Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/04/2018

Riforme lacrime e sangue: storia recente del saccheggio pensionistico

Il recente studio a cura del Fondo Monetario Internazionale “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” (“Italia: verso una riforma fiscale amica della crescita”) pubblicato a marzo di quest’anno, oltre a tracciare la rotta ortodossa delle più congrue politiche fiscali e del lavoro per il nostro Paese, fissa anche le priorità di nuovi interventi in tema previdenziale. Evidentemente le riforme più recenti, che hanno già stravolto in senso restrittivo le pensioni dei lavoratori italiani, non sono state sufficienti a saziare gli appetiti dei sostenitori della presunta insostenibilità del sistema previdenziale italiano.

Dopo venti anni di stravolgimento del sistema previdenziale, cerchiamo di capire in modo più approfondito qual è il quadro attuale delle pensioni in Italia così come plasmato dalle ultime riforme del biennio 2010-2012, la duplice Riforma Sacconi 2010-11 e la Monti-Fornero del 2011. Tali riforme meritano particolare attenzione: in primo luogo poiché sono state le ultime vaste riforme che hanno fortemente modificato in direzione restrittiva il sistema pensionistico; in secondo luogo perché i contenuti stabiliti esprimono in modo palese la furia controriformistica dettata dal dogma dell’austerità finanziaria che, seppur già pienamente vigente dagli anni ’90, ha visto una forte accelerazione negli anni della crisi economica e in particolare in concomitanza con la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici dell’eurozona (2009-2011).

I provvedimenti restrittivi hanno colpito due aspetti: l’età pensionabile e l’entità della pensione media attesa.

L’età pensionabile

Per quanto riguarda l’età di accesso alla pensione, in base alla situazione vigente ad oggi, bisogna in primo luogo distinguere tra pensione di vecchiaia e pensione di anzianità.

La pensione di vecchiaia, ovvero associata ad un’età raggiunta la quale è possibile teoricamente andare in pensione indipendentemente dagli anni di contribuzione maturati, è stata fissata attraverso diversi passaggi a 67 anni entro il 2018 per tutte le categorie di lavoratori. Peraltro il diritto alla pensione è comunque subordinato ad un periodo di contribuzione di almeno 20 anni, oppure di almeno 5 anni una volta raggiunti i 70 anni. Dopo alcuni tentennamenti sull’applicazione dell’ultimo scatto in avanti è stato annunciato proprio lo scorso autunno dal governo Gentiloni che dal 2019 si arriverà definitivamente al raggiungimento dei fatidici 67 anni per la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia.

Tornando alle tappe che hanno modificato questa tipologia di prestazione previdenziale, in primis la riforma Sacconi, che ha introdotto il meccanismo di adeguamento dell’età pensionabile all’evoluzione della vita media (solo se al rialzo peraltro e non in caso di ribasso), e in seconda battuta la riforma Fornero, con un aumento secco di un anno e poi con l’accelerazione degli effetti dell’adeguamento già previsti dalla legge precedente, hanno contribuito a stabilire uno dei regimi di pensionamento di vecchiaia più pesanti e restrittivi tra quelli dei Paesi europei. Qualche esempio: in Francia la pensione per anzianità può ancora essere ottenuta ad un’età flessibile compresa tra 57 e 62 anni, mentre a 62 anni si può ottenere quella di vecchiaia; in Germania l’età di vecchiaia passerà da 65 a 67 entro il 2027, ma esiste ancora la possibilità di accedere ad una pensione di anzianità molto più generosa tramite combinazione di età anagrafica e anzianità di lavoro (ad esempio 35 anni di contribuzione uniti ad almeno 63 anni di età anagrafica).

Un impatto quantitativo devastante e subitaneo peraltro era stato ottenuto, sul fronte delle pensioni di vecchiaia per le donne del pubblico impiego, con la Legge Sacconi nel 2010 che spostava di cinque anni, da un anno ad un altro, l’età minima per l’accesso alla pensione puramente anagrafica (da 60 a 65 anni). Provvedimento giustificato, allora, dalla sentenza della Corte europea sull’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne. Sentenza, però, alla quale si sarebbe potuto ottemperare abbassando l’età maschile e alzando di poco o persino lasciando invariata quella femminile nell’intervallo tra 60 e 65 anni.

La pensione di anzianità, ribattezzata poi ‘anticipata’ dalla Legge Fornero, legata al numero di anni di contribuzione e non all’età anagrafica, è stata letteralmente stravolta tramite l’abolizione del precedente sistema delle quote. La legge Fornero ha accelerato brutalmente un meccanismo messo in moto con la Riforma Sacconi, tramite il già menzionato adeguamento automatico dell’età pensionabile all’evoluzione della vita media attesa. Con l’abolizione del sistema delle quote la Legge Fornero ha infatti innalzato in modo enorme già nel brevissimo termine l’età pensionabile precedentemente raggiungibile con la sommatoria dell’età anagrafica e di un numero di anni contributivi. Lo stacco per l’anno 2012 è stato repentino. Sarebbe infatti stato possibile, fino a quel momento, andare in pensione con quota 96 ed età minima di 60 anni (quindi ad esempio 60 anni e 36 anni di contributi + 1 anno determinato dal differimento dovuto alla finestra prevista dalla Legge Sacconi). L’abolizione della quota e la previsione della pensione di anzianità a 41 anni o di vecchiaia a 66 determinava per alcune coorti di lavoratori aumenti improvvisi micidiali, sino a 4-5 anni, devastanti per le vite concrete di chi aveva pianificato fino a poco tempo prima il proprio passaggio alla pensione. Da quel salto derivò anche il terribile problema degli esodati, ovvero di coloro che avevano già sottoscritto accordi di ristrutturazione aziendale accettando di lasciare il lavoro in attesa dell’arrivo imminente dell’età pensionabile. Questo gruppo di lavoratori, circa 350.000 persone, si trovavano così senza lavoro e senza pensione. Solo negli anni successivi sono stati trovati graduali rimedi ad hoc per i vari gruppi di esodati con clausole di salvaguardia che, consentendo di andare in pensione con le regole pre-Fornero, hanno coperto una platea consistente, ma non ancora definitiva, di quei soggetti senza lavoro e senza pensione colpiti dalla riforma.

Ad ogni modo, decorrendo il sistema di adeguamento automatico alla vita media, a partire dal 2019 il requisito per usufruire della pensione anticipata sarà di 43 anni di attività e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne. Lontanissimi dai 40 anni di attività previsti soli pochi anni fa e ancora più lontani dalla gradualità resa possibile dal sistema delle quote sino al 2010.

Nel 2016, agli albori del Governo Gentiloni, l’introduzione dell’APE, ovvero l’anticipo pensionistico che consente ai lavoratori di andare in pensione a partire dai 63 anni ricevendo o un prestito bancario (APE volontario) oppure un sussidio pubblico (APE sociale), non ha modificato sostanzialmente il quadro della pensione anticipata. L’APE sociale è stata infatti riconosciuta ad una platea estremamente ristretta di lavoratori, con requisiti molto rigidi; l’APE volontaria è, invece, un prestito bancario ai pre-pensionati e implica di fatto una privatizzazione (fino a maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia) dei diritti previdenziali, affidati a banche e assicurazioni tramite un ricatto molto chiaro: se vuoi andare in pensione poco prima del tempo previsto devi chiedere un prestito alle banche.

L’importo della pensione

L’altro pilastro toccato è stato l’importo della pensione media attesa, colpito in vari modi dalla riforma Fornero.

Anzitutto, con l’estensione del metodo contributivo anche a quei lavoratori che la Riforma Dini del 1995 aveva inizialmente escluso ovvero coloro che al 1 gennaio 1996 avevano già versato almeno 18 anni di contributi. Ciò nel concreto ha colpito quei lavoratori giunti a 33 anni di contribuzione a decorrere dal 1 gennaio 2012 per gli anni a venire prima della pensione.

In secondo luogo, con la previsione di blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita (inflazione) per il 2012-2013 per tutte le pensioni di importo superiore a tre volte il minimo (già previsto dalla legge Sacconi per gli importi però superiori a cinque volte il minimo). Si tratta di categorie di pensionati di certo non definibili come ricchi, né benestanti tenendo conto che “tre volte il trattamento minimo” significa una pensione di circa 1500 euro lordi mensili. Come noto le pensioni, contrariamente ai salari, non sono oggetto di contrattazione sindacale ma sono soggette a meccanismi legislativi diretti. Bloccare quindi l’indicizzazione all’inflazione per pensioni di quel calibro è un atto gravissimo di accanimento contro il potere di acquisto dei pensionati impossibilitati a far valere le loro ragioni tramite una contrattazione ad hoc capace di recuperare il terreno perduto.

Infine, con la revisione dei coefficienti di trasformazione a cadenza prima triennale e poi biennale. I coefficienti di trasformazione sono quei numeri che determinano l’importo della pensione mensile distribuendo il montante contributivo accumulato nel corso della carriera dal lavoratore sul numero di anni di vita attesa, calcolati ovviamente in media. Un aumento di vita media attesa determina così una riduzione dei coefficienti, ovvero una diminuzione della pensione mensile. La loro revisione più frequente, in condizioni di aumento della vita media attesa, rende le riduzioni più graduali, ma allo stesso tempo determina naturalmente un aggravio anticipato nel tempo e quindi in sommatoria maggiore.

Accanimento contro i pensionati e i lavoratori

Si può affermare in conclusione che, per vie diverse, le ultime riforme pensionistiche hanno imposto un restringimento durissimo dei diritti pensionistici a partire da un regime già pesantemente restrittivo plasmato dalla Riforma Dini del 1995, che introdusse il metodo contributivo stravolgendo il sistema precedente. È anche impressionante notare come l’applicazione più recente della ricetta dell’austerità alle pensioni sia stata scatenata non solo sui diritti di lungo termine, tramite restrizioni ad effetto graduale nel tempo, ma anche sui diritti di immediata acquisizione, tramite provvedimenti improvvisi e drastici a danno degli stessi pensionati attuali o dei lavoratori vicini al pensionamento.

In merito al continuo aumento dell’età pensionabile, oltre all’impatto brutale e catastrofico sulle vite dei soggetti in transito tra lavoro e pensione, occorre una riflessione specifica sulla previsione, introdotta dalla riforma Sacconi, di vincolare i mutamenti dell’età pensionabile in modo automatico all’andamento della speranza di vita.

In un sistema contributivo, diversamente da quello retributivo, in cui la pensione è pagata sulla base dei livelli di salario ricevuti nella vita attiva, il computo dell’assegno pensionistico è di per sé subordinato alla vita media attesa al momento della pensione. In sostanza, più si anticipa il momento della pensione e più si riduce la pensione mensile attesa, poiché il monte contributivo versato viene spalmato su un numero maggiori di anni calcolati sulla vita media attesa futura. Questo meccanismo viene aggiornato tramite i già menzionati coefficienti di trasformazione modificati al principio ogni 10 anni e poi, dal 2010, ogni 3 e dal 2019 ogni 2. Questa logica è già di per sé molto critica perché sancisce automaticamente che una vita più lunga debba tradursi in un minore godimento del riposo in termini qualitativi o, alternativamente, quantitativi. Motivo per cui un sistema retributivo ha un grado di universalità e di equità sociale assai più forte.

Tuttavia, pur accettando ipoteticamente la logica insita nel sistema contributivo, è evidente che l’ulteriore penalizzazione dell’aumento dell’età pensionabile, sommata alla riduzione dell’assegno pensionistico a parità di età, appare punitiva e del tutto gratuita. Superflua dal punto di vista dell’equilibrio attuariale del sistema (rapporto tra versamenti contributivi e prestazione ricevuta), che è di per sé garantito dalla stessa logica contributiva, e gravemente punitiva nei confronti dei lavoratori futuri pensionati, la cui pensione viene continuamente posticipata e diminuita.

Si può obiettare che in un sistema a ripartizione in cui non esistono conti individuali accumulati, ma si ripartiscono direttamente risorse dalla generazione lavoratrice a quella in pensione al tempo corrente, l’equilibrio finanziario rilevante è quello tra entrate contributive della generazione attiva e le uscite per il pagamento delle pensioni della generazione a riposo. Vero! Ma valgono tre obiezioni cruciali: in primo luogo non è affatto detto che un sistema pensionistico, anche per lungo tempo, non possa trovarsi in una situazione di squilibrio tra entrate contributive e uscite ed essere in parte coperto dalla fiscalità generale; in secondo luogo, il sistema italiano non soffre attualmente di alcun passivo di bilancio nella sua componente previdenziale; in terzo luogo, ipotizzando che non si voglia ricorre alla fiscalità generale e che in futuro, ceteris paribus, possa esservi il rischio di passivi di bilancio (ad oggi inesistenti), vi sarebbero comunque amplissimi margini di azione sull’aumento delle entrate contributive in alternativa alla riduzione della spesa pensionistica corrente e futura, tramite politiche di immediata ragionevolezza: riduzione della disoccupazione e della precarietà delle carriere e lotta contro il lavoro nero e l’evasione contributiva.

I veri motivi della guerra alle pensioni pubbliche

Sembra quindi che i continui aumenti dell’età pensionabile causati dal ciclo di riforme 2004-2011 e resi addirittura cogenti e automatici dopo il 2010, unitamente alla riduzione della pensione media attesa, siano stati solo orientati a ridurre drasticamente i tempi e l’entità del godimento della pensione pubblica e a costituire cospicui avanzi di bilancio dell’ente previdenziale in ossequio ai diktat dell’austerità e a tutto vantaggio della progressiva sostituzione della spesa pubblica con un inevitabile aumento futuro della spesa privata destinata ai fondi pensione gestiti da banche, assicurazioni e società di investimento.

Secondo il Rapporto sulle tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico e sanitario a cura del MEF, l’insieme di Riforme varate dal 2004 (Riforma Maroni, Damiano, Sacconi 1 e 2 e Fornero) garantirebbe risparmi cumulati di circa 1000 miliardi ai prezzi attuali. Circa un terzo sarebbero garantiti dalla sola Riforma Fornero del 2011.

Queste cifre roboanti, insieme ai dati falsi sui presunti e inesistenti passivi di bilancio dell’INPS, vengono agitati nel dibattito pensionistico per dimostrare l’inevitabilità delle ultime riforme varate e per sigillare ogni tentativo di affermare la necessità di invertire la rotta restrittiva.

Il dibattito in occasione delle ultime elezioni è stato emblematico in questo senso. Ai timidissimi e invero parziali tentativi di Lega, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Liberi e Uguali di proporre modifiche e/o abolizioni della Fornero, i guardiani dell’austerità hanno risposto che si tratta di un’utopia irresponsabile perché non ci sono le coperture (agitando il consueto mantra del debito insostenibile e delle risorse fiscali irreperibili). Voce emblematica che si è distinta per una difesa a oltranza della legge Fornero è il think tank liberista lavoce.info tra i cui protagonisti vi è, non a caso, lo stesso economista presidente dell’INPS Tito Boeri. Al riguardo, suggeriamo la lettura di tre riflessioni significative sul tema pubblicate poco prima dell’appuntamento elettorale (uno, due, e tre).

...e non è finita

L’aspetto più preoccupante, peraltro, è che i più accesi sostenitori dell’austerità a oltranza sono già pronti per prossimi ulteriori attacchi. Non paghi dei risultati finanziari “straordinari” ottenuti con le riforme Sacconi e Fornero, i falchi dei tagli alla spesa sociale iniziano già a disegnare, in alcuni ambienti economici, i prossimi passi. Il recente documento del Fondo Monetario Internazionale citato a inizio articolo ci spiega le nuove direttrici inquietanti che l’Italia dovrebbe seguire.

Insomma la partita è aperta, gli appetiti della speculazione finanziaria sulle pensioni italiane non sono affatto sedati e sull’ennesimo saccheggio pensionistico si giocherà una delle sfide maggiori dei prossimi anni. Entreremo prossimamente nel merito di questo fosco programma, punto per punto.

Per il momento preme ribadire che per fermare l’accanimento cieco contro i pensionati di oggi e i lavoratori di oggi, futuri pensionati di domani, oltre alla sacrosanta abolizione della Legge Fornero, urge un’inversione a “U” ancor più profonda. È necessario rimettere radicalmente al centro della politica economica il tema della piena e buona occupazione, della fine della precarietà, della redistribuzione del reddito progressiva tra ricchi e poveri e tra capitale e lavoro, ridisegnando allo stesso tempo un sistema pensionistico socialmente sostenibile che offra una flessibilità di scelta ampia sul momento di cessazione dell’attività lavorativa ed una pensione che rifletta i redditi conseguiti nella vita lavorativa consentendo di mantenere durante il meritato riposo una vita decorosa in condizioni di certezza.

Fonte

14/10/2016

Il diavolo non fa i coperchi neanche per le pentole che vende Renzi

Nonostante gli sforzi del governo Renzi e dei suoi alleati Marchionne e Confindustria, i salari non sono ancora precipitati così in basso. Un ferroviere, una maestra d'asilo, un operaio edile che abbiano accumulato almeno 35 anni di contributi regolari non portano a casa, per fortuna, meno di 13.000 euro netti all'anno. Eppure Renzi e Poletti hanno messo proprio quel tetto come condizione per accedere al famigerato anticipo pensionistico, l'APE, che scatterebbe dopo i 63 anni di età.

Anche così, comunque, non pare che l'operazione sia gratis, visto che si dovrà accedere ad un mutuo ventennale e pagare una polizza che assicuri la banca contro i rischi di morte o insolvibilità del pensionato. Non è ancora chiaro in che misura il governo contribuisca a questa porcheria, comunque pare che per tre anni di anticipo pensionistico si dovrebbe vedere decurtata la pensione di almeno il 15%, cioè 1000 euro mensili diventerebbero 850!

Ma ripetiamo l'APE è costruita per essere praticamente inaccessibile anche a chi volesse farsi del male.

Intanto però Renzi e Poletti suonano la grancassa sul fatto che sarebbero riconosciute a fini pensionistici le condizioni diverse di chi fa un lavoro usurante. E lo stesso fanno per i lavoratori "precoci", cioè coloro che sono andati a lavorare prima dei 19 anni e che quindi dovrebbero continuare per molti anni ancora. Per costoro, gorgheggia Poletti, basteranno 41 anni di contributi per accedere all'APE. Peccato però che per poter usufruire di quel dono sopraffino chi ha maturato 41 anni di contribuiti debba essere disoccupato! Anche qui si costruisce un requisito che è semplicemente una truffa. Soprattutto se si ricorda che prima della Fornero con 40 anni e 6 mesi di contributi si andava in pensione, senza essere stati licenziati.

La Fornero, come sappiamo, ha anche prodotto la disgraziata categoria degli esodati, cioè di coloro che son stati fregati per l'improvviso innalzamento della età pensionabile, avendo già concluso il rapporto di lavoro proprio in vista della pensione. Per centinaia di migliaia di persone lasciate dalla Fornero senza lavoro e senza pensione sono già state effettuate 7 "salvaguardie", cioè provvedimenti che permettessero l'accesso ad un reddito. Apposite voci di bilancio sono state stanziate allo scopo, solo che poi i governi le hanno utilizzate per altri scopi di spesa sociale, o per mance elettorali. Così gli esodati ci sono ancora e ci saranno anche dopo l'ottava salvaguardia promessa da Renzi e Poletti, che non copre tutti gli aventi diritto.

Ma il massimo di clamore della propaganda renziana sarà sicuramente dedicato all'aumento e all'estensione della platea della quattordicesima. Qui i trucchi li scopriremo tutti quando vedremo le cifre e i requisiti esatti. Sicuramente gli 80 euro lordi mensili, si sa Renzi ama quella cifra, toccheranno molte meno persone di coloro che se li aspettano. E saranno anche ridotti ad una cifra minore.

Questo lo possiamo dire già ora, visto che il governo annuncia per tutte queste operazioni uno stanziamento di 2 miliardi all'anno per tre anni. Cifra assolutamente insufficiente a fare giustizia, se consideriamo che la legge Fornero ha tolto ai pensionati sinora 30 miliardi. E che almeno 15 di essi vengono dalla mancata indicizzazione delle pensioni. La Corte Costituzionale aveva dichiarato incostituzionale il taglio, ma come suo solito, il governo ha sfacciatamente ignorato la sentenza e non ha restituito i soldi. Soldi con i quali ora finanzia la quattordicesima. Dunque sono gli stessi pensionati che pagano gli aumenti per i più poveri tra loro.

CgilCislUil che ora lamentano di essere state truffate, solo pochi giorni fa avevano firmato un protocollo che autorizzava il governo a tutti questi raggiri. Ed ora beffardamente Renzi e Poletti fanno partire le loro Misure dal 1 maggio 2017!

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, dice un vecchio proverbio. Che vale anche per le pentole che vende Renzi e che oramai nessuna persona onesta o di buonsenso dovrebbe più comprare.

Con lo sciopero e il NoRenziDay del 21 e 22 ottobre abbiamo una prima occasione per far sentire a questi imbroglioni cosa pensiamo di loro e della loro APE.

Fonte

28/04/2016

Pensione anticipata? Se te la paghi tu, con gli interessi

È avvilente dover analizzare una proposta di risoluzione per la “flessibilità” nell’uscita anticipata dal lavoro avanzata da un consulente del governo in un’intervista. Parole scritte sull’acqua, insomma, smentibili il giorno o la settimana dopo.

Eppure una logica, al di là delle soluzioni tecniche che saranno decise alla fine delle inevitabili finte “trattative”, appare nettamente delineata: chi vuole o deve andare in pensione prima dell’età mostruosa fissata dalla “riforma Fornero” (67 anni e 6 mesi) pagherà di tasca propria l’intero importo corrispondente alla durata dell’“anticipo”. Anzi, pure qualche cosa di più.

Prendiamo le uniche parole chiare pronunciate da Tommaso Nannicini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che coordina i “tecnici” al lavoro sullo schema di intervento:
«Ci sono tre categorie. La prima è quella delle persone che hanno una preferenza ad andare in pensione prima, ad esempio la nonna dipendente pubblica che vuole accudire i nipotini. La seconda è quella di chi ha necessità di andare in pensione anticipatamente, in quanto ha perso il lavoro e non ha ancora i requisiti d’uscita. La terza categoria sono i lavoratori che l’azienda vuole mandare in pensione prima per ristrutturare l’organico aziendale. Ebbene, si potrebbe provare a creare un mercato di anticipi pensionistici, che oggi non c’è, coinvolgendo governo, Inps, banche, assicurazioni. In questo schema, la prima categoria può andare in pensione ma con una penalizzazione leggermente più forte. Alla seconda categoria la penalizzazione gliela paga in buona parte lo Stato. Per la terza sono le aziende a coprire i costi dell’anticipo. In sintesi non sarebbe lo Stato a versare l’anticipo, ma si limiterebbe a coprire una parte dei costi con un’assicurazione a garanzia del rischio morte. Al momento è solo una delle ipotesi allo studio, ma potrebbe essere quella che fa quadrare il cerchio tra la forte richiesta di flessibilità e la sostenibilità della finanza pubblica».
Sorvoliamo per carità di patria sulle “nonne della pubblica amministrazione che vorrebbero occuparsi dei nipotini” – è notorio che in realtà sono i figli delle suddette nonne ad avere necessità di una baby sitter gratuita, vista la carenza di asili nido pubblici e il costo, minimo ma pensate, di una baby sitter “di mercato” – e vediamo la logica generale.

Lo Stato non ci vuol mettere un euro, o almeno il minimo possibile. Se le persone attualmente al lavoro decidessero di andare in pensione con tre anni di anticipo (il massimo indicato dallo stesso Nannicini), anche rimettendoci una quota rilevante dell’assegno pensionistico (tra il 9 e il 12%, a seconda della “penalizzazione” che verrà decisa), ci sarebbe comunque un aggravio immediato della spesa pubblica nell’ordine dei 6-7 miliardi di euro l’anno. Il risparmio sarebbe altrettanto certo, ma sul lungo periodo. Nell’immediato, infatti, l’Inps dovrebbe erogare un maggior numero di assegni pensionistici, anche se nel giro di qualche anno gli assegni più “leggeri” si farebbero sentire positivamente sui conti di Boeri e negativamente nelle tasche dei pensionati “flessibili”.

Come si può fare a quadrare il cerchio?

Semplice: paga tutto il pensionato. Nella prima delle tre ipotesi, infatti, l’Inps non gli darebbe assolutamente niente. La pensione gli verrebbe mensilmente da una banca, con cui dovrebbe sottoscrivere una sorta di mutuo. Poi, nel momento in cui raggiunge la fatidica età pensionabile di legge, subentrerebbe l’Inps, con una trattenuta mensile da girare alla banca. In pratica il pensionato paga due volte: la prima, spalmando su più anni un reddito pensionistico comunque ridotto rispetto al valore attuale; la seconda, pagando alla banca gli interessi sul “prestito” ottenuto.

Lo sceriffo di Nottigham non poteva pensarla meglio.

Il secondo caso è in realtà quello degli “esodati”, ossia quei lavoratori che sono andati prima in cassa integrazione e poi in mobilità in seguito ad accordi di prepensionamento siglati tra l’azienda e lo Stato, al ministero del lavoro. Ma che, per effetto della legge Fornero, si sono improvvisamente ritrovati su un “ponte” che finiva nel vuoto: senza più il lavoro, ma anche senza la pensione. Qui – purtroppo per Nannicini, Poletti e Renzi – non ci può essere nessuna “soluzione di mercato”. Le banche, notoriamente, non fanno mutui ai disoccupati. Tanto meno se ultrasessantenni... Quindi dovrà intervenire per forza l’Inps, e il costo preventivato si aggira sul miliardo.

La terza ipotesi sembra più un caso di scuola, che non una possibilità concreta. L’azienda infatti dovrebbe pagare per uno o tre anni la pensione – decurtata, sia chiaro – a lavoratori che ha deciso di mandar via. Vi sembra realistico?

Fonte

18/11/2015

La terza età dello sfruttamento. Una nota su pensioni e regime del salario

Innumerevoli sono le iniziative governative che un tempo avremmo definito tout court antiproletarie, ma il livello raggiunto dall’ineffabile leader – ospite l’altra sera in Tv del giornalista per tutte le stagioni (anche le mezze in via di estinzione) – nel chiudere ad ogni ipotesi di flessibilità in uscita per il conseguimento delle pensioni è stato oscenamente inaudito.
 
Dal prossimo anno, per le donne occupate nel settore privato, scatta un aumento dell’età pensionabile di un anno e dieci mesi. Dai 63 anni e 9 mesi previsti oggi per le lavoratrici dipendenti si passa ai 65 anni e 7 mesi, mentre per le lavoratrici autonome e le iscritte alla gestione separata si passa dai 64 anni e 9 mesi ai 66 anni e 7 mesi. A legislazione invariata, quindi, per quasi due anni non verranno più liquidate dall’INPS pensioni di vecchiaia alle donne, salvo che a coloro che dovessero scegliere la cosiddetta opzione donna [sic!] con penalizzazioni da un quarto a un terzo dell’assegno pensionistico, sempre ammesso che tale opzione, in quanto assolutamente a costo zero per l’INPS, venga prorogata oltre il 2015.

La sfrenatezza tattica del comico toscano prestato alla presidenza del consiglio si poggia su solide basi aritmetiche, ignorandone qualsiasi possibile derivata: se ha promesso di cancellare Tasi e Imu, finanzia questa scelta rimangiandosi la promessa della flessibilità sulle pensioni, basta far sapere, tramite i media main stream, che lui è il buono in commedia e l’astuto presidente dell’INPS Boeri il cattivo, che sostiene che il costo della flessibilità pensionistica sarebbe il doppio di quello che deriva dall’eliminazione della tassa sulla prima casa. È appena il caso di evidenziare che il calcolo di Boeri ipotizza un immediato ricorso alla flessibilità nel prossimo anno di tutti i soggetti interessati dalle ipotesi di flessibilità avanzate, per un totale di 8 miliardi di euro, ignorando la riduzione di costi per gli ammortizzatori sociali risparmiati e il residuo di cassa di oltre 3 miliardi non utilizzati per le salvaguardie degli esodati.

Ma all’impegno profuso dal presidente INPS a sostegno del suo amato premier, cui deve la propria investitura nella baita di Courmayeur, si deve aggiungere la performance in commissione lavoro del Senato del ministero dell’Economia che, annunciando l’indisponibilità delle somme non utilizzate per le precedenti salvaguardie degli esodati, ne ha stoppato la settima che veniva data in dirittura d’arrivo.

Quello che sconcerta è l’accanimento con cui si insiste nell’attacco alle pensioni del settore privato quando, senza dubbio per lo meno al Mef nonché alla Ragioneria dello Stato, dovrebbe essere noto che, già dalla fine degli anni Novanta, nel nostro paese le entrate contributive superano le prestazioni previdenziali al netto del prelievo fiscale, in Italia più gravoso rispetto alla maggior parte degli altri paesi dell’OCSE.

Sorge il fondato sospetto che, al fine di perseguire una coerenza di ispirazione ordoliberista, tra compressione del salario diretto, contestuale alla perdita di circa un milione di posti di lavoro dal 2008 all’inizio del 2015 e a un rimescolamento della composizione degli occupati che ha visto aumentare la quota di migranti, donne e anziani, e contrazione del salario differito insieme a quello indiretto, nell’azione di un governo pienamente subalterno alle politiche del capitalismo finanziario globalizzato non venga tralasciata nessuna occasione per realizzare una dura accelerazione che cerca di stringere tutti gli anelli delle catene dello sfruttamento del lavoro del terzo millennio.

10/09/2015

Il governo cancella i fondi per gli "esodati"

Un governo infame – insegnava con l'esempio lo sceriffo di Nottingham – rapina sempre i più poveri. Forse per stare all'altezza del precedente letterario il governo Renzi ha deciso di azzerare il fondo per gli “esodati”.

Ricorderete il “regalo” fatto dalla Fornero a centinaia di migliaia di lavoratori mandati in cassa integrazione o in mobilità (o con altre forme ancora di ammortizzatori sociali): l'allungamento dell'età pensionabile, in certi casi di alcuni anni, li aveva lasciati senza più lavoro, senza ammortizzatori e anche senza pensione. Man mano che scadevano gli ammortizzatori, infatti, si ritrovavano “troppo giovani” per andare in pensione, ma “troppo vecchi” per trovare un lavoro.

I governi successivi dovettero metter mano alla vicenda, accantonando fondi annuali per coprire in qualche modo le necessità reddituali di gente che era stata letteralmente truffata dallo Stato, nelle persone di Fornero e Monti. Qualche centinaio di milioni l'anno che per l'anno in corso, però, sono scomparsi.

Gli accantonamenti facevano riferimento a delle “stime”, visto che neanche l'Inps riusciva a stabilire – nel caos di “riforme delle pensioni” che si modificavano l'un l'altra – quanti “esodati” ci sarebbero stati in un certo anno. Quindi era assolutamente logico che eventuali fondi in eccesso – ipotesi difficile, ma pur sempre teoricamente possibile – tornassero alla contabilità generale, a disposizione per altri scopi.

Ora, invece, è arrivata una “interpretazione” del ministero dell'Economia che praticamente ferma l'applicazione della “settima salvaguardia” per gli esodati. Le risorse non utilizzate sono così tornate nelle casse dello Stato e non potranno essere più usate per questo scopo. In questo modo vengono a mancare completamente sia i fondi per gli esodati che si sono scoperti tali nel 2015, sia per la cosiddetta “opzione donna” (la possibilità di andare volontariamente in pensione con 35 anni di contributi e 57 di età, ma lasciando sul terreno il 25-30% dell'assegno pensionistico, a causa dell'applicazione del calcolo contributivo su tutta la carriera lavorativa).

L'interpretazione data dal Mef, oltretutto, è palesemente diversa da quella fornita dal ministero del lavoro: per il primo le risorse non utilizzate in certo anno diventano “economie” sulla spesa complessiva dello Stato, mentre per il secondo i fondi non spesi dovrebbero poter essere utilizzati negli anni successivi.

Di fatto, il governo ha scippato mezzo miliardo di euro ad esodati e categorie di pensionandi che prima si sono visti privati del diritto alla pensione dalla Fornero e poi sono stati esclusi dalle varie salvaguardie.

Fonte

18/05/2013

Il governo ha una 'nuova' idea: "tagliamo le pensioni"

Come dei killer seriali, i nuovi ministri si muovono nel solco di quelli vecchi. Dove trovare i soldi per finanziare qualcosa, se la Troika blocca il "saldo finale"? Semplice, si riducono gli assegni ai pensionandi...

E' ancora presto per dire se il nuovo ministro del welfare, Enrico Giovannini, farà impallidire il ricordo incancellabile dei predecessori, Maurizio Sacconi ed Elsa Fornero. Ma si può già affermare che ci proverà.
Rispondendo alle domande dei parlamentari, in un question time che altrimenti sarebbe passato inosservato come gli altri, l'ex presidente dell'Istat ha cominciato ad abbozzare le linee di intervento del suo governo.
Al centro del mirino di nuovo le pensioni. Stavolta, però, non dovrebbe essere nuovamente innalzata l'età pensionabile. Più di così infatti non si può fare. Non per rispetto dei poveri anziani costretti ad andare a lavorare fino a quasi 70 anni, ma per il motivo meno nobile: le imprese non sanno che farsene (a parte qualche mestiere "di concetto") e vogliono liberarsene.
Quindi bisogna facilitare l'uscita anticipata dal lavoro, ma in modo da risparmiare sui conti Inps. Come? L'idea è il solito ricatto, giocato sull'ovvio desiderio di lasciare per esaurimento delle forze. Puoi andare via prima, ma perdendo una parte - ancora non esattamente quantificata - dell'assegno mensile una volta che sarai in pensione.
La riforma Fornero, in proposito, aveva già introdotto il principio. Le donne, per esempio, possono ancora ritirarsi a 58 anni con 35 di contributi. La penalizzazione è però drammatica, perché in questo caso tutta l'intera carriere verrebbe rivisitata con il "metodo contributivo" (chi ha quell'età, invece, in molti casi rientra nella "riforma Dini", che salvaguardava il calcolo col "retributivo" per chi aveva 18 anni di contributi del 1995). L'assegno pensionistico, nel migliore dei casi, verrebbe ridotto di oltre il 30%. Di fatto, nessuna lavoratrice scegli di andarsene prima.
Una seconda modalità già esistente è invece quella della decurtazione percentuale per ogni anno in meno rispetto all'età limite (42 e 5 mesi di contributi per gli uomini, un anno in meno per le donne). Fin qui il 2% l'anno, che in qualche caso può essere considerato "accettabile" (specie per le retribuzioni - e quindi le pensioni - più alte).
L'idea di Giovannini - par di capire, perché di numeri non ne sono stati fatti - è amplificare al massimo questa possibilità, fino a prevedere il part time obbligatorio per gli anziani in aziende che invece assumono giovani (con contratti di apprendistato).
Una soluzione che sarebbe "geniale" per affrontare il problema degli "esodati", I quali naturalmente verrebbero così considerati "in uscita volontaria anticipata" e quindi mandati - sì - in pensione, ma con assegni pesantemente decurtati. Insomma: condannati a rimetterci comunque rispetto a quando hanno sottoscritto accordi aziendali o addirittura in sede ministeriale.
Ma il governo intende "risparmiare" anche sulla cassa integrazione "in deroga" (per le categorie d'impresa in cui non esiste l'istituto della cig perché aziende e lavoratori non devono versare i relativi cotributi): i fondi per quest'anno sono stati lasciati a soli 800 milioni, pur sapendo perfettamente che non basteranno, anche perché i licenziamenti e le chiusure aziendali sono in aumento. Ma per il governo è anche un modo di "anticipare" il passaggio a regime dell'Aspi (il "nuovo" assegno di disoccupazione previsto dalla "riforma Fornero" che andrà a sostituire sia la cig in deroga che quella straordinaria, oltre alla "mobilità"; ma per un periodo massimo molto più breve).
Riassumendo: sempre meno ammortizzatori sociali, più miserabili, per meno tempo.

Per quanto riguarda invece le "politiche attive" del lavoro, nella famosa ottica del "favorire le assunzioni", il sottosegretario Carlo Dell'Aringa (ex presidente dell'Aran contro i lavoratori pubblici e neodeputato - ma che sorpresa! - del Pd) ha già spiegato i dettagli del suo "ritocco" da apportare alla "riforma Fornero" del mercato del lavoro: niente più limitazioni temporali o di causale per i contratti a tempo determinato e per quelli di apprendistato.
Più precarietà per tutti, vedrai come staremo tutti meglio...



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11/10/2012

Esodati. Un ministro feroce e incompetente

Il mnistro Elsa Fornero, impropriamente definita "del lavoro e del welfare", ammette solo ora di non avere la minima idea di quanti possano essere gli "esodati".

Ma non per questo cambia idea sul valore della sua "riforma delle pensioni".
Intervenuta al Giornale Radio Rai, ha confessato di non saper dire ancora adesso, a un anno dalla folle legge che porta la sua firma, quanti lavoratori esodati ci saranno in Italia l'anno prossimo. «Rispetto alla dimensione di questo fenomeno per il 2013 e il 2014 permangono delle zone d'ombra: alla domanda "quante persone ci saranno in questa situazione nel 2013", io non ho ancora la risposta».
Chiunque altro, al suo posto - tranne forse i Fiorito e i Formigoni - avrebbe nello stesso istante tolto il disturbo. Perché può essere anche, nel governo di un paese, che si debbano prendere decisioni impopolari. Ma non è ammissibile che se ne prendano senza avere alcuna idea delle conseguenze sociali, dei costi umani, del proprio agire.
Il ministro Fornero, invece, vorrebbe «davvero andare a cercare quasi con il lanternino le persone che nel 2013 e nel 2014 rischiano di trovarsi senza stipendio e senza pensione. Ci saranno, con un'alta probabilità, e allora vedremo la loro situazione e aiuteremo quelle persone».
Insomma, dopo, a  babbo morto. E solo se lei stessa verificherà, col suo "lanternino" cimiteriale, se un circa-sessantenne abbia perso davvero il lavoro, la pensione e gli ammortizzatori sociali per causa sua.
E' noto che la Ragioneria generale dello Stato, che assumerà nei prossimi anni la figura centrale nella legislazione (il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio obbligatorio impediranno qualsiasi legislazione senza copertura finanziaria preventiva; ovvero nessuna scelta politica alternativa) ha rimandato al mittente la proposta di legge Damiano, che puntava a dilazionare in "scalini" la tempistica della riforma Fornero. Il ministro quindi avverte: la sua riforma previdenziale «non va smontata».
Il problema, a suo parere, non è solo di "risorse mancanti" ma di contenuti. Se approvata, la proposta Damiano rischierebbe comunque di far saltare i principi criminogeni della riforma Fornero. Insomma, se anche le risorse fossero abbondanti, lei non troverebbe necessario riconoscere legislativamente il quadro di diritti maturati che lei ha distrutto.
«Questo ministro è disponibile a discutere "casi", perché abbiamo già fatto due operazioni di salvaguardia importanti». Ma «va detto con forza che non abbiamo la possibilità di smontare la riforma delle pensioni che è stata una buona riforma e che ieri ha ricevuto ulteriori plausi da organismi istituzionali internazionali come il Fmi. Ma la disponibilità totale ad aiutare le persone che si troveranno in difficoltà, quella c'è assolutamente».
"Casi singoli", trovati col lanternino, cui elargire per poco tempo un po di carità. Ma di diritti esigibili non si deve più parlare. Se non c'è qualcuno che soffre, lei come fa a commuoversi?


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