Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/09/2026
23/12/2025
Pillole di bancarotta /4
Alessandro Volpi ci parla del doppio standard della BCE, che intima agli Stati europei di non tassare le banche ma lascia i loro debiti pubblici in balia dei grandi fondi internazionali. Ci offre una panoramica su proprietà dei giornali, “pluralismo” e “libertà di stampa”, e sul legame tossico fra fondi pensioni e settore immobiliare.
Infine, ci illustra le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Buona lettura!
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
Infine, ci illustra le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Buona lettura!
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
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La follia della Bce
Due note sull’istituto presieduto da madame Lagarde. La prima è costituita dal richiamo che la Bce ha fatto ai governi degli Stati europei a non tassare le banche perché sarebbe estremamente pericoloso per la stabilità dei paesi.
Si tratta di un’affermazione davvero incredibile alla luce del fatto che solo le banche italiane hanno realizzato profitti in due anni per circa 100 miliardi di euro.
La seconda si riferisce agli interessi sul debito. Al di là dell’esultanza di Meloni e Giorgetti l’Italia paga nel 2025 106 miliardi di interessi sul debito pubblico contro gli 84 miliardi del 2024; una cifra folle dovuta in gran parte alla fine degli acquisti di debito da parte della Bce e dalla sua sostituzione con i grandi fondi internazionali che chiedono interessi più alti. Magari se la Bce svolgesse un ruolo diverso e non lasciasse i paesi nelle mani dei fondi non sarebbe male. Ma è certo che la Bce non è una banca centrale e, dunque, non si muove nell’interesse delle comunità.
A proposito di libertà di stampa, e di egemonia di sinistra
Può essere utile ricordare di chi sono i principali giornali italiani. Partirei dai casi più evidenti di conflitto di interessi e, certamente, espressione di una posizione decisamente filogovernativa. Si tratta dei giornali riconducibili a Gaetano Caltagirone, comprendenti tra gli altri Il Messaggero, il Mattino e il Gazzettino, e ad Antonio Angelucci, a cui appartengono il Giornale, Libero e Il Tempo. Caltagirone e Angellucci, come è noto, hanno un peso decisivo nel sistema bancario, in quello immobiliare e in quello della sanità privata. Angelucci è anche parlamentare della Lega.
Il Secolo XIX è diventato di proprietà dell’armatore Aponte, mentre il gruppo Monti-Riffeser controlla La Nazione, il Resto del Carlino e il Giorno. Il banchiere Enrico Marchi, presidente di Finint, ha acquistato da poco una filiera di giornali del Triveneto e ora punta alla Stampa che Gedi, di proprietà Exor vorrebbe cedere, in maniera separata da Repubblica, il cui compratore sarebbe l’armatore greco Kyriakou.
Il gruppo greco Antenna Group, che sta comprando La Repubblica e le radio GEDI, ha un socio molto ingombrante che dal 2022 è socio del PIF (Public Investment Fund), ovvero il fondo sovrano dell’Arabia Saudita controllato direttamente da Bin Salman.
Si aggiungono il Foglio di proprietà dell’immobiliarista Walter Mainetti, con una quota del banchiere Matteo Apre, Il Riformista e l’Unità dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Non mancano nell’elenco il quotidiano di Confindustria e quello del sempre imprendibile Carlo De Benedetti. Confindustria Verona e Confindustria Vicenza hanno, a loro volta, giornali propri come L’Arena, Il giornale di Vicenza e Brescia oggi.
Naturalmente non deve essere trascurato il quotidiano di proprietà di Maurizio Belpietro, La Verità. Infine è obbligatorio menzionare il più venduto quotidiano italiano, Il Corriere della Sera, di Urbano Cairo. Ora, scoprendo questa breve, ma densa lista, mi sembra molto chiaro che una parte rilevante del giornalismo italiano sia attraversata da evidenti conflitti di interessa e da un chiaro posizionamento compreso fra la destra più dura e i liberi moderati, con una evidente predilezione per il centro destra.
Dove sia lo spauracchio dell’egemonia della sinistra mi risulta difficile da capire; ma gridarla consente al monopolio della narrazione filogovernativa di apparire decisamente meno illiberale.
Risparmio pensionistico e settore immobiliare
È davvero impressionante constatare quanto ormai il risparmio pensionistico sia determinante nel settore immobiliare. In Italia esiste una decina di grandi società di gestione del risparmio che si occupano di immobili: hanno a disposizione buona parte dei 140 miliardi di euro che si indirizzano verso i fondi immobiliari.
Ma c’è un dato nuovo e davvero inquietante. In passato le società di gestione immobiliare si rivolgevano alla clientela retail direttamente, proponendo i propri fondi. Dunque i compratori erano in genere piccoli risparmiatori che decidevano di comprare quei fondi.
Oggi il 95% del “mercato” immobiliare è costituito dalla già citata decina di Società di risparmio gestito che trattano non più con i singoli risparmiatori ma con le grandi Casse di previdenza pensionistica, da quella degli architetti a quella dei medici a quella dei geometri a cui propongono o da cui ricevono proposte di natura immobiliare.
Il processo avviene, spesso, in questo modo: gli iscritti alla Cassa di previdenza versano i loro risparmi e la Cassa si rivolge alla società di gestione del risparmio per collocare quei risparmi collettivi in un fondo destinato a finanziare una grande operazione immobiliare. Naturalmente la Società di gestione in questione sceglierà progetti altamente remunerativi, in genere a Milano e nelle principali città italiane, dove il “mercato” immobiliare subisce, per effetto di ciò, un costante rialzo dei prezzi destinati a remunerare gli iscritti alla Cassa di previdenza.
È altrettanto naturale che la società di gestione costruisca il proprio fondo puntando ad aree da acquisire a prezzi bassi, con pochi oneri di urbanizzazione, con poche regole urbanistiche – o meglio con molte deroghe alle regole, o con particolari invenzioni “semantiche” – e con tempi di realizzazione molto stretti, magari con appalti, subappalti e cantieri non troppo sicuri.
In estrema sintesi l’affermazione di un binomio fra Società di gestione del risparmio, Casse di previdenza complementare e distorsione costante del settore immobiliare costituisce un elemento centrale del nuovo capitalismo finanziario sempre più basato sulle pensioni private.
Un’ultima considerazione. Di chi è questa decina di Società di gestione? Di pochi ricchissimi italiani – Caltagirone, Pignataro, Catella, Nattino – dei grandi gestori Usa – Blackstone, Apollo, Cerberus, e di qualche fondo sovrano arabo.
La confisca delle risorse della Banca centrale russa
La vicenda dell’ipotesi di confisca delle risorse della Banca centrale russa da parte dell’Unione europea è davvero incredibile per varie ragioni che provo a mettere in fila.
1) Il totale degli asset della Banca centrale russa detenuti in Europa risulta molto vicino ai 300 miliardi di euro, dunque i 190 detenuti da Euroclear, domiciliata in Belgio, sono solo una parte di questa cifra, ma la Commissione europea sembra volersi concentrare solo su quelli, forse perché gli altri sono nelle mani di importanti e influenti società finanziarie e bancarie.
Bundesbank e Banque de France gestiscono asset sovrani russi per circa 30 miliardi di euro. Le banche svizzere una decina. Clearsteram, una società di proprietà di Deutsche Borse, con sede in Lussemburgo ne detiene un’altra decina di miliardi. Per non parlare del Regno Unito che, attraverso Bank of England ed altre banche private, controlla circa 30 miliardi di euro in asset russi. Appare evidente alla luce di ciò che la confisca solo di quelli detenuti in Belgio è un modo per evitare la confisca da parte degli altri paesi europei dei propri asset sovrani russi.
2) La confisca a titolo di future riparazioni di guerra che la Russia, sconfitta, dovrà pagare implica che il conflitto debba durare fino alla resa definitiva della Russia perché altrimenti i prestiti emessi con questi asset non sarebbero più coperti.
3) Tale confisca è illegale perché si tratta dell’esproprio di beni conservati da una società privata, Euroclear appunto, ad opera di un soggetto istituzionale come l’Unione europea. Peraltro non sarebbe legittimo neppure l’utilizzo per finalità belliche degli interessi maturati da tali asset durante la loro gestione ad opera di Euroclear e degli altri soggetti europei che li detengono.
4) Come ha rilevato persino la Bce tali asset sono in euro e sono detenuti da società e da istituzioni bancarie dell’Eurozona, che detengono gli asset di molti altri paesi. La loro confisca dunque sarebbe un segnale di inaffidabilità dell’euro e dei paesi dell’Eurozona con conseguenze pesanti per la svalutazione dell’euro e dei titoli emessi in euro costretti, per trovare compratori, a pagare interessi più alti.
5) Euroclear, che ha sede in Belgio, non è però di proprietà belga ma ha come soci circa 100 istituti finanziari fra cui spiccano JP Morgan (quindi BlackRock, Vanguard e State Street), Bnp Paribas e Société Genérale che sono interessati al mantenimento degli asset russi, oltre che per evitare cause, anche perché la loro gestione fornisce utili iscritti nel bilancio di Euroclear.
6) Un’eventuale confisca degli asset russi produrrebbe l’immediata, parallela, confisca degli asset europei in Russia il cui valore complessivo è superiore ai 300 miliardi di euro.
7) È davvero interessante notare che l’operazione di confisca condotta dagli europei non coinvolgerebbe gli Stati Uniti dove la Banca centrale russa non ha praticamente mai depositato i propri asset. Mettere in sequenza questi elementi consente di comprendere l’ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Fonte
25/08/2025
Evergrande cancellata dalla borsa: ascesa e caduta del gigante cinese dell’immobiliare
Ora è ufficiale: 18 mesi dopo la sospensione del titolo, la borsa di Hong Kong ha ufficialmente cancellato dal proprio listino Evergrande, il colosso delle costruzioni cinese la cui crisi nel 2021 diede inizio a un lungo terremoto nell’economia della Repubblica Popolare, mostrò la criticità della sua bolla immobiliare e avviò una delle più ampie operazioni di ingegneria finanziaria della storia recente.
Evergrande è espulsa dalla borsa del Porto Profumato e questo significa che è davvero arrivata la fine per un gruppo che nei fatti aveva terminato la sua corsa già nel gennaio 2024, quando le contrattazioni sul suo titolo erano state sospese, mentre Evergrande collassava sotto il fardello di un debito da 300 miliardi di dollari accumulato per gestire una serie di progetti immobiliari riguardanti quasi 46 milioni di metri quadri di terreno in tutta la Cina.
L’azienda fondata dal magnate Hui Ka Yan a Guangzhou, nella Cina meridionale, nel 1996, è stata protagonista degli anni ruggenti della crescita del Dragone. Come uno dei maggiori gruppi privati cinesi, è diventato un conglomerato di grande peso: da Wuhan a Chongqing, da Xi’an a Tianjin, era l’egemone dell’immobiliare nei centri ad alta crescita dell’economia industriale e della conoscenza.
Divenuta nel 2018 la società immobiliare più capitalizzata al mondo, nota in Occidente principalmente per aver associato il suo nome a quello della squadra di calcio di Guangzhou, guidata dall’ex allenatore della nazionale italiana Marcello Lippi alla conquista della Champions League asiatica nel 2013, Evergrande è andata in crisi sotto il peso del suo debito a settembre 2021. La causa? Una stretta del governo cinese sull’urbanizzazione selvaggia e sulla corsa delle autorità locali a usare il real estate e le costruzioni come leva per raggiungere i target di crescita del Pil attesi.
Nel 2020, infatti, il governo di Xi Jinping fece propria la linea guida del Segretario del Partito Comunista Cinese che, nel quadro della ridefinizione della politica economica nazionale per il post-Covid sottolineò che “la proprietà è fatta per essere abitata, non per essere oggetto di speculazione”, ribaltando un trend trentennale.
La stretta della Cina sulla speculazione immobiliare
Il governo di Pechino obbligò tra il 2020 e il 2021 i gruppi immobiliari a conformarsi alle cosiddette “tre linee rosse” volte a frenare la speculazione immobiliare.
Gli operatori del real estate dovevano contenere al 70% il rapporto tra i debiti contratti e asset detenuti, un indebitamento netto non superiore al capitale di rischio dei soci e una liquidità sufficiente a coprire l’intera somma tra debiti finanziari e debiti verso i fornitori.
Questa stretta, che contrasse di un terzo l’immobiliare cinese nel 2021, fu orientata alla ricerca di una spinta maggiormente qualitativa e meno quantitativa sulla crescita, ma causò lo schianto di Evergrande. Nel settembre 2021 il crollo del titolo in borsa, presto tagliato da 45 a 1 miliardo di dollari di valore, aprì la strada a una crisi di liquidità della borsa cinese e al declino del colosso privato più noto in Cina.
Il resto è la storia di un declino: nel 2022 Evergrande dichiarò debiti pari a 340 miliardi di dollari, quasi cinque volte il fatturato, e il 17 agosto 2023 Evergrande ha presentato istanza di fallimento negli Usa dopo che diversi processi di ristrutturazione del debito promossi a Hong Kong erano risultate inefficaci. Il fatto che il 90% degli asset fosse stanziato in Cina rendeva difficile un pignoramento volto a ripagare le passività accumulate negli anni, e inoltre il governo di Pechino intendeva regolare i conti col settore immobiliare. Evergrande fu accusata di aver manipolato i dati finanziari e i ricavi, la Cina procedette alla “demolizione controllata” del gruppo per evitare uno schianto del settore immobiliare.
La “demolizione” di Evergrande
Progetti in corso sono stati dati ad altri costruttori e l’idea di un default immediato lasciata cadere, ma ciononostante l’escamotage della sospensione temporanea poi divenuta definitiva oggi, 18 mesi dopo, da Hong Kong, equivaleva a una condanna all’oblio per l’ex colosso. La Cina ha subito danni dal caso Evergrande: il Financial Times ricorda che “su 150 miliardi di dollari di obbligazioni immobiliari in default emesse al di fuori della Cina continentale, è stato recuperato meno dell’1%” in un contesto in cui “il settore immobiliare continua a pesare sul sentiment nella Cina continentale, dove gran parte della ricchezza delle famiglie è detenuta nel mattone” e “i prezzi delle nuove case sono stati sotto pressione negli ultimi mesi”.
La stretta di Xi, 5 anni dopo, influenza ancora un Paese in cui la spinta a una crescita più sostenibile ha prodotto crisi e travagli inevitabili nel passaggio di Pechino allo status di economia pienamente moderna. La fine di Evergrande è stato un passaggio forse necessario ma indubbiamente doloroso. Capace di svelare una pagina critica della corsa allo sviluppo della Repubblica Popolare.
Fonte
Evergrande è espulsa dalla borsa del Porto Profumato e questo significa che è davvero arrivata la fine per un gruppo che nei fatti aveva terminato la sua corsa già nel gennaio 2024, quando le contrattazioni sul suo titolo erano state sospese, mentre Evergrande collassava sotto il fardello di un debito da 300 miliardi di dollari accumulato per gestire una serie di progetti immobiliari riguardanti quasi 46 milioni di metri quadri di terreno in tutta la Cina.
L’azienda fondata dal magnate Hui Ka Yan a Guangzhou, nella Cina meridionale, nel 1996, è stata protagonista degli anni ruggenti della crescita del Dragone. Come uno dei maggiori gruppi privati cinesi, è diventato un conglomerato di grande peso: da Wuhan a Chongqing, da Xi’an a Tianjin, era l’egemone dell’immobiliare nei centri ad alta crescita dell’economia industriale e della conoscenza.
Divenuta nel 2018 la società immobiliare più capitalizzata al mondo, nota in Occidente principalmente per aver associato il suo nome a quello della squadra di calcio di Guangzhou, guidata dall’ex allenatore della nazionale italiana Marcello Lippi alla conquista della Champions League asiatica nel 2013, Evergrande è andata in crisi sotto il peso del suo debito a settembre 2021. La causa? Una stretta del governo cinese sull’urbanizzazione selvaggia e sulla corsa delle autorità locali a usare il real estate e le costruzioni come leva per raggiungere i target di crescita del Pil attesi.
Nel 2020, infatti, il governo di Xi Jinping fece propria la linea guida del Segretario del Partito Comunista Cinese che, nel quadro della ridefinizione della politica economica nazionale per il post-Covid sottolineò che “la proprietà è fatta per essere abitata, non per essere oggetto di speculazione”, ribaltando un trend trentennale.
La stretta della Cina sulla speculazione immobiliare
Il governo di Pechino obbligò tra il 2020 e il 2021 i gruppi immobiliari a conformarsi alle cosiddette “tre linee rosse” volte a frenare la speculazione immobiliare.
Gli operatori del real estate dovevano contenere al 70% il rapporto tra i debiti contratti e asset detenuti, un indebitamento netto non superiore al capitale di rischio dei soci e una liquidità sufficiente a coprire l’intera somma tra debiti finanziari e debiti verso i fornitori.
Questa stretta, che contrasse di un terzo l’immobiliare cinese nel 2021, fu orientata alla ricerca di una spinta maggiormente qualitativa e meno quantitativa sulla crescita, ma causò lo schianto di Evergrande. Nel settembre 2021 il crollo del titolo in borsa, presto tagliato da 45 a 1 miliardo di dollari di valore, aprì la strada a una crisi di liquidità della borsa cinese e al declino del colosso privato più noto in Cina.
Il resto è la storia di un declino: nel 2022 Evergrande dichiarò debiti pari a 340 miliardi di dollari, quasi cinque volte il fatturato, e il 17 agosto 2023 Evergrande ha presentato istanza di fallimento negli Usa dopo che diversi processi di ristrutturazione del debito promossi a Hong Kong erano risultate inefficaci. Il fatto che il 90% degli asset fosse stanziato in Cina rendeva difficile un pignoramento volto a ripagare le passività accumulate negli anni, e inoltre il governo di Pechino intendeva regolare i conti col settore immobiliare. Evergrande fu accusata di aver manipolato i dati finanziari e i ricavi, la Cina procedette alla “demolizione controllata” del gruppo per evitare uno schianto del settore immobiliare.
La “demolizione” di Evergrande
Progetti in corso sono stati dati ad altri costruttori e l’idea di un default immediato lasciata cadere, ma ciononostante l’escamotage della sospensione temporanea poi divenuta definitiva oggi, 18 mesi dopo, da Hong Kong, equivaleva a una condanna all’oblio per l’ex colosso. La Cina ha subito danni dal caso Evergrande: il Financial Times ricorda che “su 150 miliardi di dollari di obbligazioni immobiliari in default emesse al di fuori della Cina continentale, è stato recuperato meno dell’1%” in un contesto in cui “il settore immobiliare continua a pesare sul sentiment nella Cina continentale, dove gran parte della ricchezza delle famiglie è detenuta nel mattone” e “i prezzi delle nuove case sono stati sotto pressione negli ultimi mesi”.
La stretta di Xi, 5 anni dopo, influenza ancora un Paese in cui la spinta a una crescita più sostenibile ha prodotto crisi e travagli inevitabili nel passaggio di Pechino allo status di economia pienamente moderna. La fine di Evergrande è stato un passaggio forse necessario ma indubbiamente doloroso. Capace di svelare una pagina critica della corsa allo sviluppo della Repubblica Popolare.
Fonte
01/10/2023
Cina - Il governo pronto a intervenire per impedire il crollo di Evergrande
Giovedì 28 settembre Evergrande ha ottenuto la sospensione della contrattazione delle sue azioni alla borsa di Hong Kong.
Il giorno precedente, Bloomberg aveva pubblicato lo scoop del fermo di Xu Jiayin (Hui Ka Yan in cantonese), il presidente del colosso immobiliare cinese gravato da 327 miliardi di dollari di debito, e i titoli di proprietà di Evergrande avevano perso il 19% (il ribasso del valore ha toccato l’81% dalla ripresa della loro contrattazione a fine agosto, dopo 17 mesi di stop).
Sempre giovedì 28 Evergrande ha comunicato che Xu è sottoposto a “misure restrittive” perché «sospettato di aver commesso azioni illegali».
Di fatto, il fermo del sessantacinquenne che nel 1996 fondò Evergrande, a Guangzhou, segnala che il governo intende intervenire direttamente in una vicenda che rischia di avere ulteriori ripercussioni negative sull’economia e la finanza cinese.
Nei mesi scorsi Evergrande ha discusso un piano per ristrutturare il suo debito di 31,7 miliardi di dollari dovuti a creditori internazionali (offshore), proponendo soprattutto lo scambio dei vecchi titoli di debito con nuovi bond con scadenza più lunga, dai dieci ai 12 anni.
Ma, lo scorso fine settimana, Evergrande ha annunciato di non poter emettere nuove obbligazioni, a causa di un’inchiesta sulla sua principale unità cinese, Hengda Real Estate. Lunedì scorso Hengda Real Estate non è riuscita a rimborsare bond per 4 miliardi di yuan (547 milioni di dollari).
La Reuters ha anticipato che un gruppo di creditori internazionali, che detiene gran parte dei bond offshore, sarebbe pronto a unirsi all’istanza di liquidazione avanzata nel giugno 2022 da Shine Global, uno degli investitori in Evergrande, se quest’ultima non pubblicherà entro la fine di ottobre un piano di ristrutturazione del debito aggiornato.
Secondo Gary Ng, economista senior dell’Asia Pacifico presso Natixis: “Non è chiaro il motivo per cui Xu sia sotto sorveglianza della polizia, ma ciò potrebbe segnalare alcune negoziazioni richieste dal governo.
Gli ultimi sviluppi hanno interrotto la speranza di una ristrutturazione. Nessun costruttore è troppo grande per fallire in Cina, e quindi è difficile immaginare un piano di salvataggio completo. Tuttavia, quando si tratta di stabilità, è possibile vedere una maggiore influenza del governo in diversi modi”.
Il mattone in Cina produce circa 1/4 del prodotto interno lordo. Per le sue dimensioni e i suoi legami con tanti settori economici e finanziari il crollo di Evergrande potrebbe rappresentare per Pechino una minaccia per il mantenimento della stabilità sociale.
Se la società fosse messa in liquidazione, con conseguente stop ai cantieri e vendita dei suoi asset, che ne sarebbe delle centinaia di migliaia di appartamenti pagati in anticipo, parte di 800 progetti non ancora completati da Evergrande in 200 città della Cina?
La crisi di Evergrande (come quella di altri grandi gruppi immobiliari cinesi, da Country Garden a Sino Ocean) è nata dall’insostenibilità di un modello di business basato su debiti continui per l’acquisto dei terreni edificabili e margini di profitto ridotti, che si è retto finché la richiesta di nuovi immobili ha continuato a crescere a ritmo ultra-accelerato, grazie alla combinazione di una serie di fattori: la mancanza di alternative di investimento per i risparmiatori cinesi; i massicci risparmi delle famiglie; i salari crescenti; l’urbanizzazione accelerata.
Questi ultimi due fattori si stanno progressivamente esaurendo, e le misure restrittive all’acquisto volute da Xi Jinping negli ultimi anni – riassunte nello slogan “gli appartamenti servono per viverci non per speculare” – hanno contribuito a deprimere ulteriormente il mercato.
Uno dopo l’altro i governi locali si stanno muovendo per implementare le misure “correttive” (mutui più facili e meno limiti all’acquisto di appartamenti) varate dal partito comunista l’estate scorsa. Basterà?
Fonte
Il giorno precedente, Bloomberg aveva pubblicato lo scoop del fermo di Xu Jiayin (Hui Ka Yan in cantonese), il presidente del colosso immobiliare cinese gravato da 327 miliardi di dollari di debito, e i titoli di proprietà di Evergrande avevano perso il 19% (il ribasso del valore ha toccato l’81% dalla ripresa della loro contrattazione a fine agosto, dopo 17 mesi di stop).
Sempre giovedì 28 Evergrande ha comunicato che Xu è sottoposto a “misure restrittive” perché «sospettato di aver commesso azioni illegali».
Di fatto, il fermo del sessantacinquenne che nel 1996 fondò Evergrande, a Guangzhou, segnala che il governo intende intervenire direttamente in una vicenda che rischia di avere ulteriori ripercussioni negative sull’economia e la finanza cinese.
Nei mesi scorsi Evergrande ha discusso un piano per ristrutturare il suo debito di 31,7 miliardi di dollari dovuti a creditori internazionali (offshore), proponendo soprattutto lo scambio dei vecchi titoli di debito con nuovi bond con scadenza più lunga, dai dieci ai 12 anni.
Ma, lo scorso fine settimana, Evergrande ha annunciato di non poter emettere nuove obbligazioni, a causa di un’inchiesta sulla sua principale unità cinese, Hengda Real Estate. Lunedì scorso Hengda Real Estate non è riuscita a rimborsare bond per 4 miliardi di yuan (547 milioni di dollari).
La Reuters ha anticipato che un gruppo di creditori internazionali, che detiene gran parte dei bond offshore, sarebbe pronto a unirsi all’istanza di liquidazione avanzata nel giugno 2022 da Shine Global, uno degli investitori in Evergrande, se quest’ultima non pubblicherà entro la fine di ottobre un piano di ristrutturazione del debito aggiornato.
Secondo Gary Ng, economista senior dell’Asia Pacifico presso Natixis: “Non è chiaro il motivo per cui Xu sia sotto sorveglianza della polizia, ma ciò potrebbe segnalare alcune negoziazioni richieste dal governo.
Gli ultimi sviluppi hanno interrotto la speranza di una ristrutturazione. Nessun costruttore è troppo grande per fallire in Cina, e quindi è difficile immaginare un piano di salvataggio completo. Tuttavia, quando si tratta di stabilità, è possibile vedere una maggiore influenza del governo in diversi modi”.
Il mattone in Cina produce circa 1/4 del prodotto interno lordo. Per le sue dimensioni e i suoi legami con tanti settori economici e finanziari il crollo di Evergrande potrebbe rappresentare per Pechino una minaccia per il mantenimento della stabilità sociale.
Se la società fosse messa in liquidazione, con conseguente stop ai cantieri e vendita dei suoi asset, che ne sarebbe delle centinaia di migliaia di appartamenti pagati in anticipo, parte di 800 progetti non ancora completati da Evergrande in 200 città della Cina?
La crisi di Evergrande (come quella di altri grandi gruppi immobiliari cinesi, da Country Garden a Sino Ocean) è nata dall’insostenibilità di un modello di business basato su debiti continui per l’acquisto dei terreni edificabili e margini di profitto ridotti, che si è retto finché la richiesta di nuovi immobili ha continuato a crescere a ritmo ultra-accelerato, grazie alla combinazione di una serie di fattori: la mancanza di alternative di investimento per i risparmiatori cinesi; i massicci risparmi delle famiglie; i salari crescenti; l’urbanizzazione accelerata.
Questi ultimi due fattori si stanno progressivamente esaurendo, e le misure restrittive all’acquisto volute da Xi Jinping negli ultimi anni – riassunte nello slogan “gli appartamenti servono per viverci non per speculare” – hanno contribuito a deprimere ulteriormente il mercato.
Uno dopo l’altro i governi locali si stanno muovendo per implementare le misure “correttive” (mutui più facili e meno limiti all’acquisto di appartamenti) varate dal partito comunista l’estate scorsa. Basterà?
Fonte
04/09/2023
[Contributo al dibattito] - Gli spettri del debito cinese
In questa estate infuocata, una possibile tempesta (non solo meteorologica) potrebbe abbattersi sul sistema finanziario globale. Christian Marazzi analizza i rischi connessi al possibile scoppio di una bolla immobiliare in Cina. Il crescente indebitamento di alcuni colossi del real estate evidenziano le difficoltà dell’economia cinese a riprendersi dopo i lock-down del Covid. Anche se il sistema finanziario cinese è chiuso e non vi è libera circolazione dei capitali (per loro fortuna), le ripercussioni sui mercati finanziari globali potrebbero essere rilevanti. Tutto ciò si inquadra in un processo di ridefinizione degli assetti geopolitici, stretti tra il tentativo Usa di mantenere l’egemonia economica-finanziaria (sempre più in difficoltà) e l’aspirazione dei paesi Brics di costruire un mondo multipolare
*****
di Christian Marazzi
Il superciclo del debito
Intervistato da Eugenio Occorsio sulla crisi cinese (La Repubblica, 19 agosto), l’economista americano Kenneth Rogoff (Harvard) fissa così i termini della questione: “Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il ‘superciclo del debito’, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti”. Il premio Nobel Robert Shiller, intervistato sempre da Occorsio il 21 agosto, introduce un altro fattore nella spiegazione della crisi in Cina, per ora circoscritta al settore immobiliare: “A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione. Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia”. Simone Pieranni, su il manifesto del 20 agosto (“Il vero pericolo per la Cina è un popolo disilluso”), sviluppa ulteriormente questo aspetto: “Dato che i problemi sono sempre gli stessi e che il PCC ogni volta sembra mettere una pezza alla crisi del momento, bisogna concentrarsi su un terzo aspetto [dopo l’auspicio da parte dell’Occidente di un crollo economico e soprattutto politico, del regime cinese, e dopo il pericolo della deflazione già manifestatosi sul finire degli anni ’90]: che cosa c’è di diverso oggi e perché questa odierna traballante situazione economica potrebbe essere più pericolosa o meno che in passato. E questo aspetto si incrocia con un soggetto che spesso nelle analisi (tutte geopolitiche o finanziarie) si dimentica: il popolo cinese. Nel 2001, così come nel 2011, i cinesi erano spinti dalla crescita e da quello che alla fine consente all’economia di andare bene: erano fiduciosi nel futuro (…). E così è stato fino al periodo pre-Covid. Dopo, per il popolo cinese, è cominciato un periodo strano: il Covid ha abbattuto l’ottimismo, ha instillato il dubbio che forse non tutto sarebbe stato come prima. E così un popolo risparmiatore di suo ha aumentato questa propensione e oggi è chiaro a tutti: i cinesi non spendono in beni per il futuro (come la casa) ma per l’oggi, per l’ora. Aumentano le spese sanitarie, quelle per l’educazione, ma diminuisce la sensazione di poter programmare il proprio futuro”.
Sintetizzando: i giganti dell’immobiliare cinese per decenni hanno costruito a debito, sperando di ripagare i creditori con la vendita degli appartamenti. La ripresa post-pandemia, però, stenta ad ingranare, importazioni ed esportazioni sono in calo, si è entrati in deflazione, la disoccupazione giovanile è in forte crescita (“Imparate a mangiare amarezza”, pare abbia detto Xi Jinping ai suoi giovani)[1], aumentano i pignoramenti di immobili e il rischio d’insolvenza dei mutui. Si parla di “zombificazione” del settore immobiliare, cioè il mancato avanzamento dei progetti di costruzione a causa dell’impossibilità di pagare i costi di costruzione (si prevede che per almeno i prossimi due decenni vi sarà una contrazione dell’attività di costruzione, che rappresenta oltre un terzo del Pil cinese). Si allunga la lista dei grandi gruppi in difficoltà finanziaria, tanto che il Wall Street Journal, forse incautamente, ha parlato di “momento Lehman”. Sta di fatto che in due giorni, i due colossi immobiliari per antonomasia, Evergrande (entrata in crisi nel 2020-22) e Country Garden, hanno svelato i loro debiti accumulati, anche se il primo ha puntualizzato di aver “solo” chiesto la protezione dei creditori in America tramite il Capitolo 15 (un quarto dei suoi 340 miliardi di “attivi” sono stati venduti a investitori americani). La Zhongrong, un venditore di prodotti finanziari con l’equivalente di 108 miliardi di attivo, traballa, così come diversi altri fondi finanziari nascosti nel settore bancario ombra. Sembra di ricordare quanto successo in Giappone negli anni ’90, con la crisi scoppiata nel settore immobiliare che diede avvio a un lungo periodo di stagnazione e deflazione (definito il “decennio perduto”).
In generale, è il modello di business immobiliare cinese che è entrato in crisi. “Secondo questo modello le società immobiliari o di costruzioni prendevano nuovo debito per finanziare lo sviluppo. Il debito, a sua volta, veniva rimborsato vendendo appartamenti alla classe media [molti costruttori si affidavano ai clienti che pagavano in anticipo prima ancora che il loro appartamento fosse completato]. Lo spazio abitativo medio in Cina era così cresciuto da 7 a quasi 50 metri quadri pro-capite e ha costituito una delle basi del “sogno cinese” promosso da presidente Xi. Ma quando la crisi della classe media ha cominciato a mordere, le vendite di immobili hanno ovviamente rallentato e i debitori non sono più riusciti a ripagare le cedole del debito” (Domenico Siniscalco, “I rischi del dominio cinese”, La Repubblica, 20 agosto). È il superciclo del debito di Rogoff, forse anche il cosiddetto Minsky moment, il crollo improvviso dei valori degli attivi alla fine di un ciclo del credito particolarmente espansivo. La crisi è partita dalla classe media, dissanguata dalle politiche zero-Covid, si è poi propagata al debito eccessivo delle società immobiliari e di costruzioni, e ora retroagisce sulla classe media.
Come sempre in questi casi, il governo si trova a un bivio. Lasciare fallire Country Garden, ad esempio, potrebbe scatenare un panico più ampio, innescando una catena di default. Tuttavia – sostiene l’Economist – intervenire con un pacchetto di salvataggio metterebbe i funzionari nella condizione di dover effettuare molti altri salvataggi e di sostenere un’industria insostenibile. Per il momento, la Banca centrale cinese, cogliendo tutti di sorpresa, ha abbassato di molto poco (0,10%) il tasso di interesse a un anno (riferimento del credito al consumo), senza però toccare quello a cinque anni (il tasso di riferimento dei prestiti ipotecari), e ha affermato di voler attuare misure di intervento finanziario a sostegno del settore immobiliare solo a partire dal 2024. Il governo ha mandato in venti province squadre di ispettori per esaminare quanto sia grave la situazione del debito delle amministrazioni locali, che proprio dalla vendita dei terreni ai colossi dell’immobiliare avevano fatto una delle voci più importanti delle loro entrate[2]. Insomma, sono ancora poche le misure di stimolo, per il momento sembra prevalere la linea dura contro i responsabili della bolla immobiliare.
Disaccoppiamento?
Ci si chiede quali possano essere le conseguenze di questa crisi sull’economia mondiale. Dal punto di vista della finanza, ci si è affrettati a dire, i rischi di contagio sono limitati o addirittura inesistenti, dato che il settore finanziario cinese è isolato dal resto del mondo. Ad esempio, il renminbi non è convertibile fuori dai confini nazionali e come riserva internazionale conta meno del 3%. E in Cina è vietata la libera circolazione dei capitali. Resta il fatto che i grandi colossi cinesi dell’immobiliare si sono indebitati anche in dollari a Wall Street. Ma, soprattutto, la Cina è un grande (il secondo, dopo il Giappone) acquirente di Treasury Bond americani[3] e dall’inizio del 2023 questi acquisti si sono già ridotti del 12%. “Una crisi conclamata in Cina – sostiene Robert Shiller – non passerebbe inosservata né indolore su tutti i mercati azionari mondiali, così come non lo è stata nessuna delle crisi del passato: dai subprime agli attacchi speculativi contro le tigri asiatiche del 1997, una crisi che tra l’altro per contagio portò al fallimento dei bond russi e al crollo del rublo. In tutto questo non dimentichiamoci che gli investitori cinesi, in massima parte statali, detengono mille miliardi di Treasury Bond americani e consistenti tranche di titoli azionari e obbligazionari di altri Paesi. Ecco, i mercati azionari potrebbero essere la prima vittima se la crisi si aggravasse”.
Sono anche gli effetti sui rapporti di scambio a far paura, in particolare per la Germania (grande esportatore verso la Cina) e, di conseguenza, per paesi come l’Italia, dove la mancata crescita tedesca si propagherebbe rapidamente. Insomma, la crisi cinese potrebbe dare il colpo finale all’Eurozona che secondo alcuni economisti è già di per sé a rischio recessione (come sostiene sul Sole 24 Ore di domenica 20 agosto Isabella Bufacchi, “Dopo la pandemia, guerra e inflazione: Eurozona in autunno a rischio recessione”). Anche se Paul Krugman[4] cerca di relativizzare il possibile impatto della crisi cinese sull’economia statunitense, è un fatto che per Pechino l’America resta il primo partner commerciale, con esportazioni negli Usa per 583,6 miliardi nel 2022 e 179 miliardi di import cinese dall’America (in calo del 14% da inizio anno). Importante, soprattutto sotto il profilo geopolitico, è il rapporto commerciale tra la Cina e la Russia: l’interscambio era aumentato del 27% l’anno scorso, e quest’anno è già cresciuto del 41%.
Paradossalmente, visto che a Jackson Hole, al summit delle tre banche centrali (la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra), la strategia di lotta contro l’inflazione è rimasta identica a quella decisa a marzo dello scorso anno, con tassi d’interesse elevati fino a riportare l’inflazione al 2% (con effetti pesanti sul costo dei mutui e sul credito alle imprese), la crisi cinese potrebbe perlomeno raffreddare le quotazioni delle materie prime come petrolio e gas. Comunque, un colpo alla crescita globale, che andrebbe rovesciato in critica al paradigma della globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni.
In un certo senso questa crisi rappresenta un test della globalizzazione, soprattutto del rapporto conflittuale tra interessi del capitale globale e interessi politici statuali. Da una parte risulta evidente che ci troviamo tutti in un arcipelago complesso e fortemente interconnesso, in cui i tentativi di disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, avviati da Trump e reiterati da Biden, si sono per ora rivelati poco efficaci, a tratti autolesionisti[5]. Dall’altra parte, in un quadro cinese di minor crescita, con problemi crescenti di governabilità politica interna, si capisce come la Cina stia spostando la strategia di competizione con gli Stati Uniti dall’arena economica a quella politica. Regolazione economica e governabilità politica sono due facce della stessa medaglia, e oggi queste due facce del potere si declinano necessariamente sul piano globale.
È all’interno di questo quadro contraddittorio, in cui le esigenze del capitale globale confliggono con la ricerca di un’autonomia del politico all’altezza dei conflitti sociali, che vanno lette la riconciliazione protettiva nippo-coreana realizzata dagli USA a Camp David il 20-21agosto (difesa anti-missilistica e accordi di intelligence) e, di contro, la sfida lanciata subito dopo dai paesi del gruppo Brics a Johannesburg sotto l’egida della Cina. Si tratta a tutti gli effetti di un nuovo ordine geopolitico, se è vero che il Brics allargato uscito dal summit consterà di 11 paesi, rappresenterà il 32% del Pil mondiale[6] e il 46% della popolazione del pianeta (il Pil del G7 è prossimo al 44% del Pil mondiale. La Cina oggi vale il 16% dell’economia globale contro il 22% degli Stati Uniti). Quanto basta per rimettere seriamente in discussione istituzioni del vecchio ordine mondiale quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite e per procedere sulla via della de-dollarizzazione (qualunque essa sia. Vedi Diario della crisi 2)[7]. Proprio quest’anno le esportazioni della Cina verso i paesi in via di sviluppo – rappresentati dai paesi della Belt and Road Initiative – hanno superato le esportazioni verso Stati Uniti, Unione europea e Giappone messi assieme. Attraverso l’indebitamento di una parte importante di questi paesi in via di sviluppo, la Cina è riuscita a “fidelizzarli” politicamente, rafforzando il suo potere di voto all’interno delle più importanti istituzioni internazionali, dall’ONU all’Organizzazione mondiale del commercio[8].
Corollario. Le conclusioni di Christian Marazzi mettono in evidenza le problematiche legate alla transizione da un ordine mondiale unipolare (a guida Usa) ad uno multipolare, in grado di inglobare oltre Usa, Europa, UK anche i paesi BRICS. Contemporaneamente, si sono svolti gli incontri del gruppo BRICS a Johannesburg e delle Banche Centrali occidentali (FED, BCE, BoE), che hanno di fatto prodotto un confronto a distanza. Se è chiara la strategia BRICS di puntare appunto ad un ordine multipolare, la riunione delle Banche Centrali vuole confermare il primato del dollaro sui mercati creditizi e finanziari, l’ultimo ambito (avendo perso quello logistico e militare) che rimane agli Usa per ribadire la sua supremazia economica. In quest’ottica, la decisione di mantenere alti, se non aumentare ulteriormente, i tassi d’interesse sembra essere più finalizzata a mantenere elevato il valore del dollaro (condizione, anche, necessaria per far fronte all’indebitamento interno ed esterno dell’economia Usa) più che a raffreddare un’inflazione già declinante. (Andrea Fumagalli)
Note
[1] “No data. No problem. La Cina ha deciso di sospendere la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile dopo mesi di record allarmanti che hanno visto il tasso di disoccupazione dei residenti dei centri urbani nella fascia tra i 16 e i 24 anni raggiungere il 21,3% lo scorso giugno”. Zhang Dandan, professoressa di Economia presso l’Università di Pechino, ha calcolato che includendo i giovani che non stanno studiando, facendo formazione o attivamente cercando lavoro (contando dunque i cosiddetti neet) il livello di disoccupazione tra gli under 24 in Cina arriverebbe al 46,5% (vedi, di Lucrezia Goldin, “Lavoro, casa, auto: per i giovani il sogno cinese è un miraggio”, il manifesto, 19 agosto 2023).
[2] Vedi Gianluca Modolo, “La bolla ora spaventa Xi. No ai salvataggi di Stato”, la Repubblica,
[3] Si veda Limes, Il bluff globale, 4/2023, p. 48-49.
[4] P. Krugman, “How scary is China’s crisis?”, New York Times, 21 agosto 2027. Pur riconoscendo la gravità della crisi cinese, paragonabile per genesi e caratteristiche alla grande crisi del 2008, Krugman sostiene che l’impatto sull’economia americana dovrebbe essere marginale, vista la scarsa esposizione degli Stati Uniti verso la Cina sia dal punto di vista finanziario che dell’export. Krugman sembra però relativizzare l’esposizione del debito pubblico americano agli effetti della crisi sulla moneta cinese.
[5] Sulla natura e la maggiore o minore efficacia delle politiche di decoupling, vedi Fabrizio Maronta (“Cronaca di un decoupling annunciato”, Limes 4/2023, pp. 39-50): “Il carattere esasperatamente transnazionale delle filiere del valore rende sovente difficile fotografare con accuratezza statisticale dinamiche del commercio internazionale. Gli iPhone, esempio banale ma lampante, sono assemblati in gran parte a Zhengzhou, in Cina, poi spediti negli Stati Uniti da Shangai al prezzo di circa 240 dollari l’uno. Il valore aggiunto ascrivibile a Pechino non raggiunge tuttavia i 10 dollari a pezzo, in quanto la Cina assembla componenti prodotte in gran parte da Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che insieme fanno oltre il 50% del costo di fabbrica. Quando Washington impone alla Repubblica Popolare dazi su singoli prodotti o categorie merceologiche, finisce dunque per imporli anche ai propri alleati”. L’anno scorso gli Stati Uniti agirono in modo molto aggressivo per limitare l’abilità cinese di sviluppare intelligenza artificiale per scopi militari, bloccando la vendita dei chips più avanzati alla base dei sistemi di intelligenza artificiale. Ebbene, a un anno di distanza gli ordini di acquisto cinesi dei più sofisticati processori americani sono addirittura aumentati (vedi Richard Waters (San Francisco), Quianer Liu (Hong Kong), “Chinese demand for hobbled AI chip stays buoyant despite US restrictions”, Financial Times, 22 agosto 2023). Sulle difficoltà del decoupling riferite alle catene del valore dei semiconduttori e delle tecnologie dell’energia pulita, vedi Rana Foroohar, “Inconvenient truths about the green transition”, Financial Times, 7 agosto 2023.
[6] Oltre ai membri storici, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a partire dal primo gennaio 2024 entreranno Argentina, Egitto, Etiopia, Iran Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Altri 40 paesi sono in lista d’attesa. “I nuovi Brics hanno economie compatibili, desideri politici collimanti, ambizioni geopolitiche convergenti? Neanche per sogno, naturalmente, né il loro accordo è blindato, la campagna acquisti è già iniziata e l’India è corteggiatissima. Un tratto unitario ce l’hanno: si sono irrimediabilmente stancati della supremazia predatoria dell’Occidente democratico, dei paesi che lo guidano (gli Usa), delle istituzioni che ne esercitano le prerogative (il G7, la Banca mondiale, il Fondo monetario). Raramente sono democrazie, praticano le disparità sociali come e meglio di noi, sono robustamente nazionalisti e sviluppisti…” (Roberto Zanini, “Il sud globale si è finalmente stancato di noi”, il manifesto, 25 agosto.Vedi Alec Russell, “The à la carte world: our new geopolitical order”, Financial Times, 22 agosto 2023.
[7] È utile precisare che, almeno nel breve periodo, non si vuole affatto creare una moneta concorrente con il dollaro. A un tale proposito si oppongono sia l’India sia la Cina, che non vuole aprirsi alla libera circolazione dei capitali. In discussione è invece l’ulteriore allargamento degli accordi swap tra le banche centrali che già permettono il pagamento degli scambi commerciali bilaterali nelle monete locali con una regolazione del saldo (positivo o negativo) ad una determinata scadenza. Questa prassi già molto diffusa permette di aggirare le sanzioni occidentali e riduce sensibilmente il ruolo del dollaro quale moneta di scambio. Infatti, a queste misure si affiancano i forti acquisti di oro, soprattutto di Cina, Russia ed India, che sostituiscono il dollaro nelle riserve delle loro banche centrali. E infatti il ruolo del dollaro, come moneta di riserva, sta leggermente calando anche perché le banche centrali occidentali tendono a preferirgli monete terze come in won sudcoreano e il franco svizzero” (Alfonso Tuor, “È l’ora del Grande sud globale”, Corriere del Ticino, 19 agosto.
[8] Vedi James Kynge, “China’s blueprint for global governance”, Financial Times, 23 agosto 2023.
Fonte
23/08/2023
Evergrande vs. Lehman Brothers: speculazioni immobiliari a confronto
di Guido Salerno Aletta
Non c'è quasi niente che accomuni la crisi finanziaria in cui versa già da anni il settore immobiliare cinese con la crisi economica delle famiglie americane che determinò il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008, scatenando conseguentemente il caos sui mercati finanziari di mezzo mondo.
In Cina, si è determinata una bolla speculativa: programmi di sviluppo immobiliare enormemente ambiziosi, con milioni di vani d'abitazione e decine di migliaia di immobili ad uso commerciale ancora solo progettati, oltre a quelli in via di realizzazione, hanno attirato l'interesse crescente degli investitori interni ed internazionali.
Gli investitori, a fronte del finanziamento versato agli sviluppatori, usando risorse proprie o spesso prese a prestito, contavano sulla futura vendita a prezzi estremamente vantaggiosi delle costruzioni una volta che fossero state realizzate: la crescita continua dei prezzi degli immobili avrebbe consentito loro guadagni sicuri ed enormi.
Da una parte, sul mercato interno cinese alcuni operatori, soprattutto soggetti privati già molto abbienti, hanno comprato direttamente "sulla carta" immobili di prestigio o centri commerciali ancora da costruire, anticipando percentuali molto elevate sul prezzo, nella convinzione di poterli rivendere una volta realizzati ad un prezzo maggiorato, tale da consentire un ampio margine di guadagno. Molte famiglie, poi, hanno finanziato i costruttori per comprare la casa di abitazione, usando i propri risparmi.
Dall'altra parte, gli operatori stranieri hanno sottoscritto i bond da queste compagnie cinesi di sviluppo immobiliare, emessi prevalentemente sul mercato americano con la promessa di incassare tassi di interesse molto elevati, magari indebitandosi ai tassi più bassi che erano correnti sui prestiti erogati in dollari o in euro sulle piazze finanziarie occidentali per via delle politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decisi dalle varie Banche centrali (Fed, BCE, BoE).
Taluni giganti del settore cinese delle costruzioni, come Evergrande, sono da tempo in difficoltà, in quanto non riescono a far fronte agli impegni assunti sia nei confronti dei creditori interni e dei finanziatori internazionali che degli stessi acquirenti "sulla carta": il mercato immobiliare è saturo.
Visto che non ci sono abbastanza acquirenti e che i prezzi di vendita calano rispetto alle previsioni, sono saltati tutti i piani finanziari: gli sviluppatori non hanno né le risorse necessarie per pagare le rate ai finanziatori né quelle occorrenti per completare le realizzazioni degli immobili. Pur cercando di liquidare gli asset, smembrando le società stesse o vendendo le partecipazioni azionarie in altri settori, gli incassi che ne derivano non consentono di fronteggiare gli impegni: questa è la situazione di crisi strutturale che caratterizza il mercato immobiliare cinese.
Le situazioni sono assai diverse: ci sono le famiglie cinesi che hanno versato anticipi per compare la loro prima casa usando il proprio risparmio; ci sono operatori privati sempre cinesi che hanno investito per comprare seconde o terze case da dare in affitto o da rivendere; ci sono gli investitori internazionali che hanno sottoscritto bond emessi prevalentemente sulla piazza di Wall Street.
La crisi cinese ha dunque natura finanziaria: i piani di sviluppo si sono dimostrati troppo aggressivi, ottimistici, perché hanno stimato un mercato potenziale superiore a quello reale. Questo accade sempre quando un numero troppo ampio di operatori si affolla in un singolo settore che cresce in modo assai promettente: la torta diventa più grande, ma non abbastanza grande per soddisfare gli appetiti e le scommesse di tutti.
La crisi americana del 2008 fu completamente diversa: derivò dal default delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa in cui abitavano, sottoscrivendo mutui senza avere il reddito sufficiente a ripagarne le rate in condizioni di tensione sui tassi. Erano i mutui concessi ai cosiddetti debitori "sub prime": le banche americane si arricchivano erogando questi mutui ad alto rischio per poi cartolarizzarli subito dopo in appositi veicoli finanziari, il cui asset era rappresentato dal valore del mutuo che era stato conferito.
Questo sistema di finanziamento dei mutui era stato denominato "originate to distribute": in pratica, le banche americane e gli altri operatori finanziari, come Lehman Brothers, erogavano i mutui alle famiglie americane per rivenderli il prima possibile all'estero. Il rischio era dunque traslato agli operatori stranieri che compravano le quote di queste MBs' (Mortgage Backed Security): le rate mensili dei mutui fronteggiavano il pagamento agli investitori degli interessi ed il rimborso delle quote di capitale.
Anche in questo caso, ci fu un elemento speculativo a determinare la bolla dei valori immobiliari: i valori delle case esistenti erano in crescita per via dello sviluppo esponenziale di questo meccanismo di finanziamento, che si alimentava erogando sempre più mutui a famiglie sempre meno abbienti. La costruzione dei nuovi immobili cresceva ad un ritmo più basso rispetto a quello di erogazione dei mutui.
Per bloccare questa dinamica dei prezzi delle case che crescevano in continuazione e soprattutto quella dei mutui concessi a creditori sempre meno affidabili, la Federal Reserve decise di aumentare i tassi di interesse, senza sosta: ma, così facendo, non bloccò solo la erogazione dei nuovi mutui ma soprattutto rese più care le rate di quelli già in corso, stipulati a tasso variabile.
In America, il valore delle case smise di crescere continuamente: coloro che si erano indebitati pensando di trovarsi con una casa di maggior valore da rivendere, cominciarono a metterle su mercato col mutuo ancora in piedi, ma senza trovare acquirenti visto che i tassi erano in crescita. Molte famiglie cominciarono a non pagare le rate e ad abbandonare le case comprate: visto che l'acquisto era stato finanziato integralmente dal mutuo bancario, non perdevano neanche un centesimo. Avrebbero affittato un alloggio assai più piccolo, risparmiando.
In America, fu la mancanza di risparmio interno delle famiglie ad innescare un modello malsano di erogazione dei mutui e la crescita del mercato e dei valori immobiliari: il rialzo dei tassi di interesse, deciso dalla Fed per bloccare la speculazione finanziaria che si era sviluppata ed i rischi per la stabilità del sistema finanziario che stava determinando, portò al default delle famiglie che non erano in grado di pagare mutui più cari. Mentre gli investitori stranieri, che avevano comprato quote delle MBs' ebbero perdite enormi, il mercato interbancario si bloccò perché nessuno si fidava di erogare prestiti anche di 24 ore a chi chiedeva liquidità: avrebbe potuto avere in portafoglio titoli illiquidi e senza valore.
La Lehman Brothers, che era un operatore finanziario e non uno sviluppatore immobiliare, fallì perché aveva ancora molte quote di MBs' in portafoglio: non era stata abbastanza lesta a rivenderle all'estero, prima del default delle famiglie americane meno abbienti.
La differenza tra le due speculazioni in campo immobiliare è palese.
In America, dove c'è poco risparmio interno, furono indebitate le famiglie sempre meno abbienti, illudendo gli investitori finanziari stranieri che sarebbero state comunque in grado di onorare le rate dei mutui. Il rialzo dei tassi di interesse fece da detonatore.
In Cina, dove al contrario c'è un risparmio interno enorme, il sistema bancario e finanziario interno, sia quello ufficiale che quello ombra, ha pensato di cavalcare la crescita del settore immobiliare per fare enormi profitti. Gli investitori internazionali si sono aggregati a loro volta, approfittando della immensa liquidità immessa dalle Banche centrali e dai tassi a zero.
Il rialzo dei tassi di interesse e la riduzione della liquidità da parte della Fed e della Bce, oltre che dalla BoE, mette in difficoltà gli operatori stranieri, soprattutto quelli che si sono indebitati per avventurarsi nel settore immobiliare in Cina: si devono preparare ad una ristrutturazione dei debiti degli sviluppatori immobiliari cinesi.
La riduzione dei tassi di interesse e la immissione di liquidità, decise dalla PBoC, favoriscono sul piano interno il riequilibrio dei piani finanziari degli sviluppatori immobiliari, il completamento delle costruzioni in corso e l'acquisto degli immobili già realizzati.
La prospettiva potrebbe essere quella trasformare il colossale risparmio precauzionale detenuto dalle famiglie cinesi in asset immobiliari, sgravandone così le banche e gli investitori finanziari che lo intermediano, riducendo le perdite operative ed i write-down del valore gli impieghi. La Cina eviterebbe così la deflazione decennale che colpì l'economia giapponese dopo il crollo del Nikkei nel 1991, causato dallo scoppio della bolla di valori immobiliari ed azionari su cui si era riversato l'ingente surplus commerciale con l'estero maturato a partire dal 1986.
Da grandi risparmiatori, i cinesi diventerebbero un popolo di piccoli proprietari: questo assicurerebbe loro maggiore serenità, facendo aumentare i consumi.
Fonte
Non c'è quasi niente che accomuni la crisi finanziaria in cui versa già da anni il settore immobiliare cinese con la crisi economica delle famiglie americane che determinò il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008, scatenando conseguentemente il caos sui mercati finanziari di mezzo mondo.
In Cina, si è determinata una bolla speculativa: programmi di sviluppo immobiliare enormemente ambiziosi, con milioni di vani d'abitazione e decine di migliaia di immobili ad uso commerciale ancora solo progettati, oltre a quelli in via di realizzazione, hanno attirato l'interesse crescente degli investitori interni ed internazionali.
Gli investitori, a fronte del finanziamento versato agli sviluppatori, usando risorse proprie o spesso prese a prestito, contavano sulla futura vendita a prezzi estremamente vantaggiosi delle costruzioni una volta che fossero state realizzate: la crescita continua dei prezzi degli immobili avrebbe consentito loro guadagni sicuri ed enormi.
Da una parte, sul mercato interno cinese alcuni operatori, soprattutto soggetti privati già molto abbienti, hanno comprato direttamente "sulla carta" immobili di prestigio o centri commerciali ancora da costruire, anticipando percentuali molto elevate sul prezzo, nella convinzione di poterli rivendere una volta realizzati ad un prezzo maggiorato, tale da consentire un ampio margine di guadagno. Molte famiglie, poi, hanno finanziato i costruttori per comprare la casa di abitazione, usando i propri risparmi.
Dall'altra parte, gli operatori stranieri hanno sottoscritto i bond da queste compagnie cinesi di sviluppo immobiliare, emessi prevalentemente sul mercato americano con la promessa di incassare tassi di interesse molto elevati, magari indebitandosi ai tassi più bassi che erano correnti sui prestiti erogati in dollari o in euro sulle piazze finanziarie occidentali per via delle politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decisi dalle varie Banche centrali (Fed, BCE, BoE).
Taluni giganti del settore cinese delle costruzioni, come Evergrande, sono da tempo in difficoltà, in quanto non riescono a far fronte agli impegni assunti sia nei confronti dei creditori interni e dei finanziatori internazionali che degli stessi acquirenti "sulla carta": il mercato immobiliare è saturo.
Visto che non ci sono abbastanza acquirenti e che i prezzi di vendita calano rispetto alle previsioni, sono saltati tutti i piani finanziari: gli sviluppatori non hanno né le risorse necessarie per pagare le rate ai finanziatori né quelle occorrenti per completare le realizzazioni degli immobili. Pur cercando di liquidare gli asset, smembrando le società stesse o vendendo le partecipazioni azionarie in altri settori, gli incassi che ne derivano non consentono di fronteggiare gli impegni: questa è la situazione di crisi strutturale che caratterizza il mercato immobiliare cinese.
Le situazioni sono assai diverse: ci sono le famiglie cinesi che hanno versato anticipi per compare la loro prima casa usando il proprio risparmio; ci sono operatori privati sempre cinesi che hanno investito per comprare seconde o terze case da dare in affitto o da rivendere; ci sono gli investitori internazionali che hanno sottoscritto bond emessi prevalentemente sulla piazza di Wall Street.
La crisi cinese ha dunque natura finanziaria: i piani di sviluppo si sono dimostrati troppo aggressivi, ottimistici, perché hanno stimato un mercato potenziale superiore a quello reale. Questo accade sempre quando un numero troppo ampio di operatori si affolla in un singolo settore che cresce in modo assai promettente: la torta diventa più grande, ma non abbastanza grande per soddisfare gli appetiti e le scommesse di tutti.
La crisi americana del 2008 fu completamente diversa: derivò dal default delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa in cui abitavano, sottoscrivendo mutui senza avere il reddito sufficiente a ripagarne le rate in condizioni di tensione sui tassi. Erano i mutui concessi ai cosiddetti debitori "sub prime": le banche americane si arricchivano erogando questi mutui ad alto rischio per poi cartolarizzarli subito dopo in appositi veicoli finanziari, il cui asset era rappresentato dal valore del mutuo che era stato conferito.
Questo sistema di finanziamento dei mutui era stato denominato "originate to distribute": in pratica, le banche americane e gli altri operatori finanziari, come Lehman Brothers, erogavano i mutui alle famiglie americane per rivenderli il prima possibile all'estero. Il rischio era dunque traslato agli operatori stranieri che compravano le quote di queste MBs' (Mortgage Backed Security): le rate mensili dei mutui fronteggiavano il pagamento agli investitori degli interessi ed il rimborso delle quote di capitale.
Anche in questo caso, ci fu un elemento speculativo a determinare la bolla dei valori immobiliari: i valori delle case esistenti erano in crescita per via dello sviluppo esponenziale di questo meccanismo di finanziamento, che si alimentava erogando sempre più mutui a famiglie sempre meno abbienti. La costruzione dei nuovi immobili cresceva ad un ritmo più basso rispetto a quello di erogazione dei mutui.
Per bloccare questa dinamica dei prezzi delle case che crescevano in continuazione e soprattutto quella dei mutui concessi a creditori sempre meno affidabili, la Federal Reserve decise di aumentare i tassi di interesse, senza sosta: ma, così facendo, non bloccò solo la erogazione dei nuovi mutui ma soprattutto rese più care le rate di quelli già in corso, stipulati a tasso variabile.
In America, il valore delle case smise di crescere continuamente: coloro che si erano indebitati pensando di trovarsi con una casa di maggior valore da rivendere, cominciarono a metterle su mercato col mutuo ancora in piedi, ma senza trovare acquirenti visto che i tassi erano in crescita. Molte famiglie cominciarono a non pagare le rate e ad abbandonare le case comprate: visto che l'acquisto era stato finanziato integralmente dal mutuo bancario, non perdevano neanche un centesimo. Avrebbero affittato un alloggio assai più piccolo, risparmiando.
In America, fu la mancanza di risparmio interno delle famiglie ad innescare un modello malsano di erogazione dei mutui e la crescita del mercato e dei valori immobiliari: il rialzo dei tassi di interesse, deciso dalla Fed per bloccare la speculazione finanziaria che si era sviluppata ed i rischi per la stabilità del sistema finanziario che stava determinando, portò al default delle famiglie che non erano in grado di pagare mutui più cari. Mentre gli investitori stranieri, che avevano comprato quote delle MBs' ebbero perdite enormi, il mercato interbancario si bloccò perché nessuno si fidava di erogare prestiti anche di 24 ore a chi chiedeva liquidità: avrebbe potuto avere in portafoglio titoli illiquidi e senza valore.
La Lehman Brothers, che era un operatore finanziario e non uno sviluppatore immobiliare, fallì perché aveva ancora molte quote di MBs' in portafoglio: non era stata abbastanza lesta a rivenderle all'estero, prima del default delle famiglie americane meno abbienti.
La differenza tra le due speculazioni in campo immobiliare è palese.
In America, dove c'è poco risparmio interno, furono indebitate le famiglie sempre meno abbienti, illudendo gli investitori finanziari stranieri che sarebbero state comunque in grado di onorare le rate dei mutui. Il rialzo dei tassi di interesse fece da detonatore.
In Cina, dove al contrario c'è un risparmio interno enorme, il sistema bancario e finanziario interno, sia quello ufficiale che quello ombra, ha pensato di cavalcare la crescita del settore immobiliare per fare enormi profitti. Gli investitori internazionali si sono aggregati a loro volta, approfittando della immensa liquidità immessa dalle Banche centrali e dai tassi a zero.
Il rialzo dei tassi di interesse e la riduzione della liquidità da parte della Fed e della Bce, oltre che dalla BoE, mette in difficoltà gli operatori stranieri, soprattutto quelli che si sono indebitati per avventurarsi nel settore immobiliare in Cina: si devono preparare ad una ristrutturazione dei debiti degli sviluppatori immobiliari cinesi.
La riduzione dei tassi di interesse e la immissione di liquidità, decise dalla PBoC, favoriscono sul piano interno il riequilibrio dei piani finanziari degli sviluppatori immobiliari, il completamento delle costruzioni in corso e l'acquisto degli immobili già realizzati.
La prospettiva potrebbe essere quella trasformare il colossale risparmio precauzionale detenuto dalle famiglie cinesi in asset immobiliari, sgravandone così le banche e gli investitori finanziari che lo intermediano, riducendo le perdite operative ed i write-down del valore gli impieghi. La Cina eviterebbe così la deflazione decennale che colpì l'economia giapponese dopo il crollo del Nikkei nel 1991, causato dallo scoppio della bolla di valori immobiliari ed azionari su cui si era riversato l'ingente surplus commerciale con l'estero maturato a partire dal 1986.
Da grandi risparmiatori, i cinesi diventerebbero un popolo di piccoli proprietari: questo assicurerebbe loro maggiore serenità, facendo aumentare i consumi.
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La crisi immobiliare morde anche in Germania
“Si sta preparando una tempesta. Dopo un lungo boom, ora i tassi d’interesse più alti e il drastico aumento dei costi di costruzione stanno bloccando le nuove attività”. Ad affermarlo è Klaus Wohlrabe, dirigente dell’Ifo, l’indicatore dell’economia curato dall’omonimo istituto tedesco.
La crisi immobiliare e il possibile effetto domino dell’esplosione di una bolla speculativa si va palesando anche nella “locomotiva d’Europa”. Secondo le ultime stime sta proseguendo il crollo dell’edilizia residenziale in Germania. Aumentano le aziende edilizie che segnalano una contrazione della domanda: a luglio il 40,3% delle aziende ha registrato una mancanza di ordini, dato in aumento rispetto al 34,5% di giugno. Un anno fa la percentuale era solo del 10,8%, secondo l’ultima indagine dell’Ifo, istituto tedesco di ricerca economica tra i più influenti del paese.
L’esperto tedesco, citato dal quotidiano economico Milano Finanza afferma che “Dalla primavera del 2022 si è registrato un numero impressionante di cancellazioni di ordini nell’edilizia residenziale” si legge nel comunicato dell’Ifo. “Recentemente, il 18,9% delle aziende ha registrato cancellazioni di progetti, in calo rispetto al 19,2% del mese precedente. La media di lungo periodo era di appena il 3,1%. E se si considerano solo gli anni fino 2021, la percentuale è solo dell’1,5%”.
“Le imprese di costruzioni residenziali sono sottoposte a una pressione tremenda. Da un lato gli ordini esistenti vengono continuamente cancellati, dall’altro i nuovi ordini sono sempre meno”, sottolinea l’esperto dell’Ifo.
“Molte aziende stanno tirando avanti grazie agli ordini arretrati che sono riuscite ad accumulare in tempi migliori”, prosegue. “La situazione, tuttavia, sta già mettendo a rischio diverse imprese. Nell’ultimo sondaggio, il 10,5% delle imprese di edilizia residenziale ha segnalato di avere difficoltà finanziarie. Si tratta di un numero doppio rispetto all’anno precedente. Date le nuove condizioni, molti progetti non sono più redditizi per gli investitori e sta diventando sempre più difficile ottenere finanziamenti anche per l’edilizia privata”, continua Wohlrabe. “Guardando ai mesi a venire, la maggioranza delle aziende intervistate prevede un ulteriore peggioramento della situazione” conclude l’esperto tedesco.
I rischi dell’esplosione di una nuova bolla immobiliare globale, questa volta sono stati innescati da una società cinese: la Evergrande. Questa non sembra in grado di pagare 31,7 miliardi di dollari di obbligazioni e garanzie che aveva raccolto tra gli investitori ed ha fatto ricorso a News York al chapter 15 della legge fallimentare americana. In teoria questa scelta le dovrebbe consentire di proteggersi da una pioggia di richieste di restituzioni da parte dei creditori mentre la società si appresta a ristrutturare il suo debito. Ma il ricorso al chapter 15 di un colosso come Evergrande ha fatto tremare i mercati perché è arrivata a sorpresa. Il prossimo 28 agosto era previsto l’incontro per discutere del piano di rientro con i creditori ma le garanzie che la società avrebbe onorato gli impegni non sembrano bastare agli investitori. Il mercato immobiliare in Cina è in forte rallentamento e le conseguenze si riverberano sul sistema finanziario con le banche che hanno prestato i soldi alle imprese edilizie che si ritrovano adesso con le case invendute.
Fonte
La crisi immobiliare e il possibile effetto domino dell’esplosione di una bolla speculativa si va palesando anche nella “locomotiva d’Europa”. Secondo le ultime stime sta proseguendo il crollo dell’edilizia residenziale in Germania. Aumentano le aziende edilizie che segnalano una contrazione della domanda: a luglio il 40,3% delle aziende ha registrato una mancanza di ordini, dato in aumento rispetto al 34,5% di giugno. Un anno fa la percentuale era solo del 10,8%, secondo l’ultima indagine dell’Ifo, istituto tedesco di ricerca economica tra i più influenti del paese.
L’esperto tedesco, citato dal quotidiano economico Milano Finanza afferma che “Dalla primavera del 2022 si è registrato un numero impressionante di cancellazioni di ordini nell’edilizia residenziale” si legge nel comunicato dell’Ifo. “Recentemente, il 18,9% delle aziende ha registrato cancellazioni di progetti, in calo rispetto al 19,2% del mese precedente. La media di lungo periodo era di appena il 3,1%. E se si considerano solo gli anni fino 2021, la percentuale è solo dell’1,5%”.
“Le imprese di costruzioni residenziali sono sottoposte a una pressione tremenda. Da un lato gli ordini esistenti vengono continuamente cancellati, dall’altro i nuovi ordini sono sempre meno”, sottolinea l’esperto dell’Ifo.
“Molte aziende stanno tirando avanti grazie agli ordini arretrati che sono riuscite ad accumulare in tempi migliori”, prosegue. “La situazione, tuttavia, sta già mettendo a rischio diverse imprese. Nell’ultimo sondaggio, il 10,5% delle imprese di edilizia residenziale ha segnalato di avere difficoltà finanziarie. Si tratta di un numero doppio rispetto all’anno precedente. Date le nuove condizioni, molti progetti non sono più redditizi per gli investitori e sta diventando sempre più difficile ottenere finanziamenti anche per l’edilizia privata”, continua Wohlrabe. “Guardando ai mesi a venire, la maggioranza delle aziende intervistate prevede un ulteriore peggioramento della situazione” conclude l’esperto tedesco.
I rischi dell’esplosione di una nuova bolla immobiliare globale, questa volta sono stati innescati da una società cinese: la Evergrande. Questa non sembra in grado di pagare 31,7 miliardi di dollari di obbligazioni e garanzie che aveva raccolto tra gli investitori ed ha fatto ricorso a News York al chapter 15 della legge fallimentare americana. In teoria questa scelta le dovrebbe consentire di proteggersi da una pioggia di richieste di restituzioni da parte dei creditori mentre la società si appresta a ristrutturare il suo debito. Ma il ricorso al chapter 15 di un colosso come Evergrande ha fatto tremare i mercati perché è arrivata a sorpresa. Il prossimo 28 agosto era previsto l’incontro per discutere del piano di rientro con i creditori ma le garanzie che la società avrebbe onorato gli impegni non sembrano bastare agli investitori. Il mercato immobiliare in Cina è in forte rallentamento e le conseguenze si riverberano sul sistema finanziario con le banche che hanno prestato i soldi alle imprese edilizie che si ritrovano adesso con le case invendute.
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22/08/2023
Cina - Quanto è grave il rallentamento economico?
Traduciamo un’analisi dell’economista Nicholas R. Lardy sul rallentamento economico cinese. L’analisi è pubblicata dal think-tank Peterson Institute for International Economics, intitolata a George Peterson, già consigliere di Nixon e presidente del fondo di investimento Blackstone.
Quindi, un’analisi che proviene da un ambiente con nessuno motivo ideologico per fare sconti alla Cina.
Basta leggere l’analisi per capire che l’autore è contrario alla regolazione dell’economia e, anzi, tifa apertamente che di fronte alle difficoltà economiche le autorità rispondano con un po’ più di laissez faire e un po’ meno regolazione.
Ciononostante, l’analisi porta a conclusione diverse rispetto al catastrofismo dei grandi media internazionali, equamente divisi tra chi spera di poter chiudere finalmente l’anomalia cinese e chi è terrorizzato da un eventuale contagio che possa far esplodere le bolle speculative negli USA e in Europa. Buona lettura.
Quindi, un’analisi che proviene da un ambiente con nessuno motivo ideologico per fare sconti alla Cina.
Basta leggere l’analisi per capire che l’autore è contrario alla regolazione dell’economia e, anzi, tifa apertamente che di fronte alle difficoltà economiche le autorità rispondano con un po’ più di laissez faire e un po’ meno regolazione.
Ciononostante, l’analisi porta a conclusione diverse rispetto al catastrofismo dei grandi media internazionali, equamente divisi tra chi spera di poter chiudere finalmente l’anomalia cinese e chi è terrorizzato da un eventuale contagio che possa far esplodere le bolle speculative negli USA e in Europa. Buona lettura.
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Sta emergendo un nuovo consenso tra economisti, giornalisti ed altri analisti a riguardo dell’attuale rallentamento dell’economia cinese.
L’opinione è che gli inciampi della Cina nella primavera 2023 fanno presagire problemi più seri sul lungo termine che deriverebbero dalle politiche sbagliate, isolazioniste e controllate dal Partito Comunista in risposta al COVID e delle sue conseguenze, con tutte le probabili influenze negative sull’economia globale.
Questa posizione molto popolare è probabilmente prematura e, almeno in parte, forse è semplicemente sbagliata[1].
Non c’è dubbio che la Cina stia affrontando molte sfide strutturali e d’altro tipo: crollo della produttività, forza lavoro in diminuzione, restrizione dei trasferimenti di tecnologia imposta dagli USA e da altri paesi, la correzione in corso della bolla immobiliare, alta disoccupazione tra i giovani lavoratori, una leadership che sembra dare priorità al controllo del Partito e alla sicurezza nazionale rispetto alla crescita economica (si veda la nostra intervista a Gabriele Battaglia, N.d.T.).
Queste sfide significano che la crescita cinese non tornerà vicino ai ritmi spettacolari del periodo 1980-2010, quando la crescita annuale era in media vicina al 10%.
Ma una lettura attenta del presente non va a sostegno della visione per cui la crescita cinese sia invischiata in una pesante spirale verso il basso che durerà anni.
La crescita del PIL cinese anno-su-anno nel secondo quarto del 2023 ha avuto un picco al 6,3%[2]. La ripresa anno-su-anno però era parzialmente dovuta alla crescita debole del secondo quadrimestre del 2022 e rappresentava una crescita di meno dell’1% rispetto al primo quadrimestre 2023.
La performance del secondo quadrimestre, quindi, è stata inferiore alle aspettative degli investitori. La crescita deludente è dovuta parzialmente anche all’espansione dei consumi delle famiglie su base annualizzata quadrimestre-su-quadrimestre che è precipita al 15% rispetto al 33% del primo quadrimestre[3].
La grande crescita del primo quadrimestre però era il risultato di una crescita molto debole nel quarto quadrimestre 2022, combinata con la fine dei lockdown imposti dal governo per il COVID-19, cioè un evento una tantum e quindi non sostenibile.
Anche le importazioni cinesi si sono indebolite, crollando del 7,6% nei primi sette mesi del 2023. Questo potrebbe essere un segnale di debole domanda interna.
Ma secondo Goldman Sachs il “declino nella crescita nominale dell’import è stata guidata interamente dagli effetti dei prezzi”[4]. In termini di volumi, le importazioni si sono espanse dell’1% rispetto al declino del 6,4% nello stesso periodo dell’anno scorso. Le importazioni nella prima metà del 2023 segnalano quindi una crescita della domanda interna.
E per quanto riguarda l’idea che le famiglie, di fronte alle insicurezze crescenti, stiano perdendo fiducia e stiano tagliando le spese lasciando più soldi nei depositi bancari?
I depositi bancari si sono accumulati durante la pandemia (2020-2022). Questo accumulo potrebbe riflettere la crescente paura delle famiglie di perdere i propri asset e quindi dare priorità alla liquidità di breve termine, come dice Adam S. Posen su PIIE[5].
La spiegazione alternativa è invece che quando i lockdown erano abbastanza pervasivi le famiglie non hanno avuto modo di spendere, i risparmi sono quindi inevitabilmente aumentati molto, e molti di questi risparmi crescenti sono stati spostati sui depositi bancari.
I depositi bancari delle famiglie hanno continuato a crescere nella prima metà del 2023 a circa lo stesso ritmo del 2022, suggerendo che non sia cambiato molto.
Ma il contesto è completamente diverso. Per esempio, nelle aree urbane la crescita del reddito disponibile delle famiglie nella prima metà del 2023 è aumentata di più della metà, quindi la quota di reddito delle famiglie indirizzata ai depositi bancari è scesa di molto.
La crescita della spesa in consumi è stata quasi dieci volte tanto rapida anche rispetto allo stesso periodo del 2022[6]. Questi dati suggeriscono con forza che il tasso di risparmio delle famiglie urbane stia ora crollando.
Questa ipotesi trova conferma nei dati nazionali aggregati per la prima metà del 2023, in cui i consumi pro capite sono cresciuti dell’8,4%, una volta e mezzo più veloce della crescita del PIL (entrambi misurati a prezzi correnti) e molto più rispetto alla crescita dei redditi disponibili pro capite, che si è attestata al 6,5%[7].
Ciò suggerisce che ci sia stato un punto di svolta nella prima metà del 2023, che ha portato alla riduzione del tasso di risparmio delle famiglie e all’aumento delle spese per consumi.
E per quanto riguarda l’idea che il rallentamento stia ora deprimendo i salari, minando ulteriormente la fiducia delle famiglie?
La crescita del salario medio pro capite nella prima metà del 2023 è stata del 6,8%[8]. Considerando altre forme di reddito, come gli interessi e altri redditi da proprietà, il reddito pro capite al netto delle imposte è stato di quasi tre quarti superiore al reddito da salario ed è cresciuto del 6,5%, più della crescita del PIL nominale[9].
La quota di ricchezza che va alle famiglie, quindi, sta crescendo, non diminuendo.
La combinazione di redditi personali in crescita e tassi di risparmio in discesa implica che i futuri consumi delle famiglie probabilmente sorprenderanno verso l’alto.
E la temuta parola con la "d", la deflazione?
La caduta dei prezzi al consumo potrebbe portare le famiglie a posticipare i consumi sulla base dell’aspettativa che domani i prezzi caleranno ancora. Questo ridurrebbe i consumi e la crescita economica.
Ma la riduzione dei prezzi, ampiamente notata, dello 0,3% a luglio 2023 in paragone all’anno precedente, era in maggior parte dovuta all’elevato costo degli alimentari nello stesso periodo del 2022.
Scorporando i prezzi volatili di alimentari ed energia, i prezzi dei consumi di base a Luglio 2023 sono cresciuti dello 0,8%, in crescita rispetto allo 0,4% di Giugno. Potrebbe essere prematuro evocare lo spettro della deflazione sulla base dei dati di un mese.
Infine, per quanto riguarda gli investimenti, in particolare quelli privati?
Una ragione della debolezza degli investimenti, pubblici e privati, nella prima metà del 2023 è che le scorte delle industrie alla fine del 2022 erano ai massimi storici[10].
In Cina, a differenza degli USA, non ci sono stati trasferimenti di contante direttamente alle famiglie durante la pandemia. Il sostegno ai redditi delle famiglie è stato indiretto, il governo ha tagliato alcune imposte alle imprese scoraggiando al contempo le imprese dal licenziare i lavoratori.
In molti casi la produzione è continuata mentre le vendite diminuivano, portando inevitabilmente al livello record di scorte.
Con le scorte ai massimi storici, si sono rivelati deboli gli incentivi di breve termine ad investire per espandere la capacità di produzione manifatturiera nella prima metà del 2023. Nello stesso periodo però si sono consumate le scorte, ponendo forse le basi per più investimenti in futuro.
Durante la pandemia gli investimenti privati hanno continuato a crescere, ma si sono indeboliti relativamente al tasso di espansione degli investimenti statali. Nella prima metà del 2023, per la prima volta da sempre, gli investimenti privati sono scesi dello 0,2%.
Gli investimenti privati continuano a contare per più della metà degli investimenti totali, ciò suggerisce che le politica del governo abbiano eroso i diritti di proprietà privati meno di quanto sia affermato da alcuni critici.
Due fattori sono stati particolarmente importanti nel rallentamento relativo degli investimenti privati: la crescente regolazione delle compagnie di internet e la correzione del settore immobiliare.
Primo: l’improvvisa e non ben congegnata repressione delle compagnie delle piattaforme internet, in grandissima parte privata, è cominciata alla fine del 2020 e ha decimato guadagni, investimenti e assunzioni.
A Luglio 2023 le autorità hanno dato segnali di via libera, dichiarando che i problemi di queste compagnie erano stati “rettificati”. Le imprese (tra cui Alibaba, ByteDance, Meituan e altre) hanno risposto aumentando l’assunzione di nuovo personale, rovesciando l’ondata di licenziamenti in queste e altre imprese private dell’hi-tech occorsa nel 2022[11].
Probabilmente la loro redditività sarà più bassa nel nuovo sistema di “supervisione normalizzata” rispetto all’approccio laissez-faire predominante prima della repressione, ma certamente crescerà rispetto ai minimi del 2022 e della prima metà del 2023, spingendo la crescita degli investimenti privati complessivi[12].
Secondo: gli investimenti nell’immobiliare anno-su-anno sono crollati del 10% nel 2022 e di un altro 8% nella prima metà del 2023. Le imprese private rappresentavano la gran parte degli investimenti nell’immobiliare prima dell’avvio della correzione. Il declino degli investimenti nell’immobiliare ha avuto grandi effetti sul livello generale di investimenti privati.
Le imprese immobiliari private stanno facendo deleveraging (vendere rapidamente le proprietà per ridurre il tasso di indebitamento, N.d.T.) ed è improbabile che tornino a investire, tranne che per completare i progetti già venduti ma non finiti. Quindi, l’immobiliare continuerà a essere un freno alla crescita degli investimenti privati.
Per concludere, la Cina e la sua popolazione hanno sofferto molto durante la pandemia del COVID-19, sia in termini di vite perse sia di mancata produzione economica. L’analisi svolta suggerisce che la ripresa possa essere cominciata, ma è fragile.
Il tempo dirà se la ripresa prenderà piede o se la Cina entrerà in una spirale ciclica verso il basso.
Note dell’autore
1. Vedi, per esempio, Adam Posen su Foreign Affairs, Peter Goodman sul New York Times, Paul Krugman sul New York Times, Keith Bradsher sul New York Times, James Kynge sul Financial Times, e l’editoriale collettivo del Financial Times.
2. Vedi National Bureau of Statistics of China’s 2023 1H GDP report.
3. Goldman Sachs, China: Consumer Dashboard 2023Q2, August 7, 2023.
4. Goldman Sachs, Signals from Chinese Import Data, August 15, 2023.
5. Posen, Foreign Affairs.
6. National Bureau of Statistics via Wind.
7. Vedi National Bureau of Statistics of China’s 2023 1H report su redditi e consumi delle famiglie
8. Ibid.
9. Ibid.
10. Gavekal Dragonomics, The Inventory Hangover, July 31, 2023.
11. “China’s Big Tech companies revive expansion plans after Beijing vows to give the green light on more deals, ends regulatory crackdown”, South China Morning Post, August 1, 2023.
12. Martin Chorzempa, Is China’s Tech ‘Crackdown’ or ‘Rectification’ Over?, DigiChina Forum, Stanford University, January 25, 2023.
Fonte
20/08/2023
Esplode una nuova “bolla immobiliare”?
La “bolla” stavolta potrebbe arrivare dalla Cina ma, come sempre, esplode a New York. Evergrande, il colosso cinese del settore immobiliare, ha dichiarato bancarotta e giovedì ha presentato istanza di fallimento a New York.
Evergrande era andata in insolvenza nel 2021 a causa del forte indebitamento, scatenando un’enorme crisi immobiliare nell’economia cinese, che continua a risentirne ancora oggi.
Il quotidiano economico Milano Finanza spiega che il colosso immobiliare ha presentato istanza di protezione dal fallimento ai sensi del Capitolo 15, che permette a un tribunale fallimentare statunitense di intervenire quando un caso di insolvenza coinvolge un altro Paese.
Il Chapter 15 ha lo scopo di promuovere la cooperazione tra i tribunali statunitensi, i debitori e i tribunali di altri Paesi coinvolti in procedure fallimentari transfrontaliere.
Il primo default di Evergrande, avvenuto nel 2021, aveva provocato un’onda d’urto nei mercati immobiliari cinesi. Il default della società è arrivato dopo che Pechino ha iniziato a dare un giro di vite all’eccessivo indebitamento dei costruttori, con l’obiettivo anche di contenere l’impennata dei prezzi delle abitazioni.
Di recente, un altro colosso immobiliare cinese, Country Garden, ha avvertito che “prenderà in considerazione l’adozione di varie misure di gestione del debito“, alimentando le speculazioni sul fatto che l’azienda potrebbe prepararsi a ristrutturare il proprio debito mentre lotta per raccogliere liquidità.
Il mese scorso, Evergrande ha dichiarato in un documento di Borsa di aver perso 81 miliardi di dollari di denaro degli azionisti nel 2021 e nel 2022. All’inizio di quest’anno, la società ha presentato il suo piano di ristrutturazione del debito. Il colosso immobiliare ha dichiarato di aver raggiunto “accordi vincolanti” con i suoi obbligazionisti internazionali sui termini chiave del piano.
Ma non c’è solo Evergrande a preoccupare. Infatti la principale società cinese del settore, Country Garden, ha sospeso la negoziazione di 11 obbligazioni onshore (titoli in yuan che circolano solo sul territorio nazionale, a differenza dei titoli offshore) per problemi relativi al loro rimborso, tracollando del 18% alla Borsa di Hong Kong.
Il Sole 24 Ore parla di “Campanelli di allarme che continuano a risuonare, ma che il resto del mondo finanziario per il momento fa quasi finta di non sentire”. Non a caso ieri le Borse europee hanno aperto in rosso. Vedremo lunedì se l’onda lunga dalla Cina impatterà anche sulla finanza in occidente.
Fonte
Evergrande era andata in insolvenza nel 2021 a causa del forte indebitamento, scatenando un’enorme crisi immobiliare nell’economia cinese, che continua a risentirne ancora oggi.
Il quotidiano economico Milano Finanza spiega che il colosso immobiliare ha presentato istanza di protezione dal fallimento ai sensi del Capitolo 15, che permette a un tribunale fallimentare statunitense di intervenire quando un caso di insolvenza coinvolge un altro Paese.
Il Chapter 15 ha lo scopo di promuovere la cooperazione tra i tribunali statunitensi, i debitori e i tribunali di altri Paesi coinvolti in procedure fallimentari transfrontaliere.
Il primo default di Evergrande, avvenuto nel 2021, aveva provocato un’onda d’urto nei mercati immobiliari cinesi. Il default della società è arrivato dopo che Pechino ha iniziato a dare un giro di vite all’eccessivo indebitamento dei costruttori, con l’obiettivo anche di contenere l’impennata dei prezzi delle abitazioni.
Di recente, un altro colosso immobiliare cinese, Country Garden, ha avvertito che “prenderà in considerazione l’adozione di varie misure di gestione del debito“, alimentando le speculazioni sul fatto che l’azienda potrebbe prepararsi a ristrutturare il proprio debito mentre lotta per raccogliere liquidità.
Il mese scorso, Evergrande ha dichiarato in un documento di Borsa di aver perso 81 miliardi di dollari di denaro degli azionisti nel 2021 e nel 2022. All’inizio di quest’anno, la società ha presentato il suo piano di ristrutturazione del debito. Il colosso immobiliare ha dichiarato di aver raggiunto “accordi vincolanti” con i suoi obbligazionisti internazionali sui termini chiave del piano.
Ma non c’è solo Evergrande a preoccupare. Infatti la principale società cinese del settore, Country Garden, ha sospeso la negoziazione di 11 obbligazioni onshore (titoli in yuan che circolano solo sul territorio nazionale, a differenza dei titoli offshore) per problemi relativi al loro rimborso, tracollando del 18% alla Borsa di Hong Kong.
Il Sole 24 Ore parla di “Campanelli di allarme che continuano a risuonare, ma che il resto del mondo finanziario per il momento fa quasi finta di non sentire”. Non a caso ieri le Borse europee hanno aperto in rosso. Vedremo lunedì se l’onda lunga dalla Cina impatterà anche sulla finanza in occidente.
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14/07/2023
Italia - Famiglie strozzate dall’aumento dei mutui e dagli affitti brevi
Un rapporto di Nomisma, evidenzia come sulla questione abitativa le famiglie si sono trovate ad essere improvvisamente più fragili, con minore potere d’acquisto e propensione al risparmio crollata su valori nuovamente esigui.
Una bella botta l’ha data il continuo rialzo dei tassi d’interesse che preclude a molti la possibilità di accedere ai mutui e per più di 1 milione di famiglie ha determinato la crescita esponenziale delle rate dei finanziamenti a tasso variabile.
La conseguenza dell’accresciuta rischiosità associata dalle banche agli impieghi immobiliari – precisa Nomisma – ha portato ad un calo delle erogazioni (-20% di mutui nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022) con inevitabili ricadute. Ma anche a tassi sui mutui che sono di 92 punti base più alti della media UE.
L’indice di performance relativo al mercato degli affitti, rileva che le abitazioni locate nel 2022 ammontano a poco meno del 6% dello stock disponibile. Nello specifico, gli affitti con contratti di medio-lungo periodo fanno segnare una flessione, con un calo superiore al 4% per i contratti ordinari e una riduzione dell’1,5% per quelli di tipo agevolato.
Al contrario i cosiddetti affitti brevi (case vacanza, B&B etc.) hanno visto aumentare dello 0,6% gli immobili locati a canone libero. Considerando i valori locativi, la maggiore pressione della domanda ha determinato nel primo semestre dell’anno una crescita del +1,7%.
Secondo Nomisma, con l’aggiunta della componente degli aspiranti proprietari, che temporaneamente si trovano esclusi dalla possibilità di acquisto di un immobile, il comparto della locazione in affitto nel futuro rivelerà tutta la sua inadeguatezza.
La domanda composta da famiglie, lavoratori, studenti e turisti compete, infatti, per un’offerta privata troppo esigua e sempre più orientata a privilegiare soluzioni più remunerative, quali gli affitti brevi.
Secondo l’Osservatorio, queste abitazioni potrebbero coprire almeno in parte il fabbisogno abitativo in locazione, ma al momento continuano a manifestare un interesse decisamente tiepido verso il settore residenziale preferendovi quello degli affitti brevi a turisti, stranieri etc.
Per saperne di più: Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto alla casa
Fonte
Una bella botta l’ha data il continuo rialzo dei tassi d’interesse che preclude a molti la possibilità di accedere ai mutui e per più di 1 milione di famiglie ha determinato la crescita esponenziale delle rate dei finanziamenti a tasso variabile.
La conseguenza dell’accresciuta rischiosità associata dalle banche agli impieghi immobiliari – precisa Nomisma – ha portato ad un calo delle erogazioni (-20% di mutui nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022) con inevitabili ricadute. Ma anche a tassi sui mutui che sono di 92 punti base più alti della media UE.
L’indice di performance relativo al mercato degli affitti, rileva che le abitazioni locate nel 2022 ammontano a poco meno del 6% dello stock disponibile. Nello specifico, gli affitti con contratti di medio-lungo periodo fanno segnare una flessione, con un calo superiore al 4% per i contratti ordinari e una riduzione dell’1,5% per quelli di tipo agevolato.
Al contrario i cosiddetti affitti brevi (case vacanza, B&B etc.) hanno visto aumentare dello 0,6% gli immobili locati a canone libero. Considerando i valori locativi, la maggiore pressione della domanda ha determinato nel primo semestre dell’anno una crescita del +1,7%.
Secondo Nomisma, con l’aggiunta della componente degli aspiranti proprietari, che temporaneamente si trovano esclusi dalla possibilità di acquisto di un immobile, il comparto della locazione in affitto nel futuro rivelerà tutta la sua inadeguatezza.
La domanda composta da famiglie, lavoratori, studenti e turisti compete, infatti, per un’offerta privata troppo esigua e sempre più orientata a privilegiare soluzioni più remunerative, quali gli affitti brevi.
Secondo l’Osservatorio, queste abitazioni potrebbero coprire almeno in parte il fabbisogno abitativo in locazione, ma al momento continuano a manifestare un interesse decisamente tiepido verso il settore residenziale preferendovi quello degli affitti brevi a turisti, stranieri etc.
Per saperne di più: Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto alla casa
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Chi è Nelson Chang, il magnate taiwanese che sta comprando mezza Firenze
Pezzo dopo pezzo, sta comprando mezza Firenze. Come in una sorta di Monopoli, il tycoon Nelson Chang – tra gli industriali più rinomati in Asia e principale investitore taiwanese in Italia, soprattutto nel settore dell’ospitalità – ha appena acquistato lo storico Palazzo Vivarelli Colonna, nel cuore del capoluogo toscano, per un esborso complessivo nella città di quasi 200 milioni di euro. Nel 2017 Forbes stimava avesse un patrimonio di 2,5 miliardi di dollari.
Con la sua LDC Hotels and Resorts (dove LDC è acronimo di Luxury, Dreams & Culture) prima ha acquisito Palazzo Portinari Salviati, antico edificio che fu dimora della musa dantesca Beatrice, per trasformarlo dopo circa un anno in una struttura ricettiva con suite di lusso in parte alberghiere e in parte residenziali (a 16mila euro/mq, il doppio del valore massimo immobiliare di Firenze, ndr) e il ristorante stellato guidato da Vito Mollica.
Poi è toccato allo scenografico Palazzo Serristori sull’omonimo lungarno, dove sono in corso i lavori per realizzare 14 appartamenti di altissimo target quasi tutti già venduti a facoltosi stranieri a cifre fino a 20mila euro/mq.
Adesso nel carnet del magnate Nelson Chang arriva un altro immobile luxury in centro a Firenze, un edificio di circa 4.800 mq cui si aggiungono 1.700 mq di giardino.
Firenze, tuttavia, non è che una delle città italiane nel mirino di Nelson Chang: la LDC Hotels and Resorts, che a Taiwan possiede dieci hotel tra cui il Palais de Chine, dal 2013 è fortemente attiva anche nel resto d’Italia, con investimenti a Roma, Venezia, in Piemonte e in Umbria, dove ha acquistato e restaurato immobili di grande valore trasformandoli in alberghi unici.
Tra questi il Relais Sant’Uffizio, ricavato in un monastero del XVI secolo in provincia di Asti, che fu il suo primo investimento italiano, nel 2013: all’epoca un mediatore contattò la famiglia proprietaria della dimora storica dove l’Avvocato Agnelli andava a mangiare il tartufo, dicendo che un signore venuto dall’Oriente era interessato a comprarla ma prima voleva visitare l’ex monastero cinquecentesco tra le vigne del Monferrato.
Fonte
Con la sua LDC Hotels and Resorts (dove LDC è acronimo di Luxury, Dreams & Culture) prima ha acquisito Palazzo Portinari Salviati, antico edificio che fu dimora della musa dantesca Beatrice, per trasformarlo dopo circa un anno in una struttura ricettiva con suite di lusso in parte alberghiere e in parte residenziali (a 16mila euro/mq, il doppio del valore massimo immobiliare di Firenze, ndr) e il ristorante stellato guidato da Vito Mollica.
Poi è toccato allo scenografico Palazzo Serristori sull’omonimo lungarno, dove sono in corso i lavori per realizzare 14 appartamenti di altissimo target quasi tutti già venduti a facoltosi stranieri a cifre fino a 20mila euro/mq.
Adesso nel carnet del magnate Nelson Chang arriva un altro immobile luxury in centro a Firenze, un edificio di circa 4.800 mq cui si aggiungono 1.700 mq di giardino.
Firenze, tuttavia, non è che una delle città italiane nel mirino di Nelson Chang: la LDC Hotels and Resorts, che a Taiwan possiede dieci hotel tra cui il Palais de Chine, dal 2013 è fortemente attiva anche nel resto d’Italia, con investimenti a Roma, Venezia, in Piemonte e in Umbria, dove ha acquistato e restaurato immobili di grande valore trasformandoli in alberghi unici.
Tra questi il Relais Sant’Uffizio, ricavato in un monastero del XVI secolo in provincia di Asti, che fu il suo primo investimento italiano, nel 2013: all’epoca un mediatore contattò la famiglia proprietaria della dimora storica dove l’Avvocato Agnelli andava a mangiare il tartufo, dicendo che un signore venuto dall’Oriente era interessato a comprarla ma prima voleva visitare l’ex monastero cinquecentesco tra le vigne del Monferrato.
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19/06/2023
Scaduta la prima rata dell’IMU. I privilegi della rendita immobiliare
Ci sono 25 milioni di italiani, proprietari di seconde case, seconde pertinenze, negozi, capannoni, alberghi o simili che in questi giorni hanno versato l’acconto Imu per il 2023. Il saldo, con la seconda rata, dovrà essere effettuato entro il 18 dicembre, in quanto quest’anno il 16 cadrà di sabato.
Secondo calcoli fatti della Uil, oltre 25,3 milioni di proprietari (il 41% sono lavoratori dipendenti e pensionati) verseranno in totale circa 11 miliardi di euro per l’acconto dell’Imu, mentre il gettito complessivo annuo sarà di 22,1 miliardi di euro (18,1 miliardi di euro andranno ai Comuni e 4 miliardi allo Stato).
Il costo medio complessivo dell’Imu calcolato su una seconda casa, situata in un capoluogo di provincia, sempre secondo le stime del sindacato, sarà di 1.074 euro medi (537 euro per l’acconto di giugno), con punte di oltre 2 mila euro nelle grandi città.
Secondo un rapporto del 2019 dell’Agenzia delle Entrate, con riferimento alle sole abitazioni e pertinenze, si stima un valore della ricchezza patrimoniale immobiliare pari a circa 6.000 miliardi di euro (dati 2016).
In termini di numero di immobili, le unità immobiliari iscritte al Catasto Edilizio Urbano sono circa 77 milioni, di cui solo 66,5 con rendita catastale attribuita e complessivamente pari a 38 miliardi di euro. Ma come abbiamo visto sono 22 milioni quelle che, risultando come seconde case, dovranno pagare l’Imu.
Il maggior numero di unità immobiliari è rappresentato dalle abitazioni, pari a circa 36 milioni (55 per cento del totale con rendita), per una rendita catastale complessiva pari a oltre 18,8miliardi di euro (49,5per cento del totale).
La Confedilizia (ossia la Confindustria dei proprietari immobiliari) chiede “una graduale riduzione” dell’Imu per quest’anno, ovviamente starnazzando per “l’alta tassazione sulla casa” (in realtà non si paga su quella dove si abita, ma solo su quelle in più).
Con un esercizio contabile piuttosto azzardato, la Confedilizia afferma che l’imposta sugli immobili – se conteggiata dalla sua introduzione nel 2012 con il governo Monti – raggiungerà la cifra di oltre 270 miliardi di euro pagati in dieci anni, mentre se fosse rimasta l’Ici, nello stesso periodo di tempo non si sarebbero superati i 110 miliardi.
Adottando lo stesso criterio, l’Irpef pagata in dieci anni da lavoratori dipendenti e pensionati supera i 1200 miliardi, dieci volte di più di chi vive di rendite immobiliari.
La Confedilizia finge di ignorare che ancora oggi, nonostante la crisi, in Italia genera più valore l’affitto di un appartamento di 70 metri quadri in una grande città che non la retribuzione di un ricercatore o di un insegnante o di un operaio: un esempio inequivocabile dello spostamento di valore dal lavoro alla rendita di cui tanto si va parlando, ma che spesso sfugge a esemplificazioni pragmatiche.
Infatti il reddito proveniente da una casa affittata è tassato al 16-21% contro il 27% di aliquota media sui redditi da lavoro.
Questa mistificazione, che da sempre genera un fuoco di sbarramento contro le ipotesi di tassazione sui patrimoni, innesca una ingiustificata “mobilitazione diffusa dei tantissimi singoli proprietari che finisce inevitabilmente con il portare acqua al mulino delle poche ma grandi proprietà immobiliari. Attraverso l’azione mediatico-politica sull’istinto ferino della titolarità proprietaria è sempre attivabile una forza di interdizione a qualsiasi forma di tassazione del patrimonio come dimostra la vittoriosa virulenza della campagna contro l’IMU” (da Prigionieri del mattone, edizioni Armadillo, 2023)
“Il padrone di casa nell’atto della sua titolarità proprietaria muta antropologicamente, e con esso muta la sua visione del mondo e del suo futuro. Assediato nel suo fortino opponibile erga omnes cerca i suoi simili e costruisce con essi una rete invisibile di protezione contro la minaccia fiscale percepita come un attacco alla sua supposta libertà, già però ampiamente consegnata, attraverso il micidiale meccanismo del credito, al sistema finanziario”, è scritto in questo imperdibile libro presentato pochi giorni fa all’università di Roma.
Il popolo di proprietari delle case in cui abitano, confonde troppo spesso se stesso con la grande proprietà immobiliare che della rendita speculativa sugli immobili si arricchisce enormemente, mentre i proprietari della sola casa in cui abitano vengono risucchiati nel vortice dell’indebitamento con le banche (i mutui).
Alcuni autori, come P. Dardot e C. Laval, ci ricorda Prigionieri del mattone, hanno sottolineato come l’indebitamento cronico modelli la soggettività e stia diventando un vero e proprio stile di vita per centinaia di migliaia di individui. Anche grazie alla rivoluzione comunicativa degli ultimi vent’anni che ha facilitato la diffusione delle pratiche del consumo di massa il funzionamento del capitalismo contemporaneo si basa sempre più su nuove forme di assoggettamento della popolazione all’indebitamento generalizzato.
Fonte
Secondo calcoli fatti della Uil, oltre 25,3 milioni di proprietari (il 41% sono lavoratori dipendenti e pensionati) verseranno in totale circa 11 miliardi di euro per l’acconto dell’Imu, mentre il gettito complessivo annuo sarà di 22,1 miliardi di euro (18,1 miliardi di euro andranno ai Comuni e 4 miliardi allo Stato).
Il costo medio complessivo dell’Imu calcolato su una seconda casa, situata in un capoluogo di provincia, sempre secondo le stime del sindacato, sarà di 1.074 euro medi (537 euro per l’acconto di giugno), con punte di oltre 2 mila euro nelle grandi città.
Secondo un rapporto del 2019 dell’Agenzia delle Entrate, con riferimento alle sole abitazioni e pertinenze, si stima un valore della ricchezza patrimoniale immobiliare pari a circa 6.000 miliardi di euro (dati 2016).
In termini di numero di immobili, le unità immobiliari iscritte al Catasto Edilizio Urbano sono circa 77 milioni, di cui solo 66,5 con rendita catastale attribuita e complessivamente pari a 38 miliardi di euro. Ma come abbiamo visto sono 22 milioni quelle che, risultando come seconde case, dovranno pagare l’Imu.
Il maggior numero di unità immobiliari è rappresentato dalle abitazioni, pari a circa 36 milioni (55 per cento del totale con rendita), per una rendita catastale complessiva pari a oltre 18,8miliardi di euro (49,5per cento del totale).
La Confedilizia (ossia la Confindustria dei proprietari immobiliari) chiede “una graduale riduzione” dell’Imu per quest’anno, ovviamente starnazzando per “l’alta tassazione sulla casa” (in realtà non si paga su quella dove si abita, ma solo su quelle in più).
Con un esercizio contabile piuttosto azzardato, la Confedilizia afferma che l’imposta sugli immobili – se conteggiata dalla sua introduzione nel 2012 con il governo Monti – raggiungerà la cifra di oltre 270 miliardi di euro pagati in dieci anni, mentre se fosse rimasta l’Ici, nello stesso periodo di tempo non si sarebbero superati i 110 miliardi.
Adottando lo stesso criterio, l’Irpef pagata in dieci anni da lavoratori dipendenti e pensionati supera i 1200 miliardi, dieci volte di più di chi vive di rendite immobiliari.
La Confedilizia finge di ignorare che ancora oggi, nonostante la crisi, in Italia genera più valore l’affitto di un appartamento di 70 metri quadri in una grande città che non la retribuzione di un ricercatore o di un insegnante o di un operaio: un esempio inequivocabile dello spostamento di valore dal lavoro alla rendita di cui tanto si va parlando, ma che spesso sfugge a esemplificazioni pragmatiche.
Infatti il reddito proveniente da una casa affittata è tassato al 16-21% contro il 27% di aliquota media sui redditi da lavoro.
Questa mistificazione, che da sempre genera un fuoco di sbarramento contro le ipotesi di tassazione sui patrimoni, innesca una ingiustificata “mobilitazione diffusa dei tantissimi singoli proprietari che finisce inevitabilmente con il portare acqua al mulino delle poche ma grandi proprietà immobiliari. Attraverso l’azione mediatico-politica sull’istinto ferino della titolarità proprietaria è sempre attivabile una forza di interdizione a qualsiasi forma di tassazione del patrimonio come dimostra la vittoriosa virulenza della campagna contro l’IMU” (da Prigionieri del mattone, edizioni Armadillo, 2023)
“Il padrone di casa nell’atto della sua titolarità proprietaria muta antropologicamente, e con esso muta la sua visione del mondo e del suo futuro. Assediato nel suo fortino opponibile erga omnes cerca i suoi simili e costruisce con essi una rete invisibile di protezione contro la minaccia fiscale percepita come un attacco alla sua supposta libertà, già però ampiamente consegnata, attraverso il micidiale meccanismo del credito, al sistema finanziario”, è scritto in questo imperdibile libro presentato pochi giorni fa all’università di Roma.
Il popolo di proprietari delle case in cui abitano, confonde troppo spesso se stesso con la grande proprietà immobiliare che della rendita speculativa sugli immobili si arricchisce enormemente, mentre i proprietari della sola casa in cui abitano vengono risucchiati nel vortice dell’indebitamento con le banche (i mutui).
Alcuni autori, come P. Dardot e C. Laval, ci ricorda Prigionieri del mattone, hanno sottolineato come l’indebitamento cronico modelli la soggettività e stia diventando un vero e proprio stile di vita per centinaia di migliaia di individui. Anche grazie alla rivoluzione comunicativa degli ultimi vent’anni che ha facilitato la diffusione delle pratiche del consumo di massa il funzionamento del capitalismo contemporaneo si basa sempre più su nuove forme di assoggettamento della popolazione all’indebitamento generalizzato.
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14/05/2023
La questione abitativa come contraddizione strategica
Mentre nel paese e, parzialmente nell’agenda politica, si torna a discutere di affitti impossibili, emergenza abitativa, e questione salariale, è andato in stampa il libro “Prigionieri del mattone”, curato dall’Asia-Usb ed edito da L’Armadillo editore. Si tratta di un prezioso e documentato lavoro di ricerca e analisi dei molti contesti sul tema dell’abitare finalmente affrontato da un punto di vista complessivo.
In esso è contenuta una analisi di classe della questione abitativa che continua a incidere pesantemente sia sulle condizioni di vita di milioni di persone, sia a rappresentare la manifestazione più devastante di quell’aspetto del capitalismo rappresentato dalla rendita.
Nel libro si fa tesoro delle analisi di studiosi marxisti della dimensione metropolitana come Mike Davis e di urbanisti italiani più attenti alla dimensione sociale e conflittuale del diritto alla città.
Infine, e non certo per importanza, vi si ritrovano i documenti, le piattaforme, le esperienze di movimenti sociali e sindacali sul fronte abitativo come l’Asia-Usb.
Il libro è stato reso possibile dall’agire collettivo di intellettuali, economisti, attivisti sindacali e dei movimenti sociali che hanno voluto rappresentare l’idea-forza della possibilità del cambiamento radicale sulle problematiche abitative.
È un testo che analizza e fa la sintesi dei processi di finanziarizzazione del mercato della casa, di arricchimento con le rendite immobiliari e, di contro, delle risposte in termini delle lotte popolari collettive che negli ultimi decenni sono state le uniche protagoniste della resistenza e del riscatto sociale per affermare il diritto all’abitare.
Anche chi ha fatto il lavoro più difficile di scrittura e strutturazione di buona parte del libro ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo la gestione collegiale e un elaborato collettivo.
Fonte
In esso è contenuta una analisi di classe della questione abitativa che continua a incidere pesantemente sia sulle condizioni di vita di milioni di persone, sia a rappresentare la manifestazione più devastante di quell’aspetto del capitalismo rappresentato dalla rendita.
Nel libro si fa tesoro delle analisi di studiosi marxisti della dimensione metropolitana come Mike Davis e di urbanisti italiani più attenti alla dimensione sociale e conflittuale del diritto alla città.
Infine, e non certo per importanza, vi si ritrovano i documenti, le piattaforme, le esperienze di movimenti sociali e sindacali sul fronte abitativo come l’Asia-Usb.
Il libro è stato reso possibile dall’agire collettivo di intellettuali, economisti, attivisti sindacali e dei movimenti sociali che hanno voluto rappresentare l’idea-forza della possibilità del cambiamento radicale sulle problematiche abitative.
È un testo che analizza e fa la sintesi dei processi di finanziarizzazione del mercato della casa, di arricchimento con le rendite immobiliari e, di contro, delle risposte in termini delle lotte popolari collettive che negli ultimi decenni sono state le uniche protagoniste della resistenza e del riscatto sociale per affermare il diritto all’abitare.
Anche chi ha fatto il lavoro più difficile di scrittura e strutturazione di buona parte del libro ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo la gestione collegiale e un elaborato collettivo.
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17/02/2022
Come comprare casa senza soldi
Il modello di business denominato Instant Buyer (o iBuyer) sta prendendo piede nel mercato immobiliare americano. Nel terzo trimestre del 2021 negli USA 27.244 proprietari di casa hanno deciso di vendere utilizzando un servizio di iBuying, movimentando un volume d’affari pari a 10,6 miliardi di dollari.
Negli Usa la quota di mercato dell’iBuyer è passata dall’1% del secondo trimestre 2021 all’1,9% del terzo trimestre (zillow.com). Si tratta di un sistema per bypassare le tecniche di vendita messe in piedi dalle agenzie immobiliari in decenni di attività.
Immagina di vendere la tua casa senza doverla mai mettere sul mercato e nemmeno mostrarla di persona ai potenziali clienti. Immagina di metterla nelle mani di un agente che non colloca la tua casa in un catalogo di vendita o su una vetrina reale o virtuale.
Immagina un agente che non sia semplicemente un intermediario tra te e il potenziale acquirente che, quando va male, ti restituisce le chiavi della casa, e chi si è visto si è visto, e, quando va bene, ti spilla il 3% del prezzo realizzato. Immagina che questo agente compri direttamente la tua casa, e ti offra il 101% del prezzo di mercato, in contanti, subito. Ebbene hai immaginato il sistema Instant Buyer.
Gli iBuyers, scrive Forbes, sono società immobiliari che acquistano la casa di un venditore in contanti, online, aggirando completamente gli agenti immobiliari. Opendoor, Zillow Instant Offers, Offerpad e RedfinNow – tra le maggiori agenzie americane di iBuyer – invitano potenziali venditori a inserire i dettagli della loro proprietà online.
I dettagli vengono poi valutati da un algoritmo che genera un’offerta in sole 24 ore. Se il venditore accetta l’offerta, l’iBuyer invia un rappresentante per ispezionare la proprietà e determinare se sono necessari adeguamenti dell’offerta.
I venditori non vogliono più pagare salate commissioni agli agenti immobiliari, dice a Forbes Kevin Feely, iBuyes canadese. L’iBuyer non è solo una grave minaccia al sistema dell’intermediazione immobiliare, può effettivamente essere la morte in carriera di agenti immobiliari mediocri, dice Feely.
In secondo luogo, dice, è importante notare che il 69% dei venditori di case non utilizza l’agente immobiliare con cui ha acquistato la casa. Questo perché la maggior parte degli agenti prende i soldi e scappa. Vede i propri clienti come un’unica occasione per incassare. Invece, bisogna rendersi conto che potresti, e dovresti, sviluppare relazioni a lungo termine con questi clienti.
Ai nostri clienti facciamo un’offerta in contanti sulla loro casa, un’offerta coperta da una polizza assicurativa in caso la vendita non vada a buon fine. L’iBuyer, dice, non sarà solo la morte del mediocre agente immobiliare, ma anche la morte di tutto il sottobosco fatto di broker finanziari.
Gli iBuyes non fanno beneficenza. Si tratta pur sempre di business. Chiedono una commissione, anche se è meno alta di quella delle agenzie tradizionali.
Questo sistema di vendita si trasforma in un’opportunità per il compratore, il quale si trova di fronte una casa già pienamente finanziata per l’acquisto. È come se il compratore andasse in una agenzia tradizionale, scegliesse la casa e questa casa portasse in dote un mutuo già approvato. Il sistema di mutuo pre-approvato si chiama iLending.
Gli iLenders sono agenzie finanziarie completamente digitali, come Better.com e Accept.inc. Possono approvare mutui a qualsiasi ora del giorno o della notte. Finanziano e anticipano l’intero prezzo di acquisto nel momento in cui la casa è presa in carico da un iBuyer. Per l’acquirente si tratta di un vantaggio significativo (nytimes.com).
Non siamo all’inizio di un’avventura che finirà con qualcosa di simile ai famigerati subprime.
Siamo alle prese con un modello di keynesismo privatizzato, in cui l’acquisto di alloggi popolari è totalmente affidato alla finanza e al mercato; in un clima di totale irresponsabilità, avallato da teorie che immaginano il banchiere centrale come quel Dio orologiaio che pigia il bottone del Fiat Money e riavvia l’economia.
Fonte
Negli Usa la quota di mercato dell’iBuyer è passata dall’1% del secondo trimestre 2021 all’1,9% del terzo trimestre (zillow.com). Si tratta di un sistema per bypassare le tecniche di vendita messe in piedi dalle agenzie immobiliari in decenni di attività.
Immagina di vendere la tua casa senza doverla mai mettere sul mercato e nemmeno mostrarla di persona ai potenziali clienti. Immagina di metterla nelle mani di un agente che non colloca la tua casa in un catalogo di vendita o su una vetrina reale o virtuale.
Immagina un agente che non sia semplicemente un intermediario tra te e il potenziale acquirente che, quando va male, ti restituisce le chiavi della casa, e chi si è visto si è visto, e, quando va bene, ti spilla il 3% del prezzo realizzato. Immagina che questo agente compri direttamente la tua casa, e ti offra il 101% del prezzo di mercato, in contanti, subito. Ebbene hai immaginato il sistema Instant Buyer.
Gli iBuyers, scrive Forbes, sono società immobiliari che acquistano la casa di un venditore in contanti, online, aggirando completamente gli agenti immobiliari. Opendoor, Zillow Instant Offers, Offerpad e RedfinNow – tra le maggiori agenzie americane di iBuyer – invitano potenziali venditori a inserire i dettagli della loro proprietà online.
I dettagli vengono poi valutati da un algoritmo che genera un’offerta in sole 24 ore. Se il venditore accetta l’offerta, l’iBuyer invia un rappresentante per ispezionare la proprietà e determinare se sono necessari adeguamenti dell’offerta.
I venditori non vogliono più pagare salate commissioni agli agenti immobiliari, dice a Forbes Kevin Feely, iBuyes canadese. L’iBuyer non è solo una grave minaccia al sistema dell’intermediazione immobiliare, può effettivamente essere la morte in carriera di agenti immobiliari mediocri, dice Feely.
In secondo luogo, dice, è importante notare che il 69% dei venditori di case non utilizza l’agente immobiliare con cui ha acquistato la casa. Questo perché la maggior parte degli agenti prende i soldi e scappa. Vede i propri clienti come un’unica occasione per incassare. Invece, bisogna rendersi conto che potresti, e dovresti, sviluppare relazioni a lungo termine con questi clienti.
Ai nostri clienti facciamo un’offerta in contanti sulla loro casa, un’offerta coperta da una polizza assicurativa in caso la vendita non vada a buon fine. L’iBuyer, dice, non sarà solo la morte del mediocre agente immobiliare, ma anche la morte di tutto il sottobosco fatto di broker finanziari.
Gli iBuyes non fanno beneficenza. Si tratta pur sempre di business. Chiedono una commissione, anche se è meno alta di quella delle agenzie tradizionali.
Questo sistema di vendita si trasforma in un’opportunità per il compratore, il quale si trova di fronte una casa già pienamente finanziata per l’acquisto. È come se il compratore andasse in una agenzia tradizionale, scegliesse la casa e questa casa portasse in dote un mutuo già approvato. Il sistema di mutuo pre-approvato si chiama iLending.
Gli iLenders sono agenzie finanziarie completamente digitali, come Better.com e Accept.inc. Possono approvare mutui a qualsiasi ora del giorno o della notte. Finanziano e anticipano l’intero prezzo di acquisto nel momento in cui la casa è presa in carico da un iBuyer. Per l’acquirente si tratta di un vantaggio significativo (nytimes.com).
Non siamo all’inizio di un’avventura che finirà con qualcosa di simile ai famigerati subprime.
Siamo alle prese con un modello di keynesismo privatizzato, in cui l’acquisto di alloggi popolari è totalmente affidato alla finanza e al mercato; in un clima di totale irresponsabilità, avallato da teorie che immaginano il banchiere centrale come quel Dio orologiaio che pigia il bottone del Fiat Money e riavvia l’economia.
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15/12/2021
La casa rasa al suolo dall’Unione Europea
C’è chi ancora non comprende che il “trasferimento di sovranità” dagli Stati nazionali – e dalle democrazie, in cui questa sovranità appartiene al popolo – all’Unione Europea è un trasferimento di potere “ai mercati”. O, più precisamente, a quella fetta numericamente piuttosto sottile che è bene chiamare borghesia europea.
Se si resta a guardare solo ai passaporti in tasca a questo o quel manager o imprenditore multinazionale, non si vede granché, e si continua a pensare che anche un livello stratosferico di capacità di business sia comunque “borghesia nazionale” in base a un semplice documento che attesta la cittadinanza principale (senza ricordare che esiste anche la possibilità di una doppia o tripla cittadinanza).
La “borghesia nazionale” esiste ancora, certamente, ma vi appartengono quelle frazioni di capitale troppo piccole per “competere in campo internazionale”. Magari hanno nel conto corrente qualche milione di euro, una Ferrari in garage, qualche villa e uno yacht, ma non contano granché rispetto a chi si può muovere sfruttando le regolamentazioni europee e, contemporaneamente, le differenti legislazioni nazionali (e i diversi costi del lavoro).
Abbiamo indicato nei Salvini e nelle Meloni i “referenti politici” di questo tipo di borghesia, evidenziando la loro impossibilità sia di “opporsi” alla costruzione di un super-stato europeo, sia di “contrattare” da posizioni di forza una propria compartecipazione a quella costruzione.
Come ricordava anche Moni Ovadia, qualche giorno fa, al lancio della campagna nazionale “contro Mario Draghi presidente della Repubblica”, due soli fondi di investimento – Vanguard e BlackRock – sono vicini a movimentare circa 20.000 miliardi dollari. Una cifra pari a 11 volte il Pil italiano...
Cosa volete che contino i sciur Brambilla padani di fronte alla capacità di “persuasione” di colossi del genere? È scontato, insomma, che la legislazione continentale – vincolante per tutti e 27 i paesi membri – prenda forma sotto la spinta di soggetti la cui forza finanziaria eccede ampiamente quella dei singoli paesi.
Discorso troppo “elevato ed astratto”?
Ed allora scendiamo sulla terra, prendendo ad esempio il più consueto e vicino dei beni con cui abbiamo a che fare: la casa. Un tormento per chi non ne possiede una e magari non ha neanche il reddito sufficiente ad affittarla, ma comunque un problema anche per quella maggioranza di popolazione (73%) che è proprietaria almeno delle quattro mura in cui risiede.
Non stiamo qui parlando della tassazione, del peso del mutuo o dei costi di manutenzione (sempre gravosi, certo), ma del futuro economico di questo bene su cui tradizionalmente si investe tutta o quasi la propria capacità di risparmio, spesso unica eredità da lasciare ai figli.
Una direttiva europea in via di definizione renderà non vendibili o affittabili le case con “efficienza energetica” inferiore a “F”, dal 2030, e a “D” dal 2033.
La motivazione ufficiale è ovviamente “verde”, perché un immobile che richiede grandi consumi energetici per essere abitabile (d’inverno con i riscaldamenti, d’estate con i condizionatori) contribuisce certamente al peggioramento del cambiamento climatico.
Ma lo strumento adottato per ottenere un risultato “virtuoso” (la riduzione dei consumi energetici) è – come spiega nei dettagli il sempre preciso Guido Salerno Aletta su TeleBorsa – la “repressione finanziaria”. Il manganello usato in questo caso è ben più feroce di quello dei poliziotti: se la tua abitazione non può essere ristrutturata in quel senso (per motivi economici o impossibilità tecnica) non varrà più nulla.
I risparmi di una vita, o di generazioni (per molte case di centri storici o dei “paesi più belli d’Italia”) buttati nel cesso, economicamente parlando.
Una direttiva del genere a quali interessi obbedisce? Lo spiega appunto uno specialista – ex direttore generale Fondazione Ugo Bordoni ed ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi – nell’analizzare le conseguenze di ogni legislazione in materia economica.
Alle sue considerazioni, finanziariamente inoppugnabili, ci sentiamo di aggiungerne soltanto un paio, di carattere più sociale.
Da un lato si tratta di una “svalutazione patrimoniale” mai vista – se non in guerra, con i bombardamenti fisici – del tradizionale “bene rifugio” delle famiglie con redditi da lavoro. Quelle risorse risparmiate, con questa direttiva, andranno forzatamente dirottate verso il “risparmio gestito” (ossia il capitale finanziario) oppure verso immobili “certificati” che saliranno di valore in virtù della rarefazione degli immobili “commerciabili”.
Dall’altro, vista la scomparsa di qualsiasi progetto di edilizia popolare con investimenti pubblici, si verrà a creare una scarsità mostruosa di appartamenti affittabili, con conseguente crescita della domanda e degli affitti.
Questa direttiva, per tornare alle considerazioni iniziali, non sarebbe mai venuta in testa a una “borghesia nazionale” che proprio nella speculazione immobiliare ha storicamente trovato una fonte di profitti e plusvalenze molto facili. Più coerenti, in quella logica, i “super bonus per la ristrutturazione”, addirittura al 110% (per premiare anche le banche...).
Ci vole una borghesia europea per partorire un simile mostro, mettendo al centro gli interessi di un capitale finanziario da dieci anni obbligato a marciare sul posto e a sopravvivere grazie alle “iniezioni di liquidità” della Bce.
P.s. L’allarme degli immobiliaristi – più rapidi a capire le conseguenze che non i semplici proprietari di una casa – hanno spinto i vertici della UE a minimizzare i rischi, introducendo una retromarcia verbale che comunque non è ancora verificabile su alcuna bozza di direttiva. Vedi qui.
Se si resta a guardare solo ai passaporti in tasca a questo o quel manager o imprenditore multinazionale, non si vede granché, e si continua a pensare che anche un livello stratosferico di capacità di business sia comunque “borghesia nazionale” in base a un semplice documento che attesta la cittadinanza principale (senza ricordare che esiste anche la possibilità di una doppia o tripla cittadinanza).
La “borghesia nazionale” esiste ancora, certamente, ma vi appartengono quelle frazioni di capitale troppo piccole per “competere in campo internazionale”. Magari hanno nel conto corrente qualche milione di euro, una Ferrari in garage, qualche villa e uno yacht, ma non contano granché rispetto a chi si può muovere sfruttando le regolamentazioni europee e, contemporaneamente, le differenti legislazioni nazionali (e i diversi costi del lavoro).
Abbiamo indicato nei Salvini e nelle Meloni i “referenti politici” di questo tipo di borghesia, evidenziando la loro impossibilità sia di “opporsi” alla costruzione di un super-stato europeo, sia di “contrattare” da posizioni di forza una propria compartecipazione a quella costruzione.
Come ricordava anche Moni Ovadia, qualche giorno fa, al lancio della campagna nazionale “contro Mario Draghi presidente della Repubblica”, due soli fondi di investimento – Vanguard e BlackRock – sono vicini a movimentare circa 20.000 miliardi dollari. Una cifra pari a 11 volte il Pil italiano...
Cosa volete che contino i sciur Brambilla padani di fronte alla capacità di “persuasione” di colossi del genere? È scontato, insomma, che la legislazione continentale – vincolante per tutti e 27 i paesi membri – prenda forma sotto la spinta di soggetti la cui forza finanziaria eccede ampiamente quella dei singoli paesi.
Discorso troppo “elevato ed astratto”?
Ed allora scendiamo sulla terra, prendendo ad esempio il più consueto e vicino dei beni con cui abbiamo a che fare: la casa. Un tormento per chi non ne possiede una e magari non ha neanche il reddito sufficiente ad affittarla, ma comunque un problema anche per quella maggioranza di popolazione (73%) che è proprietaria almeno delle quattro mura in cui risiede.
Non stiamo qui parlando della tassazione, del peso del mutuo o dei costi di manutenzione (sempre gravosi, certo), ma del futuro economico di questo bene su cui tradizionalmente si investe tutta o quasi la propria capacità di risparmio, spesso unica eredità da lasciare ai figli.
Una direttiva europea in via di definizione renderà non vendibili o affittabili le case con “efficienza energetica” inferiore a “F”, dal 2030, e a “D” dal 2033.
La motivazione ufficiale è ovviamente “verde”, perché un immobile che richiede grandi consumi energetici per essere abitabile (d’inverno con i riscaldamenti, d’estate con i condizionatori) contribuisce certamente al peggioramento del cambiamento climatico.
Ma lo strumento adottato per ottenere un risultato “virtuoso” (la riduzione dei consumi energetici) è – come spiega nei dettagli il sempre preciso Guido Salerno Aletta su TeleBorsa – la “repressione finanziaria”. Il manganello usato in questo caso è ben più feroce di quello dei poliziotti: se la tua abitazione non può essere ristrutturata in quel senso (per motivi economici o impossibilità tecnica) non varrà più nulla.
I risparmi di una vita, o di generazioni (per molte case di centri storici o dei “paesi più belli d’Italia”) buttati nel cesso, economicamente parlando.
Una direttiva del genere a quali interessi obbedisce? Lo spiega appunto uno specialista – ex direttore generale Fondazione Ugo Bordoni ed ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi – nell’analizzare le conseguenze di ogni legislazione in materia economica.
Alle sue considerazioni, finanziariamente inoppugnabili, ci sentiamo di aggiungerne soltanto un paio, di carattere più sociale.
Da un lato si tratta di una “svalutazione patrimoniale” mai vista – se non in guerra, con i bombardamenti fisici – del tradizionale “bene rifugio” delle famiglie con redditi da lavoro. Quelle risorse risparmiate, con questa direttiva, andranno forzatamente dirottate verso il “risparmio gestito” (ossia il capitale finanziario) oppure verso immobili “certificati” che saliranno di valore in virtù della rarefazione degli immobili “commerciabili”.
Dall’altro, vista la scomparsa di qualsiasi progetto di edilizia popolare con investimenti pubblici, si verrà a creare una scarsità mostruosa di appartamenti affittabili, con conseguente crescita della domanda e degli affitti.
Questa direttiva, per tornare alle considerazioni iniziali, non sarebbe mai venuta in testa a una “borghesia nazionale” che proprio nella speculazione immobiliare ha storicamente trovato una fonte di profitti e plusvalenze molto facili. Più coerenti, in quella logica, i “super bonus per la ristrutturazione”, addirittura al 110% (per premiare anche le banche...).
Ci vole una borghesia europea per partorire un simile mostro, mettendo al centro gli interessi di un capitale finanziario da dieci anni obbligato a marciare sul posto e a sopravvivere grazie alle “iniezioni di liquidità” della Bce.
P.s. L’allarme degli immobiliaristi – più rapidi a capire le conseguenze che non i semplici proprietari di una casa – hanno spinto i vertici della UE a minimizzare i rischi, introducendo una retromarcia verbale che comunque non è ancora verificabile su alcuna bozza di direttiva. Vedi qui.
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“Non Performing House”
“Non Performing House”
Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa
Si legge di una direttiva della Unione europea, in fase di avanzata elaborazione, volta ad accelerare la riduzione dei consumi energetici negli immobili, imponendo una serie di vincoli alla loro circolazione: a partire da una certa data, ci sarebbe il divieto di venderli o di affittarli se non hanno almeno una determinata classe energetica.
La misura entrerebbe in vigore dal 2030 per gli immobili di classe energetica G e poi dal 2033 per gli immobili di classe E: pertanto, a partire dal 2030 sarebbe indispensabile avere la certificazione energetica di classe F e dal 2033 la certificazione di classe D. In caso contrario, la casa non avrebbe valore economico, ma solo un valore d’uso da parte del proprietario.
Siamo di fronte ad una stretta formidabile che ha come obiettivo la riduzione dei consumi energetici ma come strumento la repressione finanziaria.
C’è da chiedersi il perché di tanta determinazione: c’è di mezzo la equalizzazione del valore degli asset, che sta vedendo schizzare verso l’alto quello degli immobili mentre i titoli di debito non solo hanno da anni rendimenti nominali negativi, ma che in questo periodo di forte inflazione perdono valore anche in linea capitale.
Basta vedere quello che accade in Germania: mentre i Bund hanno rendimenti negativi su tutte le scadenze, e quindi rappresentano un investimento che comporta una perdita secca, i prezzi degli immobili ad uso residenziale stanno salendo alle stelle.
Le statistiche internazionali raccolte dalla BRI forniscono andamenti impressionanti: il valore medio di un appartamento, fatto pari a 100 nel 2010, a giugno di quest’anno era arrivato a quota 177,6. Per talune categorie, sempre in Germania il livello è arrivato a 183,3.
In Danimarca, l’inflazione dei valori immobiliari è spaventosa: da quota 100 del 2010, alla fine del primo trimestre di quest’anno si è arrivati a 586,7. Praticamente, un valore sestuplicato. In Belgio, il prezzo si è duplicato in 10 anni.
Ovvio che si debba intervenire.
In pratica, la repressione finanziaria adottata dalla BCE nei confronti del debito sta producendo una fuga verso altri asset, in particolare gli immobili, il cui prezzo sta andando alle stelle.
Viene da pensare a questo punto che l’obiettivo del risparmio energetico non solo nasconda una estensione agli immobili della politica di repressione finanziaria in atto, ma che serva a spalancare una altra porta alla green finance. Così come si impone la rottamazione delle automobili diesel, si farà con le vecchie case perché consumano troppa energia.
Intanto, c’è una sorta di monito agli investitori: fate attenzione, perché il valore dell’immobile che state acquistando non solo subirà una forte riduzione per via dei lavori necessari per ottenere la occorrente certificazione energetica, ma non avrà alcun valore economico se non provvederete all’adeguamento.
Si scoraggia la speculazione immobiliare, lo spostamento degli investimenti da una asset class, i titoli di debito, che da anni hanno rendimenti economici e valori patrimoniali negativi ad una altra asset class che invece ha registrato una dinamica eccezionalmente favorevole.
In pratica, facendo trapelare la notizia di questa direttiva in corso di elaborazione, la Commissione europea sta cercando di bucare la bolla dei prezzi immobiliari.
Tutto lascia immaginare che si andrà avanti comunque: continuando con la repressione finanziaria in atto da anni sul debito ed estendendola agli immobili.
La transizione energetica non è solo un obiettivo ambientale, volto a salvaguardare il Pianeta, ma è soprattutto uno strumento strategico, indispensabile per indirizzare gli investimenti.
La finanza green non si limiterà solo alla gestione delle aste dei diritti di emissione della CO2, o dei certificati verdi o bianchi: deve mettere le mani anche sul processo di investimenti colossali che diviene necessario per l’efficienza energetica negli immobili.
Con un unico colpo si perseguono due obiettivi: per un verso si evita il progressivo travaso degli investimenti finanziari dal debito alla proprietà immobiliare, e per l’altro si amplia il nuovo mercato finanziario, per l’efficienza energetica.
Se gli immobili non avranno i requisiti energetici richiesti, saranno “beni fuori mercato“, con conseguenze catastrofiche anche per le banche che li hanno presi in garanzia per erogare prestiti o mutui: avremo centinaia di migliaia, se non milioni di “non performing house“. La ricchezza delle famiglie italiane ne sarà devastata.
I proprietari di casa saranno costretti a fare i lavori occorrenti per l’adeguamento ricorrendo ai propri risparmi, oppure dovranno indebitarsi: eccola la finanza green, questa è la nuova repressione finanziaria.
La nuova repressione finanziaria, dietro il risparmio energetico.
Fonte
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