Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mutui. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mutui. Mostra tutti i post

01/08/2023

Tassi d'interesse più alti di sempre, finirà come nel 2008?

di Guido Salerno Aletta

La BCE ha deciso di aumentare ancora i tassi di interesse, di un quarto di punto: l'inflazione dei prezzi al consumo nell'Eurozona non calerebbe infatti abbastanza velocemente.

In media, l'inflazione era al 10% netto a gennaio scorso, ed a giugno ancora al 6,4%. Eppure la tendenza alla contrazione è stata netta: era scesa di appena un decimo di punto tra gennaio e febbraio, passando dal 10% al 9,9%; poi di 1,6 punti percentuali a marzo, essendo arrivata all'8,3%; poi solo di due decimi di punto ad aprile, essendo arrivata all'8,1%; quindi, di un intero punto percentuale a maggio, essendo scesa al 7,1%; è scesa ancora di sette decimi di punto a giugno essendo arrivata al citato 6,4%.

Ci sono Paesi con una inflazione già bassissima, come il Belgio dove a giugno il tasso annuo era addirittura dell'1,6% ed altri come la Grecia che sono appena al 2,8%, mentre la Francia sta al 5,3% e l'Italia al 6,7%: ci sono troppi fattori di differenza.

Intanto, il tasso di crescita reale continua a scendere: sempre nell'Eurozona, il primo trimestre di quest'anno ha segnato una crescita zero. C'è stato un calo continuo, trimestre dopo trimestre, dal +0,6% del primo trimestre del 2022 fino ad arrivare al -0,1% nell'ultimo trimestre dello stesso anno.

I tassi di interesse sono stati ritoccati dalla BCE, portando quello per il rifinanziamento principale delle banche al 4,25% e la remunerazione sui loro depositi ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria al 3,75%: è un record, visto che nel 2008, alla vigilia della catastrofe causata dal fallimento della Lehman Brothers, il tasso minimo di rifinanziamento principale era stato del 4,25% mentre la remunerazione sui depositi era al 3,25%. Solo il tasso per il rifinanziamento marginale era stato ancora più alto, con il 5,25%, mentre ora è stato portato al 4,50%.

Detto in sintesi: alle banche ora conviene tenere fermo il denaro presso la BCE, senza rischi, dove rende appunto il 3,75% annuo.

In Italia, l'ABI ha rilevato che a giugno scorso il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è stato il 4,27% rispetto al 2,05% di giugno 2022, con un incremento di 222 punti base, mentre era stato pari al 5,72% alla fine del fine 2007; sempre a giugno, il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è stato del 4,86%, più che triplicato rispetto all'1,44% di giugno 2022, con un incremento di 342 punti base, mentre era stato del 5,48% alla fine del 2007. Sempre a giugno scorso, il tasso medio sul totale dei prestiti è stato del 4,25%: praticamente raddoppiato rispetto al 2,21% del giugno 2022, con un incremento di 204 punti base, quando era stato del 6,18% alla fine del 2007.

Il punto chiave sta nella capacità di resistenza delle famiglie e delle imprese: le prime sono strette tra l'aumento dei prezzi al consumo e quello delle rate dei finanziamenti contratti a tassi variabili; le seconde, dalla stasi dei consumi reali che viene nascosta da un aumento dei fatturati monetari e da una riduzione del credito.

Gli impieghi delle banche a favore del settore privato dell'economia sono scesi dai 1.481 miliardi del giugno 2018 ai 1.457 miliardi del giugno 2021, per risalire a 1.487 miliardi nel giugno del 2022 e scendere poi nuovamente, al minimo di soli 1.447 miliardi, a giugno scorso.

Negli Usa, già alla fine del 2007, Ben Bernanke che allora era alla guida della Fed si rese conto che l'effetto moltiplicatore determinato dall'aumento dei tassi, agendo a ritroso sui prestiti a tasso variabile già erogati, determinava una dinamica incontrollabile sulla capacità delle famiglie americane di ripagare gli oneri sui debiti.

Qui non stiamo parlando solo dell'Italia, dove il credito alle imprese ed alle famiglie è stato tenuto fortemente sotto controllo, ma di tutta l'Eurozona: il rischio non è tanto quello della recessione, prospettiva cui siamo comunque pericolosamente vicini, ma di un avvitamento delle condizioni finanziarie delle imprese marginali e delle famiglie più deboli.

Al danno già grave che è provocato dall'inflazione si potrebbe aggiungere quello di una perdita di controllo della capacità dei debitori di rispettare le scadenze: la stabilità finanziaria è più importante di quella dei prezzi.

Il sistema bancario sembra vivere felicissimo nel Nirvana degli incassi crescenti sui prestiti, dopo anni di dieta ferrea: la BCE è passata, come la Fed, da un eccesso all'altro.

Fonte

28/07/2023

Una famiglia su cinque salta la rata del mutuo. La politica della Bce fa danni

Una famiglia su cinque ha dovuto saltare il pagamento di almeno una rata del mutuo: è quanto emerge dal rapporto realizzato dal Censis su commissione della Confcooperative, dal titolo “L’Italia fa i conti con i tassi d’interesse”.

“Occorre ricordare – si legge nel rapporto – che in Italia, su un totale di 25 milioni e 600 mila famiglie, 18,2 milioni sono proprietarie dell’abitazione in cui vivono (il 70,8%, dati al 2021). Di queste, al momento, 3,3 milioni di famiglie (il 12,8% sul totale) sono impegnate con un mutuo da pagare e, all’interno di questa componente, circa 700 mila hanno già mostrato difficoltà, ritardando il pagamento di almeno una rata mensile“.

L’aumento dei tassi di interesse – dal 2,21% di giugno 2022 al 4,25% di giugno di quest’anno – sta avendo conseguenze anche sui comportamenti di spesa delle famiglie.

A confermarlo è anche l’andamento del mercato immobiliare italiano, con una riduzione del 17,1% delle compravendite di case tra privati e del 2,5% delle compravendite delle seconde case. Da qui, il crollo del 10,1% delle richieste di mutui per l’acquisto di abitazioni e del 9,6% nel caso in cui i mutui richiesti siano compresi fra i 50.000 e i 150.000 euro.

“La Bce sta provando a contrastare l’inflazione e a difendere l’euro dalla svalutazione rispetto al dollaro attraverso l’aumento dei tassi di interesse. Questa politica monetaria, però, rappresenta una tassa sul macinato per famiglie e imprese.
L’impennata dei tassi di interesse e l’inflazione hanno bruciato, infatti, 693 miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie. E lo scorso anno il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto di 100 miliardi di euro: almeno 3.800 euro a famiglia su base annua“
, afferma Maurizio Gardini, presidente Confcooperative presentando il rapporto elaborato dal Censis.

Nei giorni scorsi avevamo documentato come la politica della Bce sugli alti tassi di interesse sta provocando anche il collasso dell’accesso al credito per molte imprese.

A marzo di quest’anno, rispetto a marzo dello scorso anno, i prestiti alle imprese del settore manifatturiero si sono ridotti dell’1,5% e nelle costruzioni dell’1,3%.

Più ampia è la differenza che separa l’accesso al credito delle piccole imprese da quello delle imprese medio-grandi: per queste ultime la riduzione nel periodo è stato di sei decimi di punto, mentre per le prime ha raggiunto il 4,4%.

Fonte

14/07/2023

Italia - Famiglie strozzate dall’aumento dei mutui e dagli affitti brevi

Un rapporto di Nomisma, evidenzia come sulla questione abitativa le famiglie si sono trovate ad essere improvvisamente più fragili, con minore potere d’acquisto e propensione al risparmio crollata su valori nuovamente esigui.

Una bella botta l’ha data il continuo rialzo dei tassi d’interesse che preclude a molti la possibilità di accedere ai mutui e per più di 1 milione di famiglie ha determinato la crescita esponenziale delle rate dei finanziamenti a tasso variabile.

La conseguenza dell’accresciuta rischiosità associata dalle banche agli impieghi immobiliari – precisa Nomisma – ha portato ad un calo delle erogazioni (-20% di mutui nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022) con inevitabili ricadute. Ma anche a tassi sui mutui che sono di 92 punti base più alti della media UE.

L’indice di performance relativo al mercato degli affitti, rileva che le abitazioni locate nel 2022 ammontano a poco meno del 6% dello stock disponibile. Nello specifico, gli affitti con contratti di medio-lungo periodo fanno segnare una flessione, con un calo superiore al 4% per i contratti ordinari e una riduzione dell’1,5% per quelli di tipo agevolato.

Al contrario i cosiddetti affitti brevi (case vacanza, B&B etc.) hanno visto aumentare dello 0,6% gli immobili locati a canone libero. Considerando i valori locativi, la maggiore pressione della domanda ha determinato nel primo semestre dell’anno una crescita del +1,7%.

Secondo Nomisma, con l’aggiunta della componente degli aspiranti proprietari, che temporaneamente si trovano esclusi dalla possibilità di acquisto di un immobile, il comparto della locazione in affitto nel futuro rivelerà tutta la sua inadeguatezza.

La domanda composta da famiglie, lavoratori, studenti e turisti compete, infatti, per un’offerta privata troppo esigua e sempre più orientata a privilegiare soluzioni più remunerative, quali gli affitti brevi.

Secondo l’Osservatorio, queste abitazioni potrebbero coprire almeno in parte il fabbisogno abitativo in locazione, ma al momento continuano a manifestare un interesse decisamente tiepido verso il settore residenziale preferendovi quello degli affitti brevi a turisti, stranieri etc.

Per saperne di più: Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto alla casa

Fonte

10/07/2023

Un milione di famiglie non riesce a pagare il mutuo: 15 miliardi di sofferenze bancarie

Le recenti elaborazioni su dati Banca d’Italia fatte dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) parlano di un paese in cui sono in aumento le famiglie che non riescono più a pagare il mutuo. I crediti deteriorati ammontano a 14,9 miliardi di euro, riconducibili a quasi un milione di nuclei familiari.

Andando nel dettaglio più analitico, 5,7 miliardi riguardano clienti che non pagheranno più, 7,1 miliardi sono inadempienze probabili, e circa 2 miliardi sono rate scadute, che sono considerate posizioni meno rischiose. Di questa somma, 6,8 miliardi sono legati a mutui per l’acquisto di abitazioni (il cui totale è 425 miliardi).

Questo tipo di prestiti, ad aprile 2023, erano in crescita per 50 miliardi rispetto al 2017 (+13,4%). Più o meno un terzo del totale, intorno ai 140 miliardi, sono stati erogati a tasso variabile: quel tipo di prestiti che stanno mettendo più in difficoltà le famiglie.

La FABI, infatti, elenca tra i motivi delle insolvenze “l’aumento del costo del denaro, l’incremento dei tassi e la corsa dell’inflazione”. È lo stesso segretario della Federazione, Lando Sileoni, a dire che serve maggior cautela sui tassi, perché “l’azione della Banca centrale europea per contrastare l’inflazione non sta generando i frutti sperati”.

Sileoni si preoccupa per il prossimo rialzo della BCE, previsto il 27 luglio: il tasso arriverebbe dunque da 0 a 4,25% nell’arco di un anno. E mette anche in guardia da qualsiasi provvedimento di allungamento del piano di rimborso, perché significa alleggerire momentaneamente la rata, ma aumentare la massa di interessi sul lungo periodo.

Ma al di là di questo atto di onestà dovuto dalla FABI, altre questioni parlano delle difficoltà economiche degli italiani e di come il sistema bancario nasconda sofferenze ben più gravi. La svendita di pacchetti di crediti deteriorati a società di recupero credito ha infatti creato un’enorme bolla finanziaria che va a tutto discapito dei debitori in crisi.

Fra il 2015 e il 2022 in Italia sono stati più di 350 i miliardi di non-performing loans (NPL), ovvero somme ormai inesigibili, vendute a società specializzate, che provano a recuperarle ed emettono titoli (cartolarizzazione), il cui rendimento dipende dalla probabilità con cui il debito verrà ripagato.

Il nostro paese è al primo posto in Europa nell’uso di questo meccanismo, con un ammontare di più del doppio del secondo posto, occupato dalla Spagna.

La pratica è incoraggiata velatamente anche dalla BCE, perché permette di ripulire i bilanci delle banche. Ma così viene alimentato anche un mercato speculativo, sottratto alle regolamentazioni e che può diventare un problema anche per le casse pubbliche: molte di queste società sono domiciliate in Olanda, dove approfittano di regimi fiscali più convenienti.

L’ultimo rapporto ABI-Cerved prevede che per il 2023 il tasso di deterioramento italiano (i prestiti scaduti da più di 90 giorni rispetto al totale delle erogazioni) raggiungerà il 3,8%, tornando a salire per la prima volta dopo un decennio. E l’esplosione del processo di cartolarizzazione colpisce con durezza i settori popolari, spesso sfrattati da fondi finanziari che non hanno paura di rovinarsi il nome.

In generale, si tratta di un sistema bancario ombra, calcolato dalla BCE in 31 mila miliardi di euro e che concede il 26% dei prestiti d’Europa.

L’esempio concreto di come questo sistema si fonda sempre più sulla produzione di ricchezza fittizia, attraverso lo spostamento di voci di bilancio, e che prepara l’inevitabile crisi successiva, i cui costi verranno scaricati di nuovo sui più deboli.

Intanto, il primo punto da cui partire è questo: sempre più persone faticano a ripagare i propri debiti, a causa dell’inflazione e delle politiche della BCE che aiutano solo rendite e dividendi finanziari.

Con il salario minimo a 10 euro l’ora si può dare una prima base di dignità a tanti lavoratori, ma serve poi lo sviluppo di un’organizzazione che abbia un orizzonte di trasformazione sociale che ci porti fuori da questa barbarie capitalista.

Fonte

29/06/2023

Edilizia, il boom è già finito

di Guido Salerno Aletta

L'Istat non ha dubbi: l'indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni, che ha come campo di osservazione tutta l'attività delle costruzioni, riferita sia alla produzione di nuovi manufatti sia alla manutenzione di quelli esistenti, ad aprile scorso ha registrato una marcata flessione mensile (-3,8%) che si è riflessa in un risultato congiunturale negativo anche nel complesso del trimestre febbraio–aprile 2023 (-0,8%).

In termini tendenziali, rispetto allo stesso mese del 2022, ad aprile scorso è emerso un netto peggioramento, con la terza flessione consecutiva, sia nella serie grezza (-9,5%) sia in quella corretta per gli effetti di calendario (-6,3).

Sono in rallentamento anche i prezzi delle abitazioni: i dati provvisori del primo trimestre del 2023 relativi all'indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, mostrano un aumento dello 0,1% rispetto all'ultimo trimestre del 2022 e dell'1,1% nei confronti del primo trimestre del medesimo anno, in contrazione rispetto al +2,7% registrato nel quarto trimestre 2022.

L'aumento tendenziale dell'IPAB, rispetto allo stesso trimestre del 2022, è da attribuire soprattutto ai prezzi delle abitazioni nuove che sono aumentati del 5,4% (in accelerazione rispetto al +4,5% del trimestre precedente) e in misura minore ai prezzi delle abitazioni esistenti la cui crescita decelera, passando dal +2,3% del quarto trimestre 2022 al +0,4%.

Su base congiunturale, rispetto al trimestre precedente, il leggero aumento dell'IPAB (+0,1%) è imputabile ai prezzi delle abitazioni nuove che crescono dell'1,6% mentre quelli delle abitazioni esistenti diminuiscono dello 0,2%.

Questi andamenti, conclude l'Istat, si manifestano in un contesto di rallentamento dei volumi di compravendita: -8,3% la flessione tendenziale registrata nel primo trimestre 2023 dall'Osservatorio del mercato immobiliare dell'Agenzia delle entrate per il settore residenziale, dopo il -2,1% del trimestre precedente.

Si è dunque esaurito completamente l'impulso dato dai bonus fiscali, sia a livello di attività nel settore delle costruzioni per le manutenzioni sia in termini di valorizzazione complessiva del patrimonio immobiliare esistente.

Il crollo del potere di acquisto delle famiglie italiane, cui si è aggiunto il peso dell'IMU sulle seconde case, ha distrutto valore patrimoniale: fatto pari a 100 il valore degli immobili rilevato nel 2010, quello rilevato nel primo trimestre di quest'anno, quindi tredici anni dopo, è salito intorno a quota 116 per le case di nuova costruzione mentre per le abitazioni esistenti è calato ancora, scendendo verso quota 82. La media dei prezzi arriva complessivamente attorno a quota 90 visto il maggior peso che hanno sul mercato le case esistenti, pari a circa l'80%.

Se si prende come anno di riferimento il 2015 (sempre con base =100), il valore tendenziale delle abitazioni nuove è arrivato a quota 117,8 mentre quello delle case esistenti è salito solo a 104,6. Il valore del patrimonio edilizio esistente non cresce come i prezzi al consumo ma, come i redditi da lavoro, si svaluta.

L'aumento dei costi di finanziamento dei mutui ha influito a loro volta sull'andamento dei prezzi degli immobili esistenti: secondo l'Abi, il tasso di interesse medio ponderato sulle nuove operazioni per le famiglie è passato dall'1,92% del maggio 2022 al 4,24% del maggio scorso. Inoltre, nel primo trimestre di quest'anno la quota degli acquisti finanziati con mutuo è scesa al 64,1% rispetto al 65,3% dell'ultimo trimestre del 2022, mentre il rapporto tra la somma finanziata ed il valore dell'immobile è passato dal 77,3% al 76,6%.

Fonte

17/02/2022

Come comprare casa senza soldi

Il modello di business denominato Instant Buyer (o iBuyer) sta prendendo piede nel mercato immobiliare americano. Nel terzo trimestre del 2021 negli USA 27.244 proprietari di casa hanno deciso di vendere utilizzando un servizio di iBuying, movimentando un volume d’affari pari a 10,6 miliardi di dollari.

Negli Usa la quota di mercato dell’iBuyer è passata dall’1% del secondo trimestre 2021 all’1,9% del terzo trimestre (zillow.com). Si tratta di un sistema per bypassare le tecniche di vendita messe in piedi dalle agenzie immobiliari in decenni di attività.

Immagina di vendere la tua casa senza doverla mai mettere sul mercato e nemmeno mostrarla di persona ai potenziali clienti. Immagina di metterla nelle mani di un agente che non colloca la tua casa in un catalogo di vendita o su una vetrina reale o virtuale.

Immagina un agente che non sia semplicemente un intermediario tra te e il potenziale acquirente che, quando va male, ti restituisce le chiavi della casa, e chi si è visto si è visto, e, quando va bene, ti spilla il 3% del prezzo realizzato. Immagina che questo agente compri direttamente la tua casa, e ti offra il 101% del prezzo di mercato, in contanti, subito. Ebbene hai immaginato il sistema Instant Buyer.

Gli iBuyers, scrive Forbes, sono società immobiliari che acquistano la casa di un venditore in contanti, online, aggirando completamente gli agenti immobiliari. Opendoor, Zillow Instant Offers, Offerpad e RedfinNow – tra le maggiori agenzie americane di iBuyer – invitano potenziali venditori a inserire i dettagli della loro proprietà online.

I dettagli vengono poi valutati da un algoritmo che genera un’offerta in sole 24 ore. Se il venditore accetta l’offerta, l’iBuyer invia un rappresentante per ispezionare la proprietà e determinare se sono necessari adeguamenti dell’offerta.

I venditori non vogliono più pagare salate commissioni agli agenti immobiliari, dice a Forbes Kevin Feely, iBuyes canadese. L’iBuyer non è solo una grave minaccia al sistema dell’intermediazione immobiliare, può effettivamente essere la morte in carriera di agenti immobiliari mediocri, dice Feely.

In secondo luogo, dice, è importante notare che il 69% dei venditori di case non utilizza l’agente immobiliare con cui ha acquistato la casa. Questo perché la maggior parte degli agenti prende i soldi e scappa. Vede i propri clienti come un’unica occasione per incassare. Invece, bisogna rendersi conto che potresti, e dovresti, sviluppare relazioni a lungo termine con questi clienti.

Ai nostri clienti facciamo un’offerta in contanti sulla loro casa, un’offerta coperta da una polizza assicurativa in caso la vendita non vada a buon fine. L’iBuyer, dice, non sarà solo la morte del mediocre agente immobiliare, ma anche la morte di tutto il sottobosco fatto di broker finanziari.

Gli iBuyes non fanno beneficenza. Si tratta pur sempre di business. Chiedono una commissione, anche se è meno alta di quella delle agenzie tradizionali.

Questo sistema di vendita si trasforma in un’opportunità per il compratore, il quale si trova di fronte una casa già pienamente finanziata per l’acquisto. È come se il compratore andasse in una agenzia tradizionale, scegliesse la casa e questa casa portasse in dote un mutuo già approvato. Il sistema di mutuo pre-approvato si chiama iLending.

Gli iLenders sono agenzie finanziarie completamente digitali, come Better.com e Accept.inc. Possono approvare mutui a qualsiasi ora del giorno o della notte. Finanziano e anticipano l’intero prezzo di acquisto nel momento in cui la casa è presa in carico da un iBuyer. Per l’acquirente si tratta di un vantaggio significativo (nytimes.com).

Non siamo all’inizio di un’avventura che finirà con qualcosa di simile ai famigerati subprime.

Siamo alle prese con un modello di keynesismo privatizzato, in cui l’acquisto di alloggi popolari è totalmente affidato alla finanza e al mercato; in un clima di totale irresponsabilità, avallato da teorie che immaginano il banchiere centrale come quel Dio orologiaio che pigia il bottone del Fiat Money e riavvia l’economia.

Fonte

31/12/2021

Terremotati, senza casa, ma dovete pagare il mutuo…

La segreteria del Mef ha stralciato l’emendamento che prorogava lo stop al pagamento dei mutui sulle case terremotate.

In pratica, chi cinque anni fa si è ritrovato la propria abitazione distrutta dovrà tornare, ogni mese, a pagare alla propria banca una rata di debito contratto per quelle che ormai sono soltanto macerie. È l’ennesimo capitolo di una legge di bilancio che pare la storia di Robin Hood al contrario: togliere ai poveri per dare ai ricchi.

Passa così il principio che se la ricostruzione non è ancora cominciata, la colpa è solo tua che non ti sei dato una mossa. Ovviamente in questo modo si assolvono i governi nazionali e regionali che hanno fatto di tutto per complicare la vita a chi avrebbe pure voluto cominciare a rimettere in piedi casa sua ma è sempre stato rimpallato da un ufficio all’altro, da una pratica all’altra, da un geometra all’altro.

Ha ragione l’amichetto mio che paragona il Covid al post-sisma: stessa irresponsabilità istituzionale, stesso continuo scaricare ogni colpa sul comportamento dei singoli.

È una figura retorica solo fino a un certo punto: l’azienda sanitaria regionale è come l’ufficio per la ricostruzione, trovare un’impresa edile è difficile come trovare un tampone, la caccia al furbetto dell’aperitivo è come quella a chi si è costruito una baracca di legno nel giardino della casa distrutta. E così via.

I migliori auguri di un buon 2022 dal cratere, dove la zona rossa dura da cinque anni.

Fonte

28/04/2020

L’asino sul balcone

Nel 1909 Life pubblica un cartoon dove si vede lo scheletro di un grattacielo – colonne e solai, senza pareti. Su ognuno dei piani c’è una villetta, con giardino, alberi, cuccia del cane, capanno degli attrezzi, eccetera. All’82° piano si vede persino un asino affacciarsi dalla porta di una stalla.

“Acquista un accogliente cottage nei nostri lotti costruiti in acciaio, a meno di un miglio sopra Broadway” – si legge in una didascalia. “Solo dieci minuti in ascensore, e avrai tutti i comfort della campagna, senza i suoi svantaggi – Celestial Real Estate Company”.

All’Expo 2000 di Hannover, ispirandosi alla vignetta di Life, lo studio MVRDV costruisce il padiglione Olandese, con il motto «L’Olanda crea spazio». Il riferimento è al costante sforzo dei Paesi Bassi di rubare terra al mare. Si cerca di sublimare la natura, portandola al terzo piano di una struttura di acciaio e vetro.

Poi è la volta di Daniel Libeskind, con il progetto del Madison Square Park Tower, e di UCX Architects con il progetto dell’Urban Cactus di Rotterdam, e di Stefano Boeri, che progetta e realizza a Milano il Bosco Verticale.

La torre, simbolo di forza, e strumento di controllo del territorio, ha sempre proiettato l’immagine del potere. Sino a quando i post-moderni non hanno deciso di attaccarla e decostruirla. Essa suscita ancora stupore e meraviglia.

Il suo enigma, che suggerisce svariate interpretazioni, senza evocarne direttamente nessuna, non rimanda a un potere che ha personalizzato e delegato il controllo al singolo, come in quel regno panottico favoleggiato da Bentham e messo a punto da Foucault, e oggi risorto in Immuni.

Ma rimanda al fatto che i potenti ci hanno piantati in asso. Siamo storditi, facciamo fatica a distinguere il fuori dal dentro, come in una casa degli specchi.

Siamo nell’Hotel Bonaventura di Los Angeles, che non proietta l’immagine di chi ci sta dentro, il sovrano. Riflette l’immagine di ciò che è fuori, alterando la percezione dei margini, illudendoci di stare dentro, quando siamo fuori – e viceversa.

Il mondo si riflette nei nostri appartamenti sempre più piccoli, in stanzette modulari, ricomponibili a piacere, nelle quali non riusciamo a isolarci, a trovare un buco dove piazzare il dispositivo per lo smart working, per non dover sentire a tutte le ore nostro padre sintonizzato su rete 4, o nostra madre che manda vocali chiedendo alle nipoti cos’è Neet, Choosy e Bamboccioni; dove non abbiamo lo spazio per stendere un tappetino per svuotare la mente con due flessioni, senza essere molestati dal gatto; dove c’è solo una finestra che si affaccia su un palazzone in cui il vicino, alternandosi con il cane, va avanti e indietro, mostrando segni evidenti di esaurimento nervoso, quando non piange sui pomodorini sardi e sulle cipolle, sulla lattuga e sul prezzemolo del suo orto-urbano, surrogato di campagna, attrezzato sul balcone.

Ci manca una prospettiva lunga, vedere l’orizzonte, affacciarsi sul niente. Ci manca andare a zonzo, stare da soli, non sentire voci, vedere volti, essere toccati.

Soprattutto, ci mancano altri 50 metri quadri, per decomprimere la tensione familiare, le liti inevitabili. Ci mancano quei pochi metri che impedirebbero a questo ménage à trois di finire a schifìo.

In Italia, sopratutto al Nord Ovest, i giovani non riescono a vivere da soli non perché non hanno studiato, o perché non hanno un lavoro, o sono mammoni. E non si sentono oppressi da un potere invisibile, customizzato, individualizzato.

Si sentono oppressi dalle solite vecchie magagne. Sentono che non possono fare un mutuo, perché hanno un contratto di lavoro a termine; perché hanno paghe basse, e non riescono a tirare su quel 10% di anticipo chiesto dalla banca; perché non hanno testa per sé – “solo computer e smartphone”, dice la mamma – disponibili h24, per clienti che hanno sempre un dispositivo che non si connette; o, se si connette, si collega a un sito di speed date, tirandosi dietro un’intera progenie di virus – a tutte le ore.

Perché anche quando riescono a comprarla, la benedetta casa, e la comprano, si impegnano, per tutta la vita, a lasciare alla banca metà dello stipendio, solo per la rata del mutuo.

Secondo l’ultimo rapporto immobiliare (2019), settore residenziale, redatto dall’Agenzia delle Entrate in collaborazione con l’ABI, nel 2018 in Italia sono state vendute abitazioni per un totale di oltre 61 milioni di metri quadrati, con una superficie media per unità abitativa pari a 105,9 metri quadrati. Nel Nord Ovest, la media scende a 89,8 mq, 0,7 mq in meno rispetto al 2017.

Si tratta ovviamente di una media. Il taglio di abitazione maggiormente compravenduto, anche nel 2018, è stato quello compreso tra 50 e 85 mq. Il tasso di crescita maggiore si è registrato nella classe dimensionale più bassa (+9,5% per gli immobili fino a 50 mq).

Rispetto al 2017, sempre nei capoluoghi del Nord Ovest, la compravendita di abitazioni fino a 50 mq è aumentata del 16%. Non parliamo di bruscolini. Con un fatturato di 34 miliardi, il Nord Ovest assorbe il 36,5% di tutto il mercato nazionale. E proprio nel Nord Ovest, le case più comprate sono proprio quelle nella fascia tra ai 50 e gli 85 mq.

Sul totale delle abitazioni acquistate da persone fisiche, quelle favorite da mutuo, hanno riguardato circa la metà degli scambi.

Cosa fare di fronte a questi dati?

Se lo chiede anche la Banca d’Italia, in un rapporto congiunto con il SIDIEF. Se i giovani italiani, che sono circa 10 milioni, volessero vivere fuori casa, di quante case avremmo bisogno? La risposta, dice la Banca d’Italia, è che ci troviamo di fronte ad una domanda potenziale di circa un milione di case.

Non si tratta di abitazioni necessariamente tutte da costruire: ad esempio, solo nei capoluoghi ci sono 1.8 milioni di case vuote, escluse le seconde case, escluse quelle nei piccoli centri.

L’offerta non manca – dice la Banca – si deve però sciogliere il nodo del mancato incontro fra la domanda e l’offerta. Bisogna mettere in condizione il mercato immobiliare, nella locazione e nell’acquisto, di poter offrire case ai giovani ristrutturando complessi importanti e frazionandoli, realizzando delle case più piccole.

Sessanta metri quadri alla Barona (Milano) costano 200 mila euro. Dico: 60 mq commerciali.

Nel 2018, dice il rapporto dell’Agenzia delle Entrate, il tasso medio applicato alle erogazioni per acquisto di abitazioni perde, rispetto al 2017, ulteriori 0,22 punti percentuali, portandosi al 2,17%, e segnando un nuovo minimo dall’inizio della serie storica.

Per comprare la casa alla Barona, un quartiere popolare, con un mutuo di 360 rate – 30 anni – bisogna lasciare alla banca 756 euro al mese, tutti i mesi, tutta la vita. Oppure scegliere una casa da 100 mila euro (sempre di 60 mq), e pagare 378 euro, ma spostarsi di 20 km.

Abbiamo portato il mondo in casa. Adesso non sappiamo come cacciarlo fuori. Manca solo l’asino sul balcone.

Fonte

17/03/2020

La crisi economica Usa: uno stormo di cigni neri all’orizzonte

Gli Stati Uniti stanno affrontando in prospettiva la più grande crisi economica mai vista, forse superiore anche a quella del 1929. Le dinamiche legate all’apertura alla guerra mondiale del petrolio tra Arabia Saudita, Russia e USA avevano guidato l’ondata “ribassista” sulle piazze di tutto il mondo già da lunedì, innescando una dinamica che prima o poi si sarebbe verificata a causa delle conseguenze del Covid-19 sull’economia mondiale.

Un punto di criticità notevole per gli Stati Uniti, primo produttore mondiale di greggio, con petrolio e gas di scisto che già ora hanno un costo di produzione notevolmente superiore all’attuale quotazione, probabilmente destinata a scendere ulteriormente. Ieri sera a Wall Street la qualità Brent ha chiuso a 29,52 dollari.

Il drastico abbassamento dei prezzi non interessa solo il settore produttivo dell’oil and gas statunitense, ma l’intera filiera finanziaria ad esso collegata, tenendo conto che questa branca era diventata un forte vettore di investimento finanziario grazie al pesante indebitamento delle compagnie energetiche, che ne “drogava” la competitività.

Questo inaspettato test “anti-doping” rischia di far crollare il castello di carte – se Russia ed Arabia Saudita persistessero con la loro politica dei prezzi stracciati – da cui potrebbe probabilmente uscire rafforzata la partnership strategica cino-russa sul fronte dell’energia, e molto ridimensionati i progetti sauditi in tutti i campi.

I fattori di forte criticità evidenziati in questa settimana di passione del mercato finanziario statunitense sono stati principalmente tre.

Gli MBS – cioè i prodotti di investimento fondati su mutui ipotecari – sono entrati in forte sofferenza, nonostante l’abbassamento dei tassi da parte della FED (ora addirittura azzerati) e l’immissione di liquidità straordinaria, e i tassi medi sui mutui sono aumentati dal 3,55% al 4,2%, cioè il valore più alto dal giugno del 2019.

Come ha commentato un analista citato in un recente intervento del Financial Times: «lo sviluppo è frustrante per la FED, perché significa che le riduzioni nella sua politica sui tassi non si traduco più in interessi più bassi sui mutui».

Tradotto: il denaro costa meno, viene pompato in abbondanza nel sistema finanziario, ma i tassi dei mutui aumentano e i pacchetti ad esso collegati annaspano.

Questa preoccupazione, tra gli esperti finanziari, non è dovuta ad una strana forma di filantropia nei confronti dei detentori di mutui ipotecari, ma dal fatto che i prodotti della finanza derivata dai mutui ipotecari – cioè gli MBS – sono tra i più importanti asset finanziari dopo i buoni del tesoro statunitensi anch’essi in sofferenza.

Gli operatori di borsa affermano che la liquidità nel mercato azionario dei mutui si sta prosciugando.

I big della finanza, come Pimco, stanno suggerendo alla FED di acquistare assets, cioè quote azionarie, compresi gli MBS per cercare di “stabilizzare” il mercato.

Non è peregrino pensare che, visti gli attuali chiari di luna, sempre più persone non saranno in grado di pagare i mutui contratti negli Stati Uniti, di fatto creando una dinamica simile a quella dei subprime nel 2007-2008, sia per ciò che concerne una possibile impennata della vulnerabilità abitativa, sia – ed è quello che più preme agli squali della finanza – per ciò che concerne i prodotti della finanza derivata ad essa collegati.

La soluzione è stata per ora l’acquisto massiccio di titoli finanziari da parte della FED; roba che probabilmente si rivelerà presto spazzatura.

Il secondo fattore di criticità, in realtà il primo, visto il ruolo degli USA come catalizzatore di investimenti anche della zona euro, riguarda i titoli di Stato USA, che perdono valore perché non vengono acquistati sul mercato.

La FED sta procedendo al ri-acquisto, ma la tendenza non sembra invertirsi.

Come hanno dichiarato gli analisti di Bank of America al “FT”: «il mercato degli US treasuries è il fondamento per tutti gli altri mercati finanziari. È un mercato con il tasso d’investimento più sicuro al mondo e autorizza il governo degli Stati Uniti a finanziarsi».

Ma il mercato è particolarmente in sofferenza sui Treasury a 10 anni (tradotto: gli investitori non sono sicurissimi che da qui ad allora la situazione sarà ancora positiva per gli Usa).

Anche qui la FED sta intervenendo, perché il pericolo reale è che l’abbassamento drastico del loro valore ne comprometta il ruolo di catalizzatore di investimenti internazionali – gli investitori della zona Euro hanno superato la Cina in sottoscrittori di titoli di Stato nord-americani – e quindi minare la possibilità degli States di alimentare il proprio gigantesco debito pubblico e la credibilità del dollaro.

Veniamo al terzo fattore di criticità, forse il più importante per le ripercussioni sull’economia reale statunitense.

Le aziende statunitensi si finanziano prevalentemente sul mercato azionario; se questo canale viene meno, o si riduce, s’inceppa l’economia reale.

Se una parte dei bond emessi dalle aziende per finanziarsi non trova un acquirente, il finanziamento è insufficiente; ed è ciò che sta avvenendo.

Se poi, a causa della competizione internazionale, le sofferenze aumentano per aziende strategiche che devono fortemente indebitarsi e sono connesse ai grandi player bancari, la situazione diventa critica e apre la strada al fallimento e/o al salvataggio da parte dello Stato.

Boeing è una di queste, con una dozzina di banche di altissimo livello che gli hanno accordato un prestito.

Cosa sta avvenendo? Che le aziende stanno “impilando” le proprie riserve valutarie, chi le ha, come exit strategy per sfuggire al rischio di non potersi poi finanziare sul mercato.

I dollari rimangono per così dire “in pancia” alle companies, e non circolano, di fatto provocando un effetto volano sulla sfiducia nei mercati.

Non proprio un fatto secondario, per un sistema che ha fatto della finanza l’alfa e l’omega della sua natura.

Ora, se i tagli della FED al costo del denaro, la sua massiccia immissione di liquidità – a botte di 500 miliardi al giorno da qui a metà Aprile – e le sue operazioni “non convenzionali”, ecc, non invertono la tendenza, vuol dire che gli stimoli anti-ciclici hanno perso la loro efficacia e che, come ha detto il managing director di Credit Suisse, Zoltan Poznar: «il Quantitative Easing non è un vaccino per questa brusca fermata».

Le indicazioni provenienti da uno dei vecchi capi della FED a gennaio, Ben Bernanke, e a febbraio dall’attuale capo, Jerome Powell, erano state chiare: non dispongono di strumenti per la recessione, per questo downturn in particolare.

Ed i fatti stanno dando ragione alle previsioni più cupe.

Quindi il limite non sta nella rapidità di intervento, o nella sua tipologia, ma nell'impossibilità di affrontare con efficacia il problema.

Già a inizio marzo, mentre si apprestava a tagliare i tassi, Powell aveva affermato: «per noi ciò che conta veramente non è l’epidemiologia, ma il rischio per l’economia; così abbiamo visto un rischio per l’economia e scegliamo di intervenire».

Non proprio un intervento risolutivo, visto che la scorsa settimana la borsa statunitense ha conosciuto la sua quarta prestazione negativa in assoluto in tutta la propria storia, e per una performance più negativa bisogna ritornare al 19 ottobre del 1987 in cui Wall Street perse più del 23%.

Una giorno nero con circa un 10% delle perdite, quello del 12 marzo, di poco inferiore ai periodi più bui della crisi del ’29. Ma superato drammaticamente ieri, col Dow Jones sotto del 13%.

Alla faccia della teoria della “mano invisibile”! Ormai non si contano più le richieste disperate di un intervento dello Stato nell’economia, anche perché – come ammettono candidamente alcuni “esperti” – nessuno ha dei modelli matematici pronti per la situazione che si è venuta a creare.

La bancarotta della scienza economica borghese accompagna quella del sistema economico, senza troppe sfumature.

Concludiamo con le parole di Rara Foroohar, dalle colonne del Financial Times – non esattamente un quotidiano comunista – che conclude così il suo articolo “How coronavirus became a corporate credit run”, passando in rassegna la gravità del momento e l’inefficacia delle politiche fin qui adottate: «ciò di cui c’è bisogno è qualcosa di più simile ad un programma di stimolo fiscale di guerra, in cui il governo sostituisce la domanda di consumo persa, idealmente con un più grande programma di spesa di salute pubblica».

E questa è una proposta che coincide nei suoi tratti essenziali con quella formulata da un senatore socialista che aspira a sfidare Trump alla Casa Bianca. Magari non vince, ma la questine è di nuovo aperta.

La forza della dialettica storica...

Fonte

27/02/2020

Una storia di mutui e precarietà: i dolori del giovane Boeri

A leggere le accorate parole sui giovani che non trovano chi sia disposto a dar loro credito per acquistare casa, si sarà commosso per primo il titolista di Repubblica, che ha pensato di riassumere il commento di Tito Boeri del 19 febbraio scorso col titolo strappalacrime “La verità, vi prego, sui mutui”. L’ex presidente dell’Inps si mostra seriamente e sinceramente preoccupato: le banche cattive non concedono mutui ai giovani precari perché non hanno capito che il mercato del lavoro è cambiato.

Proviamo a ricostruire. Il 17 febbraio Repubblica ospita una lettera di Boeri, che sulla stessa falsariga denunciava “Se la banca nega il futuro ai giovani”. Nell’articolo, il pluribocconiano Tito denunciava i comportamenti degli istituti di credito, rei, a suo avviso, di applicare regole troppo restrittive ai giovani con contratti di lavoro a tempo determinato che vanno a chiedere un mutuo. Per farlo, citava i dati di un sito specializzato, MutuiOnLine.it, ripresi anche da altre testate. La quota di mutui erogati ai minori di 36 anni si è ridotta quasi della metà dal 2006 a oggi: si è passati dal 44.8% del totale dei mutui al 22.6%. In altri termini, solo un mutuo su cinque va a finanziare i giovani tra i 18 e i 35 anni.

E perché, si chiede il Boeri nazionale? Ovvio, secondo lui: perché le banche hanno un modo antico di pensare. Ma il mondo del lavoro è cambiato e le banche non possono limitarsi a dare credito quasi esclusivamente a chi ha un dignitoso e noioso (ci fa capire il nostro) contratto a tempo indeterminato.

Ma le banche non ci stanno e, per bocca del Direttore Generale dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), Giovanni Sabatini, rispondono per le rime. Il problema c’è, dice Sabatini, “ma non è creato dalle banche, è del Paese: che non cresce, non crea lavoro, non dà occupazione ai giovani”. E, a dimostrazione di ciò, aggiunge che prima di un problema di offerta (disponibilità delle banche a concedere mutui), c’è un problema di domanda: le banche non concedono mutui soprattutto perché i giovani non li chiedono. Si è passati, infatti, da una percentuale di domande provenienti dalla fascia di età in questione (35 anni o meno) pari al 49.2% del totale al 27.2% dei giorni d’oggi. In aggiunta, il numero di occupati in quel segmento della popolazione si è ridotto del 18% nello stesso periodo.

Siamo così al 19 febbraio, il giorno in cui si aprirono le cataratte delle lacrime di Boeri e in cui fu chiesta, finalmente, “la verità”. I dati sciorinati da Sabatini sono veri, dice, ma non spiegano, se non in parte, il crollo nella concessione di mutui: come si può pensare che i giovani non abbiano interesse a un mutuo con i tassi attuali? E già, perché se nel 2008 un mutuo ipotecario a 10 anni o più richiedeva interessi superiori al 5%, oggi siamo all’1%. Se si considera l’inflazione, gli interessi in termini percentuali sono nulli o addirittura negativi (immaginate di prendere 100 euro in prestito al tasso del 10% in un anno per comprare oggi una determinata quantità di beni. Tra un anno dovrete restituire 110 euro. Ma se, nel frattempo, il prezzo degli stessi beni sarà aumentato del 10 per cento, i 110 euro di domani avranno lo stesso potere d’acquisto dei 100 euro di oggi: in altri termini, il tasso di interesse reale è stato pari a zero). Come potrebbe un giovane razionale, con tutti i problemi di liquidità che oggi i giovani si trovano a patire, non essere tentato da acquistare una casa con un mutuo che, in termini di interessi, gli costa zero? Il problema, quindi, non può che derivare dalle banche.

Ma cosa sbagliano le banche? Ebbene “tra i beneficiari di mutui casa non si trovano mai giovani con contratto a tempo determinato o partita Iva. I beneficiari hanno tutti, o quasi, un contratto a tempo indeterminato”. Stupore e choc. Banche cattive. E anche stupide, aggiunge (senz’altro con il ghigno beffardo di chi la sa lunga) Boeri. “Un contratto a tempo determinato di un giovane laureato in una università prestigiosa (ovviamente prestigiosa, magari privata, ndr) dà più garanzie di un contratto a tempo indeterminato in una piccola impresa a rischio di chiusura. Un medico con partita Iva che sta entrando in specializzazione è più affidabile dal punto di vista del rientro del debito di una persona con contratto a tempo indeterminato in settori dove ci sono diffusi licenziamenti collettivi”. E poi (ecco l’arma segreta) non si può “non tenere conto del fatto che il 20% dei contratti a tempo determinato (una percentuale dunque diversa da zero) diventa a tempo indeterminato nell’arco di un anno”. Vi assicuriamo che la parentesi sul fatto che il 20% non è lo 0% non l’abbiamo aggiunta noi. E, dunque, la sfida: care banche, rendete nota la documentazione sui protocolli che adottate nella concessione dei prestiti ai giovani!

Non vorremmo deludere Boeri, ma se le banche non concedono mutui (e i giovani precari neanche li chiedono) è proprio perché il mondo del lavoro è cambiato, e le banche lo hanno capito prima e meglio di Boeri. Il quale questo mondo del lavoro fatto di tempo determinato, part-time, precarietà, freelance, vere e fittizie partite Iva, ha contribuito, nel suo piccolo, a crearlo. E ora cerca di coprire le tracce dei misfatti suoi e della sua compagnia di giro, provando a distogliere l’attenzione da una realtà quotidiana piagata da precarietà e disoccupazione.

Sia chiaro: le banche non sono note per le loro operazioni di carità. Prestano più facilmente ad amici e ad amici degli amici, soprattutto se hanno investito nelle aziende di questi amici e ne detengono azioni e/o obbligazioni, imbrogliano i risparmiatori sulla rischiosità degli investimenti e tengono nascoste magagne e bolle speculative fino a quando possono, investono in operazioni a rischio consapevoli che i profitti, se ci saranno, saranno privati e i costi di salvataggio eventuali saranno pubblici. Insomma, chi più ne ha più ne metta.

Ma, per un attimo, facciamo finta che tutti i bancari e i banchieri siano seri professionisti, che non sgarrino neanche per un attimo rispetto alla legge e non abbiano incentivi a mettere in atto comportamenti scorretti. Facciamo finta che le banche siano quegli asettici operatori razionali che si trovano tra le pagine dei libri di finanza. In questo caso, la banca farebbe comunque quello che deve fare: la banca. Concedendo prestiti e mutui se pensa di poterci guadagnare. E, se deve prestare soldi, informandosi prima sulle probabilità che i soldi vengano restituiti o, comunque, facendosi dare delle garanzie (sa, non è per sfiducia verso di lei, l’ipoteca sulla casa dei suoi genitori è solo una mutua rassicurazione).

Il mondo del lavoro, dunque, è cambiato. A un giovane che si avvia al mondo del lavoro vengono offerte principalmente posizioni precarie. Stage, assunzioni in prova, collaborazioni, lavoro formalmente ‘autonomo’. E, anche quando vengono assunti a tempo indeterminato, grazie al Jobs Act possono essere mandati via in qualunque momento, a condizioni molto vantaggiose per l’impresa. Insomma, per un giovane la precarietà è la norma. E i salari? Non è una notizia, neanche sul pianeta Boeri, che, soprattutto per i giovani, sono spesso da fame e al limite della sussistenza. Al di là delle vostre buone intenzioni, forse neanche voi prestereste 100 euro a un amico freelance in difficoltà. Figuratevi le banche, che sicuramente non hanno buone intenzioni. E l’amico freelance stesso, verosimilmente, di fronte a prospettive di reddito e di lavoro disgraziate ci penserà dieci volte prima di prendere su di sé il carico di un debito da ripagare nel corso di decenni, attingendo a remunerazioni miserabili.

Quando Sabatini dice che l’economia italiana non cresce, non crea lavoro, non dà occupazione ai giovani, dice il vero. Certo, lo dice per ragioni diametralmente opposte rispetto a noi, ma ha il merito di riportare la discussione sulla Terra. Le riforme strutturali del mercato del lavoro chieste a gran voce dalle istituzioni economico-finanziarie internazionali e dagli economisti bocconiani nostrani hanno creato e creeranno generazioni di precari, che fanno fatica a mettere il piatto in tavola, a fare progetti per il futuro, a permettersi beni durevoli e non. Allo stesso tempo, le regole europee, il trattato di Maastricht e le sue successive incarnazioni, la troika, i Monti, le Fornero, i Cottarelli e i Boeri di ogni età, razza e religione hanno implementato e/o giustificato ideologicamente i tagli alla spesa pubblica, la riduzione del deficit e del debito, gli aumenti dell’età pensionabile e la riduzione degli assegni di pensione, impedendo, di fatto, la riduzione della disoccupazione attraverso assunzioni dirette, investimenti pubblici e pensionamenti anticipati. Boeri non lo capisce o fa finta di non averlo capito e, con un capolavoro di ipocrisia, finge di cascare dal pero quando i dati ci dicono che i giovani non provano neanche a immaginare e costruire un futuro con un minimo di stabilità e considerano quindi mutuo e casa come una chimera da rimandare al futuro lontano. Paradossalmente sono le banche, motivate esclusivamente dalla sete di profitto, a fare luce su quello che a Boeri appare come un insondabile arcano: chi non ha prospettive di lavoro e percepisce salari da fame non pianifica l’acquisto di una casa. E, anche se lo facesse, non vedrebbe un soldo perché si presta solo a chi dà prospettive solide di ripagamento del debito. Giovani e lavoratori tutto questo non solo lo capiscono ma lo vivono sulla loro pelle tutti i giorni e sanno che la soluzione non verrà né da Boeri né dalle banche.

Fonte

28/02/2019

Crisi Usa. 7 milioni non pagano le rate della macchina

Come si misura una condizione di crisi economica e sociale? Gli indicatori statistici “neutri” sono pressoché infiniti, e hanno il grave difetto di nascondere sofferenze e sangue dietro lunghe sequenze econometriche alla fin fine leggibili solo dagli specialisti.

Per avere il polso della situazione, perciò, preferiamo partire da un dato – statistico anch’esso, non “a naso” – che può restituire anche visivamente la situazione reale.

Il Washington Post, un paio di giorni fa, segnala un “piccolo problema”. Le ultime statistiche della Federal Reserve (la banca centrale Usa) registrano che 7 milioni di cittadini statunitensi hanno smesso di pagare le rate dell’automobile. Non lo fanno per “furbizia” (le regole Usa sono alquanto più severe delle nostre), ma perché proprio non hanno i soldi.

Sette milioni sono tanti, specie se li si moltiplica per la cifra che ognuno di loro dovrebbe pagare (da qualche decina di dollari al mese a 2-300). Anche ad occhio si nota che, per quanto grande sia la necessità di possedere un’auto negli Stati Uniti, così tanta gente non riesce più ad accantonare mensilmente una cifra piuttosto modesta, pur avendo un lavoro retribuito (altrimenti non avrebbero avuto accesso al finanziamento).

Ma la seconda – che preoccupa di più il giornale statunitense – è che un ritardo di tre mesi nel pagamento delle rate potrebbe causare un crack finanziario per alcuni istituti di credito.

L’articolo cita esplicitamente l’analogia tra questa situazione e quella che portò all’esplosione della bolla dei mutui subprime. Anche in quel caso (agosto 2007) un gran numero di persone che si era comprata casa smise quasi all’improvviso di pagare il mutuo. Per la legge americana, basta che il mutuatario consegni le chiavi alla banca creditrice e perde tutto quel che ha versato fin lì.

Ma anche per le banche specializzate in quel settore cominciano i problemi, perché si ritrovano con una valanga di case da rivendere in un mercato che “non tira”. Quindi prezzi immobiliari in discesa, perdite gigantesche, fallimenti, ecc.

In quel caso i “prestatori” avevano davvero esagerato. I mutui “subprime” infatti erano mutui di bassa entità e qualità, tanto da venir concessi – in un momento di irrazionale euforia finanziaria – anche a persone “senza reddito, senza lavoro, senza patrimonio” (venivano chiamati infatti ninja, ossia not income, not job, not asset).
Quel piccolo ago (dimensionalmente le cifre complessive dei subprime erano una frazione quasi marginale del capitale finanziario), grazie al meccanismo dei “prodotti derivati” che impastavano debiti di diversa origine con “garanzie” anche incerte, bucò la bolla finanziaria con un effetto a cascata che divenne esplosivo con il fallimento della banca Lehmann Brothers (ottobre 2008). Di lì il big bang che ha oggettivamente posto fine all’era della “globalizzazione”.

Sembrava storia chiusa.

Che i lavoratori americani vadano in crisi per una spesa assai minore del mutuo sulla casa, indica una condizione salariale molto deficitaria. Ma che alcune banche rischino il dissesto per questa ragione segnala uno stato critico della finanza Usa, soprattutto di quella locale.

Per le banche, stesso problema dei subprime. Si ritrovano con un parco auto usato di grandissime dimensioni, svalutato e sostanzialmente invendibile, se non a prezzi di realizzo. Ed è immediato, come si vede nella foto in apertura, il riflesso nel mercato: qui non si fa credito a nessuno. Ma solo con le vendite in contanti, lo sanno tutti, non si va lontano.

Guardandola dal punto di vista sociale, un americano senza auto è come quel suo antenato senza cavallo nel West: immobilizzato e destinato a perire. Basta guardare questa foto di una classica zona residenziale periurbana per rendersene conto: trasporto pubblico zero, distanze lunghissime, uguale impossibilità di andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, restare un membro attivo della società.


Tanto più che quei 7 milioni di appiedati sono già ora un milione in più rispetto a quelli del 2009, nel momento più acuto della crisi finanziaria. Non proprio benaugurante, diciamo...

E allora per capirci qualcosa di più siamo andati a guardare le statistiche ufficiali sulla disoccupazione, direttamente sul Bureau of Labour statistics. Come potete leggere, la forza lavoro civile non institutional (non residente in caserme, ospizi, prigioni, ecc) a gennaio 2019 ammontava a 258 milioni e spiccioli. Di questi, solo 163 milioni circa hanno un lavoro.

Strano, il tasso di disoccupazione ufficiale – a gennaio 2019 – è appena al 4%... Com’è possibile?

La spiegazione sta nelle righe sottostanti. Quelli che non hanno un lavoro sono oltre 95 milioni; quelli che lo vanno cercando appena più di 5 milioni. In totale 100 milioni di senza lavoro, oltre un terzo delle risorse esistenti; ma il tasso di disoccupazione tiene conto solo di quelli che “lo cercano”. Trucchetti statistici per imbellettare un quadro da tragedia.

Perché quei 100 milioni di cittadini della superpotenza, in qualche modo, devono pur procacciarsi da vivere. E anche quegli oltre due milioni di detenuti in carcere “spiegano” qualcosa...

Agli opinion maker de noantri che ogni giorno ci invitano a “fare come in America” forse è il caso di cominciare a rispondere: MANCO MORTI!

Fonte

06/12/2018

Spread, mutui e crisi: come funziona la gabbia dell’Europa

Un recente contributo dell’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard lancia l’allarme: la manovra economica dell’attuale Governo potrebbe rappresentare un caso di espansione fiscale restrittiva. La questione è interessante perché Blanchard, uno dei più autorevoli ed ascoltati economisti mainstream contemporanei è stato, in tempi recenti, sostenitore della necessità di un intervento dello Stato nell’economia, per uscire dalle secche di una recessione come quella nella quale siamo invischiati ormai da dieci anni. Probabilmente tormentato da scrupoli di coscienza e sensi di colpa per avere raccomandato per decenni dosi da cavallo di austerità, Blanchard ha infatti scoperto che i moltiplicatori fiscali possono essere maggiori di 1. Quindi, un euro di spesa pubblica può stimolare la produzione in maniera maggiore dell’euro speso dallo Stato. Volgendo la sua attenzione al corrente dibattito italiano, però, Blanchard mette in guardia il lettore: nonostante il tentativo dei gialloverdi di rilanciare la produzione ricorrendo a spesa finanziata in deficit, la produzione potrebbe addirittura contrarsi. Già questo breve accenno potrebbe farci sospettare che Blanchard sia totalmente fuori strada. Sappiamo, infatti, che la manovra presenterà verosimilmente un 2% del PIL di deficit complessivo. Interpretati correttamente, però, i numeri ci parlano di un avanzo primario (l’ultimo di una lunga serie) di circa l’1.5%: in altri termini, l’ennesima misura di politica fiscale restrittiva e quindi neanche una traccia della politica espansiva di cui Blanchard parla. Ciononostante, e date le premesse questo non era scontato, il ragionamento di Blanchard fornisce comunque degli spunti interessanti (ed è dotato del minimo di serietà che invece manca ad altri contributi ‘volgari’ di pseudo-sinistri che scoprono un amore insensato per l’austerità) poiché getta, in maniera probabilmente involontaria, una luce inquietante sull’impossibilità di fatto di dare uno stimolo effettivo all’economia, all’interno dei vincoli europei.

Procediamo con ordine. Blanchard sostiene che politiche realizzate in deficit, nell’attuale contesto dei vincoli europei, rischino di essere controproducenti. Gli effetti positivi sull’economia della spesa in disavanzo sarebbero, infatti, più che compensati da un aumento dei tassi di interesse che frenerebbe la spesa delle famiglie, in particolare attraverso il restringimento del credito bancario. Emblematico sarebbe il caso dell’aumento dei costi per l’accensione di mutui per l’acquisto di abitazioni. Dice Blanchard: “l’evidenza empirica (…) mostra che i tassi sui titoli di stato, sul finanziamento del sistema bancario e sui prestiti offerti dalle banche stesse, si muovono all’unisono”. Per farla breve: un Governo che deve sottostare ai vincoli europei è libero di provare a fare politiche espansive in deficit (o, nel caso dei gialloverdi, a non fare ‘troppa’ austerità). Tuttavia, così facendo, lo stesso Governo avrebbe la responsabilità di far aumentare lo spread, causando effetti nefasti sull’economia – attraverso il canale bancario – tali da far sparire gli effetti positivi della spesa in deficit.

In questo ragionamento, tuttavia, Blanchard è pienamente consapevole che la BCE dispone dei mezzi per evitare l’aumento degli spread, come fatto nel 2012 “grazie al whatever it takes di Mario Draghi e al successivo annuncio del programma di OMT” (il virgolettato è dello stesso Blanchard). Quindi l’aumento degli spread è, nei fatti, frutto di un mancato intervento dell’autorità monetaria che disporrebbe di tutti i mezzi per evitarlo, ma che sceglie sistematicamente di lasciare esposti i titoli del debito pubblico (e quindi gli esecutivi dei vari Paesi dell’Euro) alla disciplina dei mercati. E qui risiede la grande debolezza del ragionamento che Blanchard propone: concentrando la sua attenzione critica sulla spesa in deficit e non sui vincoli europei, l’economista francese sembra condannare i Paesi in recessione o stagnazione economica all’immobilismo. Se uno Stato non può stimolare la produzione con l’intervento pubblico, rimane semplicemente da accettare in silenzio la disoccupazione a due cifre, magari vagheggiando una politica fiscale europea, da realizzarsi entro un secolo o due.

Resta tuttavia da capire se davvero l’aumento dello spread possa avere una reale connessione con i tassi di interesse praticati dal sistema bancario ai privati cittadini. Sul tema si confrontano in questo momento due punti di vista opposti e ugualmente strampalati. Da un lato l’opposizione liberista (ed in particolare il PD) al Governo, che vorrebbe farci credere che ogni rialzo dello spread, causato dall’insipienza del Governo, si traduce immediatamente in un sacrificio per gli italiani.

Dall’altro lato ci sono i gialloverdi che provano a convincerci che non vi è alcuna relazione tra l’interesse pagato sul debito pubblico e l’economia reale. Il recente siparietto tra l’austero Padoan e l’estroversa Laura Castelli non è altro che la massima espressione di questa contrapposizione: occorre tuttavia sviluppare un’analisi che si ponga al di fuori ed al di sopra del ridicolo dibattito attuale.

Il Sole 24 Ore ha recentemente scritto che non vi è una correlazione tra lo spread (il differenziale che lo Stato italiano deve pagare per prendere a prestito rispetto alla Germania, ritenuta un paese al sicuro da possibili rischi di default) e l’Euribor (il tasso di interesse interbancario dentro l’area Euro, cioè il prezzo del denaro per le banche). A questo si appigliava Laura Castelli quando brandiva un grafico di fronte a Padoan. Questo, tuttavia, non è sufficiente ad asserire che lo spread non ha effetti sull’economia reale. L’Euribor rappresenta solo la base di partenza del costo dei mutui: su questo prezzo le banche applicano un ricarico (lo spread bancario, ma continuiamo a chiamarlo ricarico per evitare di fare confusione). La somma di questi due elementi rappresenta il costo finale del mutuo per colui che lo contrae. Nella pratica, quando ci si reca in banca a chiedere un prestito (ad esempio per l’acquisto di una nuova casa), il direttore darà al richiedente la possibilità di scegliere tra una delle due seguenti opzioni.

1 – Un prestito a tasso fisso. Senza troppi fronzoli, ci viene offerta la possibilità di pagare un tasso T per tutta la durata del mutuo; ovviamente tale prezzo sarà frutto di calcoli complicati tutti interni alla banca che terrà conto dell’andamento futuro presunto dei tassi, ossia di quanto pagherà quel denaro anche negli anni a venire; tuttavia, questo tasso T rappresenterà la somma di X e Y, dove X sarà il costo per la banca di quel denaro nel momento in cui il debito viene contratto, mentre Y un ricarico rappresentativo del margine di profitto (che per semplicità immaginiamo essere uguale al 2%).

2 – Un prestito a tasso variabile. Per vedere cosa significa, occorre un esempio. Ipotizzando che oggi l’Euribor sia all’1%; con un 2% di profitto/ricarico della banca (come nel caso del mutuo a tasso fisso), questo si tradurrà in un tasso del 3%; se domani l’Euribor salirà al 2%, pagheremo il 4%, mentre se saremo fortunati e l’Euribor scenderà allo 0%, pagheremo solo il 2%. La variabilità degli interessi da pagare dipenderà dalla variabilità dell’Euribor, e nel momento in cui si contrae un mutuo si fissano le regole: cascasse il mondo, volasse lo spread, per tutta la durata del prestito si pagherà un tasso che è la somma dall’Euribor più un determinato ricarico di entità Y.

Tale ricarico di grandezza Y (sia nel caso dei mutui a tasso fisso sia in quelli a tasso variabile), sopra ipotizzato in via esemplificativa al 2% e che resta fisso per tutta la durata del prestito, non è lo stesso per tutti i prestiti, o per meglio dire può assumere valori diversi sia in base alla rischiosità del debitore, sia in base al potere di mercato della banca, sia, e veniamo al punto che ci interessa, in base al contingente contesto macroeconomico. Non è da escludere, in linea di principio, che venga applicato un ricarico maggiore sui mutui di nuova emissione in tempi di vacche magre per le banche, ossia in periodi in cui i loro patrimoni subiscono delle perdite di valore e le banche stesse tendono a fare cassa aumentando il costo complessivo del credito – in altre parole, aumentando il loro ricarico.

Qui le cose si fanno più complicate perché proprio le banche italiane detengono una cospicua parte del debito pubblico italiano (circa 300 miliardi). Se crescono i rendimenti dei titoli pubblici, matematicamente il loro prezzo scende, e pertanto cala il valore delle attività nella pancia delle banche: le famose vacche magre di cui sopra.

Quindi non si può escludere che, in un tale scenario, anche con un Euribor ai minimi storici, le banche applichino un ricarico maggiore sui nuovi mutui. In altri termini, il ricarico delle banche può dipendere anche dal loro stato di salute (essendo le banche sottoposte anche a stretta vigilanza sull’adeguatezza patrimoniale), e non si può affatto escludere l’esistenza di una relazione diretta tra lo spread Btp/Bund ed il costo dei nuovi mutui (abbiamo verificato: come si evince dalla figura, lo spread e il ricarico applicato dalle banche sono piuttosto correlati) in quanto l’aumento dello spread comporta una svalutazione dei titoli pubblici nel portafoglio delle banche e dunque una perdita di valore patrimoniale.

ricarico
Andamento dello spread BTP-Bund (a 10 anni) e del ‘ricarico’ sui mutui per acquisto di abitazioni (calcolato come differenza tra tassi effettivamente praticati ed Euribor a 1 mese). Correlazione: 0,55.

Asserire quindi che lo spread non abbia alcun effetto sull’economia reale è un’ingenuità: di certo non aumenta il costo dei mutui già in essere, ma può incidere sulle condizioni di quelli che vengono concessi ex novo (siano essi a tasso fisso che a tasso variabile). Allo stesso modo, è da terroristi dell’informazione asserire che l’aumento dello spread frughi direttamente nelle tasche delle famiglie italiane, spesso senza neanche specificare a quale meccanismo in particolare ci si riferisca.

Blanchard, nel suo contributo, spiega efficacemente cosa succede ad un’economia che cerchi di risollevarsi all’interno dei vincoli europei (discorso questo che ha principalmente una valenza teorica, dato che il Governo gialloverde non ha fatto nulla di tutto questo ma è semplicemente parte in gioco della guerra tra bande tra diversi somministratori dell’austerità: rigoristi/europeisti contro fasciosovranisti). Sospettiamo che non fossero queste le intenzioni dell’autore, però quello che l’articolo ci dice è che l’effetto negativo dello spread sull’economia è l’ennesima prova che l’Europa è una gabbia da cui non si esce vivi. Da un lato, se non si fanno politiche di spesa in deficit si muore di austerità. Dall’altro, se anche solo si dichiara di fare deficit, la BCE ha facoltà di lasciare il Paese da disciplinare in balia della speculazione e del castigo dei mercati – i quali fanno il lavoro sporco in maniera efficace ed anonima – con il risultato che anche l’economia reale, cioè le famiglie, si ritrova con tassi di interesse, e quindi costi, più alti. In questo quadro anche il sistema bancario, in virtù delle sofferenze degli attivi, potrà iniziare a fare pressione sul Governo per frenare lo spread, e quest’ultimo sarà quindi spinto a tornare sul sentiero dell’austerità: questo secondo aspetto non è trascurabile perché l’influenza politica del settore bancario è indubbiamente maggiore di quella delle famiglie che devono contrarre un mutuo.

C’è inoltre un secondo ordine di problemi, di carattere schiettamente politico, ed una importante conferma della natura perversa del sistema monetario che ruota intorno alla BCE. Nell’attuale architettura dell’Europa, dati i vincoli alla spesa ogni centesimo aggiuntivo di spesa per interessi è un centesimo tolto a possibili misure politiche di carattere progressista (sia chiaro, non quelle di questo esecutivo). Ciò significa che un Governo di un paese in recessione e che decide di giocare all’interno delle regole europee si trova a dover fronteggiare una dicotomia inaccettabile: o non fare pressoché nulla oppure provare a fare timidamente qualcosina, con l’unico effetto di rimanere intrappolato nella spirale dello spread, e vedere il già esiguo spazio di manovra ridursi ulteriormente a causa dell’aumento della spesa per interessi.

Sappiamo già che se non si fa spesa in deficit si muore. Ora sappiamo anche che se si fa (o addirittura si dice solo di fare) spesa in deficit non si cresce a causa degli effetti negativi dello spread. In conclusione, dentro ai vincoli europei si muore e basta. Non c’è soluzione per tornare a crescere, se non quella di uscire dalla gabbia: grazie, compagno Blanchard, per averci aiutato a far emergere tutti i mali dell’Europa.

Fonte

09/08/2016

Una nuova truffa sulle pensioni per ramazzare un po’ di consenso...

Il referendum si avvicina e il governo rischia seriamente di perderlo. Sorge dunque la necessità di costruire velocemente consenso per evitare il defenestramento di un esecutivo servo delle banche, ma utilissimo dal punto di vista del capitale multinazionale. Uno dei temi utili è stato individuato nel nodo pensioni, dove bisognerebbe dare almeno l’impressione di voler mitigare le punte più folli della “riforma Fornero”.

Il problema però è: come ottenere consenso con ritocchi sulle pensioni senza spendere (quasi) nulla?

A restringere il cerchio delle opzioni non c’è soltanto la Commissione Europea, che deve dare il suo ok a ogni legge di stabilità e che ritiene addirittura “un esempio per tutti” la riforma di Monti e Fornero. C’è soprattutto il forte rallentamento della giù stentatissima “ripresa”, tanto che pure il governo si è rassegnato a porre l’obiettivo – per l’anno in corso – al di sotto dell’1%.

Con queste premesse di bilancio, le misure allo studio non possono che essere “cosmetiche”, adattabili allo storytelling renziano ma del tutto insignificanti – o addirittura dannose – per i pensionandi.

Di sicuro è dannoso, economicamente parlando, il meccanismo pensato per dare la libertà di “anticipare” l’età del pensionamento fino a 3 anni. Come avevamo capito fin dal primo accenno (http://contropiano.org/news/politica-news/2016/04/28/pensione-anticipata-la-paghi-tu-gli-interessi-078410), al pensionando viene “concesso” di farsi un mutuo per andare in pensione prima. In pratica, l’uscita dal lavoro avviene con un doppio sacrificio: un assegno pensionistico molto più leggero (che può essere oltre il 10% in meno) e una rata mensile da versare alla banca che anticiperà all’Inps la cifra per pagare la pensione per tutto il periodo di “anticipo”.

Il “mutuo pensionistico” dovrebbe avere una durata ventennale ed è abbastanza agevole fare due calcoli. Per un assegno pensionistico da 1.000 euro netti al mese – ma la maggior parte sarebbe comunque al di sotto di questa cifra – un lavoratore che vuol smettere tre anni primadovrebbe “ottenere” circa 40.000 euro di “prestito”, da restituire in “comode rate” da 167 euro al mese (senza interessi, altrimenti sarebbero di più). Il suo assegno mensile sarebbe perciò pari a 1.000 – 167 – 100 (il 10% perso con la richiesta di anticipo): ovvero 733 euro. Un bel “regalo” governativo, no?

Ammettiamo che il nostro calcolo è grossolano (non abbiamo tenuto conto delle addizionali Irpef, per esempio), ma non più di quanto non stia avvenendo ai tavoli convocati dal governo. In questo modo, è la loro speranza, si metterebbe insieme la capra (il desiderio di molti lavoratori di non morire sul lavoro) con i cavoli (soldi che il governo non ha o non vuol mettere). Il conto, naturalmente, lo pagheranno le capre...

Il bello – si fa per dire – è che dal governo “giurano” che non si tratterebbe comunque di un mutuo, perché dal meccanismo del rimborso, in caso di morte del pensionato prima della scadenza ventennale, verrebbero esclusi.. i figli! Insomma, lo Stato si accollerebbe in questo caso le rate ancora da versare, senza chiamare gli eredi a pagare al posto dello scomparso...

Altre misure in discussione comportano invece minori entrate o maggiori uscite, ma sembrano ancora più fondamentali per l’obiettivo di creare consenso. Da un lato ci sono le “ricongiunzioni” dei vari spezzoni di carriera contributiva (riguardano tutti quei lavoratori che sono stati in parte nel settore privato, in parte nel pubblico o addirittura come “autonomi”, partite Iva ecc). Fin qui queste ricongiunzioni hanno comportato un onere a carico del lavoratore, spesso così pesante da rendere la ricongiunzione stessa un danno. Eliminare quest’onere comporta ovviamente minori entrate per l’Inps, che lo stato dovrebbe andare a coprire.

Stesso discorso per le quattordicesime per gli assegni bassi. Un’estensione della platea – alzando la soglia dell’assegno minimo per averne diritto – oppure una cifra più robusta per la stessa platea comporta comunque un aumento dei costi. Così come un leggero innalzamento della “no tax area” (attualmente fissata a 7.750 euro per i pensionati under 75 e 8.000 per gli over).

Per tutte queste operazioni, che riguardano parecchi milioni di pensionandi e pensionati, però, il governo ha fin qui trovato appena 1,5 miliardi. Sarebbero queste le “risorse rilevanti” promesse dal ministro Poletti ma subito ridimensionate da Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del consiglio e responsabile di tutta questa partita.

Da sottolineare che Cgil, Cisl e Uil non hanno trovato nulla da obiettare sul meccanismo dell’”anticipo” (se vuoi andare prima in pensione te la paghi tu...), e limitano le loro critiche alla dimensione “striminzita” delle risorse scovate dal governo. Una critica davvero “striminzita” per un’operazione mirante a cercare voti senza neanche contropartite reali...

Fonte

13/06/2016

Crollano gli affitti, anche la rendita batte in testa

Se c’è un indicatore certo del calo generalizzato dei redditi, in un paese come l’Italia, questo è certamente il mercato immobiliare. Prima dell’esplosione della crisi (2008) i prezzi erano quasi costantemente in salita, nonostante esistesse già allora un numero di immobili inutilizzati largamente superiore alla domanda. Un assurdo, in regime capitalistico, che si spiega solo con il ruolo distorsivo delle banche. Le quali, pur di non dover iscrivere come “sofferenze” le somme prestate ai costruttori e agli immobiliaristi – ricevendone come garanzia, appunto, gli immobili stessi – contribuivano a gonfiare le valutazioni.

Dal 2010, però, questo mercato ha cominciato a segnare comunque un deciso calo che – dice oggi l’istituto Nomisma – ha raggiunto il -30%. Per la rendita immobiliare si tratta di un tracollo che mal si sposa con la pretesa dei costruttori di “rilanciare la produzione” in un territorio, oltretutto, già pesantemente cementificato.

Secondo l’analisi di Nomisma, una ragione risiede nella difficoltà delle famiglie di ottenere o pagare i mutui (la precarizzazione contrattuale dei lavoratori, naturalmente, rende impossibile ottenere il finanziamento pluriennale necessario per acquistare una casa). Stessa situazione sul mercato degli affitti – che erano cresciuti così tanto, negli anni ’80 e ’90, da rendere più economico il mutuo – che si sono trovati a fare i conti con una domanda molto più debole a casa dei bassi salari.

La conclusione di Luca Dondi, direttore generale di Nomisma, necessariamente ottimistica, registra infatti che “Tra queste due componenti, la perdita di capacità reddituale da parte delle famiglie è stata prevalente, e questo spiega perché i canoni siano diminuiti (...) per i prossimi due-tre anni ci aspettiamo canoni medi invariati, con qualche incremento nei centri universitari e nelle città d’arte”.

Ottimistica perché considera come flussi fissi quelli degli studenti fuori sede (che invece vanno diminuendo con la riduzione delle immatricolazioni, anche qui causata da aumento delle tasse di iscrizione, riduzione dei redditi e svuotamento del titolo di studio) e del turismo internazionale (che per il momento favorisce l’Italia solo in virtù della chiusura di molte altre destinazioni mediterranee, come Egitto, Libano, Tunisia, la stessa Turchia, oltre ovviamente a Libia e Siria).

Stesso discorso anche per gli affitti commerciali, soprattutto negozi, che risentono dei numerosissimi fallimenti in seguito al perdurare della crisi e della sovrabbondanza di locali rispetto al numero degli aspiranti commercianti. Ciò nonostante, le associazioni di categoria rifiutano di guardare in faccia la realtà dell’economia, preferendo pretendere un trattamento fiscale di favore da parte del governo o degli enti locali.

Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ha infatti diramato una nota in questo senso: “I dati dell’Agenzia delle entrate indicano che il numero di compravendite di negozi in Italia è ancora distante anni luce rispetto alle cifre che caratterizzavano il periodo precedente all’introduzione dell’Imu e, quindi, all’aumento abnorme dell’imposizione fiscale sui locali commerciali. In tutto il territorio nazionale, nel 2015, le transazioni sono state inferiori di circa il 26 per cento rispetto al 2011, ultimo anno di applicazione dell’Ici. Nelle città non capoluogo di provincia, addirittura, le compravendite sono state inferiori di ben il 30 per cento rispetto al 2011. Si tratta di numeri che confermano l’urgenza di un intervento di detassazione per il settore, da attuarsi anzitutto attraverso specifiche misure per gli immobili ad uso non abitativo locati”.

Segue ovviamente la richiesta di introdurre, come per gli affitti abitativi, la cosiddetta “cedolare secca”, con riduzione della tassazione al 21%.

Anche la rendita, dunque, sta pagando dazio alla crisi sistemica. Ma non è davvero il caso di concludere che “mal comune...”. I costruttori, infatti, registrando il sostanziale stallo della cementificazione privata, stanno aumentando la pressione su una classe politica fin troppo condiscendente perché “decida” spese infrastrutturali pubbliche molto consistenti. Olimpiadi in prima fila, ovviamente...

Fonte

18/05/2016

Tutto il potere alle banche, a cominciare dallo sfratto

Un governo criminale nasconde nel silenzio i suo gesti inguardabili e si fa dipingere come un santo da media compiacenti. Storia vecchia come il mondo, ma sempre attuale.

C’è voluta una mezza protesta degli ufficiali giudiziari – proprio quelli che ti notificano un avviso di sfratto o similari – per avere nozione esatta delle conseguenze sociali di un codicillo compreso in una nuova legge partorita in assoluto silenzio da Renzi, Boschi & co.

Si tratta dell’articolo 4 del decreto legge del 3 maggio 2016, numero 59, comunemente chiamato “decreto banche”. Una legge di “semplificazione”, è stato detto e scritto, ma di cosa?

Semplice davvero: se non ce la fai a pagare la rata del mutuo la banca ti prende la casa subito, senza passare più dal giudice, quindi senza neanche il preavviso di sfratto (impugnabile, rinviabile, appellabile) che ti veniva “notificato” appunto da un ufficiale giudiziario.

Da settembre insomma, alla tua porta si presenterà un “custode” nominato dalla banca (quasi sempre un avvocato), con tanto di pattuglia di agenti di polizia preparati per buttarti fuori di casa senza alcun preavviso. Così, dalla sera alla mattina, mentre ti stai preparando il caffè, preparando i figli per la scuola o facendo la doccia.

Tecnicamente, uno sfratto per mancato pagamento delle rate del mutuo, dunque per pignoramento, si chiama “ordine di liberazione”, ovvero svuotamento dell’immobile da persone e cose. E questo il “custode” e la polizia si limiteranno a fare. Dove andrà la famiglia buttata in strada in poche ore? E che gliene frega a loro...

Una tecnica esecutiva così brutale fa pensare che la norma sia stata studiata proprio per evitare una reazione sociale organizzata, come avviene – fortunatamente – in molte città con i presìdi antisfratto. Ma in realtà la portata della legge è assi più ampia (ne avevamo parlato qualche giorno fa proponendovi un articolo di Pasquale Cicalese.

Di fatto, in qualsiasi caso di ritardo nel pagamento dei debiti, si supera automaticamente qualsiasi procedura giudiziaria e subentra il cosiddetto “patto marciano” che ora – attenzione – sta iniziando a preoccupare persino Confindustria (vedi i due articoli allegati qui in fondo). Per il buon motivo che la “garanzia” offerta dal debitore (tipicamente un immobile) al creditore passa in questo modo di proprietà in un attimo. A richiesta del creditore.

Nel caso di una normale famiglia, come si è visto, nessuno se ne preoccupa. Nel caso di una impresa industriale, commerciale o dei servizi, invece, c’è Confindustria che – ieri, nel corso di un’audizione in Commissione Finanze al Senato – è andata a chiedere modifiche per “riequilibrare il rapporto tra banche e imprese”. Nel senso che la normativa appena approvata attribuisce un potere assoluto a creditore, ossia alla banca; e questo, come ampiamente previsto, rischia di provocare un collasso industriale mai visto. La banca, infatti, pensa soltanto a rientrare del proprio prestito. Cosa accade dell’industria (o della famiglia mutuataria) non è affar suo.

Ne – alla luce del “decreto banche” – dello Stato.

Gli articolo da IlSole24Ore di oggi:

Patto Marciano 2

Patto Marciano Confindustria

Fonte

28/04/2016

Pensione anticipata? Se te la paghi tu, con gli interessi

È avvilente dover analizzare una proposta di risoluzione per la “flessibilità” nell’uscita anticipata dal lavoro avanzata da un consulente del governo in un’intervista. Parole scritte sull’acqua, insomma, smentibili il giorno o la settimana dopo.

Eppure una logica, al di là delle soluzioni tecniche che saranno decise alla fine delle inevitabili finte “trattative”, appare nettamente delineata: chi vuole o deve andare in pensione prima dell’età mostruosa fissata dalla “riforma Fornero” (67 anni e 6 mesi) pagherà di tasca propria l’intero importo corrispondente alla durata dell’“anticipo”. Anzi, pure qualche cosa di più.

Prendiamo le uniche parole chiare pronunciate da Tommaso Nannicini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che coordina i “tecnici” al lavoro sullo schema di intervento:
«Ci sono tre categorie. La prima è quella delle persone che hanno una preferenza ad andare in pensione prima, ad esempio la nonna dipendente pubblica che vuole accudire i nipotini. La seconda è quella di chi ha necessità di andare in pensione anticipatamente, in quanto ha perso il lavoro e non ha ancora i requisiti d’uscita. La terza categoria sono i lavoratori che l’azienda vuole mandare in pensione prima per ristrutturare l’organico aziendale. Ebbene, si potrebbe provare a creare un mercato di anticipi pensionistici, che oggi non c’è, coinvolgendo governo, Inps, banche, assicurazioni. In questo schema, la prima categoria può andare in pensione ma con una penalizzazione leggermente più forte. Alla seconda categoria la penalizzazione gliela paga in buona parte lo Stato. Per la terza sono le aziende a coprire i costi dell’anticipo. In sintesi non sarebbe lo Stato a versare l’anticipo, ma si limiterebbe a coprire una parte dei costi con un’assicurazione a garanzia del rischio morte. Al momento è solo una delle ipotesi allo studio, ma potrebbe essere quella che fa quadrare il cerchio tra la forte richiesta di flessibilità e la sostenibilità della finanza pubblica».
Sorvoliamo per carità di patria sulle “nonne della pubblica amministrazione che vorrebbero occuparsi dei nipotini” – è notorio che in realtà sono i figli delle suddette nonne ad avere necessità di una baby sitter gratuita, vista la carenza di asili nido pubblici e il costo, minimo ma pensate, di una baby sitter “di mercato” – e vediamo la logica generale.

Lo Stato non ci vuol mettere un euro, o almeno il minimo possibile. Se le persone attualmente al lavoro decidessero di andare in pensione con tre anni di anticipo (il massimo indicato dallo stesso Nannicini), anche rimettendoci una quota rilevante dell’assegno pensionistico (tra il 9 e il 12%, a seconda della “penalizzazione” che verrà decisa), ci sarebbe comunque un aggravio immediato della spesa pubblica nell’ordine dei 6-7 miliardi di euro l’anno. Il risparmio sarebbe altrettanto certo, ma sul lungo periodo. Nell’immediato, infatti, l’Inps dovrebbe erogare un maggior numero di assegni pensionistici, anche se nel giro di qualche anno gli assegni più “leggeri” si farebbero sentire positivamente sui conti di Boeri e negativamente nelle tasche dei pensionati “flessibili”.

Come si può fare a quadrare il cerchio?

Semplice: paga tutto il pensionato. Nella prima delle tre ipotesi, infatti, l’Inps non gli darebbe assolutamente niente. La pensione gli verrebbe mensilmente da una banca, con cui dovrebbe sottoscrivere una sorta di mutuo. Poi, nel momento in cui raggiunge la fatidica età pensionabile di legge, subentrerebbe l’Inps, con una trattenuta mensile da girare alla banca. In pratica il pensionato paga due volte: la prima, spalmando su più anni un reddito pensionistico comunque ridotto rispetto al valore attuale; la seconda, pagando alla banca gli interessi sul “prestito” ottenuto.

Lo sceriffo di Nottigham non poteva pensarla meglio.

Il secondo caso è in realtà quello degli “esodati”, ossia quei lavoratori che sono andati prima in cassa integrazione e poi in mobilità in seguito ad accordi di prepensionamento siglati tra l’azienda e lo Stato, al ministero del lavoro. Ma che, per effetto della legge Fornero, si sono improvvisamente ritrovati su un “ponte” che finiva nel vuoto: senza più il lavoro, ma anche senza la pensione. Qui – purtroppo per Nannicini, Poletti e Renzi – non ci può essere nessuna “soluzione di mercato”. Le banche, notoriamente, non fanno mutui ai disoccupati. Tanto meno se ultrasessantenni... Quindi dovrà intervenire per forza l’Inps, e il costo preventivato si aggira sul miliardo.

La terza ipotesi sembra più un caso di scuola, che non una possibilità concreta. L’azienda infatti dovrebbe pagare per uno o tre anni la pensione – decurtata, sia chiaro – a lavoratori che ha deciso di mandar via. Vi sembra realistico?

Fonte

21/04/2016

Il governo decreta: le banche possono espropriarti la casa

Alla fine l’hanno fatto davvero. Visto che nessuno protesta, nonostante la casa di proprietà sia il principale obiettivo economico e patrimoniale di ogni famiglia italiana, non si sono fermati e hanno realizzato un’altra “riforma” epocale: l’esproprio della casa al proprietario in ritardo con il pagamento del mutuo.

L’unica correzione, rispetto al primo testo presentato, riguarda il numero delle mensilità arretrate che fanno scattare l’espropriazione: 18, invece delle 6 della prima stesura e della legge attuale.

Si potrebbe pensare che si tratta di un allungamento dei tempi, che dunque favorisce il mutuatario in difficoltà (quasi sempre un lavoratore dipendente licenziato o in cassa integrazione per crisi aziendale, oppure coniugi che si sono separati); ma non è così. La legge attuale, infatti, concede alla banca la possibilità di chiedere la messa all’asta della casa, rivolgendosi ad un giudice. Il quale istruisce il procedimento, ascolta entrambe le parti (la banca e il mutuatario), e alla fine decide. Nel frattempo, com’è ovvio, passa parecchio tempo e spesso accade che durante questo tempo il mutuatario trovi il denaro per pagare le rate arretrate, rimettersi in riga e restare dunque proprietario di casa sua.

Con la nuova legge, approvata ieri in via definitiva, dopo 18 mesi di mancati pagamenti, anche non continuativi, la banca mette all’asta l’immobile di propria iniziativa. Senza ascoltare nessuno e senza essere “mediata” da un giudizio.

Naturalmente questa legge varrà per i mutui che verranno stipulati da oggi in poi, visto che nessuna legge può essere applicata retroattivamente.

Le uniche misure “a tutela” del disgraziato mutuatario sono relativamente poco importanti, ma molto pubblicizzare – non a caso – dal governo. Si tratta della possibilità di estinguere il mutuo senza pagare alcuna penale (ad oggi, la maggior parte dei contratti prevede ancora il pagamento dell’1% della somma residua), dell’estinzione del debito con la vendita all’asta anche se la somma ricavata dovesse essere inferiore al residuo (ipotesi plausibile in un mercato immobiliare con prezzi calanti sul lunghissimo periodo) e infine l’assegnazione all’ex proprietario della eventuale differenza positiva tra debito residuo e prezzo all’asta.

Un altro deciso passo avanti verso l’impoverimento dell’ex “ceto medio”, in realtà del lavoro dipendente di ogni ordine, grado e contratto.

Fonte

10/03/2016

Come leveranno la casa alle nuove generazioni

Il piano di espropriazione è continentale e ogni paese si adegua a suo modo. Non bastavano infatti le “direttive” su lavoro, pensioni, sanità, istruzione, assistenza, bail in, ecc, che riducono al minimo vitale – e spesso anche al di sotto di questo livello – il reddito disponibile delle famiglie. Ora anche “il patrimonio” diventa molto più incerto, espropriabile, azzerabile.

Il “bail in delle case” è stato approvato ieri in Commissione finanze della Camera praticamente senza discussione. Il rappresentante del governo si è presentato per leggere il nuovo testo – dopo le proteste sulle “sette rate” – e se ne è andato. Il presidente è passato direttamente alla votazione, senza neppure dare la parola ai deputati, favorevoli o contrari che fossero. Naturalmente hanno alzato la manina criminale i camerieri della maggioranza (Pd, alfaniani, verdinisti, ex montiani, berlusconiani, transfughi vari), mentre si sono opposti Cinque Stelle e i sinistrati di Sinistra Italiana (sempre incerta sulle prospettive, perché proprio non riesce a immaginare un futuro elettorale senza accordi col Pd). No, pro forma, anche dalla Lega.

Il nuovo testo, come previsto, eleva da sette a diciotto le mensilità di ritardo nel pagamento, dopo le quali la banca si appropria direttamente della casa, senza più passare dal giudice, e la mette all'asta. Il proprietario non ha dunque più nessuna possibilità di opporsi sul piano legale. È condannato all'esproprio e basta.

Unica consolazione, modestissima, è che l'eventuale eccedenza tra prezzo di vendita all'asta e debito residuo andrà al mutuatario espropriato. Ma sarà ben poca cosa rispetto alla perdita così "realizzata".

Per il resto, infatti, le uniche modifiche sono “raccomandazioni”, non disposizioni di legge. Per esempio, si la banca si dovrebbe impegnare "a valorizzare l'immobile al miglior prezzo di realizzo possibile, indipendentemente dall'ammontare del debito residuo". Una foglietta di fico solo verbale, perché è fin troppo facile – in una situazione di crisi e in presenza di un'offerta di immobili improvvisamente massiccia – per chiunque asserire che si è cercato di farlo ma non ci si è riusciti. L'interesse della banca, infatti, è solo quello di recuperare il debito residuo, quello andato in "sofferenza", dunque qualsiasi prezzo raggiunga o superi, anche di poco, questo livello, le va bene.

I responsabili nominali di queste norme sono il “relatore” Giovanni Sanga e il viceministro dell'economia Enrico Morando, entrambi del Pd.

Tra gli effetti perversi di questa legge, che dovrà ora andare al Senato senza speranze di cambiamento, sarà inevitabile assistere a una caduta generalizzata dei valori degli immobili (tranne che nei centri storici delle città d'arte o in situazioni particolarissime), quindi a una drastico ridimensionamento del “patrimonio” del cittadino medio. Ricordiamo infatti che circa il 70% delle famiglie, in assenza totale di una politica residenziale pubblica (come c'è in Francia e Germania, non a Cuba...) è stato costretto nei decenni a “comprarsi casa”, indebitandosi a vita. E magari anche oltre.

Un fenomeno pesantemente distorsivo anche dell'autopercezione delle varie figure sociali (era semplicissimo sentirsi “proprietari” e possidenti pur avendo soltanto un appartamento sotto ipoteca e un lavoro dipendente...), e che ora minaccia il futuro anche delle giovani generazioni. Se infatti il 70% delle famiglie è “proprietaria” dell'immobile di residenza, vuol dire che sono milioni i giovani che nei prossimi anni erediteranno un patrimonio svalutato o addirittura una casa con il mutuo ancora in essere e che loro, con i “lavoretti” precari oggi di norma, proprio non potranno rispettare.

Per migliorare i conti delle banche private riducendo le “sofferenze”, l'Unione Europea e il governo Renzi mettono in moto la falciatrice sociale dell'esproprio di massa; con un processo che segnerà per almeno due o tre lustri la modificazione drastica della struttura sociale.

La cosa “divertente”, si fa per dire, è che questa misura non avrà comunque alcun effetto rilevante sui conti delle banche, perché la parte più consistente dei “crediti deteriorati” e delle “sofferenze” vere e proprie sono in capo alle imprese. Oltre 220 miliardi, non i quasi venti legati ai mutui delle famiglie.

Fonte