Le comunità accreditate al SSN e non solo quelle autorizzate, che già svolgono questo servizio, saranno le strutture residenziali e semi residenziali dove potranno scontare la pena detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti. Un proliferare di strutture, difficilmente monitorabili, che svolgerà “a cottimo” questo nuovo servizio che dovrebbe svuotare le carceri e recuperare i tossico dipendenti.
Detenuti poveri e senza domicilio, spesso drogati e alcolizzati, in attesa di strutture di housing dove potranno scontare i domiciliari, potranno usufruire di questa detenzione differita. A certificare la dipendenza sarà una “commissione”, così come un neanche celato “obbligo terapeutico” darà diritto a questo trattamento.
Sintesi maldestra del decreto 94 ter e 94 quater e, più in generale, del sentire del palazzo nei confronti della “emergenza carcere”, che vede nei quasi 70.000 detenuti una percentuale altissima, oltre la metà, di rei per reati connessi o causati dalla droga e, più in generale, dal binomio marginalità/dipendenza. Si crea, si tenderà a creare molto oltre la singola legge, una esecuzione della pena non carceraria, ma altrettanto detentiva, per rei con condanne fino ad 8 anni.
Le micro carceri che, con un costo di oltre 100 euro al giorno a detenuto e una platea sempre più ampia di potenziali pecorelle smarrite, si tratta di decine di migliaia di rei, rappresenteranno l’ennesimo business per gli eserciti della bontà: sono oltre 35.000 euro annui a detenuto, cifra con la quale si potrebbe comprare una casetta dove auto scontare la pena.
L'auto disciplina è, secondo molti studiosi, l'unico strumento per emanciparsi dai cicli infantilizzanti e omologanti sia del carcere che dai limbi esistenziali delle presunte disintossicazioni. Proprio perché, una volta usciti dall’astrazione della comunità, ci si reimmerge nella società e, molto spesso, si ricade negli stessi meccanismi che hanno portato alla dipendenza.
Una specie di ergastolo intermittente che, dentro e fuori strutture e dipendenze, condanna senza sentenza scritta a reclusioni e auto reclusioni infinite, ma determina anche un PIL, una potenzialità eterna di estrarre ricchezza da questi latenti fine pena mai.
Che cosa è la dipendenza? Difficilissimo da sintetizzare senza passare per fesso, ma “il fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi”, ci va molto vicino. Come se ad un bisogno lecito, alla sua domanda legittima, una forza oscura fornisse una risposta sbagliata, eternamente nuova ed eternamente uguale. Istinti naturali deformati, esattamente come il richiamo del cervello che crea un’ansia misteriosa che, ogni ora, ci fa accendere una sigaretta.
L’ansia è legittima, la risposta, attraverso la sigaretta, inutile oltre che dannosa. Una spirale che non si spezza per decreto o per disciplina imposta, altrimenti basterebbe “un ti fa male” per risolvere il 90% dei problemi della Umanità.
Sostanze, alcol, sesso, gioco sono talmente molteplici le strade e i meccanismi che determinano il triangolo “uso, abuso, ossessione” che rimango stupito ad immaginare commissioni burocratiche che determinano il tasso di dipendenza altrui. Anche perché con il crescente fenomeno delle pluridipendenze si tratta più di individuare una “predisposizione emotiva” che rilevare quella o quell’altra sostanza attraverso analisi o colloqui.
Teniamo conto che in Italia si inventa una droga alla settimana e che gli stessi mark delle analisi spesso non intercettano le nuove sostanze. Gli occasionali, che si fanno saltuariamente ma campano in funzione della dose del sabato sera. I latenti, quelli che passando da un’ossessione ad un’altra sommano dipendenze che, singolarmente, non sono diagnosticabili. Gli “omeopatici” quelli che utilizzano quotidianamente sostanze e alcol in una dose minima, ma costante, come un’automedicazione al mal di vivere.
Nelle vite di margine, poi, un po’ come la volpe e l’uva non si capisce dove inizi la dipendenza e dove, invece, la marginalità. I clochard hanno spesso accanto un cartone di vino: sono barboni perché bevono, o bevono perché sono barboni?
Non è un caso che molti detenuti tossici siano anche marginali e che molti detenuti tossici e marginali siano anche portatori di disturbi psichiatrici, più o meno gravi. Una matassa incasinata.
La stessa idea di “volontà” alla base di quasi tutte le ricette dei recuperi, seppur espressa, è dato complicato nel caso dei detenuti, per il semplice fatto che è come estorta. Potrebbe essere frutto della volontà di non stare in cella, piuttosto che dalla voglia di disintossicarsi. Oppure espressione falsata dalla volontà di assecondare i desideri di parenti e amici, ma non propria.
O, ancora, frutto dell’ennesimo sprofondo emotivo che, però, spesso precede e segue ad altri sprofondi emotivi. Fatto sta che il binomio carcere/dipendenza apre talmente tante strade avverse che è inutile avventurarsi.
Uscire da una dipendenza “per obbligo” è una illusione farisea perché, proprio in quanto fenomeno difficilmente comprensibile, non ci sono ricette certe. Trauma fatto, subito; educazione rigida, assenza di educazione; personalità brillante, intellettualmente sotto la media; opulenza o povertà estrema...
Una platea che, come specchio della società, vede tutto e il contrario di tutto. Uscire da una dipendenza diventa possibile solo quando l’interessato è disperatamente, oltre che veritieramente deciso a farlo e, le stesse ricette che funzionano, sembrano a loro volta antitetiche. Entrare in una nuova dimensione esistenziale e tagliare i legami con il proprio passato, per alcuni, ma anche l’esatto contrario per altri.
Insomma: se non esiste un identikit del tossico attivo, non ci sta neanche quello del recuperato. Esistono tantissime strade attraverso le quali un dipendente si allontana dalla sostanza. Ma nessuna di esse è sancita da un vero o sottaciuto “obbligo di cura” che, anzi, può sortire l’effetto opposto di una “sospensione dalla dipendenza” abbinata cronologicamente alla sospensione della pena, per poi tornare sulle giostre di sempre.
Poi, con l’uso massiccio degli psicofarmaci, la stessa sospensione dalla dipendenza è puramente identitaria, nel non frequentare i contesti drogosi, anche perché detenuti, ma non chimica: nella alterazione perenne del proprio equilibrio cerebrale attraverso la pasticca magica.
È il “modello” che, anche se si è forzatamente astinenti, lega l’individuo alla sostanza: un legame assoluto che, alle volte, finisce a sovrapporre l’individuo con quello che si fa. Una volta usciti, così, si va diretti dal pusher e a commettere reati per farsi.
Un recupero coatto, poi, potrebbe incidere negativamente su chi, invece, con enorme fatica sta tentando di tirarsi fuori. Una coabitazione tra motivazioni così diverse non può far altro che annientare entrambe: il detenuto che cerca solo una condizione carceraria meno dura e quello che, invece, cerca il difficile cammino del recupero. Fatto di astinenza, vero, ma anche di un tortuoso iter con sé stessi, a volte contro sé stessi: si è come convalescenti e uno sguardo sbagliato, può aprire voragini dove si annulla ogni sforzo. Due forze che finiscono per azzerarsi o azzannarsi.
Alla fine dei conti questa legge sarà sollievo “narrativo” alla emergenza carcere, prima di tutto perché creerà emergenza micro carcere, dove standard detentivi difficilmente monitorabili e discrezionali potrebbero non migliorare per niente la situazione dei singoli, basti pensare ai CPR che hanno appalti simili.
Poi perché pensare di tirare fuori dalle sabbie mobili un malcapitato, è scienza sperimentata e studiata, non può essere esercizio di bruta forza: il “precipitato” nelle sabbie mobili si vedrebbe la schiena spezzata. Deve essere esercizio dove si assecondano i movimenti dei piedi di chi è caduto. Si ammorbidisce così l’impasto di sabbia, acqua e argilla che imprigiona e con l’ausilio degli altri se ne esce fuori. Una forza dolce e costante fatta di opportunità, oltre che di sostegno professionale.
In tal senso è una politica di housing quella che manca e che, guarda caso, sarebbe meno appetibile per gli eserciti della bontà: la cronicizzazione della marginalità è estrazione di valore dalla sofferenza e, se variabile fissa, diventa business di pecunia e visibilità eterna. Sembra complottismo, ma a risolvere i problemi si guadagna molto meno che a tenerli semplicemente a bada.
Solo con opportunità di decenza e di speranza, aspettando che sia lo stesso tossico a decidere di non esserlo più o di esserlo senza minare la convivenza civile e quella dei suoi ambiti di riferimento si può intervenire con servizi di supporto medico, psicologico o di auto mutuo aiuto, ma mai calati dall’alto.
Kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare le ceramiche rotte, unendo frammenti di lacca urushi e polvere d’oro, argento o platino. Letteralmente “riparare con l’oro”, ossia dare valore alto alle fratture delle crepe. È strada maestra per aggiustare le vite rotte.
Un iter dove forma e sostanza diventano una sola cosa, donando una luce e un valore ad ogni singolo pezzettino scassato dalla caduta, trasformando la fragilità in altezza e non nell’ennesimo campo di lividi interessi corporativi e cronicizzanti.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026
Micro carceri
01/04/2026
Il carcere universale ai tempi della guerra mondiale a rate
La deriva psichiatrica della società si palesa sempre di più ed è un dato inconfutabile che, dietro la recrudescenza dei fenomeni criminali, si celi un disagio mentale virale. Un ragazzino di 13 anni accoltella la sua professoressa per piccoli rancori: è o non è malattia?
I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere oggettivi e, solo successivamente, analizzati dalla ideologia o dalla convenienza. Piove, quindi cade acqua dal cielo e, fascisti o comunisti, pacifisti o guerrafondai, bianchi o neri... si dovrebbe essere concordi nel dichiarare che quando piove si bagna la terra.
Il carcere, con i suoi dati di disagio e tossicodipendenza, dove oltre il 70% degli attuali detenuti è recluso per micro reati, per fatti legati all’uso di sostanze o per comportamenti di aggressività privi di movente logico, non è strumento giusto per re-inserire nella società i rei. E neanche per garantire la sicurezza collettiva.
Come può migliorare un fragile da un’esperienza detentiva degradante? Cosa farà una volta fuori? L’idea della “cura”, come trattamento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, tramonta mestamente se “stupidiati” di farmaci contenitivi, di avvilimenti non narrabili e del tempo morto della detenzione.
Questo concetto va oltre l’essere o non essere a favore della galera, ma si concentra sulla sua utilità rispetto alla deriva di alienazione collettiva che sta prendendo il paese. Se il carcere diventa strumento contenitivo della marginalità cronica, un lazzaretto, aggiungendo buio ad esistenze già nere, come si può immaginare che funzioni e che non crei, invece, le premesse per recidive e ulteriori sprofondi nella sofferenza oscura?
Il corpo detenuto, proprio perché privato di autonomia e dignità, ha molte possibilità di trasformarsi in cervello detenuto, dove il trauma della camicia di forza si estende tentacolare nella psiche, imprigionando ogni sentire: un dentro/fuori non necessariamente fatto solo di sbarre fisiche.
Nel caso poi dei minori ogni inasprimento delle pene e ogni abuso nella carcerazione, proprio perché in età evolutiva, sortisce l’effetto di una certa e inevitabile cronicizzazione sia della marginalità del bambino, che nella sua discesa definitiva nei meandri delle dipendenze e dei linguaggi dopanti della esclusione e della sofferenza.
Ergastoli, in pratica, sebbene non sanciti da sentenza scritta.
Eppure, anche se basta prendere un tram per comprendere che la deriva della psicosi collettiva è fenomeno di massa, le nostre élite si nascondono dietro la negazione della realtà.
Nasce così l’idea del “più carcere a tutti” che lenisce nella maggioranza silenziosa il senso di paura, ma che nella realtà rende più insicure le nostre città. Proprio perché crea un esercito di fulminati ad oltranza, incontenibile per l’eternità nelle mura delle patrie galere, ma costretti ad un transito senza meta, un perenne dentro/fuori che attraversa i calvari della contemporaneità.
La stessa percezione di carceriere/carcerato si fonde e confonde continuamente nelle detenzioni universali, nelle auto-carcerazioni ergastolane degli oblii chimici o nei bui dei silenzi urbani. Del resto si tratta di 1 italiano su 3 a rischio di questa “cosa”, di potenziali milioni di persone e imprigionarle tutte sarebbe un costo economico e sociale insostenibile.
La stessa idea di trasformare le nostre città in Istituzioni Totali a cielo aperto dimentica che alla lunga porta il paese alla auto estinzione e, già i dati della denatalità, segnalano che nei prossimi anni non nasceranno dieci milioni di italiani.
Nel carcere la sessualità è inibita con la forza, come pena accessoria. Nel carcere diffuso delle città, questa inibizione, non solo a procreare, avviene attraverso strumenti meno cruenti, ma altrettanto efficaci.
La difficoltà anche ad intravedere un futuro potenziale e accessibile che vada oltre la lotta di un presente cannibale, capace di cancellare il tempo in un perenne day by day feroce e meschino.
“Precarietà che punta il dito sulla schiena” che emana quel tanfo di calzino sintetico sudato delle Istituzioni Totali, affossandoci in una tristezza afona e senza grazia.
Ogni giorno leggiamo i fatti, sempre più demenziali, di morte e di devastazione ma non siamo più capaci di sommarli, metterli accanto ed avere la visione di insieme che, poi, ci determina nel sentire, qualsiasi esso sia, ma dotato di nessi di Causa>Effetto: come voler fare la dieta dimagrante e abbuffarsi di dolci e pizze fritte.
Il carcere, sotto certi aspetti, come deterrente al crimine è già stato abolito: diventa mera punta di un iceberg di contenimento della follia, nelle latitanze applicative della Legge 180: sia del disturbo vero e proprio, che di quello determinato dalla ossessione della dipendenza e dal proliferare delle doppie diagnosi di tossico e disturbato.
Si insinua operativamente nella cura delle patologie psichiatriche, assurgendo a nuovo manicomio totale. Oppure si sostituisce alle latitanze del welfare, diventando dormitorio per marginali.
Se su sessanta e passa mila detenuti oltre la metà è tossica e un terzo tossica e sofferente psichiatrica, a cui aggiungere chi per assenza di casa non può usufruire di domiciliari, di criminali veri e propri ne rimangono assai pochi: questo è un fatto, non una opinione.
Se poi si inizia ad individuare, direttamente o indirettamente, un reato di povertà, o un’aggravante di povertà, ogni idea di Uguaglianza davanti alla Legge va a farsi benedire.
Si cancella il welfare, come inclusione, depotenziando strumenti di sostegno, di occupazione, di de burocratizzazione del post pena, del micro credito e di spazi di vita abitativa possibile per un ex detenuto. Creando un iter detentivo/esistenziale, un dentro e fuori, che rende queste esistenze legate per sempre a mamma carcere, nelle sue varie denominazioni.
La droga, non più intesa come polvere sballante, ma come soluzione identitaria circolare, trova fertilità non necessariamente legata soltanto alle sostanze psicotrope, ma nella nuova lingua delle alienazioni, strafatta di ludopatia, di cartoni di vino baratto, di psicofarmaci, di solitudine invalidante e di stigma.
Ieri, ero in un bar gestito da una cooperativa di ex detenute o detenute in permesso lavoro, una di loro è scappata via per andare a firmare. Ho pensato che, per quanto possa sembrare insensato, questo “obbligo di firma”, sebbene non determinato da burocrazie legali, affligge molti di noi che viviamo in periferia: dopo il tramonto si deve correre a casa, altrimenti si rimane in strada per assenza di trasporto pubblico. Un pensiero stupido, eppure maledettamente reale nelle nostre pratiche quotidiane.
La malattia si nutre di sé stessa. Aggroviglia esistenze, nell’isolarle, nel rendere arduo ogni movimento, nell’imbalsamazione del welfare in mera auto-rappresentazione di una bontà tanto inutile, quanto santificata dai salotti rosé.
Così l’oscillazione tra carcere e diversamente carcere crea humus perfetto per il virus della pazzia collettiva e il conseguente invio nelle discariche sociali per pezzi interi di paese, rendendo le patrie galere simboli spettrali della nostra impotenza.
Fonte
I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere oggettivi e, solo successivamente, analizzati dalla ideologia o dalla convenienza. Piove, quindi cade acqua dal cielo e, fascisti o comunisti, pacifisti o guerrafondai, bianchi o neri... si dovrebbe essere concordi nel dichiarare che quando piove si bagna la terra.
Il carcere, con i suoi dati di disagio e tossicodipendenza, dove oltre il 70% degli attuali detenuti è recluso per micro reati, per fatti legati all’uso di sostanze o per comportamenti di aggressività privi di movente logico, non è strumento giusto per re-inserire nella società i rei. E neanche per garantire la sicurezza collettiva.
Come può migliorare un fragile da un’esperienza detentiva degradante? Cosa farà una volta fuori? L’idea della “cura”, come trattamento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, tramonta mestamente se “stupidiati” di farmaci contenitivi, di avvilimenti non narrabili e del tempo morto della detenzione.
Questo concetto va oltre l’essere o non essere a favore della galera, ma si concentra sulla sua utilità rispetto alla deriva di alienazione collettiva che sta prendendo il paese. Se il carcere diventa strumento contenitivo della marginalità cronica, un lazzaretto, aggiungendo buio ad esistenze già nere, come si può immaginare che funzioni e che non crei, invece, le premesse per recidive e ulteriori sprofondi nella sofferenza oscura?
Il corpo detenuto, proprio perché privato di autonomia e dignità, ha molte possibilità di trasformarsi in cervello detenuto, dove il trauma della camicia di forza si estende tentacolare nella psiche, imprigionando ogni sentire: un dentro/fuori non necessariamente fatto solo di sbarre fisiche.
Nel caso poi dei minori ogni inasprimento delle pene e ogni abuso nella carcerazione, proprio perché in età evolutiva, sortisce l’effetto di una certa e inevitabile cronicizzazione sia della marginalità del bambino, che nella sua discesa definitiva nei meandri delle dipendenze e dei linguaggi dopanti della esclusione e della sofferenza.
Ergastoli, in pratica, sebbene non sanciti da sentenza scritta.
Eppure, anche se basta prendere un tram per comprendere che la deriva della psicosi collettiva è fenomeno di massa, le nostre élite si nascondono dietro la negazione della realtà.
Nasce così l’idea del “più carcere a tutti” che lenisce nella maggioranza silenziosa il senso di paura, ma che nella realtà rende più insicure le nostre città. Proprio perché crea un esercito di fulminati ad oltranza, incontenibile per l’eternità nelle mura delle patrie galere, ma costretti ad un transito senza meta, un perenne dentro/fuori che attraversa i calvari della contemporaneità.
La stessa percezione di carceriere/carcerato si fonde e confonde continuamente nelle detenzioni universali, nelle auto-carcerazioni ergastolane degli oblii chimici o nei bui dei silenzi urbani. Del resto si tratta di 1 italiano su 3 a rischio di questa “cosa”, di potenziali milioni di persone e imprigionarle tutte sarebbe un costo economico e sociale insostenibile.
La stessa idea di trasformare le nostre città in Istituzioni Totali a cielo aperto dimentica che alla lunga porta il paese alla auto estinzione e, già i dati della denatalità, segnalano che nei prossimi anni non nasceranno dieci milioni di italiani.
Nel carcere la sessualità è inibita con la forza, come pena accessoria. Nel carcere diffuso delle città, questa inibizione, non solo a procreare, avviene attraverso strumenti meno cruenti, ma altrettanto efficaci.
La difficoltà anche ad intravedere un futuro potenziale e accessibile che vada oltre la lotta di un presente cannibale, capace di cancellare il tempo in un perenne day by day feroce e meschino.
“Precarietà che punta il dito sulla schiena” che emana quel tanfo di calzino sintetico sudato delle Istituzioni Totali, affossandoci in una tristezza afona e senza grazia.
Ogni giorno leggiamo i fatti, sempre più demenziali, di morte e di devastazione ma non siamo più capaci di sommarli, metterli accanto ed avere la visione di insieme che, poi, ci determina nel sentire, qualsiasi esso sia, ma dotato di nessi di Causa>Effetto: come voler fare la dieta dimagrante e abbuffarsi di dolci e pizze fritte.
Il carcere, sotto certi aspetti, come deterrente al crimine è già stato abolito: diventa mera punta di un iceberg di contenimento della follia, nelle latitanze applicative della Legge 180: sia del disturbo vero e proprio, che di quello determinato dalla ossessione della dipendenza e dal proliferare delle doppie diagnosi di tossico e disturbato.
Si insinua operativamente nella cura delle patologie psichiatriche, assurgendo a nuovo manicomio totale. Oppure si sostituisce alle latitanze del welfare, diventando dormitorio per marginali.
Se su sessanta e passa mila detenuti oltre la metà è tossica e un terzo tossica e sofferente psichiatrica, a cui aggiungere chi per assenza di casa non può usufruire di domiciliari, di criminali veri e propri ne rimangono assai pochi: questo è un fatto, non una opinione.
Se poi si inizia ad individuare, direttamente o indirettamente, un reato di povertà, o un’aggravante di povertà, ogni idea di Uguaglianza davanti alla Legge va a farsi benedire.
Si cancella il welfare, come inclusione, depotenziando strumenti di sostegno, di occupazione, di de burocratizzazione del post pena, del micro credito e di spazi di vita abitativa possibile per un ex detenuto. Creando un iter detentivo/esistenziale, un dentro e fuori, che rende queste esistenze legate per sempre a mamma carcere, nelle sue varie denominazioni.
La droga, non più intesa come polvere sballante, ma come soluzione identitaria circolare, trova fertilità non necessariamente legata soltanto alle sostanze psicotrope, ma nella nuova lingua delle alienazioni, strafatta di ludopatia, di cartoni di vino baratto, di psicofarmaci, di solitudine invalidante e di stigma.
Ieri, ero in un bar gestito da una cooperativa di ex detenute o detenute in permesso lavoro, una di loro è scappata via per andare a firmare. Ho pensato che, per quanto possa sembrare insensato, questo “obbligo di firma”, sebbene non determinato da burocrazie legali, affligge molti di noi che viviamo in periferia: dopo il tramonto si deve correre a casa, altrimenti si rimane in strada per assenza di trasporto pubblico. Un pensiero stupido, eppure maledettamente reale nelle nostre pratiche quotidiane.
La malattia si nutre di sé stessa. Aggroviglia esistenze, nell’isolarle, nel rendere arduo ogni movimento, nell’imbalsamazione del welfare in mera auto-rappresentazione di una bontà tanto inutile, quanto santificata dai salotti rosé.
Così l’oscillazione tra carcere e diversamente carcere crea humus perfetto per il virus della pazzia collettiva e il conseguente invio nelle discariche sociali per pezzi interi di paese, rendendo le patrie galere simboli spettrali della nostra impotenza.
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27/03/2026
Meta e Alphabet generano dipendenza dai social, cause milionarie
Per la prima volta nella storia un tribunale riconosce i social network come pericolo per la salute e considera le aziende tech come responsabili dei danni causati dai loro algoritmi che inducono gli utenti al doom scrolling e all’engagement continuo sulle varie piattaforme.
Infatti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento totale di 3 milioni di dollari ad una ragazza di vent’anni che faceva un assiduo uso dei social da quando ne aveva sei.
La giovane, Kaley G.M, aveva citato in giudizio le due big tech in quanto gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Instagram e YouTube, progettati scientificamente per massimizzare il quantitativo di tempo che l’utente passa sull’app, l’avevano resa dipendente dalle piattaforme causandole ansia e depressione croniche (ovviamente certificate da diversi medici e psicologi).
Meta e Google, quindi, sono state giudicate colpevoli di negligenza per aver gestito delle piattaforme che causano danni a bambini ed adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli legati alle dipendenze dai social.
Questa sentenza storica crea un precedente e, probabilmente, sarà la prima di una lunga serie di azioni legali che andranno a colpire i giganti dei social, visto il numero enorme di giovanissimi che sono dipendenti dalle varie piattaforme. I risarcimenti da pagare potrebbero diventare ingenti, con qualche problemino contabile per i proprietari delle due piattaforme…
Viene così smascherato definitivamente un modello di sviluppo di internet e delle reti sociali incentrato sull’imprigionare l’utente, garantendogli un flusso continuo di soddisfazioni a breve termine, in modo da mantenerlo sempre collegato alle varie app e, quindi, poter registrare e studiare ogni sua azione e interesse.
Tutto ciò, ovviamente, è finalizzato alla profilazione capillare degli utenti allo scopo di vendere i loro dati per bersagliarli di pubblicità mirate.
Ora finalmente, per la prima volta, si costringono le big tech a rendere conto del loro modello di business che ha danneggiato le vite di moltissimi ragazzi e ragazze cresciuti negli ultimi 20 anni.
Fonte
Infatti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento totale di 3 milioni di dollari ad una ragazza di vent’anni che faceva un assiduo uso dei social da quando ne aveva sei.
La giovane, Kaley G.M, aveva citato in giudizio le due big tech in quanto gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Instagram e YouTube, progettati scientificamente per massimizzare il quantitativo di tempo che l’utente passa sull’app, l’avevano resa dipendente dalle piattaforme causandole ansia e depressione croniche (ovviamente certificate da diversi medici e psicologi).
Meta e Google, quindi, sono state giudicate colpevoli di negligenza per aver gestito delle piattaforme che causano danni a bambini ed adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli legati alle dipendenze dai social.
Questa sentenza storica crea un precedente e, probabilmente, sarà la prima di una lunga serie di azioni legali che andranno a colpire i giganti dei social, visto il numero enorme di giovanissimi che sono dipendenti dalle varie piattaforme. I risarcimenti da pagare potrebbero diventare ingenti, con qualche problemino contabile per i proprietari delle due piattaforme…
Viene così smascherato definitivamente un modello di sviluppo di internet e delle reti sociali incentrato sull’imprigionare l’utente, garantendogli un flusso continuo di soddisfazioni a breve termine, in modo da mantenerlo sempre collegato alle varie app e, quindi, poter registrare e studiare ogni sua azione e interesse.
Tutto ciò, ovviamente, è finalizzato alla profilazione capillare degli utenti allo scopo di vendere i loro dati per bersagliarli di pubblicità mirate.
Ora finalmente, per la prima volta, si costringono le big tech a rendere conto del loro modello di business che ha danneggiato le vite di moltissimi ragazzi e ragazze cresciuti negli ultimi 20 anni.
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