Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2025

I docenti devono stare attenti a come si comportano, pure fuori scuola

Cresce l’attenzione per l’operato della Commissione ministeriale al lavoro per realizzare un Codice etico per docenti: l’iniziativa ministeriale, nata a seguito dei casi di Christian Raimo e della maestra su Onlyfans, prevede norme specifiche per docenti e personale scolastico anche sui comportamenti sui social. Ma non solo: si vogliono evitare, in assoluto, modalità incompatibili, anche al di fuori della scuola, con chi dovrebbe rappresentare al meglio l’istituzione con comportamenti ineccepibili.

Nel “mirino” della maggioranza parlamentare vi sarebbero anche i docenti ‘attivisti’ e le teorie gender proposte agli scolari. Secondo l’Ansa, è “la Lega, soprattutto, a mostrarsi molto attiva su questi temi, sollevando ora il caso di una docente giudicata troppo vicina ai centri sociali, ora quello di un fumetto Lgbt finito nella mani di una scolaretta di 11 anni”.

“La prima vicenda – continua l’agenzia di stampa – riguarda Treviso, dove il deputato pugliese della Lega Rossano Sasso, si è accorto dell’attivismo politico troppo spinto – a suo avviso – di una insegnante assunta come supplente in una scuola media della provincia di Treviso, leader di un centro sociale”.

“La donna ha spesso guidato manifestazioni per i diritti civili, o a favore del popolo palestinese. Sasso – non nuovo a queste iniziative – l’ha così ‘segnalato’ all’ufficio scolastico regionale del Veneto: per il leghista “è un caso unico, secondo solo a quello della Salis in quanto a docenti fanatici e ideologizzati”.

Le ‘colpe’ della prof trevigiana, sostiene Sasso anche in un post social, sarebbero quelle di aver riportato “delle condanne penali e svariate denunce, dalle occupazioni abusive agli scontri con le forze dell’ordine, passando per le diffamazioni e le ingiurie contro esponenti politici”.

“Chi è condannato, anche se solo in primo grado, e senza interdizione dai pubblici uffici, può continuare ad insegnare a dei bambini?”, chiede Sasso alla direzione regionale, aggiungendo la proposta di “una valutazione psico-attitudinale per chi si affaccia al mestiere”.

Contro la prof attivista si scaglia anche Fratelli d’Italia. “Siamo davanti ad un paradosso – scrive la coordinatrice cittadina, Marina Bonotto – Come può ricoprire un ruolo pubblico di educazione chi ha fatto dell’ostilità verso l’autorità una bandiera? La sinistra trevigiana, sempre pronta a difendere l’indifendibile, ci vuole convincere che sia normale affidare l’educazione dei nostri figli a chi ha una lunga storia di estremismo, occupazioni abusive e insulti alle istituzioni”.

La docente interessata, sentita dalla ‘Tribuna di Treviso’, ha però smentito di essere stata denunciata – “sono stata solo fermata dalle forze dell’ordine per una manifestazione pro-Palestina a Vicenza”, ha spiegato.

“Commenti come quello di Sasso, che sostiene non abbia i requisiti per stare in cattedra – ha aggiunto – arrivano da qualcuno che non vuole dare spazio al pensiero critico e alle idee diverse dalle sue. Quando scendo in piazza – ha proseguito – non sento di dare il cattivo esempio a nessuno. Se difendere i più deboli è qualcosa di negativo, bisogna interrogarsi allora su cosa intendiamo con esempi positivi”.

Ma Rossano Sasso, capogruppo in commissione Cultura alla Camera, c’entra anche nel secondo caso, quello di un fumetto Lgbt che sarebbe finito in mano ad una bambina di 11 anni durante una visita scolastica alla biblioteca comunale di Bologna. A Sasso si è aggiunto il deputato emiliano e collega di partito Davide Bergamini; ora i due si dicono pronti a presentare sul caso una interrogazione parlamentare.

“Lasciamo che i bimbi giochino serenamente e leggano libri adatti alla loro età, mettendo da parte ogni tentativo subdolo di condizionare i più piccoli inquinandoli con argomenti da adulti”, ha detto Bergamini, che aggiunge: “le giustificazioni frettolose delle docenti non bastano, perché è inammissibile che ad un bambino vengano consegnate pubblicazioni di questo tipo, ultra ideologizzate e per nulla adeguate alla loro età. Giusto far luce. Se questa è la cultura che certa sinistra vorrebbe propinare a scuola e nei nostri ragazzi, noi continueremo a dare battaglia per tenere la propaganda gender fuori dalla portata dei più piccoli”.

Fonte

10/05/2024

I Verdi tedeschi, paladini della guerra e del suprematismo occidentale

Arnaud Bertrand è un imprenditore francese che, insieme alla cinese Junjun Chen, ha fondato il portale HouseTrip nel 2010. Venduto poi a TripAdvisor, Bertrand ha aperto un altro sito, Me & Qi, dedicato all’esplorazione e alla vendita di prodotti della medicina tradizionale cinese.

Accanto a queste attività, egli dedica il suo tempo a commentare online o in incontri a cui è chiamato l’attuale situazione economica e geopolitica. Come è immaginabile, uno dei suoi punti forti è la Cina e la volontà di far capire la realtà cinese oltre gli schemi preconfezionati propagandati in Occidente.

Su X, in un lungo commento a un post dell’economista delle disuguaglianze Branko Milanovic, articola una profonda riflessione sui caratteri dei Verdi tedeschi, a partire da un articolo di uno dei loro fondatori. La sua analisi gira intorno al fatto che “o si vuole dare priorità al clima o alla supremazia [sul resto del mondo] e i Verdi danno sistematicamente priorità alla seconda rispetto alla prima”.

La difesa dell’ambiente è solo un esercizio retorico o, meglio ancora, una traiettoria di investimento per un partito che non rompe con le compatibilità col sistema capitalistico. Anzi, che si pone in prima fila nel promuovere l’imperialismo europeo assumendo ruoli di governo in Germania, ovvero il cuore del sistema produttivo del continente.

Nell’analisi di Bertrand tutto ciò emerge molto chiaramente.

*****

Chiunque sia interessato ai Verdi tedeschi e alla loro trasformazione in uno dei partiti più estremisti, favorevoli alla guerra e al suprematismo occidentale in Europa, dovrebbe leggere questo articolo di Jürgen Kurz, uno dei fondatori storici del partito

Kurz vive in Cina da ormai 20 anni ed è sposato con una donna dello Xinjiang (!). L’articolo è una critica all’approccio dei Verdi alla Cina, ma da esso è possibile estrapolare e spiegare l’ideologia generale del partito.

Innanzitutto, come spiega Kurz, i vertici del partito sono incredibilmente inesperti e incompetenti. Come spiega nel pezzo, Annalena Baerbock, il ministro degli Esteri dei Verdi, si è recata in Cina per la prima volta nella sua vita (!) nel 2023, a due anni dall’inizio del suo mandato.

Come si fa a diventare Ministro degli Esteri se non si è mai andati in Cina, probabilmente il partner economico più importante che ha la Germania? Dato questo fatto, essa non ha alcuna conoscenza del paese, o più precisamente, come scrive Kurz, la sua conoscenza è “basata sui resoconti di una manciata di giornalisti che hanno cercato storie che corrispondono ai pregiudizi occidentali sulla lontana Cina. Il problema è che l’immagine che noi occidentali abbiamo della Cina rasenta la negazione della realtà!“

In secondo luogo, sono suprematisti fino al midollo. Kurz descrive magnificamente l’ipocrisia di quella che è la “politica estera femminista” così come è intesa da Baerbock:
“La politica estera femminista non si deve basare su affermazioni di potere (‘la Germania deve assumersi una responsabilità di leadership a livello internazionale’), ma sull’aiuto dove è appropriato e necessario. Si tratta di dare un contributo positivo per riunire la comunità globale e affrontare e risolvere collettivamente i problemi del pianeta.

Questi problemi sono principalmente: i drammatici cambiamenti del clima globale e la protezione di tutti gli habitat, la giustizia distributiva globale, la lotta alle cause di migrazione e la garanzia di una coesistenza pacifica tra tutti i popoli e le loro culture.

La ‘politica estera femminista’ non si basa su forti fantasie di potere per imporre un comportamento presumibilmente corretto e per dare lezioni agli altri paesi come una governante. Cerca i punti in comune e cerca di aiutare dove è necessario.

Non si tratta di imporre la propria ideologia, ma di migliorare le condizioni di vita delle persone, soprattutto delle donne e dei bambini. Il nostro partito ha plasmato in modo significativo l’agenda politica degli ultimi 43 anni verso lo sviluppo sostenibile in Europa. I cinesi hanno osservato e imparato molto da questo e lo hanno applicato. È stato un bene.

Invece di criticare la Cina per questo, dovremmo guardare alla cosa positivamente. Chi, se non i cinesi stessi, dovrebbe attuare la transizione verso un’economia basata su energia rinnovabile in Cina? Condannare la Cina per l’utilizzo delle tecnologie da noi sviluppate è ipocrita […]

Oggi la Cina è il principale protagonista mondiale delle nuove energie, lotta su tutti i fronti per la trasformazione dell’economia energetica e per la salvaguardia dell’ambiente ed è persino uno dei pochi paesi ad aver inserito la salvaguardia dell’ambiente nella propria Costituzione. (Articolo 26: Lo Stato protegge e migliora gli ambienti di vita e l’ambiente ecologico, previene e controlla l’inquinamento e altri rischi pubblici. Lo Stato organizza e incoraggia il rimboschimento e protegge le foreste).

Da una prospettiva verde, la Cina è un partner naturale e affidabile nella lotta contro il cambiamento climatico, e con essa possiamo stare sicuri che non cambierà completamente corso dopo le prossime elezioni, con essa la nostra economia potrebbe collaborare alla trasformazione dei cicli globali verso pratiche economiche sostenibili.

Sarebbe più utile per il clima globale cooperare con la Cina in questa trasformazione, piuttosto che definire ideologicamente la Cina come un avversario“.
Questo è un punto chiave. O si vuole dare priorità al clima o alla supremazia; i Verdi danno sistematicamente priorità alla seconda rispetto al primo.

Come sottolinea Kurz, da un punto di vista climatico va lodato il fatto che la Cina prenda sul serio il problema e abbia sviluppato un’industria verde leader a livello mondiale. Eppure i Verdi, e Baerbock in primis, la criticano perché sfida la “leadership” tedesca e hanno adottato uno degli approcci più conflittuali d’Europa nei confronti della Cina, definendo il paese innanzitutto come un “avversario“...

Perché? Beh – lascia intendere Kurz in tutto il pezzo –, questa supremazia deriva da “un senso morale di superiorità“: “il tono morale («siamo buoni») non solo è controproducente, ma è anche sbagliato e ci riporta al vecchio spirito crociato.

Sono fermamente convinto che le nostre idee originali come GREENS potrebbero fare molto bene se affrontassimo questo compito con il dovuto rispetto. Svolgere il ruolo di guardiani di un ordine internazionale immaginario e sostenere i principi occidentali è tutto fuorché una politica estera verde coerente“.

Qui troviamo qualcosa di molto interessante. I Verdi, o almeno la loro attuale generazione, sono probabilmente Verdi perché appartengono a quel tipo di persone molto comuni in Occidente – e in particolare nei paesi protestanti come la Germania – che sono animati da un fortissimo senso di superiorità morale.

Il modo di esprimerlo nell’attuale sistema culturale e politico tedesco è quello di essere Verdi, la posizione più “morale” che si possa assumere: “noi ne sappiamo di più e diamo lezioni al resto della Germania su come devono comportarsi“.

Ma trasportato a livello internazionale, questo moralismo assume la forma della supremazia: “più una cultura o una civiltà è diversa da noi, più è moralmente sbagliata, e come tale più dovremmo farle la morale e cercare di trasformarla“.

Per questo la loro ideologia non è tanto “Verde“, quanto piuttosto un modo per esprimere questo senso di superiorità morale in Germania. Quando viene tradotta a livello internazionale, assume una forma completamente diversa, più adatta al palcoscenico internazionale.

In sintesi, abbiamo a che fare con persone estremamente campanilistiche che non conoscono il mondo al di là della Germania o dell’Occidente e che rappresentano una parte della società protestante tedesca che è maggiormente caratterizzata da un profondo senso di superiorità morale, che li rende moralisti dei moralisti, l’incarnazione moderna dei santi crociati.

Questo spiega perché quando li si guarda in quanto Verdi sembrano completamente incoerenti: è perché, fondamentalmente, non lo sono.

Fonte

17/09/2023

Contro l’etica e la disciplina del lavoro che uccide

di Sandro Moiso

Sandro Busso, Lavorare meno. Se otto ore vi sembran poche, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2023, pp. 190, 14 euro.

La recensione di questa indagine di Sandro Busso, edita dal Gruppo Abele, arriva per esclusiva colpa del recensore un po’ in ritardo, ma d’altra parte non vi potrebbe essere momento migliore per segnalarne l’importanza e indicarla come validissimo strumento per riflettere su quanto sta accadendo quasi quotidianamente nei cantieri e nelle fabbriche, a partire dalla strage di lavoratori avvenuta sui binari della stazione ferroviaria di Brandizzo.

Spesso, su Carmillaonline, chi qui scrive ha sottolineato l’hybris, l’arroganza e la tracotanza, di un modo di produzione che pur di soddisfare le proprie ambizioni di guadagno non si preoccupa minimamente della salvaguardia della specie e dell’ambiente in cui dovrebbe soprav/vivere. Un distruttività che in nome del profitto e del “lavoro” non si perita nemmeno di salvaguardare o proteggere chi, per salari spesso da fame, si adatta ad accettarne le logiche e le richieste legate a una necessità di estrazione di plusvalore e plus-lavoro che risponde soltanto agli interessi immediati del capitale e dei suoi miserabili funzionari.

Anzi, si potrebbe dire che proprio dallo sfruttamento selvaggio della forza lavoro deriva quello dell’ambiente e delle sue risorse, tra le quali, è bene non dimenticarlo mai, il lavoro umano e l’intelligenza ad esso applicata sono forse da annoverare tra le principali per il prosieguo della specie e della sua riproduzione.

Però è proprio sul concetto di “lavoro” che lo scontro deve e dovrà farsi, così come è già avvenuto in passato, particolarmente cruento nel prossimo futuro. Proprio per liberarlo da ogni ambiguità e ogni residua permanenza di intesa tra interessi del Capitale e interessi della specie e della classe lavoratrice. Ed è proprio intorno a questo punto che la riflessione di Sandro Busso, professore associato di Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino, che insieme a Eugenio Graziano aveva già curato l’edizione italiana di Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà di Joe Soss, Richard C. Fording e Sanford F. Schram (Mimesis Edizioni 2022, recensito qui), si rivela particolarmente efficace.

In un testo destinato a portare la riflessione sulla necessità di ridurre l’orario lavorativo, più che ad aumentarlo a dismisura per chi già lavora escludendo dal circuito del lavoro regolare un numero sempre più ampio di giovani, donne e lavoratori di vario genere e provenienza, e su quella di migliorare le retribuzioni ad esso collegate, l’autore sembra non dimenticare mai, nemmeno per un momento, l’autentica lezione, o se si vuole il filo rosso, che corre lungo tutta la storia del movimento operaio: quello della lotta non “per il lavoro”, ma “contro il lavoro salariato” e lo smisurato sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Occorre qui ricordare che a caratterizzare la classe operaia e la sua funzione di innovazione rivoluzionaria, per Marx, non era tanto l’orgoglio del lavoro, ma la necessità di liberarsi proprio dalle catene di quel lavoro che la schiavizzava, abbruttiva e sfruttava senza sosta. Come ebbe infatti a ricordare più volte il rivoluzionario originario di Treviri, «la classe o lotta o non è». Affermazione non tanto apodittica, quanto chiarificatrice del fatto che per l’antagonismo sociale il termine classe nella sua essenza non costituisce una categoria sociologica, ma politica.

Nella classe sociologica il lavoratore e la lavoratrice sono individui dispersi in conteggi dal carattere puramente alfanumerico (occupati, disoccupati, etc.), di volta in volta valutabili attraverso il plusvalore prodotto (di cui è il PIL nazionale a render conto) oppure come vittime di uno sfruttamento “eccessivo ed erroneo”. Mai come protagonisti della propria esistenza collettiva e autori della trama del proprio futuro insieme a quello della specie.

Basterebbe riferire le frasi fatte piene di lacrime di coccodrillo, gli stanchi riti delle istituzioni e dei sindacati per cogliere questo aspetto, così come è stato fatto nei giorni successivi alla strage sul lavoro di Brandizzo, per comprenderlo al meglio. Si piangono gli oggetti e si ignorano i soggetti, comodamente liquidabili con le frasi di circostanza ammantate di pietà i primi, ma non riconoscibili e forse addirittura innominabili i secondi.

Troppo spesso si pensa, infatti, che il rifiuto del lavoro sia stata una bella e originale invenzione o teorizzazione dell’autonomia operaia degli anni ’70, dimenticando che il rifiuto del lavoro salariato, delle sue stimmate sociali, culturali, economiche e politiche e dell’interiorizzazione delle sue logiche è stato, già nel passato, l’elemento centrale delle lotte operaie più avanzate. Là dove i braccianti di Captain Swing incendiavano macchine e stalle dei proprietari terrieri che erano anche i datori di lavoro agli albori dell’Ottocento; là dove i minatori e ferrovieri americani impugnavano i winchester contro le squadre armate della Pinkerton e l’esercito federale alla fine del XIX secolo e là dove i giovani operai degli anni ’60 e ’70 lanciavano sanpietrini e molotov contro le forze dell’ordine che intervenivano per riportarli alla disciplina di fabbrica: là si manifestava la classe nel suo significato politico ovvero nel suo rifiuto di una condizione di sottomissione che proprio nel lavoro “ben disciplinato e organizzato” e nei suoi implacabili ritmi produttivi riconosceva spontaneamente il volto del suo avversario storico: il capitale.

Capitale che proprio intorno all’esaltazione del lavoro e del suo valore etico, dall’epoca del protestantesimo medioevale fino alla Rivoluzione industriale e dopo, aveva visto costituirsi la classe che ne avrebbe rappresentato gli interessi e l’essenza: la borghesia.

Per comprendere come l’etica del lavoro sia a pieno titolo da considerare come il prodotto di processi sociali, e non un immanente comandamento morale insito in ognuno di noi, è necessario tornare [...] a quelle civiltà classiche che vedevano nel lavoro un’attività squalificante da riservare unicamente a chi si trovava ai livelli più bassi della stratificazione sociale. Solo adottando una prospettiva temporale così è possibile cogliere come la rappresentazione positiva del lavoro sia un fenomeno culturale estremamente recente e sostanzialmente riconducibile alla rivoluzione industriale del XIX secolo [...] Il concetto di valore morale del lavoro è ovviamente di molto precedente l’industrializzazione, e il suo processo di estensione è almeno in parte graduale [...] quell’impianto valoriale era diffuso in un ambiente estremamente ristretto e dinamico che si collocava (temporalmente) «tra il feudo e la fabbrica»: era il credo del capitalismo preindustriale [...] il binomio grazia-ricchezza rendeva quell’etica un tratto distintivo dei «salvati»1.

Un tale «stato di grazia» attribuibile al lavoro lo si può, in fin dei conti, riscontrare anche in slogan triti e ritriti, e oggi decisamente populisti, spesso con un fondo di intrinseco razzismo, come «Chi non lavora non mangia!». Ispirato sicuramente in origine dall’odio contro la borghesia e gli imprenditori, ma che rischia di rivoltarsi contro la stessa classe lavoratrice quando questa, come in passato e ancor ai nostri giorni, pencola sempre più tra lavoro e non lavoro, tra proletariato occupato e proletariato marginale (lumpenproletariat).

Quello che succede a metà del XIX secolo è un processo di «astrazione», in cui tutti i lavori divenivano nobili, indipendentemente dal prestigio o dalla ricchezza che ne poteva conseguire, ma unicamente per l’atto in sé. Questa estensione rispondeva a un obiettivo politico: utilizzare la dimensione morale per giustificare le condizioni di lavoro di una crescente massa di proletariato e dunque garantirsi la sua «collaborazione» senza bisogno di eccessi di coercizione [...] Le prescrizioni dell’etica del lavoro sono incredibilmente stabili nel tempo, non mutano a seconda dei soggetti che la predicano e comportano sempre «l’identificazione e la dedizione sistematica al lavoro salariato, l’elevazione del lavoro a centro della vita e l’affermazione del lavoro come un fine in sé»2.

Come dire che il proletariato deve fare di necessità virtù e di ciò accontentarsi, come la deriva sindacale e delle politiche di sinistra sembra predicare e aver fatto sua ormai da decenni. Anche al di là di una riflessione non solo di classe, ma anche di genere. Busso, infatti, sottolinea ancora, grazie alle le ricerche della studiosa femminista Kathi Weeks, come le due strategie del femminismo delle prime due ondate:

tanto quella che si è concentrata sull’ingresso delle donne in tutte le forme di lavoro salariato, quanto quella mirata a ottenere il riconoscimento sociale e la responsabilità degli uomini per il lavoro domestico non salariato non abbiano problematizzato il lavoro, ma anzi l’abbiano considerato una leva materiale e simbolica imprescindibile.
Un meccanismo analogo può essere rintracciato adottando altri sguardi. A ben vedere, per quanto eretico possa sembrare, possiamo pensare che il valore in sé del lavoro sia uno dei pochi tratti ad accomunare operai e borghesi o che si ritrova su entrambi i lati della lotta di classe o nelle retoriche tanto di progressisti quanto di conservatori. Addirittura, la si trova al centro della lotta generazionale: giovani desiderosi di dire la loro nel mondo del lavoro contro anziani che rimproverano una mancanza di etica e di spirito di sacrificio. Il risultato è una chiusura dello spazio discorsivo che porta con sé la scomparsa delle alternative3.

Alternative che, oggi, si riferiscono solo e sempre all’interno dei diritti individuali distribuiti dall’ordine liberale del mondo e in cui tutti devono essere oggetto di legge ma non soggetto di cambiamento radicale e definitivo dell’esistente (delle sue stragi, distruzioni e guerre).

Ed è esattamente questo meccanismo che rende l’etica del lavoro uno strumento disciplinare molto efficace, che lo trasforma in un elemento che accomuna tutti e genera identità collettiva occultando come i benefici che ha portato non sembrano essere per nulla equamente diffusi. In fondo, riprendendo un aforisma attribuito al sindacalista statunitense Lane Kirkland, «se il duro lavoro fosse davvero una cosa così preziosa, i ricchi lo avrebbero tenuto tutto per loro»4.

Su queste note si rende necessario chiudere la recensione di un testo utile e ricco di spunti che, alla luce di avvenimenti come quelli legati alle sempre più frequenti morti sui luoghi di lavoro, occorrerebbe leggere con estrema attenzione. Specie se si è giovani, donne, lavoratori precari o disoccupati, disposti a tutto pur di avere un lavoro, anche a costo della vita stessa. Poiché la morte, che ormai troppo spesso attende in agguato chi lavora, non è un errore di percorso o «un oltraggio alla convivenza civile» come ha affermato la più alta carica dello Stato in occasione della morte dei cinque operai a Brandizzo, ma l’estrema espressione di quello sfruttamento mascherato da norma universalmente condivisa che costituisce altresì la base della più incivile forma di convivenza sociale.

Fonte

13/04/2023

Orrori di guerra in Ucraina, al momento giusto

di Francesco Dall'Aglio

Era da troppi giorni che le notizie che arrivavano dal fronte mediatico, che è importante come e più di quello bellico, erano sfavorevoli alla causa ucraina e, addirittura, iniziavano a mettere in dubbio il pilastro del discorso propagandistico, ovvero l’inevitabile successo della controffensiva “di primavera”, che stando a quanto detto ieri dal Primo Ministro Šmyhal’ è già diventata “d’estate”.

Serviva qualcosa che riequilibrasse la situazione e ricompattasse le truppe, mediatiche e non: puntualmente il qualcosa è arrivato stanotte, nella forma di un video orripilante immediatamente rilanciato da tutti i media e diventato subito la prima e unica notizia del conflitto.

Ora, intendiamoci subito: il video è genuino e ritrae esattamente quello che si dice ritragga. Sconsiglio di andarlo a cercare e guardarlo, perché è una cosa orrenda.

Le autorità ucraine lo hanno messo a confronto con analoghe registrazioni dell’ISIS, ma in realtà i video dell’ISIS sono molto più professionali e le decapitazioni eseguite con molta più competenza, e mi ricorda piuttosto certe cose venute fuori anni fa dai conflitti tra Armenia e Azerbaijan.

La notizia sta circolando ovunque, come è ovvio, e persino i nostri media l’hanno lanciata immediatamente, senza aspettare le canoniche 24 ore. Repubblica, come sempre più realista del re, a firma Daniele Raineri dice che i video sono molti, e che “militari e mercenari di Mosca li tengono sui telefonini o li fanno girare per intimidire il nemico”.

In realtà non si ha notizia di altri video del genere, e se Repubblica ne ha visti dovrebbe circostanziare (ce ne saranno sicuramente, e pure peggiori, il problema non è questo). Inoltre è delirante l’ipotesi che vengano fatti girare “per intimidire il nemico”, dato che ogni resoconto di atrocità ottiene esattamente l’effetto contrario: irrigidisce il nemico, che tende a non arrendersi, ed espone i tuoi prigionieri a ritorsioni facilmente immaginabili.

Ciò detto, dobbiamo cercare di capire come mai il video è venuto fuori proprio adesso, perché non è girato in questi giorni. La vegetazione e l’equipaggiamento delle persone che vi si vedono lascia capire che è stato girato quest’estate.

Ora, è certamente possibile che per puro caso sia stato trovato ieri e diffuso immediatamente, ma non credo sia così. È più probabile che si tratti di ciò che nei paesi ex-sovietici si definisce “kompromat”, materiale compromettente, da custodire e utilizzare al momento opportuno. Russia e Ucraina ne hanno in abbondanza e lo mettono in circolo quando più fa comodo: per l’Ucraina, il momento adatto è senza dubbio questo.

Non c’è solo la questione della controffensiva che non parte ancora, e dei leak che descrivono carenze di addestramento ed equipaggiamento: ci sono le dichiarazioni di Trump su quanto Putin sia in gamba e quanto gli USA abbiano sbagliato ad antagonizzarlo, ci sono segnali di stanchezza e dissenso negli alleati che centellinano gli aiuti militari fino allo spasimo, c’è la visita di Jinping a Mosca senza una contestuale telefonata a Zelenski, la gestione spinosa della Chiesa Ortodossa fedele al patriarcato di Mosca, e c’è soprattutto la Russia che presiede fino alla fine del mese il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, cosa che le autorità ucraine, e non solo, hanno da subito criticato.

Sembra che il “momentum” come dicono negli USA, stia iniziando a favorire la Russia, e va dunque riequilibrato.

Se le motivazioni politiche e strategiche vengono meno o iniziano a barcollare, se gli alleati iniziano a farsi i conti in tasca e a mostrarsi tiepidi, bisogna fornire motivazioni esistenziali. La Russia non è semplicemente un paese con una politica estera aggressiva e discutibile, la Russia è un paese di mostri disumani che va sconfitta non perché è uno degli avversari strategici dell’Occidente ma perché è il regno del Male. E “stato del Male” e variazioni sul tema è infatti la formula che le autorità ucraine stanno usando da un po’ di tempo.

L’ha usata Zelensky oggi, nel suo ultimo tweet registrato per l’occasione non più nell’anonima stanza dalle pareti bianche dalla quale ha parlato negli ultimi giorni, ma di nuovo dalla sede del potere: questo comportamento per la Russia è normale, ha detto, i russi sono bestie che uccidono con facilità, non si tratta di un incidente o di un episodio ma è successo “migliaia di volte”, concludendo con l’invito ai leader dei paesi mondiali a reagire e ad aiutare l’Ucraina a respingere gli invasori: gli stessi leader che tra pochi giorni si riuniranno di consueto a Ramstein per discutere dei nuovi aiuti, e che vengono messi di fronte a una grande responsabilità etica.

Le autorità europee e occidentali si sono immediatamente accodate a questo discorso, e in effetti c’è poco da non accodarsi, visto il filmato. Anche qui, però, c’è da fare qualche valutazione (qui comincia la parte forse fraintendibile).

La portavoce per gli Affari Esteri della Commissione Europea, Nabila Massrali, nell’ultima conferenza stampa ha pronunciato parole molto dure: “Uccidere prigionieri di guerra è una violazione molto grave della Convenzione di Ginevra e dimostra, ancora una volta, che la Russia non si cura affatto del diritto internazionale, in particolare di quello umanitario”. Non si vede come si possa essere in disaccordo con la prima parte del discorso.

La seconda, purtroppo, desta qualche perplessità: non perché la Russia si comporti bene, ma perché lo stesso metro di giudizio non è stato riservato, in passato, alle atrocità documentate da parte ucraina, passate regolarmente sotto silenzio quando non giustificate. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nel suo rapporto del 16 marzo documenta, e fa bene, moltissimi casi di atrocità e abusi commessi dai russi, ma segnala da parte ucraina soltanto “a small number of violations” e solo “two incidents qualifying as war crimes, where Russian prisoners of war were shot, wounded and tortured”.

Questa affermazione è davvero paradossale, soprattutto perché contraddice il rapporto pubblicato quasi contemporaneamente dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nel quale si riferivano almeno sette casi documentati di esecuzioni di prigionieri russi (per un totale di 25 vittime), e che aveva sollevato grandissimo scandalo in Ucraina proprio perché metteva “aggressore e aggredito” sullo stesso piano (qui le 47 pagine del rapporto, e qui una sintesi di al Jazeera). Perfino la pagina Wikipedia sul trattamento dei prigionieri di guerra riporta più casi.

Quello più noto è quello documentato da un video diffuso il 28 marzo 2022, nel quale soldati russi prigionieri vengono brutalizzati e presi a fucilate nelle gambe. Non è il peggiore, il peggiore (anche qui siamo in territorio ISIS) è quello documentato da un filmato diffuso il 4 aprile 2022, a opera della legione georgiana e tranquillamente ammesso dal suo comandante Mamuka Mamulashvili, che ha detto che loro prigionieri russi non ne prendono e li trattano così di regola (non volete vedere quel filmato, credetemi, come non volete vedere quello venuto fuori stanotte).

Tutto questo, ovviamente, non è per fare la gara a chi è “buono” o “cattivo”. Queste uccisioni di prigionieri e queste atrocità documentate sono la punta dell’iceberg, e chissà quante ce ne sono che non sono state riprese da un telefonino o che non sono ancora venute fuori.

Il problema del negare che, a volte, anche gli ucraini si comportino in questo modo sta nel volere inquadrare questo conflitto in termini apocalittici di luce contro tenebre, di bene contro male – con noi dalla parte del bene, ovviamente, e non nei termini legali della violazione della sovranità di uno stato indipendente, ma nei termini mistici della luce e delle tenebre. I nostri nemici tagliano la testa alla gente, sempre e regolarmente. Sono peggio dell’ISIS, e contro l’ISIS Stati Uniti e “mondo civile” hanno messo in campo tutto fin da subito, intervenendo in prima persona, accettando ogni rischio perché non si trattava di una guerra “normale”, nella quale è consentito avere qualche esitazione, ma di un conflitto tra esseri umani e mostri.

Soprattutto, a nessuno è mai venuto in mente di poter discutere con l’ISIS, o cercare un accordo negoziale. L’ISIS va distrutta senza andare troppo per il sottile perché è IL MALE, come la Russia, che va distrutta allo stesso modo. Bisogna trattarla alla stregua dei terroristi. Nessuna esitazione, nessun negoziato. Questa china, inutile dirlo, è molto pericolosa, e se questo discorso inizia a prendere piede credo che ci troveremo in guai assai seri.

Dopo tutto questo sproloquio resta il video che abbiamo visto stanotte (voi, spero, no), e che ci ricorda una volta di più, come se ce ne fosse bisogno, che le guerre sono eventi mostruosi che bisognerebbe cercare di non scatenare mai.

Bene farebbero le autorità russe a indagare sui responsabili, come Peskov ha annunciato faranno (ci credo poco, come credo poco alle indagini ucraine sui loro soldati. Mamulashvili è rimasto tranquillamente al suo posto, nessuno gli ha detto niente), e se non hanno fatto già la fine che meritano (il filmato, l’ho già scritto, è di qualche mese fa) prendere provvedimenti molto seri. Non tanto per mettere a segno qualche punto di PR ma per semplice decenza umana.

Fonte

01/09/2022

L’ossessione per le frodi dei poveri per non accertare quelle dei ricchi

Un caso esemplare quello della polemica per abolire il Reddito di Cittadinanza che sta caratterizzando il dibattito politico per le elezioni del 25 settembre 2022. Sembrerebbe, leggendo i giornali o ascoltando i candidati di TUTTI i partiti, che i problemi economici dell’Italia dipendano dal RdC. Ma non è così.

1.069 miliardi di evasione fiscale sono sfuggiti al sistema dal 2000 a oggi, la metà del Prodotto interno lordo, fino a toccare un minimo di riscossione dello 0,4% dei 49 miliardi di riferimento del 2020, sebbene la statistica sia in buona misura influenzata degli interventi ad hoc dei Governi Conte II e Draghi.

Sono invece 174 milioni di euro quelli intascati indebitamente dai furbetti del Reddito di Cittadinanza, l’1% della spesa totale che è stata di 15 miliardi in due anni, secondo i controlli condotti dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza per un milione e duecentomila famiglie, circa tre milioni e seicentomila persone, che oggi possono mangiare grazie al provvedimento.

I militari durante gli ordinari controlli hanno accertato che a percepire indebitamente l’aiuto economico nel 2019 sono state 11 mila persone, una truffa valutata in 47 milioni di euro.

In tre anni di controlli il sussidio è stato tolto per irregolarità a 117 mila persone. il 4% del totale. Se pensiamo come riportato sopra agli 11 mila del 2019 ci accorgiamo di come i controlli, diventati più stringenti, abbiano contenuto a dovere le truffe.

I dati della Commissione Europea ci raccontano invece un’altra Italia, non quella di chi sopravvive con 500 euro al mese ma quella di chi prospera frodando allo Stato italiano 4 mila euro al secondo nel 2021.

Sono 35,4 miliardi di euro quelli persi dall’Italia per le mancate riscossioni fiscali. Siamo primi in Europa per evasione fiscale, dietro di noi soltanto Romania, Grecia, Malta e Lituania.

Accanto all’evasione da redditi non dichiarati troviamo però altre voci importanti. L’evasione dell’Irpef sul lavoro dipendente valutata nel 2,9% sul totale, che per il lavoro autonomo arriva a un’evasione del 69,9%. Viene evasa l’Iva per il 27,2%, l’Imu al 25,8%, l’Ires per 24,6% e l’Irap al 19,2%.

Come già detto si tratta di metà dell’intero prodotto interno lordo italiano. Ma nel dibattito politico non trovate traccia della lotta all’evasione fiscale. Ci si crogiola nei complimenti al governo Draghi per aver recuperato 6,6 miliardi di evasione, una goccia nel mare, ma nessuno si azzarda a puntare l’indice verso chi è completamente sconosciuto al fisco.

Oltre alla banale annotazione che gli evasori fiscali con ville e piscine sono coloro che più facilmente possono accedere in maniera fraudolenta al Reddito di Cittadinanza, proprio grazie alla mancanza di controlli, molto più facilmente di chi dichiara poche decine di euro in più dei 10 mila euro l’anno al di sotto dei quali si ha diritto al RdC.

Ma della lotta all’evasione fiscale che mina l’intera economia italiana non si parla. Molto più facile accanirsi contro chi con 600 euro al mese deve dar da mangiare alla famiglia. Ditelo ai candidati del vostro partito, chiedetegliene conto, scrivete ai giornali quando puntano con grande gusto l’indice da moralismo d’accatto, quello sì, contro i poveri.

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04/08/2022

[Contributo al dibattito] - Armi letali / 3: A cercar la bella morte

di Sandro Moiso

Dedicato a tutti i giovani che hanno meravigliosamente animato il festival Alta Felicità a Venaus dal 29 al 31 luglio.

«La resa per noi è inaccettabile, non avremmo grandi possibilità di sopravvivere se venissimo catturati. I nemici vogliono distruggere gli ucraini, per noi è chiarissimo. Noi siamo consapevoli che potremmo morire in qualsiasi momento, stiamo provando a vivere con onore. I nostri contatti con il mondo esterno potrebbero essere sempre gli ultimi. Siamo accerchiati, non possiamo andare via, in nessuna direzione. Abbiamo rinunciato alle priorità della difesa personale. Non sprecate i nostri sforzi perché stiamo difendendo il mondo libero a un prezzo molto alto». (capitano Svyatoslav Kalina Palamar, vice comandante del battaglione Azov).

«Scappare è da codardi. Non possiamo fermarci e trattare, il nostro obiettivo è fermare la minaccia russa: stiamo lottando non solo per l’Ucraina ma per il mondo libero… La debole reazione del mondo è uno dei motivi per cui siamo ancora qui. L’Ucraina è lo scudo dell’Europa, lo è stata negli ultimi due secoli. Abbiamo lottato contro le invasioni nei tempi passati, adesso è un’altra storia. Lottiamo da soli da quasi due mesi e mezzo, abbiamo ancora acqua, munizioni e armi. I soldati mangiano una volta al giorno, ma continueremo a lottare». (Denis ‘Radis’ Prokopenko, comandante del battaglione Azov)

“I nostri militari in un certo senso stanno ripetendo quello che ha fatto Gesù Cristo, sacrificando la propria vita per il prossimo, per i figli, per la propria gente e difendendo la loro terra dall’aggressore. Per questo consacro le loro armi, perché le usino per riprendersi la nostra terra benedetta da Dio”. (Mykola Medynskyy, cappellano militare ucraino membro del partito Pravyj Sektor)

La saga di Azovstal è terminata ormai da tempo. Il sacrificio in stile Götterdämmerung (crepuscolo degli dei) auspicato in un primo tempo da Zelensky e dal suo governo non c’è stato (forse anche per le proteste dei famigliari dei combattenti là asserragliati) e i russi sono stati abbastanza saggi da non trucidarne i difensori sotto gli occhi di tutto il mondo. Eppure occorre ancora fare i conti con un tipo di comunicazione eroico/sacrificale che accompagna le guerre e la loro gestione propagandistica fin dalla notte dei tempi1.

Che si tratti di Enrico Toti – il soldato italiano della prima carneficina mondiale la cui immagine mentre, già colpito a morte, lanciava le stampelle verso il nemico dopo esser tornato a combattere pur con una sola gamba accompagnava i libri di testo scolastici fino gli anni Sessanta – oppure dei trecento spartani caduti alle Termopili mentre impedivano il passaggio delle truppe persiane, tutto ha fatto sì che la logica del sacrificio supremo, variamente interpretato anche dalla Jihad islamica recente, abbia continuato ad accompagnare scelte politiche e militari destinate a dar vita ad autentici bagni di sangue, giustificandone le conseguenze proprio attraverso la “bella morte”.

“Bella morte” inevitabilmente destinata a costituire l’atto di nascita di nuovi eroi, di cui, troppo spesso come per i santi del cattolicesimo più impressionistico, il fatto ammirevole è quello di aver subito e sopportato il martirio. Eccoli lì, allora, i martiri/eroi/santi belli e pronti all’uso. In qualsiasi salsa: religiosa, conservatrice o, purtroppo, anche rivoluzionaria o pretesa tale. E non importa che, come nel caso del bersagliere con la stampella, si tratti quasi sempre di fake storiche, se non di bufale assolute.

Il sapore del sangue, l’attrazione fatale per l’abisso della morte, l’esaltazione del sacrificio della vita e del corpo in nome di una più “alta idealità” e di una volontà di autodistruzione catartica che non rivela altro che una autentica pulsione di morte che ben si adatta al fascismo più trucido e a tutto ciò che, nei fatti e non solo nelle parole, nega la vita nella sua essenza.

Un linguaggio funereo e un immaginario tetro, spesso sovranista, degno soltanto del peggior Romanticismo, che, però, affascina proprio coloro che tutto ciò dovrebbero combattere, in nome di una vita “altra” e non di una morte “eroica”.

Allora sarà bene dire che il martirologio di carattere religioso e conservatore, peggio ancora se “rivoluzionario”, non appartiene a chi scrive.

Questo perché al concetto di martirio è indissolubilmente legato quello di dolore e di sconfitta. E non può esserci dubbio che quello di sconfitta sia sempre rinviabile a quello di errore. Errore di calcolo, di prospettiva, di valutazione ma, comunque, errore. Motivo per cui non si può continuare a credere, fideisticamente e religiosamente, che la salvezza o la rivoluzione saranno il frutto di una serie di innumerevoli, dolorosi e ripetuti errori. Dagli incalcolabili danni collaterali e dalle conseguenze tutt’altro che necessarie.

Le rivoluzioni e le lotte vincenti non le realizzano gli “eroi” o i martiri idealizzati: le fanno gli uomini e le donne reali.

Fatti sì di carne e di sangue, ma che, alla fine, non possono soltanto accontentarsi di soffrire molto, di assaporare il dolore della sconfitta, delle ferite e della morte.

Cosa che non porterà mai da nessuna parte, perché si può morire, si può combattere, si può soffrire per una causa; si può essere costretti ad esercitare la violenza ancora per la stessa causa, ma non celebriamolo inopinatamente.

La promessa, insita nella stessa, non consiste in tutto ciò.

La ragione ci impone, da Epicuro a Marx passando per il materialismo illuministico, di perseguire la felicità e la liberazione della specie umana, mentre le sofferenze e le violenze non possono costituire altro che incidenti di percorso determinati dalle casualità storiche in cui ci si ritrova a dover lottare. Incidenti che l’umanità futura non celebrerà, ma rimuoverà, insieme al ricordo della preistoria in cui è ancora attualmente immersa; esattamente come la psiche tende a rimuovere i traumi dell’infanzia.

A meno che non si voglia a tutti i costi accettare il filisteismo borghese. O, peggio, la logica del sacrificio tout court. Che è anche quella che più si adatta alle memorie e alle necessità del nazionalismo e dei costruttori di nazioni. O, ancora, a quelle dei fanatismi politici e religiosi di ogni epoca.

Dalla jihad, ai “martiri” di Piazza Indipendenza a Kiev, fino agli “eroi” del battaglione Azov esaltati da Zelensky e dai media occidentali. Zelensky che fin dai primi giorni di guerra gridò al mondo, in uno dei suoi innumerevoli interventi video: «Onore ai martiri della Patria, morte ai traditori!». Traditori che, inutile dirlo, risultano essere soprattutto coloro che rifiutano di farsi macellare in nome dello Stato borghese. Sia che si tratti di civile che di militari.

Perché il filisteismo è sempre uguale a sé stesso.

Piange sul latte versato, si cosparge il capo di cenere; grida all’offesa, contro l’inciviltà, contro la mancanza di regole, contro il tradimento. E, intanto, li coltiva. Coscientemente. Spudoratamente. Vilmente. Opportunisticamente.

Così a volte, anche negli ambienti antagonisti, si “ammirano” le sofferenze altrui o le lotte disperate, frutto di ricette “antiche” ma sbagliate, sperando che quegli esempi o quelle stesse parole usate in altri contesti possano essere di supporto alla propria causa. Ma è un’idea sbagliata: restano soltanto sofferenze e lotte disperate. Quasi sempre inutili.

Lenin, piaccia o meno, su una cosa aveva mille volte ragione: l’insurrezione è un’arte.

La lotta vincente è un’arte. La Rivoluzione è un’arte.

E non si inventa né, tanto meno, si improvvisa.

Si improvvisa, coscientemente, su uno spartito conosciuto o del quale, almeno, si sanno leggere le note. E sul quale occorre aver a lungo studiato.

Tutto il resto è illusione, dolore, sofferenza e perdita di tempo e di speranza. Che, in seguito, portano, invariabilmente, gli sconfitti a sostenere che la rivoluzione è un’illusione, un errore, un’utopia (magari soltanto giovanile).

Un altro leader, anch’egli preteso “rivoluzionario”, affermò invece che “la Rivoluzione non è un pranzo di gala“. E così facendo fece accomodare centinaia di milioni di cinesi ad un ben misero banchetto. Gli mancava, per così dire, l’idea della Festa.

Che non avrebbe mai permesso alla Cina “popolare” di diventare la prima potenza economica mondiale.

Mentre invece la Rivoluzione, per essere tale, dovrebbe essere anche una festa.

Non condivide la povertà, ma la ricchezza. Non solo materiale.

Non solo il lavoro, ma anche il riposo. Il sacrosanto diritto all’ozio del “nostro” Paul Lafargue.

La Festa ha poco a che spartire con il martirio, il sacrificio e gli eroi, ma il martirio e il sacrificio hanno molto a che spartire con i regimi, le religioni, i nazionalismi e la loro supina accettazione.

Sacrificatevi per la Patria, per l’Onore, per la Vera Fede, per la Causa oppure per il Grande Partito. L’hanno fatto i vostri Padri. L’hanno fatto i Martiri. L’hanno fatto gli eroi. Lo farete anche voi.

Si fanno i sacrifici oggi come sono stati fatti ieri. La vita e la lotta sono fatte di sacrifici.

È sempre lo stesso refrain.

Il trionfo della morale cristiana. Anzi delle religioni rivelate. Dall’Antico Testamento al Corano.

Ma così si perde il senso della Festa rivoluzionaria e delle lotte sociali. Che, alla faccia di De Coubertin, devono essere vincenti. Perché, davvero, non basta solo e sempre partecipare.

Si partecipa per vincere e non solo per far presenza o farsi un selfie vicino a una lapide che commemora un morto, un eccidio, un bagno di sangue e di dolore.

Lo “spirito olimpico” non appartiene ai rivoluzionari, così come non dovrebbero appartenere loro i pellegrinaggi del rimorso e dei reliquiari. Magari ai masochisti della politica, ma non a chi aspira ad una nuova vita e a un diverso futuro.

Soltanto ai primi potrà apparire “bello” il sangue versato; belle le vite perdute; bella anche la sconfitta!

Dai moti mazziniani a Shangai nel 1927 si potrebbe elencare una serie infinita di insurrezioni e tentativi rivoluzionari falliti.

Falliti perché fuori tempo rispetto allo spartito del loro momento storico e destinati alla sconfitta fin dal momento della loro ideazione. Autentici tritacarne in cui hanno perso la vita migliaia di giovani rivoluzionari e di lavoratori, da Pisacane a Sapri fino al Che nelle foreste boliviane.

Così invece di apprendere una qualche lezione da quelle sconfitte, in caso di vittoria, si preferirà esercitare la vendetta, dello Stato o del Partito, come moneta di scambio per ripagare il dolore subito in precedenza e la felicità non ancora mai raggiunta.

Sui nemici oppure anche anche su rivoluzionari colpevoli di aver espresso qualche dubbio sull’efficacia delle decisioni prese dai grandi timonieri della storia.

In questa concezione, tutto entrerà, o dovrebbe entrare, nel medagliere futuro.
Della Rivoluzione fallita (comunque), della Nazione rafforzata o del Gulag travestito da Società migliore.

Ma non chiamatela “memoria” perché, in realtà si tratta di rappresentazioni molto prossime alle idee fasciste sulla società, la nazione, il sacrificio e il lavoro che, in apparenza si vorrebbero combattere.

Tutte idee che, in fin dei conti, permettono ai principali contendenti del disgraziato conflitto in corso di rinfacciarsi a vicenda le stesse colpe.

Tutti fascisti e tutti anti-fascisti.

Tutti nazisti e tutti anti-nazisti.

Pur che il sangue scorra... che bello spettacolo da teatro del grand guignol, mentre il capitale ancora una volta sogghigna.

Meglio, allora, non solo che i giovani disertano su entrambi i fronti della guerra in corso, ma anche quelli che cercano di sfuggire alla stessa abbandonandosi all’eros e all’alcol nei locali di Kiev, dove la polizia irrompe distribuendo cartoline per l’arruolamento forzato. In maniera paritaria, sia ai ragazzi che alle ragazze, mentre c’è chi vende per 1600 euro falsi documenti di un’ università polacca per restare alla larga dalle trincee.

«Attenti agli uomini in nero, scrivono indulgenze al capolinea di Rogaskaya». «Al campo sportivo di fronte al Gorky Park i moschettieri invitano al gran ballo», avvertono i messaggi su Telegram in una chat di Kharkiv. All’inizio, per il fronte sono partiti i volontari; ma ora le croci in battaglia sono tante, la musica è cambiata e gli uomini in divisa vanno in giro a reclutare passanti troppo impegnati a spassarsela per vantare un buon motivo per non combattere. Ogni città ha la sua chat, in rete fioriscono gli avvistamenti, ora e luogo per non essere acchiappati. Non c’è regola, non c’è obbligo di arruolarsi; ma se ricevi la “cartolina” devi partire per il fronte. Li braccano alle fermate della metro, in palestra, nei club. Passi la notte a divertirti? Beccato, vai in guerra! Fai scandalo facendo sesso in pubblico? Via, al fronte2.

Chi ama la vita, auspica la sopravvivenza della specie, pur con tutti i suoi enormi difetti, e detesta la guerra non avrà dubbi sulla sostanza, per quanto pre-politica, di questa forma di rifiuto collettivo del culto della Patria, del Dovere e della Morte.

Sarebbero dunque questi i “traditori” filo-russi e filo-putiniani che Zelensky si vanta di perseguitare, reprimere ed eliminare nelle sue quotidiane cronache propagandistiche cui viene dato tanto risalto dai media occidentali? Sono forse loro i sabotatori della guerra di “liberazione”?

N. B.
Il titolo del presente articolo è preso a prestito da quello del romanzo memorialistico di Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte, pubblicato da Marsilio Editore, Venezia 1995.

Note

  1. Compresa l’infinita serie di reportage che la “democratica” Repubblica, orfana di Scalfari, dedica ancora ai combattenti del battaglione Azov, con titoli roboanti e “accattivanti”: Carlo Bonini, Daniele Raineri, Laura Pertici, La guerra di Azov. Sulla linea del fronte con il reggimento nazionalista ucraino diventato simbolo del conflitto e di cui l’Occidente ha paura (qui)  

  2. Paolo Brera, Le notti proibite dei giovani di Kiev. “Con musica ed eros scordiamo la guerra”, «La Repubblica», 25 luglio 2022

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13/07/2020

Le droghe tra tragedie dell’ascolto e fantasmi della percezione

Quasi quarant’anni fa mi aggiravo di notte con un compagno nella zona universitaria di Bologna. Per lo meno a parole eravamo tutti e due intenti a tenere lontani poliziotti e spacciatori. In una zona temporaneamente autonoma di cui rivendicavamo con orgoglio la giurisdizione e che era tappezzata dalla scritta a caratteri cubiltali «Nè eroina né polizia». Ma la fantasia per fortuna viaggiava anche su altri piani e il discorso cadde su uno scritto di Adorno.

Ho un gran bel ricordo di quella notte e delle nostre fantasticherie perché il compagno che studiava filosofia mi parlò del mito delle Sirene secondo l’interpretazione del filosofo francofortese e mi fece subito intuire come l’incontro in solitaria di Ulisse con i segreti inquietanti di queste creature non rappresentasse altro che la nascita dell’alienazione, la moderna divisione fra lavoro intellettuale e manuale. Anche considerando come solo Ulisse avesse il privilegio di sentirne il canto, mentre i vogatori non potevano far altro che intuire il piacere e i suoi pericoli solo tramite le espressioni del suo volto.

Era questa la nascita della borghesia poi degenerata a livello mediatico nelle facce di bronzo che ci sorbiamo tutte le sere in televisione o sui giornali.

Un mito che risuona in maniera sempre più stonata fin dai tempi della prima grande offensiva contro la canapa del gruppo dei giornali di Randolph Hearst, negli Stati Uniti, una delle prime campagne di manipolazione di massa di grande successo in favore della guerra alle droghe (sostanzialmente anche di stampo razzista).

Come allora, quasi ogni giorno il sistema “informativo” di massa accompagna le nostre difficoltà esistenziali con l’evocazione allineata ed alienata della dimensione del sesso e del piacere – con un processo di rimozione dei nostri sentimenti e del necessario processo di maturazione – con effetti piuttosto deleteri anche rispetto alla nostra relazione con gli adolescenti. Ivi compreso il rapporto con i generi voluttuari.

Una vera e propria tragedia dell’ascolto che viene costantemente riproposta da un “quartetto” composto da moderni e volgari sacerdoti che si alternano fra medici, ecclesiastici, sedicenti educatori e tutori di un ordine che è a tutto vantaggio dei soliti padroni manipolatori, dei media come della farmaceutica. E che ora si battono per lo spaccio di una nuova droga che anni fa Alberto Grifi definiva la normalina.

È una scena che si ripropone quasi ogni giorno quando molti di noi leggono in qualche giornale di provincia storie o casi legati alle droghe. Quasi sempre in cronaca nera.

Come nel mito di Ulisse sussiste una divisione quasi netta fra chi vive la dimensione del consumo – con obbligo alla clandestinità – e la gran massa che accetta passivamente la gogna mediatica, sviluppando una segreta passione per le sfighe degli altri: per i Tedeschi è la Schadenfreude, la gioia nell’ombra.

Impedendo peraltro un corretto utilizzo dei generi voluttuari che, pur destinato solo a un pubblico adulto, è possibile solo con processi di acculturazione spesso impossibili in un contesto clandestino o di stigmatizzazione come sta avvenendo anche con l’alcool.

È il tran tran quotidiano. Lontano dalle barricate, in una dimensione tra emigrazione interna e rivolta individuale.

Anche se poi su questi argomenti scabrosi i ragazzi tendono a fondare innumerevoli “zone temporaneamente autonome”, come dimostrano i lavori sulle leggende metropolitane di Cesare Bermani, pur se molti di loro sono – anche giustamente – confusi dalla dimensione terroristica che circonda le sostanze e considerando come la ricerca del piacere sia del tutto naturale anche in tenera età.

Per i più svantaggiati e meno informati sono in effetti pochi e scarsi gli aiuti in caso di difficoltà. Anche per questo la sinistra a Berlino propone la somministrazione controllata di tutte le sostanze per soggetti minorenni, anche a discapito della potestà genitoriale, in casi e situazioni disfunzionali potenzialmente letali che riguardano i consumatori problematici. Togliendo paraocchi e tanto cerume a chi di dovere.

Un’informazione meno sbilanciata potrebbe contribuire, affiancata da un approccio terapeutico non giudicante. Non abolire, ma sicuramente temperare gli effetti negativi, largamente esagerati dalla narrativa comune. È assolutamente possibile come dimostra il caso della Svizzera. Cosa piuttosto difficile in Italia con questi soloni ancora saldamente al potere.

Un approccio laico potrebbe fare dell’Italia uno dei Paesi potenzialmente più razionali e felici del mondo. Una educazione alle sostanze e ai sentimenti che, assieme all’educazione sessuale, dovrebbe incarnare parte della sfida del nostro sistema educativo, che ora produce un popolo di infingardi e ruffiani.

Invece ancora una volta assistiamo a numerose censure nel Parlamento, nei media e fra la gente. Una vera e propria tragedia dell’ascolto di tanta gente dalle orecchie tappate e dal cuore chiuso. Lasciamo da parte le dichiarazioni rilasciate ai media di tante comunità terapeutiche, che campano con l’attuale mix di moralismo e di acquiescenza rispetto allo stato di cose esistente, veramente deprimente, e che è divenuto il leitmotiv della Unione Europea.

La morte di ragazzi giovani (come i due quindicenni a Terni pochi giorni fa) per cause mai chiarite portano sconforto ed inquietudine. In molte mamme in particolare. Per i moralisti la conclusione pare piuttosto bizzarra. Per personaggi come il giornalista Antonio Polito o come Matteo Salvini la soluzione è la solita “guerra”.

Compito del governo sarebbe ogni tre anni convocare una conferenza nazionale o per lo meno un dibattito aperto dentro e fuori il Parlamento. Sarebbe un obbligo di legge, come non fornire armi ai torturatori libici o egiziani. Invece ci vengono scodellati dati scomposti e quindi sequenziati in forma manichea e terribilmente terroristica.

Solo la dose fa il veleno, direbbe Paracelso, considerando che anche l’acqua può uccidere, ma per questi moralisti si tratta invece di imboccare una strada metafisica che produce molti più danni di quanti ne prevenga.

Contenti loro se si tengono le loro superstizioni, ma che nessuno si sogni di seguirli sul sentiero di guerra. Questa lotta alle droghe è razzista e sessista.

E le nostre vite contano!

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03/07/2020

Brancaccio - I tagli alla “casta”? Un alibi per l’austerity

Repetita iuvant

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RAI Radio Uno – ERESIE – 3 luglio 2020 – La crociata contro i privilegi del ceto politico trova consensi ovunque. Dal Corriere della Sera con il celebrato pamphlet di Rizzo e Stella, fino ai loro più recenti epigoni populisti, tagliare la “casta politica” ha sempre messo d’accordo un po’ tutti quanti. Resta tuttavia un interrogativo: visto che i risparmi effettivi per i conti pubblici sono sempre stati pressoché risibili, perché i paladini della lotta alla casta insistono con la sciocchezza secondo cui i tagli aiuterebbero a risanare il bilancio statale? Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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29/06/2020

Brancaccio - La lotta alla “casta”? Solo un alibi per l’austerity

l’Espresso, 28 giugno 2020

Sostenuta dai potentati mediatici e finanziari, la propaganda anti-casta di questi anni è stata soltanto una delle forme fenomeniche della reazione anti-statuale. In essa non c’è nessuna rivoluzione giacobina, nessun furore rosso. Solo bieca vandea liberista.

di Emiliano Brancaccio

Meno di un euro, nemmeno un caffè all’anno. È questo il risparmio che ogni cittadino italiano potrà attendersi dal taglio dei parlamentari che sarà oggetto di referendum confermativo il 20 e 21 settembre prossimi.

Iniziata una dozzina di anni fa come puritana ribellione verso un ceto politico ingordo di privilegi, la lotta alla casta giunge così al suo infimo epilogo. In origine la crociata poteva rivendicare risparmi un po’ più consistenti, come ad esempio la stretta di 700 milioni sulle famigerate auto blu. Oggi deve accontentarsi di un più magro bottino: dall’annunciato taglio dei parlamentari verranno meno di 60 milioni. Ma a ben guardare, nemmeno ai suoi esordi la guerra alla casta ha avuto la benché minima rilevanza macroeconomica. I tagli più rilevanti ai privilegi del ceto politico, effettuati sotto l’austerico governo Monti, non hanno mai raggiunto il millesimo della spesa pubblica nazionale. Una roboante propaganda su risibili voci di contabilità, insomma.

Si potrebbe obiettare che per soddisfare la brama popolare di vendetta contro un ceto politico reputato inetto e distante, la rilevanza macroeconomica dei tagli sia in fondo secondaria. Ma allora, perché questa risibile insistenza sul risparmio per le casse pubbliche? Il motivo è presto detto.

La verità è che le strette sulle poltrone, sui viaggi e sulle buvettes dell’odiata casta politica sono state un alibi ingegnoso per far passare ben altri tagli ai fondi pubblici, che hanno provocato danni incalcolabili alle infrastrutture, alla ricerca, all’istruzione e anche alla sanità pubblica, come ormai purtroppo sappiamo. Sapere dei tagli al ristorante di Montecitorio ha reso più tollerabile il clima generale di austerity, ridurre l’odiato parlamentare alla questua ha reso più accettabile la dura quaresima per tutti.

Le rivalse anti-casta vanno quindi valutate per quel che sono: un oppio del popolo per intorpidire le menti e giustificare il più reazionario ordine di politica economica che si sia imposto nella storia repubblicana. Oggi è il turno dei pentastellati, peraltro appoggiati da quasi tutto l’arco parlamentare. Ma dai democratici alle destre forcaiole, appoggiate dalla grande stampa tutte le forze di governo hanno abusato in questi anni del venefico oppiaceo. E gli effetti sono sotto i nostri occhi. I politici si ritroveranno pure con meno scranni e meno rimborsi, ma è solo un diversivo: quel che conta è che la politica generale di austerity ha allargato la forbice macroeconomica tra ricchi e poveri, in particolare tra percettori di profitti e rendite da un lato e lavoratori salariati dall’altro. Alla fine, la vendetta sociale ha operato in direzione esattamente contraria a quel che si crede.

Eppure a quanto pare non ci siamo ancora svegliati dal torpore. La drogante propaganda anti-casta continua a circolare e c’è il rischio che faccia i suoi danni anche al prossimo appuntamento referendario. Con un risvolto particolarmente ridicolo, questa volta. Andremo infatti a votare nel mezzo di una colossale crisi economica, che sta determinando la più rapida caduta della produzione e del reddito che si sia registrata nella storia del capitalismo. Per arginare la catastrofe i governi hanno dovuto per forza dare sfogo alla spesa pubblica e al deficit di bilancio. Nella sola Italia il disavanzo statale aumenterà di un centinaio di miliardi rispetto all’anno scorso. E non si immagini che le cose torneranno rapidamente al loro posto. Persino l’ex presidente della BCE ha ammesso che con l’esplosione dei debiti pubblici dovremo convivere e che per lungo tempo toccherà alle banche centrali governare i mercati per garantire la sostenibilità dei bilanci. In questo gigantesco rivolgimento della politica economica, la scena dei tagliatori di scranni parlamentari che si rallegrano per un risparmio di un euro scarso all’anno per ogni cittadino risulta semplicemente patetica.

Per giunta, se la riforma costituzionale sarà approvata, ci ritroveremo con un solo parlamentare ogni 151 mila cittadini, il più basso livello di rappresentanza politica in rapporto alla popolazione nell’Unione europea. Sappiamo bene che la crisi della rappresentanza si può risolvere solo con una espansione e un radicamento capillare della democrazia: un tempo si parlava di democrazia progressiva, di conquista delle casematte dello Stato. Invece a settembre ci toccherà votare sull’ennesima ipotesi di restringimento del perimetro democratico. Se al referendum vincerà il sì brinderanno solo le oligarchie finanziarie: meno deputati ci saranno, meno costerà fare lobbying.

Sostenuta dai potentati mediatici e finanziari, la propaganda anti-casta di questi anni è stata dunque solo una delle forme fenomeniche della reazione anti-statuale. In essa non c’è nessuna rivoluzione giacobina, nessun furore rosso. Se non si ferma questa bieca vandea liberista, al prossimo giro qualcuno magari proporrà di trasformare l’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli. E ci mostrerà fiero gli spicci risparmiati, mentre distrugge quel che resta dello stato sociale.

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07/11/2018

Contro la gente perbene

Un’inquietante cardine della retorica delle nuove destre è che il voto sovversivo, che scatena odi razziali e si nutre di ostilità e frontiere, sia fatto da gente perbene. Sia Nigel Farage che Matteo Salvini hanno ripetuto parole molto simili: a victory for real people, a victory for ordinary people, a victory for decent people (una vittoria di gente reale, ordinaria, di gente perbene. Nigel Farage, discorso subito dopo il Brexit), oppure La gente perbene vive dappertutto (Salvini sul suo profilo Facebook).

Gente perbene è qui caratterizzato dalla paura di tutto: dall’immigrazione alla criminalità, dall’identità sessuale alla sessualità più in generale, una crisi pressoché totale e continua dovuta quasi interamente a politici corrotti del passato. L’inquietudine di fronte a cambiamenti percepiti come troppo rapidi o mal gestiti si trasforma in un malumore diffuso e qualunquista. Inutile cercare di razionalizzare e spiegare che i cambiamenti sono sempre in corso, e la realtà non è gestita o gestibile, poco conta anche osservare quanto possano rubare nel frattempo i politici attuali. Una volta scatenata la furia, la gente perbene non si ferma più. Questo è il paragone inquietante con gli anni tra le due guerre. Perché la paura è infinita. La corruzione è degli altri, quelli che non sono perbene. Non c’è più uno scontro tra visioni diverse della società ma tra gente perbene e politici corrotti, e cioè gli avversari, additati dai quotidiani in un mescolarsi di lotte combattute a colpi di magistratura, opinioni, giornali.

La sfera pubblica è fatta nella sua essenza di interessi che confliggono, dove ci sono gli altri è chiaro che ci si incontra e scontra. Quando il campo politico diviene dominato dai me ne frego fascisti o dai vaffa’ di Grillo, gli altri non sono più avversari, ma criminali da perseguire.

Shakespeare scrive il meraviglioso Measure for measure quando i puritani iniziano a chiudergli i teatri, e oggi siamo di fronte a qualcosa di molto simile. Accusare gli altri di corruzione significa autoescludersi da una categoria, è come dire che sono loro a essere cattivi, noi siamo buoni, perbene, dalla parte giusta della storia.

Al contrario, la corruzione è uno dei cardini del compromesso. Quella economica è facilmente identificabile, se qualcuno ha rubato lo si vede facilmente da un conto in banca. Ma se a corrompere, come nella prima repubblica, era un partito come la DC o il PSI che avevano di fronte un PCI finanziato dall’URSS? O, se vogliamo rovesciare la prospettiva, un PCI che aveva di fronte DC e PSI filo americani? Se dai rimescolamenti morali che sono seguiti un cattolico si trova in un partito dove un’altra corrente è favorevole ad aborto, divorzio, contraccezione? È più grave la corruzione politica o quella religiosa? O viceversa, se per un convinto liberale l’unico modo per essere eletto in una certa regione è compiacere opinioni conservatrice? Per non parlare di quanto è sempre corrotta l’intimità di due innamorati, tra intensità e intenzioni divine e calcoli economici su eredità o stipendi, figli che sono investimenti, rischi di fallimenti.

Parlare contro la corruzione, per tornare a dirla con lo Shakespeare inorridito dall’ondata puritana, è immaginarsi fuori dal male, e non c’è nulla di più temibile della gente perbene. La corruzione non è di destra o sinistra, in un modo o nell’altro attraversa tutta la vita associata, non solo dei politici ma anche delle famiglie e delle amicizie. Anche dell’individuo quando di fronte al proprio Dio o alla propria coscienza, misura l’ambiguità delle proprie intenzioni, fa i conti con le ambizioni sbagliate, con le lezioni che ci dà sempre la realtà di fronte al delirio narcisistico della propria purezza.

Quello che è spaventoso e al momento cavalcato dalla destra in Europa e negli USA e nel Brasile, ma che è certamente stato cavallo di battaglia di tanta storia della sinistra, inclusa quella della diversità morale del PCI, è il contrapporre l’onestà, l’essere perbene, all’illegittimità degli avversari. Spacciare un’immaginaria altra epoca che ci saremmo perduti alle spalle, o un mondo di là da venire, finalmente regolato dalle persone perbene.

Questa furia di gente perbene si contrappone al disordine morale che inevitabilmente attraversa le vite degli adulti, esposti a scelte difficili, in cui si deve esercitare maturità e consapevolezza (del resto se questo disordine, nelle vite nostre e degli altri non esistesse, quali virtù si esprimerebbero nella temperanza, nella giustizia, nell’amore per la libertà?). Sappiamo che nostro cugino sta divorziando, che il collega ha fatto carriera perché fa l’amore con il figlio o la figlia dell’amministratore delegato, che quel concorso pubblico è stato pilotato e via dicendo, e solletichiamo in un pubblico esausto la nostalgia di quando eravamo obbedienti e bambini, prima di incontrare cattive compagnie, il sesso, l’alcol e le droghe, l’avidità, l’invidia, il tradimento, quando eravamo figli, e papà e mamma ci dicevano cosa fare e il male non esisteva. Quindi non sentivamo tentazioni trasgressive (sessuali, intellettuali, o le droghe) e di fronte a chi ci invitava a fare il male potevamo contrapporre l’obbedienza, la legge del padre. A Eva che arrivava con una mela potevamo dire: papà ha detto di non mangiarla, va via.

Ora bisognerebbe partire da questo primo momento: credo che anche le persone religiosamente più devote concorderanno sul fatto che non è che dal Paradiso terrestre siano stati cacciati alcuni e altri no. E non è neppure il caso di immaginare che se della gente perbene si mette a far la spia per il potere o ad assecondare l’autoritarismo dei reazionari per loro, perché sono stati così buoni, si possano fare delle eccezioni. In altre parole, Dio non è la nostalgia di un leader forte che ci consenta di non guardare le nostre debolezze, non è qualcuno che è rimasto indietro, nel paradiso da cui siamo stati cacciati, al contrario parla attraverso le cose, nel mondo, nei problemi concreti che ci troviamo ad affrontare, e parla attraverso la nostra umanità e intelligenza, il nostro comprendere quello che abbiamo di fronte.

Come ricorda Pico Della Mirandola nel De Dignitate Hominis, ci ama più dei suoi angeli proprio perché ci ha messo in un mondo reale fatto di scelte e di esseri, non nell’immaginazione di Beppe Grillo, Salvini o Di Maio. Non nell’invitare gli smarriti a rifugiarsi nel perbenismo, ma nell’interrogare il nostro tempo; non in nostalgie senescenti per come immaginiamo fosse il passato o potrebbe essere il futuro, ma per un continuo lavoro nel cercare di comprendere il mondo. Un mondo dove l’immigrazione è la diretta conseguenza di guerre e carestie, e per coprire il dovere morale che sentiamo di fronte alla sofferenza ci vogliono tante, tante chiacchiere!

Oggi la gente perbene ha inventato la categoria di migranti economici sostanzialmente per umiliare chi arriva. Come ne avesse ancora bisogno, dopo aver attraversato il deserto e il mare, dopo campi di detenzione, spieghiamogli bene che se è un futuro migliore che vorrebbe, la gente perbene vuole fargli capire qual è il suo posto! Dall’altra parte migliaia di persone che si mettono in marcia verso la frontiera. Cosa farete di noi?

Io so da sempre e con orrore cosa siano le persone perbene, conosco il modo in cui mi hanno additato nell’adolescenza e hanno commentato la vita mia e di tutti i miei amici, di tutto il mondo. I pettegolezzi contro Bocca di rosa e le fobie per la contestazione. E so che se avvicinati, riconciliati con i loro demoni, neppure loro sono perbene nel senso orrendo evocato da Salvini e Farage. Potendo accedere a un’educazione, se possono leggere Pasolini, Moravia e Morante, Bob Dylan, Tolstoj e Manzoni, Dante e Machiavelli, il loro conformismo si dilegua, riemergono persone. Questo è il lavoro che fanno insegnanti di tutti i livelli dell’educazione. Poi purtroppo dalla ragionevolezza delle cose discusse in classe si cade in un mondo primitivo, nella colpa degli altri e alla fine in guerre terribili. Anche queste di solito volute dai vecchi e combattute dai giovani.

Non solo quindi abbasso Salvini, di Maio, Grillo, i conformismi, ma benvenuto mondo con tutti i tuoi problemi, benvenuti migranti e mondo ricco di difficoltà attraverso il quale, grazie alla nostra umanità e non contro di questa, cerchiamo di costruire un mondo giusto, libero e per tutti.

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24/05/2018

L’Italia e la doppia morale dell’Europa a trazione tedesca

In un breve quanto denso e provocatorio saggio (“Chi non rispetta le regole? Italia e Germania le doppie morali dell’euro”, Imprimatur editore), Sergio Cesaratto versa benzina sul fuoco della polemica fra europeisti e antieuropeisti.

Provo qui di seguito a sintetizzarne le tesi e a discutere quelle che sono, a mio avviso, le sue più evidenti implicazioni politiche. Parto dal titolo: perché vi si allude a una doppia morale? L’autore parte dalla constatazione che le accuse che la Germania (e altri Paesi del Nord Europa) rivolgono ai membri dell’area mediterranea della Ue evocano sovente toni etico-religiosi, contrapponendo il rigore protestante dei popoli nordici all’accomodante lassismo cattolico dei popoli meridionali. Ma è realmente questa la radice del conflitto? Siamo stati davvero noi “terroni” a violare le regole della moneta unica, oppure i primi a farlo sono stati i nostri fustigatori, i quali tentano di camuffare interessi nazionali e ambizioni egemoniche dietro un arrogante moralismo?

È noto che i peggiori moralisti sono coloro che sanno di avere degli scheletri nell’armadio e, per spiegare di quali scheletri si tratti nel caso in questione, Cesaratto sposta il discorso dal piano etico al piano dell’analisi economica, sottolineando come esistano evidenti analogie fra la storia dell’unione monetaria europea e quella del gold standard, ovvero del sistema monetario basato sulla parità aurea che governò l’economia mondiale dal 1870 al 1914 (cioè durante quella, aggiungerei, che potremmo definire l’era della prima globalizzazione). In entrambi i casi, argomenta Cesaratto, ci si trova di fronte a indirizzi di economia politica studiati per favorire i Paesi che godono di condizioni di surplus a spese di quelli in deficit. Per farla breve: le potenze dominanti (che pure professano principi liberisti) non accettano che il mercato riequilibri i rapporti di forza facendo aumentare l’inflazione al loro interno. Così oggi la Germania lascia che siano altri a praticare il keynesismo (accettando un certo livello di inflazione) mentre da parte sua pratica un rigore che ne favorisce il modello mercantilista. In questo modo costringe i Paesi deboli ad aprirsi alle sue esportazioni e a rinunciare a sviluppare la loro industrie nazionali.

Prima di approfondire il discorso sulla doppia morale liberista/mercantilista, occorre tuttavia spiegare come e perché il nostro Paese si è cacciato in questa trappola “made in Germany”. Negli anni Settanta del secolo scorso, ricorda Cesaratto, la nostra economia ha dovuto fronteggiare gli effetti combinati della spinta salariale verso l’alto, alimentata da un lungo ciclo di lotte operaie, e dello shock petrolifero, ed è riuscita a resistere difendendo la propria competitività attraverso la svalutazione e aumentando la spesa sociale, per tamponare i conflitti sindacali e sostenere le imprese. Ciò implicava inevitabilmente l’aumento del debito pubblico, il che, aggiunge Cesaratto in sintonia con il pensiero di Keynes (oggi all’indice!), non aveva conseguenze particolarmente negative, visto che la Banca centrale era in grado di affrontare il problema stampando moneta. Le cose si sono complicate allorquando le “sinistre” di governo – seguendo il dettato dei vari Andreatta, Ciampi, Padoa Schioppa e Prodi – hanno pensato che l’Italia, allo scopo di moderare il conflitto sociale e porre fine a un uso troppo “spregiudicato” del bilancio pubblico, dovesse “importare” dall’estero regole più “sane” e stringenti. Il che è avvenuto in due tempi: prima con l’adesione allo Sme, poi con l’ingresso nell’area dell’Euro (nel frattempo si era provveduto a “spoliticizzare” la Banca centrale, sottraendola al controllo governativo).

Una volta costruita la grande menzogna (tuttora in auge) secondo cui il nostro Paese tenderebbe a “vivere al di sopra dei propri mezzi”, si è messo in atto l’infernale processo che ci è costato la rinuncia alla nostra indipendenza nazionale (e ai principi democratici sanciti dalla nostra Costituzione!). La verità, argomenta Cesaratto, è che sono stati gli elevati tassi di interesse causati dalle scelte sopra descritte e non una spesa pubblica fuori controllo a far esplodere il debito sovrano, come è inequivocabilmente dimostrato dal fatto che, all’inizio degli anni Novanta, lo stato italiano godeva di un significativo surplus primario (cioè le entrate fiscali superavano le uscite). Per quanto riguarda poi la rinuncia a ogni forma di democrazia sociale, basta fare l’elenco dei “vantaggi” che abbiamo “importato” dalla Ue: la concezione liberista dello stato minimo, l’abbandono dell’economia mista, la fine della programmazione economica e di ogni politica industriale, il ridimensionamento del potere del Parlamento a vantaggio dell’Esecutivo, la riduzione dell’autonomia impositiva degli enti locali, la fine della scala mobile e del principio di gratuità diffuso, ecc.

Torniamo ora alla doppia morale. L’ordoliberismo tedesco – l’ideologia che annovera fra i suoi fondatori von Hayek e fra i suoi odierni sacerdoti il famigerato ministro Schäuble – non è, com’è noto (e come hanno ampiamente dimostrato autori come Dardot e Laval) assimilabile al laissez faire classico. Si è già detto che la Germania lascia che a praticare il keynesismo siano gli altri (o meglio: quei Paesi che non sono suoi satelliti, perché questi ultimi vengono invece costretti a ingoiare l’amara medicina dell’austerità, che non regala loro i vantaggi mercantilisti che assicura alla potenza dominante ma li rende ancora più deboli).

Non solo, la Germania lascia anche – e qui scatta la doppia morale – che siano altri a praticare il liberismo, mentre, dal canto suo, affida allo Stato il compito di salvare le proprie banche. Di più: chiama i partner europei a “salvare” gli stati indebitati come è successo con la Grecia; un affare per la Germania, assai meno per noi, visto che, ricorda Cesaratto, abbiamo dovuto sborsare soldi che sono serviti soprattutto a pagare i debiti greci con le banche tedesche. In conclusione: l’europeismo ordoliberista non è altro che una forma estrema di nazionalismo della potenza dominante, come emerge dalle dichiarazioni di alcuni suoi economisti, come quel Michael Burda il quale ha candidamente confessato che una politica tedesca di sostegno alla domanda aggregata sarebbe indubbiamente un bene per l’economia globale, ma non per il modello economico tedesco.

L’analisi di Cesaratto è più ampia e articolata di quanto appaia dalla sintesi che ne ho appena proposto, lascio tuttavia a chi vorrà leggere il libro (ciò che invito caldamente a fare) il compito di approfondirne gli argomenti, mentre preferisco concludere ragionando sulle implicazioni politiche che mi pare se ne possano trarre.

In primo luogo, dal libro emergono le gravissime responsabilità che le nostre sinistre “europeiste” si sono assunte, mettendo il Paese nella condizione di rinunciare alla propria sovranità popolare, nazionale e democratica. L’ultimo atto di questa riduzione dell’Italia a periferia semicoloniale dell’Europa a trazione tedesca è stato il tentativo, fortunatamente fallito, di mandare in soffitta – con il referendum del dicembre 2016 – quella Costituzione che disturba il capitalismo globale perché contiene “elementi di socialismo” (vedere dichiarazioni della J.P. Morgan).

È invece purtroppo andata in porto la costituzionalizzazione di quel Fiscal Compact che rappresenta, di fatto, la messa al bando di qualsiasi politica keynesiana e, più in generale, di ogni velleità di sostenere società ed economia attraverso l’intervento pubblico. Che vi sia ancora chi nutre illusioni in merito alla riformabilità di questa Europa, che fin dalle origini ha inscritto nel proprio DNA il compito di schiacciare le classi subalterne del Vecchio Continente, asservendole al modello di accumulazione della potenza dominante, e alle sue velleità di competere con Stati Uniti e Cina per il dominio del mercato globale, è francamente incredibile. Le violentissime pressioni politiche e mediatiche che vediamo mettere in atto in questi giorni di fronte alla possibile nascita di un governo “populista” (che peraltro ha già offerto ampie rassicurazioni di non nutrire tentazioni antieuropeiste) sono l’ennesima conferma del fatto che dalla trappola descritta da Cesaratto non è consentito uscire “con le buone”, ma solo attraverso scelte radicali che implicano una rottura sistemica. Scelte evidentemente troppo radicali per quelle sinistre che preferiscono invocare alleanze frontiste contro un immaginario pericolo fascista, piuttosto che riconoscere il nemico principale nel Moloch ordoliberista.

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Eliminando qualche concessione di troppo ad una concezione eccessivamente nazionalista dei rapporti di forza, si tratterebbe di un articolo ineccepibile.

09/05/2018

Il Dubbio. Una risposta a Sansonetti

È di ieri mattina, un editoriale, uscito su Il Dubbio, a firma del direttore Piero Sansonetti, la cui riflessione s’incentrava sul quarantennale dell'uccisione del presidente della Dc, Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse. Nel suo articolo, dal titolo “Moro, quarant’anni dopo. Possiamo provare a capire?”, Sansonetti – intelligentemente – propone quello che, da più parti e da tempo, si cerca di costruire: un dibattito cioè, un confronto serio, in sede storica e politica, sui cosiddetti “Anni di piombo” e sulla Lotta Armata per il Comunismo; in particolare sull’esperienza delle Brigate Rosse. Il tutto, mi par di capire, al netto di dannosi e avvilenti paradigmi vittimari, di giudizi unilaterali, di ridicoli e grotteschi cospirazionismi e di inutili e quanto mai surrettizi film su un argomento tanto scottante e dirimente per la Storia del nostro paese e della nostra Repubblica.

È uscita proprio in questi giorni, ad esempio, la deludente pellicola, diretta da Annarita Zambrano, Dopo la guerra, intrisa di moralismo, grossolane falsificazioni storiche e di egoismo colpevolista.

Ma dunque, per tornare all’editoriale di Sansonetti, devo dire che, se concordo sull’impostazione di fondo dell’articolo – proviamo a capire le motivazioni che spinsero un’intera generazione a ribellarsi al sistema e alla cultura del Capitale e, una parte di essa, ad intraprendere la Lotta Armata per il Comunismo, non solo in Italia – sono, d’altra parte, completamente in disaccordo sul metodo che dovrebbe preludere a tale comprensione.

Mi sembra, difatti, argomento di non poco conto – per chi proponga un percorso di analisi fredda su quegli anni, come vorrebbe s’intraprendesse il direttore del Dubbio – quello che afferisce al passaggio in cui si fa riferimento alla supposta reticenza delle Br e, in particolar modo, dei suoi massimi esponenti. A parte che qualcuno, anche se laconicamente, ha fatto, in questi anni, e fa tuttora, autocritica, pur senza far sconti alla parte avversa (lo Stato “democratico”) e senza ipocriti pentitismi: è il caso, ad esempio, di Barbara Balzerani – per citare il caso più eclatante – che, in alcuni passi dei suoi libri, anche se senza dilungarsi troppo (ma non è il suo stile!), parla chiaramente degli errori commessi. Non condivido, però, assolutamente – per un mio personalissimo convincimento, se si vuole di carattere che potremmo definire psico-politico – l’idea che fu un errore madornale uccidere Moro. L’ho già detto in altre occasioni: Moretti e compagni, secondo me, non potevano fare altro, in quella particolare, tesa, tragica situazione, nella quale ogni ordinario schema di vita si trovava ad essere ribaltato.

Facile e, mi sia consentito, anche un po’ subdolo, oggi, mettersi a disquisire sull’errore strategico o, peggio, sulla inumanità del gesto. La possibilità di mettere Moro a morte fu il frutto di una decisione interna alla Direzione Strategica delle Br, ma furono interpellati i compagni nelle fabbriche e fuori, prima di eseguire la condanna. Si decise di ucciderlo, e qualcuno doveva assumersene la responsabilità, di fronte alla Storia, di fronte alla classe di riferimento, di fronte alle Istituzioni. Moretti e i compagni quella responsabilità decisero di assumersela.

Sbagliato e giusto sono, pertanto, categorie morali che non possono riguardare – dall'una parte e dall’altra, certo: poi ognuno combatte la sua battaglia con le proprie armi e la propria cultura – situazioni eccezionali come la guerriglia, sebbene a bassa intensità, come quella che si combatteva, tra gli anni ’70 e ’80, in Italia.

Tanto psicologicamente quanto politicamente, quindi – secondo il mio opinabilissimo parere – Moretti e gli altri componenti il commando che portò a termine il sequestro Moro, non mi sembra che avessero altre chance. Se avessero lasciato libero il prigioniero e quella liberazione si fosse ritorta contro di loro, ne avrebbero dovuto rispondere al movimento rivoluzionario. Cosa che sarebbe certamente successa, in considerazione del cosiddetto piano Viktor – in codice: Moro vivo – messo a punto dall’allora Ministro degli Interni, Francesco Cossiga (se ne era approntato anche uno in caso di morte, nome in codice Mike), per far fronte all’eventuale liberazione del Presidente democristiano. Il quale sarebbe stato posto, in parole povere, secondo le indicazioni contenute nel piano, in stato di internamento e sotto controllo psichiatrico, per non consentirgli di parlare e di rendere pubbliche quelle pesantissime accuse che, già nelle sue lettere, durante la prigionia, aveva rivolto all’intero gruppo dirigente della Democrazia Cristiana.

Se, viceversa, lo avessero ucciso – come poi avvenne – ne avrebbero dovuto rispondere allo Stato. I margini di manovra, politica e psicologica, in quelle circostanze, erano, dunque, ridotti al minimo.

Bisogna provare a mettercisi, in quel contesto, e provare a ragionare, se ci si riesce, come se si fosse sotto quella indescrivibile pressione. Abbandonando, per un attimo, il nostro quieto vivere borghese. Quello che mi pare si cerchi, invece, quello che si vuole e si pretende, è soltanto giudicare, servendosi delle scorciatoie morali del cervello.

Giusto e Sbagliato, Bene e Male, non possono, non devono rappresentare criteri di valutazione e di analisi storico-politica. Esse, infatti, sono categorie che possono solo indurre in errore, conducendo, in ultima istanza, alla paradossale celebrazione di un rituale collettivo ai limiti dell’isteria – cosa che sta, tra l’altro, accadendo, nel corso di questo quarantennale – che oscilli tra la canonizzazione di Moro e la scomunica, con annesso rogo Inquisitorio, per i brigatisti. Tutto, ovviamente, a discapito della verità storica.

La cosa che più risulta inaccettabile, però, è che tali categorie kantiane – dunque, da rigettare anche solo filosoficamente e culturalmente, per non parlare di teoria marxista e prassi rivoluzionaria – vengano utilizzate da compagni, anche molto avveduti e radicali, a loro dire.

Parlare di “reticenza” degli ex Br è, a mio parere, quindi, è quanto mai sbagliato. Sansonetti, forse senza rendersene conto, commette lo stesso errore di chi pretenda un loro pentimento, spostando la questione da un piano morale a un piano più squisitamente politico.

Tutto sommato, però, lì si resta: un’ammissione, se non di colpa, di responsabilità univoca. Che dovrebbe avvenire, secondo il direttore de “Il Dubbio”, aprioristicamente, da parte delle Br. Condizione quasi necessaria e sufficiente, affinché si apra una riflessione su quegli anni.

Mi chiedo perciò: un’ammissione di colpa da parte dello Stato, per quanto commesso – stragi, bombe, alleanza con gruppi neofascisti, con organizzazioni mafiose, democrazia bloccata e sovranità limitata – non potrebbe o dovrebbe essere altrettanto necessaria e sufficiente, a tal scopo?

Ritengo, infatti, che soltanto in una comune, reciproca, contemporanea presa d’atto delle responsabilità storiche e politiche, si possa aprire una franca discussione su quegli anni. In caso contrario, si resterà arroccati, sterilmente, ciascuno sulle proprie posizioni.

Non si può chiedere, infatti, a chi ha preso le armi per combattere l’ingiustizia di un Sistema e di uno Stato che opprimono, sfruttano, schiavizzano e, non di rado, uccidono i propri cittadini – e, per inciso, nulla è cambiato da allora, anzi! – di riconoscere non solo la sconfitta (cosa avvenuta, d’altra parte, oltre trent’anni fa) ma addirittura di ammettere politicamente, storicamente, giuridicamente e, dunque, moralmente, l’indegnità della propria lotta e delle proprie azioni.

Questo, caro direttore, è irricevibile!

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03/03/2018

Accanimento contro l’insegnante torinese. Ma cresce anche la solidarietà

Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante immortalata dalle telecamere mentre grida contro i poliziotti dopo aver subito le loro cariche e gli idranti a Torino, potrebbe essere licenziata. L’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte ha notificato ieri il procedimento disciplinare nei confronti della docente prospettandole la sanzione del licenziamento.

Il procedimento, “anche a seguito di ulteriori approfondimenti effettuati dall’ufficio scolastico nelle scorse ore – spiega una nota dell’Usr – è stato attivato nella giornata di ieri in considerazione della gravità della condotta tenuta dalla docente che, seppure non avvenuta all’interno dell’istituzione scolastica, contrasta in maniera evidente con i doveri inerenti la funzione educativa e arreca grave pregiudizio alla scuola, agli alunni, alle famiglie e all’immagine stessa della pubblica amministrazione”.

“A salvaguardia della serenità della comunità educativa”, intanto il direttore generale ha sospeso l’insegnante dal servizio fino alla conclusione del procedimento sanzionatorio. “L’Ufficio scolastico regionale vuole, infine, cogliere l’occasione per esprimere piena solidarietà alle Forze dell’Ordine per l’insostituibile e gravoso impegno nella tutela della sicurezza dei cittadini e nella salvaguardia dei valori democratici della Repubblica”, conclude la nota.

Il caso è arrivato anche alla Procura della Repubblica: la donna è stata iscritta nel registro degli indagati per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a delinquere e minacce.

Il Corriere della Sera e i giornali di destra si sono intanto scatenati anche a caccia di genitori disposti a dichiarare che “la maestra” è inadatta per i loro bambini. Puntualmente, su La Stampa, è apparsa la lettera arrabbiata alla maestra del familiare di un carabiniere ucciso durante una rapina. Una sorta di tribunale morale extragiudiziario si è messo in moto.

Ma, dopo l’articolo di Contropiano di due giorni fa, letto, condiviso e commentato da migliaia e migliaia di persone, stanno crescendo anche gli attestati di solidarietà verso la maestra Lavinia Cassaro. “Fuori dalle classi non siamo più insegnanti, lavoratrici, rappresentanti di un’istituzione; siamo donne, femministe, antifasciste e antirazziste” scrive il blog Cattive Maestre, “Non siamo tenute a incarnare 24 ore su 24 e in ogni momento della nostra vita il ruolo del posto di lavoro né a rispettarne la disciplina. Dietro questo attacco alla professoressa, non c’è nessuna difesa dell’integrità della scuola. C’è solo la traccia di un nuovo perbenismo e moralismo che si fa strada nella società e che si intreccia con le pulsioni autoritarie di questa classe dirigente neoliberale”.

Solidarietà e preoccupazione per l’accanimento contro l’insegnante è stata espressa da Luigi Del Prete coordinatore dell’Usb scuola. Esprime solidarietà all’insegnante torinese anche Gualtiero Alunni candidato di Potere al Popolo al Senato nel Lazio. Mentre in rete cominciano a diffondersi post solidali con scritto: “Io sto con la maestra”. Si è creata una linea di demarcazione ben definita. L’accanimento del “tribunale penale/morale” non deve e non può passare.

Vedi anche: http://contropiano.org/altro/2018/02/28/salviamo-la-maestra-dai-suoi-boia-0101385

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