Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/04/2026

Governare la tendenza. Una discussione intorno al volume Libercomunismo

Brancaccio: “Il consenso del professor Tremonti è andato al di là delle più rosee aspettative. Penso sia interessante, però, se con Tremonti ci soffermiamo soprattutto sui punti di dissenso tra noi. Per esempio, quando Tremonti dichiara che c’è un problema di eccessiva immigrazione e poi aggiunge che c’è anche un problema di crisi del welfare causata dalla crisi demografica, io qui ravviso una contraddizione logica, visto che sotto questo aspetto l’immigrazione sarebbe una soluzione piuttosto che un problema. Inoltre, per evitare di cadere nella retorica mainstream, di cui lo stesso Tremonti è stato un critico, aggiungerei che la crisi del welfare non dipende solo dalle ‘culle vuote’ ma anche e soprattutto dalla bassa produttività del lavoro e dal fatto che il bilancio statale, come cercavo di spiegare prima, è stato utilizzato sempre meno per il welfare e sempre più per sussidi pubblici al capitale privato, cioè a soggetti che del welfare evidentemente non hanno bisogno”.

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12/02/2023

La crescita non abita più qui

Contropiano, tra altri spunti, ha ripubblicato un’intervista a Tremonti fatta da Il Giornale. L’avevo letta già due giorni fa. Di solito Tremonti lo leggo, se non altro per capire la destra italiana, anche se lui è sui generis. Anche questa volta parla di crisi della “globalizzazione”, e di crisi dell’Occidente.

L’altro giorno avevo spiegato le cause del declino italiano. Tremonti su questo fu protagonista, anche se nel 2011 aveva in parte ragione, forse lo vide in tempo, o forse, solo dopo anni, cominciò a parlare.

Fu “attenzionato dai democratici americani”, come dice nell’intervista. Non mi meraviglia.

Credo che bisogna partire non dal 1989, ma dal 1971, da Nixon (fine della parità e convertibilità tra oro e dollaro, pilastro degli accordi di Bretton Woods, ndr). Da allora la mobilità sociale nell’Occidente si è bloccata.

Lui parla della crisi, della delocalizzazione, ma non spiega le cause, perché non è marxista, anche se spesso cita Marx. La Storia è fatta di lotta di classe, che sia sull’uno o l’altro fronte.

La delocalizzazione americana, seguita dagli altri, fu la risposta all'”assalto al cielo” del movimento operaio, al “vogliamo tutto”, alla ripresa dei ritmi produttivi e del tempo di vita, le conquiste sociali, in un contesto in cui l’URSS faceva ancora paura.

Nixon 1971 e Trilaterale 1975 furono la risposta del patronato occidentale, a guida americana, su questo. Da noi si risolse in Mirafiori 1980, ma prima ancora in Lama 1976.

Tradimenti, vendette di classe, e ora siamo qui. Ho scritto che la lotta di classe del patronato gli si è infine ritorta contro.

C’è un dato da specificare, che nessuno qui da noi sottolinea: a gennaio 2022 si è creato il RCEP, l’accordo di libero scambio asiatico. Lì c’è la classe media, mentre da noi declina, lì saranno in futuro gli scambi, assieme ad Africa, America Latina, Asia centrale e Russia. I Brics sono un’alternativa al declinante Impero statunitense.

Anche ieri mi sono giunti video di “zombie” americani nelle periferie delle metropoli. Forse succederà anche da noi, anzi già se ne vedono i segni.

Mi chiedo: i governi dei BRICS, ma in generale del mondo, che vedono questi video, cosa pensano degli Usa, della loro arroganza?

Mao, quando disse che gli Usa era un imperialismo “tigre di carta” – e lo disse tanti decenni fa – non si sbagliava più di tanto...

Ma intanto il mondo va avanti, e in un’altra direzione. E lo si capisce solo se si guarda al mondo intero.

A riprova del fatto che la “globalizzazione” non è un concetto adeguato, e che la creazione del mercato mondiale, in termini marxiani, è la realtà di oggi, il China Daily di sabato 11 pubblica un articolo sul boom – quest’anno – degli investimenti diretti esteri cinesi da parte di tantissime aziende.

Questi investimenti verranno indirizzati verso i paesi della Via della Seta e dei membri del RCEP (sud est asiatico), non dove decidono individualmente le singole imprese. Il “pubblico” guida “il privato”, non viceversa.

In queste settimane colpisce il turbinio di incontri diplomatici, ad alto livello, che coinvolge lo stesso Xi, con ministri degli esteri o Premier del sud est asiatico, con l’eccezione, un mese fa, dell’Arabia Saudita (e sappiamo perché).

Il turismo cinese internazionale passerà quest’anno dai 138 miliardi del 2019 a circa 200 miliardi, ma moltissimi cittadini – dopo la fine della politica “zero covid” – si indirizzeranno all’estero sia per prendere ordinativi e commesse sia per stabilimenti produttivi o investimenti in infrastrutture e digitale.

Persino Federico Rampini, feroce anticinese, qualche giorno fa sul Corriere parlava del boom cinese prossimo venturo conseguente alla politicaa zero covid, ovviamente sottolineando, come suo solito, la “minaccia” cinese – il palloncino “spia” e altre sciocchezze – per stare sul pezzo con i suoi amici americani.

China Daily cita Goldman Sachs, secondo cui il boom cinese quest’anno apporterà l’1% della crescita mondiale.

Come avevo scritto la settimana scorsa il Fondo Monetario Internazionale, alle sessioni di aprile, probabilmente rivedrà le stime di crescita, alzando l’asticella. Lo stesso Rampini, quasi controvoglia, sottolinea che il nostro paese ne potrà usufruire in termini di turismo e del settore del lusso.

È il modello neoliberista di capitalismo a non funzionare più, ma non riescono ad ammetterlo, né a cambiare marcia...

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10/02/2023

Globalizzazione addio. Ormai è un coro...

Sul fatto che il periodo della cosiddetta globalizzazione sia finito sembra ormai che ci sia un consenso generale. Ma quando si passa dalla constatazione in termini generali, o teorici, agli aspetti concretamente materiali i problemi escono fuori a decine. E tutti di dimensioni “sistemiche”. Ossia, enormi...

In questo articolo vi presentiamo due contributi molto diversi, per contenuto e impostazione, che però convergono nel delineare una situazione economica – per l’Occidente neoliberista – che si va facendo insostenibile. Ma che è stata costruita e preparata proprio dalle scelte compiute dai capitali vincenti, negli ultimi 30 anni.

Ossia dalle multinazionali e dal capitale finanziario “occidentale” (o “euro-atlantico”, come preferiva dire uno dei suoi principali esponenti, mr. Mario Draghi).

Il sempre attento Guido Salerno Aletta, su TeleBorsa, rimette con i piedi per terra l’analisi da fare sulla “rottura” della globalizzazione. Niente geopolitica, che pure ha il suo ruolo, ma ridefinizione delle “catene del valore” a livello mondiale, a cavallo della pandemia da Covid – che le ha pesantemente interrotte e perturbate – e della improcrastinabile “transizione tecnologica” verso una produzione meno devastante in termini ambientali.

“Eravamo abituati così nella manifattura: i bassi costi delle materie prime e delle forniture intermedie consentivano di concentrare la maggior parte del valore aggiunto e quindi dei profitti nell’ultima fase di integrazione dei prodotti, quella che si interfaccia con il consumatore.

In pratica, il mercato è tenuto in mano da chi vende il prodotto finito: è lui che decide quale deve essere il prezzo finale, abbordabile per il consumatore, e quindi tiene in mano tutta la catena di produzione che arriva fino a lui.”


Un classico di come, marxianamente, viene sottratto plusvalore a chi lo ha prodotto (fornitori e materie prime) da coloro che controllano la merce finale, assemblata quasi sempre nel “giardino” euro-atlantico. Questa situazione è stata creata a forza di “delocalizzazioni” per sfruttare al massimo le differenze tra livelli salariali nelle maquilladoras di tutto il mondo rispetto al “centro” più sviluppato dal punto di vista capitalistico.

Ma ogni processo storico crea le condizioni del proprio superamento. Così quei subfornitori – Salerno Aletta li chiama “gli invisibili” – che consentono di mettere insieme un prodotto finito (l’automobile è l’esempio più chiaro) ora sono diventati indisponibili a continuare questo tipo di rapporto.

Non per “orgoglio”, ma per impossibilità oggettiva. I salari, dalle loro parti, sono saliti con l’industrializzazione e la messa al lavoro di masse sterminate di contadini. Se vi si aggiungono i costi del trasporto fino alle metropoli occidentali, i costi fissi cancellano i profitti.

In più tutte le vere innovazioni tecnologiche – e gli investimenti relativi – sono a loro carico, mentre qui si procede a colpi di “incentivi pubblici” per sostenere vendite altrimenti impossibili data la pluridecennale compressione dei salari euro-atlantici (se comprimi la domanda interna dovresti sperare di poter vendere all’estero; ma se tutti seguono lo stesso schema, alla fine manca “il mercato” dei compratori/consumatori).

Su questa condizione già molto critica si innesta poi l’indeterminatezza sulle soluzioni tecnologiche che dovranno diventare il nuovo standard mondiale. E qui, tornando all’esempio dell’automobile, regna il puro caos sperimentale.

Fare un’auto elettrica oppure ibrida, oppure ancora a idrogeno significa avviare catene di subfornitura molto differenti. In pratica l’unico elemento comune restano le ruote, la carrozzeria e gli interni… In assenza di certezza gli ordini (dal “centro”) non partono, le produzioni (in “periferia”) non si modificano oppure si fermano.

L’assemblaggio finale ne risente e oggi, per avere un’auto nuovo (se pure hai il reddito per comprarla) devi attendere anche più di un anno. Ed esplode perciò il mercato dell’usato, con prezzi alle stelle e prospettive di “ringiovanimento ecologico” del parco circolante che ovviamente collassano. Crisi industriale, finanziaria e ambientale restano intrecciate come e più di prima.

Qui arrivano a chiudere il cerchio le riflessioni di Giulio Tremonti, ex testa pensante dei socialisti italiani passato alle fila berlusconiane all’inizio della fase della cosiddetta “globalizzazione”.

Fuori da considerazioni politiche di breve momento (non è stato tra i “recuperati” nel governo Meloni, e qualcosa deve significare, vista la scarsità di “pensatori” in questo esecutivo), la sua ricostruzione dell’ultimo trentennio è efficace. Magari manchevole in molte parti, ma efficace.

Un “modello” si è imposto con grande rapidità e altrettanta violenza, spostando risorse colossali e know how da una parte all’altra del mondo e viceversa. Il controllo assoluto delle grandi organizzazioni private – multinazionali e società finanziarie di ogni tipo – che doveva assicurare la “tenuta” del sistema in un regime “basato sul mercato sicut deus: il mercato sopra, i popoli sotto, il mercato sopra, gli Stati sotto” ha prodotto invece il caos e la crisi.

Con ancora più nettezza: “La globalizzazione è finita e il tempio è crollato”.

Quell’ordine mondiale basato sull’egemonia unipolare statunitense – che garantiva la “supremazia delle forze di mercato” su tutti gli altri soggetti collettivi – si va sfarinando a velocità pazzesca.

Lasciando “un mondo molto simile a quello che c’era al principio del Novecento. Un mondo che non è più globale nel senso del dogma, dell’automatica progressione verso il bene garantita dal mercato, ma comunque internazionale come era allora (traffici commerciali, ma anche scontri e guerre).”

I prodromi della Prima guerra mondiale aiutano a intravedere la Terza...

Buona lettura.


Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Eravamo abituati così nella manifattura: i bassi costi delle materie prime e delle forniture intermedie consentivano di concentrare la maggior parte del valore aggiunto e quindi dei profitti nell’ultima fase di integrazione dei prodotti, quella che si interfaccia con il consumatore.

In pratica, il mercato è tenuto in mano da chi vende il prodotto finito: è lui che decide quale deve essere il prezzo finale, abbordabile per il consumatore, e quindi tiene in mano tutta la catena di produzione che arriva fino a lui.

L’epidemia di Covid ha determinato una interruzione davvero lunga e pesante delle attività produttive ed ha comportato una rottura dei precedenti equilibri nei flussi delle forniture, anche in ragione della diversa collocazione geografica dei singoli produttori. Coloro che si occupano di fornire le materie prime, i semilavorati e la componentistica, per non parlare di coloro che si occupano della logistica industriale sono stati violentemente colpiti.

La componentistica, in campo elettrico ed informatico, è poi alle prese con le richieste più disparate, sia per le forniture per le auto elettriche sia per quanto riguarda la transizione verso le energie rinnovabili, dalle apparecchiature che servono per i pannelli fotovoltaici che altri sistemi di produzione di energia rinnovabile.

Ma, in questo caso, tanto in Europa quanto negli Usa, i giganteschi incentivi pubblici sono erogati solo a favore di chi è alla fine della catena di produzione, che incarica i produttori a valle di aggiornare le forniture per adeguarle alle nuove esigenze.

In pratica, non solo si chiede agli Invisibili di effettuare nuovi investimenti, ma li si lascia in mezzo ai guai per la chiusura di intere catene di montaggio che servivano per la componentistica che ora va dismessa: nel campo automobilistico è una vera catastrofe.

Tra l’altro, non c’è alcuna stabilità negli ordinativi, né per quantità né per tipologie, visto che è tutto ancora sperimentale.

In pratica, chi sta alla fine del sistema di produzione industriale cerca di spostare il peso ed il rischio delle innovazioni tecnologiche a monte: di fronte alla resistenza degli Invisibili, che chiedono prezzi elevati per i loro prodotti, troppo elevati per il consumatore e assai poco convenienti per il profitto del produttore finale, il sistema si blocca. Gli ordinativi rimangono inevasi.

A ritroso, queste difficoltà riguardano il settore delle materie prime, tanto indispensabili quanto assai poco remunerate: non si tratta solo dei prodotti energetici, ma di tutti i minerali che servono per produrre gli apparati elettronici, le batterie, i sistemi di controllo e gestione della energia elettrica da fonte rinnovabile.

Secondo una ricerca della Destatis, l’organismo ufficiale di Statistica della Germania, la mancanza di componenti colpisce l’industria manifatturiera in media per il 48,8% dei casi. Ma questa percentuale arriva al 79,4% nel settore dell'informatica, al 75,5% per i macchinari ed equipaggiamenti, al 74,4% nel caso dell’industria automobilistica, al 62,7% nel settore degli equipaggiamenti elettrici.

Che la causa di queste difficoltà dipenda dalle richieste particolarmente sfidanti ed innovative della committenza tedesca, alle prese con la transizione energetica e climatica, è provato dal fatto che l’indice di scarsità crolla nelle industrie tradizionali: appena il 25% nell’industria chimica; soltanto il 19,4% nel caso del tessile, appena il 16% per l’industria del legno, il 15% nel settore dell’arredamento, il 13% per il settore delle cartiere, per raggiungere il minimo del 7,4% nella manifattura dei minerali di base.

Destatis fa presente che dalla Cina arriva il 10,1% di tutte le importazioni tedesche di prodotti intermedi, ma la gran parte delle componenti elettroniche come semiconduttori e circuiti integrati.

Sembra quasi che i produttori cinesi non ci stiano più a fare da materasso per l’industria occidentale, a lasciare che i partner tedeschi si prendano la gran parte del valore aggiunto manifatturiero, a pagare con la loro componentistica il maggior costo della nostra transizione energetica.


Professor Giulio Tremonti, cosa differenza la globalizzazione dagli altri periodi storici?

“Normalmente i fenomeni a rilevanza storica sono iscritti in un tempo mediamente lungo. La lunga durata è, infatti, l’unità di misura della Storia. Nel caso della globalizzazione c’è stata, invece, ed è straordinaria, una asimmetria iscritta in un tempo storicamente breve: un fenomeno ad altissima intensità, con una intensissima mutatio rerum, iscritta in un tempo storicamente breve. Molto breve: dal 1989 al 2016.”

Nel 1989 cade il muro di Berlino. Quali sono i passaggi successivi?

“Nel 1994 c’è il Wto a Marrakech, in Marocco. Un accordo non commerciale, un accordo politico. Qui nasce l’idea di un mondo pacificamente sviluppato su un’unica geografia mercantile piana. In questo momento l’Asia muove i primi passi nel mercato globale (nel Wto entrerà formalmente nel 2001). Dal 2008 si registra la prima crisi che non è solo finanziaria ma è la crisi dell’idea di spostare di colpo la fabbrica in Asia con un effetto povertà per le classi lavoratrici dell’Occidente. Effetto che si tenta di compensare creando Finanza dal nulla con i subprime che sono appunto crollati con la crisi del 2008.”

Nel 2016 con le elezioni americane si afferma l’opposto della globalizzazione.

“Si blocca lo scivolo degli Stati Uniti verso l’Asia. È l’anno del Make America great again, dell’America first. Nell’ottobre del 2016 il presidente Barack Obama, commentando la vittoria di Donald Trump, dice non è la fine del mondo, è la fine di un mondo. E, in effetti, così coglie l’essenza politica e filosofica della globalizzazione che era strutturata come la fabbrica in un mondo nuovo per l’uomo nuovo. Nel suo discorso di insediamento Obama aveva infatti detto: ‘Non abbiamo un passato, abbiamo solo un futuro’. Per capire l’intensità di questo cambiamento bisogna valutare l’essenza utopica della globalizzazione.”

Non a caso utopia significa proprio assenza di luogo.

“L’utopia è la quintessenza della globalizzazione. Il metro per valutare quello che è successo in questo periodo è un metro politico: devi capire cosa ci si illudeva che fosse il mondo nuovo, una rottura sulla linea della storia che si è sviluppata per tre decenni. Se guardi il mondo come è stato ipotizzato e costruito in questi trent’anni era assolutamente diverso dal passato, un mondo basato sul mercato sicut deus: il mercato sopra, i popoli sotto, il mercato sopra, gli Stati sotto. In ogni caso la matrice della globalizzazione non era economica ma politica: l’economico totalitarismo del mercato. E questo è stato, nella realtà e nei sogni di tanti, questo periodo.”

Nel luglio del 1989 ha scritto un articolo sul Corriere della Sera per denunciare che si stava spezzando la catena stato-territorio-ricchezza. Che cosa stava accadendo?

“La ricchezza si stava liberando dai vincoli territoriali, la sua parte più strategica stava entrando nella repubblica internazionale del denaro.”

Quindi già allora lei aveva intuito il ribaltamento della struttura politica. Tutto il resto è poi venuto a seguire. Nel 1995 è quindi uscito in libreria con Il fantasma della povertà, il libro in cui prevedeva l’impoverimento delle classi lavoratrici dell’Occidente.

“Nei WikiLeaks del 2008, mandati da Roma a Washington, si legge: ‘Tremonti ha sempre avuto profondi dubbi sui benefici della globalizzazione e ha una filosofia politica non ortodossa’. Quella ortodossa si sarebbe poi presto schiantata da sé. La globalizzazione è finita e il tempio è crollato. Lo vedi da tanti segni. Le piaghe sono finora state sette: il disastro ambientale, lo svuotamento della democrazia sversata nella repubblica internazionale del denaro, la società in decomposizione, la spinta verso il transumano, l’apparizione dei giganti della rete, la pandemia, la guerra alle porte dell’Europa e la crisi nell’approvvigionamento di risorse, dal gas al grano.”

Che mondo è quello in cui viviamo?

“È un mondo molto simile a quello che c’era al principio del Novecento. Un mondo che non è più globale nel senso del dogma, dell’automatica progressione verso il bene garantita dal mercato, ma comunque internazionale come era allora (traffici commerciali, ma anche scontri e guerre). C’era stata la Belle Époque, ma c’era stata pure Sarajevo. E questo è il mondo in cui siamo noi.”

Che effetto ha tutto questo sulla vita delle persone?

“Sull’uomo, che tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento guardava per la prima volta una fotografia, l’impatto era uguale di uno che oggi guarda il tablet. In ogni caso, a proposito di media, dato che Google non perdona, sui media puoi leggere quante cose state dette e non previste dalle nostre cassi dirigenti. Ragione per cui bisogna diffidare, perché sono ancora quelle di una volta.”

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15/09/2017

Crisi, potrebbe ripetersi?

Spezzoni da Sei su Radio Uno RAI – 15 settembre 2017. A dieci anni dall’inizio dell’instabilità finanziaria che sfociò nella grande recessione internazionale, ci si interroga sulle cause di quella crisi e sulla possibilità che si ripresentino. Ne discutono, tra gli altri, Giulio Tremonti (ex ministro dell’Economia) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).


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26/08/2015

Fuori l’Europa dalla Costituzione? Come stanno le cose

Giulio Tremonti ha presentato un disegno di legge costituzionale che prevede la modifica degli articoli 97, 117 e 119 della carta Costituzionale riferiti alla questione del vincolo di pareggio. Subito sono comparsi articoli con titoli allarmati del tipo: “Tremonti vuole cancellare l’Europa dalla Costituzione”, che fanno pensare all’ennesima mutilazione del testo costituzionale. Le cose non stanno affatto così e mi spiego. Il testo originario della Costituzione non contiene alcun riferimento all’Europa e, tantomeno, alla Ue. L’attuale formulazione è assai recente ed è un’eredità del governo Monti di infelice memoria. Esso fu la conseguenza dell’accordo intergovernativo del 2012 meglio noto come accordo del “Fiscal Compact”, che determinava l’introduzione del pareggio di bilancio obbligatorio e l’obbligo di chiedere l’autorizzazione delle Camere in caso di deviazione dall’obiettivo. La prima modifica riguardò l’art. 97 nel quale venne introdotto un brevissimo comma iniziale:
Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.
Il che, in buona sostanza, significa che le decisioni delle pubbliche amministrazioni, ed ovviamente in particolare in materia fiscale, sono subordinate ai dettami Ue e, qualora il responsabile di una di esse (di qualsiasi livello) dovesse decidere in modo difforme, potrebbe anche vedersi chiamato dalla Corte dei Conti a rispondere di “danno erariale”. Il richiamo alla Ue è poi ribadito da un inciso nell’art 117 ed un altro nel 119. Da questo poi scaturì la legge applicativa 24 dicembre 2012 n. 243 che rende esecutive le norme fissate a partire dal 2014.

Tutto questo va poi letto insieme alla trasformazione dell’art. 81 deciso sempre con legge di revisione costituzionale dell’aprile 2012.

La stesura originaria dell’art. 81 si limitava a prevedere, nell’ultimo comma, l’obbligo di copertura di ogni ulteriore legge di spesa oltre il bilancio annuale. Peraltro, questo obbligo nei fatti non fu mai osservato troppo scrupolosamente.

Poi nel 2012, a seguito dello sciagurato accordo cui abbiamo fatto cenno, l’articolo venne riformulato come segue:
Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.
Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.
Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte. Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo. L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi. Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale.
Dunque, occorre mettere in relazione le norme che legano il pareggio di bilancio ed i limiti di oscillazione possibili con le direttive Ue. Di fatto, quella modifica costituzionale diventa, in questo modo, il “catenaccio” che garantisce l’accordo intergovernativo del fiscal compact e rende non aggirabili i limiti al disavanzo, neppure nelle fasi economicamente sfavorevoli come questa.

Detto in soldoni: se il Governo volesse “sforare” i limiti fissati, non potrebbe farlo contro le indicazioni Ue, perché basterebbe un intervento della Corte dei Conti a bloccare tutto. Ma se anche la Ue (o la Merkel, per essa), in un accesso di benevolenza, autorizzasse l’Italia a discostarsi dai limiti concordati, così come Renzi ha chiesto vanamente nella sua visita berlinese, ugualmente il Governo non potrebbero far nulla, perché a legargli le mani resterebbero le procedure costituzionali.

Di fatto si tratta di un combinato di norme assolutamente micidiale che vincola la politica economica del nostro paese alle decisioni Ue ed il punto più pesante (di cui in questa campagna elettorale proprio non si sta parlando nemmeno per cenni) è quello che riguarda il rientro del debito. Gli accordi da cui è nato l’Euro, prevedono che ogni paese non possa avere un debito superiore al 60% del suo Pil, mentre il nostro debito era al 120% prima del governo Monti e, dopo i sacrifici, è salito al 130%. La Ue ci ha imposto il rientro della quota eccedente entro 20 anni. Questo significa un onere di circa 40-60 miliardi l’anno (la cifra è solo stimabile perché variando il Pil occorre calcolare anno per anno la cifra in assoluto da reperire) che si aggiunge agli interessi.

Anche tagliando brutalmente le spese oltre ogni tollerabilità ed inasprendo la tassazione ordinaria, è materialmente impossibile fare fronte all’impegno. E le strade che restano non possono essere che due: l’alienazione di beni pubblici (le privatizzazioni ovviamente in termini di svendita) ed un prelievo forzoso. Insomma: gli italiani entrino nell’ordine di idee che ci aspetta un prelievo forzoso sui risparmi in banca e, con ogni probabilità, una patrimoniale sulla casa. E neppure è detto che questo basti.

E dire che gli accordi iniziali che hanno preceduto il fiscal compact – prima che Monti svendesse il nostro paese prevedevano clausole ben più favorevoli per l’Italia, a cominciare dal criterio di calcolo sul debito. Da un punto di vista giuridico, peraltro, è vero che l’Italia consente limitazioni della propria sovranità, ma in condizioni di parità (art. 11 Costit.), mentre qui siamo gli unici ad aver messo mano alla Costituzione.

Ed allora, concludendo, qui si fa sul serio: vogliamo il superamento dell’attuale ordine monetario come sostiene il M5s? Vogliamo una “Europa diversa” che rifiuti l’austerità del fiscal compact come vuole la Lista Tsipras? Vogliamo anche solo una politica di bilancio più elastica, come predica Renzi? Per fare tutto questo il passaggio obbligato è eliminare quelle modifiche costituzionali volute da un governo al servizio dei poteri forti stranieri. Ristabilire la sovranità nazionale è il passo preliminare e qui si vede chi fa sul serio e chi no: Hic Rhodus, hic salta.

11/02/2015

Svizzera, la lista dei forzieri illeciti

Antonio Sciotto - tratto da Il Manifesto

Una nuova bufera sulla Sviz­zera (e i suoi/nostri eva­sori) si è abbat­tuta ieri dopo che un cir­cuito inter­na­zio­nale di gior­na­li­sti inve­sti­ga­tivi, l’Icij (Washing­ton inter­na­tio­nal con­sor­tium of inve­sti­ga­tive jour­na­lists), ha dif­fuso un elenco di oltre 100 mila nomi della “lista Fal­ciani”: tutti cor­ren­ti­sti della banca bri­tan­nica Hsbc, tra i mag­giori isti­tuti al mondo, che nelle cas­se­forti di Gine­vra hanno tenuto fino al 2008 oltre 100 miliardi di euro frutto spesso di atti ille­citi e cri­mi­nali, miliardi in molti casi evasi al fisco dei pro­pri paesi di pro­ve­nienza. Il con­sor­zio di cro­ni­sti, 140 in 45 paesi, ha lavo­rato per mesi sul dos­sier (per l’Italia ha l’esclusiva il set­ti­ma­nale l’Espresso).

Tra i cor­ren­ti­sti figu­rano nomi di ita­liani illu­stri — dallo sti­li­sta Valen­tino al moto­ci­cli­sta Valen­tino Rossi, fino a Fla­vio Bria­tore — che ieri hanno subito respinto le accuse e spie­gato che i depo­siti sono per­fet­ta­mente rego­lari. Ma i nostri con­na­zio­nali nella lista sono molti di più: oltre 7 mila, con circa 6,5 miliardi depo­si­tati nelle casse della Hsbc, fondi in parte leciti, in parte sot­tratti al fisco. La dimen­sione dello scan­dalo però va ben oltre: non si tratta solo di eva­sione fiscale — di per sé fatto grave — ma l’aspetto più impres­sio­nante è che tra i miliar­dari “ospi­tati” dalla con­fe­de­ra­zione elve­tica risul­tano cri­mi­nali inter­na­zio­nali, dit­ta­tori, com­mer­cianti di “dia­manti insan­gui­nati” e addi­rit­tura orga­niz­za­zioni sospet­tate di terrorismo.

Due­mila nomi sono di com­mer­cianti di dia­manti, pre­ziosi usati spesso per finan­ziare guerre, come è acca­duto in Angola, Costa d’Avorio, Sierra Leone. Ma com­pa­iono tra i clienti anche fac­cen­dieri che hanno pro­cu­rato armi per i mas­sa­cri in Libe­ria, o rifor­nito di ordi­gni paesi come la Tan­za­nia o Tai­wan. Com­pa­iono poi i nomi di com­po­nenti di una ong sau­dita accu­sata di finan­ziare Al Qaeda.

Altri nomi­na­tivi illu­stri: la top model austra­liana Elle Mac­Pher­son, gli attori Chri­stian Sla­ter e Joan Col­lins; il re di Gior­da­nia Abdul­lah II, quello del Marocco Moham­med VI; il nobile arabo Ban­dar Bin Sul­tan, il prin­cipe del Bah­rain Sal­man bin Hamad al Kha­lifa. Ma ci sono anche i piloti di For­mula Uno Fer­nando Alonso e Heikki Kova­lai­nen, il can­tante Phil Col­lins. E altri, inquie­tanti: Rami Makhlouf, cugino del pre­si­dente siriano Bashar al Assad con­si­de­rato la mente finan­zia­ria del regime di Dama­sco. Rachid Moha­med Rachid, mini­stro egi­ziano del Com­mer­cio con l’estero, scap­pato dal Cairo durante la rivolta con­tro Muba­rak; Frantz Mer­ce­ron, ora dece­duto, rite­nuto l’uomo delle tan­genti per conto dell’ex pre­si­dente hai­tiano Jean Claude “Baby Doc” Duva­lier. Selim Algua­dis, uomo d’affari turco, sospet­tato di aver for­nito alla Libia di Ghed­dafi com­po­nenti per armi nucleari; Gen­nady Tim­chenko, miliar­da­rio e amico del pre­si­dente russo Vla­di­mir Putin; Li Xiao­lin, figlia dell’ex primo mini­stro cinese Li Peng, pro­ta­go­ni­sta della repres­sione di piazza Tienammen.

Un elenco infi­nito, ma già alcuni paesi si sono mossi, anche per­ché su alcuni di que­sti nomi, prima ancora che diven­tas­sero di domi­nio pub­blico, le pro­cure lavo­ra­vano da tempo, gra­zie al fatto che Hervé Fal­ciani, ex dipen­dente di Hsbc, aveva for­nito gli elen­chi alle forze dell’ordine.

La Pro­cura di Roma ieri ha fatto sapere che inda­gherà, men­tre quella di Torino — la prima a pren­dere in mano il dos­sier, quando nel 2011 uscì la prima parte della lista Fal­ciani — ha spie­gato che lavora, in col­la­bo­ra­zione con i col­le­ghi esteri e ita­liani, su un elenco di 121 mila nomi.

Ma poco pur­troppo si recu­pera dell’evaso: sugli oltre 7 mila ita­liani, la Guar­dia di finanza ha indi­vi­duato sol­tanto 190 per­sone non in regola con il paga­mento delle tasse, 100 dei quali sono eva­sori totali (3276 le veri­fi­che fiscali effet­tuate, 741 i milioni non dichiarati).

Ben diverso il risul­tato degli inglesi: hanno sco­vato ben 3600 con­tri­buenti eva­sori. Come mai da noi risul­tati così magri? Va ricor­dato che in mezzo c’è stato lo scudo di Tre­monti, cui hanno fatto ricorso ben 1264 nostri concittadini.

La Gran Bre­ta­gna, in com­penso, è finita in mezzo a un ciclone poli­tico: il Labour ha accu­sato il pre­mier David Came­ron di aver nomi­nato sot­to­se­gre­ta­rio al Com­mer­cio un ex pre­si­dente di Hsbc, Ste­phen Green. Came­ron si è difeso spie­gando che è tutto rego­lare e che tocca alla magi­stra­tura lavo­rare su que­sti dossier.

Dalla Spa­gna arriva la noti­zia che Fal­ciani sarà assunto come con­su­lente sulla lotta all’evasione da Pode­mos, in vista delle poli­ti­che di autunno. Men­tre dal Bel­gio è arri­vata una minac­cia: la magi­stra­tura emet­terà man­dati di arre­sto inter­na­zio­nali agli attuali ed ex diri­genti di Hsbc se la magi­stra­tura sviz­zera non col­la­bo­rerà inviando le infor­ma­zioni richieste.

9 febbraio 2015

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31/10/2013

Alitalia-Cai non vale più nulla


Un deciso passo avanti vero il fallimento. E' questo il risultato più probabile della decisione presa da Air France nelle ultime ore. Air France-Klm ha infatti azzerato il valore della sua partecipazione del 25% nel capitale di Alitalia.

La notizia è apparsa solo grazie alla lettura del bilancio del terzo trimestre, che il gruppo franco-olandese ha pubblicato questa mattina. La svalutazione tiene conto delle "incertezze che attualmente incidono sulla situazione di Alitalia", scrive Air France-Klm aggiungendo di aver accantonato 202 milioni di euro per far fronte alla svalutazione.

E' da tener presente che Air France, con il 25%, rappresenta l'azionista di riferimento della "cordata italiana" messa frettolosamente in piedi nel 2008 da Berlusconi e Tremonti, con il sollecito contributo di IntesaSanPaolo, allora guidata dal non ancora ministro Corrado Passera.

Con questa svalutazione radicale, di fatto, Air France non accetta di partecipare all'aumento di capitale - per il quale era stata concordata persino una partecipazione di Poste Italiane - perché non sarebbero state accolte le condizioni poste dal gruppo presieduto da Alexandre de Juniac; ovvero la ristrutturazione del debito, la revisione del piano industriale e un maggiore intervento nella gestione. Air France-Klm si avvierebbe quindi a una diluizione della quota in Alitalia, passando  dal 25% attuale a meno del 10%. Un addio in più tempi, insomma, ma un addio.

I "capitani coraggiosi" - definizione a dir poco infelice - guidati dal pirata Roberto Colaninno (lo stesso che ricevette in regalo la Telecom da privatizzare, e che poi rivendette immediatamente), padre dell'attuale responsabile economico del Pd (Matteo), peraltro ancora attivo nelle società collegate alla stessa Alitalia, sono ora sul punto di gettare la spugna. Consegnando altri 10.000 lavoratori e un "asset strategico" del paese alla rovina. Cento di queste dismissioni-privatizzazioni, e dell'Italia non resterà pietra su pietra.

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16/10/2012

Alitalia e Finmeccanica. Tra privatizzazioni e mazzette

Ciò che resta della grande impresa pubblica italiana, una volta privatizzata oppure in balia della corruttela del sistema di partiti più parassitario d'Europa.
 

La devastazione del patrimonio industriale del paese - in corso negli ultimi 20 anni - sta arrivando a conclusione. La parola d'ordine "privatizzare" è diventata prassi frenetica soltanto in questo paese, mentre Francia, Germania e Gran Bretagna se ne guardavano bene. Là dove sono state realizzate, come per Alitalia, Ilva, Telecom, ecc, assistiamo alla precipitazione di crisi industriali dovute soprattutto all'incapacità manageriale del ceto di "prenditori" italiani. Gente che ha preso aziende in regime di monopolio e ha pensato di poter continuare sullo stesso binario anche dopo l'apertura dei mercati europei alla concorrenza globale. Il "modello" era e resta De Benedetti, il padrone di Repubblica che appena presa in mano Olivetti (allora uno dei quattro grandi dell'informatica hardware) mise fine alla ricerca per concentrarsi sulla vendita di pc datati all'amministrazione pubblica. E quando i conti in passivo arrivano al pettine, ecco che s'alza il grido "licenziamenti!", "troppi diritti", "salari eccessivi", ecc.
Ora vediamo l'ex compagnia di bandiera, abbattuta per scelta politica bipartisan dopo lunga contrattazione con i partner europei e regalata alla "cordata italiana" improvvisata da Berlusconi e finanziata da Corrado Passera, ovvero IntesaSanPaolo.
Per finire Finmeccanica, troppo strategica (armamenti, sistemi di puntamento, aeronautica, nucleare, ecc) per essere privatizzata davvero e squartata da un management attento solo a rispondere alla filiera politica che l'aveva sollevato a quel ruolo. Nel caso dell'attuale a.d., Orsi, la Lega Nord.
Complimenti!


Privati in caduta libera

Francesco Piccioni

Oggi il nuovo piano industriale. Dopo i 4mila esodati del «piano Fenice» (costati 3 miliardi) sul tavolo di Passera arrivano altri mille licenziamenti Quattro anni dopo la privatizzazione a Cai sotto la regia di BancaIntesa la linea aerea è di nuovo a terra. Una perfetta «metafora» italiana
A quattro anni di distanza Alitalia sta punto e a capo. E oggi si presenta davanti ai sindacati "affidabili" (Cgil, Cisl, Uil, gli altri no) con in mano un piano industriale che gronda ancora di lacrime e sangue. Motivazione ufficiale: c'è la crisi, la gente vola meno, le compagnie low cost si mangiano quote rilevanti del traffico passeggeri. Peccato che sia esattamente lo stesso quadro di quando la famigerata Cai ha avuto in grazioso regalo dal governo Berlusconi la compagnia di bandiera, Alitalia appunto. Che significa? Semplicemente che quattro anni fa era stato disegnato un altro "piano industriale" sulla base di un quadro molto simile; insomma, che imponeva sacrifici feroci per tener conto di una situazione pesante. La «garanzia» di successo, si diceva, stava nella privatizzazione; affidata ai «capitani coraggiosi», un gruppo di imprenditori privati selezionati sulla base dell'amicizia verso il governo allora in carica (Colaninno, Toto, Riva dell'Ilva, Marcegaglia, Benetton ed altri) e inquadrati nell'ambizioso «piano Fenice» ideato dall'amministratore delegato di IntesaSanPaolo. Ovvero Corrado Passera, attuale ministro dello Sviluppo che si ritrova in mano la stessa patata bollente con un altro vestito addosso.
Ma qual è la situazione dei conti Alitalia oggi? Diciamo che perde quasi la stessa cifra che allora giustificò la liquidazione della compagnia pubblica. Solo che «i privati» sono riusciti a raggiungere questo straordinario risultato in soli 48 mesi (invece dei 20 anni che ci avevano messo i manager «pubblici»), nonostante abbiano potuto contare su appena 14.000 dipendenti invece dei 20.000 originari. Peraltro pagati molto meno, con orari di lavoro più lunghi, con contratti «derogabili» a piacere e grandi agevolazioni fiscali.
Come hanno fatto? Si può pensare che il business del trasporto aereo sia troppo complicato per gente che non se ne era mai occupata. È vero, c'era tra loro Carlo Toto, patron di AirOne, capace di trasformare una compagnia fallita in «acquirente» di Alitalia grazie alla banca cui doveva cifre mostruose. IntesaSanPaolo, naturalmente. Ma proprio per questo la fine era certa fin dall'inizio. Nemmeno Air France, che pure detiene il 25% del pacchetto azionario, aveva interesse a evitare che la nuova compagnia scivolasse velocemente verso il baratro. Alla fine dei giochi si prenderà ciò che le interessa pagando quasi nulla. Mentre se avesse dovuto acquistare quando voleva farlo, quattro anni e mezzo fa, avrebbe dovuto sborsare diversi miliardi allo stato italiano accollandosi anche i debiti della società poi liquidata. Un'idea geniale, quella di Tremonti & co, che misero invece a carico del bilancio pubblico 3 miliardi pur di poter dire che «si garantiva l'italianità», sottacendo che «l'azionista di riferimento» diventava Parigi.
Non si può dimenticare che la chiusura di Alitalia «pubblica» è stato il laboratorio di un esperimento contro il lavoro, i suoi diritti e la sua organizzazione. Sergio Marchionne, due anni dopo, ha semplicemente riproposto uno schema «vincente», inventandosi una newco senza nemmeno passare per il fallimento della vecchia impresa.
Per l'ex compagnia di bandiera le con conseguenze sono molto pesanti. Sabato scorso, per 4.300 dipendenti, è terminata la cassa integrazione ed è partita la mobilità «lunga». Sembrava un percorso povero, ma sicuro, verso la pensione. Poi però è arrivata Elsa Fornero, che ha spostato questo traguardo di sette anni. E adesso soltanto per 1.000-1.500 di loro potrebbe esserci una copertura da «esodati» riconosciuti come tali dal ministro del non-lavoro. Gli altri, come si dicono da soli, sono «candidati all'obitorio».
Nessuno di loro è stato richiamato dalla cig. Cai ha sempre preferito assumere nuovi precari per coprire i vuoti di organico; per di più facendosi pagare 2.000 euro a testa per il «corso di formazione». Nel 2011 la compagnia ha aperto una procedura di cassa integrazione a zero ore per altri 750 addetti, giurando che non erano «in uscita» perché la società «andava benissimo». Chiaro soltanto ora che anche questi non rientreranno più.
Anzi, oggi sul piatto dovrebbero venir messi - secondo centinaia di indiscrezioni concordanti - altri 1.000 lavoratori a tempo indeterminato. Mentre per i precari nessuno sa fare previsioni certe...
Intorno al tavolo si ritroverà una compagnia che i lavoratori trovano inquietante. Oltre al presidente di Cai, Roberto Colaninno, ci sarà Corrado Passera, l'ideatore del «piano» che ha portato a questo strabiliante risultato. Al fianco avrà il suo sottosegretario, Guido Improta, che ha ricoperto la carica di responsabile delle relazioni esterne dell'Alitalia fino al giorno prima di entrare nel governo. E poi i sindacati «affidabili», che ora minacciano la mobilitazione ma per quattro anni hanno garantito una sofferta pace sociale. Come ci dice Paolo Maras, ex assistente di volo e storico sindacalista del Sult (che poi ha dato vita con altre sigle all'Usb), «ci potrebbe essere una speranza solo se tutte queste persone non si occupassero più di trasporto aereo».

da "il manifesto"

«Orsi non si dimette, nessun riscontro da parte dell'accusa»

Stefano Elli
Un deposito di carte che suona come un regalo inatteso a Giuseppe Orsi, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica e ai suoi legali, quello dei pm napoletani Vincenzo Piscitelli e John Henry Woodcock che indagano su Valter Lavitola.
Sì, perché nella vasta mole di documenti depositati al processo istruito nei confronti dell'ex direttore dell'Avanti, ve ne sono moltissimi che riguardano proprio l'inchiesta aperta a Napoli su Finmeccanica e Agusta Westland per le presunte tangenti pagate in India per l'aggiudicazione di una commessa da 560 milioni di dollari e la vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Tra queste le molte dichiarazioni fatte ai magistrati da Lorenzo Borgogni, ex capo delle relazioni esterne di Finmeccanica che, con le sue rivelazioni, ha di fatto aperto la strada ai magistrati. L'accusa a carico di Orsi, del suo successore in Agusta Westland Bruno Spagnolini, è corruzione internazionale e l'inchiesta, nata a Napoli, è stata poi trasferita a Busto Arsizio per decisione della Corte di cassazione. Tra le carte, secondo Ennio Amodio, che difende Orsi, ve n'è in particolare una, la cui importanza è stata giudicata tale da convincerlo a indire ieri, in tutta fretta, una conferenza stampa. Si tratta di un documento di fonte indiana, datato 18 gennaio 2010, sequestrato in Svizzera durante una perquisizione autorizzata per rogatoria in cui si fa riferimento a un'offerta di assistenza per «sostenere» gli italiani in una fornitura di elicotteri di tipo AW 119.
Ecco il problema. Per Amodio si trattava di una gara precedente, persa dagli italiani, e si riferiva a un'ulteriore commessa, questa volta destinata alla polizia indiana. Ma, è il punto sollevato da Amodio, è che l'inchiesta di Busto Arsizio si incardina su un altro episodio e su un altro bando di gara che si riferisce all'acquisto di un altro modello di elicottero: l'AW 101. Il fatto che a supporto delle tesi dell'accusa vi sia un documento che si riferisce a un'altra gara sarebbe, a giudizio della difesa di Orsi, da considerarsi un autogol dell'accusa.
Nella conferenza stampa Amodio ha chiarito che «Giuseppe Orsi non ha intenzione di rassegnare le dimissioni da presidente e ad del gruppo Finmeccanica. Anzi. Il moltiplicarsi delle accuse nei suoi confronti non fa che rafforzare la sua determinazione nel difendersi in tutte le sedi». Amodio ha affermato che le tesi di Borgogni, si sarebbero basate su semplici «sentito dire» che non avrebbero trovato adeguati riscontri. E ha annunciato l'intenzione di procedere nei suoi confronti in sede penale e civile. Amodio, inoltre, ha chiarito che la decisione di indire una conferenza stampa proprio ieri non ha avuto alcun collegamento con il mancato incontro che avrebbe dovuto tenersi oggi tra i vertici del gruppo Finmeccanica e quelli del Governo. Oggi infatti a palazzo Chigi era in programma un incontro tra Orsi e il direttore generale dell'azienda Alessandro Pansa e i massimi esponenti del governo italiano: il presidente del Consiglio Mario Monti, il ministro dell'economia Vittorio Grilli, quello per lo Sviluppo Corrado Passera e della Difesa Giampaolo di Paola. Un incontro in cui si sarebbe dovuta riconsiderare l'intera arena competitiva del settore aerospaziale alla luce della progettata fusione tra la franco-tedesca Eads e gli inglesi della Bae Systems. L'incontro è saltato e il motivo ufficiale è stato l'annuncio del dietro-front dei protagonisti.

da Il Sole 24 Ore


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La banca ti fotte sempre

Erano i meravigliosi anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Gli italiani avevano fiducia nel futuro rassicurati dalle balle impressionanti dello psiconano e di Tremorti. Le banche offrivano soldi a tutti, a tasso variabile, anche per il 90% della spesa. Ci si indebitava spensieratamente per la vacanza alle Maldive, il Suv, l'appartamento più grande con il terrazzino. Arrivarono in seguito i meno meravigliosi anni a cavallo della fine del primo decennio del nuovo millennio. Gli italiani si ritrovarono disoccupati, esodati, sfrattarti, cassintegrati, equitalizzati e senza soldi. Ci si indebitava ancora, ma meno spensieratamente. Le banche offrivano prestiti a tassi di interesse inauditi. Si contraevano debiti per sopravvivere, per le medicine, la retta della scuola dei figli, le scarpe, l'affitto, il bollo dell'auto. Non importa quindi che ci sia crisi o boom, pioggia o sereno, con qualunque tempo la banca ci fotte sempre.

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13/09/2011

La Cina è sempre più vicina.

Ricordo che lo ripeteva frequentemente Enrico Bertolino a Glob - L'osceno del villaggio in oda su Rai3 qualche stagione fa.
Se già ai tempi suonava poco come battuta e molto più come infausto presagio, quella di Bertolino è divenuta un'ipotesi da sondare politicamente, come sta facendo in questi giorni l'ex superministro (viste le beghe milanesi) dell'economia Tremonti, ma andiamo con ordine:

Pechino potrebbe comprare titoli di Stato per puntare alle imprese strategiche. 
Ma forse non basterebbe lo stesso.
"No" per la borsa, "ni" per l'economia reale. Se i mercati non credono che la Cina potrebbe salvare l'Italia dal default, si ipotizza tuttavia che l'appetibilità di alcuni nostri asset strategici potrebbe indurre il Dragone ad aprire i cordoni della borsa. È stato il Financial Times a dare la notizia di un primo abboccamento tra il ministro dell'Economia, Tremonti - l'uomo che in passato aveva lanciato il grido d'allarme contro lo "spauracchio Cina" - e il presidente della China Investment Corporation (Cic), Lou Jiwei. La Cic, ricordiamolo, è il principale fondo sovrano cinese. Nata nel 2007 e foraggiata con l'immensa liquidità cinese dovuta al surplus commerciale, ha attualmente un patrimonio di oltre 400 miliardi di dollari. È il portafoglio del Dragone e la longa manus di Pechino nell'acquisto di partecipazioni all'estero.

Bufala o no?
Cominciamo dai mercati. Niccolò Mancini, trader di Piazza Affari, non ha dubbi: "La reazione alla notizia che la Cina si comprerebbe parte del nostro debito è durata un quarto d'ora. Siamo partiti in positivo e alle 9.15 eravamo già sotto. È stata valutata una bufala anche perché si pensa che, se i cinesi volessero intervenire, prima che sul debito pubblico lo farebbero su aziende e banche, visto che alcune ormai vengono via a prezzo di saldo. L'altro segnale è stato lo spread, che ha superato i 400 punti attorno alle 10.00, il che significa che, a parità di scadenza, paghiamo gli interessi dei titoli di Stato il 4 per cento in più della Germania."
Paolo Manasse, docente di macroeconomia a Bologna e alla Bocconi di Milano, ritiene invece plausibile un interesse di Pechino di carattere sia strategico-geopolitico sia finanziario: "Investire al tasso di interesse che hanno i nostri titoli, se si scommette sulla solvibilità dello Stato, è un buon affare. Ma potrebbe soprattutto essere un investimento strategico, perché getterebbe le basi per un ingresso sia nelle banche sia nelle industrie italiane, con l'acquisto di partecipazioni azionarie. Anche se ci fossero problemi di solvibilità, la soluzione già attuata con i Paesi dell'America Latina e con la Grecia potrebbero essere i debt-for-equity-swap [scambio tra titoli di tipo diverso che consente la ristrutturazione del debito, ndr] tra titoli di Stato e azioni di imprese partecipate dallo Stato. Convertire debito pubblico in debito privato con partecipazione statale".
Quali sono le imprese italiane che potrebbero interessare alla Cina?
"Oltre a Eni ed Enel, di cui parlava il Financial Times, ci sarebbe Alitalia e poi le fondazioni bancarie partecipate dallo Stato. La Cina è soprattutto interessata all'energia, credo che una partecipazione di rilievo nell'Eni potrebbe essere appetibile". In tal modo - aggiungiamo - Pechino tornerebbe ad avere un certo peso in Libia senza colpo ferire. E tra le imprese possedute in tutto o in parte dallo Stato, non possiamo dimenticare le Ferrovie dello Stato - il governo cinese ha un debole per i treni - e la strategica (militarmente parlando) Finmeccanica.
Tornando ai mercati, cerchiamo di capire perché non restituisce fiducia l'ipotesi che l'economia che dispone di più liquidità al mondo metta una pezza alla voragine del nostro debito pubblico.
"Da oltre due mesi è chiaro che i mercati prendono di mira Berlusconi - sostiene Mancini - nonostante la stesura di quattro finanziarie. La sfiducia dei mercati è chiara, il problema è che in qualsiasi parte del mondo un governo ne avrebbe tratto le conseguenze; da noi, con una maggioranza a libro paga del premier, tirano avanti".
Cinesi o non cinesi, secondo l'operatore di Borsa il problema è quindi politico: "Le aste dei buoni del tesoro lanciano un altro segnale. Ieri il tasso dei Bot a un anno era del 4,15 per cento, oggi quello dei Btp a 5 anni è di 5,60. La situazione è insostenibile per un Paese con il nostro debito pubblico - 1900 miliardi - perché quei tassi d'interesse significano che la manovra l'hai già bruciata prima ancora di farla. Sono convinto invece che eventuali dimissioni di Berlusconi potrebbero tranquillamente valere 150 punti sullo spread e il 15 per cento sulla Borsa".

Fonte.

Il "bello" di questa situazione è trovarsi tra l'incudine di un mercato mai sazio nei confronti di un Paese che per sopravvivere cannibalizza se stesso, e il martello di una classe dirigente sfiduciata dagli ambienti finanziari occidentali (quelli che "comandano") probabilmente perché a tempo debito, si fece intima collaboratrice dell'altra sponda (Putin, Gheddafi e via discorrendo).
Nel mezzo, la popolazione disinformata e disinteressata, incapace di rendersi conto d'essere nuovamente vittima del consueto doppiogiochismo della politica italiana (quello che ci ha portato a saltare il fosso nelle due guerre mondiali e nell'attuale conflitto libico) ma soprattutto miope nei confronti di un futuro in cui saremo privati d'ogni sovranità sui beni del nostro paese, sempre ammesso che il vento non cambi ovviamente.

11/08/2011

L'inconsistenza della politica e il sogno del cambiamento.

Veti contrapposti sulla definizione del pacchetto di misure anticrisi che il Ministro Tremonti sta presentando in Parlamento. Anche in una situazione d'emergenza come quella che stiamo vivendo la politica non riesce a fare fronte comune e si dimostra inadeguata?

"Totalmente inadeguata. Sostanzialmente i partiti politici italiani sono come i polli di Lorenzo nel Romanzo "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni che si beccano l'uno con l'altro senza capire che stanno finendo entrambi in padella.
Questo progetto di risanamento è una dichiarazione di guerra dei governi e del Governo europeo nei confronti dei popoli europei, questa è l'unica definizione possibile. Stanno pensando e progettando di far pagare alla gente europea, a tutti i popoli europei, in primo luogo ai greci, a noi, agli spagnoli, ai portoghesi, il disastro che la finanza mondiale ha compiuto. Non ci sono più dubbi in merito. La finanza mondiale ha letteralmente spolpato la ricchezza del pianeta a cominciare da quella americana, seguita naturalmente e fedelmente dalle posizioni assunte dalla Banca centrale europea, la quale ha, insieme alla Federal Reserve americana, praticamente salvato tutte le banche che erano andate in fallimento nel 2007/2008, indebitando tutti gli stati oltre ogni limite. Quindi, sostanzialmente noi stiamo pagando il disastro creato da Wall Street e dalle banche di investimento mondiali, tra cui molte banche europee e adesso pretenderebbero di imporci un programma di risanamento che significa letteralmente "spolpare" i redditi e il welfare state, o quello che ne resta, delle popolazioni europee: questa è la vera spiegazione e non ci dovrebbero essere discussioni in merito. In realtà, i partiti e i governi che hanno autorizzato questo disastro, sono tutti corresponsabili: questo non è un programma di risanamento, questa è la guerra dei finanzieri, della finanza, contro le popolazioni, si chiama così, questa è una dichiarazione di guerra della finanza europea e internazionale contro le popolazioni.
La mia proposta è molto semplice, non accettare questo ricatto, perché chi deve pagare sono i responsabili. Ci hanno detto e ci hanno ripetuto fino alla nausea che il mercato ha delle leggi, se queste leggi valgono, loro devono pagare perché avendo fatto male i banchieri ed essendo andati in fallimento, devono rispondere, non siamo noi che dobbiamo rispondere, prima di tutto perché non siamo noi cittadini che abbiamo preso queste scelte perché non sapevamo nulla di quello che stavano facendo, prima questione fondamentale. In secondo luogo, poiché nessuno era informato di ciò che è accaduto, loro hanno potuto fare quello che volevano, e adesso non possono chiedere a noi di pagare. Aggiungo questo piccolo dettaglio, noi siamo stati tutti educati negli ultimi 30 anni a consumare e a dilapidare tutte le risorse perché ci hanno detto che bisognava consumare e indebitarsi, adesso ci accusano di esserci indebitati e di avere consumato? Ma se ogni giorno da ogni televisione ci viene ripetuto che dobbiamo continuare a oltranza a consumare, come possono chiedere a noi di essere responsabili del fatto che milioni di persone hanno consumato? Io sto parlando dell'Europa ma l'America è 10 volte peggio da questo punto di vista, l'America è costretta di fatto a essere ormai in bancarotta, perché? Ma perché hanno consumato molto di più di quello che potevano consumare, è molto semplice, quindi tutta questa è una grande commedia, è una grande commedia che viene recitata in parte da veri e propri farabutti che sono i grandi detentori della finanza mondiale, veri e propri criminali, lo dico senza mezzo termine a cominciare da Alan Greenspan, che dopo avere trascinato il mondo intero nel disastro ha detto in un'intervista al New York Times circa un anno fa: "Scusatemi mi sono sbagliato". Se si è sbagliato una volta bisognerebbe dirgli di non parlare più per favore, questa gente dovrebbe andare tutta in galera direttamente.
Peraltro, i governi hanno consentito alle banche di emettere denaro più di quello che ne avevano, le banche non hanno nessun obbligo di mantenere delle riserve adeguate, prestano soldi che non hanno e su questi soldi che non hanno, chiedono l'interesse e in questo modo le banche hanno moltiplicato e ingigantito, parlo delle grandi banche naturalmente, la massa monetaria, interamente falsa. Noi stiamo vivendo la crisi che loro hanno creato letteralmente minuto per minuto negli ultimi 10 anni, quindi la gente deve essere capace di rispondere e di reagire organizzandosi, rifiutando di pagare e quindi anche ricorrendo a tutte le forme di difesa della propria esistenza e del proprio territorio, come stanno facendo per esempio quelli che si difendono contro l'alta velocità in Val di Susa, faccio questo esempio specifico che è esattamente la stessa cosa, è proprio questo che bisogna fare, bisogna dirgli: voi siete una manica di irresponsabili, noi non accettiamo le vostre decisioni e difendiamo la nostra vita e il nostro territorio, il nostro cervello, le nostre vite, i nostri corpi, la nostra salute, l'educazione dei nostri figli, i nostri ospedali, le nostre città. Noi questo dobbiamo dire, tutti insieme, e questa è una proposta politica.

Anche in Italia, come a Londra, c'è il rischio di uno scontro sociale?

"Io sono certo che questo scontro sociale sta per esplodere perché fino adesso noi non abbiamo ancora visto niente. Ho letto un editoriale di un certo Sensini, un economista, il quale addirittura dice: "Beh, bisogna abolire le pensioni di anzianità". Questa gente ci sta dichiarando guerra sul serio, stanno dichiarando che devono togliere le pensioni di anzianità a milioni di persone, il che vuol dire che praticamente un terzo della popolazione verrà gettata sul lastrico, se arrivano a fare queste proposte, vuol dire che sono convinti di potercela fare, bisogna spiegargli che non ce la faranno.
Io ritengo che quello che è successo e sta succedendo in Grecia è soltanto l'inizio, quando la gente a milioni verrà posta di fronte a condizioni insostenibili, si ribellerà, è evidente che si ribellerà, in che forma avverrà non lo so, a Londra sta avvenendo nella forma di una jacquerie assolutamente senza obiettivo, perché sfortunatamente non ci sono forze politicamente capaci di guidare questo movimento, dal momento che tutte le forze politiche sinistra, destra e centro sono tutte implicate in questa operazione. Quindi, siccome non ci sono forze politiche che guidano in modo responsabile un movimento di protesta, sfortunatamente questa protesta sarà violenta. Io non propongo di fare proteste violente, ma temo fortemente che quando queste misure verranno messe in atto, ci saranno risposte violente perché la gente non essendo organizzata e diretta, reagirà in modo immediato e spontaneo e quindi si andrà a degli scontri sociali di grandi proporzioni. La politica della Bce e dei governi centrali che sostengono quella linea sta incendiando l'Europa, le conseguenze sono interamente nelle loro mani e la loro responsabilità è in questo senso assoluta."

Le soluzioni proposte da alcuni esponenti dell'opposizione, come le elezioni anticipate o un governo di responsabilità nazionale, sono strade valide e percorribili?

"Questa intanto non è un'opposizione, perché non fa opposizione a niente. In sostanza cosa dice? Dice che, se dovessero sostituire l'attuale governo, faranno esattamente le cose che gli sono state imposte dall'Unione Europea e da Francia e Germania, questo è quello che dicono. Quindi se va al governo un'altra coalizione, farà esattamente le stesse cose che ha fatto questa, probabilmente le farà addirittura con maggiore spregiudicatezza, fidandosi del fatto che potranno dire di avere "il consenso" popolare, quindi non ho nessuna fiducia nell'opposizione e nelle loro proposte.
Naturalmente non ho neanche nessuna fiducia nei confronti di questo governo, la mia proposta è: via tutti questi cialtroni dalla direzione politica del Paese: ci vuole un gruppo di saggi al quale venga affidato il compito di gestire il rapporto con la popolazione italiana, di gestire il patto sociale che si regge sulla Costituzione, rifiutando innanzitutto le modifiche costituzionali che ci vengono imposte da questa Europa che è l'Europa dei banchieri. La soluzione politica in questo contesto, con queste forze non c'è, quindi bisogna trovare un'altra coalizione, un'altra forza politica che sia espressione della volontà popolare. E non mi si venga a dire che l'opposizione che dovesse andare al governo al posto di Berlusconi rappresenta questa forza popolare, perché non la rappresenta."

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Belìn, stavo meglio in vacanza...

30/06/2011

Manovre di guerra.

La stangata di Tremonti da 47 miliardi prevede tagli alle spese per sanità, scuola e pensioni, ma lascia inalterate le spese per le missioni militari all'estero.
Nella bozza della manovra economica, all'emblematica voce 'spese indifferibili', è infatti stabilito uno stanziamento di 700 milioni di euro per proroga di sei mesi (fino al 31 dicembre 2011) della partecipazione italiana alle missioni internazionali.
Si tira la cinghia su tutto, dalla salute all'istruzione, ma non sulle guerre. La cifra di 700 milioni (che comprende la guerra in Afghanistan e le missioni in Libano, Kosovo, Bosnia, Iraq, Pakistan, Somalia, Sudan e Congo) è infatti in linea con i precedenti finanziamenti semestrali.
Questo stanziamento militare, tra l'altro, non comprende le spese per la guerra in Libia, che nei primi tre mesi è costata da sola oltre un miliardo di euro (almeno 700 milioni di spese correnti per la Difesa per bombe, missili e carburante per aerei e navi, e altri 400 milioni di finanziamenti ai ribelli provenienti dal ministero degli Esteri).
Nessun taglio, nella manovra del Tesoro, nemmeno per le spese militari di riarmo, a partire dai 3,6 miliardi di euro destinati nei prossimi tre anni (lo stesso coperto dalla manovra) al programma di acquisizione di 131 caccia-bombardieri F-35.
Se questa sola folle spesa di riarmo fosse tagliata, se si ponesse subito fine all'incostituzionale partecipazione alle guerre in Libia e in Afghanistan (che attualmente costa 800 milioni all'anno), molti miliardi di euro verrebbero risparmiati, e non ci sarebbe bisogno di toccare sanità, scuola e pensioni.

Fonte.

Considerazioni ovvie, ma mai banali, soprattutto di questi tempi.

21/04/2011

La disoccupazione secondo Tremonti.

Aprendo la pagina principale dell'unico quotidiano che seguo con una certa costanza, mi sono imbattuto nell'analisi critica dell'ennesima uscita di Tremonti, convinto che in Italia la disoccupazione giovanile è ai livelli di guardia perché i ragazzi del bel paese ne hanno per il belino di fare lavori umili.
Fermo restando che:
  • un lavoro è reso umile prima di tutto dal suo inquadramento contrattuale e solo in seconda istanza (e non necessariamente) dalla mansione in se;
  • esiste un fondo di verità nel mito del giovane italiano bamboccione e con la puzza al naso (io ho studiato quindi non mi sporco le mani)
se mi fossi trovato al posto di Stefano Feltri, autore del pezzo per Il Fatto Quotidiano, avrei posto maggior accento sulla strumentalizzazione, operata da Tremonti e indotto, del luogo comune sui giovani italiani, citando successivamente un esempio di virtuosismo nella gestione della vita economica di una nazione, alla faccia delle cazzate sulla crisi, il liberismo, le banche ecc.
E' un vero peccato che nemmeno i detrattori delle bestie che ci governano, prendano mai esempio dal buono che si può trovare in giro per il mondo.