Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/06/2024

Dai bassi tassi di interesse all’alta spesa militare: crisi di egemonia e pulsioni belliche degli USA

I. Domanda effettiva e crescita dei consumi delle famiglie

La spesa per consumi personali è stata la componente più dinamica della domanda aggregata negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni ‘70. Tra il 1951 e il 1980, il suo rapporto con il PIL è stato in media intorno al 58%, per poi crescere costantemente di 10 punti percentuali, stabilizzandosi dal 2003 al livello più elevato di circa il 68%. A partire dall’inizio della seconda metà degli anni ‘70, la crescita sostenuta della spesa per consumi personali ha compensato sia l’andamento sfavorevole della bilancia commerciale, sia il rallentamento dei consumi pubblici e della spesa lorda per investimenti (la crescita degli investimenti privati ​​è rimasta allineata a quella del prodotto, grazie al peso in rapido aumento degli investimenti in prodotti di proprietà intellettuale che ha controbilanciato un marcato rallentamento degli investimenti in strutture e attrezzature non residenziali). Con la crescita della spesa per consumi, il tasso di risparmio personale è sceso dal 15% nel 1975 a meno del 2% nel 2005. Il calo del tasso di risparmio si è verificato nonostante un massiccio spostamento della distribuzione del reddito dai salari ai profitti. A causa dell’influenza del mutamento distributivo sul tasso di risparmio personale, quest’ultimo avrebbe dovuto aumentare, non diminuire. Le ragioni della sua caduta vanno quindi ricercate altrove, ponendole in connessione con la politica di lungo periodo di riduzione dei tassi di interesse.

II. Bassi tassi di interesse e distribuzione del reddito

Una prima relazione causale tra tassi di interesse e consumi che vale la pena considerare è quella stabilita dall’influenza diretta che il tasso di interesse esercita sulla distribuzione del reddito. Il tasso di interesse sulle attività finanziarie prive di rischio a lungo termine costituisce un determinante autonomo dei costi normali di produzione; a parità di condizioni, un abbassamento persistente del tasso di interesse a lungo termine come quello avvenuto negli ultimi quaranta anni provoca un abbassamento del livello dei prezzi in relazione al livello dei salari monetari, generando così una riduzione del tasso normale di profitto e un aumento del salario reale. Questa relazione tra tasso di interesse e salari reali è tuttavia offuscata dal fatto che il tasso di interesse a lungo termine non è che uno dei determinanti dei margini di profitto normali lordi. Gli altri sono, oltre ai profitti normali di impresa, gli ammortamenti e le remunerazioni degli alti dirigenti. Per ogni dato andamento del tasso di interesse a lungo termine, ciascuna di queste altre componenti del profitto normale lordo può subire nel tempo qualche cambiamento, tale da risultare in un movimento non inverso dei tassi di interesse e dei salari reali. È ampiamente riconosciuto che l’accorciamento della vita media delle attrezzature ha causato negli ultimi decenni un aumento delle quote di ammortamento per unità di prodotto. Ancora più importante, un indebolimento generale dell’incentivo a investire ha probabilmente comportato profitti aziendali significativamente più elevati in tutta l’economia. L’epocale allontanamento dall’obiettivo politico della piena occupazione avvenuto alla fine degli anni ’70 ha ridotto l’incentivo a investire in tutto il capitalismo avanzato, abbassando il tasso di crescita della formazione di capitale fisso a meno della metà di quello registrato nell’età d’oro del capitalismo avanzato, ovvero il trentennio successivo alla seconda guerra mondiale. Il punto è che una riduzione dell’incentivo a investire equivale a un aumento del rischio di impiegare produttivamente il capitale, che deve dunque tradursi in un aumento della componente normale del profitto necessaria a remunerarlo. A causa di tutti questi cambiamenti, i margini di profitto sono aumentati nonostante la marcata tendenza al ribasso dei tassi di interesse a lungo termine. Ma senza la riduzione dei tassi di interesse, i margini di profitto lordi e il rapporto tra prezzi e salari monetari sarebbero stati ancora più elevati. In effetti, soprattutto nella seconda metà degli anni ’90, la diminuzione dei tassi di interesse sembra aver in una certa misura frenato l’impatto negativo sui salari reali dell’aumento delle altre tre componenti dei profitti normali.

III. Bassi tassi di interesse e prestiti al consumo

A prescindere dal loro impatto attraverso la distribuzione del reddito, i bassi tassi di interesse hanno sostenuto i consumi, soprattutto negli Stati Uniti, attraverso i loro effetti sul debito delle famiglie, sui prezzi dei titoli obbligazionari e azionari, nonché sul valore delle case. A partire dalla metà degli anni Novanta, la capacità di ampi settori della popolazione di acquistare beni e servizi è stata significativamente influenzata in modo positivo sia da un minore onere del debito che da un aumento dei prezzi dei titoli e delle case. Consideriamo questi fenomeni più nel dettaglio, partendo dall’indebitamento delle famiglie.

Come abbiamo sostenuto altrove (Barba e Pivetti, 2009), il calo dei tassi di interesse è riuscito a contenere per diversi anni la quota di reddito personale disponibile delle famiglie necessaria ad onorare il loro crescente indebitamento, prolungando così in modo significativo la sostenibilità macroeconomica di un massiccio processo di sostituzione dei salari con i prestiti. Dal 1982 in poi il credito al consumo ebbe una forte espansione, con una crescita media dell’8% nel periodo dal 1992 fino alla crisi finanziaria. Oltre ai debiti dovuti alle carte di credito e alle vendite rateali (per le automobili in particolar modo), anche una cospicua parte dell’aumento dei mutui ipotecari del periodo fu il riflesso della crescente tendenza delle famiglie a indebitarsi per finanziare i consumi, utilizzando il valore delle case come collaterale. Dal momento che, in proporzione al reddito, il credito al consumo a vario titolo erogato era fortemente concentrato nell’80% più basso della distribuzione del reddito, l’indebitamento delle famiglie di quegli anni può essere visto come la contropartita del cambiamento distributivo avvenuto negli USA a partire dall’inizio degli anni ‘80. In un contesto di deregolamentazione finanziaria e di allentamento dei vincoli di liquidità per le famiglie a basso e medio reddito, l’aumento del credito al consumo è stato la risposta alla stagnazione dei salari reali (anche ad aumenti dei salari che, tuttavia, persistentemente non tenevano il passo con la produttività), nonché alle crescenti divergenze tra le retribuzioni più alte e quelle più basse.

Attraverso l’indebitamento delle famiglie si assicurò in sostanza la coesistenza tra salari relativamente bassi e livelli elevati di domanda aggregata, senza che fosse per questo necessario ricorrere all’intervento statale e a maggiori spese pubbliche. Inoltre, con la sostituzione dei prestiti ai salari, la quota di reddito effettivo spettante ai capitalisti ed hoc genus omne (soprattutto a quest’ultimo, secondo Piketty e Saez 2006) venne alimentata anche dal fatto che l’onere del servizio del debito alla fine spinse i salariati a lavorare di più e per orari più lunghi, accrescendo la loro disponibilità ad “andare ovunque e fare qualsiasi cosa” e contribuendo così alla persistenza dei bassi salari.

Ma il processo di sostituzione dei prestiti ai salari non poteva andare avanti all’infinito. Oltre certi livelli, il servizio del debito da parte delle famiglie indebitate diventava insostenibile. Di fatto, la sostenibilità macroeconomica del processo venne significativamente prolungata in due modi: in primo luogo, coinvolgendo un numero crescente di lavoratori dipendenti nel processo di indebitamento (un’espansione considerevole nel corso di diversi anni dei cosiddetti mutui subprime fu l’aspetto principale di questo primo mezzo di protrazione del processo); in secondo luogo, proprio dalla politica di progressiva riduzione dei tassi di interesse perseguita dalla Federal Reserve a partire dal 1995. Infatti, a fronte di tassi di interesse che continuavano a scendere, l’onere del servizio del debito, misurato in percentuale del reddito personale disponibile, non aumentava nonostante il continuo aumento del debito delle famiglie in rapporto al PIL. Non c’è dubbio, insomma, che il ricorso ad una politica monetaria di denaro sempre più a buon mercato ritardò significativamente negli Stati Uniti il redde rationem del rapido aumento del debito delle famiglie, così come non c’è dubbio che la posizione del dollaro come indiscussa valuta di riserva internazionale fu ciò che permise agli Stati Uniti di mantenere il controllo dei tassi di interesse interni, nonostante la liberalizzazione finanziaria.

Resta tuttavia il fatto che anche una politica di bassi tassi di interesse non poteva consentire al processo di continuare, come divenne chiaro non solo con la crisi finanziaria ma anche dopo, quando l’espansione del credito al consumo non riavviò il trend di crescita pre-crisi, nonostante i bassi tassi di interesse e la ripresa dei prezzi delle case.

IV. Bassi tassi di interesse e effetti ricchezza

Oltre a consentire un lungo processo di sostituzione dei salari con prestiti, c’è un altro canale attraverso il quale il denaro a basso costo potrebbe aver reso i consumi delle famiglie negli Stati Uniti la componente più dinamica della domanda effettiva. Ci riferiamo alla crescita del loro patrimonio netto. I dati sembrano suggerire una stabile relazione inversa tra il tasso di risparmio personale e il patrimonio netto delle famiglie. Durante l’età dell’oro del capitalismo avanzato, il tasso di risparmio personale aumentò leggermente, mentre il rapporto tra patrimonio netto e PIL diminuì leggermente. Questo rapporto cominciò a crescere costantemente all’inizio degli anni ‘80, quando il tasso di risparmio personale iniziò a ridursi, per poi acquistare slancio nei decenni successivi, in particolare durante la bolla delle dot-com 1995-2000, la bolla immobiliare e creditizia del 2003-2007 e l’emergenza sanitaria pubblica del COVID-19.

A partire dal 2007, tuttavia, il legame tra ricchezza e risparmio è venuto meno, e nonostante una crescita sostanziale del rapporto patrimonio netto/PIL, il tasso di risparmio personale è rimasto pressoché invariato dopo il 2010. Lo sganciamento del rapporto patrimonio netto/PIL dal tasso di risparmio personale suggerisce con forza che in realtà gli effetti della ricchezza sui consumi sono molto più tenui di quanto si creda. Il motivo è legato al modo in cui la crescita del patrimonio netto ha interessato i diversi percentili della distribuzione del reddito. Alla fine del 1989 il patrimonio netto delle famiglie americane era pari a circa 21 trilioni; nel terzo trimestre del 2023 ha raggiunto i 142,4 trilioni. Questa crescita è andata per 80 trilioni al 10% più ricco della popolazione; solo per 40 trilioni all’80% più povero. Mentre nel 1989 la quota di ricchezza netta detenuta dall’80% delle famiglie più povere era pari al 39,3% rispetto al 60,7% detenuta dal 20% più ricco, nel 2023 la quota delle prime è scesa al 29,6% mentre quella delle seconde è cresciuta al 70,4%. La riduzione ha interessato tutti i gruppi percentili più bassi della scala del reddito, ad eccezione del gruppo 0-20% la cui quota è rimasta pressoché invariata. La quota del gruppo 20-40% è scesa dal 7,5% al 4,6%; quello del gruppo 40-60% dal 12,4% all’8,4% e quello del gruppo 60-80% dal 16,5% al 13,5%. A beneficiarne è stata la fascia 80-99% con un aumento dal 43,9% al 47,2% e, soprattutto, l’1% più ricco della popolazione con la sua quota in aumento dal 16,8% al 23,3%.

È quindi possibile concludere che il fenomeno rilevante verificatosi nel 2010 fu la fine della crescita incontrollata dei consumi delle famiglie finanziati dal debito – non la perdita di forza dell’effetto ricchezza, dal momento che anche prima della crisi finanziaria il suo ruolo era stato di fatto limitato alla sola ricchezza immobiliare come strumento di finanziamento dei consumi a debito.

Proprio perché è difficile negare che gli effetti ricchezza, eccezion fatta per il canale mutui ipotecari-credito al consumo, riguardino soprattutto i ricchi, secondo alcuni autori (vedi ad esempio Maki e Palumbo, 2001) la caduta del tasso di risparmio statunitense sarebbe stata determinata dal comportamento di consumo del quintile più alto della distribuzione: gli effetti ricchezza avrebbero aumentato la propensione al consumo dei percettori dei redditi più alti a tal punto da rendere negativo il loro tasso di risparmio. In realtà, l’idea che gli effetti ricchezza possano aver portato i ricchi a ridurre il tasso di risparmio complessivo è piuttosto difficile da digerire, considerando che la coda finale del quintile più alto è composto da persone che sono semplicemente troppo ricche per poter spendere in consumi l’intero reddito. Quindi, anche se il calo dei tassi di interesse e i relativi effetti ricchezza possono aver stimolato per diversi anni dei consumi opulenti, può difficilmente stupire che l’idea che la concentrazione della ricchezza possa trasformarsi da “da vizio privato a pubblica virtù” abbia recentemente perso terreno. Da un lato, gli studi quantitativi dell’effetto ricchezza sui consumi personali stanno sempre di più evidenziando un ruolo molto limitato per il mercato azionario, mentre un’influenza molto più forte risulta essere esercitata dalla ricchezza non finanziaria. Questo esito dipende proprio dall’elevata concentrazione della ricchezza azionaria, rispetto a quella immobiliare, che è invece molto più equamente distribuita, e che, come sottolineato in precedenza, ha sostenuto i consumi fungendo da garanzia per il debito delle famiglie, funzione che soprattutto negli anni precedenti la crisi finanziaria ha interessato i livelli più bassi della distribuzione del reddito, composti in gran parte da famiglie con basso merito creditizio. Del resto, il riconoscimento che i ricchi risparmino di più e che il maggiore risparmio del 10%-20% più ricco della popolazione sia da mettere in relazione al minor risparmio del restante 90%-80% sta guadagnando terreno anche nella letteratura ortodossa, anche se con un ritardo significativo e in connessione con la tesi tradizionale secondo cui sarebbe stato proprio l’eccesso di risparmio dei ricchi ad aver spinto i tassi di interesse verso il basso (cfr. Mian et al., 2021).

V. Bassi tassi di interesse ed eutanasia del rentier

Nel 2021, la politica statunitense di lungo periodo di tassi di interesse bassi e calanti è giunta al termine, un cambiamento di indirizzo ufficialmente giustificato dalla necessità di combattere l’inflazione. Ma come strumento antinflazionistico, una politica monetaria più restrittiva è a dir poco problematica. Questo perché i tassi di interesse sono considerati dalle imprese come un costo, con il corollario che una politica di denaro a caro prezzo è inflazionistica, come confermato da tempo dagli studi empirici sulle politiche di prezzo delle imprese. Si potrebbe dire, usando le parole di un vecchio presidente del Joint Economic Committee americano, che “alzare i tassi di interesse per combattere l’inflazione è come buttare benzina sul fuoco”. Dati i salari monetari e la produttività del lavoro, l’aumento dei prezzi causato da un aumento duraturo dei tassi di interesse riflette semplicemente l’adattamento dei prezzi ai costi normali produzione causato dalla concorrenza. Tassi di interesse più elevati potrebbero riuscire a ridurre l’inflazione solo se il rapporto più elevato tra prezzi e salari monetari che essi determinano fosse più che controbilanciato da una riduzione o da un aumento più lento dei salari monetari, causato dall’impatto negativo sull’occupazione della contrazione della spesa per consumi provocata da tassi di interesse più elevati. Rispetto all’abbandono della politica di bassi tassi di interesse, più importante dei suoi effetti sull’inflazione è il semplice fatto che il capitalismo non può funzionare indefinitamente con tassi di interesse nulli o negativi – uno stato di “eutanasia del rentier” non può essere raggiunto semplicemente attraverso la politica monetaria, senza alcuna rivoluzione sociale. Nel sistema capitalistico la proprietà privata della ricchezza, distinta dalla proprietà del capitale produttivo, non può cessare permanentemente di produrre reddito, indipendentemente dalle forme del suo impiego; né la maggior parte di quel reddito può essere garantita in modo permanente dalla speculazione e dalle plusvalenze. Nel contesto di una politica permanente di tassi di interesse nulli, la mera proprietà privata della ricchezza cesserebbe di essere una sinecura, il sistema creditizio collasserebbe e i redditi da capitale potrebbero continuare ad esistere solo come profitti d’impresa.

VI. Domanda effettiva e spesa militare

Negli ultimi tre anni la politica statunitense di rincaro della moneta e rafforzamento del dollaro si è accompagnata a politiche di bilancio espansive, integrate da politiche industriali volte a ridurre la propensione all’importazione del Paese, soprattutto in alcuni settori chiave: il “Buy American Rules”, l’“Inflation Reduction Act” (in realtà una misura protezionistica intesa a stimolare la produzione manifatturiera nazionale) e il “CHIPS & Science Act” sono le più importanti tra esse. La fine nel 2021 di un lungo periodo durante il quale negli USA la crescita era stata sostenuta principalmente dalla spesa per consumi delle famiglie sembra aver trovato sbocco nel ritorno ad una politica di “grande governo”, non solo con l’obiettivo di sostenere la crescita nel nuovo contesto, ma anche di riconquistare egemonia internazionale. Su entrambi i fronti – crescita economica e ripristino dell’egemonia – un nuovo rafforzamento militare americano sembra essere l’esito più probabile.

Nella tradizione keynesiana, con il termine “grande governo” si è sempre fatto riferimento a tassi elevati e crescenti di spesa statale, locale e federale – in particolare di quest’ultima, poiché è principalmente il governo federale che può influenzare la domanda aggregata attraverso la politica fiscale per garantire il buon andamento dell’economia. Ma dall’inizio della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica nel 1947, fatta eccezione per la breve esperienza del presidente Johnson con i suoi programmi sociali della Great Society, un’ingente spesa federale non ha mai significato negli Stati Uniti creazione e sviluppo di un generoso sistema di Welfare State di tipo socialdemocratico europeo. Dall’enunciazione della Dottrina Truman nel marzo 1947 fino alla fine degli anni ’60 gli acquisti federali legati ai programmi militari e spaziali (DoD più NASA) furono la componente più dinamica della domanda effettiva, mentre la disoccupazione statunitense rimase su livelli ben al di sotto della media dell’intero dopoguerra. Dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’70 il tasso di disoccupazione mostrò un trend crescente, in coincidenza con la stagnazione della spesa militare e la sua tendenza al ribasso in percentuale del PIL; infine, dal suo picco assoluto nel 1982 (quasi l’11% alla fine di quell’anno), il tasso di disoccupazione statunitense continuò a scendere per il resto degli anni ’80, con il potenziamento militare di Reagan cui corrispose il più intenso processo di riarmo in tempo di pace della storia degli Stati Uniti (vedi Pivetti, 1992 e 1994). L’implosione dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda diedero inizio all’“era del dividendo della pace”. Un buon andamento a lungo termine del capitalismo americano difficilmente poteva continuare a essere ottenuto attraverso l’espansione della spesa militare e al suo posto, come abbiamo rilevato, subentrò un’espansione di lungo periodo dei consumi privati attraverso una politica di tassi di interesse bassi e decrescenti, che non poteva però durare indefinitamente senza causare il collasso del sistema creditizio.

VII. Trasferimenti pubblici e Keynesismo anticongiunturale

Con la Grande Recessione del 2008 e la recessione da Covid-19 si è verificato un massiccio ricorso ad un’ampia gamma di trasferimenti alle famiglie (indennità di disoccupazione, assistenza abitativa, assistenza alimentare, ecc.), principalmente in funzione anticiclica, che ha portato il disavanzo pubblico totale a livelli senza precedenti: -13,1% nel 2009, -11,8% nel 2010 e -11% nel 2011, poi -15,7% nel 2020 e -12% nel 2021. Le ragioni di questo uso diffuso dei trasferimenti pubblici derivavano non solo dal loro loro essere un potente veicolo di stabilità sociale – sia direttamente che indirettamente attraverso il moltiplicatore dell’occupazione – ma anche dalla loro facile reversibilità, cioè dal non implicare investimenti pubblici e un’espansione del ruolo dello Stato nell’economia (così già nel 2014 il deficit venne ridotto al 4,8% e nel 2022 al 6%). La sostituzione dei salari con prestiti, quindi, è stata in parte rimpiazzata dalla sostituzione di prestiti inesigibili con aumenti transitori dei trasferimenti pubblici – a buona conferma dell’idea secondo cui “ci si può aspettare che i leader aziendali e i loro esperti siano più favorevoli al sussidio del consumo di massa che agli investimenti pubblici, poiché sovvenzionando il consumo il governo non si imbarca in alcun tipo di impresa” (Kalecki, 1943, pp. 325-6). Si tratta tuttavia di un favore che non può che essere limitato poiché “i fondamenti dell’etica capitalista richiedono che ‘ci si guadagni il pane con il sudore’ – a meno che non si disponga di mezzi privati” (ibid.). Qui ovviamente la questione non è di carattere etico ma riguarda piuttosto la sottomissione del lavoro al capitale, che nel caso di un crescente debito privato è assicurata da una forza lavoro sempre più sottomessa, mentre nel caso di crescenti trasferimenti pubblici tende ad evolvere nella direzione opposta, con ovvie conseguenze sul potere contrattuale dei lavoratori dipendenti.

VIII. Cause interne ed esterne del militarismo USA

Queste considerazioni portano alla conclusione che nell’attuale confronto geopolitico ed economico tra gli USA e i loro satelliti europei, da un lato, la Russia e la Cina dall’altro, appare molto probabile che le spese militari e il riarmo riprenderanno il loro vecchio ruolo. Come abbiamo argomentato, importanti esigenze economiche interne si affiancano alla prospettiva di una vera e propria guerra fredda tra l’Occidente e la Cina, attualmente la nazione più insidiosa per l’egemonia internazionale americana. C’è poi l’obiettivo, difficilmente perseguibile senza un complesso militare-industriale sempre più potente e una forza militare travolgente, di frantumare la Federazione Russa allo scopo di saccheggiare le sue ingenti risorse naturali ed impedire una sempre più stretta integrazione tra la sua economia e quella europea, frustrando l’aspirazione di quest’ultima al ruolo di forza ‘neutrale’ nello scontro in atto.

L’intreccio tra circostanze interne ed esterne che alimentano la pulsione bellica del paese egemone non va sottovalutato. La necessità di garantire il sostegno alla domanda effettiva con spese militari è determinato dalle inevitabili conseguenze distributive che avrebbe un rilancio della domanda interna basato su programmi di spesa del tipo Great Society. Allo stesso modo, un serio piano di reindustrializzazione, non motivato soltanto dalla necessità di impedire lo sviluppo dei concorrenti internazionali in campi suscettibili di compromettere il primato tecnologico e militare degli USA, implicherebbe una svolta protezionistica di natura non meramente ‘strategica’, con ancor più marcate conseguenze sul piano distributivo. L’opzione bellica soddisfa dunque esigenze tanto interne che esterne, entrambe funzionali a preservare l’assetto distributivo che il capitalismo avanzato si è dato nell’ultimo quarantennio. La crisi a cui la globalizzazione è andata incontro negli ultimi anni non è motivata da una presa di consapevolezza dell’insostenibilità sociale degli effetti occupazionali e distributivi che essa ha generato nel capitalismo avanzato. Se la Cina non costituisse una minaccia reale, gli USA non avrebbero nessun problema a continuare ad approvvigionarsi dei beni prodotti dalla “grande fabbrica del mondo”. Di fatto è ciò che essi stanno ancora facendo, ostacolando determinate produzioni e non altre, determinati paesi e non altri, tutto in funzione di non compromettere ulteriormente la propria egemonia.

Per quanto riguarda l’Europa, il sabotaggio del Nord Stream 2 ha chiarito quanto velleitaria fosse l’idea di poter conquistare spazi di maggior autonomia in nome dei principi della concorrenza e del libero commercio internazionale. D’altro canto, vi è ancor meno consapevolezza che negli USA degli effetti socialmente deleteri della globalizzazione. L’Europa non riesce ad esprimere null’altro che grossolana subalternità delle sue élite politiche agli Stati Uniti. Settant’anni di intrighi internazionali, interventi militari e cambi di regime hanno portato la maggior parte della popolazione mondiale, compresa una parte sostanziale di quella europea, a diffidare profondamente dell’America e dei suoi valletti sparsi per il mondo. L’egemonia culturale degli Stati Uniti si è notevolmente attenuata dalla “fine della storia” nel dicembre 1991 e un numero crescente di cittadini europei percepisce oggi l’America come un faro di inciviltà. Ma per quanto forte sia il loro sentimento di ripulsa, resta vero che, come il rigetto nei confronti di un assetto di politica economica sempre più incapace di garantire ai lavoratori condizioni di esistenza dignitose, esso resta del tutto privo di un qualsivoglia sbocco politico socialmente progressivo.

Bibliografia

Barba, A. and Pivetti, M. (2009), “Rising household debt: its causes and macroeconomic implications – a long period analysis”. Cambridge Journal of Economics, 33, 113-37.

Kalecki, M. 1943. “Political Aspects of Full Employment”. Political Quarterly, 14 (4), 322–331.

Maki, D.M. and Palumbo, M.G. (2001), “Disentangling the wealth effect: a cohort analysis of household saving in the 1990s”. Board of Governors of the Federal Reserve System, Finance and Economics Discussion Series n. 2001-21.

Mian, A., Straub, L. and Sufi, A. (2021), “The Saving Glut of the Rich”. NBER Working Paper N.26942.

Piketty, T. and Saez, E. (2003), “Income inequality in the United States, 1913-1998”. Quarterly Journal of Economics, CVIII (1), 1-39.

Pivetti, M. (1992), “Military spending as a burden on growth: an ‘underconsumptionist critique’”. Cambridge Journal of Economics, 16 (4), 373-84. Pivetti, M. (1994), “Effective demand, ‘Marxo-marginalism’ and the economics of military spending: a rejoinder”. Cambridge Journal of Economics, 18 (5), 523-27.

Fonte

16/06/2024

Quando Livorno scomparve in un giorno

Le elezioni amministrative sono scadenze elettorali che sul territorio funzionano come un censimento: fanno quindi capire molto più dei dati che forniscono e ci danno una visione complessa di quello che sta accadendo in città.

Quello che è accaduto a Livorno va letto attraverso una serie di criteri: il progressivo invecchiamento della popolazione (nel 2008 i pensionati rappresentavano il 29% degli abitanti del territorio oggi oltre il 42%); il calo del potere di acquisto dei livornesi (dai dati acquisiti in campagna elettorale superiore a quello delle grandi città); l’elevata propensione all’indebitamento per il credito al consumo per compensare il calo del potere d'acquisto (Livorno è il capoluogo di provincia top in Italia per questo fenomeno); la prevalenza dei contratti precari (72%) nelle nuove assunzioni.

Questi criteri rendicontano l’esistenza di tre fenomeni che attraversano Livorno determinandone il presente e il futuro: rendita, debito, precarietà. Il debito è la zona che mette a contatto rendita e precarietà determinando significative differenze di classe visto che la rendita è in grado di usare il debito, mentre la precarietà solo di subirlo. È chiaro che la rendita sta cambiando, non solo per il degrado del sistema pensionistico, ma sia per i patrimoni ereditari che passano ai più giovani che per le mutazioni di un mercato immobiliare maggiormente legato al turismo. Ma sta cambiando anche il precariato sempre più legato a servizi di bassa qualità vista anche la presenza molto ridotta a Livorno di imprese innovative.

In questo contesto la vittoria al primo turno del centrosinistra alle amministrative 2024 è molto diversa da quelle dell’epoca del PCI o dello stesso centrosinistra negli anni della finanziarizzazione e del boom immobiliare e dei servizi dopo la fine del modello industriale in città.

Prima di tutto perché si tratta di una presa del potere ottenuta grazie a un apporto molto minore della popolazione rispetto al passato (in sostanza ha votato un cittadino su due con un -8% rispetto alla già bassa percentuale di voto nazionale). Poi perché a differenza del PCI, che esprimeva la classe dirigente dell’epoca industriale, e del centrosinistra del passato, che rappresentava comunque fenomeni emergenti, questa vittoria si spiega con l’intreccio tra poteri esistenti, rendita, debito e precarietà.

Come si direbbe in un altro linguaggio si tratta di una vittoria che interpreta pienamente il presente.

La vittoria del centrosinistra di oggi è quella della capacità di mettere assieme interessi molto diversi nei “mondi” attraversati da questi tre fenomeni che sono “abitati” in modo molto differenziato. Si tratta di una capacità ottenuta in modo tradizionale, con la classica mediazione face-to-face, con l’intervento dei cartelli elettorali e con un marketing anni ‘10 che risulta efficace specie quando egemone.

Il risultato, in termini di potere, è andato ben oltre il campo del centrosinistra visto che hanno votato Salvetti spezzoni corposi di centrodestra, in nome della capacità di salvaguardia della rendita, e in caso di secondo turno era già pronto un soccorso a sinistra. Insomma, il centrosinistra ha composto una long tail molto estesa fatta di portatori di interesse – alcuni grandi, altri piccoli – che si è riconosciuto nella proposta Salvetti. Questo fenomeno, assieme a una astensione inedita, ha fatto la differenza.

Rendita, debito precariato, assieme, hanno caratteristiche antropologico-politiche ben precise: sono fenomeni legati prevalentemente alla dimensione del presente – dominato o subito, non importa – e, oltre a interessi immediati, sono sensibili alla dimensione onirica del marketing che è il piano simbolico-comunicativo che li tiene assieme oltre a esse una industria che cresce proprio grazie a loro. Si può anche sorridere vista la gracilità degli interessi immediati garantiti dal centrosinistra e il trash dell’onirico tipico del marketing del primo cittadino durante tutto il mandato. Ma una volta smesso di sorridere si nota che tutto questo funziona e intercetta gli intrecci di potere che passano tra rendita, città indebitata e precariato.

Così a Livorno, alla restrizione seria della platea elettorale ha corrisposto, da parte del centrosinistra, l’occupazione maggioritaria della platea dei portatori di interesse. Questo in uno scenario nel quale il concetto di futuro appartiene al marketing politico elettorale, e poi a quello della vita di tutti i giorni, ma non, o almeno non al momento, alla pratica dei portatori di interesse.

Se c’è un altro fenomeno nel quale un livello di astensione mai visto a Livorno si rispecchia è quello della perdita di controllo economico, e politico, del territorio a causa del ritrarsi, dalla città, dell’economia e della politica formali (ne abbiamo parlato qui). Di per sé il fenomeno è facilmente spiegabile: meno stato ed economia sono presenti minore è la partecipazione ai fenomeni elettorali. Che tutto questo porti al rischio azzeramento della vita municipale è nei fatti.

Siamo quindi in una zona ai confini della realtà, quella concepita come tale negli ultimi due-tre decenni, ovvero nella norma delle società distopiche come le nostre. La nostra distopia è che la parte di città che si sottrae al voto semplicemente, sul piano politico e sociale, scompare. Non ricompare altrove, o in attesa di tempi migliori, semplicemente svanisce.

Se dare suggerimenti, in un contesto del genere, è da maestrini risulta invece etico avvertire che di fronte a fenomeni di questo tipo niente, o poco, delle certezze acquisite serve veramente a qualcosa se si vuol dare un futuro a questa città.

Fonte

04/09/2023

[Contributo al dibattito] - Gli spettri del debito cinese

In questa estate infuocata, una possibile tempesta (non solo meteorologica) potrebbe abbattersi sul sistema finanziario globale. Christian Marazzi analizza i rischi connessi al possibile scoppio di una bolla immobiliare in Cina. Il crescente indebitamento di alcuni colossi del real estate evidenziano le difficoltà dell’economia cinese a riprendersi dopo i lock-down del Covid. Anche se il sistema finanziario cinese è chiuso e non vi è libera circolazione dei capitali (per loro fortuna), le ripercussioni sui mercati finanziari globali potrebbero essere rilevanti. Tutto ciò si inquadra in un processo di ridefinizione degli assetti geopolitici, stretti tra il tentativo Usa di mantenere l’egemonia economica-finanziaria (sempre più in difficoltà) e l’aspirazione dei paesi Brics di costruire un mondo multipolare

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di Christian Marazzi

Il superciclo del debito

Intervistato da Eugenio Occorsio sulla crisi cinese (La Repubblica, 19 agosto), l’economista americano Kenneth Rogoff (Harvard) fissa così i termini della questione: “Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il ‘superciclo del debito’, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti”. Il premio Nobel Robert Shiller, intervistato sempre da Occorsio il 21 agosto, introduce un altro fattore nella spiegazione della crisi in Cina, per ora circoscritta al settore immobiliare: “A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione. Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia”. Simone Pieranni, su il manifesto del 20 agosto (“Il vero pericolo per la Cina è un popolo disilluso”), sviluppa ulteriormente questo aspetto: “Dato che i problemi sono sempre gli stessi e che il PCC ogni volta sembra mettere una pezza alla crisi del momento, bisogna concentrarsi su un terzo aspetto [dopo l’auspicio da parte dell’Occidente di un crollo economico e soprattutto politico, del regime cinese, e dopo il pericolo della deflazione già manifestatosi sul finire degli anni ’90]: che cosa c’è di diverso oggi e perché questa odierna traballante situazione economica potrebbe essere più pericolosa o meno che in passato. E questo aspetto si incrocia con un soggetto che spesso nelle analisi (tutte geopolitiche o finanziarie) si dimentica: il popolo cinese. Nel 2001, così come nel 2011, i cinesi erano spinti dalla crescita e da quello che alla fine consente all’economia di andare bene: erano fiduciosi nel futuro (…). E così è stato fino al periodo pre-Covid. Dopo, per il popolo cinese, è cominciato un periodo strano: il Covid ha abbattuto l’ottimismo, ha instillato il dubbio che forse non tutto sarebbe stato come prima. E così un popolo risparmiatore di suo ha aumentato questa propensione e oggi è chiaro a tutti: i cinesi non spendono in beni per il futuro (come la casa) ma per l’oggi, per l’ora. Aumentano le spese sanitarie, quelle per l’educazione, ma diminuisce la sensazione di poter programmare il proprio futuro”.

Sintetizzando: i giganti dell’immobiliare cinese per decenni hanno costruito a debito, sperando di ripagare i creditori con la vendita degli appartamenti. La ripresa post-pandemia, però, stenta ad ingranare, importazioni ed esportazioni sono in calo, si è entrati in deflazione, la disoccupazione giovanile è in forte crescita (“Imparate a mangiare amarezza”, pare abbia detto Xi Jinping ai suoi giovani)[1], aumentano i pignoramenti di immobili e il rischio d’insolvenza dei mutui. Si parla di “zombificazione” del settore immobiliare, cioè il mancato avanzamento dei progetti di costruzione a causa dell’impossibilità di pagare i costi di costruzione (si prevede che per almeno i prossimi due decenni vi sarà una contrazione dell’attività di costruzione, che rappresenta oltre un terzo del Pil cinese). Si allunga la lista dei grandi gruppi in difficoltà finanziaria, tanto che il Wall Street Journal, forse incautamente, ha parlato di “momento Lehman”. Sta di fatto che in due giorni, i due colossi immobiliari per antonomasia, Evergrande (entrata in crisi nel 2020-22) e Country Garden, hanno svelato i loro debiti accumulati, anche se il primo ha puntualizzato di aver “solo” chiesto la protezione dei creditori in America tramite il Capitolo 15 (un quarto dei suoi 340 miliardi di “attivi” sono stati venduti a investitori americani). La Zhongrong, un venditore di prodotti finanziari con l’equivalente di 108 miliardi di attivo, traballa, così come diversi altri fondi finanziari nascosti nel settore bancario ombra. Sembra di ricordare quanto successo in Giappone negli anni ’90, con la crisi scoppiata nel settore immobiliare che diede avvio a un lungo periodo di stagnazione e deflazione (definito il “decennio perduto”).

In generale, è il modello di business immobiliare cinese che è entrato in crisi. “Secondo questo modello le società immobiliari o di costruzioni prendevano nuovo debito per finanziare lo sviluppo. Il debito, a sua volta, veniva rimborsato vendendo appartamenti alla classe media [molti costruttori si affidavano ai clienti che pagavano in anticipo prima ancora che il loro appartamento fosse completato]. Lo spazio abitativo medio in Cina era così cresciuto da 7 a quasi 50 metri quadri pro-capite e ha costituito una delle basi del “sogno cinese” promosso da presidente Xi. Ma quando la crisi della classe media ha cominciato a mordere, le vendite di immobili hanno ovviamente rallentato e i debitori non sono più riusciti a ripagare le cedole del debito” (Domenico Siniscalco, “I rischi del dominio cinese”, La Repubblica, 20 agosto). È il superciclo del debito di Rogoff, forse anche il cosiddetto Minsky moment, il crollo improvviso dei valori degli attivi alla fine di un ciclo del credito particolarmente espansivo. La crisi è partita dalla classe media, dissanguata dalle politiche zero-Covid, si è poi propagata al debito eccessivo delle società immobiliari e di costruzioni, e ora retroagisce sulla classe media.

Come sempre in questi casi, il governo si trova a un bivio. Lasciare fallire Country Garden, ad esempio, potrebbe scatenare un panico più ampio, innescando una catena di default. Tuttavia – sostiene l’Economist – intervenire con un pacchetto di salvataggio metterebbe i funzionari nella condizione di dover effettuare molti altri salvataggi e di sostenere un’industria insostenibile. Per il momento, la Banca centrale cinese, cogliendo tutti di sorpresa, ha abbassato di molto poco (0,10%) il tasso di interesse a un anno (riferimento del credito al consumo), senza però toccare quello a cinque anni (il tasso di riferimento dei prestiti ipotecari), e ha affermato di voler attuare misure di intervento finanziario a sostegno del settore immobiliare solo a partire dal 2024. Il governo ha mandato in venti province squadre di ispettori per esaminare quanto sia grave la situazione del debito delle amministrazioni locali, che proprio dalla vendita dei terreni ai colossi dell’immobiliare avevano fatto una delle voci più importanti delle loro entrate[2]. Insomma, sono ancora poche le misure di stimolo, per il momento sembra prevalere la linea dura contro i responsabili della bolla immobiliare.

Disaccoppiamento?

Ci si chiede quali possano essere le conseguenze di questa crisi sull’economia mondiale. Dal punto di vista della finanza, ci si è affrettati a dire, i rischi di contagio sono limitati o addirittura inesistenti, dato che il settore finanziario cinese è isolato dal resto del mondo. Ad esempio, il renminbi non è convertibile fuori dai confini nazionali e come riserva internazionale conta meno del 3%. E in Cina è vietata la libera circolazione dei capitali. Resta il fatto che i grandi colossi cinesi dell’immobiliare si sono indebitati anche in dollari a Wall Street. Ma, soprattutto, la Cina è un grande (il secondo, dopo il Giappone) acquirente di Treasury Bond americani[3] e dall’inizio del 2023 questi acquisti si sono già ridotti del 12%. “Una crisi conclamata in Cina – sostiene Robert Shiller – non passerebbe inosservata né indolore su tutti i mercati azionari mondiali, così come non lo è stata nessuna delle crisi del passato: dai subprime agli attacchi speculativi contro le tigri asiatiche del 1997, una crisi che tra l’altro per contagio portò al fallimento dei bond russi e al crollo del rublo. In tutto questo non dimentichiamoci che gli investitori cinesi, in massima parte statali, detengono mille miliardi di Treasury Bond americani e consistenti tranche di titoli azionari e obbligazionari di altri Paesi. Ecco, i mercati azionari potrebbero essere la prima vittima se la crisi si aggravasse”.

Sono anche gli effetti sui rapporti di scambio a far paura, in particolare per la Germania (grande esportatore verso la Cina) e, di conseguenza, per paesi come l’Italia, dove la mancata crescita tedesca si propagherebbe rapidamente. Insomma, la crisi cinese potrebbe dare il colpo finale all’Eurozona che secondo alcuni economisti è già di per sé a rischio recessione (come sostiene sul Sole 24 Ore di domenica 20 agosto Isabella Bufacchi, “Dopo la pandemia, guerra e inflazione: Eurozona in autunno a rischio recessione”). Anche se Paul Krugman[4] cerca di relativizzare il possibile impatto della crisi cinese sull’economia statunitense, è un fatto che per Pechino l’America resta il primo partner commerciale, con esportazioni negli Usa per 583,6 miliardi nel 2022 e 179 miliardi di import cinese dall’America (in calo del 14% da inizio anno). Importante, soprattutto sotto il profilo geopolitico, è il rapporto commerciale tra la Cina e la Russia: l’interscambio era aumentato del 27% l’anno scorso, e quest’anno è già cresciuto del 41%.

Paradossalmente, visto che a Jackson Hole, al summit delle tre banche centrali (la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra), la strategia di lotta contro l’inflazione è rimasta identica a quella decisa a marzo dello scorso anno, con tassi d’interesse elevati fino a riportare l’inflazione al 2% (con effetti pesanti sul costo dei mutui e sul credito alle imprese), la crisi cinese potrebbe perlomeno raffreddare le quotazioni delle materie prime come petrolio e gas. Comunque, un colpo alla crescita globale, che andrebbe rovesciato in critica al paradigma della globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni.

In un certo senso questa crisi rappresenta un test della globalizzazione, soprattutto del rapporto conflittuale tra interessi del capitale globale e interessi politici statuali. Da una parte risulta evidente che ci troviamo tutti in un arcipelago complesso e fortemente interconnesso, in cui i tentativi di disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, avviati da Trump e reiterati da Biden, si sono per ora rivelati poco efficaci, a tratti autolesionisti[5]. Dall’altra parte, in un quadro cinese di minor crescita, con problemi crescenti di governabilità politica interna, si capisce come la Cina stia spostando la strategia di competizione con gli Stati Uniti dall’arena economica a quella politica. Regolazione economica e governabilità politica sono due facce della stessa medaglia, e oggi queste due facce del potere si declinano necessariamente sul piano globale.

È all’interno di questo quadro contraddittorio, in cui le esigenze del capitale globale confliggono con la ricerca di un’autonomia del politico all’altezza dei conflitti sociali, che vanno lette la riconciliazione protettiva nippo-coreana realizzata dagli USA a Camp David il 20-21agosto (difesa anti-missilistica e accordi di intelligence) e, di contro, la sfida lanciata subito dopo dai paesi del gruppo Brics a Johannesburg sotto l’egida della Cina. Si tratta a tutti gli effetti di un nuovo ordine geopolitico, se è vero che il Brics allargato uscito dal summit consterà di 11 paesi, rappresenterà il 32% del Pil mondiale[6] e il 46% della popolazione del pianeta (il Pil del G7 è prossimo al 44% del Pil mondiale. La Cina oggi vale il 16% dell’economia globale contro il 22% degli Stati Uniti). Quanto basta per rimettere seriamente in discussione istituzioni del vecchio ordine mondiale quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite e per procedere sulla via della de-dollarizzazione (qualunque essa sia. Vedi Diario della crisi 2)[7]. Proprio quest’anno le esportazioni della Cina verso i paesi in via di sviluppo – rappresentati dai paesi della Belt and Road Initiative – hanno superato le esportazioni verso Stati Uniti, Unione europea e Giappone messi assieme. Attraverso l’indebitamento di una parte importante di questi paesi in via di sviluppo, la Cina è riuscita a “fidelizzarli” politicamente, rafforzando il suo potere di voto all’interno delle più importanti istituzioni internazionali, dall’ONU all’Organizzazione mondiale del commercio[8].

Corollario. Le conclusioni di Christian Marazzi mettono in evidenza le problematiche legate alla transizione da un ordine mondiale unipolare (a guida Usa) ad uno multipolare, in grado di inglobare oltre Usa, Europa, UK anche i paesi BRICS. Contemporaneamente, si sono svolti gli incontri del gruppo BRICS a Johannesburg e delle Banche Centrali occidentali (FED, BCE, BoE), che hanno di fatto prodotto un confronto a distanza. Se è chiara la strategia BRICS di puntare appunto ad un ordine multipolare, la riunione delle Banche Centrali vuole confermare il primato del dollaro sui mercati creditizi e finanziari, l’ultimo ambito (avendo perso quello logistico e militare) che rimane agli Usa per ribadire la sua supremazia economica. In quest’ottica, la decisione di mantenere alti, se non aumentare ulteriormente, i tassi d’interesse sembra essere più finalizzata a mantenere elevato il valore del dollaro (condizione, anche, necessaria per far fronte all’indebitamento interno ed esterno dell’economia Usa) più che a raffreddare un’inflazione già declinante. (Andrea Fumagalli)

Note

[1] “No data. No problem. La Cina ha deciso di sospendere la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile dopo mesi di record allarmanti che hanno visto il tasso di disoccupazione dei residenti dei centri urbani nella fascia tra i 16 e i 24 anni raggiungere il 21,3% lo scorso giugno”. Zhang Dandan, professoressa di Economia presso l’Università di Pechino, ha calcolato che includendo i giovani che non stanno studiando, facendo formazione o attivamente cercando lavoro (contando dunque i cosiddetti neet) il livello di disoccupazione tra gli under 24 in Cina arriverebbe al 46,5% (vedi, di Lucrezia Goldin, “Lavoro, casa, auto: per i giovani il sogno cinese è un miraggio”, il manifesto, 19 agosto 2023).

[2] Vedi Gianluca Modolo, “La bolla ora spaventa Xi. No ai salvataggi di Stato”, la Repubblica,

[3] Si veda Limes, Il bluff globale, 4/2023, p. 48-49.

[4] P. Krugman, “How scary is China’s crisis?”, New York Times, 21 agosto 2027. Pur riconoscendo la gravità della crisi cinese, paragonabile per genesi e caratteristiche alla grande crisi del 2008, Krugman sostiene che l’impatto sull’economia americana dovrebbe essere marginale, vista la scarsa esposizione degli Stati Uniti verso la Cina sia dal punto di vista finanziario che dell’export. Krugman sembra però relativizzare l’esposizione del debito pubblico americano agli effetti della crisi sulla moneta cinese.

[5] Sulla natura e la maggiore o minore efficacia delle politiche di decoupling, vedi Fabrizio Maronta (“Cronaca di un decoupling annunciato”, Limes 4/2023, pp. 39-50): “Il carattere esasperatamente transnazionale delle filiere del valore rende sovente difficile fotografare con accuratezza statisticale dinamiche del commercio internazionale. Gli iPhone, esempio banale ma lampante, sono assemblati in gran parte a Zhengzhou, in Cina, poi spediti negli Stati Uniti da Shangai al prezzo di circa 240 dollari l’uno. Il valore aggiunto ascrivibile a Pechino non raggiunge tuttavia i 10 dollari a pezzo, in quanto la Cina assembla componenti prodotte in gran parte da Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che insieme fanno oltre il 50% del costo di fabbrica. Quando Washington impone alla Repubblica Popolare dazi su singoli prodotti o categorie merceologiche, finisce dunque per imporli anche ai propri alleati”. L’anno scorso gli Stati Uniti agirono in modo molto aggressivo per limitare l’abilità cinese di sviluppare intelligenza artificiale per scopi militari, bloccando la vendita dei chips più avanzati alla base dei sistemi di intelligenza artificiale. Ebbene, a un anno di distanza gli ordini di acquisto cinesi dei più sofisticati processori americani sono addirittura aumentati (vedi Richard Waters (San Francisco), Quianer Liu (Hong Kong), “Chinese demand for hobbled AI chip stays buoyant despite US restrictions”, Financial Times, 22 agosto 2023). Sulle difficoltà del decoupling riferite alle catene del valore dei semiconduttori e delle tecnologie dell’energia pulita, vedi Rana Foroohar, “Inconvenient truths about the green transition”, Financial Times, 7 agosto 2023.

[6] Oltre ai membri storici, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a partire dal primo gennaio 2024 entreranno Argentina, Egitto, Etiopia, Iran Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Altri 40 paesi sono in lista d’attesa. “I nuovi Brics hanno economie compatibili, desideri politici collimanti, ambizioni geopolitiche convergenti? Neanche per sogno, naturalmente, né il loro accordo è blindato, la campagna acquisti è già iniziata e l’India è corteggiatissima. Un tratto unitario ce l’hanno: si sono irrimediabilmente stancati della supremazia predatoria dell’Occidente democratico, dei paesi che lo guidano (gli Usa), delle istituzioni che ne esercitano le prerogative (il G7, la Banca mondiale, il Fondo monetario). Raramente sono democrazie, praticano le disparità sociali come e meglio di noi, sono robustamente nazionalisti e sviluppisti…” (Roberto Zanini, “Il sud globale si è finalmente stancato di noi”, il manifesto, 25 agosto.Vedi Alec Russell, “The à la carte world: our new geopolitical order”, Financial Times, 22 agosto 2023.

[7] È utile precisare che, almeno nel breve periodo, non si vuole affatto creare una moneta concorrente con il dollaro. A un tale proposito si oppongono sia l’India sia la Cina, che non vuole aprirsi alla libera circolazione dei capitali. In discussione è invece l’ulteriore allargamento degli accordi swap tra le banche centrali che già permettono il pagamento degli scambi commerciali bilaterali nelle monete locali con una regolazione del saldo (positivo o negativo) ad una determinata scadenza. Questa prassi già molto diffusa permette di aggirare le sanzioni occidentali e riduce sensibilmente il ruolo del dollaro quale moneta di scambio. Infatti, a queste misure si affiancano i forti acquisti di oro, soprattutto di Cina, Russia ed India, che sostituiscono il dollaro nelle riserve delle loro banche centrali. E infatti il ruolo del dollaro, come moneta di riserva, sta leggermente calando anche perché le banche centrali occidentali tendono a preferirgli monete terze come in won sudcoreano e il franco svizzero” (Alfonso Tuor, “È l’ora del Grande sud globale”, Corriere del Ticino, 19 agosto.

[8] Vedi James Kynge, “China’s blueprint for global governance”, Financial Times, 23 agosto 2023.

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19/06/2023

Scaduta la prima rata dell’IMU. I privilegi della rendita immobiliare

Ci sono 25 milioni di italiani, proprietari di seconde case, seconde pertinenze, negozi, capannoni, alberghi o simili che in questi giorni hanno versato l’acconto Imu per il 2023. Il saldo, con la seconda rata, dovrà essere effettuato entro il 18 dicembre, in quanto quest’anno il 16 cadrà di sabato.

Secondo calcoli fatti della Uil, oltre 25,3 milioni di proprietari (il 41% sono lavoratori dipendenti e pensionati) verseranno in totale circa 11 miliardi di euro per l’acconto dell’Imu, mentre il gettito complessivo annuo sarà di 22,1 miliardi di euro (18,1 miliardi di euro andranno ai Comuni e 4 miliardi allo Stato).

Il costo medio complessivo dell’Imu calcolato su una seconda casa, situata in un capoluogo di provincia, sempre secondo le stime del sindacato, sarà di 1.074 euro medi (537 euro per l’acconto di giugno), con punte di oltre 2 mila euro nelle grandi città.

Secondo un rapporto del 2019 dell’Agenzia delle Entrate, con riferimento alle sole abitazioni e pertinenze, si stima un valore della ricchezza patrimoniale immobiliare pari a circa 6.000 miliardi di euro (dati 2016).

In termini di numero di immobili, le unità immobiliari iscritte al Catasto Edilizio Urbano sono circa 77 milioni, di cui solo 66,5 con rendita catastale attribuita e complessivamente pari a 38 miliardi di euro. Ma come abbiamo visto sono 22 milioni quelle che, risultando come seconde case, dovranno pagare l’Imu.

Il maggior numero di unità immobiliari è rappresentato dalle abitazioni, pari a circa 36 milioni (55 per cento del totale con rendita), per una rendita catastale complessiva pari a oltre 18,8miliardi di euro (49,5per cento del totale).

La Confedilizia (ossia la Confindustria dei proprietari immobiliari) chiede “una graduale riduzione” dell’Imu per quest’anno, ovviamente starnazzando per “l’alta tassazione sulla casa” (in realtà non si paga su quella dove si abita, ma solo su quelle in più).

Con un esercizio contabile piuttosto azzardato, la Confedilizia afferma che l’imposta sugli immobili – se conteggiata dalla sua introduzione nel 2012 con il governo Monti – raggiungerà la cifra di oltre 270 miliardi di euro pagati in dieci anni, mentre se fosse rimasta l’Ici, nello stesso periodo di tempo non si sarebbero superati i 110 miliardi.

Adottando lo stesso criterio, l’Irpef pagata in dieci anni da lavoratori dipendenti e pensionati supera i 1200 miliardi, dieci volte di più di chi vive di rendite immobiliari.

La Confedilizia finge di ignorare che ancora oggi, nonostante la crisi, in Italia genera più valore l’affitto di un appartamento di 70 metri quadri in una grande città che non la retribuzione di un ricercatore o di un insegnante o di un operaio: un esempio inequivocabile dello spostamento di valore dal lavoro alla rendita di cui tanto si va parlando, ma che spesso sfugge a esemplificazioni pragmatiche.

Infatti il reddito proveniente da una casa affittata è tassato al 16-21% contro il 27% di aliquota media sui redditi da lavoro.

Questa mistificazione, che da sempre genera un fuoco di sbarramento contro le ipotesi di tassazione sui patrimoni, innesca una ingiustificata “mobilitazione diffusa dei tantissimi singoli proprietari che finisce inevitabilmente con il portare acqua al mulino delle poche ma grandi proprietà immobiliari. Attraverso l’azione mediatico-politica sull’istinto ferino della titolarità proprietaria è sempre attivabile una forza di interdizione a qualsiasi forma di tassazione del patrimonio come dimostra la vittoriosa virulenza della campagna contro l’IMU” (da Prigionieri del mattone, edizioni Armadillo, 2023)

“Il padrone di casa nell’atto della sua titolarità proprietaria muta antropologicamente, e con esso muta la sua visione del mondo e del suo futuro. Assediato nel suo fortino opponibile erga omnes cerca i suoi simili e costruisce con essi una rete invisibile di protezione contro la minaccia fiscale percepita come un attacco alla sua supposta libertà, già però ampiamente consegnata, attraverso il micidiale meccanismo del credito, al sistema finanziario”, è scritto in questo imperdibile libro presentato pochi giorni fa all’università di Roma.

Il popolo di proprietari delle case in cui abitano, confonde troppo spesso se stesso con la grande proprietà immobiliare che della rendita speculativa sugli immobili si arricchisce enormemente, mentre i proprietari della sola casa in cui abitano vengono risucchiati nel vortice dell’indebitamento con le banche (i mutui).

Alcuni autori, come P. Dardot e C. Laval, ci ricorda Prigionieri del mattone, hanno sottolineato come l’indebitamento cronico modelli la soggettività e stia diventando un vero e proprio stile di vita per centinaia di migliaia di individui. Anche grazie alla rivoluzione comunicativa degli ultimi vent’anni che ha facilitato la diffusione delle pratiche del consumo di massa il funzionamento del capitalismo contemporaneo si basa sempre più su nuove forme di assoggettamento della popolazione all’indebitamento generalizzato.

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13/06/2022

Le forbici della crisi

di Michael Roberts

La scorsa settimana, il Segretario al Tesoro statunitense Janet Yellen ha dichiarato al Congresso degli Stati Uniti che “stiamo entrando in un periodo di transizione da una ripresa storica a una crescita stabile e costante. Questo passaggio è un elemento centrale del piano del Presidente per riportare l’inflazione sotto controllo senza sacrificare i guadagni economici che abbiamo ottenuto“.

È vero che l’economia statunitense, dopo il crollo della pandemia (che, in termini di produzione nazionale, redditi e investimenti, è stata la peggiore dagli anni ’30 – persino peggiore della Grande Recessione del 2008-9), si è ripresa. Ma non si può certo definire “storica”.

Quanto all’affermazione che l’economia statunitense, la più performante tra le principali economie nell’ultimo anno, si stia dirigendo verso una “crescita stabile e costante”, essa non è supportata dalla realtà.

Sì, c’è una sorta di “piena occupazione”, cioè il tasso di disoccupazione ufficiale è vicino ai minimi storici, ma molti di questi posti di lavoro sono part-time, temporanei o a contratto. E molti sono mal pagati.

Il tasso di partecipazione all’occupazione, che misura il numero di persone che lavorano rispetto a quelle in età lavorativa, rimane ben al di sotto dei livelli pre-pandemia, livelli che erano già in declino.


Allo stesso tempo, la crescita della produttività è stata spaventosa. Dopo la pandemia, un maggior numero di americani ha ripreso a lavorare, ma la produzione nazionale non corrisponde all’aumento dell’occupazione, per cui la produttività per lavoratore è crollata, a partire da tassi di crescita già deboli. Di conseguenza, i costi unitari del lavoro (costi salariali per unità di prodotto) sono aumentati, riducendo i margini di profitto.


E, nonostante le rassicurazioni della Yellen, le prospettive dell’economia statunitense per il resto dell’anno e per il prossimo non sono promettenti, anzi sono addirittura desolanti.

Secondo il modello di previsione del PIL della Fed di Atlanta, l’economia statunitense, dopo la contrazione del primo trimestre di quest’anno, dovrebbe crescere meno dell’1% nel trimestre in corso.


Ancora più contrari all’opinione della Yellen sono gli ultimi rapporti della Banca Mondiale e degli economisti dell’OCSE sulle prospettive dell’economia mondiale, compresi gli Stati Uniti. Il rapporto della Banca Mondiale sulle prospettive economiche globali per il mese di giugno è stato intitolato “Il rischio di stagflazione aumenta tra un forte rallentamento della crescita“.

Le previsioni economiche della Banca Mondiale erano scioccanti. “La crescita globale dovrebbe crollare dal 5,7% nel 2021 al 2,9% nel 2022, significativamente inferiore al 4,1% previsto a gennaio. Si prevede che nel 2023-24 la crescita si aggirerà intorno a questo ritmo, in quanto la guerra in Ucraina interromperà l’attività, gli investimenti e il commercio nel breve termine, la domanda repressa si affievolirà e gli aiuti di politica fiscale e monetaria verranno ritirati. A causa dei danni della pandemia e della guerra, quest’anno il livello di reddito pro capite nelle economie in via di sviluppo sarà inferiore di quasi il 5% rispetto al trend pre-pandemia“.

La crescita delle economie avanzate dovrebbe rallentare bruscamente dal 5,1% nel 2021 al 2,6% nel 2022, 1,2 punti percentuali in meno rispetto alle proiezioni di gennaio. Si prevede un’ulteriore moderazione della crescita al 2,2% nel 2023, che riflette in gran parte l’ulteriore riduzione del sostegno di politica fiscale e monetaria fornito durante la pandemia.

Anche tra i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo la crescita dovrebbe scendere dal 6,6% del 2021 al 3,4% nel 2022, ben al di sotto della media annuale del 4,8% nel periodo 2011-2019.

“Le ricadute negative della guerra compenseranno ampiamente qualsiasi spinta a breve termine per alcuni esportatori di materie prime derivante dall’aumento dei prezzi dell’energia. Le previsioni di crescita per il 2022 sono state riviste al ribasso in quasi il 70% dei Paesi emergenti, tra cui la maggior parte dei Paesi importatori di materie prime e quattro quinti dei Paesi a basso reddito“.

Quindi la Banca Mondiale prevede una stagnazione della produzione, con l’inflazione ancora presente.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la Banca Mondiale prevede una crescita del prodotto nazionale di appena il 2,5% quest’anno, del 2,4% nel 2023 e del 2% nel 2024 – una crescita “stabile e costante”, si potrebbe dire, ma solo ai bassi livelli che l’economia statunitense ha sperimentato nella lunga depressione dal 2009.

E si prevede che la performance degli Stati Uniti sarà la migliore tra le economie capitalistiche avanzate: l’Eurozona riuscirà a raggiungere solo l’1,9% entro il 2024 e il Giappone appena lo 0,6%.

Gli economisti della Banca Mondiale ritengono che l’impatto combinato della pandemia e della guerra lascerebbe la produzione economica globale nei cinque anni dal 2020 al 2024 oltre il 20% al di sotto del livello implicito nella crescita tendenziale tra il 2010 e il 2019.

L’impatto sui Paesi poveri sarà ancora maggiore: le economie in via di sviluppo saranno un terzo in meno del previsto e la produzione dei Paesi in via di sviluppo importatori di materie prime – particolarmente colpiti dal forte aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei carburanti provocato dalla guerra in Ucraina – oltre il 40% in meno del previsto!

La visione degli economisti dell’OCSE è ancora più pessimista. Nell’Economic Outlook di giugno, intitolato Il prezzo della guerra, gli economisti dell’OCSE sottolineano il costo della guerra tra Russia e Ucraina.

“Il mondo sta pagando un prezzo pesante per la guerra della Russia in Ucraina. Si tratta di un disastro umanitario, che ha provocato migliaia di vittime e costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case. La guerra ha anche innescato una crisi del costo della vita che ha colpito le persone in tutto il mondo. Se associata alla politica cinese dello zero-COVID, la guerra ha portato l’economia globale su un percorso di rallentamento della crescita e di aumento dell’inflazione, una situazione che non si vedeva dagli anni Settanta.
L’aumento dell’inflazione, in gran parte determinato dai forti aumenti dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, sta causando difficoltà alle persone a basso reddito e sta sollevando seri rischi per la sicurezza alimentare nelle economie più povere del mondo“
.

Secondo le proiezioni, la crescita del PIL mondiale rallenterà bruscamente quest’anno, attestandosi intorno al 3%. Si tratta di una percentuale ben al di sotto del ritmo di ripresa previsto lo scorso dicembre. La crescita sarà nettamente più debole del previsto in quasi tutte le economie.

Molti dei paesi più colpiti si trovano in Europa, che è fortemente esposta alla guerra attraverso le importazioni di energia e i flussi di rifugiati. La crescita globale rallenterà ulteriormente fino a raggiungere il 2,8% nel 2023, ovvero quasi alla “velocità di stallo”, con il Regno Unito che non registrerà alcuna crescita, il risultato peggiore del G20 (a parte la Russia). Anche gli Stati Uniti rallenteranno a solo l’1,2%.


E l’inflazione dei prezzi di beni e servizi nelle principali economie non sembra destinata a diminuire nel resto dell’anno. I prezzi del greggio potrebbero salire anche oltre gli attuali 120 dollari al barile.

Jeremy Weir, amministratore delegato di Trafigura, società che si occupa di commercio di materie prime, ha dichiarato che i mercati energetici si trovano in una situazione “critica”, in quanto le sanzioni sulle esportazioni di petrolio della Russia, in seguito all’invasione dell’Ucraina, hanno esacerbato le già scarse forniture create da anni di investimenti insufficienti.

“Abbiamo una situazione critica. Penso davvero che ci sia un problema per i prossimi sei mesi... una volta che si arriva a questi stati parabolici, i mercati possono muoversi e possono avere picchi notevoli“.

Un “movimento parabolico” nei mercati è generalmente definito come un prezzo che è cresciuto improvvisamente si impenna a livelli mai visti prima, imitando il lato destro di una curva parabolica. Weir ha aggiunto che è altamente probabile che i prezzi del petrolio possano salire a 150 dollari al barile o più nei prossimi mesi, con le catene di approvvigionamento messe a dura prova dal tentativo della Russia di riorientare le proprie esportazioni di petrolio lontano dall’Europa.


I prezzi dell’energia non stanno aumentando a causa di una “domanda eccessiva” e nemmeno a causa del “price-gouging”, ma semplicemente perché l’offerta viene limitata. L’offerta è calata durante la pandemia e ora le esportazioni russe sono sanzionate e non possono essere sostituite dal petrolio saudita o dalle forniture statunitensi.


Il crollo della catena di approvvigionamento globale dopo la pandemia continua, in particolare dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, ma anche prima – si veda la misura della compressione dell’offerta, della Fed di New York, qui sotto.


Tra le principali economie, il Regno Unito è destinato ad avere l’inflazione più alta del G7 fino al 2024 e la crescita più bassa. Una combinazione di prezzi dell’energia più alti, una sterlina che crolla, una crescita economica vacillante, un ambiente in deterioramento per le piccole imprese, famiglie deboli, restrizioni commerciali sulla Russia, una banca centrale che sta stringendo e un’inflazione complessiva ai massimi da quattro decenni hanno prodotto un ambiente tossico per l’economia britannica.

Il cosiddetto “indice di miseria”, che misura il tasso di disoccupazione più il tasso di inflazione come indicatore della “miseria” delle famiglie operaie, sta tornando verso livelli che non si vedevano dall’era Thatcher.


Il nesso tra l’aumento dei prezzi e l'andamento dei salari ha portato a una forte riduzione dei redditi reali. L’aumento dei prezzi sta superando la crescita dei salari quasi ovunque e le famiglie registrano una perdita di reddito disponibile (cioè al netto degli aumenti dei prezzi e delle tasse) e sono quindi costrette a intaccare i risparmi (in parte accumulati durante i blocchi della pandemia) per far quadrare i conti.


Come ho già dimostrato in alcuni post precedenti, contrariamente a quanto sostenuto dai politici mainstream, dai governatori delle banche centrali e dagli economisti, non esiste una spirale “salari-prezzi”. I salari non stanno facendo salire i prezzi. Anzi, sono i profitti ad essere aumentati bruscamente come quota di valore dopo la pandemia.

Tuttavia, l’aumento seppur debole del costo unitario del lavoro, dovuto alla bassa crescita della produttività, sta iniziando a intaccare i margini di profitto.


Il calo dei margini di profitto finirà per portare a una diminuzione della redditività e persino a un calo della massa dei profitti.

Questo sarebbe il segnale di un nuovo crollo, soprattutto se i costi dei prestiti per gli investimenti aumenteranno con l’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali nel vano tentativo di “controllare” l’inflazione.

Il calo dei profitti è la formula per un eventuale crollo degli investimenti e della produzione. Questa è una lama delle forbici della crisi.


L’altra lama è il debito. Come ho sottolineato in molte occasioni, ritengo che il prossimo grande schianto sarà innescato da un crollo del debito societario [non quello pubblico che tanto preoccupa i fautori dell’austerità, ndr].

In particolare, ricordiamo le dimensioni delle cosiddette “società zombie”, che non ottengono profitti sufficienti a coprire nemmeno gli impegni di servizio del debito, e degli “angeli caduti“, quelle società che hanno preso in prestito troppo per investire in attività rischiose ed ora rischiano di saltare in aria.

Le società che si sono indebitate sono destinate ad avere problemi a causa dell’aumento dei costi dei prestiti e della riduzione della liquidità da parte delle banche. La Federal Reserve ha già alzato i tassi di interesse, passando dal “quantitative easing” al “quantitative tightening“, con il conseguente calo dei prezzi dei mercati azionari.


Gli economisti della Banca Mondiale sono preoccupati. “L’inasprimento più rapido del previsto delle condizioni finanziarie a livello mondiale potrebbe spingere i Paesi a una crisi del debito come quella che abbiamo visto negli anni Ottanta. Questa è una minaccia reale e ci preoccupa. Anche aumenti piuttosto contenuti dei costi di indebitamento saranno un problema“, ha dichiarato Franziska Ohnsorge, autrice principale del rapporto della Banca Mondiale.

I dati della Banca Mondiale mostrano che il debito estero dei Paesi a basso reddito è aumentato di 15,5 miliardi di dollari, raggiungendo circa 166 miliardi di dollari nel 2020. Il debito estero dei Paesi a medio reddito è aumentato di 423 miliardi di dollari, superando gli 8.500 miliardi di dollari, il che li rende particolarmente esposti all’aumento dei tassi di interesse.

Le banche centrali stanno aumentando rapidamente i tassi di interesse nel più ampio inasprimento della politica monetaria da oltre due decenni. Nei tre mesi fino alla fine di maggio, le autorità monetarie hanno annunciato più di 60 aumenti dei tassi. Se ne prevedono altri nei prossimi mesi.

Qualsiasi flessione dei profitti e aumento del costo dei prestiti metterà in luce gli strati di aziende che sono prossime al fallimento. Nel Regno Unito, il presidente del Financial Stability Board, Martin McTague, ha commentato: “C’è ancora un problema enorme con le piccole imprese. Si trovano ad affrontare qualcosa come il doppio del tasso di inflazione per i loro prezzi di produzione ed è una bomba a orologeria.
Hanno letteralmente poche settimane prima di esaurire la liquidità e questo significherà che centinaia di migliaia di imprese chiuderanno e molte persone perderanno il lavoro“
.

McTague ha fatto riferimento ai dati dell’Office for National Statistics (ONS), da cui risulta che 2 milioni (ovvero circa il 40%) delle piccole imprese del Regno Unito hanno meno di tre mesi di liquidità in riserva per sostenere le proprie attività.

Il 10% (ovvero 200.000) è in grave pericolo e 300.000 hanno solo poche settimane di liquidità. “È una possibilità molto concreta perché… non hanno riserve di liquidità. Non hanno modo di affrontare il problema“.

In Europa, il più grande gestore di attività finanziarie ha paragonato alcune parti del settore del private equity a uno “schema Ponzi” che presto dovrà fare i conti. “Alcune parti del private equity assomigliano in un certo senso a uno schema piramidale“, ha detto Vincent Mortier, chief investment officer di Amundi Asset Management.

“Si sa che si possono vendere [asset] a un’altra società di private equity per 20 o 30 volte gli utili. Ecco perché si può parlare di Ponzi. È una cosa circolare“. In altre parole, le società di private equity acquistano aziende con prestiti enormi e poi le rivendono l’una all’altra con prestiti ancora più grandi.

Alla fine, qualcuno perderà da questa forma di finanziamento “che passa il pacco“. I livelli di leva finanziaria (prestiti) sono aumentati in proporzione, con un indebitamento che ha raggiunto i massimi storici.

La forbice tra il calo della redditività e l’aumento dei costi del debito si sta chiudendo e finirà per ridurre gli investimenti, i posti di lavoro, i prezzi e i salari.

Fonte

25/03/2020

Usa - Il crack finanziario prossimo venturo

Se dovessimo definire la strategia delle élite politiche occidentali – in particolare quelle statunitensi – nell’affrontare il ciclo economico ai tempi della pandemia dovremmo scomodare il “whatever it takes” di Mario Draghi nel pieno della crisi del 2012.

La filosofia è la stessa, ma l’ordine grandezza è assai diverso, così come la natura della crisi.

Il primo è immensamente più grande, visto che la crisi è sistemica ed investe buona parte dell’economia mondiale.

Partiamo dagli Stati Uniti, dove il combinato disposto di FED e provvedimenti bi-partisan del Congresso – ieri sera il Congresso ha approvato il varo di un pacchetto di 2mila miliardi di dollari per “tamponare” l’economia – ha avuto come logico effetto un “rimbalzo” positivo del 9,38% dello S&amp 500, e addirittura dell’11,37% del Dow Jones, in linea con l’andamento schizofrenico delle borse europee.

A salire, negli USA, sono stati soprattutto i valori delle azioni delle aziende più penalizzate dalla corsa ribassista, perché maggiormente vulnerabili, e che tirano un “sospiro di sollievo”.

Se fosse per la mano invisibile del libero mercato, sarebbero in fallimento. Come sottolinea MilanoFinanza, “la banca d’affari americana BofA ha calcolato che l’ondata di vendite degli ultimi due mesi, febbraio e marzo, che ha portato al ribasso del 30% i listini mondiali, è stata la più veloce nella storia. E qui gli analisti hanno considerato un secolo di attività. La velocità nella cessione di asset si è concentrata in 22 giorni, fatto che trova riscontro simile nel febbraio del 1934 con 23 giorni, mentre il settembre nero del 1929 si colloca al terzo posto con 31 giorni per registrare una tale vertiginosa perdita”.

Non si era mai vista insomma una fuga dal mercato di queste dimensioni.

Lunedì, nonostante le misure intraprese dalla FED, lo stesso indice (lo S&P500) era sceso a fine giornata del 3%, un dato in linea con la curva discendente dell’ultimo mese anche rispetto all’altro indice di riferimento borsistico statunitense, il Dow Jones, che segna una perdita del 3,7%.

Il valore azionario delle società quotate in borsa con questo listino (il Dow Jones) per intenderci, nell’ultimo mese hanno perso più di un terzo del loro valore.

Prima dell’annuncio imminente del pacchetto da 2 miliardi di dollari – un mix di salvataggi delle imprese e di “helicopter money” per i contribuenti americani – la FED era intervenuta quattro volte in meno di una settimana con nuove misure.

È da sottolineare comunque la diversa reazione ai due mega-interventi delle autorità Usa. Mentre il maxi quantitative easing della FED (annunciato come “illimitato” e senza scadenze temporali) aveva avuto un primo effetto terroristico sui mercati finanziari (se si prende una decisione così estrema vuol dire che la situazione è tragica), il “piano” approvato dal governo promette di sostenere l’economia reale.

Il che significa, in qualche misura, che “il mercato” è consapevole della caratteristica essenziale di questa fase: viene distrutto gran parte dell’oceano di “capitale fittizio” pompato negli ultimi 30 anni e quindi tutte le residue speranze si concentrano sulle attività economiche reali. Quelle che producono ricchezza "vera", non castelli di carta dgitale.

Jerome Powell a capo della FED ha chiarito fin da subito la sua filosofia decisionale, ed anche recentemente ha ribadito che non c’è alcuna opzione che possa essere scartata a priori, “out of the table” per usare la sua espressione. Si naviga a vista, nulla è più impossibile per come definito dalle teorie monetariste.

Grazie all’intervento della FED il costo del denaro ormai è pari a zero, non c’è limite al pompaggio di dollari nel sistema finanziario, si può procedere all’acquisto di qualsiasi cosa – persino i corporate bond sul mercato secondario (obbligazioni emesse da società private, ormai senza valore di scambio) – oltre che a titoli del tesoro, veicoli finanziari costruiti sui prestiti ipotecari (MBS), credito al consumo, “commercial papers”, i bond delle istituzioni locali e chi più ne ha più ne metta...

La FED ha attivato anche degli swap – scambio di dollari contro pacchetti azionari – con le banche centrali occidentali estesi poi ad altri 17 paesi (tranne la Cina), tra cui Corea del Sud e Australia, per prevenire il rischio che venga meno la circolazione della principale moneta per gli scambi internazionale: il dollaro, salito di valore rispetto alle altre valute, considerata la tendenza generalizzata degli investitori a tenersi in pancia i verdoni.

Per la complessa quanto fragile struttura finanziaria costruita attorno al dollaro, la valuta americana è come l’olio per un motore a scoppio, peccato che la qualità di quest’olio è da tempo un’incognita, vista la storica abitudine Usa, di scaricare le proprie crisi sul resto del mondo, proprio tramite la creazione di moneta.

Le conseguenze economiche della crisi epidemica sono perciò moltiplicatrici, e non “cause ultime” di un sistema che, come il pesce, puzza dalla testa, in questo caso il sistema finanziario statunitense. E non sarà certo un rimbalzo transitorio, fondato su una decisione politica “nazionale”, ad invertire the big short dei mercati mondiali e la loro tendenza ribassista.

Non a caso, al combinato disposto di Congresso e FED, si sta unendo sempre più forte la voce del “Partito del PIL” Usa, che propende anche lì per il più rapido ritorno al lavoro ed al business as usual. Virus estirpato o meno!

Trump è di fatto solo un ventriloquo del big business quando afferma: «non possiamo far si che una cura sia peggiore del problema», cogliendo l’assist dell’ex-presidente della Goldman Sachs, che preme per “normalizzare” l’economia.

È tutto un fiorire di dichiarazione bipartisan in questo senso. Il “democratico” Cuomo, che governa lo Stato di New York (uno dei focolai negli USA), è in fondo sulla stessa posizione. Sembra infatti che l’aumento dei test per il Coronavirus, nello Stato della Grande Mela, sia fatto più per mandare a lavorare chi risulta negativo che per “ragioni di salute pubblica”...

Si sgombera subito il campo da eventuali critiche da parte del personale medico e degli scienziati non allineati. «Se fosse per i dottori, direbbero di chiudere per due anni. Non possiamo farlo», ha detto Trump. Quindi, se per tenere in piedi l’economia si rischia una strage, che strage sia!

Se poi ci aggiungiamo l’opzione militare, che sta sempre più prendendo forma, cioè l’uso dell’esercito nelle strade, il quadro è completo.

Andrete a lavorare anche durante la crisi pandemica, e se è necessario come sembra ai nostri, ci sarà l’esercito nelle strade, anche per prevenire “turbolenze”.

Il “salvataggio” dell’economia, nella filosofia neoliberista, prevede un ampio uso degli stivali dei soldati, oltre che il martirio dei lavoratori.

Ma torniamo ai “castelli di carta” della finanza.

Era stato uno studio – ancora – di Bank of America, alla fine della scorsa settimana, a dire le cose come stanno: «il crack dei mercati americani è ormai peggio di quello del 1929». In totale sintonia con Maury Obstfeld, ex capo economista del FMI, per il quale «il mondo non ha mai conosciuto una tale interruzione sincronizzata dell’economia da decenni». Dall’ultima guerra mondiale, in pratica...

C’è da cominciare a chiedersi quale sarà la carta che farà cadere il castello.

La crisi potrebbe iniziare dai “Paesi Emergenti”, calcolando che ben 53 miliardi sono “fuggiti” dai loro mercati, circa il doppio di quelli “rimpatriati” negli Stati Uniti nella crisi del 2008.

In alcuni di questi paesi, questo drenaggio di capitali, insieme al drastico abbassamento del prezzo del greggio a meno di 30 dollari attuali – il brent era a 27 dollari al barile, ieri, contro i 70 di inizio gennaio – contemporaneamente a una più difficile gestione dell’epidemia, potrebbe portare ad un “crollo” del Sistema-Paese: Messico, Algeria, Nigeria ed in parte Iran corrono questo rischio.

Ma le dinamiche del prezzo del greggio e della guerra del petrolio colpiscono anche gli Stati Uniti.

Il petrolio da scisto, per le tecniche di estrazione, ha una resa ottima all’inizio, ma tende subito ad esaurirsi, e implica il bisogno di estendere gli scavi in continuazione, con relativi investimenti tutti sostenuti dall’indebitamento finanziario. Ma se il costo di produzione è praticamente il doppio di quello attuale di vendita (in media 60 dollari al barile) il problema è evidente a tutti.

Come ha commentato l’ex consigliere di George W.Bush, Robert McNally: «si arriva ad un punto in cui una compagnia petrolifera che estrae un barile di petrolio dalla crosta terrestre distrugge del valore» invece di crearlo...

Di questo possibile “punto di rottura” sembrano essere molto consapevoli le major petrolifere mondiali, che hanno tagliato – e non di poco – gli investimenti previsti (Total e Shell del 20% per esempio); alcune non distribuiranno dividendi azionari, in un sistema finanziario dove questo vuol dire azzerare la propria appetibilità, come è il caso di ENI, Equinor e della stessa Shell...

Il cigno nero verrà da ciò un tempo era chiamato “oro nero”?

Il fardello dei debiti era forse già il maggiore punto di criticità. Lo sottolineava l’Istituto Finanziario Internazionale a fine 2019. Qui ammontavano già a 253 mila miliardi di dollari, cioè il 322% del Pil mondiale, in una situazione già “stagnante” che in alcune economie importanti – come la Germania – era prossima alla recessione.

Duemila miliardi delle aziende sono “in scadenza” quest’anno e devono essere rinegoziati, tra questi vi sono settori chiave come le compagnie aeree, il gas di scisto, l’automotive, l’immobiliare e la società di credito, l’intero sistema del turismo. Guarda caso sono proprio i titoli che hanno fin qui sofferto di più, ed il cui salvataggio sta maggiormente a cuore al “Partito del Pil”.

Ed è chiaro che chi può – una manciata di Paesi – tutela i propri “campioni nazionali”, mentre gli altri – nella logica del darwinismo economico – possono pure crepare. E questo destino, a bocce ferme, interesserebbe una fetta importante del mondo.

Nell’ottobre dello scorso anno, uno studio aveva rivelato che su 19mila miliardi di debiti privati delle imprese (più di 10 volte il Pil italiano), il 40% non risultavano “coperti” (il problema riguardava ben otto Paesi).

Sarà dunque l’indebitamento privato a far volare il cigno nero sulle teste del big business?

Proviamo a tirare sommariamente le conclusioni, tenendo conto che il principale fattore di uscita dalla crisi del 2007/8 fu lo sviluppo dell’economia cinese, che ha trainato l’economia globale fuori dalle secche in cui l’aveva portata la finanza USA.

Washington sta buttando sul piatto la possibilità di stampare moneta virtuale per venire incontro alla sua economia, per poi ri-allineare con la diplomazia del dollaro i suoi alleati – visto che sul lato della gestione del Coronavirus ha perso in partenza ogni possibilità di leadership – e per assicurarsi, ad esempio, che dall’area Euro continuino a comprare treasuries anche dopo aver bruciato in due mesi anni di surplus tedesco investito a Wall Street.

La FED garantisce di fatto i buoni del tesoro statunitensi, che non godono di ottima salute ma permettono ancora agli Stati Uniti di indebitarsi ed allo stesso tempo di comprare qualsiasi cosa abbia un valore “commerciale”, nel tentativo disperato che tale stimolo – una maggiore dose della stessa droga – inverta la tendenza “ribassista”. Ma gli ultimi anni hanno dimostrato che quella liquidità sconfinata non va quasi per nulla a rivitalizzare l’economia reale che, a parte la Cina già in ripresa, è oggi allo stato di “morte celebrale”.

La FED, istituzionalmente, deve però vedere “la luce in fondo al tunnel”. E allora vengono in mente le parole del trasversale “Partito del Pil” a stelle e a strisce, favorevoli alla rapida ripresa del lavoro tra due settimane – un paradosso che ricorda un atto di fede, ma che mira a dare ossigeno ai mercati – e sulla necessità di inviare l’esercito nelle strade.

E qui i nodi vengono al pettine: se l’economia nord-americana non riparte, al contrario di quella cinese, parte il conto alla rovescia per la più spettacolare inversione di scenario che la storia contemporanea abbia mai conosciuto.

Il coronavirus doveva essere la “Chernobyl Cinese”, ma sarà probabilmente il “Vietnam economico” per gli USA.

E l’establishment è disposto a far di tutto per impedirlo, compreso mandare al massacro i suoi cittadini. Stavolta il fronte non è in un Paese lontano, ma dentro casa.

Dopotutto Trump si definisce un presidente in tempo di guerra…

Fonte

29/06/2019

Egitto - L'economia a un passo dalla bancarotta

Pino Dragoni

«L’economia egiziana è al collasso». Tra debito, austerità e una gestione privatistica del potere, il rischio è che l’Egitto possa presto ritrovarsi in piena bancarotta, il «primo passo su una strada sempre più angusta verso il totale fallimento dello Stato».

A lanciare l’allarme dalle colonne virtuali della rivista Foreign Policy è Yehia Hamed, ex ministro degli investimenti nel governo di Mohamed Morsi, rovesciato dal colpo di stato militare del 2013.

Recentemente una banca di investimenti ha definito l’Egitto «la più attraente storia di riforma» in Medio Oriente, Africa ed est Europa e in molti tra istituzioni finanziarie ed esperti continuano a lodare la ripresa egiziana e i successi ottenuti da al-Sisi nella stabilizzazione degli indicatori macroeconomici. Ma cosa si nasconde dietro i toni trionfalistici e le rosee prospettive di rilancio?

L’articolo di Hamed snocciola una serie preoccupante di dati e definisce «un grande inganno» quello che per molti è il miracolo economico egiziano degli ultimi anni.

Dal 2014 (da quando cioè al-Sisi è al potere) il debito estero è quintuplicato, superando i 96 miliardi di dollari, un record storico per il paese (solo tra il 2017 e il 2018 l’aumento è stato del 17%). Nello stesso periodo il debito interno è più che raddoppiato, facendo schizzare il rapporto debito/Pil dal 87,1% del 2013 al 101,2% del 2017.

Ma l’aspetto più grave è il costo del debito sulle finanze dello Stato. Secondo i dati della Banca Centrale egiziana il paese oggi spende ben il 38% del suo budget statale solo per ripagare gli interessi sul debito. Se a ciò si aggiungono i prestiti contratti, si arriva a un impressionante 58% del bilancio. Il paradosso è che oggi l’Egitto continua a indebitarsi principalmente per coprire il costo dei crediti ottenuti in passato.

Non è chiaro fin quando i creditori internazionali saranno disposti a dare fiducia a un paese così fortemente esposto, mentre il sostegno dei partner del Golfo resta intermittente e dipende in gran parte da condizioni politiche.

Ma cosa ha portato a questa situazione? Come intende affrontarla il governo egiziano? E quali sono le conseguenze per la popolazione?

La massiccia svalutazione della lira egiziana del novembre 2016 ha ulteriormente indebolito la capacità di far fronte all’indebitamento. Intanto la crescita del Pil è rimasta bassa, anche a causa di un calo sostanzioso dell’export e del turismo, trainata solo da gas e petrolio. Ma secondo Maged Mandour, analista del think tank Carnegie, la vera causa di questa «crisi del debito» sarebbe la gestione economica dei militari al potere.

In questi anni una gran parte degli aiuti, prestiti e investimenti sono andati a finanziare progetti faraonici con uno scarso impatto sul tessuto produttivo del paese, come il raddoppio del canale di Suez (8 miliardi di dollari) e la costruzione della nuova capitale amministrativa (secondo alcune stime potrebbe costare fino a 300 miliardi di dollari).

Inoltre tra 2013 e 2017 l’importazione di armamenti è aumentata del 215% rispetto ai quattro anni precedenti, facendo dell’Egitto il terzo importatore mondiale di armi al mondo.

Per garantirsi il sostegno dei livelli più alti dell’esercito, il regime di al-Sisi ha lasciato che i generali si arricchissero espandendo notevolmente le loro attività economiche. Godendo di numerose esenzioni fiscali e di un accesso privilegiato agli appalti pubblici, le imprese che fanno capo alla Difesa hanno ormai tentacoli in tutti i settori più remunerativi dell’economia egiziana: dal cemento ai pannelli solari, dai resort turistici agli allevamenti ittici. Il ministero della Produzione militare quest’anno ha annunciato che i profitti delle sue imprese saranno quintuplicati rispetto al 2013-14.

Secondo un’inchiesta di Reuters, una concorrenza così spietata e iniqua spaventa gli investitori soprattutto stranieri, che si tengono alla larga dai settori in cui si concentrano gli interessi dei militari, facendo così crollare anche l’afflusso di capitali esteri.

Il ministro delle Finanze promette di riportare il rapporto debito/Pil all’80% entro il 2020 attraverso la riduzione del deficit. Ma non potendo contare su maggiori entrate dovute alla crescita, l’unica ricetta applicata finora sono tagli alla spesa e aumento della pressione fiscale.

A guidare questo processo dal 2016 è il Fondo monetario internazionale, che in cambio di un prestito da 12 miliardi di dollari ha imposto un durissimo piano di austerità, applicato alla lettera dal regime. Il governo ha puntato sull’introduzione dell’Iva per aumentare le entrate (imposta regressiva perché colpisce più duramente le classi medie e basse), mentre negli ultimi quattro anni è diminuito il gettito delle imposte sui profitti delle imprese.

Ma la misura più drammatica è il taglio dei sussidi, soprattutto quelli sull’energia e i carburanti, che per decenni hanno permesso agli egiziani più poveri di poter consumare a prezzi calmierati. Entro fine giugno il governo si appresta a eliminare definitivamente i sussidi sull’elettricità (causando un aumento del 15% nei prezzi) già tagliati del 30% nel 2016, del 40% nel 2017 e del 20% nel 2018. L’effetto sarà di aumentare ulteriormente il costo della vita e l’inflazione, salita dell’1,1% solo nel mese di maggio (è al 14,4%).

Tutto ciò in un paese in cui, per ammissione della stessa Banca mondiale, «il 60% della popolazione è povero o vulnerabile e le diseguaglianze sono in aumento». La popolazione è piegata da anni di austerità e sviluppo diseguale. Il Times ha raccontato che durante questo Ramadan si è creato un commercio di scarti di cibo avanzati da hotel e ristoranti.

Dall’inizio delle riforme il governo non diffonde più i dati sul tasso di povertà, che già nel 2015 era al 30% e secondo molti era già stimato largamente per difetto.

Per quanto ancora il castello di carte reggerà e fin quando gli egiziani sopporteranno?

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