Le recenti elaborazioni su dati Banca d’Italia fatte dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) parlano di un paese in cui sono in aumento le famiglie che non riescono più a pagare il mutuo. I crediti deteriorati ammontano a 14,9 miliardi di euro, riconducibili a quasi un milione di nuclei familiari.
Andando nel dettaglio più analitico, 5,7 miliardi riguardano clienti che non pagheranno più, 7,1 miliardi sono inadempienze probabili, e circa 2 miliardi sono rate scadute, che sono considerate posizioni meno rischiose. Di questa somma, 6,8 miliardi sono legati a mutui per l’acquisto di abitazioni (il cui totale è 425 miliardi).
Questo tipo di prestiti, ad aprile 2023, erano in crescita per 50 miliardi rispetto al 2017 (+13,4%). Più o meno un terzo del totale, intorno ai 140 miliardi, sono stati erogati a tasso variabile: quel tipo di prestiti che stanno mettendo più in difficoltà le famiglie.
La FABI, infatti, elenca tra i motivi delle insolvenze “l’aumento del costo del denaro, l’incremento dei tassi e la corsa dell’inflazione”. È lo stesso segretario della Federazione, Lando Sileoni, a dire che serve maggior cautela sui tassi, perché “l’azione della Banca centrale europea per contrastare l’inflazione non sta generando i frutti sperati”.
Sileoni si preoccupa per il prossimo rialzo della BCE, previsto il 27 luglio: il tasso arriverebbe dunque da 0 a 4,25% nell’arco di un anno. E mette anche in guardia da qualsiasi provvedimento di allungamento del piano di rimborso, perché significa alleggerire momentaneamente la rata, ma aumentare la massa di interessi sul lungo periodo.
Ma al di là di questo atto di onestà dovuto dalla FABI, altre questioni parlano delle difficoltà economiche degli italiani e di come il sistema bancario nasconda sofferenze ben più gravi. La svendita di pacchetti di crediti deteriorati a società di recupero credito ha infatti creato un’enorme bolla finanziaria che va a tutto discapito dei debitori in crisi.
Fra il 2015 e il 2022 in Italia sono stati più di 350 i miliardi di non-performing loans (NPL), ovvero somme ormai inesigibili, vendute a società specializzate, che provano a recuperarle ed emettono titoli (cartolarizzazione), il cui rendimento dipende dalla probabilità con cui il debito verrà ripagato.
Il nostro paese è al primo posto in Europa nell’uso di questo meccanismo, con un ammontare di più del doppio del secondo posto, occupato dalla Spagna.
La pratica è incoraggiata velatamente anche dalla BCE, perché permette di ripulire i bilanci delle banche. Ma così viene alimentato anche un mercato speculativo, sottratto alle regolamentazioni e che può diventare un problema anche per le casse pubbliche: molte di queste società sono domiciliate in Olanda, dove approfittano di regimi fiscali più convenienti.
L’ultimo rapporto ABI-Cerved prevede che per il 2023 il tasso di deterioramento italiano (i prestiti scaduti da più di 90 giorni rispetto al totale delle erogazioni) raggiungerà il 3,8%, tornando a salire per la prima volta dopo un decennio. E l’esplosione del processo di cartolarizzazione colpisce con durezza i settori popolari, spesso sfrattati da fondi finanziari che non hanno paura di rovinarsi il nome.
In generale, si tratta di un sistema bancario ombra, calcolato dalla BCE in 31 mila miliardi di euro e che concede il 26% dei prestiti d’Europa.
L’esempio concreto di come questo sistema si fonda sempre più sulla produzione di ricchezza fittizia, attraverso lo spostamento di voci di bilancio, e che prepara l’inevitabile crisi successiva, i cui costi verranno scaricati di nuovo sui più deboli.
Intanto, il primo punto da cui partire è questo: sempre più persone faticano a ripagare i propri debiti, a causa dell’inflazione e delle politiche della BCE che aiutano solo rendite e dividendi finanziari.
Con il salario minimo a 10 euro l’ora si può dare una prima base di dignità a tanti lavoratori, ma serve poi lo sviluppo di un’organizzazione che abbia un orizzonte di trasformazione sociale che ci porti fuori da questa barbarie capitalista.
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16/01/2019
La Cina sale, l’Europa decade
Sta cambiando l’egemonia economica nel mondo. Ma da queste parti si continua a ragionare come se il baricentro del pianeta fosse ancora qui, o al massimo intorno Washington.
La giornata di ieri sui mercati finanziari, invece, dà un quadro più fedele, se la si osserva da vicino. Per normali motivi geografici, le prime borse a mettersi in moto sono quelle asiatiche. Le quali festeggiano alla grande la maxi-iniezione di liquidità decisa dalla Banca centrale cinese: 84 miliardi di dollari, così, sull’unghia.
Quando il testimone passa alle piazze europee – qualche ora dopo – l’euforia frena e si raffredda perchè nelle stesse ore la Bce ha reso vincolante la nuova normativa sugli Npl (non perferming loans, prestiti che non verranno restituiti o “incagliati”) in mano alle banche: copertura al 100%, con relativi accantonamenti, e quindi restrizione assoluta nella disponibilità degli istituti di credito a concedere nuovi prestiti a famiglie e imprese. Conseguenza logica: ulteriore freno a una dinamica economica già di nuovo sulle soglie della recessione.
Ma c’è qualcosa di più, su questo tema, che riprenderemo tra un attimo, dopo aver terminato la cronaca della giornata.
Le borse europee rischiano addirittura di trasformare in tristissima una giornata iniziata molto bene, e si guarda al rapporto annuale del presidente della Bce al Parlamento europeo. Mario Draghi si dilunga sui segnali di debolezza che stanno durando “più a lungo di quanto avessimo previsto alla Bce”, al punto da attendersi un “rallentamento” che “non diventerà recessione”.
Entrando nei dettagli, come Draghi ama fare, “parte di questo indebolimento era dovuto a fattori temporanei in alcuni settori, ad esempio nell’auto, ma poi abbiamo detto che ci sono cause più permanenti e queste, fondamentalmente, persistono”. Tra l’altro “il 2017 è stato un anno piuttosto eccezionale e siamo tornati a tassi di crescita più bassi. Ma la domanda da porsi è se si sia trattato di una derapata o se ci stiamo dirigendo verso una recessione. E la risposta è che è un rallentamento e non una recessione, e che sul quanto durerà bisognerà vedere quali siano i fattori alla sua base”.
Ciò nonostante, oggi “sotto molti aspetti abbiamo una Unione monetaria più forte di quanto lo fosse nel 2008”.
Se voleva essere rassicurante, non lo è stato affatto. I mercati stavolta non hanno mostrato alcuna reazione alle sue parole. Come se quello che fa la Bce, ormai, contasse molto meno di qualche anno fa (il “whatever it takes” è rimasto proverbiale). Invece quando si muove la Cina è un segnale per tutti. In questo, pare evidente, c’è uno spostamento di attenzione che corrisponde al cambiamento di “peso” tra le economie, conseguenti anche alla diversità di “modello”.
Da un lato, infatti, c’è una superpotenza economica che sta reagendo alla crisi costruendo e consolidando il mercato interno, con un taglio radicale delle tasse sui salari e le piccole imprese, liberando investimenti per le amministrazioni locali, progettando infrastrutture ultramoderne in grande quantità, iniettando liquidità nel sistema. Dall’altra una eurozona stanca, satura, senza idee e scarsa innovazione, orientata strategicamente dalla Germania, immobile nel difendere un modello mercantilista – bassi salari per favorire le esportazioni – che in tempi di crisi non può funzionare.
In questa differenza di prospettive e aspettative, la Bce agisce come detto: fine delle iniezioni di liquidità e vincoli di copertura sugli Npl. Il meccanismo è così semplice – e negativo – che quasi non ci si può credere. In pratica, se tutte le banche sono obbligate a “coprirsi”, saranno costrette a svendere (“cartolarizzare) questi crediti ad altre società.
Come spiega Giuseppe Masala, “il sistema bancario italiano ha venduto in pochissimi anni al 20% del valore facciale del debito, il che significa che un debito in sofferenza di 100mila euro viene venduto ad una società terza a 20mila euro. Il prezzo appare troppo basso, perché non sono debiti all’americana privi di garanzia. Ma in genere si tratta di debiti coperti da ipoteche immobiliari su capannoni o immobili residenziali. Allora, queste società terze grazie all’escussione dei valori immobiliari posti a ipoteca se in cinque anni riuscissero a recuperare il 40% del valore facciale del debito farebbero un guadagno stellare del 100%, il 20% all’anno. Un’enormità.”
Sarebbe interessante sapere di chi sono queste società che comprano crediti deteriorati, ma sono ben “coperte”, in un altro senso. Un nome italiano si conosce, però: Corrado Passera. Titolare di una lunga serie di “ex” (direttore generale della Cir di De Benedetti, a.d. del gruppo Repubblica-L’Espresso, a.d. dell’Olivetti, del Banco Ambroveneto, Banca Intesa, Poste Italiane – che trasforma in banca – advisor nella privatizzazione di Alitalia, ministro nel governo Monti), recentemente ha fondato Illimity e Spaxs. Di fatto, una banca “specializzata nell’acquisto di crediti deteriorati”.
Una carriera che spiega come funziona il capitale finanziario europeo, in cui si creano i problemi, si fa un “salto in politica” per ridisegnare le nuove regole, e si ritorna nella finanza per beneficiare delle regole modificate.
Ma torniamo alle banche che svendono Npl. Visto che il loro capitale – svendendo i crediti – risulta diminuito, dovrebbero in teoria ricapitalizzare. Ma, spiega ancora Masala, “chi ricapitalizza? Nessuno sarebbe così pazzo da ricapitalizzare le banche italiane. E allora? Bail-in o ricapitalizzazione precauzionale statale. Ovvero paghiamo noi, o come contribuenti dello Stato o come risparmiatori che magari hanno acquistato obbligazioni subordinate.
In sostanza, questa svendita degli NPL a prezzi stracciati è il saccheggio del risparmio degli italiani. Oltre che delle casse dello Stato. A vantaggio di queste persone occulte che si nascondono dietro queste società estere. Che noi non sappiamo chi sono. Chiaro cosa ha fatto la BCE di Draghi?”
Se questo è l’andazzo europeo – e lo è – non si fa fatica a capire perché persino “i mercati” ormai guardino ad Oriente per vedere un po’ di futuro.
Fonte
La giornata di ieri sui mercati finanziari, invece, dà un quadro più fedele, se la si osserva da vicino. Per normali motivi geografici, le prime borse a mettersi in moto sono quelle asiatiche. Le quali festeggiano alla grande la maxi-iniezione di liquidità decisa dalla Banca centrale cinese: 84 miliardi di dollari, così, sull’unghia.
Quando il testimone passa alle piazze europee – qualche ora dopo – l’euforia frena e si raffredda perchè nelle stesse ore la Bce ha reso vincolante la nuova normativa sugli Npl (non perferming loans, prestiti che non verranno restituiti o “incagliati”) in mano alle banche: copertura al 100%, con relativi accantonamenti, e quindi restrizione assoluta nella disponibilità degli istituti di credito a concedere nuovi prestiti a famiglie e imprese. Conseguenza logica: ulteriore freno a una dinamica economica già di nuovo sulle soglie della recessione.
Ma c’è qualcosa di più, su questo tema, che riprenderemo tra un attimo, dopo aver terminato la cronaca della giornata.
Le borse europee rischiano addirittura di trasformare in tristissima una giornata iniziata molto bene, e si guarda al rapporto annuale del presidente della Bce al Parlamento europeo. Mario Draghi si dilunga sui segnali di debolezza che stanno durando “più a lungo di quanto avessimo previsto alla Bce”, al punto da attendersi un “rallentamento” che “non diventerà recessione”.
Entrando nei dettagli, come Draghi ama fare, “parte di questo indebolimento era dovuto a fattori temporanei in alcuni settori, ad esempio nell’auto, ma poi abbiamo detto che ci sono cause più permanenti e queste, fondamentalmente, persistono”. Tra l’altro “il 2017 è stato un anno piuttosto eccezionale e siamo tornati a tassi di crescita più bassi. Ma la domanda da porsi è se si sia trattato di una derapata o se ci stiamo dirigendo verso una recessione. E la risposta è che è un rallentamento e non una recessione, e che sul quanto durerà bisognerà vedere quali siano i fattori alla sua base”.
Ciò nonostante, oggi “sotto molti aspetti abbiamo una Unione monetaria più forte di quanto lo fosse nel 2008”.
Se voleva essere rassicurante, non lo è stato affatto. I mercati stavolta non hanno mostrato alcuna reazione alle sue parole. Come se quello che fa la Bce, ormai, contasse molto meno di qualche anno fa (il “whatever it takes” è rimasto proverbiale). Invece quando si muove la Cina è un segnale per tutti. In questo, pare evidente, c’è uno spostamento di attenzione che corrisponde al cambiamento di “peso” tra le economie, conseguenti anche alla diversità di “modello”.
Da un lato, infatti, c’è una superpotenza economica che sta reagendo alla crisi costruendo e consolidando il mercato interno, con un taglio radicale delle tasse sui salari e le piccole imprese, liberando investimenti per le amministrazioni locali, progettando infrastrutture ultramoderne in grande quantità, iniettando liquidità nel sistema. Dall’altra una eurozona stanca, satura, senza idee e scarsa innovazione, orientata strategicamente dalla Germania, immobile nel difendere un modello mercantilista – bassi salari per favorire le esportazioni – che in tempi di crisi non può funzionare.
In questa differenza di prospettive e aspettative, la Bce agisce come detto: fine delle iniezioni di liquidità e vincoli di copertura sugli Npl. Il meccanismo è così semplice – e negativo – che quasi non ci si può credere. In pratica, se tutte le banche sono obbligate a “coprirsi”, saranno costrette a svendere (“cartolarizzare) questi crediti ad altre società.
Come spiega Giuseppe Masala, “il sistema bancario italiano ha venduto in pochissimi anni al 20% del valore facciale del debito, il che significa che un debito in sofferenza di 100mila euro viene venduto ad una società terza a 20mila euro. Il prezzo appare troppo basso, perché non sono debiti all’americana privi di garanzia. Ma in genere si tratta di debiti coperti da ipoteche immobiliari su capannoni o immobili residenziali. Allora, queste società terze grazie all’escussione dei valori immobiliari posti a ipoteca se in cinque anni riuscissero a recuperare il 40% del valore facciale del debito farebbero un guadagno stellare del 100%, il 20% all’anno. Un’enormità.”
Sarebbe interessante sapere di chi sono queste società che comprano crediti deteriorati, ma sono ben “coperte”, in un altro senso. Un nome italiano si conosce, però: Corrado Passera. Titolare di una lunga serie di “ex” (direttore generale della Cir di De Benedetti, a.d. del gruppo Repubblica-L’Espresso, a.d. dell’Olivetti, del Banco Ambroveneto, Banca Intesa, Poste Italiane – che trasforma in banca – advisor nella privatizzazione di Alitalia, ministro nel governo Monti), recentemente ha fondato Illimity e Spaxs. Di fatto, una banca “specializzata nell’acquisto di crediti deteriorati”.
Una carriera che spiega come funziona il capitale finanziario europeo, in cui si creano i problemi, si fa un “salto in politica” per ridisegnare le nuove regole, e si ritorna nella finanza per beneficiare delle regole modificate.
Ma torniamo alle banche che svendono Npl. Visto che il loro capitale – svendendo i crediti – risulta diminuito, dovrebbero in teoria ricapitalizzare. Ma, spiega ancora Masala, “chi ricapitalizza? Nessuno sarebbe così pazzo da ricapitalizzare le banche italiane. E allora? Bail-in o ricapitalizzazione precauzionale statale. Ovvero paghiamo noi, o come contribuenti dello Stato o come risparmiatori che magari hanno acquistato obbligazioni subordinate.
In sostanza, questa svendita degli NPL a prezzi stracciati è il saccheggio del risparmio degli italiani. Oltre che delle casse dello Stato. A vantaggio di queste persone occulte che si nascondono dietro queste società estere. Che noi non sappiamo chi sono. Chiaro cosa ha fatto la BCE di Draghi?”
Se questo è l’andazzo europeo – e lo è – non si fa fatica a capire perché persino “i mercati” ormai guardino ad Oriente per vedere un po’ di futuro.
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29/11/2018
Crisi economica e sistema bancario italiano
Per le banche italiane la crisi del 2007 si inserisce in un processo di concentrazione del capitale iniziato con le riforme bancarie a partire dal 1990 (si pensi alla legge Amato). Le direttive europee sono funzionali all’emersione di un capitale finanziario sovranazionale e dunque l’adeguamento legislativo deve consentire il superamento dell’istituto di diritto pubblico, lo sganciamento dalla norma costituzionale che prevede la tutela del risparmio, l’aumento di capitale (tramite ricorso ai mercati finanziari) necessario per trasformare le banche italiane in soggetti che competano a livello europeo e dunque la pressione sulle fondazioni (che garantiscono il rapporto della banca con il territorio su cui essa si proietta) affinché perdano la maggioranza dei pacchetti azionari. Nello stesso tempo si eliminano quelle norme legislative che impediscono il formarsi di banche che siano di deposito (rastrellando il risparmio delle famiglie) e d’investimento. Quest’ultimo processo sarà un fattore d’instabilità dal momento che implicitamente trasformerà i risparmiatori in investitori che di fatto sono sottoposti al rischio di perdere i loro risparmi.
Non a caso già in questi anni le banche italiane cominciano a piazzare alla loro clientela certificati di deposito e obbligazioni proprie invece che titoli del debito pubblico. Questo drenaggio farà sì che la percentuale di titoli del debito pubblico distribuita tra i cittadini tenderà a diminuire mentre aumenterà quella in possesso delle stesse banche (soggetti che contrariamente ai piccoli risparmiatori considerano questi titoli merce di scambio come tutte le altre rendendo così il debito pubblico più precario).
Tuttavia nel 2007, se il processo di concentrazione porta i cinque maggiori gruppi bancari italiani ad avere più del 50% del mercato italiano, l’integrazione delle banche italiane nel sistema finanziario internazionale è ben lungi dall’aver raggiunto livelli considerati soddisfacenti dagli opinion makers che si sprecano nel criticare un sistema che si ostina a vivere ancora di intermediazione bancaria. Sarà questo relativo arretramento (e le conseguente minore esposizione delle banche italiane) ad evitare un eccessivo coinvolgimento del sistema bancario nella crisi dei subprime. Piuttosto a rendere difficile la vita alle banche italiane saranno le ripercussioni sull’economia reale che, indebolendo la solvibilità di imprese e famiglie, aumenteranno la quantità di crediti deteriorati nella pancia degli istituti italiani e renderà questi ultimi più selettivi nel venire incontro alla richiesta di prestiti e mutui. Questo genera un circolo vizioso che assieme alle politiche economiche austeritarie aggraverà la portata stessa della crisi.
La concentrazione del capitale bancario in Italia forse è andata più avanti di quella del capitale industriale per cui sarebbero le grandi banche a dover fare credito alle piccole e medie imprese, ma la raccolta delle informazioni relative a queste ultime è troppo complessa e costosa per cui il razionamento del credito diventa eccessivo. A questo punto saranno le restanti banche popolari o di credito cooperativo a venire incontro alle esigenze delle piccole e medie imprese soprattutto nel Nord-Est. Questa rafforzata alleanza avrà piena rappresentazione politica nel rilancio della Lega di Salvini che fa propria l’istanza delle comunità locali della parte più ricca del paese a difendersi in un Europa che mette spesso a repentaglio il loro stesso benessere. Il razionamento del credito trova giustificazione anche in una minore presunta tutela giuridica del creditore (rispetto ad altri paesi) che disincentiva le banche a prestare soldi.
Negli altri paesi infatti il maggiore controllo del creditore sul debitore consente al tempo stesso una maggiore disponibilità del creditore a fare un prestito (se il miserabile non scappa da sotto il tavolo il ricco epulone gli può concedere le briciole).
Il peso dei crediti deteriorati diminuirà la redditività delle banche e consentirà a queste una patrimonializzazione comunque inferiore alle altre banche europee. Il tentativo di recupero consisterà o nell’acquisto e incorporazione di altre banche o nella capitalizzazione attraverso il ricorso ai mercati finanziari e alla pletora dei clienti. Questi tentativi porteranno però anche ad esiti indesiderati: per il Gruppo Monte Paschi l’acquisto di Antonveneta in un quadro di crisi e di flessione degli asset sarà il classico passo più lungo della gamba e nel suo caso sarà lo Stato ad intervenire direttamente. Quella che però è più significativa è la vicenda delle quattro banche interessate da parentele interne allo stesso governo Renzi.
Qui assistiamo alla capitalizzazione degli istituti di credito tramite obbligazioni acquistate dalla clientela al dettaglio, obbligazioni subordinate che sono sequestrabili nel caso di fallimento della banca. Così il bail in europeo (modalità di risoluzione di una crisi bancaria che esclude il ricorso all’intervento dello Stato), in nome della libera concorrenza, trasforma (come abbiamo detto) i risparmiatori in investitori che si assumono un rischio nel momento stesso in cui versano i propri risparmi o acquistano azioni e obbligazioni bancarie. Il suicidio del pensionato correntista di Banca Etruria è l’effetto collaterale che denuncia la natura classista di queste politiche.
Ancora più grave è il processo d’incorporazione del debito pubblico da parte delle banche italiane. Avviato come si è visto negli anni Novanta, esso si è accelerato in quest’ultimo decennio. Nel 2009 il controvalore era di ben 220 mld di euro. Nel 2015 però era raddoppiato (445 mld di euro) giungendo a più del 20% dell’ammontare dell’intero debito pubblico. Un abbraccio mortale tra Stato e sistema bancario in cui apparentemente non si capisce chi sia il carnefice e chi la vittima. Si potrebbe dire anche che la politica economica di un governo potrebbe mettere in crisi il bilancio delle banche (ad es. in presenza di un aumento dello spread). Tuttavia si capisce che il sistema bancario se in prima istanza ha comprato questi titoli perché considerati sicuri sta in realtà esercitando il suo diritto di creditore e con questo diritto condiziona la politica economica italiana.
La presenza nel governo Monti del già amministratore delegato di Intesa San Paolo Corrado Passera è il modo con cui il creditore mette i piedi nel piatto e detta allo Stato italiano (assieme allo stesso Monti, delegato del capitale sovranazionale) cosa fare e cosa non fare.
Questo intreccio vischioso viene criticato in Germania per ragioni di competizione tra sistemi bancari e sistemi paese. La sua persistenza costituisce una relazione pericolosa che ci suggerisce che il tunnel del divertimento per l’Italia non è ancora finito.
Fonte
Non a caso già in questi anni le banche italiane cominciano a piazzare alla loro clientela certificati di deposito e obbligazioni proprie invece che titoli del debito pubblico. Questo drenaggio farà sì che la percentuale di titoli del debito pubblico distribuita tra i cittadini tenderà a diminuire mentre aumenterà quella in possesso delle stesse banche (soggetti che contrariamente ai piccoli risparmiatori considerano questi titoli merce di scambio come tutte le altre rendendo così il debito pubblico più precario).
Tuttavia nel 2007, se il processo di concentrazione porta i cinque maggiori gruppi bancari italiani ad avere più del 50% del mercato italiano, l’integrazione delle banche italiane nel sistema finanziario internazionale è ben lungi dall’aver raggiunto livelli considerati soddisfacenti dagli opinion makers che si sprecano nel criticare un sistema che si ostina a vivere ancora di intermediazione bancaria. Sarà questo relativo arretramento (e le conseguente minore esposizione delle banche italiane) ad evitare un eccessivo coinvolgimento del sistema bancario nella crisi dei subprime. Piuttosto a rendere difficile la vita alle banche italiane saranno le ripercussioni sull’economia reale che, indebolendo la solvibilità di imprese e famiglie, aumenteranno la quantità di crediti deteriorati nella pancia degli istituti italiani e renderà questi ultimi più selettivi nel venire incontro alla richiesta di prestiti e mutui. Questo genera un circolo vizioso che assieme alle politiche economiche austeritarie aggraverà la portata stessa della crisi.
La concentrazione del capitale bancario in Italia forse è andata più avanti di quella del capitale industriale per cui sarebbero le grandi banche a dover fare credito alle piccole e medie imprese, ma la raccolta delle informazioni relative a queste ultime è troppo complessa e costosa per cui il razionamento del credito diventa eccessivo. A questo punto saranno le restanti banche popolari o di credito cooperativo a venire incontro alle esigenze delle piccole e medie imprese soprattutto nel Nord-Est. Questa rafforzata alleanza avrà piena rappresentazione politica nel rilancio della Lega di Salvini che fa propria l’istanza delle comunità locali della parte più ricca del paese a difendersi in un Europa che mette spesso a repentaglio il loro stesso benessere. Il razionamento del credito trova giustificazione anche in una minore presunta tutela giuridica del creditore (rispetto ad altri paesi) che disincentiva le banche a prestare soldi.
Negli altri paesi infatti il maggiore controllo del creditore sul debitore consente al tempo stesso una maggiore disponibilità del creditore a fare un prestito (se il miserabile non scappa da sotto il tavolo il ricco epulone gli può concedere le briciole).
Il peso dei crediti deteriorati diminuirà la redditività delle banche e consentirà a queste una patrimonializzazione comunque inferiore alle altre banche europee. Il tentativo di recupero consisterà o nell’acquisto e incorporazione di altre banche o nella capitalizzazione attraverso il ricorso ai mercati finanziari e alla pletora dei clienti. Questi tentativi porteranno però anche ad esiti indesiderati: per il Gruppo Monte Paschi l’acquisto di Antonveneta in un quadro di crisi e di flessione degli asset sarà il classico passo più lungo della gamba e nel suo caso sarà lo Stato ad intervenire direttamente. Quella che però è più significativa è la vicenda delle quattro banche interessate da parentele interne allo stesso governo Renzi.
Qui assistiamo alla capitalizzazione degli istituti di credito tramite obbligazioni acquistate dalla clientela al dettaglio, obbligazioni subordinate che sono sequestrabili nel caso di fallimento della banca. Così il bail in europeo (modalità di risoluzione di una crisi bancaria che esclude il ricorso all’intervento dello Stato), in nome della libera concorrenza, trasforma (come abbiamo detto) i risparmiatori in investitori che si assumono un rischio nel momento stesso in cui versano i propri risparmi o acquistano azioni e obbligazioni bancarie. Il suicidio del pensionato correntista di Banca Etruria è l’effetto collaterale che denuncia la natura classista di queste politiche.
Ancora più grave è il processo d’incorporazione del debito pubblico da parte delle banche italiane. Avviato come si è visto negli anni Novanta, esso si è accelerato in quest’ultimo decennio. Nel 2009 il controvalore era di ben 220 mld di euro. Nel 2015 però era raddoppiato (445 mld di euro) giungendo a più del 20% dell’ammontare dell’intero debito pubblico. Un abbraccio mortale tra Stato e sistema bancario in cui apparentemente non si capisce chi sia il carnefice e chi la vittima. Si potrebbe dire anche che la politica economica di un governo potrebbe mettere in crisi il bilancio delle banche (ad es. in presenza di un aumento dello spread). Tuttavia si capisce che il sistema bancario se in prima istanza ha comprato questi titoli perché considerati sicuri sta in realtà esercitando il suo diritto di creditore e con questo diritto condiziona la politica economica italiana.
La presenza nel governo Monti del già amministratore delegato di Intesa San Paolo Corrado Passera è il modo con cui il creditore mette i piedi nel piatto e detta allo Stato italiano (assieme allo stesso Monti, delegato del capitale sovranazionale) cosa fare e cosa non fare.
Questo intreccio vischioso viene criticato in Germania per ragioni di competizione tra sistemi bancari e sistemi paese. La sua persistenza costituisce una relazione pericolosa che ci suggerisce che il tunnel del divertimento per l’Italia non è ancora finito.
Fonte
23/10/2018
La bomba dei crediti deteriorati è esplosa
Succede che a causa della più devastante crisi economica che l’Italia abbia mai conosciuto, i crediti non riscossi dalle banche, vale a dire i crediti deteriorati o, detto in inglese, Non performing Loans (NPL) esplodano fino a passare da 42 miliardi del 2008 a 360 miliardi del 2016.
Succede che la Vigilanza Bancaria Europea obblighi le banche italiane a diminuire il totale degli NPL sui bilanci bancari.
Succede che le banche italiane, costrette a disfarsi presto degli NPL, li vendano ad un valore inferiore al 20%.
Succede che fondi avvoltoi comprino questi NPL e incomincino a riscuotere il credito con metodi da strozzinaggio.
Succede che l’associazione degli armatori Confitarma informi che diverse compagnie marittime navigano in brutte acque.
Succede che i crediti degli armatori con le banche siano state cedute a fondi avvoltoio, i quali chiedono il fallimento e riscuotano decine e decine di navi poi messe in vendita.
Succede che diverse compagnie armatoriali facciano questa fine, a tal punto che Confitarma lanci l’allarme sul calo della proprietà italiana nella flotta mercantile.
Succede che a distanza di tre anni siano circa 180 miliardi di euro gli NPL ceduti a fondi avvoltoio.
Succede che si tratti di macchinari, aziende, immobili e quant’altro posti in garanzia.
Succede che i fondi avvoltoio stiano riscuotendo i crediti nel silenzio generale, portando alla rovina decine di migliaia di operatori economici e famiglie.
Succede che stia operando lo strozzinaggio di massa.
Per maggiori informazioni rimando al mio Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia (2016)
Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia
da Marx XXI
“Qualora il finanziamento sia già garantito da ipoteca, il trasferimento successivamente condizionato all’inadempimento, una volta trascritto, prevale sulle trascrizioni e iscrizioni eseguite successivamente all’iscrizione ipotecaria” Comma 4 articolo 2 Decreto Legge n° 59 del 3 maggio 2016
Si lamentano, i banchieri, perché manca la retroattività del decreto. Ma come, dicono, per la risoluzione di Popolare Etruria e il relativo bail in si è attuata la retroattività e sulle norme riguardanti il recupero crediti no?
Basta leggere il comma di cui sopra, per capire che si è trovata la quadra. E’ il patto marciano, vale a dire il trasferimento al creditore di beni del debitore qualora quest’ultimo sia inadempiente dopo tre rate. Ti tolgono tutto, capannoni, macchinari, scorte di magazzino, seconde case, ecc. Ti lasciano solo la casa di residenza. Il patto marciano può essere infilato in un nuovo contratto tra debitore e creditore.
Il gioco è semplice: la banca chiama l’imprenditore a cui ha dato un fido e gli dice di ricontrattare tutto altrimenti glielo toglie. L’imprenditore è costretto ad accettare e a firmare le nuove condizioni. Se dopo sei mesi non paga le rate gli sequestrano tutto, senza lo strumento dell’ipoteca, per la qual cosa si dovrebbe passare da un procedimento giudiziario. Sarebbe automatico.
Si è arrivato, dunque, allo spossessamento del debitore. Per cifre enormi: le sofferenze bancarie sono 200 miliardi, di cui 140 miliardi di imprese non finanziarie. I crediti deteriorati sono invece 360 miliardi, la gran parte di aziende. Praticamente l’ossatura della struttura industriale italiana si troverà nei prossimi anni ad onorare debiti, altrimenti i beni verranno confiscati dalle banche.
Che ne faranno? Ci sono garanzie di immobili per 100 miliardi e 37 di garanzie personali. Verrebbero venduti a fondi, concorrenti italiani o acquirenti esteri. Il panorama industriale italiano cambierebbe volto. O verrebbe definitivamente distrutto, dopo aver già perso il 25%.
Siamo di fronte alla più grande svendita del Paese della storia moderna, alla più imponente distruzione di capitale, superiore alla Seconda Guerra Mondiale, con effetti sociali dirompenti.
Quel che definimmo la seconda linea del fronte verrebbe distrutta nel giro di pochi anni.
Si è arrivati dunque al redde rationem, dopo cinque anni dalla famosa lettera della Bce che imponeva all’Italia un percorso infernale di riforme che hanno portato alla più grave recessione degli ultimi 150 anni. Si è dato un colpo micidiale al salario sociale globale di classe, si è attuata la deflazione salariale, è stato imposto un feroce credit crunch che ha colpito al cuore l’imprenditoria italiana, si è riformata la Costituzione con il Fiscal Compact. Risultato: sono esplosi i crediti deteriorati. Ora si passa all’incasso. Si distrugge la struttura industriale per via bancaria attraverso quell’Unione Bancaria che Enrico Letta definì a suo tempo un “successo dell’Europa unita”.
Mediante il meccanismo della Vigilanza Europea negli ultimi due anni c’è stato un accanimento pazzesco della Bce nei confronti del sistema bancario italiano, reo di attuare la funzione di banca commerciale, cioè fornire credito all’economia reale. Infischiandosene dei derivati di cui sono pieni i sistemi bancari del Nord Europa, la Vigilanza ha imposto alle banche italiane aumenti di capitale, accantonamenti e regole varie che hanno bloccato l’erogazione del credito.
Ora si impone il rientro dai crediti deteriorati, il più velocemente possibile e si incomincia a parlare di rischio dei titoli di stato, di cui le banche italiane sono zeppe (445 miliardi di euro), con relativi nuovi aumenti di capitale. Si sono riformate le banche popolari e quelle di credito cooperativo, portandole assurdamente nel mercato azionario. C’era il problema delle banche da ricapitalizzare: le banche italiane hanno dato vita ad Atlante, che fortunatamente è intervenuta nella ricapitalizzazione della Popolare Vicenza e successivamente di Veneto Banca. Ci sarebbe poi Carige, MPS e varie casse di risparmio, ma la dotazione finanziaria, pari a 4,25 miliardi, potrebbe non essere sufficiente ed in ogni caso questa massa di capitale servirebbe unicamente agli aumenti di capitale delle banche citate e non certo a comprare sofferenze bancarie a livello di libro.
Perché qui è la faccenda: con il bail in della Popolare Etruria, assurdamente analizzata come un fatto di cronaca nera, le sofferenze bancarie sono state vendute, per imposizione europea, al 17% del valore. Le banche hanno sofferenza bancarie nette, dopo accantonamenti, pari a 87 miliardi a valore di libro del 45%. La differenza tra il 17 e il 45% è pari a decine di miliardi, e se fossero vendute come quelle della Popolare Etruria le perdite sarebbero enormi.
E’ intervenuto il decreto legge 59 per accelerare il recupero crediti, ma non essendo retroattivo in borsa stanno ancora perdendo capitalizzazione. In ogni caso, con il Patto Marciano, che può essere sottoscritto tra creditori e debitore, lo spossessamento di chi non è in regola con i pagamenti sarebbe immediato. Data la continua situazione di stress economico della struttura industriale (si è recuperato appena l’1% di quanto precedentemente perso e la chiamano ripresa), per cui alcuni parlano di un euro che sta asfissiando il sistema economico (si veda Gianfelice Rocca della Technint sul Financial Times di marzo), non si esclude affatto una vendita massiccia di proprietà industriali al miglior compratore.
Insomma, l’Unione Europea impone misure draconiane all’Italia che provocano la più grave recessione della storia contemporanea, il sistema economico va in tilt, il sistema bancario viene investito da una mole impressionante di crediti deteriorati e a questo punto interviene nuovamente l’Unione Europea per chiedere la risoluzione del problema delle sofferenze bancarie.
Il sistema bancario è sotto pressione via Vigilanza Europea, il sistema industriale è sotto pressione via sistema bancario italiano, e i salariati sono massacrati dal sistema economico. Questo è il quadro italiano.
Se ne esce solo con una netta soluzione, l’uscita dall’euro. Non esistono ricette keynesiane, ancorché te le facciano fare. L’alternativa è un’ancora più feroce depressione economica, la perdita di quel che rimane del sistema industriale e una nuova più acuta deflazione. Di certo con queste nuove norme crollerà la domanda di credito degli imprenditori (chi vuoi che prenda denaro a queste condizioni?) e da qui ci sarà il crollo degli investimenti e della domanda reale, dunque recessione certa.
Si è prossimi alla più grande svendita di capitale industriale, se continua così si avrà, dopo, la svendita dei beni pubblici e l’Italia andrà dritta nei paesi in via di sviluppo. Questo è il disegno dell’euro, l’annichilimento dell’Italia per togliere un concorrente alla Germania. Per farlo occorrono quinte colonne interne, i collaborazionisti. Quelli che parlano delle virtù dell’Europa. Non sappiamo se questo disegno avrà successo, di certo continua la sua marcia imperterrita perché non trova opposizione. A meno che il secondo fronte, l’apparato industriale italiano, si ribelli. Lo sapremo nei prossimi mesi, quando le crisi aziendali esploderanno.
Fonte
Succede che la Vigilanza Bancaria Europea obblighi le banche italiane a diminuire il totale degli NPL sui bilanci bancari.
Succede che le banche italiane, costrette a disfarsi presto degli NPL, li vendano ad un valore inferiore al 20%.
Succede che fondi avvoltoi comprino questi NPL e incomincino a riscuotere il credito con metodi da strozzinaggio.
Succede che l’associazione degli armatori Confitarma informi che diverse compagnie marittime navigano in brutte acque.
Succede che i crediti degli armatori con le banche siano state cedute a fondi avvoltoio, i quali chiedono il fallimento e riscuotano decine e decine di navi poi messe in vendita.
Succede che diverse compagnie armatoriali facciano questa fine, a tal punto che Confitarma lanci l’allarme sul calo della proprietà italiana nella flotta mercantile.
Succede che a distanza di tre anni siano circa 180 miliardi di euro gli NPL ceduti a fondi avvoltoio.
Succede che si tratti di macchinari, aziende, immobili e quant’altro posti in garanzia.
Succede che i fondi avvoltoio stiano riscuotendo i crediti nel silenzio generale, portando alla rovina decine di migliaia di operatori economici e famiglie.
Succede che stia operando lo strozzinaggio di massa.
Per maggiori informazioni rimando al mio Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia (2016)
*****
Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia
da Marx XXI
“Qualora il finanziamento sia già garantito da ipoteca, il trasferimento successivamente condizionato all’inadempimento, una volta trascritto, prevale sulle trascrizioni e iscrizioni eseguite successivamente all’iscrizione ipotecaria” Comma 4 articolo 2 Decreto Legge n° 59 del 3 maggio 2016
Si lamentano, i banchieri, perché manca la retroattività del decreto. Ma come, dicono, per la risoluzione di Popolare Etruria e il relativo bail in si è attuata la retroattività e sulle norme riguardanti il recupero crediti no?
Basta leggere il comma di cui sopra, per capire che si è trovata la quadra. E’ il patto marciano, vale a dire il trasferimento al creditore di beni del debitore qualora quest’ultimo sia inadempiente dopo tre rate. Ti tolgono tutto, capannoni, macchinari, scorte di magazzino, seconde case, ecc. Ti lasciano solo la casa di residenza. Il patto marciano può essere infilato in un nuovo contratto tra debitore e creditore.
Il gioco è semplice: la banca chiama l’imprenditore a cui ha dato un fido e gli dice di ricontrattare tutto altrimenti glielo toglie. L’imprenditore è costretto ad accettare e a firmare le nuove condizioni. Se dopo sei mesi non paga le rate gli sequestrano tutto, senza lo strumento dell’ipoteca, per la qual cosa si dovrebbe passare da un procedimento giudiziario. Sarebbe automatico.
Si è arrivato, dunque, allo spossessamento del debitore. Per cifre enormi: le sofferenze bancarie sono 200 miliardi, di cui 140 miliardi di imprese non finanziarie. I crediti deteriorati sono invece 360 miliardi, la gran parte di aziende. Praticamente l’ossatura della struttura industriale italiana si troverà nei prossimi anni ad onorare debiti, altrimenti i beni verranno confiscati dalle banche.
Che ne faranno? Ci sono garanzie di immobili per 100 miliardi e 37 di garanzie personali. Verrebbero venduti a fondi, concorrenti italiani o acquirenti esteri. Il panorama industriale italiano cambierebbe volto. O verrebbe definitivamente distrutto, dopo aver già perso il 25%.
Siamo di fronte alla più grande svendita del Paese della storia moderna, alla più imponente distruzione di capitale, superiore alla Seconda Guerra Mondiale, con effetti sociali dirompenti.
Quel che definimmo la seconda linea del fronte verrebbe distrutta nel giro di pochi anni.
Si è arrivati dunque al redde rationem, dopo cinque anni dalla famosa lettera della Bce che imponeva all’Italia un percorso infernale di riforme che hanno portato alla più grave recessione degli ultimi 150 anni. Si è dato un colpo micidiale al salario sociale globale di classe, si è attuata la deflazione salariale, è stato imposto un feroce credit crunch che ha colpito al cuore l’imprenditoria italiana, si è riformata la Costituzione con il Fiscal Compact. Risultato: sono esplosi i crediti deteriorati. Ora si passa all’incasso. Si distrugge la struttura industriale per via bancaria attraverso quell’Unione Bancaria che Enrico Letta definì a suo tempo un “successo dell’Europa unita”.
Mediante il meccanismo della Vigilanza Europea negli ultimi due anni c’è stato un accanimento pazzesco della Bce nei confronti del sistema bancario italiano, reo di attuare la funzione di banca commerciale, cioè fornire credito all’economia reale. Infischiandosene dei derivati di cui sono pieni i sistemi bancari del Nord Europa, la Vigilanza ha imposto alle banche italiane aumenti di capitale, accantonamenti e regole varie che hanno bloccato l’erogazione del credito.
Ora si impone il rientro dai crediti deteriorati, il più velocemente possibile e si incomincia a parlare di rischio dei titoli di stato, di cui le banche italiane sono zeppe (445 miliardi di euro), con relativi nuovi aumenti di capitale. Si sono riformate le banche popolari e quelle di credito cooperativo, portandole assurdamente nel mercato azionario. C’era il problema delle banche da ricapitalizzare: le banche italiane hanno dato vita ad Atlante, che fortunatamente è intervenuta nella ricapitalizzazione della Popolare Vicenza e successivamente di Veneto Banca. Ci sarebbe poi Carige, MPS e varie casse di risparmio, ma la dotazione finanziaria, pari a 4,25 miliardi, potrebbe non essere sufficiente ed in ogni caso questa massa di capitale servirebbe unicamente agli aumenti di capitale delle banche citate e non certo a comprare sofferenze bancarie a livello di libro.
Perché qui è la faccenda: con il bail in della Popolare Etruria, assurdamente analizzata come un fatto di cronaca nera, le sofferenze bancarie sono state vendute, per imposizione europea, al 17% del valore. Le banche hanno sofferenza bancarie nette, dopo accantonamenti, pari a 87 miliardi a valore di libro del 45%. La differenza tra il 17 e il 45% è pari a decine di miliardi, e se fossero vendute come quelle della Popolare Etruria le perdite sarebbero enormi.
E’ intervenuto il decreto legge 59 per accelerare il recupero crediti, ma non essendo retroattivo in borsa stanno ancora perdendo capitalizzazione. In ogni caso, con il Patto Marciano, che può essere sottoscritto tra creditori e debitore, lo spossessamento di chi non è in regola con i pagamenti sarebbe immediato. Data la continua situazione di stress economico della struttura industriale (si è recuperato appena l’1% di quanto precedentemente perso e la chiamano ripresa), per cui alcuni parlano di un euro che sta asfissiando il sistema economico (si veda Gianfelice Rocca della Technint sul Financial Times di marzo), non si esclude affatto una vendita massiccia di proprietà industriali al miglior compratore.
Insomma, l’Unione Europea impone misure draconiane all’Italia che provocano la più grave recessione della storia contemporanea, il sistema economico va in tilt, il sistema bancario viene investito da una mole impressionante di crediti deteriorati e a questo punto interviene nuovamente l’Unione Europea per chiedere la risoluzione del problema delle sofferenze bancarie.
Il sistema bancario è sotto pressione via Vigilanza Europea, il sistema industriale è sotto pressione via sistema bancario italiano, e i salariati sono massacrati dal sistema economico. Questo è il quadro italiano.
Se ne esce solo con una netta soluzione, l’uscita dall’euro. Non esistono ricette keynesiane, ancorché te le facciano fare. L’alternativa è un’ancora più feroce depressione economica, la perdita di quel che rimane del sistema industriale e una nuova più acuta deflazione. Di certo con queste nuove norme crollerà la domanda di credito degli imprenditori (chi vuoi che prenda denaro a queste condizioni?) e da qui ci sarà il crollo degli investimenti e della domanda reale, dunque recessione certa.
Si è prossimi alla più grande svendita di capitale industriale, se continua così si avrà, dopo, la svendita dei beni pubblici e l’Italia andrà dritta nei paesi in via di sviluppo. Questo è il disegno dell’euro, l’annichilimento dell’Italia per togliere un concorrente alla Germania. Per farlo occorrono quinte colonne interne, i collaborazionisti. Quelli che parlano delle virtù dell’Europa. Non sappiamo se questo disegno avrà successo, di certo continua la sua marcia imperterrita perché non trova opposizione. A meno che il secondo fronte, l’apparato industriale italiano, si ribelli. Lo sapremo nei prossimi mesi, quando le crisi aziendali esploderanno.
Fonte
10/08/2018
Corrado Passera: come creare un disastro e poi lucrarci sopra
Una notizia che non avrà colpito molti, tranne gli addetti ai lavori della finanza.
Corrado Passera è nuovamente presidente di una banca (sai che novità, direte...). Questa si chiama Illimity, che già nel nome aspira a rappresentare l’idea stessa di accumulazione senza fine. Non è un grande istituto, e nasce dalla fusione della Bance Interprovinciale di Modena e Spaxs, che si era presentata come una Special Purpose Acquisition Company, ossia uno strumento di investimento “per creare un operatore italiano che serva al meglio le PMI, comprese quelle in difficoltà, partecipi attivamente al mercato delle sofferenze bancarie e offra servizi molto competitivi di digital banking”.
Detto così, in linguaggio asettico, sembra una cosa “buona”, con un occhio alle piccole e medie aziende alle prese con problemi storici di liquidità, gestione troppo familiare e poco professionale, debiti pregressi e mercato estero irraggiungibile.
Non è proprio così... Uno dei primi obiettivi della nuova banca di Passera infatti è l’acquisizione di circa 2 miliardi di non performing loans, ossia “debiti incagliati”, prestiti che non rientreranno, ecc, accumulati proprio dalle piccole e medie imprese.
Per capire bene di che si tratta bisogna fare un passo indietro, quando lo stesso Passera divenne ministro dello sviluppo economico e anche di quello delle infrastrutture nel governo Monti. Passera veniva dal mondo bancario, era stato artefice della trasformazione di Poste Italiane da “volgare” società pubblica che distribuiva la posta cartacea e raccoglieva il risparmio dei pensionati (non ridete: la Cassa Depositi e Prestiti si regge su questo, con 410 miliardi di attività) a “quasi banca”. Aveva anche guidato la fusione tra Istituto San Paolo di Torino e Banca Intesa a sua volta risultante dalla fusione tra l’omonimo istituto e Banca Commerciale Italiana.
Con questo background sedeva autorevolmente tra i “grandi tecnici” del governo che aveva sostituito nel giro di pochi giorni il vecchio baraccone berlusconiano, grazie all’intercessione di Giorgio Napolitano e su indicazione precisa scritta nella famosa “lettera della Bce”, dell’agosto 2011.
Quel governo, con Passera dentro, aprì una feroce stagione di austerità, con tagli alla spesa pubblica, inasprimento della pressione fiscale, riforma Fornero delle pensioni (con qualche centinaio di migliaia di esodati rimasti improvvisamente senza lavoro, lontani dalla pensione e con ammortizzatori sociale in scadenza).
Risultato: consumi di massa a picco e imprese operanti soprattutto sul mercato interno in crisi nera. Quindi altri licenziamenti di massa, quasi senza più ammortizzatori sociali, e dunque aggravamento della crisi. Migliorò lo spread, e tanto doveva bastare...
Piccolo problema collaterale: le imprese che fallivano, naturalmente, non ripagavano alle banche i prestiti ricevuti. Così le “sofferenze” del sistema bancario passarono in pochi mesi da 50 a 380 miliardi. Altri licenziamenti, questa volta dei bancari, fusioni, fallimenti, acquisizioni a prezzo di saldo.
Ma anche le “sofferenze”, i crediti inesigibili, hanno un loro valore, e dunque un mercato di “esperti” che riesce a cavare sangue dalle rape mischiando, cartolarizzando, nascondendo e rivendendo debiti.
Diciamo che come ministro dello “sviluppo economico” Passera andava licenziato subito. Lo fu, con tutto il governo Monti.
Anche come banchiere avrebbe dovuto aver finito la carriera, visto quel che aveva combinato... E invee no.
Torna, dunque. E in che ruolo? Il quello di presidente di una banca che guadagna con lo smaltimento della massa di crediti inesigibili che lui stesso aveva generato come ministro!
Il processo era ovviamente già in corso, visto che le banche sopravvissute allo tsunami stanno facendo questa operazione da qualche anno, spesso “rivendendo” quei titoli di debito al 20% del valore nominale.
Direte: ma com’è possibile guadagnare svendendo a un quinto del valore nominale?
Si può fare, si può fare... Intanto perché sei tu, come banchiere, ad acquistare quei debiti a un quinto del valore. In secondo luogo perché ogni debito che si rispetti – proprio come i mutui – ha una “garanzia reale”. Ossia case, immobili, conti bancari, fabbriche, stabilimenti, terreni agricoli, aziende collegate, ecc.
Tutta roba che ha oggi un valore molto superiore a quel 20% del titolo di debito, perché era la garanzia più o meno “paritaria” di un prestito. Detto da salumieri: la banca ti prestava 100 ma pretendeva un’ipoteca su qualcosa che valesse più o meno quella cifra. Dopo il fallimento (dell’azienda o magari della banca), quel titolo finanziario viene acquistato a 20 ma apre la strada alla “realizzazione” – vendita all’asta, oppure diretta, ecc. – di un bene concreto che ha mantenuto più o meno il suo vecchio valore.
Questa differenza costituisce il business di Passera, passato come Gengis Khan sul tessuto produttivo italiano.
Fonte
Corrado Passera è nuovamente presidente di una banca (sai che novità, direte...). Questa si chiama Illimity, che già nel nome aspira a rappresentare l’idea stessa di accumulazione senza fine. Non è un grande istituto, e nasce dalla fusione della Bance Interprovinciale di Modena e Spaxs, che si era presentata come una Special Purpose Acquisition Company, ossia uno strumento di investimento “per creare un operatore italiano che serva al meglio le PMI, comprese quelle in difficoltà, partecipi attivamente al mercato delle sofferenze bancarie e offra servizi molto competitivi di digital banking”.
Detto così, in linguaggio asettico, sembra una cosa “buona”, con un occhio alle piccole e medie aziende alle prese con problemi storici di liquidità, gestione troppo familiare e poco professionale, debiti pregressi e mercato estero irraggiungibile.
Non è proprio così... Uno dei primi obiettivi della nuova banca di Passera infatti è l’acquisizione di circa 2 miliardi di non performing loans, ossia “debiti incagliati”, prestiti che non rientreranno, ecc, accumulati proprio dalle piccole e medie imprese.
Per capire bene di che si tratta bisogna fare un passo indietro, quando lo stesso Passera divenne ministro dello sviluppo economico e anche di quello delle infrastrutture nel governo Monti. Passera veniva dal mondo bancario, era stato artefice della trasformazione di Poste Italiane da “volgare” società pubblica che distribuiva la posta cartacea e raccoglieva il risparmio dei pensionati (non ridete: la Cassa Depositi e Prestiti si regge su questo, con 410 miliardi di attività) a “quasi banca”. Aveva anche guidato la fusione tra Istituto San Paolo di Torino e Banca Intesa a sua volta risultante dalla fusione tra l’omonimo istituto e Banca Commerciale Italiana.
Con questo background sedeva autorevolmente tra i “grandi tecnici” del governo che aveva sostituito nel giro di pochi giorni il vecchio baraccone berlusconiano, grazie all’intercessione di Giorgio Napolitano e su indicazione precisa scritta nella famosa “lettera della Bce”, dell’agosto 2011.
Quel governo, con Passera dentro, aprì una feroce stagione di austerità, con tagli alla spesa pubblica, inasprimento della pressione fiscale, riforma Fornero delle pensioni (con qualche centinaio di migliaia di esodati rimasti improvvisamente senza lavoro, lontani dalla pensione e con ammortizzatori sociale in scadenza).
Risultato: consumi di massa a picco e imprese operanti soprattutto sul mercato interno in crisi nera. Quindi altri licenziamenti di massa, quasi senza più ammortizzatori sociali, e dunque aggravamento della crisi. Migliorò lo spread, e tanto doveva bastare...
Piccolo problema collaterale: le imprese che fallivano, naturalmente, non ripagavano alle banche i prestiti ricevuti. Così le “sofferenze” del sistema bancario passarono in pochi mesi da 50 a 380 miliardi. Altri licenziamenti, questa volta dei bancari, fusioni, fallimenti, acquisizioni a prezzo di saldo.
Ma anche le “sofferenze”, i crediti inesigibili, hanno un loro valore, e dunque un mercato di “esperti” che riesce a cavare sangue dalle rape mischiando, cartolarizzando, nascondendo e rivendendo debiti.
Diciamo che come ministro dello “sviluppo economico” Passera andava licenziato subito. Lo fu, con tutto il governo Monti.
Anche come banchiere avrebbe dovuto aver finito la carriera, visto quel che aveva combinato... E invee no.
Torna, dunque. E in che ruolo? Il quello di presidente di una banca che guadagna con lo smaltimento della massa di crediti inesigibili che lui stesso aveva generato come ministro!
Il processo era ovviamente già in corso, visto che le banche sopravvissute allo tsunami stanno facendo questa operazione da qualche anno, spesso “rivendendo” quei titoli di debito al 20% del valore nominale.
Direte: ma com’è possibile guadagnare svendendo a un quinto del valore nominale?
Si può fare, si può fare... Intanto perché sei tu, come banchiere, ad acquistare quei debiti a un quinto del valore. In secondo luogo perché ogni debito che si rispetti – proprio come i mutui – ha una “garanzia reale”. Ossia case, immobili, conti bancari, fabbriche, stabilimenti, terreni agricoli, aziende collegate, ecc.
Tutta roba che ha oggi un valore molto superiore a quel 20% del titolo di debito, perché era la garanzia più o meno “paritaria” di un prestito. Detto da salumieri: la banca ti prestava 100 ma pretendeva un’ipoteca su qualcosa che valesse più o meno quella cifra. Dopo il fallimento (dell’azienda o magari della banca), quel titolo finanziario viene acquistato a 20 ma apre la strada alla “realizzazione” – vendita all’asta, oppure diretta, ecc. – di un bene concreto che ha mantenuto più o meno il suo vecchio valore.
Questa differenza costituisce il business di Passera, passato come Gengis Khan sul tessuto produttivo italiano.
Fonte
21/06/2018
L’asse franco-tedesco difende le proprie banche, e lascia ragliare gli asini
Quanto bisogna credere agli strepiti di Salvini? Ben poco. Ormai lo stanno capendo tutti, meno i potenziali elettori censiti da sondaggi ancora trionfali. Cerchiamo quindi di illuminare proprio le zone scure che tutto il governo grilli-leghista vorrebbe continuare a tenere in ombra.
E partiamo dalla cronaca di stamattina che riferisce dell’ennesima esternazione del boss leghista che, a quanto pare, non trova ancora il tempo di calarsi nel ruolo di semplice ministro degli interni. «Se andiamo lì per avere il compitino già preparato da francesi e tedeschi è giusto risparmiare i soldi del viaggio», ha detto dallo studio di Vespa. Con la bozza di Meseberg, frutto dell’incontro tra Macron e Merkel, «pensano di mandarci altri migranti invece di aiutarci ed in cambio faranno poi i centri di raccolta fuori dall’Europa, ma meglio un uovo oggi».
Non sappiamo se si sia accorto che il “trappolone” franco-tedesco sta nascosto in tutt’altra parte. E precisamente là dove si parla di banche. Siamo certi che il prof. Tria l’ha invece capito benissimo, ma ha preferito – in Parlamento – far finta di nulla e garantire comunque l’impegno italiano a rispettare i vincoli posti dai trattati, a cominciare dalla riduzione del debito.
Di che si parla in quella bozza che, la prossima settimana, farà da base al vertice europeo dei capi di stato e di governo?
Di meccanismi “tecnici”, come sempre, che si tramutano in cappi politici. Ad esempio: se si pone l’obiettivo della riduzione al 5% lordo – e al 2,5% netto – dei “crediti deteriorati” in mano alle banche a prima vista sembra una cosa neutra, politicamente indifferente. Stiamo parlando di prestiti fatti a clienti soprattutto aziende, per entità delle somme, che ormai hanno ben poca probabilità di essere restituiti. In inglese li chiamano non performing loans (Npl). A noi poveri mortali che faticano ad arrivare a fine mese, che ce ne importa?
Indirettamente, molto. Bisogna infatti sapere che le banche italiane presentano in questo momento una situazione pesante proprio su questo fronte, con npl lordi all’11% dei prestiti totali, e netti al 6%. Dunque dovrebbero smettere di prestare soldi alle imprese (e in parte anche alle famiglie) e fare pressione sui clienti per “rientrare”; oppure cartolarizzare queste “sofferenze”, svendendole a qualche pirata della speculazione.
Le conseguenze sono immediate anche nella vita economica: rallentamento del credito, rincaro dei tassi di interesse praticati sui prestiti privati, difficoltà aggiuntive per imprese e famiglie a corto di liquidità, dunque frenata nella crescita economica e nei consumi. Insomma, meno posti di lavoro, salari più bassi, contratti più precari.
Si dirà: beh, certo è un guaio, ma almeno si risanano le banche, così poi funzioneranno meglio, ecc.
Teoria opinabile, specie se si guarda alla situazione di altre grandi banche europee. Quelle francesi e tedesche, per esempio, sono messe malissimo sul fronte dei “titoli illiquidi”, ovvero di “prodotti finanziari derivati”, carta straccia speculativa messa in circolazione al tempo del denaro facile, creato dal nulla. Il 75% dei titoli illiquidi vaganti in Europa è in mano a banche francesi o tedesche. Ma di questo, nella bozza di Meseberg, non si fa menzione. Risultato: le banche di Parigi e Berlino possono essere considerate “sane” anche se alcune sarebbero tecnicamente sull’orlo del fallimento (un nome per tutti: Deutsche Bank), mentre quelle italiane sarebbero “a rischio”.
Di fatto, dunque, Merkel e Macron hanno messo a punto un pacchetto che stringe i vincoli europei, ma salvaguardando i propri interessi nazionali. Il prezzo, ovviamente, va scaricato sui partner.
I dettagli tecnici sono ovviamente molto complessi, i criteri scelti (perché gli Npl sono un pericolo mentre i prodotti derivati no) risentono della forza politica dei vari paesi nel consesso europeo, circolano ponderose analisi della Banca d’Italia su tutta la materia, ma la conoscono bene soltanto gli addetti ai lavori.
La posta in gioco è insomma alta. L’unione bancaria europea è una necessità per la stabilità del sistema, ma può essere costruita in molti modi diversi. E’ nota l’insofferenza tedesca per la condivisione dei rischi con altri paesi. E per questo hanno messo a punto, insieme a Macron un pacchetto di misure in cui la “condivisione” riguarderebbe soltanto i rischi dei gruppi tedeschi e francesi.
La sostanza è dunque chiara: se gli scricchiolii franco-tedeschi sono “sanati” per via politica, quelli italiani (e spagnoli, greci, ciprioti, portoghesi, ecc.) dovranno per forza esserlo tramite la riduzione del debito e della spesa pubblica. Deprimendo così ulteriormente le rispettive economie, e dunque di nuovo i conti pubblici; con effetti pesanti anche sugli “asset”, per esempio i valori degli immobili, che favoriranno capitali in cerca di occasioni a prezzi bassi, se non stracciati.
Ecco dunque che l’oscura materia economica, su cui il governo Salvini-Conte non può o non sa reagire, deve essere messa sullo sfondo. Mentre in primo piano deve essere portata la vicenda dei migranti, su cui il ministro razzista può sbraitare a piacere.
Distrazione di massa, tutto qui. Una strategia di “comunicazione” decisamente macabra, ma anche dal fiato corto. Quanto pensano di poter reggere, questi cervelloni del governo (e dell’opposizione piddina), indicando nei migranti i colpevoli di tutto? Giusto il tempo di fare la finanziaria, ci sembra. Quella in cui di legge Fornero, reddito di cittadinanza e persino flat tax per le sole imprese, non ci sarà probabilmente traccia. Poi la forza dei fatti dovrà avere, come sempre, il meglio sui ragli da campagna elettorale permanente.
Fonte
E partiamo dalla cronaca di stamattina che riferisce dell’ennesima esternazione del boss leghista che, a quanto pare, non trova ancora il tempo di calarsi nel ruolo di semplice ministro degli interni. «Se andiamo lì per avere il compitino già preparato da francesi e tedeschi è giusto risparmiare i soldi del viaggio», ha detto dallo studio di Vespa. Con la bozza di Meseberg, frutto dell’incontro tra Macron e Merkel, «pensano di mandarci altri migranti invece di aiutarci ed in cambio faranno poi i centri di raccolta fuori dall’Europa, ma meglio un uovo oggi».
Non sappiamo se si sia accorto che il “trappolone” franco-tedesco sta nascosto in tutt’altra parte. E precisamente là dove si parla di banche. Siamo certi che il prof. Tria l’ha invece capito benissimo, ma ha preferito – in Parlamento – far finta di nulla e garantire comunque l’impegno italiano a rispettare i vincoli posti dai trattati, a cominciare dalla riduzione del debito.
Di che si parla in quella bozza che, la prossima settimana, farà da base al vertice europeo dei capi di stato e di governo?
Di meccanismi “tecnici”, come sempre, che si tramutano in cappi politici. Ad esempio: se si pone l’obiettivo della riduzione al 5% lordo – e al 2,5% netto – dei “crediti deteriorati” in mano alle banche a prima vista sembra una cosa neutra, politicamente indifferente. Stiamo parlando di prestiti fatti a clienti soprattutto aziende, per entità delle somme, che ormai hanno ben poca probabilità di essere restituiti. In inglese li chiamano non performing loans (Npl). A noi poveri mortali che faticano ad arrivare a fine mese, che ce ne importa?
Indirettamente, molto. Bisogna infatti sapere che le banche italiane presentano in questo momento una situazione pesante proprio su questo fronte, con npl lordi all’11% dei prestiti totali, e netti al 6%. Dunque dovrebbero smettere di prestare soldi alle imprese (e in parte anche alle famiglie) e fare pressione sui clienti per “rientrare”; oppure cartolarizzare queste “sofferenze”, svendendole a qualche pirata della speculazione.
Le conseguenze sono immediate anche nella vita economica: rallentamento del credito, rincaro dei tassi di interesse praticati sui prestiti privati, difficoltà aggiuntive per imprese e famiglie a corto di liquidità, dunque frenata nella crescita economica e nei consumi. Insomma, meno posti di lavoro, salari più bassi, contratti più precari.
Si dirà: beh, certo è un guaio, ma almeno si risanano le banche, così poi funzioneranno meglio, ecc.
Teoria opinabile, specie se si guarda alla situazione di altre grandi banche europee. Quelle francesi e tedesche, per esempio, sono messe malissimo sul fronte dei “titoli illiquidi”, ovvero di “prodotti finanziari derivati”, carta straccia speculativa messa in circolazione al tempo del denaro facile, creato dal nulla. Il 75% dei titoli illiquidi vaganti in Europa è in mano a banche francesi o tedesche. Ma di questo, nella bozza di Meseberg, non si fa menzione. Risultato: le banche di Parigi e Berlino possono essere considerate “sane” anche se alcune sarebbero tecnicamente sull’orlo del fallimento (un nome per tutti: Deutsche Bank), mentre quelle italiane sarebbero “a rischio”.
Di fatto, dunque, Merkel e Macron hanno messo a punto un pacchetto che stringe i vincoli europei, ma salvaguardando i propri interessi nazionali. Il prezzo, ovviamente, va scaricato sui partner.
I dettagli tecnici sono ovviamente molto complessi, i criteri scelti (perché gli Npl sono un pericolo mentre i prodotti derivati no) risentono della forza politica dei vari paesi nel consesso europeo, circolano ponderose analisi della Banca d’Italia su tutta la materia, ma la conoscono bene soltanto gli addetti ai lavori.
La posta in gioco è insomma alta. L’unione bancaria europea è una necessità per la stabilità del sistema, ma può essere costruita in molti modi diversi. E’ nota l’insofferenza tedesca per la condivisione dei rischi con altri paesi. E per questo hanno messo a punto, insieme a Macron un pacchetto di misure in cui la “condivisione” riguarderebbe soltanto i rischi dei gruppi tedeschi e francesi.
La sostanza è dunque chiara: se gli scricchiolii franco-tedeschi sono “sanati” per via politica, quelli italiani (e spagnoli, greci, ciprioti, portoghesi, ecc.) dovranno per forza esserlo tramite la riduzione del debito e della spesa pubblica. Deprimendo così ulteriormente le rispettive economie, e dunque di nuovo i conti pubblici; con effetti pesanti anche sugli “asset”, per esempio i valori degli immobili, che favoriranno capitali in cerca di occasioni a prezzi bassi, se non stracciati.
Ecco dunque che l’oscura materia economica, su cui il governo Salvini-Conte non può o non sa reagire, deve essere messa sullo sfondo. Mentre in primo piano deve essere portata la vicenda dei migranti, su cui il ministro razzista può sbraitare a piacere.
Distrazione di massa, tutto qui. Una strategia di “comunicazione” decisamente macabra, ma anche dal fiato corto. Quanto pensano di poter reggere, questi cervelloni del governo (e dell’opposizione piddina), indicando nei migranti i colpevoli di tutto? Giusto il tempo di fare la finanziaria, ci sembra. Quella in cui di legge Fornero, reddito di cittadinanza e persino flat tax per le sole imprese, non ci sarà probabilmente traccia. Poi la forza dei fatti dovrà avere, come sempre, il meglio sui ragli da campagna elettorale permanente.
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