Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Lehman Brothers. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lehman Brothers. Mostra tutti i post

23/08/2023

Evergrande vs. Lehman Brothers: speculazioni immobiliari a confronto

di Guido Salerno Aletta

Non c'è quasi niente che accomuni la crisi finanziaria in cui versa già da anni il settore immobiliare cinese con la crisi economica delle famiglie americane che determinò il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008, scatenando conseguentemente il caos sui mercati finanziari di mezzo mondo.

In Cina, si è determinata una bolla speculativa: programmi di sviluppo immobiliare enormemente ambiziosi, con milioni di vani d'abitazione e decine di migliaia di immobili ad uso commerciale ancora solo progettati, oltre a quelli in via di realizzazione, hanno attirato l'interesse crescente degli investitori interni ed internazionali.

Gli investitori, a fronte del finanziamento versato agli sviluppatori, usando risorse proprie o spesso prese a prestito, contavano sulla futura vendita a prezzi estremamente vantaggiosi delle costruzioni una volta che fossero state realizzate: la crescita continua dei prezzi degli immobili avrebbe consentito loro guadagni sicuri ed enormi.

Da una parte, sul mercato interno cinese alcuni operatori, soprattutto soggetti privati già molto abbienti, hanno comprato direttamente "sulla carta" immobili di prestigio o centri commerciali ancora da costruire, anticipando percentuali molto elevate sul prezzo, nella convinzione di poterli rivendere una volta realizzati ad un prezzo maggiorato, tale da consentire un ampio margine di guadagno. Molte famiglie, poi, hanno finanziato i costruttori per comprare la casa di abitazione, usando i propri risparmi.

Dall'altra parte, gli operatori stranieri hanno sottoscritto i bond da queste compagnie cinesi di sviluppo immobiliare, emessi prevalentemente sul mercato americano con la promessa di incassare tassi di interesse molto elevati, magari indebitandosi ai tassi più bassi che erano correnti sui prestiti erogati in dollari o in euro sulle piazze finanziarie occidentali per via delle politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decisi dalle varie Banche centrali (Fed, BCE, BoE).

Taluni giganti del settore cinese delle costruzioni, come Evergrande, sono da tempo in difficoltà, in quanto non riescono a far fronte agli impegni assunti sia nei confronti dei creditori interni e dei finanziatori internazionali che degli stessi acquirenti "sulla carta": il mercato immobiliare è saturo.

Visto che non ci sono abbastanza acquirenti e che i prezzi di vendita calano rispetto alle previsioni, sono saltati tutti i piani finanziari: gli sviluppatori non hanno né le risorse necessarie per pagare le rate ai finanziatori né quelle occorrenti per completare le realizzazioni degli immobili. Pur cercando di liquidare gli asset, smembrando le società stesse o vendendo le partecipazioni azionarie in altri settori, gli incassi che ne derivano non consentono di fronteggiare gli impegni: questa è la situazione di crisi strutturale che caratterizza il mercato immobiliare cinese.

Le situazioni sono assai diverse: ci sono le famiglie cinesi che hanno versato anticipi per compare la loro prima casa usando il proprio risparmio; ci sono operatori privati sempre cinesi che hanno investito per comprare seconde o terze case da dare in affitto o da rivendere; ci sono gli investitori internazionali che hanno sottoscritto bond emessi prevalentemente sulla piazza di Wall Street.

La crisi cinese ha dunque natura finanziaria: i piani di sviluppo si sono dimostrati troppo aggressivi, ottimistici, perché hanno stimato un mercato potenziale superiore a quello reale. Questo accade sempre quando un numero troppo ampio di operatori si affolla in un singolo settore che cresce in modo assai promettente: la torta diventa più grande, ma non abbastanza grande per soddisfare gli appetiti e le scommesse di tutti.

La crisi americana del 2008 fu completamente diversa: derivò dal default delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa in cui abitavano, sottoscrivendo mutui senza avere il reddito sufficiente a ripagarne le rate in condizioni di tensione sui tassi. Erano i mutui concessi ai cosiddetti debitori "sub prime": le banche americane si arricchivano erogando questi mutui ad alto rischio per poi cartolarizzarli subito dopo in appositi veicoli finanziari, il cui asset era rappresentato dal valore del mutuo che era stato conferito.

Questo sistema di finanziamento dei mutui era stato denominato "originate to distribute": in pratica, le banche americane e gli altri operatori finanziari, come Lehman Brothers, erogavano i mutui alle famiglie americane per rivenderli il prima possibile all'estero. Il rischio era dunque traslato agli operatori stranieri che compravano le quote di queste MBs' (Mortgage Backed Security): le rate mensili dei mutui fronteggiavano il pagamento agli investitori degli interessi ed il rimborso delle quote di capitale.

Anche in questo caso, ci fu un elemento speculativo a determinare la bolla dei valori immobiliari: i valori delle case esistenti erano in crescita per via dello sviluppo esponenziale di questo meccanismo di finanziamento, che si alimentava erogando sempre più mutui a famiglie sempre meno abbienti. La costruzione dei nuovi immobili cresceva ad un ritmo più basso rispetto a quello di erogazione dei mutui.

Per bloccare questa dinamica dei prezzi delle case che crescevano in continuazione e soprattutto quella dei mutui concessi a creditori sempre meno affidabili, la Federal Reserve decise di aumentare i tassi di interesse, senza sosta: ma, così facendo, non bloccò solo la erogazione dei nuovi mutui ma soprattutto rese più care le rate di quelli già in corso, stipulati a tasso variabile.

In America, il valore delle case smise di crescere continuamente: coloro che si erano indebitati pensando di trovarsi con una casa di maggior valore da rivendere, cominciarono a metterle su mercato col mutuo ancora in piedi, ma senza trovare acquirenti visto che i tassi erano in crescita. Molte famiglie cominciarono a non pagare le rate e ad abbandonare le case comprate: visto che l'acquisto era stato finanziato integralmente dal mutuo bancario, non perdevano neanche un centesimo. Avrebbero affittato un alloggio assai più piccolo, risparmiando.

In America, fu la mancanza di risparmio interno delle famiglie ad innescare un modello malsano di erogazione dei mutui e la crescita del mercato e dei valori immobiliari: il rialzo dei tassi di interesse, deciso dalla Fed per bloccare la speculazione finanziaria che si era sviluppata ed i rischi per la stabilità del sistema finanziario che stava determinando, portò al default delle famiglie che non erano in grado di pagare mutui più cari. Mentre gli investitori stranieri, che avevano comprato quote delle MBs' ebbero perdite enormi, il mercato interbancario si bloccò perché nessuno si fidava di erogare prestiti anche di 24 ore a chi chiedeva liquidità: avrebbe potuto avere in portafoglio titoli illiquidi e senza valore.

La Lehman Brothers, che era un operatore finanziario e non uno sviluppatore immobiliare, fallì perché aveva ancora molte quote di MBs' in portafoglio: non era stata abbastanza lesta a rivenderle all'estero, prima del default delle famiglie americane meno abbienti.

La differenza tra le due speculazioni in campo immobiliare è palese.

In America, dove c'è poco risparmio interno, furono indebitate le famiglie sempre meno abbienti, illudendo gli investitori finanziari stranieri che sarebbero state comunque in grado di onorare le rate dei mutui. Il rialzo dei tassi di interesse fece da detonatore.

In Cina, dove al contrario c'è un risparmio interno enorme, il sistema bancario e finanziario interno, sia quello ufficiale che quello ombra, ha pensato di cavalcare la crescita del settore immobiliare per fare enormi profitti. Gli investitori internazionali si sono aggregati a loro volta, approfittando della immensa liquidità immessa dalle Banche centrali e dai tassi a zero.

Il rialzo dei tassi di interesse e la riduzione della liquidità da parte della Fed e della Bce, oltre che dalla BoE, mette in difficoltà gli operatori stranieri, soprattutto quelli che si sono indebitati per avventurarsi nel settore immobiliare in Cina: si devono preparare ad una ristrutturazione dei debiti degli sviluppatori immobiliari cinesi.

La riduzione dei tassi di interesse e la immissione di liquidità, decise dalla PBoC, favoriscono sul piano interno il riequilibrio dei piani finanziari degli sviluppatori immobiliari, il completamento delle costruzioni in corso e l'acquisto degli immobili già realizzati.

La prospettiva potrebbe essere quella trasformare il colossale risparmio precauzionale detenuto dalle famiglie cinesi in asset immobiliari, sgravandone così le banche e gli investitori finanziari che lo intermediano, riducendo le perdite operative ed i write-down del valore gli impieghi. La Cina eviterebbe così la deflazione decennale che colpì l'economia giapponese dopo il crollo del Nikkei nel 1991, causato dallo scoppio della bolla di valori immobiliari ed azionari su cui si era riversato l'ingente surplus commerciale con l'estero maturato a partire dal 1986.

Da grandi risparmiatori, i cinesi diventerebbero un popolo di piccoli proprietari: questo assicurerebbe loro maggiore serenità, facendo aumentare i consumi.

Fonte

28/02/2018

L’Europa dei popoli non esiste, esiste quella delle élite. Chi è de Guindos?

Chi è Luis de Guindos, indicato come il prossimo numero due della Banca Centrale Europea? Sebbene sia un comprimario che lavorerà all’ombra del più influente Governatore, si tratta di una figura emblematica: nel suo piccolo, la parabola di de Guindos fornisce una perfetta rappresentazione di quella élite che tiene le redini dell’Europa. La sua storia è un affresco della crisi che parte dal crack finanziario globale del 2008 e giunge fino alle più drammatiche conseguenze dell’austerità in Europa. Come vedremo de Guindos, una vita dalla parte dei più forti, si è conquistato il posto di vicepresidente della BCE lavorando alacremente a quella lotta di classe dall’alto verso il basso che ha consentito ad una ristretta cerchia di affaristi, banchieri e speculatori edilizi di mettere in ginocchio l’intera Europa.

Il primo capitolo di questa storia ci porta a New York, nella notte del 15 settembre 2008, quando la Lehman Brothers – la quarta banca d’affari degli Stati Uniti – dichiara il fallimento scatenando una serie di insolvenze che farà crollare le borse statunitensi ed europee: è l’inizio della grande crisi. Nel fallimento della Lehman Brothers culminava la cosiddetta crisi dei subprime, mutui immobiliari concessi ai più poveri cittadini americani, debitori privi di alcuna garanzia (nè un reddito stabile, nè un lavoro sicuro per assicurare la restituzione del prestito). Questi mutui vengono successivamente impacchettati, attraverso alchimie contabili e con il beneplacito delle più autorevoli agenzie di rating, in succulenti prodotti finanziari diffusi in tutto il mondo. Nello specifico, stiamo parlando di particolari titoli derivati chiamati ABS (asset backed securities), spacciati ai risparmiatori come imperdibili affari ma in realtà una opaca trappola ad orologeria, pronta ad esplodere di lì a poco. Non appena la massa di working poors americani – soffocati dai debiti e impoveriti dallo scoppio di una bolla immobiliare – ha smesso di pagare le rate del proprio mutuo, come era facilmente prevedibile, il castello di carte costruito su quei prestiti spericolati è crollato, portando con sé una miriade di società finanziarie che si erano avventurate, con profitti straordinari, nella complessa galassia dei derivati. Bear Stearns, Freddie Mac, Fannie Mae, State Streets, Wells Fargo, il colosso assicurativo AIG, le banche internazionali Morgan Stanley, Citigroup e Merrill Lynch, in una parola l’intero sistema finanziario statunitense viene investito dal disastro dei subprime. Eppure, solo Lehman Brothers viene lasciata fallire dalle autorità statunitensi, che arrivano a spendere quasi 8.000 miliardi di dollari per salvare tutte le altre società coinvolte. Tutti salvi tranne la Lehman Brothers, perché? Tra le varie ipotesi c’è quella del “contagio strategico”: il colosso dei derivati sarebbe stato lasciato fallire strategicamente, per trasmettere alla finanza europea una crisi fino ad allora confinata negli Stati Uniti.

Il contagio si è effettivamente realizzato, in virtù delle profondissime connessioni emerse tra la Lehman Brothers ed alcuni nodi nevralgici del sistema finanziario europeo: dopo il più grande fallimento della storia statunitense, infatti, importanti banche anglosassoni, tedesche, francesi, olandesi e belghe entreranno in crisi a causa delle perdite inflitte dal crollo delle quotazioni dei derivati promossi anche in Europa dalla Lehman Brothers. Il salvataggio delle banche europee richiederà interventi pubblici per oltre 1.000 miliardi di euro (quando si tratta di difendere i propri interessi, i capitalisti non si mostrano troppo schizzinosi nei confronti dell’intervento pubblico in economia), costringendo i rispettivi governi ad uno sforzo finanziario che è il preludio della crisi del debito pubblico. In questo passaggio cruciale dal tracollo finanziario statunitense alla crisi europea fa la sua comparsa il nostro Luis de Guindos, che dal 2006 era il responsabile di Lehman Brothers per la Spagna e il Portogallo. Lo spagnolo non avrà certo ricoperto un ruolo fondamentale nelle vicende che abbiamo raccontato, ma il suo posizionamento è indicativo della sfera di interessi che rappresenta, e che si pongono tra l’altissima finanza – capace di veicolare l’instabilità finanziaria da un continente all’altro – e la grande speculazione edilizia: secondo uno schema identico a quello dei subprime statunitensi, si diffondono in Spagna in quegli anni mutui considerevoli privi di particolari garanzie che alimentano uno straordinario incremento dei prezzi degli immobili, una bolla speculativa che monta nel cuore dell’Europa mentre l’incendio divampa a Wall Street. Nel clamore del fallimento della Lehman Brothers rischiamo di perdere di vista il piccolo de Guindos, che ha la fortuna di essere assunto immediatamente dopo il crack come consulente dalla multinazionale Pricewaterhouse Coopers, proprio la società che si stava occupando della liquidazione del ramo europeo, con sede a Londra, della Lehman Brothers.

La storia continua in Spagna, dove nel 2011 Rajoy chiama de Guindos a ricoprire la carica di Ministro dell’Economia nel nuovo governo di centrodestra, che porterà avanti lo smantellamento dello stato sociale e la precarizzazione del mercato del lavoro, in piena continuità trasversale con i precedenti governi Aznar e Zapatero. Siamo in piena crisi del debito pubblico europeo con Grecia, Irlanda, Portogallo e Italia in balia della speculazione finanziaria e degli spread alle stelle. Dopo pochi mesi dall’insediamento del governo Rajoy la Spagna finisce nell’occhio del ciclone: esplode la bolla immobiliare e, scena già vista, il peso dei mutui nel portafoglio finanziario delle banche determina il crollo del sistema finanziario del paese coinvolgendo tre delle maggiori istituzioni creditizie di Spagna: Bankia, quella più esposta ai mutui immobiliari, NCG Banco e Catalunya Banc. In questa fase de Guindos svolge un ruolo fondamentale, perché tramite la sua regia si procede ad un salvataggio del sistema finanziario spagnolo attraverso il combinato disposto di aiuti europei e dell’intervento dei due giganti della finanza iberica, Caixa e Santander. Nel piano ideato da de Guindos la Spagna accetta un prestito di 100 miliardi di euro dalle istituzioni europee ed impiega quelle risorse per aiutare le banche più forti del sistema ad acquistare gli istituti travolti dalla bolla immobiliare. Si tratta di uno straordinario processo di centralizzazione del settore creditizio del paese condotto a tappe forzate dal governo sotto l’impulso ed il monitoraggio delle autorità europee. La centralizzazione è quel fenomeno per cui il capitale finanziario, inizialmente diffuso su una moltitudine di banche, tende a trasferirsi dalle unità periferiche al centro per effetto di un mutamento nei rapporti di forza: pochi grandi colossi finiscono così per spartirsi una torta prima contesa da tante banche minori. Il settore creditizio spagnolo si allontana così dai territori concentrandosi nelle mani di poche, potentissime, istituzioni finanziarie di respiro internazionale: chiudono più di 6.000 sportelli, spariscono decine di banche minori e viene letteralmente spazzato via, tra acquisti e fusioni, quel tessuto di casse di risparmio (le storiche cajas) che, pur tra mille contraddizioni, alimentava lo sviluppo locale.

Questa storica ristrutturazione del sistema finanziario spagnolo è una resa dei conti interna al capitalismo iberico in cui, approfittando della tempesta della crisi, i pesci grandi hanno divorato i piccoli, anche grazie alla rete dell’intervento europeo gettata da de Guindos. Gli aiuti europei, lungi dal tutelare la stabilità delle banche in crisi, sono serviti essenzialmente a favorirne l’assorbimento da parte dei grandi gruppi. La Spagna ne esce con un sistema bancario proiettato più sui mercati globali che non sull’economia reale del paese. Per de Guindos è un successo senza precedenti: le élite europee hanno trovato in Spagna un brillante interprete dei loro progetti di transizione da un’economia mista, appesantita dallo stato sociale e da un’invadente sfera pubblica, ad una moderna economia di mercato orientata al profitto della loro ristretta oligarchia.

Nel suo ruolo di alfiere del disegno europeo, de Guindos si distinguerà qualche anno dopo ai tavoli negoziali sulla crisi greca. Con la vittoria del No al referendum del 2015 sulle nuove misure lacrime e sangue richieste dalla troika, il popolo greco aveva costretto i governanti europei a discutere della rigida applicazione dell’austerità imposta al paese. Come riportato dall’allora Ministro dell’Economia greco, Varoufakis, il nostro de Guindos – nonostante la Spagna fosse a tutti gli effetti tra i paesi della periferia che stavano pagando il prezzo più alto per il rigore europeo – si dimostra in quell’occasione il più acerrimo oppositore di qualsiasi alternativa alla cieca austerità, ostacolando ogni possibile concessione alla Grecia. L’esito di quella trattativa è noto: le autorità europee decideranno di punire il popolo greco ed il suo No all’austerità imponendo al paese condizioni addirittura peggiori di quelle che erano state rifiutate con il referendum.

Sembra forse possibile, giunti a questo punto, capire quali siano le ragioni che hanno condotto de Guindos ai piani alti dell’Eurotower di Francoforte, da dove potrà controllare la stabilità finanziaria europea. Più arduo comprendere chi ancora si ostina a sognare un’Europa dei popoli senza rendersi conto che l’unica Europa che esiste è fatta di speculatori e banchieri.

Fonte

15/09/2017

Crisi, potrebbe ripetersi?

Spezzoni da Sei su Radio Uno RAI – 15 settembre 2017. A dieci anni dall’inizio dell’instabilità finanziaria che sfociò nella grande recessione internazionale, ci si interroga sulle cause di quella crisi e sulla possibilità che si ripresentino. Ne discutono, tra gli altri, Giulio Tremonti (ex ministro dell’Economia) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).


Fonte

30/08/2017

Dieci anni di crisi globale. E’ solo una questione di “onestà”?

Dieci anni di crisi hanno distrutto alle fondamenta la fiducia nel funzionamento del “libero mercato”. Se si leggono solo i giornali italiani sembra che tutto prosegua come negli anni precedenti la crisi, e che dunque le difficoltà e l’impoverimento di questo paese siano soltanto “colpa nostra”; o, semplificando ulteriormente, della spesa pubblica e dei diritti sociali.

Altrove la narrazione paradisiaca del libero mercato è stata sostituita da tanto disincanto sulle scelte o le soluzioni a breve termine, ma senza riuscire – naturalmente – a partorire una nuova narrazione (“ideologia”) sostitutiva.

L’articolo di Martin Sandbu, pubblicato qualche giorno fa sulla bibbia della City londinese, il Financial Times, ne è una dimostrazione plastica.

L’autore è costretto – dal suo punto di vista, comunque neoliberista – ad ammettere che l’aggressivo capitalismo finanziario seguito alle “rivoluzione reaganiana” (thatcheriana, per i britannici) si è retto per oltre un quarto di secolo su una bolla di dimensioni colossali, in cui il rapporto tra il prezzo di un bene e il suo valore economico reale è andato smarrito. Il povero Sandbu riassume questo smarrimento con il termine menzogna, come se qualcuno avesse deciso a tavolino di barare sulle regole di mercato. Come se non esistesse la concorrenza di tutti contro tutti e dunque fossero possibili “cartelli sulla comunicazione”, comprendenti imprenditori cinesi, russi, ecc.

L’escamotage retorico gli consente comunque di istituire un parallelo alquanto arbitrario e straccione con “il comunismo sovietico”, elevato a comunismo tout court, autore a suo dire di un’altra menzogna.

Ma questo è il punto decisamente meno interessante del suo articolo.

Quello decisivo è invece l’impotenza ad uscire da un mondo intellettuale appena definito indifendibile. La “razionalità del capitalismo” – incentrata sul prezzo come sintesi superiore di informazione – non ammette infatti né superamento, né alternativa. Così è e così dovrà essere per sempre. Chi ci crede è condannato alla fissità...


Una volta detto questo, però, come avviene a tutti coloro che professano la fede del “mercato perfetto” (“il migliore dei mondi possibili”), resta da spiegare comunque come mai sia arrivata la crisi, e di quella potenza; tale da distruggere – nella maggioranza delle figure sociali esistenti nell’Occidente, e comunque fisicamente nell’arretramento di tutte le economie avanzate – l’equazione-narrazione “libero mercato uguale più benessere per tutti”.

Per un’economista serio, che la causa sia identificata in una “menzogna”, è semplicemente patetico. Ma indicativo. Un’intera fase storica del capitalismo globale – dall’inizio degli anni ‘80 ad oggi – viene ridotta a un gioco di comunicazione falsificato (da chi? da quanti? In fondo il Capitale è un meccanismo impersonale, che non ha né vuole avere un “Comitato centrale”, né un “ministero della verità”).

A questo, però, si riduce ormai il “pensiero neoliberale”. Dovendo comunque rifiutare – per principio ideologico – sia la pianificazione centralizzata che “l’economia mista”, ma dovendo al tempo stesso prendere atto del fallimento del “libero mercato reale” (quello degli ultimi 35 anni), il buon Sandbu è costretto in un angolo logico davvero angusto.

Da cui prova ad uscire un po’ “grillinamente”, auspicando un mercato “onesto”. Ossia una qualità morale che in genere è un handicap fatale per chiunque voglia “stare sul mercato”...

*****

Da Lenin a Lehman. Le grandi menzogne.

Coloro che vogliono salvare il capitalismo, dovrebbero ricordarsi degli echi della Rivoluzione Russa.

Martin Sandbu per Financial Times, 15 Agosto 2017

Traduzione e cura di Francesco Spataro

I due anniversari che segnano l’anno in corso – il centenario della Rivoluzione Russa ed il decennale dall’inizio della crisi finanziaria globale – hanno in comune molto di più di quello che può apparire a prima vista. Entrambi gli eventi, sono indubbiamente momentanei. La Rivoluzione d’Ottobre ha inaugurato una dittatura che si sarebbe distinta per tutto il ventesimo secolo come avversaria dell’egemonia fascista (nella prima metà), e nemica del mercato liberista (durante tutto il suo divenire). Nel frattempo, la crisi finanziaria globale, ha scosso fin nelle fondamenta il modello che era emerso vittorioso dalla Guerra Fredda. Il Comunismo, in cui si era trasformato il blocco sovietico, dagli anni ’80 è collassato sotto il peso delle sue stesse contraddizioni economiche e politiche. Il trambusto politico dello scorso anno, dimostra che stiamo in osservazione, per vedere se le economie del libero mercato subiranno la stessa sorte. Ma le somiglianze fra i due eventi vanno al di là della loro portata storica: il soggetto dell’attuale minaccia al libero mercato è lo stesso che ha abbattuto il suo rivale.

Il comunismo ha fallito, perché ha perseguito due tipi di menzogne.

La prima è stata tradire un sogno che, almeno originariamente, aveva attratto milioni di persone verso quell’ideale: una società fondata sull’eguaglianza, la solidarietà e l’autorealizzazione finalizzata ad un obbiettivo collettivo. La fede in questo sogno è vissuta più a lungo del dovuto, anche nel cuore della patria del comunismo... e ancora più a lungo ad Ovest. Prima o poi però è stata schiacciata dalla realtà.

La seconda menzogna è stata propagandare la validità di un sistema economico basato sull’inganno e l’illusione. In gran parte è stato dimenticato, ma per una buona fetta del XX secolo, è infuriato un gran dibattito se una distribuzione più efficiente delle risorse, sarebbe scaturita da una pianificazione centralizzata o da un mercato decentralizzato. L’esempio del controllo dello Stato sui mezzi di produzione fu la sola pianificazione che poteva superare lo spreco di risorse, causato dalla disoccupazione di massa, dono del capitalismo, e dalla ricorrente carenza di domanda, che causava recessione. In pratica, come era ovvio, la vera pianificazione centralizzata si è rivelata una soluzione terribile per la produzione e per la distribuzione delle merci di cui avevano bisogno i cittadini. Ma invece di correggersi, l’economia pianificata ha trasformato il progetto in un’enorme bugia intorno alla quale le convinzioni “pubblicistiche” di ciascuno dovevano allinearsi ed appiattirsi al pensiero “privatistico” che si conosceva meglio. “Voi fate finta di pagarci, noi facciamo finta di lavorare” era una battuta che si sentiva da Rostock a Vladivostok, ma anche una dichiarazione della realtà dei fatti.

Il vasto consenso intellettuale ha avallato troppo tardi la visione di Friedrich von Hayek, che i prezzi del mercato flessibile contengono più informazioni di qualsiasi altro meccanismo di pianificazione possa sperare di raccogliere centralmente; e che, di conseguenza, l’attività decisionale diffusa funziona più efficacemente delle autorità statali.

Questa visione è di grande aiuto per spiegare il crescente gap economico fra il mondo capitalista e quello comunista verso la fine della Guerra Fredda. Eppure, è stato duro risvegliarsi nella crisi finanziaria globale, che ha pregiudicato qualsiasi riaffermazione che il capitalismo finanziario occidentale, possa essere il miglior modo per organizzare un’economia. L’epifania di Hayek sul meccanismo dei prezzi non è sbagliata, ma incompleta. I prezzi di mercato di beni e servizi sono la tecnica informativa più valida di qualsiasi economia pianificata; ma la crisi ha dimostrato che lo stesso non si può dire per i prezzi degli assets (patrimoni reali o virtuali, come i cosiddetti “prodotti derivati”, di cui abbiamo triste memoria N.d.A.). Se il piano quinquennale è stata la grande menzogna del blocco sovietico, questa è quella del Capitalismo: i valori di mercato degli assets finanziari, riflettono fedelmente il valore economico che essi rappresentano.

Quello che è accaduto in questi stessi giorni, di dieci anni fa, è stata l’agghiacciante realizzazione che i diritti finanziari accumulati negli anni di boom economico precedenti non quadravano, che la futura produzione economica, di cui tanto cianciavano, non era sufficiente per onorare appieno i debiti. In breve: il benessere economico che le persone pensavano di possedere, di fatto, non esisteva. Quando un numero di contribuenti sufficientemente alto si rese conto che la percezione del loro benessere finanziario non era vera, il sistema si disintegrò. Il disorientamento e la sfiducia che sono seguiti, sia nei mercati che nella politica, furono proprio quello che ci si aspetta succeda quando milioni di risparmiatori, realizzano che stanno vivendo una bugia. Una menzogna seguì l’altra, mentre il mercato liberista, a sua volta, tradì il sogno che aveva promesso.

Oggi le economie occidentali risultano essere assai più povere del trend precedente al crash previsto. La crisi, ed il periodo successivo ad essa, hanno lasciato, in particolare ai giovani, poche speranze di avere le stesse opportunità di prosperare dei loro genitori o dei loro nonni. Avviso ai naviganti: le multe per i cosiddetti “crediti di crisi”, hanno raggiunto i 150 miliardi di dollari. Quindi, tutti coloro che vogliono che il capitalismo liberal-democratico rifiorisca devono prestare attenzione a due lezioni da questo confronto.

Primo, un sistema a base sociale può vivere una delusione, per un tempo molto lungo. Il Comunismo questo ce lo ha dimostrato; come del resto il Capitalismo, le cui promesse, per alcuni gruppi, sono state disattese decenni prima dell’inizio della crisi. Ma quando le persone non possono più contare sui propri mezzi di sostentamento, il sostegno si spezza, viene a mancare. Ciò nonostante, le società più resilienti sono quelle che conoscono la verità su loro stesse. L’inganno produce fragilità. Il libero mercato è in pericolo perché il suo sistema finanziario ci ha permesso di mentire a noi stessi; ed infine, non abbiamo tenuto conto delle perdite che erano evidenti.

I populisti di destra e di sinistra trafficano in nostalgia, aspettando la primavera dell’economia mista. Hanno ragione quando asseriscono che il confronto fra la pianificazione ed il laissez-faire si deve risolvere in un mix dei due.

Ma la lezione più grande che si può imparare da questa competizione è che un qualsiasi sistema sociale od economico deve essere onesto, non solo imparziale, ma attendibile. E questo è un tipo di estremismo che i populisti, insolitamente, non sono abilitati a fornire.

Fonte

07/09/2014

Crisi e dintorni – Lehman Brothers, l’estate della Grande Peste



È notte. Il capo della quarta banca degli Stati Uniti giunge in elicottero sul tetto del grattacielo che ospita la direzione generale. Sceso nella stanza riunione, di fronte al rischio della bancarotta imminente, chiede ai “suoi” giovani matematici finanziari di spiegargli, “come lo spieghereste a un bambino piccolo, o a un golden retriver”, cosa sta succedendo. La scena è tratta da Margin Call, film del 2011 in cui viene ricostruita in pura fantasia l’ultima notte di una banca (la Lehman Brothers, fallita veramente il 15 settembre del 2008). Il gran capo del film si chiama John Tuld, quasi come il leader della Lehman, Richard Fuld, soprannominato “Il gorilla” (si veda anche il libro Quasi un romanzo di Leonardo Martinelli).
Spiegalo a un bambino

Spiegata a un “bambino piccolo” la storia della Grande crisi, la più grande di sempre, scoppiata nel 2008, è questa: la prolungata stagnazione dell’economia Usa ha prodotto nel corso degli anni 2000 un boom senza precedenti dell’economia di carta, della finanza. Questa si è servita, in particolare, di strumenti come i mutui subprime, venduti a debitori senza solide garanzie o redditi consistenti, contando sulla crescita costante dei valori immobiliari. A causa della stagnazione economica e degli alti tassi di interesse, però, quei debitori non ce l’hanno fatta a pagare quei mutui, le banche hanno iniziato a non riscuotere i loro crediti, i titoli in cui quei crediti erano stati impacchettati e riassicurati sono precipitati e tutto il castello di carta finanziario è venuto giù travolgendo gli Usa e il mondo intero. Con conseguenze, come vedremo, disastrose.

Questa filastrocca, però, la sera del 15 settembre 2008, Richard Fuld la conosceva bene. E con lui la conoscevano tutti i protagonisti della storia. Che non è finita nel 2009, come annunciato, con troppa improvvisazione, dall’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke. Non è finita nemmeno nel 2011 e, come dimostrano i dati sul Pil di tutta Europa, non finirà domani mattina.

Fuld conosceva la verità perché la crisi era stata annunciata molto chiaramente già a inizio del 2007. L’8 marzo, Donald Tomnitz, amministratore della D.R. Horton, la prima società immobiliare degli Usa dichiara: “Non voglio metterla sul difficile ma il 2007 sarà uno schifo, ogni singolo mese dell’anno”. La svizzera Ubs, nel mese di maggio, chiude il mercato dei subprime negli Usa. Il 3 maggio al Senato viene presentato il primo piano di aiuti per i proprietari di case che rischiano il pignoramento.

La storia, dunque, comincia prima che Bear Stearns, il 17 luglio, dichiari falliti i due hedge funds che investono in mutui. Prima delle difficoltà europee dichiarate dalla francese Bnp o dalla britannica Northern Rock. Prima dell’anno fatidico, il 2008, in cui succederà di tutto. Anche l’inimmaginabile.

Torniamo alle scene dal vivo. Stavolta ci assiste il film Too big to fail, “Troppo grande per fallire”, diretto da Curtis Hanson. Richard Fuld, nel film (in questo caso con il suo vero nome e interpretato da James Woods), fa di tutto per evitare il fallimento della Lehman Brothers. Accusa il governo del presidente Bush jr., e il Segretario al Tesoro, Henry Paulson, di trattarlo “come un trafficante di droga” e, spavaldo, di fronte ai dati di borsa che spingono sempre più giù una banca da 600 miliardi di crediti immobiliari inesigibili, grida: “Le tempeste passano sempre”. Quindi passerà anche questa.

La tempesta che non passa

Pensava di essersela cavata il 4 agosto del 2008 con il licenziamento del presidente della banca ma nel luglio di quell’anno il governo era stato costretto a correre in salvo di due istituti con un nome da cartone animato: Freddie Mac e Fannie Mae. Si tratta dei due colossi del credito ipotecario che gestiscono il 55% dei mutui americani. La seconda, guarda caso, fu fondata nel 1938 da Franklin Delano Roosvelt durante la Grande depressione proprio per garantire l’acquisto di immobili a un largo pubblico. Il governo è costretto a nazionalizzarle dimostrando di voler intervenire. Ma la bolla scoppierà lo stesso in faccia alla Lehman Brothers i cui dipendenti, il 15 settembre, vengono immortalati dai fotografi di mezzo mondo, mentre abbandonano la propria sede con gli scatoloni in mano e nessuna liquidazione in tasca. Paulson e l’amministrazione Bush lasciano affondare la quarta banca del Paese – c’è chi scriverà che Paulson, avendo diretto la rivale Goldman Sachs, ha deciso di fare un favore alla “sua” società – per mostrare il volto “duro” del governo. Interverranno di lì a poco, però, per strutture ben più potenti, “troppo grandi per fallire”. Come nel caso dell’American International Group. L’Aig è un colosso assicurativo a cui tutte le banche e gli istituti finanziari zeppi di mutui subprime e di altri derivati si sono rivolti nel tempo per riassicurarsi e liberarsi così da ogni pericolo. È la cassaforte dei titoli tossici, una grande latrina il cui fallimento preoccupa anche la Cina e la Russia. Il governo deve intervenire. E lo farà, con un piano da 85 miliardi di dollari iniettati nelle casse dell’Aig che, così, diventa di Stato.

Il salvataggio dell’Aig, il primo di una lunga serie, non basta a riparare i danni. Mentre la Lehman fallisce la Merryl Linch viene rilevata dalla Bank of America (con il conseguente taglio di 35 mila posti di lavoro) e la Goldman Sachs annuncia il calo dei profitti del 70%.

Il 15 settembre l’indice Dow Jones perde 504 punti. I fallimenti si susseguono, le banche centrali di tutto il mondo mettono a disposizione del sistema 180 miliardi di dollari nel sistema bancario. Vengono bandite le vendite allo scoperto delle società finanziarie. Il tasso di disoccupazione negli Usa balza dal 4,7% del 2007 al 6,1% un anno dopo. Per utilizzare ancora le parole di Tuld-Fuld nel film Margin Call, “la musica sta per fermarsi. E a noi resterà la più grossa quantità di escrementi puzzolenti mai messi insieme nella storia del capitalismo”.

A cercare di far ingoiare quegli escrementi ai contribuenti mondiali saranno i governi degli Usa e della Ue, in primo luogo, che d’ora in avanti cercheranno di trovare gli strumenti per un salvataggio mai operato prima. È ancora Henry Paulson, insieme al presidente della Fed, Bernanke, a varare il Tarp, il Trouble Asset Relief Program. Con i suoi 700 miliardi di dollari di denaro pubblico è il più grande intervento statale di sempre che mira a rifinanziare le banche in modo da mantenere viva l’erogazione del credito. Mentre in Europa Olanda, Belgio e Lussemburgo sono costretti a intervenire a sostegno del colosso assicurativo Fortis, negli Usa il Congresso, soprattutto per la contrarietà dei Repubblicani, boccia il piano Tarp.

Sui mercati finanziari è il panico. L’indice di Wall Street crolla in un giorno di 777 punti, il massimo nella sua storia. Crolla anche la borsa di Londra e i tassi interbancari, quelli con cui le banche si prestano i soldi tra di loro, schizzano alle stelle. Di fronte alla catastrofe imminente, il Congresso Usa approverà il 2 ottobre il piano da 700 miliardi di dollari.

Una massa di escrementi

In Europa, nel frattempo, si brancola nel buio. I governi si muovono come tanti topolini chiusi in scatola, incapaci di misure drastiche come quella presa dagli Stati Uniti. I quali avranno garantito la ripresa degli utili e degli affari della loro banche private ma si sono fatti carico, anche grazie a una Banca centrale attiva, della crisi. In Europa, invece, solo la Francia – governata da Nicolas Sarkozy e che vede all’Economia l’attuale presidente del Fmi Christine Lagarde – chiede politiche comuni. Respinte puntualmente dalla Germania.

Il 7 ottobre crollano le azioni bancarie, l’8 ottobre i prezzi delle materie prime. Il 9 ottobre il Dow Jones scende ancora di 7 punti percentuali mentre il 10 ottobre i mercati azionari mondiali crollano del 20%. L’11 ottobre i governi europei decidono di presentare un piano di salvataggio da 1800 miliardi di euro ma è sulla carta. Da qui in avanti, però, la Bce si muove per garantire iniezioni di liquidità. Gli Usa, invece, sembrano non avere più freni. Il 13 ottobre viene annunciato un nuovo piano da 250 miliardi di dollari di cui la metà, 125, andranno alle prime nove banche del paese in cambio di azioni privilegiati senza diritto di voto remunerate al 5%. La caduta delle borse, però, non si arresta. Il 15 ottobre è un’altra giornata nera per tutti i mercati azionari. Fed e Bce avviano una progressiva e significativa riduzione dei tassi di interesse. L’obiettivo, a questo punto, è quello di stabilizzare il sistema bancario preso d’assalto dallo sfarinamento dei titoli tossici. Si riducono i tassi di interesse per facilitare l’approvvigionamento delle banche e garantire liquidità al sistema industriale. Si pompano risorse pubbliche tramite i circuiti privati nella speranza di poter ripristinare un sistema che sembra stia per spegnersi. Dopo le banche, infatti, si intravedono i segni di una recessione generalizzata che colpisce l’economia reale, già stagnante negli anni precedenti la crisi.

Arriva la recessione

Una mano la darà la Cina, che il 6 novembre, vara un piano da 586 miliardi di dollari di stimoli all’economia. Il 12 novembre si svolge il vertice del G20. Qualche giorno dopo la Ue stanzia 200 miliardi di aiuti all’economia e pacchetti di aiuti vengono varati da quasi tutti i singoli paesi. Prosegue anche il processo di riduzione dei tassi di interesse. Qualcosa si muove e il 29 ottobre, per la prima volta, si realizza un significativo rimbalzo in borsa con il Dow Jones che recupera 900 punti. Ma è solo un bagliore. La crisi è appena cominciata. L’Eurozona entra ufficialmente in recessione il 14 novembre; a dicembre gli Usa segnalano che la disoccupazione è salita ancora al 6,7% ed entrano anch’essi ufficialmente in recessione. Il 3 dicembre le tre case automobilistiche chiedono un prestito di emergenza da 34 miliardi di dollari. Nel corso dell’anno l’indice borsistico di Londra ha perso il 31%, quello tedesco il 40 e quello francese il 42,7%. L’indice Dow Jones è sprofondato del 51%.

La crisi è esplosa per il boom della finanza a debito come antidoto alla stagnazione dell’economia. Visti i bassi utili prodotti da una produzione che arranca da decenni – si vedano le analisi del Nobel Paul Krugman – l’economia è stata trainata dalla bolla finanziaria e dai consumi attivati da questa. Gli attivi finanziari del 2007, ad esempio, superavano di quattro volte il Pil mondiale (240 mila miliardi contro 60 mila). Nel 2008 i capitali gestiti da fondi di investimento e compagnie finanziarie, ammontavano a 60 mila miliardi di dollari, 600 volte di più che nel 1990.

Quando il castello è venuto giù, il re è rimasto nudo. E lo dimostra quello che è accaduto in seguito. Il professor Luciano Gallino stima in 20mila miliardi di dollari (un terzo del Pil mondiale) l’intervento pubblico complessivo operato per salvare il sistema finanziario mondiale, 4mila miliardi di euro sono stati stanziati nei Paesi europei. A distanza di sette anni dallo scoppio della crisi, però, solo la borsa di New York ha recuperato i valori del 2007. Cosa che non hanno fatto la borsa di Londra, quella italiana o quella tedesca. Il supporto alle banche, invece, ha garantito a queste ultime di salvarsi dalla crisi. Non tutte, però. Il numero delle grandi banche mondiali, infatti, è sceso da 90 a 61 con una serie di fusioni tutte difensive – fatte scambiando azioni contro azioni – che ha ridotto le grandi banche Usa di 16 unità e quelle europee di 10. Ma grazie agli aiuti e a una gigantesca riduzione del costo del denaro gli utili negli Usa sono saliti dal 12 al 17% anche se i titoli “dubbi” detenuti dalle banche statunitensi ammontano al 48% contro il 9% della Ue. Gli utili europei, invece, sono passati dal 26% di prima della crisi al 4,2% del 2013 (dati Mediobanca). Comunque in territorio positivo, considerando i grandi problemi di ricapitalizzazione, i nuovi meccanismi di vigilanza, la recessione e tutto il resto.

Quel che resta della crisi

L’impatto di questa operazione, però, si è scaricato sull’andamento, opposto, dei Pil e dei debiti pubblici. Gli Stati Uniti hanno visto salire il loro Pil dell’8,8% in sette anni ma il loro debito pubblico è raddoppiato passato dal 64 al 105% del Pil (Fmi). Boom del debito anche per la Francia (dal 64 al 95%) che ha visto il Pil crescere solo dell’1,7%. Mentre la Germania ha fatto meglio con un Pil in crescita del 5,9% e un debito salito dal 65 al 74%. L’Italia può consolarsi solo perché viene prima della Grecia: il debito è cresciuto dal 103 al 134% e il Pil è sceso del 7% (in Grecia, a un debito cresciuto dal 107 al 174% corrisponde un Pil in ribasso del 23%). Lo squilibrio di una crisi che si è preoccupata solo di curare il bubbone finanziario senza aver mai degnato di uno sguardo l’economia reale si riflette nell’andamento dei tassi di disoccupazione. Tra il 2007 e il 2013 i senza lavoro in Italia sono passati dal 6,2 al 12,4%; crescita più contenuta in Francia, passata dall’8 al 9,9% e in Gran Bretagna, dal 5,3 al 7,8%. Peggio negli Usa con i senza lavoro cresciuti dal 4,7 al 7,5% mentre la Germania è andata controcorrente: il tasso di disoccupazione nel 2007 era dell’8,7%, nel 2013 era al 5,4% (dati Ocse).

A sette anni di distanza, il refrain preferito dai vari governanti è che dalla recessione prima o poi usciremo così come dopo l’inverno viene la primavera. In realtà, l’economia mondiale, a eccezione dei paesi asiatici e/o emergenti, che era già in una fase di stagnazione con punte massime di crescita del 2%, è ancora là. Ma, a differenza di allora, porta sulle spalle il peso enorme dei salvataggi finanziari continuando a restare senza ossigeno. Nel frattempo, i vari Richard Fuld sono tutti a piede libero. Della più grande crisi dopo quella del ‘29, l’unico a essere finito in carcere e il truffatore Bernard Madoff.
Un po’ poco.

Fonte

13/05/2014

Geithner: "Ciechi sulla crisi del 2008. E la Ue voleva far saltare Berlusconi"

Complotto, complotto! I grandi poteri sovranazionali hanno brigato per far cadere Berlusconi nel 2011!

Scusate: dov'è la novità? Il giorno in cui fu costretto alle dimissioni – scrivemmo già allora noi poveretti di un giornalino online appena agli inizi – lo spread tra Bund decennali tedeschi e Btp italiani era arrivato (fatto arrivare) a 575 punti (oggi è a 148). Una cappa di piombo sul debito pubblico del paese e quindi sull'esborso di interessi da pagare. Affinché il Caimano capisse bene il messaggio, o perché non gli venisse la tentazione di pensare che in fondo erano cavoli del paese e non suoi, in sole due ore il titolo Mediaset perse il 12% in borsa.

Silvio certe cose le capisce. Uscì dal bunker di palazzo Chigi con le mani alzate e le dimissioni firmate da consegnare a Napolitano. Gli imbecilli “di sinistra” intanto festeggiavano sotto al Quirinale, come fosse stata una loro vittoria e non una decisione dei “mercati internazionali”.

Bene. Cosa c'è di nuovo? Che Tim Geithner, a quel tempo ministro dell'economia per conto di Barack Obama ha scritto il solito libro di memorie in cui ricorda che «in quell’autunno, alcuni funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il premier italiano Berlusconi a cedere il potere; volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti Fmi all’Italia, fino a quando non se ne fosse andato». L’Amministrazione Usa, a suo dire, rifiutò di essere coinvolta nell’eventuale iniziativa (si era scritto spesso che Berlusconi fosse in realtà “l'uomo di fiducia” dell'America). Preferirono – dice Geithner – puntare su Mario Draghi per salvare l’Eurozona. «Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente; ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo coinvolgerci in un complotto come quello. “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani”, io dissi».

Tutto qui. La “caduta” del Cavaliere andò in scena lo stesso e tutto il mondo – meno Renato Brunetta – se n'è fatto una ragione.
Più seria e grave – per degli osservatori seri delle cose del mondo – è l'ammissione di non aver capito nulla della crisi economica globale. Geithner, infatti, non era un “politico ciarlone”, ma uno degli uomini di punta della Federal Reserve (presidente della filiale di New York, non di una città del midwest), prima di diventare segretario del Tesoro.

Peggio. Ammette di non aver nemmeno visto arrivare la “crisi dei mutui subprime” e di non aver capito la gravità del problema fino a quando non è scoppiato. Il libro si intitola decisamente non a caso Stress Test. L'unica “rivelazione” vera riguarda il momento clou della crisi, ovvero il fallimento di Lehman Brothers. Ricostruendo quel giorno di settembre, da presidente della Fed newyorkese, Geithner rivela infatti per la prima volta divergenze su Lehman e ammette che lui avrebbe appoggiato un prestito della Fed a Barclays per acquistare la banca di investimento americana. Una cessione agli inglesi, dolorosa anche finanziariamente, ma che avrebbe salvato lo storico istituto di credito.

"Alla fine ritengo che la Fed avrebbe dovuto finanziare un accordo con un possibile acquirente, e ritengo anche che Hank Paulson", allora segretario al Tesoro, ''avrebbe appoggiato l'iniziativa a dispetto di quello che il suo partito avrebbe detto. Ma l'assistenza della Fed non avrebbe eliminato i rischi per Barclays e non avrebbe evitato il requisito di un voto degli azionisti. Non vedo come avrebbe potuto cambiare la posizione inglese” afferma Geithner, difendendo la strategia dell'amministrazione Obama durante la crisi.

Una ricetta "non perfetta", la definisce, che però ha "evitato una nuova Depressione": era "l'opzione migliore e più ragionevole".

L'unica cosa non smentita è dunque l'assoluta incapacità dei “controllori del mondo” di controllare la cosa più importante: l'evoluzione della crisi economica. Forse perché devono dar retta agli interessi dei privati più forti, anziché delle poche leggi funzionanti nella “scienza triste”.

Fonte

16/09/2013

Il compleanno della Lehman Brothers

di Carlo Musilli

L'esperienza, diceva Oscar Wilde, è l'insegnante più severa: prima ti fa l'esame, poi ti spiega la lezione. Peccato che, nel mondo della finanza, nemmeno i disastri più terrificanti riescano ad insegnare granché. Sono passati cinque anni e un giorno dal rovinoso crack di Lehman Brothers, ma ancora non si è vista traccia di quella rivoluzione normativa invocata e promessa per evitare che l'armageddon si ripeta.

Era il 15 settembre 2008 quando la gigantesca banca d'affari americana, travolta dalla valanga dei mutui subprime, ha alzato bandiera bianca, scatenando un effetto domino che ha mandato in tilt i mercati mondiali. A poco a poco, il virus ha contagiato l'economia reale e - attraversato l'Atlantico - ha acceso la miccia che ha portato alla crisi dei debiti sovrani europei. Quale insegnante è mai stata più severa di Lehman? Eppure, a quanto pare, abbiamo imparato poco.

L'acquisizione principale è stata questa: le cosiddette banche "too big to fail" possono fallire eccome, ma non devono. Nel 2008 la decisione di abbandonare al proprio destino un colosso di Wall Street fu presa dal governo americano in buona parte per ragioni di politica interna: allo scadere della campagna per le presidenziali, gli elettori avrebbero mal digerito un altro maxi-salvataggio dopo quelli di Fannie Mae e Freddie Mac, i due colossi del credito ipotecario nazionalizzati pochi giorni prima con 200 miliardi di dollari pubblici. L'amministrazione repubblicana non voleva far passare il messaggio che lo Stato fosse una rete di sicurezza per gli spericolati giochi d'azzardo di Wall Street. Ma alla fine è stato esattamente così.

Purtroppo all'epoca nessuno fu in grado di prevedere cosa sarebbe successo dopo la più grande bancarotta della storia. Le conseguenze furono ampiamente sottovalutate e, per evitare fallimenti a catena, fu necessario infliggere ai contribuenti (non solo americani) una stangata molto superiore a quella che sarebbe bastata per salvare la banca maledetta.

Da allora non è più avvenuto alcun cataclisma di proporzioni simili: gli istituti di credito sono stati inondati di liquidità e le Banche centrali hanno ridotto a zero i tassi d'interesse. I governi, tuttavia, avrebbero dovuto fare un passo in più e comprendere che "too big to fail" in realtà vuol dire "too big to exist". Ma non è andata così e il disastro Lehman si è trasformato in una gigantesca occasione sprecata. Altro che nuove regole: la finanza non è stata riportata al servizio dell'economia reale; al contrario, i contribuenti sono stati sfruttati per salvare la finanza.  

Negli Stati Uniti ha prevalso l'ostruzionismo delle lobby, al punto che dopo cinque anni la nuova regolamentazione finanziaria contenuta nel Dodd-Frank Act non è ancora entrata pienamente in vigore. Il presidente Barack Obama continua a premere pubblicamente per accelerare, ma di fatto non può (non gli conviene?) superare la pressione dei gruppi finanziari, che stanno riuscendo a rinviare sine die l'applicazione delle nuove regole, alleggerendo al contempo il loro potenziale impatto sui margini di guadagno degli istituti di credito.

Non solo. Negli ultimi cinque anni ha fallito anche la giustizia, che non è riuscita a punire i colpevoli della truffa dei subprime. La maggior parte delle banche ha patteggiato sanzioni lontane anni luce dalla ricchezza bruciata per colpa della loro malafede. Quanto ai singoli responsabili, continuano a vivere in un mondo di svergognata opulenza. Anzi, in molti casi il loro benessere è perfino aumentato.

Dick Fuld, ex presidente e Ceo di Lehman Brothers, si è messo in tasca dal 2000 al 2007 qualcosa come 457 milioni di dollari. Contro di lui non è mai stata aperta alcuna azione penale e oggi l'ex banchiere si gode la vita a capo di Matrix, la società di consulenza da lui fondata sette mesi dopo il fallimento di Lehman.

Intanto, secondo molti economisti, la leva finanziaria delle principali banche (ovvero il loro rapporto fra capitale ed esposizione) rimane ancora troppo alta. È vero, i sei istituti più grandi (JPMorgan, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs, Morgan Stanley) hanno raddoppiato il loro capitale dal 2007 ad oggi, ma allo stesso tempo hanno incrementato anche il loro passivo di circa il 30%. Insomma, invece di diminuire, il potenziale distruttivo di queste banche - in caso di fallimento - è addirittura aumentato.

Secondo un rapporto pubblicato a fine 2012 dalla Banca dei regolamenti internazionali, se si ripetesse oggi un cataclisma in stile Lehman le conseguenze sarebbero tre volte più gravi, anche perché le interconnessioni fra i sistemi finanziari sono sempre più profonde e ramificate. "Nuovi episodi simili sono possibili - si legge nel testo -. I regolatori sono invitati a migliorare la vigilanza per evitare shock sistemici". Sono invitati da cinque anni e un giorno.

Fonte