Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/09/2026

“Io ero la numero 5”

Io ero la numero 5. Racconti di donne palestinesi nelle carceri israeliane è una lettura necessaria, direi indispensabile. Il popolo palestinese sta subendo un vero e proprio genocidio ad opera dell’entità sionista “Israele”. Numerose sono le vere e proprie armi di guerra usate dall’occupazione: fame, siccità, distruzione del patrimonio culturale, scolasticidio ecc..

A questo parzialissimo elenco è doveroso aggiungere la violenza sessuale, vera e propria arma usata dal colonialismo, e non da oggi. La tortura, che prende forma nella violenza sessuale, non è un abuso incidentale, un errore di percorso, è uno strumento deliberato di pulizia etnica e di controllo.

Nonostante sia ovvio, corre l’obbligo di sottolineare il comportamento “dell’unica democrazia del Medio Oriente”: impunità assoluta per coloro che compiono gli abusi sessuali sulle donne palestinesi in stato di detenzione.

È in corso una vera e propria aggressione sessuale israeliana contro bambini ed uomini palestinesi, aggressione che si accentua verso le donne palestinesi. Una violenza che è del tutto funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.

La violenza sessuale assume un ruolo centrale nel progetto sionista contro il popolo palestinese. I piani coloniali vanno avanti anche, e non solo – ci mancherebbe – grazie alla violenza sessuale. Tutto questo molto, ma molto prima del famoso 7 ottobre 2023.

La violenza sessuale è una costante alla base dello sfollamento della popolazione palestinese e dell’oppressione coloniale. Quanto leggiamo in Io ero la numero 5, introdotto da Suad Ghanem, che abbiamo apprezzato tantissimo nel suo Il racconto di Suad, è la dimostrazione ulteriore che i palestinesi – in questo caso le donne – non sono, e non vogliono essere, un soggetto passivo, un numero da statistica. La denuncia di quanto subiscono diviene resistenza, le vittime diventano protagonisti attivi.

Nelle storie qui testimoniate la tortura sistematica perpetuata dagli occupanti colpisce due volte: in quanto tale e in quanto riversata sui corpi delle donne. Il ruolo fondamentale delle donne nella resistenza è stato sottolineato in tanti testi, e in questa raccolta vi si trova conferma.

Le donne lottano non solo contro il patriarcato insito nella società in cui vivono, contro la violenza di genere, ma anche contro la potenza occupante. Potenza occupante che in questo caso, come in molti altri, non tiene assolutamente in considerazione il diritto internazionale umanitario secondo il quale le donne devono essere oggetto di particolare protezione da stupro e prostituzione forzata, e alle donne incinte deve essere fornita speciale assistenza.

Le donne vengono invece sottoposte a torture, trattamenti inumani e degradanti (videocamere all’ingresso del bagno, uso di linguaggio offensivo come modalità per terrorizzare ulteriormente), subiscono gravi abusi ed intimidazioni, denudate, numerate e sottoposte a perquisizioni corporali con la grave violazione della dignità umana.

Altro elemento che emerge da quanto riportato in questo libro, è il tentativo degli occupanti di creare un clima di divisione, e conseguente contrapposizione, tra le detenute di Gaza da quelle arabo/palestinesi. Come non sottolineare che le donne palestinesi usano tranquillamente la parola genocidio, quella parola che in molti stentano ancora ad usare; che le donne palestinesi prigioniere nelle carceri israeliane manifestano un bisogno urgente di sostegno psicologico e arrivano a ritenere il martirio un sollievo?

In questo contesto assume grande valore quanto le donne raccontano, perché le loro parole diventano resistenza e accusa politica. Resistere per esistere e non essere cancellate. Quanto avviene non può essere addebitato ad una manciata di soldati, e noi tutti, solidali con chi ha avuto il coraggio di testimoniare le violenze subite da parte dei carcerieri, ci dobbiamo dare un compito: denunciare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e proteggono questi crimini.

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03/09/2026

Cosa significa essere donne oggi a Gaza

Mi chiamo Aisha. Sono una scrittrice e una giornalista di Gaza e soprattutto sono madre di due figlie meravigliose. Una volta ho scritto nel mio diario: «I corpi delle donne non sono stati creati per tutta questa sofferenza, né i loro cuori per sopportare questa quantità folle di dolore».

Ricordo quelle parole ora mentre osservo decine di donne affollarsi insieme agli uomini attorno ai camion dell’acqua potabile che raggiungono la tendopoli di Al-Mawasi, nel sud di Gaza. Vedo volti bruciati dal sole, vestiti logori per i ripetuti lavaggi e corpi sfiniti dal trasportare contenitori pesanti e dall’attesa.

La mia tenda è vicina alle loro. Sento le loro voci e le vedo ogni giorno. So che stanno vivendo le stesse condizioni in cui mi trovo io. Ma non voglio parlarvi solo delle tende. Voglio parlarvi delle donne le cui vite la guerra ha ridotto a una lotta per la sopravvivenza.

Iniziamo le nostre mattine cercando di svegliarci prima che il caldo diventi insopportabile, ma il caldo arriva sempre prima di noi. Il sole filtra attraverso la tenda e mi sveglia con il corpo madido di sudore, i vestiti appiccicati alla pelle e gli insetti che ronzano senza sosta intorno al mio viso.

Esco in cerca d’aria, solo per scoprire che anche l’aria stessa è calda. Io e le mie due figlie cerchiamo un po’ d’ombra, spostandoci da una zona all’altra. In quei momenti, non penso alla colazione né al caffè. Penso all’acqua fresca.

Quella cosa preziosa non fa più parte della nostra vita quotidiana. Qui l’acqua non è un dettaglio secondario. Determina quando possiamo lavarci, cosa possiamo pulire e con quale frequenza possiamo fare il bagno ai nostri figli.

Secondo le Nazioni unite, una valutazione relativa all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene condotta a Gaza ha rilevato che il 63 per cento delle famiglie intervistate riceve meno di sei litri di acqua potabile al giorno a persona, mentre il 34 per cento ne riceve meno di nove. Il 74 per cento dipende dal rifornimento diretto dai camion cisterna. Per chi legge queste cifre da lontano, potrebbero sembrare semplici statistiche. Per noi determinano ciò che accade ai nostri corpi.

Fanno anche parte della storia di Hala. Hala è incinta di sei mesi. Mi racconta: «Avevo una bella casa. Mi ero sposata solo pochi mesi prima della guerra. Ora tutto ciò che abbiamo io e mio marito è questa tenda e questo bambino che cresce lentamente dentro di me. Non faccio altro che pensare a come partorirò qui, senza un bagno come si deve. Come crescerà il mio bambino tra umidità, muffa e topi?».

Hala aveva iniziato la sua vita matrimoniale in una casa che aveva preparato da neo-sposa. Ora lei e suo marito vivono in una piccola tenda con uno spazio tutto loro e una toilette che è poco più di un buco scavato nella sabbia, circondato da pezzi di stoffa logora. Eppure si considera più fortunata di molte altre donne.

La privacy nelle tende non è garantita. Le famiglie sono stipate in spazi angusti, mentre le donne cercano un angolo dove potersi cambiare, lavarsi o semplicemente stare da sole per qualche minuto.

Durante un periodo di sfollamento, ho trascorso quattro mesi interi senza guardarmi allo specchio. Non era lo specchio che mi mancava. Mi mancavano il tempo e lo spazio che permettono a una donna di guardarsi, prendersi cura dei propri capelli, del proprio corpo e dei propri vestiti, senza sentire che ogni minuto dedicato a se stessa sia stato sottratto a qualcosa di più urgente.

Me lo ricordo ogni volta che vedo la mia vicina chinata su pile di biancheria da lavare. Guardo le mie mani screpolate e ricordo quanto fossero morbide un tempo e quanto mi piacesse dipingermi le unghie di rosso. Anche quei piccoli dettagli ora appartengono a un’altra vita.

Eppure, le donne non li hanno abbandonati del tutto. Vedo alcune di loro che si applicano il kohl sugli occhi e cercano di scegliere bei colori per abiti larghi che sono diventati, allo stesso tempo, abiti per la preghiera, il lavoro e per portare l’acqua. Sono un piccolo modo per dire: «Sono ancora me stessa».

Le mestruazioni rivelano un altro aspetto, più duro, della perdita della privacy. Samira ha quindici anni. Quando le ho chiesto perché una volta mi avesse detto che avrebbe voluto nascere maschio, mi ha raccontato del suo primo ciclo mestruale. È successo nella tenda sei mesi fa, in un giorno in cui il camion cisterna non è arrivato. Non c’era un bagno vero e proprio e l’acqua scarseggiava.

Quando i suoi fratelli più piccoli hanno visto tracce di sangue sul pavimento sabbioso del luogo che la famiglia usava come bagno, lei si è sentita profondamente in imbarazzo.

Sua madre dice che Samira è cambiata dopo quel giorno. Il suo sonno e il suo appetito sono stati sconvolti, si è chiusa in se stessa ed è diventata meno disposta a uscire dalla tenda. Samira è solo una di tante ragazze. La differenza è che ha una madre che la stringe a sé e si preoccupa per lei. Altre giovani affrontano la pubertà nelle tende senza privacy, a volte senza una madre che le abbracci o una casa che le protegga.

La pubertà in una tenda non è semplicemente un cambiamento fisico; è un precoce confronto con la perdita della privacy. E il caldo rende tutto più difficile. Durante il giorno, la tenda diventa soffocante. Rimandiamo il bagno, il bucato e le faccende domestiche fino a quando la temperatura non scende. Quello che non si può rimandare, lo facciamo sudando.

L’Organizzazione mondiale della Sanità avverte che il caldo estremo comporta gravi rischi per la salute, in particolare per le donne incinte e i bambini. Sottolinea inoltre che la gravidanza può aumentare la vulnerabilità al caldo e alla disidratazione.

Ma come può una donna incinta proteggersi dal caldo quando non ha una stanza fresca, né aria condizionata, né frigorifero e a volte nemmeno acqua fredda? Ecco perché non dico che la guerra abbia privato le donne di Gaza della loro femminilità. Ha privato loro del tempo, dello spazio e della privacy che un tempo permetteva loro di viverla.

Eppure una donna continua a pettinare i capelli di sua figlia quando ne trova il tempo. Lava i vestiti quando trova dell’acqua. Si mette il kohl quando può e sorride quando ha ben pochi motivi per farlo.

C’è una ragazza che vedo quasi ogni mattina dall’ingresso della mia tenda. Ha diciotto anni. Cammina tra le tende raccogliendo sacchetti di plastica, pezzi di legno e scarti sparsi sulla sabbia, raccogliendoli per accendere un fuoco e cucinare per la sua famiglia. Il sole ha lasciato segni profondi sul suo viso, facendola sembrare più grande della sua età. Le sue mani sono ruvide e stanche, come quelle di una donna di ottanta anni. La guardo e penso alla distanza tra la sua età e ciò che le sue mani stanno trasportando.

Cosa farebbe se non fosse costretta a questa vita? Forse sarebbe seduta in un’aula universitaria, avrebbe scelto un vestito, si sarebbe dipinta le unghie di rosso o avrebbe sognato un futuro sconosciuto.

Invece, sta cercando qualcosa da poter bruciare. E ogni volta che la vedo, mi ricordo che le donne di Gaza non hanno perso il loro istintivo senso di femminilità. Hanno perso la vita stessa. Sono donne che sono state costrette a mettere la sopravvivenza al primo posto, e tutto il resto dopo.

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21/04/2026

L’Istat pubblica dati incompleti sulla violenza di genere. Emerge il verminaio sulle esternalizzazioni

Una grossa rogna è esplosa sulle rilevazioni statistiche dell’ISTAT e su come vengono rilevate le risposte sulle quali si eseguono poi le elaborazioni.

L’indagine sulla violenza di genere in Italia prodotta da ISTAT a novembre 2025 è stata pubblicata in maniera parziale escludendo i dati sulle donne migranti. Stando a quanto dichiara, infatti, la società in appalto CSA Research incaricata dell’indagine, ha fornito questionari falsificati proprio legati alle donne migranti.

Le irregolarità sono state segnalate e verificate, portando l’Istat a sanzionare pesantemente Csa Research, azienda che ha in appalto diverse rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica. La società ha respinto le accuse e presentato delle controdeduzioni che, secondo quanto appreso da Fanpage.it, non sono state ritenute sufficienti. E l’Istat avrebbe quindi deciso di mantenere la sanzione.

L’ISTAT dichiara, inoltre, che la società a cui è stata appaltata l’indagine sulla violenza di genere in Italia è stata multata, ma la stessa società ha appalti per altre indagini, a causa della falsificazione proprio delle condizioni di lavoro e salario riservate a lavoratrici e lavoratori incaricati di svolgere l’indagine. Infatti il questionario per le donne migranti può essere somministrato solo in forma cartacea, idealmente per superare le barriere linguistiche.

“Quanto accaduto non riguarda “solamente” l’affidabilità di Istat ma un ulteriore lontananza dello Stato dai reali problemi e necessità che riguardano tutte e tutti noi” hanno sottolineato le Donne di Borgata in un comunicato – “Riguarda chi utilizza quei dati per elaborare analisi, teorie e politiche pubbliche: se la base è compromessa, lo è anche tutto ciò che ne deriva”.

Non si può costruire una conoscenza seria sulla violenza di genere sfruttando il lavoro delle rilevatrici e ignorando le condizioni reali delle donne intervistate.

Il problema che emerge non è solo l’inattendibilità di dati così rilevati ma anche quello delle pessime condizioni lavorative dei rilevatori e rilevatrici per conto dell’Istat.

L’USB in una nota denuncia “Lavoro a cottimo e bassa retribuzione, carburante rimborsato solo sopra i 30km di percorrenza e spese interamente a carico di lavoratrici e lavoratori. Pagamento: 28€ lorde solo se il questionario è interamente compilato. Un lavoro importantissimo pagato una miseria a causa, come sempre, di esternalizzazioni di Stato e appalti al ribasso”.

E anche in questo caso, benché ISTAT voglia girare la colpa su lavoratrici e lavoratori, è proprio lo Stato complice di un taglio delle retribuzioni del 30%, e di un meccanismo che scarica i costi e i rischi sulle spalle di tutti e tutte attraverso salari da schifo nonostante tasse altissime.

Discriminazioni e sfruttamento proprio per mano di chi dovrebbe tutelare il lavoro e, nel caso specifico, fornici una fotografia reale e attuale della violenza di genere nel nostro paese.

Un danno enorme considerando anche che le indagini ISTAT hanno un peso importante nel nostro paese e che influenzano le politiche sociali future.

“Continuare a esternalizzare non è più accettabile” denuncia l’USB “lo abbiamo detto migliaia di volte, gli appalti sono stati e continuano ad essere una piaga per il nostro Paese, serve un rapido processo di eliminazione degli stessi e la riacquisizione di tutti i processi pubblici nelle mani dello Stato”.

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22/12/2025

Elsa Meloni Fornero

di Giorgio Cremaschi

Il governo Meloni odia le donne e gli operai.

Avevano presentato peggioramenti brutali della legge pensionistica più feroce d’Europa. Poi, di fronte alla vergogna che travolgeva Matteo Salvini che aveva fatto tutte le sue campagne elettorali contro la legge Fornero, hanno fatto una parziale marcia indietro.

Si tolgono truffe incostituzionali come quella che sostanzialmente annullava il riscatto della laurea. Si attenua l’aumento dell’età della pensione, ma non lo si ferma. Così mese dopo mese si avvicina la pensione a settant’anni.

Resta il regalo ai fondi pensione privati, con la rapina a loro favore del TFR dei nuovi assunti. Resta la mancata vera indicizzazione delle pensioni, il che vuol dire che sempre più pensionati vedranno diminuire il loro reddito reale e peggiorare la loro vita.

Ma c’è una correzione della manovra che mostra tutto l’odio di classe di questo governo che finge di stare con il popolo. Hanno deciso di colpire il diritto ad andare in pensione prima per chi è andato a lavorare da ragazzo e per chi fa lavori usuranti, mentre hanno confermato l’abolizione del diritto delle donne alla pensione anticipata anche se con meno soldi.

Insomma gli operai devono rischiare salute e vita da anziani, mentre le donne si arrangino.

È bene ricordare che in Francia si continua ad andare in pensione a 62 anni, perché Macron ha per ora congelato la sua “legge Fornero”, mentre da noi siamo quasi a 68 anni di età e 44 di contributi.

Matteo Salvini continua ad imbrogliare, ma Giorgia Meloni in fondo è coerente. Lei ha scelto di essere l’obbediente esecutrice in Italia dell’austerità europea e del riarmo NATO. E questa sua scelta non è di oggi, perché la deputata Giorgia Meloni nel 2012 aveva proprio votato la legge Fornero.

Ora la porta avanti perché per la finanza internazionale quella legge è una vera e proprio bandiera. Elsa Meloni Fornero.

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23/09/2025

Abusate dai soldati Usa: le donne della Corea del Sud chiedono giustizia in tribunale

Nel corso delle decadi successive alla Guerra di Corea, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, in Corea del Sud si sviluppò un sistema sofisticato e largamente ignorato fino a tempi recenti: migliaia di giovani donne, spesso adolescenti, furono convinte, costrette o ingannate per lavorare in bordelli legati alle basi militari statunitensi.

Con la scusa di posti di lavoro come barista o cameriera, promesse di opportunità economiche che sembravano vitali in una nazione devastata dal conflitto, queste donne venivano invece impiegate – direttamente o indirettamente – nello sfruttamento sessuale. Le autorità sudcoreane, per decenni, negarono la piena responsabilità del governo; oggi, però, le vittime esigono non solo riconoscimento, ma azione giudiziaria.

È di questi giorni la notizia che 117 donne in Corea del Sud hanno presentato causa in tribunale contro lo Stato sudcoreano e l’esercito statunitense. Le motivazioni: abusi sessuali, coercizione, sfruttamento, false promesse, e un sistema che, seppur tacito, fu sostenuto dalle istituzioni. Una delle prime sentenze rilevanti in materia risale al 2022, quando la Corte Suprema di Seul ha stabilito che il governo – allora – aveva istituito, gestito e operato illegalmente bordelli per i soldati statunitensi. In quel caso, il risarcimento fu concesso ad alcune decine di querelanti. Ma la novità vera è che nella causa presentata dalle 117 donne, si chiede per la prima volta un atto di responsabilità diretto anche verso l’esercito USA.

Le richieste includono non solo un indennizzo, ma soprattutto scuse formali e un riconoscimento pubblico delle ingiustizie subite. Le testimonianze raccolte dagli atti giudiziari dipingono un quadro angosciante: ragazze molto giovani, talvolta sedicenni o poco più, che vengono attirate con false promesse di lavoro, poi rinchiuse in bordelli associati alle basi, costrette a sottoporsi a controlli medici coatti per malattie veneree, e se ritenute “non idonee”, isolate in stanze fino a quando non trovano di nuovo accettabile il loro stato.

Una donna ha ricordato: “Avevo appena 16 anni, mi dissero che avrei servito da cameriera, ma il giorno dopo ero già rinchiusa in una stanza con un soldato americano”. Un’altra ha raccontato: “Se ci ammalavamo venivamo marchiate come non idonee e isolate, come se fossimo oggetti rotti. Ci trattavano peggio degli animali”. Secondo storici interpellati, l’economia legata ai quartieri attorno alle basi – bar, ristoranti, bordelli, servizi accessori – arrivava a rappresentare fino a un quarto del PIL della Corea del Sud negli anni Sessanta e Settanta. Un intero settore che prosperava grazie a questa alleanza strategica, che con il tempo ha costruito intorno al suo mantenimento un sistema di silenzi e omissioni.

Nella causa appena depositata, le donne richiedono 10 milioni di won ciascuna, che corrispondono approssimativamente a 7.200-8.000 dollari (o circa 6.000 euro) oltre a un riconoscimento simbolico – una scusa ufficiale, un’assunzione di responsabilità – da parte del governo sudcoreano e degli Stati Uniti. Questo importo, seppur simbolico rispetto alle sofferenze fisiche e psicologiche denunciate, rappresenta un punto di svolta: non si chiede solo che emerga la verità, ma che essa sia riconosciuta nel diritto, nel risarcimento, nella memoria pubblica.

Una delle donne ha dichiarato: “Non voglio i soldi, voglio che il governo ammetta quello che ci ha fatto. Ho perso la mia giovinezza, la mia dignità, la mia famiglia”. Il caso riguarda più che un conflitto storico: mette in questione la natura dell’alleanza tra Corea del Sud e Stati Uniti. Per decenni, Washington è stato l’alleato chiave della Penisola nella sua lotta contro la Corea del Nord; le basi militari USA sono tuttora presenti in numero significativo (tra i 28.000 e i 29.000 effettivi) sul suolo sudcoreano. In questo contesto, rivelare che quelle basi sono state circondate da un sistema di sfruttamento sessuale con il coinvolgimento – tacito o esplicito – delle autorità nazionali, diventa un problema di credibilità politica, di diritti umani, e di come le potenze militari interagiscono con la società civile.

Le istituzioni USA, per ora, hanno dichiarato di essere a conoscenza delle denunce ma si limitano a sottolineare che non commenteranno mentre sono in corso i procedimenti legali. Inoltre, affermano che non tollerano comportamenti che violino le leggi, le direttive e le regole della Corea del Sud. Una delle ragioni per cui queste vicende sono rimaste ai margini è lo stigma sociale: la vergogna associata a chi è stata prostituta, specie quando la prostituzione è stata in parte imposta o sotto forte coercizione. Inoltre, la figura più nota nel panorama internazionale quando si parla di “comfort women” è quella delle donne costrette dai giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, che nel tempo è diventata simbolo riconosciuto della violenza coloniale e patriarcale.

Le donne sudcoreane sfruttate dalle forze statunitensi invece hanno subito una rimozione quasi completa da memoria pubblica e discorsi ufficiali. Questa causa non è solo giudiziaria, ma culturale e politica. Serve a ribaltare narrazioni consolidate, a chiedere trasparenza, a fare emergere il danno reale subito da persone che troppo a lungo sono state invisibili. Serve a dimostrare che il diritto internazionale, i principi dei diritti umani, si estendono non solo a guerre e conflitti apertamente riconosciuti, ma anche a quegli abusi perpetrati nell’ombra di alleanze strategiche.

Il risultato della causa, che si sappia ora sia in Corea del Sud che potenzialmente negli Stati Uniti, potrà avere conseguenze anche oltre il risarcimento economico: potrà muovere il dibattito su come gli Stati gestiscono le basi straniere, i diritti delle popolazioni locali, l’obbligo di protezione dei civili, la memoria storica.

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12/06/2025

Siria - Donne obbligate a indossare il burkini sulle spiagge pubbliche

Il governo dei jihadisti del partito Hts guidato dal presidente autoproclamato Ahmed Sharaa ha decretato che le donne dovranno indossare burkini o altri costumi da bagno che coprano tutto il corpo nelle spiagge pubbliche e nelle piscine. È consentito l’uso di costumi da bagno normali solo nei club privati ​​e negli hotel di lusso, una eccezione che favorisce solo la frazione ricca della popolazione. La decisione del Ministero del turismo, pubblicata questa settimana, segna la prima volta che le autorità di Damasco emanano linee guida su cosa possono indossare le donne da quando il presidente Bashar al Assad è stato rovesciato a dicembre 2024.

Durante i decenni della famiglia Assad in Siria, accusata di aver instaurato un regime dittatoriale e di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani, lo Stato siriano era plasmato su un’ideologia nazionalista araba laica e non imponeva tali restrizioni, sebbene le persone spesso si vestissero in modo sobrio sulle spiagge pubbliche, rispecchiando le norme sociali conservatrici. In sostanza le donne siriane erano libere di scegliere come andare in spiaggia e quali abiti indossare in pubblico.

I nuovi requisiti sono stati stabiliti in un decreto più ampio datato 9 giugno, che includeva linee guida per la sicurezza pubblica in spiagge e piscine in vista dell’estate, come non trascorrere troppo tempo al sole ed “evitare le meduse”. Affermava che i bagnanti e i frequentatori delle piscine pubbliche avrebbero dovuto indossare “costumi da bagno appropriati che rispettassero la decenza pubblica e i sentimenti delle diverse fasce della società”, richiedendo “costumi da bagno più modesti” e specificando “i burkini o costumi da bagno che coprono di più il corpo”.

Si afferma inoltre che le donne dovranno indossare un copricostume o un accappatoio largo sopra il costume da bagno quando si spostano tra la spiaggia e altre zone. Gli uomini a loro volta indosseranno una maglietta quando non nuotano e non è loro consentito apparire a torso nudo “nelle aree pubbliche al di fuori delle aree dedicate alla piscina, come hall di hotel o ristoranti”.

Nel decreto si aggiunge che «nelle aree pubbliche al di fuori delle spiagge e delle piscine» è preferibile indossare abiti larghi che coprano spalle e ginocchia ed evitare abiti trasparenti o molto attillati.

Da quando i ribelli guidati dagli islamisti sunniti hanno rovesciato Assad, sono comparsi volantini che invitavano le donne a coprirsi, ma il governo non ha emanato alcuna direttiva che imponesse loro di osservare codici di abbigliamento conservatori.

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23/11/2024

Non è una manovra per donne

La legge di bilancio 2025 del Governo Meloni può essere descritta in maniera molto semplice: una serie di tagli feroci e politiche restrittive, mascherati da una fitta coltre di bugie e chiacchiere. Queste sforbiciate alla spesa pubblica, che superano gli 11 miliardi di euro nei prossimi anni, colpiranno direttamente servizi pubblici fondamentali come sanità, istruzione e welfare locale, compromettendo ulteriormente il benessere delle fasce più vulnerabili della popolazione.

Impatto sugli Enti Locali

I tagli previsti per gli enti locali sono particolarmente significativi e superano i 4 miliardi di euro nel triennio. Non stiamo parlando qui di cifre su un foglio di bilancio, ma di minori risorse per regioni e comuni, i principali fornitori di servizi ai cittadini. Il settore scolastico subirà drastiche riduzioni, con una perdita stimata di oltre 5.600 posti di lavoro per docenti e circa 2.174 per il personale ATA. Nonostante l’inizio dell’anno scolastico sia ancora cosa recente, il Governo pare essersi dimenticato delle condizioni pietose del sistema di istruzione pubblico che i giornali denunciano ogni volta che arriva settembre. A rendere le cose ancora più odiose, occorre ribadire che i tagli in questo settore non rappresentano solo un assalto ai posti di lavoro, ma sono anche un attacco diretto alla qualità dell’istruzione di chi muove i primi passi nel suo percorso di formazione. Tutto questo, manco a dirlo, in un contesto di austerità che si applica a tutto meno che alla logica della guerra. La legge di bilancio, infatti, non solo aumenta i fondi per il ministero della difesa ma, seguendo i calcoli presentati in un articolo apparso su Sbilanciamoci qualche settimana fa, porta nel 2025 a più di 12 miliardi la spesa per nuovi armamenti.

Sanità e Welfare

Nonostante le affermazioni del governo riguardo a un incremento della spesa sanitaria, la realtà è ben diversa. Come hanno avuto modo di notare anche i sindacati, che il 20 novembre hanno proclamato uno sciopero di 24 ore dei lavoratori del settore, la spesa sanitaria rimarrà al di sotto dei livelli pre-pandemia in rapporto al PIL, senza prevedere nuove assunzioni nel settore. Questo scenario lascia i nostri ospedali e le strutture sanitarie in una situazione precaria e, considerate le infinite liste di attesa, rende di fatto la tutela della salute inaccessibile al pubblico. In aggiunta, il welfare locale e i trasporti pubblici subiranno un duro colpo con i cittadini più vulnerabili che saranno coloro che pagheranno il prezzo più alto. La logica del governo sembra ripetersi: da un lato ci sono piccole mance che non risolvono i problemi reali, dall’altro pesantissimi tagli che compromettono la sopravvivenza di molti servizi pubblici.

Mance e Austerità

Le misure destinate alle donne esemplificano ulteriormente questa contraddizione. Da un lato, con una mano si prevede un incremento di soli 3 milioni di euro per il fondo dedicato alla formazione delle donne vittime di violenza; dall’altro, con l’altra mano si abbatte una scure sugli enti territoriali che finanziano direttamente i servizi di welfare e assistenza alle donne, come i centri antiviolenza, gli sportelli di ascolto e i consultori.

Un tassello importante di questa offensiva contro la popolazione femminile riguarda il mondo del lavoro. È di pochi giorni fa il famoso lapsus della Premier, la quale si vantava di essere più femminista delle femministe avendo portato il tasso di disoccupazione femminile al livello più alto (lapsus) di sempre. Dietro il lapsus, come Freud insegna, si annida ancora una volta una verità. Se si guardano i dati, infatti, si nota come – a differenza di ciò che è accaduto per gli uomini – il tasso di inattività femminile nell’ultimo anno sia aumentato, arrivando, nei primi due trimestri del 2024, ad essere superiore del 40%: 40 donne su 100, 4 donne su 10 non lavorano e neanche cercano lavoro!

Questo dato sconcertante nasconde poi importanti differenze territoriali, dato che la partecipazione femminile alla forza lavoro è particolarmente bassa nelle regioni del Mezzogiorno. E purtroppo la situazione è destinata a peggiorare, poiché i tagli al welfare che si annunciano scaricheranno ulteriori oneri sulle spalle delle donne, rubando loro tempo di vita e rendendo sempre più difficile conciliare vita lavorativa e tempo libero.

Inoltre, come summa dell’ipocrisia e del cinismo, mentre viene confermato lo sgravio contributivo per l’assunzione di lavoratrici madri, ci si appresta a tagliare pesantemente i posti nei comparti del settore pubblico dove le donne sono maggiormente presenti, come nella scuola e nella sanità. La contraddizione è qui evidente e odiosa: da un lato gli sgravi si tradurranno, come sempre accade, in un regalo alle imprese che prendono i bonus e non aumentano l’occupazione totale ma al massimo optano per lavoratrici beneficiarie di bonus a scapito di altre categorie di lavoratrici: l’eterna sfida tra poveri. Dall’altro lato si sferra un’offensiva al lavoro pubblico, specificamente nei settori in cui le donne sono più rappresentate, a suon di tagli. Valga come esempio il blocco (parziale) del turnover nel pubblico impiego, in virtù del quale chi va in pensione non verrà sostituito da una nuova lavoratrice o lavoratore. Ecco, quindi, che la decontribuzione parziale per le lavoratrici madri, estesa alle autonome con almeno due figli e reddito fino a 40mila euro, appare nella migliore delle ipotesi come un palliativo e, nella peggiore, come un diversivo che deve spostare l’attenzione dalla riduzione di posizioni lavorative disponibili nel comparto pubblico.

Sempre a proposito di pubblico impiego, il Governo – spalleggiato dal sindacalismo più complice di CISL e altre sigle filogovernative – ha sbandierato come grande progresso il fatto di prevedere la sperimentazione della settimana lavorativa di 4 giorni a parità di orario settimanale. Peccato che questo voglia dire una giornata lavorativa che durerà almeno 9 ore e mezza (addirittura una regressione rispetto al canone delle 8 ore giornaliere). Quante donne, anche volendo, potranno accedere a questo istituto, in un contesto in cui vengono tagliati i servizi (ad esempio quelli per l’infanzia) e il lavoro di cura come ben sappiamo finisce per ricadere soprattutto su di loro? Stessa cosa vale per lo smart working (che potrebbe costituire un valido strumento di conciliazione vita-lavoro): il ministro Zangrillo si è impegnato a promuoverlo, e, facendo il caso di Roma, il Sindaco Gualtieri nella veste di commissario straordinario per il Giubileo ha emanato una circolare invitando le strutture della Pubblica Amministrazione operanti su Roma a incrementare il ricorso a tale istituto fino all’8 gennaio 2025. Siamo quindi a un semplice auspicio, peraltro per un periodo di poco più di 1 mese, quando chiunque lavori a Roma sa perfettamente che si preannuncia un anno denso di complicazioni per chi si dovrà spostare in città per lavoro e contemporaneamente sostenere la maggior parte del lavoro di cura.

L’austerità si conferma, ancora una volta, una potentissima arma che il Governo Meloni non esita a brandire per favorire il padronato e il settore privato, scaricando gli oneri su tutte le fasce della popolazione in difficoltà e, in misura maggiore, sulle donne. È per questo che la Giornata internazionale per la lotta alla violenza sulle donne e di genere è l’occasione anche per ribadire una opposizione netta e totale a questo Governo, a partire dalla manifestazione organizzata da Non una di meno di sabato 23 novembre, che si terrà a Roma e a Palermo.

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13/10/2024

Ti ricordi

Il lavoro che facevi da adolescente, però, era diverso. Quelle erano giornate di quindici ore, e avevi solo due giorni liberi al mese. I fine settimana non esistevano. La paga era la metà di quello che davano agli uomini per lo stesso lavoro e gli straordinari non erano retribuiti.

Prendevi delle pillole per tenerti sveglia, ciò nonostante la stanchezza ti si abbatteva addosso come un’onda. I polpacci e i piedi che erano già gonfi all’inizio del pomeriggio. Le guardie che ogni sera pretendevano di perquisire le lavoratrici prima che se ne andassero a casa. Quelle mani, che si soffermavano sempre quando ti sfioravano il reggiseno.

La vergogna. La tosse secca. Il sangue dal naso. Le emicranie. Quei grumi nel catarro che sputavi, qualcosa di simile a dei fili neri. Abbiamo la nostra dignità. Era uno dei motti preferiti di Seong-hee.

Ogni domenica libera che aveva, seguiva sempre le conferenze sul diritto del lavoro negli uffici del sindacato tessile di Cheonggye, e tutto quello che sentiva lì finiva negli appunti che poi usava per le vostre riunioni.

Non avevi particolari timori quando cominciasti a seguire quegli incontri, dato che Seong-hee diceva solo che erano per studiare gli hanja, i caratteri cinesi. E tecnicamente era vero; tu e le altre ragazze studiavate veramente gli hanja ogni volta che vi vedevate. Dobbiamo conoscere milleottocento caratteri se vogliamo saper leggere bene un giornale.

Come primo compito, a inizio serata, tutte dovevate scrivere nel vostro quaderno trenta caratteri e memorizzarli. Poi Seong-hee cominciava la sua lezione. E questo significa che... abbiamo la nostra dignità.

Seong-hee non era un’oratrice nata e, ogni volta che perdeva il filo del discorso o non riusciva a ricordare bene la parola che avrebbe voluto usare, ricorreva a quella frase come a una specie di tappabuchi.

Secondo la costituzione, abbiamo la nostra dignità. Come chiunque altro. E proprio come chiunque altro, abbiamo dei diritti. Lo dice il codice del lavoro. La sua voce dolce e sonora faceva quasi pensare a una maestra di scuola elementare. Ci sono persone che sono morte in nome di questa legge.

Il sindacato riportò una vittoria schiacciante sul sindacato giallo. Il giorno in cui i crumiri e i poliziotti vennero ad arrestare i dirigenti, le centinaia di operaie che stavano lasciando i dormitori per il secondo turno della giornata formarono una muraglia umana. Le più grandi avevano ventuno o ventidue anni; la maggior parte di loro erano ancora adolescenti. Non ci furono veri e propri canti o slogan. Non arrestateli! Non dovete arrestarli!, gridavano le ragazze.

I crumiri le caricarono brandendo mazze di legno. Dovevano esserci un centinaio di poliziotti, pesantemente armati di caschi e scudi. Veicoli antisommossa con i finestrini schermati da reti metalliche. A che gli serve tutto questo equipaggiamento, ti venne da pensare, dato che noi non sappiamo combattere e non abbiamo armi?

«Spogliatevi!» urlò Seong-hee. «Togliamoci i vestiti tutte quante!». Impossibile dire chi fosse stata la prima a rispondere a quel grido di battaglia, ma nel giro di pochi istanti centinaia di giovani donne sventolavano in aria camicette e gonne, urlando: «Non arrestateli!».

Tutti consideravano il corpo nudo di una giovane vergine qualcosa di prezioso, quasi sacro, perciò le operaie credevano che gli uomini non avrebbero mai violato la loro intimità mettendo le mani addosso a delle ragazze in reggiseno e mutandine.

Ma gli uomini le sbatterono a terra e le trascinarono. La ghiaia graffiò la loro carne nuda fino a farla sanguinare. I capelli si arruffarono, la biancheria si strappò. Non dovete farlo, non dovete arrestarli! In mezzo a quelle urla assordanti, il rumore di mazze che si abbattevano su corpi inermi, di uomini che spingevano ragazze sui furgoni antisommossa.

All’epoca avevi diciotto anni. Per sottrarti a due mani che cercavano di agguantarti, scivolasti e cadesti sulla ghiaia. Un poliziotto in borghese arrestò la sua corsa sfrenata giusto il tempo di calpestarti la pancia con un piede e darti un calcio nel fianco.

Stesa faccia a terra, le voci delle ragazze ti sembravano oscillare tra i sussurri e le grida mentre perdevi e riacquistavi conoscenza. Dovettero trasportarti al pronto soccorso dell’ospedale più vicino, dove ti operarono a causa di una perforazione intestinale.

Stesa nel letto d’ospedale, ascoltavi le notizie. Quando ti dimisero avresti potuto riprendere la lotta, fianco a fianco con le tue sorelle. Invece tornasti a casa dei tuoi genitori nel Sud, vicino a Gwangju. Non appena ti rimettesti in forze, tornasti a Incheon e trovasti lavoro in un’altra fabbrica tessile, ma venisti licenziata nel giro di una settimana.

Il tuo nome era finito sulla lista nera. I due anni di esperienza che ti eri fatta in uno stabilimento tessile adesso non avevano alcun valore, e uno dei tuoi parenti dovette adoperarsi per farti avere un impiego come macchinista in una sartoria di Gwangju.

La paga era ancora peggio di quando stavi in fabbrica, ma ogni volta che pensavi di mollare ti tornava in mente la voce di Seong-hee: E questo significa che... abbiamo la nostra dignità.

Le scrivesti, chiamandola onni, «sorella maggiore». Sto bene, «onni». Ma sembra che ci vorrà un po’ di tempo prima che io impari davvero a usare una macchina da cucire. Non è una tecnica particolarmente difficile, solo che nessuno mi insegna bene. Ma devo avere pazienza, giusto? Per parole come «tecnica» e «pazienza» ti sforzasti di usare gli hanja anziché ricorrere semplicemente all’alfabeto hangŭl.

Scrivesti con cura i singoli tratti di quei caratteri che avevi imparato alle riunioni a casa di Seong-hee. Le sue risposte, quando arrivavano, erano invariabilmente brevi: Sì, certo. Sono sicura che riuscirai bene, qualunque lavoro tu faccia.

Durò un anno o due, poi le lettere poco per volta si fecero meno frequenti, fino a cessare. Ti ci vollero tre anni per diventare finalmente una operaia addetta alla macchina da cucire.

Quell’autunno, quando avevi ventuno anni, un’operaia ancora più giovane di te morì durante un sit-in di protesta alla sede centrale del partito d’opposizione. Secondo il rapporto ufficiale del governo, si era tagliata i polsi con i cocci di una bottiglia di Sprite ed era saltata dal terzo piano. Non credesti a una sola parola.

Come mettendo insieme i pezzi di un puzzle, ti toccò osservare con attenzione le fotografie pubblicate nei giornali controllati dal regime e leggere tra le righe di editoriali dai toni furibondi e veementi.

Non avevi mai dimenticato la faccia del poliziotto in borghese che ti aveva calpestata. Non avevi mai dimenticato che il governo addestrava attivamente e spalleggiava i crumiri, che all’apice di questa piramide di violenza c’era il presidente stesso, Park Chung-hee, un generale dell’esercito che si era impadronito del potere con un colpo di Stato militare.

Capisti benissimo il significato della ‘misura di emergenza numero nove’, che sanzionava severamente non solo gli appelli per l’abrogazione della costituzione Yushin, ma ogni tipo di critica al governo; così come capisti il significato degli slogan scanditi dagli studenti che facevano ressa all’ingresso principale dell’università.

Mettendo assieme elementi sottotraccia di notizie false o tendenziose riportate dai giornali, riuscisti a comprendere gli avvenimenti che si verificarono in seguito a Busan e a Masan.

Eri convinta che le cabine telefoniche spaccate, i commissariati dati alle fiamme, le folle inferocite che scagliavano pietre formassero un disegno. Frasi cancellate che dovevi riempire con la tua immaginazione.

Quando nell’ottobre di quell’anno il presidente Park venne assassinato, ti chiedesti: adesso che il vertice è stato eliminato, crollerà l’intera piramide di violenza? Sarà ancora possibile arrestare delle operaie nude che protestano? Sarà ancora consentito calpestarle e far loro scoppiare l’intestino?

Attraverso i giornali seguisti l’ascesa apparentemente inarrestabile di Chun Doo-hwan, il giovane generale che era stato il favorito dell’ex presidente.

Te lo immaginavi benissimo mentre entrava a Seul su un carro armato, come un imperatore romano portato in trionfo, e si impossessava rapidamente della carica più alta del governo centrale. Ti si accapponava la pelle. Succederanno cose terribili.

Il sarto, un uomo di mezza età, ti prendeva spesso in giro: «Sta attaccata a quel giornale come se fosse il suo nuovo innamorato, signorina Lim. Che bella cosa essere giovani e poter leggere dei caratteri così piccoli senza bisogno degli occhiali». E poi vedesti quell’autobus.

Era una tiepida giornata primaverile e il padrone della sartoria se n’era andato con il figlio, uno studente universitario, da alcuni parenti nella contea di Yeongam. Essendoti ritrovata inaspettatamente con un giorno di libertà, stavi passeggiando per le strade quando lo notasti, un normale autobus diretto verso il centro della città. STOP ALLA LEGGE MARZIALE! GARANTITE I DIRITTI DEI LAVORATORI!

Il pennarello giallo spiccava in maniera vistosa sugli striscioni bianchi appesi fuori dai finestrini. L’autobus era gremito di decine di operaie in uniforme da lavoro provenienti dagli stabilimenti tessili delle città di provincia.

I loro volti pallidi ti fecero venire in mente dei funghi che non avevano mai visto il sole. Tenevano le braccia fuori dai finestrini e cantavano, battendo dei ramoscelli sulle fiancate dell’autobus. Le loro voci giungevano chiare fino a te, che ti eri fermata di botto, e adesso ricordi che assomigliavano al canto di un uccello.

Ci battiamo per la giustizia, sì, sì! Viviamo insieme e moriamo insieme, sì, sì! Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio: ci battiamo per la giustizia! Ogni sillaba nettamente distinta nella tua memoria. Ipnotizzata da quel canto, barcollasti alla cieca nella direzione che aveva preso l’autobus.

Una sterminata folla di gente era scesa per le strade e si dirigeva verso la piazza di fronte all’Ufficio provinciale. Gli studenti, che sin dall’inizio della primavera si radunavano in massa davanti al cancello principale dell’università, non si vedevano da nessuna parte. Le persone che gremivano le strade erano anziani, bambini delle elementari, operai in tuta da lavoro, giovani impiegati – gli uomini in giacca e cravatta, le donne in tailleur e tacchi alti – uomini di mezza età che indossavano maglioni con il logo del Saemaul Undong, il Movimento del Nuovo Villaggio, che brandivano lunghi ombrelli come se fossero armi.

Proprio alla testa di quella serpeggiante colonna di gente, i cadaveri di due giovani uccisi alla stazione venivano spinti su un carretto a mano verso la piazza.

di Han Kang (1970), scrittrice sudcoreana e Premio Nobel per la Letteratura 2024. Ha scritto pagine poetiche ma veementi sull’insurrezione di Gwangju del 18 maggio 1980, nella Corea del Sud. All’insurrezione popolare, episodio quasi del tutto sconosciuto in Occidente, seguì il “Massacro di Gwangju”, ordinato da Chun Doo-hwan, a capo di una giunta militare sostenuta dagli Stati Uniti.

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31/03/2024

Non c’è domani per il cinema italiano

di Vincenzo Morvillo

Dopo aver finalmente visto “C’è ancora domani”, il film di Paola Cortellesi uscito lo scorso anno nelle sale e presentato alla Festa del Cinema di Roma, tre sono le convinzioni che s’impongono alla mia riflessione.

La prima, purtroppo molto pessimistica, è che non c’è alcun domani per il cinema italiano. La motivazione di quest’affermazione scorata e perentoria si chiarirà nel corso dell’articolo.

La seconda è che se il movimento per la liberazione della donna ha come riferimenti culturali pellicole come quella dell’attrice romana o anche “Povere Creature” – opera del greco Yorgos Lanthimos volontaristica, esperienziale e soggettivistica, che oserei definire ispirata al Nietzsche della “Trasvalutazione dei valori” e del “fardello della morale”, in bilico tra la filosofia di “La Genealogia” e quella della “Volontà di potenza”; certo pellicola di ben altra caratura sul piano visivo, drammaturgico e narrativo, ma decisamente irrisolta sul versante “ideologico” e in tal senso ambigua sul piano della scrittura anche per quel che riguarda la riflessione sulla scienza positivistica; che esita in un femminismo ammiccante e di maniera, liberista e in versione statunitense, viaggiando astutamente e a vele spiegate sulla rotta degli Oscar; in direzione tuttavia opposta rispetto al romanzo di Alasdair Gray, che viceversa possiede una chiara impronta socialista che determina nella trasposizione cinematografica la summenzionata ambiguità e irrisolutezza – se il movimento per la liberazione della donna, dicevamo, percepisce in simili pellicole forme di rappresentazione a sostegno delle profonde problematiche di genere, non credo potrà trovare terreno fertile per un dibattito proficuo e risolutore delle discriminazioni e delle disuguaglianze.

Sia ben chiaro, non ho certo la pretesa di spiegare alle signore come e da chi farsi rappresentare sul terreno dell’arte. È solo l’umile impressione di un osservatore critico delle cose del mondo e della cultura, per giunta maschio.

La terza considerazione infine a farsi largo è che proprio la “critica”, in questo sciagurato paese e in questo tetro passaggio storico, non ha più alcun senso.

Leggere sui maggiori quotidiani e siti di cinema recensioni entusiastiche per il film della Cortellesi obbliga, a mio modesto avviso, ad una duplice considerazione consequenziale.

La subalternità dei critici alle logiche produttive e distributive, dunque alle ragioni del mercato; l’inevitabile abbassamento delle qualità analitiche dei suddetti critici e la loro progressiva incapacità argomentativa, derivante da un ridimensionamento della complessità culturale e dell’indagine dell’oggetto artistico, cui far riferimento.

Un deserto di ricerca e di studio che diventa inesorabilmente propedeutico alla oramai acclarata mediocrità del cinema (e del teatro) italiano.

Un cinema costruito per lo più su nepotismo e caste. Sul botteghino e sugli incassi. Sulla moderazione tematica e sugli equilibri politici. Su codici liberal e sintassi postmoderne.

Fatte or dunque queste doverose premesse, veniamo più precisamente al film della Cortellesi.

L'”opera prima“ dell’attrice romana risulta, sin dai primissimi quadri, un irritante concentrato di cliché senza alcuna potenza espressiva.

Enfatico nella proposizione delle scene topiche, prontamente appesantite da sottolineature recitative e registiche, finisce coll’apparire stucchevole nel suo quasi arrogante didascalismo “di sinistra”. Un film banale sul versante drammaturgico e slabbrato su quello stilistico.

Incapace di dosare commedia, cifra grottesca e dramma sociale, la regista/attrice romana sbanda paurosamente nell’impostazione linguistica, mandando fuori giri la pellicola anche sul terreno recitativo.

Dalla palude della mediocre caratterizzazione e dell’enfasi mimico-gestuale che coinvolge un po’ tutti i protagonisti, si salvano solo alcune figure comprimarie e Romana Maggiora Vergano (la figlia Marcella).

Valerio Mastandrea dal suo canto oscilla tra l’incoerenza dei registri mentre la stessa Cortellesi è costantemente sopra le righe. Ma il problema, come dicevamo, sta nel manico che imposta la regia.

Mescola – la Cortellesi – stilemi neorealistici e registri onirico/surreali; tuttavia, non essendo né Rossellini né Buñuel, sortisce effetti destabilizzanti se non addirittura ridicoli.

Emblematica, in tal senso, è la scena fuori dalla carrozzeria di Vinicio Marconi quando, colta da improvvisa pulsione, Delia – il personaggio della Cortellesi – fa dono, al suo vecchio innamorato, di una tavoletta di cioccolata americana.

La regista cala tutta l’inquadratura in un’insopportabile atmosfera di rarefazione trasognata che risulta involontariamente grottesca e simile ad uno spot dei Baci Perugina.

Si aggiunga poi, a tutto ciò, un bianco e nero ineffettuale e pleonastico nel suo intento puramente calligrafico e il melange indigesto è servito.

Attesa pertanto tale imbastitura linguistica, il tema centrale del lavoro autoriale della Cortellesi, ovvero il patriarcato e la conseguente violenza di genere, si smarrisce e depotenzia proprio tra i rivoli dell’incertezza stilistica.

Le scene di violenza fisica e verbale – che pur si preannunciano con il loro carico di brutalità maschilista – tra squinternati balletti, incursioni buñuelliane sul terreno del surreale, dialoghi sul filo di un grottesco che non riesce mai a risolversi in una chirurgica critica del patriarcato – sottoproletario, borghese o piccolo-borghese che dir si voglia – naufragano malamente tra le onde del pedagogismo di basso profilo, dell’insensatezza e, purtroppo, del macchiettismo.

Ancor più grave, poi, si rivela l’ambientazione sociale scelta dalla Cortellesi.

Una famiglia del sottoproletariato urbano post bellico, con immancabili aspirazioni piccolo-borghesi, dove la violenza sembra albergare quasi per endemica necessità di classe. Mentre, tra gli strati sociali più benestanti, seppur imperi il patriarcato, quella prepotenza si risolve in mere declinazioni verbali ed anche notevolmente smussate.

Uno stigma classista che non fa certo onore ad un’attrice che ha sempre voluto distinguersi per le sue idee progressiste.

In tal senso, ancor più sconcertante risulta il finale. Laddove lo spettatore si attenderebbe una fuga d’amore con l’innamorato dei tempi giovanili per sottrarsi alle violenze domestiche, Delia fugge sì, ma... al seggio elettorale.

Per votare, nel Giugno del 1946 – quando finalmente le donne ottennero per la prima volta in Italia il diritto di voto – e scegliere tra Monarchia e Repubblica.

Un gesto che dovrebbe simboleggiare, nelle intenzioni dell’autrice, la presa di coscienza politica ed esistenziale delle donne italiane. Nonché un gesto di ribellione, emancipazione e liberazione.

Se non fosse una tragica ingenuità ci sarebbe da ridere. Una simile illusione poteva darsi nell’immediato dopoguerra, all’indomani della dittatura fascista. Oggi, nel presente del film, il voto, declinato al maschile o al femminile, è un’irrimediabile truffa. Poco democratica e molto oligarchica.

Ma soprattutto ancora inserito in una dimensione patriarcale e immancabilmente di classe. Da cui sono tenuti significativamente ai margini proprio i ceti subalterni e le categorie socialmente ed economicamente più deboli. Come appunto le donne.

Insomma, un film sbagliato e sconcertante dal punto di vista linguistico, formale e ideologico. Cui però il pubblico e la critica plaudono come a un capolavoro di Godard.

Forse dovrei rivedere le mie coordinate critiche e interpretative. O forse no. È solo, il mio, un mantenere ferme alcune basilari chiavi di lettura attinenti ad un’estetica marxista.

Sarò inattuale, sarò vetero-comunista. Ma sempre meglio che venduto al mercato o narcotizzato dall’ideologia dominante.

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08/03/2024

Che genere di disuguaglianza: una questione di classe

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, spendere qualche parola sullo stato della parità di genere in Italia è quantomeno necessario. Oggi, in particolare, giornali, riviste e trasmissioni televisive presenteranno i loro contributi sulla questione di genere, spesso fornendo dati incompleti e soluzioni inefficaci.

Un prima, spesso sottovalutata, questione riguarda il modo in cui misuriamo, e quindi identifichiamo, le discriminazioni di genere. Un primo indicatore, molto in voga, è il cosiddetto gender wage gap.  Questo indicatore cattura – a parità di lavoro – la differenza di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici. Se confrontato con altri paesi europei, sembrerebbe che in Italia sia straordinariamente basso. Potremmo quindi essere indotti a pensare che in Italia le donne lavoratrici siano più tutelate rispetto alle colleghe degli altri paesi europei. Detto in altri termini, verrebbe da pensare che in Italia le disuguaglianze di genere siano inferiori e che nel nostro Paese le donne godano di salari più elevati che altrove.

Purtroppo, non è tutto oro quello che luccica. Questa conclusione non sarebbe altro che un’illusione: il divario retributivo è ridotto perché sia le lavoratrici che i lavoratori percepiscono degli stipendi da fame. Si pensi che l’Italia, secondo le stime OCSE, è l’unico paese ‘avanzato’ in cui i salari reali si sono ridotti negli ultimi trent’anni. Inoltre, ben il 32% degli occupati, pur lavorando versa in condizione di povertà.

Giocando al ribasso è ovvio che la differenza risulti più contenuta, ma non annullata, perché si può stare peggio anche nella miseria. Differenze significative, infatti, continuano a permanere. Come riportato in un recente rapporto sul mercato del lavoro (capitoli 2, 5 e 6), la condizione lavorativa e retributiva delle donne in Italia risulta particolarmente svantaggiata. Tra le donne, è maggiormente diffusa la sottoccupazione: in altri termini, molte donne vorrebbero lavorare di più, ma non vi riescono. L’occupazione femminile, inoltre, è maggiormente concentrata in settori di per sé caratterizzati da bassi salari. Infine, se andiamo a guardare ancora una volta i dati sulla povertà lavorativa – vale a dire sulla povertà che attanaglia uomini e donne nonostante lavorino per almeno sette mesi all’anno – emerge come il gap sia comunque significativo. Come riportato nel già citato rapporto (al capitolo 5), nel 2017 la percentuale di uomini occupati poveri era pari al 24,9 %, mentre quella delle donne al 41,4%.

Fatta chiarezza su questo indicatore di disparità retributiva, ci si può ora rivolgere agli altri dati, molto meno ambigui. Il tasso di occupazione femminile (15-64 anni) si è assestato al 51,1% nel 2022, quello maschile al 69,2%. Il tasso di disoccupazione femminile nello stesso periodo ha raggiunto il 9,5%, il maschile il 7,3%. La vera piaga, che spiega anche i bassi tassi di occupazione, si nasconde però dietro ai tassi di attività femminili. Il tasso di attività mette in relazione tutte le persone occupate o in cerca di occupazione con la popolazione di riferimento. Per le donne italiane, questa quota supera di poco il 50%: quasi 1 donna su 2 tra i 15 e i 64 anni non partecipa al mercato del lavoro, vale a dire che né lavora né cerca lavoro. Questo segnale è particolarmente preoccupante poiché tassi di attività femminili così bassi aumentano il rischio di dipendenza finanziaria da un’altra persona, minando così l’indipendenza economica e personale delle donne. La mancanza di indipendenza economica, infatti, rende le donne più soggette alla volontà di chi, nella famiglia, lavora, e quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, degli uomini. Ciò aggrava lo squilibrio di potere e crea un terreno fertile per la violenza di genere.

Inoltre, l’inattività femminile sul mercato del lavoro nasconde altrettanto lavoro, non riconosciuto e non retribuito, che le donne stesse si trovano a dover fare quotidianamente. Si parla del lavoro di cura e di riproduzione sociale. La cultura patriarcale che ha imposto alle donne l’onere del lavoro di cura è antecedente al capitalismo, ma quest’ultimo ne ha certamente tratto vantaggio. Secondo il rapporto INAPP 2022, dopo la nascita di un figlio, quasi il 20% delle donne esce dal mercato del lavoro a causa della difficoltà nel bilanciare il lavoro di cura con il lavoro salariato. Nel 50% dei casi, l’interruzione dell’attività lavorativa è imposta dalle condizioni di contorno e non riflette un’effettiva scelta della madre. La drammatica situazione dei congedi parentali in Italia è sotto gli occhi di tutti: il congedo di maternità obbligatorio, stabile a 5 mesi, è affiancato da un misero congedo di paternità di 10 giorni (20 se il parto è plurimo).

Le disuguaglianze non si fermano però ai primi mesi di vita dei figli. Sempre secondo il rapporto INAPP, per l’87% dei bambini sotto i 3 anni le madri sono l’unico genitore che ha utilizzato i congedi parentali. Il lavoro di riproduzione sociale non si limita poi alla cura dei figli durante i primi anni di vita, ma comprende tutte le mansioni che assicurano la riproduzione della forza lavoro. Tra queste figurano attività come preparare i pasti, tenere gli ambienti casalinghi puliti e in ordine, organizzare la casa, gli spostamenti e gli impegni di chi ci abita, e avere cura di parenti non autosufficienti. In Italia si è sempre fatto affidamento sulle donne per portare a termine questo lavoro fondamentale.

L’entrata delle donne sul mercato del lavoro non è stata in alcun modo affiancata da politiche che potessero effettivamente evitare alle lavoratrici di avere un doppio lavoro – quello salariato e quello di cura, che precede e segue l’orario lavorativo ufficiale. Nel 2018, il numero medio di ore al giorno dedicate alle attività di cura non pagate per le donne equivaleva a 5, per gli uomini 1,8. Ciò significa che, a parità di lavoro retribuito svolto, le donne sopportano un carico di lavoro “domestico” giornaliero di 3,2 ore superiore a quello degli uomini. Si stima che, senza politiche ad hoc, un ribilanciamento del lavoro di cura che derivi da una spontanea volontà degli uomini, l’uguaglianza nelle ore dedicate al lavoro di cura si raggiungerebbe solo nel 2066. Su ciò pesa, soprattutto in Italia, la situazione drammatica dello stato sociale, vessato da anni di tagli che non hanno fatto altro che scaricare sulle famiglie l’onere della cura tanto dei minori quanto di una popolazione anziana in forte aumento. Una donna appartenente a una famiglia facoltosa può permettersi di acquistare i servizi di cura sul mercato, esternalizzando almeno parte del lavoro di cura, ma rimanendo comunque colei che ha la responsabilità della buona riuscita del lavoro. Per le altre donne, le alternative rimangono l’astensione dal mercato del lavoro, a causa dell’incompatibilità con il lavoro di cura, o il “doppio turno” lavorativo.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro che ha avuto luogo in Italia a partire dagli anni Novanta è andata di pari passo con un aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Questo, però, invece di garantire uguaglianza di genere ha semplicemente creato un’ulteriore discriminazione per quanto riguarda la tipologia di contratti lavorativi proposti a lavoratori e lavoratrici, poiché queste ultime sono sovra-rappresentate nella categoria dei part-time, e fatto un grande favore alle aziende.

Le politiche di austerità introdotte in Italia in seguito alla crisi finanziaria hanno ulteriormente peggiorato la situazione. I tagli alla spesa pubblica hanno infatti un impatto negativo sbilanciato a sfavore delle donne che, con lo sgretolamento del già pericolante stato sociale, devono assumere il ruolo di ammortizzatore sociale e intensificare il lavoro di cura delle famiglie e comunità, che andrebbe altrimenti svolto tramite investimenti di miliardi di euro da parte dello Stato.

Appare chiaro come il capitalismo tragga vantaggio dallo sfruttamento delle donne a diversi livelli. Le forme di questo sfruttamento sono molteplici e fanno sì che si esasperi la struttura patriarcale di tutte le istituzioni sociali: la famiglia, in cui l’uomo può fare affidamento sul lavoro femminile; lo stato liberista, che può permettersi di applicare politiche di austerità scellerate scaricando sulle donne l’onere di sopperire alle deficienze del sistema di welfare; e le imprese private e il profitto, che possono fare affidamento sulla buona salute e il rinnovamento costante della forza lavoro senza concedere le garanzie necessarie.

La lotta contro le discriminazioni di genere, quindi, è lotta contro lo sfruttamento, è lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione. Per questi motivi, e molti altri ancora, oggi 8 marzo, lavoratrici e lavoratori serrano le braccia e decidono di scioperare.

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8 marzo. Non in nostro nome

L’8 marzo è, da sempre, un giorno di festa e di orgoglio delle donne di tutto il mondo. Ma anche una giornata di lotta e mobilitazione per le donne delle periferie, le lavoratrici precarie, le studentesse e migranti che, come noi, devono lottare quotidianamente per conquistare ciò che ci spetta.

Ci troviamo, infatti, davanti a un mondo in cui vige la legge del più forte, dove chi non ha la fortuna di nascere in un contesto privilegiato è sempre più penalizzato e dove le donne e le ragazze delle periferie trovano il doppio degli ostacoli sulla loro strada verso la propria emancipazione e indipendenza economica. Nel frattempo, a destra e a manca ci appioppano esempi di donne che “ce l’hanno fatta” (ad esempio Meloni e Schlein), ma che evidentemente non ci rappresentano.

E che non potranno mai rappresentare chi deve lottare ogni giorno contro lo smantellamento del welfare (dalla sanità agli asili, dai CAV ai consultori), del sistema scolastico e universitario e di una sempre maggiore precarizzazione nel mondo del lavoro femminile che impedisce troppo spesso alle donne di raggiungere una propria autonomia e che in molti casi le costringe in situazioni di violenza.

È per questo che anche in questo 8 marzo continuiamo a portare avanti le nostre rivendicazioni e decidiamo di scioperare accanto alle studentesse e alle lavoratrici precarie e sfruttate che lottano coraggiosamente per migliori condizioni di vita e di lavoro.

Siamo infatti consapevoli che solo organizzandosi le donne e soggettività non conformi potranno riconquistare ciò che gli spetta: salario minimo e condizioni di lavoro dignitose, educazione alla sessualità e all’affettività a scuola, reddito per chi ne ha bisogno, taxi notturni pubblici e gratuiti per le ragazze dei quartieri popolari, aumento dei consultori e loro presenza in ogni scuola, contraccezione gratuita, potenziamento dei centri anti-violenza, sanità pubblica diffusa sul territorio, efficienza di servizi e trasporti, aborto libero, sicuro e gratuito, tutele da discriminazioni e violenze sul lavoro.

Quest’anno, però, l’8 marzo è per noi qualcosa di diverso. Perché in questo momento in Palestina è in atto un genocidio, a opera dello stato coloniale di Israele, che vede decine di migliaia di persone uccise, violentate, torturate e deportate dalle loro case.

Uno sterminio operato in un regime di apartheid che va avanti da 75 anni e che è accettato, con indifferenza, dalle cosiddette “democrazie” del nord del Mondo (le stesse in cui ancora si fa fatica ad arrivare a fine mese e in cui le donne vengono ammazzate ogni giorno solo per il fatto di essere tali).

Paesi in cui si cerca – anche da parte di un certo femminismo “bianco” e coloniale – di giustificare un genocidio rappresentando Israele come unico “faro di civiltà” nel “barbaro” Medioriente, fomentando l’islamofobia e operando un ipocrita pink/rainbowashing tramite la strumentalizzazione delle battaglie per la liberazione o la contro violenza sulle donne e di genere.

Un meccanismo che va di pari passo con la strumentale vittimizzazione delle donne migranti, ed in particolare mussulmane, nei nostri paesi che si ergono a liberatori e emancipatori per poi relegarle a essere la forza lavoro sottopagata (o non pagata) nell’ambito della cura e della riproduzione sociale.

La giornata internazionale delle donne sarà quindi per noi una giornata per ribadire – come stiamo facendo da qualche settimana tramite un appello pubblico – che non permetteremo che giustifichino il genocidio in Palestina “in nostro nome”. Al contrario, per noi la resistenza del popolo palestinese è un coraggioso simbolo della volontà di ribellione verso il sistema di oppressione su cui si basa la società occidentale, dentro e fuori i suoi confini, e che deve essere un esempio per tutte e tutti noi.

Per questo 8 marzo, quindi, vogliamo che le nostre lotte per la liberazione femminile e di genere siano il megafono della lotta del popolo palestinese, contro il suo sterminio da parte di Israele. E porteremo la resistenza palestinese, che da sempre ha visto come protagoniste anche le donne, per le strade dei nostri quartieri popolari, nelle scuole, nelle università, durante gli scioperi e in occasione della manifestazione chiamata da Non Una Di Meno di venerdì.

Perché non saremo libere fino a che la Palestina non sarà libera.

NON IN NOSTRO NOME! STOP AL GENOCIDIO!

Fonte

30/01/2024

“Non userete le donne per giustificare il genocidio in Palestina”

Nelle scorse settimane a livello internazionale e nazionale sono state diffuse notizie e appelli che, utilizzando le donne come mezzo, sono volte a giustificare lo sterminio del popolo palestinese da parte di Israele.

Abbiamo pertanto deciso di controbattere a questa bieca strumentalizzazione, ribadendo il nostro supporto incondizionato alla resistenza palestinese, contro il genocidio in atto a Gaza.

Di seguito il testo dell’appello, per il quale chiediamo a tutte e tutti di firmare e di dargli massima diffusione.

A seguire, le prime – più di cento – firme raccolte e le traduzioni in arabo, inglese, spagnolo e francese.
NON IN NOSTRO NOME

Non userete le donne per giustificare il genocidio in Palestina

Le donne da sempre sono un campo di battaglia: sono oggetti da campagna elettorale, mezzi da sfruttare nella società del profitto, strumenti nello scontro di civiltà per l’Occidente “libero e democratico”.

Per questo, quando la campagna mediatica e politica a difesa di Israele si è tinta di rosa non abbiamo provato nessuno stupore, solo rabbia.

Israele è dipinto come baluardo di democrazia e di salvaguardia dei diritti delle libere soggettività e delle donne in Medio Oriente contro l’avanzata dei barbari palestinesi e arabi, accusati dei peggiori crimini, finanche di “femminicidio di massa”.

Una narrazione mediaticamente forte e “facile” in un paese come il nostro, scosso dalla violenza di genere.

Una storiella, la loro, che utilizza le donne per giustificare il genocidio e la pluridecennale occupazione israeliana dei territori palestinesi.

Una retorica che ha il sapore della “antica” missione civilizzatrice bianca, oggi anche “femminista”, che opera una distinzione tra donne di serie A (le nostre, le occidentali, le bianche, le israeliane) e donne di serie B (le altre).

Per questo diciamo: non in nostro nome.

Come donne, uomini, libere soggettività, militanti, collettivi e organizzazioni, prendiamo parola per ribadire pubblicamente e a chiare lettere che:

- siamo contro il colonialismo genocida di Israele e il suo regime di apartheid: crediamo nel diritto all’autodeterminazione e alla legittima resistenza anticoloniale del popolo palestinese, per una pace giusta;

- siamo contro il pinkwashing e il femminismo bianco e coloniale: non può esistere liberazione femminile e di genere senza spezzare le catene del colonialismo, dell’imperialismo, del razzismo, delle guerre e dei suoi orrori;

- siamo contro la strumentalizzazione degli eventi del 7 ottobre, delle donne e delle lotte contro la violenza di genere per giustificare lo sterminio del popolo palestinese da parte di Israele: non saremo libere e liberi fino a che non lo sarà anche il popolo palestinese!
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08/09/2023

Messico - L’aborto non sarà più illegale

Con quattro voti a favore e uno contrario, mercoledì la Corte Suprema di Giustizia messicana ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza nello Stato di Aguascalientes, ritenendo incostituzionale la sua criminalizzazione nel Codice Penale dello Stato.

La sentenza è stata motivata da un’ingiunzione presentata da diverse organizzazioni civili e prevede l’esplicito divieto di criminalizzare le donne, le persone con capacità gestazionale o il personale sanitario che le accompagna nel processo di interruzione volontaria della gravidanza per aborto.

Stabilisce inoltre che lo Stato deve garantire l’esercizio del diritto di interrompere la gravidanza – volontariamente o per motivi medici – fino a 12 settimane, nonché l’obbligo di fornire servizi di aborto. Da parte sua, il Congresso di Aguascalientes deve abrogare gli articoli del Codice Civile dichiarati incostituzionali prima della fine della sessione ordinaria.

Finora 12 dei 31 stati del Messico hanno depenalizzato l’interruzione della gravidanza. La decisione della corte ha segnato una grande vittoria per i movimento delle donne che ha portato avanti il ​​caso contro lo stato messicano come parte di una campagna di riforma durata anni.

Aguascalientes diventerà così il dodicesimo Stato degli Stati Uniti messicani ad approvare il diritto all’aborto. È stato preceduto da Città del Messico, Oaxaca, Cohauila, Hidalgo, Veracruz, Baja California, Colima, Sinaloa, Guerrero, Baja California Sur e Quintana Roo.

La maggior parte di queste depenalizzazioni è avvenuta tra il 2021 e il 2022, a seguito di una sentenza storica che ha dichiarato incostituzionale la criminalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, che nella maggior parte dei casi ha costretto le autorità regionali ad adattare la propria legislazione per non contravvenire alla sentenza federale.

Le donne messicane si sono rivolte ai social media per festeggiare, postando emoji con un cuore verde, in riferimento al fiorente movimento femminista dell’America Latina. Ma la sentenza non depenalizzerà automaticamente la legge del paese. Il processo di depenalizzazione infatti potrebbe essere veloce o potrebbe richiedere anni.

Tuttavia, la sentenza proteggerà sia le donne che cercano di abortire che gli operatori sanitari coinvolti nella fornitura di cure abortive da accuse penali. “Nessuna donna incinta, né alcun operatore sanitario, sarà punito per l’aborto”, ha affermato la campagna Gire in una nota. La decisione della Corte è l’ultima vittoria degli attivisti per i diritti delle donne in tutta l’America Latina, una regione dove la Chiesa cattolica continua ad avere una forte influenza e dove l’aborto è limitato o vietato in molti paesi.

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30/04/2023

Salone del Mobile di Milano: la fiera dello sfruttamento del lavoro

Dieci ore e più di lavoro, in piedi, per le hostess che hanno lavorato dal 18 al 23 aprile alla 61esima edizione del Salone del Mobile di Milano e del Design week. L’evento ha visto la partecipazione di oltre 300mila persone (il 15% in più rispetto all’anno scorso), provenienti da 181 paesi.

Oltre 2000 i marchi che hanno esposto, per compratori che sono venuti da tutto il mondo, il 65% da Cina, Germania e Francia. Il costo del biglietto d’ingresso era di 50 euro, per cui moltiplicando si arriva a una stima di 15 milioni di euro.

Sul fronte del lavoro il Salone è uno di quegli eventi da rubricare alla voce “sfruttamento”, in particolare e anche più per il lavoro femminile.

Dieci ore di lavoro, calzando scarpe con il tacco alto, come impone la divisa, con soli trenta minuti di pausa. Dieci ore di lavoro in cui le hostess registrano migliaia di clienti, parlano con loro in più lingue, li accompagnano negli spazi espositivi tra divani di lusso e oggetti per la casa.

Una bolgia infernale: sei giorni di lavoro in condizioni massacranti, per una paga di 450 euro o poco più.

Le hostess, spiega una di loro, sono ingaggiate da un’azienda che vende il lavoro di giovani donne – per lo più studentesse, alcune provenienti da altri paesi, con una buona conoscenza delle lingue straniere – a 120 euro circa al giorno (il prezzo può aumentare in base alle lingue straniere conosciute), ma a loro in busta paga arrivano poco più di 60 euro, il resto è trattenuto dall’agenzia d’intermediazione.

Una di queste agenzie, Hostess.it, conta 40mila hostess, 4mila steward e 5mila aziende registrate sul sito, con un fatturato di 1.349.300 euro nel 2021, in calo rispetto a quello del 2019 che ammontava a 1.820.943.

Ci sono poi le grandi aziende del design e del mobile che espongono al salone ogni anno, anche queste con fatturati di decine di milioni di euro. Un grande giro d’affari che mobilita competenze lavorative diverse, dalla produzione alla vendita.

Il Salone del Mobile viene presentato, ogni anno, con un certo orgoglio, eppure come in tutti gli eventi di questa portata, se si guarda alle condizioni di lavoro di hostess, steward, e varie altre figure, più che di orgoglio si dovrebbe parlare di vergogna visti i livelli di sfruttamento.

Quest’anno, racconta una delle donne che ha lavorato come hostess, le condizioni sono peggiorate, i visitatori sono aumentati ed il personale è stato ridotto, quindi ci sono stati momenti in cui non si riusciva più a gestire il flusso di migliaia di visitatori giornalieri.

A differenza degli anni passati anche il buono pasto è saltato e le spese di viaggio non sono rimborsate, quindi chi lavora lì deve detrarre dal magro salario, circa 50 euro di spese per i viaggi in treno.

Quelli del Salone del mobile, del Fashion week e di altri eventi, sono alcuni dei lavori precari, invisibili nella maggior parte dei casi, che si trovano durante l’anno, vivendo a Milano o in provincia. Migliaia di giovani, donne e uomini, finiscono in questo macinino: pochi diritti, molto sfruttamento made in Italy, senza che si levi un singulto da parte dei sindacati confederali.

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09/03/2023

Le piazze dicono che la liberazione femminile si conquista

Ancora una volta, sono migliaia le donne e gli uomini, le attiviste e gli attivisti scesi in piazza nelle decine di iniziative e cortei chiamati in tutta Italia in occasione dell’8 marzo, giornata internazionale della donna. A Roma, in particolare, sfilano di nuovo le “Donne de Borgata” dopo settimane di assemblee e momenti di lotta nei quartieri di periferia della Capitale.

Non una festa dunque, ma una giornata di lotta che si pone in continuità con la storia del movimento di classe del ‘900 e le enormi conquiste ottenute dalle donne che si sono messe in prima fila per ottenere avanzamenti sul piano politico, economico e sociale.

“Dimostriamo, ancora una volta, che la liberazione femminile si conquista” hanno urlato, a gran voce, le compagne e i compagni di Osa, Cambiare Rotta e della Rete dei Comunisti costruendo mobilitazioni o prendendo parte ai cortei di Non Una di Meno da Torino a Bari, da Bologna a Latina per rimettere al centro l’esigenza di costruire il riscatto delle donne in una prospettiva di cambiamento radicale della società.

Indipendenza economica e parità nella retribuzione; tutele e garanzie di alternative, a prescindere dalle proprie condizioni economiche e sociali e dalla propria cittadinanza; una educazione e una formazione pubblica accessibile, lontana dalle logiche del mercato; la possibilità di scelta nel lavoro, nello studio, nella famiglia; la libertà di decidere se e quando diventare madri; il diritto all’aborto sicuro e gratuito, alla contraccezione e all’educazione sessuale nelle scuole; il diritto alla casa; la liberazione dalla schiavitù domestica; investimenti sui servizi sanitari pubblici, gratuiti e territoriali: queste le rivendicazioni portate in piazza con l’obiettivo, di lungo periodo, di organizzare le “donne che nessuno rappresenta”, quelle di periferia, le precarie, le migranti, le disoccupate, le studentesse.

La sperimentazione di Donne de Borgata a Roma, iniziata nel Novembre scorso dopo la contestazione di piazza a Laura Boldrini, mira proprio a far sentire la voce delle sfruttate nella città metropolitana, disilluse e abbandonate dalla politica che, in maniera bipartisan, non ha fatto altro che eliminare ogni conquista sul piano sociale, dai tagli al welfare sociale alla cosiddetta “femminilizzazione del mondo del lavoro”.

Diverse assemblee nei quartieri popolari hanno anticipato il corteo romano da Piazzale Ostiense al Miur con l’obiettivo di raccontare e confrontarsi sui problemi quotidiani vissuti sulla propria pelle dalle donne che oggi, più di tante altre, vivono le conseguenze dirette della crisi economica e il peso del peggioramento generalizzato delle condizioni di vita nel nostro paese.

Da Tor Bella Monaca a Tiburtino terzo, fino a Pietralata, Casal Bruciato, Laurentina, Spinaceto e Cinecittà le donne e le studentesse di borgata si sono incontrate per far emergere l’orgoglio e la forza di una fetta importante del genere femminile per la quale l’8 marzo non c’è nulla da festeggiare, ma tutto da (ri)conquistare.

Scioperi e picchetti nelle scuole di periferia e nel liceo Machiavelli di San Lorenzo hanno portato tantissimi studenti e studentesse a confrontarsi sui problemi specifici che riguardano l’attuale modello scolastico che non fa altro che esacerbare le differenze di classe e l’imbarbarimento della società, comprese le violenze, le discriminazioni e le molestie.

L’assemblea cittadina del 7 marzo a piazza dei Mirti (Centocelle) ha poi saputo connettere e mettere insieme le voci delle “donne de borgata” di tutti i quartieri, delle scuole e delle università e ha visto la partecipazione di movimenti e associazioni attive nelle periferie, nella lotta per la casa e nelle lotte sui posti di lavoro: la sintesi? “Le donne de borgata sono libere se conquistano”.

Da segnalare anche la determinazione degli studenti e delle studentesse di Bari e delle province del Lazio (Monterotondo, Pomezia, Latina e Viterbo) che hanno promosso, a partire dal protagonismo studentesco nelle lotte degli ultimi mesi, presìdi e mobilitazioni con una partecipazione larga da parte delle lavoratrici e dei lavoratori organizzati dal sindacalismo conflittuale, delle organizzazioni politiche, dei collettivi e dell’associazionismo territoriale.

Da tutte le piazze si alzano cori non solo contro Giorgia Meloni e l’attuale esecutivo ma contro tutta la nuova élite femminile al e di potere, economico e politico: dalla guerrafondaia Von Der Leyen fino alla neo segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, le donne che “ce l’hanno fatta” non sono poi così diverse dagli sfruttatori maschi che le hanno precedute.

Per questo, ieri come oggi, la liberazione femminile si conquista... con la lotta di classe.

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24/01/2023

USA - Manifestazioni in 46 Stati a sostegno dell’aborto. Occupato il Campidoglio nel Wisconsin

Migliaia di donne hanno manifestato nelle strade degli Stati Uniti per protestare contro la fine del diritto federale all’aborto decretato un anno fa dalla Corte Suprema. L’occasione è stata il 50° anniversario della decisione della Corte Suprema del 1973, nel processo Roe versus Wade, che rese l’interruzione di gravidanza un diritto federale, adesso abolito con la nuova sentenza lo scorso anno.

Ma le manifestazioni a sostegno del diritto all’aborto sono state anche la risposta di massa e nelle strade alla manifestazione annuale anti-aborto nota come la March for Life, che si è svolta venerdì a Washington DC, dove migliaia di attivisti anti-abortisti si sono presentati nella Capitale per celebrarne proprio l’abrogazione dell’interruzione di gravidanza come diritto costituzionale decisa lo scorso anno dalla Corte Suprema. Con i repubblicani che adesso controllano la Camera dei Rappresentanti, c’è poca speranza che la legislazione federale protegga i diritti all’aborto a livello nazionale.

Con più di 200 eventi in 46 Stati, la Marcia delle donne ha invece condannato la decisione della Corte Suprema, che lascia ai singoli stati la decisione se proteggere, vietare o limitare il diritto all’aborto. Con quella sentenza oggi l’aborto negli USA è stato vietato o severamente limitato in 14 Stati.

In Texas, che per primo ha aperto la strada a severi divieti di aborto anche prima della decisione della Corte Suprema, i manifestanti pro-aborto si sono riuniti nel centro di Dallas al John F. Kennedy Memorial Plaza. A Boston, le persone si sono mobilitate nel parco pubblico di Boston Common. In Florida, che vieta l’aborto dopo 15 settimane, sono stati programmati più di una dozzina di manifestazioni. A Washington migliaia di persone si sono riunite sui gradini della Freedom Plaza. A New York hanno sfilato lungo Broadway.

La protesta più clamorosa è avvenuta a Madison, nel Wisconsin, dove migliaia di manifestanti hanno prima invaso le strade e poi hanno occupato il locale Campidoglio.

Da quando il diritto costituzionale all’aborto è stato abrogato la scorsa estate, il Wisconsin ha operato sotto un divieto quasi totale che risale al 1800. Il procuratore generale democratico del Wisconsin, Josh Kaul, e il governatore, Tony Evers, stanno combattendo il divieto in tribunale. Prima della decisione della corte suprema dello scorso giugno, gli aborti erano legali in Wisconsin fino a 20 settimane dall’inizio della gravidanza.

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23/09/2022

Iran - Donne in rivolta contro la polizia religiosa dopo la morte di Mahsa Amini

di Valeria Cagnazzo

Aveva solo 22 anni Mahsa Amini, la donna che il 14 settembre scorso ha perso conoscenza in una stazione di polizia a Vozara, in Iran, ed è entrata in coma, per morire poche ore dopo nella terapia intensiva dell’ospedale di Kasra. Era a Teheran per visitare alcuni parenti insieme alla sua famiglia con cui vive a Saqqhez, nel Kurdistan iraniano, quando gli agenti della Guidance Patrol, la “polizia morale” iraniana, l’hanno arrestata perché non indossava adeguatamente il velo. Il foulard, infatti, non nascondeva integralmente i suoi capelli neri. È stata pertanto condotta in commissariato in stato di fermo, e dopo appena due ore è entrata in coma, in circostanze misteriose. La sua morte ha provocato reazioni di protesta nel Paese e nel resto del mondo.

La polizia ha negato qualsiasi forma di colluttazione con la donna, sia durante l’arresto sia nelle ore di fermo in cui Amini sedeva in attesa di essere interrogata insieme ad altre donne. Il comandante della Polizia di Teheran, Hussein Rahimi, ha affermato che i suoi agenti hanno “fatto di tutto” per aiutare la donna e ha parlato di un “incidente sfortunato”. La tv di stato ha diffuso un video in cui in un commissariato una donna si alza dalla panca per parlare con un poliziotto e cade improvvisamente a terra. Nella versione del comando di polizia si tratterebbe appunto di Mahsa Amini.

A scatenare l’episodio, si legge in una dichiarazione della polizia del 15 settembre, sarebbe stato un arresto cardiaco. La famiglia di Amini, tuttavia, ha violentemente rigettato questa ipotesi, affermando che la ragazza godeva di ottima salute.

Nelle parole di Rahimi, sarebbero “accuse codarde” quelle che si sono diffuse intorno a questa morte, secondo le quali il decesso si dovrebbe attribuire, invece, alle violenze degli agenti sulla detenuta. Diverse sono, infatti, le testimonianze che, in seguito alla notizia della morte inspiegabile della donna, hanno riferito che Mahsa Amini sia stata picchiata dagli agenti della “polizia morale” al momento dell’arresto, mentre veniva caricata sul furgone della polizia e poi probabilmente anche durante il fermo. A ucciderla letteralmente di botte, secondo la versione che in poche ore ha investito il dibattito pubblico iraniano, sarebbero stati i poliziotti, tanto da farla arrivare in terapia intensiva, secondo quanto riferito dall’ospedale di Kasra, già in stato di morte cerebrale.

Al suo rientro dal vertice a Samarcanda con Putin e Xi Jinping, il primo ministro Ebrahim Raisi ha trovato un Paese travolto da uno tsunami di proteste di iraniani, ONG e comunità internazionale, che nessuna versione ufficiale sull’accaduto diramata dalle tv nazionali è riuscita a frenare. È per questo che ha annunciato che il ministero dell’interno svolgerà un’indagine per accertare le cause della morte della ragazza.

Che si sia trattato di morte cardiaca improvvisa o meno, non è la prima volta in Iran che una donna, oltre a subire l’arresto, sia vittima di violenze a causa del suo modo di vestire. Dai tempi della rivoluzione di Khomeni nel 1979, infatti, in Iran è obbligatorio il rispetto delle norme di abbigliamento e di comportamento dettate dalla Sharia. Con il premier Mahmoud Ahmadinejad, il Paese si è dotato addirittura di una “polizia morale”, un corpo di agenti, uomini e donne velate integralmente di nero, chiamati a vigilare che tutte le donne, non solo quelle musulmane, abbiano i capelli e il collo completamente coperti da un hijab. Per chi trasgredisce, la pena può essere il carcere.

Nel 2017 si accese nel Paese un movimento di ribellione che vide molte donne, soprattutto volti pubblici, liberarsi dei veli e lasciare liberi i capelli in segno di protesta contro la “legge morale”. Il risultato fu, però, piuttosto un inasprimento della sua applicazione. Diversi video online iniziarono a testimoniare arresti sempre più violenti di ragazze con ciuffi di capelli liberi sulla fronte o trecce che si affacciavano sotto al bordo dell’hijab. Schiaffi, pugni, donne messe all’angolo da altre donne che le accusavano di condotte vergognose e peccaminose, poi gettate brutalmente su furgoncini della polizia per raggiungere il commissariato.

È per questo che l’episodio della morte di una ragazza di 22 anni arrestata per motivi “morali” ha riacceso nelle donne iraniane una rabbia mai sedata. L’ennesima morte, l’ennesima violenza alla loro dignità, che le ha fatte esplodere nell’urlo di “Morte al dittatore”.

Sabato mattina, infatti, si sono svolte le esequie di Mahsa Amini nel suo villaggio di Sagghez, a 460 km da Teheran. Le autorità avrebbero chiesto alla famiglia di svolgere il funerale all’alba, in modo che il rito si celebrasse tra pochi intimi e lontano dalle attenzioni mediatiche, ma i familiari di Amini non hanno accettato di salutare la ragazza prima che il sole non si fosse levato alto in cielo e intorno alla loro casa non si fossero radunate centinaia di persone.

Urla di protesta si sono presto sollevate dalla massa di partecipanti all’eco di “Morte al dittatore”, rivolto all’ayatollah Khamenei, ritenuto responsabile dell’uccisione della donna per mano della “polizia morale”. Le donne nella folla si sono liberate dell’hijab e molte di loro l’hanno innalzato su bastoni di legno come una bandiera. Nelle stesse ore, anche nella città di Teheran una folla marciava al grido degli stessi inni e con le stesse donne svelate pronte a sfidare il braccio della “polizia morale”.

Contro la folla, che dopo il rito funebre ha continuato a protestare e si sarebbe radunata poi davanti all’ufficio del governatore, si è scatenato l’esercito, con spari e lacrimogeni: negli scontri sarebbero rimasti uccisi quattro manifestanti e almeno 15 sarebbero i feriti.

Non solo per le strade: anche i social sono stati travolti dalla rabbia. In poche ore, l’hashtag #MahsaAmini è stato menzionato oltre due milioni di volte. “Togliersi l’hihab è un crimine punibile in Iran. Chiediamo alle donne e agli uomini nel mondo di mostrarci la loro solidarietà”, si legge sull’account di una ragazza. E ancora “La cosiddetta polizia morale l’ha arrestata arbitrariamente prima che morisse per far rispettare le leggi abusive, degradanti e discriminatorie del Paese che impongono il velo. Tutti gli agenti e gli ufficiali responsabili devono essere sottoposti alla giustizia”.

Sotto all’hashtag #MahsaAmini, insieme ai tweet si sono moltiplicati  video di donne disposte a tagliarsi i capelli in segno di protesta. Un paio di forbici in mano e uno sguardo furioso in camera, mentre i loro capelli cadono a terra e l’acconciatura si trasforma in un caschetto improvvisato.

Dure anche le denunce di diverse personalità del mondo dello spettacolo.  Il regista premio Oscar Asghar Farhadi ha scritto “Sono disgustato, stavolta da me stesso. Tu sei su un letto d’ospedale, ma sei più sveglia di noi, mentre noi siamo tutti in coma. Noi ci fingiamo addormentati, di fronte a questa oppressione senza fine. Noi siamo complici di questo crimine”, a commento di una foto della ragazza in coma.

L’ONG Iran Human Rights ha chiesto l’intervento delle Nazioni Unite. “Indipendentemente dalla causa ufficiale della morte annunciata dalle autorità”, ha dichiarato il suo direttore Mahmood Amiry-Moghaddam, “la responsabilità dell’omicidio di Mahsa Amini ricade su Ali Khamenei come leader della Repubblica islamica, Ebrahim Raisi come capo del governo, e delle forze di polizia sotto il loro comando”.

Ferma la condanna di Amnesty International: “Le circostanze che hanno portato alla morte sospetta della ventiduenne Mahsa Amini, che comprendono accuse di tortura e maltrattamenti durante il fermo, devono essere indagati penalmente”. L’obbligo del velo e la sua applicazione venivano denunciate anche nel rapporto annuale dell’ONG sull’Iran relativo al 2021, in cui si legge: “Le discriminatorie norme sull’obbligo di indossare il velo hanno continuato a condizionare la vita delle donne, determinando molestie quotidiane, detenzioni arbitrarie, aggressioni equiparabili a tortura e altro maltrattamento e diniego di accesso all’istruzione, all’impiego e agli spazi pubblici. Almeno sei difensori dei diritti delle donne sono rimasti in carcere per aver condotto campagne contro il velo forzato”.

Le carceri iraniane in cui le donne iraniane rischiano di restare rinchiuse per anni per contravvenzioni alle norme dell’abbigliamento rappresentano tra l’altro gironi infernali in cui si rischiano quotidianamente torture e condanne a morte arbitrarie. Proprio nei primi mesi del 2022, infatti, Amnesty International ha registrato un preoccupante inasprimento della giustizia iraniana: da gennaio a giugno, sono state giustiziate almeno 251 persone. “Una media di una condanna a morte al giorno”. L’anno scorso, il numero totale delle esecuzioni era stato di 314.

I detenuti possono morire per omicidio, stupro, rapina, ma anche, denuncia la ONG per i diritti umani, “relazioni omosessuali tra persone adulte e consenzienti, le relazioni extraconiugali e i discorsi ritenuti offensivi nei confronti del profeta dell’Islam”, così come reati descritti in modo del tutto vago quali “inimicizia contro Dio” e “diffusione della corruzione sulla terra”.

Per questo la protesta delle donne iraniane e le loro denunce sui social rappresentano un atto di coraggio estremo, con il quale rischiano tutto. Si può diventare detenute politiche per molto meno, ed essere rinchiuse in prigioni tristemente famose come quella femminile di Qarchak, che ospita oltre 2.000 prigioniere.

Il reparto 8, conosciuto come “il Rione delle Madri”, è quello delle prigioniere di coscienza. Tra di loro, la scrittrice Golrokh Iraee, arrestata nell’ottobre del 2016 perché nella sua casa era stato trovato un suo racconto contro la lapidazione. Rilasciata nel 2017 dopo che col suo sciopero della fame suo marito aveva richiamato l’attenzione internazionale, è stata di nuovo arrestata alla sospensione dello sciopero della fame e allo spegnimento dei riflettori mediatici sul suo caso.

Per aver criticato sui social il record di esecuzioni capitali detenuto dall’Iran, anche Atena Daemi, attivista per i diritti umani, è stata condannata a 7 anni di carcere e rinchiusa in una cella di Qarchak. I suoi post su Facebook e su Twitter sono stati ritenuti “offensivi” nei confronti dei pubblici ufficiali. È ancora rinchiusa nel carcere di Evin, dove protesta con scioperi della fame contro le condizioni di vita nel carcere e contro la pena di morte.

Un tempo sede di un allevamento industriale di polli, il carcere femminile di Qarchak ospita più donne di quante ne possa contenere, in condizioni disumane. Le detenute vivono in assenza di acqua, di cibo sufficiente, con le finestre sbarrate, senza il diritto alle più elementari norme igieniche. Non sono solo la fame e le malattie che si diffondono, però, a tormentarle. La direttrice del carcere, Soghra Khodadadi, è stata accusata di aver creato condizioni “insopportabili” per le prigioniere e di aver incoraggiato abusi nei confronti di prigionieri politici e pacifici. Nel giugno 2016, in seguito a un episodio in cui le guardie carcerarie avevano picchiato “brutalmente” le detenute, Amnesty intervenne per richiedere la chiusura del carcere. Nel 2021, il Dipartimento del Tesoro americano ha indirizzato le sue sanzioni economiche anche alla Khodadadi.

Nonostante i rapporti e le denunce internazionali, però, il carcere continua a tenere rinchiuse centinaia di donne, condannate alla tortura per reati d’opinione. Lo stesso reato che compiono in questi giorni le donne che si tagliano pubblicamente i capelli sotto a un hashtag. Resta la percezione, però, che calato l’interesse internazionale, nei commissariati e nelle carceri iraniane si continuerà a morire e in strada le donne continueranno a essere vittime indifese della “polizia morale”.

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