Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Elsa Fornero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elsa Fornero. Mostra tutti i post

22/12/2025

Elsa Meloni Fornero

di Giorgio Cremaschi

Il governo Meloni odia le donne e gli operai.

Avevano presentato peggioramenti brutali della legge pensionistica più feroce d’Europa. Poi, di fronte alla vergogna che travolgeva Matteo Salvini che aveva fatto tutte le sue campagne elettorali contro la legge Fornero, hanno fatto una parziale marcia indietro.

Si tolgono truffe incostituzionali come quella che sostanzialmente annullava il riscatto della laurea. Si attenua l’aumento dell’età della pensione, ma non lo si ferma. Così mese dopo mese si avvicina la pensione a settant’anni.

Resta il regalo ai fondi pensione privati, con la rapina a loro favore del TFR dei nuovi assunti. Resta la mancata vera indicizzazione delle pensioni, il che vuol dire che sempre più pensionati vedranno diminuire il loro reddito reale e peggiorare la loro vita.

Ma c’è una correzione della manovra che mostra tutto l’odio di classe di questo governo che finge di stare con il popolo. Hanno deciso di colpire il diritto ad andare in pensione prima per chi è andato a lavorare da ragazzo e per chi fa lavori usuranti, mentre hanno confermato l’abolizione del diritto delle donne alla pensione anticipata anche se con meno soldi.

Insomma gli operai devono rischiare salute e vita da anziani, mentre le donne si arrangino.

È bene ricordare che in Francia si continua ad andare in pensione a 62 anni, perché Macron ha per ora congelato la sua “legge Fornero”, mentre da noi siamo quasi a 68 anni di età e 44 di contributi.

Matteo Salvini continua ad imbrogliare, ma Giorgia Meloni in fondo è coerente. Lei ha scelto di essere l’obbediente esecutrice in Italia dell’austerità europea e del riarmo NATO. E questa sua scelta non è di oggi, perché la deputata Giorgia Meloni nel 2012 aveva proprio votato la legge Fornero.

Ora la porta avanti perché per la finanza internazionale quella legge è una vera e proprio bandiera. Elsa Meloni Fornero.

Fonte

12/05/2025

Il vero degrado è lavorare una vita e rimanere poveri

La professoressa Elsa Fornero è andata in pensione a 70 anni (i docenti universitari ed i magistrati hanno un regime speciale) con 3.500 euro al mese. Ora prende circa 6.500 euro per ogni ospitata televisiva per dirci, ogni volta, che non ci sono soldi per le pensioni e che bisognerà andarci sempre più tardi.

Intanto bisognerebbe che qualcuno spiegasse alla professoressa che il bilancio INPS ha chiuso gli ultimi tre esercizi in attivo. Ma la nostra se ne guarda bene dal ricordarlo, presa com’è dal loop del “non ci sono soldi – non ci sono soldi”.

In ogni caso, le variabili da considerare per valutare la tenuta presente e futura dei conti dell’INPS – prima fra tutte la sempre invocata e mai attuata separazione dell’assistenza dalla previdenza – sono molte e non hanno molto a che fare con il saldo negativo di nascite e decessi.

Comunque vada, ed al netto delle chiacchiere di Salvini, in base al meccanismo dell’agganciamento all’indice della speranza di vita previsto dalla norma ancora in vigore e che porta ancora il suo nome, fra qualche anno l’età pensionabile potrebbe superare i 70 anni. E, grazie al calcolo “contributivo” ed al lavoro precario ed intermittente, le pensioni saranno talmente da fame che, anche andati in pensione a 70 anni, sempre più pensionati continueranno a lavorare in nero ed a fare lavori pericolosi tipo salire su impalcature senza sistemi di protezione ed imbracatura per rimediare quel che consentirà loro di arrivare a fine mese.

In Francia hanno fatto mesi di sciopero perché non volevano andare in pensione a 64 anni anziché 62. Ma ci vanno con il calcolo retributivo, l’unico che garantisce un livello di vita minimamente dignitoso.

E in Italia? Qui i sindacati complici della distruzione del nostra sistema pensionistico si sono tuffati, esattamente 30 anni fa, nei fondi pensione “chiusi”, ovvero, con i sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil infilati illo tempore dentro i consigli di amministrazione dei fondi pensione (in palese conflitto di interesse). Altro che Francia...

Da allora tirano la volata alle assicurazioni private che vorrebbero rendere obbligatoria la devoluzione automatica del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) direttamente ai fondi pensione e puntano sulla trasformazione del sistema pensionistico attuale in un ente erogatore di elargizioni caritatevoli nei confronti dei poveri assoluti.

A rapinare il TFR dei lavoratori ci ha provato anche la plurilaureata della domenica e ministra del lavoro, Elvira Calderone, con un emendamento in legge di bilancio senza, però, riuscirci. Una torta, quella dei TFR, che vale svariate decine di miliardi di euro su cui i grandi gruppi finanziari e speculativi non vedono l’ora di mettere le mani.

Intanto il grande filosofo che si rifà direttamente a quelli greci antichi, Umberto Galimberti, in una recente intervista ha dichiarato che già a sessant’anni l’uomo potrebbe tranquillamente lasciare questo mondo. Si, magari sotto una pressa, oppure liquefatto in un deposito di idrocarburi.

Visto che, in base al sistema previdenziale attuale, a 60 anni siamo ancora nel bel mezzo della nostra vita lavorativa, quale morte più saggia ed in linea con gli insegnamenti dei grandi filosofi greci se non quella di prendersi uno schioppone definitivo sul posto di lavoro? Del povero lavoratore in infinita attesa di una pensione, si scriverà nei necrologi “onore a lei/lui, è morto lavorando per l’azienda XY a cui è rimasto sempre devoto ed a cui ha dedicato i migliori anni della sua vita... ed anche i peggiori”.

Fonte

18/03/2025

Fornero, l'impresentabile

di Giorgio Cremaschi

Elsa Fornero ha inflitto tante ferite a lavoratori e pensionati, ricordate le sue lacrime in diretta tv?

Ora la professoressa afferma che tutte e tutti dobbiamo accogliere le ferite del riarmo e poi magari anche quelle della guerra.

Chissà se, quando ha scritto questo orrore sul giornale di padron Elkann, le è cascata ancora una lacrimuccia. O se invece il suo liberismo bellicista è diventato così sfrontato, da non aver più bisogno di ipocrisia.

In ogni caso si conferma che Elsa Fornero è una che indica sempre la via: una volta visto dove sta lei, è certo che si debba andare dalla parte opposta.

Il fatto che chi ha portato l’età della pensione fino alla soglia dei settant’anni ora voglia più spesa militare nel nome dell’Europa, è un aiuto per convincere anche gli incerti a dire no.

Peccato che Michele Serra non abbia chiamato sul suo palco guerrafondaio anche la professoressa. Il suo elogio delle ferite del riarmo sarebbe stato benissimo tra l’eurorazzismo di Roberto Vecchioni e l’euromilitarismo di Filippo Scurati e avrebbe reso ancora più impresentabile lo spettacolo dal titolo: “lo vuole l’Europa”.

Fonte

27/02/2020

Abbassiamo l’aspettativa di vita, ce lo chiede l’Europa

“Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare“.

E giù la solita giaculatoria contro quota 100 ed in favore del famigerato sistema contributivo assoluto. Elsa Fornero, martedì sera, a La7, nel corso della trasmissione #DiMartedì, ha ripreso pari pari un leitmotiv tirato fuori per la prima volta, nel 2012, dall’attuale presidente della BCE Christine Lagarde: “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria.”

E l’allora ultraliberista direttrice dell’FMI indicò la soluzione (finale) nello smantellamento del sistema previdenziale ed in una drastica riduzione della spesa pubblica dedicata agli altri istituti del welfare (sanità, assistenza, istruzione).

Nessun accenno, ovviamente, alla spesa militare.

Dunque, la longevità delle popolazioni occidentali – ossia il famoso “allungamento delle aspettative di vita” – mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati. In altre parole, per i pasdaran del neoliberismo, la longevità va ridotta perché “desiderabile, ma costosa” e per aiutare gli “investitori professionali” (fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund, ecc.), a “trovare degli asset più affidabili”.

Insomma, dobbiamo morire prima e direi che in Italia ci siamo adeguati subito al monito della Lagarde facendo a pezzi il nostro Servizio Sanitario Nazionale al quale abbiamo tagliato 28 miliardi in 10 anni mentre assistiamo alla progressiva crescita di fondi integrativi sanitari privati (dati 4° Rapporto della Fondazione Gimbe) grazie anche all’aiutone dei sindacati complici (ed interessati, tramite la gestione dei fondi pensione).

Tempi troppo lunghi di attesa per accedere alle prestazioni, visite specialistiche e ticket sanitari costosi, mancanza di strutture ambulatoriali e carenza di medici sul territorio hanno fatto aumentare esponenzialmente, in Italia, gli ultrasessantacinquenni che, scoraggiati dalle difficoltà, rinunciano a curarsi o a sottoporsi ad accertamenti clinici: sono 3 milioni e 200mila (su 4 milioni di malati cronici) secondo il Rapporto OsservaSalute 2018. Tutti pensionati “costosi”.

E nel 2017 erano già più di 12 milioni gli italiani che avevano rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per motivi economici.

Insomma, siamo sulla buona strada: Fornero, Lagarde e gli “investitori professionali” possono stare tranquilli. Noi meno.

Fonte

02/02/2020

Previdenza complementare e pensioni da fame: guardare il dito e ignorare la Luna

Siamo nel bel mezzo di un rinnovato dibattito sulle pensioni. Complice l’imminente fine della “sperimentazione” di quota 100 (che, ricordiamo, era prevista per il triennio 2019-2021) e del manifestarsi del cosiddetto “scalone”, si torna a parlare di come riformare il sistema pensionistico. Nelle settimane scorse, sulle pagine de “Il Foglio” si è sviluppato un dibattito circa la previdenza complementare. La discussione trae origine da due recenti proposte: da un lato, quella avanzata dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, di istituire un fondo pensione complementare gestito dall’Inps, volontario e a capitalizzazione; dall’altro, quella rilanciata da Massimo Mucchetti, giornalista ed ex senatore del PD, di istituire un fondo pensione complementare pubblico, sempre a contribuzione volontaria e gestito dall’Inps, ma a ripartizione.

Come si vedrà, nessuna di queste proposte è rivoluzionaria. I problemi del sistema pensionistico italiano, che difficilmente possono essere risolti con forme di previdenza complementare, sono ben più profondi e ben diversi da quelli normalmente indicati dai “tecnici”, che suggeriscono riforme sempre più draconiane. Senza politiche finalizzate alla piena occupazione e ad un aumento significativo dei salari sul mercato del lavoro, il problema del nostro sistema pensionistico è destinato ad acuirsi di fronte al progressivo invecchiamento demografico. Il dibattito menzionato, tuttavia, è interessante perché ci permette di evidenziare gli interessi che si muovono intorno alla ghiotta torta del risparmio dei lavoratori. Ma andiamo, come al solito, con ordine.

La previdenza complementare (o “previdenza di secondo pilastro”) è stata introdotta in Italia con il decreto legislativo 124 del 1993. Lo scopo di questa forma di risparmio previdenziale è quello di integrare la previdenza obbligatoria (o “previdenza di primo pilastro”), finanziata attraverso i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro sono tenuti, per legge, a versare. In altri termini, i lavoratori possono decidere su base volontaria di versare una parte dei propri risparmi – nonché il proprio TFR (trattamento di fine rapporto, ossia la liquidazione) – in determinati fondi, con lo scopo di ottenere una prestazione pensionistica aggiuntiva rispetto a quella obbligatoria al momento del pensionamento. Si tratta, in sostanza, di una forma di detenzione del risparmio alternativa a quella che può essere rappresentata dall’acquisto di titoli di Stato, azioni, obbligazioni (e così via...), tramite intermediari finanziari o in autonomia.

A differenza, però, di queste forme di detenzione del risparmio, per la previdenza complementare sono previste alcune disposizioni specifiche: agevolazioni fiscali volte a incentivarne l’utilizzo; un’apposita autorità di controllo, la COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione); forme di silenzio-assenso per quanto riguarda il conferimento del TFR in fondi pensione. In particolare, se il lavoratore non decide cosa fare del suo TFR, in alcuni casi esso è automaticamente trasferito nel fondo pensione previsto dai contratti collettivi applicabili o dalla legge.

Esistono quattro diversi tipi di fondi pensione: i fondi pensione negoziali (istituiti dalle parti sociali, sindacati e datori di lavoro, nell’ambito della contrattazione collettiva), i fondi pensione aperti (gestiti da banche, assicurazioni e altri operatori finanziari), i piani individuali pensionistici e i fondi pensione preesistenti al 15 novembre 1992. La materia è regolata dal decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 e prevede un sistema di contribuzione volontaria e a capitalizzazione, mentre la previdenza di primo pilastro è obbligatoria e a ripartizione. Ricordiamo in breve il significato di questi termini, che ci dicono con quale tipo di finanziamento è alimentata una determinata forma pensionistica. Un sistema a ripartizione è caratterizzato dal fatto che i contributi dei lavoratori di oggi vanno a finanziare le pensioni dei lavoratori di ieri (i pensionati di oggi). In un sistema a capitalizzazione, invece, ciascun lavoratore, ci si consenta l’estrema semplificazione, contribuisce alla propria pensione, andando ad accantonare i contributi in un fondo, sul quale si accumuleranno interessi e dividendi a seconda del rendimento della forma di investimento prevista dal fondo pensione al quale si aderisce. Il sistema a ripartizione, quindi, è basato su un esplicito patto di solidarietà intergenerazionale; il sistema a capitalizzazione invece su un atto di risparmio e accumulazione individuale di risorse.

Eccoci, adesso, alle proposte su cui si è scatenato il dibattito. Sia la proposta di Tridico sia quella di Mucchetti partono dalla constatazione che il sistema di previdenza complementare introdotto nel 1993 non ha dato i risultati sperati. Se l’obiettivo era quello, duplice, di favorire la partecipazione dei lavoratori a forme di risparmio pensionistico e incrementare la disponibilità di risparmi che andassero a finanziare il debito pubblico italiano e le imprese che effettuano investimenti in Italia, esso è ampiamente fallito.

I dati snocciolati dalla COVIP nella sua relazione annuale per l’anno 2018 parlano chiaro. Il numero di adesioni risulta molto limitato: a fine 2018 gli iscritti a forme di previdenza complementare sono circa 7,6 milioni di soggetti, meno di un terzo della forza lavoro; ad aggravare il quadro, i lavoratori effettivamente versanti sono stati meno di 6 milioni (meno del 23 per cento della forza lavoro). Alcune categorie di lavoratori fanno particolarmente fatica ad alimentare la propria posizione pensionistica integrativa. Giovani, lavoratori meridionali, autonomi e donne sembrano particolarmente penalizzati, a causa di condizioni di lavoro peggiori e retribuzioni sensibilmente più basse. E come stupirsi? Con stipendi da fame e grande discontinuità di retribuzione, figuriamoci se possono mettere da parte qualcosa per la pensione. Deludente è anche il contributo delle forme pensionistiche complementari agli investimenti produttivi e al finanziamento della spesa pubblica in Italia. Nel 2018 solo il 27,7% della massa patrimoniale dei fondi pensione è stato infatti rivolto a investimenti nazionali, mentre i titoli di Stato italiani fanno registrare investimenti pari a poco più di un quinto del totale del patrimonio dei fondi.

Mucchetti propone, “per irrobustire le entrate dello Stato ... senza imporre nulla ai contribuenti” e per favorire gli investimenti in Italia, la creazione di un fondo di previdenza complementare pubblico a ripartizione. Tridico, invece, pensa a un fondo a capitalizzazione. Al di là delle differenze tra i due fondi, è particolarmente interessante soffermarsi sulle obiezioni che tali proposte hanno sollevato.

Contro la proposta di Mucchetti si è scagliato Giuliano Cazzola, strenuo difensore della riforma Fornero, ex deputato, con un passato nel PSI, nel Popolo della Libertà, nel Nuovo Centro Destra e in Scelta Civica (il partito di Mario Monti). Oggi aderisce a +Europa. Basterebbe questo nutrito curriculum a qualificare qualsiasi suo intervento sulle pensioni come “la voce dell’austerità”, eco delle lacrime di coccodrillo della Fornero, ma prendiamoci la briga di leggere alcuni passaggi del suo intervento. Scrive Cazzola che la proposta Mucchetti è figlia di una cultura statalista e risulterebbe in una “catena di Sant’Antonio”. Nel sistema a ripartizione proposto da Mucchetti, argomenta Cazzola, i contributi non finirebbero “in una posizione individuale, fatta di risorse reali e gestita a capitalizzazione”, ma andrebbero a pagare i trattamenti in essere, “mentre la pensione più elevata, domani, sarebbe finanziata dai contributi versati, appunto, dai lavoratori di domani”. In altri termini, la proposta di Mucchetti finirebbe per chiedere ai giovani di sopportare un onere insostenibile: “il patto che lo Stato impone tra le generazioni diventerebbe ancora più leonino per quelle future”.

Alla proposta Tridico, invece, ha risposto Elsa Fornero in persona, che ha definito il fondo complementare dell’Inps “un altro passo sulla via del declino”. La Fornero scrive che, laddove il fondo “non debba offrire particolari agevolazioni fiscali o garanzie di rendimento – che ricadrebbero ... sulla fiscalità generale, ponendo un problema di disparità di trattamento rispetto ai lavoratori iscritti agli altri fondi ... – il loro vantaggio potrebbe derivare dai più bassi costi di amministrazione, e perciò da un maggiore rendimento netto”. Ma sarebbe utile tutto ciò? Poco, scrive la Fornero. Meglio sarebbe una “campagna di formazione/informazione” per spiegare agli italiani come gestire i propri risparmi, accompagnata da interventi sui costi per rendere più appetibili i fondi pensione. Ma la proposta Tridico, secondo Elsa Fornero, fa peggio. La finanza pubblica, scrive, è sempre affamata di risorse “per l’incapacità di ridurre la spesa”. L’idea di utilizzare il canale della previdenza complementare per aumentare le risorse dello Stato per investimenti è pericolosa, in quanto non c’è nessuna garanzia che il pubblico sia più efficiente del privato nell’indirizzare le risorse. Inoltre, scrive sempre la Fornero, ai rischi sul lavoro si aggiungerebbero i rischi sul risparmio, a causa di investimenti che, essendo gestiti dal pubblico, finirebbero per essere destinati a finanziare progetti di dubbia utilità, alla mercé di interessi localistici.

Lasciando perdere le dichiarazioni di principio sulla “cultura statalista” e sull’inefficienza del pubblico, concentriamoci su alcuni passaggi di queste obiezioni. La Fornero, dopo i danni procurati ai lavoratori quando era al Governo con Monti, continua a cercare di evangelizzare il dibattito con i suoi richiami alla responsabilità fiscale. Se la finanza pubblica è sempre affamata di risorse non è “per l’incapacità di ridurre la spesa”, come dice la Fornero. Tale incapacità non c’è affatto, come abbiamo visto negli ultimi anni. La finanza pubblica richiede risorse perché proprio queste riduzioni di spesa hanno fatto avvitare su se stessa l’economia italiana, riducendo i tassi di crescita e, dunque, la base imponibile, facendo aumentare ulteriormente il rapporto debito/PIL. E se, come scrive Mucchetti, è vero che pensioni più alte domani dovranno essere pagate da contributi più alti dei lavoratori (di oggi e di domani) è perché le regole di bilancio europee, di cui lui è un accanito difensore, impongono il perseguimento del pareggio di bilancio e il cosiddetto “pareggio attuariale” dei conti dell’Inps e delle altre casse di previdenza. Il pareggio attuariale (ovvero la situazione in cui, in prospettiva, entrate e uscite del sistema pensionistico si bilanciano) è stato perseguito attraverso riforme volte ad aumentare l’età pensionabile, agganciare quest’ultima all’aspettativa di vita, estendere il sistema contributivo a discapito di quello retributivo. È proprio a causa di queste riforme e del feticcio dei bilanci in equilibrio che si crea un artificioso scontro generazionale tra pensionati e lavoratori. Ed è sempre a causa di queste riforme e ai vincoli di bilancio, che hanno ridotto drammaticamente gli importi delle future pensioni, che si è sostanzialmente costretti a inventarsi stratagemmi di ogni tipo per cercare di incrementare le pensioni senza influire sui contributi dei lavoratori e sulle finanze pubbliche.

Come se non bastasse, il sottotesto evidente di questo dibattito riguarda lo spazio a disposizione del mercato: le proposte di creazione di un fondo pubblico andrebbero a ridurre ulteriormente il numero di soggetti che versano parte del proprio stipendio ai diversi fondi complementari (negoziali, aperti, individuali), intaccando così gli utili dei soggetti privati coinvolti. In altre parole, le proposte discusse mettono in discussione – seppur timidamente – la priorità attribuita alla logica del profitto di fronte all’interesse generale.

Nulla di nuovo, insomma, sul fronte occidentale. Come da tradizione, i guardiani dell’austerità mettono i lavoratori gli uni contro gli altri, dipingendo le sacrosante rivendicazioni di una vita più dignitosa, di lavoro non precario e pensioni adeguate, come il perseguimento di interessi particolari a danno del benessere generale. È vero l’opposto: quelli che difendono interessi particolari sono loro. Approfittiamo, dunque, di questo dibattito sul sistema pensionistico per ribadire quanto detto altre volte: l’austerità e le riforme neoliberiste del mercato del lavoro e del sistema pensionistico hanno un solo obiettivo, quello di arricchire i padroni e gli speculatori finanziari, dividendo i lavoratori. Davanti a questi continui attacchi, abbiamo il dovere di restare uniti e respingere con sempre maggiore forza le mire del capitale – quello, sì, mai sazio di profitti – e dei suoi interessati apostoli.

Fonte

09/07/2018

Milano. Morire a 70 anni, facendo l’operaio appeso in aria

Ennesimo incidente sul lavoro. Sembrerebbe una notizia di cui non occuparsi più, tante ne dobbiamo registrare (circa tre morti al giorni, più una decina di feriti, quando va bene).

Ma in quello che è avvenuto stamattina a Milano, a Palazzo Reale, c’è quel dettaglio in più che ha costretto molte testate ad occuparsene: l’operaio aveva 70 anni.

La vergogna mostruosa della normativa sul lavoro e la pensione, in questo paese, lo registra come “libero professionista e titolare di una ditta individuale”. Una partita Iva, insomma, per poter continuare a lavorare visto che la pensione non può bastare.

A questa giovane età l’operaio ballava su una scala a cinque metri d’altezza, durante gli ultimi lavori di allestimento della mostra dedicata ad Agostino Bonalumi.

Attendiamo con pazienza che l’ex ministro Elsa Fornero sia chiamata in qualche trasmissione televisiva a spiegare che, in fondo, è giusto così, che i conti dello stato ne trarranno giovamento (con la morte cessa anche l’erogazione di quella miseria di pensione), magari mostrando una lacrima tra un ditino alzato e un sorrisetto sprezzante.

Fonte

16/03/2018

Pensioni. Cremaschi (PaP), l’unico davvero contro la Fornero

Scontro epico, stamattina, dagli schermi de La7.

Gli spettatori hanno avuto – e avranno, rivedendo le immagini – la dimostrazione che Pd, Forza Italia, “un medico”, una ex “sindacalista” come la Polverini, al massimo suggeriscono di “apportare qualche piccola modifica” a una delle leggi più infami che – come la “tassa sul macinato” – mira a riempire le casse dello stato affamando gli strati più deboli della popolazione: i lavoratori dipendenti.

Uno contro tutti, Cremaschi dimostra che soltanto una forza indipendente, sganciata dalle vecchie liturgie politiciste proprie anche della antica “sinistra radicale”, può davvero rappresentare l’alternativa.

Potere al Popolo!

L’estratto de momento più acuto

L'intera trasmissione:



Fonte

30/08/2017

Dibattito Brancaccio - Fornero

Spezzoni da “In Onda” (La7) del 28 agosto 2017. Di tanto in tanto affiora la tentazione dei media di riabilitare il governo dei “tecnici” Monti e Fornero. Ma i dati sull’occupazione, sul debito pubblico e sulle disuguaglianze mostrano che quella esperienza fu un fallimento, politico e scientifico: fecero ciò che non andava fatto e che non si dovrà ripetere in futuro. Ne discutono Elsa Fornero (ex ministra del Lavoro), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Sergio Rizzo (Repubblica). Conducono David Parenzo e Luca Telese.


Fonte

08/08/2016

Non fatevi distrarre, il pericolo viene da chi sta in alto

Ad avermi buttato in mezzo a una strada, a 50 anni, non è stato uno zingaro e nemmeno un africano. È stato De Benedetti.

A far di me un peso morto è stata la Fornero.

A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati.

A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l’opposto, è Renzi, non i rumeni.

A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino.

A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom.

A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici.

A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro.

A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi.

A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.

Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare.
Scappare da qui.

(Michele Monteleone, ex operaio Olivetti)

Fonte

05/08/2015

Il mio pensiero razzista del giorno

Ad avermi buttato in mezzo a una strada, a 50 anni, non è stato uno zingaro e nemmeno un africano. E' stato De Benedetti.

A far di me un peso morto è stata la Fornero.

A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati.

A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l'opposto, è Renzi, non i rumeni.

A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino.

A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom.

A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici.

A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro.

A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi.

A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.

Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare.

...Scappare da qui...

Un operaio Olivetti

Fonte

11/05/2015

Boschi e Fornero, quando la menzogna è donna

Lo dico conoscendo il genere: se le donne devono conquistarsi la parità con gli uomini esibendo un tasso di menzogna così alto, la partita individuale possono anche vincerla, quella del genere è persa definitivamente. In fondo, l'accusa originaria era che il mondo al maschile faceva un po' schifo e avremmo potuto migliorarlo solo noialtre. Se siamo pari al gradino più basso, addio cambiamento. In meglio, voglio dire.

Apprendo dalle agenzie che Maria Elena Boschi, giovane aretina laureata in legge, con qualche preferenza per il diritto commerciale (l'hanno messa  a fare le riforme costituzionali, un senso ci deve essere; commercialmente parlando...) avrebbe dichiarato a proposito della scuola e della "riforma" renziana, che ha portato in piazza tutti coloro che la scuola la fanno vivere: «quello che non è accettabile è lasciare le cose come sono. La scuola solo in mano ai sindacati funziona? Io credo di no».

Qualche ora di lezione l'ho messa sulle spalle anch'io e devo dire che la scuola è in mano a tanta gente che non ne capisce nulla (presidi che cercano di fare i manager colleghi stanchi e demotivati, studenti che si comportano come vedono fare nei talk show, "riformatori" che andrebbero messi in riformatorio, ecc). E qualche sindacalista maneggione, indubbiamente, ci sguazza pure. Ma da qui ad "avere in mano la scuola", in splendida solitudine, ce ne corre parecchio.

Se le parole hanno un senso simile per tutti coloro che parlano la stessa lingua, almeno. Se invece si devono sparare battute da bar, allora è giusto ricordare che la signorina Boschi è arrivata dov'è - con qualche probabilità - grazie al fatto di essere figlia di Pierluigi, vicepresidente della Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, casualmente scelta dall'aretino Licio Gelli come banca fiduciaria in cui versare le quote di iscrizione alla Pidue. Perché di "cultori della materia" - diritto commerciale - elevati al rango di ministro non se ne sono mai visti prima e probabilmente non se ne vedranno più. Una volta compiuto lo scasso con destrezza ai danni degli equilibri costituzionali repubblicani.

Insomma, la signorina mente con naturalezza, come il suo premier, con lo stesso stile e - presumo - grazie allo stesso staff di istruttori. Quel che dice non ha nulla a che fare con la realtà che anche noi conosciamo, ma solo con la necessità di stendere un velo di chiacchiericcio ottimistico sulle operazioni che questo governo va svolgendo a danno della popolazione tutta e a vantaggio di Confindustria o di qualsiasi altro capitalista voglia prendersi un pezzo di questo paese.

Ma non è l'unica donna a esercitarsi nella triste arte della lingua biforcuta. Elsa Fornero, ex ministro giustamente odiata da chiunque debba vivere di pensione (giovani che non l'avranno mai e anziani che la vedono allontanarsi ogni anno che passa), se n'è uscita a Mezz'ora, con Lucia Annunziata, in questo modo: «La sentenza della Consulta (sulla mancata integrazione all'inflazione delle pensioni al di sopra dei 1.200 euro netti al mese, ndr) rimette di nuovo al centro i cosiddetti diritti acquisiti, che invece vanno discussi con molta pacatezza e molta serietà. Bisogna domandarsi chi paga il conto della tutela di chi è già in pensione, e se sono sempre i giovani vuol dire che nella Costituzione non c'è protezione per i giovani».

Chi paga? Signor ex ministro, ha mai letto da qualche parte che la pensione è "salario differito", grazie ai contributi previdenziali non percepiti in busta paga durante la carriera lavorativa e quindi "accantonati" per il dopo? Strano, c'è scritto su tutti i manuali, anche dell'istituto tecnico...

Nei giorni scorsi, grazie ad alcuni giornalisti compiacenti, l'ex ministro aveva fatto sapere di aver versato la sua famosa lacrima proprio per essere stata "costretta" - dal ministro del Tesoro d'allora - ad accettare quella misura poi bocciata dalla Consulta. Con vivo e fremente sprezzo del ridicolo, oggi sostiene che la sentenza della Corte Costituzionale che cancella (temporaneamente, stanno preparando il decreto-copia-e-incolla) quella norma è "un errore". Delle due l'una: o era una norma così sbagliata da farla piangere (e allora dovrebbe plaudire, magari con discrezione, alla sentenza) oppure era una scelta condivisa anche da lei (che quindi ha pianto per altre ragioni, magari indicibili).

Ma c'è di peggio. Nell'ansia di criticare la Consulta, la signora Deaglio - protagonista di un'altra inarrestabile carriera, dal diploma di ragioneria fino alla cattedra universitaria, e di lì a una notevole molteplicità di incarichi (vedi in fondo) prima di sbarcare nel governo di Mario Monti - arriva a collegare la sentenza della Consulta con la "mancanza di protezione per i giovani". Addirittura "dimenticati dalla Costituzione"...

Populisti si nasce, signora mia. O almeno si studia per diventarlo senza inciampare in certe fesserie. Se chi oggi ha meno di 40 anni e, pur lavorando, non ha alcuna prospettiva di godere - quando potrà smettere, se ancora vivo - una pensione decente, è anche grazie alla sua riforma delle pensioni del 2011. Se in questo disgraziato paese ci fosse qualcuno che ricorda quel che è accaduto ieri o l'altro ieri, signore come la Boschi o la Fornero non troverebbero mai un microfono in cui rovesciare cotanta "saggezza".

Biografia di Elsa Fornero, da Wikipedia:

Professore universitario ordinario dal 2000 di economia politica presso la Scuola di management e economia dell'Università di Torino, viene indicata come «allieva di Onorato Castellino»[2]. Insegna macroeconomia ed economia del risparmio, della previdenza e dei fondi pensione (in inglese). Le sue ricerche scientifiche riguardano i sistemi previdenziali, pubblici e privati, le riforme previdenziali, l’invecchiamento della popolazione, le scelte di pensionamento, il risparmio delle famiglie e le assicurazioni sulla vita.

È coordinatore scientifico del CeRP (Centre for Research on Pensions and Welfare Policies, Collegio Carlo Alberto).

È membro onorario del Collegio Carlo Alberto, membro del Collegio docenti del dottorato in Scienze economiche dell’Università di Torino e del dottorato in Social Protection Policy presso la Maastricht Graduate School of Governance (Università di Maastricht), di cui è anche docente, membro del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, costituito presso il Ministero del Welfare, membro del comitato scientifico dell'Observatoire de l'Epargne Européenne (Parigi), membro del comitato editoriale della Rivista Italiana degli Economisti, editorialista del quotidiano economico e finanziario il Sole 24 ore.

Dal 1993 al 1998 è stata consigliere comunale al Comune di Torino, eletta con la lista "Alleanza per Torino" a sostegno del sindaco di centro-sinistraValentino Castellani.

Nel 2001 ha ricevuto (ex aequo con Ignazio Musu) il premio Saint Vincent per l'economia. Nel 2003 ha ricevuto (ex aequo con Olivia Mitchell) il premio INA-Accademia dei Lincei per gli studi in materia assicurativa.

È stata vice presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (2010-2011)[3][4][5], vice presidente della Compagnia di San Paolo (2008-2010)[6], membro del consiglio direttivo della Società italiana degli economisti (2005-2007), membro del comitato scientifico di Confindustria (2005-2006), membro della commissione di esperti valutatori presso la World Bank (2003-2004), con l'incarico di valutare il ruolo di assistenza svolto dalla Banca nell'attuazione delle riforme previdenziali di paesi con economie di transizione, membro della commissione di esperti della Task Force su "Portability of Pension Rights and Taxation of Pension Schemes in the EU" costituita presso il CEPS (Center for European Policy Studies), Bruxelles (2001-2003), membro della Commissione Ministeriale di esperti indipendenti per la verifica previdenziale (2001), componente del Comitato Scientifico del Mefop (2000-2003).

Nel 2013 ha ricevuto il premio "Ezio Tarantelli" del Club dell'economia, per la migliore idea economica dell'anno: ASPI (assicurazione sociale per l'impiego), un nuovo ammortizzatore sociale, introdotto attraverso la riforma del mercato del lavoro che porta il suo nome.

Nel 2014 entra nel consiglio di amministrazione della Centrale del Latte di Torino, nominata nel board della società quotata in borsa, in qualità di consigliere indipendente. Resterà in carica, come gli altri membri del nuovo consiglio d'amministrazione, fino all'approvazione del bilancio al 31 dicembre 2016.

Fonte

02/05/2015

Blocco delle pensioni? Incostituzionale e arbitrario

Governi della Troika, governi incostituzionali. Non solo o non tanto nel meccanismo formale della loro formazione, quanto proprio nella “testa”. Ovvero nel modo di concepire l'azione di governo come finalizzata al raggiungimento di obiettivi estranei e “nemici” del patto costituzionale vigente dentro un paese.

La sentenza con cui oggi la Corte Costituzionale ha bocciato il blocco della “perequazione delle pensioni” – deciso dal governo Monti-Fornero pochi giorni dopo il proprio insediamento, a dicembre 2011, con il famoso “decreto Salva-Italia – è una plastica dimostrazione di questa estraneità.

La storia aveva suscitato opposizione sociale ma, com'è ormai regola dei governi decisi a Bruxelles e imposti da Giorgio Napolitano, se ne sono fottuti allegramente. In pratica, tutti coloro che ricevono un assegno pensionistico di un importo “tre volte superiore al minimo” (da 1.217 euro netti in su) si sono visti fermare per un periodo indefinito l'adeguamento all'inflazione. Le esigenze del bilancio pubblico, di fatto, sono state considerate in quel caso prevalenti su ogni diritti acquisito, ovvero su ogni altra legge dello Stato.

Peccato, veramente un peccato, che la Costituzione nata dalla Resistenza non contemplasse i criteri ragionieristi come prevalenti. Così l'art. 24 del decreto legge 201/2011 da oggi non esiste più. E si apre un clamoroso buco di bilancio per il governo che giurava di aver messo da parte un “tesoretto” con cui fare un po' di spot “di sinistra”. Tutti i pensionati – tranne quelli che nel frattempo sono morti – che in questi quattro anni si sono visti azzerare ogni rivalutazione dovranno infatti essere risarciti con la restituzione del maltolto. L'unica fortuna del governo è insomma nel fatto che l'inflazione nel frattempo si è praticamente azzerata, anzi in questi ultimi mesi è scesa sottozero. Quindi le cifre pro capite da pagare non saranno poi un granché. L'impatto sui conti pubblici, stimato dall'Avvocatura dello Stato al momento dell'udienza pubblica, sarebbe di circa 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 miliardi per il 2013. Ci vanno perciò aggiunti almeno altri 3 miliardi, portando così il “buco” ad almeno 8 miliardi.

In quel governo c'era il “dissidente” Stefano Fassina, in qualità addirittura di viceministro dell'economia. Che naturalmente approvò la decisione per “causa di forza maggiore”, così come tutti gli altri piddini di punta e di coda.

Addirittura oggi Elsa Fornero ha provato ad allontanare da sé la responsabilità di quella decisione oggi bocciata, sostenendo in modo penoso che “fu una scelta del governo, non mia”. Come se invece che per fare il ministro del lavoro si trovasse lì per caso...

Nella sentenza depositata oggi c'è scritto che «l'interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata». Tale diritto, «costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio».

Ricordiamo infatti ai colleghi della stampa mainstream che 1.217 euro al mese non sono un “privilegio”, ma un livello quasi minimo di sopravvivenza. Neanche paragonabile, del resto, con quello che percepiranno o percepiscono loro (si può scrivere tranquillamente anche oltre i 70 anni, cumulando pensione e collaborazioni, al contrario dei mestieri fatti da quasi tutti coloro che prendono 1.200 euro).

La Consulta, nell'argomentare la bocciatura, bacchetta anche lo stile ragioniseristico frettoloso del governo Monti (confermato poi da quelli Letta e Renzi). Quando decidono di tagliare, infatti, portano nei decreti motivazioni generiche, mentre l'esito per chi viene “tagliato” (in questo casi i pensionati) ha conseguenze pesanti. «Deve rammentarsi che, per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull'ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato».

Peggio ancora per quanto riguarda la misura del taglio deciso. «La censura relativa al comma 25 dell'art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività».

Un decreto insomma che è stato scritto da analfabeti o da consapevoli golpisti contro i diritti costituzionali dei cittadini. «Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l'adeguatezza (art. 38).

Ci voleva la Corte Costituzionale per ricordare a tutti che le pensioni non sono un “regalo dello Stato”, ma retribuzione differita. Ossia soldi guadagnati con il lavoro e accantonati per riaverli poi, a rate e secondo un criterio di solidarietà complessiva, quando le forze per lavorare inevitabilmente finiscono.

I parametri della Costituzione confliggono con quelli di Maastricht o del Fiscal Compact. Per questo tutti i governi della Troika vogliono smontarla.

Fonte

28/04/2015

L'imbroglio dei "bamboccioni"

Altro che "bamboccioni": i dati ISTAT mostrano che i posti vacanti disponibili sono paurosamente inferiori al numero delle persone in cerca di lavoro.

Negli ultimi anni si è fatta largo l'idea secondo cui gli italiani, in particolare i più giovani, non sarebbero propensi a cercare lavoro. Improbabili commentatori hanno preso spunto da singoli episodi di cronaca per sostenere la tesi dei disoccupati scansafatiche. Se fosse solo per questi opinionisti improvvisati, potremmo tranquillamente lasciarli blaterare di temi di cui nulla sanno.

Il problema è che anche influenti economisti, nel ruolo di ministri della Repubblica, hanno varie volte rimarcato la scarsa disponibilità degli italiani, specialmente dei più giovani, ad accettare le opportunità di lavoro che si presentano. Il ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa parlò in questo senso di “bamboccioni”. E la ministra del lavoro Elsa Fornero utilizzò l’appellativo di “choosy”, che in inglese sta per “schizzinosi”. Sulla scia dei due economisti che lo hanno preceduto, l'attuale ministro del lavoro Giuliano Poletti ha esortato gli studenti delle scuole superiori a cercare un'occupazione estiva, in modo da abituarsi subito all'ingresso nel mercato del lavoro.

Ora, che alcuni individui siano scarsamente propensi ad accettare un lavoro è facile da ammettere: ognuno di noi avrà conosciuto almeno un "bamboccione", in vita sua. Il problema, tuttavia, è capire se tali appellativi riescano a cogliere un comportamento rilevante a livello macroeconomico o se invece siano dei meri esempi di falsa coscienza, di un'ideologia fuorviante rispetto alla realtà dei fatti.

A tale scopo, è utile considerare il tasso dei posti di lavoro vacanti calcolato periodicamente dall’ISTAT con riferimento alle imprese industriali e di servizi con almeno 10 dipendenti. Questo tasso indica il numero di posti di lavoro disponibili diviso per il totale dei posti di lavoro, occupati e non. Nel 2014, per esempio, il tasso di posti vacanti è rimasto pressoché stabile intorno allo 0,5 percento. Peccando di ottimismo, possiamo assumere che il tasso di posti vacanti calcolato dall’ISTAT possa essere esteso a tutte le occupazioni, incluse le imprese con meno di 10 dipendenti e il settore pubblico. Considerato che nel 2014 l’occupazione in Italia è stata pari a 23 milioni 849 mila unità, e semplificando un po' il calcolo, possiamo approssimativamente ritenere che i posti vacanti totali in Italia siano stati all'incirca lo 0,5 percento di 23.849.000, cioè 119.245. Consideriamo adesso il totale dei disoccupati italiani: alla fine del 2014 erano 3 milioni 410 mila; tra questi, i giovani disoccupati nella fascia di età tra 15 e 24 anni erano 708 mila. Possiamo quindi affermare che nel 2014 il numero di posti di lavoro vacanti, in Italia, non deve aver superato di molto il 3,5 percento del totale dei disoccupati e il 16,8 percento del totale dei giovani disoccupati.

Dunque, al netto delle correzioni di questo semplice calcolo e volendo pure supporre che i disoccupati, specialmente i più giovani, avessero le qualifiche necessarie per svolgere le mansioni richieste, i dati mostrano che i posti vacanti disponibili sono paurosamente inferiori al numero delle persone in cerca di lavoro.

Del resto, l’idea che i giovani italiani siano “choosy” entra in contrasto anche con altre evidenze. La Banca d’Italia, per esempio, qualche tempo fa ha rilevato che i giovani laureati italiani tra 24 e 35 anni che hanno accettato lavori a bassa qualifica rispetto ai titoli di studio conseguiti sono il 40 percento del totale, contro appena il 18 percento in Germania.

Insomma, i dati evidenziano che a livello macroeconomico il problema della disoccupazione è in primo luogo un problema di pochi posti di lavoro esistenti. Imputarlo a una scarsa disponibilità a lavorare da parte degli italiani, in particolare dei più giovani, è semplicemente un imbroglio.

27/09/2013

Sei un donatore? Allora vai in pensione più tardi

Per colpa della Riforma Fornero sono decine coloro che rischiano di trovarsi costretti ad allungare la propria permanenza sul posto di lavoro per un numero di giorni pari a quelli in cui hanno donato. L’alternativa è una decurtazione del 2% dell’assegno previdenziale nel caso in cui non volessero e non potessero recuperare le giornate che la nuova legge ritiene perse.

Il sangue langue! Così recita uno degli spot più conosciuti lanciati dalle associazioni dei donatori e dai centri trasfusionali. Senza le migliaia di volontari che ogni giorno offrono gratuitamente la loro disponibilità donando a chi ne ha bisogno un bene così prezioso quale il sangue.

E allora lo Stato cosa fa? Invece di premiare e di incentivare le donazioni, penalizza i donatori. E’ infatti di queste ultime ore la notizia pubblicata dal Sole24ore secondo la quale tutti i pensionati che hanno donato il sangue devono recuperare i giorni di regolare permesso dal lavoro, presi per aiutare il prossimo, oppure rinunciare al 2% della pensione. Questo quanto previsto dalla riforma Fornero che stavolta torna a far parlare di sé, non per l'altrettanto disastrosa vicenda degli esodati, ma per un'altra nefandezza arrecata proprio ai danni dei lavoratori-donatori di sangue e delle migliaia di pazienti ricoverati che attendono di essere trasfusi.

Secondo l'AVIS, i donatori in procinto di andare in pensione, sarebbero costretti proprio dalla riforma Fornero a rimandare l’uscita dal lavoro per recuperare i giorni in cui, con regolare permesso, hanno goduto della giornata di astensione dalla prestazione lavorativa per effettuare il prelievo. Dopo un rapido calcolo, per chi dona il sangue da quando ha 18 anni e lo fa a pieno regime (quattro volte l'anno), è emerso che in quarant'anni di vita lavorativa il donatore dovrà recuperare 160 giornate di astensione dal lavoro, che si traducono il 7-9 mesi in più di servizio. L'alternativa è quella di smettere comunque di lavorare alla data prevista, ma con una decurtazione del 2% sull’assegno previdenziale.

La notizia si commenta da sé: certe cose accadono solo in Italia!

http://www.avis.it/notizie/24/110168/donazione-di-sangue-e-pensioni

Fonte

01/04/2013

Riforma Fornero: dopo nove mesi più licenziati e più precari

Inchiesta di ilfattoquotidiano.it sui risultati della legge voluta dal governo Monti. Solo il 5% dei precari è stato stabilizzato, metà ha perso il posto o ha visto peggiorare il proprio trattamento. Crollo delle collaborazioni. Brunetta: "In tre mesi spariti 57 mila posti a progetto". E i contenziosi sull'articolo 18 ingolfano i tribunali. Lo scontro tra norme rigide ed economia in recessione ha portato al fallimento degli obiettivi. Raccontate le vostre storie a ilfattoquotidiano.it

Dice la riforma Fornero che lo scopo è “l’instaurazione di rapporti  di lavoro più stabili” e quello di ribadire “il rilievo prioritario del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (…) quale forma comune di rapporto di lavoro”. Adesso che sono passati quasi nove mesi dalla sua entrata in vigore si può dire che quell’auspicio è purtroppo destinato a rimanere tale. In realtà le due grandi direttrici di riforma – in attesa dei nuovi ammortizzatori sociali, che dovrebbero entrare a regime nel 2017, se mai lo faranno – hanno già largamente fallito: da un lato infatti la riduzione delle tutele dell’articolo 18 ha dato il via ad una serie di licenziamenti individuali prima impossibili (riuscendo per di più a peggiorare la situazione del contenzioso in tribunale), dall’altro gli irrigidimenti sul’uso dei contratti flessibili ha portato alla perdita di posti di lavoro o a un peggioramento delle condizioni di quelli già esistenti (leggi la scheda: che cosa prevede la riforma Fornero).

D’altronde, come ha detto lo stesso ministro, questa non è una riforma fatta per uscire dalla recessione, per quello “servivano i soldi”, mentre le nuove norme andranno verificate in condizioni normali: rimane però da chiedersi perché introdurre norme che rendono più facili i licenziamenti e più rigide le assunzioni in un momento in cui la priorità dovrebbe essere assicurare un posto a più gente possibile. Ecco, dunque, per capire di che si parla, un riassunto per punti della riforma e dei suoi risultati in questi mesi.

Numeri. Nei primi nove mesi del 2012 – analizzando il sistema delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro – risultano 640mila rapporti di lavoro interrotti con un licenziamento (tra individuali e collettivi), il che significa un aumento dell’11% sul 2011. Nello stesso periodo le dimissioni sono diminuite dell’8,7% passando da 1,22 milioni a 1,1 milioni. Vediamo come, invece, le assunzioni si sono divise tra i vari contratti disponibili nel terzo trimestre 2012, cioè con la riforma Fornero in vigore: oltre il 67% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a termine (1,65 milioni), solo il 17,5% a tempo indeterminato (430.912) e il 6,4% con contratti di collaborazione (156.845 unità). L’apprendistato ha riguardato appena il 2,5% delle assunzioni. Rispetto ai mesi precedenti si registra un crollo per le collaborazioni (-22,5%) e per gli “altri contratti” flessibili (-24,3%).

Le difficoltà sui nuovi contratti. Spiega l’ex ministro Renato Brunetta: “In 3 mesi, da luglio a settembre 2012, sono andati persi oltre 57 mila lavori “a progetto”, da luglio a dicembre 2012 circa 302mila posti di lavoro. E la situazione, già drammatica, è destinata a peggiorare. La Banca d’Italia ha stimato che nei prossimi mesi si assisterà a un’ulteriore flessione della domanda: il tasso di posti vacanti, già basso, si è ancora ridotto da 0,7 a 0,5% delle posizioni lavorative attive nel terzo trimestre. Mentre un’indagine del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro mostra chiaramente tutte le difficoltà dei datori di lavoro nell’utilizzo dei nuovi contratti: nei primi tre mesi del 2013 le imprese dell’industria e dei servizi hanno previsto di rinunciare a 80.200 posizioni.
Come se non bastasse il contratto di apprendistato, su cui la riforma Fornero ha puntato come canale privilegiato d’ingresso al lavoro, rimane pressoché inutilizzato: nel terzo trimestre 2013 ne saranno attivati appena 8.800 (il 3,9% dei flussi in ingresso programmati totali nel periodo). Addirittura nel secondo trimestre 2012, prima quindi dell’arrivo della riforma Fornero, se ne attivavano di più: circa 10.300”.

Da precari a disoccupati. Solo il 5% dei precari è stato stabilizzato dopo la riforma Fornero e solo un altro 4% è passato ad un contratto flessibile con più tutele, mentre il 27% ha direttamente perso il lavoro e il 22% è scivolato verso un contratto peggiore. E’ il risultato di un sondaggio online dei giovani della Cgil a cui hanno partecipato 500 precari (i risultati, ovviamente, sono puramente indicativi). Spiega Tommaso Dilonardo, avvocato del lavoro, fondatore e presidente di Work in Progress, Centro di ricerche sociali sul lavoro e le nuove forme di occupazione: “Non è stata agevolata in modo elastico l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani, anzi: prima i contratti a progetto e simili venivano sì stipulati in modo illegittimo, ma consentivano l’ingresso nel mercato del lavoro. La riforma Fornero, invece, ha irrigidito i parametri e adesso gli imprenditori sono più timorosi nell’adottare questi contratti per la paura della trasformazione del contratto a tempo indeterminato”.

Da stabili a disoccupati. Ancora Dilonardo di Work in Progress: “Stiamo assistendo nelle aule di tribunale, ma anche nelle commissioni territoriali delle Direzioni provinciali del lavoro, a una grande crescita dei licenziamenti tra gli ultracinquantenni. Questo perché alle aziende costano molto di più rispetto ai colleghi giovani e, inoltre, dopo la legge Fornero, non è più previsto il reintegro. Se l’obiettivo del governo era di agevolare l’uscita dal mercato del lavoro, allora ci sono riusciti”.

Da partite Iva a più partite Iva. Rileva la Cgia di Mestre: “E’ stata una vera esplosione: nel 2012 sono state aperte 549.000 partite Iva. Di queste ultime, 211.500 (pari al 38,5% del totale) sono ascrivibili a giovani con meno di 35 anni. Se infatti rispetto al 2011 le aperture totali sono cresciute del 2,2%, tra i giovani l’aumento è stato quasi esponenziale: +8,1%”. I settori maggiormente interessati sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio, le professioni e le costruzioni, la zona il Mezzogiorno. Spiega il segretario Giuseppe Bortolussi: “L’aumento del numero delle partite Iva in capo ai giovani lascia presagire, nonostante le misure restrittive della riforma del ministro Fornero, che questi nuovi autonomi lavorino prevalentemente per un solo committente”. In sostanza, fissando paletti astratti come i 18mila euro di soglia minima di reddito si finisce per garantire l’uso di “partite Iva false” e per di più senza controlli.

Costo del lavoro. Nonostante il peso del fisco sul lavoro fosse già alto, la riforma Fornero l’ha ulteriormente aumentato. Lo denuncia un documento di febbraio della Fondazione studi dei Consulenti del lavoro: colpa, per così dire, dell’aumento dei contributi dovuti per l’Aspi, dei nuovi fondi di solidarietà e dell’aumento delle aliquote previdenziali (che, in realtà, si sta scaricando anche sul netto che arriva in tasca ai precari). Conclusione: “Un elenco di criticità che fanno diventare illusoria la crescita dell’occupazione e che confermano la tendenza alla chiusura delle aziende”.

“Tsunami giudiziario”. E’ l’effetto della riforma Fornero sui tribunali del lavoro secondo Agi, associazione che raccoglie oltre 1.500 avvocati giuslavoristi: “Lo diciamo oggi – ha spiegato il presidente Fabio Rusconi – a distanza di qualche mese dall’entrata in vigore: ora si può fare una diagnosi e, a livello interpretativo, l’impatto del rito carente e lacunoso sull’articolo 18 è stato devastante, come uno tsunami”. La questione è molto tecnica, ma il processo del lavoro partorito dalla riforma è straordinariamente cavilloso e si è risolto, per opinione unanime di avvocati e magistrati, in “una moltiplicazione dei processi” e in “un aggravio del carico già esorbitante della giustizia del lavoro”.

Al 31 dicembre, spiega Agi, i ricorsi con il rito Fornero sono stati 610 in tutto, 260 tra gennaio e febbraio, numeri che raddoppiano e addirittura triplicano se si considera che per lamentele diverse dal licenziamento il ricorso va fatto separatamente. E’ tanto vero, ha raccontato Panorama, che al Tribunale di Milano esiste ormai un apposito “ufficio Fornero”.

Fonte

Se questa non è stata una "riforma" posta in essere con gli intenti più classisti di massacro sociale totale io sono Topolino!

Tanto per rincarare la dose su un argomento che avevo tralasciato nel dimenticatoio, agevolo il - come al solito interessante - approfondimento a cura di Riccardo Iacona.
Buona visione e animo, quanto meno per incanalare l'incazzatura.

13/03/2013

Depotenziate le tutele dei lavoratori. Il caso Bridgestone frutto della riforma Fornero

La vicenda della Bridgestone – 2000 lavoratori pugliesi posti improvvisamente davanti allo spettro del licenziamento da parte di una azienda in buone condizioni produttive – ha costituito oggetto di dibattito nel programma televisivo “In onda”, trasmesso dall’emittente La7. Si è fatto carico, fra l’altro, al vecchio sistema dei partiti politici, di non avere messo a punto un meccanismo legislativo diretto ad ostacolare questo tipo di comportamenti imprenditoriali, contrastanti con le elementari regole della civiltà del lavoro, previste anche dai trattati europei.

Per una volta va detto che il vecchio sistema questa critica non la merita. Infatti durante la seconda Repubblica, l’Italia, sia pure per effetto di una regolamentazione dell’Unione Europea, lo strumento necessario ad affrontare simili vicende l’aveva introdotto nel nostro ordinamento con la Legge n.223 del 1991, che prevedeva, in caso di licenziamento collettivo anche per chiusura di impianto, una rigorosa procedura informativa con l’obbligo per l’Azienda di portare preventivamente a conoscenza delle Organizzazioni Sindacali e della pubblica Amministrazione competente, in termini veritieri, i motivi del licenziamento e le ragioni della impossibilità di adottare misure alternative. La sanzione prevista per il mancato rispetto dell’obbligo di informazione era la reintegrazione dei dipendenti, con applicazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.

Era uno strumento che, quando i sindacati o gli stessi lavoratori, sapevano avvalersene, funzionava. Basti ricordare, in via d’esempio, che usando questo strumento è stato possibile evitare un pesante licenziamento collettivo dei giornalisti dell’emittente televisiva La7. Ora le cose sono cambiate per effetto della riforma Fornero, che ha notevolmente depotenziato la Legge 223 del 1991 prevedendo la possibilità di sanatorie ed escludendo la tutela reintegratoria.

Questi sono i primi frutti di una improvvida riforma che ha pesantemente intaccato i diritti dei lavoratori. Essa è stata introdotta con il dichiarato scopo di favorire gli investimenti esteri in Italia, ma sta avendo effetti controproducenti. Il caso Bridgestone ce lo dimostra. Vigente l’art.18 dello Statuto dei lavoratori questa fabbrica ha funzionato egregiamente per oltre dieci anni. Depotenziate le tutele dei lavoratori ad opera del Governo Monti, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E’ il caso che tra i vari “punti” e, “agende”, degli aspiranti al governo sia inserita in primo luogo la cancellazione della riforma Fornero.

Fonte

La verità sull'art. 18: niente più reintegra

Dedicato a chi (Cgil e Pd-Sel) giurava di aver "difeso" l'art. 18 e mantenuti gli istituti che proteggono il singolo lavoratore in caso di licenziamento illegittimo.

La spiegazione tecnica è relativamente semplice. E la lasciamo volentieri ai "tecnici" del quotidiano di Confindustria, che naturalmente segnalano alle imprese le "nuove opportunità". Valgono anche per i lavoratori, naturalmente.

Riforma dei licenziamenti: la reintegra non è più la sanzione d'obbligo in caso di illegittimità

Giampiero Falasca
La riforma Fornero ha modifica in profondità la disciplina dei licenziamenti individuali (legge 20 maggio 1970, n. 300 e legge 15 luglio 1966, n. 604), introducendo distinti regimi sanzionatori in funzione della natura del licenziamento illegittimo, il quale può essere discriminatorio, disciplinare (intimato per giusta causa o giustificato motivo soggettivo) o per motivi economici (giustificato motivo oggettivo).

La prima forma di licenziamento è quella di tipo discriminatorio, cioè determinato da ragioni di credo politico, fede religiosa, appartenenza a un sindacato, razziali, di lingua o di sesso eccetera. (sono assimilati i licenziamenti durante il periodo di matrimonio, gravidanza, o detttati da motivi illeciti) Per questi licenziamenti, la legge Fornero non cambia la normativa.

Il giudice, se accerta la discriminazione, dichiara la nullità del licenziamento e ordina al datore di lavoro la reintegrazione del lavoratore; deve inoltre essere riconosciuto un risarcimento del danno commisurato all'ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento fino a quello dell'effettiva reintegra, che non può essere inferiore a cinque mensilità.

Molto più rilevanti sono invece le innovazioni previste per il licenziamento disciplinare, vale a dire il licenziamento intimato per giusta causa in base all'articolo 2119 del Codice civile, ovvero per giustificato motivo soggettivo in base all'articolo 3 della legge 604/1966, a seguito di un procedimento disciplinare. Per questo atto la legge delinea tre diversi blocchi sanzionatori:
- il fatto contestato non esiste oppure rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa: la sanzione consiste nella reintegra sul posto di lavoro, più un'indennità di valore massimo pari a 12 mensilità;
- non ricorrono gli estremi di giusta causa e giustificato motivo soggettivo: la sanzione consiste nel pagamento di un'indennità di valore massimo compreso tra le 12 mensilità e le 24 mensilità, senza la reintegra;
- vizi della procedura di cui all'articolo 7 dello Statuto: la sanzione consiste nel pagamento di un'indennità di valore massimo compreso tra le 6 e le 12 mensilità, senza la reintegra.

La legge Fornero disciplina poi i licenziamenti "per motivi economici", nozione che fa riferimento ai licenziamenti intimati per giustificato motivo oggettivo, vale a dire per ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa e, dunque, indipendenti dalla condotta del lavoratore. Per questi licenziamenti, il giudice - se ne accerta l'illegittimità - riconosce al lavoratore il diritto al pagamento di un'indennità di valore massimo compreso tra le 12 mensilità e le 24 mensilità, senza la reintegra.

Tuttavia, se il licenziamento è manifestamente insussistente, oppure è stato intimato per ragioni discriminatorie o disciplinari (e che dunque l'attribuzione del motivo oggettivo è meramente fittizia) si applicano sanzioni più gravi (reintegra e risarcimento, variabile secondo i casi). Da notare che questo tipo di licenziamento deve essere preceduto da una procedura di conciliazione preventiva che si svolge presso la direzione territoriale del Lavoro.

da IlSole24Ore


Fonte

24/02/2013

L'Italia salvata? Tutto è dipeso dalla Bce

Chi ha "salvato" l'Italia dal baratro scavato da Berlusconi e Tremonti? I dati dicono: la Bce di Mario Draghi, non certo le "riforme strutturali" dell'altro Mario, ovvero Monti.

La realtà è cattiva. Soprattutto con i mentitori di professione. E Monti, in queste ultime ore di campagna elettorale, ne spara quasi più del Berluska dei tempi migliori.
Parliamo del "salvataggio dell'Italia", che tutti i giornali servi gli riconoscono come merito indiscutibile. La vulgata del discorso montiano è semplice: lo spread era arrivato a 575 punti, sono arrivato io con le mie "riforme" lacrime e sangue e l'ho portato (limite inferiore) sotto i 270.
Vero? Le date sembrerebbero confermarlo, ma i movimenti di capitale effettivi dicono una cosa diversa. Vediamoli.

Fra il 2011 e il 2012, al tempo del contestato (dai tedeschi) acquisto di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, la Bce ha acquistato 102,8 miliardi di euro di bond italiani. Un record assoluto fra i titoli dei paesi dell'Eurozona. Il programma Smp (Security markets program), reso noto solo oggi dalla Bce, si è manifestato poi con acquisti di titoli di Spagna (44,3 miliardi), Grecia (33,9), Portogallo (22,8) e Irlanda (14,2).
Diciamo perciò che un intervento così massiccio sul mercato dei titoli di stato ha avuto effetti immediati assai più consistenti di qualsiasi programma di "riforme", i cui effetti "benefici" - se mai ce ne dovessero essere, ma lo mettiamo apertamente in discussione - si sarebbero potuti vedere comunque da fine 2011 a qualche anno dopo.
L'importanza delle "riforme" montiane, affidate a una professionista dello spolpamento dei poveri come Elsa Fornero, è consistita in altro: ha confermato ai mercati finanziari che l'Italia era in "mani affidabili" dal loro punto di vista. Quindi pronta a fare della propria popolazione carne da macello per qualsiasi ristrutturazione, speculazione, "ridisegno" privatamente profittevole. Un effetto politico, dunque, non tanto economico.

Ma nemmeno la Bce - ricordiamo: un'istituzione che non dipende dagli Stati, che non risponde a nessun input democratico, governata da sacerdoti-tecnici che si scelgono fra loro - lavora gratis. Non "stampa soldi" come la Federal Reserve o la Banca del Giappone, è non regala niente a nessuno.

La Bce ha infatti chiuso il 2012 con un utile netto in aumento del 37%; 998 milioni, mentre l'anno precedente erano stati 728 milioni. Il segreto? I movimenti del margine di interesse. L'acquisto di titoli è infatti avvenuto a un determinato prezzo (molto basso, quando lo spread era altissimo). Ma poi sono stati rivenduti, quando il prezzo (abbassandosi lo spread) era salito. E quindi ha realizzato dei guadagni consistenti.
1,108 miliardi (un miliardo circa l'anno prima) derivano infatti proprio dai titoli di Stato acquistati dall'Eurotower nel quadro del programma Smp diretto ad arginare la crisi debitoria europea.
Sembra paradossale, ma il "salvataggio" che i tedeschi temevano, pensando che avrebbero dovuto farsi carico loro dei debiti delle "cicale mediterranee", ha prodotto - grazie a semplici quanto prevedibili quanto manipolabili "meccanismi di mercato" - un guadagno per chi lo effettuava.
I titoli di Stato greci hanno per esempio fruttato 555 milioni in margine di interesse (654 milioni nel 2011).

Insomma: Monti, non ti vantare di nulla. Non è proprio il caso.

Fonte

16/02/2013

Pensioni svalutate di un terzo in 20 anni


Ventia anni e meno 30%. Cifre rotonde, che ognuno può intendere senza perdersi nei centesimi. Tanto hanno perso - in potere d'acquisto - le pensioni deli italiani. Per il futuro andrà pessio: non ci saranno proprio.

Diversi compagni, quando abbiamo sintetizzato il "programma di governo" dettato dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) nella battuta "dovete morire", ci hanno obiettato che stavamo esagerando, da "vecchi marxisti catastrofisti". Possibile che le classi dirigenti dell'Europa stiano davvero perseguendo coscientemente un "piano" di riduzione/smaltimento dell'eccesso di popolazione in Europa?
Siccome facciamo un giornale, guardiamo molte più notizie di quelle che riusciamo a dare (perdonateci, ma siamo ancora pochi per far meglio), mettiamo anche in fila fatti.
La notizia di oggi è un rapporto del sindacato pensionati della Cgil - nulla di rivoluzionario, dunque - che però deve allineare i dati incontrovertibili risultanti dai suoi iscritti.

Secondo lo Spi-Cgil, il potere d'acquisto delle pensioni è tracollato: in 15 anni è diminuito del 33%. Nello stesso periodo il valore di una pensione media è sceso del 5,1%. Un "crollo vertiginoso" del reddito da pensione rispetto all'andamento dell'economia reale. Al contrario, tasse e tariffe aumentano senza alcun freno. Nel 2013 per l'affetto congiunto delle misure del governo Monti (ricordatevi sempre di chi lo ha sostenuto, please) e delle dinamiche monetarie e di mercato, andranno "alle stelle" e incideranno sui pensionati per 2.064 euro a testa, il 20% in più sul 2012.
Inevitabile quindi dire che "in Italia la patrimoniale c'è ed è quella che grava sui pensionati, che più di tutti stanno pagando il conto della crisi. Sarebbe bene che il prossimo governo la facesse pagare ai ricchi, che invece poco o nulla stanno contribuendo alle sorti del Paese", ha commentato il segretario generale dello Spi-Cgil, Carla Cantone.
Nel linguaggio delle teste fini che ci governano e vogliono governarci ancora, i pensionati sono una "categoria con eccessive protezioni", dei "privilegiati" che vanno bastonati "per equità". Ai loro figli e nipoti, infatti, la pensione è stata tolta del tutto. Basta fare due conti con le variabili del "sistema contributivo" puro per vedere che è proprio così: età di ingresso nel novero dei lavoratori attivi sempre più alta, carriera "saltellante" tra un impiego precario e l'altro, con periodi più o meno lunghi di inattività, contributi in rapporto al salario bassissimo o addirittura "agevolati" (per le imprese, che ne versano meno)... Per quanto vogliano allungare l'età pensionabile, per gli attuali under 40 non c'è modo di arrivare alla pensione spuntando un assegno mensile decente. Si calcola una media - a valori di oggi - intorno ai 400-500 euro. Nulla, di fatto. E ci consigliano addirittura di "farci una pensione privata", decurtando da soli ulteriormente il già magro salario per regalare soldi ai fondi pensioni, che andranno a cercare l'avventura dell'investimento speculativo in borsa; col fondato rischio che, al momento di andare in pensione, non ci sia in cassa granché.

Ma torniamo ai dati della Cgil.
La perdita nel periodo 1996-2011 risulta già pesante, ma prosegue accelerando nel tempo. Il blocco della rivalutazione annuale introdotto con la riforma Fornero (su quelle superiori a tre volte il minimo, poco sopra i 1.400 euro lordi, ovvero 1.000 netti). Riforma che taglia mediamente 1.135 euro a testa, nel biennio 2012-2013, a circa 6 milioni di pensionati.
Un pensionato che prende circa 1.200 euro netti ha perso 28 euro al mese nel 2012 e nel 2013 ne perderà 60, mentre chi percepisce una pensione di circa 1.400 euro netti ha perso 37 euro al mese nel 2012 e ne perderà 78 nel 2013.

Dall'altra parte, come detto, prezzi e tariffe aumentano. Nel 2013 "incideranno sui pensionati italiani per una spesa media totale di 2.064 euro pro-capite, ovvero il 20% in più rispetto al 2012".
Tra addizionale regionale Irpef, addizionale comunale, Imu e Tares se ne andranno mediamente 640 euro, il 12% in più rispetto al 2012. La spesa media sarà di 1.424 euro tra telefonia fissa, acqua, luce, gas e riscaldamento (ma ci sembrano cifre decisamente "al risparmio" rispetto alla realtà)
Senza contare l'aumento del canone Rai e quello dell'Iva, dal 22% al 23%, che scatterà in  luglio.

Aggiungiamo una considerazione che la Cgil non fa. Per effetto della disoccupazione crescente, del blocco salariale monetario (in realtà del calo dei salari) e della disoccupazione giovanile, i pensionati sono diventati nel corso degli ultimi venti anni le "riserve startegiche" del "welfare familiare".
Di questo passo, la fisiologica scomparsa dei pensionati "ricchi" da 1.000 euro al mese si abbatterà come una mazzata anche su questa voce "spuria" - come quasi tutto in Italia - che ha fin qui contenuto le perdite nei livelli di vita.

Mettete anche voi in fila numeri, redditi e "riforme". E vedrete che il "dovete morire" illuminerà anche il vostro pensiero. E speriamo che vi spinga a riprendere nelle mani il vostro destino e dare una scossa alla "cabina di regia" che ci vuole semplicemente morti.

29/01/2013

Il contratto schiavitù. Regolarizzato l'apprendistato senza formazione

Con una circolare diramata lunedì 21 (5/2013), il ministero del lavoro stabilisce in merito ai contratti d'apprendistato che un datore di lavoro non in incorre sanzioni in caso d'inadempimento dell'obbligo formativo previsto dallo stesso contratto. Eventuali sanzioni, comunque evitabili sanando ipotetici "debiti formativi" attraverso il reintegro delle ore di formazione evase, possono essere comminate al datore di lavoro a partire dal secondo anno di contratto.
Così l'apprendistato, lo strumento principale della Fornero per l'imposizione della flessibilità in entrata, viene ricondotto, senza fingimenti, alla propria cornice naturale, quella di essere un contratto schiavitù: inserire nel mondo del lavoro un esercito di giovani tra i 16 e 29 anni con contratti a termine sottopagati perché inseriti fino a due livelli inferiori rispetto alla categoria spettante.

Questo già si intuiva nel testo della Riforma Fornero che apportava sostanziali modifiche alla disciplina dell'apprendistato. Se prima il rapporto tra apprendisti e dipendenti stabili specializzati era di uno a uno, con la Fornero il rapporto diventa di tre apprendisti ogni due dipendenti stabili, portando a un' evidente insostenibilità dei fini formativi. Addirittura, qualora un'azienda non disponga di dipendenti qualificati, può comunque assumere tre apprendisti. Inoltre, se la riforma Fornero già praticamente uniformava la durata dei contratti di apprendistato, stabilendone la durata minima – e dunque media – di sei mesi, la circolare del Ministero stabilisce ora che le procedure per l'applicazione di misure sanzionatorie per i datori inadempienti rispetto ai fini formativi possono essere avviate solo dopo il primo anno di lavoro da apprendista senza apprendistato. Come dire: tutti (sotto)pagati da apprendista per sei mesi senza obbligo di formazione alcuna.

Leggendo con più attenzione la circolare emergono altri importanti aspetti. Viene chiarito che gli ispettori, prima di applicare le sanzioni – a partire, come detto, dal secondo anno – dovranno identificare l'effettiva responsabilità del datore di lavoro. Solo laddove il datore di lavoro è esclusivo responsabile della parte formativa gli ispettori potranno procedere al sanzionamento della violazione. Appare chiaro che difficilmente sarà possibile identificare questa responsabilità esclusiva. Infatti, nonostante le ampie facilitazioni contributive concesse ai datori di lavoro nell'adozione dei contratti di apprendistato, l'effettiva diffusione di questi particolari rapporti di lavoro si sta avendo negli ultimi anni nell'ambito di ampi programmi, per lo più regionali, di promozione dell'occupazione giovanile.

Dove il pubblico, istituzionalmente, per la fragilità dell'apparato produttivo e imprenditoriale del paese, si assume il compito di omogeneizzare una forte base di precariato giovanile per il mercato del lavoro italiano, emerge allora la necessità di identificare con chiarezza gli agenti responsabili della svalorizzazione delle nostre capacità. Programmi regionali per la formazione lavorativa o percorsi di apprendistato nelle università, costituiscono esempi lampanti di dispositivi pubblici di "produzione di precarietà". I soggetti politici e istituzionali interpreti di questi strumenti sono le nostre controparti immediate e ben riconoscibili. In quanto tali sono anche l'oggetto collettivo del nostro rifiuto e dunque la condizione della nostra unione, a dispetto dell'immaginario solipsistico – propagandato da tutti i nostalgici lavoristi – del soggetto a reddito e rapporto di lavoro intermittente ma che sappiamo essere continuativamente produttivo nelle sue relazioni sociali. Ciò che infatti risulterà determinante, in ogni contesto di conflittualità contro la precarietà, sarà la capacità di organizzare socialmente l'eccedenza del nostro produrre contro i dispositivi che invece mirano a impoverirlo e a svalorizzarlo.
 
Proprio per questo, Elsa, non basta Fiorello a farci credere che meglio di così non si può.