Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/10/2025

Baran, Sweezy e il potere operaio

Che cosa sono i costi di produzione socialmente necessari quando la differenza tra fabbricazione e vendita è cancellata? Se il limite posto dai costi è variabile, persino aleatorio, indefinibile, cosa sono i prezzi se non cartellini arbitrari; che sono l’interesse, il surplus, le valute, i cambi e le bilance commerciali?

La struttura del capitalismo monopolistico, dicono Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), è tale che un volume continuamente crescente di surplus non si potrebbe smaltire attraverso canali privati: in mancanza di altri sbocchi, il surplus non sarebbe prodotto affatto.

La situazione in cui una parte del surplus prodotto non trova impiego profittevole è quella del capitalismo concorrenziale. In esso un eccesso di capitali che non trova condizioni favorevoli di valorizzazione produce disoccupazione e disimpego di impianti. Il sistema del laissez-faire – la concorrenza – produce una quantità di capitali superiore alle possibilità di valorizzazioni offerte dal mercato. Fino al 1870 questo capitale in eccesso veniva distrutto. Il mercato poteva riprendere il suo regolare funzionamento solo dopo questa distruzione.

In condizioni di laissez-faire il mercato è una struttura autonoma indipendente dal desiderio e dalla volontà dei partecipanti. La concorrenza conduce i prezzi al limite dei costi socialmente necessari alla produzione della merce. C’è un limite indipendente oltre il quale il mercato boccia le offerte. Questa struttura indipendente determina contemporaneamente l’impiego dei fattori – lavoratori, clienti, fornitori, proprietari – e la distribuzione dei prodotti.

Dopo il 1870, e in maniera decisiva dopo la Grande Depressione (1873-1896), il sistema dei prezzi rappresenta un limite per la valorizzazione. I prezzi che il mercato impone alle imprese, e sotto i quali esse non possono scendere, non sono più sostenibili. Il mercato boccia il mercato. Meglio non produrre affatto che produrre in perdita. A meno che non si trovi un metodo per ingannare il mercato e superare la concorrenza.

Ma senza la concorrenza, si chiedono Baran e Sweezy, come si determinano i prezzi? Come sono remunerati i fattori e quale relazione esiste tra retribuzioni e prestazioni? Qual è, se esiste, il meccanismo che assicura un efficace impiego delle risorse e in che modo le direzioni delle società possono avere le carte in regola con i lavoratori, i clienti, i fornitori e i proprietari e nello stesso tempo agire nel pubblico interesse?

Senza la concorrenza, dicono Sweezy e Baran, i prezzi e i redditi sarebbero indeterminati e non vi sarebbero tendenze definibili verso l’equilibrio. Gli odierni teorici dell’economia rimarrebbero disoccupati.

Si può ancora misurare dopo che l’unità di misura è distrutta? Quando il mercato smette di regolare e allocare correttamente le risorse, si può ancora pensare di ricondurre le grandezze entro un ordine intelligibile, oppure tutto è smisurato e perso, confuso e disordinato e la fuffa sale al fianco della mamma e pretende un compenso?

Se il laissez-faire produce un eccesso di capitali che non possono tornare in circolo e valorizzarsi, capitali che devono dunque essere distrutti, allora bisogna trovare un modo per far rientrare questi capitali violando le condizioni imposte dal mercato e dal sistema dei prezzi. Le strade percorribili sono due:
1) abolire il mercato e il sistema dei prezzi e sostituirlo con un sistema più vantaggioso;
2) mantenere il mercato e il sistema dei prezzi, ma ingannarlo: violarne la consistenza mantenendone la struttura.

La seconda strada è quella scelta dal capitalismo monopolista.

Il capitalo quinto del libro di Baran e Sweezy – L’assorbimento del surplus: la promozione delle vendite – è spettacolare, superbo. Il libro è stato scritto tra gli anni Cinquanta e Sessanta e pubblicato nel 1966.

Il grande limite che regola i prezzi nel sistema di mercato è costituito dai costi di produzione – i costi socialmente necessari. Le imprese che non sono in grado di offrire costi di produzione entro questo limite sono sbattute fuori dal mercato. Le imprese non scelgono il prezzo, lo subiscono. Sospendo la questione della circolarità tra costi di produzione e prezzi e tutti i tratti irrazionali che affettano anche il mercato in regime di laissez-faire, e considero acquisito il limite dei prezzi di produzione.

Il potere del mercato – un potere impersonale – impone alle imprese di produrre entro i limiti dei costi socialmente necessari. Anche le imprese che sono in salute e perfettamente concorrenziali, soprattutto quelle che sono andate bene e hanno generato un surplus che vogliono investire, possono produrre alla condizione di rimanere entro i costi socialmente necessari e a patto di trovare una domanda solvibile. In ogni caso, la domanda solvibile si indirizza verso merci prodotte entro i limiti dei costi socialmente sostenibili. A parità di qualità il consumatore compra la merce che costa di meno.

Per gli economisti classici, marxisti compresi, tutto ciò che viene aggiunto a una merce e ciò che eccede i costi socialmente necessari è lavoro sprecato, risorse sprecate, lavoro improduttivo. Aumentando il costo della merce si diminuiscono le sue possibilità di vendita. Invece di renderla socialmente utile la rendono inutile.

Tutti i costi che scaturiscono solo dal mutamento di forma di una merce, scrive Marx (Capitale), non aggiungono valore a quest’ultima. Il capitale sborsato in questi costi (compreso il lavoro da esso comandato) appartiene ai faux frais della produzione. Essi costituiscono una sottrazione di surplus. Tutto ciò che eccede i costi socialmente necessari costituisce una spesa inutile che grava sul surplus e che lo riduce di un ammontare equivalente – è surplus consumato, distrutto.

Questa regolazione e ripartizione dei costi opera in un regime di mercato concorrenziale. In esso un compratore non è disposto a sobbarcarsi costi che non ritiene socialmente necessari. La musica cambia in un regime di monopolio.

Quando una o più imprese unite in un trust controllano l’offerta di un prodotto, il potere del mercato di imporre il prezzo viene bloccato. Si passa da un regime di prezzi subiti a un regime di prezzi amministrati. Il limite dei costi di produzione può essere superato e il surplus in eccesso può entrare in circolazione e trovare condizioni di valorizzazione.

La promozione delle vendite, dicono Baran e Sweezy, è un modo alternativo di utilizzo del surplus eccedente le condizione di valorizzazione ordinarie in un sistema di laissez-faire.

Non bisogna certo sottovalutare il legame tra la pubblicità e l’industria culturale, tutta la paccottiglia – faux frais – che viene finanziata dalla pubblicità. Allo stesso tempo non bisogna dimenticare che tutti i discorsi critici di economisti e filosofi che hanno tentato di evidenziare i lati cattivi della pubblicità, che hanno posto l’accento sugli sprechi massicci di risorse, sul continuo drenaggio dai redditi dei consumatori e sulla sistematica distruzione delle loro libertà di scegliere tra genuine alternative, sono discorsi che depistano. In primo luogo, dicono Baran e Sweezy, in questi discorsi la pubblicità è considerata come un costo accessorio – un faux frais, appunto – che può essere eliminato se si avesse voglia e coraggio di farlo. Si tratta di quella copertura fornita al capitalismo dai sui difensori più ingenui. Una volta emendato dei sui tratti sporchi e corrotti il mercato è il migliore dei sistemi possibili. Non si tiene conto del fatto che la pubblicità è parte integrante del capitalismo monopolistico e che essa non è una sottrazione di surplus, ma un metodo per la sua valorizzazione. Senza pubblicità una parte di risorse, compresi lavoratori e capannoni industriali, rimarrebbe disoccupata. In secondo luogo, la teoria critica dice che la pubblicità è un sistema che indirizza il consumatore verso scelte irrazionali e a spendere in prodotti e servizi privi di valore, prodotti e servizi che altrimenti non verrebbero comprati. In questo caso, dicono Baran e Sweezy, la pubblicità non viene considerata come un fattore capace di modificare il volume complessivo degli acquisti dei consumatori, e dunque non viene vista come un fattore in grado di valorizzare risorse che altrimenti verrebbero distrutte.

Questo atteggiamento critico oscura completamente il ruolo della pubblicità. Secondo questi critici, senza pubblicità, i vestiti si acquisterebbero per la loro utilità, gli alimenti si comprerebbero in base al loro valore nutritivo ed economico, la automobili sarebbero ridotte all’essenziale e tenute dallo stesso proprietario per tutti i dieci o quindici anni della loro vita utile, le case sarebbero costruite per la loro capacità di dare riparo, senza badare allo stile o al quartiere. Senonché, se i consumatori si comportassero in questo modo, tutto il mercato che dipende da questi acquisti si fermerebbe, e con esso si fermerebbero i lavoratori e gli impiegati, si fermerebbero le macchine e le presse e i capannoni presto sarebbero infestati dai rovi e le strade riconquistate dalla natura. 

Questo è il nocciolo della questione, dicono Baran e Sweezy. Cosa accadrebbe infatti a un mercato continuamente affetto da domanda insufficiente? E a un sistema economico sofferente di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici? L’importanza della pubblicità, dicono, non sta nel fatto che essa determina una redistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni o che incentiva l’acquisto di prodotti inutili, ma nei suoi effetti sul volume della domanda globale effettiva e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito. Non si può pensare di togliere la pubblicità e tenere il mercato. Pubblicità e mercato, nell’età del monopolio, sono la stessa cosa, sono inseparabili, persino indistinguibili.

La spinta della pubblicità sulla domanda determina un impiego di quella parte del surplus che altrimenti rimarrebbe inutilizzata. Ciò non lascia le cose come stanno. Il sistema economico del laissez-faire – il sistema dei prezzi e il mercato – viene alterato. Il verificarsi di una situazione in cui gli sforzi di produzione e di vendita si compenetrano in misura tale da diventare praticamente indistinguibili, dicono Baran e Sweezy, comporta un profondo cambiamento del sistema. Quando i costi socialmente necessari non sono più distinguili dai faux frais – dai costi accessori o inutili – il sistema dei prezzi entra in un processo di disgregazione, e se continua ancora a regolare gli scambi è perché, da una parte, risponde ancora a interessi forti, e, dall’altra, perché non si riesce a trovare un sistema alternativo.

In una struttura concorrenziale, dicono Baran e Sweezy, soltanto costi di produzione minimi (in quanto determinati dalla tecnologia prevalente), insieme con costi minimi di imballaggio, trasporto e distribuzione (in quanto richiesti dalle vigenti consuetudini) sarebbero riconosciuti dal mercato – e dalla teoria economica – come costi socialmente necessari per fornire un prodotto agli acquirenti. In questo regime, dicono, i costi socialmente necessari si potrebbero chiaramente definire e misurare come spese per produrre e consegnare un prodotto utile. E una volta definiti i costi, dicono, il surplus sociale si potrebbe facilmente identificare come la differenza tra prodotto totale e costi totali.

Nei bilanci delle società monopoliste, e in genere in tutti i bilanci delle società post laissez-faire, i faux frais sono registrati come costi di produzione. I produttori rivolgono sempre più attenzione alla vendibilità del prodotto, per cui ciò che nei libri contabili risulta come costo di produzione si dovrebbe più propriamente attribuire alla produzione di apparenze vendibili, ovvero a fuffa che non aumenta l’utilità del prodotto, ma aumenta le sue probabilità di esser venduto. Con ciò la distinzione tra costi di produzione e costi accessori o inutili viene completamente cancellata. Che cosa sono infatti i costi socialmente necessari, si chiedono Baran e Sweezy, quando questa distinzione viene cancellata? Fino a quando l’industria delle vendite e l’ufficio vendite sono separati e non interferiscono con gli uffici di produzione, si possono facilmente riconoscere come forme di surplus. In tal caso, dicono, i costi di vendita, come la rendita e l’interesse, si possono facilmente riconoscere come forme di surplus da dedurre dai costi globali al fine di pervenire ai veri costi di produzione socialmente necessari. Ma come dobbiamo procedere, dicono, quando i costi di promozione e vendita non si possono letteralmente distinguere dai costi di produzione, come avviene per esempio nell’industria automobilistica?

È fuori di dubbio che buona parte del lavoro che entra nella produzione di un’automobile non ha lo scopo di produrre un bene funzionale, ma uno più vendibile. Ma l’automobile, una volta progettata, dicono, è un bene prodotto dallo sforzo unitario di tutti gli operai che lavorano nella fabbrica e nella linea di montaggio. Com’è possibile distinguere gli operai produttivi da quelli improduttivi? Come è possibile separare i costi di produzione da quelli di vendita? Non è più possibile, dicono, perché gli operai che producono i cerchioni sono gli stessi che producono i copri cerchioni che rendono la macchina più vendibile, e quelli che progettano il freno sono gli stessi che progettano il cambio che duri meno di quello precedente, quelli che progettano il bene utile sono gli stessi che progettano la sua obsolescenza anticipata. La distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, sulla quale si regge l’impianto dell’economia classica e marxista, viene cancellata.

Non è un caso che proprio nei primi anni Settanta dell’Ottocento l’economia neo-classica (Jevons, 1871, Menger 1871, Walras 1874) spazzi via il lavoro e i costi di produzione come centri regolatori del sistema economico, e introduca un sistema strutturale privo di centro, senza punto di ancoraggio assoluto, dove l’uno è misura dell’altro e tutto è relativo (novanta anni dopo la letteratura impererà la lezione con Pynchon).

La teoria economica moderna, dicono Baran e Sweezy, vede le cose diversamente: tutti i costi sostenuti in questo processo sono ugualmente importanti e per definizione necessari. Per essa è da rigettare ogni distinzioni tra prodotto utile e inutile, tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, tra costi e surplus – anche la spazzatura è buona.

La teoria economica moderna, dicono, ha pacificamente accettato le cose come sono, non ha lotte da condurre, non vuole confronti tra realtà e ragione, non vuole confronti tra ragione e sragione. Va tutto bene, tutto procede bene, ogni scontrino va bene, ogni importo va bene, ogni richiesta è ricevibile, ogni compenso è giusto.

Eppure, e qui sta la grandezza di questo capitolo, una grandezza che lo pone alla pari dei Dialoghi sulla religione naturale di Hume, in questo caos dove tutto è misura di tutt’altro, e non c’è alcun centro per fissare i prezzi, e tutto è mobile e relativo e ogni segno è un azzardo, e ogni senso è un decreto, e ciò che è finto ed è fuffa è veicolo di ciò che serve ed è necessario, in questo caos, noi due, Baran e Sweezy, ripetiamo i calcoli fatti da Fisher, Griliches e Kaysen e diciamo che una macchina costruita nel 1961 dovrebbe costare meno della metà di quello che costa, che il 25% dei suoi costi sono dovuti a faux frais e l’altro 25% sono dovuti a obsolescenza pianificata, ai costi di riparazione e al consumo ingiustificabile di carburante artificialmente incrementato, e che tutti questi costi accessori pesano sul PIL degli Usa per il 2,5%. Effettuato per l’economia nel suo complesso, dicono, tale raffronto ci darebbe una stima del volume del surplus attualmente nascosto dalla compenetrazione tra gli sforzi di produzione e di vendita.

Ciò non dimostra, dicono, che attualmente sarebbe possibile eseguire questo calcolo. Non è possibile eseguire il calcolo. Nessun gruppo di economisti, dicono, per quanto ricchi di fantasia, e nessun gruppo di statistici, per quanto dotati di ingegno, potrebbe – né del resto dovrebbe – tentare di specificare la struttura della produzione che sarebbe possibile avere in un regime economico più razionale. Non c’è alcun regime economico razionale. C’è solo questo caos in cui le cose si approssimano e si respingono e trovano una sistemazione reciproca. E comunque, dicono, non c’è bisogno di accedere subito, adesso, a una dimensione razionale, per valutare razionalmente questo caos e metterci ordine. 

Non è necessario avere l’idea precisa di un’automobile ragionevolmente costruita, di un quartiere ben organizzato o di una bella composizione musicale per riconoscere che i cambiamenti di modello che ci sono continuamente imposti, gli slums che ci circondano e il rock-and-roll che ci assorda, rappresentano un modello di utilizzo delle risorse umane e materiali dannoso al nostro benessere. Non c’è bisogno di aspettare un aiuto dal cielo, basta appoggiarsi ai calcoli di Fisher, Griliches e Kaysen che, seppur azzardati, costituiscono un ottimo punto di appoggio per spiccare il salto.

Fonte

24/05/2025

Il legame inscindibile del capitalismo con la guerra

di Domenico Moro

La guerra diventa un’attività caratteristica dell’umanità da quando questa si è divisa in classi sociali. Da sempre, infatti, le cause economiche stanno alla base della guerra. Ma solo con il capitalismo pienamente sviluppato si sono determinate le guerre mondiali, collegate alla mondializzazione del capitale, e la creazione di armi di distruzione di massa, dovuta all’enorme spesa per la ricerca e per le nuove tecnologie. La guerra è soprattutto un elemento propulsivo dell’economia capitalistica nei suoi momenti di crisi strutturale e quando la gerarchia di potenza su cui si basa a livello internazionale viene messa in discussione. Nei momenti di crisi la spesa militare e le immani distruzioni dovute all’uso delle armi moderne arrivano puntuali in soccorso dei profitti.

Non è, infatti, un caso che nel momento attuale, caratterizzato da una crisi che riguarda le aree di tradizionale maggiore sviluppo del capitalismo, gli Usa, l’Europa occidentale e il Giappone, si assista ad un incremento della spesa militare. Negli Usa i tagli alle spese dell’amministrazione federale, che hanno già portato al licenziamento di migliaia di impiegati pubblici, si sarebbero dovuti estendere alla spesa militare, che in cinque anni si sarebbe ridotta di circa un terzo: dai 968 miliardi di dollari del 2024 ai 600 miliardi del 2030. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha fatto marcia indietro e la spesa militare prevista per il 2026 crescerà a 1.010 miliardi, comprendendo la modernizzazione dell'arsenale nucleare, il Golden Dome, lo scudo spaziale e missilistico, e l’ampliamento delle forze navali[i].

Anche in Europa la spesa militare sta crescendo. La Commissione europea ha varato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro spalmati su quattro anni. La Nato fino a qualche tempo fa chiedeva ai suoi stati membri di arrivare a una spesa di almeno il 2% del Pil, sebbene alcuni importanti stati non raggiungessero tale livello, comprese l’Italia e la Germania. Oggi, mentre l’Italia ha dichiarato che nel 2025 raggiungerà il 2%, il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, propone di portare il livello minimo di spesa al 5% del Pil (3,5% di spesa militare vera e propria e 1,5% destinato alla cybersicurezza)[ii]. Un aumento al 3,5% significa per l’Italia 33 miliardi di spesa aggiuntivi. A riarmarsi è soprattutto la Germania, che, in recessione da due anni e con il suo apparato industriale in difficoltà, ha portato il budget della difesa dai 52 miliardi di euro del 2024 ai 60 miliardi del 2025 e progetta di spendere centinaia di miliardi nei prossimi anni. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha dichiarato che farà del proprio esercito “la più potente forza armata convenzionale d’Europa”[iii]. Intanto, tra il 10 e l’11 luglio è prevista a Roma la conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, che porterà ingenti profitti alle imprese europee che vi si impegneranno.

Ma torniamo al nesso che c’è tra capitale, spese militari e guerra. Il modo di produzione capitalistico si caratterizza per l’accumulazione allargata, cioè per l’accumulazione sempre maggiore, a ogni ciclo economico, di capitale sotto forma di mezzi di produzione e forza lavoro. Il problema è che in questa accumulazione continua si verifica il cosiddetto aumento della composizione organica del capitale. Ciò vuol dire che aumenta proporzionalmente di più la parte di capitale investita in mezzi di produzione rispetto a quella investita in forza lavoro, perché il capitalista tende a sostituire lavoratori con macchine sempre più efficienti. Dal momento che solo la forza lavoro determina la creazione di plusvalore, cioè di profitto, e che il saggio di profitto si calcola mettendo al numeratore il plusvalore ricavato e al denominatore il capitale totale investito, si ingenera una diminuzione del saggio di profitto. Marx chiama questa tendenza, propria del capitale, legge della caduta tendenziale del saggio di profitto[iv]. Dal momento che la produzione capitalistica è guidata dal perseguimento del massimo profitto, la caduta del saggio di profitto determina la contrazione degli investimenti, la sottoutilizzazione degli impianti e quindi le crisi che ciclicamente affliggono il capitalismo.

Marx dice anche che tale legge è contrastata da alcuni fattori antagonistici che ne determinano la natura tendenziale. Tra questi fattori ci sono: l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario, l’esistenza di una riserva di disoccupati cui attingere, e soprattutto l’espansione estera del capitale. Quest’ultima consiste nella tendenza a conquistare nuovi mercati per l’esportazione delle merci e soprattutto dei capitali eccedenti, che vengono investiti in paesi dove l’accumulazione è meno progredita e i salari sono più bassi e dove, pertanto, il saggio di profitto è più alto. Da questa tendenza derivano due conseguenza: la creazione del mercato mondiale e l’affermazione dell’imperialismo come tendenza degli stati capitalistici più avanzati e come fattore di sviluppo del militarismo e della guerra. La globalizzazione, sia quella che si verificò tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo sia quella che si è sviluppata dagli anni ’90 del secolo scorso fino ad oggi, è quindi un risultato, come dice David Harvey, dello “spatial fix”, cioè dell’aggiustamento nello spazio dell’accumulazione capitalistica[v].

Tuttavia, come si è visto nel corso del XX secolo e in questa prima parte del XXI, la globalizzazione non è stata in grado di risolvere la sovraccumulazione di capitale, cioè l’eccesso di capitale investito in mezzi di produzione. Si ha sovraccumulazione quando c’è troppo capitale investito, che è “troppo” nel senso che il nuovo investimento non dà il profitto atteso dai capitalisti. In questo caso, gli investimenti si riducono dando luogo alla crisi. È, quindi, la sovraccumulazione di capitale che sta alla base della crisi cicliche e della sovrapproduzione di merci. A questo punto, l’unico modo che permette al capitale di risolvere la sovraccumulazione e di riprendere il ciclo di accumulazione è la distruzione di capitale stesso. Solo la distruzione fisica del capitale accumulato sotto forma di merci, di mezzi di produzione e di infrastrutture permette di risolvere il problema. In parte questa distruzione fisica si realizza con la morte delle imprese più deboli o con il loro assorbimento da parte di quelle più forti, la cosiddetta centralizzazione dei capitali. Ma, quando la sovraccumulazione è davvero eccessiva e permane, sebbene tutti i fattori antagonistici alla caduta del saggio di profitto siano stati utilizzati, c’è un unico modo per risolverla: la guerra. È la guerra moderna con le ingenti spese militari a fornire un mercato aggiuntivo e redditizio per le imprese capitalistiche e, soprattutto, con le immani distruzioni che produce, a eliminare il capitale eccedente e, grazie alla ricostruzione, a ristabilire le condizioni per il riavvio dell’accumulazione.

Come scrissero due economisti statunitensi, Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, nel loro Il capitale monopolistico, le guerre rappresentano un potente stimolo esterno per superare le depressioni economiche: “Nessuna persona in possesso delle sue piene facoltà mentali sosterrebbe che senza le guerre la storia economica del secolo XX sarebbe stata quella che è stata effettivamente. Perciò noi dobbiamo incorporare le guerre nel nostro schema esplicativo; per fare questo noi ci proponiamo di considerare le guerre, insieme con le innovazioni rivoluzionarie, come stimoli esterni di fondamentale importanza.”[vi]

Possiamo vedere come l’azione rigeneratrice della guerra e delle spese militari ha agito nel corso dell’ultimo secolo e agisce tutt’ora sull’economia dello Stato più importante a livello mondiale, gli Usa, sebbene nel loro territorio non siano state combattute le due guerre più devastanti che l’umanità abbia conosciuto. Sempre Baran e Sweezy dicono che “senza la prima guerra mondiale, il decennio 1910-20 sarebbe passato alla storia degli Stati Uniti come un periodo di straordinaria depressione.”[vii] Ma, dopo il periodo di sviluppo degli anni ‘20, a partire dal 1929 si produsse in tutto il mondo avanzato quella che è stata chiamata la Grande depressione, la più importante crisi del modo di produzione capitalistico. Negli Stati Uniti il presidente Roosvelt varò il New Deal, un piano di spese pubbliche per incentivare la domanda aggregata e la produzione. L’uscita dalla crisi, però, non fu dovuta al New Deal, dal momento che, dopo una breve ripresa, nel 1938 l’economia statunitense ripiombò nella recessione. La Grande depressione fu risolta solo dalle enormi spese dovute al riarmo militare e allo scoppio della seconda guerra mondiale. Furono queste spese e le immani distruzioni di capitale a risolvere definitivamente la crisi e a determinare lo sviluppo post-bellico trentennale del modo di produzione capitalistico. Infatti, la ricostruzione, finanziata dai capitali eccedenti degli Stati Uniti tramite il piano Marshall, diede una spinta poderosa all’accumulazione, soprattutto nei paesi che avevano perso la guerra, la Germania, l’Italia ed il Giappone, sul cui territorio si erano concentrate le maggiori distruzioni.

Negli Stati Uniti, diventati la potenza egemone mondiale e pertanto avendo la necessità di ampie Forze Armate, la spesa militare non diminuì dopo la fine della seconda guerra mondiale. La maggior parte dell’aumento della spesa pubblica fu dovuto alla spesa militare che passò dall’1% al 10% del Prodotto nazionale lordo. “Circa sei o sette milioni di operai – scrivono Baran e Sweezy – più del 9% della forza-lavoro dipendono per l’occupazione dalle spese militari. Se queste fossero nuovamente riportate alle proporzioni che avevano anteriormente alla seconda guerra mondiale, l’economia nazionale ritornerebbe nelle condizioni di profonda depressione, prevalenti nel decennio 1930-40, con saggi di disoccupazione superiori al 15%.”[viii] E ancora: “Nel 1939 il 17,9% della forza lavoro era disoccupata e circa l’1,4% della rimanente si può presumere che sia stata occupata nella produzione di beni e servizi per la difesa. Un buon 18% della forza-lavoro, in altri termini, era disoccupata oppure occupata in attività dipendenti dalla spesa militare. Nel 1961 (…) le cifre corrispondenti furono il 6,7% di disoccupati e il 9,4% di occupati dipendenti dalla spesa militare, vale a dire un totale di circa il 16%. (…) Da questo consegue che una riduzione del bilancio militare alle proporzioni del 1939, riporterebbe la disoccupazione alle proporzioni di tale anno.”[ix]

A questo punto sorge la domanda: la spesa pubblica civile potrebbe essere altrettanto efficace della spesa pubblica militare nel contrastare le crisi? E, se sì, perché la spesa militare non viene sostituita da quella civile? La risposta è che ciò non è possibile nella società del capitalismo monopolistico, dove l’oligarchia dominante si oppone a un ulteriore aumento della spesa civile, come accadde durante il New Deal nel momento in cui la disoccupazione colpiva ancora il 15% della forza lavoro. La ragione è che l’aumento della spesa pubblica civile tocca gli interessi dell’oligarchia capitalistica. Infatti, la spesa pubblica civile è contrastata “ogni volta in cui determina una situazione di concorrenza nei confronti dell’iniziativa privata”[x]. Ciò appare evidente, ad esempio, nella spesa sanitaria pubblica che toglie clienti alla sanità privata e nell’edilizia a scopo abitativo, dove la massiccia costruzione di alloggi pubblici toglierebbe occasioni di profitto ai costruttori privati. Al contrario, non esiste una concorrenza con i privati nel campo militare e anzi le spese militari vanno direttamente alle imprese private del settore, che spesso hanno anche una branca civile che può beneficiare dei finanziamenti erogati alla branca militare, come nel caso della Boeing, che produce aerei sia militari sia civili.

La particolare funzione delle spese militari e della guerra nella economia degli Usa ha continuato a manifestarsi anche dopo il 1961, anno cui fanno riferimento i dati citati da Sweezy e Baran. Infatti, se andiamo a vedere l’andamento dei profitti delle imprese non finanziarie statunitensi tra 1929 e 2008, ci accorgiamo che i picchi della crescita del profitto al netto delle tasse come percentuale dei costi dello stock netto del capitale fisso si presentano in concomitanza con le guerre che gli Stati Uniti hanno combattuto, dalla Seconda guerra mondiale alla guerra di Corea, a quella del Vietnam, e a quella contro l’Iraq e l’Afghanistan[xi]. Ma anche in periodi di relativa pace si verifica l’aumento della spesa militare, come sta accadendo ora. Infatti, nell’economia e nella struttura sociale di classe degli Usa si è formato il “complesso militare-industriale”, come fu definito nel 1961 dal presidente Eisenhower l’intreccio di interessi tra l’industria bellica, le alte gerarchie delle Forze Armate e i deputati del Congresso, che influenza le scelte economiche e politiche del Paese. A recente riprova della influenza del complesso militare-industriale c’è l’aumento della spesa militare per il 2026 a 1.010 miliardi di dollari nonostante in precedenza Trump avesse annunciato una riduzione di un terzo della spesa entro il 2030. Del resto, negli ultimi dieci anni, tra 2014 e 2024, la spesa militare a prezzi costanti degli Usa è passata da 833,7 miliardi di dollari a 968,3 miliardi, con un aumento del 16,1%[xii].

L’influenza dello Stato, tramite la guerra e le spese belliche, sull’accumulazione capitalistica non è fatto recente, ma è anche la causa dell’accumulazione originaria del capitale, come la definisce Marx nel primo libro de Il Capitale[xiii]. L’accumulazione originaria, da cui, tra la fine del medioevo e l’inizio dell’epoca moderna, parte il modo di produzione capitalistico si basa sul sistema coloniale e sul debito pubblico. Attraverso l’espansione coloniale, fondata sulla violenza e quindi sulla guerra, vengono razziate le ricchezze americane che vengono portate in Europa, dove formano la base dell’accumulazione. Il debito pubblico, che determina l’ulteriore possibilità di profittevole investimento del denaro e di crescita del capitale bancario, rappresenta un’invenzione italiana, dovuta alla necessità di finanziare la guerra permanente in cui le città-stato italiane erano impegnate. Il debito pubblico diverrà sempre più importante e necessario per i primi stati nazionali europei a causa delle guerre e del colonialismo, che condussero all’aumento esponenziale della spesa militare, dovuto anche all’invenzione della polvere da sparo e quindi all’introduzione di costose artiglierie e fortificazioni moderne[xiv].

Il debito pubblico, attraverso la guerra e la spesa militare, è ancora oggi legato all’accumulazione del capitale. Lo vediamo in Europa oggi, quando la Commissione europea ha deciso di sospendere i vincoli di bilancio che, in base ai trattati europei, impongono di limitare il deficit pubblico al 3%, garantendo la possibilità di espanderlo di un ulteriore 1,5% annuo per le spese militari. Ciò è soprattutto vero in Germania, il paese che era stato l’alfiere più deciso dell’austerità di bilancio e che aveva impedito qualsiasi deroga ai vincoli di bilancio durante la devastante crisi del debito greca. In Germania, la norma che imponeva in costituzione il limite allo 0,35% del Pil, per quanto riguarda il deficit strutturale dello Stato federale, è stata recentemente abrogata in tutta fretta con una maggioranza di due terzi del parlamento uscente visto che il nuovo parlamento, con una folta presenza di deputati di AfD e Die linke, si sarebbe opposto. Quindi, mentre per la sanità, la scuola, le pensioni e per la spesa sociale in genere non si può fare debito aggiuntivo, per la spesa militare si può. Si tratta, quindi, dell’ulteriore conferma di quanto dicevamo sopra: la spesa militare è l’ideale per il capitale. Da una parte, perché in questo campo l’iniziativa pubblica non è concorrenziale rispetto all’iniziativa privata e, dall’altra parte, perché sovvenziona l’industria bellica che opera in condizioni di quasi monopolio e con prezzi alti che vengono facilmente accettati da ufficiali delle Forze Armate che poi trovano collocamento, al momento del loro pensionamento, in quella stessa industria bellica.

Come scrivevano Baran e Sweezy, alla base di tutto questo c’è lo stato di perenne stagnazione in cui versa l’economia moderna: il capitale monopolistico non è in grado di tirarsi fuori da situazioni di ristagno senza stimoli esterni. Ed il più importante stimolo esterno è rappresentato dalla spesa militare e dalla guerra con le distruzioni che comporta. Per questa ragione l’unico modo per farla finita con la guerra è il superamento del modo di produzione capitalistico con un nuovo modo di produzione che non metta al centro il perseguimento del massimo profitto, ma la soddisfazione dei bisogni sociali e individuali.

Note

[i] Marco Valsania, “Il primo budget Maga: tagli alle spese sociali, più soldi per le armi”, Il Sole 24 ore, 3 maggio 2025.

[ii] Gianni Trovati, “Difesa, 33 miliardi di spesa extra all’anno per i nuovi target Nato”, Il Sole 24 ore, 17 maggio 2025.

[iii] Gianluca Di Donfrancesco, “Merz: La Germania avrà l’esercito più forte d’Europa”, Il Sole 24 ore, 15 maggio 2025

[iv] Karl Marx, Il capitale, libro III, Terza sezione: legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, Newton & Compton editori, Roma 1996.

[v] David Harvey, “Globalization and the “Spatial Fix”, Geographische revue, 2/2001.

[vi] P. A. Baran, P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Einaudi editore, Torino 1968, p. 188.

[vii] Idem, p. 197.

[viii] Idem, p. 130.

[ix] Idem, pp. 149-150.

[x] Idem, p.140.

[xi] Andrew Kliman, The destruction of capital and the current economic crisis, 2009. http://gesd.free.fr/kliman91.pdf

[xii] Sipri, Military Expenditure Database.

[xiii] Marx, op.cit., Libro I, Capitolo ventiquattresimo. La cosiddetta accumulazione originaria.

[xiv] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 2003, pp. 143-151.

Fonte

19/05/2025

Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 5 parte

di Carlo Formenti

5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto

Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.

Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie) :
“Il processo ciclico del capitale è quindi unità di circolazione e produzione; include l’una e l’altra. In quanto le fasi D-M, M’-D’ sono atti circolatori, la circolazione del capitale fa parte della circolazione generale delle merci; ma, in quanto sono sezioni funzionalmente determinate, stadi del ciclo del capitale che appartiene non soltanto alla sfera di circolazione, ma anche alla sfera di produzione, il capitale [denaro] descrive entro la circolazione generale delle merci un ciclo suo proprio. Nel primo stadio, la circolazione generale delle merci gli permette di rivestire la forma nella quale potrà funzionare come capitale produttivo; nel secondo gli permette di spogliarsi della sua funzione di merce, in cui non può rinnovare il proprio ciclo, e nello stesso tempo gli apre la possibilità di separare il suo proprio ciclo di capitale dalla circolazione del plusvalore ad esso concresciuto. Il ciclo del capitale denaro è quindi la forma fenomenica più unilaterale, dunque la più evidente e caratteristica del ciclo del capitale industriale, il cui fine e motivo animatore – valorizzazione del valore, creazione di denaro, accumulazione – vi è rappresentato in modo che salta agli occhi”.
Per inciso, sottolineo che queste righe esprimono, con parole diverse, lo stesso concetto di un altro passaggio in cui Marx scrive che, per il capitalista, la forma ideale di attività è quella sintetizzata dalla formula D-D, cioè la creazione di denaro mediante denaro, mentre la fase produttiva del ciclo è solo un mezzo necessario, un impiccio del quale egli non può fare a meno per realizzare il suo vero obiettivo. Teniamo presente questo punto cruciale (che in sostanza descrive i processi di finanziarizzazione in cui è immerso l'occidente capitalistico – ndR) e andiamo avanti.

A pagina 100 (siamo nel capitolo II, dedicato al ciclo del capitale produttivo) Marx, ragionando sulla possibilità che la metamorfosi D-M, che prelude all’acquisizione delle risorse necessarie all’avvio del processo produttivo, si imbatta in qualche ostacolo come, per esempio, una carenza di mezzi di produzione sul mercato, scrive che in questo caso “il flusso del processo di riproduzione è interrotto, esattamente come quando il capitale resta immobile in forma di capitale merce [cioè in caso di carenza di sbocchi di mercato]. La differenza è però questa: esso può persistere nella forma di denaro più a lungo che nella transeunte forma merce. Non cessa di essere denaro quando non funziona come capitale denaro, ma cessa di essere merce, e in generale, valore d’uso, quando viene trattenuto troppo a lungo nella sua funzione di capitale merce”.

Con ciò siamo arrivati al nodo cruciale che Marx sintetizza all'inizio del Capitolo IV (“Le tre figure del processo ciclico”): “La continuità è il segno caratteristico della produzione capitalistica” (p. 132), dispiegando ulteriormente il concetto nella pagina successiva: “Tutte le parti del capitale percorrono nell’ordine il processo ciclico, occupano contemporaneamente diversi stadi dello stesso. Così il capitale industriale, nella continuità del suo ciclo, viene a trovarsi contemporaneamente in tutti i suoi stadi e nelle diverse forme di funzione che vi corrispondono (...) Il ciclo reale del capitale industriale nella sua continuità (sottolineatura mia) è, quindi, non soltanto unità di processo di circolazione e processo di produzione, ma unità di tutti e tre i suoi cicli”.
Ed è precisamente nel binomio unità-continuità del ciclo che si annida il seme della crisi: “Ogni arresto nel susseguirsi delle parti getta lo scompiglio nel loro giustapporsi; ogni arresto in uno stadio ne provoca uno più o meno grave in tutto il ciclo non solo della parte di capitale che si è fermata, ma della totalità del capitale individuale” (p. 134).
Detto, per inciso, che uno dei fattori che possono provocare un arresto sono le lotte operaie (1), va chiarito che quanto abbiamo appena letto vale tanto per il capitale individuale quanto per quello complessivo, dal momento che “la produzione capitalistica esiste e può continuare ad esistere solo finché il valore capitale venga valorizzato, cioè descriva il suo processo ciclico come valore resosi autonomo; finché, dunque, le rivoluzioni di valore vengano in qualche modo superate e compensate (sottolineatura mia) (p. 136).

L’imperativo di garantire la continuità del processo di valorizzazione, assieme all’assenza di regolazione sociale della produzione, fa sì che possa accadere, anche se e quando la produzione viaggia a pieno regime, che “una gran parte delle merci sia entrata solo in apparenza nel consumo [mentre] in realtà giaccia invenduta (...) si trovi ancora, di fatto, sul mercato. Flusso di merci segue a flusso di merci, finché accade che il flusso passato risulti solo in apparenza inghiottito dal consumo. I capitali merce si contendono l’un l'altro il posto sul mercato. Pur di vendere, gli ultimi arrivati vendono sotto prezzo [sono indotti a] vendere a qualunque prezzo per essere in grado di pagare. Questa vendita non ha assolutamente nulla a che vedere con lo stato effettivo della domanda: ha solo a che vedere con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di convertire merce in denaro. Scoppia allora la crisi” (Libro II, pp. 102-103).

Parliamo dunque qui di sovrapproduzione, la cui altra faccia è il sottoconsumo, a proposito del quale Marx scrive (Libro II, p. 101) “per la classe dei capitalisti, la costante esistenza della classe operaia è necessaria [non solo per produrre plusvalore, ma perché] è anche necessario il consumo (...) del lavoratore”; concetto che nel Libro III (p.610) approfondisce così: “la capacità di consumo degli operai è limitata sia dalle leggi del salario, sia dal fatto di essere impiegati solo finché è possibile impiegarli con profitto”; per concludere poco dopo che “La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza dei consumi delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive come se il loro limite fosse soltanto costituito dalla capacità di consumo assoluta della società”. La contraddizione tra la fame assoluta di profitto del capitalista e la limitata capacità di consumo delle masse, ci fa capire che la sovrapproduzione è sempre relativa, come Marx ribadisce in questo lungo passaggio: “Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (...) periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale (...) Non è che si produca troppa ricchezza. È che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalista.” (Libro III, pp. 329-330)

In sintesi: il carattere anarchico del modo di produzione capitalistico genera la dismisura della produzione; conseguenza della dismisura è la possibilità che si diano interruzioni della continuità del ciclo di accumulazione; l’interruzione genera la crisi che, nei passaggi appena citati, assume la forma della sovrapproduzione, che però non è la causa, bensì l’effetto delle contraddizioni strutturali del modo di produzione.

L’interruzione del ciclo, tuttavia, può essere provocata anche da altri fattori. All’inizio del Capitolo XXVI del Libro III (“Accumulazione del capitale denaro e suo influsso sul saggio di interesse”, pp.525 e segg.), Marx cita il seguente estratto dal volume The Currency Theory reviewed (1845): “In Inghilterra ha luogo una costante accumulazione di ricchezza addizionale [una gran parte della quale era presumibilmente il frutto del saccheggio dell’India e altre colonie, NdA], che tende infine ad assumere la forma del denaro. Ma dopo l’aspirazione a guadagnar denaro, il desiderio più ardente è quello di disfarsene in questa o quella forma d’investimento che arrechi un interesse o profitto; giacché il denaro in quanto tale non produce ricchezza (sottolineatura mia).

Trova qui conferma la tesi marxiana secondo cui il plusvalore irrigidito in tesoro “costituisce capitale denaro latente, perché fin quando persiste nella forma denaro, non può svolgere funzioni di capitale” (Libro II, pp. 104-105). Ma colpisce ancor più l’attualità di queste righe, che avremmo potuto leggere su un giornale americano ai primi del Duemila, poco prima dell’esplosione della bolla speculativa dei subprime. Sappiamo infatti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le enormi masse di denaro affluite negli Stati Uniti da ogni parte del mondo, anche in conseguenza dello sganciamento del dollaro dall’oro, faticavano a trovare impieghi remunerativi nel settore industriale, il che ha provocato un’accelerazione mostruosa del processo di finanziarizzazione. Queste situazioni di “pletora di capitale denaro” sono destinate, scrive Marx, ad aumentare “via via che si sviluppa il credito”, spingendo l’economia al di là dei limiti connaturati al modo di produzione capitalistico, per cui generano “eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito” (Libro III, p. 637). Profezia che ha avuto clamorosa conferma nella seconda metà del secolo scorso, allorché, esaurita la spinta alla crescita industriale, l’eccesso si è progressivamente concentrato nel settore finanziario. E poiché nemmeno la finanza può crescere all’infinito, si è disperatamente tentato di farla crescere su se stessa, dilatando l’economia del debito, le scommesse sul futuro, i titoli speculativi ad alto rischio, ecc. Trasformando cioè l’economia in una immane bisca, finché alcune puntate troppo azzardate – vedi la cartolarizzazione massiva di debiti inesigibili - hanno generato il crac. Il ciclo è sempre il solito: il carattere anarchico del modo di produzione genera la dismisura (in questo caso finanziaria), la dismisura provoca l’interruzione del ciclo, l’interruzione provoca la crisi.

*****

Nella seconda parte di questa quinta e ultima tappa del nostro viaggio attraverso i Libri II e III del Capitale ci occuperemo della concentrazione e centralizzazione dei capitali, nonché della cosiddetta legge della caduta del saggio di profitto, fenomeni che, come vedremo, Marx mette in relazione. Approcciamo il problema del saggio di profitto partendo dal concetto di composizione organica del capitale. “Un certo numero di operai corrisponde ad una certa quantità di mezzi di produzione; quindi una certa quantità di lavoro vivo ad una certa quantità di lavoro già oggettivato nei mezzi di produzione”, scrive Marx (Libro III, p.191), quindi prosegue: “Questo rapporto è molto diverso in diverse sfere di produzione, spesso in diversi rami di una sola e medesima industria, quantunque occasionalmente possa essere esattamente o quasi lo stesso in rami d’industria assai distanti fra loro. Questo rapporto costituisce la composizione tecnica del capitale, ed è la vera base della sua composizione organica”.
In conclusione, anche se si possono dare, a seconda del valore dei mezzi di produzione messi in moto dalla forza lavoro, differenze più o meno grandi fra composizione tecnica e composizione di valore, la definizione completa del concetto che ci viene data da Marx è la seguente: “Chiamiamo composizione organica del capitale la sua composizione di valore, nella misura in cui è determinata dalla sua composizione tecnica e la rispecchia” (Libro III, p. 192).

A mano a mano che aumenta la concentrazione del capitale, che vengono introdotti nuovi mezzi di produzione, che il progresso tecnologico e scientifico alimentano l’incessante sviluppo della produttività del lavoro, che quantità crescenti di macchine vengono messe all’opera dal lavoro vivo “questo graduale aumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile avrà necessariamente per risultato una graduale caduta del saggio di profitto pur restando invariato il saggio di plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale” (Libro III, p. 272).
La legge appena enunciata, chiarisce Marx poche pagine dopo “non esclude affatto che la massa assoluta del lavoro messo in moto e sfruttato dal capitale sociale (...) cresca; non esclude neppure che i capitali sottoposti al comando dei singoli capitalisti comandino una massa crescente di lavoro e quindi pluslavoro”, infatti la diminuzione è relativa e non ha nulla a che vedere con la grandezza assoluta del lavoro e del pluslavoro messi in moto, dal momento che “La caduta del saggio di profitto non deriva da una diminuzione assoluta, ma da una diminuzione soltanto relativa della parte variabile del capitale totale, dalla sua diminuzione in confronto alla parte costante” (Libro III, pp. 278-279).

L’allargamento della scala della produzione e l’aumento della produttività del lavoro sociale fanno dunque sì che “ogni prodotto individuale preso a sé contiene una somma di lavoro minore che in stadi più bassi della produzione” (Ivi, p. 273). Nello stesso tempo, alla caduta del saggio di profitto associata all’aumento della produttività si accompagna un aumento della massa del profitto. Ciò basta a neutralizzare gli effetti della legge? No, pur se Marx elenca una serie di controtendenze che ne frenano la progressione. Il singolo capitalista può aumentare il saggio di plusvalore sfruttando certe invenzioni prima che si generalizzino (ma prima o poi si generalizzano e il saggio di plusvalore torna a livellarsi); l’aumento della sovrappopolazione relativa “è inseparabile dallo sviluppo della forza produttiva del lavoro che si esprime nella caduta del saggio di profitto e ne è accelerata” (Ivi, p. 303) e consente di abbassare i salari al disotto della media – il che rende più a buon mercato sia gli elementi del capitale costante sia i mezzi di sussistenza (2) – ma essi non possono scendere oltre un certo limite e, d’altro canto “la compensazione del numero ridotto di operai grazie all’aumento del grado di sfruttamento del lavoro si imbatte in confini insuperabili; se quindi può ostacolare la caduta del saggio di profitto, non può annullarla” (Ivi, p. 317).

Infine Marx cita, fra i fattori che operano in controtendenza alla legge, il commercio estero (soprattutto coloniale): “i capitali investiti nel commercio estero possono fornire un più alto saggio di profitto perché (...) qui si è in concorrenza con merci prodotte da paesi con minori facilità di produzione, cosicché il paese più progredito vende le proprie merci al di sopra del loro valore, benché più a buon mercato che i paesi concorrenti”; e poche righe sotto, anticipa la tesi dello scambio ineguale che verrà sviluppata nel secondo dopoguerra dai teorici del sottosviluppo (3): “Lo stesso rapporto si può stabilire nei confronti del paese in cui si esportano e da cui si importano merci: avviene che questo dia in natura più lavoro oggettivato di quanto ne riceve, e tuttavia ottenga la merce a un prezzo inferiore a quello al quale potrebbe produrla egli stesso” (Ivi, p. 305); e nella stessa pagina aggiunge che i capitali investiti in colonie “possono fornire saggi di profitto più alti, perché ivi il saggio di profitto è più elevato a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all'impiego di schiavi, coolies, ecc., vi è anche più elevato lo sfruttamento del lavoro”.

Torniamo al Libro II (Capitolo IV, “Le tre figure del processo ciclico”, p. 136) dove leggiamo: “Il processo si svolge in modo del tutto normale se i rapporti di valore restano costanti; si svolge, in realtà, finché le perturbazioni nel ripetersi del ciclo [le discontinuità del ciclo stesso] si compensano; quanto maggiori sono le perturbazioni, tanto più capitale denaro deve possedere il capitalista industriale per poter attendere la compensazione; e poiché (...) la scala di ogni processo di produzione si allarga, e con essa cresce la grandezza minima del capitale da anticipare, quella circostanza si aggiunge alle altre che sempre più trasformano la funzione del capitalista individuale in monopolio di grandi capitalisti monetari, isolati o associati”. Mentre nel capitolo XIV (“Il tempo di circolazione”, p. 310) scrive, a proposito dei vantaggi generati dallo sviluppo di grandi centri nei quali convergono vie e mezzi di trasporto: “questa particolare facilità dei traffici e la rotazione in tal modo accelerata del capitale (...) determinano una più rapida concentrazione sia del luogo di produzione, sia del luogo di smercio. Con la concentrazione così accelerata di masse di uomini e capitali in dati punti, va di pari passo la concentrazione di queste masse di capitali in poche mani”.

Dunque i processi di concentrazione e centralizzazione si alimentano a vicenda, ma qual è la loro relazione con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto? Rieccoci al Libro III (Capitolo XV “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge” pp. 309 e segg.) dove troviamo la risposta: “l’accumulazione accelera la caduta del saggio di profitto in quanto implica la concentrazione dei lavori su grande scala, quindi una più alta composizione organica di capitale (...) la caduta del saggio di profitto accelera a sua volta la concentrazione del capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione dei più piccoli capitalisti e degli ultimi resti di produttori immediati...” (4).

Subito dopo, con un crescendo incalzante, il testo accelera verso la sentenza di morte per il modo di produzione capitalista. Ecco la sequenza:
“La contraddizione consiste in ciò, che il modo di produzione capitalistico racchiude una tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive (...) mentre d’altro lato ha come scopo la conservazione del valore capitale esistente e la sua valorizzazione nella misura estrema (...) Il suo carattere specifico è di servirsi del valore capitale esistente come mezzo per la valorizzazione massima possibile di questo valore. I metodi con cui essa raggiunge questo scopo comprendono: la diminuzione del saggio di profitto,la svalorizzazione del capitale esistente e lo sviluppo delle forze produttive del lavoro a spese delle forze produttive già prodotte”.

“La svalorizzazione periodica del capitale esistente [che serve a frenare la caduta del saggio di profitto e ad accelerare l’accumulazione con la formazione di nuovo capitale] turba (...) il processo di circolazione e riproduzione del capitale, ed è quindi accompagnata da improvvisi arresti e crisi del processo produttivo”.

“La diminuzione del capitale variabile in rapporto al capitale costante (...) dà impulsò all’aumento della popolazione operaia, mentre crea di continuo una sovrappopolazione artificiale. L'accumulazione del capitale (...) viene rallentata dalla caduta del saggio di profitto, per accelerare ulteriormente l’accumulazione del valore d’uso; a sua volta, questa dà all'accumulazione considerata quanto al valore un ritmo accelerato”

“La produzione capitalistica tende incessantemente a superare questi suoi limiti immanenti, ma li supera solo con mezzi che le contrappongono di nuovo, e su scala più imponente, questi stessi limiti”.
Ergo: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

*****

Giunti a questo punto, dobbiamo prendere atto di un inconfutabile dato di fatto: mentre le contraddizioni del modo di produzione capitalistico descritte nel Capitale hanno trovato innumerevoli conferme storiche, la loro mancata soluzione non ha provocato la prevista crisi terminale del sistema.

A cosa possiamo imputare questa errata previsione? Elenco qui di seguito le due cause che considero determinanti:
1) la deformazione prospettica provocata da una concezione teleologica del processo storico, al quale vengono attribuite leggi immanenti, automatismi “oggettivi” che ne orientano le presunte tendenze di fondo (anche se sappiamo che in alcuni testi tardi Marx ha rinnegato tale visone);
2) la descrizione della classe operaia come forza produttiva del capitale, priva di soggettività autonoma, classe in sé e non per sé (un limite cui solo la teoria leninista del partito è riuscita a porre rimedio).

Naturalmente si potrebbe citare anche la prospettiva eurocentrica da cui Marx ha osservato la realtà mondiale, sottovalutando le capacità di resilienza e resistenza di classi, popoli e culture extraeuropee alla colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico; così come si potrebbe citare la sua descrizione del processo di socializzazione del capitale come prodromo della transizione alla società dei produttori associati, un fattore che è stato sfruttato per giustificare sia il gradualismo riformista dei partiti socialdemocratici che i deliri operaisti sul cosiddetto “comunismo del capitale”, ma questi sono limiti imputabili al contesto storico in cui Marx si è trovato a svolgere il suo lavoro teorico. Ciò detto, mi avvio a concludere questo percorso analizzando i contributi di tre autori che hanno provato a spingere la teoria al di là dei limiti appena accennati, vale a dire Rosa Luxemburg, il duo Paul Baran e Paul Sweezy e Giovanni Arrighi.

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Nella sua ponderosa Accumulazione del capitale (5) Rosa Luxemburg, oltre a ricostruire – e a criticare – gli schemi della riproduzione semplice e della riproduzione allargata che Marx formula nella Terza Sezione (“La riproduzione e circolazione del capitale totale sociale”) del Libro II del Capitale, ripercorre le controversie teoriche sull’argomento che si sono susseguite fra gli economisti classici ed altri autori a lei contemporanei. Non la seguirò in questo accidentato percorso, né tantomeno nelle complicate argomentazioni logico-matematiche con cui la grande teorica e leader comunista cerca di dimostrare che gli schemi marxiani non funzionano. Anche perché, come lei stessa osserva giustamente nella sua “Anticritica”, l’appendice in cui replica ai critici che ne contestavano le tesi, gli schemi matematici in quanto tali non possono dimostrare alcunché, visto che lo stesso Marx non li intendeva come una dimostrazione delle proprie teorie, bensì come un modello, un esempio del modo in cui pensava che funzionassero i meccanismi della riproduzione sociale totale. La mia critica, argomenta Luxemburg, non riguarda tanto gli schemi, quanto il fatto che il loro presupposto storico è insostenibile.

Il vero nodo della questione, scrive, è il fatto che: “Nel II, come anche nel I Libro del Capitale, Marx parte dal presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione” (6). Ciò è confermato dalle seguenti parole di Marx (si tratta di una citazione dal Libro I): “Per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza, liberi da circostanze perturbanti accessorie, dobbiamo considerare tutto il mondo commerciale come una nazione e presupporre che la produzione capitalistica si sia imposta dovunque e abbia conquistato tutti i rami dell'industria”. Il guaio, commenta Luxemburg, è che il presupposto da cui muove Marx “per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza” è palesemente falso, perché in realtà come tutti sanno e come lo stesso Marx ammette, aggiunge la Luxemburg poche righe sotto, la produzione capitalistica “non è affatto l’unica, né il suo dominio è esclusivo e totale (...) in tutti i paesi capitalistici [anche i più sviluppati] esistono numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci (...) esistono anche in Europa paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine (...) esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a mettere radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i loro popoli presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva, alla feudale, contadina, artigiana” (7).

Che l’osservazione appena citata fosse valida ai tempi in cui l’autrice scriveva è incontestabile. Ma, come abbiamo a nostra volta sostenuto sulle pagine di questo blog, analizzando le tesi di Gabriele e Jabbour sulla convivenza fra modi di produzione (8), quelle di vari autori afro marxisti (9) e quelle di Giovanni Arrighi, ispirate all’opera del grande storico dell’economia Fernand Braudel (10), la sua validità permane intatta ai giorni nostri. Se la produzione capitalistica fosse acquirente illimitata di se stessa, se cioè produzione e mercato di sbocco si identificassero in un continuo gioco di scambi reciproci fra settori produttivi di mezzi di produzione e settori produttivi di mezzi di sussistenza, argomenta Luxemburg, le crisi periodiche non avrebbero ragione di esistere, l’accumulazione capitalistica sarebbe un processo illimitato esente da conflitti e contraddizioni, e ogni discorso sulla necessità della transizione al socialismo perderebbe senso. Viceversa noi sappiamo che questa armonia sistemica non esiste, “che ogni imprenditore produce alla cieca, in concorrenza con altri, e vede solo ciò che gli passa davanti al naso (...) che l’attuale produzione assolve il proprio scopo al modo dei sonnambuli, attraverso un eccesso o un difetto, entro continue oscillazioni dei prezzi e crisi”(11). Sappiamo d’altro canto che la produzione capitalistica, “pur con le sue diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse, che, sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il profitto, essa deve oggettivamente soddisfare i bisogni materiali della società” (12).

Anarchia della produzione, necessità di soddisfare i bisogni materiali della società aumentando nel contempo i profitti: una contraddizione che può essere affrontata solo garantendo un continuo allargamento della produzione, pena interruzioni catastrofiche del ciclo. Perché il meccanismo stia in piedi ad onta delle sue contraddizioni immanenti, occorre dunque che esista la possibilità di un continuo allargamento del fabbisogno sociale: nel nostro magazzino “dovremo trovare anche un terzo gruppo di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenti il plusvalore estorto ai lavoratori, che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato all’accumulazione” (13).

La soluzione sta nel fatto che, contrariamente al modello immaginato da Marx, che si fonda sul presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione, l’accumulazione capitalistica si compie in un ambiente fatto di diverse forme precapitalistiche, per cui “la produzione capitalistica conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e paesi (...) perciò fin dall’inizio si svolse fra la produzione capitalistica e il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio, in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di una ulteriore capitalizzazione in denaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l'allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non capitalistiche” (14)

Le argomentazioni teoriche di Rosa Luxemburg non sono mai piaciute agli economisti marxisti in quanto considerati scientificamente approssimativi e “ideologici”. Eppure è evidente che la teoria leninista dell’imperialismo (benché Lenin abbia a sua volta criticato l’opera della Luxemburg) trova qui un’amplificazione che, da un lato, corrobora la tesi della convergenza di interessi fra proletariato dei paesi industrialmente avanzati e masse dei paesi sottosviluppati, dall'altro lato offre spunti di riflessione in merito alla possibilità di costruire blocchi di classe anticapitalisti all’interno dei singoli paesi (non a caso le tesi luxemburghiane hanno goduto di ampi favori nei paesi dell’America Latina, dove la convivenza fra diversi modi di produzione è una diffusa realtà di fatto). Né è un caso se le sue idee hanno goduto della simpatia di autori come Paul Sweezy (che firmò l’Introduzione alla Accumulazione), il quale ha inaugurato una generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, sono tornati a riflettere sul concetto di imperialismo.

Chiudo con un’annotazione critica: se la Luxemburg ha il merito di avere messo in luce gli “automatismi riproduttivi” che, in certe sezioni del Capitale, rischiano di oscurare la conflittualità immanente al modo di produzione capitalistico, dall’altro lato ha il demerito di avere elaborato un’ennesima variante della teoria del “crollismo”. Infatti, ipotizzando che arrivi una fase storica in cui si avveri il presupposto marxiano della sparizione dei modi di produzione precapitalistici, scrive: “Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un'ulteriore espansione risulterà impossibile; dall’altra parte nella misura in cui questa tendenza s’impone [realizzando il dominio assolto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo] dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale...”(15).
E qui è difficile evitare la tentazione di citare l’ironica battuta di Giorgio Ruffolo: il capitale ha i secoli contati...

*****

Nell’articolo su lavoro produttivo e lavoro improduttivo, abbiamo anticipato alcune idee di Paul Baran e Paul Sweezy sul capitale monopolistico e sull'imperialismo. In particolare, abbiamo introdotto il concetto di surplus – definito come “la differenza fra ciò che la società produce e i costi per produrlo” – grandezza che comprende il plusvalore. Per Marx quest’ultimo rappresenta la somma di profitto, interesse e rendita ad esclusione delle entrate dello stato, delle spese per trasformare le merci in denaro e dei salari dei lavoratori improduttivi, ma Baran e Sweezy sostengono che mentre tale esclusione è giustificata finché si ragiona di economia concorrenziale, diviene anacronistica nell’era del capitale monopolistico, in cui la quota del plusvalore rispetto al surplus sociale complessivo tende a contrarsi, mentre quest’ultimo tende a crescere in misura tale da compensare, se non neutralizzare, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Ciò riduce o elimina il rischio di crisi? No, rispondono Baran e Sweezy: seppure l’unità tipica del mondo capitalistico non è più la piccola impresa, bensì la grande società per azioni che produce una parte importante del prodotto di una o più industrie, e seppure quest'ultima dispone di un orizzonte temporale più esteso di quello del singolo capitalista, per cui compie i suoi calcoli in modo più razionale, resta il fatto che “il capitalismo monopolistico è altrettanto privo di un piano quanto il suo predecessore concorrenziale. Le grandi società per azioni sono in rapporto fra loro, con i consumatori, con il lavoro, con le imprese minori principalmente attraverso il mercato. Il funzionamento del sistema è tuttora il risultato non intenzionale delle azioni egoistiche delle numerose unità che lo compongono” (16).

Permane quindi il carattere anarchico della produzione, ovvero la prima causa potenziale di crisi. Che dire del secondo fattore, cioè della possibilità di rallentamento o interruzione del ciclo? A provocarlo è ora soprattutto l’eccesso di surplus che non trova sbocco, sono cioè quei profitti che, se non vengono investiti né consumati, non sono tali: “il problema di realizzare il plusvalore è in realtà più cronico oggi che ai tempi di Marx”. Ciò che ha impedito a Marx e agli economisti classici di interrogarsi più a fondo sull'adeguatezza dei modi di assorbimento del surplus è stata probabilmente la loro convinzione che il dilemma centrale del capitalismo si riassumesse nella caduta tendenziale del saggio di profitto: “Viste da questo angolo visuale – scrivono Baran e Sweezy – le barriere allo sviluppo capitalistico sembravano consistere più in una carenza del surplus necessario per mantenere il ritmo dell’accumulazione che in una insufficienza dei modi caratteristici di utilizzazione del surplus” (17). Se invece la barriera principale diventa quest’ultima, il rischio è che l’eccesso di capacità finisca per scoraggiare ulteriori investimenti e che, con il venir meno degli investimenti, calino reddito, occupazione e surplus, per cui ecco la crisi. La soluzione consiste, a questo punto, nello stimolare con ogni mezzo la domanda, pena la stasi e la morte del sistema.

È a partire da qui che l’analisi di Baran e Sweezy tende a convergere con quella della Luxemburg: al pari di costei, i due sono infatti convinti che, se fossero disponibili soltanto gli sbocchi endogeni, il capitalismo monopolistico sarebbe in uno stato permanente di depressione. Bisogna cioè abbandonare il modello riproduttivo che si fonda esclusivamente sugli scambi reciproci fra diversi settori produttivi, nonché sui consumi di capitalisti, operai e percettori di rendita. Per spiegare il modello alternativo che emerge dalla loro analisi con concetti a noi più familiari, potremmo dire che esso si fonda su fenomeni quali la terziarizzazione, la finanziarizzazione, l'economia del debito, il keynesismo di guerra (inteso come effetto combinato di imperialismo, sistema militare-industriale, neocolonialismo). Ma ascoltiamo le loro parole.

La lotta contro gli spettri di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici, argomentano Baran e Sweezy, richiede la crescita di nuovi strati improduttivi di forza lavoro, che vanno ad aggiungersi ai tradizionali ceti divoratori di surplus: “si è avuto un aumento di stratificazione all’interno della classe lavoratrice in senso stretto e molte categorie di impiegati e di operai specializzati hanno conseguito redditi e posizioni sociali che fino a non molto tempo fa erano godute solo dai componenti delle classe medie. Contemporaneamente, sono aumentati i vecchi ceti ‘divoratori di surplus’ e sono sorti nuovi ceti: tecnocrati delle imprese e dell’amministrazione, banchieri e avvocati, redattori pubblicitari ed esperti di relazioni pubbliche, agenti di cambio e assicuratori, esperti immobiliari e così via” (18).

Paradigma del nuovo terziario parassitario, scrivono Baran e Sweezy, è la pubblicità e tutto quanto vi ruota attorno (promozione delle vendite, marketing, packaging, design del prodotto, ecc.): “l’importanza economica della pubblicità non sta fondamentalmente nel fatto che essa determina una ridistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni, ma nei suoi effetti sul volume della domanda effettiva globale e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito” (19). Quindi, da un lato, creazione di reddito e assorbimento di surplus, ma dall'altro “gli effetti indiretti sono forse non meno importanti e agiscono nella stessa direzione (...) essi sono di due specie: quelli che riguardano la disponibilità e la natura delle occasioni di investimento, e quelli che riguardano la divisione del reddito sociale complessivo fra consumo e risparmio [leggasi la propensione al consumo]... Permettendo di creare la domanda di un prodotto, la pubblicità incoraggia l’investimento in impianti e attrezzature che altrimenti non si farebbero”. Infine funzione della pubblicità è “quella di condurre per conto dei produttori e venditori di beni di consumo, una guerra incessante contro il risparmio e a favore del consumo [utilizzando a tale scopo] i cambiamenti della moda, la creazione di nuovi bisogni, l’introduzione di nuovi mezzi di distinzione sociale” (21).

La guerra contro i risparmi implica, a sua volta, la crescita esponenziale di quell'altro settore improduttivo che va sotto la voce di attività finanziarie, assicurative e immobiliari: “l’intera attività parassitaria di compravendita e speculazione immobiliare (...) non avrebbe alcuna ragione di esistere in un ordinamento sociale razionale. La maggior parte di ciò che la nostra società spende per l’attività finanziaria assicurativa e immobiliare è una semplice forma di assorbimento del surplus, caratteristica del capitalismo in generale e (...) del capitalismo monopolistico in particolare” (22). Detto che Baran e Sweezy hanno assistito solo alla fase iniziale di un processo che, pochi anni dopo, al culmine della rivoluzione neoliberale, avrebbe toccato vertici parossistici, fino all'esplosione della bolla del 2008, gli va comunque riconosciuto di avere intuito lo stretto legame fra terziarizzazione e finanziarizzazione.

Passiamo al tema dell’imperialismo, rispetto al quale si potrebbe dire che l’approccio di Baran e Sweezy rappresenta un ponte fra le tesi di Lenin e della Luxemburg e quelle dei teorici del sistema mondo. Sappiamo (vedi nota 3) che Baran e Sweezy lamentano il fatto che Marx non abbia ampliato il suo modello teorico fino a comprendere le regioni sottosviluppate del mondo. Ciò è vero solo in parte (23), ma è innegabile che Marx abbia parzialmente trascurato il fatto che, scrivono Baran e Sweezy, “fin dai suoi primissimi inizi nel Medioevo, il capitalismo è sempre stato un sistema internazionale e gerarchico costituito da una o più metropoli al vertice e da alcune colonie completamente dipendenti alla base, ordinate secondo molti gradi di classificazione e subordinazione. Queste caratteristiche sono di fondamentale importanza per il funzionamento del sistema nel suo complesso e dei suoi singoli componenti (...) La gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno a un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso (..) abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori” (24).

Prima di concludere, credo vada infine riconosciuto a Baran e Sweezy – benché non abbiano potuto assistere alla caduta dell’Unione Sovietica, al successivo tentativo degli Stati Uniti di ergersi a unica potenza mondiale, e all’ascesa della Cina che ne ha frustrato il progetto – il merito di avere messo in luce il duplice meccanismo per cui la metropoli imperiale gode, da un lato, dei mostruosi sovraprofitti che le multinazionali realizzano a spese delle nazioni periferiche e semiperiferiche, dall'altro dell’ancora più mostruoso assorbimento di surplus garantito dal gigantesco apparato militare che la potenza egemone mantiene per conservare il proprio ruolo. Il sistema militare industriale non serve solo in vista di eventuali conflitti interimperialistici, serve anche e soprattutto a conservare il controllo sul proprio dominio imperiale. Ma serve soprattutto ad assorbire le eccedenze di capitali: lo si è visto con la Seconda guerra mondiale, che ha realizzato ciò che le politiche keynesiane seguite alla crisi del '29 non erano riuscite a fare, e lo stiamo vedendo oggi, dal momento che la crisi della globalizzazione e la conseguente contrazione dell’area di controllo imperiale spingono il sistema a scommettere di nuovo sul keynesismo di guerra.

A coronamento del loro modello di auto-riproduzione sistemica, Baran e Sweezy, concentrano l’attenzione sulle nuove forme che tale modello impone alla lotta di classe: “Se si assume la stabilità del capitalismo monopolistico, con la sua provata incapacità di fare uso razionale (...) del suo enorme potenziale produttivo, è necessario decidere se si preferisce la disoccupazione di massa e le caratteristiche della grande depressione, o la relativa sicurezza di occupazione e di benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari [e dalla creazione di ampi strati di lavoro improduttivo e altri parassiti “divoratori di surplus” NdA]. Poiché la maggior parte degli americani, operai compresi [ma vale purtroppo anche per larga parte dei cittadini europei] assumono ancora senza discussione la stabilità del sistema, è del tutto naturale che essi preferiscano la situazione che personalmente e privatamente è più vantaggiosa per loro [o meglio: che continuano a credere tale contro ogni evidenza...] (25). Ecco perché, argomentano, l’iniziativa rivoluzionaria contro il capitalismo, un tempo nelle mani del proletariato dei paesi avanzati, è passata in quelle delle masse periferiche che lottano contro l’oppressione e lo sfruttamento imperialistici.

*****

Nella parte su socializzazione e socialismo, avevo elogiato un articolo di Bellamy Forster che lamenta il ripudio del concetto di imperialismo da parte dei marxisti occidentali. Qui devo però precisare che dissento da alcuni suoi giudizi. In particolare, Bellamy elenca David Harvey e Giovanni Arrighi fra gli autori che hanno “tradito” il concetto in questione. L’accusa ha qualche fondamento nel caso di Harvey (26), mentre mi pare francamente ingiustificata nel caso di Arrighi, il quale, anche se nei suoi ultimi lavori non usa quasi mai il termine imperialismo, ha dato, assieme a Wallerstein e altri autori (27), un contributo decisivo alla comprensione alle dinamiche del funzionamento del capitalismo come sistema mondiale, a partire dai rapporti di dipendenza fra centri e periferie. Se preferisce ricorrere al concetto gramsciano di egemonia per descrivere tali rapporti, è perché cerca di estendere l’analisi ai fattori socioculturali, e non limitarsi a quelli economici. Questa scelta lo pone sulla scia di autori come Karl Polanyi (28) e Fernand Braudel (29) e, nel contesto degli argomenti di cui stiamo qui discutendo, ha notevoli implicazioni nei confronti di tre concetti marxiani discussi in precedenza:
1) l’idea che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico tenda a stabilire il primato del capitale industriale sui capitali finanziario e commerciale;
2) l’idea che tale sviluppo (in assenza di una rivoluzione socialista) comporti l’annientamento di tutti gli altri modi di produzione (visione che il diamat staliniano ha “canonizzato” nella concezione della storia come successione di stadi: comunistico primitivo, schiavistico, medioevale, capitalistico);
3) l’idea che la concorrenza sia la causa principale di gran parte delle contraddizioni sistemiche.

Che Marx abbia descritto l’industria moderna come la forma più evoluta del modo di produzione capitalistico, argomenta Arrighi, è dovuto al fatto che, nel XIX secolo, il capitalismo era sembrato “specializzarsi” in tale ramo d’attività, per cui si comprende perché, secondo Marx, questo particolare settore economico rappresenti il “vero volto” del capitale. Eppure non va dimenticato che, soprattutto nel Libro III, lo stesso Marx ribadisce in varie occasioni che i capitalisti prediligono – e scelgono appena possibile – la forma D-D’ rispetto ai rischi dell’avventura industriale, che considerano come un male necessario per valorizzare il proprio capitale. Arrighi, al pari di Braudel, batte ancora più decisamente su questo tasto, mettendo in luce come il capitalismo, in tutto il corso della sua lunga storia, non si sia mai lasciato ingabbiare nella produzione e nel commercio di singole merci, né in particolari settori di attività, ma abbia costantemente mantenuto un rapporto “strumentale” nei confronti dei mondi del commercio e della produzione. Le sue caratteristiche sono invece sempre state la plasticità, l'eclettismo, l'adattabilità camaleontica, doti che gli hanno consentito di sfruttare le più svariate opportunità di esercitare quella capacità di “procreare” (il termine è di Marx), che più di ogni altra ne connota l’essenza.

Passiamo a un altro punto. Secondo Braudel, il capitalismo non è mai stato in grado di esaurire l’intera vita economica, di “contenere” l’intera società produttiva. Ancora nell’Europa di oggi (scrive alla fine degli anni Settanta) esistono larghe fasce di autoconsumo, così come esistono piccole imprese artigianali e commerciali, nonché vari tipi di attività che esulano dalla contabilità nazionale. Certo, è soprattutto nel Medioevo che la quasi totalità della produzione è assorbita dall’autoconsumo della famiglia e del villaggio e non entra nei circuiti del mercato. Ed è sempre nel Medioevo che i principali agenti del mercato sono venditori ambulanti e bottegai; ma già allora su questo livello inferiore si elevava l’élite dei grandi mercanti, che dominavano fiere e borse e controllavano il commercio di lunga distanza. Grazie alla concentrazione di masse crescenti di denaro nelle loro mani, costoro iniziarono a svolgere funzione di finanziatori di altri mercanti e di principi, nonché ad acquistare direttamente da contadini e artigiani i loro prodotti per esercitare la funzione di grossisti (è il primo passo verso lo sfruttamento del lavoro a domicilio che nel Libro I del Capitale Marx descrive come l'antenato della manifattura).

Questa sfera superiore della circolazione che si innalza al di sopra degli scambi quotidiani dei mercati elementari e dei traffici a breve distanza, secondo Braudel, è già capitalismo (siamo a cavallo dei secoli XIV e XV, ma in alcune regioni d’Europa si può risalire più indietro). Un fenomeno che lo stesso Braudel definisce contromercato, in quanto, grazie alla sua dimensione internazionale, si sbarazza delle regole dei mercati tradizionali (locali), aggira barriere politiche e giuridiche, gestisce “scambi ineguali in cui la concorrenza... ha poco spazio ed in cui il mercante gode di due vantaggi: in primo luogo quello di avere interrotto il rapporto diretto e lineare tra il produttore ed il consumatore (...); in secondo luogo, dispone del denaro in contanti che è il suo principale alleato” (30). Come dire che la cosiddetta libera concorrenza è sempre stata un mito degli economisti liberal borghesi, mentre il capitalismo è nato tendenzialmente monopolista e tale è rimasto.

Torneremo fra poco sull’argomento, ma prima occorre prendere atto di un corollario di questo modo di approcciare la storia del capitalismo. La coesistenza fra il livello inferiore dell’economia di mercato e il livello superiore del protocapitalismo non è una fase transitoria, contingente. Contrariamente a Marx, il quale prevede che, a mano a mano che il proto capitalismo mercantile evolve in modo di produzione capitalistico maturo, il livello inferiore sia destinato a sparire, nella concezione che abbiamo appena descritto, il livello superiore non può distruggere il livello inferiore per il semplice motivo che la sua natura è quella di un parassita che sfrutta tutto ciò che gli sta sotto, che ne succhia le risorse per metterle a frutto e valorizzare alla seconda potenza il valore creato dagli altri modi di produzione, del quale si appropria. Al modello del marxismo ortodosso, basato sulla successione di stadi (schiavitù, servaggio, capitalismo), subentra la visione di una coesistenza fra modi di produzione diversi – visione condivisa da Luxemburg, Baran e Sweezy, i teorici della dipendenza, Gabriele e Jabbour, oltre che da Braudel e Arrighi.

Riprendiamo il tema del monopolio come tendenza originaria. Per Arrighi, come per Braudel, l’argomento è intrecciato con la questione del rapporto fra concentrazione del potere capitalistico e stato; questione che Marx, ricorda Arrighi, affronta nel Libro I del Capitale a partire dal ruolo del debito pubblico nel sostenere l’espansione iniziale del capitalismo. Ecco la citazione in questione: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica (...) Come con un colpo di bacchetta [il debito pubblico] conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero altrettanto denaro in contanti” (31).

Ragionando su questo rapporto storico fra stato e capitale, e sul ruolo che esso ha svolto nella costruzione del dominio europeo sul resto del mondo, Arrighi scrive a sua volta: “la transizione realmente importante che esige una spiegazione non è quella dal feudalesimo al capitalismo, ma quella da un potere capitalistico diffuso a uno concentrato. E l'aspetto più rilevante di questa transizione (...) è la singolare fusione di stato e capitale (sottolineatura mia) che in nessun luogo fu realizzata in modo tanto favorevole al capitalismo come in Europa” (32). Ecco perché, aggiunge Arrighi citando Braudel, il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato. Non solo il capitalismo monopolistico, ma anche il capitalismo monopolistico di stato si rivela dunque come una caratteristica originaria del capitalismo; “la concorrenza fra gli stati per il capitale mobile è stata il complemento di questo processo”, aggiunge Arrighi poche righe sotto, e alla pagina successiva scrive: “la concorrenza interstatale è stata una componente decisiva in ciascuna fase di espansione finanziaria e un fattore fondamentale nella formazione di questi blocchi di agenti governativi e imprenditoriali che hanno guidato l’economia-mondo capitalistica attraverso le sue successive fasi di espansione” (33).

Per non dilungarmi eccessivamente, evito di entrare nel merito dell’alternanza di cicli egemonici (Genova, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti) che Braudel e Arrighi considerano il modo in cui l’economia mondo si è sviluppata negli ultimi cinque secoli, né discuterò la tesi secondo cui le fasi di finanziarizzazione marcano le crisi di passaggio da un ciclo egemonico all’altro, né tantomeno metterò a confronto il pensiero di Braudel e Arrighi in merito alla previsione sul modo in cui potrà risolversi la crisi dell’ultimo di questi cicli, egemonizzato dagli Stati Uniti (ricordo solo che Braudel non offre risposte chiare, mentre Arrighi ha prima ragionato sull’emergenza dell’area asiatica, per poi concentrarsi sulla Cina).

Siamo così arrivati alla fine di questo lungo percorso in cinque tappe attraverso il II e III Libro del Capitale, e attraverso il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati con le questioni sollevate da questa monumentale opera. Chi si fosse aspettato una conclusione deve rassegnarsi: l’intento di questo lavoro, come ho chiarito sin dall’inizio, era stilare un elenco di quelli che ritengo i principali nodi problematici che Marx ci ha lasciato in eredità, e di indicare alcune direzioni di ricerca per affrontarli e approfondirli. Immaginare di estrarne una “sintesi” sarebbe folle, dal momento che vorrebbe dire pensare di riscrivere un Capitale dei giorni nostri, impresa assai al di là delle mie capacità (e penso di quelle di chiunque altro).

Note

(1) L’intera teorizzazione operaista in merito alla possibilità di rovesciare il modo di produzione capitalistico a partire dalla fabbrica, invece che dal rapporto complessivo fra tutte le classi sociali (cfr. M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi 1966), si fonda sulla capacità delle lotte dell’operaio massa di interrompere il ciclo produttivo della grande fabbrica fordista.

(2) Un altro modo in cui si è realizzato tale risultato, è stato quello reso possibile dalla cosiddetta Walmart Economy, vale a dire dall’importazione massiccia di prodotti cinesi a buon mercato (distribuiti dalla catena commerciale Walmart) che hanno consentito di abbassare drasticamente i costi di riproduzione della forza-lavoro americana.

(3) Vedi, fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1959. Un secolo dopo Marx, Baran e Sweezy lamenteranno il fatto che le intuizioni marxiane sul tema dello scambio ineguale fra centri e periferie e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo siano rimaste episodiche, mentre la sua attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul mondo capitalistico sviluppato.

(4) A questa citazione segue un passaggio già citato in precedenza: “Una volta di più, non si tratta che della separazione, ma alla seconda potenza, delle condizioni di lavoro di produttori, ai quali questi più piccoli capitalisti appartengono perché in essi il lavoro personale recita ancora una sua parte”.

(5) R. Luxemburg, L'accumulazione del capitale e Anticritica, (Introduzione di Paul Sweezy, Traduzione di Bruno Maffi), Einaudi, Torino 1960.

(6) Op. cit.,p. 478.

(7) Ivi, p. 479.

(8) Cfr. A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.

(9) Vedi, in particolare, C. Robinson, Black Marxism, Alegre 2023.

(10) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1977.

(11) Op. cit., p. 474.

(12) Ivi, p. 468.

(13) Ivi, p. 475.

(14) Ivi, p. 480.

(15) Ivi, p. 481.

(16) P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, p. 46.

(17) Ivi, p. 97.

(18) Ivi, pp. 107 e segg.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ivi, p. 119.

(23) Vedi, fra gli altri testi, i saggi suoi e di Engels raccolti nel volume India, Cina, Russia, il Saggiatore, Milano 1960.

(24) Il capitale monopolistico, cit., pp. 151, 152.

(25) Ivi, p. 177.

(26) Mi riferisco in particolare alle critiche che Harvey ha rivolto al libro di Prabhat e Utsa Patnaik, Una teoria dell’imperialismo (Meltemi) negando che il rapporto fra Gran Bretagna e India sia classificabile come un caso di tipico di imperialismo.

(27) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(28) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

(29) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, cit.

(30) Ivi, p. 57.

(31) Questo brano, con qualche minima differenza di traduzione, si trova alle pagine 942 e 943 (Libro I) dell’edizione del Capitale che sto utilizzando qui (UTET 1974, Traduzione di Bruno Maffi).

(32) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 1996, p. 30.

(33) Ibidem, p. 31.

Fonte

10/05/2025

Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 4 parte

Avvertenza. Proseguendo nel lavoro di riflessione critica su alcuni nodi teorici che Marx tratta nei Libri II e III del Capitale, mi sono reso conto dell'opportunità di apportare un paio di varianti al progetto iniziale:
1) in questa quarta parte ho inserito un cenno alla integrazione della classe operaia nel capitale, argomento che inizialmente avevo pensato di discutere in una sesta parte dedicata alla “de-naturalizzazione” di lavoro e terra. Ciò perché mi sono reso conto che non avrei potuto scriverne senza studiare a fondo la questione della rendita fondiaria, il che, al momento, mi è impossibile, per cui la sesta parte è stata esclusa dal progetto;
2) quanto all’annunciata appendice sulle critiche della Luxemburg agli schemi marxiani dell’accumulazione allargata, sarà integrata nella quinta e ultima parte su centralizzazione del capitale, caduta del saggio di profitto e crisi.
Colgo infine l’occasione per chiarire (ove ve ne fosse bisogno) che con questi cinque testi non intendo offrire niente più che un elenco di dubbi e problemi relativi alla misura in cui certe categorie marxiane appaiono applicabili ai giorni nostri (un lavoro sistematico sulla seconda e terza sezione del Capitale avrebbe richiesto ben altre dimensioni).
Quanto agli autori citati, oltre a Marx ed Engels, si tratta di mie personalissime scelte, per cui mi scuso in anticipo con tutti coloro che mi rimprovereranno di avere trascurato questa o quella voce dell’immane bibliografia che la tradizione marxista (e non solo) ha sfornato su queste questioni.

4. Processo di socializzazione e transizione socialista

I brani del Capitale in cui Marx mette in evidenza il peso determinante del fattore sociale nel modo di produzione capitalistico sono talmente frequenti e numerosi che, a volerli citare tutti, si accumulerebbe una quantità di pagine non molto inferiore a quelle del Capitale stesso. Ecco perché le citazioni seguenti non hanno la pretesa di essere esaustive dell’argomento, ma rappresentano una scelta inevitabilmente limitata e arbitraria.

Prendo le mosse da due passaggi che spiegano come l’attività del singolo capitalista si avvalga dei benefici della forza produttiva sociale generata dal sistema nel suo complesso:
“Ciò che caratterizza questo genere di risparmio del capitale costante [dovuto all’aumento della forza produttiva del lavoro], derivante dai continui progressi dell’industria, è che l’aumento del saggio di profitto in un ramo dell’industria è qui dovuto allo sviluppo della produttività del lavoro in un altro. Ciò che qui torna a beneficio del capitalista rappresenta a sua volta un guadagno che è il prodotto del lavoro sociale, anche se non del lavoro degli operai da lui stesso direttamente sfruttati. Quello sviluppo della forza produttiva si riconduce sempre, in ultima analisi, al carattere sociale del lavoro messo in azione; alla divisione del lavoro entro la società; allo sviluppo del lavoro intellettuale, soprattutto delle scienze naturali. Ciò che il capitalista utilizza, qui, sono i vantaggi dell'intero sistema della divisione sociale del lavoro (sottolineatura mia)”. (Libro III, pp. 116-117).
Qui Marx spiega insomma che il capitalista non si appropria solo del lavoro non pagato dei suoi operai, bensì degli effetti generati dall’aumento dell’intero potenziale produttivo del sistema in cui agisce. Analogamente, in un paragrafo intitolato “Economie mediante invenzioni”, scrive che le economie nell’impiego del capitale fisso “servono come condizioni di lavoro immediatamente sociale, socializzato, ovvero di cooperazione diretta entro il processo produttivo”. Ovviamente qui non si fa riferimento alla manifattura, bensì alla produzione industriale su grande scala, che è l’unica che “rende possibili le economie derivanti dal consumo produttivo sociale”. Inoltre, per sgombrare il campo dall’equivoco in base al quale sarebbero le invenzioni tecniche in quanto tali a garantire tale risultato, aggiunge: “Infine, però, è solo l'esperienza dell’operaio combinato che scopre e indica come e dove risparmiare, come tradurre in pratica nel modo più semplice le invenzioni già fatte, quali frizioni pratiche nella realizzazione della teoria – nella sua applicazione al processo produttivo – vadano superate ecc.”. Dopodiché conclude che “bisogna distinguere fra lavoro generale e lavoro collettivo. Entrambi svolgono la loro parte nel processo di produzione (...) Lavoro generale è ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende sia dalla cooperazione coi vivi sia dall’utilizzo del lavoro dei morti. Il lavoro collettivo presuppone la cooperazione diretta degli individui” (Libro III, pp. 142-143).

Il concetto di lavoro generale è sinonimo di quello di general intellect, al centro delle celeberrime pagine dei Grundrisse (1) che hanno acceso la fantasia dei teorici operisti e post operaisti, tanto da indurli a delirare su un presunto “comunismo del capitale” (2). Nè minore impatto nei confronti di costoro ha esercitato il concetto di “operaio combinato”, identificato di volta in volta con l’operaio massa e/o l’operaio sociale, fino ad approdare, a coronamento di un lungo ciclo di disillusioni e sconfitte, all’anodina categoria di moltitudine. Ma di questo ci occuperemo più avanti, discutendo del soggetto politico che dovrebbe scaturire dal lavoro collettivo. Prima ci occuperemo di quegli aspetti del processo di socializzazione che fanno sì che la figura tradizionale, storica del capitalista, venga oscurata dalle potenze che egli stesso, a mò di apprendista stregone, ha evocato. Un processo storico che, secondo Marx, è necessariamente destinato a culminare nell’emancipazione di quelle potenze dalle forme mistificate in cui sono state ingabbiate dalla proprietà privata.

Con la crescente concentrazione “Il capitale appare sempre più come una potenza sociale di cui il capitalista è funzionario (questa e la seguente sottolineatura sono mie) e che è ormai priva di qualunque rapporto con ciò che può creare il lavoro di un singolo individuo; ma come una potenza sociale alienata, resasi autonoma, che si contrappone alla società e come cosa, e come potere del capitalista grazie a quella cosa. La contraddizione fra la potenza sociale generale che il capitale incarna, e il potere privato del capitalista singolo su queste condizioni sociali della produzione, assume forme sempre più stridenti e implica la dissoluzione finale di questo rapporto (Libro III, p. 337). Teniamo fermi i tre concetti evidenziati – il capitalista si converte da proprietario a funzionario del capitale (ma senza perderne la proprietà!); il capitale in quanto potenza sociale astratta ed autonoma che trascende i soggetti sociali concreti si oppone alla società nel suo complesso; e il processo è logicamente (quindi necessariamente!) destinato a culminare nella dissoluzione del rapporto di proprietà – e vediamo come si articolano nelle parti successive del III Libro.

Nel capitolo XXII (“Ripartizione del profitto, saggio d’interesse”) leggiamo: “con lo sviluppo della grande industria, il capitale denaro, in quanto si presenta sul mercato, tende sempre più a non essere rappresentato dal singolo capitalista, proprietario di questa o quella frazione del capitale reperibile sul mercato, ma ad intervenire come massa concentrata, organizzata, che soggiace, ben altrimenti dalla produzione reale, al controllo dei banchieri rappresentanti del capitale sociale” (Libro III, p. 465.). Il tema della finanziarizzazione, che nella puntata precedente abbiamo affrontato in rapporto al concetto di “divenire merce” del capitale, qui si ripresenta come tappa cruciale del processo di socializzazione del capitale: se il singolo capitalista industriale decade a funzionario del suo stesso capitale, il banchiere, in quanto funzionario del grande capitale finanziario, si eleva a rappresentante del capitale sociale.

Nello stesso capitolo, troviamo la paradossale descrizione del declassamento del capitalista a “lavoratore”: “l’utile d’impresa si presenta al capitalista come indipendente dalla proprietà di capitale, come risultato delle sue funzioni di... lavoratore” (Libro III, p. 479). E una decina di pagine dopo: “La stessa produzione capitalistica ha avuto per effetto che il lavoro di direzione viaggia per le strade in completa separazione dalla proprietà del capitale: è quindi inutile che a eseguirlo siano dei capitalisti e due pagine dopo: “non resta che il funzionario, e il capitalista scompare come persona superflua dal processo di produzione (entrambe le sottolineature sono mie). Ciò non significa che Marx dimentichi che il ruolo del manager industriale resta quello di sfruttare la forza lavoro (il che equivarrebbe a dire che Marchionne era un “lavoratore” ben retribuito grazie alle sue eccezionali capacità manageriali), infatti a pag. 488 scrive: “Di fronte al capitalista monetario, il capitalista industriale è lavoratore, ma lavoratore come capitalista, cioè come sfruttatore di lavoro altrui”.

Il tema della funzione del capitale finanziario come acceleratore del processo di socializzazione del capitale generale ricorre continuamente nel Libro III. Nel capitolo XXXVI (“Il processo della produzione capitalistica”) leggiamo per esempio: “Questo carattere sociale del capitale è mediato e integralmente realizzato solo dal pieno sviluppo del sistema creditizio e bancario. Quest'ultimo (...) mette a disposizione dei capitalisti industriali e commerciali tutto il capitale disponibile e perfino potenziale, non impegnato già attivamente, della società, cosicché né chi presta né chi impiega questo capitale ne è proprietario o produttore. Con ciò, esso sopprime il carattere privato del capitale e contiene in sé, ma anche soltanto in sé, la soppressione del capitale stesso (sottolineatura mia) (p. 756). Ma nella pagina seguente troviamo un’affermazione ancora più sorprendente del ruolo (oggettivamente) rivoluzionario del capitale finanziario: “non v’è dubbio che il sistema creditizio servirà da leva potente durante il passaggio dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione del lavoro associato, ma solo come un elemento in connessione con altri grandiosi rivolgimenti del modo di produzione stesso”. In poche parole, per Marx, le trasformazioni associate allo sviluppo del grande capitale industriale e finanziario si possono descrivere come “la soppressione del modo di produzione capitalistico entro i confini del modo di produzione capitalistico”, nella misura in cui rappresentano “la proprietà privata senza il controllo della proprietà privata” (Libro III, p. 555).

Ad onta della precisazione – secondo cui la transizione al modo di produzione del lavoro associato sarà facilitata dall’evoluzione del sistema verso forme produttive sempre più socializzate, “ma solo come un elemento in connessione con altri grandiosi rivolgimenti del modo di produzione capitalistico” – è difficile negare che le argomentazioni appena citate possono essere interpretate in modo da giustificare la tesi di una transizione più o meno spontanea, “automatica” dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione del lavoro associato. Del resto è proprio così che le hanno interpretate i dirigenti della Seconda Internazionale, autoproclamandosi i veri custodi dell’eredità teorica di Marx contro l’eresia leninista che, viceversa, ha colmato il “buco” di un sistema teorico incapace di tradurre la critica delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico in organizzazione politica del soggetto rivoluzionario (3).

Il buco in questione nasce da due limiti: da un lato una visione teleologica della storia le cui leggi immanenti condannano il capitalismo a creare le condizioni della propria fine; dall’altro lato il fatto che nel Capitale la classe operaia viene rappresentata esclusivamente come “classe in sé”, capitale variabile, elemento totalmente interno al processo capitalistico di produzione, al pari del capitale costante.

I passaggi che documentano il primo limite sono innumerevoli. Mi limito a citarne tre: “Se perciò il modo di produzione capitalistico è un mezzo storico (sottolineatura mia) per sviluppare la forza produttiva materiale e creare il mercato mondiale a essa corrispondente, è al tempo stesso la contraddizione permanente fra questa sua missione storica (idem) e i rapporti sociali di produzione che gli corrispondono” (Libro III, p. 320); “Così in questo ramo [si riferisce all’industria chimica] la concorrenza ha lasciato il posto al monopolio e si è preparato nel modo più felice il terreno alla futura espropriazione ad opera della società complessiva” (Libro III, p, 555, si tratta in questo caso di un inserto di Engels); “le imprese azionarie capitalistiche vanno considerate allo stesso titolo delle aziende cooperative come forme di trapasso dal modo di produzione capitalistico a quello associato” (Libro III, p. 558). Si passa dunque dalla definizione del capitalismo come strumento della hegeliana “astuzia della ragione” per sviluppare le forze produttive, all’affermazione del presunto ruolo delle imprese azionarie come passo intermedio verso la società dei produttori associati.

Quanto al secondo limite (la classe operaia ridotta a capitale variabile) ecco un paio di esempi: “Dal lato dell’operaio, l’impiego produttivo della sua forza lavoro diventa possibile solo dal momento in cui, in seguito alla sua vendita, essa viene posta in collegamento coi mezzi di produzione (...) Ma non appena, essendo stata venduta, sia posta in collegamento coi mezzi di produzione, essa forma parte integrante del capitale produttivo del suo compratore, allo stesso titolo dei mezzi di produzione (sottolineatura mia; per inciso, vorrei osservare che ciò potrebbe essere interpretato nel senso che la resistenza soggettiva alla subordinazione sostanziale del lavoratore al processo di valorizzazione può darsi solo prima della vendita (4), cioè prima di essere trasformato in merce forza lavoro, mentre una volta integrato nel processo egli non è altro che uno strumento produttivo) (Libro II, p. 53). E ancora: “La produzione capitalistica (...) non produce soltanto merce e plusvalore, ma riproduce, e in proporzioni sempre più vaste, la classe dei salariati, e trasforma in salariati l’enorme maggioranza dei produttori diretti” (Libro II, p. 57). Anche qui la forza lavoro appare come oggetto, “viene riprodotta”, mentre il suo accrescimento numerico rappresenta una contraddizione per il capitale solo in senso “oggettivo”, contraddizione immanente che incarna la necessità storica della rivoluzione.

Prima di passare ad analizzare la soluzione leninista al doppio limite in questione, occorre tuttavia completare l’analisi marxiana del processo di socializzazione, descrivendo come costui immaginava il punto di approdo di tale processo, vale a dire la transizione alla società dei produttori associati. È noto che Marx è stato parco nel descrivere la propria visione di una società post capitalista. Tanto che molti ritengono che l’unico testo significativo che egli ci abbia lasciato in merito sia La critica al programma di Gotha (Editori Riuniti). In realtà nel Capitale esistono almeno due passaggi tutt’altro che marginali sul tema, uno nel Libro I (5) e l’altro nel Libro III. Personalmente ritengo più interessante il secondo, che riproduco qui di seguito quasi integralmente.
“Uno degli aspetti civilizzatori del capitale consiste nel fatto di estorcere questo pluslavoro in un modo e in condizioni che sono più favorevoli allo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti sociali, e alla creazione degli elementi di una nuova e più elevata cultura, di quanto avvenisse nelle forme precedenti della schiavitù, della servitù della gleba, ecc. Da un lato esso genera uno stadio in cui la costrizione e la monopolizzazione dello sviluppo sociale (...) ad opera di una parte della società a spese dell'altra vengono a cessare; dall’altro crea i mezzi materiali e il germe di rapporti che permettono, in una forma superiore di società, di combinare questo pluslavoro con una maggior limitazione del tempo dedicato in genere al lavoro materiale. (...) L’effettiva ricchezza della società e la possibilità di un costante ampliamento del suo processo di riproduzione non dipendono quindi dalla durata del pluslavoro, ma dalla sua produttività e dalle condizioni di produzione più o meno ricche in cui esso si svolge. Il regno della libertà comincia in effetti soltanto là dove cessa il lavoro determinato dal bisogno e dalla convenienza esterna; risiede quindi, per la natura stessa della cosa, oltre la sfera della produzione materiale in senso proprio. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare l’uomo civile, e deve farlo in ogni forma di società e in tutti i modi di produzione possibili. Con il suo sviluppo si estende il regno della necessità naturale, perché si espandono i bisogni; ma nello stesso tempo si espandono le forze produttive che li soddisfano. La libertà in questo campo può consistere unicamente in ciò, che l’uomo socializzato, i produttori associati, regolino razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo sottopongano al loro controllo collettivo, invece di esserne dominati come da una cieca potenza; lo eseguano col minor dispendio di energie e nelle condizioni più degne della loro natura umana e ad essa più adeguate. Ma questo rimane pur sempre un regno della necessità. Al di là dei suoi confini ha inizio lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso; il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulla base di quel regno della necessità. La riduzione della giornata lavorativa ne è la fondamentale condizione.” (Libro III, pp. 1010-1012)
Il brano è di tale densità che richiederebbe pagine e pagine di esercizio ermeneutico. Qui mi limito a elencare i punti che considero più significativi:
1) nelle righe iniziali ritroviamo la visione teleologica che abbiamo già più volte messo in luce: i meriti del capitale come agente involontario del “progresso umano”, nella misura in cui accumula le risorse materiali, le conoscenze e le relazioni sociali che preludono a un salto di civiltà (una visione illuminista che gli intellettuali rivoluzionari del Sud del mondo accusano di eurocentrismo e di scarsa attenzione alle conseguenze dei cosiddetti aspetti “civilizzatori” del capitale);
2) l’idea – su cui molto insiste l’ultimo Lukacs della Ontologia dell’essere sociale (6) – che, per quanto sviluppate siano le forze produttive del lavoro sociale, il regno della necessità, inteso come ricambio organico fra uomo e natura, non verrà mai meno “in ogni forma di società e in tutti i modi di produzione possibili” (che si potrebbe tradurre dicendo che un giorno potremo forse liberarci del valore di scambio, ma mai del valore d’uso);
3) l’idea che, stante questo vincolo, la libertà potrà consistere solo nel controllo collettivo dei produttori associati (controllo la cui forma politica resta indefinita) sulle modalità del ricambio organico emancipato dalla “cieca potenza” delle leggi dell’economia (capitalistica);
4) l’idea che al di là di questi vincoli materiali potrà esistere quel non ben definito “vero regno della libertà” del quale Ernst Bloch ci ha consegnato una versione vagamente misticheggiante (7);
5) viceversa Marx, nella misura in cui àncora il tutto alla riduzione della giornata lavorativa, ci fornisce l’unico elemento concreto per immaginare l’avvento di un altro mondo possibile.

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Nelle pagine del Capitale che abbiamo appena riletto, spiccano, fra gli altri, alcuni nodi problematici. Il primo, metodologico, riguarda l’impronta teleologica di una narrazione che annuncia la necessità storica, frutto di leggi immanenti alle forme stesse assunte dal modo di produzione capitalistico nel corso del suo processo evolutivo, della transizione al socialismo. Si tratta di un tema filosofico che, ancorché di grande momento, non considero prioritario nel contesto di questo scritto, per cui rinvio ai testi che vi ho dedicato altrove, a partire dai contributi di autori come Gyorgy Lukacs e Costanzo Preve (8).

Più urgenti mi paiono qui altre tre questioni:
1) posto che la socializzazione e il conseguente sviluppo delle forze produttive si concentrano nelle nazioni occidentali, dove tale processo è più avanzato, perché in queste nazioni tutti i tentativi di rovesciare il dominio del capitale sono falliti?
2) Come e in che misura la teoria marxista è riuscita a definire le condizioni della trasformazione della classe in sé (in quanto capitale vivo integrato nel processo produttivo di plusvalore) in classe per sé, cioè in organizzazione politica della propria lotta per l’emancipazione dal dominio del capitale?
3) Come e in che misura le concrete esperienze storiche di costruire una società socialista differiscono dal modello della società dei produttori associati abbozzato da Marx (ed Engels)?

Lungo l’intero corso del Novecento (ma anche oggi, sia pure in forme diverse), il marxismo si è diviso in due grandi correnti (ancorché frammentate al proprio interno) a partire dall’evento scismatico della Rivoluzione d’Ottobre e dalla svolta radicale che Lenin ha impresso alla teoria attraverso i concetti di imperialismo e partito rivoluzionario di classe. Il 1917 è lo spartiacque fra un marxismo occidentale che è rimasto fedele alla visione di un processo di maturazione spontanea del socialismo come “soppressione del modo di produzione capitalistico entro i confini del modo di produzione capitalistico”, per parafrasare le parole di Marx citate in precedenza, e la concezione leninista della rivoluzione come esito di un progetto politico, come discontinuità radicale del processo storico indotta e preparata da un partito che raccoglie e organizza l’avanguardia politicamente consapevole di una parte sociale, altrimenti condannata a riprodursi eternamente come mera forza lavoro, componente produttiva del processo di accumulazione capitalistica.

L’adesione dogmatica a questa concezione leninista del partito, non ha tuttavia salvato dalla sconfitta le minoranze rivoluzionarie che hanno tentato di opporsi all’egemonia riformista, schiacciante nell’ambito della cultura marxista occidentale. Questo perché, a mio avviso, il leninismo poteva funzionare, e ha funzionato, solo nelle condizioni create nelle regioni periferiche e semi periferiche del mondo dall’imperialismo. È questo il vero grande contributo di Lenin alla teoria marxista: un’analisi che, come osserva John Bellamy Foster in un lungo articolo apparso sulla Monthly Review conserva tutta la sua validità anche se “è stata integrata e aggiornata in vari momenti dalla teoria della dipendenza, dalla teoria dello scambio ineguale, dalla teoria dei sistemi-mondo (…). In tutto questo, la teoria marxista dell'imperialismo ha mantenuto un’unità di base che ha ispirato le lotte rivoluzionarie globali” (9). Dal 1917 alla vittoria della Rivoluzione cinese del 1949, alla sconfitta americana degli anni Settanta in Vietnam, alle rivoluzioni latinoamericane di ieri (Cuba) e di oggi (Venezuela e Bolivia), le vittorie delle masse popolari del Sud del mondo sono il frutto dell’allargamento della contraddizione di classe dal conflitto fra capitale e lavoro in Occidente al conflitto fra nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate nel sistema-mondo imperialista.

È grazie alla consapevolezza di tale allargamento che è stato possibile superare i limiti eurocentrici della visione marxista “ortodossa”, e integrare nella lotta anticapitalista le larghe masse contadine e popolari del Sud del mondo. Né è un caso, come nota ancora Bellamy Foster, se le sinistre postmoderne hanno tentato in tutti i modi di invalidare la teoria leninista dell’imperialismo, o riducendola a una teoria geopolitica del conflitto territoriale e militare fra grandi potenze, sorvolando sulle implicazioni in termini di sfruttamento economico delle periferie da parte delle metropoli, o addirittura negando l’esistenza stessa di quest’ultimo (10). Ma a urtare le sinistre politiche e accademiche occidentali, non è solo la denuncia della loro oggettiva complicità nei confronti delle proprie élite dominanti: è anche e soprattutto la presa d’atto, da parte di Lenin e dei suoi eredi teorici, che sul rapporto di sfruttamento delle periferie da parte delle metropoli si è fondata la trasformazione di larga parte del proletariato occidentale in aristocrazia operaia mondiale, in “classe media”, oggettivamente interessata alla conservazione dello status quo. Un dato di fatto che brucia, al punto che anche parte delle sinistre occidentali presuntamente antagoniste hanno cercato di negare – a partire dalla metà degli anni Settanta – il concetto stesso di imperialismo, e/o di rappresentare, come vedremo fra poco, l’aristocrazia di cui sopra come “nuova” avanguardia rivoluzionaria.

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Analizzando le grandi imprese monopolistiche degli Stati Uniti, Baran e Sweezy, (11) riprendono il tema marxiano della separazione fra funzioni manageriali e proprietà (tendenziale nella seconda metà del secolo XIX, fatto compiuto nel secondo dopoguerra del XX) e lo approfondiscono:
1) definendo il ruolo del manager come “uomo della organizzazione” in contrapposizione all’individualismo dell’imprenditore classico;
2) chiarendo che questi funzionari del capitale non rappresentano una nuova classe sociale – tesi sposata da chi li accosta alla burocrazia sovietica, descritta a sua volta come una nuova classe sociale (12) – ma vanno considerati come la parte più attiva e influente delle classi proprietarie;
3) ribadendo che la sostituzione del capitalista individuale con il capitalista collettivo delle società per azioni costituisce una “istituzionalizzazione della funzione del capitalista”;
4) sottolineando infine che i manager sono meno condizionati – rispetto al capitalista classico – da pregiudizi personali, per cui sono più disponibili a promuovere l’uguaglianza fra razze, generi, ecc.

Quest’ultima affermazione anticipa di decenni (siamo negli anni Sessanta!) il “capitalismo woke” dei giorni nostri (13) e ci aiuta a capire come già allora era prevedibile che il capitale si sarebbe impegnato ad accogliere e integrare le aspettative di emancipazione delle minoranze di colore, delle donne, ecc. (da notare che a pagina 748 del Libro III, già Marx scriveva: “quanto più una classe dominante è capace di accogliere nel proprio seno gli uomini – e le donne dovremmo aggiungere oggi! – più eminenti delle classi dominate tanto più solido e pericoloso è il suo dominio”). Per quanto riguarda, in particolare, la nascita di una “borghesia nera” sia negli Stati Uniti che nei Paesi a regime neo-coloniale, ho a mia volta descritto – in una serie di post dedicati all’afromarxismo e al panafricanismo rivoluzionari (14) – in che misura la cooptazione di élite intellettuali, economiche e politiche di colore abbia funzionato come un’arma potente per contrastare la lotta antimperialista.

Ma il merito di Baran e Sweezy e delle le loro analisi sull’impatto socioeconomico delle dinamiche dell'imperialismo sulla composizione di classe nei paesi metropolitani, consiste soprattutto nell’avere ampiamente documentato – con dati ed esempi concreti – in che misura le aristocrazie operaie occidentali si fossero dilatate rispetto ai tempi di Lenin, convertendosi in quelle “classi medie” che hanno finito per inglobare la maggior parte degli americani, operai compresi, una massa di persone disposte a condividere senza discussione l’obiettivo di garantire la stabilità del sistema, di individui che “per dare base razionale alla propria scelta a favore della conservazione dell’american way of life, accettano e giustificano l’anticomunismo e le politiche di illimitata espansione della spesa militare” (15). A partire da questa analisi, Baran e Sweezy attribuiscono il rafforzamento dell’egemonia delle classi dominanti alla “proliferazione dei ceti divoratori di surplus” (vedi quanto ho scritto in merito alla differenza fra lavoro produttivo e improduttivo). Un punto di vista diametralmente opposto alle idee di gran parte delle sinistre radicali occidentali, le quali, a partire dagli anni Settanta del Novecento, hanno invece considerato il processo di terziarizzazione del lavoro come un’opportunità di allargamento della base sociale rivoluzionaria.

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Il ciclo di lotte operaie e studentesche che ha scosso molti paesi occidentali nel decennio a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ha alimentato l’illusione di un nuovo scisma: così come Lenin aveva rotto con il marxismo della Seconda Internazionale, i movimenti e le formazioni politiche nate da quel ciclo di lotte promettevano di rompere con le socialdemocrazie e le scelte opportuniste dei partiti comunisti europei, e di dare vita a una nuova corrente rivoluzionaria all’interno del marxismo occidentale. Gli “intellettuali organici” espressi da quei movimenti, pur dispersi in una miriade di diverse tendenze, erano raggruppabili in due grandi famiglie. Da un lato, c’era chi si ispirava agli insegnamenti di Lenin e/o di Mao, senza però riuscire ad applicarli creativamente a una realtà socio-economica, politica e culturale profondamente mutata rispetto a quelle della Russia del 1917 (per tacere della Cina del 1949); dall’altro c’era chi riteneva che la classe operaia occidentale di quegli anni avesse sviluppato un livello di coscienza anticapitalista talmente avanzato da potersi auto organizzare, senza necessità della guida di un partito, di un’avanguardia politica esterna. Tutti condividevano però l’obiettivo di saldare le lotte operaie con le lotte studentesche, con la differenza che gli uni concepivano questa convergenza come un’alleanza di classe fra operai e piccola borghesia democratica, mentre gli altri teorizzavano che il processo di scolarizzazione di massa in atto in quegli anni preludeva alla proletarizzazione di un ceto medio giovanile destinato a divenire forza lavoro qualificata, dunque già parte integrante di una nuova classe operaia.

Saranno diverse anche le reazioni alla sconfitta delle lotte operaie, schiacciate dalla reazione delle élite borghesi alla crisi economica degli anni Settanta (ristrutturazione organizzativa e tecnologica del processo produttivo, decentramento delle industrie verso i paesi periferici e semiperiferici e processo di terziarizzazione del lavoro nei centri metropolitani, tagli a spesa pubblica e welfare, cui seguirà la svolta neoliberale degli anni Ottanta, accettata se non agevolata dall’acquiescenza delle tradizionali organizzazioni di sinistra) e al concomitante riflusso delle lotte giovanili e studentesche: da una parte, i micropartiti neo leninisti perderanno progressivamente consistenza, rifluendo in parte nella sinistra tradizionale, dall’altra parte, l’ala operaista, che aveva celebrato le magnifiche sorti e progressive dell’operaio massa (16) fordista, invece di prendere atto della fine di un ciclo storico, inseguirà le nuove figure sociali generate dalla rapida mutazione della composizione sociale, con particolare attenzione agli strati superiori della forza lavoro tecnico scientifica (knowledge workers) e alle nuove forme di lavoro autonomo. Questa rincorsa, scandita dalla produzione ininterrotta di pseudo categorie sociologiche (proletariato giovanile, operaio sociale, ecc.) non si lascerà disarmare dalle ripetute disillusioni e smentite, riuscendo persino ad attribuire alla rivoluzione digitale iniziata negli anni Novanta inedite potenzialità eversive del sistema, senza riconoscerne la natura di arma finale della controrivoluzione neo liberale (17). Così i processi di individualizzazione del lavoro (in particolare del lavoro cognitivo e terziario, sul quale i teorici post operaisti concentrano attenzione e aspettative) che ispirano l’ideologia del lavoratore “imprenditore di se stesso” (18) vengono celebrati come prodromi della nascita di una “moltitudine” fatta di singolarità capaci di interfacciassi in nuove forme di cooperazione sociale spontanea, e di autonomizzarsi dal comando del capitale (19).

Al di sotto di questo fermento ideologico sovrastrutturale, i decenni a cavallo del passaggio di millennio assistono a una rapida e tragica evoluzione della realtà sociopolitica occidentale. Annientato e disperso il patrimonio di conoscenze, memorie storiche, strutture organizzative, principi e valori etici delle classi lavoratrici occidentali, i legami sociali di dissolvono e si riarticolano secondo nuove gerarchie funzionali alla flessibilità richiesta dal capitalismo globalizzato, terziarizzato e finanziarizzato emerso dalla crisi dei Settanta. Mentre il proletariato sprofonda nell’inferno dei lavori precari, sottopagati, privi di qualunque sicurezza del terziario arretrato e dei processi industriali ridisegnati da nuove tecnologie, tagli di organico, subappalti, ecc. e le nuove élite borghesi ascendono al paradiso dei super ricchi che usufruiscono del ciclo di accumulazione abbreviato D-D’, le classi medie subiscono a loro volta un processo di polarizzazione: i settori produttivi e le professioni tradizionali sopravvivono stentatamente, mentre le nuove figure del terziario avanzato, pur scontando il prezzo di ritmi di lavoro forsennati, crescono numericamente e vengono messi in condizione di coltivare sogni (perlopiù illusori) di promozione sociale.

È in quest’ultimo strato, composto da figli e nipoti della generazione del sessantotto, che i “nuovi movimenti” (femministe, ecologisti, lgbtq, ecc.) reclutano i propri adepti. Ed è da quest’ultimo strato, come hanno magistralmente argomentato Boltanski e Chiapello (20), che le élite dominanti estraggono il materiale del “nuovo spirito del capitalismo”. Ed è infine in quest'ultimo strato – in cui si annidano coloro che Baran e Sweezy definiscono “divoratori di surplus” (vedi sopra) – che le sinistre postmoderne convertite al liberalismo pescano i propri elettori, offrendo programmi ricchi di rivendicazioni di diritti individuali e civili e insensibili alle esigenze dei diritti sociali. Una realtà che, invece di produrre le moltitudini antagoniste sognate dai post operaisti, ha prodotto l’inversione del nuovo panorama ideologico occidentale: colletti blu che odiano i liberal e votano a destra; colletti bianchi che amano se stessi e votano a “sinistra”.

Per completare l’analisi degli effetti perversi del “cattivo uso” che un certo marxismo occidentale ha fatto dei concetti marxiani, non mi resta che descrivere come gli accenni alla società dei produttori che Marx ci ha lasciato nel Capitale, sono stati sfruttati per demonizzare gli esperimenti rivoluzionari condotti in Russia, in Cina e in altri paesi socialisti. Dalla proclamazione dell’avvenuta restaurazione del capitalismo in Cina, seguita alle riforme post maoiste, ai canti di gioia innalzati sulle rovine del Muro di Berlino, le sinistre postmoderne occidentali si sono sistematicamente associate all’entusiasmo della canaglia liberale per il (presunto) fallimento dei “socialismi reali”. Tuttavia, mentre i liberali (e ovviamente i neofascisti) gioivano del crollo del socialismo tout court, le sinistre si consolavano con la tesi che quello non era il “vero” socialismo sognato da Marx (Lenin era già caduto in disgrazia in quanto presunto precursore dello stalinismo) bensì un orribile regime autoritario.

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Ovviamente per assolvere o condannare i socialismi reali non basta confrontarli con il modello astratto di società dei produttori associati che Marx propone nelle pagine del Capitale sopra citate. Come minimo occorre attingere anche agli argomenti che lo stesso Marx utilizzò nella Critica al Programma di Gotha, un testo che interveniva nel dibattito sul concetto di socialismo all’interno dei socialdemocratici tedeschi, ma anche e soprattutto all’ulteriore sviluppo che ne offrì Federico Engels nell’Anti Duhring (21). In quest’ultimo lavoro si afferma chiaramente che il socialismo non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari; in altre parole: quelle che più tardi verranno descritte come caratteristiche del comunismo realizzato, vengono qui già attribuite al socialismo in quanto prima fase del comunismo.

Per Engels il passaggio dell’umanità dal regno della necessità al regno della libertà si compie dunque già nella società socialista, a differenza di quanto scrive Marx nel Capitale (vedi sopra) secondo cui la transizione socialista appartiene ancora al regno della necessità. A parte questa differenza, non vi è dubbio che il socialismo sovietico (di quello cinese diremo più avanti) non si sia adeguato al modello in questione. Ciononostante Vladimiro Giacché sostiene giustamente che lo scarto rispetto alla concezione “classica” marx-engelsiana non basta a definire l’esperienza bolscevica come un “fallimento” e, in un articolo (22) dedicato alla rivoluzione economica sovietica, ricorda che, superata la fase della ricostruzione successiva alla guerra civile, la Russia socialista si è sviluppata a ritmi assai più elevati di quelli dei paesi capitalisti occidentali, e che la pianificazione le ha consentito di superare senza problemi la Grande Crisi del 1929 che aveva messo in ginocchio America ed Europa. Sottolinea poi che anche l’Occidente in quegli anni si era visto costretto a imboccare la strada della pianificazione, sia pure in forme diverse, tanto da alimentare la tesi della convergenza fra i due sistemi (23). Di più: la capacità dell’Unione Sovietica di sfidare il modello occidentale (anche e soprattutto sui terreni della sanità, dell’istruzione e della sicurezza sociale), scrive Giacché, si prolunga fino agli anni Sessanta, malgrado le tremende devastazioni provocate dall’aggressione nazista, ed è solo a partire dai Settanta che iniziano a manifestarsi difficoltà destinate a crescere fino alla crisi finale del sistema. Crisi che lo stesso Giacché – e non è l’unico (24) – attribuisce non solo a ragioni economiche (pur elencando una serie di possibili cause strutturali) ma anche e soprattutto a motivi politici.

Iniziamo con il dire che il modello classico è il frutto delle aspettative di Marx ed Engels, i quali ritenevano che una rivoluzione socialista mondiale fosse una possibilità non lontana, se non imminente. Ritenevano inoltre che il processo di transizione al socialismo sarebbe stato più (Engels) o meno (Marx) breve. E lo stesso Lenin, fino al 1919/20, pensava che al monopolio di stato sul commercio sarebbe dovuta subentrare la sostituzione totale del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano. Eppure, già nel 1921-23, la dura realtà dei fatti lo indusse a criticare le tesi di quegli esponenti della sinistra bolscevica che sostenevano che si sarebbe potuti passare direttamente al socialismo senza un periodo di transizione, dopodiché finì per ammettere che tale periodo sarebbe stato lungo e caratterizzato dal persistere di rapporti mercantili e monetari. Una presa d’atto che si concretizzò con la svolta della NEP, la quale indusse molti critici, sia in Russia che altrove, a parlare di ritorno del capitalismo e/o di capitalismo di stato. Critiche alle quali Lenin aveva già di fatto replicato anni prima, allorché, in un discorso del 1918 pronunciò le seguenti parole: “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (...). Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino. Si ha dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet” (25).

Analoghe considerazioni si impongono rispetto alla Cina: posto che l’abolizione di merce e denaro non è mai avvenuta, neppure nell’era maoista, durante la quale vi fu un tentativo di costruire un sistema pianificato di produzione diretta di valori d’uso senza passare dalla forma merce e dal denaro, ma fu proprio in seguito al suo fallimento che il PCC si convinse dell’impossibilità di liquidare completamente il processo di riproduzione del capitale in forma monetaria. Di più: le riforme iniziate da Deng nel 1978 e proseguite dai suoi successori, sono state una mossa ben più radicale della NEP sovietica nella direzione di reintrodurre il mercato come fattore di regolazione di larghi settori dell’economia cinese (pur mantenendo il controllo pubblico sui settori strategici e sul sistema finanziario e non rinunciando alla pianificazione, benché resa più flessibile). Se dunque continuiamo ad assumere la scomparsa della produzione mercantile quale unico parametro del carattere socialista di una società, dobbiamo ammettere che né la Cina di Mao, né tantomeno quella di Deng, così come la Russia dopo la fine degli anni Venti, possono essere considerate socialiste.

Contro questo punto di vista, evitando di mobilitare (il che ci porterebbe troppo lontano) l’ampia schiera di autori marxisti (26) che considerano la Cina (ma anche Cuba, Vietnam, Laos, Corea del Nord, Venezuela e Bolivia) paesi socialisti, mi limito a concludere adducendo i seguenti argomenti:

1) la rivoluzione socialista ha vinto in Paesi periferici e semiperiferici, usciti da poco da condizioni arretrate e/o dal dominio coloniale, i quali hanno dovuto in primo luogo risolvere il problema di sviluppare l’economia in misura tale da garantire l’autonomia e l'indipendenza nazionali, e un livello di vita dignitoso per i propri cittadini, un obiettivo raggiunto in tempi storicamente brevissimi, che solo grazie a un’economia pianificata e al ruolo strategico della proprietà pubblica dei mezzi di produzione è stato possibile realizzare.

2) Grazie all’esperienza delle rivoluzioni del Sud del mondo si è compreso che il processo di transizione dall’economia capitalistica all’economia socialista è un processo molto più lungo e complesso di quanto abbiano potuto immaginare Marx ed Engels un secolo e mezzo fa. Un processo in cui permangono conflitti e contraddizioni sociali, per cui non esistono garanzie a priori del suo esito positivo, mentre l’attuazione della società dei produttori associati resta un modello teorico e un obiettivo di lunghissima durata.

3) Il ruolo del potere politico (e quindi dello stato) è, e continuerà ad essere a lungo, decisivo, perché solo una salda direzione politica può impedire agli strati sociali che beneficiano della permanenza di dinamiche di tipo capitalistico di bloccare, o addirittura invertire, il processo di transizione (per inciso, va notato che non esistono modelli teorici in grado di analizzare realtà sociali in cui il potere politico e il potere economico appartengono a strati sociali differenti).

4) Il fatto che tutti i intentativi rivoluzionari nei paesi a capitalismo avanzato siano falliti non è casuale: l’analisi di Marx sul rapporto fra imperialismo inglese e popolo irlandese, l’analisi di Lenin sull'imperialismo, ripresa da Baran e Sweezy nel secondo dopoguerra, le analisi dei teorici della dipendenza, dello scambio ineguale e del sistema-mondo sono altrettanti contributi alla comprensione dei dispositivi che consentono alle élite metropolitane di neutralizzare le velleità rivoluzionarie delle classi subordinate dei propri paesi, grazie alla parziale ridistribuzione degli enormi sovraprofitti realizzati sfruttando i paesi periferici. La condanna ideologica che le classi medie e le “sinistre” occidentali esprimono nei confronti del socialismo reale, unitamente all’abbandono dei temi della lotta antimperialista, sono frutto di precisi interessi di classe, nonché di una mentalità eurocentrica che impedisce di capire e accettare le specificità culturali associate alle lotte rivoluzionarie dei popoli del Sud del Mondo.

5) Un criterio che in futuro consentirà di giudicare meglio la validità della rivendicazione dei Paesi che oggi si proclamano socialisti, sarà, una volta che essi avranno garantito ai rispettivi popoli una vita degna di essere vissuta, cioè liberata da stringenti vincoli di necessità materiale, in che misura riusciranno a garantire anche quella riduzione del tempo di lavoro che Marx indica come la condizione fondamentale per l’ingresso nel regno della libertà.

Note

(1) Vedasi il “frammento sulle macchine” (Elementi fondamentali della critica dell’economia politica, vol. 2°, pp. 389-403, La Nuova Italia, Firenze 1970), dove leggiamo i seguenti passaggi: “Finché il mezzo di lavoro rimane, nel senso proprio della parola, mezzo di lavoro (…) esso subisce solo un mutamento formale per il fatto che ora non si presenta più soltanto dal suo lato materiale come mezzo di lavoro, bensì nello stesso tempo come un modo particolare di esistenza del capitale (…) Ma, una volta assunto nel processo produttivo del capitale [esso] percorre diverse metamorfosi di cui l'ultima è la macchina o, piuttosto un sistema automatico di macchine (…) questo automa è costituito di numerosi organi meccanici e intellettuali, di modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso (…)

“L’attività dell’operaio, ridotta a una semplice astrazione di attività, è determinata da tutte le parti dal movimento del macchinario, e non viceversa (…)”

“Il processo di produzione ha cessato di essere processo di lavoro nel senso che il lavoro lo soverchi come l’unità che lo domina. Il lavoro si presenta ormai soltanto come organo cosciente, in vari punti del sistema delle macchine nella forma di singoli operai vivi (…)”

“In quanto poi le macchine si sviluppano con l’accumulazione della scienza sociale, della produttività in generale, non è nel lavoro, ma nel capitale, che si esprime il lavoro generalmente sociale”.

Fin qui può sembrare paradossale che questo testo – rilanciato nel numero 4 di “Quaderni Rossi”, la rivista fondativa della corrente teorica dell’operaismo italiano – abbia alimentato il mito dell’autonomia operaia, visto che la classe viene piuttosto descritta come un pulviscolo si singoli individui (forse Charlie Chaplin lo ha letto, prima di girare “Tempi moderni”) ridotti a cellule nervose del sistema automatico di macchine. Senonché qualche pagina più avanti compaiono le frasi che sono state interpretate come il rovesciamento dialettico della subordinazione integrale del lavoro al capitale. Eccole:

“La ricchezza reale si manifesta (…) nell’enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto a pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore (…) L’operaio non è più quello che inserisce l’oggetto naturale modificato come membro intermedio fra l’oggetto e se stesso; ma è quello che inserisce il processo naturale, che egli trasforma in un processo industriale, come mezzo fra se stesso e la natura inorganica, della quale si impadronisce ” (…).

“In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale (…) in una parola è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza. Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa: non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio cessa di essere la misura del valore d’uso”(…).

“Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect…”.

Qui le ragioni dell'entusiasmo operaista sono invece evidenti. Marx nella sua visionarietà da autore ante litteram di fantascienza, anticipa livelli di sviluppo tecnologico e scientifico più vicini a quelli di oggi che alla proto industria meccanizzata dei suoi tempi, e associa tale visione all’esaurirsi della funzione storica del modo di produzione capitalista: nella produzione della ricchezza, ormai passata sotto il controllo del general intellect, la misurazione del valore attraverso il tempo di lavoro immediato non ha più ragione di esistere, il che vale dunque anche per il valore di scambio che viene così riassorbito nel valore d’uso. Ergo: il capitale ha creato le condizioni materiali del proprio superamento. Ma dov’è il soggetto politico che ne decreta la fine? Risposta operaista: è la classe operaia stessa che, proprio in quanto integrata nel capitale, si trasforma direttamente nella società dei produttori associati che governa il processo produttivo, e invita gentilmente il capitalista a farsi da parte...A che serve il partito leninista se è lo stesso modo di produzione capitalista a divenire spontaneamente comunista?

(2) Cfr. C. Marazzi, Il comunismo del capitale, ombre corte.

(3) Cfr. V.I. Lenin, Che fare?, in Opere Scelte, vol. I., Edizioni in Lingue Estere, Mosca 1947.

(4) Per Marx, la resistenza dei produttori diretti (contadini, artigiani, comunità precapitaliste, ecc.), e dei senza lavoro espropriati dal processo di accumulazione primitiva, è un fattore sostanzialmente conservatore, in quanto rallenta il processo di accrescimento della massa dei lavoratori salariati. Vedi in merito il suo giudizio negativo nei confronti del movimento luddista in Inghilterra (cfr. E. P. Thompson, The Making of the English Working Class, Penguin, London 1991). Ma la storia dei movimenti rivoluzionari del Sud del Mondo ci insegna che, al contrario, la lotta delle masse popolari dei paesi periferici contro il processo di colonizzazione delle proprie forme di vita da parte del modo di produzione capitalistico, ha svolto e continua a svolgere un ruolo strategico nella lotta globale all’imperialismo. Il tema è stato sviluppato soprattutto dai marxisti latinoamericani e africani (vedi, fra gli altri, J. C. Mariategui, 1972; A. G. Linera 2015 e C. Robinson 2023).

(5) K. Marx, Il Capitale I, UTET, Torino 1974, pp. 681.682: “L’eliminazione della forma di produzione capitalistica permetterà di limitare la giornata lavorativa al lavoro necessario. Tuttavia quest'ultimo, a parità di condizioni, estenderebbe il suo spazio, da un lato perché le condizioni di vita dell’operaio sarebbero più ricche e le sue esigenze vitali maggiori, dall’altro perché una parte dell’attuale pluslavoro conterebbe come lavoro necessario, cioè come lavoro necessario alla costituzione di un fondo sociale di riserva e di accumulazione. Quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più si può abbreviare la giornata lavorativa, e quanto più su abbrevia la giornata lavorativa, tanto più l'intensità del lavoro può crescere. Dal punto di vista sociale, la produttività del lavoro cresce anche con la sua economia, che comprende non solo il risparmio dei mezzi di produzione, ma anche l'esclusione di ogni lavoro inutile. Mentre il modo di produzione capitalistico impone economia in ogni azienda individuale, il suo anarchico sistema della concorrenza provoca il più smisurato sperpero dei mezzi di produzione e delle forze lavoro sociali, oltre a un numero enorme di funzioni oggi indispensabili ma, in sé e per sé, superflue. Date l'intensità e la forza produttiva del lavoro, la parte della giornata lavorativa sociale necessaria alla produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata alla libera attività individuale e sociale degli individui sarà tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà proporzionalmente distribuito fra tutti i membri della società in grado di lavorare, quanto meno uno strato sociale potrà scaricare dalle proprie spalle su quelle di un altro la necessità naturale del lavoro”.

(6) Cfr. G. Lukacs, Ontologia all'essere sociale, 4 voll., Meltemi, Milano 2023.

(7) Cfr. E. Bloch, Il principio speranza, 3 voll., Mimesis, Milano-Udine 2019.

(8) Vedi in particolare, Ombre rosse, saggi sull'ultimo Lukacs e altre eresie, Meltemi, Milano 2022.

(9) J. B. Foster, La sinistra e la nuova negazione dell'imperialismo”, “Monthly Review”,
Novembre 2024.

(10) nello stesso articolo di Foster leggiamo: “Oggi, grazie alla ricerca di Jason Hickel e dei suoi colleghi sappiamo che tra il 1995 e il 2021 il Nord globale è stato in grado di estrarre dal Sud globale 826 miliardi di ore di lavoro netto appropriato. Misurato con i salari del Nord si tratta di un valore pari a 18,4 trilioni di dollari”.

(11) Cfr.P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Einaudi, Torino 1968.

(12) Una teoria diffusa fra i teorici di ispirazione trotzkista.

(13) Cfr. C. Rodhes, Capitalismo woke, Fazi, Roma 2023.

(14) Vedi su questo blog, gli articoli che ho dedicato a Ochieng Okoth, Du Bois, Cabral, Rodney, Williams, Padmore, Robinson e altri intellettuali di origine africana.

(15) Cfr. P. Baran, P. Sweezy, op. cit.

(16) Cfr. M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1966.

(17) Ho criticato queste invenzioni pseudo sociologiche di Antonio Negri e altri autori post operaisti in diversi scritti. Vedi, in particolare, Utopie letali, Jaka Book, Milano 2013.

(18) Sull’invenzione del concetto di “lavoratore come imprenditore di se stesso”, cfr. P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi, Roma 2013.

(19) Oltre che su un’interpretazione “creativa” dei passaggi dei Grundrisse che ho citato nella nota (1), questa teoria si è avvalsa della retorica della “cultura hacker” americana, la quale tentava di estrarre da fenomeni come le comunità di sviluppatori di software open source e come Wikipedia, la tesi di una progressiva espropriazione dei colossi dell’industria high tech da parte dei processi di aggregazione dal basso di nuove forme di imprenditorialità cooperativa (vedi in proposito Y. Benkler, La ricchezza della Rete).

20) Cfr. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

21) F. Engels, Antiduhring, Editori Riuniti, Roma 1971.

(22) V. Giacché “La rivoluzione economica sovietica”; l'articolo è pubblicato in Elogio del comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, 4-5 Ottobre 2024.

(23) Nell’articolo citato alla nota precedente, Giacché indica nell'olandese Jan Tinbergen l’esponente più interessante della corrente dei teorici della convergenza.

(24) Un’autrice italiana che ha elaborato tesi interessanti sulle cause sociopolitiche della crisi sovietica è Rita di Leo (vedi in particolare L’esperimento profano, Futura, Roma 2011).

(25) Citato in Economia della rivoluzione, Raccolta dei testi di Lenin a cura di V. Giacché, il Saggiatore, Milano 2017.

(26) Nel capitolo sulla Cina del secondo volume del mio Guerra e rivoluzione (Meltemi, Milano 2023) cito, oltre al capolavoro di Arrighi, Adam Smith a Pechino, le opere di Gabellini, Bertozzi, Bell, Parenti, Herrera e Gabriele.

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