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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/04/2026

L’Istat pubblica dati incompleti sulla violenza di genere. Emerge il verminaio sulle esternalizzazioni

Una grossa rogna è esplosa sulle rilevazioni statistiche dell’ISTAT e su come vengono rilevate le risposte sulle quali si eseguono poi le elaborazioni.

L’indagine sulla violenza di genere in Italia prodotta da ISTAT a novembre 2025 è stata pubblicata in maniera parziale escludendo i dati sulle donne migranti. Stando a quanto dichiara, infatti, la società in appalto CSA Research incaricata dell’indagine, ha fornito questionari falsificati proprio legati alle donne migranti.

Le irregolarità sono state segnalate e verificate, portando l’Istat a sanzionare pesantemente Csa Research, azienda che ha in appalto diverse rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica. La società ha respinto le accuse e presentato delle controdeduzioni che, secondo quanto appreso da Fanpage.it, non sono state ritenute sufficienti. E l’Istat avrebbe quindi deciso di mantenere la sanzione.

L’ISTAT dichiara, inoltre, che la società a cui è stata appaltata l’indagine sulla violenza di genere in Italia è stata multata, ma la stessa società ha appalti per altre indagini, a causa della falsificazione proprio delle condizioni di lavoro e salario riservate a lavoratrici e lavoratori incaricati di svolgere l’indagine. Infatti il questionario per le donne migranti può essere somministrato solo in forma cartacea, idealmente per superare le barriere linguistiche.

“Quanto accaduto non riguarda “solamente” l’affidabilità di Istat ma un ulteriore lontananza dello Stato dai reali problemi e necessità che riguardano tutte e tutti noi” hanno sottolineato le Donne di Borgata in un comunicato – “Riguarda chi utilizza quei dati per elaborare analisi, teorie e politiche pubbliche: se la base è compromessa, lo è anche tutto ciò che ne deriva”.

Non si può costruire una conoscenza seria sulla violenza di genere sfruttando il lavoro delle rilevatrici e ignorando le condizioni reali delle donne intervistate.

Il problema che emerge non è solo l’inattendibilità di dati così rilevati ma anche quello delle pessime condizioni lavorative dei rilevatori e rilevatrici per conto dell’Istat.

L’USB in una nota denuncia “Lavoro a cottimo e bassa retribuzione, carburante rimborsato solo sopra i 30km di percorrenza e spese interamente a carico di lavoratrici e lavoratori. Pagamento: 28€ lorde solo se il questionario è interamente compilato. Un lavoro importantissimo pagato una miseria a causa, come sempre, di esternalizzazioni di Stato e appalti al ribasso”.

E anche in questo caso, benché ISTAT voglia girare la colpa su lavoratrici e lavoratori, è proprio lo Stato complice di un taglio delle retribuzioni del 30%, e di un meccanismo che scarica i costi e i rischi sulle spalle di tutti e tutte attraverso salari da schifo nonostante tasse altissime.

Discriminazioni e sfruttamento proprio per mano di chi dovrebbe tutelare il lavoro e, nel caso specifico, fornici una fotografia reale e attuale della violenza di genere nel nostro paese.

Un danno enorme considerando anche che le indagini ISTAT hanno un peso importante nel nostro paese e che influenzano le politiche sociali future.

“Continuare a esternalizzare non è più accettabile” denuncia l’USB “lo abbiamo detto migliaia di volte, gli appalti sono stati e continuano ad essere una piaga per il nostro Paese, serve un rapido processo di eliminazione degli stessi e la riacquisizione di tutti i processi pubblici nelle mani dello Stato”.

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14/01/2025

Propaganda per un genocidio. Le accuse israeliane di “stupro di massa” cadono nel vuoto

A seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas emersero innumerevoli e terribili accuse di violenza sessuale per le quali Israele sostiene che ci sia stata una premeditata “campagna di stupri di massa”; tuttavia, fin dall’inizio, non sono emerse prove a sostegno delle affermazioni rilasciate da Tel Aviv.

Ora, 15 mesi dopo, le accuse sembrano essere completamente crollate.

Il giorno di Capodanno, il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ha pubblicato rivelazioni rivoluzionarie sulle continue affermazioni di “stupri di massa” commessi il 7 ottobre 2023.

L’articolo, pubblicato in lingua ebraica, rivela che i procuratori israeliani non ritengono che vi siano prove sufficienti affinché questi presunti crimini possano reggere in tribunale.

“Abbiamo contattato le organizzazioni per i diritti delle donne e abbiamo chiesto la loro collaborazione. Ci hanno risposto che semplicemente non sono state contattate”, ha dichiarato un procuratore intervistato da Yedioth Ahronot. Hanno anche dichiarato che “alla fine, non abbiamo denunce. Ciò che è stato presentato dai media rispetto a ciò che alla fine emergerà sarà completamente diverso”.

Queste ammissioni arrivano a seguito di un mare di accuse di “stupro di massa” prive di fondamento, accuse divulgate ininterrottamente per oltre un anno da Israele e dalla leadership occidentale.

Hillary Clinton, insieme a una coalizione di studiosi, politici, esperti legali e influencer pro-israeliani, ha collaborato con Sheryl Sandberg per promuovere una campagna sul presunto uso dello stupro da parte di Hamas “come arma di guerra”.

Sandberg, il cui film “Screams Before Silence” è stato massicciamente promosso, presentato in eventi pubblici e in proiezioni esclusive, sosteneva le sue affermazioni utilizzando i nastri degli interrogatori, condotti da agenti dello Shin Bet, in cui dei palestinesi erano costretti ad ammettere di aver commesso ogni tipo di atrocità, nastri che sono stati poi completamente scartati da tutte le commissioni d’inchiesta, dalle Nazioni Unite e dai rapporti sui diritti umani, poiché è noto che lo Shin Bet ottiene false testimonianze mediante tortura.

Nessuna organizzazione o ente autorevole sostiene Israele e i politici occidentali nella loro affermazione che il 7 ottobre 2023 si è verificata una “campagna di stupri di massa”. Ora, secondo le ammissioni delle stesse autorità israeliane, sappiamo che non una sola vittima si è fatta avanti.

Se inizialmente i resoconti israeliani delle violenze sessuali sembravano concentrarsi sul Kibbutz Be’eri, in seguito si sono diffusi in varie altre località e molte delle denunce non menzionavano affatto il luogo in cui si erano verificate.

Le Nazioni Unite sono state in seguito incoraggiate da Israele a inviare una squadra per raccogliere le prove, ma nel farlo hanno rivelato che nel caso del Kibbutz Be’eri non sono state trovate prove.

La rappresentante speciale Pramila Patten ha soprainteso il rapporto dell’Ufficio del rappresentante del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti. Il rapporto affermava che c’erano prove che indicavano la violenza sessuale, ma non era in grado di affermare un singolo caso e non le era stato dato un mandato investigativo per farlo.

Tuttavia, il team delle Nazioni Unite è riuscito a smascherare due casi di presunto stupro e/o violenza sessuale; in un caso ha scoperto che “la scena del crimine era stata alterata da una squadra di artificieri e i corpi spostati”.

Il New York Times, che ha pubblicato quello che sarebbe dovuto essere un reportage sconvolgente sui presunti “stupri di massa” di Hamas, si è trovato invischiato in uno scandalo enorme dopo che il suo caso principale, che avrebbe dovuto dimostrare il tipo di stupri avvenuti, è stato smentito dai familiari della vittima.

Due dei tre autori sono stati smascherati anche per il loro legame con lo Stato e l’esercito israeliano, unito alla mancanza di esperienza giornalistica.

Cochav Elkayam-Levy, che si è autonominata “Presidente della Commissione civile sui crimini del 7 ottobre contro le donne e i bambini”, è stata insignita del Premio Israele (2024) e intervistata da media autorevoli come la BBC, la CNN e il New York Times come eroina che ha raccolto prove definitive della presunta campagna di “stupri di massa” di Hamas.

Haaretz ha persino pubblicato un articolo su di lei, che nel sottotitolo affermava che Elkayam-Levy era armata di “testimonianze su testimonianze”, ammettendo poi nello stesso articolo che non era stata raccolta alcuna testimonianza diretta.

Elkayam-Levy ha presentato immagini false che avrebbero dovuto fungere come prova degli stupri, tra le quali il corpo di una donna curda proveniente da una differente area di conflitto. In seguito è stata denunciata dai media israeliani per “frode e truffa ai danni dei donatori”. Dal lavoro programmato dalla sua commissione d’inchiesta non è mai emerso nulla di concreto.

Nonostante i ripetuti scandali, le affermazioni smascherate come bufale e l’assenza di qualsiasi prova concreta che i gruppi armati palestinesi abbiano commesso violenze sessuali di massa il 7 ottobre, per non parlare di una campagna premeditata per armare la violenza di genere, i media occidentali hanno continuato a dare spazio a ogni nuova affermazione in merito.

Non c’è ancora un’analisi critica, un articolo investigativo o un approccio critico a queste orribili affermazioni, che se fossero vere sarebbero davvero tremende.

Infine anziché l’emersione di prove a conferma anche di una sola accusa, nel corso degli ultimi 15 mesi c’è stato solo un flusso costante di prove che indicano che l’“allarmante epidemia di violenza di genere come arma di guerra”, come sostenuto da Hillary Clinton, era falsa.

Di contro, l’unica “allarmante epidemia” sembra essere stata una marea di accuse di stupro false e/o non comprovate che sono state usate da Israele “come arma di guerra”.

Fonte

20/11/2024

Valditara e la violenza

“Dite una menzogna cento, mille, un milione di volte e diventerà vera” è una frase spesso attribuita a Joseph Goebbels, ministro della cultura e della propaganda del Terzo Reich. In realtà, tale attribuzione non appare sicura e non si sa esattamente da chi provenga tale frase.

Ciò che è certo, però, è che nel governo italiano qualcuno la pensa così. Un paio di giorni fa il ministro Valditara, scegliendo l’occasione peggiore, cioè l’inaugurazione della Fondazione intitolata a Giulia Cecchettin, ha indicato “l’immigrazione clandestina” come una delle cause della violenza di genere. Impossibile pensare che il Ministro non conosca i dati non solo dei centri antiviolenza, ma soprattutto del Ministero degli Interni che indicano come il rischio maggiore per le donne venga dalla cerchia delle conoscenze e segnatamente dall’ambito familiare, magari proprio da quella famiglia “tradizionale” che tanto piace al governo.

Puntuale come un orologio svizzero, la premier Meloni è intervenuta il giorno seguente a sostenere e ribadire le parole di Valditara. Per questo ho scritto che al governo qualcuno pensa che ripetendo una balla questa diventi vera. Qualcuno particolarmente sospettoso potrebbe anche pensare che si tenti di influenzare l’opinione pubblica.

Purtroppo, in questa vicenda si è poco sottolineato che Valditara e Meloni non sono due semplici cittadini liberi di alzare il gomito all’osteria e di sparare qualunque fesseria passi loro per la testa, ma hanno responsabilità di governo ai livelli più alti. Il compito istituzionale che costoro ricoprono dovrebbe far loro evitare di additare al pubblico ludibrio qualunque minoranza che potrebbe trovarsi esposta a persecuzioni e vendette. Poco importa che i due abbiano parlato di immigrazione “clandestina” termine orribile in un paese dove grazie ai loro predecessori Bossi e Fini è quasi impossibile entrare regolarmente seguendo le leggi. E comunque, sarà compito dei giornali della destra provvedere alla caccia all’untore.

Questo comportamento di alti esponenti del governo è grave. Non sono certo tra coloro che ritengono che vivere in una situazione multiculturale sia un idillio. Al contrario, tutte le società multiculturali vivono dei conflitti che nascono proprio dalla loro stessa natura, dal confronto tra abitudini, costumi, modalità diverse di concepire il lavoro e le relazioni interpersonali.

Chi sta al governo dovrebbe lavorare per la risoluzione positiva di tali conflitti e non accusare i migranti di reati di cui in realtà sono solo marginalmente responsabili tacendo sulle colpe ben maggiori dei maschi italiani e su quanto accade nelle famiglie. Così facendo si getta benzina sul fuoco della xenofobia e del razzismo e non si favorisce la coesistenza multiculturale (che probabilmente al governo non interessa, ma è una condizione necessaria delle società occidentali).

Discutendo delle ultime sortite del ministro Valditara ci chiediamo se oltre a pensare alle presunte violenze dei migranti, si interessi anche delle inquietanti situazioni che si verificano ultimamente nelle scuole italiane per responsabilità dei tanti corpi di polizia del nostro paese.

Qualche settimana orsono una classe di un liceo genovese in visita all’Expotraining di Milano, manifestazione che si propone di informare i giovani sulle future opportunità occupazionali, è stata accolta da numerosi poliziotti che hanno mostrato loro come si usa il manganello contro le manifestazioni. Che fosse un invito ad arruolarsi nella Polizia?

Ancora più increscioso, se possibile, quanto accaduto in una scuola d’infanzia palermitana dove gli agenti della Polizia locale, nell’ambito di un progetto di educazione stradale, in cui avrebbero dovuto insegnare utilmente ai piccoli come si attraversa la strada, hanno invece inscenato un inseguimento con arresto e immobilizzazione del fuggiasco. La scena, in cui è stato coinvolto anche un cane addestrato, ha provocato il pianto dei bambini spaventati da quanto visto.

Sarebbe quindi bene che il ministro Valditara cominciasse a diramare disposizioni in cui si dica chiaramente che si deve evitare, in qualunque forma, di educare i giovani alla violenza. Che in questi casi davvero non è dei migranti.

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06/08/2024

Gran Bretagna - Ondata di proteste violente dell’estrema destra

La Gran Bretagna è attraversata da giorni da numerose manifestazioni e attacchi razzisti dell’estrema destra contro la comunità musulmana.

Si stanno svolgendo anche molte mobilitazioni antifasciste in risposta al montare dell’odio xenofobo che ha usato i social media – in particolare X – come cassa di risonanza.

Sabato sono scoppiate violenze a Liverpool, Manchester e Belfast nell’Irlanda del Nord durante le manifestazioni svoltesi in tutto il Regno Unito, con slogan anti-immigrazione e anti-musulmani.

Domenica 4 agosto, la polizia ha riferito di aver arrestato più di 90 persone in diverse città del Paese in seguito alle manifestazioni del giorno precedente. E tuttavia, domenica le iniziative sono continuate.

Circa 300 persone hanno manifestato in centro a Middlesbrough brandendo cartelli con su scritto “Tom Jones è gallese, Alex Rudakubana non lo è” e “Vogliamo di nuovo il nostro paese”.

Altri hanno manifestato ad Aldershot nell’Hampshire, fuori dal Potters International hotel, una struttura alberghiera che ospita richiedenti asilo. Stesse scena ma ancora più violente di fronte all’Holliday Inn a Rotherham.

L’elenco potrebbe continuare tenendo conto che appelli a manifestare sono stati lanciati in 30 città, la maggior parte dei quali in risposta allo slogan anti-immigrazione Enough is enough, che è stato ampiamente diffuso sui social network, secondo il monitoraggio svolto dell’organizzazione antirazzista Hope Not Hate.

Le proteste sono iniziate in seguito all’attacco con coltello che lunedì scorso ha causato la morte di tre ragazze a Southport (Inghilterra nord-occidentale).

Dopo questo tragico fatto, sono circolate voci infondate sulla religione e sull’identità del presunto aggressore, Axel Rudakubana, un adolescente di 17 anni.

Questo triplice femminicidio è stato strumentalizzato dall’estrema destra, spostando l’asse dell’attenzione dal reale aumento di violenze nei confronti delle donne ad una fittizia correlazione con l’immigrazione, in particolare con i richiedenti asilo, e contro una parte importante della società britannica come la comunità musulmana.

Da allora, grazie a questa fake news, nonostante la ferma posizione del governo laburista contro quello che ha descritto come “odio di estrema destra”, il Regno Unito ha assistito all’ennesimo giorno di violenze, dopo quelle che hanno scosso Southport martedì, Londra e altre città mercoledì e Sunderland venerdì.

Keir Starmer, a capo del governo da appena un mese, si trova ad affrontare la prima vera crisi politica interna che evidenzia una profonda frattura nel paese con l’esplosione dell’odio razzista.

Odio che covava da tempo e che aveva avuto una rappresentazione politica con l’enorme consenso ottenuto dalla nuova formazione di Nigel Farage – Reform UK –, il quale non ha condannato la mobilitazione violenta di Southport, secondo quanto riporta The Indipendent.

Il neo-fascismo ‘in doppio petto’ di Farage, ha ceduto il passo a quello di strada della galassia dell’estrema-destra.

Stamer ha convocato una riunione d’emergenza dei suoi ministri chiave e ha dichiarato che “non ci sono scusanti per la violenza”, secondo un portavoce di Downing Street. Ha inoltre ribadito il proprio sostegno alla polizia affinché prenda “tutte le misure necessarie per mantenere le strade sicure”.

Ma è chiaro che la situazione è sfuggita di mano.

Le manifestazioni di sabato

Segnalati in diverse città, tra cui Leeds, Nottingham, Portsmouth e Belfast in Irlanda del Nord, i raduni di sabato sono stati ampiamente riportati sui social network da esponenti della destra radicale come il fondatore ed ex leader della English Defence League, Tommy Robinson, che ha riottenuto l'accesso al social X.

La situazione è stata spesso tesa, con contro-dimostrazioni organizzate in alcuni luoghi da movimenti anti-razzisti, e talvolta è degenerata, come a Liverpool.

In questa popolare città del nord-ovest dell’Inghilterra, i manifestanti hanno lanciato sedie, mattoni e altri oggetti contro la polizia, secondo quanto riportato da un fotografo dell’Agence France-Presse (AFP).

“Diversi agenti di polizia sono stati feriti mentre si occupavano di gravi disordini nel centro di Liverpool”, ha riferito la Merseyside Police su X. “Questo comportamento (…) ha portato a un gran numero di persone ferite”. “Questo comportamento (…) non sarà tollerato. E arresteremo i responsabili”, ha aggiunto.

A Manchester sono scoppiati tafferugli tra manifestanti e polizia, che ha cercato di tenere a bada una contro-dimostrazione per evitare scontri tra i due gruppi, secondo la BBC.

Anche a Nottingham la polizia è intervenuta tra i manifestanti, con un gruppo che da una parte gridava slogan anti-migranti ed esponeva bandiere inglesi, e dall’altra un gruppo che rispondeva con lo slogan: “I rifugiati sono i benvenuti qui”, secondo un giornalista dell’AFP presente sul posto.

Secondo la BBC, a Hull, nel nord-est, i manifestanti hanno distrutto le finestre di un hotel utilizzato per ospitare i richiedenti asilo, mentre a Belfast sono stati lanciati petardi durante il confronto tra un gruppo anti-musulmano e manifestanti anti-razzisti.

La comunità musulmana

I leader religiosi musulmani sono particolarmente preoccupati, poiché durante i precedenti scontri di martedì una moschea di Sunderland è stata presa di mira, così come una di Southport.

Secondo il gruppo di monitoraggio sulle violenze anti-musulmane Tell Mama, sono 10 gli attacchi o minacce che si sono consumati in meno di una settimana contro le moschee, ed è aumentato il vero e proprio clima di terrore che regna nelle comunità musulmane.

Iman Atta di Tell Mama ha riferito a The Guardian che: “le marce e le violenze stanno terrorizzando le comunità. Le persone non vogliono essere visibili, non vogliono andare alla moschea”.

A Londra, i partecipanti a una marcia pro-palestinese organizzata regolarmente nel centro della città si sono riuniti come previsto, sotto la pesante sorveglianza della polizia. “I miei genitori mi hanno detto di non venire oggi, ma io sono di qui. Il Regno Unito è la mia casa”, ha dichiarato all’AFP lo studente 24enne Mera Harun.

Le mobilitazioni antifasciste

“Migliaia di antifascisti si mobiliteranno in tutta la Gran Bretagna mentre il Paese si prepara a un fine settimana di attività di estrema destra” segnalava il quotidiano comunista britannico The Morning Star.

In un post online, Hope Not Hate ha sottolineato che questa ondata di manifestazioni evidenzia la natura “post-organizzativa” dell’estrema destra moderna, con molte proteste pianificate da persone del posto collegate a reti online decentrate di estrema destra.

Un’organizzazione ‘fluida’, ma piuttosto efficace.

Come riporta The Mornig Star, “sono destinate ad affrontare una feroce resistenza, con contro-dimostrazioni di Stand Up to Racism (SUTR) organizzate a Liverpool, Nottingham, Leeds, Manchester, Bristol, Cardiff e Stoke-on-Trent sabato, poi a Rotherham e Weymouth domenica”.

Il co-convocatore di SUTR, Weyman Bennett, ha dichiarato: “I razzisti di tutta la Gran Bretagna sono stati incoraggiati dal razzismo di Reform UK e Farage in Parlamento e dalla dimostrazione di Robinson, forte di 15.000 persone, a Londra. Entrambi devono essere ritenuti responsabili mentre fomentano l’islamofobia e gettano benzina sul fuoco”.

“Gli antirazzisti sono ora impegnati a rompere nuovamente la fiducia dei razzisti e ad affrontarli laddove tentano di diffondere l’odio e di attaccare i musulmani”.

Le violenze dell’estrema-destra occasione per la torsione autoritaria

Invece di affrontare le cause degli atti di violenza razzista della settimana, il Primo Ministro Keir Starmer ha colto l’occasione per conferire maggiori poteri alla polizia.

Ha lanciato il “programma nazionale per i disordini violenti” per reprimere i gruppi riottosi, consentendo alle forze di polizia di condividere le informazioni e di implementare un più ampio utilizzo della tecnologia di riconoscimento facciale.

Silkie Carlo, direttore di Big Brother Watch, ha dichiarato che la mossa “minaccia piuttosto che proteggere la democrazia” e che la sorveglianza mediante intelligenza artificiale “non ha alcuna base legale esplicita nel Regno Unito”.

Habib Kadiri, direttore di Stop Watch, ha sottolineato che la tecnologia è “pericolosamente imprecisa” nel trovare i sospetti, al punto che il suo uso è limitato in tutta Europa.

Starmer ha anche incoraggiato un maggiore uso degli ordini di condotta criminale per limitare la circolazione di alcune persone.

Kadiri ha aggiunto: “Va bene rivendicare l’attenzione alla prevenzione dei disordini violenti dei teppisti di estrema destra oggi, ma se si lascia fare alla discrezione della polizia, si corre il rischio di consentire l’uso eccessivo di un potere su minoranze razzializzate già sovraesposte all’attenzione poliziesca domani”.

Come occultare le cause di un triplice femminicidio

Women’s Aid ha scritto al ministro dell’Interno Yvette Cooper, chiedendo che l’accoltellamento di Southport non venga considerato isolatamente, ma come parte di una più ampia epidemia di violenza contro donne e ragazze.

L’organizzazione ha aggiunto che le proteste razziste all’esterno della moschea di Southport e i piani per ulteriori azioni di estrema destra “sono terrificanti per noi donne, ma anche per le donne e i bambini a cui forniamo assistenza”.

L’amministratore delegato di Women’s Aid, Farah Nazeer, ha dichiarato: “La misoginia e l’odio che permettono l’esistenza della violenza maschile devono essere smantellati, in modo che le donne e le ragazze possano vivere in sicurezza al riparo dalla paura”.

Un recente report di fonti ufficiali della polizia afferma che la violenza contro le donne ammonta ad 1/5 di tutti i crimini denunciati in Inghilterra ed in Galles dal 2022 al 2023.

1/6 degli omicidi totali sono dovuti a violenze domestiche. Una donna su dodici, secondo una stima al ribasso, avrebbe subito violenza.

Questa è una vera e propria emergenza nazionale, stando anche all’aumento del 25% del numero degli arresti per questo tipo di violenza dal 2019 al 2025.

Purtroppo, questa ennesima violenza perpetrata sul corpo delle donne è stata sfruttata dall’estrema destra per scatenare il suo odio razzista e dal governo per un giro di vite securitario.

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16/07/2024

Su “Se camminare fa troppo rumore” di Giusi D’Urso

di Serena Penni

Giusi D’Urso, Se camminare fa troppo rumore, Il ramo e la foglia, Roma, 2024, pp. 224, euro 16,00.

Se camminare fa troppo rumore racconta la storia di un risveglio, di una presa di coscienza dolorosa e faticosa, di un progressivo e inevitabile avvicinamento alla realtà da parte della protagonista, Sofia.
Il romanzo è strutturato su un duplice binario: quello del passato e quello del presente narrativo. Nel passato c’è una bambina che nasce e cresce in Sicilia. È inserita in una famiglia apparentemente normale, costituita da un padre, una madre e una nonna. Tutto scorre tranquillo, peccato che i genitori ogni tanto giochino in un modo un po’ troppo rumoroso, che il padre scherzi alzando un po’ troppo la voce, che un occhio della madre ogni tanto, come per magia, si tinga di azzurro, costringendola a truccare anche l’altro con un ombretto dello stesso colore, per amore di simmetria ma soprattutto per dare l’impressione che il suo sia “un matrimonio per bene”, volendo dirla con Doris Lessing.

Come tutti i bambini, Sofia va a scuola e qui si imbatte in Filomena, bruna, alta e sgraziata: tanto Sofia è studentessa modello, quanto Filomena appare negata per la scrittura, la lettura e, insomma, ogni attività di tipo didattico. Ma tra le due nasce un legame profondo, che va ben oltre le differenze anzi, che proprio delle differenze sembra nutrirsi. Un legame che non piace agli adulti, specialmente ai familiari di Sofia, le cui frasi a mezza voce giungono alle orecchie della bambina senza che lei le possa davvero comprendere, ma lasciandole addosso un senso di mistero e di oscura fatalità. Un legame di cui solo alla fine del romanzo capiremo il valore e la portata.

L’adolescenza di Sofia è segnata dall’improvviso trasferimento a Pisa – e il romanzo si apre proprio con la descrizione di questa città, vista con gli occhi di una ragazza fragile e sensibile, capace di coglierne la bellezza ma anche l’estraneità. Anche il mistero del trasferimento, così come quello del legame con Filomena, osteggiato dagli adulti, si chiarirà alla fine della narrazione, quando tutti i pezzi del puzzle torneranno al loro posto.

Sofia cresce e si iscrive alla facoltà di medicina. Con il passare del tempo, le dinamiche di sopraffazione che infestano la sua famiglia le divengono tristemente chiare: capisce la violenza del padre, l’ombretto azzurro della madre. I fantasmi del passato e del presente salgono in superficie, ben simboleggiati dalle scutigere, insetti striscianti richiamati dall’umidità, che popolano la vita e soprattutto l’immaginazione di Sofia. Alla madre, la giovane cerca di aprire gli occhi. Ma la donna sulle prime non accetta la realtà, di cui tuttavia è la prima vittima. È troppo attaccata a un’idea, soprattutto, è troppo attaccata al gioco dei ruoli per potersene liberare. Lo farà solo gradualmente, e mai del tutto. Assai interessante appare l’evoluzione del personaggio del padre di Sofia, o meglio, dell’immagine che la protagonista ha di lui. Se da bambina, come ogni figlia, lo idealizza, da ragazza ne scopre l’aggressività e la natura di essere fallimentare. Non tanto e non solo perché l’uomo è un artista mancato, ma perché non accetta di esserlo. anzi, mette in atto una forma di autodifesa che gli impedisce persino di rendersene conto, dirottando la sua rabbia altrove. Poi, Sofia arriva a vedere in lui un uomo malato – la malattia psichica, da sempre latente, si rivela a un tratto in tutta la sua gravità, seguita poi – e non sembra essere un caso – da quella fisica, descritta come terribile, degradante, invalidante. È forse l’ultimo strumento, attivato inconsapevolmente da parte dell’uomo, per tenere legata a sé una moglie che, seppure a fatica, ha preso emotivamente le distanze da lui.

L’amicizia tra Sofia e Filomena non si interrompe con la partenza della prima per Pisa anzi, sembra quasi rafforzarsi, perché ognuna trova nell’altra un antidoto alla propria solitudine: le due instaurano un rapporto epistolare in cui entrambe riversano le loro esperienze quotidiane ma soprattutto i loro sogni, le aspirazioni, le paure, i desideri di fuga. Poi, un bel giorno, quando si rivedono per via di una visita di Sofia in Sicilia, la protagonista rovescia addosso all’amica d’infanzia un’enorme quantità di veleno, rimanendone essa stessa colpita e turbata. Si rivedranno solo da adulte, quando Sofia ritroverà l’amica incastrata in una vita infelice, costellata di affetti che sono tali solo in apparenza e in cui nessuno dei suoi sogni di bambina, come era prevedibile, si è realizzato. Una vita che avrà un epilogo drammatico, facendo di Filomena l’ennesima Emma Bovary, vittima senz’altro delle proprie stesse aspirazioni, ma anche di un entourage crudele e maschilista, in cui vige la legge del più forte e in cui i deboli non possono che essere divorati dai forti, lasciando in chi resta inutili rimpianti e sensi di colpa.

Tutto questo riguarda il passato. Nel suo presente, Sofia si trova in un luogo non ben definito ma che, sin dalle prime pagine, intuiamo trattarsi di un ospedale psichiatrico. Il tempo è scandito dai pasti accolti senza entusiasmo, dalla luce flebile che filtra dalla finestra ma soprattutto dal dialogo con un uomo che, al pari del luogo, non è classificato ma che sembra trattarsi di uno psichiatra. È lui che, attraverso le sue domande, fa riemergere in Sofia un passato in buona parte doloroso, per lo più privo di amore e intriso di buchi neri. Sarà lui, infine, a portare Sofia a ricordare il legame che la univa a Filomena, la sua tragica presa di coscienza di esso, il bagaglio di non detti e di atti colpevoli che tale legame portava con sé. Sarà quest’uomo a permettere a Sofia di ricordare di avere, all’improvviso, visto la propria madre sotto una luce nuova, che le era intollerabile. Sarà lui a permettere a Sofia di ricordare il gesto che l’ha portata in quel luogo di cura, sì, ma anche di reclusione e dunque, paradossalmente, sarà proprio lui a liberarla.

Se camminare fa troppo rumore è un romanzo che parla di amicizia, di legami familiari, di malattia mentale, di violenza di genere, di dipendenze affettive e ancora di molto altro. L’autrice riesce a tenere il lettore incollato al libro pagina dopo pagina, grazie alla sua indubbia capacità di creare suspence, attesa, desiderio di scoprire cosa ne è – o cosa ne è stato, o cosa ne sarà – dei personaggi: della protagonista in primis, ma naturalmente non solo, perché chi legge si affeziona anche a coloro che costellano il suo mondo – interiore ed esteriore –, in particolare a Filomena. Quest’ultima appare come una sorta di doppio che non ce l’ha fatta, ma la cui immagine Sofia imparerà finalmente ad accettare, a custodire dentro di sé, per andare avanti come meglio potrà nel cammino accidentato e impervio dell’esistenza.

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31/03/2024

Non c’è domani per il cinema italiano

di Vincenzo Morvillo

Dopo aver finalmente visto “C’è ancora domani”, il film di Paola Cortellesi uscito lo scorso anno nelle sale e presentato alla Festa del Cinema di Roma, tre sono le convinzioni che s’impongono alla mia riflessione.

La prima, purtroppo molto pessimistica, è che non c’è alcun domani per il cinema italiano. La motivazione di quest’affermazione scorata e perentoria si chiarirà nel corso dell’articolo.

La seconda è che se il movimento per la liberazione della donna ha come riferimenti culturali pellicole come quella dell’attrice romana o anche “Povere Creature” – opera del greco Yorgos Lanthimos volontaristica, esperienziale e soggettivistica, che oserei definire ispirata al Nietzsche della “Trasvalutazione dei valori” e del “fardello della morale”, in bilico tra la filosofia di “La Genealogia” e quella della “Volontà di potenza”; certo pellicola di ben altra caratura sul piano visivo, drammaturgico e narrativo, ma decisamente irrisolta sul versante “ideologico” e in tal senso ambigua sul piano della scrittura anche per quel che riguarda la riflessione sulla scienza positivistica; che esita in un femminismo ammiccante e di maniera, liberista e in versione statunitense, viaggiando astutamente e a vele spiegate sulla rotta degli Oscar; in direzione tuttavia opposta rispetto al romanzo di Alasdair Gray, che viceversa possiede una chiara impronta socialista che determina nella trasposizione cinematografica la summenzionata ambiguità e irrisolutezza – se il movimento per la liberazione della donna, dicevamo, percepisce in simili pellicole forme di rappresentazione a sostegno delle profonde problematiche di genere, non credo potrà trovare terreno fertile per un dibattito proficuo e risolutore delle discriminazioni e delle disuguaglianze.

Sia ben chiaro, non ho certo la pretesa di spiegare alle signore come e da chi farsi rappresentare sul terreno dell’arte. È solo l’umile impressione di un osservatore critico delle cose del mondo e della cultura, per giunta maschio.

La terza considerazione infine a farsi largo è che proprio la “critica”, in questo sciagurato paese e in questo tetro passaggio storico, non ha più alcun senso.

Leggere sui maggiori quotidiani e siti di cinema recensioni entusiastiche per il film della Cortellesi obbliga, a mio modesto avviso, ad una duplice considerazione consequenziale.

La subalternità dei critici alle logiche produttive e distributive, dunque alle ragioni del mercato; l’inevitabile abbassamento delle qualità analitiche dei suddetti critici e la loro progressiva incapacità argomentativa, derivante da un ridimensionamento della complessità culturale e dell’indagine dell’oggetto artistico, cui far riferimento.

Un deserto di ricerca e di studio che diventa inesorabilmente propedeutico alla oramai acclarata mediocrità del cinema (e del teatro) italiano.

Un cinema costruito per lo più su nepotismo e caste. Sul botteghino e sugli incassi. Sulla moderazione tematica e sugli equilibri politici. Su codici liberal e sintassi postmoderne.

Fatte or dunque queste doverose premesse, veniamo più precisamente al film della Cortellesi.

L'”opera prima“ dell’attrice romana risulta, sin dai primissimi quadri, un irritante concentrato di cliché senza alcuna potenza espressiva.

Enfatico nella proposizione delle scene topiche, prontamente appesantite da sottolineature recitative e registiche, finisce coll’apparire stucchevole nel suo quasi arrogante didascalismo “di sinistra”. Un film banale sul versante drammaturgico e slabbrato su quello stilistico.

Incapace di dosare commedia, cifra grottesca e dramma sociale, la regista/attrice romana sbanda paurosamente nell’impostazione linguistica, mandando fuori giri la pellicola anche sul terreno recitativo.

Dalla palude della mediocre caratterizzazione e dell’enfasi mimico-gestuale che coinvolge un po’ tutti i protagonisti, si salvano solo alcune figure comprimarie e Romana Maggiora Vergano (la figlia Marcella).

Valerio Mastandrea dal suo canto oscilla tra l’incoerenza dei registri mentre la stessa Cortellesi è costantemente sopra le righe. Ma il problema, come dicevamo, sta nel manico che imposta la regia.

Mescola – la Cortellesi – stilemi neorealistici e registri onirico/surreali; tuttavia, non essendo né Rossellini né Buñuel, sortisce effetti destabilizzanti se non addirittura ridicoli.

Emblematica, in tal senso, è la scena fuori dalla carrozzeria di Vinicio Marconi quando, colta da improvvisa pulsione, Delia – il personaggio della Cortellesi – fa dono, al suo vecchio innamorato, di una tavoletta di cioccolata americana.

La regista cala tutta l’inquadratura in un’insopportabile atmosfera di rarefazione trasognata che risulta involontariamente grottesca e simile ad uno spot dei Baci Perugina.

Si aggiunga poi, a tutto ciò, un bianco e nero ineffettuale e pleonastico nel suo intento puramente calligrafico e il melange indigesto è servito.

Attesa pertanto tale imbastitura linguistica, il tema centrale del lavoro autoriale della Cortellesi, ovvero il patriarcato e la conseguente violenza di genere, si smarrisce e depotenzia proprio tra i rivoli dell’incertezza stilistica.

Le scene di violenza fisica e verbale – che pur si preannunciano con il loro carico di brutalità maschilista – tra squinternati balletti, incursioni buñuelliane sul terreno del surreale, dialoghi sul filo di un grottesco che non riesce mai a risolversi in una chirurgica critica del patriarcato – sottoproletario, borghese o piccolo-borghese che dir si voglia – naufragano malamente tra le onde del pedagogismo di basso profilo, dell’insensatezza e, purtroppo, del macchiettismo.

Ancor più grave, poi, si rivela l’ambientazione sociale scelta dalla Cortellesi.

Una famiglia del sottoproletariato urbano post bellico, con immancabili aspirazioni piccolo-borghesi, dove la violenza sembra albergare quasi per endemica necessità di classe. Mentre, tra gli strati sociali più benestanti, seppur imperi il patriarcato, quella prepotenza si risolve in mere declinazioni verbali ed anche notevolmente smussate.

Uno stigma classista che non fa certo onore ad un’attrice che ha sempre voluto distinguersi per le sue idee progressiste.

In tal senso, ancor più sconcertante risulta il finale. Laddove lo spettatore si attenderebbe una fuga d’amore con l’innamorato dei tempi giovanili per sottrarsi alle violenze domestiche, Delia fugge sì, ma... al seggio elettorale.

Per votare, nel Giugno del 1946 – quando finalmente le donne ottennero per la prima volta in Italia il diritto di voto – e scegliere tra Monarchia e Repubblica.

Un gesto che dovrebbe simboleggiare, nelle intenzioni dell’autrice, la presa di coscienza politica ed esistenziale delle donne italiane. Nonché un gesto di ribellione, emancipazione e liberazione.

Se non fosse una tragica ingenuità ci sarebbe da ridere. Una simile illusione poteva darsi nell’immediato dopoguerra, all’indomani della dittatura fascista. Oggi, nel presente del film, il voto, declinato al maschile o al femminile, è un’irrimediabile truffa. Poco democratica e molto oligarchica.

Ma soprattutto ancora inserito in una dimensione patriarcale e immancabilmente di classe. Da cui sono tenuti significativamente ai margini proprio i ceti subalterni e le categorie socialmente ed economicamente più deboli. Come appunto le donne.

Insomma, un film sbagliato e sconcertante dal punto di vista linguistico, formale e ideologico. Cui però il pubblico e la critica plaudono come a un capolavoro di Godard.

Forse dovrei rivedere le mie coordinate critiche e interpretative. O forse no. È solo, il mio, un mantenere ferme alcune basilari chiavi di lettura attinenti ad un’estetica marxista.

Sarò inattuale, sarò vetero-comunista. Ma sempre meglio che venduto al mercato o narcotizzato dall’ideologia dominante.

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08/03/2024

Che genere di disuguaglianza: una questione di classe

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, spendere qualche parola sullo stato della parità di genere in Italia è quantomeno necessario. Oggi, in particolare, giornali, riviste e trasmissioni televisive presenteranno i loro contributi sulla questione di genere, spesso fornendo dati incompleti e soluzioni inefficaci.

Un prima, spesso sottovalutata, questione riguarda il modo in cui misuriamo, e quindi identifichiamo, le discriminazioni di genere. Un primo indicatore, molto in voga, è il cosiddetto gender wage gap.  Questo indicatore cattura – a parità di lavoro – la differenza di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici. Se confrontato con altri paesi europei, sembrerebbe che in Italia sia straordinariamente basso. Potremmo quindi essere indotti a pensare che in Italia le donne lavoratrici siano più tutelate rispetto alle colleghe degli altri paesi europei. Detto in altri termini, verrebbe da pensare che in Italia le disuguaglianze di genere siano inferiori e che nel nostro Paese le donne godano di salari più elevati che altrove.

Purtroppo, non è tutto oro quello che luccica. Questa conclusione non sarebbe altro che un’illusione: il divario retributivo è ridotto perché sia le lavoratrici che i lavoratori percepiscono degli stipendi da fame. Si pensi che l’Italia, secondo le stime OCSE, è l’unico paese ‘avanzato’ in cui i salari reali si sono ridotti negli ultimi trent’anni. Inoltre, ben il 32% degli occupati, pur lavorando versa in condizione di povertà.

Giocando al ribasso è ovvio che la differenza risulti più contenuta, ma non annullata, perché si può stare peggio anche nella miseria. Differenze significative, infatti, continuano a permanere. Come riportato in un recente rapporto sul mercato del lavoro (capitoli 2, 5 e 6), la condizione lavorativa e retributiva delle donne in Italia risulta particolarmente svantaggiata. Tra le donne, è maggiormente diffusa la sottoccupazione: in altri termini, molte donne vorrebbero lavorare di più, ma non vi riescono. L’occupazione femminile, inoltre, è maggiormente concentrata in settori di per sé caratterizzati da bassi salari. Infine, se andiamo a guardare ancora una volta i dati sulla povertà lavorativa – vale a dire sulla povertà che attanaglia uomini e donne nonostante lavorino per almeno sette mesi all’anno – emerge come il gap sia comunque significativo. Come riportato nel già citato rapporto (al capitolo 5), nel 2017 la percentuale di uomini occupati poveri era pari al 24,9 %, mentre quella delle donne al 41,4%.

Fatta chiarezza su questo indicatore di disparità retributiva, ci si può ora rivolgere agli altri dati, molto meno ambigui. Il tasso di occupazione femminile (15-64 anni) si è assestato al 51,1% nel 2022, quello maschile al 69,2%. Il tasso di disoccupazione femminile nello stesso periodo ha raggiunto il 9,5%, il maschile il 7,3%. La vera piaga, che spiega anche i bassi tassi di occupazione, si nasconde però dietro ai tassi di attività femminili. Il tasso di attività mette in relazione tutte le persone occupate o in cerca di occupazione con la popolazione di riferimento. Per le donne italiane, questa quota supera di poco il 50%: quasi 1 donna su 2 tra i 15 e i 64 anni non partecipa al mercato del lavoro, vale a dire che né lavora né cerca lavoro. Questo segnale è particolarmente preoccupante poiché tassi di attività femminili così bassi aumentano il rischio di dipendenza finanziaria da un’altra persona, minando così l’indipendenza economica e personale delle donne. La mancanza di indipendenza economica, infatti, rende le donne più soggette alla volontà di chi, nella famiglia, lavora, e quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, degli uomini. Ciò aggrava lo squilibrio di potere e crea un terreno fertile per la violenza di genere.

Inoltre, l’inattività femminile sul mercato del lavoro nasconde altrettanto lavoro, non riconosciuto e non retribuito, che le donne stesse si trovano a dover fare quotidianamente. Si parla del lavoro di cura e di riproduzione sociale. La cultura patriarcale che ha imposto alle donne l’onere del lavoro di cura è antecedente al capitalismo, ma quest’ultimo ne ha certamente tratto vantaggio. Secondo il rapporto INAPP 2022, dopo la nascita di un figlio, quasi il 20% delle donne esce dal mercato del lavoro a causa della difficoltà nel bilanciare il lavoro di cura con il lavoro salariato. Nel 50% dei casi, l’interruzione dell’attività lavorativa è imposta dalle condizioni di contorno e non riflette un’effettiva scelta della madre. La drammatica situazione dei congedi parentali in Italia è sotto gli occhi di tutti: il congedo di maternità obbligatorio, stabile a 5 mesi, è affiancato da un misero congedo di paternità di 10 giorni (20 se il parto è plurimo).

Le disuguaglianze non si fermano però ai primi mesi di vita dei figli. Sempre secondo il rapporto INAPP, per l’87% dei bambini sotto i 3 anni le madri sono l’unico genitore che ha utilizzato i congedi parentali. Il lavoro di riproduzione sociale non si limita poi alla cura dei figli durante i primi anni di vita, ma comprende tutte le mansioni che assicurano la riproduzione della forza lavoro. Tra queste figurano attività come preparare i pasti, tenere gli ambienti casalinghi puliti e in ordine, organizzare la casa, gli spostamenti e gli impegni di chi ci abita, e avere cura di parenti non autosufficienti. In Italia si è sempre fatto affidamento sulle donne per portare a termine questo lavoro fondamentale.

L’entrata delle donne sul mercato del lavoro non è stata in alcun modo affiancata da politiche che potessero effettivamente evitare alle lavoratrici di avere un doppio lavoro – quello salariato e quello di cura, che precede e segue l’orario lavorativo ufficiale. Nel 2018, il numero medio di ore al giorno dedicate alle attività di cura non pagate per le donne equivaleva a 5, per gli uomini 1,8. Ciò significa che, a parità di lavoro retribuito svolto, le donne sopportano un carico di lavoro “domestico” giornaliero di 3,2 ore superiore a quello degli uomini. Si stima che, senza politiche ad hoc, un ribilanciamento del lavoro di cura che derivi da una spontanea volontà degli uomini, l’uguaglianza nelle ore dedicate al lavoro di cura si raggiungerebbe solo nel 2066. Su ciò pesa, soprattutto in Italia, la situazione drammatica dello stato sociale, vessato da anni di tagli che non hanno fatto altro che scaricare sulle famiglie l’onere della cura tanto dei minori quanto di una popolazione anziana in forte aumento. Una donna appartenente a una famiglia facoltosa può permettersi di acquistare i servizi di cura sul mercato, esternalizzando almeno parte del lavoro di cura, ma rimanendo comunque colei che ha la responsabilità della buona riuscita del lavoro. Per le altre donne, le alternative rimangono l’astensione dal mercato del lavoro, a causa dell’incompatibilità con il lavoro di cura, o il “doppio turno” lavorativo.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro che ha avuto luogo in Italia a partire dagli anni Novanta è andata di pari passo con un aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Questo, però, invece di garantire uguaglianza di genere ha semplicemente creato un’ulteriore discriminazione per quanto riguarda la tipologia di contratti lavorativi proposti a lavoratori e lavoratrici, poiché queste ultime sono sovra-rappresentate nella categoria dei part-time, e fatto un grande favore alle aziende.

Le politiche di austerità introdotte in Italia in seguito alla crisi finanziaria hanno ulteriormente peggiorato la situazione. I tagli alla spesa pubblica hanno infatti un impatto negativo sbilanciato a sfavore delle donne che, con lo sgretolamento del già pericolante stato sociale, devono assumere il ruolo di ammortizzatore sociale e intensificare il lavoro di cura delle famiglie e comunità, che andrebbe altrimenti svolto tramite investimenti di miliardi di euro da parte dello Stato.

Appare chiaro come il capitalismo tragga vantaggio dallo sfruttamento delle donne a diversi livelli. Le forme di questo sfruttamento sono molteplici e fanno sì che si esasperi la struttura patriarcale di tutte le istituzioni sociali: la famiglia, in cui l’uomo può fare affidamento sul lavoro femminile; lo stato liberista, che può permettersi di applicare politiche di austerità scellerate scaricando sulle donne l’onere di sopperire alle deficienze del sistema di welfare; e le imprese private e il profitto, che possono fare affidamento sulla buona salute e il rinnovamento costante della forza lavoro senza concedere le garanzie necessarie.

La lotta contro le discriminazioni di genere, quindi, è lotta contro lo sfruttamento, è lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione. Per questi motivi, e molti altri ancora, oggi 8 marzo, lavoratrici e lavoratori serrano le braccia e decidono di scioperare.

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27/04/2021

Dedicato ai vari Grillo che parlano a vanvera

Una testimonianza di chi ha subito violenza sessuale. Per chi ancora fa finta di credere che a ogni “reato” segua automaticamente e immediatamente una “denuncia”, come se si trattasse del furto di un’autoradio…

*****

“Il giorno dopo” per me non c’è stato per tanto tempo, per me c’era “il tutti i giorni”, tutti i giorni c’era una violenza diversa, tutti i giorni dovevo fare cose normali, pulire casa, sentire i miei genitori, salutare i vicini… tutti i giorni dovevo mantenere una linea di normalità, quando era concesso uscire, mai da sola, dovevo fare la spesa, dovevo sorridere alla commessa, dovevo essere normale, quando di normale non c’era nulla.

Una volta tornata a casa ci ho messo quasi un mese per dire parte di quello che avevo subito, ci ho messo 2 (!) anni di terapia per capire e ricordare tutto quello mi è successo.

Eppure i carabinieri, l’associazione contro la violenza, alcune psicologhe, mi hanno detto che avevo una scadenza perché poi la violenza non è più valida.

Ma... in che senso? Nella mia vita sarà valida per sempre, probabilmente per tutta la vita suderò quando una persona alzerà la voce, probabilmente per tutta la vita quando sentirò un rumore troppo forte avrò un sussulto, probabilmente per tutta la vita starò in allerta e mi sentirò a disagio se un estraneo mi fissa per troppo tempo.

Ma a quanto pare per la legge la violenza ha una scadenza.

Non importa se per tutta la vita dovrò mostrare le mie cicatrici, ché non è stato possibile coprirle tutte con i tatuaggi, non importa se per tutta la vita dovrò spiegare perché non mi piace che le persone mi stiano troppo vicino, non importa se per tutta la vita io quelle violenze me le ricorderò e se, nonostante l’ottimo funzionamento della psicoterapia, per tutta la vita mi capiterà di avere flashback, incubi e ricordi nuovi, non importa.. o meglio, non importa agli ignoranti, perché se “il giorno dopo” o “ il giorno stesso” fai cose normali, probabilmente ti stava bene.

Perché chi non vorrebbe una bella coltellata che lascia una cicatrice da sfoggiare come moda primavera-estate? Chi non vorrebbe ricordi indelebili? Chi non vorrebbe avere, per lungo periodo, paura di essere sfiorata anche dai suoi stessi genitori? Chi non vorrebbe provare a portare un bagaglio di vita così importante? Ci si fanno le spalle forti in fin dei conti! In fin dei conti si alza la soglia del dolore, della paura… in fin dei conti “si diventa più forti”.

Perché chi non vorrebbe sentirsi dire dai genitori del proprio “assassino”: te la sei cercata, se stavi lì stavi bene, avresti dovuto esplicitare meglio il bisogno d’aiuto.

Perché sì, si possono definire “assassini”, perché in qualche modo uccidono, anche se so che se una finisse veramente nella bara allora sì che sarebbe vittima, se no no, ti attacchi al treno e fischi in curva.

Ma infondo questa è la società che si scandalizza ma non agisce, in cui ancora si dà importanza e visibilità all’ignoranza, dove ancora i carabinieri non sono in grado di fornire aiuto, e le volontarie che accolgono nelle associazioni ti chiedono di spogliarti per vedere le cicatrici al primo colloquio, quando nemmeno tu le hai ancora viste perché guardarti allo specchio è ancora troppo faticoso, dove ancora si ignora il fatto che gli eventi traumatici vengono COMPLETAMENTE RIMOSSI ANCHE PER LUNGHI PERIODI: GIORNI MESI ANNI!

Siamo la società dove si fa la pubblicità con la vagina che canta per sdoganare i tabù del ciclo, ma se una persona dice di aver subito violenze ancora viene vista come un’appestata e ancora vede lo sguardo delle persone scostarsi, vede persone prendere le distanze o peggio vede venir sminuita e minimizzata la violenza che ha subito, perché mi è stato anche detto “va beh anche a me è successo che il mio ex alzasse la voce, l’ho lasciato, a me nessuno mette i piedi in testa, non potevi farlo anche tu?” Grazie genio.

Non scandalizzatevi quindi per il video di Grillo, che fa scalpore solo perché è un personaggio pseudo-famoso, perché ha semplicemente riportato il pensiero di gran parte della società e, ve lo garantisco, anche di genitori non famosi.

Perché in fondo a me non interessa se è vero o no quello che ha fatto suo figlio, non sono io che devo scoprirlo, ma mi fa paura, sempre più paura questo mondo, questa ideologia, queste frasi e tante altre che si sentono ovunque.

Perché questo mondo è pronto a creare bambini in laboratorio, ma non è ancora pronto a proteggere una persona vittima di violenza.

Perché è più comodo legalizzare l’aborto facile che prevenire una violenza o fornire un vero accompagnamento alle vittime di stupro.

Una società che millanta apertura mentale su leggi per “difendere la sessualità di tutti”, mentre dovrebbe concentrarsi più su come si protegge una vittima, chiunque essa sia, senza metterla alla gogna o abbandonarla a se stessa.

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30/07/2020

La pandemia “alla peruviana”: privilegi, sfiducia e violenza

A un mese dalla fine del confinamento

Come in tutto il mondo, in Perù l’epidemiologia è uno strumento tecnico-scientifico utilizzato nel processo decisionale politico per il contenimento della SARS-Cov-2.

Adattato ai dati nazionali, il grafico epidemiologico non conosce estremi: delinea una linea che aumenta gradualmente la sua pendenza senza mai raggiungere un picco o un livello della durata di più di una settimana. Né le capacità sempre precarie del sistema sanitario pubblico, né le misure di contenimento che le persone hanno infranto per settimane a causa dell’urgente necessità di lavorare per mangiare, sono state in grado di fermare l’espansione e il radicamento del virus nella popolazione.

Un mese dopo il decreto di de-confinamento, il numero di persone infette è salito a più di 380.000 e il numero di morti a quasi 18.000 persone. Non si tratta qui di dare una spiegazione delle cause del fenomeno della pandemia alla maniera peruviana, ma di indicarne gli effetti.

La prima è l’incapacità della politica di governo di immaginare il futuro della convivenza con il virus (anche qui si usa l’assurdo termine “nuova normalità” senza alcuna discussione). Questa incapacità è dovuta al fatto che l’epidemiologia descrive un solo tipo di entità (gli infettati) in due tipi di situazioni sociali (casa o ospedale), con una temporalità basata su tagli statistici alla fine di ogni giornata1.

Il futuro della convivenza va immaginato in termini politici, data la prevista lunga durata della pandemia. Tuttavia, la via d’uscita è stata burocratica: stabilire procedure e permessi per la riapertura dell’economia formale, su insistenza di gruppi di pressione (ad esempio, la Società Nazionale delle Industrie). Mentre l’economia informale nel paese segue le proprie regole del gioco (il 70% della popolazione economicamente attiva lavora in questa economia).

Il secondo è che la politica epidemiologica, attraverso i suoi comitati di esperti e gli strumenti di misurazione, ha sistematicamente sotto rappresentato alcuni gruppi sociali. Per esempio: comunità indigene e contadine, poveri che si ammalano e decidono di morire in casa.

La questione della sotto rappresentazione è oggi una delle più importanti. C’è un notevole divario tra i dati raccolti dai governi regionali e quelli del Ministero della Salute. Si ipotizza che non siano 18.000, ma più di 40.000 i morti a livello nazionale, confrontando i decessi da marzo a luglio 2019 con quelli del 2020.

Di conseguenza, l’Esecutivo ha dovuto recentemente cambiare parte del gabinetto dei ministri e richiedere un’onestà nei dati. Da un giorno all’altro, quasi 4000 morti sono state aggiunte ai conti ufficiali.

È innegabile che sia l’incapacità di immaginare la convivenza sia il fenomeno della sotto rappresentazione puntano allo stesso problema: la nostra incapacità di articolare un’azione collettiva in grado di contenere gli effetti devastanti della pandemia sulla salute, sull’economia e sulla società nel suo complesso.

La tensione tra individuo e persona

Agire come collettività, come un noi ampio ed egualitario è ciò che noi peruviani non sappiamo fare. Per spiegare il problema dell’azione collettiva, le immagini binarie ereditate da altre latitudini, come modernità contro tradizione, noi contro altri, inclusione contro esclusione, sono di scarsa utilità. Infatti, la pandemia da SARS-Cov-2 ha portato alla luce il vero problema della società peruviana, quello che collega il nostro passato al nostro presente: la tensione tra individui e persone.

In America Latina, il mix organizzativo della vita sociale non è solo sangue. Consiste, piuttosto, nella coesistenza tra individui e persone2. Tra coloro che possono essere considerati “cittadini uguali davanti alla legge” e che, quindi, sviluppano una biografia nell’ambito dello Stato di classe, e quelli il cui status/potere è sempre soggetto ad un “ordine gerarchico”, sulla base del quale ci sono i peruviani + 1 e i peruviani -1, ovvero di prima e di seconda classe3.

Ciò non significa che le persone siano fuori dallo Stato, mentre gli individui sono dentro. È una questione di grado più che di essenza. Così, a seconda del contesto e dell’oggetto dell’interazione, in Perù si sa quando agire come un individuo che rispetta le regole o come una persona che, grazie al dispiegamento di contatti personali, ingegnosi trucchi o semplici sciocchezze, può ri-significare le regole scritte a modo suo e secondo le sue particolari preferenze.

Solo quando ci troviamo di fronte a un problema che richiederebbe l’applicazione di politiche, regolamenti o azioni egualitarie e universali, esse finiscono per essere qualificate da particolari privilegi o soluzioni transitorie che danneggiano, a lungo termine, la fiducia pubblica.

La questione dei privilegi

Quando le cose si mettono male, l’appello è per il privilegio piuttosto che per l’uguaglianza. Durante e dopo il confinamento obbligatorio, il ruolo delle cliniche private è stato motivo di preoccupazione. Un sistema sanitario pubblico frammentato e collassato (niente letti, niente ossigeno, niente camere di terapia intensiva) fin quasi all’inizio della pandemia ha lasciato molte persone senza speranza.

Tuttavia, in Perù c’è il sistema delle cliniche privata (il marchio del neoliberalismo nel settore della salute), che descrive una notevole gerarchia di potere e di status che guida il trattamento delle persone. Ci sono le cliniche “pituco“, accessibili solo con assicurazioni private molto costose. Ci sono le cliniche “half-health“, dove le cure sono coperte da un’assicurazione più modesta o dall’utente stesso che deve pagare l’intera assistenza; non sorprende che queste cliniche non abbiano né personale qualificato né infrastrutture sufficienti, in modo che il paziente sia sempre portato da una clinica all’altra, da un test all’altro. E poi ci sono le cliniche “nere“, dove chi le frequenta può ricordarsi di essere un peruviano meno -1: lì può succedere di tutto, per esempio, medicinali falsi, medici senza titolo, strutture al secondo piano di un mercato alimentare coperto, ecc.

Per chi conosce Lima, sa che lo stesso fenomeno si osserva nel sistema dei trasporti, nel sistema educativo o nel sistema pensionistico. Riproducono un ordine gerarchico in cui la disuguaglianza non è binaria, ma graduale.

Il fatto è che le cliniche hanno cominciato ad accogliere i pazienti della Covid-19: persone senza assicurazione privata e disperate, che non potevano immaginare il conto che avrebbero ricevuto in preda alla paura. Per un’assistenza di 20 giorni in terapia intensiva l’importo può essere superiore a 160 mila Soles (40 mila euro, circa). Se il paziente guarisse in salute, morirebbe finanziariamente. È stato quindi riproposto ancora una volta il dilemma essenziale di questo periodo: salute contro economia, dignità contro privilegio.

Il Consiglio dei ministri ha condotto una trattativa infruttuosa con l’Associazione delle cliniche peruviane, fino a quando i primi scandali non hanno reso impossibile alle cliniche nascondere la loro miseria morale: hanno fatto pagare fino al 1000% in più per i farmaci applicati nella cura, hanno costretto i parenti a anticipare un “pagamento” iniziale per il ricovero del paziente, e, nel caso che il paziente fosse deceduto, sono stati costretti a pagare il debito totale per ricevere il certificato di morte medica.

L’indagine pubblica ha dimostrato che ciò si spiega con la collusione delle cliniche con le assicurazioni private, che a loro volta sono annesse al sistema bancario nazionale, che è in mano a poche famiglie con cognomi aristocratici. Tale collusione è alla base della miseria morale del neoliberismo.

La trattativa con il Presidente dell’Associazione cliniche private si è conclusa con l’istituzione di un irrisorio “forfait” (termine utilizzato nel settore della telefonia mobile) di 50 mila Soles (12 mila euro), che sarà addebitato a qualsiasi persona senza assicurazione privata che richieda i servizi di una clinica. La persona deve richiedere che la previdenza sociale paghi l’importo alla clinica. In altre parole, un accordo burocratico ha avuto la precedenza sulla richiesta di nazionalizzare il sistema sanitario privato, almeno temporaneamente.

La salute è una questione di privilegio, e il privilegio delle cliniche e dei loro utenti ben assicurati è difficile da rompere. Questi privilegi vanno a scapito della salute pubblica.

L’atmosfera di sfiducia

Potremmo dire che l’effetto più radicato di una disposizione gerarchica basata su particolari privilegi è un’atmosfera persistente di sfiducia verso gli altri.

La fiducia diventa un sentimento morale precario quando si constata che, in determinate circostanze (difficili da definire a priori), una persona può appellarsi ai suoi privilegi di cognome, alla sua cerchia di amici o al suo status di classe per imporre una volontà su questioni che, chiaramente, richiedono soluzioni universalistiche.

La pandemia di Covid-19 ha mostrato l’epidemia di sfiducia e il deterioramento delle istituzioni sociali in Perù. Non solo le istituzioni sanitarie sono crollate a livello nazionale, ma non esistono alternative egualitarie per affrontare l’emergenza.

Questa è la differenza tra l’uso globale della parola “collasso” e la parola “deterioramento“. Mentre il collasso si riferisce al venire meno di un insieme di capacità installate di un collettivo per far fronte a una minaccia, il deterioramento spiega la disuguaglianza di fondo che corrode l’architettura delle istituzioni sociali. La continuità della pandemia in America Latina minaccia non solo il crollo dell’assistenza sanitaria, ma anche il deterioramento dei legami sociali.

Il deterioramento della “casa”

Un esempio del deterioramento è ciò che accade quando si dice alle persone di “stare a casa”. Di fronte alla pandemia, la casa servirebbe da metafora per l’assistenza all’interno dell’unità sociale più elementare: la famiglia. Tuttavia, la realtà indica che la casa è più una metafora di uno scenario di violenza e subordinazione, dove le donne subiscono gli effetti di un altro tipo di gerarchia dominante in questo paese: la gerarchia patriarcale.

I dati ufficiali sono inquietanti, sia per quello che dicono sia per quello che non dicono. Durante il periodo di reclusione obbligatoria, sono stati registrati 915 casi di donne, ragazze e adolescenti scomparsi in tutto il paese4. Inoltre, sono stati segnalati 28 casi di femminicidi completati, 32 tentativi e 15 morti violente di donne, che non sono ancora classificati come femminicidi. Come in molti altri luoghi, il femminicidio è una forma di violenza di genere che si esercita all’interno della più intima cerchia di appartenenza: in famiglia o nelle relazioni di coppia.

Questo è ciò che mostrano i dati. Ma, sono noti per essere il prodotto di una sotto-registrazione. Vale a dire che la quarantena e l’obbligo di allontanamento sociale hanno ulteriormente nascosto un fenomeno che, di per sé, è invisibile. La Defensoria del Pueblo, nella sua relazione su “Uguaglianza e violenza” del giugno 2020, sottolinea che: “dall’entrata in vigore delle misure di isolamento sociale obbligatorio, le cifre reali della violenza contro le donne sono state rese invisibili, a causa delle difficoltà di accesso ai servizi per la presentazione delle denunce, della riduzione della qualità dell’assistenza fornita dagli operatori della giustizia, della non prioritizzazione della violenza classificata come a rischio leggero o moderato, e delle restrizioni alla libertà di movimento” (p. 3).

La sotto-registrazione della violenza è espressione del deterioramento delle istituzioni sociali che, in linea di principio, dovrebbero essere orientate verso l’assistenza collettiva. Come per i dati sui decessi derivanti da Covid-19, l’importante qui è essere onesti su quanto è accaduto durante i mesi di reclusione.

di Joaquin Yrivarren: sociologo, professore universitario e musicista amatoriale

Note:

1 Yrivarren, J. (2020). ¡Más gráficos, por favor! Una epidemiología para cuidarnos juntos. Revista Quehacer, n° 5, http://revistaquehacer.pe/n5#mas-graficos-por-favor

2 Da Matta, R. (2002). “¿Sabe usted con quién está hablando? Un ensayo sobre la diferencia entre individuo y persona en Brasil”, pp. 184-254. En: Carnavales, malandros y héroes. Hacia una sociología del dilema brasileño. México D.F: Fondo de Cultura Económica.

3Nugent, G. (2010). El orden tutelar: sobre las formas de autoridad en América Latina. Lima: DESCO, CLACSO.

4 Va evidenziato che in Perù non esiste un sistema per la registrazione delle persone scomparse e che nella nostra legislazione la scomparsa non è riconosciuta come una forma di violenza di genere.

Fonte

20/04/2020

Casa dolce casa... e giù botte

Per molte donne, soprattutto in questo periodo di segregazione forzata, la casa, invece di essere un luogo sicuro, sta diventando la sede di piccole e grandi violenze fisiche, psicologiche ed economiche.

I delitti, la rabbia, la gelosia, la violenza contro le donne sono commessi quasi esclusivamente da padri, mariti, partner, familiari e conoscenti. Non si tratta solo di stalking o revenge porn, si tratta di botte, di pugni, di schiaffi e calci, di sedie tirate in testa, di lividi, di costole ammaccate, di occhi neri, di denti rotti, di fratture, di violenze sessuali.

A causa del confinamento coatto, Lele, una donna cinese di 26 anni, della provincia di Anhui, nella Cina orientale (nytimes.com), è stata costretta dal marito ad affrontare discussioni e polemiche continue. Conosciamo bene la situazione. Siamo tutti arrivati sull’orlo in cui la deduzione logica, quasi pedagogica, o il sillogismo forzato e la guerriglia retorica, reclamano il passaggio all’azione.

Il primo marzo, Lele era in cucina, con il figlio di 11 mesi in braccio, il marito ha iniziato a colpirla con un seggiolone. Alla fine una gamba ha ceduto ed è caduta a terra, sempre tenendo il figlio stretto al petto. Una foto della scena mostra le assi di metallo del seggiolone spezzate, e le gambe di Lele completamente coperte di lividi ed ematomi.

Durante l’epidemia, racconta Lele, non potevo uscire, i conflitti sono diventati sempre più grandi e sempre più frequenti. Anche telefonare era impossibile, ero sorvegliata a tutte le ore.

Nel Regno Unito le telefonate alla hotline nazionale per segnalazioni di abusi e violenze sono aumentati del 65% (bbc.com).

Negli USA, Kai, un’adolescente abusata dal padre, viveva a New York con la madre. La donna sbarcava il lunario come commessa in un negozio. Quando il negozio è stato chiuso, e la donna è rimasta senza assicurazione sanitaria, ha cominciata a soffrire di disturbi mentali. La figlia è stata costretta a trasferirsi dal padre. Pensavo, dice Kai, che le cose con il virus si sarebbe messe a posto in pochi giorni, e invece non passa.

Solo pochi mesi prima Kai aveva iniziato una terapia per riprendesi da anni di abusi fisici e sessuali da parte di suo padre, abusi iniziati da quando era bambina. Adesso che le cose stavano andando bene, e la terapia stava cominciando a funzionare, ecco arrivato l’incubo della ritorno con il padre, aggravato dal confinamento.

In tutto il mondo i centri di sostegno alle donne vittime di violenza sono stati costretti a ridurre a zero i contatti fisici. In Francia, che ha uno dei più alti tassi di violenza domestica, 219 mila donne subiscono violenze fisiche e sessuali da parte dei partner.

Secondo quanto ha dichiarato il Ministro dell’Interno (Euronews), nella fase di lockdown, l’intervento della polizia a seguito di segnalazioni per violenza domestica è aumentato del 32% fuori Parigi, e del 36% a Parigi.

Nel 2018 il CADOM (Centro Aiuto Donne Maltrattare) di Monza ha accolto 274 donne maltrattate, ha fornito accoglienza volontaria per 5150 ore, più 670 ore di incontri sul territorio. Le violenze e i maltrattamenti provenivano per l’89% dal partner o ex-partner, per l’8% da familiari (genitore, fratello, figlio), e solo per il 3% da estranei. Il 31% delle donne è dovuta recarsi in pronto soccorso. Non c’è da stare allegri.

Per effetto della segregazione il CADOM ha dovuto sospendere i colloqui individuali con le donne. È rimasto attivo solo il soccorso telefonico. Ma per una donna segregata, telefonare è un problema. Mandare un messaggio di testo o vocale è un problema. Il telefono è una mano tesa a chi sta fuori. Ma il fratello grande, più spesso il marito, sono lì a sorvegliare e punire, a menare le mani, mani nodose, pesanti, reali, di quella realtà dura e feroce a cui tanti benpensanti vorrebbero che ritornassimo presto.

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16/03/2020

Si fa presto a dire “State a casa”...

A fronte di quella che è stata da poco definita “pandemia”, certo è il consiglio più sensato.

Non fosse per “il problema” secolare che accompagna generalmente ogni “pandemia” o calamità, la terribile ricaduta sulle fasce sociali più deboli e meno tutelate.

È qui che si inserisce “IL” tema. La violenza. Violenza di Stato, violenza privata. Violenza che non conosce paura, violenza che non arretra e non si arresta di fronte a nulla. Neanche alle “pandemie”. Gli ultimi terribili fatti di cronaca parlano chiaro.

Sono questi infatti i momenti in cui lo Stato sociale viene alla “resa dei conti” e onestamente il risultato è abbastanza sconfortante: tutele della classe lavoratrice ormai inesistenti, previdenza sociale ridotta all’osso e sfratti di povera gente. Per non parlare delle condizioni allucinanti dei “senza voce”, carcerati e creature istituzionalizzate in maniera coatta (l’ultimo bambino, tolto alla mamma e rinchiuso in struttura, pochi giorni fa a Latina), terreno già fertile alla cronaca per “business” e abusi.

Esseri umani già costretti ad isolamento sociale forzato quando, per pochi giorni noi, ci sentiamo già male. Persone rinchiuse a cui centellinavano contatti col mondo e un po’ di umanità, morta anche quella col Coronavirus. I carcerati hanno avuto la forza per ribellarsi, pagando conti salatissimi... Le creature non hanno neanche questa forza e dal “mondo fuori” tutto tace.

Ci ritroviamo con un Sistema Sanitario Nazionale depauperato ed estremamente zoppicante, reso tale da 30 anni di scelte governative che definire scellerate è voler esser gentili.

È facile immaginare, dunque, quanto in questo frangente emergenziale possa essere difficile attuare il protocollo “Codice Rosso” (presa in carico delle vittime di violenza tramite accesso da Pronto Soccorso).

Spesso i muri di casa non sono affatto un “porto sicuro” per chi vive la violenza intrafamiliare e la scelta di denunciare o no, specie laddove vi sono minori, non sembra certo determinata o “influenzata” dal Coronavirus.

Le denunce sembrano essere disincentivate, paradossalmente, dalle istituzioni stesse, le quali ancora spesso fanno ritrovare la “sopravvissuta che ha osato” sul banco degli imputati, oppure sembra si “divertano” da tanti anni a togliere i figli alle madri che denunciano la violenza.

Come una cinquantina di anni fa, torneremo a “sperare” che i violenti vadano via di casa di loro sponte. Tantissimi i casi di cronaca e le testimonianze sulle pagine social del “Comitato Madri unite contro la violenza istituzionale”, della “Rete giù le mani dai bambini e dalle donne” e dell’Associazione “Maison Antigone”.

Oltre al danno, la beffa non poteva mancare. All’attuale “stato dell’arte” del nostro impoverito benessere sociale, si aggiunge la maledetta precarietà lavorativa; un’ulteriore spada di Damocle per le donne che decidono di denunciare la violenza, che spesso sono costrette a lasciare casa e lavoro e dover ricominciare tutto da capo.

Donne e madri sole e disoccupate o assunte con contratti inumani; è un fatto che con questa emergenza sanitaria diverse aziende hanno approfittato per tagli del personale “ad hoc”, dettati dalla poraccitudine etica valoriale di chi le dirige e questo certamente non giova neanche a chi da anni sostiene queste lotte di Liberazione.

Un’attivista Presidente di un’associazione di Milano impegnata quotidianamente su campo, dopo il licenziamento di 4 madri con minori a seguito, scrive «Prendendo un po’ troppo alla lettera il concetto di “state a casa”, i datori di lavoro di alcune delle donne sostenute hanno pensato bene di lasciarcele proprio, a casa, attingendo a piene mani dagli strumenti che il diritto offre: mancati rinnovi che fino a ieri parevano cosa fatta, sospensione dal servizio e dallo stipendio, ecc».

Ovviamente, come dice l’attivista, non è certo il momento di “girare per uffici” per improntare ricorsi e cercare ammortizzatori sociali. Unica via che resta sono le richieste via internet e non sono certo rasserenanti le risposte ricevute dall’attivista...

Tutto questo è estremamente avvilente. I protocolli antiviolenza delle Regioni prevederebbero inserimenti lavorativi agevolati e diritto all’abitazione, proprio in virtù della costrizione a dover stravolgere la propria esistenza a cui queste donne vanno incontro. Poco o niente è stato fatto a riguardo e fino ad ora.

Non vi sono ancora notizie o dati ufficiali riguardo la recrudescenza che in situazioni di “isolamento forzato” con persone violente può emergere, con ancor più probabilità.

I Centri Antiviolenza, i presidi sanitari e la Linea telefonica nazionale contro la violenza domestica su donne e minori (Telefono Rosa – 1522), dovrebbero comunque essere attivi. Non c’è notizia di alcun tavolo istituzionale straordinario e finalizzato allo scopo e non vi è stato ancora alcun comunicato regionale o metropolitano.

Non sorprendono i dati arrivati per ora solo dall’estero, che narrano di una recrudescenza delle violenze in casa come ovvio effetto collaterale dell’essere costretti a condividere la propria abitazione con uomini violenti e abusanti che non possono uscire.

“State a casa” non dovrebbe essere solo mera campagna di profilassi o divenire motivo per invocare militarizzazioni feroci su territorio nazionale. “State a casa” dovrebbe portare al riconoscimento delle tutele fondamentali e ad una profonda riflessione sulla condizione di vita nostra e delle altre persone, della povertà e dell’inferno che è obbligato a vivere chi una casa non ce l’ha o dell’isolamento e la violenza, quella sì pestilenziale e irrisolta, che donne e minori vivono quotidianamente nell’indifferenza generale. In questi frangenti, c’è bisogno di tutta la nostra solidarietà.

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03/02/2019

Lotto marzo 2019

Lotto marzo 2019: ancora una volta sciopero generale, la marea femminista in ogni parte del mondo monta per reclamare diritti e libertà. Non una di meno e lo sciopero globale femminista proclamato per mettere al centro la violenza come fenomeno a carattere strutturale e non emergenziale dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Uno sciopero che coglie il nesso tra ristrutturazione capitalistica e violenza di genere perpetuata, attraverso i dispositivi di esclusione, segmentazione e frammentazione del lavoro.

Uno sciopero per denunciare il dato spaventoso delle molestie e dei ricatti sessuali sul lavoro.

Uno sciopero che mette al centro la femminilizzazione del lavoro come laboratorio sistemico: a partire dalle donne si è sperimentata la miscela oppressiva tra messa a disposizione di tempo di vita, gratuità e intermittenza, poi estesa a tutto il mondo del lavoro e cristallizzata nei modelli di precarietà e dismissione dello Stato sociale.

Uno sciopero per rivendicare la congiunzione imprescindibile tra i diritti civili che nutrono la libertà di autodeterminazione delle donne e i diritti sociali in cui la libertà trova espressione concreta.

Uno sciopero contro la mancanza di finanziamenti e riconoscimento dei Centri Antiviolenza, contro la chiusura degli spazi delle donne, contro l’obiezione di coscienza nei servizi sanitari pubblici.

Uno sciopero per il diritto ad un welfare universale, al reddito di autodeterminazione, alla casa, al lavoro, alla parità salariale, all’educazione scolastica, a misure di sostegno per la fuoriuscita dalla violenza.

Uno sciopero, proclamato dentro un sistema produttivo che precarizza, marginalizza, demansiona e crea uno stato di ricattabilità permanente e un sistema diffuso in cui il modello e quello della wonderwoman, quello in cui si esalta chi fa da sé, il primato dell’individuo su qualsiasi forma di aggregazione sociale.

Uno sciopero contro il regime della doppia oppressione per il quale, sotto la scure del progressivo e feroce smantellamento dello Stato Sociale, si scarica il lavoro di cura sulle spalle delle donne, vere e proprie service provider gratuite.

Uno sciopero proclamato contro l’ascesa delle destre reazionarie, a livello europeo e internazionale, che stringono un patto apertamente razzista col potere capitalista per macinare repressione, deregolamentazione e sfruttamento.

Uno sciopero contro il ddl Pillon, inserito a pieno titolo in un contesto che perpetua l’attacco alle donne: un disegno che passa dalle mozioni comunali che vorrebbero mettere in discussione la 194 e redistribuire in chiave di imposizione sulla autodeterminazione delle donne le risorse pubbliche, perimetrandone la morale e giudicandone la vita privata.

Uno sciopero per costruire una giornata in cui tante donne e soggettività LGBTQI, che vivono condizioni di lavoro, familiari e di vita diverse, si uniscono per alzare la testa contro una società che le vuole sottomesse e ubbidienti.

Uno sciopero di sorellanza che costruisce da continente a continente un abbraccio verso le donne in lotta.

Uno sciopero che coglie la connessione tra il dogma dei confini, la fabbrica permanente della paura e i dispositivi di controllo sui corpi delle donne, consapevole che l’ oppressione delle frontiere e di genere sono due facce della stessa gerarchia.

Uno sciopero che parte dalla libertà e dalla differenza per dare una prospettiva politica, perché proprio quella differenza stabilisce la linea dello schieramento.

Uno sciopero contro le teorie del decoro, elemento propulsore di ingiustizia sociale nonché di controllo sociale e di pulsione all’ordine per conto terzi.

Uno sciopero per dire no a qualunque forma di strumentalizzazione dei nostri corpi, usati per fomentare l’odio razziale e le derive securitarie che legittimano la militarizzazione nelle città.

Uno sciopero contro la fabbrica permanente del noi e del loro tramite cui le penne governative e della stampa ufficiale vengono intinte nell’inchiostro della paura per restringere ogni spazio di libertà e umanità e arrivare all’isolamento, all’autocontrollo, a non uscire di casa. Quella stessa casa che talora si fa prigione di morte, umiliazione e ricatto economico.

Uno sciopero contro la narrazione della violenza di genere a doppia velocità in cui il corpo della donna può essere usato per imporre più “sicurezza” o strumentalizzato in chiave razzista ma mai per porre al centro la violenza perpetrata in nome del popolo italiano.

Uno sciopero contro il Decreto Sicurezza, che istituzionalizza la torsione autoritaria del Potere: deroga allo Stato di diritto prendendo spunto dall’anello più debole, gli immigrati, dopo aver concimato terreno per facili consensi, per poi passare a tutta la società, criminalizzare le lotte presenti e future, andando a colpire chi dissente o semplicemente solidarizza con le proteste sociali, ambientali, lavorative.

Uno sciopero per tutte le nostre sorelle migranti, strette nella morsa tra il rimpatrio e l’abuso.

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14/01/2019

Processi sommari e pena di morte, così ci si sbarazza delle donne dell'Isis

di Michele Giorgio – il Manifesto

Solo una minima parte di queste donne si è unita allo Stato Islamico per ragioni ideologiche. Tutte le altre hanno seguito i mariti divenuti mujahedin o sono state costrette a sposarli. Oggi che, almeno territorialmente, non esiste più lo Stato Islamico proclamato nel 2014 nel Nord della Siria e dell’Iraq da Abu Bakr al Baghdadi, le donne dell’Isis, così come sono comunemente chiamate, pagano a caro prezzo, anche con la vita, scelte che molto spesso altri hanno fatto al loro posto.

Sono almeno 4.500 le donne giunte dopo il 2014 in Siria e Iraq da tutto il mondo islamico e da diversi Paesi occidentali, con l’intenzione di risiedere con il resto della famiglia nei territori controllati dagli uomini del «califfato». Molte di loro sono vedove e hanno figli piccoli. Una presenza «ingombrante» di cui i governi vogliono sbarazzarsi, in ogni modo.

Le «occidentali», giunte dall’Europa, rischiano relativamente di meno. Talvolta tornano nei Paesi d’origine dove, dopo aver affrontato un procedimento penale, riescono a cavarsela con qualche anno di carcere.

Invece le «arabe» in Iraq e nei tribunali nel nord della Siria, fuori dal controllo di Damasco, subiscono un processo sommario, che in media dura una decina di minuti raccontano i giornali online mediorientali. In Iraq dai campi di detenzione le donne vengono portate davanti a tre giudici. La corte pronuncia il nome della imputata per il reato di terrorismo e indica il suo paese d’origine.

Dopo un rapido esame dei documenti, i giudici si rivolgono alla donna, chiusa in una gabbia sorvegliata da poliziotti, chiedendole se si dichiara colpevole o innocente. Non viene letto nessun atto di accusa e non c’è dibattimento o interventi degli avvocati della difesa. Nell’aula non c’è il pubblico, assenti i rappresentanti del Paese di cittadinanza dell’imputata. Neanche l’ombra di membri di organizzazioni per i diritti umani.

Se è fortunata la donna sarà condannata all’ergastolo, ma di solito la punizione è la morte per impiccagione, sentenza che viene eseguita immediatamente. I figli in un attimo diventano orfani di entrambi i genitori: il padre morto quasi sempre in combattimento o in un bombardamento, la madre impiccata per aver vissuto nello Stato Islamico. Quindi sono mandati nei Paesi di origine dei genitori che si dichiarano pronti ad accoglierli.

Secondo il Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione e della violenza politica del King’s College di Londra, oltre il 10% degli stranieri che si sono uniti all’Isis erano donne. Alcune erano «schiave del sesso» a disposizione dei combattenti. Altre erano solo mogli che accudivano i figli.

Lo scorso agosto, 1.700 donne dell’Isis, con i loro bambini, sono state catturate nella regione di Tal Afar, in Iraq, dalle forze curde peshmerga e portate a Baghdad. I bambini non accompagnati dalla madre sono stati mandati agli orfanotrofi.

Gran parte delle donne sono ancora detenute, in attesa di identificazione o del processo. Tra queste c’è Nuh Suwaidi, uno dei casi più noti. La donna 24enne lasciò Colonia, in Germania, per seguire il marito jihadista Mahmoud, prima in Iraq e poi in Siria. Ha raccontato che giunta in Turchia fu fatta entrare in Iraq.

«Non sapevo nemmeno dove fossi – ha raccontato – Mio marito è partito due giorni dopo il nostro arrivo e si è unito a un gruppo di militanti. Non sapevo dove stesse andando o per quanto tempo. È tornato dopo una settimana per un giorno, e questo si è ripetuto per un anno. Nel frattempo quelli dell’Isis mi hanno insegnato a sparare e hanno anche pubblicato una mia foto ma io non mai partecipato ad azioni armate». Suwaidi adesso teme di essere condannata a morte nonostante sia cittadina tedesca.

I giornali online arabi spiegano che la sorte di molte di queste donne dipende dall’atteggiamento dei loro Paesi d’origine. In molti casi accettano di far rientrare solo i minori, lasciando le madri al loro destino di fronte ai giudici in Iraq e nel nord della Siria.

La Russia, il Ciad e l’Indonesia sono gli Stati più clementi e oltre ai bambini spesso sono pronti ad accogliere anche le madri che poi saranno processate. Sono almeno 1.200 i bambini nati nel territorio controllato dal «califfo» al Baghdadi in territorio siriano.

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04/11/2018

“Desirèe non è stata affatto fortunata”. Neanche adesso



Desirèe non è stata poi così fortunata. Dopo una settimana dalla pubblicazione del tanto contestato post di Rosa Pascale, pubblicato su questa pagina e ripreso da Potere al Popolo e varie testate nazionali, prendiamo atto che anche in quest’occasione la donna vittima di un femminicidio è scomparsa.

Di lei restano brandelli di vita, qualche dettaglio scabroso e l’onta di un’esistenza non conforme. Di lei restano i particolari di una violenza che annichilisce, l’arroganza di banali slogan da parte della politica e l’esplosione dell’odio razziale. Di lei restano le annunciate politiche restrittive sul consumo d’alcol, i mantra da bar sullo spaccio e sul degrado urbano e l’ombra di una responsabilità che oscilla dalla famiglia ai migranti, tutti, passando per una società che si scansa e strumentalizza.

I colpevoli materiali di questa morte devono essere assicurati alla giustizia ma neanche questo servirà a fare in modo che la collettività, sollevata dalla caccia al mostro, possa finalmente assumersi la responsabilità di una società in cui violare una donna, e financo ucciderla, non è qualcosa di raro e sconvolgente perché accade ogni giorno. Se nel 2017 sono state uccise 113 donne, nella quasi totalità dei casi da mariti, fidanzati ed ex, quanti sono gli stupri commessi ogni giorno dentro e fuori le mura domestiche? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo perché denunciare una violenza sessuale in questo paese significa esporci alla radiografia della nostra esistenza con il solo fine di renderci almeno in parte colpevoli.

Desirèe non è stata affatto fortunata. Neanche la sorte che le abbiamo attribuito le è toccata. Dimenticata in un insieme di dettagli, oltraggiata da pettegolezzi e accuse, è diventata la figura di sfondo in un dibattito che tutto afferma tranne che la questione è di genere. La violenza maschile sulle donne non si indaga, non si ammette concretamente e per questo non ha limite. Questa violenza quotidiana è feroce, non ha colore né alberga in determinati strati sociali; non è attribuibile a contesti degradati né a un disagio patologico. Questa violenza è, strutturalmente, parte della nostra società e ha il volto del patriarcato.

La vicenda di Desirèe poteva essere affrontata da molti punti di vista, noi abbiamo scelto di parlare di lei da femministe e per questo siamo state colpite dall’eco di quella stessa violenza maschile. L’autrice del post, Rosa Pascale, e la rappresentante di Potere al Popolo, Viola Carofalo, da giorni ricevono auguri di stupro e di morte violenta.

Non resteremo in silenzio, continueremo ad affermare con forza che la questione di genere deve diventare prioritaria. Per Desirèe, e per tutte noi.

Che Desirèe riposi in pace, tra mazzi di rose e di viole.

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09/03/2018

L’immaginario porno-punitivo nell’epoca dello schizocapitalismo

Spot pubblicitari che solleticano e sollecitano l’immaginario maschile in un’unica direzione: quella della donna come corpo sessualizzato. Pubblicità di stilisti che, implicitamente, non solo istigano allo stupro ma rimandano anche il messaggio che, a lei, alla donna, tutto sommato, lo stupro piace. Inquadrature televisive, sempre più indirizzate a sbirciare sotto le mini, quasi in angolature ginecologiche. Comportamenti e battutacce di uomini, spesso potenti, che mortificano la dignità di un soggetto politico, reo solo di non appartenere all’elite dei detentori del fallo. Giornalisti che, definire sessisti, è far loro un complimento. E si potrebbe continuare. Un corpo, insomma, quello femminile, commercializzato e mercificato ad uso e consumo del maschio desiderio e un’intelligenza alla mercé del maschile svilimento. Con, in sovrapprezzo, la beffa dell’insulto sessista e moralista: in fondo, poi, se mostrano tanta spudoratezza, un po’ mignotte lo sono per davvero!

La cosiddetta e tanto sbandierata liberazione del corpo della donna, si è, in sostanza, nel corso di questi ultimi trent’anni, trasformata in un boomerang, che ne ha travolto l’immagine, cristallizzandola in una sorta di oggetto pansessuale, il cui unico scopo è deliziare lo sguardo maschile che, una volta accesosi di voluttà, ritiene di poter passare all’atto, trasformando l’oggetto della contemplazione in preda da sottomettere e di cui godere. Spesso, anche senza l’altrui consenso.

E i social non hanno certo migliorato la situazione. Anzi. Non di rado, su queste moderne piazze della virtualità, frasi e immagini di contenuto sessista vengono utilizzate – anche dalle stesse donne – ergendosi come Totem celebrativi di un rinnovato maschilismo, rinato dalle sue stesse ceneri infuocate, sparse sulle contemporanee società occidentali dal vento della nuova reazione capitalistica. Un capitalismo talmente eccessivo e violento, nelle sue diversicabili posture di dominio, da trasformare finanche il sesso – e, di conseguenza il corpo femminile – in un imperativo consumistico, regolato da un obbligo di plus godimento.

Proprio sui social, con una certa frequenza, ci si trova a fare i conti con questa nuova forma di maschilismo provocatorio, volgare, finto libertario, a tratti vessatorio e umiliante. Postare immagini, video o commenti, di contenuto sessuale o sessista – che poi, su una piattaforma come facebook , in considerazione della sua particolarissima valenza semiotica e simbolica, assumono praticamente la stessa connotazione semantica – finisce col dar luogo ad atteggiamenti avvilenti e sordidi che, lungi dall’essere divertenti, travalicano, non di rado, i limiti del buon gusto, sfociando nell’offesa della dignità della donna, principalmente – ma anche dell’uomo, nel momento stesso in cui sono i maschi ad essere considerati alla stregua di un mero pezzo di carne – quando non, addirittura, nella violenza.

È facile constatare come simili contenuti approdino nell’insulto o nell’atteggiamento sessista, sui social come altrove. Atteggiamenti che, anche personalmente, considero indecorosi, in quanto non rientranti nella mia formazione culturale e filosofica. Atteggiamenti che, d’altronde, altro non evidenziano che il marcatore genetico di una cultura tutta coniugata al maschile e che spinge, non certo accidentalmente, i signori uomini ad oltrepassare gli argini, confondendo avance, scherzo di cattivo gusto e molestia. Tutti abbiamo commesso errori e leggerezze, figurarsi, ma sarebbe buona norma lasciarsi guidare da un principio ispiratore fondamentale: la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro. E la donna, per parafrasare Simon de Beauvoir o Carla Lonzi , è il nostro Altro. D’altronde, è inutile prendersi in giro con cavillosi e sofistici ragionamenti auto assolutori o peggio giustificatori: sanno bene, i “colleghi” maschi, come e quando un comportamento può diventare volgare, fastidioso, molesto o, ancor peggio, violento; e quando, invece, ci si limita al provarci. Uno sguardo, una tenerezza, il più delle volte bastano e avanzano, per capirsi. E seppure si è frainteso, il no ferma. È la regola o dovrebbe esserla. Anche nella coppia consolidata. Invece, troppo spesso un no si trasforma in ferita narcisistica. La reciprocità, il reciproco stare come soggettività, l’uno accanto all’altro, nel rispetto dell’altrui diversità, mi sembra, per dirla ancora con la Lonzi, l’essenza di un rapporto di coppia. Difficile, certo, ma non impossibile.

Immagini e video a sfondo sessista, si diceva, dunque, non li ho mai molto apprezzati, come gioco di complicità tra maschi, ritenendoli divertimento da caserma e sempre un tantino fascista. Non giudico nessuno, sia ben chiaro, sul campo della fantasia sessuale, e ciascuno, nella sua intimità, fa ciò che vuole, sempre nello scambievole rispetto dei desideri altrui. Si tratta semplicemente di un mio personalissimo pensiero. Un pensiero innanzitutto Politico.

In un periodo di grandissima confusione all’interno della sfera dei rapporti e del conflitto di genere, e nel guado di un passaggio storico tristemente reazionario – che vede la cultura fallocratica, patriarcale e capitalistica, tornare a soggiogare, in un fittizio e ambiguo richiamo alla Libertà, il corpo della donna al puro desiderio maschile, spesso manifestato, come accennavo sopra, con aggressività e violenza – credo che vada, ancor più di prima, chiarito che la liberazione della donna non debba essere tradotta, come molti uomini pensano, in un trastullo per gli occhi, le mani e il membro maschile. Un pensiero, ad esseri sinceri, che attraversa la mente, ahimè, anche di molte donne, influenzate da un femminismo borghese e di matrice, essenzialmente, liberal-liberista. Quello stesso femminismo capace di scorgere, nella sola, illusoria, tutela giuridica, da parte di uno Stato che si regge sulla natura e la concezione esclusivamente maschile di comando – oltre che classista – lo strumento di difesa e di affermazione di una libertà che, in tal modo, si trasforma, invece, in un surrogato di libertà, elargita, per concessione regale, dal maschio dominante. Si capisce quindi, con queste premesse, che solo la Lotta su un terreno di classe può essere propedeutica ad una effettiva e piena liberazione della donna.

Libertà, infatti, vuol dire libertà di scelta. Libertà scevra da condizionamenti culturali, mode sociali – vedi Facebook, appunto – e ricatti esistenziali. Libertà dalla schiavitù del bisogno. Libertà dalla variabile economica. Libertà, insomma, dal Potere, la cui sovrastruttura ideologica risulta impregnata di testosterone anche quando viene esercitato – molto più di rado, tuttavia – da donne. Donne che, in larga parte, hanno mutuato una weltanschauung tutta inscritta nell’immaginario patriarcale e padronale tipico del maschio. Un immaginario di dominio che tende a ridurre l’altro a puro oggetto di piacere o a soggettività subordinata. Libera, pertanto, non vuol dire, a maggior ragione, libera di essere molestata o di elargire sesso, tuo malgrado, altrimenti ti becchi pure l’accusa di bacchettona.

In conclusione, ci troviamo, ormai – nelle società Occidentali e occidentalizzate, in epoca di schizocapitalismo finanziario e globalizzato – al cospetto di un immaginario porno-punitivo, sospeso sul baratro della perversione realizzata. Un immaginario che si regge su una catena significante e semantica, concettuale e desiderante, all’ombra della quale si ri/velano le pulsioni (desideri?) più oscure di un’umanità ridotta a merce e a puro coefficiente consumistico.

Il sesso, lungi dall’essere finalmente liberato dagli opprimenti lacciuoli della morale religiosa e borghese, dietro le quinte di quello Spettacolo che è, oramai, il Capitale divenuto visione – e visione social – si è via via trasformato in un paradossale e mortifero dogma super egoico, porno/liberal ed economico/punitivo, di tipo solipsistico e masturbatorio – incastrato tra frantumazioni dell’Io e sbandamenti dell’inconscio – il cui algoritmo rivelatore, come sempre, è il corpo femminile. Sovraesposto, oggettualizzato e, infine, stuprato dal godimento maschile.

Insomma, in poche parole, siamo al paradigma declinato, in ogni sua voce, specie femminile, della mercificazione del sesso e della reificazione dell’essere umano. Con l’aggravante aggiunta di classismo e razzismo: l’esotico, soprattutto se sotto specie di immigrato e se povero, è preda sempre più desiderabile e facilmente soggiogabile, quando non stuprabile!

Una mercificazione che, in qualunque forma si verifichi, finisce con l'inquietare e, dunque, andrebbe respinta con fermezza. Soprattutto se prodotta su una piazza virtuale, la cui violenza potenziale è incalcolabile e con conseguenze imprevedibili.

Scrive la compagna ed amica, la scrittrice Barbara Balzerani: «Una volta ho chiesto a una donna che stava in carcere per aver ammazzato il marito a roncolate perché non lo avesse lasciato. Lei mi ha risposto che non aveva voluto morire... Lei sapeva che le tutele sono una trappola!». Ecco, le donne non hanno bisogno di tutele. Le donne hanno diritto alla Libertà. La Libertà dall ‘immaginario e dal simbolico maschile. La Libertà dallo sfruttamento del Capitale. La Libertà del reale. Mi sembra il modo migliore per chiudere il pezzo. Il modo migliore per dire Donna!

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