni incerte e comunque precarie.

Elvira Quagliarella insegna da quarant’anni a Scampia. La sua scuola si chiama Virgilio IV, un istituto che comprende scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. In questi mesi ha provato a darsi da fare per alleviare la situazione critica di molte famiglie dei suoi alunni, ma ha dovuto constatare che le dimensioni dell’esodo in corso sopravanzano di molto la buona volontà dei singoli individui.

«L’amministrazione locale – racconta Elvira – aveva proposto a ciascun nucleo un sussidio mensile, oppure la scelta di abitare in albergo. Quasi tutti hanno scelto il sussidio perché negli alberghi sarebbero stati costretti a lasciare la camera ogni mattina per rientrare nel tardo pomeriggio. Per nuclei familiari che hanno spesso almeno tre-quattro bambini era improponibile.
Così da settembre hanno cominciato a cercare casa. Ma è successo che nessun proprietario, né a Scampia, né a Napoli centro, né in provincia, si è mostrato disposto ad affittare loro la propria abitazione. Si sono visti chiudere le porte in faccia da tutti…
Io ho provato a smuovere le mie conoscenze, mi sono rivolta a vari gruppi ecclesiastici conosciuti grazie a un progetto fatto a scuola: prelati, sacerdoti e altra gente del settore, chiedevo se avessero abitazioni da affittare, ma sempre pagando; tutti mi hanno risposto che non era nelle loro possibilità...
Allora ho interpellato un gruppo WhatsApp di circa cento persone; ho spiegato la situazione, ho chiesto aiuto, nessuno mi ha risposto, tranne uno che mi ha parlato di una casa a Bagnoli a mille duecento euro al mese...
Ho chiesto anche ad altri gruppi e associazioni che fanno volontariato nella zona di Giugliano, Qualiano, Lago Patria; anche lì mi hanno promesso di interessarsi ma non è successo nulla.
L’unico che si sta occupando di queste famiglie è padre Alessandro, il parroco della zona, che ha aperto uno sportello di ascolto e supporto, provando a fornire delle garanzie ai proprietari, ma anche lì con scarsi risultati.
Alla fine, la maggior parte di queste famiglie sono state costrette a orientarsi verso la zona di Castel Volturno, Baia Verde, Villaggio Coppola. Lì è terra di nessuno, e molte villette e abitazioni sono gestite in modo equivoco.
La conseguenza è che moltissimi bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola. Io insegno in una quarta elementare, ma sono la responsabile dell’inclusione per tutto l’istituto, e conosco tantissime situazioni del genere: si tratta di un esodo enorme…»
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«Alcune famiglie sono state anche truffate – continua Elvira –, hanno versato tre mensilità anticipate e sono state derubate. Qualcuno è riuscito a trovare casa a Giugliano, o dalle parti di via Stadera. Ma anche questi hanno dovuto lasciare la scuola.
Al momento, almeno il sessanta per cento dei bambini dell’istituto ha cambiato scuola o non sta frequentando, perché dalla periferia di Giugliano o di Marano è difficile raggiungere Scampia.
La preside, grazie ad alcune donazioni, ha noleggiato un pulmino da ventotto posti, ma i punti di raccolta sono troppo distanti dalle abitazioni di questi bambini. L’autista ne carica solo quattro o cinque ogni mattina... Molti si sono appoggiati dai parenti, e intanto continuano a cercare. Per quanto precarie, per loro quelle case erano un punto fermo.
C’è gente che viveva lì da trent’anni, avevano la loro storia, le loro amicizie. Le stesse donne, che spesso devono fronteggiare situazioni drammatiche, riuscivano a fare gruppo. I bambini non ne parliamo, hanno perso la scuola, gli amichetti...
Ad agosto il Comune si è preoccupato di garantire gli autobus per accompagnare queste famiglie al mare. La maggior parte non ne ha usufruito, perché dopo il crollo non avevano nemmeno gli indumenti da mettere addosso, non c’era la testa per andare al mare; quindi questi pullman hanno viaggiato vuoti, addirittura fino alla fine di settembre, quando le scuole erano iniziate da un pezzo; poi si sono fermati, ma a quel punto perché non usarli per andare a prendere questi bambini sradicati, sparpagliati ovunque, e accompagnarli a scuola la mattina?»
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14/11/2024

Casa. Quella “sporca” questione che nessuno vuole affrontare

La questione abitativa nel nostro paese sta assumendo caratteri sempre più rilevanti e non si può parlare di essa riferendosi solo ad un suo aspetto, ma va analizzata (e possibilmente affrontata) nel suo insieme.

Il sistema duale sbilanciato

Il carattere patrimoniale italiano, in termini di edilizia, è essenzialmente “duale”, ossia si compone sostanzialmente di due tipi di patrimonio, pubblico e privato. Come abbiamo ampiamente dimostrato nel nostro libro “Prigionieri del Mattone. Rendita Vs Diritto all’Abitare” (L’Armadillo Editore, 163 pagine, euro 12), i due ambiti sono strettamente interconnessi. Facciamo un po’ di storia.

Nel 1998 un Governo di Centro Sinistra approva una nuova legge sulle locazioni che sostituiva per il mercato abitativo la 392/1978 (Equo canone). Questa legge è la n. 431 del 1998 e, a 26 anni dalla sua promulgazione, ha prodotto quasi 2,5 milioni di provvedimenti di sfratto e quasi 600 mila esecuzioni con l’ausilio dell’Ufficiale Giudiziario (dati Min. Int.).

Questi dati, che già da soli sarebbero sufficienti a certificare il fallimento di questa legge, vanno però affiancati da un nuovo elemento che l’Asia ha introdotto nel dibattito pubblico a livello nazionale, cioè “l’incidenza sui redditi”. Questo concetto vuole rappresentare il peso delle spese relative al bene Casa (affitto, utenze, codominio, rata del mutuo etc...) sui redditi (lordi tra l’altro) delle famiglie italiane. Già nel nostro documento congressuale stimavamo questa incidenza oltre il 60%.

Altre fonti, come Il Sole 24 Ore ad esempio, hanno recentemente attestato questa percentuale oltre il 40%, prendendo però una media redditi decisamente alta, la quale secondo noi non coincide con un altro dato, che da solo rappresenta più di ogni altro la diseguaglianza che la questione abitativa alimenta. Quest’ultimo dato è quello dei redditi degli italiani che vivono in affitto. L’Istat ci dice che vive maggiormente in affitto la fascia di famiglie coi redditi più bassi.

La funzione pubblica tradita

A questo punto sarebbe opportuno chiedersi cosa c’entri l’Edilizia Pubblica in questo ragionamento ed è ciò che tenteremo di spiegare. L’arco di tempo preso in considerazione (il primo quarto di questo secolo) coincide con lo smantellamento del sistema di Edilizia Residenziale Pubblica, con la sostituzione delle sue funzioni e col venir meno di qualsiasi elemento di calmierazione del mercato, sia diretto (canone equo) che indiretto (alternativa al mercato).

Coincide anche con le dismissioni di importanti quote di Patrimonio Pubblico ad uso abitativo. In sintesi l’abbandono di qualsiasi programma di sviluppo dell’Erp (ormai al 2,5%) ha favorito direttamente la domanda di Mutui (bolla dei prezzi, finanziarizzazione del bene d’uso Casa), la crisi degli affitti e dei salari (aumento costante dei primi e stagnazione dei secondi), la proliferazione di provvedimenti giudiziari.

È giusto credere che i Governi che si sono succeduti abbiano favorito direttamente quanto descritto ed un esempio è il Piano Casa Berlusconi in cui lo stato ha introdotto elementi del mercato privato all’interno di un piano di Edilizia Pubblica, nonostante la legge di rifermento (431/1998) lo vieti espressamente. Gli interventi successivi sono stati più che altro di reazione alla risposta popolare al problema abitativo (occupazioni), organizzate o spontanee, con tentativi falliti di mettere un freno al fenomeno (articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi, vari Decreti Sicurezza) intervenendo sugli effetti e non sulle cause, anzi spesso rafforzando le cause attraverso ulteriore dismissione del Patrimonio Pubblico.

Narrazione mainstream

Oggi la situazione è in rapido deterioramento. Il mercato è ancor più respingente (rispetto agli anni precedenti alla pandemia da Covid-19) ed essendo orientato unicamente al profitto indirizza gran parte della sua offerta agli affitti brevi derivanti da turismo, con grave carenza di alloggi per le famiglie o i singoli. Questi soggetti devono fronteggiare un mercato che propone prezzi assolutamente fuori scala rispetto ai salari medi percepiti, pretendendo garanzie che non tutti posseggono.

Le città presto dovranno fare i conti con lavoratori impegnati nei settori chiave della sua economia, impossibilitati però ad abitarvi. Inoltre il racconto mediatico mainstream della questione abitativa è letteralmente capovolto e ciò crea un ostacolo alla formazione di una coscienza generale della situazione (percezione del problema Vs narrazione del problema), disinnescando i meccanismi di solidarietà e protesta.

Fiscalità ingiusta

Per intendere quanto il racconto mediatico riesca a mandare in tilt il sistema, al netto delle trasmissioni spazzatura che affollano i palinsesti e che spesso attaccano frontalmente i soggetti conflittuali (movimenti, sindacato etc.), spiegare alcuni elementi della fiscalità è utile a svelare molti inganni, spesso perpetrati da soggetti che si presentano come “buoni”. In Italia il canale che doveva dar vita a canoni “controllati” è il cosiddetto “concordato”.

In sintesi nei territori (comuni) le parti (sindacati inquilini e proprietari) dovevano dar vita ad accordi per la definizione di contratti alternativi al libero mercato, il cui canone è calcolato sul valore “oggettivo” dell’immobile e la sua ubicazione. Ovviamente non è previsto nessun obbligo di adozione per i proprietari, ma un incentivo sotto forma di doppio vantaggio fiscale: per chi ottiene l’attestazione di conformità da parte di una delle organizzazioni sindacali firmatarie dell’accordo, la tassazione sarà “secca” (riguarderà i canoni percepiti e non il reddito complessivo) ed in misura ridotta (10%), in più godrà di uno sconto sull’Imu del 25%.

Peccato che non vi sia nessuna garanzia che i canoni così calcolati siano inferiori a quelli del mercato, anzi quasi sempre è di pari entità se non maggiore. I sindacati tutti (eccetto Asia) firmano regolarmente gli accordi in tutti i comuni dove questi esistono, nonostante non siano vantaggiosi per la parte che dovrebbero tutelare (gli inquilini), facendosi poi pagare sia il “servizio” dell’attestazione che il tesseramento, tradendo su tutta la linea la propria funzione essenziale di tutela dell’inquilinato.

A fronte di un trattamento fiscale di incredibile vantaggio rispetto ai redditi lavorativi, le organizzazioni proprietarie propongono misure di maggiore abbattimento fiscale, fino a chiedere la totale abolizione dell’Imu, per tutti, in modo indiscriminato. Una proposta che dovrebbe fare gridare allo scandalo anche chi di casa ne ha solo una, quella in cui abita, e che invece raccoglie consenso anche da parte di chi una casa non ce l’ha affatto e si strozza per pagare un affitto. Il nostro, ancor prima di un paese di proprietari, è un paese dalla forte mentalità proprietaria, definibile quasi in caratteri ideologici.

Lo strapotere proprietario

Il rapporto locativo è per legge un rapporto alla pari tra due soggetti non alla pari. Uno dispone di un bene da mettere su un mercato sotto-regolamentato e con tassazione di favore, l’altro ha un bisogno primario da soddisfare (abitare). Nella nostra attività di sportello ci capita di assistere ad ogni tipo di ingiustizia derivante da questo sbilanciamento. Affittuari in nero minacciati per fargli lasciare l’alloggio, studenti letteralmente spellati e costretti a pagare mediazioni immobiliari inesistenti, cauzioni che non vengono restituite, contratti modificati rispetto alla loro forma legale, contratti non registrati, addebiti per lavori non di competenza dei conduttori, sfratti a sorpresa, alloggi malsani o addirittura inabitabili ed affittati a famiglie che non sanno dove altro andare e chi più ne ha più ne metta.

In nessuna di queste condizioni l’affittuario riesce, di fatto, a far valere le proprie ragioni. Spesso le denunce non vengono nemmeno raccolte dalle autorità, indebolendo qualsiasi ipotesi di causa civile per ottenere dei risarcimenti. Chiunque abbia vissuto in affitto si è trovato almeno una volta nella condizione di dover scegliere fra il tentativo di far valere i propri diritti e la tranquillità abitativa.

Di riflesso qualsiasi ragione della proprietà è mediamente accettata e qualsiasi pretesa è percepita come legittima. La classe politica (o meglio le classi politiche) di questo paese hanno affidato il destino di milioni di persone al buon cuore di questa classe orientata principalmente al profitto da rendita.

Un cambio di prospettiva

Le prospettive conflittuali si fanno sempre più cupe e incerte. Il lavorio governativo per escogitare nuove norme repressive e liberticide è continuo, mentre nessun soggetto politico di governo o opposizione sembra in grado di esprimere proposte non influenzate da qualche particolare lobby o pregiudizio. In questo deserto Asia-Usb, oltre alla consueta e continua richiesta di finanziamento di piani di edilizia pubblica (nuova Gescal), propone un testo normativo che possa sostituire l’attuale norma sui canoni e che ruota attorno ai concetti fin qui descritti.

Un’incidenza massima del canone sul reddito netto delle famiglie, una flessibilità del canone rispetto alle eventuali flessioni reddituali stesse, tipiche dell’odierna configurazione dei rapporti di lavoro, una programmazione della transizione dal mercato privato all’edilizia pubblica per le famiglie in sofferenza, una fiscalità equa ed un recupero di risorse dall’evasione da destinare al finanziamento stesso degli interventi puramente pubblici. Una battaglia di civiltà, ma anche culturale, in grado di capovolgere la narrazione dominante e migliorare le condizioni materiali di milioni di famiglie.

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26/10/2024

Dipendenti dello Stato ma senza soldi e senza case. Il 31 ottobre è sciopero del pubblico impiego

Tra le tante storture che la contrattazione per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici sta facendo emergere, sicuramente quella salariale è la più evidente e anche la più dirompente, essendo un dato incontrovertibile, dal momento che a fronte di un’inflazione che nel triennio di riferimento 2022-2024 sta al 17,7%, il governo ha stanziato risorse per aumenti del 6%, nella migliore ipotesi e non per tutti, il che si traduce in una perdita molto rilevante del potere d’acquisto degli stipendi pubblici.

Uno dei tanti riscontri oggettivi che certificano l’esistenza di una “questione salariale” dei lavoratori pubblici sta nell’elevatissimo numero di rinunce al “posto fisso” da parte di moltissimi neoassunti che hanno verificato di non potersi permettere un alloggio nella città di assegnazione con lo stipendio percepito. Un fenomeno che non è marginale e che in alcune città, soprattutto nel Centro-Nord Italia, ha prodotto rinunce superiori al 30% tra i vincitori di concorso.

Da sempre attenti alle questioni abitative, stiamo monitorando questa situazione, anche attraverso un’indagine online e i dati raccontano di una realtà spesso drammatica, dal momento che in città come Milano, Firenze, Bologna, più della metà dello stipendio viene assorbito dal costo dell’alloggio, con variazioni che vanno dal 35/40% per una singola camera al 60% per un appartamento di piccole dimensioni; a tutto ciò vanno aggiunti i costi delle utenze.

Si crea una situazione paradossale per la quale chi lavora per lo Stato non può permettersi un alloggio nel territorio di quello stesso Stato per cui lavora: quando si verifica una situazione di questo tipo è un segnale evidente che esiste un problema serissimo che mette in discussione la funzione stessa dello Stato.

La nostra scelta di abbandonare il tavolo delle trattative, soprattutto per la mancanza di risorse economiche adeguate (sennò a che serve contrattare?) e di indire uno sciopero generale del pubblico impiego per il 31 ottobre è una risposta chiara e determinata ad una situazione che diventa sempre più drammatica e che solo negli ultimi quindici anni, a partire dal blocco delle retribuzioni voluto da Brunetta e durato sette anni, ha prodotto una perdita di potere d’acquisto dei salari pubblici non più recuperabile e che veleggia verso il 30%, ovvero un terzo dello stipendio.

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20/10/2024

La povertà assoluta segue faglie di classe

L’Istat ha pubblicato i dati riguardo la povertà assoluta, che seguono di pochi giorni quelli sulla spesa per i consumi delle famiglie. Nonostante le pompose dichiarazioni del governo, i fatti hanno la testa dura e l’istituto di statistica rileva che la povertà assoluta in Italia persiste e non diminuisce affatto.

Nel 2022 i nuclei familiari in questa condizione erano l’8,3%, nel 2023 la percentuale raggiunge l’8,4%, anche se – quanto a singoli individui – si parla sempre del 9,7% del totale, ovvero 5,7 milioni di persone. Stiamo dunque parlando del fatto che una persona su dieci residente nel Bel Paese è in povertà assoluta.

La spesa media mensile per consumi delle famiglie è stata pari a 2.738 euro nel 2023, in aumento del 4,3% rispetto all’anno precedente. Ma in termini reali essa si è ridotta dell’1,5% a causa dell’inflazione (+5,9% la variazione su base annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo).

In sostanza, si spende di più e si acquista di meno. I dati indicati come “incoraggianti” dal governo riguardo all’occupazione in crescita mostrano dunque come l’occupazione creata sia precaria e sottopagata, mentre i salari non sono riusciti a stare al passo con l’aumento dei prezzi, cronicizzando ulteriormente la povertà.

I bonus sociali e per l’energia sono stati nettamente ridimensionati nel 2023, eppure senza di essi l’Istat stima che l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie sarebbe stata di quattro decimi di punto più alta. In rapporto alla popolazione, è ovviamente il Mezzogiorno a registrare la percentuale più alta: il 10,2% di tutte le famiglie.

Da sottolineare è il modo in cui la povertà assoluta colpisce determinate categorie. Sono 1,29 milioni i minori in questa condizione, il dato più alto dal 2014; mentre il 31,4% delle famiglie in povertà assoluta ha almeno un componente straniero, anche se questa categoria rappresenta solamente l’8,7% di tutte le famiglie residenti.

Il 46,5% delle famiglie povere vive in una casa in affitto, nonostante siano solo il 18,1% di tutte quelle residenti in Italia. Ciò non fa che confermare il peso della casa sulle condizioni di vita delle persone, e dunque anche l’inadeguatezza delle politiche abitative. Al contrario, con il ddl 1660 si vuole ulteriormente criminalizzare il movimento per il diritto all’abitare, e quindi aggravare la povertà assoluta.

Infine, un elemento fondamentale per l’analisi di come viene distribuita la ricchezza nel nostro paese è che, quando la persona di riferimento del nucleo familiare è un lavoratore dipendente, l’incidenza tocca il 9% rispetto all’8,4% della media nazionale. Quando è un operaio raggiunge il 16,5%, in netto aumento rispetto al 14,7% del 2022.

La classe operaia, che più volte abbiamo sentito dichiarata scomparsa nelle economie avanzate occidentali, esiste ancora, anche se molto diversa rispetto a quella delle fabbriche degli anni Settanta. E ancora oggi è quella su cui più di tutte vengono scaricati i costi della crisi. È qui il nucleo forte dei “lavoratori poveri”.

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21/06/2024

Italia - Affitti sempre più cari, salari mangiati dall’inflazione

L’incrocio dei dati tra il ministero delle Finanze e l’Osservatorio del Mercato Immobiliare, rivela che avere un tetto sopra la testa diventa sempre più caro. Ovviamente, è soprattutto nei capoluoghi che pagare un affitto va a mangiare quasi tra oltre un terzo e poco meno la metà della retribuzione.

Tra il 2018 e il 2023 la fetta dei redditi dei lavoratori dipendenti che in media è stata destinata al canone d’affitto è passata, nei capoluoghi di provincia, dal 31,6% al 35,2%. Supera il 40% in sei città, con il picco fiorentino del 46,5%.

Queste percentuali sono state calcolate sui nuovi contratti a canone libero. In generale, dal 2018 il loro peso sulle buste paga dei residenti è cresciuto mediamente del 3,6% ogni anno.

Ma sono aumentati anche i prezzi del canone concordato. Sempre dal 2018 al 2023, gli affitti di questo tipo sono passati ad assorbire dal 27,5% al 29% dei redditi, con 15 capoluoghi che registrano picchi oltre il 30%.

Solo gli inquilini che hanno stipulato contratti con i locatori che prevedono la cedolare secca sono stati tutelati. Infatti, la scelta per una tassa fissa non permette l’adeguamento dei canoni all’inflazione, concedendo agli affittuari di essere più garantiti, almeno su questo lato.

Ma se parliamo di inflazione, è bene notare che ancora una volta è stata la speculazione a farla da padrona. Attraverso il Fisco, è stato osservato che, se nel 2018 il canone medio mensile nei capoluoghi era di 615 euro, l’anno scorso è arrivato a 731 euro.

Se l’incremento fosse andato di pari passo con l’inflazione rilevata dall’Istat, l’importo si sarebbe dovuto fermare a 715 euro. Ci sono dunque in media circa 190 euro di aumenti che non sono giustificati, se non dalla volontà di avere rendite più corpose.

Le detrazioni per gli inquilini a basso reddito (usate da oltre 1,2 milioni di lavoratori dipendenti con un reddito al di sotto di 31 mila euro), negli ultimi dati disponibili, ammontano in media a 171 euro. In sostanza, meno di quel che i locatori hanno chiesto in più, oltre all’adeguamento all’inflazione.

Sugli incrementi arrivati oltre l’aumento dei prezzi sembra abbiano pesato soprattutto la ripresa del turismo, e dunque l’opportunità di affitti brevi, e il ritorno degli studenti fuorisede. In sostanza, una conferma del fatto che, alla fine del Covid, la speculazione ha avuto un ruolo centrale nel sospingere i canoni.

Dall’altra parte, invece, i redditi da lavoro dipendente dichiarati nel 2023 sono aumentati nominalmente del 6,5% rispetto al 2018. Questo incremento non è stato sufficiente nemmeno a riassorbire l’inflazione, senza contare che ci sono luoghi, quali Perugia e Terni, dove i redditi dei lavoratori sono addirittura in calo.

Persino il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha affermato che “non si può pensare che un affitto superi il 25-30% dello stipendio che prendono i giovani”. Egli ha dunque proposto un nuovo Piano Casa per alloggi a prezzi sostenibili.

Siamo assolutamente d’accordo sulla necessità del rilancio dell’edilizia popolare, e probabilmente non alle condizioni di profitto e parassitismo sulle casse pubbliche che immagina Confindustria. Ma non possiamo non ricordare come si dovrebbe agire anche dal lato dei salari.

Questi sono diminuiti a livello reale negli ultimi 30 anni. È giunto il momento che padroni, padroncini e prenditori italiani paghino il lavoro quel che merita, invece di continuare a sfruttare i giovani, e anche i meno giovani.

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22/09/2023

Riprendono “le proteste delle tende”

Nuovo anno, vecchi problemi e gli studenti sono tornati in mobilitazione dentro e fuori le università italiane per protestare contro il caroaffitti. L’impossibilità per la maggior parte degli studenti di trovare una stanza – una casa non se ne parla proprio – o, per chi ce l’ha, di continuare a sostenerne le spese è cosa nota. E il problema, nella totale assenza, di governo in governo, di interventi strutturali da parte delle istituzioni, si ripresenta amplificato ad ogni ripresa dell’anno accademico.

Un tema, quello della casa, che è “solo” uno dei lati di una condizione di immiserimento crescente e sempre più generalizzata che pesa come un macigno sulle classi popolari e, va da sé, su larga parte degli studenti di questo paese.

Niente di nuovo quindi, ma con l’attuale contesto di crisi – tra economia di guerra, inflazione, carovita, attacchi ai salari e al reddito – le contraddizioni si accumulano e da qualche parte rischiano di esplodere.

Un segnale incoraggiante in questo senso era già arrivato la scorsa primavera proprio dagli studenti e sul tema diritto all’abitare con le tendate di protesta diffusesi a macchia d’olio in tutto il paese, giornate di mobilitazione nazionale e iniziative sotto al MUR, catalizzando per settimane l’attenzione dei media e, soprattutto, imponendo il tema nel dibattito politico e alle istituzioni fino alla ministra Bernini e alle stanze di governo. Tanto da costringerlo – mentre intanto si disinnescavano i maldestri tentativi di strumentalizzazione da parte delle opposizioni con la Schlein e Landini duramente contestati alle tendate universitarie di Roma e Milano – a ricevere gli studenti e a metterci la faccia pubblicamente per farsi carico della questione.

Promesse fumose e inconsistenti, come denunciato fin da subito dagli studenti: nessun piano di investimento pubblico sugli studentati e di regolamentazione del mercato degli affitti è stato messo in campo. Senza contare che, a fronte di tanti proclama, i fantomatici 660 milioni del PNRR sono stati sbloccati, pare, soltanto due giorni fa con il via libera dalla Commissione Europea alla quarta rata del PNRR, tra errori tecnici di una classe politica incapace, oltre che in malafede, e giochini delle tre carte per bluffare sugli obiettivi a cui erano vincolati i fondi e soprattutto sugli effettivi nuovi posti letto realizzati, rivendicandone la realizzazione di 7500 di cui solo la metà però davvero aggiuntivi.

Sbloccati ora i fondi e finanziati ulteriori 300 milioni – ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo – qualcosa finalmente si è mosso? Tutt’altro, ci troviamo, anzi, di fronte l’ennesimo regalo ai privati, com’è di prassi per l’intera impalcatura del PNRR.

Le risorse vengono infatti dirottate tutte verso il profitto privato: o direttamente nelle tasche dei grandi fondi immobiliari, sì per calmierare – e “a tempo determinato” – porzioni di mercato degli affitti, ma a spese quindi della collettività, oppure con l’apertura alla compartecipazione privata sui bandi pubblici per la costruzione degli studentati, con l’obiettivo di 52.500 posti letto in balia di nuovo del libero mercato, se non direttamente in studentati di lusso.

Come e peggio di prima, insomma, implementando le stesse identiche logiche che hanno portato alla situazione attuale.

Che (anche) questo governo non fosse un interlocutore credibile, ma garante degli interessi privati, era in ogni caso già chiaro agli studenti che con la ripresa dell’anno accademico hanno ridato vita con forza e determinazione alle proteste, piantando nuovamente le loro tende in tante università italiane.

E costruendo importanti momenti di mobilitazione con la giornata di agitazione nazionale promossa da Cambiare Rotta il 14 settembre e poi con la due giorni milanese il successivo fine settimana organizzata da “Tende in piazza”, animata da diverse realtà, e culminata con l’occupazione dell’ex cinema Splendor di viale Gran Sasso a Milano – occupazione subito sgomberata tra camionette e denunce, con la mobilitazione che ha rilanciato accampandosi davanti al Comune e guardando già a nuovi appuntamenti di mobilitazione nelle prossime settimane.

Mentre tutt’ora proseguono nelle università le tendate, tra momenti di agitazione e l’organizzazione di liste per la casa, emergono dalle mobilitazioni anche rivendicazioni radicali e di netta rottura con le politiche fin qui attuate: l’esclusione dei privati dai bandi pubblici per la costruzione degli studentati, la reintroduzione dell’equo canone per calmierare i prezzi e l’abolizione della 431\98 che ha liberalizzato il mercato degli affitti.

E qui casca l’asino, oltre che rispetto al governo, sulle operazioni che sta provando a mettere in campo il “centro-sinistra” cercando di cogliere gli spazi, verso il passaggio delle europee del prossimo anno, che potrebbero lasciargli le politiche portate avanti dalla Meloni, pugno duro sul piano repressivo compreso.

Perché se non bastasse a ridurre a zero la credibilità di Partito Democratico, e stampelle varie, il fatto che siano stati proprio loro, nelle precedenti vesti, a varare con il governo D’Alema la 431\98 – ma pensiamo in generale tutte le politiche antipopolari di questi anni – anche le opposizioni tutto vanno millantando tranne che mettere in discussione, ovviamente, i dogmi del libero mercato e del profitto privato.

Dato questo perimetro blindato di compatibilità, sentiamo poi rimbalzare proposte farsa di ogni tipo che hanno toccato l’apice con quella di Maran, assessore alla “Casa e piano quartieri” della giunta Sala, di “risolvere” il problema mettendo a disposizione degli studenti le case popolari.

Una proposta che, mentre ammicca ipocritamente agli studenti, denota il classismo e il disprezzo di questi soggetti verso le fasce popolari di questo paese che proprio i comuni a guida PD sbattono in strada un giorno sì e l’altro pure, come hanno ricordato gli studenti di Cambiare Rotta proprio in faccia a Maran e ai suoi omologhi di Bologna e Torino Clancy e Mazzoleni durante l’incontro “Cooperare per abitare. Tre conversazioni” di pochi giorni fa a Cinisello Balsamo (Mi).

All’attuale livello di contraddizioni e malessere sociale, però, i margini di manovra per questi ben noti tentativi di strumentalizzazione risultano decisamente ridotti rispetto al passato. E loro per primi, come d’altronde il governo, sanno di giocare col fuoco perché quello della casa è un tema che rischia sempre più di esplodere e generalizzarsi anche fuori dallo specifico studentesco.

Anche in questo senso dagli studenti sono arrivati e continuano ad arrivare segnali interessanti di saldatura con i movimenti e le organizzazioni sociali e sindacali per la casa, per unire gli interessi di giovani studenti e classi popolari.

Pensiamo solo ai contenuti e alle indicazioni emerse dalla recente tre giorni romana del Movimento per il Diritto all’Abitare – che ha già rilanciato su nuove giornate di mobilitazione il prossimo mese – o alla tendata fuori dal Comune di Milano, lo scorso giugno, del sindacato ASIA USB a difesa di una famiglia sotto sfratto insieme ai giovani di Cambiare Rotta, mentre Sala e i suoi passarellisti di professione – tra questi manco a dirlo sempre Maran – cercavano senza successo di accreditarsi davanti agli studenti accampati nelle università.

Assistiamo quindi a segnali di fermento e mobilitazione interessanti e per certi versi inediti, se paragonati al contesto di passività sociale degli ultimi anni, che proprio nella saldatura delle lotte tra studenti e classi popolari potrebbero trovare la chiave per indicare una prospettiva concreta di generalizzazione del conflitto e rottura della compatibilità.

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14/07/2023

Italia - Famiglie strozzate dall’aumento dei mutui e dagli affitti brevi

Un rapporto di Nomisma, evidenzia come sulla questione abitativa le famiglie si sono trovate ad essere improvvisamente più fragili, con minore potere d’acquisto e propensione al risparmio crollata su valori nuovamente esigui.

Una bella botta l’ha data il continuo rialzo dei tassi d’interesse che preclude a molti la possibilità di accedere ai mutui e per più di 1 milione di famiglie ha determinato la crescita esponenziale delle rate dei finanziamenti a tasso variabile.

La conseguenza dell’accresciuta rischiosità associata dalle banche agli impieghi immobiliari – precisa Nomisma – ha portato ad un calo delle erogazioni (-20% di mutui nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022) con inevitabili ricadute. Ma anche a tassi sui mutui che sono di 92 punti base più alti della media UE.

L’indice di performance relativo al mercato degli affitti, rileva che le abitazioni locate nel 2022 ammontano a poco meno del 6% dello stock disponibile. Nello specifico, gli affitti con contratti di medio-lungo periodo fanno segnare una flessione, con un calo superiore al 4% per i contratti ordinari e una riduzione dell’1,5% per quelli di tipo agevolato.

Al contrario i cosiddetti affitti brevi (case vacanza, B&B etc.) hanno visto aumentare dello 0,6% gli immobili locati a canone libero. Considerando i valori locativi, la maggiore pressione della domanda ha determinato nel primo semestre dell’anno una crescita del +1,7%.

Secondo Nomisma, con l’aggiunta della componente degli aspiranti proprietari, che temporaneamente si trovano esclusi dalla possibilità di acquisto di un immobile, il comparto della locazione in affitto nel futuro rivelerà tutta la sua inadeguatezza.

La domanda composta da famiglie, lavoratori, studenti e turisti compete, infatti, per un’offerta privata troppo esigua e sempre più orientata a privilegiare soluzioni più remunerative, quali gli affitti brevi.

Secondo l’Osservatorio, queste abitazioni potrebbero coprire almeno in parte il fabbisogno abitativo in locazione, ma al momento continuano a manifestare un interesse decisamente tiepido verso il settore residenziale preferendovi quello degli affitti brevi a turisti, stranieri etc.

Per saperne di più: Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto alla casa

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18/05/2023

La classe dirigente del sindaco Brugnaro

Il sindaco di Venezia ha espresso una strana concezione di “merito” in un’intervista riguardo il problema del caro-affitti sollevato dalle mobilitazioni studentesche di questi giorni. A suo avviso, se paghi 700 euro una stanza non dovrebbero darti una laurea, perché la futura classe dirigente non può “farsi fregare così”.

Sottolineiamo subito una cosa: per essere classe dirigente si dovrebbero innanzitutto conoscere i principi fondamentali su cui si fonda il paese in cui si ha un ruolo di governo. Le parole di Brugnaro esprimono un evidente disprezzo per i principi fondamentali della Costituzione.

La Repubblica, secondo la Carta, deve infatti “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana“. Evidentemente il libero mercato dei fitti produce uno di questi ostacoli, e chi vi opera in senso speculatorio non ha problemi a “fregare la gente”. Gioca su un bisogno oggettivo, che “il pubblico” ha smesso di affrontare per scelta dei governi.

Ci sono poi diverse sentenze della Corte Costituzionale che hanno sostanziato il fatto che esista un “dovere collettivo di impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione“. E poiché solo motivi di sanità e di sicurezza possono porre dei limiti alla libertà di movimento, di certo questo dovere vale anche per gli studenti fuorisede.

Infine, c’è il diritto allo studio, che dovrebbe garantire ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi“. È evidente che in una regione in cui fino a un paio di mesi fa gli ‘idonei non beneficiari di borsa di studio’ erano intorno ai 2 mila, questo diritto è già di per sé leso.

Brugnaro continua a farsi gioco dei diritti costituzionali quando dice che è una risposta “fighetta” la promessa di studentati, e la risposta immediata è andare a lavorare durante gli studi, come lui stesso ha fatto. A quanto pare questa classe dirigente non è capace di risolvere i problemi per cui è chiamata a governare; l’unica indicazione che riesce a dare è di “arrangiarsi” a livello individuale.

Evidentemente Brugnaro non conosce nemmeno i dati Almalaurea, che nel decennio successivo alla crisi del 2007-8 ha registrato una flessione degli studenti con esperienze lavorative (che rimanevano tuttavia il 65%), dovuta però anche al ridursi della popolazione universitaria. Il sottinteso è che più persone di quelle che “si potevano permettere l’università” hanno semplicemente rinunciato ad andarci.

In tanti di coloro che invece hanno completato la formazione sono comunque dovuti emigrare per cercare un’opportunità di vita dignitosa: secondo uno studio della London School of Economics un terzo degli italiani all’estero rientra nella categoria dei lavoratori qualificati. In termini economici, dal 2015 a oggi è come se avessimo perso 14 miliardi di investimento ogni anno. Non molto lontano da una finanziaria, ma senza neanche contare le perdite future dovute a “mancanza di personale qualificato”.

La classe dirigente di questo paese, di cui Brugnaro è parte, dovrebbe farsi un esame di coscienza rispetto alla propria capacità di dare sviluppo al paese, invece di fare il passacarte dei diktat di Bruxelles e Washington. Del resto, però, il sindaco di Venezia rappresenta l’esempio tipico del governante nostrano.

Andando oltre la critica in punta di diritto e di statistiche, ricordiamo chi è Brugnaro. Un imprenditore, tra i dirigenti di Confindustria fino all’inizio della sua esperienza politica, che ha colto al volo l’occasione del pacchetto Treu per costruire la sua fortuna su quella che oggi è la quinta più grande agenzia interinale d’Italia.

La classe dirigente di questo paese è quella che viene dallo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dallo sfruttamento parassitario di sussidi e pezzi di industria pubblica privatizzati. Una classe dirigente concentrata sull’arricchimento individuale e che è, appunto, incapace di immaginare un modello di sviluppo che risponda agli interessi della maggioranza della popolazione.

Chi invece si organizza e produce una visione alternativa per l’Italia è davvero il seme della futura classe dirigente che può riscattare il paese. Se, come diceva Gramsci, dopo che i fascisti lo avranno mandato in rovina, spetterà ai comunisti ricostruire il paese, anche a Venezia ne hanno avuto un piccolo assaggio in scala.

La conferenza stampa organizzata dell’organizzazione giovanile comunista Cambiare Rotta – in occasione della mobilitazione nazionale del 16 maggio davanti la sede della Regione Veneto – ha ottenuto un tavolo di confronto con l’amministrazione. La nostra futura classe dirigente si forma nel conflitto per ottenere conquiste sociali, nella generalizzazione delle lotte e nella rappresentanza politica degli interessi che quelle battaglie esprimono.

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14/05/2023

Milano - Studenti contestano Landini: “Basta passerelle, è tempo di lottare”

Sono decisamente tempi di redde rationem. Ieri a Milano il segretario della CGIL, Maurizio Landini è stato contestato dagli studenti di “Cambiare rotta” all’università Statale, dove era andato a visitare gli studenti della rete Udu (Unione Degli Universitari) da giorni accampati in tenda per protestare contro il caro affitti.

“Non accettiamo passerelle dei responsabili della miseria in cui siamo costretti a vivere” – affermano gli studenti di Cambiare Rotta – “I diritti ce li conquistiamo da soli, organizzandoci assieme alle organizzazioni di classe e conflittuali di questo paese: verso la mobilitazione nazionale sotto le Regioni del 16 maggio e lo sciopero generale del 26 maggio”.

“Io sono pronto a discutere”, ha affermato Landini. “Siamo i primi a dire che c’è un problema di rottura” tra il sindacato e i giovani, “precari e senza diritti”. “Hanno ragione a essere incavolati, forse qui dovevo venire prima”.

L’accusa mossa dagli studenti è quella di un’azione inefficace da parte della CGIL, sin dai tempi del Jobs Act di Renzi, o di contraddizioni come gli sponsor scelti per il Concertone del Primo Maggio: “Ci avete traditi, siete qui solo per fare le vostre passerelle”.

“La nostra lotta non si arresta, e lanciamo una giornata di mobilitazione nazionale il 16 Maggio, sotto le Regioni, contro il caroaffitti e il carostudi. In quanto giovani, studenti, precari, delle periferie e fuorisede rilanciamo anche lo sciopero generale del 26 maggio indetto dal sindacato USB per l’aumento dei salari, per garantire il salario minimo, per rilanciare la richiesta di un Reddito Studentesco e per denunciare ancora una volta il carovita e il caro-affitti, direttamente collegate all’economia di guerra portata avanti dal governo Meloni, di cui paghiamo le conseguenze noi studenti, giovani e precari e tutti i lavoratori precari e sfruttati”.

Tre giorni era toccato alla segretaria del PD Elly Schlein ad essere contestata dagli studenti accampati nelle tende all’università La Sapienza di Roma.

Questa volta la consueta catarsi che ripulisce tutte le responsabilità del passato quando si insediano governi di destra alla guida del paese non sembra più funzionare. Ci sono dei conti da fare, e vanno fatti.

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03/05/2020

Studenti, giovani e precari: da abbandonati a protagonisti. la lotta continua!


Il 29 e il 30 aprile siamo usciti di casa, sempre nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria, e abbiamo riempito le strade delle nostre voci lasciando cartelli e striscioni sui muri delle nostre città: dalla Lombardia alla Sicilia in tantissimi hanno risposto alla chiamata, una mobilitazione culminata con una rumorosa conferenza stampa sotto a Palazzo Chigi.

La pazienza è finita, vogliamo misure immediate per il blocco di affitti e utenze, garanzie e tutele per il diritto allo studio e reddito per tutti e tutte. Dopo due mesi di lockdown dal Governo ancora solo dichiarazioni, quando va bene, oppure direttamente il silenzio. Il premier Conte proprio durante la nostra mobilitazione ha speso mille parole in Parlamento per nascondere i ritardi e la mancanza di soluzioni vere da mettere in campo da parte del suo esecutivo e nessuna parola su noi giovani e studenti, spina dorsale e futuro di questo Paese.

Governo, opposizione, grandi sindacati confederali e le loro propaggini studentesche non rappresentano le nostre necessità di fronte ad una crisi sociale ed economica che avanza.

Vogliamo un’inversione di rotta radicale sulle priorità politiche in questo paese, dalla questione abitativa fino all’effettiva e omogenea garanzia del diritto allo studio.

L’abolizione delle tasse universitarie, l’erogazione immediata delle borse di studio, la retribuzione completa di tutti i contratti di collaborazione e dei tirocini curriculari, un semestre in più per evitare troppi fuori corso, agevolazioni per la didattica a distanza, l’eliminazione dei test di ingresso, la difesa dei lavoratori della ricerca e il blocco immediato di affitti e utenze con un investimento straordinario nell’edilizia pubblica, compresi gli studentati.

Con la lotta abbiamo già strappato i primi risultati sul tema degli affitti, molti media locali e nazionali stanno iniziato a dare spazio alle nostre rivendicazioni e l’interesse e la voglia di partecipazione di tanti giovani, studenti e precari in tutto il paese sono la conferma che la strada intrapresa è quella giusta.

Il dramma del Coronavirus sta spazzando via tutte le falsità con le quali siamo cresciuti, ci hanno sempre descritti come la generazione “smart”, “erasmus”, “imprenditrice di se stessa”, ma adesso è evidente che siamo sempre stati una generazione di lavoratori poveri, senza diritti e senza futuro, da sfruttare dove e quando serviva e poi abbandonare.

Ma adesso basta, vogliamo essere protagonisti, qui e ora. La nostra lotta continua: il 5 maggio sarà di nuovo mobilitazione nazionale, con presìdi in tutto il paese.

Diamo inizio alla #NostraFase2!

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06/07/2019

Turismo/Dannazione. Airbnb “porta ricchezza” a chi? Il caso di Firenze

E’ uscita una ricerca promossa dalla piattaforma stessa sulla ricchezza che Airbnb porta al nostro paese. Secondo questa ricerca, Airbnb, tra introiti accumulati dai proprietari di case e la spesa dei turisti tra bar, ristoranti, attrazioni etc., farebbe fruttare a Firenze circa 445 milioni di euro annui.

Bene, ma a chi va questa ricchezza?

1) agli speculatori. Secondo una ricerca dell’Università di Siena, gli appartamenti messi in affitto sulla piattaforma appartengono per la maggior parte ad una manciata di proprietari, i cosiddetti “host”, che concentrano nelle loro mani centinaia di appartamenti. Ciò vuol dire che quella degli affitti a breve termine è ormai una speculazione vera e propria dei pochi ai danni dei molti;
qui il link alla ricerca: https://tinyurl.com/yy3u57pz

2) ai proprietari delle attività turistiche, ma non di certo ai lavoratori . L’Ispettorato del Lavoro ha calcolato che, nella sola provincia di Firenze, l’evasione contributiva è aumentata del 350% dal 2016. A farla da padrone, guarda caso, il settore del turismo. Vuol dire che la ricchezza accumulata dai proprietari non viene redistribuita ai lavoratori, che sono invece sempre più precari e sottopagati.
qui i dati: https://tinyurl.com/y4bdu3vt

3) alla rendita fondiaria. L’aumento degli affitti a breve termine ha causato una diminuzione dell’offerta per affitti a lungo termine (quelli verso cui si dirigono sia gli studenti, sia i giovani in cerca di autonomia dai genitori). In breve: gli affitti volano alle stelle, trainando anche il valore degli immobili in vendita, e questo favorisce sia gli investitori, sia i grandi proprietari di case (principalmente finanziarie e banche) che grazie all’aumento del turismo fanno affari d’oro.
qui un prospetto sul prezzo delle case: https://tinyurl.com/yyr3dy2a

SE LA RICCHEZZA E’ NELLE MANI DI POCHI, COSA OCCORRE FARE PER REDISTRIBUIRLA?

Nel nostro programma per le amministrative, (che trovate a questo link: https://tinyurl.com/yy6xkaue), abbiamo tratteggiato alcune possibili soluzioni.

1) Una tassazione per host e per zona: non è possibile che la città, e in particolare il centro storico, divengano un parco giochi per speculatori. Pretendiamo che i controlli che regione e comune stanno conducendo siano finalizzati alla riduzione del numero di appartamenti per host, senza per questo punire chi, in possesso di una sola casa, la affitta ai turisti per arrotondare lo stipendio. Per questo a un livello di tassazione minimo (host con un solo appartamento), deve seguire un regime più severo (host con due o tre appartamenti) e soprattutto il divieto di immettere sul mercato più di 3 appartamenti! Bisogna inoltre favorire la distribuzione equa degli appartamenti affittati su piattaforma prevedendo delle fasce di tassazione decrescenti dal centro verso la periferia;

2) più controlli e pene più severe per chi assume a nero! Il comune può stipulare un protocollo di intesa con l’Ispettorato del lavoro e punire, ad esempio togliendo loro il permesso per il suolo pubblico, quei proprietari che assumono a nero ed evadono i contratti nazionali!

3) Più case popolari! Sia il centro sia la periferia sono pieni di contenitori vuoti. Quelli pubblici possono essere rilevati immediatamente dal comune e utilizzati per farne delle case popolari o servizi alla residenza. Quelli appartenenti a grossi proprietari possono essere sottoposti ad una forte tassazione in modo da forzarli a immetterli sul mercato, e in alcuni casi requisiti per farne case popolari. In questo modo si costringerebbe il prezzo degli affitti a seguire una dinamica discendente.

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05/09/2017

La depoliticizzazione dei problemi sociali come strategia di governo/Parte seconda


Dallo sgombero del palazzo di piazza Indipendenza assistiamo increduli al détournement quotidiano della questione abitativa. La novità non sta tanto nel rigurgito proprietario espresso ogni qual volta dalla politica neoliberale, ma dall’assenza di “voci contro” che non provengano dalle stesse vittime del linciaggio. L’ideologia legalitaria, perfettamente introiettata nel mondo della cultura e della società un tempo “progressista”, ha silenziato qualsiasi solidarietà con le vittime materiali del liberismo. Fedele all’uso situazionista, il détournement neoliberale consiste nel ribaltare il significato della questione abitativa: gli occupanti, e più in generale tutti coloro che non riescono a pagare l’affitto, sono posti all’origine del problema abitativo romano. Il paradosso nel quale viviamo non è tanto la consueta – perché sempre esistita – colpevolizzazione del proletario, del senza casa, del povero, non più vittima ma artefice dei problemi sociali che contribuisce a generare. Il paradosso è che tale lettura sia nel frattempo divenuta pensiero comune non solo a destra. Il rancore proprietario ha tracimato in quel “ceto medio riflessivo” che un tempo, neanche troppo tempo fa, menava vanto di “volare alto” rispetto agli istinti reazionari piccolo borghesi. Un tempo, neanche troppo tempo fa, al più si rideva dell’approccio sfacciatamente padronale di un Libero o di un Giornale. Oggi quel punto di vista è il medesimo di ogni media liberale, da Repubblica al Fatto quotidiano, ma anche della cultura più in generale (vedi Gabanelli). Chi avrebbe cavalcato, un tempo, la fake news del “racket delle occupazioni” alla scoperta di un fondo cassa per la manutenzione del palazzo in cui si vive?


Persino un Ezio Mauro qualsiasi avrebbe “volato più alto”, sorridendo di fronte a un “non fatto” agitato maldestramente dalla destra proprietaria. Oggi invece tutto il sistema di governo del paese: media neoliberali, politica da destra a sinistra, polizia e magistratura, indagano, verificano, s’allarmano e s’indignano, chiedono pene esemplari, per un non fatto. Forse nei luminosi appartamenti di questo ceto liberale non si pagano normali quote di gestione per la manutenzione degli spazi comuni? Ma scendere su questo terreno, sul terreno cioè della razionalità o della logicità, sarebbe tempo perso, perché questi stessi esponenti illuminati del sordido rancore proprietario queste cose le sanno bene. Inutile insegnare a ragionare a chi lo sa fare meglio di noi. Certi “non fatti” servono a creare artificialmente un clima favorevole alle decisioni politiche: è questa la razionalità insita nell’agitazione di fake news palesemente gonfiate e veicolate a social unificati.


Non è necessario essere dei rivoluzionari per cogliere i motivi sociali che soggiacciono al problema delle occupazioni a Roma. Anche qui ce ne siamo occupati diverse volte:
«50.000 famiglie (circa 150.000 persone) sono da decenni in condizione di estrema precarietà abitativa, aggravata dal fatto che in città è disponibile un patrimonio di circa 200.000 case sfitte, di cui 120.000 – secondo i dati Cgil-Sunia – pubbliche. Un dato aggravato dall’abolizione dell’equo canone, che ha lasciato il mercato degli affitti in mano alla speculazione privata facendo decollare il prezzo medio degli appartamenti. Oggi a Roma è impossibile trovare abitazioni a meno di 800 euro al mese, ovviamente in periferia. Le zone centrali sono ormai appaltate ai grandi flussi del turismo internazionale che ha imposto l’allontanamento coatto dei pochi romani ancora residenti. Una vasta zona orbitante attorno alla Sapienza è stata di fatto monopolizzata dal mercato delle stanze al prezzo medio di 500 euro per studente. Rimane la sterminata periferia, dove appunto, tenuto conto anche delle utenze, non si abita con meno di 1.000 euro. Visto che 1.000 euro è il livello medio di uno stipendio normale, risulta evidente come la vera, e per certi versi unica, politica sociale di redistribuzione del reddito del Comune è quella di affrontare il problema casa. Da una parte calmierando il mercato introducendo strumenti di controllo degli affitti, impedendo la gestione totalmente in mano ai costruttori come è oggi. Dall’altra ampliando notevolmente il patrimonio di edilizia residenziale pubblica – le case popolari – disponibile. In sostanza, la discontinuità politica a Roma si basa sull’incrocio di quei due numeri – 50.000 famiglie in emergenza abitativa contro le 200.000 case sfitte – e sulla capacità politica di restringere questo gap».
Questa la fotografia reale di un problema più che decennale. Talmente antico e profondo che “agisce da sé”, a prescindere cioè da organizzazioni politiche e sociali. A Roma i palazzi si occupano dai tempi in cui i treni arrivavano in orario. I movimenti di lotta per la casa, semmai, hanno negli anni tentato di dare una direzione politica ad un moto di riappropriazione popolare già presente (certo in forme pre-politiche o addirittura egoistiche), sperimentando modelli e proposte progressive di risoluzione del problema. Tutti i tentativi di individuare nell’“agente esterno”, nel “sobillatore”, nell’“antagonista”, la motivazione alla base delle occupazioni cadono puntualmente nel vuoto (e nel ridicolo). A Roma la “lotta per la casa” c’è a prescindere dai movimenti, e c’è perché persiste un problema sociale di dimensioni epocali che non ha paragone non solo col resto dei paesi occidentali, ma persino rispetto al resto delle città italiane.

[Paolo Maddalena, l’unica voce di una certa rilevanza fuori dal coro liberista proprietario]

Ecco, questo problema sociale è scomparso dai radar del linciaggio trasversale verso gli occupanti. Perché occupano, si chiedono i diligenti cronisti neoliberali? Ma perché è innata la propensione a delinquere del povero, è la risposta sempre meno camuffata che articolano questi portavoce padronali. Solo risolvendo il vulnus di legalità posto dagli occupanti potremo finalmente sanare la questione abitativa cittadina. L’unica “voce contro” tale lettura proprietaria trasversale ai media e alle forze politiche è quella “umanitaria” portata avanti dalla Chiesa e dalle Ong. Una lettura che, specularmente alla reazione padronale, vive dell’assistenzialismo moltiplicato dalla repressione proprietaria. Si dissolvono così i motivi che generano (e genereranno all’infinito, con buona pace di Libero e di Repubblica) la questione abitativa: il mercato degli affitti completamente privatizzato; il ruolo dei palazzinari; la speculazione come modello urbanistico; l’abuso edilizio come reazione proprietaria; le decine di migliaia di case sfitte (gran parte delle quali del Vaticano, dello stesso soggetto cioè che si pone “al fianco dei poveri”); la penuria di case popolari; l’abolizione dell’equo canone e di altri strumenti volti a calmierare il mercato degli affitti; e molti altri eccetera. Difendere gli occupanti non significa difendere l’occupazione degli immobili come *soluzione* del problema. L’occupazione “illegale” è l’ultimo strumento rimasto al senza casa pur di vivere con un tetto sopra la testa. Difendere gli occupanti significa comprendere la natura sociale del problema, lavorando alle soluzioni politiche in grado di risolvere strutturalmente una piaga sociale indegna di un paese civile. Ma queste, che sono ovvietà, appaiono pericolosi esercizi di sovversione. E così continuiamo nel loop liberista per cui ogni problema sociale è generato dalle vittime ed è (non)risolto in chiave securitaria. Il problema rimane intatto, ma nel frattempo si è guadagnato ulteriore tempo utile alla propria sopravvivenza elettorale.

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