Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/03/2026
Il meno: la sessualità che manca
Manca il meno: le sessualità negate non tanto e non solo per orientamento, ma per potenzialità, per opportunità, per “contingenze”. Le sessualità della Esclusione, della Sofferenza e della Guerra. Del resto per fare sesso bisogna avere qualcuno consenziente con cui farlo e questa volontà si basa su due fattori: Seduzione e Opportunità. Un carcerato, ad esempio, non può fare l’amore, mentre il suo partner, se libero, può praticarlo, ma a che prezzo in termini di sensi di colpa?
Praticamente una parte molto significativa della pena viene scontata da chi non ha commesso quel reato. Stesso spleen può invadere le sfere emotive di coloro che, pur non essendo direttamente in difficoltà, vivono accanto alla sofferenza. Mi racconta un’amica che lavora in un CAV che molte donne vittime di violenza impiegano anni a recuperare un desiderio sessuale e, spesso, non ci riescono mai del tutto.
Ogni “diversa abilità”, le tante disfunzioni del nostro esistere, vengono tradotte nei meccanismi della cultura del cottimo delle performance, in “nessuna abilità”. Immaginate, ad esempio, di cercare di essere brillanti durante un attacco di diarrea: un malessere, più o meno diffuso, ma che per alcuni è cronico. Trauma che vero o falso, personale o familiare, passato o presente che sia, diventa paralizzante ma anche, specularmente maligno: mostrificante nel come si viene percepiti dagli altri.
Nei labirinti delle Esclusioni occidentali si smarrisce spesso anche la forza seduttiva e diventa arduo fare acchiappanze sentendosi e essendo sentiti trasparenti. Le nuove povertà, proprio perché non vertono su contesti di miseria condivisa, ma alienante e cronicizzante conducono con sé questa pena accessoria della invisibilità, anche sotto le coperte.
La marginalità, dunque, oltre ad essere stigma invalidante diventa anche uno scudo corporale all’incontro con l’altro. Un bambino che va al parco con un pallone prevede o spera di incontrare altri bambini con cui giocare: di per sé il pallone non è sufficiente a fare una partita. Ma, attraverso quel pallone, tutto il contesto interagisce: le mamme prendono un poco di sole o chiacchierano, mentre i papà si fumano una sigaretta.
L’innesco del gioco, quindi, non è mai scelta individuale e non ricade nella responsabilità del singolo. L’isolamento che alcune malattie, come la Sofferenza Oscura, conducono in sé è come un blocco sociale, esattamente come se quel bambino non riuscisse mai a trovare amichetti al parco e, questa forma di solitudine solida, invalida più delle stesse fragilità.
Nei contesti poveri del Terzo Mondo le potenzialità di incontro sussistono nel condividere non solo lo stesso spazio geografico, ma anche lo stesso standard di vita, dove essendo scontato l’essere povero, diventano altri i meccanismi di accoppiamento, rispetto ai riti stanchi delle seduzioni borghesi.
Al tempo stesso, però, il fenomeno della Guerra Mondiale a rate, nei suoi teatri neocolonialisti, pone intere popolazioni in un transito senza meta, nel quale anche la sessualità in molti casi scompare o viene sostituita dai cottimi delle prostituzioni, sia nel praticarla come utente finale che nel farne il proprio mestiere. In quest’ultimo caso, poi, la trasformazione del corpo in merce, stimola a perdere la propria sfera di intimità, diventando algidi/e: un meno, come dire, meno – attivo.
Il meno diventa anche paradigma di auto privazione che si innesca in tanti adolescenti che, dopo aver vissuto una sessualità compulsiva, si trovano completamente abulici rispetto ai temi dell’amore. Vivere il sesso in tenerissima età attraverso gli stereotipi coatti del consumo li annienta, fino a spegnere ogni fiammella di entusiasmo una volta abbuffati di coiti ignoti.
Le categorie del meno, quindi, sono molteplici ed è difficile sintetizzarle tutte, ma è evidente che lo stato cannibale del turbocapitalismo, oltre ad uccidere e depredare l’Umanità, ne cancella per una parte il diritto ad amare e essere amati. Alla sacrosanta rivendicazione per i Diritti LGBTQIA+, manca questa sensibilità, che del resto è afona anche nello sguardo che gran parte della sinistra rosé e di quella antagonista dà ai fenomeni delle alienazioni urbane: un buco narrativo, prima che politico.
L’ossessione per il controllo delle masse delle nostre oligarchie si basa anche su questa castrazione di massa alla quale una parte di umanità è costretta. Sono da sempre le élite immorali e libertine a farsi paladine della famiglia tradizionale. Ma, in questa dolorosa parentesi di morte, non è più la famiglia ad essere sponsorizzata dalle massonerie, ma il legame mono – umano: lo schiavo che, per accettare e tollerare questa depravata deprivazione, deve cancellare il ritmo dell’Amore.
Sono proprio gli zozzoni del 1% che detiene il 99% della ricchezza che impongono la strada di una dolorosa castità a chi vive ai margini: aggiungendo alla sofferenza insita nelle difficoltà, qualunque esse siano, anche la pena accessoria della bruttezza, della irricevibilità, dell’abbandono. Non penso che bisogna immaginare una specie di certificato medico sulla “chiavabilità” degli Ultimi e dei Penultimi, ma è anche vero che è nella tenerezza che si lenisce la fatica di vivere.
Il neo puritanesimo onanistico delle oligarchie si avvale di questo controllo cibernetico che sostituisce, almeno nel brandello di occidente che resta, il puritanesimo del sogno americano che, quello sì, era fatto di bimbi sorridenti e case colorate. Oggi il marginale deve restare solo: perché una camicia di forza che realmente funzioni, impone che ogni volo deve essere spento sul nascere. Dal telefonino, traslando la stessa funzione dell’aggeggio in braccialetto elettronico delle detenzioni universali.
Ma, se non basta, dallo psico farmaco contenitivo o dall’internamento in una delle nuove prigioni della contemporaneità, compresi i lager delle periferie. Se dieci milioni di italiani, statistiche alla mano, non nasceranno un motivo ci deve essere: si tromba meno e si tromba sempre in termini di performance di consumo e, conseguenzialmente, senza stabilire quei legami che portano a mettere su famiglia.
Del resto i 20 milioni di italiani poveri, quasi poveri o a rischio povertà, senza tutto questo bromuro fascioliberale, farebbero la rivoluzione entro fine settimana. Solo gli eletti hanno diritto ad amare e, dispiace dirlo, anche parte dei movimenti di rivendicazione sessuale hanno per riferimento una libertà “parcellizzata” che, senza Uguaglianza, diventa mera espressione corporale di élite.
Esattamente come in temi di “Utero in affitto” o di “diritto alla prostituzione”, laddove è chiaro che è lo squilibrio economico che diventa stupro, anche senza i connotati penali del reato. Perché se “senza consenso è stupro” lo è anche quando questo consenso è estorto dalla fame.
In tal senso al neo schiavo tocca non solo diventare indesiderabile, ma subire lui stesso una torsione nel quale il suo desiderio si astrattizza, diventa indistinto, intraducibile. La fame, il dolore, la violenza creano alterazioni psichiche, quel buio nella mente che standardizza l’Uomo in cosa: un vuoto dove tutto scivola via, perché tutto prende forma di bisogno. La strada verso le crocchette di cane per uso umano diventa, così, molto breve. Mentre quella di appagare gli appetiti sessuali attraverso macchine è già realtà.
Un desiderio indistinto, infatti, paralizza la mente tanto quanto un’assenza di desiderio: entrambi non determinano azioni “sociali”. Un desiderio reale, molto oltre la sua praticabilità, crea immaginazione, quella gioia illogica che è volano di emancipazione. Viceversa il desiderio indistinto crea nevrosi, pornografia isterica e non innesca meccanismi reali per la sua realizzazione.
Si atrofizza la sfera della passione, mano mano che si chiude il sipario delle prigioni universali che impongono: celle/trincee che, naturalmente, devono contenere singoli alienati, ammassati ma non collegati tra loro, se non attraverso l’odio e il fetore. Cancellare il pericolo che un sorriso storto, dentro una folla impaziente e anonima, possa ricordare a noi truppa di essere vivi.
Fonte
14/12/2024
Italia - Per sei famiglie su dieci il reddito non è più sufficiente
Secondo il rapporto infatti quasi sei famiglie italiane su dieci ritengono che il proprio reddito sia insufficiente rispetto alle necessità primarie. E a fronte di questa realtà anche il welfare in Italia è in caduta libera per essere sostituito da un welfare fai da te in cui il 58% trova sostegno nella rete familiare e solo il 29% nei servizi pubblici.
Inoltre, 1 famiglia su 6 ha responsabilità di cura verso familiari non autosufficienti mentre solo 1 famiglia su 10 non riuscirebbe ad affrontare la nascita di un figlio. Al contempo cresce il disagio psicologico giovanile.
“La congiuntura economica è favorevole e il tasso di occupazione è positivo, ma questo non sembra più sufficiente per garantire il benessere di tutti. Facciamo attenzione alle nuove solitudini perché c’è molta fragilità. Pertanto, le imprese sono chiamate a fare di più per i bisogni di chi lavora” – è la sintesi, dati alla mano, di Marco Marcatili, Direttore Sviluppo di Nomisma e Responsabile dell’Osservatorio Sguardi Familiari, aggiornato con le nuove rilevazioni 2024.
Malgrado l’occupazione, compresa quella femminile, sia cresciuta fino ad attestarsi al 62,5%, ampliando la platea di lavoratrici e lavoratori e contribuendo a ridurre quella dei disoccupati, ben oltre la metà delle famiglie italiane (59%) considera inadeguato il proprio reddito.
Nello specifico, lo studio di Nomisma rileva che a un 15% di famiglie che giudicano il proprio reddito insufficiente per far fronte alle necessità primarie, si somma un altro 44% di famiglie che valuta le proprie entrate appena sufficienti per arrivare a fine mese. Tra queste, a denunciare la sproporzione tra redditi e costo della vita è il 62%, a cui si aggiungono le famiglie (1 su 5) che accusano spese per la casa particolarmente elevate.
Questa quota copre oltre l’80% delle famiglie in difficoltà (percentuale in crescita di 3 punti rispetto alla scorsa rilevazione). Al contempo, diminuiscono dal 10% all’8% le famiglie che denunciano difficoltà lavorative come elemento determinante della condizione di insufficienza del reddito.
Secondo Nomisma, sebbene siano stati recuperati 10 punti percentuali rispetto al momento del picco dell’inflazione, a cavallo tra 2022 e 2023, ancora oggi ad apparire decisamente squilibrato è il rapporto tra costo della vita e redditi da lavoro.
L’Italia paga la mancata crescita delle retribuzioni, che tra il 2013 e il 2023 sono cresciute la metà rispetto alla media europea (16% contro il 30,8%), mentre il potere d’acquisto risulta addirittura calato (-4,5%) con la recente ondata inflattiva.
“Il rinnovo dei contratti collettivi e gli adeguamenti Ipca non colmano, se non parzialmente, la misura di quanto perso in termini di potere d’acquisto con l’inflazione, che ha determinato una vera e propria erosione dei risparmi, a danno di molte famiglie. L’aumento del ricorso alla cassa integrazione (+23% nei primi nove mesi 2024) sulla carta lascia invariata l’occupazione, ma incide negativamente sui redditi e sulle aspettative verso il futuro” – spiega Marcatili. “Non a caso, malgrado gli indicatori positivi del mercato del lavoro, ben il 42% delle famiglie ritiene che la propria condizione economica sia peggiorata negli ultimi 12 mesi (nettamente peggiorata per l’11%), mentre solo l’8% ritiene sia migliorata”.
L’85% delle famiglie ha tagliato le spese per il tempo libero, il 72% ha ridotto i consumi culturali, il 67% le attività sportive e ben 1 famiglia su 2 ha dovuto ridurre le spese sanitarie, il 28% ha tagliato sulle spese per l’istruzione.
Al contempo,1 famiglia su 10 dichiara che non potrebbe far fronte economicamente alla nascita di un figlio e 1 famiglia su 6 non riuscirebbe ad affrontare la perdita di autonomia di un proprio componente, tanto che il 60% degli intervistati ritiene che alla base del calo nelle nascite ci siano questioni di natura economica.
Quanto emerge dall’Osservatorio Sguardi Familiari dimostra come non siano solo i consumi considerati voluttuari a venire tagliati. Quando si arriva a comprimere le spese per la propria salute o per l’istruzione dei figli, quando la sostenibilità finanziaria della quotidianità è così fragile da essere compromessa da una nascita, risulta evidente la situazione di vulnerabilità, denunciata soprattutto da alcune categorie familiari.
Il rapporto di Nomisma indica che le rinunce più gravose risultano doverle farle le cosiddette famiglie sandwich, strette tra la cura dei figli piccoli e dei genitori anziani. Ben il 70% delle famiglie che tagliano sulle spese sanitarie sono famiglie sandwich, seguite poi, con ampie sovrapposizioni, dai genitori soli con figli (60%) e dalle famiglie che vivono nel Meridione (60%), ad indicare ambiti sociali caratterizzati da elevata fragilità.
“La questione è sistemica perché i bisogni delle famiglie, tradizionalmente legati al welfare pubblico, non trovano risposta adeguata se non dentro la famiglia stessa. Nello scenario attuale, assistiamo ad un welfare sempre più fai da te, tanto che il 58% degli intervistati dichiara di trovare il principale supporto nella rete familiare, mentre solo il 29% dichiara di ricevere supporto dai servizi sociali pubblici messi a disposizione dal territorio” – chiarisce Marcatili.
Le imprese poi non aiutano di certo le famiglie ad affrontare le difficoltà. Complessivamente solo il 12% degli intervistati dichiara di trovare un supporto sostanziale in azienda. Viene poi evidenziata la questione relativa alle nuove solitudini: le tipologie di nuclei familiari più esposti a debolezza e bisogni sono quelli composti da una sola persona.
Lo studio condotto da Nomisma riscontra, in ogni fascia di età, l’aggravarsi delle condizioni e un peggioramento delle prospettive future per le persone sole.
I giovani soli (under 45) sono particolarmente esposti all’instabilità occupazionale e vulnerabili quando non possono ricorrere alla protezione della rete familiare (oltre il 31% degli intervistati non riuscirebbe a sopportare l’impatto economico della perdita del lavoro di un componente della propria famiglia, contro una media del 14%).
Gli adulti soli (45-69 anni) hanno meno supporto familiare e in questo segmento di popolazione aumentano i casi di vissuti difficoltosi (divorzi, separazioni) che spesso si traducono in forme di fragilità, anche economica (quasi doppia la quota di adulti soli che percepiscono come insufficiente il proprio reddito rispetto alla media).
Gli anziani soli (over 70) sono più solidi economicamente (la quota di chi dichiara insufficiente il proprio reddito è inferiore del 50% alla media), ma pesa l’esposizione al cronicizzarsi delle patologie e la forte dipendenza dalla rete familiare (66%).
Soffrono pesantemente i genitori soli con figli a carico, che necessitano in primis di supporto economico, anche e soprattutto in forma di assegnazione di alloggi pubblici e offerta di servizi sociali dedicati. In un quadro complessivo di aumento del disagio psicologico, la quota di genitori soli con figli che manifestano forme di disagio si attesta al 19%, contro una media del 7%, a indicare una condizione particolare di fragilità.
Fonte
30/09/2024
Paderno Dugnano
di Marco Sommariva
Quando, nell’estate del 1980, misi sul piatto del giradischi Closer, il secondo album in studio dei Joy Division, mia madre mi chiese se potevo ascoltarlo con le cuffie invece che dagli altoparlanti dell’impianto stereo così che a lei, indaffarata in cucina, non arrivasse neppure una nota di quel disco. Negli anni precedenti aveva apprezzato qualsiasi vinile entrasse in casa, da Bruce Springsteen a Jackson Browne a Edoardo Bennato, da Patti Smith alla Premiata Forneria Marconi ai Pink Floyd, da Bob Marley a Eugenio Finardi ai Genesis alla colonna sonora del film Jesus Christ Superstar, e stiamo parlando di una donna credente che da ragazza, trent’anni prima, ascoltava Nilla Pizzi e Achille Togliani. In quegli anni arrivò a chiedermi come mai non avevo ancora acceso il giradischi e, persino, se potevo mettere un long playing piuttosto che un altro, ma coi Joy Division alzò subito bandiera bianca, disse proprio: “Non riesco ad ascoltare queste canzoni: sono tristi”.
Dopo più di quarant’anni ascolto ancora i Joy Division e vi garantisco che, al momento, non ho ancora preso in considerazione l’idea di ammazzare nessuno; scrivo così perché, poco dopo la tragedia di Paderno Dugnano, ho letto su Il Messaggero che il ragazzo che ha ucciso fratello e genitori, fra le altre cose, avrebbe detto: “Ascoltavo tanta musica triste. Soprattutto i Beatles. Sentivo in continuazione una loro canzone, The Long and Winding Road”, frase che ho sentito riportata anche in più di un programma televisivo. Come spesso accade, di fronte a certi drammi s’inizia a costruire castelli sul niente o poco più: “L’interrogatorio di R. non è solo la ricostruzione della dinamica del triplice omicidio, ma un viaggio nella mente del diciassettenne: il suo immaginario, i suoi pensieri, cosa abbia trasformato un ragazzo studioso e sportivo in un triplice omicida. E agli inquirenti racconta di quel brano che parla di una lunga e tortuosa strada fatta di solitudine, la stessa che stava percorrendo.”
Qualche corto circuito mentale mi riporta ai tempi in cui se ne scrivevano di tutti i colori sui fumetti di Dylan Dog, comprese considerazioni dove si affermava che i ragazzi che leggevano certi episodi del personaggio creato da Tiziano Sclavi, rischiavano di rimanere avvolti da una sensazione di impotenza di fronte a un mondo fatto di orrori, di violenza e sopraffazione, e che per loro era facile cadere nella trappola del pessimismo, che nelle pagine dell’Indagatore dell’incubo non si comprendeva dove finiva l’ironia e dove cominciava l’intenzione seria di proporre ai lettori un approccio con il mondo dell’occultismo e che alla fine, ridendo e scherzando, i ragazzi sembravano avvicinarsi a certi pericolosi argomenti e, soprattutto le menti più fragili, finivano davvero per interessarsi al satanismo, e così dallo scherzo si rischiava di passare alla pratica reale. E via cantando.
E chissà mai che, per difendere i nostri ragazzi, prima o poi non si arrivi a una proposta di legge in cui si chieda di vietare musica, fumetti e, perché no, cinema, teatri e quant’altro, magari sulla base dell’esperienza afghana che dimostra gli ottimi risultati raccolti dai talebani da iniziative quali bruciare strumenti musicali, perché – come l’ascolto della musica e il ballo, vietati pure questi – sono in grado di corrompere i giovani.
Sulla tragedia di Paderno Dugnano, lo scorso 3 settembre ho letto sul quotidiano Avvenire un interessante articolo di Nicoletta Martinelli Il pezzo inizia con un’affermazione di Simone Feder, psicologo presso la Casa del Giovane a Pavia, il quale ricorda che in Italia, sino al 1986, i canarini erano usati nelle miniere per segnalare la presenza di gas tossici che, se respirati, avrebbero ucciso i minatori; per i lavoratori, gli uccellini in questione erano sia un allarme visivo quando morivano, sia un allarme uditivo quando smettevano di cantare. Lo psicologo ricorda quanto sopra per dire che, oggi, i nostri canarini sono gli adolescenti, ma che il problema non va cercato nella morte del canarino, fuor di metafora nei gesti estremi in cui vediamo coinvolti i ragazzi, ma nell’aria che è tossica e, quindi, nella società.
Probabilmente, è stato questo richiamo alle miniere a farmi tornare in mente certi passaggi del Germinal di Emile Zola, che sembrano adattarsi a una disgrazia, apparentemente, molto distante dalle vicende narrate dallo scrittore francese, nel romanzo del 1885.
L’articolo della Martinelli prosegue citando Caetano Veloso che cantava Da vicino nessuno è normale – frase che, se non erro, è stata attribuita anche a Franco Basaglia –, facendo notare che il cantautore brasiliano è smentito dal diciassettenne di Paderno Dugnano il quale, pur avendo ucciso genitori e fratellino, è sempre stato ritenuto normale anche da vicino, se si dà credito alle descrizioni che amici e parenti fanno del ragazzo; amici e parenti tra i quali, come pare abbia confessato agli inquirenti, il ragazzo si sentiva un “corpo estraneo”, “oppresso”. Dato che sembra che queste sensazioni non siano nate il giorno della strage ma prima, mi è venuta in mente questa frase di Germinal: “…non era una vita possibile quella d’aspettare inerti delle cose che si sarebbero realizzate forse fra cento anni.”
E quando lo psicologo Feder spiega che il disagio di un ragazzo può essere invisibile, spesso celato e gestito dal giovane con una sofferenza dentro le mura, privata, silenziosa, mi viene in mente che questo celare potrebbe essere il necessario angolo di menzogna citato da Zola: “Quando si vive come bestie, a capo chino, è pur necessario un angolo di menzogna, dove uno si diverta a regalarsi quelle cose che non potrà mai possedere.”
Nel pezzo di Avvenire leggo anche che, nel caso in oggetto, la premeditazione ha convissuto con l’agito impulsivo; pescando ancora da Germinal, a mio modesto parere potrebbero aver fatto la loro parte anche il coraggio, magari frutto della certezza di essere nel giusto “quando si è dalla parte della ragione si sa essere anche coraggiosi” e la casualità “spesso non si fa il male solo perché mancano le occasioni”.
L’articolo sposta, poi, il discorso sui genitori ponendo la domanda, come spesso si fa in queste situazioni, dov’erano e cosa facevano mentre i loro figli sbarellavano, ricordando che quando un adolescente lancia una sfida deve esserci un adulto pronto ad accoglierla, ma che ci manca la capacità o la voglia di aiutare i giovani a gestire anche le frustrazioni e che, di fronte alla fatica dell’essere genitori, si passa la responsabilità agli specialisti. E così, quando leggo su Il Fatto Quotidiano che lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, interpellato da Il Messaggero, provando ad analizzare i motivi e le circostanze che possono favorire il quadro di un delitto di questo genere, afferma che “Non c’è una regola. Ed è avvenuto perché non parliamo più. Abbiamo scambiato i soldi con le parole. Una volta si parlava e non c’erano soldi”, ripenso a un passaggio di Germinal in cui “la folla” citata richiama alla mia mente il ragazzo diciassettenne: “…erano il suo vestito di seta, il suo mantello di pelliccia, perfino la piuma bianca del suo cappellino, che esasperavano la folla. Era profumata, aveva un orologio, la pelle fine, da fannullona, che non aveva mai toccato il carbone.”
E quando leggo che il mondo giovanile ha rotto gli argini e la comunità educante è ancora in cerca di un modo per assistere, accompagnare e intervenire sulle fragilità e le vulnerabilità dei giovani, rivedo questi due passaggi del buon’Émile: “Quel che mi dà fastidio sono i vili che guardano senza far niente, mentre noi rischiamo la nostra vita” e “il piacere di vivere se ne va quando se n’è andata la speranza…”
Leggo anche che il malessere che descrive R. che ha ucciso la famiglia, è lo stesso di molti altri ragazzi ed è l’incapacità di saper dare il nome alle cose, di saper definire con parole, concetti, idee e immagini quello che si sta provando, un’incapacità di analisi che diventa un malessere insuperabile perché non saper descrivere un problema ha come conseguenza non saper chiedere aiuto per risolverlo. È a questo punto che mi viene in mente un romanzo di Mario Vargas Llosa, Chi ha ucciso Palomino Molero?, dove un personaggio, facendo riferimento alla figlia, dice: “Per portare Alicita a New York ho venduto la casa dei miei genitori. Ho dato fondo a tutti i miei risparmi. Ho persino impegnato la mia pensione di vecchiaia. Negli Stati Uniti guariscono tutte le malattie del mondo, fanno ogni sorta di miracoli scientifici. Non è quanto dicono tutti? Be’, se è così, qualsiasi sacrificio è giustificato. Salvare quella bambina. E salvare anche me. Non l’hanno guarita. Ma, almeno, hanno scoperto cos’aveva. Delusions. Non guarirà mai perché non se ne guarisce. Aumenta, semmai. Prolifera col tempo, come un cancro finché la causa è lì, a provocarlo.” Parlando di parole utili a identificare i problemi ma che purtroppo spesso non si trovano, penso al divario sempre più ampio che quotidianamente riscontro tra le parole che vengono pronunciate e il pensiero che si aveva intenzione di esprimere, distanza che rende ormai approssimativa ogni tipo di comunicazione, anche la più semplice.
Ungaretti scriveva nell’Allegria di naufragi: “Si sa che tra le parole e ciò che si vuol dire c’è sempre un divario enorme, anche quando magari sembri piccolissimo… Dirò dunque che cercavo l’approssimazione meno imprecisa, la riduzione di quanto possibile di quel divario ineliminabile che c’è tra le cose da dire e il modo di dirle.”
Credo, però, sia venuto il momento di chiedersi se, per caso, questa mancanza di parole non sia frutto di un lavorio iniziato diverso tempo fa che voleva proprio ottenere questo, zittirci, silenziarci perché non ci si lamentasse, non si protestasse; sintetizzava Umberto Galimberti in un’intervista: “Se hai poche parole non puoi avere tanti pensieri, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che possiedi: io non posso pensare qualcosa di cui non ho la parola. Quando ho poche parole, penso poco.”
A questo punto, mi verrebbe da ipotizzare questo… il Sistema per difendersi dagli attacchi e garantirsi la sopravvivenza, fa in modo di ridurre il più possibile il numero di parole a disposizione delle persone che governa, queste accettano di buon grado il tutto perché, in fondo, mica vengono tolti loro i social o i campionati di calcio e, così, mentre ci si rende conto di non conoscere più parole a sufficienza per contestare chi ci usa, i nostri figli si uccidono o ci ammazzano perché ammutoliti da quello stesso Sistema contro cui non siamo più capaci di lottare.
Il Giacomo Leopardi che, se non cambieremo strada, un giorno verrà vietato nelle scuole perché non politically correct, nello Zibaldone scriveva: “Un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita o mal nota a noi medesimi che l’abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta.”
Anche il linguista Tullio De Mauro ci aveva avvertito che la distruzione del linguaggio è la premessa a ogni futura distruzione eppure, nonostante i numerosi ammonimenti, leggevo in questi giorni su Rolling Stone che sempre più artisti si autocensurano come, per esempio, Patti Smith che ha tolto il brano Rock ‘n’ Roll Nigger – galeotto fu il nigger, ergo negro – da tutte le edizioni in streaming del suo album Easter del 1978.
Eppure, tutto ciò che oggi ci fa vergognare del nostro passato ha generato in noi degli anticorpi utili per non commettere errori simili: sarà mica proprio qui, nel desiderio di cancellare le nostre vergogne l’origine dei nostri problemi?
18/03/2023
Tutto è permesso, tranne perdersi
di Gianfranco Marelli
Marco Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichiatrico nella società degli individui, Castelvecchi 2023, pp. 261.
Parto dalla fine. Dopo aver letto l’ultimo libro di Marco Rovelli, un viaggio-inchiesta che l’autore, musicista-filosofo, ha compiuto in questi tre anni di pandemia, trascrivendo il disagio, l’ansia, la paura delle persone e di coloro che – dagli infermieri ai medici, dagli psicologi agli psicoanalisti e finanche agli psichiatri – hanno provato a comprendere il perché di tali sofferenze, mi è tornato in mente lo spettacolo che Giorgio Gaber tenne al lirico di Milano nel 1974 e al quale, come tanti, ebbi la fortuna di assistere.
In particolare la canzone che chiudeva lo spettacolo scritto con Sandro Luperini, “C’è solo la strada”, rispecchiava quel determinato momento, quando la speranza di poter cambiare la realtà, uscendo dall’isolamento delle proprie confortevoli case, si coniugava con il desiderio nell’essere protagonisti di un’onda collettiva capace di innaffiare la vita quotidiana con gocce di speranza creativa. Ricordate?
C’è solo la strada su cui puoi contare
La strada è l’unica salvezza
C’è solo la voglia e il bisogno di uscire
Di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
Non passa per le case
In casa non si sentono le trombe
In casa ti allontani dalla vita
Dalla lotta, dal dolore, dalle bombe (qui)
Da allora qualcosa è cambiato. Cosa, quando, ma soprattutto perché? Immediatamente ho ripreso la lettura del libro fin dal primo capitolo, individuo vs condindividuo, in cui l’autore descrive il tempo della pandemia come una pandemia del tempo, percepito improvvisamente come un tempo sospeso fra l’eccesso di averne troppo e la penuria di non averne abbastanza, al punto che la realtà stessa, finora considerata “normale”, è stata posta in questione.
Ma quando si pone in questione qualcosa, occorre avere le risorse per dare delle risposte. E se queste risorse non si hanno, si sta male. E il malessere, il disagio, la sofferenza psichica in questo tempo sospeso sono cresciuti enormemente. Ma questa esplosione del disagio – sintomi depressivi o ansiosi generalizzati – non è un’irruzione improvvisa, una comparsa di alieni dallo spazio. Essa è da intendersi proprio alla luce della nostra mancanza di risorse per far fronte a una crisi già in atto. Il tempo della pandemia è un’accelerazione di processi di lunga durata. Che riguardano il nostro modo di abitare il mondo.[p.10]
Molti e infiniti sono gli spunti che conducono a leggere un libro, e questo si presta ai più svariati: da guida accompagnatrice nel mondo misterioso e affascinante della mente umana, a prontuario medico farmacologico più usato, e non poche volte abusato, in questi lunghi anni di pandemia; da stimolante lettura dell’intreccio fra filosofia e psicanalisi – coinvolgente i principali personaggi della cultura occidentale dai tempi di Spinoza sino ai Lacan, Deleuze, Foucault – all’impressionante aumento della violenza su se stessi [anoressia, autolesionismo] e sull’Altro [bullismo, revenge porn] da parte dei giovani, soprattutto delle giovani, al punto da non riuscire a sostenere lo sguardo degli altri e rifugiarsi nella propria cameretta, perché lo sguardo degli altri è come il basilisco: ti incenerisce, in quanto può svergognarti in ogni momento.
Diverse, infatti, sono le piste seguite dall’autore in questo viaggio-inchiesta che è facile rimanere imbottigliati nel traffico di informazioni, tutte preziose, registrate dalle voci dei diretti protagonisti di questo tempo improvvisamente vuoto che ha posto il problema di come riempirlo per non sentirsi vuoti. Fra queste abbiamo prediletto la pista che Rovelli ha seguito per evidenziare lo iato che separa non solo il prima e il dopo della pandemia, ma il prima dell’affermazione ideologica racchiusa nella celebre frase di Margaret Thatcher – «Non esiste nulla che possa definirsi società. Esistono gli individui, i singoli uomini e le singole donne, ed esistono le famiglie» – e il prossimo futuro, segnato sempre più da emergenze indotte e pilotate da interessi economici nei vari settori produttivi [dall’industria agro-alimentare all’industria militare, dall’industria estrattiva di minerali e risorse energetiche, alle ripercussioni negative sull’assistenza sanitaria, l’istruzione, i servizi sociali di tutti i popoli del mondo] nel loro insieme votati ad avere un impatto sulla natura e su chi vi abita dagli esiti nefasti.
Eppure “vivere senza tempo morto, gioire senza ostacoli” – una fra le tante gocce di speranza creativa dello tsunami sessantottino – invocava la libertà di essere i protagonisti della propria vita combattendo i pregiudizi culturali, i sensi di colpa religiosi, i rimorsi per non aver fatto il proprio dovere imposto da una società patriarcale, maschilista, ma soprattutto finalizzata al dominio della merce attraverso il consumismo e il suo illimitato sviluppo, sbandierato come progresso della modernità. Altri tempi.
Adesso senza tempo morto si è obbligati a vivere, come obbligati si deve gioire per qualsiasi genere di merce sentiamo il desiderio di comprare, senza più ostacoli ai nostri bisogni indotti da una società permissiva. Permissiva in che cosa? Certo, se tu vuoi tutto è possibile, ma devi saperlo realizzare autonomamente poiché tu sei il responsabile, il creatore e l’imprenditore di te stesso. Dopotutto, scrive Rovelli, «Il punto è chiaro: la nostra società non si regge più sulla contrapposizione tra permesso/vietato, ma tra possibile/impossibile. Tutto è possibile: Just do it. E se ti è impossibile, se non ce la fai, la responsabilità è solo tua» [p.32]; insomma, non è più il senso di colpa legata alla legge che vieta, ma di vergogna legata al fallimento per non esser stato capace di diventare imprenditore di te stesso. Perché volere è potere, e se non possiedi il potere dentro di te per divenire ciò che gli altri si aspettano da te – e tu non vuoi deluderli, vero? – cosa ti resta se non la vergogna del tuo fallimento?
Cosicché, il “tu puoi” diventa il “tu devi” – l’imperativo categorico della società dello spettacolo – immediatamente tramutato in “tu non puoi”, perché non ti impegni abbastanza, non segui i tempi, non ti sai promuovere e tanto meno vendere. Allora corri [letteralmente] ai ripari: ti inventi l’immagine più accattivante in grado di catturare l’attenzione su di te, trascinando la tua esistenza sotto un continuo stress, un’ansia egocentrica, accompagnata dall’esaltazione per i piccoli successi ottenuti eliminando i tuoi diretti avversari più deboli, inesperti, bamboccioni. Risultato: ti ammali perché la società è ammalata di bipolarità.
Sì, la bipolarità tra mania e depressione è quella che meglio si presta a descrivere un modello sociale che si muove tra imperativo continuo della prestazione, della necessità imprescrittibile e inderogabile del conseguimento di un oggetto, di un obiettivo (che in questo contesto identifichiamo, in base all’etimologia stessa di ob-jectum, con ciò che ci sta davanti, e su cui proiettiamo il desiderio), e la conseguente tonalità depressiva quando non si raggiunge l’oggetto (e l’oggetto, propriamente, non lo si raggiunge mai), quando si è costretti a mollare la presa, quando per un evento qualsiasi affiora il vuoto – poiché l’iperattività è una forma di difesa dal vuoto che ci abita, un moto perpetuo di difesa contro la depressione.[pp. 41-42]
Ecco, viaggiando a capofitto in questo “vuoto che ci abita”, Marco Rovelli ci conduce passo dopo passo ad esplorare e a interrogarci sulle cause patologiche del disagio, non più soltanto genetiche e strettamente organicistiche, risolvibili con una pastiglia, un TSO, un ricovero di sollievo; perché il vuoto dentro di noi rispecchia il vuoto fuori di noi causato dalle illusioni generate dall’iperedonismo neoliberale per un godimento senza limiti smentito dalla realtà, soprattutto da quando l’epidemia ha dissipato e fatto implodere la retorica sociale del merito e delle infinite possibilità che ciascuno di noi ha nel mettersi in gioco al fine di primeggiare sugli altri concorrenti. Infatti, questa è «l’epoca del godimento come nuovo imperativo sociale, un godimento in cui non ha più parte il desiderio come desiderio dell’altro, ma che si pone come un’affermazione narcisistica dell’io ideale, che ha reciso ogni legame con l’altro» [p.145]; di modo che:
la pulsione securitaria che appare oggi esorbitante, ed è sotto gli occhi di tutti nell’età di sovranismi, identitarismi e razzismi, è inscritta immediatamente nel pensiero di una società che esiste solo successivamente agli individui. Questo dato di fatto balza agli occhi in maniera più evidente ora che il desiderio di sicurezza, e la tendenza a costruire l’altro come nemico, si fa più pressante e presente perché la propria condizione di godimento viene percepita come a rischio.[p. 149]
Come uscirne, se non insieme? Ma cosa vuol dire “insieme” nella società degli individui? Comprendere innanzitutto che il non sentirsi a proprio agio – una sorta di spaesamento in casa [oikos] e nel mondo [phisis] – è una condizione condivisa e generalizzata in grado di mostrare l’unica possibilità che la società dello spettacolo vieta: perdersi! Perdersi come i bambini quando giocano; come gli innamorati quando si amano; come chi immagina la realtà per trasformarla e liberarla dalla sua addomesticata follia. Quando, se non ora?
11/07/2022
Il disagio nella civiltà – Il soldato Joker ritorna alla guerra: l’informazione tra propaganda, dogmi di fede e perversione del Reale
a cura di Beppe Ricca, Paolo Patuelli e Manuel Colosio
[La trasmissione radiofonica Il disagio nella civiltà di Radio Onda d’Urto
ha recentemente dedicato un ciclo di puntate alla narrazione della
guerra a cui hanno preso parte Gioacchino Toni, Alberto Negri, Lucio
Manisco, Domenico Quirico e Sandro Moiso. Oltre alla presentazione
dell’iniziativa curata da Beppe Ricca, Paolo Patuelli e Manuel Colosio,
si riportano i link alle diverse puntate andate in onda – ght].
***
Sergente Hartman: soldato semplice Joker, tu credi alla vergine Maria?
Soldato Joker: signorno signore…
Inizia così, in Full Metal Jacket di Stanley Kubrik, memorabile pellicola sulla perversione della guerra, un simpatico colloquio tra il Sergente Hartman e il soldato Joker che si conclude con l’affermazione negativa di quest’ultimo circa la relazione con il trascendente, in questo caso Maria la vergine e con un passaggio di grado per il soldato Joker che premia “il fegato” di tale affermazione... d’altro canto, ci vuole “del fegato” in guerra per fare i conti con il Reale.
Il procedere umano attraverso la guerra, o dell’infinita verità negata.
La psicoanalisi accede alla guerra solo tramite le tracce che essa lascia sui viventi e sui discorsi. Tracce soggettive depositate nelle parole perché le guerre hanno questo potere: segnare il discorso ben più che i periodi di pace e, benché questi abbiano nel mezzo la possibilità infinita concessa all’umano (amare, filiare, fare economia) il vocabolario guerresco viene utilizzato per caratterizzare ogni legame umano.
La guerra è la civiltà (nella cifra del suo disagio) attraverso la formula di Lacan: l’inconscio è la politica, ovvero, una delle modalità del commercio interumano, la più universale e permanente. Da qui il procedere della storia dove la guerra è il banco di prova della docilità al discorso del padrone.
Presente in tempo di pace, la docilità si impone come assoluta in tempo di guerra. La guerra quindi non è il contrario della civiltà, ma il suo coronamento più alto che si fa legame sociale chiamando in causa i tre registri: Simbolico, Immaginario e del Reale.
La guerra quindi, nel suo divenire, che attraversa l’umanità e l’uomo, è una forma di legame sociale entro la quale incarnare lo spirito per il quale occorre far avanzare degli esseri umani in battaglia, verso un luogo di probabile morte, in mezzo a rumori assordanti, e dove e richiesto un lavoro psichico importante perché questi implica che il soggetto vada contro quasi tutte le risposte abituali e naturali dell’essere vivente, scandagliando e rispondendo ad un principio di godimento assoluto.
Non ci chiediamo più chi è responsabile di usare discorsivamente la morte – e tutti i significanti che essa richiama – agitandola come conseguenza della nostra non adesione al progetto che costui (il dogma della fede alla guerra) ci propone: non ci si chiede più chi è che comanda con la morte e la minaccia sulle nostre vite.
Ci sentiamo al sicuro, perché ci pensiamo ben amministrati e non comandati da un potere minaccioso e mortifero. Pensiamo di autodeterminarci mentre in realtà riproduciamo automatismi, ripetiamo una quotidianità rassicurante.
Pacificati nel riflesso dello schermo televisivo viviamo il presente del corpo e della mente nell’inedia da totale e prolungata mancanza di alimento politico.
Così la visione ridondante e ripetuta della morte altrui esposta dai teleschermi inquadra, come fissata in un fotogramma, la nostra vita nella ripetizione sintomatica, producendo inerzia e impotenza.
La guerra va contro la guerra immaginata. Emerge così, non la sublimazione di quanto accade in analisi ma la chiacchiera che diventa intrattenimento, fissità nella narrazione mediatica.
Oggi, grazie all’aver archiviato la questione della morte dell’altro nella narrazione da fiction e nell’intrattenimento televisivo, possiamo ammirare distrattamente il biglietto vincente, seppur logoro e sporco di sangue, da un divano che non è esattamente quello di Freud.
Con il soldato Joker e con alcuni giornalisti che si sono implicati nel tema della verità affronteremo questa (sporca) guerra, dentro le macerie fumanti, ascoltando la narrazione delle vittime (tutte) provando ad interrogare la perversa questione del legame sociale.
E comunque, insieme a voi che ci ascoltate.
- La prima puntata con Gioacchino Toni, della redazione di “Carmilla on line”, studioso dei fenomeni artistici e audiovisivi contemporanei. Ascolta o scarica
- La seconda puntata con il giornalista Alberto Negri, storico cronista di guerra e attualmente editorialista de “Il Manifesto”. Ascolta o scarica
- Nella terza puntata il giornalista Lucio Manisco, per anni corrispondente dagli USA per Raitre e negli anni '90 direttore di Liberazione. Ascolta o scarica
- Nella quarta puntata Domenico Quirico, cronista di guerra e giornalista de “La Stampa”. Ascolta o scarica
- Nella quinta e ultima puntata Sandro Moiso, della redazione di “Carmilla on line”. Ascolta o scarica
18/06/2021
Studenti, disoccupati e giovani precari stanno per esplodere
Negli ultimi anni, buona parte della classe politica italiana sembra aver adottato la stessa strategia: concentrarsi su un solo problema alla volta. Che si parli di Ius soli, immigrazione o diritti delle minoranze ci sono sempre “cose più importanti” a cui pensare, come la crisi economica o la disoccupazione. Ci si aspetterebbe, allora, che l’esclusività riservata alle questioni “importanti” stia portando i suoi frutti. Purtroppo, però, non solo non è così – nel 2019 le famiglie italiane in povertà assoluta erano circa 1.7 milioni, e dalla pandemia in poi la situazione non ha potuto che peggiorare – ma la scarsa attenzione storicamente riservata alle fasce più vulnerabili della popolazione si sta ora traducendo in un malessere sociale sempre più evidente, che le istituzioni sembrano incapaci di riconoscere e di gestire.
Le conseguenze psicologiche di un periodo di repressione come quello appena trascorso non si esauriscono né si risolvono spontaneamente. Per liberarsi della tensione accumulata in modo costruttivo le persone hanno bisogno di credere in un progetto, di agire per un obiettivo e di poter contare su una rete di sostegno sociale che le accompagni nel percorso di uscita dalla crisi. Nei cittadini abbandonati a loro stessi la sofferenza individuale tende invece a tradursi in aggressività sociale e l’Italia del post-pandemia sembra dominata da questo sentimento.
Nell’ultimo anno gli episodi di violenza, soprattutto giovanile, sono aumentati sensibilmente e sembra che il fenomeno – già anticipato dalle maxi-risse di Roma ed Ercolano dello scorso dicembre – almeno geograficamente si stia estendendo ad altre parti del Paese. Gli ultimi episodi hanno riguardato diverse località della Riviera Romagnola e Piazza Mercanti a Milano – città, questa, già segnata dalla guerriglia scoppiata qualche giorno prima a seguito di una rapina. Risse, pestaggi e sparatorie esistevano anche prima della pandemia. L’isolamento forzato e l’insicurezza costante hanno però agito come catalizzatori, esacerbando un disagio latente e, in molti casi, già al limite del sopportabile. Ad alimentare la frustrazione oltre al primo lockdown, sono state anche le inevitabili chiusure successive, per quanto a singhiozzo, il senso di incertezza e paura, l’impossibilità di programmare il proprio futuro, i messaggi contraddittori del governo e le direttive di regioni che cambiavano colore a settimane alterne.
A fare le spese di questa indecisione sono stati soprattutto gli studenti, rassegnati alla didattica a distanza, gli universitari, sistematicamente ignorati dai Dpcm ma con le tasse da pagare e i lavoratori precari, penalizzati
da un blocco dei licenziamenti che ha condannato alla disoccupazione
chi attendeva il rinnovo di un contratto a termine. Dopo un anno e mezzo
in queste condizioni la pressione psicologica ed emotiva accumulata
dalle persone più colpite dalle restrizioni è sempre più difficile da
contenere e gli scontri che avvengono nel nostro Paese con una ciclicità
apparentemente sempre più ravvicinata sono segnali di allarme che non
possono essere ignorati.
L’eterogeneità dei background dei giovani italiani – studenti o lavoratori, con o senza una famiglia alle spalle, talvolta con uno o più figli da mantenere – rende necessaria la pianificazione di un piano d’intervento mirato, in grado di fornire agevolazioni concrete che non si limitino a micro-bonus erogati una tantum ma diventino interventi strutturali atti alla ricostruzione della società. Consapevole, almeno a parole, della necessità di rimettere le nuove generazioni al centro del dibattito, il presidente del consiglio Mario Draghi sembra puntare a un cambio di prospettiva: nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) approvato ad aprile la parola “giovani” appare infatti numerose volte, e agli under 35 in particolare viene riservata un’attenzione trasversale – che spazia dal finanziamento della ricerca e alla digitalizzazione della didattica, passando per sgravi fiscali e mutui agevolati.
Per favorire l’autonomia dei giovani che dipendono inevitabilmente dai genitori, però, non basta aiutarli a comprare una casa. Come spiega Luciano Monti, docente di politiche dell’Unione Europea alla Luiss di Roma, “Agevolazioni per il mutuo sono già in atto dal 2013, eppure i giovani non stanno acquistando […] Rimangono a casa non perché sono dei bamboccioni, ma perché non vedono delle prospettive”. “Il problema vero è la mancanza di un reddito autonomo”, continua il professor Monti. “Se non si crea lavoro è inutile spingere sui mutui: è come spingere sulle auto elettriche quando la gente non ha i soldi per comprarle”. Altrettanto inutile sarebbe attivare programmi di detrazione fiscale per giovani che, secondo un recente studio condotto dal Consiglio nazionale giovani (Cng) ed Eures, percepiscono uno stipendio medio inferiore ai 10mila euro annui – troppo basso, in molti casi, persino per essere tassato. Riprendendo il professor Monti, “La deducibilità fiscale andrebbe a favorire solo quella percentuale minima di coloro che possono contare su un reddito più alto”: non esattamente il modo migliore per colmare un divario socio-economico sempre più ampio sia fra le vecchie e le nuove generazioni, sia fra Nord e Sud.
Per garantire ai futuri lavoratori un’occupazione adeguatamente retribuita, uno degli assi nella manica di Draghi sembra essere la transizione digitale. Lo smart-working è stata la grande scoperta dell’ultimo anno, e i vantaggi hanno riguardato sia le aziende – con effetti che spaziano dalla riduzione dell’assenteismo all’abbattimento dei costi “vivi”, come utenze o affitti – sia i dipendenti, che hanno così risparmiato il tempo e il denaro prima destinati agli spostamenti. Poter lavorare dalla propria abitazione, inoltre, consentirebbe ai disoccupati di ambire a posizioni che prima avrebbero escluso per ragioni logistiche – impedimento, questo, che verrà ulteriormente ridimensionato grazie alla modernizzazione delle linee ferroviarie regionali e ad alta velocità.
Il mito dello smart-working, però, si scontra con una realtà in cui i lavoratori non sono robot, ma persone, e abbattere il confine, anche fisico, che prima distingueva la vita privata da quella lavorativa aumenta il rischio che quest’ultima diventi sempre più pervasiva, andando a intaccare la sfera più privata del nostro quotidiano. Per superare la crisi economica è fondamentale aumentare la produttività ma anche la sensibilità verso il riconoscimento dei bisogni umani: le relazioni e il riposo devono essere tutelati. Il lavoro digitale, benché conveniente da un punto di vista pratico, aumenta la probabilità di scivolare in uno stile di vita nevrotico, a causa della flessibilità oraria e della tentazione di “portarsi avanti” con il lavoro anche oltre l’orario di impiego. Ciò provocherebbe un aumento dello stress anche in assenza di pandemia, ma nella situazione di instabilità psicologica attuale il rischio di burnout aumenta esponenzialmente. Studenti, disoccupati, giovani precari – ma non solo – sono già sul punto di esplodere: se lo Stato vuole evitare che tale condizione si protragga, con conseguenze devastanti, deve assicurarsi che le aziende definiscano un numero di ore lavorative non derogabile, oltre a finanziare l’attivazione di un sostegno psicologico aziendale a disposizione dei dipendenti.
Nell’ottica della ripresa, un ulteriore aspetto da considerare è che l’aumento dei posti di lavoro e il potenziamento dell’autoimprenditorialità si fondano sul presupposto che i giovani siano motivati, possiedano la giusta dose di fiducia in se stessi e dispongano delle competenze tecniche e psico-emotive necessarie per affrontare con determinazione le sfide che li aspettano. Al momento, però, queste risorse mancano, e quelli che vengono raccontati come i futuri anni della ripresa – grazie ai fondi del Next Generation Eu – sono, per quelli che dovrebbero esserne i protagonisti, solo un grande punto di domanda. Come se ciò non bastasse, nell’ultimo anno gli under 30 sono diventati il capro espiatorio dell’emergenza sanitaria, raccontati come gli irresponsabili, gli egoisti, quelli esclusivamente dediti alla movida. Nemmeno il loro ruolo trainante nella campagna vaccinale è sufficiente a placare accuse che, in mancanza di un pretesto prettamente sanitario, sono tornate a focalizzarsi sulla sempreverde pigrizia lavorativa. L’assunto di base di queste argomentazioni, spesso condivise da politica e grandi aziende, è che giovani e precari non siano in grado di riconoscere le vere priorità della vita. Che risposta ci si aspetta allora di ricevere da categorie che da mesi compaiono nel dibattito pubblico solo per essere criminalizzate?
Il disagio esistenziale che ha colpito le fasce più esposte della popolazione, rimasto nell’ombra fino a ora, sta ormai emergendo con sempre più forza. Ma le persone che oggi vedono nella trasgressione l’unica valvola di sfogo possibile sono le stesse che, nel giro di pochi anni, avranno in mano per forza di cose le redini del Paese. Per questo motivo è assurdo parlare di produttività aziendale, agevolazioni fiscali e smart-working senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità di elaborare un piano di sostegno psicologico serio, organizzato e orizzontale, necessario affinché i giovani recuperino – o acquisiscano – un po’ di fiducia nel futuro e nelle proprie capacità.
Per uscire dalla crisi, l’unica strada possibile è coinvolgere i giovani nel processo di ricostruzione del Paese e per farlo è essenziale che Stato, Regioni e Comuni condividano lo stesso piano d’azione, smettendo di perdere tempo in conflitti burocratici e concentrandosi su piani focalizzati realmente sullo sviluppo del territorio. A questo proposito un’attenzione particolare va rivolta alle località – come Roma e Milano – che si sono dimostrate essere più a rischio di violenza, a causa del loro valore attrattivo per i giovani e per le loro promesse spesso non mantenute. Scontri e disordini tanto frequenti non scoppiano per futili motivi, ma sono il sintomo di un disagio più profondo. Se le istituzioni non lo comprenderanno avremo fallito in partenza e, nonostante i buoni propositi di Draghi, non sarà possibile parlare né di ripresa né tantomeno di resilienza.