Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/08/2026

Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito

Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva.

Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas.

Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime.

Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni.

Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo.

Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia.

La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe?

Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento.

Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi.

L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neanderthal a oggi?

Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?

Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).

Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona?

Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio.

E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.

Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo.

Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati.

Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore. 

Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo.

Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati.

Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati.

Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti.

Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. 

I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.

Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico.

Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia.

Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo?

Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure.

Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”.

Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore.

Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra.

Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.

L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore.

Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco.

Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale.

Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso.

Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.

Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso.

La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate.

Fonte

18/05/2026

Modena - L’auto sulla folla e la storia che non sentirete mai

I fatti sono ormai sulla bocca di tutti e la paura ha percorso la vita dei cittadini modenesi che, in uno dei tanti tranquilli sabati pomeriggi, percorrevano il centro della città.

Per una volta purtroppo la realtà violenta ed aggressiva, quella esaltata anche dalla guerra, della sopraffazione sociale e della repressione del dissenso, si è mostrata in tutta la sua crudele consistenza.

Un ragazzo di 31 anni – italiano nato a Bergamo, laureato in economia, residente nel modenese a Ravarino, il paese dove un finto attentato esplosivo poco tempo fa ha minacciato un centro culturale islamico, in trattamento psichiatrico per sindrome schizoide – ha investito 8 persone con la sua auto in pieno centro. Le condizioni di 4 di loro sono gravissime, una donna rischia come minimo la perdita delle gambe.

Salim El Koudri ha origini marocchine e, prima ancora di conoscere i fatti, ancora una volta una parte della politica italiana si è concentrata subito su questa notizia per carcere di trarne un qualche vantaggio propagandistico.

Tralasciando alcune affermazioni, come quelle del ministro Salvini “remigrante” dell’ultima ora, giusto in coppia con alcuni titoli ed aperture giornalistiche degne del peggiore spirito xenofobo ed islamofobo, c’è una parte di questa storia che non si vuole ne sentire ne affrontare.

Non stiamo parlando della solita opinione all’italiana, ma di quella che non fa piacere sentire e che mette a nudo e denuncia una realtà sociale che tutti i giorni sta cambiando e che sta producendo i suoi effetti devastanti sulla vita delle persone. A partire da quelle più fragili e più povere.

Innanzitutto e come punto di partenza anti-xenofobo e comunitario, è doveroso ringraziare i quattro cittadini – di cui due egiziani – che hanno inseguito, bloccato, disarmato del coltello e di fatto arrestato Salim subito dopo il suo tentativo di fuga. Cittadini che hanno rischiato la vita, uno dei quali è stato più volte ferito, per la comunità. Un successo civile di cui però una società evoluta non dovrebbe meravigliarsi.

Un azione civile ammirevole che ha dimostrato chiaramente come esaltare le origini etniche dell’aggressore, facendone l’oggetto negativo e principale della vicenda, è in realtà una vera e propria azione di manipolazione cognitiva. Vergognosa e pericolosa.

Una politica strumentale in cui l’esaltazione del pericolo “maranza” e della “devianza giovanile”, attribuita esclusivamente ai figli d’immigrati “di seconda generazione”, trova strategie adeguate e subdole per influenzare i processi mentali, le convinzioni o i comportamenti sociali. Soprattutto se le origini di chi compie una pazzia diventano la “spiegazione” vomitata al popolo.

I problemi sono molti e diversi, ma spesso la politica decide di non affrontarli e riguardano in questo caso i servizi di assistenza sociale specificatamente rivolti alla cura della salute mentale. Anche perché, come detto, Salim El Koudri, era stato seguito tempo addietro dal Centro di Salute Mentale per disturbi schizofrenici. A meno che si ritenga utile riaprire i manicomi o l’uso smodato del TSO e di psicofarmaci. Il che non ci esime però dall’accettare passivamente una soluzione che usa come “strumento curativo” l’utilizzo della violenza legale rivolta ai cittadini malati, privandoli di tutela e libertà a vita.

I numeri parlano chiaro: nel 2025 in Italia, secondo il rapporto del Ministero della Salute, sono state assistite dai servizi di salute mentale oltre 845.000 persone, pur in assenza di adeguate risorse umane ed economiche. Basta parlarne con qualsiasi operatore dei servizi sanitari nazionali.

Questo nonostante siano accertati oltre 16 milioni di italiani con disturbi psicologici di media e grave entità, con un + 6% rispetto al 2022. Se vi aggiungiamo che solo il 16% dei 148 mila psicologi italiani lavora in strutture pubbliche, non è difficile capire che curarsi diventa quasi impossibile, specie se si è poveri e la terapia non è riducibile ad un farmaco.

Dobbiamo comprendere che se la politica non investe seriamente nella salute anche mentale, invece che in armi, continuando a promuovere privatizzazione delle cure, diventa difficile dotare la nostra società di strumenti atti a recuperare la persona in difficoltà ed evitare gesti come quello di Modena. A prescindere dalle origini etniche... 

Questo fatto ha però evidenziato un altra “emergenza nazionale”.

L’uccisione di Bakari Sako, bracciante immigrato, e l’aggressione contro i cittadini modenesi di Salim El Koudri parlano della nostra perdita di umanità e di quello che stiamo in maniera complice e passiva accettando. Parla del valore umano che attribuiamo ad ogni persona in modo altamente variabile.

La salute mentale dei giovani, anche nella nostra città, subisce costantemente attacchi che destabilizzano la psiche di tanti che si ritrovano soli.

A minacciarla sono molteplici fattori: la violenza di Stato tra nazioni e verso i cittadini dissidenti; la precarietà e la distruzione dello Stato sociale che negano la sicurezza lavorativa e quindi una prospettiva di vita degna; ma anche gli atti di bullismo e il razzismo, dentro e soprattutto fuori dalle scuole. Si tratta di criticità che le organizzazioni sociali e di volontariato segnalano da anni alle autorità, restando totalmente inascoltate.

Gli immigrati e i loro figli sono giudicati non per la violenza che hanno subito, ma secondo il modo in cui rispettano le regole loro imposte. Devono controllare e giustificare in pubblico la loro posizione sociale per essere considerati “socialmente inseriti”.

Una società che pretende questo, l’empatia tra i popoli, che dovrebbe essere utile a superare tutte le differenze, diventa dominio, soprattutto nel momento in cui si decide di non rispettare il sistema di potere vigente ed imposto.

Parti di mondo, anche a causa nostra, sono arrivate da zone di guerra e non ne stiamo parlando seriamente. Se non in modo profondamente manicheo, non considerandoci esseri umani tra gli umani; non considerando uomini e donne che hanno inciso anche fisicamente il dolore e la storia di vita passata, sulla loro pelle.

Questa società sta producendo anche giovani arrabbiati con un mondo nel quale non riescono più a vedere un possibile futuro. Questo mondo, il cui unico modello di crescita e successo viene spesso venduto come facilmente raggiungibile, costringe a considerarsi falliti e perdenti se non si regge il passo con la produttività richiesta e l’accettazione dello sfruttamento lavorativo. È una violenza sociale subdola e competitiva, intrisa di pulsioni di annientamento dell’altro, come abbiamo visto da Modena a Taranto.

Casi di fragilità psichiche radicalizzate? Questo giudizio lo lascio agli esperti e non voglio neanche provare a giudicare, se non rispetto al livello politico assurdo e distruttivo espresso e che ormai lega la destra italiana e di governo al suprematismo di Trump o israeliano.

“La violenza è stata normalizzata – afferma la psicologa Manuela Ciambellini di Modena – spettacolarizzata, resa linguaggio quotidiano. Una cultura che insegna che ci sono vite che contano e vite che possono essere schiacciate senza conseguenze morali. Ogni giorno assistiamo allo sdoganamento della brutalità: nelle guerre trasmesse in diretta come eventi da commentare, nei morti ridotti a numeri, nei migranti descritti come minacce, nella povertà trattata come colpa individuale. Finché continueremo ad accettare guerre, oppressioni e disuguaglianze come elementi normali dell’ordine del mondo, continueremo anche a produrre generazioni incapaci di riconoscere il valore umano dell’altro. Non basta indignarsi bisogna avere il coraggio di guardare la società che produce e cresce queste persone”.

Una cittadina modenese ha scritto in una chat:

“Sono stufa di vedere le stesse parole tossiche e razziste dove il crimine di una persona diventa crimine collettivo. Sono stufa di vedere strumentalizzato il dolore di chi si trova disgraziatamente a vivere tragedie”.

Dobbiamo prendere atto che, il misero spettacolo dei politici che sfruttano il dolore di Modena, sta intossicando questo paese e forse nessun dibattito maturo potrà purificare questa putrida aria politica, se non con un cambio netto delle politiche per lavoro, sanità, Stato sociale e giovani.

Noi tutti ci meritiamo molto di più; ci meritiamo un altro modo di pensare il mondo.

Link:

https://tg24.sky.it/cronaca/2026/05/16/modena-auto-sui-pedoni-in-centro-ci-sono-feriti

https://www.tiktok.com/@ilaria.arnoffi/photo/7640582173166243104

https://bologna.repubblica.it/cronaca/2026/05/16/news/modena_auto_falcia_pedoni_feriti-425350158/

Fonte

01/04/2026

Il carcere universale ai tempi della guerra mondiale a rate

La deriva psichiatrica della società si palesa sempre di più ed è un dato inconfutabile che, dietro la recrudescenza dei fenomeni criminali, si celi un disagio mentale virale. Un ragazzino di 13 anni accoltella la sua professoressa per piccoli rancori: è o non è malattia?

I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere oggettivi e, solo successivamente, analizzati dalla ideologia o dalla convenienza. Piove, quindi cade acqua dal cielo e, fascisti o comunisti, pacifisti o guerrafondai, bianchi o neri... si dovrebbe essere concordi nel dichiarare che quando piove si bagna la terra.

Il carcere, con i suoi dati di disagio e tossicodipendenza, dove oltre il 70% degli attuali detenuti è recluso per micro reati, per fatti legati all’uso di sostanze o per comportamenti di aggressività privi di movente logico, non è strumento giusto per re-inserire nella società i rei. E neanche per garantire la sicurezza collettiva.

Come può migliorare un fragile da un’esperienza detentiva degradante? Cosa farà una volta fuori? L’idea della “cura”, come trattamento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, tramonta mestamente se “stupidiati” di farmaci contenitivi, di avvilimenti non narrabili e del tempo morto della detenzione.

Questo concetto va oltre l’essere o non essere a favore della galera, ma si concentra sulla sua utilità rispetto alla deriva di alienazione collettiva che sta prendendo il paese. Se il carcere diventa strumento contenitivo della marginalità cronica, un lazzaretto, aggiungendo buio ad esistenze già nere, come si può immaginare che funzioni e che non crei, invece, le premesse per recidive e ulteriori sprofondi nella sofferenza oscura?

Il corpo detenuto, proprio perché privato di autonomia e dignità, ha molte possibilità di trasformarsi in cervello detenuto, dove il trauma della camicia di forza si estende tentacolare nella psiche, imprigionando ogni sentire: un dentro/fuori non necessariamente fatto solo di sbarre fisiche.

Nel caso poi dei minori ogni inasprimento delle pene e ogni abuso nella carcerazione, proprio perché in età evolutiva, sortisce l’effetto di una certa e inevitabile cronicizzazione sia della marginalità del bambino, che nella sua discesa definitiva nei meandri delle dipendenze e dei linguaggi dopanti della esclusione e della sofferenza.

Ergastoli, in pratica, sebbene non sanciti da sentenza scritta.

Eppure, anche se basta prendere un tram per comprendere che la deriva della psicosi collettiva è fenomeno di massa, le nostre élite si nascondono dietro la negazione della realtà.

Nasce così l’idea del “più carcere a tutti” che lenisce nella maggioranza silenziosa il senso di paura, ma che nella realtà rende più insicure le nostre città. Proprio perché crea un esercito di fulminati ad oltranza, incontenibile per l’eternità nelle mura delle patrie galere, ma costretti ad un transito senza meta, un perenne dentro/fuori che attraversa i calvari della contemporaneità.

La stessa percezione di carceriere/carcerato si fonde e confonde continuamente nelle detenzioni universali, nelle auto-carcerazioni ergastolane degli oblii chimici o nei bui dei silenzi urbani. Del resto si tratta di 1 italiano su 3 a rischio di questa “cosa”, di potenziali milioni di persone e imprigionarle tutte sarebbe un costo economico e sociale insostenibile.

La stessa idea di trasformare le nostre città in Istituzioni Totali a cielo aperto dimentica che alla lunga porta il paese alla auto estinzione e, già i dati della denatalità, segnalano che nei prossimi anni non nasceranno dieci milioni di italiani.

Nel carcere la sessualità è inibita con la forza, come pena accessoria. Nel carcere diffuso delle città, questa inibizione, non solo a procreare, avviene attraverso strumenti meno cruenti, ma altrettanto efficaci.

La difficoltà anche ad intravedere un futuro potenziale e accessibile che vada oltre la lotta di un presente cannibale, capace di cancellare il tempo in un perenne day by day feroce e meschino.

“Precarietà che punta il dito sulla schiena” che emana quel tanfo di calzino sintetico sudato delle Istituzioni Totali, affossandoci in una tristezza afona e senza grazia.

Ogni giorno leggiamo i fatti, sempre più demenziali, di morte e di devastazione ma non siamo più capaci di sommarli, metterli accanto ed avere la visione di insieme che, poi, ci determina nel sentire, qualsiasi esso sia, ma dotato di nessi di Causa>Effetto: come voler fare la dieta dimagrante e abbuffarsi di dolci e pizze fritte.

Il carcere, sotto certi aspetti, come deterrente al crimine è già stato abolito: diventa mera punta di un iceberg di contenimento della follia, nelle latitanze applicative della Legge 180: sia del disturbo vero e proprio, che di quello determinato dalla ossessione della dipendenza e dal proliferare delle doppie diagnosi di tossico e disturbato.

Si insinua operativamente nella cura delle patologie psichiatriche, assurgendo a nuovo manicomio totale. Oppure si sostituisce alle latitanze del welfare, diventando dormitorio per marginali.

Se su sessanta e passa mila detenuti oltre la metà è tossica e un terzo tossica e sofferente psichiatrica, a cui aggiungere chi per assenza di casa non può usufruire di domiciliari, di criminali veri e propri ne rimangono assai pochi: questo è un fatto, non una opinione.

Se poi si inizia ad individuare, direttamente o indirettamente, un reato di povertà, o un’aggravante di povertà, ogni idea di Uguaglianza davanti alla Legge va a farsi benedire.

Si cancella il welfare, come inclusione, depotenziando strumenti di sostegno, di occupazione, di de burocratizzazione del post pena, del micro credito e di spazi di vita abitativa possibile per un ex detenuto. Creando un iter detentivo/esistenziale, un dentro e fuori, che rende queste esistenze legate per sempre a mamma carcere, nelle sue varie denominazioni.

La droga, non più intesa come polvere sballante, ma come soluzione identitaria circolare, trova fertilità non necessariamente legata soltanto alle sostanze psicotrope, ma nella nuova lingua delle alienazioni, strafatta di ludopatia, di cartoni di vino baratto, di psicofarmaci, di solitudine invalidante e di stigma.

Ieri, ero in un bar gestito da una cooperativa di ex detenute o detenute in permesso lavoro, una di loro è scappata via per andare a firmare. Ho pensato che, per quanto possa sembrare insensato, questo “obbligo di firma”, sebbene non determinato da burocrazie legali, affligge molti di noi che viviamo in periferia: dopo il tramonto si deve correre a casa, altrimenti si rimane in strada per assenza di trasporto pubblico. Un pensiero stupido, eppure maledettamente reale nelle nostre pratiche quotidiane.

La malattia si nutre di sé stessa. Aggroviglia esistenze, nell’isolarle, nel rendere arduo ogni movimento, nell’imbalsamazione del welfare in mera auto-rappresentazione di una bontà tanto inutile, quanto santificata dai salotti rosé.

Così l’oscillazione tra carcere e diversamente carcere crea humus perfetto per il virus della pazzia collettiva e il conseguente invio nelle discariche sociali per pezzi interi di paese, rendendo le patrie galere simboli spettrali della nostra impotenza.

Fonte

20/03/2026

Workalcholism, la Storia a marcia indietro

È appena stata pubblicata una ricerca dell’Inail sul workalcholism, ovvero sulla tossicodipendenza (dall’alcool, in particolare) creata dal lavoro.

Le riforme del lavoro via via succedutesi, a partire dagli anni Novanta (i prodromi c’erano stati con Craxi, che abolì la “scala mobile”, ossia l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), hanno portato ansia, precarietà di lavoro e di vita, spesso depressione, frustrazione, autolesionismo (che si manifesta anche con l’abuso di alcol o di droghe sintetiche), smania di successo, competizione sui luoghi di lavoro, scarsa solidarietà, atomismo etc.

I padroni, insomma, tramite le “riforme”, sono riusciti a distruggere la solidarietà di classe di un tempo, a metterci l’uno contro l’altro. Vite distrutte, generazioni – a partire da quelle nate dal ‘70 in poi – che hanno visto via via degradarsi la loro condizione di vissuto.

Spesso, tutte queste cose si sono riflesse in conflitti familiari, in separazioni, in stress, in malattie mentali non curate. La condizione antropologica, psichica, umanitaria di generazioni che spessissimo si autoconsiderano come “fallite”, hanno la causa ultima nelle riforme del lavoro, nelle privatizzazioni, nell’intensificazione dei ritmi produttivi, negli allungamenti delle giornate lavorative.

La distruzione della scuola, dei saperi, la perdita della memoria collettiva hanno poi fatto il resto.

Tutto ciò, nella società italiana, si riflette in separazioni, divorzi, solitudini, assenza di dialogo intergenerazionale, abbandoni, ricorso all’incerto aiuto di psichiatri, psicoterapeuti o imbroglioni che si presentano come tali.

Insomma, il modo di produzione capitalistico porta solo sterminio, genocidi, vittime civili sempre meno “collaterali”, ma anche una “guerra interna” sottile, mascherata, coperta dalla spettacolarizzazione della vita e della morte, ad esempio dalle tv e dal cinema attuale, dai canali streaming, che la “copre”.

Questa spettacolarizzazione è in fondo l’unica vera differenza rispetto alla condizione dei lavoratori descritta da Friedrich Engels ne “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, in cui persino le ragazze ancora minorenni erano già vittime dell’alcolismo per “sedare” il malessere procurato dal lavoro.

Era il 1843, due secoli fa, ormai. Da questo potete misurare il reale “progresso” che si produce sotto il capitalismo liberista e senza regole, prima ancora di quello assassino teorizzato da un Peter Thiel qualsiasi.

Fonte

01/10/2025

Don Patriciello: proiettili e santità da psicosi collettiva

Impossibile non essere vicini a Don Patriciello, dopo che gli è stato consegnato un proiettile durante la funzione religiosa. Quello che però stupisce è la lettura del fatto. Un uomo di 75 anni, con pregressi psichiatrici – Vittorio De Luca, detto “Caciotta” – consegna un proiettile in pubblico, a volto scoperto e durante una messa.

Fatto grave, certo, ma completamente scollegato da dinamiche criminali e camorristiche. Il gesto di un marginale, di un fragile che viene strumentalizzato per alimentare la macchina della propaganda bipartisan, nel molto presunto “contrasto all’abbandono dei territori”.

Il virus contagiosissimo della demenza collettiva si basa su un unico mezzo di trasmissione: la disinformazione sistematica dei nostri media.

“Il mattino ha l’oro in bocca”, digitava compulsivamente Jack Nicholson in Shining: l’infinito ripetere quella frase lo avrebbe portato alla follia, luogo dove ombre e luci si sovrappongono e dove i peggiori presagi di una mente distorta diventano realtà acida e alienata.

Ma ora il passaggio individualissimo in Shining diventa collettivo, di “popolo” , laddove ogni riferimento alla realtà diventa psicotico. La costruzione del “Vip”, che sia pro o contro qualcosa, si trasforma in macchina infernale che, una volta messa in moto, diventa inarrestabile.

Niente contro Don Patriciello, ripetiamo, ma vi sembra il caso di utilizzare il gesto di un fragile per innescare la reazione torbida dei cantori circumvesuviani? È il caso di sovrapporre la lotta alla criminalità a problemi di natura sanitaria?

“Il mattino ha l’oro in bocca” è il mantra, il loop dei parolai dei “secondi solo al Giappone”, in una Campania spacciata come nuova terra promessa laddove si presenta troppo spesso come una madre pallida e assente.

Parolai che si cimentano a colpi di fumose astrazioni su una rinascita molto, troppo presunta. Lasciandoci precipitare in un baratro di ossessioni nevrotiche nelle quali ogni realtà si dissolve nel loro nulla.

È in questo lento precipitare che nasce l‘esigenza di santità. La costruzione di eroi da fumetto cui aggrapparci durante i quotidiani naufragi. Tutti inventati con mezzi identici alle pubblicità delle saponette.

Tutti che vanno a riempire un vuoto straziante di rappresentanza politica e culturale, nel quale l’astensionismo al 50% è di fatto l’indice di un crescente distacco dalla vita e dalla partecipazione attiva ad essa.

Così il vip di turno deve essere costantemente osannato, protetto, re-inventato anche laddove per farlo bisogna brutalmente distorcere i fatti. L’informazione in Campania vive il suo anno zero e non perché faziosa (quello lo è sempre stata), ma perché conformista e morbosamente scollegata dal reale.

Basti pensare che il giornale che più decanta la rinascita della città ha la sua sede nel regno del nulla e del degrado del Centro Direzionale: simbolo del cancro metastatico delle nostre classi dirigenti, della loro insostenibile inutilità.

Come arrivano in redazione questi cronisti, volando? Come fanno a non vedere l’orrore disumano nel quale càmpano? Non è tanto un problema di tendenziosità o di bandiera politica, quanto il lento scivolamento in uno Shining di massa che, messo in moto da loro, sta finendo per tramortirli.

Dunque solidarietà a Don Patriciello – sebbene la sua figura non manchi di connotarsi per alcune tragiche ambiguità: come quando si fece volto e strumento della più becera e classista propaganda del governo Meloni sul cosiddetto Decreto Caivano – ci chiediamo tuttavia se fosse davvero il caso di dedicare pagine di callosa autostima per i fumosi interventi politici e per enfatizzare il gesto di uno squilibrato.

Quanti di noi, transitando quotidianamente nei luoghi dell’abbandono, si imbattono in folli? Quanti ne ricevono da questo visibilità e potere?

Ogni tram, ogni circumvesuviana, ogni passeggiata che faccio in queste contrade sono condite dalla presenza di sofferenti psichiatrici. Dovrei forse autocandidarmi al Nobel?

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04/08/2025

Storia di Vincenzo T

di Paolo Persichetti

Ho conosciuto Vincenzo T nel carcere Mammagialla di Viterbo. Era il 2003, da pochi mesi ero stato riconsegnato all’Italia dopo undici anni di esilio. Ceduto con un sotterfugio in un’alba di fine agosto alla polizia italiana sotto il tunnel del Monte Bianco. Le televisioni avevano lungamente diffuso le immagini del mio arresto attorniato da poliziotti nel cortile della questura torinese, evento salutato con un brindisi nella dimora in Costa Smeralda dell’allora capo del governo Berlusconi.

Trascorse alcune settimane in osservazione ero stato trasferito nella sezione penale del carcere. Si faceva sera, il corridoio del reparto era affollato perché le celle in quel luogo venivano aperte per le ore di socialità pomeridiana. Una bella novità dopo i lunghi mesi di isolamento passati a Marino del Tronto. In sezione al mio arrivo tutti mi salutano, qualcuno aveva avvertito che sarebbe arrivato il brigatista. Butto il mio sacco nella cella che mi era stata assegnata e vado subito a passeggiare, su e giù in quel brusio generale. Una sensazione bellissima che avevo dimenticato.

È lì che si avvicina Vincenzo T. Testa rapata, viso cotto dal sole, naso a patata. «Paolo ti devo parlare». Si rivolge a me come se mi avesse sempre conosciuto. «Ti devo dire una cosa che solo tu puoi capire. Di te mi fido, degli altri no». Vicenzo T mi rivela così il segreto della sua esistenza che tanto lo tormentava. Una sofferenza esistenziale di cui aveva lentamente preso coscienza. «Ho un problema con la testa, sento le voci. Forse ho un problema psichiatrico, ma qui non lo posso dire a nessuno, devo fingere di essere normale».

Nelle settimane e mesi che seguirono Vincenzo T mi ha raccontato tutta la sua travagliata esistenza. Abbiamo passato quasi quattro anni insieme al Mammagialla, leggendo libri discutendo dell’universo mondo perché Vincenzo nonostante i pochi studi ha una fame incredibile di letture e ragiona tanto, anche troppo.

Gli sono stato accanto sempre, come un fratello maggiore, cercando di proteggerlo e aiutarlo. In quella sezione ho conosciuto altri «matti», con loro ho legato molto e passato i momenti più belli della mia carcerazione. A volte mi sembrava di rivivere alcune scene di Qualcuno volò sul nido del cuculo, mi sentivo Jack Nicholson con i suoi picchiatelli. Il direttore dell’Istituto si lamentava di questa situazione: al Mammaggialla un terzo della popolazione detenuta era psichiatrica, l’altro terzo con dipendenze, infine migranti e poi gli altri. La prigione discarica sociale gli impediva di portare avanti progetti di eccellenza, guadagnare punti per la carriera, finire sulle televisioni mostrando pièce teatrali e progetti d’avanguardia, impossibili in un carcere sentina della Terra. Per lui era solo un problema di carriera.

Con noi c’era Pino, divenuto psichiatrico per l’abuso di psicofarmaci, e Mauro, il suo cocellante, che parlava in doccia con le trote e ci spiegava che i marziani erano arrivati in skate a Frosinone. Pino era riuscito ad avere la pensione, gli avevo preparato la pratica. Pochi giorni prima di uscire era angosciato perché non sapeva come custodire i cinquemila euro che aveva nel libretto. A dire il vero non sapeva nemmeno dove andare, era nel panico. La prima sera da libero si perse. Non era riuscito a ritrovare la strada della casa famiglia dove lo ospitavano. Passò la notte su una panchina. Poi c’era Vladimiro, il “comandante”, condannato perché aveva rubato delle biciclette e una catenina scavalcando una finestra a piano terra. Anche lui sentiva le voci, «sono come Giovanna D’Arco», diceva. Ricordo una sua lettera arrivata anni dopo, era finito in un carcere psichiatrico, in un grande camerone dove si mangiavano solo patate lesse e altri detenuti si masturbavano guardando la televisione.

Ma quella di Vincenzo T era la storia più dura, un grumo di sofferenza, stigma sociale, persecuzione giudiziaria, abbandono e ignoranza. In carcere cominciarono ad arrivargli con frequenza regolare notifiche di condanna e denunce per violazione degli obblighi della sorveglianza. Ogni volta montava di rabbia, con fatica lo calmavo. Lentamente cominciammo a capire: quando era in sorveglianza speciale, dopo la sua prima lunga condanna, Vincenzo T aveva frequenti crisi psichiatriche. Venivano così disposti dei trattamenti sanitari obbligatori. I carabinieri del suo paese non trovandolo a casa, invece di segnalare il ricovero ospedaliero lo denunciavano per evasione. Sei mesi di condanna ogni volta. Gli feci chiedere le cartelle cliniche, confrontammo le date, erano perfettamente sovrapponibili con le denunce presentate da quella caserma infame. Inviammo tutto all’avvocato che per una volta ebbe gioco facile a smontare le accuse. Ma questo è solo un assaggio, il resto è storia di una mancata diagnosi, dell’assenza di cure, dell’abbandono da parte di una famiglia priva di strumenti culturali ma soprattutto da parte della società, delle istituzioni, come si dice. Solo, senza protezione, Vincenzo T in preda alla sue periodiche crisi psicotiche aveva cominciato a girovagare per l’Italia alternando momenti di tranquillità, dove lavorava come autista di scavatrici per ditte che si occupavano di appalti stradali, a crisi acute. E ad ogni crisi invece della cura arrivava la denuncia e il carcere: oltraggio e violenza a pubblico ufficiale, danneggiamenti, litigi di strada, occupazione di immobili (una vecchia stazione ferroviaria abbandonata, utilizzata come giaciglio in assenza di una casa) e ancora, e ancora. Ricordo quando in semilibertà lo andai a trovare nella zona di Trastevere, dove viveva dopo aver terminato il carcere. Non stava bene, vedeva demoni sorgere dal selciato, era alterato. Anche se non potevo, stavo violando il programma trattamentale, cercai di acchiapparlo per portarlo in ospedale. Fuggì. Sapevo cosa sarebbe successo di lì a poco. Il giorno dopo era di nuovo a Regina Coeli, rinchiuso per oltraggio e violenza a pubblico ufficiale.

Morta l’anziana madre si sono guastati gli ultimi legami con la famiglia che lo aveva estromesso dall’eredità, qualche campagna e la casa materna. Fonte ulteriore di sofferenza, sensazione di una ingiustizia insopportabile. Ancora denunce e condanne, direttissime senza difesa. 
Negli ultimi tempi Vincenzo T aveva messo un po’ di ordine nella sua vita. La famiglia finalmente gli aveva riconosciuto una parte di quanto gli spettava. Con quei soldi aveva comprato una piccola casa, con un amico l’aveva rimessa posto. Lavorava nelle campagne etnee, al nero, la sera lo vedevo sui social fare i suoi balletti con amiche lontane fino a quando è arrivato un cumulo di vecchie condanne, di cui non si era preso cura, a precipitarlo nuovamente nell’abisso del carcere.

Da oltre due anni Vincenzo T è di nuovo in detenzione, in Sicilia. Senza soldi, non riesce a percepire la sua pensione di invalidità psichica perché la carta postale è bloccata. Non ha colloqui e telefonate. Vive nell’indigenza assoluta e i giudici di sorveglianza gli negano sistematicamente le misure alternative, sottolineando la sua «pericolosità» sociale. Vincenzo T mi scrive lunghe lettere dove racconta il carcere di oggi. Per la prima volta non trovo parole per rispondergli.

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14/02/2025

Una crisi generazionale da trasformare in organizzazione e riscatto del futuro

Pochi giorni fa sono stati pubblicati i dati di un sondaggio realizzato da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore, che ha provato a scandagliare il malessere dei giovani e l’isolamento in cui in molti, purtroppo, si confinano. I risultati meritano una riflessione, perché danno la misura del fallimento di questo sistema politico e sociale, ma danno anche un’idea su come ribaltare la situazione.

Il campione usato è fatto di mille giovani tra i 16 e i 24 anni, dunque studenti o lavoratori alle prime esperienze. Uno su due indica tra i fattori che più influenza il proprio futuro la crisi economica (49%) e il lavoro (47%), due nodi che vengono considerati più impattanti sulla sfera personale rispetto a sicurezza, immigrazione e guerre.

È da evidenziare come, tolta la crisi ecologica, in realtà non ci sia alcun tema che rimanda a una dimensione collettiva a segnare la vita dei giovani di oggi – dato che anche la crisi viene interpretata come minaccia alla stabilità economica futura. Tutte le difficoltà vengono vissute come esperienze prettamente personali e interiori, e ciò si ripercuote sul disagio psicologico e sull’isolamento sociale.

L’81% degli intervistati ritiene che il malessere psicologico sia una condizione diffusa. Ben il 70% ha affermato di essersi sentito depresso o senza speranza negli ultimi 12 mesi, un giovane su cinque riferisce di trovarsi in questo stato quasi tutti i giorni. Solo il 7% dei giovani ha detto di non essersi mai sentito in questo stato.

Questo disagio non viene tuttavia affrontato rivolgendosi a un professionista: il 42% del campione non ha mai parlato con uno psicologo, o non pensa proprio di averne bisogno. Il 40% degli intervistati, se anche ne ha sentito la necessità, non ne ha mai contattato uno, e questo solleva pesanti dubbi su quanto ciò possa essere dovuto anche a motivi economici.

Inoltre, un giovane su cinque si sente escluso dalla società, e più di uno su due oscilla tra inclusione ed esclusione. Il 55% degli intervistati segnala la perdita di interesse nei confronti della vita sociale e di relazione, il 52% verso i rapporti scolastici e lavorativi. Si salva leggermente la sfera familiare, fermandosi al 46%.

Ma non è difficile comprendere come anche qui a pesare sia la preoccupazione per il futuro, nei confronti della quale la famiglia rappresenta una sorta di “rifugio”. Non la scusa per evitare di lavorare, come spesso si sente dire dai liberisti più feroci, ma l’unica àncora in un mondo senza prospettive.

L’essere atomo nella società non viene vissuto però come un totale ripiegamento su stessi. Tolto il 17% degli intervistati, che trascorre l’isolamento sui social (che è comunque una forma particolare di contatto con l’altro), le altre attività segnalate, come guardare la televisione (25%) o ascoltare la musica (23%), non sono necessariamente azioni da svolgere da soli. “Addirittura”, il 14% legge e studia.

Non si può dedurre solo da un sondaggio un cambio epocale di come “consumiamo” i prodotti mediatici o una tendenza rispetto alla formazione di una conoscenza solo personale e mai condivisa. Ma è evidente come il problema venga posto a partire dal punto di partenza sbagliato, ovvero dal singolo, quasi fuori dalla storia, e non da come è stata modellata la società negli ultimi trent’anni.

Questo è palesato nelle parole che leggiamo sul giornale, quando riguardo alla disaffezione all’impegno politico o al volontariato viene scritto che “il rifiuto di un maggiore coinvolgimento potrebbe essere legato alla preoccupazione” riguardo alla propria condizione economica.

È una differenze sottile quella che qui sottolineo, perché del resto l’autore dell’articolo non dice una cosa falsa, anzi. Ma il nostro paese ha vissuto fasi in cui tutto era da ricostruire, come quella successiva alla Seconda Guerra Mondiale, o comunque varie crisi economiche, ma l’attivismo sociale e politico era semmai stimolato da questi problemi collettivi.

Oggi, il 93% degli intervistati dichiara di non essere impegnato in politica, l’80% non partecipa ad attività di volontariato. Il 52% dei giovani afferma che, ora come ora, non andrebbe a votare. Ma è ancora più interessante notare quello che dice Andrea Pirni, professore ordinario di Sociologia dei fenomeni politici a Genova, riportato da Il Sole 24 Ore.

A suo avviso, “varrebbe la pena di chiedersi quanti non giovani si ritengano impegnati in politica” perché “probabilmente la percentuale dichiarata dagli intervistati (7%) risulterebbe più alta della percentuale del resto della popolazione”. E aggiunge: “oggi, i giovani pongono un distacco […] che risulta molto affine al disinteresse per la politica da parte delle cosiddette generazioni adulte”.

“Si ritiene – dice in un’affermazione dal portato significativo – che la componente giovanile non sia più l’anomalia rispetto al resto della popolazione ma quella che – forse – esprime, con maggiore forza rispetto al secolo scorso, una tendenza trasversale”. Cioè quella alla non partecipazione alla vita pubblica, lasciando ad altri il decidere per sé.

Non bisogna dimenticare che quando parliamo dei cinquantenni, che in genere vantano una stabilità lavorativa maggiore dei ventenni, parliamo di persone cresciute nel mantra thatcheriano del “non esiste la società, esistono solo gli individui”. E non ci addentriamo neanche nel mondo che hanno vissuto le generazioni successive.

Insomma, se la distanza dalla politica è un fenomeno trasversale, è difficile affibbiarlo alla sola precarietà economica, anche se è certo che questa influisca. Sembra però che essa sia piuttosto il risultato di un modo di intendere la società che è stato inculcato a forza di propaganda nei giovani (o gli ormai meno giovani), man mano che crescevano.

L’individualismo, la competitività, l’arrivismo, il rifiuto della solidarietà, in un orizzonte segnato pesantemente dall’approccio “presentista” per cui il passato e il futuro non esistono, nel mondo della globalizzazione in cui il mercato era identificato con la democrazia e la storia si dava per “finita”, sono diventate le colonne portati del nostro modo di vivere, da almeno trent’anni a questa parte.

Oggi la Storia si è riaffacciata con forza nelle vite sedate dell’Occidente, con una crisi economica che tra alti e bassi procede da quasi venti anni, con una pandemia che non ha cambiato in nulla l’approccio a diritti fondamentali come quello alla salute, con scenari di guerra che si moltiplicano.

I giovani sembrano non avere gli strumenti per gestire fenomeni di portata storica e, dunque, “individualizzano” e “interiorizzano” le difficoltà. E dico “sembrano”, perché anche se è evidente che in parte è così, il fatto che lo stesso Pirni giudichi probabile che la percentuale di giovani impegnati politicamente sia maggiore che per altre fasce di età ci impone di riflettere.

La contraddizione tra la disaffezione alla politica, cioè alla ricerca di risposte collettive, rispetto alla dimensione comune se non globale dei problemi salta agli occhi. Ma è semmai proprio la totale mancanza di prospettive lasciata dal fallimento delle classi dirigenti e dal vicolo cieco in cui si trova il modello di sviluppo capitalistico occidentale che potrebbe spingere i giovani ad attivarsi più dei vecchi.

Certo, è necessario organizzarsi, diventare un “cervello collettivo” che condivide una visione del mondo e ragiona su come trasformarlo, che fa un lavoro per liberarsi dell’ideologia thatcheriana inculcatagli negli anni e porta questa battaglia ideologica anche fuori di sé. Non è uno sforzo da poco, e c’è modo e modo di farlo.

Ma rimane la necessità di passare dalla dimensione dell’individuo a quella del gruppo per diventare una soggettività che opera nella storia. E provare a darle una spinta da una parte o dall’altra, per risolvere se non tutti i problemi dell’umanità in quanto tale, almeno quelli derivanti dal funzionamento del nostro sistema economico-sociale, senza che ricadano come una colpa sulla singola persona.

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14/12/2024

Italia - Per sei famiglie su dieci il reddito non è più sufficiente

Quasi il 60% delle famiglie sostiene che il proprio reddito sia inadeguato rispetto alle necessità primarie. È quanto emerge dall’Osservatorio sguardi familiari di Nomisma.

Secondo il rapporto infatti quasi sei famiglie italiane su dieci ritengono che il proprio reddito sia insufficiente rispetto alle necessità primarie. E a fronte di questa realtà anche il welfare in Italia è in caduta libera per essere sostituito da un welfare fai da te in cui il 58% trova sostegno nella rete familiare e solo il 29% nei servizi pubblici.

Inoltre, 1 famiglia su 6 ha responsabilità di cura verso familiari non autosufficienti mentre solo 1 famiglia su 10 non riuscirebbe ad affrontare la nascita di un figlio. Al contempo cresce il disagio psicologico giovanile.

“La congiuntura economica è favorevole e il tasso di occupazione è positivo, ma questo non sembra più sufficiente per garantire il benessere di tutti. Facciamo attenzione alle nuove solitudini perché c’è molta fragilità. Pertanto, le imprese sono chiamate a fare di più per i bisogni di chi lavora” – è la sintesi, dati alla mano, di Marco Marcatili, Direttore Sviluppo di Nomisma e Responsabile dell’Osservatorio Sguardi Familiari, aggiornato con le nuove rilevazioni 2024.

Malgrado l’occupazione, compresa quella femminile, sia cresciuta fino ad attestarsi al 62,5%, ampliando la platea di lavoratrici e lavoratori e contribuendo a ridurre quella dei disoccupati, ben oltre la metà delle famiglie italiane (59%) considera inadeguato il proprio reddito.

Nello specifico, lo studio di Nomisma rileva che a un 15% di famiglie che giudicano il proprio reddito insufficiente per far fronte alle necessità primarie, si somma un altro 44% di famiglie che valuta le proprie entrate appena sufficienti per arrivare a fine mese. Tra queste, a denunciare la sproporzione tra redditi e costo della vita è il 62%, a cui si aggiungono le famiglie (1 su 5) che accusano spese per la casa particolarmente elevate.

Questa quota copre oltre l’80% delle famiglie in difficoltà (percentuale in crescita di 3 punti rispetto alla scorsa rilevazione). Al contempo, diminuiscono dal 10% all’8% le famiglie che denunciano difficoltà lavorative come elemento determinante della condizione di insufficienza del reddito.

Secondo Nomisma, sebbene siano stati recuperati 10 punti percentuali rispetto al momento del picco dell’inflazione, a cavallo tra 2022 e 2023, ancora oggi ad apparire decisamente squilibrato è il rapporto tra costo della vita e redditi da lavoro.

L’Italia paga la mancata crescita delle retribuzioni, che tra il 2013 e il 2023 sono cresciute la metà rispetto alla media europea (16% contro il 30,8%), mentre il potere d’acquisto risulta addirittura calato (-4,5%) con la recente ondata inflattiva.

“Il rinnovo dei contratti collettivi e gli adeguamenti Ipca non colmano, se non parzialmente, la misura di quanto perso in termini di potere d’acquisto con l’inflazione, che ha determinato una vera e propria erosione dei risparmi, a danno di molte famiglie. L’aumento del ricorso alla cassa integrazione (+23% nei primi nove mesi 2024) sulla carta lascia invariata l’occupazione, ma incide negativamente sui redditi e sulle aspettative verso il futuro” – spiega Marcatili. “Non a caso, malgrado gli indicatori positivi del mercato del lavoro, ben il 42% delle famiglie ritiene che la propria condizione economica sia peggiorata negli ultimi 12 mesi (nettamente peggiorata per l’11%), mentre solo l’8% ritiene sia migliorata”.

L’85% delle famiglie ha tagliato le spese per il tempo libero, il 72% ha ridotto i consumi culturali, il 67% le attività sportive e ben 1 famiglia su 2 ha dovuto ridurre le spese sanitarie, il 28% ha tagliato sulle spese per l’istruzione.

Al contempo,1 famiglia su 10 dichiara che non potrebbe far fronte economicamente alla nascita di un figlio e 1 famiglia su 6 non riuscirebbe ad affrontare la perdita di autonomia di un proprio componente, tanto che il 60% degli intervistati ritiene che alla base del calo nelle nascite ci siano questioni di natura economica.

Quanto emerge dall’Osservatorio Sguardi Familiari dimostra come non siano solo i consumi considerati voluttuari a venire tagliati. Quando si arriva a comprimere le spese per la propria salute o per l’istruzione dei figli, quando la sostenibilità finanziaria della quotidianità è così fragile da essere compromessa da una nascita, risulta evidente la situazione di vulnerabilità, denunciata soprattutto da alcune categorie familiari.

Il rapporto di Nomisma indica che le rinunce più gravose risultano doverle farle le cosiddette famiglie sandwich, strette tra la cura dei figli piccoli e dei genitori anziani. Ben il 70% delle famiglie che tagliano sulle spese sanitarie sono famiglie sandwich, seguite poi, con ampie sovrapposizioni, dai genitori soli con figli (60%) e dalle famiglie che vivono nel Meridione (60%), ad indicare ambiti sociali caratterizzati da elevata fragilità.

“La questione è sistemica perché i bisogni delle famiglie, tradizionalmente legati al welfare pubblico, non trovano risposta adeguata se non dentro la famiglia stessa. Nello scenario attuale, assistiamo ad un welfare sempre più fai da te, tanto che il 58% degli intervistati dichiara di trovare il principale supporto nella rete familiare, mentre solo il 29% dichiara di ricevere supporto dai servizi sociali pubblici messi a disposizione dal territorio” – chiarisce Marcatili.

Le imprese poi non aiutano di certo le famiglie ad affrontare le difficoltà. Complessivamente solo il 12% degli intervistati dichiara di trovare un supporto sostanziale in azienda. Viene poi evidenziata la questione relativa alle nuove solitudini: le tipologie di nuclei familiari più esposti a debolezza e bisogni sono quelli composti da una sola persona.

Lo studio condotto da Nomisma riscontra, in ogni fascia di età, l’aggravarsi delle condizioni e un peggioramento delle prospettive future per le persone sole.

I giovani soli (under 45) sono particolarmente esposti all’instabilità occupazionale e vulnerabili quando non possono ricorrere alla protezione della rete familiare (oltre il 31% degli intervistati non riuscirebbe a sopportare l’impatto economico della perdita del lavoro di un componente della propria famiglia, contro una media del 14%).

Gli adulti soli (45-69 anni) hanno meno supporto familiare e in questo segmento di popolazione aumentano i casi di vissuti difficoltosi (divorzi, separazioni) che spesso si traducono in forme di fragilità, anche economica (quasi doppia la quota di adulti soli che percepiscono come insufficiente il proprio reddito rispetto alla media).

Gli anziani soli (over 70) sono più solidi economicamente (la quota di chi dichiara insufficiente il proprio reddito è inferiore del 50% alla media), ma pesa l’esposizione al cronicizzarsi delle patologie e la forte dipendenza dalla rete familiare (66%).

Soffrono pesantemente i genitori soli con figli a carico, che necessitano in primis di supporto economico, anche e soprattutto in forma di assegnazione di alloggi pubblici e offerta di servizi sociali dedicati. In un quadro complessivo di aumento del disagio psicologico, la quota di genitori soli con figli che manifestano forme di disagio si attesta al 19%, contro una media del 7%, a indicare una condizione particolare di fragilità.

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16/07/2024

Su “Se camminare fa troppo rumore” di Giusi D’Urso

di Serena Penni

Giusi D’Urso, Se camminare fa troppo rumore, Il ramo e la foglia, Roma, 2024, pp. 224, euro 16,00.

Se camminare fa troppo rumore racconta la storia di un risveglio, di una presa di coscienza dolorosa e faticosa, di un progressivo e inevitabile avvicinamento alla realtà da parte della protagonista, Sofia.
Il romanzo è strutturato su un duplice binario: quello del passato e quello del presente narrativo. Nel passato c’è una bambina che nasce e cresce in Sicilia. È inserita in una famiglia apparentemente normale, costituita da un padre, una madre e una nonna. Tutto scorre tranquillo, peccato che i genitori ogni tanto giochino in un modo un po’ troppo rumoroso, che il padre scherzi alzando un po’ troppo la voce, che un occhio della madre ogni tanto, come per magia, si tinga di azzurro, costringendola a truccare anche l’altro con un ombretto dello stesso colore, per amore di simmetria ma soprattutto per dare l’impressione che il suo sia “un matrimonio per bene”, volendo dirla con Doris Lessing.

Come tutti i bambini, Sofia va a scuola e qui si imbatte in Filomena, bruna, alta e sgraziata: tanto Sofia è studentessa modello, quanto Filomena appare negata per la scrittura, la lettura e, insomma, ogni attività di tipo didattico. Ma tra le due nasce un legame profondo, che va ben oltre le differenze anzi, che proprio delle differenze sembra nutrirsi. Un legame che non piace agli adulti, specialmente ai familiari di Sofia, le cui frasi a mezza voce giungono alle orecchie della bambina senza che lei le possa davvero comprendere, ma lasciandole addosso un senso di mistero e di oscura fatalità. Un legame di cui solo alla fine del romanzo capiremo il valore e la portata.

L’adolescenza di Sofia è segnata dall’improvviso trasferimento a Pisa – e il romanzo si apre proprio con la descrizione di questa città, vista con gli occhi di una ragazza fragile e sensibile, capace di coglierne la bellezza ma anche l’estraneità. Anche il mistero del trasferimento, così come quello del legame con Filomena, osteggiato dagli adulti, si chiarirà alla fine della narrazione, quando tutti i pezzi del puzzle torneranno al loro posto.

Sofia cresce e si iscrive alla facoltà di medicina. Con il passare del tempo, le dinamiche di sopraffazione che infestano la sua famiglia le divengono tristemente chiare: capisce la violenza del padre, l’ombretto azzurro della madre. I fantasmi del passato e del presente salgono in superficie, ben simboleggiati dalle scutigere, insetti striscianti richiamati dall’umidità, che popolano la vita e soprattutto l’immaginazione di Sofia. Alla madre, la giovane cerca di aprire gli occhi. Ma la donna sulle prime non accetta la realtà, di cui tuttavia è la prima vittima. È troppo attaccata a un’idea, soprattutto, è troppo attaccata al gioco dei ruoli per potersene liberare. Lo farà solo gradualmente, e mai del tutto. Assai interessante appare l’evoluzione del personaggio del padre di Sofia, o meglio, dell’immagine che la protagonista ha di lui. Se da bambina, come ogni figlia, lo idealizza, da ragazza ne scopre l’aggressività e la natura di essere fallimentare. Non tanto e non solo perché l’uomo è un artista mancato, ma perché non accetta di esserlo. anzi, mette in atto una forma di autodifesa che gli impedisce persino di rendersene conto, dirottando la sua rabbia altrove. Poi, Sofia arriva a vedere in lui un uomo malato – la malattia psichica, da sempre latente, si rivela a un tratto in tutta la sua gravità, seguita poi – e non sembra essere un caso – da quella fisica, descritta come terribile, degradante, invalidante. È forse l’ultimo strumento, attivato inconsapevolmente da parte dell’uomo, per tenere legata a sé una moglie che, seppure a fatica, ha preso emotivamente le distanze da lui.

L’amicizia tra Sofia e Filomena non si interrompe con la partenza della prima per Pisa anzi, sembra quasi rafforzarsi, perché ognuna trova nell’altra un antidoto alla propria solitudine: le due instaurano un rapporto epistolare in cui entrambe riversano le loro esperienze quotidiane ma soprattutto i loro sogni, le aspirazioni, le paure, i desideri di fuga. Poi, un bel giorno, quando si rivedono per via di una visita di Sofia in Sicilia, la protagonista rovescia addosso all’amica d’infanzia un’enorme quantità di veleno, rimanendone essa stessa colpita e turbata. Si rivedranno solo da adulte, quando Sofia ritroverà l’amica incastrata in una vita infelice, costellata di affetti che sono tali solo in apparenza e in cui nessuno dei suoi sogni di bambina, come era prevedibile, si è realizzato. Una vita che avrà un epilogo drammatico, facendo di Filomena l’ennesima Emma Bovary, vittima senz’altro delle proprie stesse aspirazioni, ma anche di un entourage crudele e maschilista, in cui vige la legge del più forte e in cui i deboli non possono che essere divorati dai forti, lasciando in chi resta inutili rimpianti e sensi di colpa.

Tutto questo riguarda il passato. Nel suo presente, Sofia si trova in un luogo non ben definito ma che, sin dalle prime pagine, intuiamo trattarsi di un ospedale psichiatrico. Il tempo è scandito dai pasti accolti senza entusiasmo, dalla luce flebile che filtra dalla finestra ma soprattutto dal dialogo con un uomo che, al pari del luogo, non è classificato ma che sembra trattarsi di uno psichiatra. È lui che, attraverso le sue domande, fa riemergere in Sofia un passato in buona parte doloroso, per lo più privo di amore e intriso di buchi neri. Sarà lui, infine, a portare Sofia a ricordare il legame che la univa a Filomena, la sua tragica presa di coscienza di esso, il bagaglio di non detti e di atti colpevoli che tale legame portava con sé. Sarà quest’uomo a permettere a Sofia di ricordare di avere, all’improvviso, visto la propria madre sotto una luce nuova, che le era intollerabile. Sarà lui a permettere a Sofia di ricordare il gesto che l’ha portata in quel luogo di cura, sì, ma anche di reclusione e dunque, paradossalmente, sarà proprio lui a liberarla.

Se camminare fa troppo rumore è un romanzo che parla di amicizia, di legami familiari, di malattia mentale, di violenza di genere, di dipendenze affettive e ancora di molto altro. L’autrice riesce a tenere il lettore incollato al libro pagina dopo pagina, grazie alla sua indubbia capacità di creare suspence, attesa, desiderio di scoprire cosa ne è – o cosa ne è stato, o cosa ne sarà – dei personaggi: della protagonista in primis, ma naturalmente non solo, perché chi legge si affeziona anche a coloro che costellano il suo mondo – interiore ed esteriore –, in particolare a Filomena. Quest’ultima appare come una sorta di doppio che non ce l’ha fatta, ma la cui immagine Sofia imparerà finalmente ad accettare, a custodire dentro di sé, per andare avanti come meglio potrà nel cammino accidentato e impervio dell’esistenza.

Fonte

26/12/2022

Se il disagio è l’ultimo rifugio rimasto

di Maurizio Marrone

Tutto chiede salvezza, regia di Francesco Bruni, Netflix, 2022.

Dal “cuore del racconto sullo smarrimento… si cammina in bilico sul filo del vuoto che non pretende di essere riempito, in un gioco di specchi sui singoli che si fanno comunità, stretti in un unico abbraccio”. Così scrive sull’“Espresso” del 24.10.2022 Beatrice Dondi nella sua bella recensione di Tutto chiede salvezza, la serie Netflix tratta dall’omonimo e celebrato libro di Daniele Mencarelli.

La vicenda narra di Daniele, un millennial tra i tanti, la cui vita si consuma identica a quella di altri come lui, tra famiglie normali, noia, serate di festa, alcol, un po’ di droga (ma neanche troppa) e un lavoro che si sopporta a malapena. Per Daniele la distanza dal mondo – cos’altro è il disagio psichico? – è come un rumore sordo che lo accompagna da sempre, un’ombra muta così familiare che stenta a riconoscerla; ma c’è e probabilmente c’è sempre stata. Un malessere battente che striscia silenzioso e inesorabile come un serpente sulla sabbia, fino a quando esplode in un attacco psicotico che è come un urlo di dolore disperato e lacerante. Daniele si sveglia legato al letto del reparto psichiatrico di un ospedale, dopo che a suo carico le autorità, insieme ai genitori, hanno disposto un trattamento sanitario obbligatorio di una settimana. Quando si riprende non ricorda nulla di quello che è accaduto (lo farà in seguito) e, ovviamente, non accetta di essere stato sbattuto in quell’inferno insieme ai matti. “Io nun c’entro un cazzo co’ voi, io nun so’ come voi” grida ai suoi compagni di stanza, con la bava alla bocca e gli occhi ricolmi di un terrore liquido e incredulo. Ma invece lui è proprio come loro, anima persa in un mondo che ha smesso di dire Noi e ostenta tronfio la propria deriva. Ed è con loro, con i “matti” con cui condivide la stanza – Mario, Gianluca, Alessandro, Giorgio e Madonnina – che, come in un romanzo di formazione, Daniele suo malgrado intraprende il viaggio che lo porterà a dare un volto alla maschera anonima del suo dolore. Un viaggio fatto di pareti scrostate, di urla sguaiate e improvvise, di infermieri e psichiatri inariditi dalla routine, di sguardi che condannano e compatiscono, di sedute terapeutiche in cui non ci si ascolta; un viaggio fatto di tempo vuoto, di quel vuoto che sembra impossibile da riempire ma che tutti ci dicono che invece lo dobbiamo riempire fino all’orlo. Ma un viaggio fatto anche di comprensione, ascolto, complicità, risate, abbracci e goffi minuetti; ma anche di scazzi, insulti e litigi. Un viaggio fatto con loro, con i matti con cui condivide l’inferno. Con i matti Daniele ritrova un pezzetto di vita che sembrava persa per sempre, nella quale, timidamente, l’Io ridiventa Noi; con loro Daniele non si sente più estraneo al mondo e, forse per la prima volta, assapora il senso della parola comunità.

Ne L’Istituzione negata[1] Franco Basaglia sosteneva che nel percorso terapeutico è essenziale riconsegnare il malato a una vita comunitaria, a un agire condiviso e partecipato, dal quale la malattia, o il modo in cui veniva trattata all’epoca, lo aveva sradicato. Basaglia non era certo un cantore entusiasta del sistema, ma nella sua visione, peraltro tutt’altro che ortodossa, siccome il mondo dei “non malati” rimane in ultima istanza ancora e sempre il luogo dell’agire comune, coinvolgere il paziente in una gestione collettiva, ad esempio, delle decisioni significa, anziché isolarla, reinserire la sua disabilità in un contesto di pratiche e dinamiche socialmente condivise. Dalla dissociazione dell’individuo isolato che affoga nel disagio si deve quindi tornare alla socialità del vivere in comune. Ma che succede se invece, come osserva giustamente Dondi, è proprio nel cuore del disagio mentale che i singoli si fanno comunità, “stretti in un unico abbraccio”?[2] Di cosa ci parla questo scarto dell’immaginario, questa inversione dannata per la quale il dolore condiviso – perché di questo si tratta – diventa l’unica casa comune in cui dall’Io si passa al Noi? Ci parla di un sistema al collasso che, smarrita ogni forma di empatia, ha scardinato le relazioni primarie del vivere insieme e si è lanciato ad occhi bendati in una folle corsa verso la sua compiaciuta autodistruzione. Alcuni lo chiamano Antropocene; un Alzheimer della specie secondo Matteo Meschiari, per il quale, in vista della propria fine
l’umanità sta ridefinendo il proprio presente, i sistemi di valori, le priorità politiche ed economiche; in altre parole sta già anticipando alcuni effetti sociali del dopo-collasso, accettando soluzioni estreme, messe a tacere per decenni sotto le ceneri dell’ultimo conflitto mondiale: l’homo homini lupus, l’occhio per occhio, l’individualismo al di sopra di ogni legge giuridica e morale, il rancore sociale come arma di clan, la propaganda e la pratica xenofoba, l’orgoglio per la nuda vita e il disprezzo per la cultura e il sapere, il desiderio di vendetta collettiva, la violenza di governo verso i migranti, i marginali, i poveri.[3]
Il personaggio di Tutto chiede salvezza è il simbolo di una generazione che vive il senso di inadeguatezza, ormai, come un tratto naturaliter dell’esistenza ma che, allo stesso tempo, ha il terrore di darle un nome. Perché se una cosa la nominiamo poi quella diventa reale. E se il tuo dolore ha un nome che tutti possono riconoscere (depressione, infelicità, psicosi, stramberia, devianza, povertà e chi più ne ha più ne metta) e non si conforma all’individualismo che, con le zanne bene in vista, impera sovrano, allora il sistema ti rigurgita ai margini in forma di scoria. Un altro celebre deviante, il Joker di Todd Philips, all’inizio del film si chiedeva: “Sono solo io, o la gente sta impazzendo là fuori?” Anche Daniele a un certo punto si domanda se è lui a essere sbagliato o se non è forse il mondo a essere impazzito. La domanda è tanto semplice, quanto cruciale e la risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di ognuno. Ecco che, allora, costruire una casa di tutti nel disagio psichico e far crescere il germe della comunità in un contesto che, di primo acchito, sembrerebbe espungerlo alla radice, diventa metafora di un gesto di disperata e radicale resistenza. La salvezza per tutti e tutto, che Daniele chiede alla fine della serie, non si trova più in un mondo ormai perduto, ma nell’altrove di un sottomondo che tutti guardano con orrore, ma nel quale, insieme, faticosamente, si cerca di ricomporre il senso delle proprie vite spezzate.

Probabilmente tutti hanno ancora negli occhi le immagini degli sfollati ucraini che, all’inizio della guerra, si rifugiavano negli scantinati e nei sotterranei delle città per sfuggire alla devastazione che si consumava sopra le loro teste, mettendo in scena un altrettanto straniante rovesciamento di piani tra mondi contrapposti. Nell’immaginario horror l’universo ctonio – si pensi a Stranger things o allo splendido Noi di Jordan Peele – è il luogo simbolico dell’antimondo per definizione. La dimora di ogni principio di disgregazione, il regno di Ade, dell’ombra incarnata in cui ogni relazione è frantumata e in cui si inverano le nostre paure più profonde. Ma proprio questo universo, l’antro sotterraneo, freddo, pauroso, buio e inospitale di una metropolitana dismessa, diventa invece teatro di una comunità che cerca di risorgere dalle proprie ceneri. Corpi tremanti, sguardi persi, occhi umidi, volti anneriti e rughe profonde. Ma si cucina, si canta, si raccontano favole ai bambini intorno a un fuoco improvvisato. Si reimpara a vivere insieme perché il mondo di sopra è esploso. Un pezzo di umanità che – si parva licet, come Daniele e i matti con cui condivide la stanza – si ritrova in un luogo inaspettato a rifondare se stessa.

L’intreccio un po’ azzardato di queste due metafore ci offre lo scenario di un sistema in frantumi che mette in fuga l’idea stessa di comunità e performa quella che Ernesto De Martino chiamava la crisi definitiva della presenza, che è valorizzazione intersoggettiva della vita. Proprio in riferimento ai deliri psicotici De Martino diceva:
In realtà l’esserci nel mondo si identifica con la stessa vita della cultura e i ‘mondi’ degli psicotici diventano relativamente comprensibili solo come rischio vissuto di non poterci essere in nessun mondo culturale umano. Tali ‘mondi’ sono antropologicamente importanti in quanto denunziano una tentazione immanente allo stesso ordine culturale, la tentazione di annientarsi.[4]
Una tentazione alla quale l’Antropocene sembra non essere più in grado di sottrarsi.

Note

[1] Cfr. F. Basaglia, L’istituzione negata, Einaudi, Torino 1973.

[2] B. Dondi, Tutto chiede salvezza, che bello il viaggio sulla nave dei pazzi, 24.10.2022.

[3] M. Meschiari, La grande estinzione. Immaginare ai tempi del collasso, Armillara, Roma 2019.

[4] E. De Martino, La Fine del Mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino 1977, p. 191.

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05/04/2021

Con la zona rossa a oltranza i più colpiti sono sempre bambini e adolescenti

C’è un punto che sfugge al discorso dominante del virus, quello imposto dai media a proposito della sua pericolosità assoluta, e cioè che, mentre c’è il virus, continuano a esistere tutte le altre malattie, anche molto gravi. E, in questo periodo, alcune di queste malattie si sono anche aggravate, proprio a causa di un effetto collaterale del virus stesso. Una è sicuramente l’ansia, la depressione, i disturbi mentali che colpiscono i giovanissimi. Queste parole, tratte da un articolo uscito alla fine di marzo, ci dovrebbero far pensare:
Non era mai successo. Posti letto occupati al massimo della loro capienza da settimane. Ragazzini con disturbi mentali in aumento vertiginoso, netto innalzarsi delle richieste di aiuto. “Se continua così alla fine dell’anno avremo più di 500 ricoveri e oltre 7.000 bambini in attività diurna”, spiega Stefano Vicari responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Questo aumento c’è stato con la seconda ondata della pandemia, da ottobre a oggi. Siamo in affanno. E siamo preoccupati”.
Non c’è solo il Covid, è questo che il discorso ufficiale sta dimenticando: il Covid, per via collaterale, provoca innumerevoli danni e malattie. Gli ospedali sono in affanno non solo per il virus, ma anche per le malattie mentali che lo stesso virus sta provocando. O meglio, non il virus, ma una gestione sbagliata di questa emergenza. Una gestione incentrata esclusivamente sull’allarmismo, sulla paura, sulla diffusione mediatica della paura stessa, del dolore, dell’angoscia, della morte, sui lockdown e sulle “zone rosse” prolungate a oltranza. Le vittime designate di questa politica e di questa assurda campagna mediatica sono le persone più fragili psicologicamente e, naturalmente, i bambini e gli adolescenti. La zona rossa a oltranza, la chiusura prolungata delle scuole, la cessazione di qualsiasi attività sportiva e di gruppo ha segnato nel profondo un’intera generazione di giovanissimi, dimenticati e additati dai media come pericolosi ‘diffusori’ del virus, segregati in casa perché possibili ‘contaminatori’ di genitori e nonni.

Interessante è leggere anche questa parte dell’articolo già citato:
Nella prima ondata nella primavera del 2020 abbiamo assistito a una riduzione di richieste: perché è stata vissuta con più ottimismo, stavamo sui terrazzi a cantare, urlavamo ce la faremo, pensavamo che si sarebbe risolto tutto con l’estate. Ma a ottobre i genitori sono tornati al lavoro e i ragazzi sono rimasti a casa soli, solissimi, e hanno dovuto gestire il tempo in maniera autonoma e senza guida. I ragazzi hanno bisogno di relazioni per poter crescere sani, la relazione è fondamentale. Nessuno da adolescente parla con mamma e papà: c’è bisogno degli amici, dei compagni di classe e di banco. Dei bambini e degli adolescenti non ne parla nessuno: durante il lockdown si parlava dei runner e dei diritti dei cani. E loro? Dimenticati”.
Dimenticati: questo è un errore da non ripetere adesso, assolutamente. In conclusione, da quanto osservato finora emerge una e una sola cosa: la grave responsabilità di una classe dirigente che non sa tutelare i propri cittadini. Non sa garantire un’assistenza sanitaria adeguata né per le cure al Covid né per le cure mentali, in special modo, ai bambini e agli adolescenti che – non dobbiamo dimenticarlo – sono importantissimi. Una classe dirigente che è capace solo di veicolare allarmismo mediatico per mascherare le sue gravi responsabilità e che invece dovrebbe essere processata per crimini contro l’umanità. Non possiamo più accettare questa situazione: è ora di dire veramente “basta”.

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25/11/2020

Abbiamo bisogno di un piano nazionale per il sostegno psicologico per superare il lockdown

In occasione della Giornata nazionale della psicologia del 10 ottobre, Giuseppe Conte ha detto al Consiglio nazionale degli Ordini degli psicologi: “La centralità del tema del diritto alla salute non può prescindere dalla consapevolezza dell’importanza della salute psicologica, soprattutto nella prevenzione del disagio di tutti coloro chiamati a un così grande sacrificio”. Il benessere mentale dei cittadini nell’ambito dell’emergenza sanitaria che stiamo attraversando, quindi, è un tema che si sta finalmente facendo strada – con estremo ritardo – anche a livello politico, dove, però, la strategia comunicativa non ha aiutato, anzi. Le modalità che il governo ha usato per comunicare con i cittadini – dall’incontrollata circolazione delle bozze dei decreti alle continue conferenze stampa, sempre in ritardo rispetto agli orari annunciati, alla martellante colpevolizzazione dei cittadini, su cui è stata scaricata la responsabilità dei contagi – hanno forse persino aggravato l’ansia e l’incertezza delle persone e, quindi, in definitiva il loro disagio emotivo. Come sempre, poi, le parole e le intenzioni non si traducono automaticamente in azioni concrete e infatti, come denuncia l’Ordine degli Psicologi stesso, fino a oggi è stato fatto troppo poco. Così, dopo sette mesi di pandemia, il disagio psicologico, non supportato dal Servizio Sanitario Nazionale – che in questo ambito è quantomeno carente – è diventato un problema sociale e di salute pubblica urgente, per il quale bisogna subito mettere in campo le risorse necessarie e un piano d’azione concreta.

Dopo che durante il primo lockdown l’unica misura presa è stata l’attivazione di una linea telefonica di sostegno psicologico, il mese scorso la conversione in legge del Decreto Agosto ha rimarcato il valore della professione psicologica nella riorganizzazione della rete assistenziale territoriale, prevedendo l’adozione di linee di indirizzo per garantire il benessere psicologico individuale e collettivo nel contesto della pandemia. Peccato che, almeno fino ad ora, non siano state messe a sistema le risorse psicologiche nelle Aziende sanitarie, che non hanno quindi la possibilità di coordinare le professionalità psicologiche, per ottimizzare il rapporto tra operatori e bisogni nei diversi contesti e servizi. Eppure il ministero ha sottolineato la necessità di fornire assistenza psicologica, in primo luogo agli operatori sanitari, ma anche agli studenti, bambini e ragazzi che magari sembrano reagire bene alla situazione, ma che possono covare un disagio profondo; e ha previsto quindi l’attivazione del servizio psicologico in tutte le oltre 8.200 direzioni scolastiche del Paese fino alla fine dell’anno scolastico, redigendo anche un protocollo dedicato. Solo che i 40 milioni di euro stanziati permettono solo 15 ore di servizio al mese per ogni direzione scolastica. Per il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi si tratta solo di un primo passo, che va assolutamente potenziato, anche perché la situazione attuale non lascia prevedere un ritorno alla normalità nell’immediato.

La seconda ondata epidemica e il secondo lockdown si stanno facendo sentire: “L’indice [di stress] è risalito con il riacutizzarsi della pandemia e ha raggiunto gli stessi livelli del marzo 2020” spiega il presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi, David Lazzari, che avverte che il rischio ormai è che l’ansia si trasformi in dolore psicologico, una condizione più seria con ricadute importanti sulla salute nel suo complesso e sui diversi aspetti della vita delle persone, dal lavoro ai rapporti sociali, alle relazione familiari. Per evitarlo, l’Ordine degli psicologi chiede al governo di istituire urgentemente un voucher per permettere ai cittadini – a partire dagli operatori sanitari, da chi è malato di Covid-19 e dai redditi più bassi – di godere di prestazioni psicologiche anche in studi privati, misura necessaria perché in questo campo il settore pubblico è insufficiente.

Già in condizioni normali, infatti, l’accesso al supporto psicologico non è affatto garantito: come se non bastasse la sopravvivenza dello stigma nei confronti di chi si rivolge allo psicologo, ci sono i costi a carico del cittadino, dato che l’assistenza fornita dal Sistema Sanitario copre appena il 25% dei bisogni previsti dai Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero tutti quei servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire gratuitamente o quasi, dietro pagamento del ticket: insufficiente, cioè, a rispondere alle necessità della cittadinanza, che è costretta, quando può permetterselo, a rivolgersi a professionisti privati, con costi che partono da un minimo di 35 euro a seduta, ma che facilmente arrivano a 80. Le modalità d’accesso allo sportello psicologico pubblico, come sempre, variano poi da regione a regione e in alcuni casi viene accolto solo chi soffre di disturbi psichiatrici. Considerando che solitamente non bastano due o tre sedute, ma sono necessari cicli anche di mesi o anni, anche se detraibile la spesa non è comunque alla portata di tutti. Questa situazione contribuisce allo stereotipo assurdo dell’immagine come un capriccio da borghesi da commedia, che hanno il tempo per occuparsi della propria psiche. Come se questa non dovesse essere la priorità per tutti e come se non fosse un cosa essenziale.

Proprio per rispondere alle difficoltà di medici e infermieri, che il peso della pandemia lo subiscono doppio (da privati cittadini e sul lavoro), denuncia l’Ordine, è urgente innanzitutto mettere in campo risorse per assumere psicologi professionisti in loro supporto, oltre che in ambito pubblico e in interventi di emergenza, come peraltro previsto sulla carta dal Decreto n.14 del 9 marzo. Nella primavera scorsa molti psicologi hanno prestato servizio come volontari: scelta lodevole ma insostenibile sul lungo periodo, di cui non è corretto abusare, e che inoltre non può che essere complementare a una rete pubblica capillare di assistenza psicologica. Secondo David Lazzari “I provvedimenti […] non bastano e comunque Regioni e Usl li hanno ampiamente ignorati. Quanti psicologi sono stati arruolati per rispondere a questa emergenza che dura ormai da sette mesi? Ora sta tornando in pieno la pandemia e siamo al punto di prima. Vogliamo aspettare che la situazione si aggravi, che si moltiplichino le tragedie?”.

Il disagio psichico non è causato solo dalla paura del contagio: a pesare sono anche l’incertezza economica, i lutti non elaborati e il prolungato isolamento che ci ha così disabituati alla socialità che alla fine del primo lockdown il 62% degli italiani aveva paura a tornare alla normalità. I rapporti interpersonali sono già cambiati e quando potremo tornare a incontrarci dovremo affrontare i problemi di fiducia nell’altro, che si riversano anche sulla capacità di instaurare nuovi rapporti amorosi e di amicizia. Il governo belga, per esempio, prova a evitare che i suoi cittadini perdano completamente le capacità sociali concedendo a tutti uno – o due per chi vive solo – knuffelcontact (“compagno di coccole”) da incontrare a casa per alleviare la solitudine e la routine, in modo simile alla support bubble (“bolla di sostegno”) introdotta in Regno Unito. Misure come queste non sono certo sufficienti a risolvere in toto il problema, ma dimostrano un’attenzione dei governi per il benessere psicologico ed emotivo dei cittadini, che da noi è rimasta solo sulla carta. Va tradotta in azione concreta al più presto, ora che, dopo una breve tregua estiva (le cui conseguenze, peraltro, stiamo pagando), tornati in isolamento, il 40% dei cittadini – secondo le ultime rilevazioni fatte a metà settembre – presenta gli stessi livelli di stress di marzo: livelli definiti elevati (con un indice tra 80 e 100 su un massimo di 100).

La strategia del contenimento dell’epidemia da Covid-19 basata su isolamento e quarantena – l’unico strumento che si sia fin qui rivelato davvero efficace, fino a quando non sarà disponibile e diffuso il vaccinoha un impatto rilevante su alcuni bisogni fondamentali delle persone come l’autonomia decisionale, la libertà di movimento, il senso di sicurezza fisica e il contatto con i cari. Le conseguenze in parte le viviamo già ogni giorno, ma soprattutto le vedremo sul lungo periodo. E, poiché nel campo della salute mentale si fa poco ricorso agli strumenti del Public Health Impact Assessment – una combinazione di procedure e strumenti di rilevazione per valutare l’impatto positivo di interventi e programmi sulla salute della popolazione – le conoscenze attuali sono ancora troppo scarse per farci prevedere come tutto questo evolverà nei prossimi anni. Un monitoraggio – fondamentale per valutare la frequenza, la presenza e l’intensità di ansia, depressione, atti autolesivi, pensieri suicidi e altre condizioni – fornirebbe inoltre la base per valutare le azioni da intraprendere nell’immediato, quelle che a questo punto non sono più procrastinabili.

I danni sono già stati fatti e c’è da chiedersi quanti se ne faranno ancora se non si attua immediatamente un programma concreto per la salute mentale dei cittadini. Si spera che, almeno, la pandemia abbia imposto all’attenzione della politica l’importanza del benessere psico-emotivo e che questa nuova sensibilità sproni finalmente a rivedere la disponibilità e l’accesso al supporto psicologico all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, un bisogno che, in tempi di pandemia, è più urgente che mai e che dobbiamo affrontare prima di aggiungervi anche le conseguenze di un Natale in solitudine e di un mesto brindisi all’anno nuovo, sperando che segni davvero un nuovo inizio.

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18/09/2018

Napoli. L’ossessione degli sfratti provoca una strage

Oggi a Napoli si è consumata un’altra storia di miseria ed esclusione. Noi vogliamo raccontarvela con le parole di una nostra compagna che vive proprio in quel quartiere:
“Mi sveglio relativamente tardi dopo una nottata turbolenta. Mi siedo in cucina quando un boato fortissimo fa saltare tutti dalle sedie. Qualcosa è esploso. Un nuvolone di cenere avanza nel vicolo, c’è puzza di gas e bruciato, i bambini in strada urlano e scappano. Scendono tutti, Napoli è così: i problemi si vivono insieme, riunendoci in strada.

Tra le corse dei pompieri e la paura di tutti quella finestra da cui sbuffava un fumo denso e grigio diventa una storia, raccontata a tentoni tra urla, lacrime e sgomento: in quell’appartamento all’ultimo piano vivevano una madre con i due figli. Tutti avevano problemi di carattere psicologico e handicap fisici. Per loro era arrivato uno sfratto imminente, ma una vita di miseria e solitudine ha spinto il ragazzo a cospargere la casa di alcool e dare fuoco alla cucina. Con la madre e la sorella in casa.

Gli abitanti del vicolo sono ciechi di rabbia. Qualcuno ha perso la casa ed è scappato un secondo prima di rimetterci la pelle, tutti fiutano il disastro scampato. Tanta, tanta polizia ma pochissimi medici, le barelle portate da chi si trova lì. Sono per una ragazza pallida, accasciata su una sedia, le sue dita tremano e seguono il bordo della sedia per poi scivolare sul pantalone e toccare i calcinacci di cui è completamente ricoperta.

Poi tirano fuori anche il fratello, è magrissimo, privo di sensi, gli occhi bui si perdono sull’asfalto grigio su cui l’hanno disteso. La madre è morta nell’esplosione. Quando le barelle vengono portate via si levano urla di sdegno, si augura la morte. Mi si gela il sangue. C’è solo odio nell’aria. Nessuno parla della solitudine che ha spaccato la vita di una famiglia, della loro estrema povertà, dei servizi che non hanno mai ricevuto, dell’assistenza medica lenta e inconcludente.

Se fossi stata accanto alla finestra del bagno probabilmente non sarei qua a scrivere ma questo non fa che suscitare in me un dolore profondo. Perché quello che è successo ha radici molto più profonde del semplice disagio psicologico. È uno Stato che condanna i suoi cittadini all’agonia. Noi abbiamo un’arma: è la solidarietà, è l’amore, è la lotta. Io oggi ho sentito come in pochi episodi la precarietà dell’esistenza e so che voglio vivere, fare mie e diffondere finché ho fiato quelle tre parole: vogliamoci bene, contro chi ci vuole divisi anche se siamo sulla stessa barca, facciamo gruppo e aiutiamoci a vicenda, solo combattendo insieme siamo veramente forti.

Mentre la strada viene sbarrata dalla polizia si affaccia da un basso con il cancello pitturato di verde una donna anziana, capelli bianchi, occhi grigi che quando passi ti saluta sempre con un sorriso vivace. Alza la mano, non sorride, guarda nel vuoto, chiude lentamente la porta. Sarà una giornata amara”.
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