“Gli acronimi LGBTQIA+, LGBTQQIA+ sono oggi utilizzati per designare sinteticamente l’insieme delle minoranze sessuali...”
Manca il meno: le sessualità negate non tanto e non solo per orientamento, ma per potenzialità, per opportunità, per “contingenze”. Le sessualità della Esclusione, della Sofferenza e della Guerra. Del resto per fare sesso bisogna avere qualcuno consenziente con cui farlo e questa volontà si basa su due fattori: Seduzione e Opportunità. Un carcerato, ad esempio, non può fare l’amore, mentre il suo partner, se libero, può praticarlo, ma a che prezzo in termini di sensi di colpa?
Praticamente una parte molto significativa della pena viene scontata da chi non ha commesso quel reato. Stesso spleen può invadere le sfere emotive di coloro che, pur non essendo direttamente in difficoltà, vivono accanto alla sofferenza. Mi racconta un’amica che lavora in un CAV che molte donne vittime di violenza impiegano anni a recuperare un desiderio sessuale e, spesso, non ci riescono mai del tutto.
Ogni “diversa abilità”, le tante disfunzioni del nostro esistere, vengono tradotte nei meccanismi della cultura del cottimo delle performance, in “nessuna abilità”. Immaginate, ad esempio, di cercare di essere brillanti durante un attacco di diarrea: un malessere, più o meno diffuso, ma che per alcuni è cronico. Trauma che vero o falso, personale o familiare, passato o presente che sia, diventa paralizzante ma anche, specularmente maligno: mostrificante nel come si viene percepiti dagli altri.
Nei labirinti delle Esclusioni occidentali si smarrisce spesso anche la forza seduttiva e diventa arduo fare acchiappanze sentendosi e essendo sentiti trasparenti. Le nuove povertà, proprio perché non vertono su contesti di miseria condivisa, ma alienante e cronicizzante conducono con sé questa pena accessoria della invisibilità, anche sotto le coperte.
La marginalità, dunque, oltre ad essere stigma invalidante diventa anche uno scudo corporale all’incontro con l’altro. Un bambino che va al parco con un pallone prevede o spera di incontrare altri bambini con cui giocare: di per sé il pallone non è sufficiente a fare una partita. Ma, attraverso quel pallone, tutto il contesto interagisce: le mamme prendono un poco di sole o chiacchierano, mentre i papà si fumano una sigaretta.
L’innesco del gioco, quindi, non è mai scelta individuale e non ricade nella responsabilità del singolo. L’isolamento che alcune malattie, come la Sofferenza Oscura, conducono in sé è come un blocco sociale, esattamente come se quel bambino non riuscisse mai a trovare amichetti al parco e, questa forma di solitudine solida, invalida più delle stesse fragilità.
Nei contesti poveri del Terzo Mondo le potenzialità di incontro sussistono nel condividere non solo lo stesso spazio geografico, ma anche lo stesso standard di vita, dove essendo scontato l’essere povero, diventano altri i meccanismi di accoppiamento, rispetto ai riti stanchi delle seduzioni borghesi.
Al tempo stesso, però, il fenomeno della Guerra Mondiale a rate, nei suoi teatri neocolonialisti, pone intere popolazioni in un transito senza meta, nel quale anche la sessualità in molti casi scompare o viene sostituita dai cottimi delle prostituzioni, sia nel praticarla come utente finale che nel farne il proprio mestiere. In quest’ultimo caso, poi, la trasformazione del corpo in merce, stimola a perdere la propria sfera di intimità, diventando algidi/e: un meno, come dire, meno – attivo.
Il meno diventa anche paradigma di auto privazione che si innesca in tanti adolescenti che, dopo aver vissuto una sessualità compulsiva, si trovano completamente abulici rispetto ai temi dell’amore. Vivere il sesso in tenerissima età attraverso gli stereotipi coatti del consumo li annienta, fino a spegnere ogni fiammella di entusiasmo una volta abbuffati di coiti ignoti.
Le categorie del meno, quindi, sono molteplici ed è difficile sintetizzarle tutte, ma è evidente che lo stato cannibale del turbocapitalismo, oltre ad uccidere e depredare l’Umanità, ne cancella per una parte il diritto ad amare e essere amati. Alla sacrosanta rivendicazione per i Diritti LGBTQIA+, manca questa sensibilità, che del resto è afona anche nello sguardo che gran parte della sinistra rosé e di quella antagonista dà ai fenomeni delle alienazioni urbane: un buco narrativo, prima che politico.
L’ossessione per il controllo delle masse delle nostre oligarchie si basa anche su questa castrazione di massa alla quale una parte di umanità è costretta. Sono da sempre le élite immorali e libertine a farsi paladine della famiglia tradizionale. Ma, in questa dolorosa parentesi di morte, non è più la famiglia ad essere sponsorizzata dalle massonerie, ma il legame mono – umano: lo schiavo che, per accettare e tollerare questa depravata deprivazione, deve cancellare il ritmo dell’Amore.
Sono proprio gli zozzoni del 1% che detiene il 99% della ricchezza che impongono la strada di una dolorosa castità a chi vive ai margini: aggiungendo alla sofferenza insita nelle difficoltà, qualunque esse siano, anche la pena accessoria della bruttezza, della irricevibilità, dell’abbandono. Non penso che bisogna immaginare una specie di certificato medico sulla “chiavabilità” degli Ultimi e dei Penultimi, ma è anche vero che è nella tenerezza che si lenisce la fatica di vivere.
Il neo puritanesimo onanistico delle oligarchie si avvale di questo controllo cibernetico che sostituisce, almeno nel brandello di occidente che resta, il puritanesimo del sogno americano che, quello sì, era fatto di bimbi sorridenti e case colorate. Oggi il marginale deve restare solo: perché una camicia di forza che realmente funzioni, impone che ogni volo deve essere spento sul nascere. Dal telefonino, traslando la stessa funzione dell’aggeggio in braccialetto elettronico delle detenzioni universali.
Ma, se non basta, dallo psico farmaco contenitivo o dall’internamento in una delle nuove prigioni della contemporaneità, compresi i lager delle periferie. Se dieci milioni di italiani, statistiche alla mano, non nasceranno un motivo ci deve essere: si tromba meno e si tromba sempre in termini di performance di consumo e, conseguenzialmente, senza stabilire quei legami che portano a mettere su famiglia.
Del resto i 20 milioni di italiani poveri, quasi poveri o a rischio povertà, senza tutto questo bromuro fascioliberale, farebbero la rivoluzione entro fine settimana. Solo gli eletti hanno diritto ad amare e, dispiace dirlo, anche parte dei movimenti di rivendicazione sessuale hanno per riferimento una libertà “parcellizzata” che, senza Uguaglianza, diventa mera espressione corporale di élite.
Esattamente come in temi di “Utero in affitto” o di “diritto alla prostituzione”, laddove è chiaro che è lo squilibrio economico che diventa stupro, anche senza i connotati penali del reato. Perché se “senza consenso è stupro” lo è anche quando questo consenso è estorto dalla fame.
In tal senso al neo schiavo tocca non solo diventare indesiderabile, ma subire lui stesso una torsione nel quale il suo desiderio si astrattizza, diventa indistinto, intraducibile. La fame, il dolore, la violenza creano alterazioni psichiche, quel buio nella mente che standardizza l’Uomo in cosa: un vuoto dove tutto scivola via, perché tutto prende forma di bisogno. La strada verso le crocchette di cane per uso umano diventa, così, molto breve. Mentre quella di appagare gli appetiti sessuali attraverso macchine è già realtà.
Un desiderio indistinto, infatti, paralizza la mente tanto quanto un’assenza di desiderio: entrambi non determinano azioni “sociali”. Un desiderio reale, molto oltre la sua praticabilità, crea immaginazione, quella gioia illogica che è volano di emancipazione. Viceversa il desiderio indistinto crea nevrosi, pornografia isterica e non innesca meccanismi reali per la sua realizzazione.
Si atrofizza la sfera della passione, mano mano che si chiude il sipario delle prigioni universali che impongono: celle/trincee che, naturalmente, devono contenere singoli alienati, ammassati ma non collegati tra loro, se non attraverso l’odio e il fetore. Cancellare il pericolo che un sorriso storto, dentro una folla impaziente e anonima, possa ricordare a noi truppa di essere vivi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Sessualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sessualità. Mostra tutti i post
07/03/2026
13/07/2020
Le droghe tra tragedie dell’ascolto e fantasmi della percezione
Quasi quarant’anni fa mi aggiravo di notte con un compagno nella zona universitaria di Bologna. Per lo meno a parole eravamo tutti e due intenti a tenere lontani poliziotti e spacciatori. In una zona temporaneamente autonoma di cui rivendicavamo con orgoglio la giurisdizione e che era tappezzata dalla scritta a caratteri cubiltali «Nè eroina né polizia». Ma la fantasia per fortuna viaggiava anche su altri piani e il discorso cadde su uno scritto di Adorno.
Ho un gran bel ricordo di quella notte e delle nostre fantasticherie perché il compagno che studiava filosofia mi parlò del mito delle Sirene secondo l’interpretazione del filosofo francofortese e mi fece subito intuire come l’incontro in solitaria di Ulisse con i segreti inquietanti di queste creature non rappresentasse altro che la nascita dell’alienazione, la moderna divisione fra lavoro intellettuale e manuale. Anche considerando come solo Ulisse avesse il privilegio di sentirne il canto, mentre i vogatori non potevano far altro che intuire il piacere e i suoi pericoli solo tramite le espressioni del suo volto.
Era questa la nascita della borghesia poi degenerata a livello mediatico nelle facce di bronzo che ci sorbiamo tutte le sere in televisione o sui giornali.
Un mito che risuona in maniera sempre più stonata fin dai tempi della prima grande offensiva contro la canapa del gruppo dei giornali di Randolph Hearst, negli Stati Uniti, una delle prime campagne di manipolazione di massa di grande successo in favore della guerra alle droghe (sostanzialmente anche di stampo razzista).
Come allora, quasi ogni giorno il sistema “informativo” di massa accompagna le nostre difficoltà esistenziali con l’evocazione allineata ed alienata della dimensione del sesso e del piacere – con un processo di rimozione dei nostri sentimenti e del necessario processo di maturazione – con effetti piuttosto deleteri anche rispetto alla nostra relazione con gli adolescenti. Ivi compreso il rapporto con i generi voluttuari.
Una vera e propria tragedia dell’ascolto che viene costantemente riproposta da un “quartetto” composto da moderni e volgari sacerdoti che si alternano fra medici, ecclesiastici, sedicenti educatori e tutori di un ordine che è a tutto vantaggio dei soliti padroni manipolatori, dei media come della farmaceutica. E che ora si battono per lo spaccio di una nuova droga che anni fa Alberto Grifi definiva la normalina.
È una scena che si ripropone quasi ogni giorno quando molti di noi leggono in qualche giornale di provincia storie o casi legati alle droghe. Quasi sempre in cronaca nera.
Come nel mito di Ulisse sussiste una divisione quasi netta fra chi vive la dimensione del consumo – con obbligo alla clandestinità – e la gran massa che accetta passivamente la gogna mediatica, sviluppando una segreta passione per le sfighe degli altri: per i Tedeschi è la Schadenfreude, la gioia nell’ombra.
Impedendo peraltro un corretto utilizzo dei generi voluttuari che, pur destinato solo a un pubblico adulto, è possibile solo con processi di acculturazione spesso impossibili in un contesto clandestino o di stigmatizzazione come sta avvenendo anche con l’alcool.
È il tran tran quotidiano. Lontano dalle barricate, in una dimensione tra emigrazione interna e rivolta individuale.
Anche se poi su questi argomenti scabrosi i ragazzi tendono a fondare innumerevoli “zone temporaneamente autonome”, come dimostrano i lavori sulle leggende metropolitane di Cesare Bermani, pur se molti di loro sono – anche giustamente – confusi dalla dimensione terroristica che circonda le sostanze e considerando come la ricerca del piacere sia del tutto naturale anche in tenera età.
Per i più svantaggiati e meno informati sono in effetti pochi e scarsi gli aiuti in caso di difficoltà. Anche per questo la sinistra a Berlino propone la somministrazione controllata di tutte le sostanze per soggetti minorenni, anche a discapito della potestà genitoriale, in casi e situazioni disfunzionali potenzialmente letali che riguardano i consumatori problematici. Togliendo paraocchi e tanto cerume a chi di dovere.
Un’informazione meno sbilanciata potrebbe contribuire, affiancata da un approccio terapeutico non giudicante. Non abolire, ma sicuramente temperare gli effetti negativi, largamente esagerati dalla narrativa comune. È assolutamente possibile come dimostra il caso della Svizzera. Cosa piuttosto difficile in Italia con questi soloni ancora saldamente al potere.
Un approccio laico potrebbe fare dell’Italia uno dei Paesi potenzialmente più razionali e felici del mondo. Una educazione alle sostanze e ai sentimenti che, assieme all’educazione sessuale, dovrebbe incarnare parte della sfida del nostro sistema educativo, che ora produce un popolo di infingardi e ruffiani.
Invece ancora una volta assistiamo a numerose censure nel Parlamento, nei media e fra la gente. Una vera e propria tragedia dell’ascolto di tanta gente dalle orecchie tappate e dal cuore chiuso. Lasciamo da parte le dichiarazioni rilasciate ai media di tante comunità terapeutiche, che campano con l’attuale mix di moralismo e di acquiescenza rispetto allo stato di cose esistente, veramente deprimente, e che è divenuto il leitmotiv della Unione Europea.
La morte di ragazzi giovani (come i due quindicenni a Terni pochi giorni fa) per cause mai chiarite portano sconforto ed inquietudine. In molte mamme in particolare. Per i moralisti la conclusione pare piuttosto bizzarra. Per personaggi come il giornalista Antonio Polito o come Matteo Salvini la soluzione è la solita “guerra”.
Compito del governo sarebbe ogni tre anni convocare una conferenza nazionale o per lo meno un dibattito aperto dentro e fuori il Parlamento. Sarebbe un obbligo di legge, come non fornire armi ai torturatori libici o egiziani. Invece ci vengono scodellati dati scomposti e quindi sequenziati in forma manichea e terribilmente terroristica.
Solo la dose fa il veleno, direbbe Paracelso, considerando che anche l’acqua può uccidere, ma per questi moralisti si tratta invece di imboccare una strada metafisica che produce molti più danni di quanti ne prevenga.
Contenti loro se si tengono le loro superstizioni, ma che nessuno si sogni di seguirli sul sentiero di guerra. Questa lotta alle droghe è razzista e sessista.
E le nostre vite contano!
Fonte
Ho un gran bel ricordo di quella notte e delle nostre fantasticherie perché il compagno che studiava filosofia mi parlò del mito delle Sirene secondo l’interpretazione del filosofo francofortese e mi fece subito intuire come l’incontro in solitaria di Ulisse con i segreti inquietanti di queste creature non rappresentasse altro che la nascita dell’alienazione, la moderna divisione fra lavoro intellettuale e manuale. Anche considerando come solo Ulisse avesse il privilegio di sentirne il canto, mentre i vogatori non potevano far altro che intuire il piacere e i suoi pericoli solo tramite le espressioni del suo volto.
Era questa la nascita della borghesia poi degenerata a livello mediatico nelle facce di bronzo che ci sorbiamo tutte le sere in televisione o sui giornali.
Un mito che risuona in maniera sempre più stonata fin dai tempi della prima grande offensiva contro la canapa del gruppo dei giornali di Randolph Hearst, negli Stati Uniti, una delle prime campagne di manipolazione di massa di grande successo in favore della guerra alle droghe (sostanzialmente anche di stampo razzista).
Come allora, quasi ogni giorno il sistema “informativo” di massa accompagna le nostre difficoltà esistenziali con l’evocazione allineata ed alienata della dimensione del sesso e del piacere – con un processo di rimozione dei nostri sentimenti e del necessario processo di maturazione – con effetti piuttosto deleteri anche rispetto alla nostra relazione con gli adolescenti. Ivi compreso il rapporto con i generi voluttuari.
Una vera e propria tragedia dell’ascolto che viene costantemente riproposta da un “quartetto” composto da moderni e volgari sacerdoti che si alternano fra medici, ecclesiastici, sedicenti educatori e tutori di un ordine che è a tutto vantaggio dei soliti padroni manipolatori, dei media come della farmaceutica. E che ora si battono per lo spaccio di una nuova droga che anni fa Alberto Grifi definiva la normalina.
È una scena che si ripropone quasi ogni giorno quando molti di noi leggono in qualche giornale di provincia storie o casi legati alle droghe. Quasi sempre in cronaca nera.
Come nel mito di Ulisse sussiste una divisione quasi netta fra chi vive la dimensione del consumo – con obbligo alla clandestinità – e la gran massa che accetta passivamente la gogna mediatica, sviluppando una segreta passione per le sfighe degli altri: per i Tedeschi è la Schadenfreude, la gioia nell’ombra.
Impedendo peraltro un corretto utilizzo dei generi voluttuari che, pur destinato solo a un pubblico adulto, è possibile solo con processi di acculturazione spesso impossibili in un contesto clandestino o di stigmatizzazione come sta avvenendo anche con l’alcool.
È il tran tran quotidiano. Lontano dalle barricate, in una dimensione tra emigrazione interna e rivolta individuale.
Anche se poi su questi argomenti scabrosi i ragazzi tendono a fondare innumerevoli “zone temporaneamente autonome”, come dimostrano i lavori sulle leggende metropolitane di Cesare Bermani, pur se molti di loro sono – anche giustamente – confusi dalla dimensione terroristica che circonda le sostanze e considerando come la ricerca del piacere sia del tutto naturale anche in tenera età.
Per i più svantaggiati e meno informati sono in effetti pochi e scarsi gli aiuti in caso di difficoltà. Anche per questo la sinistra a Berlino propone la somministrazione controllata di tutte le sostanze per soggetti minorenni, anche a discapito della potestà genitoriale, in casi e situazioni disfunzionali potenzialmente letali che riguardano i consumatori problematici. Togliendo paraocchi e tanto cerume a chi di dovere.
Un’informazione meno sbilanciata potrebbe contribuire, affiancata da un approccio terapeutico non giudicante. Non abolire, ma sicuramente temperare gli effetti negativi, largamente esagerati dalla narrativa comune. È assolutamente possibile come dimostra il caso della Svizzera. Cosa piuttosto difficile in Italia con questi soloni ancora saldamente al potere.
Un approccio laico potrebbe fare dell’Italia uno dei Paesi potenzialmente più razionali e felici del mondo. Una educazione alle sostanze e ai sentimenti che, assieme all’educazione sessuale, dovrebbe incarnare parte della sfida del nostro sistema educativo, che ora produce un popolo di infingardi e ruffiani.
Invece ancora una volta assistiamo a numerose censure nel Parlamento, nei media e fra la gente. Una vera e propria tragedia dell’ascolto di tanta gente dalle orecchie tappate e dal cuore chiuso. Lasciamo da parte le dichiarazioni rilasciate ai media di tante comunità terapeutiche, che campano con l’attuale mix di moralismo e di acquiescenza rispetto allo stato di cose esistente, veramente deprimente, e che è divenuto il leitmotiv della Unione Europea.
La morte di ragazzi giovani (come i due quindicenni a Terni pochi giorni fa) per cause mai chiarite portano sconforto ed inquietudine. In molte mamme in particolare. Per i moralisti la conclusione pare piuttosto bizzarra. Per personaggi come il giornalista Antonio Polito o come Matteo Salvini la soluzione è la solita “guerra”.
Compito del governo sarebbe ogni tre anni convocare una conferenza nazionale o per lo meno un dibattito aperto dentro e fuori il Parlamento. Sarebbe un obbligo di legge, come non fornire armi ai torturatori libici o egiziani. Invece ci vengono scodellati dati scomposti e quindi sequenziati in forma manichea e terribilmente terroristica.
Solo la dose fa il veleno, direbbe Paracelso, considerando che anche l’acqua può uccidere, ma per questi moralisti si tratta invece di imboccare una strada metafisica che produce molti più danni di quanti ne prevenga.
Contenti loro se si tengono le loro superstizioni, ma che nessuno si sogni di seguirli sul sentiero di guerra. Questa lotta alle droghe è razzista e sessista.
E le nostre vite contano!
Fonte
30/10/2015
Controcultura: The Lobster, di Yorgos Lanthimos
Va premesso che si tratta di un film in linea con una tradizione surrealista e grottesca di fare cinema, possiamo richiamare i nomi di Ferreri e Bunuel. Come nei film di questi due grandi, un senso di spaesamento, ma anche di divertimento di fronte al grottesco, attraversa tutta la pellicola.
Il film racconta di un mondo dove le relazioni sentimentali sono diventate un'affare di stato e polizia. L'ordine del discorso che le disciplina è basato su criteri di somiglianza\differenza; il protagonista (interpretato da un ottimo Collin Farrell) viene lasciato dalla moglie e l'unica domanda che è capace di rivolgerle è se l'amante di lei portasse occhiali (come lui) o lenti a contatto. Ovvero misurarne il criterio di somiglianza o distanza in base ad un parametro puramente “formale”.
Per chi viene lasciato, o più in generale non è “accoppiato” vi è una struttura, “L'Hotel”, dove si viene rinchiusi e si hanno a disposizione 45 giorni per trovare un nuovo partner: la pena, trascorsi i giorni, è la trasformazione in un'animale di propria scelta. La scelta del protagonista ricade su quella dell'aragosta: “animale dal sangue blu e sempre fertile”.
Il sesso tra non accoppiati è rigorosamento vietato, cosi come la masturbazione; bisogna sottostare a rituali propri di un'istituzione totale a metà tra la casa di riposo e il resort di lusso (balli, pranzi, sessioni in piscina), con la speranza di “sedurre” qualcuno. Questa “seduzione” come già accennato prevede il fatto di avere qualcosa in comune – emblematica l'unione tra due personaggi in base al fatto che talvolta sanguinino dal naso. Un criterio assurdo e puramente formale che si rivelerà però essere il modo “normale” di avere un relazione con qualcuno, introiettato a tal punto dai personaggi che, sia l'amico col sangue al naso (in realtà simulato), che il protagonista, fingeranno di possedere caratteristiche che non hanno dando vita a situazioni equivoche ed esilaranti.
Ulteriore caratteristica dell'Hotel è “la caccia” ovvero un momento della giornata in cui i residenti devono catturare coloro che hanno deciso di sfuggire all'hotel e all'idea della coppia: “I solitari”. Queste cacce avvengono in boschi circostanti all'Hotel, e hanno come premio 24 ore di permanenza per ogni solitario catturato. I solitari con cui verrà a contatto il protagonista non sono assolutamente una negazione dell'ordine del discorso dominante, anzi ne ricalcano al contrario gli schemi simbolici e l'organizzazione “sociale” – ad esempio essendo solitari ci si può masturbare ma non avere rapporti sentimentali o sessuali con gli altri membri del gruppo, pena una punizione fisica atroce.
La posta in gioco del film è probabilmente proprio qui: l'antitesi non “supera” la tesi, non è realmente contestatoria, ma finisce parossisticamente per confermare i presupposti che l'hanno generata. Dentro il gruppo che dovrebbe essere “rivoluzionario” il protagonista conosce una donna e trasgrendo le regole dei solitari finisce per instaurare un relazione con lei, anch'essa basata sul solito criterio di somiglianza, la reciproca miopia.
Un'evento finirà per rompere questa somiglianza gettando la coppia di fronte all'atroce dilemma sulla possibilità di instaurare una relazione al di là degli schemi. Il regista ci lascia con il dubbio sulla reale possibilità che questo accada, si può veramente rompere coi diktat, con le convenzioni sociali e gli ordini simbolici? E possibile una “rivoluzione” quando a tal punto si hanno introiettato le categorie dominanti?
Fonte
28/09/2015
E per fortuna che c’è la Marija
Il punto di incontro è sempre lo stesso. Mi chiede in cambio un pompino e poi mi consegna un po’ di marijuana. Mi basterà per un paio di giorni. Non di più. A casa rollo la canna e fumo guardando la televisione. Non c’è nulla di interessante e cerco il portatile per curiosare tra le ultime mail. Mi ha scritto quello stronzo del mio ex con la minaccia implicita che non smetterà mai di perseguitarmi. Non ho voglia di pensarci e allora cerco un video eccitante su youporn. Mi tocco già alle prime immagini e con l’altra mano cerco scene che mi facilitano l’orgasmo. C’è uno che gliela lecca e sembra un cane che sbava sulla faccia del padrone. Cerco un altro video e stavolta seleziono quello con due lesbiche. Qui la leccata è perfetta. La tizia riesce a farla venire senza problemi e godendo a occhi aperti vengo pure io.
Il frigo è tanto vuoto che pare inutile tenerlo acceso. Trovo una fetta di formaggio con la data di scadenza ferma a una settimana fa. Non importa, la mangio lo stesso, anche se ha un retrogusto acido. Mi ci vorrebbe una fetta di pane e qualcosa di dolce. La marijuana mi fa sempre questo effetto. Ho solo un pezzo di pane duro e per disperazione lo cospargo di zucchero e mastico a fatica. Ho un lavoro da finire ma sono in altomare. La mia capa dice che se non lo finisco subito rischio il licenziamento. Mi ha affidato un lavoro noiosissimo. Leggere al posto suo molti documenti e poi relazionare con una sintesi che lei porterà in tribunale. Sono una tirocinante, il che equivale a dire che faccio la schiava per due soldi.
Suona il campanello e vedo Riccardo allo spioncino. Se passa a trovarmi a quest’ora del pomeriggio significa che vuole scopare prima di andare dalla sua fidanzata. Secondo la morale corrente dovrei dirgli di no, ma io non rispetto la morale e mi faccio scopare sul divano. A cosce larghe, lui preme perché gli piace penetrarmi a fondo. Mi tocco e scopro i seni. So che lo eccitano molto. Stringo le gambe sulla sua schiena e mi trascina a letto. Girati, dice, e io gli do il culo. Mezzora dopo siamo ancora qui e io mi esercito a tirarglielo su per un secondo round.
Riccardo esce e il mio problema resta. Ho ancora fame e il frigorifero non si riempie da solo. Scendo a comprare un panino al kebab dal tizio all’angolo. Trovo il mio ex che mi aspetta sotto casa. Mi chiama troia e dice di sapere che mi sono scopato Riccardo. Sono una troia che va con chiunque e io lo interrompo e correggo: io vado solo con chi mi piace. Si fa più gentile e chiede di poter entrare. Ha una giacca nera e se non fosse di una bellezza così comune potrebbe perfino sembrare uno dei vampiri cattivi di True Blood. Lo respingo e minaccio di spezzargli un braccio. Lui sa che sono molto più forte e non potrà mai vincere contro di me. Fottuto stronzo e maledetta me per averlo fatto entrare nella mia vita.
Arriva, tempestiva, l’inquilina del mio stesso pianerottolo. Lui si allontana e ci lascia entrare. La tipa è decisamente bella. Mi è sempre piaciuta e non so come dirle che vorrei eccitarla e farla stare bene per tutta la sera. Riesco solo a dirle che l’aspetto, prima o poi, per un caffè, per conoscerci meglio. Annuisce mentre strofina un occhio e chiede se vedo qualcosa che le è entrato dentro. Mi dà l’occasione di toccarla e scopro un minuscolo insetto nero che riesco a toglierle via. Ringrazia mentre continua a lacrimare. Vorrei dirle qualcosa ma temo di essere banale. Sono certa che io e lei siamo compatibili. Lo sento. Lo so.
L’ascensore segna il terzo piano. Siamo già arrivate. Mi avvicino a lei per salutarla e lei mi respinge, come se avesse paura. Devo averla intimidita coi miei modi un po’ rozzi. Forse ha capito e se vorrà qualcosa da me saprà dove trovarmi. Avrei davvero molta voglia di toccarla. Mi tengo la voglia e vado a sedarmi. Rollo un’altra canna e me la fumo distesa sul pavimento. Qualcuno bussa alla porta. È lei. Piange. Mi abbraccia forte e dice che vuole stare da me per un po’. Ha paura di qualcosa, ecco perché mi ha respinto. Non voleva la toccassi e scoprissi i lividi. Dice che ha una madre malata che la comanda a bacchetta da un po’ di anni. Non le lascia spazio per vivere. Si arrabbia se qualcosa non va precisamente secondo i suoi piani. Poi ha degli attacchi d’ira incontrollata. Non si direbbe a guardarla. Pare innocua. Invece distrugge, spacca, picchia.
Chiedo perché non sta in ospedale e mi dice che la tengono solo per un paio di settimane e poi la rimandano a casa. Non sa come fare. Chi le crederebbe? Chi crederebbe che una vecchina malata picchia la figlia? Come si fa a sottrarsi all’abbraccio mortale di una madre completamente folle? Odio i manicomi e non potrei mai suggerirle un Tso ma vorrei fare qualcosa per lei. Scuote la testa, rassegnata, non c’è nulla da fare. “Devo badare a lei finché non muore“. Lo dice come se quella fosse la soluzione di ogni male. Non so che altro dirle a parte abbracciarla come una sorella. Archivio il progetto di una scopata lesbica. Lei mi saluta e mi ringrazia. Dice che se non disturba tornerà a trovarmi, per parlare d’altro e distrarsi. Invece, poi, non mi capita proprio più di incontrarla. Mi fisso con l’idea che le sia successo qualcosa. Così spio i movimenti di tutte le persone che si fermano al pianerottolo.
Scendo dal bottegaio per prendere un po’ di latte e sento che discute con alcune donne di un brutto incidente che è costato la vita di due persone. Chiedo notizie e mi dicono che inspiegabilmente l’auto ha preso male una curva ed è finita in un dirupo. Forse i freni o forse un errore dell’autista. Dentro c’erano due cadaveri, quello di una vecchia signora malandata e di sua figlia. La ragazza della porta accanto è morta e sento un dolore acuto, lancinante. Odio il dolore. Non posso sopportarlo.
Stesso punto di incontro, stesso pompino e stessa dose di marijuana. Fumo, poi esco sul pianerottolo. Siedo dando le spalle alla porta della sua casa, e resto lì, tutta la sera, pensando a come sarebbe stato se si fosse lasciata amare. Non ho fatto niente per lei, ma, per un attimo, l’ho amata. Sono sicura di averla amata.
Fonte
Il frigo è tanto vuoto che pare inutile tenerlo acceso. Trovo una fetta di formaggio con la data di scadenza ferma a una settimana fa. Non importa, la mangio lo stesso, anche se ha un retrogusto acido. Mi ci vorrebbe una fetta di pane e qualcosa di dolce. La marijuana mi fa sempre questo effetto. Ho solo un pezzo di pane duro e per disperazione lo cospargo di zucchero e mastico a fatica. Ho un lavoro da finire ma sono in altomare. La mia capa dice che se non lo finisco subito rischio il licenziamento. Mi ha affidato un lavoro noiosissimo. Leggere al posto suo molti documenti e poi relazionare con una sintesi che lei porterà in tribunale. Sono una tirocinante, il che equivale a dire che faccio la schiava per due soldi.
Suona il campanello e vedo Riccardo allo spioncino. Se passa a trovarmi a quest’ora del pomeriggio significa che vuole scopare prima di andare dalla sua fidanzata. Secondo la morale corrente dovrei dirgli di no, ma io non rispetto la morale e mi faccio scopare sul divano. A cosce larghe, lui preme perché gli piace penetrarmi a fondo. Mi tocco e scopro i seni. So che lo eccitano molto. Stringo le gambe sulla sua schiena e mi trascina a letto. Girati, dice, e io gli do il culo. Mezzora dopo siamo ancora qui e io mi esercito a tirarglielo su per un secondo round.
Riccardo esce e il mio problema resta. Ho ancora fame e il frigorifero non si riempie da solo. Scendo a comprare un panino al kebab dal tizio all’angolo. Trovo il mio ex che mi aspetta sotto casa. Mi chiama troia e dice di sapere che mi sono scopato Riccardo. Sono una troia che va con chiunque e io lo interrompo e correggo: io vado solo con chi mi piace. Si fa più gentile e chiede di poter entrare. Ha una giacca nera e se non fosse di una bellezza così comune potrebbe perfino sembrare uno dei vampiri cattivi di True Blood. Lo respingo e minaccio di spezzargli un braccio. Lui sa che sono molto più forte e non potrà mai vincere contro di me. Fottuto stronzo e maledetta me per averlo fatto entrare nella mia vita.
Arriva, tempestiva, l’inquilina del mio stesso pianerottolo. Lui si allontana e ci lascia entrare. La tipa è decisamente bella. Mi è sempre piaciuta e non so come dirle che vorrei eccitarla e farla stare bene per tutta la sera. Riesco solo a dirle che l’aspetto, prima o poi, per un caffè, per conoscerci meglio. Annuisce mentre strofina un occhio e chiede se vedo qualcosa che le è entrato dentro. Mi dà l’occasione di toccarla e scopro un minuscolo insetto nero che riesco a toglierle via. Ringrazia mentre continua a lacrimare. Vorrei dirle qualcosa ma temo di essere banale. Sono certa che io e lei siamo compatibili. Lo sento. Lo so.
L’ascensore segna il terzo piano. Siamo già arrivate. Mi avvicino a lei per salutarla e lei mi respinge, come se avesse paura. Devo averla intimidita coi miei modi un po’ rozzi. Forse ha capito e se vorrà qualcosa da me saprà dove trovarmi. Avrei davvero molta voglia di toccarla. Mi tengo la voglia e vado a sedarmi. Rollo un’altra canna e me la fumo distesa sul pavimento. Qualcuno bussa alla porta. È lei. Piange. Mi abbraccia forte e dice che vuole stare da me per un po’. Ha paura di qualcosa, ecco perché mi ha respinto. Non voleva la toccassi e scoprissi i lividi. Dice che ha una madre malata che la comanda a bacchetta da un po’ di anni. Non le lascia spazio per vivere. Si arrabbia se qualcosa non va precisamente secondo i suoi piani. Poi ha degli attacchi d’ira incontrollata. Non si direbbe a guardarla. Pare innocua. Invece distrugge, spacca, picchia.
Chiedo perché non sta in ospedale e mi dice che la tengono solo per un paio di settimane e poi la rimandano a casa. Non sa come fare. Chi le crederebbe? Chi crederebbe che una vecchina malata picchia la figlia? Come si fa a sottrarsi all’abbraccio mortale di una madre completamente folle? Odio i manicomi e non potrei mai suggerirle un Tso ma vorrei fare qualcosa per lei. Scuote la testa, rassegnata, non c’è nulla da fare. “Devo badare a lei finché non muore“. Lo dice come se quella fosse la soluzione di ogni male. Non so che altro dirle a parte abbracciarla come una sorella. Archivio il progetto di una scopata lesbica. Lei mi saluta e mi ringrazia. Dice che se non disturba tornerà a trovarmi, per parlare d’altro e distrarsi. Invece, poi, non mi capita proprio più di incontrarla. Mi fisso con l’idea che le sia successo qualcosa. Così spio i movimenti di tutte le persone che si fermano al pianerottolo.
Scendo dal bottegaio per prendere un po’ di latte e sento che discute con alcune donne di un brutto incidente che è costato la vita di due persone. Chiedo notizie e mi dicono che inspiegabilmente l’auto ha preso male una curva ed è finita in un dirupo. Forse i freni o forse un errore dell’autista. Dentro c’erano due cadaveri, quello di una vecchia signora malandata e di sua figlia. La ragazza della porta accanto è morta e sento un dolore acuto, lancinante. Odio il dolore. Non posso sopportarlo.
Stesso punto di incontro, stesso pompino e stessa dose di marijuana. Fumo, poi esco sul pianerottolo. Siedo dando le spalle alla porta della sua casa, e resto lì, tutta la sera, pensando a come sarebbe stato se si fosse lasciata amare. Non ho fatto niente per lei, ma, per un attimo, l’ho amata. Sono sicura di averla amata.
Fonte
06/11/2014
Grilletti Premuti: Riflessione femminista sulla pornografia
Riceviamo e pubblichiamo il dossier informativo e di analisi sulla pornografia a cura del Collettivo DeGenerate.
Perché vogliamo parlare di pornografia
L’esigenza di parlare di pornografia è sorta innanzitutto dal silenzio che circonda questo argomento.
Nonostante il porno pervada la nostra vita in tutte le sue forme, e ci si senta costantemente bombardate da immagini di corpi nudi, l’argomento è ancora considerato un tabù, soprattutto per noi donne. Siamo costantemente escluse dal mondo della pornografia, mentre questo è sempre più presente nella vita di tutti i giorni. Ed è proprio questa esclusione delle donne che rende il porno un’arma così potente per l’oppressione sessuale femminile, unita all’immagine degradante della donna stessa proposta dall’industria pornografica. L’argomento si è perciò rivelato, ai nostri occhi, ancora più importante, avendo già affrontato in assemblea il tema della sessualità.
Ci siamo inoltre chieste se ci fosse, e quale potesse essere, il potenziale eversivo del porno e in che modo riappropiarcene.
Il documento che segue ripercorre i passi della nostra discussione e del nostro lavoro di ricerca: in un primo momento abbiamo discusso e abbiamo cercato di documentarci sull’argomento, attraverso libri e film, per poi passare ad una fase più “empirica” di interviste su svariate tematiche connesse al porno, fino ad arrivare ad un’analisi conclusiva di tutto il percorso svolto.
Il porno che non ci piace
In ogni epoca, in modo differente in base al luogo e al contesto sociale, l’uomo ha sempre sentito il bisogno di esternare la propria sessualità tramite scritti e rappresentazioni, che a seconda del momento storico sono state in maniera diversa diffuse e talvolta represse.
All’inizio del Novecento con la maggiore consolidazione dei mezzi di comunicazione di massa (film su pellicola, giornali, riviste), le immagini pornografiche cominciano a diffondersi su scala più vasta nella società. A partire dal secondo dopoguerra si va creando un sistema di produzione dedicato specificatamente alla pornografia che porta col tempo ad avere nei grandi centri di alcuni paesi anche sale di proiezione ad essa dedicate.
Alla fine degli anni ’70 dall’esclusiva delle sale cinematografiche la produzione pornografica si sposta anche sull’home video e su alcuni canali televisivi raggiungendo un ancor più ampio pubblico.
Un’ulteriore grande evoluzione della diffusione di materiale porno si ha nell’ultimo ventennio con l’avvento di internet e di una tecnologia alla portata di quasi tutti: per la prima volta sono il mezzo e la richiesta che influenzano il circuito produttivo portandolo ad una crescita esponenziale.
Tutto questo ha generato notevoli cambiamenti anche nel tipo di produzione e di offerta che è diventato sempre più diversificato e variegato; in seguito a richieste sempre più mirate nascono ad esempio categorie specifiche per soddisfare (e creare!) desideri e fantasie. Insieme anche alla possibilità di accesso continuo che internet offre e ad un conseguente aumento della quantità di materiale prodotto, c’è stata una diminuzione della qualità del rapporto sessuale rappresentato, che risulta estremamente banalizzato e, nonostante la varietà di offerta, costruito sempre sugli stessi canoni di impronta sessista; si pensi ad esempio alle inquadrature che sono sempre finalizzate all’immedesimazione del fruitore nel personaggio maschile o alla durata dell’amplesso che segue i tempi dell’orgasmo del protagonista maschile.
Oltretutto questo contribuisce alla creazione di un immaginario sessuale il cui divario con le possibilità concrete del quotidiano è sempre maggiore, un universo fatto di corpi perfetti e rapporti dalle tempistiche e dalle modalità irreali.
Questa costante riproposizione di modelli di bellezza idealizzata porta generalmente alla ricerca dello stesso livello di perfezione estetica e di totale disponibilità anche nella vita reale. La discrepanza tra le aspettative e la realtà crea un senso di frustrazione che si sfoga a sua volta in un uso sempre più assiduo del materiale pornografico vissuto in un isolamento sempre maggiore.
Quanto alla presenza femminile e alla sua immagine proposta nella maggior parte della produzione di porno, con piccole eccezioni per alcuni casi, questa è, come già accennato, subordinata alla figura maschile e rappresentata nel rapporto in un ruolo di sudditanza asservito al suo desiderio. Questo tipo di ruolo nella pornografia è in realtà lo stesso con cui la donna viene rappresentata anche nella società, solo in modo più esplicito e meno filtrato. Infatti questi canoni estetici e comportamentali ci vengono riproposti continuamente oltre che dalla pornografia anche da tutti gli altri mezzi di comunicazione mediatica, come film, pubblicità, programmi televisivi, e riviste.
L’esclusione delle donne dal mondo della pornografia, nel senso che non è prevista una loro partecipazione attiva come fruitrici di tale materiale è infine strettamente legata al mancato riconoscimento di una vita sessuale libera e indipendente e di conseguenza alla impossibilità di esternarla e manifestarla al pari degli uomini.
Interviste uomini
Abbiamo intervistato un campione di 60 uomini di età compresa fra i 20 e i 35 anni e un campione di 40 donne di età compresa fra i 18 e i 30 anni.
Gli uomini si sono dichiarati tutti eterosessuali, ad esclusione di un bisessuale e un omosessuale.
La totalità afferma di fare uso di materiale pornografico con diverse regolarità, anche in base ai periodi e alle situazioni sentimentali, comunque comprese fra 1 e 4 volte la settimana.
Tutti quanti usano video presi da siti internet che permettono di scegliere anche i minimi particolari, partendo dal colore dei capelli fino ad arrivare a quello della pelle, passando da posizioni e dimensioni.
Le scelte degli intervistati ricadono soprattutto su anale e amatoriale.
Quando si chiede se piacerebbe loro ritrovarsi in situazioni simili a quelle viste nei porno (intese come i classici “scenari” da film), la maggior parte riconosce che il contesto ricreato è fittizio e finalizzato ad un’eccitazione momentanea, troppo distante dalla realtà e in parte degradante. Questo è uno dei motivi per cui la scelta ricade facilmente sull’amatoriale, che ricrea circostanze più realistiche e avvicinabili. Quello che invece piace praticamente a tutti è sperimentare col partner posizioni e pratiche riprese dai video. Questa incongruenza di risposte si può far risalire ad un’evoluzione della pornografia, incrementata soprattutto dalle nuove tecnologie: mentre inizialmente era la realtà ad ispirare il porno, oggi siamo nella situazione ribaltata in cui è il porno a fornire spunti alla realtà, se non addirittura a sostituirsi ad essa, imponendo stereotipi e immaginari difficilmente riproducibili. Questo ha un forte impatto soprattutto sulle nuove generazioni, che spesso vengono a contatto con la pornografia ancora prima di avere un rapporto sessuale e ne vengono influenzati, rimanendo però incapaci di rielaborare quanto visto. In alcuni soggetti emerge anche una certa frustrazione e/o ansia da prestazione, derivanti proprio dalle eccessive aspettative create dal porno.
Praticamente tutti li guardano da soli. Si evidenzia però un gap generazionale: fino ad una decina di anni fa la visione di porno aveva una dimensione molto più collettiva, soprattutto fra ragazzi giovani che si incontravano in compagnia, magari a casa di qualcuno con un registratore in camera oppure si scambiavano videocassette e giornaletti. Una sorta di rito non incentrato sulla propria masturbazione ma che permetteva di fare insieme qualcosa che ai tempi era considerato un tabù.
La maggior parte degli uomini hanno parlato con la propria fidanzata/partner della sua masturbazione ma quasi nessuno parla di porno e ancora meno dell’eventuale visione di essi da parte delle fidanzate.
La maggioranza riconosce una certa influenza del porno sulla propria fantasia e sui propri desideri. Fra i più giovani ritorna la questione di crearsi determinate aspettative, non sempre soddisfatte; fra i più grandi è innegabile che il porno abbia costituito un momento di espansione della propria sessualità, ma si nota lo spartiacque creato dall’avvento di internet. Questo strumento ha permesso una massiccia distribuzione e un’accessibilità sempre maggiore al materiale pornografico, spesso con contenuti molto diversi e volendo più estremi e inusuali rispetto a quelli della pornografia in cassetta/film/fumetti diffusa precedentemente. I più adulti evidenziano come certo materiale non abbia poi così tanto determinato la loro ricerca o i loro gusti sessuali, dal momento che ne hanno iniziato a fruire quando la loro sessualità era già stata determinata in maniera più consistente (rispetto ai ventenni di adesso) dall’esperienza diretta.
Tutti gli intervistati danno molta importanza alla parte sonora, che deve essere fatta bene e sufficientemente realistica per eccitare, altrimenti risulta fastidiosa; il momento preferito non è univoco, alcuni dicono preliminari, altri penetrazione, altri tutto quanto.
Abbiamo poi chiesto un parere sulla pratica di eiaculare sul viso della partner, che è il momento conclusivo della maggioranza dei porno attualmente in circolazione.
È emerso:
- che la pratica è trovata generalmente eccitante, ma essendo entrata nell’immaginario collettivo come un simbolo di sottomissione, l’uomo stesso si autolimita e lo richiede solo in determinate circostanze, che possono essere o di estrema complicità o, all’opposto, di estrema occasionalità;
- quanto questo pratica, oggi ambita da quasi la totalità dei giovani e percepita come un desiderio naturale, è in realtà un bisogno indotto e veicolato dalla visione del porno; basti pensare che persone dai 35 anni in su prima non la conoscevano neppure.
Quasi nessuno prova sensi di colpa dopo aver guardato porno; alcuni sì, nei confronti della partner, altri descrivono più una sensazione di estraniamento dopo aver concluso.
E’ stato riconosciuto da tutti l’impostazione nettamente maschile del porno, orientato quasi nella totalità alla soddisfazione dell’uomo. Quando viene chiesto se cambierebbero qualcosa, nessuno fa critiche rilevanti e tutti si ritengono abbastanza soddisfatti di quello che vedono, se non che limiterebbero l’artificiosità e la surrealtà delle situazioni rappresentate, che spesso alterano l’idea dell’approccio.
Interviste donne
Il campione femminile era composto da 40 donne, di età compresa fra i 18 e i 30 anni.
Di queste, 5 si sono dichiarate bisessuali, 2 lesbiche, le altre eterosessuali.
Abbiamo chiesto cosa venisse loro in mente in associazione alla parola “porno”, le risposte sono state comprensibilmente variegate; ne riportiamo comunque alcune che ci hanno colpite: “grezzo”, “finto”, “proibito”, “un uomo che si masturba davanti al pc”.
Abbiamo chiesto cosa associassero invece alla parola erotico, e anche qui le risposte sono state variegate: “intimo”, “sensuale”, “femminile”, “qualcosa di rosso”, “intrigante”, “immaginazione”.
Già da queste prime due domande si può avere un’idea di quanto il mondo femminile sia tenuto lontano da quello pornografico.
I dati poi parlano chiaro: su quaranta donne, solo 8 usufruiscono regolarmente di materiale pornografico, 19 di loro lo hanno usato casualmente o senza una buona dose di intenzionalità, 13 non lo usano affatto.
Ma i lacci con cui viene costretta la sessualità delle donne non si limitano ad escluderle dalla pornografia; investono in toto l’autoerotismo femminile, su cui grava ancora un tabù molto forte.
Sebbene i dati reali siano abbastanza equilibrati numericamente, con 22 donne che praticano autoerotismo, 7 che lo fanno poco e 11 che non lo praticano, emerge dalle risposte un rapporto generalmente controverso con la propria masturbazione.
Quelle che si masturbano vivono questo momento come una naturale espressione della propria sessualità e una modalità per conoscere meglio i propri desideri e pulsioni, ma non è raro che le stesse donne riportino di essersi sentite in colpa, in età adolescenziale, per quello che facevano.
Coloro che non si dedicano all’autoerotismo, percepiscono questa pratica come qualcosa di innaturale e distante dall’essere donna; tutte loro hanno una vita sessualmente attiva ma, se la masturbazione maschile è accettata come qualcosa di fisiologico e irrinunciabile per l’uomo, quella femminile sembra un surplus, destinato solo alle più viziose o di cui comunque si potrebbe fare a meno, privarsi.
Abbiamo tristemente constatato che si parla ancora troppo poco di masturbazione femminile, sia in ambito di relazioni sia in ambito di amicizie.
Abbiamo chiesto se avessero mai parlato col partner della propria masturbazione e della visione di porno: il campione è diviso, ma più di quante avremmo pensato non hanno mai parlato della loro masturbazione col partner; di porno se ne parla, ma probabilmente sempre più in ottica maschile, dal momento che quando si chiede agli uomini se sanno di un uso di materiale pornografico da parte della partner, la stragrande maggioranza risponde che non sanno oppure che non c’è uso.
Con le amiche si parla più facilmente di entrambi gli argomenti e si condividono fantasie sessuali, anche se questa maggiore facilità non investe la totalità del campione: alcune dichiarano di non parlarne neanche con le amiche.
Le donne che non utilizzano materiale pornografico spiegano questa scelta soprattutto in termini di non necessità e poca familiarità con l’argomento, ovvero molte lo trovano grottesco e lontano dall’essere eccitante; alcune inseriscono motivi pratici quali l’impossibilità tecnica dovuta per esempio alle situazioni di convivenza familiare, ma la maggior parte lo riconduce ad una mancanza di interesse e avvicinabilità.
A queste donne è capitato di guardare film erotici ma senza una ricerca accurata legata alla visione.
Generalmente, le donne che non guardano porno non emarginano coloro che li guardano né vedono le altre donne in modo strano, anche se ci tengono a precisare che dipende dall’uso che se ne fa, dalla quantità e dalla qualità.
Le donne che invece usano materiale pornografico (e da questo momento nel testo si farà riferimento a queste e a quelle che lo hanno utilizzato almeno una volta) si rivolgono perlopiù a video su internet o a fumetti. Il primo contatto con questo mondo avviene generalmente durante il periodo delle scuole medie, magari a casa di amici in maniera scherzosa oppure insieme al ragazzo.
La maggior parte preferisce comunque il film erotico al film porno, per la presenza nel primo di una maggior elaborazione contenutistica; solo una sparuta rappresentanza mette i due generi sullo stesso piano di preferenza, riconoscendo che ognuno ha il suo momento.
In generale, quanto visto/letto nel porno non viene messo in pratica col partner, a meno che non venga scoperto insieme ad esso. Le donne affermano tuttavia che, inconsciamente, alcune di loro forse assumono atteggiamenti simili a quelli delle protagoniste dei materiali da loro utilizzati.
Il momento più eccitante in un porno è perlopiù identificato nei preliminari o in tutti quegli atti che rientrano nell’approccio iniziale, fra cui lo spogliarsi etc.
Alcune intervistate descrivono il momento subito successivo alla visione di porno come un insieme di sensazioni riconducibili alla sfera dell’insoddisfazione e dello squallore. Un’intervistata evidenzia il fastidio suscitato dall’ottica machista e dalle dinamiche di preda-cacciatore (donna-uomo) sempre riproposte nei video.
Il sonoro è percepito sempre come fastidioso ed eccessivamente finto.
Circa la metà delle donne che usano materiale pornografico ritrova in esso le proprie fantasie, altre si sentono più a proprio agio con l’erotico.
Abbiamo concluso l’intervista con una serie di domande comuni, rivolte sia a coloro che usano tale materiale sia a coloro che non lo usano.
Le donne si sentono perlopiù poco influenzate dalla visione di porno, vedono questa influenza molto più pesante sulla sessualità dei partner. Tutte sono particolarmente consapevoli che l’avvento di internet ha reso la diffusione di porno molto capillare, immediata ed estremamente accessibile e di conseguenza ha un forte impatto sulla sessualità degli uomini, che ne sono i primi fruitori. Proprio la consapevolezza che il partner sia un abituale consumatore di questo materiale ha inoculato in alcune donne ansie da prestazione, paura di non essere all’altezza di quello che l’uomo vede nel video e altre imposizioni legate a canoni estetici, come per esempio la moda dilagante dei genitali depilati.
Tutte le donne hanno la sensazione che il porno mainstream sia rappresentato in chiave prettamente maschile e che manchi lo spazio per le fantasie femminili; si evidenzia un’affezione eccessiva per la penetrazione, un’intervistata vorrebbe debellare il porno per questioni di aspettative create da esso, spesso irraggiungibili nella quotidianità, e perché ravvisa una triste tendenza a far diventare il sesso lo specchio del porno, e non viceversa. In generale, le donne chiederebbero al porno una maggiore attenzione ai desideri e all’eccitazione femminili.
Le donne sono poi state interrogate in merito al mestiere di pornostar e al business dell’industria pornografica.
Sul primo argomento vengono fuori pareri discordanti: alcune esternano un senso di tristezza e non condividono la scelta di tale professione, che a volte, sottolineano, può essere proposta come l’unica via per raggiungere un’indipendenza economica; altre lo ritengono un lavoro come un altro. Molte si interrogano su come gli attori si vivano nella realtà la loro sessualità.
Sul business c’è una generale e diffusa inconsapevolezza.
Abbiamo infine chiesto, anche alle donne, cosa ne pensano di farsi eiaculare sul viso dal partner.
La maggior parte non ama questa pratica, ma fa una grande distinzione a seconda della situazione: in generale si predilige una certa intimità, ma non è vista oggettivamente come un atto di sottomissione. Coloro che guardano video porno riconoscono, tuttavia, che per la quantità con cui è presente diventa degradante.
La satiriasi
Discostandoci poi in parte dalla pornografia, abbiamo chiesto a uomini e donne cosa significasse la parola “satiriasi”; ebbene, nessuno è stato in grado di rispondere. Satiriasi è il corrispettivo maschile della parola “ninfomania”, termine indicante l’aumento in modo morboso dell’istinto sessuale femminile.
Considerato dapprima una perversione e successivamente una patologia sessuale, solo negli anni ’90 ninfomania, e satiriasi, vengono “cancellate” a livello medico riconducendo il concetto alla categoria di “ipersessualità”. Ma mentre ninfomania è un termine che tutti conoscono, non può dirsi lo stesso della parola satiriasi.
Nel linguaggio comune ninfomania ha un’accezione generica e spregiativa, per definire donne alla costante e compulsiva ricerca di partner sessuali, donne che non sanno tenere a freno i propri istinti, donne malate. Perché una donna che libera la sua sessualità non può che essere malata.
Tutto ciò naturalmente per l’uomo non esiste. All’uomo è riconosciuto il desiderio sessuale a qualsiasi livello e in qualsiasi forma, perché questo è naturale, fisico, istintivo.
Iniziamo ad aprire gli occhi su ciò che è davvero istintivo e su ciò che invece ci viene indotto da questa società. Ribelliamoci a questi schemi mentali, riappropriamoci della nostra sessualità!
Conclusione: il porno che vogliamo
In seguito alla visione di diversi video e film porno, a numerose discussioni e alla lettura delle interviste fatte a conoscenti e amici/amiche abbiamo maturato una nostra posizione sulla pornografia.
L’industria pornografica attuale si basa come tutte le grandi industrie sullo sfruttamento del lavoro altrui in nome di un guadagno determinato dalla capacità di usufruire al massimo del capitale umano e di manipolare i gusti dei consumatori per fidelizzarli sempre più al proprio prodotto; come le altre industrie inoltre uno dei peggiori effetti della ricerca spasmodica di domanda è il condizionamento delle preferenze individuali e l’omologazione delle scelte dei consumatori su un modello precostituito, che porta nel caso della pornografia all’impoverimento della vita sessuale, che viene percepita sempre più come “altro” rispetto all’alienante realtà dei porno: tutto ciò che la fantasia individuale potrebbe suggerire (e anche di più) viene reso concreto, ma non in un atto sessuale condiviso con un’altra persona bensì all’interno di un video “consumato” in solitudine e in fretta, che spesso lascia un senso di vuoto e di vergogna.
A questo tipo di pornografia stereotipata e sessista rinunciamo volentieri.
Siamo però consapevoli del fatto che non si può decidere di punto in bianco di ignorare completamente un aspetto che è diventato così preponderante nella vita di quasi tutte/i e per questo abbiamo deciso di indirizzarci verso una pornografia diversa, che esca dalle logiche di mercato e dai condizionamenti estetici e morali per ritrovare la sua dimensione iniziale di intrattenimento sensuale ed autoironico, che crei collegamento più che isolare e che fornisca interessanti spunti per la realtà piuttosto che uno sfogo visivo a pulsioni di retaggio sessista, come la sottomissione della donna.
Il porno per noi dovrebbe rappresentare un piacevole mezzo per la masturbazione e per la propria crescita sessuale, senza per questo arrivare a surrogare le esperienze reali.
In quest’ottica abbiamo scelto di appoggiare un progetto chiamato “Le ragazze del porno”, avviato da dieci registe italiane che si propongono di realizzare dieci cortometraggi “per ampliare il punto di vista sulla sessualità e sulla sua bellezza senza distinzione di genere e orientamento sessuale e indipendente da canoni estetici imposti” sperando che a questo seguano progetti analoghi, che producano sempre più materiale di cui usufruire in modo sereno e consapevole, con il rispetto come costante imprescindibile.
Fonte (con allegati ecc.)
*****
Perché vogliamo parlare di pornografia
L’esigenza di parlare di pornografia è sorta innanzitutto dal silenzio che circonda questo argomento.
Nonostante il porno pervada la nostra vita in tutte le sue forme, e ci si senta costantemente bombardate da immagini di corpi nudi, l’argomento è ancora considerato un tabù, soprattutto per noi donne. Siamo costantemente escluse dal mondo della pornografia, mentre questo è sempre più presente nella vita di tutti i giorni. Ed è proprio questa esclusione delle donne che rende il porno un’arma così potente per l’oppressione sessuale femminile, unita all’immagine degradante della donna stessa proposta dall’industria pornografica. L’argomento si è perciò rivelato, ai nostri occhi, ancora più importante, avendo già affrontato in assemblea il tema della sessualità.
Ci siamo inoltre chieste se ci fosse, e quale potesse essere, il potenziale eversivo del porno e in che modo riappropiarcene.
Il documento che segue ripercorre i passi della nostra discussione e del nostro lavoro di ricerca: in un primo momento abbiamo discusso e abbiamo cercato di documentarci sull’argomento, attraverso libri e film, per poi passare ad una fase più “empirica” di interviste su svariate tematiche connesse al porno, fino ad arrivare ad un’analisi conclusiva di tutto il percorso svolto.
Il porno che non ci piace
In ogni epoca, in modo differente in base al luogo e al contesto sociale, l’uomo ha sempre sentito il bisogno di esternare la propria sessualità tramite scritti e rappresentazioni, che a seconda del momento storico sono state in maniera diversa diffuse e talvolta represse.
All’inizio del Novecento con la maggiore consolidazione dei mezzi di comunicazione di massa (film su pellicola, giornali, riviste), le immagini pornografiche cominciano a diffondersi su scala più vasta nella società. A partire dal secondo dopoguerra si va creando un sistema di produzione dedicato specificatamente alla pornografia che porta col tempo ad avere nei grandi centri di alcuni paesi anche sale di proiezione ad essa dedicate.
Alla fine degli anni ’70 dall’esclusiva delle sale cinematografiche la produzione pornografica si sposta anche sull’home video e su alcuni canali televisivi raggiungendo un ancor più ampio pubblico.
Un’ulteriore grande evoluzione della diffusione di materiale porno si ha nell’ultimo ventennio con l’avvento di internet e di una tecnologia alla portata di quasi tutti: per la prima volta sono il mezzo e la richiesta che influenzano il circuito produttivo portandolo ad una crescita esponenziale.
Tutto questo ha generato notevoli cambiamenti anche nel tipo di produzione e di offerta che è diventato sempre più diversificato e variegato; in seguito a richieste sempre più mirate nascono ad esempio categorie specifiche per soddisfare (e creare!) desideri e fantasie. Insieme anche alla possibilità di accesso continuo che internet offre e ad un conseguente aumento della quantità di materiale prodotto, c’è stata una diminuzione della qualità del rapporto sessuale rappresentato, che risulta estremamente banalizzato e, nonostante la varietà di offerta, costruito sempre sugli stessi canoni di impronta sessista; si pensi ad esempio alle inquadrature che sono sempre finalizzate all’immedesimazione del fruitore nel personaggio maschile o alla durata dell’amplesso che segue i tempi dell’orgasmo del protagonista maschile.
Oltretutto questo contribuisce alla creazione di un immaginario sessuale il cui divario con le possibilità concrete del quotidiano è sempre maggiore, un universo fatto di corpi perfetti e rapporti dalle tempistiche e dalle modalità irreali.
Questa costante riproposizione di modelli di bellezza idealizzata porta generalmente alla ricerca dello stesso livello di perfezione estetica e di totale disponibilità anche nella vita reale. La discrepanza tra le aspettative e la realtà crea un senso di frustrazione che si sfoga a sua volta in un uso sempre più assiduo del materiale pornografico vissuto in un isolamento sempre maggiore.
Quanto alla presenza femminile e alla sua immagine proposta nella maggior parte della produzione di porno, con piccole eccezioni per alcuni casi, questa è, come già accennato, subordinata alla figura maschile e rappresentata nel rapporto in un ruolo di sudditanza asservito al suo desiderio. Questo tipo di ruolo nella pornografia è in realtà lo stesso con cui la donna viene rappresentata anche nella società, solo in modo più esplicito e meno filtrato. Infatti questi canoni estetici e comportamentali ci vengono riproposti continuamente oltre che dalla pornografia anche da tutti gli altri mezzi di comunicazione mediatica, come film, pubblicità, programmi televisivi, e riviste.
L’esclusione delle donne dal mondo della pornografia, nel senso che non è prevista una loro partecipazione attiva come fruitrici di tale materiale è infine strettamente legata al mancato riconoscimento di una vita sessuale libera e indipendente e di conseguenza alla impossibilità di esternarla e manifestarla al pari degli uomini.
Interviste uomini
Abbiamo intervistato un campione di 60 uomini di età compresa fra i 20 e i 35 anni e un campione di 40 donne di età compresa fra i 18 e i 30 anni.
Gli uomini si sono dichiarati tutti eterosessuali, ad esclusione di un bisessuale e un omosessuale.
La totalità afferma di fare uso di materiale pornografico con diverse regolarità, anche in base ai periodi e alle situazioni sentimentali, comunque comprese fra 1 e 4 volte la settimana.
Tutti quanti usano video presi da siti internet che permettono di scegliere anche i minimi particolari, partendo dal colore dei capelli fino ad arrivare a quello della pelle, passando da posizioni e dimensioni.
Le scelte degli intervistati ricadono soprattutto su anale e amatoriale.
Quando si chiede se piacerebbe loro ritrovarsi in situazioni simili a quelle viste nei porno (intese come i classici “scenari” da film), la maggior parte riconosce che il contesto ricreato è fittizio e finalizzato ad un’eccitazione momentanea, troppo distante dalla realtà e in parte degradante. Questo è uno dei motivi per cui la scelta ricade facilmente sull’amatoriale, che ricrea circostanze più realistiche e avvicinabili. Quello che invece piace praticamente a tutti è sperimentare col partner posizioni e pratiche riprese dai video. Questa incongruenza di risposte si può far risalire ad un’evoluzione della pornografia, incrementata soprattutto dalle nuove tecnologie: mentre inizialmente era la realtà ad ispirare il porno, oggi siamo nella situazione ribaltata in cui è il porno a fornire spunti alla realtà, se non addirittura a sostituirsi ad essa, imponendo stereotipi e immaginari difficilmente riproducibili. Questo ha un forte impatto soprattutto sulle nuove generazioni, che spesso vengono a contatto con la pornografia ancora prima di avere un rapporto sessuale e ne vengono influenzati, rimanendo però incapaci di rielaborare quanto visto. In alcuni soggetti emerge anche una certa frustrazione e/o ansia da prestazione, derivanti proprio dalle eccessive aspettative create dal porno.
Praticamente tutti li guardano da soli. Si evidenzia però un gap generazionale: fino ad una decina di anni fa la visione di porno aveva una dimensione molto più collettiva, soprattutto fra ragazzi giovani che si incontravano in compagnia, magari a casa di qualcuno con un registratore in camera oppure si scambiavano videocassette e giornaletti. Una sorta di rito non incentrato sulla propria masturbazione ma che permetteva di fare insieme qualcosa che ai tempi era considerato un tabù.
La maggior parte degli uomini hanno parlato con la propria fidanzata/partner della sua masturbazione ma quasi nessuno parla di porno e ancora meno dell’eventuale visione di essi da parte delle fidanzate.
La maggioranza riconosce una certa influenza del porno sulla propria fantasia e sui propri desideri. Fra i più giovani ritorna la questione di crearsi determinate aspettative, non sempre soddisfatte; fra i più grandi è innegabile che il porno abbia costituito un momento di espansione della propria sessualità, ma si nota lo spartiacque creato dall’avvento di internet. Questo strumento ha permesso una massiccia distribuzione e un’accessibilità sempre maggiore al materiale pornografico, spesso con contenuti molto diversi e volendo più estremi e inusuali rispetto a quelli della pornografia in cassetta/film/fumetti diffusa precedentemente. I più adulti evidenziano come certo materiale non abbia poi così tanto determinato la loro ricerca o i loro gusti sessuali, dal momento che ne hanno iniziato a fruire quando la loro sessualità era già stata determinata in maniera più consistente (rispetto ai ventenni di adesso) dall’esperienza diretta.
Tutti gli intervistati danno molta importanza alla parte sonora, che deve essere fatta bene e sufficientemente realistica per eccitare, altrimenti risulta fastidiosa; il momento preferito non è univoco, alcuni dicono preliminari, altri penetrazione, altri tutto quanto.
Abbiamo poi chiesto un parere sulla pratica di eiaculare sul viso della partner, che è il momento conclusivo della maggioranza dei porno attualmente in circolazione.
È emerso:
- che la pratica è trovata generalmente eccitante, ma essendo entrata nell’immaginario collettivo come un simbolo di sottomissione, l’uomo stesso si autolimita e lo richiede solo in determinate circostanze, che possono essere o di estrema complicità o, all’opposto, di estrema occasionalità;
- quanto questo pratica, oggi ambita da quasi la totalità dei giovani e percepita come un desiderio naturale, è in realtà un bisogno indotto e veicolato dalla visione del porno; basti pensare che persone dai 35 anni in su prima non la conoscevano neppure.
Quasi nessuno prova sensi di colpa dopo aver guardato porno; alcuni sì, nei confronti della partner, altri descrivono più una sensazione di estraniamento dopo aver concluso.
E’ stato riconosciuto da tutti l’impostazione nettamente maschile del porno, orientato quasi nella totalità alla soddisfazione dell’uomo. Quando viene chiesto se cambierebbero qualcosa, nessuno fa critiche rilevanti e tutti si ritengono abbastanza soddisfatti di quello che vedono, se non che limiterebbero l’artificiosità e la surrealtà delle situazioni rappresentate, che spesso alterano l’idea dell’approccio.
Interviste donne
Il campione femminile era composto da 40 donne, di età compresa fra i 18 e i 30 anni.
Di queste, 5 si sono dichiarate bisessuali, 2 lesbiche, le altre eterosessuali.
Abbiamo chiesto cosa venisse loro in mente in associazione alla parola “porno”, le risposte sono state comprensibilmente variegate; ne riportiamo comunque alcune che ci hanno colpite: “grezzo”, “finto”, “proibito”, “un uomo che si masturba davanti al pc”.
Abbiamo chiesto cosa associassero invece alla parola erotico, e anche qui le risposte sono state variegate: “intimo”, “sensuale”, “femminile”, “qualcosa di rosso”, “intrigante”, “immaginazione”.
Già da queste prime due domande si può avere un’idea di quanto il mondo femminile sia tenuto lontano da quello pornografico.
I dati poi parlano chiaro: su quaranta donne, solo 8 usufruiscono regolarmente di materiale pornografico, 19 di loro lo hanno usato casualmente o senza una buona dose di intenzionalità, 13 non lo usano affatto.
Ma i lacci con cui viene costretta la sessualità delle donne non si limitano ad escluderle dalla pornografia; investono in toto l’autoerotismo femminile, su cui grava ancora un tabù molto forte.
Sebbene i dati reali siano abbastanza equilibrati numericamente, con 22 donne che praticano autoerotismo, 7 che lo fanno poco e 11 che non lo praticano, emerge dalle risposte un rapporto generalmente controverso con la propria masturbazione.
Quelle che si masturbano vivono questo momento come una naturale espressione della propria sessualità e una modalità per conoscere meglio i propri desideri e pulsioni, ma non è raro che le stesse donne riportino di essersi sentite in colpa, in età adolescenziale, per quello che facevano.
Coloro che non si dedicano all’autoerotismo, percepiscono questa pratica come qualcosa di innaturale e distante dall’essere donna; tutte loro hanno una vita sessualmente attiva ma, se la masturbazione maschile è accettata come qualcosa di fisiologico e irrinunciabile per l’uomo, quella femminile sembra un surplus, destinato solo alle più viziose o di cui comunque si potrebbe fare a meno, privarsi.
Abbiamo tristemente constatato che si parla ancora troppo poco di masturbazione femminile, sia in ambito di relazioni sia in ambito di amicizie.
Abbiamo chiesto se avessero mai parlato col partner della propria masturbazione e della visione di porno: il campione è diviso, ma più di quante avremmo pensato non hanno mai parlato della loro masturbazione col partner; di porno se ne parla, ma probabilmente sempre più in ottica maschile, dal momento che quando si chiede agli uomini se sanno di un uso di materiale pornografico da parte della partner, la stragrande maggioranza risponde che non sanno oppure che non c’è uso.
Con le amiche si parla più facilmente di entrambi gli argomenti e si condividono fantasie sessuali, anche se questa maggiore facilità non investe la totalità del campione: alcune dichiarano di non parlarne neanche con le amiche.
Le donne che non utilizzano materiale pornografico spiegano questa scelta soprattutto in termini di non necessità e poca familiarità con l’argomento, ovvero molte lo trovano grottesco e lontano dall’essere eccitante; alcune inseriscono motivi pratici quali l’impossibilità tecnica dovuta per esempio alle situazioni di convivenza familiare, ma la maggior parte lo riconduce ad una mancanza di interesse e avvicinabilità.
A queste donne è capitato di guardare film erotici ma senza una ricerca accurata legata alla visione.
Generalmente, le donne che non guardano porno non emarginano coloro che li guardano né vedono le altre donne in modo strano, anche se ci tengono a precisare che dipende dall’uso che se ne fa, dalla quantità e dalla qualità.
Le donne che invece usano materiale pornografico (e da questo momento nel testo si farà riferimento a queste e a quelle che lo hanno utilizzato almeno una volta) si rivolgono perlopiù a video su internet o a fumetti. Il primo contatto con questo mondo avviene generalmente durante il periodo delle scuole medie, magari a casa di amici in maniera scherzosa oppure insieme al ragazzo.
La maggior parte preferisce comunque il film erotico al film porno, per la presenza nel primo di una maggior elaborazione contenutistica; solo una sparuta rappresentanza mette i due generi sullo stesso piano di preferenza, riconoscendo che ognuno ha il suo momento.
In generale, quanto visto/letto nel porno non viene messo in pratica col partner, a meno che non venga scoperto insieme ad esso. Le donne affermano tuttavia che, inconsciamente, alcune di loro forse assumono atteggiamenti simili a quelli delle protagoniste dei materiali da loro utilizzati.
Il momento più eccitante in un porno è perlopiù identificato nei preliminari o in tutti quegli atti che rientrano nell’approccio iniziale, fra cui lo spogliarsi etc.
Alcune intervistate descrivono il momento subito successivo alla visione di porno come un insieme di sensazioni riconducibili alla sfera dell’insoddisfazione e dello squallore. Un’intervistata evidenzia il fastidio suscitato dall’ottica machista e dalle dinamiche di preda-cacciatore (donna-uomo) sempre riproposte nei video.
Il sonoro è percepito sempre come fastidioso ed eccessivamente finto.
Circa la metà delle donne che usano materiale pornografico ritrova in esso le proprie fantasie, altre si sentono più a proprio agio con l’erotico.
Abbiamo concluso l’intervista con una serie di domande comuni, rivolte sia a coloro che usano tale materiale sia a coloro che non lo usano.
Le donne si sentono perlopiù poco influenzate dalla visione di porno, vedono questa influenza molto più pesante sulla sessualità dei partner. Tutte sono particolarmente consapevoli che l’avvento di internet ha reso la diffusione di porno molto capillare, immediata ed estremamente accessibile e di conseguenza ha un forte impatto sulla sessualità degli uomini, che ne sono i primi fruitori. Proprio la consapevolezza che il partner sia un abituale consumatore di questo materiale ha inoculato in alcune donne ansie da prestazione, paura di non essere all’altezza di quello che l’uomo vede nel video e altre imposizioni legate a canoni estetici, come per esempio la moda dilagante dei genitali depilati.
Tutte le donne hanno la sensazione che il porno mainstream sia rappresentato in chiave prettamente maschile e che manchi lo spazio per le fantasie femminili; si evidenzia un’affezione eccessiva per la penetrazione, un’intervistata vorrebbe debellare il porno per questioni di aspettative create da esso, spesso irraggiungibili nella quotidianità, e perché ravvisa una triste tendenza a far diventare il sesso lo specchio del porno, e non viceversa. In generale, le donne chiederebbero al porno una maggiore attenzione ai desideri e all’eccitazione femminili.
Le donne sono poi state interrogate in merito al mestiere di pornostar e al business dell’industria pornografica.
Sul primo argomento vengono fuori pareri discordanti: alcune esternano un senso di tristezza e non condividono la scelta di tale professione, che a volte, sottolineano, può essere proposta come l’unica via per raggiungere un’indipendenza economica; altre lo ritengono un lavoro come un altro. Molte si interrogano su come gli attori si vivano nella realtà la loro sessualità.
Sul business c’è una generale e diffusa inconsapevolezza.
Abbiamo infine chiesto, anche alle donne, cosa ne pensano di farsi eiaculare sul viso dal partner.
La maggior parte non ama questa pratica, ma fa una grande distinzione a seconda della situazione: in generale si predilige una certa intimità, ma non è vista oggettivamente come un atto di sottomissione. Coloro che guardano video porno riconoscono, tuttavia, che per la quantità con cui è presente diventa degradante.
La satiriasi
Discostandoci poi in parte dalla pornografia, abbiamo chiesto a uomini e donne cosa significasse la parola “satiriasi”; ebbene, nessuno è stato in grado di rispondere. Satiriasi è il corrispettivo maschile della parola “ninfomania”, termine indicante l’aumento in modo morboso dell’istinto sessuale femminile.
Considerato dapprima una perversione e successivamente una patologia sessuale, solo negli anni ’90 ninfomania, e satiriasi, vengono “cancellate” a livello medico riconducendo il concetto alla categoria di “ipersessualità”. Ma mentre ninfomania è un termine che tutti conoscono, non può dirsi lo stesso della parola satiriasi.
Nel linguaggio comune ninfomania ha un’accezione generica e spregiativa, per definire donne alla costante e compulsiva ricerca di partner sessuali, donne che non sanno tenere a freno i propri istinti, donne malate. Perché una donna che libera la sua sessualità non può che essere malata.
Tutto ciò naturalmente per l’uomo non esiste. All’uomo è riconosciuto il desiderio sessuale a qualsiasi livello e in qualsiasi forma, perché questo è naturale, fisico, istintivo.
Iniziamo ad aprire gli occhi su ciò che è davvero istintivo e su ciò che invece ci viene indotto da questa società. Ribelliamoci a questi schemi mentali, riappropriamoci della nostra sessualità!
Conclusione: il porno che vogliamo
In seguito alla visione di diversi video e film porno, a numerose discussioni e alla lettura delle interviste fatte a conoscenti e amici/amiche abbiamo maturato una nostra posizione sulla pornografia.
L’industria pornografica attuale si basa come tutte le grandi industrie sullo sfruttamento del lavoro altrui in nome di un guadagno determinato dalla capacità di usufruire al massimo del capitale umano e di manipolare i gusti dei consumatori per fidelizzarli sempre più al proprio prodotto; come le altre industrie inoltre uno dei peggiori effetti della ricerca spasmodica di domanda è il condizionamento delle preferenze individuali e l’omologazione delle scelte dei consumatori su un modello precostituito, che porta nel caso della pornografia all’impoverimento della vita sessuale, che viene percepita sempre più come “altro” rispetto all’alienante realtà dei porno: tutto ciò che la fantasia individuale potrebbe suggerire (e anche di più) viene reso concreto, ma non in un atto sessuale condiviso con un’altra persona bensì all’interno di un video “consumato” in solitudine e in fretta, che spesso lascia un senso di vuoto e di vergogna.
A questo tipo di pornografia stereotipata e sessista rinunciamo volentieri.
Siamo però consapevoli del fatto che non si può decidere di punto in bianco di ignorare completamente un aspetto che è diventato così preponderante nella vita di quasi tutte/i e per questo abbiamo deciso di indirizzarci verso una pornografia diversa, che esca dalle logiche di mercato e dai condizionamenti estetici e morali per ritrovare la sua dimensione iniziale di intrattenimento sensuale ed autoironico, che crei collegamento più che isolare e che fornisca interessanti spunti per la realtà piuttosto che uno sfogo visivo a pulsioni di retaggio sessista, come la sottomissione della donna.
Il porno per noi dovrebbe rappresentare un piacevole mezzo per la masturbazione e per la propria crescita sessuale, senza per questo arrivare a surrogare le esperienze reali.
In quest’ottica abbiamo scelto di appoggiare un progetto chiamato “Le ragazze del porno”, avviato da dieci registe italiane che si propongono di realizzare dieci cortometraggi “per ampliare il punto di vista sulla sessualità e sulla sua bellezza senza distinzione di genere e orientamento sessuale e indipendente da canoni estetici imposti” sperando che a questo seguano progetti analoghi, che producano sempre più materiale di cui usufruire in modo sereno e consapevole, con il rispetto come costante imprescindibile.
Fonte (con allegati ecc.)
Iscriviti a:
Post (Atom)