Dopo due ondate di attacchi statunitensi e israeliani nell’arco di un anno, cresce la pressione sulla dirigenza iraniana affinché si ritiri dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. I sostenitori affermano che il Trattato non è riuscito a proteggere il programma nucleare civile iraniano né i suoi scienziati.
Gli oppositori avvertono che il ritiro potrebbe fornire a Washington e Tel Aviv un pretesto per un nuovo attacco. Il dibattito ora va ben oltre il Majlis (il Parlamento iraniano).
“Una decisione importante in vista” è un modo per descrivere una mozione che giace da mesi nella presidenza del Parlamento iraniano. Un gruppo di parlamentari ha ora rilasciato una dichiarazione pubblica chiedendo al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e al Ministero degli Esteri di avviare il processo formale di ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Chiedono inoltre a Teheran di porre fine agli impegni nucleari volontari che vanno oltre gli obblighi previsti dal Trattato.
I parlamentari sostengono che il Trattato di non Proliferazione Nucleare e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica non siano riusciti a salvaguardare il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare a fini pacifici. Accusano l’Agenzia di aver permesso che le informazioni ottenute tramite le ispezioni raggiungessero i nemici dell’Iran, esponendo impianti nucleari e scienziati ad attacchi.
La loro dichiarazione fa seguito ad anni di controversie sull’accesso dell’Agenzia ai siti iraniani e sull’utilizzo dei suoi risultati da parte dei governi occidentali. Invocano l’articolo 10 del trattato, che consente il ritiro quando uno Stato ritiene che eventi straordinari abbiano messo in pericolo i suoi interessi supremi. Un ritiro richiederebbe un preavviso di tre mesi alle altre parti e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
A seguito di questa dichiarazione pubblica, il parlamentare di Isfahan Hussein-Ali Haji-Deligani ha rivelato che lui e i suoi colleghi hanno presentato mesi fa una proposta di legge sul ritiro dell’Iran dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, e spetta al presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, sottoporla al dibattito in aula. Heji-Delogani ha ribadito: “Considerate le due guerre combattute contro l’Iran dai suoi nemici, la permanenza dell’Iran nel Trattato di non Proliferazione Nucleare è inutile, soprattutto dopo che il Consiglio dei governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha inviato il dossier sull’Iran al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pertanto, l’Iran dovrebbe uscire dal trattato per evitare ulteriori danni”.
Altri parlamentari hanno rivolto le loro critiche alla dirigenza parlamentare. Il deputato di Teheran Kamran Ghazanfari ha accusato il presidium di aver impedito che la mozione venisse discussa in aula, un’accusa rivolta principalmente a Ghalibaf.
Ghalibaf si è allineato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian su diverse questioni di politica statale, attirandosi le critiche degli ex alleati tra i Principalisti. La disputa sul Trattato di non Proliferazione Nucleare è diventata un ulteriore punto di contesa tra di loro.
Un altro parlamentare, Mohammad-Reza Sabaghian, ha dichiarato: “Dobbiamo usare il coraggio dimostrato e la giusta strategia per chiudere lo Stretto di Hormuz nella discussione sul ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Questo è il secondo passo che porterà al fallimento dei piani americani”.
Mohsen Sani, membro della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, si è spinto oltre: “A nostro avviso, il Trattato di non Proliferazione Nucleare non ha più alcun significato o rilevanza, sia che si voglia rimanervi che uscirne. Quando uno Stato membro del Trattato attacca un altro membro (l’Iran), significa ritirarsi da tutti gli impegni e i trattati che sono esistiti a questo riguardo. Le recenti pressioni suggeriscono che dovremmo riconsiderare l’arricchimento”.
La richiesta di ritiro ha incontrato resistenza all’interno del parlamento iraniano. Il parlamentare di Teheran Mohammad Seraj non vede alcun vantaggio nell’uscire. A meno che l’Iran non intenda costruire la bomba atomica, sostiene, tale passo danneggerebbe solo le sue relazioni con gli Stati amici.
Khorasan, un quotidiano vicino a Ghalibaf, ha criticato i parlamentari per aver “radicalizzato il clima politico del Paese e costretto la Repubblica Islamica a prendere una decisione così delicata”, definendola “un regalo a Trump”.
Il giornale sostiene che “qualsiasi passo verso l’uscita dal Trattato di non Proliferazione Nucleare fornisce a Trump e Netanyahu una giustificazione sufficiente per i loro futuri attacchi contro l’Iran, alienandosi al contempo amici come la Cina e la Russia, che hanno sempre sostenuto il legittimo diritto dell’Iran a un programma nucleare civile”.
Rouydad24, un sito di notizie con forti legami con il fronte riformista, ha attaccato i parlamentari definendoli “radicali” che “sono tornati con una ricetta controversa e costosa”.
Il sito di notizie riformista accusa Pezeshkian di aver trasformato “il ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare in uno slogan politico, senza considerare che si tratta di una questione complessa dal punto di vista economico, militare e internazionale”.
Il dibattito è diventato una sfida per Pezeshkian, il cui governo ha difeso la permanenza dell’Iran nel trattato. Ma il presidente non è l’unica voce in capitolo. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha apertamente sollevato la possibilità di un ritiro.
Rezaei ha dichiarato: “Dopo che gli Stati Uniti hanno abbandonato il Memorandum d’Intesa di Islamabad del dopoguerra, siamo giunti alla conclusione che dobbiamo cambiare rotta. Non abbiamo ancora preso una decisione sul ritiro dal Trattato, perché il nostro ritiro dipende totalmente dal comportamento di Washington”.
Il Generale ammette che la Repubblica Islamica rimane fedele al divieto religioso sull’uso delle armi nucleari, sancito dalla Guida Suprema Ali Khamenei, e non ha modificato la sua dottrina nucleare; tuttavia, “nessuno può garantire il futuro”, precisa.
L’Iran sta cercando di dotarsi di armi nucleari?
In un’intervista esclusiva con Fox News, organo di stampa del Partito Repubblicano, Pezeshkian ha categoricamente negato che l’Iran stia cercando di dotarsi di una bomba atomica, aggiungendo che il suo Paese è persino disposto a diluire le scorte di uranio purificato al 60%, pari a 440 chilogrammi, e a consentire agli ispettori nucleari dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di supervisionare il programma nucleare iraniano.
Pezeshkian ha rilasciato queste dichiarazioni mentre la Repubblica Islamica non permette agli ispettori internazionali di visitare i suoi impianti nucleari, distrutti da Stati Uniti e Israele durante le due guerre del giugno 2025 e del febbraio-marzo 2026.
Le rassicurazioni di Pezeshkian contrastano con l’avvertimento di Rezaei, secondo cui il futuro del Paese non può essere garantito. Le notizie provenienti da Teheran, secondo cui la Guida Suprema Mojtaba Khamenei avrebbe escluso colloqui sul nucleare con Washington, rimangono non confermate e non offrono alcun fondamento per considerare tale divieto come una politica consolidata.
L’adesione dell’Iran al Trattato di non Proliferazione Nucleare si è trasformata da questione tecnica e legale in un dibattito più ampio sulla deterrenza, dopo gli attacchi ai suoi impianti nucleari. Il disegno di legge parlamentare dà a questo dibattito una piattaforma pubblica, ma i soli legislatori non basteranno a risolverlo.
La decisione finale spetterebbe ai più alti livelli dell’istitutivo politico e di sicurezza della Repubblica islamica. Un voto al Parlamento potrebbe formalizzare una linea d’azione già definita altrove, come già accaduto con precedenti leggi sul nucleare.
La Legge sull’azione strategica per la revoca delle sanzioni del 2020, ad esempio, obbligava il governo ad ampliare le attività nucleari e a limitare le ispezioni qualora non si fosse concretizzata la revoca delle sanzioni. Essa ha drasticamente ridotto il margine di manovra dell’amministrazione Rouhani rispetto all’accordo sul nucleare del 2015, il Piano d’Azione Globale Congiunto. Il precedente è rilevante perché un disegno di legge presentato come iniziativa parlamentare può diventare una leva per politiche concordate tra le istituzioni di sicurezza dello Stato.
Per ora, le proposte di uscita dal Trattato di non Proliferazione Nucleare e gli appelli a costruire la bomba atomica circolano parallelamente. Ciò non dimostra che una delle due posizioni sia stata effettivamente adottata. Mostra però quanto posizioni un tempo relegate ai margini del dibattito pubblico siano entrate a far parte della discussione sulla sicurezza dell’Iran.
Il parlamentare Ahmad Bakhshayesh Ardestani ha sostenuto la necessità di costruire prima un’arma nucleare e poi ritirarsi dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, “perché solo in questo caso si può garantire la deterrenza contro una rinnovata aggressione israelo-americana”.
Persino il Khorasan, che mette in guardia contro un’uscita immediata dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, non esclude tale possibilità. La sua tesi è che l’Iran dovrebbe prima costruire e testare un’arma nucleare. Fino ad allora, afferma, Teheran sopporterebbe i costi di uno Stato dotato di armi nucleari senza possedere un deterrente nucleare.
Il disaccordo in Iran non si limita più alla questione se il Paese debba uscire dal Trattato. Riguarda anche il momento in cui ciò avverrà.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/10/2026
Il dibattito iraniano sul trattato di non proliferazione nucleare
17/05/2026
Geopolitica e tendenze del capitalismo: seminario con Emiliano Brancaccio e Lucio Caracciolo
Fonte
30/04/2026
Governare la tendenza. Una discussione intorno al volume Libercomunismo
Fonte
18/02/2026
I mutanti della D’istruzione pubblica
di Luca Cangianti
Sta
nascendo un nuovo essere umano, dice il filosofo e psicanalista Miguel
Benasayag, ma non è una buona notizia. Il creatore di questo mutante
infatti è il neoliberismo applicato alla scuola pubblica. Questa
istituzione, che nel patto costituzionale avrebbe dovuto emancipare i
cittadini rendendoli soggetti attivi, negli ultimi trent’anni è stata
investita da una serie di riforme che ne hanno cambiato la finalità.
È
questa la tesi argomentata nel nuovo documentario di Federico Greco e
Mirko Melchiorre, due film maker che si sono fatti conoscere con opere
come PIIGS, sulle politiche economiche d’austerità, e C’era una volta in Italia, sul servizio sanitario nazionale. Insieme a queste, D’istruzione pubblica, completa una trilogia critica sul capitalismo contemporaneo.
Il film, uscito a inizio febbraio, ha scatenato un dibattito
divisivo. Alla prima romana, dopo alcuni interventi da parte degli
spettatori e le repliche dei registi, i capannelli di discussione hanno
tardato a sciogliersi e la sala è stata liberata con difficoltà. Mi è
capitato di vedere qualcosa del genere solo all’uscita di Mulholland Drive: in questo caso nessuno ci aveva capito nulla; all’uscita di D’istruzione pubblica,
invece, tutti sostenevano di aver capito, ma se le davano (verbalmente)
di santa ragione. Nei giorni seguenti, le proiezioni nelle varie città
italiane registravano un sold out dopo l’altro, mentre il
dibattito si riversava sulla stampa e dilagava nei social – un fenomeno
piuttosto inusuale per un film prodotto (Studio Zabalik) e distribuito
(OpenDDB – Produzione dal Basso) indipendentemente grazie a una campagna
di crowdfunding.
Greco e Melchiorre ormai hanno consolidato uno stile riconoscibile.
La pellicola non è un reportage, ma una storia di vita intrecciata a una
tesi forte. La prima riguarda Lorenzo Varaldo, dirigente dell’Istituto
Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, e le sue battaglie: contro la
riforma Berlinguer che prevedeva di accorpare elementari e medie in un
ciclo unico; per la difesa del tempo pieno, dei programmi nazionali e
della libertà di insegnamento. Si tratta di una vicenda di grande
impatto emotivo, accompagnata dalla musica dei Pink Floyd, dalle
testimonianze di docenti umiliati e pagati una miseria, dalle immagini
degli edifici scolastici che cadono a pezzi, mentre i fondi del PNRR vengono usati in gran parte per progetti di digitalizzazione di dubbia
finalità.
Accanto a questa microlinea narrativa, ce n’è un’altra macro: la
demolizione dell’istruzione pubblica cominciata nel 1997 con la legge
Bassanini e con l’autonomia scolastica, proseguita attraverso tutti i
governi, sia di sinistra (impareggiabili alzatori di palla) che di
destra (diligenti schiacciatori). Qui i registi montano velocemente
interviste di insegnanti, psicanalisti ed economisti avvalendosi anche
di animazioni. Infine il documentario sostiene la tesi che il
neoliberismo si sia appropriato dei contenuti di alcune scuole di
pensiero pedagogico sostituendo la didattica basata sull’apprendimento
di saperi con quella delle competenze al servizio del
mercato. Questo processo, in un contesto di definanziamento pubblico, ha
costretto le scuole a competere le une con le altre, a fare attività
promozionali, open day accattivanti per rendersi attrattive e
raccogliere risorse economiche. Il risultato, indipendentemente dalle
buone intenzioni di alcuni sostenitori della didattica per competenze,
avrebbe prodotto un degrado generalizzato del livello culturale degli
studenti e delle studentesse.
E
qui veniamo all’acceso dibattito tuttora in corso. Alcuni hanno visto
rappresentato nel documentario il proprio sconcerto di fronte a una vita
scolastica grottesca, asservita a logiche di valutazione algoritmica,
deprivata di qualsiasi aspetto realmente formativo. Altri hanno
sostenuto che l’autonomia scolastica e la didattica per competenze non
vanno a discapito della conoscenza, mentre il lavoro di Greco e
Melchiorre contrapporrebbe un Eden scolastico degli anni Settanta e
Ottanta al degrado del presente. Questa nostalgia, a detta dei critici,
rischierebbe di fornire un assist alle pulsioni restaurazioniste e
discriminatorie della destra politica e culturale.
La scuola è un’agenzia di socializzazione e quindi dev’essere
funzionale (almeno sul lungo periodo) alla società che la circonda: non
può esistere una scuola “socialista” in una società capitalista, né si
costruisce il socialismo (qualsiasi cosa esso sia) a partire dalla sola
scuola. La scuola del dopoguerra, in barba al dettato costituzionale,
era ancora la scuola gentiliana, classista, selettiva e meritocratica.
La sua funzione era formare una classe dirigente funzionale a un
capitalismo molto diverso da quello contemporaneo. Le lotte sociali e il
movimento studentesco, a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni
Settanta, incrinarono la funzionalità di questa istituzione: vasti
strati di proletariato entrarono in aule che gli erano state precluse;
per lungo tempo, anche dopo l’esaurirsi del decennio rivoluzionario, il
corpo gentiliano dovette convivere con istanze critiche che non furono
addomesticate nemmeno dal tentativo di istituzionalizzazione delle lotte
concepito con i Decreti Delegati del 1974.
Da questo punto di vista gli attuali trend bipartisan in materia di politica scolastica possono esser letti in due sensi.
Da una parte come tentativo, più o meno maldestro, di
rifunzionalizzazione della scuola alle necessità di una struttura
produttiva italiana che dagli anni Novanta in poi ha perso
progressivamente peso: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ormai
residuali e la quota principale della manifattura nazionale è di tipo
maturo. A questo capitale micragnoso servono poca filosofia e spirito
critico, un po’ di tecnici di qualifica base e media, e tanto risparmio
in formazione on the job.
D’altra parte, specularmente a quanto in corso nella sanità,
per far posto a un mercato scolastico, dove possa trovar sbocco una
parte dell’ingente massa di capitale finanziario accumulato e in
pericolo di deterioramento, bisogna prima rendere residuale e di bassa
qualità l’offerta pubblica.
Insomma, se a qualcuno la scuola del secolo scorso può apparire
migliore di quella odierna non è certo per la pedagogia gentiliana, ma
solo perché – per fare un esempio microstorico – ancora nel 1981 di
fronte a un colpo di stato stalinista in Polonia, capitava che studenti e
studentesse interrompessero la lezione di italiano per capire insieme
che cosa stava accadendo nel mondo e quale contributo avrebbero potuto
offrire. Loro, a quattordici anni.
Quando nel buio della sofferenza sogniamo un mondo migliore, può anche
succedere di guardare al passato. I rivoluzionari francesi in fondo si
facevano chiamare cittadini, sognavano la repubblica e indossavano il
berretto frigio, ma la presa della Bastiglia non restaurò le istituzioni
del mondo antico. Unico antidoto per non cadere nella trappola di un
romanticismo nostalgico è rimanere in ascolto di chi esprime disagio e
conflitto.
La rete capillare di contatti, le discussioni con docenti, sindacati di
base e attivisti del mondo della scuola che stanno alle spalle di D’istruzione pubblica vanno in questa direzione. Poi ognuno giudichi per conto proprio. Per me è un film da vedere, se trovate posto.
14/02/2026
[Contributo al dibattito] – Scuola. Una discussione e divergenze a tutto campo
Sono un compagno. Vi leggo assiduamente. Alle volte dissento come giusto e sacrosanto che sia. Alle volte apprezzo molto.
Insegno da tanti anni. Qualcosa di storia della scuola (un dottorato) l’ho letta. Sto nella RSU per la FLC nel mio IC.
E mi sento con molte difficoltà di appartenere comunque all’esperienza del Movimento di cooperazione educativa.
Premesso che la Scuola, con la S maiuscola, non esiste. Che le problematiche non sono tutte le stesse. Che l’infanzia non è il professionale, la primaria dove sto io è un’altra cosa rispetto al liceo e che le medie...
Premesso che un contributo critico è sempre utile, anche quando proviene da un’area politico-culturale alla quale non si appartiene, o da persone che tendenzialmente si occupano di altro ma ci mettono tanta buona volontà, interesse e tempo, ci sono alcune cose che un po’ lasciano perplessi in generale dell’impianto del documentario, nel dibattito che ne è emerso, nei contributi che lo difendono come quello di Marco Meotto.
La lista veramente sarebbe lunga. Ne menziono un paio.
Non c’è bisogno di risalire alle statistiche sull’abbandono scolastico o sul livello degli insegnamenti per alzare almeno il sopracciglio nei confronti di chi vorrebbe far partire da un momento specifico l’involuzione e arretramento e naufragio della scuola, un sistema molto complesso.
La legge sull’autonomia?
Sbagliata, ma come si può dire che fino a quel momento le cose funzionavano da paura?
Che i ragazzi uscivano formati e pronti, le ragazze altrettanto se non di più, che i professori, “severi ma giusti”, svolgevano il loro lavoro seguiti e apprezzati.
Non capisco. Ma di che scuola parlate?
Dove l’avete mai vista questa scuola democratica e capace di assolvere al mandato costituzionale?
Era piena di professori che forse, e dico forse (che mi piacerebbe avere sufficiente memoria per giudicare la loro preparazione oggi), avevano studiato a fondo la loro materia, ma che come oggi per la maggior parte si ritrovavano a fare quel lavoro perché non erano riusciti a rimanere all’università o a esplorare strade diverse.
Spesso frustrati, incattiviti, non avevano nessuna o una scarsissima idea di come si giudicassero gli apprendimenti e agivano se non in malafede (spesso), sicuramente all’oscuro delle minime regole della docimologia.
Non che oggi vada meglio da questo punto di vista. Che questo è il dato vero. Quanta poca strada in avanti abbiano fatto.
Ma certo immaginare che quella degli anni Ottanta e Novanta sia stata un’epoca dorata alla quale tornare mi lascia esterrefatto.
È esattamente la scuola della mia generazione e non mi farei riportare lì per tutto l’oro del mondo.
Non credo poi che ci si possa riferire addirittura a quella precedente, si sfiorerebbe il ridicolo considerato il volume di testi e contributi che l’hanno raccontata, quella scuola era autoritaria e classista e tale si caratterizzava il rapporto discente-docente ben oltre l’approvazione degli organi collegiali, come autoritaria era fino all’inverosimile anche per quanto riguardava il rapporto direttore-insegnante.
Non che le cose siano state risolte ma certo il tempo ha permesso l’instaurarsi di una dialettica almeno meno verticistica.
Su quali basi si afferma il contrario?
Ecco proprio non lo capisco. Il dibattito che permeava la sinistra negli anni Settanta tra chi rimpiangeva già allora la scuola precedente alla riforma del ’62 e chi tutto sommato la difendeva era proprio sulla difficoltà di tenere insieme massa e qualità, allargamento della frequentazione e raggiungimento di obiettivi che andavano ricalibrati. Un tema complesso che già allora divideva ma che andandolo a rileggere conteneva posizioni assai più sofisticate e profonde di quelle che ciclicamente sentiamo riemergere come in questo caso.
L’inclusione.
Ma come si fa a considerare un arretramento la legislazione, imperfetta, sicuramente piena di cortocircuiti e anche contraddizioni come quella originata dalla 511/77. A sua volta frutto di battaglie epocali di almeno dieci anni di lotte che appunto portarono in una combinazione quella si, virtuosa tra pezzi dell’accademia e docenti reali impegnati nella battaglia per la trasformazione della scuola nelle loro classi, a costruire una cornice unica.
Se il documentario irride le tipologie di disturbi che oggi conosciamo e rispetto ai quali cerchiamo di organizzare una personalizzazione didattica difficilissima spesso impossibile e con mezzi ridicoli che sono il vero problema della scuola (ciò ci dovrebbe indignare), non lo so, ma certo l’articolo si pone in modo goffo, per non dire reazionario, quello sì, rispetto al tema.
Ecco un piano di totale incompatibilità politica e umana.
Se la scuola anti-neoliberale che desidera qualcuno fa a meno della convivenza nelle classi di tutte le differenze e le neurodivergenze, come nei sistemi totalitari cinesi o come in quelli super performativi americani, non è la mia scuola.
Si può aver letto Makarenko e preferirlo a Vygostkij, si può aver letto Schaffer e aver mille volte sostenuto il valore del socialismo dal volto umano, ma ci si trova al netto delle argomentazioni ideologiche appunto e dei maestri che ci si vuole dare, di fronte a una forma perversa di arretramento insostenibile.
Proprio chi vorrebbe smascherare il falso progressismo presentandosi più simile all’originale della copia, finisce per collocarsi addirittura più indietro del nostro avversario di classe proponendo svolte che neanche lui sarebbe oggi capace di concepire.
Proprio il tema dell’inclusione peraltro complica l’analisi e obbliga a ragionare su modelli che non sono per niente identici nelle centrali del capitalismo contemporaneo, come nelle periferie. E che sintetizzare con la formula “neoliberale” forse non aiuta molto bene a combattere.
Un ultimo accenno.
Sostenere che la lezione frontale (ancora!) sia oggi demonizzata è ridicolo. Da qualsiasi indagine venga svolta in qualsiasi grado scolastico si scelga emerge come anche al netto eventualmente di indicazioni diverse impartite dall’alto, che ci sia un ministro progressista o reazionario, essa è al centro indisturbata delle pratiche degli insegnanti.
La cattedra ben posizionata sempre di fronte agli alunni, la lavagna sempre alle spalle dell’insegnante.
Il grado di penetrazione di didattiche alternative, limitatissimo.
Semmai molti di noi, in quanto comunisti, magari eterodossi, grandi lettori da sempre di Montaldi piuttosto che di Panzieri, di Negri ma con riserve, insieme a Marx e Gramsci (citato un po’ così, perdonatemi che il quaderno 12 ma più complessivamente i quaderni in generale tratteggiano un rapporto tra pedagogia e politica molto complesso ostile a Rousseau ma anche ai tradizionalisti), di Lombardo Radice figlio, di Santoni Rugiu e anche Bertoni Jovine, di De Mauro, consapevoli del valore della proposta del pedagogista francese Freinet, non possiamo che rammaricarci per come le trasformazioni sul piano didattico siano sempre rimaste marginali.
E anche analizzare le ragioni di questa emarginazione che non può risiedere solo nella scarsa volontà dei colleghi di recepirle, ma anche sicuramente della nostra incapacità di veicolarle e condividerle.
Fonte
22/08/2024
America Latina, un dibattito che continuerà
Il primo tema è quello che riguarda le ragioni della crisi del ciclo progressista apertosi in America Latina alla fine del Novecento. Ragioni sia di carattere politico che economico.
Tra queste ultime il calo dei prezzi delle materie prime sul mercato internazionale che ha gravemente danneggiato i Paesi la cui economia dipende in modo preponderante dalla loro esportazione (prodotti agricoli, petrolio, gas naturale, rame, litio ecc.). Clamoroso il crollo dei prezzi del petrolio nel 2008 che nel giro di 5 mesi sono passati da 147 a 32 dollari al barile. Queste dinamiche hanno reso molto difficoltosa la continuazione di quei programmi sociali che nei primi anni 2000 avevano permesso di contrastare efficacemente le disuguaglianze e la povertà: solo per citare alcuni dati, dal 1990 al 2017 l’aspettativa di vita dei boliviani è passata da 56 a 71 anni. In Venezuela il tasso di povertà è passato dal 48,6% del 1998 al 26,5% del 2011, in Brasile tra il 1992 e il 2013 il numero di persone che soffrono la fame è sceso di quasi 10 milioni di unità.
Tra le ragioni politiche, sicuramente la classe dirigente dell’area progressista ha dimostrato in molti casi la propria inadeguatezza, fino ad arrivare a episodi di clamoroso trasformismo (come nel caso di Lenin Moreno in Ecuador), o di involuzione autoritaria e clientelare in alcune realtà nate da esperienze popolari o rivoluzionarie.
Ma hanno un ruolo fondamentale le strategie di destabilizzazione orchestrate dall’esterno, oggi molto più articolate rispetto al golpismo tradizionale che negli anni ‘70 aveva portato tutto il cono sud del continente americano sotto il tallone delle dittature militari (sponsorizzate dagli USA -ndR).
Nel 2009 in Honduras veniva inaugurata la strategia dei cosiddetti “golpe blandi”, che prevede la destituzione di presidenti regolarmente eletti da parte di settori della magistratura, delle istituzioni e delle Forze Armate sulla base di accuse costruite ad arte. Questa strategia si è ripetuta in Paraguay nel 2012 con il presidente Lugo e e in Brasile nel 2016 a danno di Dilma Rousseff.
Nel corso del tempo questa strategia si è ulteriormente affinata, articolandosi su una rete di servizi di intelligence, agenzie di comunicazione e di consulenza che lanciano nuovi candidati neoliberisti, ONG e media (tradizionali e social network) finanziati da governi e multimilionari stranieri in grado di influenzare pesantemente l’opinione pubblica internazionale tramite la creazione e la diffusione di notizie false.
Non è superfluo sottolineare il ruolo centrale che hanno in questa rete imprese e agenzie israeliane, a supporto di forze politiche e personaggi che promettono supporto incondizionato all’apartheid sionista.
In caso di elezioni in un Paese governato dalla sinistra, come nel 2019 in Bolivia, il “format” prevede la creazione di centinaia di migliaia di account falsi, la diffusione di accuse di corruzione totalmente infondate e di risultati di presunti sondaggi che danno la vittoria ai candidati neoliberisti, poi attacchi hacker ai sistemi di gestione del voto che dovrebbero dimostrare l’inaffidabilità dei risultati ufficiali, la denuncia di presunti brogli e l’organizzazione di violente manifestazioni di protesta.
Tutto lascia pensare che nelle recenti elezioni in Venezuela si sia assistito ad una riproposizione di questo schema.
La posta in gioco come sempre è di carattere geopolitico ed economico: in questo momento il blocco atlantista è molto preoccupato per l’avvicinamento alla Cina e alla Russia di molti governi che non sono “sotto controllo”.
Per quanto riguarda gli enormi interessi economici, basta citare Elon Musk, il proprietario di Tesla e di X, oggi tra i più attivi sostenitori del neoliberismo estremo trumpiano, che mira per le sue auto elettriche alle immense riserve di litio di cui la Bolivia è il maggior produttore del mondo.
Negli anni il cosiddetto “latifondo mediatico”, cioè lo strapotere delle oligarchie sul terreno dei mezzi di comunicazione, si è ulteriormente rafforzato, aggiungendo alla tradizionale egemonia sui media generalisti anche una gestione estremamente efficace dei social network. A questa egemonia, in America Latina come in Europa, la sinistra non ha trovato al momento alcuna contromisura.
I personaggi della destra estrema che sono emersi negli ultimi anni, da Milei a Bolsonaro, da Bukele a Guaidò, dalla peruviana Dina Boluarte alla boliviana Yanine Añez, sono stati “costruiti” in questo modo. Oggi è possibile parlare di una nuova “internazionale reazionaria” che ha in Trump il proprio esponente di punta nella quale i confini tra neoliberismo estremo e tradizionale golpismo fascista sono sempre più sfumati. Per questo appare di estremo interesse anche una discussione su che cos’è il fascismo oggi e di conseguenza sull’attualità di una rinnovata militanza antifascista.
Non bisogna però pensare che ogni manifestazione di dissenso o di protesta nei Paesi governati dalla sinistra sia il frutto di complotti orchestrati dall’esterno: la crisi economica, la corruzione, la contrazione del welfare e la continuazione di politiche estrattiviste nel corso del tempo hanno provocato in molte realtà una forte riduzione di credibilità delle forze progressiste.
In Argentina la vittoria di Milei è certamente dovuta ad una crisi economica che appare senza fine e che ha spinto soprattutto le giovani generazioni a cercare un’alternativa in un personaggio che è riuscito ad accreditarsi come un “outsider” estraneo al sistema politico tradizionale.
Altrove, nonostante le enunciazioni introdotte in molte costituzioni sulla difesa dell’ambiente, molte terre abitate da popolazioni originarie continuano ad essere devastate e deforestate suscitando le proteste dei loro movimenti. Centinaia di ambientalisti vengono sequestrati e uccisi da bande paramilitari.
Per quanto la costruzione di un’alternativa possa essere faticosa e costosa e impatti contro fortissimi interessi di classe, in tempi di emergenza climatica l’abbandono dell’estrattivismo, dell’agrobusiness e degli allevamenti intensivi sono una priorità assoluta per tutto il pianeta.
Sull’agrobusiness citiamo un solo dato: in Argentina l’utilizzo di suolo per la coltivazione della soia (transgenica) è costato negli ultimi 30 anni circa 14 milioni di ettari di alberi del Chaco, il secondo ecosistema forestale più grande del Sud America dopo l’Amazzonia.
Un altro importante elemento di discussione che ci unisce alla realtà latinoamericana è quindi la necessità di contrastare l’ideologia dell’impossibile crescita indefinita e il negazionismo climatico.
Vi sono poi altre importanti componenti che in America Latina contribuiscono alla creazione di consenso a favore della destra autoritaria e neoliberista: la prima è l’enorme influenza delle sette pentecostali, che negli ultimi decenni hanno sottratto alla Chiesa cattolica decine di milioni di fedeli. Dagli anni ’60 ad oggi i pentecostali sono cresciuti in modo esponenziale in tutto il continente, si parla di circa 160 milioni di fedeli.
Le ragioni del loro radicamento risiedono nell’assenza di gerarchie religiose (ogni predicatore può creare intorno a sé una piccola Chiesa), alla proposta di una religiosità miracolistica che promette una vita diversa qui e ora e per certi versi si richiama alle tradizioni “magiche” delle religioni di provenienza africana, le enormi risorse economiche derivanti dall’imposizione della decima ai fedeli, l’uso spregiudicato dei media e la realizzazione di concrete attività di supporto ai più poveri.
E naturalmente supportano una visione fondamentalista della società che porta a vedere nell’estrema destra conservatrice il proprio punto di riferimento politico naturale. In molti casi le case madri di queste sette sono ubicate negli Stati Uniti e inviano enormi somme di denaro a queste “sorelle” latinoamericane.
La questione delle sette pentecostali è una delle ragioni fondamentali che hanno portato all’elezione di un papa latinoamericano, nel tentativo di rimediare alle conseguenze della distruzione della Teologia della Liberazione realizzata ai tempi di Karol Wojtyla, probabilmente uno dei fattori principali della migrazione di fedeli dalla Chiesa cattolica alle sette protestanti.
Un altro elemento che favorisce la destra autoritaria è la criminalità, endemica in molti Paesi, che si è rafforzata grazie alla tratta di esseri umani e al narcotraffico. Il tasso di omicidi per abitante vede ai primi posti a livello mondiale El Salvador, Honduras e Venezuela.
In questo senso va citato il “caso Bukele”, l’attuale presidente del Salvador che si definisce “Il dittatore più cool del mondo”. Bukele, personaggio che si è avvalso molto dei social media, si è dato come priorità la lotta alla criminalità organizzata e ha incarcerato più di 75mila persone su 6 milioni di abitanti. È riuscito a costruire una macchina propagandistica capillare che sfrutta notizie false, disinformazione, attacchi agli oppositori e profili falsi che ripetono il suo messaggio. Nelle elezioni 2024 si è riconfermato con l’83% di voti e 58 seggi su 60.
Come si vede, la realtà politica, sociale e culturale dell’America Latina continua ad essere strettamente legata alla nostra e molti sono i temi che rivestono un grande interesse anche per noi. Per questo siamo certi che molti, come i partecipanti al dibattito di Perignano, saranno interessati ad approfondire con noi questi temi nei prossimi mesi.
30/09/2023
Il commercio dell’anima
Al centro della scenetta ambientata nel supermercato vi è una bambina, la quale prima chiede alla mamma di comprare una pesca e poi la porta al papà dicendogli: «Te la manda la mamma». È chiaramente un tentativo di far riavvicinare i genitori, da cui traspare il carico di sofferenza che grava sulla bimba a causa della loro separazione.
La scenetta è tratta dalla vita quotidiana, ma fornisce una rappresentazione diversa (e quindi sorprendente) rispetto a quella, oleografica ed eutimica, della classica famiglia sorridente unita attorno ad un tavolo, che è il ‘leitmotiv’ di tanti altri messaggi pubblicitari.
Così, catalizzata da questo tipo divergente di pubblicità, si è accesa, nel mondo della comunicazione sociale e dell’opinione pubblica, una ‘querelle’ che divide, da un lato, coloro che giudicano inappropriata e fonte di sofferenza per le famiglie separate la scenetta in questione e, dall’altro, coloro che invece ne hanno apprezzato il messaggio (laddove fra questi ultimi vi sono i maggiori esponenti dell’attuale governo).
Sennonché per situare nella giusta prospettiva il significato di quel messaggio pubblicitario e della reazione che ha suscitato, è bene tener presente che lo scopo che caratterizza (anche se in modo indubbiamente originale) la produzione, la circolazione e il consumo di quel messaggio è il perseguimento del massimo profitto da parte di una importante azienda della grande distribuzione organizzata.
Parimenti, per quanto riguarda la reazione di massa al suddetto messaggio va considerata l’enorme quantità di stimoli pubblicitari di natura ripetitiva e subliminale, molti dei quali legati alla ingluvie [il ‘deposito temporaneo del cibo in eccesso’, in insetti e uccelli, ndr], alla competizione, al narcisismo o al sesso, che, irradiata nei molteplici canali dei ‘mass media’, inonda e intride la nostra vita sociale penetrando in ogni anfratto della stessa vita domestica.
Orbene, di fronte a questa valanga ininterrotta di ‘distrazioni’, illusioni e deviazioni con cui il potere dominante si assicura un consenso di massa, costituisce una misura minima di igiene mentale riflettere sul fatto che oggi il controllo della sfera pubblica passa innanzitutto attraverso il controllo e il dominio della sfera privata e del fòro interiore delle persone, ridotte a monadi capaci di comunicare e di interagire fra di loro, a livello sia psicologico sia etico, soltanto attraverso lo scambio mercantile.
È in tal modo che l’individuo viene ridotto a merce, avendo interiorizzato a livello profondo, subliminale, il messaggio dominante.
La razionalità strumentale, con la correlativa esclusione degli scopi (che sono obbligatori e indiscutibili) e l’enfasi sui mezzi (che sono molteplici, opzionali e disponibili), è la sola ammessa, e questa pervade, nelle società del capitalismo monopolistico contemporaneo, ogni piega della vita umana: dal contesto lavorativo a quello sociale, relazionale, affettivo e sessuale.
Per questo oggi è lecito parlare di una forma di dominio sociale che ha la necessità di controllare non solo ogni spazio dell’agire umano, ma l’essere umano stesso: è l’essere umano stesso che deve diventare merce e deve interiorizzare il fatto di essere esso stesso merce.
Ecco, quindi, come la ‘forma merce’, il “feticismo delle merci” analizzato da Marx nel “Capitale”, raggiunge nella fase storica attuale il suo apice. Il controllo e il dominio della sfera privata, del fòro interiore delle persone, è oggi più importante e determinante del controllo della sfera pubblica.
Fino a un secolo o due secoli fa non era così, perché nel momento in cui una persona passava tra le dieci e le dodici ore in una fabbrica davanti ad una macchina di cui era sostanzialmente un’appendice, il controllo sociale era già in atto e non vi era la necessità di penetrare e controllare la sua psiche.
Oggi, da tempo, la situazione è mutata, poiché, come aveva ben compreso e dimostrato Herbert Marcuse nel suo classico saggio “L’uomo a una dimensione” (1964), la costruzione e la produzione del consenso al potere dominante passa innanzitutto attraverso il controllo e la manipolazione della sfera psichica delle persone.
Pertanto, in attesa che, come ha suggerito argutamente Leonardo Pieraccioni, la Coop – che è la maggiore concorrente di Esselunga nel campo della grande distribuzione – metta a punto “un contro-spot” ancora più tenero di quello in discussione, vi è da augurarsi che lo sfruttamento dei buoni sentimenti nel campo della pubblicità commerciale trovi il suo limite nella consapevolezza critica che, se è vero, come una volta si usava dire per giustificarla, che la pubblicità è l’anima del commercio, oggi è ancor più vero che il commercio dell’anima, autentica essenza del messaggio qui discusso, non può giustificare nulla di etico e di sociale tanto agli occhi dei favorevoli quanto a quelli dei contrari, tranne la legge del profitto per cui quel messaggio è stato concepito, prodotto e diffuso.
Fonte
05/01/2022
[Contributo al dibattito] La variante cinese
Inizia così un articolo di Contropiano a firma di Francesco Piccioni su un pezzo di Guido Salerno Aletta, dal titolo Tra stato e mercato la Cina e l’Occidente neoliberista, attaccando praticamente chi riguardo la Cina di oggi non ripone fiducia nelle “magnifiche sorti” del suo inesistente socialismo.
In realtà l’articolo in questione inizia con un falso storico-temporale che occulta e separa dalla questione cinese odierna un tema fondamentale per tutto il movimento comunista novecentesco e odierno: la lotta contro il revisionismo e ciò che differenzia una sinistra rivoluzionaria da questo. Altrimenti la storiella della “concezione astratta del socialismo” non reggerebbe. E il falso è nella datazione dei 30 anni.
E in realtà non sono 30, bensì 60 anni che questo dibattito divide il movimento comunista, sin dai tempi in cui il maoismo ha rappresentato nello scontro politico con il togliattismo la linea di demarcazione tra una visione rivoluzionaria e una revisionista. E fu proprio la politica rivoluzionaria maoista a fare da incipit a gran parte delle lotte di liberazione antimperialista e alle sinistre rivoluzionarie dalle campagne alle metropoli.
Dunque è dai primi anni ’60 che inizia la polemica tra il Partito Comunista Cinese e quello italiano (1). Da questa polemica nacque un linea rivoluzionaria che ripudiava il gradualismo togliattiano, la coesistenza pacifica con il capitalismo, che criticava una visione politica che metteva al centro il riformismo, le riforme di struttura versus un riproposizione del leninismo nei suoi principi tutt’ora validi negli anni ’60 come oggi.
Detto per inciso, l’approccio revisionista è stato poi sviluppato attraverso il denghismo con la sconfitta della Rivoluzione Culturale di Mao e l’avvento della borghesia burocratica nel PCC. Per cui se una chiave di lettura marxista va data della Cina di oggi è da allora che occorre partire, non da 30 anni fa. E non certo da una visione pragmatica e tecnocratica che evidentemente ha affascinato i compagni di Contropiano.
In Italia, la critica al togliattismo proveniente dai compagni cinesi agli inizi degli anni ’60 fu il propellente di tutto il movimento comunista alla sinistra del PCI. E questa datazione postuma è solo un tentativo di mistificare la questione per non far vedere che ci si sta sbarazzando non dell’acqua sporca, ma del bambino. Questa impostazione filo cinese è in palese contraddizione con la provenienza politica di molti compagni della sinistra di classe. È una questione che pertiene la memoria storica della lotta di classe rivoluzionaria in Italia e non solo, su questa separazione tra rivoluzione e riformismo hanno combattuto generazioni di comunisti, scegliendo strade e strategie politiche di rottura con la compatibilità “tattica” col capitalismo.
Questa “concezione astratta del socialismo” non creò solo le organizzazioni di stretta osservanza maoista, ma influenzò tutta la sinistra extraparlamentare e lo stesso operaismo. Questa “concezione astratta del socialismo” in Cina diede vita alla più straordinaria mobilitazione dal basso per un intero decennio dalla metà degli anni ’60 fino al 1976: la Rivoluziona Culturale con le Guardie Rosse, che rimettevano in discussione la presenza nel PCC di un’ala borghese che stava andando esattamente dove la Cina è arrivata oggi.
Per cui si abbia il coraggio di dire che Mao aveva sbagliato e Deng Xiaping ragione invece di starci a girare attorno facendo giochetti sulle date. Almeno Giorgio Cremaschi nel suo intervento al convegno della Rete dei Comunisti dello scorso anno sulla Cina è stato coerente con la sua storia politica (la sua provenienza è il PCI) nel sostenere che Togliatti aveva ragione e Mao torto. È più apprezzabile perché pur se opinione che ritengo sbagliata, quanto meno è lineare col suo imprinting politico.
Di fatto senza questa spaccatura nel movimento comunista internazionale, non ci sarebbe stata politica rivoluzionaria, autonomia di classe, ma neppure quella critica culturale che partiva dai Sartre, dai Sanguineti fino ad arrivare ai Godard, ai movimenti operai e studenteschi dalla Francia del maggio agli USA dei campus, all’Italia con le due ondate del ’68 e del ’77, alle culture dell’antagonismo e della rottura con le convenzioni borghesi degli anni ’70, nelle quali il PCI stesso si ritrovava ingessato, incapace di capire i mutamenti della società, dei cicli di produzione del capitale, della composizione di classe e via dicendo.
Dunque per Piccioni e soci un’analisi critica riguardo una Cina governata da un’oligarchia di mandarini di stato e di partito con forti interessi finanziari e azionari nelle multinazionali cinesi private e di stato è astratta. Per costoro il fatto che l’intreccio di interessi e potere tra i 600 miliardari cinesi e questi mandarini sarà un dettaglio: peccato che sia il risultato di un revisionismo che ha fatto leva sulle contraddizioni di una rivoluzione in un paese di centinaia di milioni di persone, bloccandola e facendo tornare indietro gli orologi della storia, creando una nuova borghesia in un’economia di fatto capitalista che di socialismo non ha più neppure l’odore.
Forse per costoro sono astrazioni anche le posizioni politiche delle forze comuniste che oggi come ieri combattono concretamente l’imperialismo, come il Partito Comunista delle Filippine: qui le sue annotazioni al fulgido e magnificamente progressivo discorso di Xi Jinping.
Saranno astrazioni, ma a queste domande che sorgono spontanee nel vedere la Cina di oggi che risposta diamo? Che risposta diamo a:
nel potere classista composto da un’oligarchia di burocrati insieme al manageriato di multinazionali, del capitale privato…
nell’integrazione tra capitali finanziari e multinazionali…
nella polarizzazione tra 626 miliardari che concentrano la ricchezza sociale e le classi popolari cinesi in un miliardo e 400 milioni di persone…
nel divario salariale abissale tra classi e settori sociali…
nel ammortizzare la caduta tendenziale del saggio di profitto occidentale consentendo proficue esternalizzazioni al capitale occidentale…
nell’uso della forza-lavoro dalle campagne come i nostri caporali usano quella esterna dei migranti…
...che socialismo c’è?
È sufficiente uno stato che pianifica per definire una società come socialista? Dalle mie parti era la socializzazione dei mezzi di produzione non lo sviluppo di un’economia privata (pur con tutte le sue diversità dai modelli neoliberale e ordoliberale occidentali) a definire la transizione al socialismo. Nemmeno Togliatti con le sue riforme di struttura dava come prospettiva l’uscita dalla povertà e basta... ma che il popolo non governi, non si socializzino i mezzi della riproduzione sociale, non si abbia come scopo l’uguaglianza sociale. L’armonia confuciana regni tra sottoposti e dignitari del sovrano. E tutto resti così com’è nelle differenze sociali, nei rapporti di classe. Ma la critica a tutto questo è evidentemente un’astrazione per i nostri amici di Contropiano. Astrazioni che hanno ricadute ben concrete in una lotta di classe che in Cina è proseguita anche nella repressione antioperaia da parte delle autorità dello stato e del PCC contro i gruppi maoisti e i lavoratori che protestano e vogliono sindacati indipendenti (2).
Un’economia capitalista, che si fonda sul globalismo e l’interconnessione di filiere, capitali e mercati, che non va verso la socializzazione dei mezzi di produzione, ma verso uno sviluppo di questo modello capitalistico, per gli amici di Contropiano è “socialismo dalle caratteristiche originali”. Sino alla bestialità di definire “lotta di classe” la contraddizione intercapitalistica tra Cina e potenze imperialiste atlantiste (3), come se da parte cinese vi sia un proletariato al potere con la sua strategia internazionalista al socialismo, che sia comunismo di guerra o NEP, o arrivo a dire persino revisionista e kruscioviana “coesistenza pacifica”. Persino quest’ultima, persino il revisionismo classico non arriva alle alte vette di spregiudicata tecnocrazia e integrazione intercapitalistica degli attuali gruppi dirigenti cinesi, così ben decantate dai suoi esegeti.
Cosa significa allora oggi riesumare il denghismo (perché di questo si tratta), il suo approdo non a un socialismo, ma neppure a una sua transizione, bensì a un sistema capitalistico che utilizza altre leve della politica economica, più stato nel mercato (un refrain dello “stato piano” degli anni del dopoguerra della seconda metà del Novecento)? Cosa significa tessere le lodi del confuciano PCC di Xi Jinping, che ha abbandonato la teoria e la prassi maoiste della contraddizione? Cosa significa collocare la Cina di oggi in una sorta di “socialismo originale”, termine usato non solo da Salerno Aletta e Contropiano, ma anche da Carlo Formenti, e dal gruppo di Marx21?
Significa porsi alla destra del riformismo togliattiano uscito dall’VIII congresso del PCI nel 1956 (4) e, se si analizza bene, probabilmente anche di quello di Amendola degli anni ’60: una posizione ancora più moderata delle “riforme di struttura”, ancora più gradualistica, ancora più compromissoria col mercato capitalistico.
Dobbiamo arrivare all’Eurocomunismo del periodo berlingueriano per trovare quelle logiche di commistione con i tempi e i modi della produzione capitalistica, della riproduzione sociale del rapporto capitale/lavoro che oggi caratterizzano le stesse logiche cinesi: quando il PCI nel laboratorio emiliano metteva in atto con il decentramento produttivo la scomposizione di classe funzionalizzando la “rossa” Emilia ai tempi e ai modi della produzione capitalistica e alle modalità in cui il capitale procedeva con la ristrutturazione dei cicli di produzione.
La politica economica dei “mandarini” cinesi di partito nel rapporto capitale/lavoro non ricorda forse queste alchimie produttiviste e di irrigimentazione della forza-lavoro in Emilia di un PCI che negli anni ’70 spacciava l’attacco alla rigidità operaia per modernità? E non sono forse queste le politiche sociali e di produzione tipiche della peggiore socialdemocrazia?
Concludo con un’ultima perla, sempre dall’articolo Tra stato e mercato, la Cina e l’Occidente neoliberista.
Sino ad ora abbiamo visto il nostro autore criticare la “concezione astratta del socialismo” rivolta a chi critica il “socialismo originale” cinese. Come se non fosse ovvio che il socialismo scientifico si basa sull’analisi concreta della situazione concreta. Come se non fosse evidente che dalla storia della lotta di classe e dalle esperienze di socialismo del Novecento si è compreso che ogni paese, ogni formazione economico-sociale deve trovare il suo percorso al socialismo nel processo rivoluzionario di abbattimento del capitalismo.
Sicuramente sono tanti i comunisti che hanno un approccio libresco e astratto della rivoluzione socialista. Vengono in mente le battaglie di cortile tra i vari “ismi”, rivangando diatribe superate ed episodi morti e sepolti della storia del movimento comunista mondiale: queste caricature del marxismo servono alla fine per creare un comodo alibi. La rampa di lancio dei salti della quaglia.
Ma venendo al sodo: cosa sta alla base dell’analisi concreta della situazione concreta dell’autore di questo articolo? Ossia, contro la visione “astratta” del socialismo cosa contrappone il nostro? Ce lo spiega così:
“Ricordiamo che la definizione di Marx era molto più laica: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro. Che è certamente una formulazione astratta, ma che descrive un criterio invece che una serie di “istituti” teoricamente caratterizzanti una formazione sociale “socialista” (inevitabilmente varianti a seconda del livello di sviluppo di un certo paese, le tradizioni locali, le culture, ecc). L’“eguaglianza” – per esempio – in condizioni di povertà o di relativo benessere generale, in pace o in guerra, ecc, può significare cose molto diverse.”(5)
Va bene l’originalità di un dato socialismo in un dato contesto sociale, ma se il socialismo si distingue per la sola massima timbrata e controfirmata da Marx: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro, c’è proprio da star freschi! Anche perché Marx ha detto tanto altro nella definizione di socialismo. E non è un caso che proprio un aspetto dirimente manchi dalla definizione data da Piccioni. Una questione su cui Marx, Engels, Lenin, praticamente tutti hanno posto al centro dell’ontologia del socialismo. La socializzazione dei mezzi di produzione, ecco cos’è l’aspetto qualificante il socialismo. Ed è qui che casca l’asino.
Che una classe dirigente borghese utilizzi lo Stato e la pianificazione per un’economia di mercato sarebbe già socialismo, è così? Lo abbiamo già visto prima che non basta.
Ma proprio per non scadere in una visione astratta, occorre considerare tutto il processo economico-sociale, non solo lo sviluppo delle forze produttive (chi le sviluppa? Anche nel capitalismo c’è una borghesia che le sviluppa...), non tanto quindi un approccio tecnocratico, ma una progressione a forte partecipazione popolare, un processo economico-sociale che nella transizione procede alla socializzazione dei mezzi della riproduzione sociale. In Cina dal 1976 avviene il contrario. E parlare delle centinaia di milioni che stanno uscendo dalla fame, di progresso tecnologico, non caratterizza questo paese come socialista, quando insieme alla crescita di una forte economia privata si forma una vasta classe media, quando le differenze sociali si acuiscono e, soprattutto, quando non c’è una reale democrazia socialista di popolo.
Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro... grazie, anche nel capitalismo può essere applicato questo criterio. Allora questo cosa vuol dire: che se io sono disabile e le mie capacità danno una certa performance nel lavoro, ottengo in base al mio lavoro? Ma questo è liberalismo! Esattamente come la concezione cinese. Semmai il criterio è quello di dare a tutti in base ai propri bisogni, dare a tutti l’opportunità e il diritto a un’esistenza soddisfacente. Questa è l’uguaglianza, non il pastrocchio darwiniano che emerge da queste poche righe maldestre! E il liberalismo si pone per l’appunto alla destra del togliattismo, ossia di una visione gradualistica del cambiamento al socialismo.
Solo se affianchi questo tipo di uguaglianza sociale alla socializzazione dei mezzi di produzione (questo voleva dire Marx), ossia alla democrazia economica e sociale, alla gestione di un’economia sempre più pubblica e sempre meno privata da parte degli organismi democratici popolari, si può parlare di transizione al socialismo. Ciò che non sta avvenendo in Cina. La Cina è un paese liberale la cui progressione non è la socializzazione.
In definitiva la “variante cinese” è un virus ideologico che colpisce i comunisti, non è “uno spettro che si aggira per l’Europa”. È parte di un revisionismo ricorrente che si ripresenta nei contesti più impensabili e in forme sempre nuove.
Ma allora, l’ultima domanda che sorge al di là di tutte le belle chiacchiere sulle “magnifiche sorti del socialismo” cinese, è: quale politica per il proletariato italiano? Un movimento comunista affetto da questa variante cinese quale strategia politica svilupperà in coerenza con questa nuova visione così “concreta” che ha assunto?
Chiedo per un amico.
Per approfondimenti, rimando a un mio articolo apparso sempre su Carmilla e a un intervento sul mio blog.
Note:
1. Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi e Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi, Reprint a cura della Cooperativa Editrice Nuova Cultura, Casa Editrice in lingue estere Pechino, 1963
2. Ho analizzato qui, sempre su Carmilla, un articolo della sociologa cinese Pun Ngai sulla lotta operaia nel 2018 alla Jasic Technology di Shenzhen
3. L'Occidente sta perdendo la lotta di classe
4. Si veda qui
5. Tra stato e mercato, la Cina e l’Occidente neoliberista.
Fonte
08/06/2021
Acemoglu e Brancaccio: “Democrazia a rischio”
Il fatto più preoccupante, prosegue l’economista, è che questa tendenza è correlata con alcuni indicatori di deterioramento del tessuto democratico. Il rischio è che per questa via si produca una analoga concentrazione del potere politico.
Brancaccio non è il solo ad avere questa preoccupazione. Un altro notissimo studioso, il politologo britannico Colin Crouch, l’inventore del termine “postdemocrazia” (che è anche il titolo di un suo best-seller mondiale), ha dedicato al problema il libro “Il potere dei giganti”, riferendosi appunto alle grandi multinazionali.
“Non c’è dubbio che la democrazia sia sotto assedio e sia a un punto pericoloso”, ha ammesso Acemoglu. “Siamo nella fase della sua maggiore debolezza degli ultimi sessant’anni”. E ha proseguito ponendo un problema epistemologico, cioè di metodo della scienza. In questi contesti non si può parlare di “leggi generali”, non si possono risolvere queste questioni solo guardando a quello che è successo. Dobbiamo pensare al motivo per cui è andata in questo modo e quali erano le alternative. E’ vero che oggi la tecnologia è nelle mani di poche aziende e Google, per esempio, è la più grande che si sia mai vista nella storia dell’uomo. Questo fa dire anche a Jo Stiglitz che “il mercato ha fallito”, e questo è certamente vero se pensiamo a paesi come ad esempio l’Egitto, o al Myammar. A parte che possiamo dire che alcune di queste economie non sono di mercato puro, ma comunque non se ne può trarre la conclusione che allora si possa fare a meno del mercato. “Quello che vediamo è un fallimento delle istituzioni, della regolamentazione: ci sono cose migliori che possiamo fare. Non ci sono leggi generali nel capitalismo, dipende da chi ha il potere, e questo dipende dalle istituzioni. Non è detto che i capitalisti e le grandi aziende siano gli unici attori potenti: ci possono essere anche altri centri di potere, si può sviluppare il welfare, come hanno fatto i paesi scandinavi fin dagli anni ’30 del secolo scorso, certo in modo migliore di quanto il mercato avrebbe potuto fare. Ci sono stati molti fallimenti del mercato, specie nei paesi in via di sviluppo, ma questo non vuol dire che la soluzione sia il non-mercato. Certo i mercati debbono essere inseriti in un quadro di regolamentazione”.
Acemoglu riprende qui la tesi che ha sviluppato nel saggio che gli ha dato una notorietà mondiale, “Perché le nazioni falliscono”, scritto insieme a James Robinson. I due studiosi analizzano la struttura di moltissimi Stati e persino di tribù africane, concludendo che il successo o il fallimento dipendono essenzialmente dalla struttura istituzionale. Il libro si apre con un caso esemplare: quello della città di Nogales, a cavallo tra Stati Uniti e Messico, divisa a metà dal muro del confine. I suoi abitanti “condividono gli stessi antenati, amano lo stesso cibo e la stessa musica. (…) Non c’è differenza nella geografia, nel clima e neppure nelle malattie tipiche dell’area”. Eppure il reddito degli abitanti della metà statunitense è circa il triplo di quello dei loro vicini messicani.
Quindi, sostiene l’economista del Mit, lo Stato deve controllare, non è inevitabile che le aziende diventino troppo potenti; ma è anche necessario un bilanciamento dei poteri, e deve avere un forte ruolo anche la società civile. E’ questa, per inciso, anche la soluzione – piuttosto debole – indicata da Crouch: la mobilitazione della società civile. Se aziende come la Philip Morris o la Exxon-Mobil dichiarano continuamente che faranno dei cambiamenti che distruggerebbero il loro business, ha proseguito Acemoglu, certamente mentono, ma lo fanno perché sentono la pressione dell’opinione pubblica. I cittadini, con il voto, possono controllare i loro governi, che a loro volta possono controllare le imprese: per questo la democrazia ha un’importanza fondamentale.
“Tra noi c’è un disaccordo per quanto riguarda il metodo scientifico – riprende Brancaccio – sull’esistenza o meno di leggi di tendenza del capitalismo. Ma è una divisione trasversale rispetto ad orientamenti politici e teorici diversi. Io penso però che l’esistenza di queste leggi di tendenza sia supportata dalle evidenze. Un esempio: paesi estremamente diversi tra loro per caratteristiche istituzionali, politiche, culturali, hanno fatto registrare nel tempo una convergenza nei processi di precarizzazione del lavoro. Non so se Acemoglu è d’accordo, ma io la definirei una tendenza di carattere generale, che ha cioè contraddistinto la storia del capitalismo nel lungo termine. Per di più si è prodotta indipendentemente dall’avvicendarsi al potere di diverse forze politiche nei diversi paesi. Penso che si possa parlare di leggi generali soprattutto da quando è venuta a mancare una grande alternativa di sistema. Possiamo dire tutto il male possibile dell’Unione Sovietica, considerarla un esperimento fallito. Tuttavia – e su questo anche Mario Monti aveva convenuto nel corso di un nostro dibattito – da quando il capitalismo si è trovato senza rivali, senza una possibile alternativa di sistema, si è mosso verso una uniformizzazione tendenziale, che è andata al di là delle istituzioni dei singoli paesi. Acemoglu, da sempre attento osservatore delle socialdemocrazie, potrà forse convenire con me che persino quelle nordiche da alcuni decenni sono in crisi, e oggi è difficile riconoscere una socialdemocrazia come la intendevamo nel Novecento. Ho il sospetto che questa crisi della socialdemocrazia sia il correlato della crisi del comunismo”.
“Sono d’accordo sul fatto che oggi le socialdemocrazie siano in crisi – è la replica di Acemoglu – e sono in parte d’accordo che questo sia dovuto al crollo dell’Unione Sovietica. Ma penso che le socialdemocrazie siano in crisi perché non hanno generato una nuova agenda. Blair, Clinton, Obama e altri leader hanno aderito tutti all’dea che bisognasse andare verso una globalizzazione non limitata, far funzionare i mercati e magari poi redistribuire, ma questa redistribuzione è stata molto scarsa. Tutti si sono convinti della deregolamentazione, del fatto che non dobbiamo avere paura dei monopoli perché i monopoli portano prezzi più bassi, come Amazon, Microsoft, Google, eccetera. Anche i socialdemocratici si sono convertiti al laissez faire. In quella fase sembrava l’unica scelta possibile, ma oggi abbiamo una comprensione migliore di questi problemi. Io penso che siano necessari molti elementi della socialdemocrazia “vecchio stile”, migliore organizzazione e migliori stipendi per i lavoratori, una rete di sicurezza sociale migliore, redistribuzione. Bisogna dare più potere ai lavoratori, ma anche ai cittadini, in modo che abbiano un ruolo maggiore nella società. È facile? Certamente no, ma io penso che sia possibile. Se invece che nel 2021 fossimo nel 1821, a Manchester o a Londra, vedremmo donne e bambini che lavorano in condizioni orribili, un’aspettativa di vita molto bassa, ambienti insalubri, retribuzioni reali ferme dalla metà del secolo precedente. Ma negli anni successivi ci fu un cambiamento istituzionale, con l’allargamento del diritto di voto, e questo cambiò gli equilibri di potere con un conseguente miglioramento della situazione. Certo, ci furono disordini e i soldati uccisero molte persone. Ma perché a un certo punto si decise di non mandare più soldati a uccidere ancora più persone? Perché i giornali cominciarono a denunciare questa situazione, e man mano la società civile cominciò a giudicare inaccettabile che questo potesse accadere. Dunque, quando si crea una pressione sociale i mercati possono essere incanalati in una direzione diversa e i guadagni possono essere condivisi. Naturalmente tutto questo funziona se la democrazia resiste, e abbiamo detto che è in pericolo”.
Un pericolo che oggi sembra venire soprattutto dai sovranismi, che data l’afasia della sinistra sembrano essere la sola alternativa al neoliberismo dominante. Brancaccio: “Cresciuti dopo la crisi del 2008, in una prima fase hanno raccolta istanze sociali, culturali e politiche molto diversificate, ma negli ultimi tempi hanno assunto decisamente un carattere di destra nazionalista. Dicono di essere molto attente alle istanze nazionali, ma martellano sulla questione dei migranti e non dicono una parola sul controllo dei movimenti internazionali dei capitali. Sembrano essere espressione di quel capitalismo in affanno per il processo di centralizzazione dei capitali che cerca per questo una protezione nazionalistica. Quanto ai miglioramenti nella condizione dei lavoratori, le parole di Acemoglu mi hanno fatto venire in mente la famosa frase del Manifesto del partito comunista: “La storia dell’umanità è storia di lotte di classe”. Ma questi tempi così caotici e tumultuosi fanno maturare il superamento di alcuni tabù. Una parola tabù, per esempio, è “pianificazione”. Ma se guardiamo a come si stanno comportando oggi le banche centrali, beh, operano da market makers, stanno governando il mercato, lo stanno fortemente disciplinando. E decidono – talvolta in modo fortemente discrezionale – cosa acquistare e cosa no, ossia chi deve vivere e chi deve morire. Io vedo in questo comportamento dei prodromi di pianificazione, e un segno di grandissima turbolenza e anche di confusione ideologica, perché se la pianificazione – o almeno qualche sua traccia – comincia ad affiorare persino nel comportamento delle banche centrali, beh, come dicono i cinesi, questi sono tempi interessanti”.
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