Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/04/2025

[Contributo al dibattito] - La lunga frattura

In questi mesi la storia corre veloce, in poco tempo alcuni dei capisaldi su cui si è retto l’ordine mondiale definitivamente consolidatosi dopo il crollo del muro di Berlino stanno vivendo profonde tensioni e ristrutturazioni.

Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati ed infine ridefinire il paesaggio.

Obiettivo di questo testo è sì quello di fare uno sforzo di chiarezza poiché leggere quanto accade nel mondo intorno è un primo passo per immaginare dove intervenire in maniera efficace, ma anche uno strumento che vuole spingere a praticare un’ipotesi e a calpestare un terreno che, seppur pregno di limiti e ostacoli, si presta ad essere una finestra di possibilità che si apre e che non va lasciata richiudersi senza nemmeno aver fatto un tentativo.

Proviamo ad orientarci.

I movimenti tellurici

I primi segni superficiali di questi processi si sono avvertiti con la crisi del 2007-2008. La terra ha tremato, le forme che aveva assunto per i quarant’anni precedenti il sistema capitalista sono entrate in fibrillazione.

Non si può comprendere ciò che è venuto dopo senza considerare questo fatto nella sua interezza. Quelle scosse che avevano sconvolto i mercati finanziari sono state il segnale del magma che si stava rimettendo in moto.

In questo articolo non possiamo restituire l’intera complessità di quell’evento, ma ci vogliamo soffermare su quattro aspetti che come vedremo sono stati determinanti per gli sviluppi successivi.

Lotta di classe in Cina

La globalizzazione a guida USA si è retta sulla delocalizzazione della produzione industriale in Cina. Gli Stati Uniti e più in generale le forze capitaliste occidentali hanno ritenuto per lungo tempo che trasformare la Cina ed i suoi vicini asiatici nella “fabbrica del mondo” avrebbe portato diversi vantaggi. Ovviamente si sarebbero abbassati enormemente i costi di produzione: i salari cinesi erano molto più convenienti di quelli degli operai occidentali, le norme di sicurezza sul lavoro più morbide, i ritmi più serrati. Allo stesso tempo l’esternalizzazione della produzione industriale avrebbe definitivamente disarticolato la riottosa classe operaia statunitense ed europea che manteneva un certo grado di potere, che fosse nelle forme peculiari dei sindacati statunitensi o in quelle dei movimenti dei lavoratori in Europa. Infine la delocalizzazione avrebbe posto un freno anche alla crescente sensibilità ecologista che stava sorgendo in quegli anni in Occidente. Spostare le esternalità negative della produzione industriale altrove avrebbe permesso almeno in parte di evitare il proliferare dei conflitti ambientali.

Enormi porzioni della popolazione cinese hanno vissuto in pochi decenni il processo che in Occidente era durato secoli, la proletarizzazione di una classe contadina che era stata riferimento e protagonista della rivoluzione maoista.

Questa nuova ed enorme classe operaia ha iniziato a pretendere di poter godere almeno in parte delle ricchezze che il suo lavoro ha generato. In pochissimi anni i salari sono aumentati esponenzialmente andando ad intaccare il gigantesco surplus che i capitalisti occidentali estraevano dalla “fabbrica del mondo”. Non solo: con la crescita dei salari si è andato a formare un florido mercato interno che per un certo tempo ha fornito un nuovo sbocco per le merci occidentali, ma presto è stato occupato da quelle costruite all’interno della Cina o nei suoi addentellati asiatici. Tornando velocemente al presente, il caso delle auto elettriche è emblematico.

La dinamica dei salari in Cina ha contribuito, assieme ad altri fattori, a “raffreddare” la realizzazione del valore nella produzione industriale. Gli investimenti non consegnavano più i profitti di prima e una parte significativa dei capitalisti preferiva valorizzare le proprie ricchezze sui mercati finanziari.

La crescita dei salari in Cina non è stata però l’unico punto di blocco della valorizzazione.

Punti di blocco della valorizzazione

Quando il capitale non trova sufficiente realizzazione nelle forze produttive si rifugia nei mercati finanziari. Ma questa, come vedremo, è una contraddizione, perché se nell’immediato la valorizzazione finanziaria genera soldi facili, a lungo andare crea le famose “bolle”, come quella dei mutui subprime che scatenò la crisi del 2008, ed inevitabilmente gli esiti sono catastrofici.

Ma la valorizzazione capitalista è un processo perpetuo, non può fermarsi o rallentare: come spiega Marx, nel momento stesso in cui essa dovesse fermarsi smette di essere capitale, diventa solo ricchezza. È la tendenza a farsi totale del capitale, a mercificare ogni ambito della vita umana e della natura, ad aumentare l’intensità e l’estensione dell’estrazione di profitto. Il capitale deve trovare sempre nuovi modi di valorizzarsi, pena la fine stessa del modo di produzione capitalistico.

Questa tendenza del capitalismo si scontra con diversi limiti.

La riproduzione della natura: molte risorse naturali sono finite, non si possono sfruttare all’infinito. Oppure hanno dei tempi propri per riprodursi che non sono interamente scalabili dentro i processi di produzione capitalisti. Questa evidenza confligge inevitabilmente con la tendenza alla valorizzazione continua. L’estrazione di materie prime diventa sempre più costosa e complicata tecnicamente. Le famigerate “guerre per il petrolio” che hanno caratterizzato il primo decennio di questo secolo sono in parte figlie della bulimia di materie prime che caratterizza il capitalismo. Negli stessi anni avviene un altro fatto esemplificativo: il fallimento della Enron Corporation, una delle più grandi multinazionali dell’energia degli Stati Uniti. La Enron crolla perché sposta progressivamente il suo business verso il risk management ed il mercato dei derivati collegato alle commodities. In sostanza verso la finanziarizzazione. Presto viene scoperto che la multinazionale ha centinaia di milioni di dollari di perdite che non vengono calcolate nei bilanci. Per provare a salvarsi dal crollo la Enron aveva inscenato dei blackout in California per far crescere i costi dell’energia. La multinazionale era in rapporti confidenziali con l’amministrazione Bush e si dice che fu a causa delle pressioni della multinazionale che gli USA non firmarono il protocollo di Kyoto. La vicenda di Enron è indicativa di un contesto più generale dove ormai mercati importanti delle materie prime come quelli del petrolio e del gas sono estremamente finanziarizzati. Non va sottovalutato poi l’impatto dei movimenti ecologisti, specialmente nel Sud globale, che hanno imposto alla controparte limitazioni e freni allo sfruttamento incontrollato dei territori ed al modo (sicurezza ambientale e sul lavoro) in cui avviene lo sfruttamento.

Più in generale l’estrazione di risorse incontra limiti spaziali e temporali. I giacimenti di materie prime, come ad esempio le terre rare, possono essere localizzati in territori specifici, possono soffrire di colli di bottiglia importanti e di difficoltà tecniche di estrazione. Tutto ciò ha a che fare con l’imperialismo e con il secondo limite, quello politico “intracapitalista”.

Rigidità intracapitalistiche: per lungo tempo anche in parti della sinistra radicale si è pensato che con la globalizzazione avrebbero smesso di esistere i capitalismi “nazionali” a fronte della nascita di un unico complessivo mercato globale senza barriere. Questa interpretazione semplificata dell’evoluzione del capitalismo si basava su due facce della medaglia, l’internazionalizzazione delle catene del valore e gli scambi generali sul mercato finanziario. Ma questa lettura cancellava, più o meno consapevolmente, le gerarchie che strutturavano entrambi questi processi. Dentro l’internazionalizzazione delle catene del valore vi è stata una vera e propria divisione internazionale del lavoro, come abbiamo accennato sopra, e le leve finanziarie non sono certamente “equamente distribuite” tra gli attori del capitalismo globale. Il comando “politico” è sempre stato in mano al paese guida di questa “nuova” globalizzazione, cioè gli USA. Il mercato globale senza barriere poteva esistere solo alle condizioni del capitalismo statunitense, tutti gli altri paesi si dovevano attenere a svolgere il proprio ruolo nella catena del valore globale ed eventualmente godere dei limitati e momentanei benefici di questa architettura. Ma se per certi paesi, come la Cina, per un certo periodo il ruolo nella catena globale poteva essere un volano di sviluppo, per altri, come ad esempio la Russia, accodarsi senza limitazioni alla globalizzazione a guida USA avrebbe semplicemente voluto dire divenire terreno di predazione per il capitale occidentale. Gli anni ‘90 in Russia erano stati un monito in questo senso: aprire senza condizioni i confini della Federazione al mercato internazionale avrebbe avuto dei costi enormi non solo per la popolazione, ma soprattutto per la nuova classe capitalista russa che sull’appropriazione delle risorse precedentemente statalizzate in epoca sovietica stava costruendo la propria accumulazione primitiva. Ma come abbiamo visto la bulimia del capitalismo non concede sconti e la Federazione doveva mettere a disposizione le proprie risorse senza rigidità. Per qualche anno dunque si è assistito ad un balletto di distanze e riavvicinamenti tra gli USA ed il nuovo corso russo impersonato da Putin, a volte corteggiato, altre minacciato. D’altro canto, anche la Cina per i processi descritti sopra era debordata dal suo ruolo di fabbrica del mondo, diventando un attore economico globale e competitivo nei confronti del capitale occidentale. A sostenere poi la globalizzazione vi era la strutturazione di un rigido sistema neocoloniale, che solo dal nostro punto di vista occidentale abbiamo dimenticato di considerare, che obbligava alcuni paesi nella divisione internazionale del lavoro a rivestire il ruolo di bacini di risorse e manodopera a basso costo, quando non, come in alcuni paesi africani, vere e proprie discariche delle esternalità dannose. A ben vedere il ciclo del “Socialismo del XXI secolo” che ha caratterizzato una serie di movimentazioni spurie e sfaccettate in America Latina tra gli anni ‘90 e 2000 e che continua a trascinarsi in parte ancora oggi è stato per lo più un tentativo di riprendere il controllo almeno in parte sulle risorse drenate dal Nord globale. I conflitti intracapitalistici comunque non si muovono solo sulle frontiere, ma anche all’interno dello stesso capitalismo occidentale, dove diversi “modi di valorizzazione” non sempre riescono a conciliare fini ed obiettivi.

La riproduzione della classe operaia: la classe operaia in Occidente non è sparita insieme alle delocalizzazioni in Cina, Messico od est Europa. Anzi, la nostra tesi è che grandi fette del lavoro salariato fuori dalle fabbriche tradizionali sono andate incontro a processi di operaizzazione. Non stiamo parlando solo delle funzioni lasche del terziario, come ad esempio i call center, che già da tempo hanno vissuto a loro volta una fase di esternalizzazione, ma in generale di mansioni e ruoli più complessi da rendere “scalabili” dentro la classica forma industriale. Su questi processi ci torneremo più avanti, per il momento basta dire che alla globalizzazione dei mercati non è corrisposta, se non per un brevissimo lasso di tempo, la creazione di una società di “classe media” che ha goduto del proprio benessere a discapito del Sud del mondo proletario. La realtà si è mostrata decisamente più complessa. Per quanto riguarda invece i settori tradizionali una parte delle imprese capitalistiche hanno preferito mantenere la fase di assemblaggio della componentistica prodotta altrove in Europa e negli USA, al contempo proprio per il dilatarsi delle catene del valore ha assunto una centralità senza precedenti la fase della circolazione delle merci, fossero esse i semi-lavorati o il prodotto finito; quella che viene chiamata la rivoluzione della logistica. A latere rispetto a questi ambiti si sono sviluppate una miriade di modi del lavoro povero con vere e proprie sacche interne agli stati occidentali dove vigono le più aberranti forme di sfruttamento. In quasi ogni paese occidentale si è assistito allo stesso tempo ad una diminuzione (o stagnazione) del salario reale ed ad una sostanziale diminuzione del salario indiretto (servizi, welfare, formazione). La controrivoluzione neoliberista ha cercato in ogni modo di radere a zero le conquiste operaie del dopoguerra e di valorizzare ambiti della riproduzione che grazie alle lotte erano almeno in parte usciti dalla morsa del mercato. Questo ha generato una vera e propria crisi della riproduzione sociale che spesso si è accompagnata ad un invecchiamento complessivo della società. Negli USA in particolare il paradigma del welfare è stato sostituito completamente da quello dell’indebitamento facile. È venuta a formarsi una classe operaia sempre più anziana, debilitata (senza la possibilità di pagarsi le cure), precaria e priva di prospettive ascendenti. In alcuni paesi come il nostro si è assistito a due tendenze solo apparentemente in contrasto, da un lato la fuga di forza lavoro particolarmente qualificata, dall’altro ad una prolungata scarsità di forza lavoro a cui si è provato a porre rimedio attraverso lo sfruttamento dei flussi migratori prima dall’est e poi dall’Africa. È difficile contabilizzare l’effetto della crisi della riproduzione sociale sulla valorizzazione del capitale, ma se si considera che una delle cause prossime della crisi del 2008 è l’insolvenza di massa rispetto ai mutui che i proletari americani hanno contratto per comprarsi una casa è evidente che questa ha avuto un ruolo tutt’altro che indifferente.

Finanziarizzazione e debito

Lo abbiamo già accennato, quando il capitale non è in grado di realizzarsi con l’intensità necessaria nella produzione reale cerca altre vie per moltiplicarsi. La strada privilegiata è quella dei mercati finanziari in cui dagli anni ‘80 in poi si è assistito ad una moltiplicazione di strumenti per, apparentemente, fare soldi coi soldi. Ma la finanziarizzazione non è solo uno strumento della valorizzazione, è anche uno strumento di comando. Fondi speculativi, banche d’investimento, trust di padroni attraverso i mercati finanziari, attraverso partecipazioni ben piazzate possono orientare l’economia, persino determinare il destino di un dato paese.

In questo ambito dalla fine degli anni ‘90 fino ad oggi abbiamo assistito ad un lungo e continuativo formarsi di bolle sui mercati finanziari: la bolla dell’IT di inizio 2000, quella già citata dei mutui subprime, quella della green economy, mai veramente decollata, quella delle industrie hi-tech e adesso, come ci spiega Maurizio Lazzarato in questo articolo, quella del riarmo. Progressivamente il numero di attori in grado di esercitare una leva sul mercato finanziario si è ristretto, fondi speculativi sempre più pesanti sui mercati finanziari hanno fatto e stanno facendo shopping in giro per il mondo, raschiando partecipazioni su partecipazioni (qui abbiamo parlato del caso italiano) che di fatto non permettono solo di conservare e moltiplicare valore, ma diventano strumenti di comando e controllo sulla filiera finanziaria, ma anche sulla produzione reale.

Esiste una relazione tra la concentrazione del capitale e le difficoltà di realizzazione. Infatti meno il capitale investito è produttivo di valore e meno i soggetti economici di piccole e medie dimensioni sono competitivi sul mercato, meno riescono a nuotare nella piscina degli squali. Allo stesso tempo una minore intensità di valorizzazione del capitale significa che solo chi possiede una grande concentrazione di ricchezza può permettersi degli investimenti redditizi. Non bisogna farsi illusioni sulla favoletta delle start up che partendo da un garage conquistano il mercato globale: queste aziende nascono all’interno di incubatori che fin dall’inizio vedono una grande intensità d’investimento di capitale privato (o più raramente pubblico) dei soliti grandi soggetti economici. Ma, tornando a quanto detto prima, questi capitali investiti quasi sempre non si realizzano nella produzione reale di merci, ma si valorizzano nelle fulminee ascese finanziarie delle aziende, che presto o tardi andranno incontro ad altrettanto violenti crolli, il recente andamento di Tesla ne è un esempio.

Se consideriamo anche gli stati nella loro natura finanziarizzata riusciamo a cogliere un altro aspetto significativo della lunga frattura. La globalizzazione a guida USA si è fondata su una peculiare forma di scambio che ne è stata garante dell’egemonia, ma oggi rappresenta un problema non secondario. Il modello era questo: chiunque avesse acquistato debito estero statunitense avrebbe ricevuto in cambio un flusso di valuta pregiata, il dollaro, che è presto diventata la moneta di scambio del commercio globale. Tra i principali acquirenti del debito estero americano c’era naturalmente la Cina. Attraverso questo meccanismo, paradossalmente, gli Stati Uniti riuscivano ad esercitare il proprio controllo sul mercato globale attraverso il debito (per quanto peculiare questo non è un meccanismo nuovo, anche l’impero britannico verso la fine della sua egemonia sul mercato globale viveva un dilemma del genere). Con il debito contratto gli USA hanno tenuto in piedi la propria proiezione imperiale, la potenza militare, la sicurezza interna e la possibilità di intervenire in caso di eventi catastrofici per il mercato finanziario come la crisi del 2008. D’altro canto però questo enorme quantitativo di debito contratto non ha in alcun modo giovato alla vita dell’americano medio che ha visto ridursi ogni tipo di accesso al welfare, dei servizi, delle infrastrutture, persino della prontezza di risposta alle catastrofi climatiche come ad esempio gli incendi. Dal 2008 in poi la Cina ha progressivamente smesso di acquistare il debito pubblico statunitense. L’effetto contagio in occasione del crollo dei mercati finanziari che aveva provocato la dipendenza della Cina dall’economia statunitense ha fatto da monito. Come vedremo più avanti questo è oggi uno dei grandi temi sul tavolo dell’amministrazione Trump.

Esternalizzazione della crisi

Ogni crisi rappresenta un’opportunità. Alla crisi del 2008 è seguita a ruota la crisi dei debiti sovrani nei paesi più esposti dell’Unione Europea come Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo ed Italia. Quest’ultima non è stata semplicemente un contagio, ma è stata una vera e propria occasione per la finanza a stelle e strisce di lanciare un attacco speculativo al continente. Attacco che è stato contenuto al costo di anni ed anni di austerity e tagli alla spesa sociale.

Questo evento ha rappresentato un monito che solo in pochi hanno voluto ascoltare, evidenziando almeno tre aspetti. In primo luogo quando si tratta di drenare valore non esistono “paesi amici” nella dinamica capitalista. Gli alleati non sono veramente alleati, ma soggetti con cui si instaura un paradigma di dipendenza e subordinazione. La natura espansiva del capitalismo prevede che in tempi di crisi, lì dove ci sono poli economici competitivi e subordinati questi vivano un drenaggio delle risorse verso il centro.

In secondo luogo, e di conseguenza, l’attacco speculativo verso i paesi europei ha certificato che il capitalismo occidentale non era uno spazio omogeneo, o almeno non è considerato tale dagli Stati Uniti. Guardandola a posteriori la Brexit non è stata solo un afflato di nazionalismo, ma una volontà della Gran Bretagna di svincolarsi dall’abbraccio europeo per avvicinarsi ancora di più al cugino d’oltremare.

Infine la crisi del debito sovrano era un’avvisaglia, più che evidente, che l’Europa, come spazio economico-politico, non era semplicemente un alleato-concorrente, ma una vittima sacrificale. In diverse versioni tanto i democratici, quanto i repubblicani hanno portato prima la guerra economica e poi la guerra guerreggiata all’Europa, e non in Europa come siamo abituati a pensare. Come spiega Raffaele Sciortino:
“[...] la distruzione è la conditio sine qua non di una ripresa dell’accumulazione globale. Solo che nel frattempo questo avviene con crisi, guerre, e dove ogni attore a partire dagli Stati Uniti vorrebbe e cercherà di scaricare i costi di questa svalorizzazione sugli altri.”
Eruzioni

Ucraina: guerra dell’Europa, guerra all’Europa?

Prendiamo la guerra in Ucraina, provando a comprenderne la portata e i significati all’interno dei meccanismi che abbiamo tratteggiato fino ad ora.

La retorica europea e statunitense degli ultimi anni ci ha abituato a una spiegazione del conflitto tutta centrata sugli attributi politici del personaggio Putin e del regime che incarna. I media nostrani si affannano a dipingere il presidente russo come uno zar paranoico, animato da un’ostilità viscerale verso l’Occidente, mossa da una supposta indole autoritaria intrinsecamente russa. A noi sembra invece più utile – e, crediamo, necessario per chi tenta di orientarsi nel terreno complesso della guerra che viene – inquadrare il ritorno del conflitto su larga scala in Europa dentro le faglie che si aprono nell’ordine globale.

Se ci affidiamo a una genealogia storica degli eventi che hanno portato all’escalation del 2022, bisogna risalire almeno al golpe di EuroMaidan del 2014: evento che si colloca, pur semplificando, all’interno di quella dinamica di pressione crescente esercitata da Stati Uniti e Unione Europea sulla Russia, che ha comportato la destabilizzazione del regime ucraino legato agli interessi russi e la progressiva costruzione dell’Ucraina come avamposto strategico della proiezione politico-militare occidentale in Europa orientale.

Una pressione che ha operato su due piani. Da un lato, il consolidamento del rapporto di forza militare nei confronti di una Russia considerata inaffidabile: rapporto di forza che, come abbiamo visto, rappresenta uno dei cardini – insieme alla tirannia del debito – del dominio egemonico statunitense, fondato sulla capacità di garantire, anche con la forza, la propria posizione al vertice delle catene globali del valore. Una dottrina costruita negli ultimi trent’anni sui pilastri della “deterrenza” e della “pronta risposta”, ma che oggi comincia a dimostrare alcuni segnali di instabilità soprattutto a partire dalla crisi della superiorità tecnologica che l’ha resa possibile.

Dall’altro lato, la posta in gioco riguardava la ridefinizione degli equilibri all’interno delle catene del valore legate ai combustibili fossili: risorse essenziali per l’alimentazione energetica e per la sopravvivenza di segmenti strategici del capitale europeo e statunitense, ma finite – e dunque non valorizzabili indefinitamente – e contese anche da altri attori globali, in primis la Cina. Il controllo dell’infrastruttura di trasporto e raffinazione era stato fino al 2022 il terreno di un serrato scontro tra capitale russo e capitale europeo, in particolare tedesco.

Su questo terreno, e non a caso, è avvenuto il primo tentativo da parte degli Stati Uniti di scaricare sull’Europa la pressione derivante dalla crisi ucraina. In questa direzione si collocano sia il sabotaggio delle relazioni energetiche tra Russia e Unione Europea, sia la distruzione fisica dell’infrastruttura Nord Stream. Scelte che miravano a riaffermare con forza la subordinazione dell’Europa rispetto agli interessi strategici statunitensi e a costringere le economie dell’“alleato” europeo ad accollarsi il peso maggiore della guerra. Già dopo sei mesi di conflitto, infatti, è apparso chiaro che l’esercito ucraino, seppur pesantemente armato da Stati Uniti ed Europa e composto almeno in parte da elementi fortemente ideologizzati a destra, non sarebbe stato in grado di ottenere quella “vittoria totale” su cui – tra eccesso di ottimismo e clamorosi errori di calcolo – si era basato il massiccio invio di armamenti e fondi da parte dell’Occidente.

L’America, dal canto suo, sconta da anni una riluttanza sociale sempre più marcata nei confronti di interventi militari con presenza diretta delle proprie truppe (“boots on the ground”), dopo mezzo secolo di operazioni belliche spesso fallimentari o quantomeno costose, sia in termini di vite umane sia per le conseguenze sulle condizioni materiali del proletariato statunitense, penalizzato da continui tagli al salario indiretto per coprire i costi di lunghe guerre fondate anche sulla costruzione artificiale di regimi fantoccio. Nel tentativo di uscire da questo vicolo cieco, il progetto imperialista statunitense ha sviluppato negli ultimi anni forme di subappalto della propria potenza militare, delegando il ruolo di prima linea del conflitto a potenze “sub-imperiali” che, pur agendo in buona parte secondo interessi propri, sono spinte – se le cose si mettono male – a sobbarcarsi da sole i costi politici ed economici dei fallimenti militari.

E infatti, in Ucraina abbiamo visto chiaramente l’atteggiamento degli Stati Uniti: retorica sulla prosecuzione della guerra e insistenza sulla necessità della vittoria ucraina, con i danni – in primo luogo l’aumento del costo dell’energia e l’inasprirsi della crisi economica – scaricati interamente sugli alleati. L’Europa è risultata sin da subito l’area più colpita dalla crisi ucraina, ed è tecnicamente già in recessione. La durissima crisi del settore industriale tedesco, centrato sull’automotive, ne è la prova evidente: i licenziamenti in Volkswagen hanno scatenato un vero e proprio cataclisma sociale, mentre lo spettro di un’insicurezza economica diffusa ha segnato la recente campagna elettorale, con risultati che esprimono chiaramente l’inquietudine di ampie fasce dell’elettorato di fronte a una politica di cieca prosecuzione della guerra.

L’intervento di Mario Draghi davanti al Parlamento europeo, lo scorso febbraio, ha sintetizzato quella che appare l’unica via d’uscita che il capitale europeo è in grado di immaginare: per l’ex presidente della BCE, occorre istituire un debito europeo per finanziare riarmo, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale. Un debito da sottoscrivere con il risparmio privato dei cittadini europei, e non con l’intervento della Banca centrale. A stretto giro è seguita la sua traduzione pratica, con la presentazione del piano “ReArm EU” da parte di Ursula von der Leyen, accompagnata dalla necessaria campagna ideologico-mediatica volta a legittimare questa nuova postura europea. Campagna a cui hanno aderito con entusiasmo i principali organi di stampa liberali, e persino qualche guerrafondaio nostrano sceso in piazza il 15 marzo.

Ciò che sembra emergere con maggiore chiarezza è l’esaurirsi della capacità statunitense di finanziare, e ancor più di legittimare “internamente”, la propria tradizionale politica di intervento militare come garanzia del mantenimento dell’egemonia globale. Una conseguenza quasi naturale di questo logoramento è il ricorso a una delega – mai completamente consensuale – di tale funzione a spazi economico-politici “alleati”, costretti oggi a sacrificarsi senza reali contropartite, e senza alcuna garanzia sulla possibilità di reggere il peso di questa nuova fase.

Segno, quest’ultimo, di una crisi che si struttura e si dispiega dunque su molteplici piani – militare, economico, geopolitico – e che coinvolge l’intero scenario globale, tanto sul versante materiale quanto su quello immateriale. In gioco ci sono nodi cruciali come il ruolo dominante del dollaro e quello che, forse con un certo eccesso retorico ma non senza ragioni, si può definire il “declino dell’Occidente”. Negli ultimi decenni si è andato sgretolando il telaio di certezze che aveva sorretto la riproduzione ideologica e materiale dell’ordine mondiale emerso nella seconda metà del Novecento. Quello che appariva come un equilibrio stabile – un continuum in cui le forme della dominazione potevano rinnovarsi senza scosse, persino nei loro centri – si è progressivamente trasformato in un campo disseminato di faglie, dove le stesse coordinate interpretative fornite da istituzioni e media iniziano a vacillare sotto il peso delle contraddizioni che esse stesse hanno contribuito a generare.

Palestina: la crisi del comando e la resistenza

Ciò che per lungo tempo è stato rappresentato come “normalità” – la continuità produttiva, la governabilità garantita, la distanza protettiva dai teatri del disastro – si rivela oggi per quello che è sempre stato: un’eccezione costruita sulla stabilizzazione violenta di tutto ciò che si trovava al di fuori. Oggi la crisi si manifesta anche nel cuore delle metropoli globali, sotto forma di instabilità politica, polarizzazione sociale, impoverimento di massa e smottamento delle forme stesse della soggettivazione. Non è dunque sorprendente che una parte crescente della popolazione si ritrovi preda di un sentimento diffuso di spaesamento e impotenza: non più semplicemente per l’incertezza del futuro, ma per l’assenza stessa di un linguaggio condiviso per pensarlo. Quando non si trasforma in un’adesione difensiva allo status quo, questo spaesamento si esprime nella nostalgia per un passato idealizzato o nella ricerca di ancore identitarie rassicuranti, mentre la realtà si frammenta sotto i colpi della ristrutturazione globale.

Ma è proprio da questa condizione, segnata dalla disarticolazione del comando imperiale e dalla frattura del suo immaginario, che possono emergere nuove possibilità di lettura e di azione. Ci sembra che alcuni segnali inizino a delineare uno spazio possibile per ripensare il conflitto, la solidarietà, la trasformazione. Uno di questi segnali, forse il più evidente e radicale, è ciò che sta accadendo in Palestina.

Lo Stato d’Israele è da lunghi anni la sintesi di molte delle contraddizioni del sistema di dominio in cui viviamo ed è in parte la prefigurazione dei dispositivi politici e tecnici che il capitale potrebbe mettere in opera (o ha già messo in opera) anche da noi. Ma anche lo Stato di Israele soffre la crisi del sistema di dominio in cui viviamo, sistema di cui è l’emanazione in Medio Oriente: una crisi che, pur assumendo forme diverse nei vari segmenti della geografia imperiale, rimanda sempre allo stesso nodo, cioè la crescente difficoltà del capitale globale a mantenere il proprio comando sulla riproduzione sociale su scala planetaria.

Prima del 7 ottobre 2023, il regime israeliano in Palestina operava come una sofisticata macchina di comando in cui apartheid, assedio e sorveglianza formavano un dispositivo integrato di governo coloniale. Gaza era ridotta ad uno spazio di confinamento assoluto e veniva gestita come laboratorio necropolitico, mentre in Cisgiordania la frammentazione territoriale e il controllo capillare governavano l’accesso della popolazione palestinese alla vita e al suo inserimento all’interno delle catene produttive israeliane secondo una logica di disciplinamento e contenimento. Questo regime non era solo puro esercizio di forza, ma una forma di dominio che si presentava come amministrazione tecnica della normalità e di fronte alla cui inamovibilità e progressione la testimonianza di solidarietà alla Palestina a cui eravamo abituati alle nostre latitudini si dimostrava sempre più incapace di incidere.

Ad altre latitudini, invece, qualcosa si muoveva eccome. A partire dalla resistenza palestinese, che ha dimostrato una capacità di costruzione organizzativa e militare passata clamorosamente sotto il radar delle forze d’intelligence israeliane – dimostrazione concreta di un vecchio assioma di ogni insorgenza anticoloniale, intriso anche di un certo portato simbolico: quello che vede un esercito straccione, eppure altamente determinato, colpire il cuore delle forze occupanti, nonostante la loro schiacciante superiorità tecnologica e militare. Ma anche altri attori della regione – a cominciare da quelle forze nazionali e confessionali, di segno conservatore e teocratico, storicamente impegnate nella costruzione di un rapporto di forza da opporre all’egemonia indiscussa israelo-statunitense in Medio Oriente – hanno saputo intercettare il momento e cogliere l’occasione. Il 7 ottobre è arrivato in un momento in cui gli Stati Uniti apparivano visibilmente impantanati nel teatro ucraino, mentre lo Stato d’Israele era attraversato da profonde convulsioni generate dalla competizione interna tra diverse forme e gerarchie del comando: da un lato Netanyahu che cercava di vincolare l’esercito e lo Shin Bet al progetto apertamente suprematista rappresentato da Ben Gvir e Smotrich, dall’altro un progressismo israeliano ancora legato ai suoi feticci democratici e all’insediamento produttivo dei kibbutz che tentava di contenerne la «deriva».

A partire dal 7 ottobre 2023, questa crescente difficoltà di Israele e, tramite esso, del capitale globale a mantenere il proprio comando sulla Palestina e sul Medio Oriente si è, dunque, manifestata nella sua forma più nuda e brutale. Ciò che abbiamo visto è una crisi del comando non solo in senso militare, ma soprattutto sul piano della sua funzione ordinatrice: della capacità del capitale di stabilire una narrazione egemonica e di modulare il conflitto sociale entro forme gestibili o neutralizzabili. E quando questa capacità si frattura, il capitale non esita a mostrare il volto più feroce del suo dispositivo disciplinare: le bombe, le recinzioni, l’assedio, i droni, i media asserviti, l’accusa sistematica di antisemitismo come perimetrazione e costruzione del nemico, la delegittimiazione completa di qualsiasi meccanismo di giurisprudenza e diritto internazionale, che ancora una volta sono costretti a mostrare umiliantemente la loro subordinazione al comando capitalista.

Ma è proprio nel cuore di questa crisi del comando che si aprono delle fessure, delle possibilità. In mezzo al terrore sistemico e alla ristrutturazione permanente dei dispositivi di controllo, emergono variabili impreviste. La resistenza del popolo palestinese rappresenta una di queste fessure. Non è, oggi, un progetto politico compiuto, e forse non è vincente. Ma è un inizio. In questo senso, la Palestina – oggi come ieri – non è soltanto una tragedia umanitaria, ma una lente per leggere l’intero campo delle contraddizioni contemporanee: dal collasso ambientale alla guerra per bande tra potenze sub-imperiali, dalla crisi delle forme statali alla decomposizione del legame sociale nei centri metropolitani. Un punto di fuga che mostra, in modo quasi brutale, il nesso tra accumulazione e violenza, tra governance globale e apartheid. E dunque anche il luogo dove, paradossalmente, può prendere forma un nuovo internazionalismo – non ancora pienamente definito, non ancora codificato, ma già in cammino.

Transizione egemonica? Taiwan, Cina e le catene del valore globali

Bisogna, però, fare attenzione a non farsi affascinare e a non prendere per vere prospettive che, per quanto interessanti, si situano ancora molto più nel campo delle possibilità che in quello della certezza.

Proprio l’idea che ci troviamo all’interno di una fase di piena ed irreversibile crisi dell’egemonia statunitense ci sembra, se presa in toto, come un’assunzione che rischia di confinare il nostro pensiero alla proiezione su nuovi scenari futuri e non ci permette di misurarci e fare i conti con le necessità del presente. È infatti il naturale corollario di questa idea che andrebbe preso con cautela, cioè che le conseguenze di questa crisi corrispondano ad una ridefinizione degli equilibri economici e militari globali che porterebbero o all’idea di un «mondo multipolare» oppure ad una sostanziale ridefinizione degli equilibri egemonici con il “sorpasso” della Cina sugli Stati Uniti.

L’idea, infatti, che siamo in una sorta di «interregno» tra l’egemonia statunitense e quella cinese è, di per sé, un’immagine ideologica creata dall’operazione del potere imperiale statunitense stesso. L’egemonia statunitense, infatti, non si è mai presentata come un semplice dominio di forza, ma come un progetto ideologico raffinato, costruito attraverso una costante narrazione che ne legittima l’esistenza e ne anticipa – quasi strategicamente – la possibile fine. Fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno elaborato una complessa infrastruttura teorica per giustificare il proprio ruolo globale: dal contenimento del comunismo (Kennan) fino alla teorizzazione di un ordine mondiale liberale e capitalistico «naturalmente» destinato a trionfare (Fukuyama). Questa narrazione, tuttavia, è sempre stata accompagnata dalla previsione ciclica del proprio tramonto e dalla definizione e costruzione di un attore responsabile di questo declino, un «nuovo sfidante» a livello economico e militare pronto a minacciare l’economia statunitense. Durante la Guerra Fredda, questo ruolo veniva attribuito all’URSS, mentre oggi ricade sulla Cina. In questo senso, l’idea dell’attuale «interregno» tra l’egemonia americana e quella cinese è una forma di proiezione di questa possibilità sul presente, parte integrante del dispositivo ideologico che consente agli Stati Uniti di ridefinire continuamente la propria centralità attraverso la gestione del declino annunciato. È proprio questa dialettica tra crisi e rigenerazione che alimenta l’egemonia americana, trasformando ogni minaccia in un’occasione per riaffermare il proprio ruolo nel mondo.

Questa retorica è stata storicamente impiegata durante la Guerra Fredda per legittimare enormi spese per armamenti, incluse le armi nucleari, e il finanziamento di proxy wars in tutto il mondo. Negli anni ’80, la stessa logica è stata rivolta contro il Giappone, con l’imposizione di dazi punitivi e il Plaza Accord, un accordo monetario imposto con la forza che contribuì a far precipitare l’economia giapponese in una stagnazione prolungata. Oggi, quello stesso copione viene riproposto nei confronti della Cina: i fautori dello scontro a Washington mirano a sabotarne i progressi economici, provocare instabilità interna e, nel caso più estremo, trascinare la regione del Pacifico – e in particolare lo Stretto di Taiwan – in un conflitto distruttivo e sanguinoso.

Nuove faglie

È evidente, però, che un cambiamento è in atto. Eppure, questo mutamento resta ancora ambiguo: sembra indicare la fine dell’egemonia statunitense, ma allo stesso tempo ne conferma la persistenza; scarica sull’Europa il peso della «ritirata strategica» di un alleato americano che si scopre improvvisamente essere egoista e autoritario, ma allo stesso tempo vede gli Stati Uniti rispondere in grande stile alla «minaccia cinese» con un cambiamento repentino nella politica economica e con l’aumento generalizzato dei dazi per tornare, così dice Trump, a controllare i flussi di produzione di valore.

Nuove geografie della produzione globale

Per capire queste apparenti contraddizioni, ci sembra utile guardare ai cambiamenti nella geografia della produzione globale, laddove alcune utili indicazioni sono state fornite da Phil Neel in questa intervista ed in altri suoi recenti interventi. Come abbiamo già visto nei paragrafi precedenti, sin dal secondo dopoguerra, sotto la guida statunitense, il sistema produttivo mondiale si è riorganizzato sulle basi di una divisione internazionale del lavoro strutturata attorno a una logica di efficientamento dei costi. In questo senso, è avvenuto lo spostamento graduale dell’industria manifatturiera nell’asse Pacifico, con la Cina come «fabbrica del mondo»: in questo processo, si sono sviluppati nuovi poli industriali in Asia orientale, si sono consolidate infrastrutture energetiche nei paesi del Golfo, si è ristrutturata selettivamente l’Europa, ed è stato costruito il complesso militare-industriale israeliano – tutti elementi funzionali al progetto imperiale americano.

Questo modello ha prodotto una struttura gerarchica dove poche imprese dominanti, situate nei centri del capitalismo avanzato (America, Europa ed in minor misura Israele e Giappone), detengono il potere decisionale, mentre quote crescenti di produzione vengono delegate a subappaltatori nei paesi più periferici. Le imprese leader mantengono un potere quasi monopolistico, sfruttando la concorrenza tra fornitori per comprimere i costi lungo tutta la catena del valore. Tuttavia, proprio questo processo di esternalizzazione ha permesso ad alcune aziende subalterne di crescere, acquisire tecnologie, organizzarsi su scala globale e, in certi casi, diventare nuovi attori dominanti all’interno delle catene del valore. Emergono così nuove frazioni di capitale, sia nazionali che settoriali, che competono per una quota maggiore del valore prodotto globalmente. Ma questa competizione è sempre intrecciata a forme di cooperazione forzata e dipendenza asimmetrica che, naturalmente, ricalcano la distribuzione geografica del grande Capitale: le imprese più deboli restano legate ai grandi committenti, che esercitano un controllo diretto sui ritmi, i costi e le innovazioni della produzione. In questo contesto, la cosiddetta «guerra commerciale» tra Stati Uniti e Cina si rivela in larga parte una finzione mediatica, mentre la vera battaglia si gioca più in basso nella catena del valore – tra imprese cinesi, taiwanesi, sudcoreane, e un tempo tra quelle del sud-est asiatico, molte delle quali sono state schiacciate dalla concorrenza cinese post-crisi asiatica.

Fondamentalmente, si tratta di una lotta competitiva intensa tra diverse frazioni di capitale per appropriarsi di una quota maggiore del valore complessivo. Questo processo genera inevitabilmente sovra-capacità nei settori coinvolti, il che alimenta ulteriormente la competizione. Da qui derivano i cambiamenti tecnici, i processi di consolidamento organizzativo e delocalizzazioni industriali, tutte dinamiche che trasformano continuamente la vita produttiva e riproduttiva di decine di milioni di persone. Alla base del sistema produttivo, infatti, migliaia di piccole imprese operano con margini minimi, spesso destinate a fallire. Le poche che sopravvivono lo fanno ristrutturandosi rapidamente: investono in tecnologia, meccanizzano l’assemblaggio, tagliano personale, delocalizzano e puntano a innovazioni organizzative per restare competitive. Alcune riescono a scalare la gerarchia globale fino a diventare conglomerati con un potere monopolistico proprio.

Marx descriveva questo tipo di conflitto inter-capitalista come una lotta tra “fratelli ostili” che si dividono il bottino. È una definizione estremamente efficace, perché coglie sia la realtà del conflitto, sia il fatto che si tratta comunque di una contesa interna alla stessa classe. In ultima analisi, questi capitali condividono un interesse di classe comune: sono loro ad appropriarsi del valore, non coloro che sono costretti a produrlo. Ci auguriamo, chiaramente, che questi segmenti di capitale dovranno un giorno pagare un prezzo estremamente alto di fronte alle spinte di classe che si articolano nelle tensioni interne al rapporto tra la classe operaia della «fabbrica mondo» e la gerarchia del comando nazionale e internazionale: è, questa, una partita fondamentale che si gioca tutta all’interno delle «fabbriche globali» (confronta «Lotta di classe in Cina»).

Quello che osserviamo lungo le catene globali del valore è quindi una lotta simultaneamente competitiva e cooperativa, in cui ogni impresa, così come ogni blocco di capitale (settoriale, regionale, nazionale, ecc.), è al tempo stesso dipendente dagli altri e in competizione con essi. Tuttavia, tutti condividono un interesse fraterno di classe, soprattutto quando si tratta di disciplinare la forza lavoro e garantire che le infrastrutture fondamentali del mercato continuino a funzionare senza intoppi.

A livello globale questo processo, lungi dal risolvere i problemi del sistema, li aggrava: aumenta la sovrapproduzione, riduce i tassi di profitto di ogni settore e intensifica la pressione a ridurre i costi, generando una spirale di competizione permanente. Il risultato è un’economia globale strutturalmente in tensione, dove l’emergere di nuovi centri produttivi non smantella l’egemonia americana, ma la riorganizza su nuove basi, attraverso nuove forme di delega, controllo e dipendenza. Nonostante alcuni segmenti di capitale asiatico abbiano acquisito un peso crescente nella catena globale del valore, rimangono infatti strutturalmente subordinati alle grandi imprese transnazionali con sede nei centri imperiali del capitalismo avanzato. Sebbene la crescita dimensionale consenta una maggiore capacità di negoziazione, il rapporto resta quindi fondamentalmente asimmetrico: la forza contrattuale è sempre mediata dal controllo che il capitale centrale statunitense esercita sull’accesso al mercato, alla tecnologia, al credito e alle infrastrutture logistiche. Questa dinamica produce un’apparente contraddizione: la progressiva decentralizzazione del potere produttivo verso nuovi nuclei regionali di capitale – soprattutto in Asia orientale – si accompagna al mantenimento dell’egemonia da parte del capitale monopolistico transnazionale radicato negli Stati Uniti e nei suoi alleati.

È per questo che, forse, prima di parlare di fine dell’egemonia statunitense o di transizione egemonica verso la Cina bisognerebbe provare a porsi il problema nei termini di una riarticolazione del progetto egemonico: una nuova fase della governance imperialista in cui le funzioni del comando vengono sempre più delegate, ma senza cedere realmente il controllo dell’accumulazione. L’egemonia si esprime come governance transnazionale della produzione, sostenuta da un’infrastruttura finanziaria e militare ancora relativamente controllata in modo saldo dall’imperialismo statunitense.

Crisi e ristrutturazione del progetto imperialista

Come nei cicli storici precedenti, anche questa configurazione instabile genera frizioni e lascia intravedere la possibilità di futuri slittamenti egemonici. Al di là della retorica del declino e delle fantasie multipolari, non si intravede però (ancora?) all’orizzonte una trasformazione strutturale di questo ordine. Il dollaro resta il pilastro delle transazioni globali, le istituzioni finanziarie statunitensi hanno ampliato la loro sfera d’influenza, e l’apparato militare americano mantiene un certo vantaggio strategico.

Tuttavia, come dimostra la guerra in Ucraina, l’esercito USA non è più la macchina imbattibile capace di imporre «deterrenza» e, nel caso, provvedere ad una sicuramente vittoriosa «pronta risposta». Basti pensare al fatto che il Corpo dei Marines, la fanteria d’assalto dell’esercito statunitense, ha introdotto il suo primo programma di addestramento e combattimento tramite droni solo pochi giorni fa, con una reazione che appare essere esageratamente lenta e tardiva rispetto alla proliferazione di questa forma di guerra meccanizzata e impersonale e all’utilizzo di droni da combattimento su ormai tutti i fronti di guerra globali, dall’Ucraina a Gaza fino al Kurdistan. In questo senso, una certa (paventata o reale) debolezza militare si esprime, come abbiamo visto con lo sganciamento statunitense dal pantano ucraino, con una forma delegata di dominio, in cui il potere imperiale agisce per interposta persona e tende a ridurre al minimo la sua esposizione diretta in termini economici e di vite umane, mobilitando al suo posto quei soggetti regionali subordinati come Europa ed Israele per gestire crisi e conflitti. Così, l’ordine imperialista globale si riorganizza decentrando le operazioni ma mantenendo il controllo strategico sulle leve fondamentali dell’accumulazione, della moneta e della forza.

La politica dei dazi introdotta sotto la prima amministrazione Trump – in buona parte mantenuta e ristrutturata sotto Biden e adesso duramente riconfermata dal governo Trump II – deve essere letta non tanto come un ritorno al protezionismo in senso classico, ma come una risposta reattiva e contraddittoria a queste trasformazioni interne alla stessa architettura imperiale globale. In un momento in cui il capitale transnazionale è ormai largamente de-territorializzato e interdipendente, l’imposizione di barriere commerciali rappresenta una forma di disciplinamento interno a questa catena della produzione planetaria che gli Stati Uniti non controllano e comandano più interamente, ma da cui continuano a trarre profitti fondamentali. I dazi non mirano tanto a difendere l’industria statunitense, quanto a rallentare l’avanzamento tecnologico e la scalata di segmenti di capitale asiatico – in particolare cinese – che stanno minacciando la rendita monopolistica delle imprese occidentali nei settori strategici come semiconduttori, batterie, telecomunicazioni e green tech: basta pensare al ruolo decisivo che hanno ricoperto i segmenti di capitale legati alla Silicon Valley e all’industria dei semiconduttori all’interno della campagna elettorale di Trump e delle operazioni di lobbying che hanno convinto il neo-presidente a imporre con tanta durezza i dazi di marzo, scavalcando in termini di importanza il ruolo che invece avevano avuto le lobby del petrolio nella campagna elettorale trumpiana del 2016.

In questo senso, si tratta di una politica di contenimento economico, ma agita nel contesto frammentato di un mercato mondiale dove il capitale statunitense dipende esso stesso dalle reti che intende ostacolare. La logica dei dazi riflette questa crisi e necessità di ristrutturazione del comando imperiale statunitense sul ciclo globale del valore: invece di rafforzare un modello produttivo interno, finisce spesso per incentivare ulteriori processi di delocalizzazione verso regioni meno visibili del sistema, come il Vietnam, il Messico o l’Europa orientale, generando nuovi poli semi-periferici di accumulazione subordinata.

Allo stesso tempo, i dazi servono a ricomporre il consenso interno all’egemonia statunitense, non attraverso una reale redistribuzione della ricchezza e un aumento dei salari diretti ed indiretti, ma tramite quella tattica consustanziale al progetto imperialista di costruzione simbolica di un “nemico esterno” di cui abbiamo già parlato, e della necessità di una politica di unità nazionale tesa a fermarne l’espansione, espansione che, si dice, avrebbe come conseguenze l’impoverimento massiccio della società statunitense in termini materiali e la fine del «modo di vita americano» in termini culturali.

Così, l’offensiva commerciale trumpiana si inserisce in questa dialettica marxiana tra cooperazione forzata e competizione distruttiva tra capitali. Le aziende americane continuano a trarre valore dalla cooperazione con fornitori e subappaltatori asiatici, ma al contempo sostengono – o sono costrette a sostenere – una guerra commerciale che ha effetti devastanti sui margini della filiera, soprattutto nei suoi anelli più deboli. Il protezionismo odierno è quindi una ristrutturazione coercitiva attraverso cui il centro imperiale tenta di riaffermare una supremazia che ormai non è più garantita dalla sola fluidità dei mercati. Come già avvenuto in altre epoche di crisi egemonica, la guerra commerciale rappresenta un tentativo di rinegoziare le gerarchie del sistema mondiale, senza però risolvere le contraddizioni strutturali dell’accumulazione globale: finisce anzi spesso per esasperarle, aprendo nuove faglie tra i blocchi di capitale e moltiplicando le tensioni inter-imperiali.

Cosa bolle in pentola

In questo enorme intreccio di contraddizioni e complessità sembra mancare all’appello, almeno in occidente, una variabile importante: i movimenti sociali e popolari. Si ha questa forte impressione che qualcosa ribolla dentro i settori proletari, ma questo qualcosa non assume (per il momento?) delle forme sociali e politiche esplicite, spesso si disperde in rivoli di confusione, delega e rimozione.

Esiste uno “strano paradosso” all’interno della soggettività che si è prodotta nella “fase neoliberale”. Nel tentativo di socializzare ogni cosa al mercato il neoliberismo ha generato una condotta ultraindividualistica in cui l’eventuale rapporto con ogni tipo di comunità viene visto solo come un rapporto opportunistico da cui trarre beneficio. In particolare in Europa, ma in un certo senso anche negli Stati Uniti questo processo ha rotto l’identificazione con ogni tipo di idea comunitaria, che essa sia la patria, la nazione, una religione, la famiglia, la classe. In poche parole il neoliberismo ha posto l’individuo davanti ad ognuna di queste istituzioni sociali. Adesso il paradosso è che l’occidente si trova sprovvisto di idee-forza per mobilitare le masse verso la guerra. Se la gente non scende in piazza perché non crede nell’azione collettiva, tanto meno è disposta ad andare alla guerra per dei concetti astratti e delegittimati. Può fare il tifo, può persino essere d’accordo con la guerra, ma purché non debba andare sul fronte in prima persona. Persino sulla linea del fronte in Ucraina osserviamo questo paradosso all’opera: se si guarda al piano della narrazione al netto di un consistente manipolo di nazionalisti di ultradestra fortemente ideologizzati la propaganda non è riuscita a trovare altri appigli per disegnare una “guerra di popolo” contro l’invasore. Recenti sondaggi mostrano una situazione apparentemente schizofrenica: mentre una parte consistente della popolazione rimasta sul territorio ucraino ha più fiducia nell’esercito che nell’establishment politico, questa stessa popolazione è ostile all’arruolamento di massa e pensa che la guerra non dovrebbe riguardarla in prima persona. Queste considerazioni possono apparire sconfortanti: come pensiamo di mobilitare le masse contro la guerra se queste sono chiuse nel loro privato? Ma l’ipotesi che facciamo è proporre un nuovo paradosso: per difendere la propria individualità dalla minaccia della guerra, i proletari, qui in un senso molto largo, saranno costretti a ragionare di nuovo nei termini dell’azione collettiva, ed è dentro questo processo che potrà svilupparsi una contro-soggettività che progressivamente sia in grado di maturare in nuove identità collettive.

L’effervescenza giovanile dei tempi recenti scavalca i confini del nostro Paese e si manifesta in maniera piuttosto inedita, anche in contesti e territori di non scontata attivazione. Pensiamo alla mobilitazione partita nel cuore dell’impero mossa proprio dalla necessità di esprimere la propria solidarietà alla Palestina. Gli scorsi mesi hanno definito una nuova fase in cui l’idealismo più puro si è scontrato con le contraddizioni del reale spingendo centinaia di migliaia di giovani nel mondo a mobilitarsi. Non soltanto in Occidente, o tra chi si riconosce socializzato come tale, anzi, guardando a territori molto meno mediatizzati o raccontati come l’Africa possiamo attestare una nuova generale ripresa dell’attivazione giovanile che, superati i temi del panafricanismo degli anni post indipendenze, ritrova la necessità di incontro e di riaggiornare griglie di lettura marxiste. Seppur non ve ne sia traccia nel dibattito occidentale sono anni di ebollizione in Africa, di convegni antimperialisti e internazionalisti, di nuove identità che ricompongono istanze materialiste e islam. Vediamo anche come la questione coloniale si imponga e venga scomposta a livello effettivo: seppur con grandi e profonde contraddizioni al loro interno i movimenti anti-francesi verificatisi in Africa sub sahariana degli ultimi tempi indicano una misura colma. Possiamo chiederci se siamo di fronte alla possibilità di un nuovo internazionalismo che, a partire dalle attivazioni territoriali giovanili, travalichi i confini nazionali e che faccia dell’opposizione alla guerra e al colonialismo una bandiera di resistenza? I movimenti per la Palestina hanno sottolineato in maniera precisa che la resistenza dei popoli oppressi è in grado di indicare itinerari di emancipazione anche alle nostre latitudini.

Un’altra linea di possibilità è data dall’unica mobilitazione tendente alla massa della nostra epoca, ossia quella delle donne contro la violenza di genere. All’acuirsi della crisi sociale, e in tempi di guerra il dato certo è il peggioramento delle condizioni di vita oltre all’insensatezza del vivere, corrisponde un aumento esponenziale della violenza degli uomini sulle donne. Assistiamo dunque al definirsi di un campo preciso in cui collocarsi, in cui leggere possibilità e spazi in cui una soggettività che mette in campo delle rigidità si sta strutturando in una vera e propria lotta per la vita, maturando una coscienza non scontata che va maneggiata con cura per non farla incontrare con i limiti del purismo.

La guerra apre all’aggressione sui territori e alla ridefinizione di questi in base al loro grado di utilità nell’estrazione di valore per la messa a profitto. Negli ultimi decenni abbiamo visto come la lotta per la difesa di un territorio contro una grande opera abbia portato alla crescita e allo sviluppo di un movimento tra i più longevi della nostra penisola. Oggi assistiamo alla ristrutturazione dei territori, in particolare al di fuori delle metropoli, nell’ottica di sancirne la disponibilità infinita per garantire la crescita e la produzione di energia, fondamentale per il riarmo e per l’innovazione tecnologica, utile anch’essa al riarmo. Queste faglie hanno aperto un terreno di iniziativa e rigidità soggettiva importante che non scende a patti con le pallide compensazioni ma anzi, riporta una forte anti-istituzionalità nelle situazioni in cui si trova ad agire. Ceto medio impoverito che si trova sacrificato in nome della difesa di una patria alla quale non si sente di dovere niente. Questo sentimento è coincidente con il rifiuto di una guerra, o più guerre, con il rifiuto di privilegiare la produzione e il “progresso” in nome dello sviluppo a scapito della conservazione e della tutela dei territori in cui si abita. La delusione della sinistra considerata lontana anni luce dalle reali esigenze, lo svuotamento tangibile della proposta democratica, la fine della credibilità delle destre populiste che non si discostano nemmeno di facciata dalle indicazioni dei signori della guerra e dai partiti che impongono lacrime e sangue dall’alto dello scranno europeo, completamente disconosciuti e additati come responsabili, sono l’hummus sul quale si possono innestare processi di attivazione.

Oggi, a fronte dell’accelerazione data dall’approvazione del Piano di Riarmo europeo, dalla politica estera di Trump, dalla guerra commerciale e dal rinnovato fallimento delle ipotesi conservatrici che coincidono con l’ormai esplicita e sfrontata scelta di campo delle politiche europeiste e cosiddette progressiste, si riapre uno spazio politico che sta venendo in prima istanza cavalcato da quelle forze politiche che più fanno lo sforzo di avvicinarsi alle istanze popolari, pensiamo alla compagine che rappresentano le forze cosiddette di “sinistra”, con sicuramente genuina volontà di praticare una possibilità di massa contro il riarmo e contro la guerra ma che scontano il limite insito di rappresentare un’alternativa politica che non ha la forza di essere credibile per la massa. Questo non significa che non siano da considerare significative le 100mila persone in piazza con Conte, coscienti dell’unico problema di quella piazza, ossia la chiamata di un partito che ha già tradito, ma vuol dire che occorre avere la capacità di allargare lo spazio e ricomporre su un piano generale tutte queste opzioni. Gli scioperi generali e la mobilitazione per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici e una, seppur parziale e ancora troppo limitata, disponibilità all’iniziativa dei sindacati come la FIOM e altri pezzi dei confederali, indicano un’altra strada che si apre in assenza di risposte ai lavoratori e lavoratrici che conoscono sin da ora quale sarà il loro destino. Nelle parole vuote della riconversione industriale verso il Green Deal e l’elettrico europeo si nasconde nemmeno troppo velatamente il semplice rimandare una crisi profondissima che non vedrà soluzioni intermedie né alcuna mediazione possibile.

Crepacci

Se sul piano sociale assistiamo ai primi promettenti, per quanto ristretti, cenni di mobilitazione, sul piano della politica istituzionale sono in corso di ridefinizione assetti e paradigmi. Si vanno strutturando nuovi campi che ridefiniscono quelli precedenti. In termini generali la fase precedente era rappresentata dai commentatori mainstream come uno scontro tra democrazie ed autoritarismi. Questa mistificazione ideologica è andata incontro ad una mutazione con il sorgere del trumpismo, oggi è ridefinita in una competizione tra liberali e la cosiddetta internazionale sovranista. Ma anche questa visione soffre di idealismo come possiamo ben vedere in questi giorni.

Sia il quadro liberale che quello sovranista sono molto meno solidi di quanto vengano rappresentati. I sovranisti finché hanno rappresentato una forza d’opposizione a livello globale hanno goduto dei benefici di presentarsi come qualcosa di nuovo e hanno potuto mostrare unità d’intenti su temi di “cultural war” come le migrazioni, la lotta contro il woke, i diritti LGBTQ+, la sicurezza percepita ecc.. Ma ora che governano in diversi paesi occidentali collocati differentemente all’interno delle catene del valore capitalistico questa unità non è più così scontata. L’equilibrismo e l’imbarazzo del governo Meloni rispetto a Trump ne è un’evidenza. Dall’altro lato il campo liberale, sconfitto quasi ovunque, ma ancora in grado di pesare nei processi politici, è in uno stato di confusione. Si possono intravedere almeno tre movimenti diversi: chi si copre a destra scimmiottando i programmi sovranisti nella speranza di evitare il sorpasso, chi vuole continuare il business as usual convinto che presto o tardi le trappole piazzate qui e là riusciranno a scardinare il trumpismo e chi momentaneamente cerca un timido rinnovamento appropriandosi opportunisticamente di battaglie e visioni dei movimenti sociali.

Se ci si attiene all’Europa più prosaicamente il punto di frattura politico del quadro istituzionale borghese oggi ci pare sia tra chi pensa che sia ancora fruttuoso, e che si debba ulteriormente ampliare, il rapporto di dipendenza con gli USA accettando la “cura da cavallo” trumpiana con qualche concessione e chi pensa che sia ora di guardare altrove, ad un ruolo dell’Europa un po’ più indipendente sul piano economico e politico con un riavvicinamento alla Cina ed una de-escalation con la Russia. I primi si immaginano una dinamica in cui l’Europa diventa una sorta di “Impero d’Oriente” (immaginiamo che il parallelo con l’antica Roma ecciti i think tank conservatori, ma in realtà ci offre anche una utile assonanza con la tendenza al declino egemonico imperiale rispetto all’idea di una transizione egemonica tra USA e Cina che è più che altro propaganda) subordinato agli interessi ed al mercato statunitense, ma con una sorta di “delega” nella difesa militare dei “confini”. I secondi invece ragionano sulla possibilità che sorga un nuovo ordine multipolare in cui la ridefinizione degli assetti internazionali apre nuove possibilità economiche e politiche. In mezzo vi è una strada lastricata di illusioni tra chi pensa che in questo contesto possa sorgere un qualche tipo di Europa politica e chi vorrebbe farne un vero e proprio polo imperialista autonomo. Pura propaganda.

Queste fratture hanno delle ricadute concrete anche sul teatrino politico italiano. Le manovre di avvicinamento tra Calenda e Meloni, il riposizionamento di Renzi, la collocazione del M5S, l’ennesima crisi d’identità dentro il PD: la versione all’italiana dei rimescolamenti dovuti al cambio di paradigma.

I posizionamenti di cui sopra sono in parte il riflesso di una borghesia, quella italiana, che si trova stretta tra la nuova politica economica statunitense e la forte integrazione nella catena del valore tedesca. Germania, Stati Uniti e Francia sono i principali paesi per esportazioni con circa un valore di 50 miliardi a testa. È evidente che in un clima di guerra economica i diversi interessi delle differenti filiere si inaspriscono.

Nessuna di queste visioni porta con sé un qualche tipo di ridefinizione dei rapporti sociali interni allo spazio europeo, ma mentre la prima ci conduce ad essere inevitabilmente un’appendice bellicista degli Stati Uniti con costi sociali, economici e politici enormi, la seconda può generare proficue e profonde contraddizioni che aprono spazi di possibilità per l’emersione di agende diverse da quella dominante. Non è la nostra tazza di tè, ma può darsi che dovremo dividere un pezzo di strada con chi si immagina uno sbocco multipolare alla crisi. Dovremo farlo senza la puzza sotto il naso, perché in questo brodo di coltura naviga anche un pezzo della “nostra parte” con cui se ci muoviamo bene, se riusciamo ad essere credibili e pragmatici possiamo condividere un orizzonte immaginativo differente.

Un’ennesima frattura nel campo storico neo-conservatore si dà con le élite del Big tech. Questi moderni baroni del comando capitalista si trovano ad appoggiare opportunisticamente alcune posizioni politiche sovraniste, costretti nel collo di bottiglia del dover scegliere fra la globalizzazione e le sue dinamiche e i suoi immaginari, e il doversi appoggiare alle dimensioni statali, in primis lo stato USA, per poter beneficiare del monopolio della forza, impossibilitati, per le dinamiche interne al loro sviluppo come corporation, a poter esprimere un livello di autonomia sul campo militare.

Le accelerazioni e le fratture geopolitiche nello scontro inter-capitalista aprono la strada ad una nuova corsa all’oro per il monopolio sull’uso e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Questo campo apre un orizzonte di riflessione nuovo per le soggettività militanti sulla tecnoscienza e il suo uso controinsurrezionale preventivo, che viene sviluppato dalle compagini statali per disinnescare le possibili fratture che muoverebbero ipoteticamente verso uno scontro di classe e la guerra civile come alternativa alla guerra intercapitalista. Il genocidio in corso a Gaza e la Resistenza Palestinese sono un monito terribile per il futuro delle forme di contrapposizione al sentiero verso la barbarie intrapreso dalla storia del capitalismo odierno. Un nuovo paradigma del potere si afferma reggendosi sull’uso tecnoscientifico reazionario, capace di piegare e trasformare la guerra al cosiddetto “terrorismo”, trasformandola in ancora di salvezza per il mantenimento delle “democrazie occidentali”. Cittadelle ultra tecnologiche in cui far vivere le élite capitaliste capaci di militarizzare l’intera società e i rapporti sociali per la produzione di merci e la mercificazione dell’umano, in cui la tecnologia e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale diventano l’olio lubrificante della macchina riproduttiva del dominio. Lo sviluppo di un sentiero nuovo, stretto fra un ipotetico neo-luddismo e un altrettanto ipotetico contro uso operaio delle macchine, si presenta sempre più chiaramente come precondizione per un riemergere delle masse iper-proletarie come attori e per la costruzione di una macro classe per sé, capace di esprimere una qualche forma di autonomia effettiva ed intraprendere il sentiero che conduce alla fuoriuscita dal sistema capitalista. Contro-sapere dei produttori, degli operai della fabbrica sociale, come pratica materialista contro la razionalità strumentale-calcolante industriale (Demichelis 2023), si intreccia alla possibilità e al pensiero creativo di parte per la creazione di ipotetiche, ma necessarie, nuove forme organizzative della classe. Più prosaicamente si potrebbe evidenziare quanto la critica globale al dual-use del sapere universitario, mossa dal movimento in solidarietà alla Resistenza Palestinese, sia intrecciata e consustanziale alla possibilità di pensare un nuovo corso organizzativo dell’iperproletariato. Di nuovo, come nella Comune, dal rifiuto dell’organizzazione del tempo e dei modi della produzione capitalista, sorgono le precondizioni per una proposta di contro-soggettivazione. Il programma di classe-parte trova spazio partendo dal rifiuto profondo dell’uso mercificante della capacità umana, dandosi come unica precondizione per l’affermarsi del contropotere.

Dorsali e depressioni

Risalire la corrente e stare nelle contraddizioni è la regola aurea, le dimensioni tratteggiate prima sono alcune di quelle più estese ed esplicite ma ne mancano sicuramente alcune che ritagliano i loro spazi di possibilità nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. A uno sguardo attento non possono mancare però i limiti di fronte ai quali non è opportuno chiudere un occhio facendo finta che non esistano ma nemmeno pensare che siano ostacoli insormontabili. Ci troviamo innanzitutto davanti a spinte che restringono il campo di agibilità, e non parliamo dei dispositivi statali che impongono nuove leggi e nuove misure di sanzionamento e disciplinamento, quanto più della tendenza all’autorappresentazione e alla automarginalizzazione delle dinamiche di movimento. La residualità di cui ci dobbiamo fare carico a livello generico e generale ha da un lato favorito la strada a movimenti per il “nuovismo”, tendenti alla purezza ideologica poco comprensibili per la massa proletaria e dall’altro, stigmatizzato ciò che ancora di buono c’è delle esperienze di autorganizzazione dal basso al di fuori delle sfere istituzionali. Non per buttare via il bambino con l’acqua sporca, ma occorre trovare le giuste rigidità per non rimanere inermi a fronte del dilagare di perdite di tempo. Il tema è quale sia il significato che diamo al conflitto e all’ambizione di incidere nella realtà. Sul piano oggettivo, i tentativi di accanimento da parte della controparte e il solco tracciato per esempio dal decreto sicurezza, impongono una seria riflessione che non lascia più spazio a chi avrebbe cercato una sponda di dialogo o di compromissione con le forze dell’ordine, questa fase ridefinisce e colloca ognuno al proprio posto. Ne possiamo quindi leggere un’opportunità per immaginare nuove possibilità laddove ci siano delle istanze reali che si fanno promotrici di esperienze di lotta, sgombrando il campo dall’autorappresentazione fine a se stessa. La barbarie capitalista si traduce in violenza orizzontale nella parte bassa della classe e questo pone gravi ostacoli alla ricomposizione sociale e di classe, imponendo divisioni e fratture, paura e odio. Su questo piano soltanto un lavoro di radicamento e internità può portare a risultati concreti senza mai dimenticare quando operare delle forzature e delle messe a verifica, per evitare di sonnecchiare nelle zone di comfort che ci autoproponiamo e risvegliarci assediati da una società nichilista e individualista in cui solo passaggi di rottura forti possono determinare un cambio di passo. La rottura avviene di per sé ma anche con un costante lavorio di fino che va messo in campo nelle militanze quotidiane all’interno dei contesti sociali. L’arma a doppio taglio messa in opera dal capitalismo si può disarticolare costruendo fiducia laddove la sfiducia dilaga, costruendo legami sociali autentici laddove dilaga l’opportunismo e la strumentalità, costruendo contesti di aggregazione genuini laddove dilaga il consumismo e la socialità mediata dalle sostanze. L’ultima dimensione che rappresenta un ostacolo alla ricomposizione e alla possibilità di contrapposizione è la dimensione dell’informazione e della comunicazione. Da un lato, l’informazione mercificata e servile alle dinamiche di potere apre le porte a nuove forme di informazione che strutturano una vera e propria realtà parallela nella quale è molto più semplice rifugiarsi in quanto elimina di partenza lo sforzo soggettivo che occorrerebbe fare per porsi nell’ottica di trasformazione e non di delega. Questo implica che sia sempre più difficile porsi come punto di riferimento nel magma comunicativo e che si scontino limiti di carattere materiale, di immaginario e di linguaggio; dall’altro lato, i rapporti sociali mediati dai social network e dalle strutture virtuali hanno effetti quasi immediati nella costruzione delle soggettività rendendo sempre più tortuoso il cammino per una possibilità di controsoggettivazione. Le relazioni sociali mediate da questi strumenti vengono completamente falsate da un mondo con nuovi codici, nuovi riferimenti, nuovi paradigmi che assumono un vero e proprio grado di realtà con conseguenze non indifferenti. La propaganda di guerra è un terreno esemplificativo: la normalizzazione sui quotidiani nazionali dell’emergenza e dell’allarmismo della guerra avviene a colpi di articoli su quanto gli italiani siano affascinati dai bunker antiatomici di ultima generazione, dai reel su instagram che spiegano come sopravvivere 72 ore con il kit dell’Unione Europea, sulla plasticità di un volantino che dà disposizioni su come agire in caso di attacco, di guerra o di cataclisma climatico. Ma ancora peggio è la retorica dell’unico nemico che l’Europa dovrebbe fronteggiare e che in tre anni di guerra in Ucraina ha portato a strutturare una narrazione completamente falsa atta soltanto a garantire l’egemonia statunitense che ora si ritorce contro tutti quelli che hanno pensato di valere ancora qualcosa nel gioco globale. E questo ha portato alla domanda sociale di altri riferimenti e alla ricerca di nuovi canali che, al momento, ci ha trovato completamente impreparati.

L’uso massiccio di reti di informazione sempre più chiuse e disciplinanti è trasversale nella società e ne fortifica e cementa i rapporti di produzione. Pratiche di rifiuto delle forme classiche del mass media sono subito ricondotte in nuovi circuiti di mercificazione e ulteriore chiusura a possibili contro-usi in senso operaio: la macchina informatizzandosi sempre di più diventa magica e incomprensibile, nonostante i meccanismi di incorporazione del lavoro vivo che la determinano siano, nel profondo, gli stessi del passato. Informazione del governo e del dominio dei rapporti di produzione, gli accadimenti e i fatti dello scorrere della società umana sono intrecciati in un meccanismo mercificante digitale delle personalità, fondendosi insieme. La spinta delle individualità all’autovalorizzazione viene indirizzata verso forme di rappresentazione mediate dal digitale (nella sua forma più estesa) mercificando, instupidendo, plasmando le soggettività. Per questo praticare oggi questo terreno in maniera antagonista ci sembra sempre più essenziale, perché è capace di incidere nel profondo. Fuori da qualsiasi dimensione velleitaria ci sembra importante incominciare contro-percorsi nuovi su questo piano, partendo anche dalle militanze, dalle nostre contraddizioni ed esplorando possibili forme di rifiuto tramutabili, anche in nuovi mezzi. Si aprono domande essenziali: è possibile un contro uso collettivo se questo non è anche la somma di forme di rifiuto e sottrazioni individuali dalle reti? Quanto del dibattito e della formazione delle soggettività militanti è plasmato e disciplinato dagli stessi meccanismi che costruiscono nella sfera dell’informazione le catene per il resto degli individui? Quali sono le funzioni di questo tipo di infosfera nel segno del controllo sociale? Nell’epoca dei dissing di movimento consumati su instagram, ci sembrano questioni sostanziali.

Rompere gli indugi

In conclusione, a fronte del complesso panorama all’interno del quale navighiamo, proviamo a chiarificare un orizzonte al quale tendere collettivamente. La prospettiva di iniziativa sul tema della guerra deve avere alcune caratteristiche che sono oggi dirimenti: deve porsi il problema di essere di massa offrendo una proposta nella quale tutti si possano riconoscere, deve porsi il problema delle condizioni oggettive in cui si muove e si ristruttura la controparte e, infine, indicare quest’ultima concretamente assumendo contestualmente l’esigenza di un immaginario/di una proposta/di un “sogno” di parte desiderabile. Come veniva descritto sopra, il partito della guerra è oggi una dimensione che assume confini sempre più larghi ma allo stesso tempo ben precisi, in quanto materialmente in questa fase le istituzioni politiche si trovano costrette a posizionarsi a favore o contro il riarmo della società. Il fantoccio di una comunità di intenti e di ideali di un’Unione Europea che sta insieme soltanto per debolezza insita in un progetto vuoto è lampante. Allo stesso tempo i partiti nostrani sono in grado di dire tutto e il contrario di tutto, di schierarsi come bandiere al vento da un lato e poi dall’altro, finendo di perdere anche quel briciolo di credibilità che l’opzione Meloni ha rappresentato per una parentesi brevissima. Lo spazio politico che si apre oggi è dunque un’occasione che non va sprecata.

La proposta deve tratteggiarsi a partire dalla necessità di ricomporre in una dimensione larga tutti e tutte coloro che oggi non accettano una società in guerra, indipendentemente dal livello di analisi geopolitica o dal grado di purezza ideologica, dobbiamo essere in grado di riconoscerci in un contesto comune, ossia quello che vuole interrompere la dinamica di riarmo e militarizzazione della società perché non ci si vuole sacrificare né per Trump né per Von Der Leyen. La guerra oggi ha molte facce: la guerra quotidiana alle donne, la guerra alle soggettività in formazione, la guerra ai territori che vengono votati al sacrificio energetico, la guerra ai lavoratori e lavoratrici, la guerra a chi sta venendo additato come soggetto “deviante”. L’uso di categorie tipiche di metà ottocento per costruire il nemico interno – il nero stupratore, il maghrebino rapinatore, il giovane criminale (di strada e dei movimenti) – viene sostanziato dalla moltiplicazione e accelerazione delle norme: il decreto sicurezza, il decreto Caivano, i tentativi di associazione a delinquere ai movimenti sociali e ai sindacati di base, le misure come la sorveglianza speciale, l’avviso orale, il foglio di via, il daspo urbano. Ciò dimostra l’oliatura della cinghia di trasmissione tra retorica della sicurezza e preparazione di un terreno disponibile ad entrare in guerra. Perché, nonostante il raffinato sviluppo della tecnologia di guerra, le guerre vanno fatte con gli eserciti. Eserciti di ricercatori precari pronti a produrre l’arma più intelligente, eserciti di giovani atomizzati pronti ad accoltellare il coetaneo per un litigio, eserciti di uomini pronti a uccidere le mogli, le madri, le compagne di classe perché non sufficientemente sottomesse.

Se non si coglie il nesso profondo dell’esigenza del capitale, in crisi, di ristrutturazione della società affinché sia pronta alla guerra e l’occasione che si apre, data dall’adesione a un’ipotesi che non è reazionaria, ma anzi di segno opposto, sempre più trasversale nella società, non saremo in grado di fare una scommessa all’altezza. Al di là degli ideali, occorre rendere immaginario comune il programma implicito della composizione e assistiamo, molto spesso senza la capacità di esserci, a un proliferare di attivazioni dal basso, spurie magari confuse che esprimono rigidità, che possono fare la differenza. Questo perchè a mobilitarsi contro le molteplici sfumature con cui si articola la guerra nelle dimensioni della vita produttiva e riproduttiva a livello generale ci sono persone che sono disponibili ad aderire a un’opzione autonoma, popolare, radicale nel senso più profondo del termine. La radicalità che va colta e amplificata è la capacità di mettere a critica il sistema capitalistico a partire dai livelli bassi e, al contempo, il bisogno di saldare un ragionamento complessivo che abbia la forza di mettere in discussione i livelli alti. La potenza che rappresenta questa opportunità è ciò che può permettere un salto di qualità che tenda alla mobilitazione di massa.

Fonte

21/12/2024

La sinistra occidentale e la nuova negazione dell’imperialismo

di John Bellamy Foster – Monthly Review – 01/11/2024

John Bellamy Foster torna alle pietre miliari del pensiero marxista antimperialista – presenti nelle opere di V. I. Lenin, Samir Amin e altri – per affrontare la crescente negazione dell'imperialismo da parte della sinistra. Questa visione del mondo e le sue conseguenze, scrive Foster, hanno implicazioni preoccupanti non solo per i lavoratori supersfruttati delle periferie, ma per tutti i lavoratori del mondo e per il carattere internazionalista del marxismo contemporaneo.

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È dall'inizio della Prima Guerra mondiale – durante la quale quasi tutti i partiti socialdemocratici europei parteciparono alla guerra interimperialista a fianco dei rispettivi Stati nazionali – e dalla dissoluzione della Seconda Internazionale, che la divisione sulla questione dell'imperialismo non assumeva, a sinistra, dimensioni così serie, manifestandosi come un segno della profondità della crisi strutturale del capitale nel nostro tempo.[1] Sebbene le sezioni più eurocentriche del marxismo occidentale abbiano cercato a lungo, in vari modi, di attenuare la teoria dell'imperialismo, l'opera classica di V. I. Lenin, Imperialismo, fase suprema del capitalismo (scritta nel gennaio-giugno 1916), ha mantenuto per oltre un secolo la sua posizione centrale all'interno di tutte le discussioni sull'imperialismo, non solo per la sua accuratezza nel rendere conto della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, ma anche per la sua utilità nello spiegare l'ordine imperiale del secondo dopoguerra.[2] Tuttavia, lungi dall'essere isolata, l'analisi complessiva di Lenin è stata integrata e aggiornata in vari momenti dalla teoria della dipendenza, dalla teoria dello scambio ineguale, dalla teoria dei sistemi-mondo e dall'analisi della catena del valore globale, tenendo conto dei nuovi sviluppi storici. In tutto questo, la teoria marxista dell'imperialismo ha mantenuto un'unità di base che ha ispirato le lotte rivoluzionarie globali.

Oggi, tuttavia, questa teoria marxista dell'imperialismo viene comunemente rifiutata in gran parte, se non nella sua interezza, da sedicenti socialisti occidentali con baricentro eurocentrico. Di conseguenza, il divario tra la visione dell'imperialismo della sinistra occidentale e quella dei movimenti rivoluzionari del Sud globale è più ampio che in qualsiasi altro momento del secolo scorso. Le basi storiche di questa frattura risiedono nel declino dell'egemonia statunitense e nel relativo indebolimento dell'intero ordine imperialista mondiale, incentrato sulla triade Stati Uniti, Europa e Giappone, di fronte all'ascesa economica delle ex colonie e semicolonie del Sud globale. Il tramonto dell'egemonia statunitense, dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica nel 1991, è stato accompagnato dal tentativo degli Stati Uniti/NATO, di creare un ordine mondiale unipolare dominato da Washington. In questo contesto di estrema polarizzazione, molti, a sinistra, negano lo sfruttamento economico della periferia da parte dei Paesi imperialisti centrali. Inoltre, recentemente tutto questo è stato accompagnato da forti attacchi alla sinistra antimperialista.

Così, oggi, ci troviamo di fronte a proposizioni contraddittorie, provenienti dalla sinistra occidentale, del tipo: (1) una nazione non può sfruttarne un'altra; (2) non esiste il capitalismo monopolistico come base economica dell'imperialismo; (3) la rivalità imperialista e lo sfruttamento tra le nazioni sono stati sostituiti da lotte di classe globali all'interno di un capitalismo transnazionale completamente globalizzato; (4) tutte le grandi potenze sono oggi nazioni capitaliste impegnate in una lotta imperialista intermedia; (5) le nazioni imperialiste possono essere giudicate principalmente in base a uno spettro democratico-autoritario, per cui non tutti gli imperialismi sono nati allo stesso modo; (6) l'imperialismo è semplicemente una politica di aggressione di uno Stato contro un altro; (7) l'imperialismo umanitario volto a proteggere i diritti umani è giustificato; (8) le classi dominanti del Sud globale non sono più antimperialiste e hanno un orientamento transnazionalista o subimperialista; (9) la "sinistra antimperialista" è "manichea" nel suo sostegno al Sud globale moralmente "buono" contro il Nord globale moralmente "cattivo"; (10) l'imperialismo economico si è ora "invertito", con l'Est/Sud globale che sfrutta l'Ovest/Nord globale; (11) la Cina e gli Stati Uniti sono a capo di blocchi imperialisti rivali; (12) Lenin era soprattutto un teorico dell'interimperialismo, non dell'imperialismo tra centro e periferia. [3]

Per comprendere le complesse questioni teoriche e storiche in gioco, è importante tornare all'analisi di Lenin sull'imperialismo, concependola non solo nei termini espressi da Imperialismo, fase suprema del capitalismo, ma in relazione all'insieme dei suoi scritti sull'imperialismo del 1916-1920. Sarà quindi possibile percepire come la teoria del sistema mondiale imperialista si sia sviluppata nel corso dell'ultimo secolo sulla base dell'analisi di Lenin e della Prima Internazionale Comunista (Comintern), seguita da ulteriori affinamenti teorici, dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel lavoro dei principali teorici della dipendenza, dello scambio ineguale, del sistema-mondo capitalista e delle catene globali del valore. Questa storia costituirà il punto di partenza per criticare l'attuale negazione dell'imperialismo operata da gran parte della sinistra.

La teoria generale dell'imperialismo di Lenin

Il fatto che i pensatori di sinistra che sostengono il superamento del concetto di imperialismo, facciano comunque riferimento all’opera classica di Lenin, è un'indicazione dell'enorme potenza dell'analisi presente in L'imperialismo, fase suprema del capitalismo. Oggi, la sinistra eurocentrica sostiene abitualmente che Lenin non si concentrasse sulle questioni di disuguaglianza tra paesi colonizzatori e colonizzati o tra centro e periferia. Piuttosto, ci viene detto che il suo lavoro riguardava principalmente il conflitto orizzontale tra le grandi potenze capitaliste.[4] Così, William I. Robinson, un illustre professore di sociologia presso l'Università della California, e membro del consiglio esecutivo della Global Studies Association of North America (GSA), si spinge a sostenere che la teoria dell'imperialismo di Lenin non aveva nulla a che fare con lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra.
L'idea predominante tra i pensatori di sinistra è che Lenin abbia esposto una teoria dell'imperialismo basata sullo stato-nazione o sull’espansione territoriale. Ciò è fondamentalmente sbagliato. Ha esposto una teoria basata sulla classe. Una nazione non può sfruttare un'altra nazione: questa è solo una reificazione assurda. L'imperialismo è sempre stato un violento rapporto di classe, non tra paesi, ma tra capitale globale e lavoro globale... La maggior parte della sinistra vede lo sfruttatore come una "nazione imperialista". Questa è una reificazione, in quanto le nazioni non sono, e non sono mai state, macro-agenti. Una nazione non può sfruttare o essere sfruttata.[5]
Tuttavia, lungi dal ritenere che lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra sia fondamentalmente contrario al marxismo, Karl Marx mostrava solo disprezzo per coloro che, a suo dire, non riuscivano a comprendere «come un paese possa arricchirsi a spese di un altro».[6] Allo stesso modo, Lenin sosteneva esplicitamente in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, che la tendenza dominante dell’imperialismo era «lo sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti». In seguito, affermava che «lo sfruttamento delle nazioni oppresse... e soprattutto lo sfruttamento delle colonie da parte di un pugno di Grandi Potenze» era la radice economica dell’imperialismo. Lenin diceva chiaramente che parlare di sfruttamento in questo contesto, vuol dire che una nazione imperialista, al centro del sistema mondiale capitalista, «trae profitti in eccesso» da una nazione oppressa nel mondo coloniale.[7]

Tuttavia, secondo Vivek Chibber, professore di sociologia alla New York University e curatore di Catalyst, l'intera concezione dell'imperialismo economico come capitalismo monopolistico, espressa da Lenin, era «errata», come lo erano i concetti secondo cui l'imperialismo era economico (e non semplicemente politico), e che nei ricchi paesi capitalisti c'era uno strato superiore della classe operaia (l'aristocrazia operaia) che traeva beneficio dall'imperialismo. In tutti questi concetti, suggeriva Chibber, l'analisi di Lenin era errata, mentre il significato della sua teoria era principalmente circoscritto al regno della competizione intercapitalistica.[8]

Questi gravi fraintendimenti, rispetto alla teoria di Lenin e alla sua rilevanza contemporanea, sono in parte riconducibili a una tendenza degli accademici radicali occidentali a studiare il suo L'imperialismo, fase suprema del capitalismo senza prendere in considerazione altri suoi importanti scritti sull'imperialismo. Questi comprendono sei testi fondamentali, scritti tra il 1916 e il 1920: "La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodeterminazione (tesi)", (scritto nel gennaio-febbraio 1916); "L’imperialismo e la scissione del socialismo", (scritto nell'ottobre 1916); "Rapporto al secondo congresso di Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell'Oriente", (novembre 1919); "Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale", (per il secondo congresso dell'Internazionale comunista, giugno 1920); Prefazione alle edizioni francese e tedesca di L'imperialismo (6 luglio 1920); e il "Rapporto della Commissione sulle questioni nazionali e coloniali", (26 luglio 1920).[9] Questi testi aggiuntivi di Lenin sulle questioni nazionali e coloniali integrano L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, concentrandosi direttamente sulla questione dello sfruttamento dei paesi sottosviluppati da parte delle principali potenze imperialiste, soprattutto Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone (che oggi, con l’aggiunta del Canada, costituiscono il Gruppo dei Sette, o G7).[10]

«Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo», scriveva Lenin in L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, «si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo». L’ascesa dell’accumulazione monopolistica aveva soppiantato l’era della libera concorrenza, creando una sfera di enormi profitti in eccesso, in un numero relativamente ristretto di società che arrivarono a dominare l’economia.[11] Nelle cinque caratteristiche dell’imperialismo che Lenin elencava, egli sottolineava che la concentrazione e la centralizzazione del capitale su scala nazionale e mondiale era la caratteristica principale dell’imperialismo. La seconda caratteristica era la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi di un’oligarchia finanziaria. La terza era l’esportazione di capitale, distinta dall’esportazione di merci, cioè il passaggio del capitale a un campo operativo globale. La quarta, che riassumeva le tre precedenti, era il dominio del mondo da parte di un numero relativamente piccolo di monopoli capitalistici internazionali. La quinta era la compiuta «ripartizione territoriale del mondo tra le più grandi potenze capitalistiche».[12]

L'analisi di Lenin si opponeva fortemente a quella di Karl Kautsky, il principale teorico del Partito socialdemocratico tedesco, che sosteneva che l'imperialismo si sarebbe sviluppato in un "ultra-imperialismo", in cui i principali paesi capitalisti si sarebbero unificati attraverso una «federazione dei più forti», una tesi che sarebbe stata smentita dalla Prima e dalla Seconda Guerra Mondiale. Sebbene i principali stati capitalisti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, avessero effettivamente creato un fronte imperialista più collettivo, questo fu il risultato dell'egemonia globale degli Stati Uniti, che ridusse gli altri principali stati capitalisti allo status di partner minori. Nel complesso, la visione di Kautsky dell'imperialismo come politica si è dimostrata incommensurabilmente più debole di quella di Lenin come sistema.[13]

Come ha osservato il Research Unit for Political Economy (RUPE, India), «l’obiettivo di L'imperialismo, fase suprema del capitalismo di Lenin era quello di smascherare le caratteristiche della [Prima] Guerra Mondiale e le sue radici nel capitalismo stesso; quindi, in quell'opera specifica, Lenin non esplorava l'impatto dell'imperialismo sulle colonie e sulle semicolonie».[14] Per comprendere questa parte della sua analisi, è necessario esaminare altri scritti successivi di Lenin sull’imperialismo, in un periodo in cui egli si confrontava direttamente con la lotta anti-imperialista nelle nazioni della periferia, in particolare in Asia, nel contesto della formazione del Comintern. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, la Russia sovietica si trovò immediatamente a dover fronteggiare gli interventi militari delle potenze imperiali a fianco delle forze bianche nella Guerra civile russa. Winston Churchill, osservava Lenin, proclamava allegramente che la Russia era stata invasa da «una crociata di quattordici nazioni», in primo luogo le grandi potenze imperiali di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone, che erano unite nella loro opposizione alla Rivoluzione d’Ottobre.[15] Allo stesso tempo, la Rivoluzione russa ispirava grandi insurrezioni in Asia, come il movimento del Quattro Maggio in Cina (1919), l’agitazione anti-Rowlatt Act in India (1919) e la Grande Rivoluzione Irachena (1920).[16]

Lenin era un pensatore politico troppo abile per non riconoscere le implicazioni di questi nuovi movimenti rivoluzionari. Pertanto si concentrò ancora di più sullo sfruttamento delle economie sottosviluppate, che era sempre stata la principale contraddizione storica alla base della sua analisi dell'imperialismo. Lo sfruttamento di colonie, semicolonie e dipendenze da parte delle potenze imperiali era già visibile negli scritti di Lenin del 1916. In, La rivoluzione socialista e i diritti delle nazioni all'autodeterminazione, Lenin sosteneva che un certo grado di autodeterminazione fosse possibile per alcune nazioni colonizzate/dipendenti sotto il capitalismo, ma solo se fosse stato raggiunto attraverso rivoluzioni. Tali rivoluzioni alla periferia del sistema richiedevano, in ultima analisi, che ci fossero rivoluzioni nelle metropoli. «Nessuna nazione», scriveva, riferendosi a una precedente affermazione di Marx, «può essere libera se opprime altre nazioni».[17]

In "L’imperialismo e la scissione del socialismo", Lenin affermava:
Un pugno di paesi ricchi – sono quattro in tutto, se si parla di una ricchezza "moderna", indipendente e veramente gigantesca: l'Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti d’America e la Germania – questo pugno ha sviluppato i monopoli in proporzioni immense; esso riceve sovraprofitti che ammontano a centinaia di milioni, se non di miliardi; "vive alle spalle” di centinaia di milioni di abitanti degli altri paesi; lotta nel proprio seno per la spartizione di un bottino particolarmente ricco, particolarmente grasso, particolarmente tranquillo. È questa l'essenza economica e politica dell'imperialismo.[18]
Lenin non solo sosteneva che il capitale monopolistico sfruttava le colonie, le semicolonie e le dipendenze, ottenendo con questi mezzi dei superprofitti, ma che questo, come aveva intuito Friedrich Engels, gli consentiva di "corrompere" una ristretta sezione della classe operaia (lo strato superiore del lavoro), una proposizione nota come tesi dell'aristocrazia operaia.[19] Lo avrebbe ribadito con enfasi nella sua prefazione a L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, del 1920.[20] Era questo, sosteneva, che spiegava la natura più conservatrice del movimento operaio britannico, così come di quello di tutti i principali paesi imperialisti. «Se vogliamo rimanere socialisti», scrisse, la risposta è «andare sempre più in basso», al di sotto dello ristretto strato superiore della classe operaia, «fino alle masse reali: ecco l’importanza e tutto il contenuto della lotta contro l’opportunismo» dell'aristocrazia operaia e della socialdemocrazia.[21]

Nel suo "Rapporto al secondo congresso di Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell'Oriente", Lenin sottolineava come una «insignificante parte della popolazione mondiale» si era data «il diritto di sfruttare la maggioranza della popolazione del globo». In queste circostanze, la lotta contro l'imperialismo ha addirittura la priorità rispetto alla lotta di classe, sebbene esse rimangano intrinsecamente connesse. «La rivoluzione socialista non sarà quindi soltanto, né principalmente, la lotta dei proletari rivoluzionari di ogni paese contro la loro borghesia; no, sarà la lotta di tutte le colonie e di tutti i paesi oppressi dall'imperialismo, di tutti i paesi dipendenti contro l'imperialismo internazionale... La guerra civile dei lavoratori contro gli imperialisti e gli sfruttatori comincia a fondersi, in tutti i paesi avanzati, con la guerra nazionale contro l'imperialismo internazionale».[22]

Lenin sviluppava ulteriormente questa posizione nella "Bozza preliminare di tesi sulle questioni nazionali e coloniali". Tracciava una netta distinzione tra le «nazioni oppresse, assoggettate, private dei loro diritti» e le «nazioni sovrane che ne sfruttano e ne opprimono altre». Chiariva che «l’internazionalismo proletario esige anzitutto… la subordinazione degli interessi della lotta proletaria in un paese agli interessi di questa lotta nel mondo intero». Il capitalismo, sosteneva, ha spesso cercato di mascherare il livello di sfruttamento internazionale attraverso la creazione di stati che erano nominalmente sovrani, ma che in realtà dipendevano dai paesi imperiali «economicamente, finanziariamente e militarmente».[23]

Il "Rapporto della Commissione sulle questioni nazionali e coloniali" di Lenin, ribadiva questi punti e concludeva che nelle attuali condizioni di sottosviluppo delle nazioni oppresse, «ogni movimento nazionale non può che essere democratico borghese». Questi movimenti «rivoluzionari-nazionali», nonostante il loro carattere di classe predominante, dovevano essere sostenuti, ma solo finché erano movimenti «effettivamente rivoluzionari». Lenin rifiutava con forza l’idea «che la fase capitalistica di sviluppo sia inevitabile per tali popoli», sostenendo piuttosto che tali movimenti potevano, data la loro complessa composizione di classe e anti-imperialista, e con l'esempio dell'Unione Sovietica, svilupparsi possibilmente in veri e propri movimenti verso il socialismo e che avrebbero realizzato molti dei compiti di sviluppo, associati al capitalismo, in termini non capitalistici. [24]

Quando le "Bozze preliminari di tesi sulla questione nazionale e coloniale" di Lenin vennero presentate al Secondo Congresso del Comintern, furono seguite, con il supporto di Lenin, dalle "Tesi supplementari sulla questione nazionale e coloniale", scritte dal marxista indiano M.N. Roy, che furono poi adottate insieme alle Bozze preliminari, di Lenin. L'essenza di queste Tesi supplementari, era l'affermazione esplicita che l'imperialismo aveva distorto lo sviluppo economico nelle colonie, nelle semicolonie e nelle dipendenze. Le colonie come l'India erano state deindustrializzate, bloccandone il progresso. Le potenze imperiali avevano estratto superprofitti dai “Paesi arretrati” economicamente, e dalle colonie:
La dominazione straniera ostacola costantemente il libero sviluppo della vita sociale; pertanto il primo passo della rivoluzione deve essere la rimozione di questa dominazione straniera. La lotta per rovesciare la dominazione straniera nelle colonie non consiste nella sottoscrizione degli obiettivi nazionali della borghesia nazionale, ma piuttosto, per il proletariato, nello spianare la strada alla liberazione delle colonie... La vera forza, il fondamento del movimento di liberazione delle colonie, non si lascerà costringere nella stretta cornice del nazionalismo democratico-borghese. Nella maggior parte delle colonie esistono già partiti rivoluzionari organizzati che lavorano a stretto contatto con le masse lavoratrici.[25]
Due anni dopo, nelle "Tesi sulla questione orientale", del quarto congresso del Comintern del 1922, alcune delle nozioni fondamentali associate alla teoria della dipendenza:
È questa diminuzione [post-Prima Guerra Mondiale] della pressione imperialista nelle colonie, insieme alla rivalità in costante crescita tra i diversi raggruppamenti imperialisti, che ha facilitato lo sviluppo del capitalismo indigeno nei paesi coloniali e semicoloniali, che si è espanso e continua a espandersi oltre i limiti ristretti e restrittivi del dominio imperialista delle grandi potenze. In precedenza, il capitalismo delle grandi potenze cercava di escludere i paesi arretrati dal commercio economico mondiale, al fine di garantirsi, in questo modo, il suo status di monopolio e ottenere super-profitti dallo sfruttamento commerciale, industriale e fiscale di questi paesi. L'ascesa delle forze produttive indigene nelle colonie, è in contraddizione inconciliabile con gli interessi dell'imperialismo mondiale, la cui vera essenza è quella di sfruttare il differente grado di sviluppo delle forze produttive nei diversi ambiti dell'economia mondiale per conseguire super-profitti monopolistici.[26]
Le "Tesi sul movimento rivoluzionario nelle colonie e nelle semicolonie", del Sesto Congresso del Comintern nel 1928, rappresentarono un punto culminante nella teoria dell'imperialismo nel periodo interbellico. Lì, si affermava che «L'intera politica economica dell'imperialismo nei confronti delle colonie è determinata dal suo sforzo di preservare e accrescere la loro dipendenza, di approfondire il loro sfruttamento e, per quanto possibile, di impedire il loro sviluppo indipendente. La maggior parte del plusvalore estorto dalla... forza lavoro a basso costo» nelle colonie e nelle semicolonie viene esportata all'estero, con conseguente «emorragia della ricchezza nazionale dei paesi coloniali».[27]

Il problema teorico e pratico più difficile era la creazione di una base di classe per la rivoluzione anti-imperialista nei paesi sottosviluppati. Lenin sottolineava che la rivolta contro l'imperialismo avrebbe dovuto realizzare gli obiettivi di sviluppo solitamente associati alla borghesia nazionale, ma che la natura della lotta «rivoluzionaria nazionale» non sarebbe stata necessariamente determinata dalla borghesia nazionale. Mao Zedong aveva dato un importante contributo alla lotta anti-imperialista e alla rivoluzione socialista con "Analisi delle classi nella società cinese", del 1926. Qui Mao sosteneva che la grande borghesia monopolista-capitalista, insieme alla classe dei proprietari terrieri, costituiva una formazione di classe compradora* che fungeva da appendice del capitale internazionale. La piccola borghesia nazionale, invece, era troppo debole e cercava soprattutto di trasformarsi in una grande borghesia. Le forze rivoluzionarie dipendevano quindi dalla piccola borghesia, dal semi-proletariato, dal proletariato e, inoltre, dai contadini. [28]

Tutti questi sviluppi della teoria dell'imperialismo, come la maggior parte dei successivi, hanno avuto origine con Lenin. Come scrisse Prabhat Patnaik,
L’importanza di L'imperialismo di Lenin, risiede nel fatto che rivoluzionò totalmente la percezione della rivoluzione. Marx ed Engels avevano già immaginato la possibilità che i paesi coloniali e dipendenti avessero rivoluzioni proprie anche prima della rivoluzione proletaria nelle metropoli capitaliste, ma questi due tipi di rivoluzioni erano viste come disgiunte; ma rimanevano poco chiare sia la traiettoria della rivoluzione nella periferia, che la sua relazione con la rivoluzione socialista nelle metropoli. L'imperialismo di Lenin non solo collegava i due tipi di rivoluzioni, ma rendeva la rivoluzione nei paesi periferici parte del processo di avanzamento dell'umanità verso il socialismo. Vedeva quindi il processo rivoluzionario come un insieme integrato.[29]
Dipendenza, scambio ineguale, sistema mondiale imperialista e catene globali del valore

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il sistema mondiale imperialista si era storicamente evoluto, andando oltre le condizioni geopolitiche dell'epoca di Lenin. Gli Stati Uniti erano ormai la potenza egemonica indiscussa del sistema mondiale capitalista e lanciarono immediatamente una Guerra fredda volta a “contenere” l'Unione Sovietica e a reprimere la rivoluzione in ogni angolo del pianeta. Ciononostante, un'ondata rivoluzionaria di decolonizzazione, in gran parte ispirata dal marxismo, travolse l’Asia e l’Africa dopo il trionfo della Rivoluzione cinese nel maggio del 1949.

A differenza di Asia e Africa, le colonie ufficiali presenti in America Centrale e Meridionale erano in numero minore, e ciò a causa delle rivolte anticoloniali del diciannovesimo secolo contro Spagna e Portogallo, che portarono alla formazione di stati sovrani. Tuttavia, già da tempo gli stati latinoamericani erano costretti a dipendenze economiche, o neocoloniali, prima dalla Gran Bretagna e poi dagli Stati Uniti. Dunque, il principale problema nella regione era quello di superare la dipendenza economica, politica e culturale imposta dall'imperialismo statunitense. Si può dire che la teoria marxista latinoamericana, in particolare quella relativa all'imperialismo, abbia trovato le sue radici nell'opera del marxista peruviano José Carlos Mariátegui, che nel 1929 scriveva: «Siamo anti-imperialisti perché siamo marxisti, perché siamo rivoluzionari, perché ci opponiamo al capitalismo con il socialismo... e perché nella lotta che portiamo avanti contro l'imperialismo straniero stiamo adempiendo al nostro dovere di solidarietà con le masse rivoluzionarie d'Europa».[30] All'epoca in cui Mariátegui faceva queste affermazioni, la lotta di Augusto César Sandino contro l'intervento degli Stati Uniti in Nicaragua risvegliava la coscienza anti-imperialista in tutta l'America Latina. In seguito, la vittoria della Rivoluzione cubana nel 1959, ispirata dall'anti-imperialismo di José Martí e trasformatasi in una lotta per il socialismo, portò di nuovo alla ribalta la rivoluzione contro l'imperialismo in America Latina, che si univa all'Asia e all'Africa su questo fronte.[31]

A causa dell'ondata rivoluzionaria che aveva colpito tutti e tre i continenti del terzo mondo nei primi decenni del secondo dopoguerra, l’originale analisi dell'imperialismo di Lenin veniva approfondita e ampliata, sviluppandosi in una ricca tradizione globalista che rifletteva numerose condizioni storiche e linguaggi diversi, ma che sottolineava in ogni caso la necessità della lotta rivoluzionaria.

Dopo la Seconda guerra mondiale, una figura importante nello sviluppo della teoria dell'imperialismo, ma anche della teoria della dipendenza, è stato Paul A. Baran, autore di The Political Economy of Growth (1957).[32] Baran è nato a Nikolaev, in Ucraina, nell'Impero russo zarista nel 1910. Studiò economia al Rossijskij ėkonomičeskij universitet im. G. V. Plechanova di Mosca e all'Università di Berlino, lavorando anche come assistente economico di Friedrich Pollock all'Institut für Sozialforschung di Francoforte. Successivamente emigrò negli Stati Uniti e studiò economia all'Università di Harvard durante la rivoluzione keynesiana. Durante la Seconda Guerra Mondiale e nell'immediato dopoguerra, lavorò con lo Strategic Bombing Survey in Germania e Giappone. Dopo la guerra, lavorò per il Federal Reserve Board e poi ottenne una posto di ruolo come professore di economia alla Stanford University. Prima della pubblicazione di The Political Economy of Growth, Baran tenne una serie di lezioni all'Università di Oxford, dove fu elaborata gran parte del libro, e lavorò per l'Indian Statistical Institute di Calcutta.[33] Fu un forte sostenitore della Rivoluzione cubana ed esercitò un'importante influenza su Che Guevara. Nel 1966, Baran e Paul M. Sweezy scrissero, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura sociale ed economico americana.[34]

Rispecchiando questo background estremamente vasto, Baran incorporava nel suo lavoro non solo le teorie imperialiste di Lenin, del Comintern e di Mao, ma anche le esperienze della pianificazione economica sovietica e indiana. Allo stesso tempo, integrava queste esperienze con le mutate condizioni storiche del periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Si trovava, quindi, in una posizione del tutto favorevole per essere riconosciuto come uno dei pilastri della teoria marxiana della dipendenza. Sosteneva che l'imperialismo aveva «distorto in modo inquantificabile» e bloccato lo sviluppo in tutto il mondo sottosviluppato.[35] Nel 1830, i paesi di quello che sarebbe stato definito il "terzo mondo" rappresentavano il 60,9% del potenziale industriale mondiale. Nel 1953, questa percentuale era scesa al 6,5%.[36] Introducendo il suo concetto di "surplus economico" (che nella sua forma più semplice può essere espresso come «la differenza tra la produzione attuale effettiva della società e il suo consumo attuale effettivo»), Baran dimostrò che il problema di fondo che impediva lo sviluppo nei paesi sottosviluppati era il trafugamento del surplus da parte delle principali potenze imperialiste, che poi investivano la quantità di surplus rubato nelle proprie economie, o nella periferia, in modo tale da incrementare lo sfruttamento dei paesi sottosviluppati sul lungo periodo.[37] Come Engels e Lenin, Baran sosteneva che uno strato superiore di lavoratori nei paesi del centro imperiale beneficiava indirettamente dell'imperialismo, e formava così una «aristocrazia operaia che raccoglieva, al contrario della maggior parte della classe operaia, le briciole dal tavolo monopolistico».[38]

Un elemento importante della teoria della dipendenza di Baran, era il confronto tra Giappone e India. Il Giappone rappresentava un caso singolare di sviluppo economico al di fuori dell'Europa o delle colonie europee di colonizzatori bianchi. Nel diciannovesimo secolo, le potenze imperialiste avevano concentrato i loro sforzi in Asia orientale, al fine di sottomettere la Cina, non riuscendo a colonizzare il Giappone. Con la Restaurazione Meiji del 1868, avvenuta in risposta alle crescenti minacce militari e alla nascente imposizione di trattati ineguali da parte dell'Occidente, il Giappone fu in grado di creare la base sociale interna per una rapida industrializzazione, facilitata dall'appropriazione del know-how tecnologico occidentale. Nel 1905, la sua vittoria nella guerra russo-giapponese segnò l'ingresso del Giappone nello status di grande potenza. Al contrario, l'India, che era stata colonizzata dal Regno Unito nel diciottesimo secolo, vide la sua industria distrutta dagli inglesi, tenuta in uno stato permanente di sottosviluppo, o sviluppo dipendente.[39]

Rifacendosi a Mao, Baran insisteva sul fatto che una classe di comprador, o grande borghesia (alleata con i grandi proprietari terrieri) dei paesi sottosviluppati, era direttamente legata al capitale internazionale e svolgeva un ruolo parassitario nei confronti delle proprie società.[40] «Il compito principale dell'imperialismo oggi», scriveva, era di «prevenire o, se ciò è impossibile, rallentare e controllare lo sviluppo economico dei paesi sottosviluppati». Sosteneva che, «mentre ci sono state enormi differenze tra i paesi sottosviluppati», sotto questo aspetto, «il mondo sottosviluppato, nel suo insieme, ha continuamente trasferito una gran parte del proprio surplus economico ai paesi più avanzati, a causa di interessi e dividendi. Tuttavia, la cosa peggiore è che è molto difficile dire quale sia stato il male maggiore per quanto riguarda lo sviluppo economico dei paesi sottosviluppati: la rimozione del loro surplus economico da parte del capitale straniero o il suo reinvestimento da parte di imprese estere?».[41] Sotto quasi tutti gli aspetti, l'economia dipendente era una mera «appendice al 'mercato interno' del capitalismo occidentale».[42] Quindi, l'unica risorsa era la rivoluzione contro l'imperialismo, e l'istituzione di un'economia pianificata socialista. Qui Baran indicava l'esempio della Cina, che, uscendo «dall'orbita del capitalismo mondiale», era diventata una fonte di «stimolo e ispirazione per tutti gli altri paesi coloniali e dipendenti da altre potenze».[43]

The Political Economy of Growth fu pubblicato solo due anni dopo la Conferenza di Bandung del 1955, che dava il via al Movimento dei paesi non allineati del Terzo Mondo, e la sua influenza fu enorme.[44] Sebbene i paesi latinoamericani non avessero preso parte alla Conferenza di Bandung, la nuova prospettiva terzomondista contribuì a generare un'esplosione di ricerche dedicate al marxismo e all’analisi radicale del fenomeno della dipendenza in America Latina, che fu ispirata, molto più concretamente, dalla Rivoluzione cubana. Baran visitò Cuba nel 1960, insieme a Leo Huberman e Paul Sweezy, e incontrò Che Guevara, all’epoca presidente della Banca nazionale che si associò strettamente all'analisi generale di Baran sul sottosviluppo. Il Che avrebbe poi dichiarato, nel 1965, che «da quando il capitale monopolistico ha preso il controllo del mondo, ha tenuto in condizioni di povertà la maggior parte dell'umanità, dividendo tutti i profitti tra il gruppo dei paesi più potenti».[45] Tra i principali contributori all’analisi della dipendenza, in America Latina e nei Caraibi, figurano Vânia Bambirra, Theotônio Dos Santos, Rodolfo Stavenhagen, Fernando Henrique Cardoso, Pablo González Casanova, Ruy Mauro Marini, Walter Rodney (il cui lavoro più noto si è concentrato sul sottosviluppo dell’Africa), Clive Thomas ed Eduardo Galeano.[46] Anche l’economista tedesco-americano Andre Gunder Frank ha prodotto un profondo impatto con la pubblicazione, nel 1967, del suo Capitalism and Underdevelopment in Latin America, che metteva in evidenza «lo sviluppo del sottosviluppo».[47]

In Africa, Samir Amin, un giovane economista marxista franco-egiziano, introdusse nella sua tesi di dottorato del 1957 (completata all'età di 26 anni nello stesso anno in cui fu pubblicato il libro di Baran), una critica a tutto campo dello sviluppo mainstream, poi pubblicata con il titolo Accumulation on a World Scale. Successivamente ha contribuito in modo fondamentale all’analisi della dipendenza, dello scambio ineguale e alla teoria dei sistemi-mondo. Gran parte dell'analisi di Amin si concentrava sulla distinzione, da un lato, tra le economie "autocentriche" presenti nel cuore del sistema capitalista mondiale, orientate alle proprie logiche interne e alla riproduzione espansa, e dall'altro, tra le economie "disarticolate" della periferia, dove la produzione era strutturata in relazione alle esigenze delle economie imperialiste. La natura disarticolata delle economie periferiche sotto l'imperialismo, indicava come unica vera alternativa, un delinking ** rivoluzionario dalla logica dell'ordine imperialista mondiale. Per Amin, tuttavia, il delinking non riguardava una separazione assoluta dall’economia mondiale o un “ritiro autarchico”. Piuttosto, esso implicava che avvenisse un delinking dal sistema mondiale basato sul valore, organizzato attorno a un centro dominante e una periferia dominata, per avviare una transizione verso un mondo più “policentrico”.[48]

Un contributo fondamentale alla teoria dell'imperialismo è stato Unequal Exchange: A Study of the Imperialism of Trade (1969) dell'economista marxista francese Arghiri Emmanuel.[49] Il lavoro di Emmanuel, che ha dato vita a un lungo dibattito, sosteneva che nell'era del neocolonialismo la relazione tra i paesi centrali e quelli della periferia era una relazione basata sulla diseguaglianza nel processo di scambio, tale per cui un paese otteneva più valore-lavoro di un altro a causa della mobilità globale del capitale, unita all'immobilità globale del lavoro. I termini di questo problema erano stati impostati da Amin, il quale aveva mostrato che lo scambio diseguale esisteva quando la differenza di salari tra il Nord globale e il Sud globale era maggiore della differenza tra le loro produttività. Amin proseguiva sostenendo che la legge del valore ora operava a livello mondiale sotto il capitale finanziario monopolistico globalizzato.[50]

La realtà della classe dirigente nel mondo sottosviluppato, secondo Amin, era una realtà di "compradorizzazione e transnazionalizzazione", che richiedeva nuove strategie rivoluzionarie anti-imperialiste, dal momento che non esisteva più una borghesia nazionale in quanto tale. In queste circostanze, una strategia rivoluzionaria di delinking sarebbe dipesa dalla «costruzione di un blocco sociale anti-comprador» con l'obiettivo di consentire un progetto sovrano, separato dal controllo del sistema mondiale imperialista. Per quanto riguarda l'imperialismo e la classe negli stati capitalisti avanzati, Amin suggeriva che la teoria dell'aristocrazia operaia di Lenin non era sufficiente per affrontare il modo in cui l'intera «ineguale divisione internazionale del lavoro» creava ampie strutture di supporto all'imperialismo all'interno degli stati imperialisti centrali che non potevano essere semplicemente eliminate. In questo caso era necessaria la «costruzione di un blocco anti-monopolista».[51]

Gran parte della teoria marxista della dipendenza, a partire dagli anni '70, si fuse con la teoria del sistema-mondo (in seguito sistemi-mondo), grazie agli studi pionieristici di Oliver Cox, Immanuel Wallerstein, Frank, Amin e Giovanni Arrighi.[52] La teoria del sistema-mondo superò alcuni dei limiti della teoria della dipendenza, concependo gli stati-nazione come parte di un sistema-mondo capitalista. Il sistema-mondo, nella sua divisione in centri e periferie (ma capace di includere semiperiferie e aree esterne) diventava così il centro dell’analisi. Tuttavia, in alcune versioni della teoria del sistema-mondo, in particolare nel lavoro di Arrighi, permaneva una divergenza rispetto alla teoria dell'imperialismo, dovuta al fatto che le relazioni politico-economiche internazionali venivano ridotte a semplici egemonie mutevoli, in linea con l'economia politica internazionale dominante.[53]

Già negli anni '60, gli economisti politici radicali si erano concentrati sulla critica delle multinazionali, intese come la forma globale assunta dal capitale monopolistico e quindi le principali cinghie di trasmissione dell'imperialismo economico. In questo contesto, fu pionieristica l’analisi di Stephen Hymer, che, con la sua rivoluzionaria tesi del 1960 dedicata a The International Operations of National Firms: A Study of Direct Foreign Investment, fornì, proprio nell'anno in cui il termine appariva per la prima volta, una teoria delle "multinazionali" basata sull'organizzazione industriale e sulla teoria del monopolio. A questa analisi seguì quella sul ruolo delle multinazionali e dell'imperialismo, in Il capitale monopolistico, di Baran e Sweezy, e "Notes on the Multinational Corporation", di Harry Magdoff e Sweezy (1969). La traiettoria mondiale di queste società è diventata centrale per l'intera teoria dell'imperialismo come in The Age of Imperialism: The Economics of US Foreign Policy di Magdoff (1969).[54]

Negli anni '70 e '80, gran parte della ricerca sull'imperialismo si è spostata dal regno dell'economia politica a quello della cultura. In linea con la precedente critica di Joseph Needham all'"Eurocentrismo" degli anni '60, nel 1989 Amin introdusse la sua influente critica pubblicando Eurocentrismo, mentre Edward Said scriveva Orientalismo (1978) e poi Cultura e imperialismo (1993).[55] Con l'ascesa dell'ecosocialismo, la critica dell'imperialismo venne estesa anche alla questione dell'imperialismo ecologico.[56]

Nel corso del ventunesimo secolo, la maggior parte delle analisi dell'imperialismo economico si è concentrata sull'arbitraggio globale del lavoro e sulle catene globali del valore. Mai prima d'ora l'estrazione di surplus del Nord globale dal Sud globale è stata dimostrata in modo così approfondito per mezzo di studi empirici. Ciò deriva dal fatto che lo sfruttamento internazionale è ora più sistematico che mai: radicato nelle catene del valore del sistema globale e incarnato nell'esportazione di beni manifatturieri dalla periferia alla semiperiferia sino al centro.[57] Da ciò è risultato il crescente rilievo delle teorie di "supersfruttamento" (vale a dire, livelli di sfruttamento nel Sud globale che superano la media globale e minano i bisogni essenziali di sussistenza dei lavoratori del Sud) come sviluppato nel lavoro di pensatori come Marini, Amin, John Smith e Intan Suwandi.[58]

Oggi, grazie alla ricerca di Jason Hickel e dei suoi colleghi sappiamo che tra il 1995 e il 2021 il Nord globale è stato in grado di estrarre dal Sud globale 826 miliardi di ore di lavoro netto appropriato. Misurato con i salari del Nord, si tratta di un valore pari a 18,4 trilioni di dollari. Alla base di questo fenomeno, c'è il fatto che i lavoratori del Sud globale ricevono salari inferiori dell'87-95% rispetto a quelli del nord, per un lavoro identico e svolto con gli stessi livelli di competenza. Lo stesso studio ha concluso che il divario salariale tra il Nord globale e il Sud globale stava aumentando, con i salari del Nord in aumento di undici volte rispetto ai salari del Sud tra il 1995 e il 2021.[59] Questa ricerca sull'arbitraggio del lavoro globale contemporaneo è abbinata al recente lavoro storico di Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik che ha documentato l'astronomico drenaggio di ricchezza durante il periodo del colonialismo britannico in India. Il valore stimato di questo drenaggio nel periodo 1765-1900, contabilizzato fino al 1947 (ai prezzi del 1947) al 5% di interesse, era di 1.925 trilioni di dollari; contabilizzato fino al 2020, ammonta a 64.82 trilioni di dollari.[60]

Occorre sottolineare che l'attuale drenaggio di surplus economico del Nord globale dal Sud globale, tramite lo scambio ineguale di lavoro incorporato nelle esportazioni da parte di quest'ultimo, si aggiunge al normale flusso netto di capitale che va dai paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati, così come registrato nei conti nazionali. Ciò include il saldo del commercio di merci (importazioni ed esportazioni), i pagamenti netti a investitori e banche straniere, i pagamenti per trasporto merci e assicurazioni e una vasta gamma di altri pagamenti effettuati al capitale straniero come royalty e brevetti. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), i trasferimenti netti di risorse finanziarie dai paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati, nel solo 2017 ammontavano a 496 miliardi di dollari. Nell'economia neoclassica, questo fenomeno è noto come il paradosso del flusso inverso di capitale, o del capitale che scorre in salita, e che si cerca inefficacemente di spiegare con vari fattori contingenti piuttosto che riconoscere la realtà dell'imperialismo economico.[61]

Per quanto riguarda la dimensione geopolitica dell'imperialismo, nel corso di questo secolo l'attenzione si è concentrata sul continuo declino dell'egemonia statunitense. L'analisi si è focalizzata sui tentativi di Washington, a partire dal 1991, sostenuti da Londra, Berlino, Parigi e Tokyo, di invertire questa tendenza. L'obiettivo era quello di instaurare la triade Stati Uniti, Europa e Giappone, con Washington preminente, come potenza globale unipolare attraverso un più "nudo imperialismo". Questa dinamica controrivoluzionaria ha infine portato all'attuale Nuova Guerra Fredda.[62]

Eppure, nell'ultimo secolo, nonostante tutti gli sviluppi della teoria dell'imperialismo, non è tanto la teoria dell'imperialismo quanto l'intensificazione effettiva dello sfruttamento del Sud globale da parte del Nord globale, unita alla resistenza di quest'ultimo, a essere venuta in primo piano. Come sosteneva Paul Sweezy nel 1972, in Modern Capitalism and Other Essays, nel ventesimo secolo il punto focale della resistenza proletaria si è spostato in modo decisivo dal Nord globale al Sud globale.[63] Quasi tutte le rivoluzioni avvenute dal 1917 hanno avuto luogo nella periferia del sistema capitalista mondiale e sono state rivoluzioni contro l'imperialismo. La stragrande maggioranza di queste rivoluzioni si è verificata sotto gli auspici del marxismo. Tutte hanno subito azioni controrivoluzionarie da parte delle grandi potenze imperialiste. Solo gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente centinaia di volte dopo la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto nel Sud globale, causando la morte di milioni di persone.[64] Tra la fine del ventesimo e l'inizio del ventunesimo secolo, le principali contraddizioni del capitalismo sono state quelle di imperialismo e classe.

La crescente negazione dell’imperialismo da parte della sinistra occidentale

La negazione della realtà dell'imperialismo, in tutto o in parte, ha una lunga storia nella sinistra eurocentrica occidentale, a partire dal vero e proprio "imperialismo sociale" della Fabian Society in Gran Bretagna, riflessa nello sciovinismo sociale di tutti i principali partiti socialdemocratici europei al tempo della Prima Guerra Mondiale. Tuttavia, con la rinascita della sinistra occidentale nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, in particolare negli anni '60 e '70, i socialisti occidentali avevano adottato una posizione fortemente anti-imperialista, sostenendo le lotte di liberazione nazionali in tutto il mondo. Questo iniziò ad affievolirsi con il declino del movimento contro la guerra del Vietnam, nei primi anni '70.[65]

Nel 1973, Bill Warren, nella New Left Review, introdusse l'idea che Marx, nel suo "The Future Results of the British Rule in India" (1853), avesse visto l'imperialismo come una forza progressista, una visione che, dichiarava Warren, è stata in seguito erroneamente ribaltata da Lenin.[66] L'interpretazione di Marx da parte di Warren era in contrasto con il trattamento, molto più approfondito, di teorici negli Stati Uniti, in India e in Giappone che a partire dagli anni '60, dimostravano che Marx, fin dai primi anni '60 dell'Ottocento, aveva riconosciuto il modo in cui il colonialismo impediva lo sviluppo nelle colonie.[67] Tuttavia, l'idea che Marx, e persino Lenin, avessero adottato la visione dell'imperialismo [come] pioniere del capitalismo, – titolo/sottotitolo del libro di Warren, pubblicato postumo nel 1980 – è divenuta un postulato comunemente accettato a sinistra.[68]

Alla base delle critiche all'imperialismo economico provenienti dai circoli eurocentrici occidentali c'è stato il rifiuto della tesi dell'aristocrazia operaia di Engels e Lenin. Quindi, l'idea secondo cui una parte della classe operaia del nucleo imperialista dell'economia globale trae vantaggio dall'imperialismo è stata generalmente esclusa in quanto politicamente discutibile. Tuttavia, l'esistenza di un'aristocrazia del lavoro, a un certo livello, è difficile da negare su qualsiasi base realistica. Un'indicazione di ciò è che uno studio dopo l’altro conferma che la dirigenza sindacale dell'AFL-CIO [American Federation of Labor e Congress of Industrial Organizations] degli Stati Uniti è storicamente orientata al sindacalismo d'impresa ed è strettamente legata al complesso militare-industriale. È stata complice dell'ordine costituito. La dirigenza dell'AFL-CIO ha lavorato con la CIA per tutto il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale per reprimere i sindacati progressisti in tutto il Sud del mondo, appoggiando i regimi più sfruttatori. Non c'è dubbio che, in questi e altri aspetti, lo strato superiore dei lavoratori (o i loro rappresentanti) si sia opposto opportunisticamente alle esigenze sia della maggioranza dei lavoratori degli Stati Uniti sia del movimento proletario mondiale nel suo complesso. In Europa, la leadership sindacale associata ai partiti socialdemocratici ha storicamente mostrato simili inclinazioni. La schiacciante “bianchezza” della leadership della maggior parte dei sindacati dei paesi occidentali e il razzismo così evidente in essi contribuiscono ulteriormente a spiegare il sostegno reazionario alle politiche imperialiste da parte dei loro governi.[70]

Di fronte a tali contraddizioni storiche, un nuovo approccio alla negazione dell'imperialismo da parte della sinistra fu introdotto da Geometria dell'imperialismo (1978) di Arrighi, che nonostante il titolo, cercò di usare il concetto di egemonia (parte della teoria dell'imperialismo) per sostituire il concetto di imperialismo nel suo complesso, riducendolo ai suoi aspetti geopolitici ed evitando la questione dello sfruttamento economico internazionale. Per Arrighi, le vecchie teorie dell'imperialismo, a partire da quella di Lenin, erano "obsolete". Ciò che rimaneva era un sistema-mondo, costituito da stati-nazione che si contendevano l'egemonia. In Il lungo XX secolo (1994), Arrighi si asteneva del tutto dal riferirsi al termine "imperialismo" in relazione al mondo del dopoguerra; abbandonando anche il concetto di capitale monopolistico tramite la neoclassica teoria dei costi di transazione.[71]

Ma furono gli effetti combinati della caduta del Muro di Berlino – e la successiva ondata di globalizzazione dopo il 1989 – con la spinta aggressiva di Washington verso un ordine unipolare, che hanno portato la sinistra a negare, molto più apertamente, l'imperialismo. Ironicamente, in un momento in cui i liberali celebravano un nuovo "nudo imperialismo", gran parte della sinistra globale ha abbandonato ogni nozione critica della teoria dell'imperialismo, offrendo persino, in alcuni casi, sostegno all'ideologia del nuovo impero.[72] In questo modo, l'egemonia ideologica esercitata dal capitale sulla sinistra occidentale è stata messa in piena evidenza.[73] In Whatever Happened to Imperialism?, del 1990, Prabhat Patnaik suggerì che «il silenzio assordante» sull'economia politica dell'imperialismo tra i marxisti europei e statunitensi negli anni '80 e '90 – che costituiva una netta rottura con gli anni '60 e '70 – non era il prodotto di un ampio dibattito teorico all'interno del marxismo. Piuttosto, potrebbe essere attribuito al «rafforzamento e consolidamento stesso dell’imperialismo».[74]

Un esempio dell'arretramento della sinistra occidentale dalla teoria dell'imperialismo è stato Impero di Michael Hardt e Antonio Negri, pubblicato dalla Harvard University Press nel 2000 e lodato da tutti i media dominanti degli Stati Uniti, tra cui il New York Times, Time e Foreign Affairs. Adottando una prospettiva esplicita di "mondo piatto" non del tutto dissimile da quella che fu poi promossa dal giornalista del New York Times Thomas L. Friedman, nel suo lavoro del 2005, The World Is Flat, Hardt e Negri sostenevano che l'imperialismo gerarchico di un tempo era stato ormai sostituito dallo «spazio liscio del mercato mondiale capitalista». «Non era più possibile», dichiararono, «demarcare ampie zone geografiche come centro e periferia, Nord e Sud». In effetti, «l'imperialismo», si spingevano ad affermare, «crea in realtà una camicia di forza per il capitale» interferendo con le propensioni del capitalismo al mondo piatto. Hardt e Negri avrebbero dato alla loro idea di un ordine globale-costituzionale regolamentato, modellato sugli Stati Uniti, ma allo stesso tempo decentrato e deterritorializzato, il nome di “Impero”, per distinguerlo dall’imperialismo.[75]

Il lavoro di Hardt e Negri ha contribuito a ispirare il geografo marxista David Harvey nel suo The New Imperialism, del 2003. Qui, Harvey ha reindirizzato la teoria dell'imperialismo attraverso il concetto marxiano di "espropriazione originaria" (o "cosiddetta accumulazione primitiva"), ribattezzandola «accumulazione per espropriazione».[76] L'espropriazione, associata alla rapina o alla spoliazione, piuttosto che allo sfruttamento interno al processo economico, è diventata l'essenza del "nuovo imperialismo". Il ruolo dello sfruttamento, presente nella teoria dell'imperialismo di Lenin – e che lo collegava direttamente al capitalismo monopolistico – è stato messo da parte nell'analisi di Harvey e ha portato a fantasticare un “New Deal” imperialista, o una rinnovata politica di buon vicinato come soluzione al conflitto internazionale. Questa visione non riusciva a vedere l'imperialismo come dialetticamente connesso al capitalismo, e come fondamentale per tale sistema quanto la ricerca del profitto stesso.[77]

Sebbene sia spesso stato definito come uno dei principali teorici dell'imperialismo, Harvey ha esplicitamente abbandonato il nocciolo della teoria sviluppata da Lenin, da Mao e dai teorici della dipendenza, dello scambio ineguale e del sistema-mondo, classificando l'intera tradizione, quasi secolare, come visione della "sinistra tradizionale". Harvey ha invece presentato la sua prospettiva come affine a quella di Impero, di Hardt e Negri, che a suo dire, ha posto «una configurazione decentrata dell'impero, che ha molte nuove qualità postmoderne».[78] Nella misura in cui dipendeva ancora dalla teoria marxista classica dell'imperialismo, questa sua prospettiva si basava sulla nozione di imperialismo, formulata da Rosa Luxemburg, come conquista ed espropriazione di settori non capitalistici, soprattutto nelle aree esterne. Questo forniva così nuovi mercati per sostenere l'accumulazione, che veniva poi assorbita nel sistema capitalista complessivo. L'imperialismo, in questa visione, costituiva una realtà auto-annichilente. Sebbene la rinnovata attenzione all'espropriazione da parte di Harvey sia stata importante, l'inserimento di questa visione – che sminuiva il ruolo dello sfruttamento internazionale – rappresentava un passo indietro.[79]

Con The Enigma of Capital, pubblicato nel 2010, Harvey andò oltre, sostenendo che si era verificato uno «spostamento senza precedenti» che aveva «invertito il drenaggio di ricchezza proveniente dall’Asia orientale, sud-orientale e meridionale verso l’Europa e il Nord America, che si verificava dal XVIII secolo, un drenaggio che Adam Smith aveva segnalato con rammarico nel suo La ricchezza delle nazioni ... [Questo] ha alterato il centro di gravità dello sviluppo capitalista».[80] A sostegno di questa tesi c'è un rapporto, del 2008, del National Intelligence Council degli Stati Uniti su Global Trends 2025, che prevedeva un mondo più multipolare. Ma se da un lato quel rapporto prevedeva che le economie asiatiche avrebbero continuato a crescere più velocemente di quelle degli Stati Uniti e dell’Europa fino al 2025, in linea con il declino dell’egemonia statunitense e la crescente multipolarità, dall'altro non indicava ciò che Harvey definiva un’«inversione» nei flussi di capitale a livello globale, tanto meno un’inversione dello storico drenaggio di capitale da Est/Sud a Ovest/Nord.[81]

La recente stima di Hickel e dei suoi colleghi (già citata) di 18,4 trilioni di dollari di valore sottratti nel 2021 dal Nord globale al Sud globale nel processo di scambio ineguale – oltre alle centinaia di miliardi di dollari di trasferimento annuale di risorse finanziarie dai Paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati, che ammontano, solo nel 2012, secondo l'UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), a 977 miliardi di dollari – rende chiaro che nello storico drenaggio di capitale, la nozione di «inversione» formulata da Harvey è infondata. Secondo uno studio di Matteo Crossa, il trasferimento di valore attraverso lo scambio ineguale nel settore manifatturiero dell'esportazione dal Messico agli Stati Uniti, è stato di 128 miliardi di dollari nel solo 2022.[82]

Nel 2014, Harvey non ha inserito l'"imperialismo" nel suo Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo. Nel 2017, ha annunciato che «l'imperialismo» dovrebbe essere visto come «una sorta di metafora, piuttosto che qualcosa di reale».[83] Un anno dopo, ha proseguito affermando di preferire l'approccio geometrico del sistema-mondo di Arrighi che «abbandona il concetto di imperialismo (o, se vogliamo, la rigida geografia di centro e periferia stabilita nella teoria dei sistemi-mondo) in favore di un'analisi più aperta e fluida delle egemonie mutevoli all'interno del sistema mondiale».[84] In questo modo, l'analisi del "nuovo imperialismo" di Harvey, che, fin dall'inizio, era stata progettata per abbandonare gran parte della teoria marxista classica dell'imperialismo, si è integrata con l'analisi geopolitica mainstream, escludendo le nozioni di centro-periferia, Nord-Sud e qualsiasi concezione coerente di imperialismo economico.

Lo storico e sociologo canadese Moishe Postone, oggi più noto per il suo Time, Labor and Social Domination (1993), nel 2006 ha esposto un'analisi che criticava duramente la teoria e la politica anti-imperialiste. «Molti di coloro che si opponevano alle politiche americane» in Medio Oriente e altrove, ha scritto
hanno fatto ricorso a... inadeguati e anacronistici quadri concettuali e posizioni politiche "anti-imperialiste". Al centro di questo neo-anti-imperialismo c'è una concezione feticistica dello sviluppo globale, ovvero una interpretazione concretistica di processi storici astratti in termini di agenti politici. Il dominio astratto e dinamico del capitale, come quello degli Stati Uniti o, in alcune varianti, come quello degli Stati Uniti e di Israele, è stato feticizzato a livello globale... L'articolo evidenzia la sovrapposizione di concezioni feticizzate del mondo e suggerisce che tali concezioni hanno conseguenze molto negative per la costituzione, oggi, di un'adeguata politica antiegemonica. Questo risvegliato manicheismo, che è in contrasto con altre forme di anti-globalizzazione... non è adeguato al mondo contemporaneo e, in alcuni casi, può addirittura servire come ideologia legittimante per quelle che cento anni fa sarebbero stato definite rivalità imperialiste.[85]
Ma poiché gli Stati Uniti costituiscono indiscutibilmente il centro egemonico del capitale monopolistico-finanziario globale, impegnato ora in una guerra permanente nel Sud globale, l'affermazione di Postone, secondo cui una prospettiva che si concentra su ciò è "feticistica", finisce in un labirinto di contraddizioni da cui non può uscire.[86] L'idea che la politica anti-imperialista debba essere sostituita da una politica antiegemonica e anti-globalizzazione, si espone all'accusa di feticizzare una globalizzazione astratta, perdendo di vista l'intera realtà storica dell'imperialismo fino ai giorni nostri.

I più recenti sviluppi della negazione della teoria dell'imperialismo da parte della sinistra eurocentrica occidentale, oggi estesa anche alle critiche della sinistra anti-imperialista, sono stati strettamente paralleli ai cambiamenti dell'ordine globale, associati al declino dell'egemonia statunitense. Dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2009 e la continua ascesa della Cina, Barack Obama ha istituito il suo "Pivot to Asia". A ciò ha fatto seguito la Nuova Guerra Fredda contro la Cina avviata dall'amministrazione di Donald Trump e portata avanti dall'amministrazione di Joe Biden. Washington ha fatto ricorso a un maggiore uso del potere finanziario degli Stati Uniti per implementare sanzioni massicce ai paesi considerati estranei e in contrasto con il potere degli Stati Uniti. Questa situazione è stata accentuata dall'inizio della guerra Ucraina-Russia (o guerra per procura NATO-Russia) nel 2022. Di conseguenza, i punti di vista sull'imperialismo di vari pensatori di sinistra sono stati radicalmente riconfigurati e li portò a un più esplicito abbandono della tradizionale critica dell'imperialismo.

È in questo contesto storico che Chibber, in un'intervista del 2022 su Jacobin, ha scelto apertamente di rifiutare tutti gli elementi fondamentali della teoria dell'imperialismo di Lenin. Ha esordito sostenendo che «l'imperialismo deve essere distinto dal capitalismo». Inoltre ha dichiarato che la nozione di Lenin, di imperialismo come capitalismo monopolistico, era «errata», in quanto «alla fine del ventesimo secolo e all'inizio del ventunesimo, non c'era una tendenza al monopolio di natura sistemica». In questo caso, l'attacco di Chibber al concetto stesso di capitale monopolistico ha rivelato la sua ignoranza dell'enorme crescita della concentrazione e centralizzazione del capitale negli ultimi decenni, associata a successive ondate di fusioni che hanno portato a un continuo aumento del potere monopolistico e alla centralizzazione della finanza. Nel 2012, le prime duecento imprese (tutte corporation) degli Stati Uniti, su un totale di 5,9 milioni di corporation, 2 milioni di società di persone, 17,7 milioni di imprese individuali non agricole e 1,8 milioni di imprese individuali agricole, rappresentavano circa il 30% dei profitti lordi degli Stati Uniti, e questa quota è in rapido aumento. I ricavi delle prime cinquecento corporation globali equivalgono oggi a circa il 35-40% del reddito mondiale totale.[87] Nel 2020, le transazioni delle Global Value Chain (GVC) [catene globali del valore] da parte di multinazionali, rappresentavano la maggior parte del commercio mondiale. L'«intensificazione delle GVC» di un paese, secondo la Banca Mondiale, aumenta nella misura in cui le esportazioni del paese incorporano input importati da altri paesi. Come spiegato nel The World Development Report 2020: Trading for Development in the Age of Global Value Chains, «i maggiori contributori [del mondo] all'intensificazione delle GVC [nel 1990-2015] sono stati Germania, Stati Uniti, Giappone, Italia e Francia», con il Regno Unito non molto distante. Al centro delle catene globali del valore del mondo ci sono quindi le stesse grandi potenze imperiali (sede di imprese monopolistiche globali) dei tempi di Lenin.[88]

Dopo aver scartato la nozione di capitale monopolistico, Chibber è in grado di eliminare qualsiasi nozione coerente di sfruttamento internazionale o imperialismo. «I flussi internazionali di capitale non costituiscono imperialismo», scrive, «quello è solo capitalismo», come se l'imperialismo fosse completamente separato dalle leggi economiche del movimento del capitalismo. La teoria di Lenin, ci viene detto, era politica piuttosto che economica, basata principalmente sulla «competizione tra stati». Inoltre, l'analisi di Lenin era fatalmente «sbagliata» anche sotto altri aspetti. Così, l'analisi di Lenin (insieme a quella dei successivi leninisti), ci viene detto, era lineare e stadiale, con tutti i paesi che dovevano passare attraverso «uno stadio capitalista», una posizione, tuttavia, che, come abbiamo visto, Lenin rifiutava esplicitamente. Peggio ancora, la critica di Lenin all'imperialismo includeva la nozione di aristocrazia operaia, che, secondo Chibber, «non ha alcun significato per un'analisi generale del capitalismo del Nord o globale».[89]

Secondo Chibber, «l’anti-imperialismo» può essere definito come qualsiasi «azione collettiva nel tuo [proprio] paese contro il militarismo e l'aggressione del tuo [proprio] governo contro altri paesi». Ciò costituisce una definizione puramente nazional-politica, separata sia dall’internazionalismo proletario sia da qualsiasi resistenza diretta alle leggi del movimento del capitalismo stesso nella sua fase di monopolio. Ne consegue, secondo questa definizione, che l’anti-imperialismo è una lotta nazionale contro una politica aggressiva e militarista, piuttosto che un’opposizione all’imperialismo come sistema. Nel complesso, conclude Chibber, si è passati da «un mondo leninista a un mondo kautskiano». Quindi, l’imperialismo deve essere visto in termini kautskiani come una mera politica nazionale, che comprende l’unità dei paesi al centro del sistema e scollegata dalla questione dello sfruttamento mondiale.[90] Non sorprende, quindi, che nel libro di Chibber del 2022, The Class Matrix, incentrato sulla classe nella società capitalista avanzata, non vi sia alcun trattamento dell'imperialismo, del capitalismo monopolistico o addirittura del militarismo.[91]

In modo simile, Robinson nel capitolo, Beyond the Theory of Imperialism, del suo libro del 2018 Into the Tempest, afferma che: «L'immagine classica dell'imperialismo come relazione di dominio esterno è ormai superata... La fine dell'espansione del capitalismo è la fine dell'era imperialista del capitalismo mondiale. Il sistema conquista ancora spazio, natura ed esseri umani... Ma non è l'imperialismo nel vecchio senso di capitali nazionali rivali, o la conquista da parte di stati centrali di regioni precapitaliste» che dovrebbe essere oggetto di analisi oggi. È invece necessaria una teoria del capitalismo globale che sposti tutto questo, concentrandosi principalmente sul cambiamento delle "dinamiche territoriali".[92]

Più recentemente, negli articoli, The Unbearable Manicheanism of the ‘Anti-Imperialist’ Left, e The Travesty of Anti-Imperialism, Robinson ha cercato di sostituire l'imperialismo con la sua idea di un capitalismo completamente globalizzato, governato da una classe capitalista transnazionale. Prendendo di mira figure come Vijay Prashad del Tricontinental Institute, Robinson critica qualsiasi nozione di sfruttamento del Sud globale o "ex Terzo Mondo", da parte del Nord globale. Contestando in generale la teoria marxista dell'imperialismo, egli sostiene che una nazione non può sfruttare un'altra nazione.[93] «Per imperialismo», afferma Robinson, intendiamo solo «l'espansione violenta del capitale verso l'esterno, con tutti i meccanismi politici, militari e ideologici che questo comporta». La teoria dell'imperialismo di Lenin, sostiene, aveva la sua «essenza» nella «rivalità... delle classi capitalistiche nazionali» e non nella lotta per lo sfruttamento delle nazioni della periferia del mondo capitalista, ciò che Lenin stesso, contrariamente a Robinson, definiva come «l'essenza economica e politica dell'imperialismo». [94]

Per Robinson, le condizioni del capitalismo globale sono oggi così alterate che non c'è alcuna relazione con la «struttura precedente in cui il capitale coloniale metropolitano semplicemente [!] travasava il plusvalore dalle colonie e lo depositava nelle casse coloniali». È vero che gli Stati Uniti si impegnano in interventi militari nel mondo: «se vogliamo chiamare questo imperialismo», allora «va bene», ma non dobbiamo confonderlo con la tradizionale teoria marxista dell'imperialismo come sfruttamento internazionale.[95]

Allo stesso modo, Gilbert Achcar, professore al SOAS (School of Oriental and African Studies) presso la University of London, ha pubblicato nel 2021 un articolo su The Nation intitolato, How to Avoid the Anti-Imperialism of Fools. Qui accusava l'intera sinistra anti-imperialista di "campismo", ovvero di fedeltà a un campo o blocco particolare, nella misura in cui si opponeva inequivocabilmente all'imperialismo ibrido (economico, militare, finanziario e politico) diretto dagli Stati Uniti e dai loro alleati della triade contro i paesi del Sud globale. Quei socialisti che si sono fermamente uniti ai popoli della periferia per principio e contro tutti gli interventi militari e le sanzioni economiche, sono stai accusati di fare in tal modo una «apologia dipinta di rosso dei dittatori». Allo stesso tempo, Achcar ha indicato qui e altrove che è del tutto appropriato, a suo avviso, per “anti-imperialisti progressisti” sostenere l’intervento militare delle potenze imperialiste occidentali, a favore di un cambiamento di regime, come nel caso dell’intervento in Libia del 2011, se questo è destinato ad aiutare sul campo i movimenti presunti progressisti.[96]

Le sinistre occidentali, solitamente socialdemocratiche, hanno rivolto dure critiche a Cuba e al Venezuela postrivoluzionari per i loro presunti fallimenti morali, politici ed economici. Tali accuse vengono mosse al di fuori di qualsiasi contesto politico significativo, basandosi principalmente sull'accettazione acritica di resoconti propagandistici dei media statunitensi ed europei, ignorando in gran parte gli enormi successi di questi stati. Le critiche non tengono conto del fatto che entrambe le nazioni sono attualmente sottoposte alle più severe forme di guerra d'assedio internazionale mai sviluppate. I blocchi economici e le sanzioni finanziarie sono progettati per negare a queste società anche il cibo e le medicine più essenziali, abbinati a periodici tentativi di colpo di stato, tutti progettati dalla CIA e dalla Casa Bianca. Tuttavia, la piena portata del ruolo degli Stati Uniti è bypassato da una sinistra che sembra operare secondo le regole di quello che l'Hoover Institution chiamava «imperialismo democratico».[97]

Alcuni critici della sinistra anti-imperialista oggi prendono di mira Samir Amin, sostenendo che il distacco dall'imperialismo non può avvenire, nemmeno, secondo l'accezione di Amin, di creazione di un «mondo più policentrico» non più dominato dalle metropoli imperiali dell'economia globale. Non ci sono dubbi che oggi stia emergendo un mondo più multipolare. Tuttavia, Jerry Harris, segretario organizzativo della GSA (Global Study Association), ha sostenuto in un'intervista condotta da Bill Fletcher (sindacalista di lunga data e membro del consiglio esecutivo della GSA), che il passaggio a un mondo multipolare è impossibile nell'attuale capitalismo completamente globalizzato o transnazionale, governato da una classe capitalista transnazionale. Secondo questa visione, che è identica a quella di Robinson, non c'è via d'uscita dall'attuale ordine mondiale poiché non ci sono più vere divisioni imperialiste o stati nazionali autonomi (eccetto forse alcuni Paesi rinnegati, e quindi non c'è alcuna possibilità al di fuori della totalità del capitalismo globale.[98] Qui, l'analisi dei teorici del capitale transnazionale di sinistra non riesce a comprendere che il capitale, per quanto si globalizzi, non è in grado di costituire uno stato globale. Quindi, non può esserci una classe capitalista veramente globale o uno stato capitalista transnazionale. Il sistema del capitale, come ha osservato István Mészáros, è intrinsecamente centrifugo e antagonista a livello globale, inevitabilmente diviso in stati-nazione in competizione. La natura di questa contraddizione si manifesta oggi con il vano tentativo degli Stati Uniti di creare un sistema unipolare attorno a se stessi, anche quando la loro egemonia si affievolisce, indicando la fase più letale dell'imperialismo.[99]

Un altro sviluppo teorico caratteristico della sinistra eurocentrica occidentale è stato l'adozione in forma ridotta della teoria dell'imperialismo di Lenin, vista come un semplice modello di conflitto interimperialista orizzontale tra grandi potenze. In questo caso, la Cina e la Russia sono rappresentate come un unico blocco (sebbene rappresentino sistemi politico-economici molto diversi), impegnato in una rivalità imperialista con la triade Stati Uniti, Europa e Giappone. I paesi di medio livello o semiperiferici del Sud globale entrano nel quadro come potenze "subimperialiste", un concetto introdotto per la prima volta da Marini nel contesto della 'teoria della dipendenza', ma ora utilizzato in un modo molto diverso.[101] L'imperialismo, in questa nuova visione, non è più associato principalmente al ruolo di sfruttamento globale da parte delle grandi potenze imperiali, come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e Giappone, che, costituendo il centro del sistema mondiale capitalista, hanno dominato la storia secolare dell'imperialismo. La caratterizzazione degli stati imperialisti viene estesa anche alle economie semiperiferiche ed emergenti, classificate ora come imperialiste o subimperialiste, nel senso di considerare l'imperialismo soprattutto in termini orizzontali piuttosto che verticali.

Secondo Ashley Smith, caporedattore della rivista Spectre, che scrive per Tempest, gli Stati Uniti «sono in competizione», non solo con la Cina e la Russia e i loro alleati, ma anche con «stati subimperiali come Israele, Iran, Arabia Saudita, India e Brasile».[102] (L’idea che gli Stati Uniti siano in competizione con Israele sorprenderà senza dubbio alcuni!) Eppure, come ha affermato in modo convincente l’economista marxista Michael Roberts,
Dubito che il sub-imperialismo ci aiuti a comprendere il capitalismo contemporaneo. Indebolisce la demarcazione tra il blocco imperialista centrale e la periferia dei paesi dominati. Se ogni paese è «un po' imperialista»... [il concetto di imperialista] inizia a perdere la sua validità come concetto utile. I cosiddetti paesi sub-imperialisti non ricevono grandi e duraturi trasferimenti di valore e risorse dalle economie più deboli. Nel nostro lavoro [Roberts e Guglielmo Carchedi] sull'imperialismo e nel lavoro empirico di altri, questa struttura gerarchica del trasferimento di valore non viene riscontrata. India, Cina e Russia trasferiscono al blocco imperialista quantità di valore molto più grandi rispetto al Sud America. Prendiamo in considerazione i BRICS, i migliori candidati per essere "sub-imperialisti". Non ci sono prove di trasferimenti di valore significativamente grandi e duraturi da economie più deboli e/o vicine.[103]
Oggi, l'argomentazione interimperialista si basa sulla presentazione della Repubblica Popolare Cinese come una potenza imperialista (e apertamente capitalista) nello stesso senso degli Stati Uniti, ignorando il ruolo del "socialismo con caratteristiche cinesi" e l'intera strada cinese verso lo sviluppo, così come i processi di scambio ineguale. Robinson fa un passo avanti, non solo sostenendo con fervore che la Cina è imperialista, ma anche unendosi al New York Times nel mettere in discussione l'integrità di alcuni di coloro che si trovano nella sinistra anti-imperialista, come Prashad e il Tricontinental Institute for Social Research, che esprimono solidarietà con la Cina come paese in via di sviluppo post-rivoluzionario, allineato con il Sud del mondo contro l'imperialismo.[104]

Tuttavia, i tentativi da parte della sinistra occidentale eurocentrica di definire la Cina imperialista non possono trovare altra base che la rapida crescita economica della Cina, le sue crescenti esportazioni di capitali, le misure adottate per rafforzare la propria sicurezza regionale (a fronte dell’accerchiamento da parte delle basi militari e delle alleanze statunitensi) e la messa in discussione dell'ordine imperiale basato sulle regole, sotto il dominio degli Stati Uniti e dell'Occidente. Pierre Rousset in International Viewpoint dichiara che «non esiste grande potenza capitalista che non sia imperialista. La Cina non fa eccezione». Ma il suo tentativo di fornire esempi concreti di ciò, per quanto riguarda la Cina, si riduce a insignificanza se messo a confronto con il sistema mondiale imperialista comandato dagli Stati Uniti e dalla triade nel suo complesso. Così, siamo portati a credere che la Cina sia imperialista, poiché «occupa un significativo spazio marittimo» nella sua regione; governa Hong Kong (non più colonia britannica ma restituita alla Cina); interferisce in altri paesi tramite la sua 'Via della seta', volta a promuovere lo sviluppo economico; e si sa che in alcune occasioni ha utilizzato il debito come mezzo di leva politico-economica.[105]

Ancora più difficile, per chi cerca di caratterizzare la Cina come imperialista in senso classico, è il fatto che la politica estera cinese – invece di unirsi all'ordine imperiale basato su regole e dominato dagli Stati Uniti, o di sostituirlo con quello che potrebbe essere considerato un nuovo ordine imperialista – è stata orientata a promuovere l'autodeterminazione delle nazioni, opponendosi alla geopolitica dei blocchi e agli interventi militari. La triplice 'Iniziativa per la sicurezza globale', 'Iniziativa per lo sviluppo globale' e 'Iniziativa per la civiltà globale' di Pechino, costituiscono insieme le principali proposte per la pace mondiale nella nostra era.[106] La Repubblica Popolare Cinese ha poche basi militari all'estero, non ha effettuato alcun intervento militare all'estero e non si è impegnata in alcuna guerra se non in relazione alla difesa dei propri confini.

Contrariamente a quanto ha suggerito Harvey, la Cina non si è appropriata del surplus economico generato negli Stati Uniti. Anzi, è vero il contrario. Il basso costo unitario del lavoro delle merci prodotte nel Sud globale ha portato ad un aumento dei margini di profitto lordo per le multinazionali del centro del sistema, le cui merci sono prodotte in Cina e in altri Paesi in via di sviluppo e poi esportate per essere consumate nel Nord globale, dove il prezzo finale di vendita delle merci è molte volte superiore al prezzo di esportazione delle merci nei Paesi produttori. Come ha mostrato Minqi Li, nel 2017 la Cina ha registrato una perdita netta di lavoro nel commercio estero («calcolata come il lavoro totale incorporato nei [suoi] beni e servizi esportati meno il lavoro totale incorporato nei [suoi] beni e servizi importati»), pari a quarantasette milioni di anni-lavoro; mentre gli Stati Uniti hanno registrato un guadagno netto di lavoro nello stesso anno di sessantatré milioni di anni-lavoro.[107] La Cina si è sviluppata rapidamente, in queste circostanze di supersfruttamento internazionale, grazie alla sua apertura al mercato mondiale, alla leva del suo potente settore statale, a un approccio relativamente pianificato allo sviluppo e ad altri fattori chiave. Allo stesso tempo, gran parte del surplus generato nel settore manifatturiero-export della sua economia è stato drenato, riempiendo le casse delle multinazionali con sede nel centro dell'economia mondiale. Attualmente, il reddito pro capite degli Stati Uniti è 6,5 volte quello della Cina. In questo aspetto fondamentale, la Cina è ancora in gran parte un paese in via di sviluppo.[108]

Tutto ciò non significa negare che la Cina sia emersa come una grande potenza economica e che, in virtù delle sue dimensioni e della sua dinamica di crescita interna, minaccia l'egemonia globale degli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda la produzione economica vera e propria. Tuttavia, gli Stati Uniti e la triade nel suo complesso – le grandi potenze imperiali al centro del sistema mondiale capitalista – mantengono ancora (anche se in rapida diminuzione) l'egemonia tecnologica, finanziaria e militare in tutto il mondo e continuano a fare affidamento sull'estrazione netta di surplus economico dal Sud globale.

In netto contrasto con la Cina, gli Stati Uniti, nel corso della loro storia sono intervenuti militarmente in 101 paesi, in alcuni dei quali più volte. A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, hanno portato a termine centinaia di guerre/interventi militari/colpi di stato in cinque continenti. Questi interventi hanno subito un’accelerazione dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda. Oggi, nel contesto di una Nuova Guerra Fredda, Washington sta espandendo la sua catena di alleanze militari, esplicitamente mirate ad assicurare la sua preminenza militare in ogni regione del mondo. Gli Stati Uniti hanno 902 basi militari all'estero (di cui circa quattrocento circondano la Cina stessa). Il Regno Unito, che agisce come socio minore, ha invece 145 basi militari all’estero.[109]

Un articolo del luglio 2024 intitolato The ‘Multipolar World’: A Euphemism to Support Multiple Imperialisms, scritto da Frederick Thon Ángeles e dai suoi colleghi, pubblicato sulla rivista The Call dei Democratic Socialists of America, accusa gli anti-imperialisti che esprimono simpatia per la Cina e il Sud globale, di ripetere gli errori della Seconda Internazionale. Ci viene detto che «la sinistra che sostiene questo nuovo 'mondo multipolare' e che addirittura simpatizza con le nuove potenze imperialiste (Cina, Russia) o con i loro alleati [come Cuba e Venezuela], non sta facendo altro che ripetere gli errori della destra della socialdemocrazia nell'era delle guerre mondiali e dell'imperialismo della prima metà del ventesimo secolo». Coloro che sostengono un mondo policentrico o multipolare «distorcono i principi rivoluzionari del marxismo, in modo tale da allontanarli [la sinistra anti-imperialista] dalla lotta per il socialismo e aprire la strada alla guerra e alla distruzione».[110]

Qui la storia è stata completamente capovolta. Nessuno dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, che si unirono ai rispettivi stati in una guerra per la divisione del mondo, in particolare per lo sfruttamento delle colonie, simpatizzava con "i miserabili della terra".[111] Solo i bolscevichi in Russia, così come la piccola Lega di Spartaco formata da Luxemburg e Karl Liebknecht in Germania, si opposero alla Prima Guerra Mondiale e si schierarono con il mondo sottosviluppato. Seguire Lenin e Luxemburg non significa ripetere l'errore dei socialdemocratici della Seconda Internazionale. Piuttosto, la situazione è capovolta: schierarsi con le nazioni imperialiste contro i paesi sottosviluppati significa commettere un'offesa all'umanità simile a quella della maggior parte dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale. Stare con il Sud globale non può essere visto come una distorsione "dei principi rivoluzionari del marxismo". Il luogo della rivoluzione, per più di un secolo, è stata la periferia, non il centro, del mondo capitalista.

Assumere una posizione anti-imperialista non significa abbandonare la lotta di classe nel cuore delle nazioni capitaliste, anzi, è proprio il contrario. Come sosteneva Lenin, data l'ineluttabile realtà di un'aristocrazia operaia che costituisce lo strato superiore del movimento operaio nei paesi imperialisti, è necessario andare più a fondo per vedere la lotta esattamente nei termini di coloro che sono maggiormente oppressi dal capitalismo e dal colonialismo. Non è un caso che il movimento anti-imperialista negli Stati Uniti abbia sempre avuto le sue radici più profonde nella tradizione radicale nera, esemplificata all'inizio del ventesimo secolo da William E.B. Du Bois, e rappresentata oggi dalla Black Alliance for Peace. Razzismo e imperialismo sono sempre stati intrinsecamente legati tra loro, con il risultato che qualsiasi movimento anti-imperialista autentico è un movimento contro il capitalismo razziale.[112]

Commemorando Lenin nel centenario della sua morte, Ruth Wilson Gilmore ha sottolineato quanto la critica di Lenin all'imperialismo sia stata storicamente cruciale per la lotta radicale nera negli Stati Uniti. «Con ambizioni universali e internazionaliste, questo movimento [radicale nero] si è collegato e ha condiviso ispirazione e analisi con i movimenti di liberazione anti-imperialisti globali... La violenza organizzata dell'imperialismo continua a perseguitare la terra con i suoi residui carnosi e spettrali – il sottosviluppo accumulato – e nelle contemporanee profonde relazioni di potere ineguali che attraverso le élite spingono il valore verso l’alto, verso il "nord economico", ovunque risiedano i proprietari». Ovunque, le popolazioni indigene sono sempre state in prima linea nell'opposizione al colonialismo/imperialismo. Come ha spiegato Roxanne Dunbar-Ortiz in An Indigenous Peoples' History of the United States, le guerre coloniali genocide contro le popolazioni indigene degli Stati Uniti sono semplicemente confluite nell'imperialismo d'oltreoceano statunitense.[113]

Oggi, il sistema mondiale imperialista sta intensificando lo sfruttamento mondiale e ci sta portando sull'orlo dell'annientamento globale attraverso un'emergenza ecologica planetaria e la crescente probabilità di una guerra termonucleare senza limiti. In queste circostanze, per i pensatori di sinistra, affermare che l'anti-imperialismo sia il nemico significa sostenere l'imperialismo, la barbarie e lo sterminismo. Come ha detto Mariátegui, «Siamo anti-imperialisti perché siamo marxisti, perché siamo rivoluzionari, perché ci opponiamo al capitalismo con il socialismo», e perché rappresentiamo l'umanità mondiale nel suo insieme.

Note

* Termine di origine portoghese, utilizzato da Marx per indicare la classe della borghesia commerciale nelle regioni dell’Asia Orientale. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Comprador. N.d.T.

** Concetto coniato all’interno degli studi economico-sociali. In ambito produttivo delinking significa: disaccoppiamento del benessere dalla crescita economica, dalla produzione. N.d.T.

[1] L'opposizione alla prima guerra mondiale includeva il Partito socialista italiano e il Partito socialista d'America, insieme al Partito bolscevico di V.I. Lenin e alla Lega di Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Sulla relazione tra lo scioglimento della Seconda Internazionale e le controversie attuali, vedi Zhun Xu, "The Ideology of Late Imperialism: The Return of the Geopolitics of the Second International", Monthly Review 72, n. 10, 03.2021, pp. 1–20.

[2] V.I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, in Opere complete, vol. 22, Roma, Editori Riuniti, 1966, pp. 187-303. Utilizzando fase suprema nel sottotitolo, Lenin non negava l'esistenza di forme di imperialismo precedenti a questa fase storica. Piuttosto, stava evidenziando il fatto che negli ultimi anni del diciannovesimo secolo era sorta una fase completamente nuova, monopolistica o imperialista del capitalismo, che rappresentava una trasformazione qualitativa della produzione capitalista. Utilizzò il termine imperialismo per riferirsi simultaneamente sia a un fenomeno generico presente nell'intera storia del capitalismo sia a una fase storicamente specifica. Vedi Lenin, L'imperialismo, 259-260. Il libro di Lenin fu inizialmente sottotitolato L'ultima fase del capitalismo e in seguito cambiato in La fase suprema del capitalismo, in linea con quella che sembra essere stata la sua intenzione fin dall'inizio. Entrambi i sottotitoli, Ultima e Massima, lasciavano spazio all'emergere storico di fasi transitorie più degenerate del capitalismo durante il suo lungo declino e la sua caduta, un decadimento che Lenin riteneva fosse già iniziato. Sebbene Victor Kiernan sostenesse che il riferimento allo Stadio più Alto potesse essere visto come "implicazione" che questo fosse lo "stadio finale", era anche aperto a un'interpretazione più storicamente contingente. V.I. Lenin, Collected Works, Mosca, Progress Publishers, sd), immagine della copertina originale, pp. 192–93; Victor Kiernan, Marxism and Imperialism, Londra, Edward Arnold, 1974, p. 39.

[3] Tra le opere rappresentative che promuovono una o più di queste opinioni figurano: William I. Robinson intervistato da Frederico Fuentes, Capitalist Globalization, Transnational Class Exploitation and the Global Police State, Links, 19.10.2023; William I. Robinson, The Unbearable Manicheanism of the 'Anti-Imperialist Left, The Philosophical Salon, 07.08.2023; William I. Robinson, The Travesty of 'Anti-Imperialism', Journal of World-Systems Research 29, n. 2, 2023, pp. 587–601; William I. Robinson, Into the Tempest, Chicago, Haymarket, 2018, pp. 99–121; Vivek Chibber intervistato da Alexander Brentler, To Fight Imperialism Abroad, Build Class Struggle at Home, Jacobin , 16.10.2022; Gilbert Achcar, How to Avoid the Anti-Imperialism of Fools, The Nation, 06.04.2021; Jerry Harris intervistato da Bill Fletcher, Why Doesn’t the World Make Sense Any More?, Znetwork.org, 01.05.2024; Jerry Harris, Multi-Polarity: A New Realignment?, Against the Current, luglio-agosto 2024; Ashley Smith, As US-China Tensions Mount We Must Resist the Push Toward Interimperialist War, Truthout, 04.05.2023; David Harvey, A Commentary on A Theory of Imperialism, in Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, A Theory of Imperialism, New York, Columbia University Press, 2017, pp. 169, 171; Ho-fung Hung, Clash of Empires: From “Chimerica” to the “New Cold War”, Cambridge, Cambridge University Press, 2022; Ho-fung Hung, Rereading Lenin’s Imperialism at the Time of US-China Rivalry, Spectre, 10.12.2021, spectrejournal.com.

[4] Hung, Rereading Lenin’s Imperialism at the Time of US-China Rivalry; Hung, Clash of Empires, p. 62, 65.

[5] Robinson, Capitalist Globalization, Transnational Exploitation and the Global Police State.

[6] Karl Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, in Karl Marx, La miseria della filosofia, Roma, Editori Riuniti, 1976, p. 176.

[7] V.I. Lenin, L'mperialismo, pp. 299; V.I. Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, Opere complete , vol. 23, pp. 104.

[8] Chibber, To Fight Imperialism Abroad, Build Class Struggle at Home.

[9] Lenin, L'imperialismo e scissione del socialismo; V.I. Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodeterminazione (tesi), Opere complete, vol. 22, pp. 147–160; V.I. Lenin, Rapporto al secondo congresso di Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell’Oriente, Opere complete, vol. 30, pp. 130–140; V.I. Lenin, Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale, Opere complete, vol. 31, pp. 159–165; V.I. Lenin, Rapporto della Commissione sulle questioni nazionale e coloniale, Opere complete, vol. 31, pp. 228–233. Un utile opuscolo pubblicato in Cina include il secondo, il quarto e il quinto di questi saggi: V.I. Lenin, Lenin on the National and Colonial Questions: Three Articles, Pechino, Foreign Languages Press, 1975. L'Imperialismo, fase suprema del capitalismo di Lenin, come spiega Prabhat Patnaik, deve essere letto insieme agli scritti sopra citati «per un apprezzamento complessivo della sua teoria dell'imperialismo». (Prabhat Patnaik, Whatever Happened to Imperialism and Other Essays, Nuova Delhi, Tulika, 1995, p. 80.

[10] Per una breve analisi che tenga conto di questa parte della teoria complessiva di Lenin e sottolinei la sua relazione con lo sviluppo della teoria della dipendenza, vedi Claudio Katz, Dependency Theory After Fifty Years: The Continuing Relevance of Latin American Critical Thought, Boston, Brill, 2022, pp. 26–29.

[11] Lenin, L'imperialismo, p. 265-266;

[12] Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, pp. 266-267. Un diffuso errore economicistico commesso soprattutto dai teorici marxisti occidentali è stato quello di suggerire, senza alcun supporto reale, che Lenin vedesse l'imperialismo come un prodotto dell'esportazione di capitale, o che avesse la sua causa in una qualche teoria della crisi economica, o nel sottoconsumo o nella tendenza alla riduzione del tasso di profitto. Al contrario, lo stesso Lenin sosteneva che l'imperialismo fosse la fase monopolistica del capitalismo e che quindi fosse fondamentale per il sistema quanto la ricerca del profitto. Non aveva quindi bisogno di particolari spiegazioni economiche. Come scrisse Oskar Lange, «La ricerca di profitti monopolistici in eccesso [da parte del capitale monopolistico] è sufficiente a spiegare la natura imperialista del capitalismo odierno. Di conseguenza, le teorie speciali dell'imperialismo, che ricorrono a costruzioni artificiali, come la teoria di Rosa Luxemburg... sono del tutto inutili». (Oskar Lange, citato da Harry Magdoff in Imperialism: From the Colonial Age to the Present, New York, Monthly Review Press, 1978, p. 279). Per una critica della ristretta visione economicistica dell'opera di Lenin sull'imperialismo, vedi Prabhat Patnaik, Whatever Happened to Imperialism and Other Essays , pp. 80–101.

[13] Lenin, L'imperialismo, pp. 267-273; Karl Kautsky, Ultra-imperialism, New Left Review 1/59, gennaio–febbraio 1970, pp. 41–46; Paul A. Baran, The Political Economy of Growth, New York, Monthly Review Press, 1957, p. vii.

[14] Research Unit for Political Economy (RUPE), On the History of Imperialism Theory, Monthly Review 59, n. 7, dicembre 2007, p. 50.

[15] Lenin, Rapporto al secondo congresso di Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell’Oriente, p. 136.

[16] RUPE, On the History of Imperialism Theory, p. 43.

[17] Lenin, “La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione (Tesi)”, p. 149; Tom Lewis, “ Marxism and Nationalism, parte 1 ” International Socialist Review 14 (ottobre-novembre 2000), isreview.org.

[18] Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, pp. 112-113.

[19] Vedi Eric Hobsbawm, “Lenin and the ‘Aristocracy of Labor,’” Monthly Review 21, n. 11, aprile 1970, pp. 47–5

[20] Lenin, L'imperialismo, pp. 279.

[21] Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, p. 117.

[22] Lenin, Rapporto al secondo congresso di Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell’Oriente, 137.

[23] Lenin, Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale, p. 160, 163, 165.

[24] Lenin, Rapporto della Commissione sulle questioni nazionali e coloniali”, 228–233; V. I. Lenin, “Comments to the Second Congress of the Communist International on the National and Colonial Question,” Minutes of the Second Congress of the Communist International, Fourth Session, July 25, 1920, Marxists Internet Archive, marxists.org.

[25] MN Roy, “Tesi supplementari sulle questioni nazionali e coloniali”, verbali del secondo congresso dell’Internazionale comunista, 25 luglio 1920, Marxists Internet Archive; RUPE, “Sulla teoria della storia dell’imperialismo”, 44.

[26] Theses on the Eastern Question, Resolutions 1922, Fourth Congress of the Communist International, 1922.

[27] Theses on the Revolutionary Movement in the Colonies and Semi-Colonies, Sixth Congress of the Communist International, 1928.

[28] Mao Zedong, Analysis of the Classes in Chinese Society, marzo 1926, Marxists Internet Archive; RUPE, On the History of Imperialism Theory, pp. 46–50.

[29] Prabhat Patnaik, The Theoretical Significance of Lenin’s Imperialism, People’s Democracy, 21.01.2024.

[30] JJosé Carlos Mariátegui, Anti-Imperialist Viewpoint, First Latin American Communist Conference, June 1929, Marxists Internet Archive; José Carlos Mariátegui, An Anthology, Harry E. Vanden e Marc Becker, New York, Monthly Review Press, 2011.

[31] Vedi José Martí, Our America, New York, Monthly Review Press, 1977.

[32] Baran, The Political Economy of Growth.

[33] Sulla vita e l'opera di Baran, vedi John Bellamy Foster, introduzione a Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, The Age of Monopoly Capital: Selected Correspondence, 1949–1964, a cura di Nicholas Baran e John Bellamy Foster, New York, Monthly Review Press, 2017, pp. 13–48.

[34] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura sociale ed economico americana, Torino, Einaudi, 1968.

[35] Baran, The Political Economy of Growth, p. 162.

[36] David Christian, Maps of Time (Berkeley: University of California Press, 2004), 406–9, 435; Paul Bairoch, “Le principali tendenze nelle disparità economiche nazionali dalla rivoluzione industriale”, in Bairoch e Maurice Lévy-Leboyer, a cura di, Disparities in Economic Development since the Industrial Revolution (New York: St. Martin's Press, 1981), 7–8.

[37] Baran, The Political Economy of Growth, pp. 22–43.

[38] Baran, The Political Economy of Growth, p. 119.

[39] Baran, The Political Economy of Growth, pp. 140–161; Jon Halliday, Una storia politica del capitalismo giapponese (New York: Monthly Review Press, 1975), 17–18.

[40] Baran, The Political Economy of Growth, pp. 170, 195–98, 205, 214–58.

[41] Baran, The Political Economy of Growth, p. 184, 197.

[42] Baran, The Political Economy of Growth, p. 174.

[43] Baran, The Political Economy of Growth, p. 10.

[44] Vijay Prashad, The Darker Nations, New York, New Press, 2007, pp. 31–50. Parti di questo testo, e dei paragrafi successivi, si basano su: John Bellamy Foster, The Imperialist World System: Paul Baran's The Political Economy of Growth After Fifty Years, Monthly Review 59, n. 1, maggio 2007, pp. 1–16.

[45] Che Guevara, “Discorso alla conferenza afro-asiatica in Algeria”, 24 febbraio 1965, Marxists Internet Archive; “ Dichiarazione su Paul A. Baran ”, Monthly Review 16, n. 11 (marzo 1965): 107–8.

[46] Vedi in particolare Eduardo Galeano, Le vene aperte dell'America Latina, Segrate (Mi), Sperling & Kupfer, 1997; Walter Rodney, How Europe Underdeveloped Africa, Washington, DC, Howard University Press, 1981; originariamente pubblicato nel 1972; KT Fann e Donald Hodges, a cura di, Readings in US Imperialism, Boston, Porter Sargent, 1971; Ruy Mauro Marini, The Dialectics of Dependency, New York, Monthly Review Press, 2022, edizione originale, 1973.

[47] Andre Gunder Frank, Capitalism and Underdevelopment in Latin America, New York, Monthly Review Press, 1967.

[48] Samir Amin, Delinking: Toward a Polycentric World, Londra, Zed Books, 1990, pp. vii, xii, 62–66; Samir Amin, Accumulation on a World Scale, New York, Monthly Review Press, 1974; Samir Amin, Unequal Development, New York, Monthly Review Press, 1976; A Biographical Dictionary of Dissenting Economists , Samir Amin (nato nel 1931), Philip Arestis e Malcolm Sawyer (a cura di), Cheltenham, Edward Elgar, 2000, p. 1.

[49] Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange: A Study of the Imperialism of Trade, New York, Monthly Review Press, 1972. Emmanuel è noto anche per il suo articolo del 1972, “White-Settler Colonialism and the Myth of Investment Imperialism”. Il colonialismo era originariamente un concetto marxista, sviluppato in linea con Marx, Baran, Maxime Rodinson e altri. Arghiri Emmanuel, “White-Settler Colonialism and the Myth of Settler Colonialism,” New Left Review 1/73, maggio-giugno 1972, pp. 35-57; Maxime Rodinson, Israel: A Colonial Settler-State?, New York, Monad Press, 1973. Su Marx e il colonialismo, vedi Notes from the Editors, Monthly Review 75, n. 8, gennaio 2024. Per il trattamento riservato da Baran al colonialismo dei coloni bianchi, vedi Baran, The Political Economy of Growth.

[50] Samir Amin, Self-Reliance and the New Economic Order, Monthly Review 29, n. 3, luglio-agosto 1977, p. 6; Samir Amin, Lo Sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Torino, Einaudi, 1997; Samir Amin, Modern Imperialism, Monopoly Finance Capital, and Marx’s Law of Value, New York, Monthly Review Press, 2018.

[51] Amin, Delinking, pp. 33, 90–91, 157–58; Samir Amin, The Long Revolution of the Global South, New York, Monthly Review Press, 2019, pp. 401–2; Aijaz Ahmad, introduction to Samir Amin, Only People Make Their Own History, New York, Monthly Review Press, 2019, pp. 27–28.

[52] Vedi in particolare Oliver Cox, Capitalism as a System, New York, Monthly Review Press, 1964; Immanuel Wallerstein, The Modern World-System, Orlando, Florida, Academic Press Inc., 1974, pp. 2–13, 347–57; Immanuel Wallerstein, The Capitalist World-Economy, Cambridge, Cambridge University Press, 1979; Samir Amin, Giovanni Arrighi, Andre Gunder Frank e Immanuel Wallerstein, Dynamics of Global Crisis, New York, Monthly Review Press, 1982.

[53] Giovanni Arrighi, Geometria dell'imperialismo: i limiti del paradigma hobsoniano, Milano, Feltrinelli, 1978.

[54] Stephen Herbert Hymer, The International Operation of National Firms, Cambridge, Massachusetts, MIT Press, 1976; Stephen Herbert Hymer, The Multinational Corporation: A Radical Approach, Cambridge, Cambridge University Press, 1979; Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, Notes on The Multinational Corporation, Part I, Monthly Review 21, n. 5, ottobre 1969, pp. 1–13; Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, “ Notes on The Multinational Corporation, Part II, Monthly Review, novembre 1969, pp. 1–13.

[55] Joseph Needham, Within Four Seas: The Dialogue of East and West, Toronto, University of Toronto Press, 1969; Samir Amin, Eurocentrism, New York, Monthly Review Press, 1989, 2009; Edward Said, Orientalismo, Milano, Bollati Boringhieri, 1991; Edward Said, Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell'Occidente, Roma, Gamberetti Editrice, 1995. La questione dell'eurocentrismo nella teoria marxista fu affrontata da Mariátegui nel 1929 con Anti-Imperialist Viewpoint.

[56] Vedi, ad esempio, John Bellamy Foster e Brett Clark, Ecological Imperialism: The Curse of Capitalism, in Socialist Register 2004: The New Imperial Challenge, Leo Panitch e Colin Leys (a cura di), New York, Monthly Review Press, 2003, pp. 186–201.

[57] John Smith, Imperialism in the Twenty-First Century, New York, Monthly Review Press, 2016; Intan Suwandi, John Bellamy Foster e R. Jamil Jonna, Global Commodity Chains and the New Imperialism, Monthly Review 70, n. 10, marzo 2019, pp. 1–24; Intan Suwandi, Value Chains, New York, Monthly Review Press, 2019, pp. 1–24; Jason Hickel, Morena Hanbury Lemos e Felix Barbour, Unequal Exchange of Labour in the World Economy, Nature Communications 15, 2024; Jason Hickel, Christian Dorninger, Hanspeter Wieland e Intan Suwandi, Imperialist Appropriation in the World Economy: Drain from the Global South through Unequal Exchange, 1990–2019, Global Environmental Change 72, marzo 2022, pp. 1–13; Zak Cope, Divided World Divided Class, Montreal, Kersplebedeb, 2015; Mateo Crossa, Unequal Value Transfer from Mexico to the United States, Monthly Review 75, n. 5, ottobre 2023, pp. 42–53; Michael Roberts, Further Thoughts on the Economics of Imperialism, The Next Recession, 23.04.2024; John Bellamy Foster e Robert W. McChesney, The Endless Crisis, New York, Monthly Review Press, 2012.

[58] Marini, The Dialectics of Dependency, pp. 130–36; Smith, Imperialism in the Twenty-First Century, pp. 219–23.

[59] Hickel, Lemos e Barbour, Unequal Exchange of Labour in the World Economy; Phie Jacobs, Rich Countries Drain ‘Shocking’ Amount of Labor from the Global South, Science, 06.08.2024.

[60] Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, The Drain of Wealth: Colonialism Before the First World War, Monthly Review 72, n. 9, febbraio 2021, p. 15.

[61] United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), Topsy-Turvy World: Net Transfer of Resources from Poor to Rich Countries, Policy Brief n. 78, maggio 2020; Harry Magdoff, International Economic Distress and the Third World, Monthly Review 33, n. 11, aprile 1982, pp. 8–13; Robert Lucas, Why Doesn’t Capital Flow from Rich to Poor Countries?, American Economic Review 80, n. 2, maggio 1990, pp. 92–96.

[62] John Bellamy Foster, Naked Imperialism, New York, Monthly Review Press, 2006; John Bellamy Foster, John Ross, Deborah Veneziale e Vijay Prashad, Washington's New Cold War: A Socialist Perspective, New York, Monthly Review Press, 2022; John Bellamy Foster, The New Cold War on China, Monthly Review 73, n. 3, luglio-agosto 2021, pp.1–20.

[63] Paul M. Sweezy, Modern Capitalism and Other Essays, New York, Monthly Review Press, 1972, pp. 147–65.

[64] US Congressional Research Services, Instances of Use of United States Armed Forces Abroad, 1798–2023, 07.06.2023; David Michael Smith, Endless Holocausts, New York, Monthly Review Press, 2023.

[65] Bernard Semmel, Imperialism and Social Reform, Garden City, New York, Doubleday, 1960.

[66] Bill Warren, Imperialism and Capitalist Industrialization, New Left Review 181, 1973, pp. 4, 43, 48, 82; Karl Marx e Friedrich Engels, On Colonialism, New York International Publishers, 1972, pp. 81–87.

[67] Horace B. Davis, Nationalism and Socialism, New York, Monthly Review Press, 1967, pp. 59–73; Kenzo Mohri, Marx and ‘Underdevelopment,’ Monthly Review 30, no11, aprile 1979, pp. 32–43; Sunti Kumar Ghosh, Marx on India, Monthly Review 35, n. 8, gennaio 1984, pp. 39–153.

[68] Bill Warren, Imperialism: Pioneer of Capitalism, Londra, Verso, 1980, pp. 97–98. L'idea errata che anche Lenin vedesse l'imperialismo come pioniere dello sviluppo si può trovare in Albert Szymanski, The Logic of Imperialism, New York, Praeger, 1983, p. 40.

[69] Ad esempio, Geoffrey Kay, allora docente di economia all'Università di Londra, scrisse che, in base alla sua maggiore produttività (e all'enfasi sul plusvalore relativo), «il tasso di sfruttamento nei paesi avanzati è, in generale, più alto di quello del mondo sottosviluppato». Geoffrey Kay, The Economic Theory of the Working Class, New York, St. Martin's Press, 1979, p. 52. Vedi anche Ernest Mandel, Late Capitalism, Londra, Verso, 1975, p. 354; Charles Bettelheim, Appendix I, Theoretical Comments, in Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange, pp. 302–3044; Alex Callinicos, Imperialism and Global Political Economy, Londra, Polity, 2009, pp. 179–181; e Joseph Choonara, Unraveling Capitalism Londra, Bookmarks, 2009, pp. 34–35. Per una confutazione generale di tali opinioni, vedi Smith, Imperialism in the Twenty-First Century.

[70] Jeff Schuhrke, Blue-Collar Empire: The Untold Story of Labor’s Global Anticommunist Crusade, Londra, Verso, 2024; Kim Scipes, The AFL-CIO’s Secret War Against Developing Country Workers, Lanham, Maryland, Lexington Books, 2011; Paul Buhle, Taking Care of Business: Samuel Gompers, George Meany, Lane Kirkland, and the Tragedy of American Labor, New York, Monthly Review Press, 1999.

[71] Arrighi, La geometria dell'Imperialismo, pp. 171–73; Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, Il Saggiatore, 1994, nuova ed. 2014. Per una critica della teoria dei costi di transazione in questo contesto, vedi John Bellamy Foster, Robert W. McChesney e R. Jamil Jonna, Monopoly and Competition in Twenty-First Century Capitalism, Monthly Review 62, n. 11, aprile 2011, pp. 27–31.

[72] Per una critica dell’imperialismo umanitario, vedi Jean Bricmont, Humanitarian Imperialism, New York, Monthly Review Press, 2006.

[73] Sulla natura della sottomissione della sinistra all'egemonia ideologica del capitale per quanto riguarda l'imperialismo, vedi Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Roma-Bari, Laterza, 2017, rist. 2017.

[74] Prabhat Patnaik, Whatever Happened to Imperialism?, Monthly Review 42, n. 6, novembre 1990, p. 4.

[75] Michael Hardt e Antonio Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2003; John Bellamy Foster, Imperialism and 'Empire', Monthly Review 53, n. 7, dicembre 2001, pp. 1–9; Atilio A. Boron, Empire' and Imperialism: A Critical Reading of Michael Hardt and Antonio Negri, Londra, Zed, 2005; Losurdo, Il marxismo occidentale, 184; L'ipotesi del mondo piatto è stata ampliata da Friedman, il quale ha affermato in modo fuorviante che ciò era in accordo anche con Marx ed Engels. Thomas Friedman, Il mondo è piatto - Breve storia del ventunesimo secolo, Milano, Mondadori, 2007.

[76] David Harvey, The New Imperialism, Oxford, Oxford University Press, 2003, pp. 137–82. Sulla preferenza di Marx per l'espressione “espropriazione originaria” rispetto alla cosiddetta "accumulazione primitiva [originaria]” dell'economia politica classico-liberale, vedi Ian Angus, The Meaning of 'So-Called Primitive Accumulation', Monthly Review 74, n. 11, aprile 2023, pp. 54–58.

[77] Harvey, The New Imperialism, p. 209.

[78] Harvey, The New Imperialism, pp. 6–7, 137–40, 137–49; David Harvey, The Limits to Capital, Londra, Verso, 2006, pp. 427–445; Rosa Luxemburg, L'accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell'imperialismo, Torino, Einaudi, 1960.

[79] La teoria dell'accumulazione della Luxemburg si basava sull'idea che il capitalismo non potesse esistere come sistema autosufficiente e avesse bisogno di conquistare "mercati terzi" per riprodursi. Harvey, The New Imperialism, pp. 6–7,137–40, 137–49, 299; Harvey, The Limits to Capital, pp. 427–445; Luxemburg, L'accumulazione del capitale. Sulle differenze tra le teorie di Lenin e Luxemburg sull'imperialismo, vedi Magdoff, Imperialism: From the Colonial Age to the Present, pp. 263–273.

[80] David Harvey, The Enigma of Capital, Oxford, Oxford University Press, 2010, pp. 34–35; David Harvey, A Commentary on A Theory of Imperialism, pp. 169–171.

[81] US National Intelligence Council, Global Trends 2025, Washington, DC, US ​​Government Printing Office, novembre 2008, p. 4.

[82] Hickel, Lemos e Barbour, Unequal Exchange of Labour in the World Economy, pp. 15–17; Crossa, Unequal Value Transfer from Mexico to the United States, p. 50; UNCTAD, The Topsy-Turvy World.

[83] David Harvey citato in Salar Mohandesi, The Specificity of Imperialism, Viewpoint , 01.02. 2018.

[84] David Harvey, Realities on the Ground: David Harvey Replies to John Smith, Review of African Political Economy, 05.02.2018, roape.net.

[85] Moishe Postone, History and Helplessness: Mass Mobilization and Contemporary Forms of Anticapitalism, Public Culture 18, n. 1, 2006, pp. 96–97; Moishe Postone, Time, Labor, and Social Domination: A Reinterpretation of Marx’s Critical Theory, Cambridge, Cambridge University Press, 1996.

[86] L'argomentazione di Postone criticava siprattutto Noam Chomsky e Naomi Klein, concentrandosi sulle loro descrizioni del ruolo degli Stati Uniti e di Israele in Medio Oriente.

[87] Foster, McChesney e Jonna, Monopoly and Competition in Twenty-First Century Capitalism.

[88] World Bank, World Development Report 2020: Trading for Development in the Age of Global Value Chains, Washington, DC, International Bank for Reconstruction and Development, 2020, p. 15, 19, 26; Benjamin Selwyn e Dara Leyden, “World Development under Monopoly Capitalism, Monthly Review 73, n. 6, novembre 2021, pp. 21–24.

[89] Chibber, To Fight Imperialism Abroad, Build Class Struggle at Home.

[90] Chibber, To Fight Imperialism Abroad, Build Class Struggle at Home. L'analisi di Chibber segue la teoria di Kautsky sull'ultra-imperialismo, che separava il concetto di imperialismo da quello di sfruttamento mondiale. Vedi Anthony Brewer, Marxist Theories of Imperialism, Londra, Routledge, 1990, p. 130.

[91] Vivek Chibber, The Class Matrix, Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press, 2022.

[92] Robinson, Into the Tempest, pp. 99–121. Sulle debolezze empiriche della tesi del capitale transnazionale, vedi Samir Amin, Transnational Capitalism or Collective Imperialism?, Pambazuka News , 23.03.2011; Ha-Joon Chang, Things They Don't Tell You About Capitalism, New York, Bloomsbury, 2010, pp. 74–87; Ernesto Screpanti, Global Imperialism and the Great Crisis, New York, Monthly Review Press, 2014, pp. 57–58.

[93] Robinson, The Unbearable Manicheanism of the ‘Anti-Imperialist’ Left,; Robinson, Capitalist Globalization, Transnational Class Exploitation, and the Global Police State; Robinson, The Travesty of ‘Anti-Imperialism', p. 592.

[94] William I. Robinson, Il capitalismo globale e la crisi dell’umanità, Cambridge, Cambridge University Press, 2014, p. 126; Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, p. 113.

[95] Robinson, Capitalist Globalization, Transnational Class Exploitation, and the Global Police State.

[96] Gilbert Achcar, How to Avoid the Anti-Imperialism of Fools, The Nation, 06.04.2021; Roger D. Harris, Anti-Anti-Imperialism: Gilbert Achcar’s Leftist Imperialism with Caveats, Mint Press, 01.06.2021; Gilbert Achcar, Reflections of an Anti-Imperialist After Ten Years of Debate, New Politics, settembre 2021, newpol.org; Gilbert Achcar, Libya: A Legitimate and Necessary Debate from an Anti-Imperialist Perspective, Le Monde diplomatique, 28.03.2011, mondediplocom.

[97] Gabriel Hetland, Why Is Venezuela Spiraling Out of Control? NACLA, 15.04.2017, nacla.org; Jordan Woll, Jacobin Magazine Attacks Venezuela, Cuba, and TeleSur, Liberation News, 12.06.2017, liberationnews.org. In un recente articolo su Sidecar, una pubblicazione online associata a New Left Review, Gabriel Hetland non solo ripete le critiche estremamente distorte alle elezioni del 2024 in Venezuela da parte del sistema mediatico imperiale, ma indica chiaramente che la preoccupazione principale è «che le politiche socialdemocratiche» siano viste come «insostenibili nel ventunesimo secolo». Qualsiasi sostegno al Venezuela deve quindi essere abbandonato per il bene della politica socialdemocratica, nonostante siano riconosciute le sanzioni estreme da parte degli Stati Uniti, e i tentativi di colpo di stato. Gabriel Hetland, Fraud Foretold?, Sidecar, 21.08.2024. Per una visione alternativa, vedi Drago Bosnic, Venezuelan Presidential Election from a Serbian Observer's Perspective—Interview, BRICS Portal, 26.08.2024. Sull'"imperialismo democratico” vedi Stanley Kurtz, Democratic Imperialism: A Blueprint, Hoover Institution, 01.04.2003.

[98] Harris, Why Doesn’t the World Make Sense Any More?; Alessandro Borin, Michelle Mancini e Daria Taglioni, Measuring Countries and Sectors in GVC, World Bank Blog, 22.11.2021, worldbank.org

[99] István Mészáros, The Uncontrollability of Global Capital, Monthly Review 49, n. 9, febbraio 1998, p. 32; István Mészáros, Socialism or Barbarism, New York, Monthly Review Press, 2001, pp. 28–29. Robinson abbandona del tutto il regno della realtà nella sua teoria dello “stato capitalista transnazionale emergente”. Robinson, Global Capitalism and the Crisis of Humanity , pp. 65–69.

[100] Hung, Rereading Lenin’s Imperialism at the Time of U.S.-China Rivalry; Hung, Clash of Empires, p. 62, 65.

[101] Ruy Mauro Marini, Brazilian Sub-Imperialism, Monthly Review 23, n. 9, febbraio 1972, pp. 14–24.

[102] Ilya Matveev, We Live in a World of Growing Interimperialist Rivalries, Jacobin, maggio 2024; Ashley Smith, Imperialism and Anti-Imperialism Today, Tempest, 24.05.2024..

[103] Michael Roberts, 50 Years of Dependency Theory, The Next Recession, 04.11.2023; Guglielmo Carchedi e Michael Roberts, The Economics of Modern Imperialism, Historical Materialism 29, n. 4, 2021, pp. 23–69; Andrea Ricci, Unequal Exchange in the Age of Globalization, Review of Radical Political Economics 51, n. 2, 201).

[104] Scrivendo The Travesty of 'Anti-Imperialism', pubblicato su The Journal of World-Systems Research, Robinson ripete le calunnie mosse da organi di informazione istituzionali contro Prashad, tra cui The Daily Beast e New Lines Magazine - e più di recente, da quando l'articolo di Robinson è stato pubblicato per la prima volta, dal New York Times - che coinvolgono ingenti donazioni finanziarie a Tricontinental Institute for Social Research, di cui Prashad è direttore esecutivo. Le donazioni in questione provengono da Roy Singham, presidente del comitato consultivo internazionale di Tricontinental, figura di spicco con una lunga storia di attivismo anti-razziale/capitalista, anti-imperialista e socialista negli Stati Uniti e in tutto il mondo, che ha fatto fortuna nello sviluppo di software. Basandosi sulla Nuova Guerra Fredda con attacchi in stile McCarthy da parte di media corporativi contro Singham, per via delle sue simpatie verso il socialismo con caratteristiche cinesi, così come sul suo sostegno finanziario a Tricontinental e ad altre organizzazioni di sinistra in tutto il mondo, Robinson sostiene che Prashad «sembra essere politicamente compromesso» a causa dell'accettazione da parte di Tricontinental di donazioni fatte da Singham. È vero che, viste dal punto di vista imperialista, tali donazioni sono illegittime nella misura in cui sono in conflitto con gli obiettivi della Nuova Guerra Fredda di Washington. Tuttavia, l'accusa di Robinson, secondo cui Prashad è quindi "politicamente compromesso" non ha senso da un punto di vista anti-imperialista, dove l'accettazione di tali finanziamenti è del tutto in accordo con una critica fondamentale del sistema mondiale imperialista. Robinson, The Travesty of 'Anti-Imperialism', p. 592; A Global Web of Chinese Propaganda Leads to a US Tech Mogul, New York Times, 10.082023; Vijay Prashad, My Friends Prabir and Amit and in Jail in India for their Work in the Media, Counterpunch, 04.10.2023.

[105] Pierre Rousset, China: A New Imperialism Emerges, International Viewpoint, 18.11.2021.

[106] Vedi Notes from the Editors, Monthly Review 75, n. 6, novembre 2023.

[107] Minqi Li, China: Imperialism or Semi-Periphery?, Monthly Review 73, n. 3, luglio-agosto 2021, p. 57. Un errore nel testo originale faceva riferimento ai calcoli della perdita netta di manodopera della Cina per includere «non solo il trasferimento netto di lavoro che deriva dalle sfavorevoli condizioni scambio di lavoro della Cina, ma anche il lavoro incorporato nei ‘surplus commerciali’ della Cina» (Li, China: Imperialism or Semi-Periphery?, p. 56). Sulla metodologia, vedi Minqi Li, China in the 21st Century, Londra, Pluto, 2015, pp. 200–202. Vedi anche Foster e McChesney, The Endless Crisis, pp. 165–74; Suwandi, Jonna e Foster, Global Commodity Chains and the New Imperialism.

[108] Comparing United States and China by Economy, Statistics Times, 29.08.2024

[109] Hyper-Imperialism: A Decadent New Stage, Tricontinental Institute, 23.01.2024; U.S. Congressional Research Service, Instances of Use of United States Armed Forces Abroad, 1798–2023, 07.06.2023; John Pilger, There Is a War Coming Shrouded in Propaganda, John Pilger (blog), 01.05.2023, braveneweurope.com.

[110] Frederick Thon, Manuel Rodríguez Banchs e Jorge Lefevre Tavárez, “Il 'mondo multipolare': un eufemismo per imperialismi multipli”, The Call , 6 luglio 2024, socialistcall.com.

[111] Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino, Einaudi, 1962.

[112] Principles of Unity, Black Alliance for Peace, blackallianceforpeace.com. Per conoscere i saggi anti-imperialisti di Du Bois durante, e dopo, la Prima Guerra Mondiale, notevoli come critiche al capitalismo razziale e all'imperialismo, vedi WEB Du Bois, Darkwater, Mineola, New York, Dover, 1999; Charisse Burden-Stelly“ Modern US Racial Capitalism: Some Theoretical Insights, Monthly Review 72, n. 3, luglio-agosto 2020, pp. 8-20.

[113] Ruth Wilson Gilmore, On the Centenary of Lenin’s Death, Verso (blog), 25.01.2024; Roxanne Dunbar-Ortiz, An Indigenous Peoples' History of the United State, Boston, Beacon, 2014, pp. 162–177.

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