Il vecchio Clint, a novantaquattro anni, non sbaglia un colpo. Giurato n. 2 (Juror #2, 2024), la recente pellicola realizzata da Eastwood, è un riuscitissimo affresco della società e della mentalità statunitense. È un film giudiziario che inchioda e attanaglia lo spettatore: da una parte c’è un gruppo di giurati chiamati a decretare l’innocenza o la colpevolezza in un processo di omicidio, dall’altra c’è l’imputato, James Sythe (Gabriel Basso), che già aveva avuto a che fare con la giustizia, soprattutto per motivi di droga. Per cui, sulla sua colpevolezza, non ha dubbi l’avvocata Faith Killebrew (Toni Collette), che lo vuole inchiodare. Nella giuria c’è invece Justin Kemp (che ha lo sguardo glaciale di Nicholas Hoult), un giovane padre di famiglia (con problemi di alcool alle sue spalle), che comincia a instillare nei giurati alcuni ‘ragionevoli dubbi’. Lo sguardo attento del regista si focalizza su uno spaccato sociale degli Stati Uniti contemporanei – la cittadina di Savannah, in Georgia – che assume un valore quasi universale. La legge è uguale per tutti? – si chiede Clint, neanche troppo sotto le righe; chissà. Perché James Sythe, fin dall’inizio, appare marchiato come colpevole dell’omicidio della sua compagna Kendall (ma sui particolari della trama non vorremmo svelare di più): a decretarlo non è soltanto l’avvocata Killebrew, è l’intera società, sulla quale la statua della dea Giustizia, bendata, svetta in alcune immagini che ritraggono dall’esterno il palazzo del tribunale. Seguendo un modello narrativo che molto deve a La parola ai giurati (12 Angry men, 1957) di Sidney Lumet, il film tende a insinuare l’elemento del dubbio che, all’inizio, sembrava non sussistere minimamente.
Ma, come già detto, il personaggio di James appare condannato fin dall’inizio soltanto per il fatto di essere un ‘marginale’, un individuo che conduce la sua esistenza lontano dalla parvenza di perbenismo che sembra avvolgere tutti gli altri. Certo, fra i giurati c’è anche un afroamericano che non sembra passarsela troppo bene, c’è anche un giovane un po’ ‘strafatto’, mentre lo stesso Justin è un alcolista ma tutti fanno parte di un mondo in cui le apparenze valgono più delle essenze, se così si può dire: vengono tutti da un mondo che esalta il perbenismo familistico statunitense. E, in provincia, tale sentimento perbenista sembra essere anche ben più radicato, quella stessa provincia che recentemente ha scelto ancora una volta il vecchio e rassicurante (per loro) Donald Trump. Perché questo mondo ha una paura matta di qualsiasi diverso e James Sythe è un diverso, bollato come tossico, ubriacone, violento, capacissimo di uccidere la propria compagna, un tipo poco raccomandabile per la mentalità dei giurati, per l’avvocata Killebrew, per quella stessa società che ha portato ancora una volta Trump al soglio presidenziale (ma avrebbe portato indifferentemente anche la Harris). Il film prosegue con un ritmo teso, senza mai allentare la presa sull’attenzione dello spettatore, con improvvisi e inaspettati colpi di scena.
La dimensione teatrale fortemente presente in La parola ai giurati – ma anche in un altro capolavoro di cinema giudiziario come Testimone d’accusa (Witness for the Prosecution, 1957) di Billy Wilder – nel film di Clint si stempera in una trama più dinamica, che segue i personaggi nelle loro vicende e nei loro spostamenti, soprattutto Justin Kemp. Quella provincia in cui si muovono i personaggi, con le sue case perfette e ben tenute, coi loro perfetti giardini dove si annidano perfette famiglie assomiglia tanto a quella che vediamo, ad esempio, nel riuscito horror Barbarian (2022) di Zach Cregger, ambientato nell’hinterland di Detroit, con le sue case accoglienti, tutte allineate una accanto all’altro ma che celano un orrore indicibile fatto di incesti e abusi che emerge dal passato, direttamente dagli anni Ottanta di reaganiana memoria. E non è un caso che la periferia di Detroit, in cui si sono trasferiti in massa immigrati asiatici, sia anche lo sfondo che vediamo in un altro grande film di Eastwood, Gran Torino (2008), che Walt Kowalski (lo stesso Eastwood) percorre con la sua Ford Gran Torino del 1972.
È un universo tremendamente ‘normale’ quello che vediamo in Giurato n. 2, un mondo regolato – sembra – in modo perfetto e meccanico da una Legge che è uguale per tutti. Ma è anche una legge che, kafkianamente, lascia fuori dalla sua porta chi è ‘anomalo’ o ‘diverso’, chi devia in qualche modo dai suoi dettami, che sono, poi, i dettami su cui si fonda la società benpensante di cui si è parlato. Ma, poi, sarà davvero uguale per tutti questa legge?
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/05/2019
Violenza di classe. Il cinema contro di Aldo Lado
di Paolo Lago
Etichettata per lungo tempo come “cinema di genere” e quindi vissuta
ai margini della produzione cinematografica ‘d’autore’, relegata nei
recinti cult e underground degli appassionati, quella
di Aldo Lado è sicuramente un’opera da riscoprire e da rivestire di
nuovi significati. Come, del resto, si sta cercando di fare: il n. 9
della rivista «Inland. Quaderni di cinema» è interamente dedicata
all’opera del regista di Pola (ma veneziano di adozione), mentre
all’ultima edizione del FIPILI Horror Festival, tenutasi a Livorno dal
24 al 28 aprile scorsi, uno fra gli ospiti di eccezione è stato proprio
Aldo Lado, intervistato, con la solita verve, dal critico
cinematografico Federico Frusciante.
E, proprio al festival livornese, che richiama artisti, studiosi e pubblico da tutta Italia, sono stati proiettati due film del regista: La corta notte delle bambole di vetro (1971) e L’ultimo treno della notte (1975). Al festival, inoltre, è stata messa in rilievo anche l’attività di Lado come scrittore, con la presentazione del giallo Il mastino e del libro di memorie su film mai realizzati, I film che non vedrete mai.
Come sottolinea Lado nell’intervista a Frusciante che precede la proiezione dei film, alla base di essi vi è l’idea di una sferzante denuncia della società borghese e perbenista. Il regista inizia svelando alcuni retroscena riguardo al titolo del film La corta notte delle bambole di vetro: poiché è stato girato e ambientato in parte a Praga e in parte a Zagabria, il titolo originale doveva essere Malastrana (dal quartiere praghese). Ma la produzione si è opposta dicendo che per il pubblico italiano poteva suonare troppo simile a “Malavoglia” (e il regista sottolinea la follia di questa idea). Quindi, si optò per La corta notte delle farfalle, modificato successivamente, sempre per richiesta della produzione, in La corta notte delle bambole di vetro (ma – dice Lado – non ci sono né bambole né vetro nel film). La grigia città dell’est che fa da sfondo alla vicenda appare quasi come una prigione in cui un potere oscuro e inconoscibile agisce indisturbato nell’ombra. Vittima di questo potere sono delle giovani donne che vengono catturate e immolate da una sorta di setta composta prevalentemente da anziani ‘zombificati’. Il Klub 99, infatti, è il centro di questo potere criminale, il luogo dove gli anziani esponenti dell’alta borghesia imprigionano e uccidono le loro vittime. A metà fra zombi e vampiri, i personaggi catturano persone giovani per succhiarne il sangue e le energie durante inquietanti orge. L’oscuro antagonista è quindi, in questo caso, un nemico di classe, esattamente come avverrà in Essi vivono (They Live, 1988) di John Carpenter: in questo film, tutti i capitalisti e le forze dell’ordine che opprimono la società umana sono in realtà degli alieni dalle fattezze di zombi. La caratterizzazione fisica degli anziani di Lado, cerei e imbambolati, ricorda semmai quella degli zombi della parodia vampiresca di Roman Polanski, Per favore non mordermi sul collo (The Fearless Vampire Killers, 1967) e, al cinema di Polanski, rimanda anche l’atmosfera da incubo psicologico che regna nelle strade e negli interni del film (si potrebbe pensare in particolare a Repulsion, 1965). La società del Klub 99 fa quindi riferimento ad un universo reazionario e ancien régime che si pone in contrasto con gli ideali dei giovani e della nuova contestazione che cerca inesorabilmente di reprimere (i vecchi zombi uccidono i giovani come tante farfalle alle quali è impedito di volare). Il rimando, in questo caso, è al Sessantotto italiano, osteggiato in tutti i modi dall’apparato statale e poliziesco. Alla repressione poliziesca occidentale riconduce anche la figura del commissario che cerca di osteggiare in ogni modo le indagini del protagonista, il giornalista Gregory Moore (Jean Sorel) che indaga sulla scomparsa della sua giovane fidanzata Mira (Barbara Bach). Anche il personaggio del commissario, perennemente vestito con un giubbotto di pelle nera, rimanda alla feroce repressione degli ‘zombi’ del Klub 99.
E,
se è vero che siamo in una città dell’est, oltrecortina, per cui si
potrebbe pensare che la repressione ordita ai danni dei giovani provenga
dal regime sovietico (pensiamo alla primavera di Praga), le
dichiarazioni del regista ci allontanano ben presto da questa idea.
‘Mascherata’ e nascosta nell’est Europa, questa repressione è quella di
stampo consumista e capitalista che imperversa in quegli anni in Italia e
nell’Europa occidentale. Si può ricordare che, fra anni Sessanta e
Settanta, Lado frequenta importanti registi e intellettuali che si
pongono in una netta posizione di dissenso politico nei confronti del
consumismo capitalista, come Bernardo Bertolucci (del quale fu aiuto
regista per Il conformista), Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.
Se una nota stonata vi è nel film, è semmai la rappresentazione della donna: le giovani donne che vengono rapite del Klub sono puramente rappresentazioni di un corpo da vampirizzare e sfruttare. Del resto, quelle “bambole di vetro” del titolo – tra l’altro non deciso e nemmeno voluto dal regista – rimandano proprio a un’idea della donna come ‘bambola’ da vetrina. Per fortuna c’è la figura della giornalista interpretata da Ingrid Thulin che, seppure non dotata di una ben definita caratterizzazione, riscatta l’immagine della donna che ci viene offerta dalla pellicola. Ma, forse, in fin dei conti, la figura della ragazza come pura bellezza da vampirizzare e sfruttare è quella voluta dal potere, da quel consumismo spettacolare che, come una turba di zombi seminatrice di contagio, si insinua ogni dove. Ed è un’immagine, vulgata dal consumismo pubblicitario di quei primi anni Settanta, che molto probabilmente il film intende denunciare.
Dal cuore nero e borghese dell’Europa muove anche L’ultimo treno della notte: le prime inquadrature mostrano dall’alto la città di Monaco di Baviera in preda allo shopping natalizio. Come lo sguardo di un falco, la macchina da presa sorvola il centro cittadino, esibisce la quotidianità scontata della festa consumistica, rappresa nel rituale dei mercatini natalizi, perduta nei suoi inconsapevoli fasti. Ma è un mondo che genera la violenza: vediamo, infatti, due rapinatori che, proprio per mezzo della violenza, si insinuano tra la folla. La violenza efferata del film nasce da lì: dal cuore stesso del tempio del consumo e della spettacolarizzazione della merce. Inutile, perciò, adesso, parlare di esibizione gratuita della violenza o di autocompiacimento, di esaltazione dell’efferatezza, come fece molta critica dell’epoca. Come ha ribadito anche l’autore nella sua intervista al Festival, si tratta di una violenza metaforica, l’altra inquietante faccia del benessere consumistico. Come è improprio, ad esempio, parlare di violenza gratuita in un film come Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini – un film, tra l’altro, alla cui primissima sceneggiatura collaborò anche Lado assieme a Pupi Avati – in cui le violenze inflitte dai repubblichini di Salò alle proprie vittime non sono altro che la metafora della violenza della società dei consumi, così, ne L’ultimo treno della notte, l’efferatezza notturna è l’altra faccia di una società rispettabile, capitalista, fondata sul lavoro (e sullo sfruttamento). Il treno è una sorta di nuova “nave dei folli” che – come nell’omonimo romanzo di Katherine Ann Porter, in cui la nave del titolo contiene una varia umanità diretta, dall’America del Sud, verso la Germania del 1933 – conduce, da Monaco a Verona, i passeggeri (emblemi di quella società anni Settanta) nell’incubo di una notte gravida di colpe ataviche in un’Europa che adesso si vuole ‘civile’ e ‘industriale’. Una società industriale che, come in Porcile (1969) di Pasolini, appare legata da un sottile filo rosso ai crimini nazisti. Infatti, i due rapinatori, rifugiatisi proprio sul treno, incorreranno in uno scompartimento di anziani signori rispettabili i quali altro non sono che ex nazisti ‘riconvertiti’ in industriali borghesi.
Il treno è un vero e proprio mostro che attraversa una terra di vecchi e nuovi mostri, come in Cassandra Crossing
(1976) di George Pan Cosmatos. All’interno di questo mostro notturno, i
due giovani violenti (Flavio Bucci e Gianfranco De Grassi) appaiono
quasi come vittime della società stessa, manovrati da una classe sociale
più elevata e ‘rispettabile’. Essi, nel compiere le terribili violenze
nei confronti delle due giovani studentesse che stanno rientrando a
casa, in Italia, sono manovrati dalla misteriosa e inquietante signora
borghese interpretata da Macha Méril. È lei, infatti, a spingere i due
giovani criminali a compiere le peggiori torture e l’omicidio. I due
giovani violenti, proletari o sottoproletari, quindi, sono vittime,
metaforicamente, di una violenza più grande di loro che li spinge a
essere così, che li schiaccia inesorabilmente nel loro ruolo di
emarginazione e abbandono. È una violenza di classe che viene esercitata
dai più ricchi nei confronti dei più poveri.
Una violenza metaforica che fa più male di quella fisica, fino all’epilogo del film. Ad attendere le ragazze, in una fredda mattina alla stazione di un paesino della provincia del Nord est italiano, vi sono i genitori alto borghesi di una delle due: il padre, un rispettabile chirurgo (Enrico Maria Salerno) e la madre (Marisa Berti). Se le due ragazze mai scenderanno da quel treno, sono proprio gli assassini (la signora e i due giovani) ad essere accolti nella elegante villa di famiglia poiché l’inquietante signora del treno si era ferita ad un ginocchio. Quasi come in una rilettura contemporanea de La fontana della vergine (Jungfrukäl lan, 1960) di Ingmar Bergman, dopo aver scoperto l’omicidio della figlia e dell’amica, il padre imbraccia il fucile uccidendo a sangue freddo i due giovani assassini. Tuttavia, l’unica a rimanere impunita, è proprio la signora borghese, la principale artefice delle peggiori violenze: la borghesia, infatti, non può rivolgersi contro se stessa, deve colpevolizzare ed eliminare sempre le classi sociali più deboli. La nonchalance e la freddezza con la quale il personaggio del padre, all’interno della sua elegante proprietà, imbraccia il fucile per uccidere ci può fare anche pensare alla recente legge sulla legittima difesa, fortemente voluta dal ministro degli Interni. E Lado, nella sua intervista, lo sottolinea, ricordando puntualmente l’attuale provvedimento di legge: la violenza esercitata dal personaggio del film per difendere la sua proprietà e per farsi giustizia da sé, con dinamiche da far west, non deve assolutamente essere incentivata dallo Stato.
E, come sempre nota il regista, il personaggio peggiore di tutto il film è forse quello del voyeur: un individuo, presente sul treno, che assiste e partecipa alle violenze sulle due giovani, restando impunito, dileguandosi in una fermata notturna del treno. Elegante signore borghese, rispettabile padre di famiglia (in una telefonata dice infatti al figlio di avergli comprato un regalo), egli è in realtà uno fra i peggiori mostri di quel cuore nero dell’Europa, capace soltanto di fare una telefonata anonima per denunciare l’uccisione delle due ragazze.
Una cronaca dall’inferno, una violenza di classe emergente dal lato più oscuro della società occidentale, preda del consumismo e inglobata in macabri poteri economici è perciò quella che ci offre il cinema di Aldo Lado, un cinema che andrebbe sicuramente riscoperto e posto sotto nuove lenti critiche. E lo stesso regista, dietro l’immagine scanzonata (e indubbiamente simpatica, con spritz e sigaretta), che offre di sé all’ingresso del teatro, in occasione di questo interessante Festival, ci ha invitato a meditare e riflettere su una violenza di classe che, da troppo tempo ormai, sempre uguale si ripete.
Fonte
Etichettata per lungo tempo come “cinema di genere” e quindi vissuta
ai margini della produzione cinematografica ‘d’autore’, relegata nei
recinti cult e underground degli appassionati, quella
di Aldo Lado è sicuramente un’opera da riscoprire e da rivestire di
nuovi significati. Come, del resto, si sta cercando di fare: il n. 9
della rivista «Inland. Quaderni di cinema» è interamente dedicata
all’opera del regista di Pola (ma veneziano di adozione), mentre
all’ultima edizione del FIPILI Horror Festival, tenutasi a Livorno dal
24 al 28 aprile scorsi, uno fra gli ospiti di eccezione è stato proprio
Aldo Lado, intervistato, con la solita verve, dal critico
cinematografico Federico Frusciante.E, proprio al festival livornese, che richiama artisti, studiosi e pubblico da tutta Italia, sono stati proiettati due film del regista: La corta notte delle bambole di vetro (1971) e L’ultimo treno della notte (1975). Al festival, inoltre, è stata messa in rilievo anche l’attività di Lado come scrittore, con la presentazione del giallo Il mastino e del libro di memorie su film mai realizzati, I film che non vedrete mai.
Come sottolinea Lado nell’intervista a Frusciante che precede la proiezione dei film, alla base di essi vi è l’idea di una sferzante denuncia della società borghese e perbenista. Il regista inizia svelando alcuni retroscena riguardo al titolo del film La corta notte delle bambole di vetro: poiché è stato girato e ambientato in parte a Praga e in parte a Zagabria, il titolo originale doveva essere Malastrana (dal quartiere praghese). Ma la produzione si è opposta dicendo che per il pubblico italiano poteva suonare troppo simile a “Malavoglia” (e il regista sottolinea la follia di questa idea). Quindi, si optò per La corta notte delle farfalle, modificato successivamente, sempre per richiesta della produzione, in La corta notte delle bambole di vetro (ma – dice Lado – non ci sono né bambole né vetro nel film). La grigia città dell’est che fa da sfondo alla vicenda appare quasi come una prigione in cui un potere oscuro e inconoscibile agisce indisturbato nell’ombra. Vittima di questo potere sono delle giovani donne che vengono catturate e immolate da una sorta di setta composta prevalentemente da anziani ‘zombificati’. Il Klub 99, infatti, è il centro di questo potere criminale, il luogo dove gli anziani esponenti dell’alta borghesia imprigionano e uccidono le loro vittime. A metà fra zombi e vampiri, i personaggi catturano persone giovani per succhiarne il sangue e le energie durante inquietanti orge. L’oscuro antagonista è quindi, in questo caso, un nemico di classe, esattamente come avverrà in Essi vivono (They Live, 1988) di John Carpenter: in questo film, tutti i capitalisti e le forze dell’ordine che opprimono la società umana sono in realtà degli alieni dalle fattezze di zombi. La caratterizzazione fisica degli anziani di Lado, cerei e imbambolati, ricorda semmai quella degli zombi della parodia vampiresca di Roman Polanski, Per favore non mordermi sul collo (The Fearless Vampire Killers, 1967) e, al cinema di Polanski, rimanda anche l’atmosfera da incubo psicologico che regna nelle strade e negli interni del film (si potrebbe pensare in particolare a Repulsion, 1965). La società del Klub 99 fa quindi riferimento ad un universo reazionario e ancien régime che si pone in contrasto con gli ideali dei giovani e della nuova contestazione che cerca inesorabilmente di reprimere (i vecchi zombi uccidono i giovani come tante farfalle alle quali è impedito di volare). Il rimando, in questo caso, è al Sessantotto italiano, osteggiato in tutti i modi dall’apparato statale e poliziesco. Alla repressione poliziesca occidentale riconduce anche la figura del commissario che cerca di osteggiare in ogni modo le indagini del protagonista, il giornalista Gregory Moore (Jean Sorel) che indaga sulla scomparsa della sua giovane fidanzata Mira (Barbara Bach). Anche il personaggio del commissario, perennemente vestito con un giubbotto di pelle nera, rimanda alla feroce repressione degli ‘zombi’ del Klub 99.
E,
se è vero che siamo in una città dell’est, oltrecortina, per cui si
potrebbe pensare che la repressione ordita ai danni dei giovani provenga
dal regime sovietico (pensiamo alla primavera di Praga), le
dichiarazioni del regista ci allontanano ben presto da questa idea.
‘Mascherata’ e nascosta nell’est Europa, questa repressione è quella di
stampo consumista e capitalista che imperversa in quegli anni in Italia e
nell’Europa occidentale. Si può ricordare che, fra anni Sessanta e
Settanta, Lado frequenta importanti registi e intellettuali che si
pongono in una netta posizione di dissenso politico nei confronti del
consumismo capitalista, come Bernardo Bertolucci (del quale fu aiuto
regista per Il conformista), Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.Se una nota stonata vi è nel film, è semmai la rappresentazione della donna: le giovani donne che vengono rapite del Klub sono puramente rappresentazioni di un corpo da vampirizzare e sfruttare. Del resto, quelle “bambole di vetro” del titolo – tra l’altro non deciso e nemmeno voluto dal regista – rimandano proprio a un’idea della donna come ‘bambola’ da vetrina. Per fortuna c’è la figura della giornalista interpretata da Ingrid Thulin che, seppure non dotata di una ben definita caratterizzazione, riscatta l’immagine della donna che ci viene offerta dalla pellicola. Ma, forse, in fin dei conti, la figura della ragazza come pura bellezza da vampirizzare e sfruttare è quella voluta dal potere, da quel consumismo spettacolare che, come una turba di zombi seminatrice di contagio, si insinua ogni dove. Ed è un’immagine, vulgata dal consumismo pubblicitario di quei primi anni Settanta, che molto probabilmente il film intende denunciare.
Dal cuore nero e borghese dell’Europa muove anche L’ultimo treno della notte: le prime inquadrature mostrano dall’alto la città di Monaco di Baviera in preda allo shopping natalizio. Come lo sguardo di un falco, la macchina da presa sorvola il centro cittadino, esibisce la quotidianità scontata della festa consumistica, rappresa nel rituale dei mercatini natalizi, perduta nei suoi inconsapevoli fasti. Ma è un mondo che genera la violenza: vediamo, infatti, due rapinatori che, proprio per mezzo della violenza, si insinuano tra la folla. La violenza efferata del film nasce da lì: dal cuore stesso del tempio del consumo e della spettacolarizzazione della merce. Inutile, perciò, adesso, parlare di esibizione gratuita della violenza o di autocompiacimento, di esaltazione dell’efferatezza, come fece molta critica dell’epoca. Come ha ribadito anche l’autore nella sua intervista al Festival, si tratta di una violenza metaforica, l’altra inquietante faccia del benessere consumistico. Come è improprio, ad esempio, parlare di violenza gratuita in un film come Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini – un film, tra l’altro, alla cui primissima sceneggiatura collaborò anche Lado assieme a Pupi Avati – in cui le violenze inflitte dai repubblichini di Salò alle proprie vittime non sono altro che la metafora della violenza della società dei consumi, così, ne L’ultimo treno della notte, l’efferatezza notturna è l’altra faccia di una società rispettabile, capitalista, fondata sul lavoro (e sullo sfruttamento). Il treno è una sorta di nuova “nave dei folli” che – come nell’omonimo romanzo di Katherine Ann Porter, in cui la nave del titolo contiene una varia umanità diretta, dall’America del Sud, verso la Germania del 1933 – conduce, da Monaco a Verona, i passeggeri (emblemi di quella società anni Settanta) nell’incubo di una notte gravida di colpe ataviche in un’Europa che adesso si vuole ‘civile’ e ‘industriale’. Una società industriale che, come in Porcile (1969) di Pasolini, appare legata da un sottile filo rosso ai crimini nazisti. Infatti, i due rapinatori, rifugiatisi proprio sul treno, incorreranno in uno scompartimento di anziani signori rispettabili i quali altro non sono che ex nazisti ‘riconvertiti’ in industriali borghesi.
Il treno è un vero e proprio mostro che attraversa una terra di vecchi e nuovi mostri, come in Cassandra Crossing
(1976) di George Pan Cosmatos. All’interno di questo mostro notturno, i
due giovani violenti (Flavio Bucci e Gianfranco De Grassi) appaiono
quasi come vittime della società stessa, manovrati da una classe sociale
più elevata e ‘rispettabile’. Essi, nel compiere le terribili violenze
nei confronti delle due giovani studentesse che stanno rientrando a
casa, in Italia, sono manovrati dalla misteriosa e inquietante signora
borghese interpretata da Macha Méril. È lei, infatti, a spingere i due
giovani criminali a compiere le peggiori torture e l’omicidio. I due
giovani violenti, proletari o sottoproletari, quindi, sono vittime,
metaforicamente, di una violenza più grande di loro che li spinge a
essere così, che li schiaccia inesorabilmente nel loro ruolo di
emarginazione e abbandono. È una violenza di classe che viene esercitata
dai più ricchi nei confronti dei più poveri.Una violenza metaforica che fa più male di quella fisica, fino all’epilogo del film. Ad attendere le ragazze, in una fredda mattina alla stazione di un paesino della provincia del Nord est italiano, vi sono i genitori alto borghesi di una delle due: il padre, un rispettabile chirurgo (Enrico Maria Salerno) e la madre (Marisa Berti). Se le due ragazze mai scenderanno da quel treno, sono proprio gli assassini (la signora e i due giovani) ad essere accolti nella elegante villa di famiglia poiché l’inquietante signora del treno si era ferita ad un ginocchio. Quasi come in una rilettura contemporanea de La fontana della vergine (Jungfrukäl lan, 1960) di Ingmar Bergman, dopo aver scoperto l’omicidio della figlia e dell’amica, il padre imbraccia il fucile uccidendo a sangue freddo i due giovani assassini. Tuttavia, l’unica a rimanere impunita, è proprio la signora borghese, la principale artefice delle peggiori violenze: la borghesia, infatti, non può rivolgersi contro se stessa, deve colpevolizzare ed eliminare sempre le classi sociali più deboli. La nonchalance e la freddezza con la quale il personaggio del padre, all’interno della sua elegante proprietà, imbraccia il fucile per uccidere ci può fare anche pensare alla recente legge sulla legittima difesa, fortemente voluta dal ministro degli Interni. E Lado, nella sua intervista, lo sottolinea, ricordando puntualmente l’attuale provvedimento di legge: la violenza esercitata dal personaggio del film per difendere la sua proprietà e per farsi giustizia da sé, con dinamiche da far west, non deve assolutamente essere incentivata dallo Stato.
E, come sempre nota il regista, il personaggio peggiore di tutto il film è forse quello del voyeur: un individuo, presente sul treno, che assiste e partecipa alle violenze sulle due giovani, restando impunito, dileguandosi in una fermata notturna del treno. Elegante signore borghese, rispettabile padre di famiglia (in una telefonata dice infatti al figlio di avergli comprato un regalo), egli è in realtà uno fra i peggiori mostri di quel cuore nero dell’Europa, capace soltanto di fare una telefonata anonima per denunciare l’uccisione delle due ragazze.
Una cronaca dall’inferno, una violenza di classe emergente dal lato più oscuro della società occidentale, preda del consumismo e inglobata in macabri poteri economici è perciò quella che ci offre il cinema di Aldo Lado, un cinema che andrebbe sicuramente riscoperto e posto sotto nuove lenti critiche. E lo stesso regista, dietro l’immagine scanzonata (e indubbiamente simpatica, con spritz e sigaretta), che offre di sé all’ingresso del teatro, in occasione di questo interessante Festival, ci ha invitato a meditare e riflettere su una violenza di classe che, da troppo tempo ormai, sempre uguale si ripete.
Fonte
11/12/2018
Vandalismo positivo
Grande scandalo per le scritte sull’Arc de Triomphe da parte dei Gilet Gialli. “Vandalizzato un monumento nazionale!”.
Poi qualcuno ha scritto, su un muretto anonimo:
“Vandalizzato un monumento nazionale! 14/07/1789”.
Qualcuno ricorda quale?
Fonte
07/11/2018
Contro la gente perbene
Un’inquietante cardine della retorica delle nuove destre è che il voto sovversivo, che scatena odi razziali e si nutre di ostilità e frontiere, sia fatto da gente perbene. Sia Nigel Farage che Matteo Salvini hanno ripetuto parole molto simili: a victory for real people, a victory for ordinary people, a victory for decent people (una vittoria di gente reale, ordinaria, di gente perbene. Nigel Farage, discorso subito dopo il Brexit), oppure La gente perbene vive dappertutto (Salvini sul suo profilo Facebook).
Gente perbene è qui caratterizzato dalla paura di tutto: dall’immigrazione alla criminalità, dall’identità sessuale alla sessualità più in generale, una crisi pressoché totale e continua dovuta quasi interamente a politici corrotti del passato. L’inquietudine di fronte a cambiamenti percepiti come troppo rapidi o mal gestiti si trasforma in un malumore diffuso e qualunquista. Inutile cercare di razionalizzare e spiegare che i cambiamenti sono sempre in corso, e la realtà non è gestita o gestibile, poco conta anche osservare quanto possano rubare nel frattempo i politici attuali. Una volta scatenata la furia, la gente perbene non si ferma più. Questo è il paragone inquietante con gli anni tra le due guerre. Perché la paura è infinita. La corruzione è degli altri, quelli che non sono perbene. Non c’è più uno scontro tra visioni diverse della società ma tra gente perbene e politici corrotti, e cioè gli avversari, additati dai quotidiani in un mescolarsi di lotte combattute a colpi di magistratura, opinioni, giornali.
La sfera pubblica è fatta nella sua essenza di interessi che confliggono, dove ci sono gli altri è chiaro che ci si incontra e scontra. Quando il campo politico diviene dominato dai me ne frego fascisti o dai vaffa’ di Grillo, gli altri non sono più avversari, ma criminali da perseguire.
Shakespeare scrive il meraviglioso Measure for measure quando i puritani iniziano a chiudergli i teatri, e oggi siamo di fronte a qualcosa di molto simile. Accusare gli altri di corruzione significa autoescludersi da una categoria, è come dire che sono loro a essere cattivi, noi siamo buoni, perbene, dalla parte giusta della storia.
Al contrario, la corruzione è uno dei cardini del compromesso. Quella economica è facilmente identificabile, se qualcuno ha rubato lo si vede facilmente da un conto in banca. Ma se a corrompere, come nella prima repubblica, era un partito come la DC o il PSI che avevano di fronte un PCI finanziato dall’URSS? O, se vogliamo rovesciare la prospettiva, un PCI che aveva di fronte DC e PSI filo americani? Se dai rimescolamenti morali che sono seguiti un cattolico si trova in un partito dove un’altra corrente è favorevole ad aborto, divorzio, contraccezione? È più grave la corruzione politica o quella religiosa? O viceversa, se per un convinto liberale l’unico modo per essere eletto in una certa regione è compiacere opinioni conservatrice? Per non parlare di quanto è sempre corrotta l’intimità di due innamorati, tra intensità e intenzioni divine e calcoli economici su eredità o stipendi, figli che sono investimenti, rischi di fallimenti.
Parlare contro la corruzione, per tornare a dirla con lo Shakespeare inorridito dall’ondata puritana, è immaginarsi fuori dal male, e non c’è nulla di più temibile della gente perbene. La corruzione non è di destra o sinistra, in un modo o nell’altro attraversa tutta la vita associata, non solo dei politici ma anche delle famiglie e delle amicizie. Anche dell’individuo quando di fronte al proprio Dio o alla propria coscienza, misura l’ambiguità delle proprie intenzioni, fa i conti con le ambizioni sbagliate, con le lezioni che ci dà sempre la realtà di fronte al delirio narcisistico della propria purezza.
Quello che è spaventoso e al momento cavalcato dalla destra in Europa e negli USA e nel Brasile, ma che è certamente stato cavallo di battaglia di tanta storia della sinistra, inclusa quella della diversità morale del PCI, è il contrapporre l’onestà, l’essere perbene, all’illegittimità degli avversari. Spacciare un’immaginaria altra epoca che ci saremmo perduti alle spalle, o un mondo di là da venire, finalmente regolato dalle persone perbene.
Questa furia di gente perbene si contrappone al disordine morale che inevitabilmente attraversa le vite degli adulti, esposti a scelte difficili, in cui si deve esercitare maturità e consapevolezza (del resto se questo disordine, nelle vite nostre e degli altri non esistesse, quali virtù si esprimerebbero nella temperanza, nella giustizia, nell’amore per la libertà?). Sappiamo che nostro cugino sta divorziando, che il collega ha fatto carriera perché fa l’amore con il figlio o la figlia dell’amministratore delegato, che quel concorso pubblico è stato pilotato e via dicendo, e solletichiamo in un pubblico esausto la nostalgia di quando eravamo obbedienti e bambini, prima di incontrare cattive compagnie, il sesso, l’alcol e le droghe, l’avidità, l’invidia, il tradimento, quando eravamo figli, e papà e mamma ci dicevano cosa fare e il male non esisteva. Quindi non sentivamo tentazioni trasgressive (sessuali, intellettuali, o le droghe) e di fronte a chi ci invitava a fare il male potevamo contrapporre l’obbedienza, la legge del padre. A Eva che arrivava con una mela potevamo dire: papà ha detto di non mangiarla, va via.
Ora bisognerebbe partire da questo primo momento: credo che anche le persone religiosamente più devote concorderanno sul fatto che non è che dal Paradiso terrestre siano stati cacciati alcuni e altri no. E non è neppure il caso di immaginare che se della gente perbene si mette a far la spia per il potere o ad assecondare l’autoritarismo dei reazionari per loro, perché sono stati così buoni, si possano fare delle eccezioni. In altre parole, Dio non è la nostalgia di un leader forte che ci consenta di non guardare le nostre debolezze, non è qualcuno che è rimasto indietro, nel paradiso da cui siamo stati cacciati, al contrario parla attraverso le cose, nel mondo, nei problemi concreti che ci troviamo ad affrontare, e parla attraverso la nostra umanità e intelligenza, il nostro comprendere quello che abbiamo di fronte.
Come ricorda Pico Della Mirandola nel De Dignitate Hominis, ci ama più dei suoi angeli proprio perché ci ha messo in un mondo reale fatto di scelte e di esseri, non nell’immaginazione di Beppe Grillo, Salvini o Di Maio. Non nell’invitare gli smarriti a rifugiarsi nel perbenismo, ma nell’interrogare il nostro tempo; non in nostalgie senescenti per come immaginiamo fosse il passato o potrebbe essere il futuro, ma per un continuo lavoro nel cercare di comprendere il mondo. Un mondo dove l’immigrazione è la diretta conseguenza di guerre e carestie, e per coprire il dovere morale che sentiamo di fronte alla sofferenza ci vogliono tante, tante chiacchiere!
Oggi la gente perbene ha inventato la categoria di migranti economici sostanzialmente per umiliare chi arriva. Come ne avesse ancora bisogno, dopo aver attraversato il deserto e il mare, dopo campi di detenzione, spieghiamogli bene che se è un futuro migliore che vorrebbe, la gente perbene vuole fargli capire qual è il suo posto! Dall’altra parte migliaia di persone che si mettono in marcia verso la frontiera. Cosa farete di noi?
Io so da sempre e con orrore cosa siano le persone perbene, conosco il modo in cui mi hanno additato nell’adolescenza e hanno commentato la vita mia e di tutti i miei amici, di tutto il mondo. I pettegolezzi contro Bocca di rosa e le fobie per la contestazione. E so che se avvicinati, riconciliati con i loro demoni, neppure loro sono perbene nel senso orrendo evocato da Salvini e Farage. Potendo accedere a un’educazione, se possono leggere Pasolini, Moravia e Morante, Bob Dylan, Tolstoj e Manzoni, Dante e Machiavelli, il loro conformismo si dilegua, riemergono persone. Questo è il lavoro che fanno insegnanti di tutti i livelli dell’educazione. Poi purtroppo dalla ragionevolezza delle cose discusse in classe si cade in un mondo primitivo, nella colpa degli altri e alla fine in guerre terribili. Anche queste di solito volute dai vecchi e combattute dai giovani.
Non solo quindi abbasso Salvini, di Maio, Grillo, i conformismi, ma benvenuto mondo con tutti i tuoi problemi, benvenuti migranti e mondo ricco di difficoltà attraverso il quale, grazie alla nostra umanità e non contro di questa, cerchiamo di costruire un mondo giusto, libero e per tutti.
Fonte
Gente perbene è qui caratterizzato dalla paura di tutto: dall’immigrazione alla criminalità, dall’identità sessuale alla sessualità più in generale, una crisi pressoché totale e continua dovuta quasi interamente a politici corrotti del passato. L’inquietudine di fronte a cambiamenti percepiti come troppo rapidi o mal gestiti si trasforma in un malumore diffuso e qualunquista. Inutile cercare di razionalizzare e spiegare che i cambiamenti sono sempre in corso, e la realtà non è gestita o gestibile, poco conta anche osservare quanto possano rubare nel frattempo i politici attuali. Una volta scatenata la furia, la gente perbene non si ferma più. Questo è il paragone inquietante con gli anni tra le due guerre. Perché la paura è infinita. La corruzione è degli altri, quelli che non sono perbene. Non c’è più uno scontro tra visioni diverse della società ma tra gente perbene e politici corrotti, e cioè gli avversari, additati dai quotidiani in un mescolarsi di lotte combattute a colpi di magistratura, opinioni, giornali.
La sfera pubblica è fatta nella sua essenza di interessi che confliggono, dove ci sono gli altri è chiaro che ci si incontra e scontra. Quando il campo politico diviene dominato dai me ne frego fascisti o dai vaffa’ di Grillo, gli altri non sono più avversari, ma criminali da perseguire.
Shakespeare scrive il meraviglioso Measure for measure quando i puritani iniziano a chiudergli i teatri, e oggi siamo di fronte a qualcosa di molto simile. Accusare gli altri di corruzione significa autoescludersi da una categoria, è come dire che sono loro a essere cattivi, noi siamo buoni, perbene, dalla parte giusta della storia.
Al contrario, la corruzione è uno dei cardini del compromesso. Quella economica è facilmente identificabile, se qualcuno ha rubato lo si vede facilmente da un conto in banca. Ma se a corrompere, come nella prima repubblica, era un partito come la DC o il PSI che avevano di fronte un PCI finanziato dall’URSS? O, se vogliamo rovesciare la prospettiva, un PCI che aveva di fronte DC e PSI filo americani? Se dai rimescolamenti morali che sono seguiti un cattolico si trova in un partito dove un’altra corrente è favorevole ad aborto, divorzio, contraccezione? È più grave la corruzione politica o quella religiosa? O viceversa, se per un convinto liberale l’unico modo per essere eletto in una certa regione è compiacere opinioni conservatrice? Per non parlare di quanto è sempre corrotta l’intimità di due innamorati, tra intensità e intenzioni divine e calcoli economici su eredità o stipendi, figli che sono investimenti, rischi di fallimenti.
Parlare contro la corruzione, per tornare a dirla con lo Shakespeare inorridito dall’ondata puritana, è immaginarsi fuori dal male, e non c’è nulla di più temibile della gente perbene. La corruzione non è di destra o sinistra, in un modo o nell’altro attraversa tutta la vita associata, non solo dei politici ma anche delle famiglie e delle amicizie. Anche dell’individuo quando di fronte al proprio Dio o alla propria coscienza, misura l’ambiguità delle proprie intenzioni, fa i conti con le ambizioni sbagliate, con le lezioni che ci dà sempre la realtà di fronte al delirio narcisistico della propria purezza.
Quello che è spaventoso e al momento cavalcato dalla destra in Europa e negli USA e nel Brasile, ma che è certamente stato cavallo di battaglia di tanta storia della sinistra, inclusa quella della diversità morale del PCI, è il contrapporre l’onestà, l’essere perbene, all’illegittimità degli avversari. Spacciare un’immaginaria altra epoca che ci saremmo perduti alle spalle, o un mondo di là da venire, finalmente regolato dalle persone perbene.
Questa furia di gente perbene si contrappone al disordine morale che inevitabilmente attraversa le vite degli adulti, esposti a scelte difficili, in cui si deve esercitare maturità e consapevolezza (del resto se questo disordine, nelle vite nostre e degli altri non esistesse, quali virtù si esprimerebbero nella temperanza, nella giustizia, nell’amore per la libertà?). Sappiamo che nostro cugino sta divorziando, che il collega ha fatto carriera perché fa l’amore con il figlio o la figlia dell’amministratore delegato, che quel concorso pubblico è stato pilotato e via dicendo, e solletichiamo in un pubblico esausto la nostalgia di quando eravamo obbedienti e bambini, prima di incontrare cattive compagnie, il sesso, l’alcol e le droghe, l’avidità, l’invidia, il tradimento, quando eravamo figli, e papà e mamma ci dicevano cosa fare e il male non esisteva. Quindi non sentivamo tentazioni trasgressive (sessuali, intellettuali, o le droghe) e di fronte a chi ci invitava a fare il male potevamo contrapporre l’obbedienza, la legge del padre. A Eva che arrivava con una mela potevamo dire: papà ha detto di non mangiarla, va via.
Ora bisognerebbe partire da questo primo momento: credo che anche le persone religiosamente più devote concorderanno sul fatto che non è che dal Paradiso terrestre siano stati cacciati alcuni e altri no. E non è neppure il caso di immaginare che se della gente perbene si mette a far la spia per il potere o ad assecondare l’autoritarismo dei reazionari per loro, perché sono stati così buoni, si possano fare delle eccezioni. In altre parole, Dio non è la nostalgia di un leader forte che ci consenta di non guardare le nostre debolezze, non è qualcuno che è rimasto indietro, nel paradiso da cui siamo stati cacciati, al contrario parla attraverso le cose, nel mondo, nei problemi concreti che ci troviamo ad affrontare, e parla attraverso la nostra umanità e intelligenza, il nostro comprendere quello che abbiamo di fronte.
Come ricorda Pico Della Mirandola nel De Dignitate Hominis, ci ama più dei suoi angeli proprio perché ci ha messo in un mondo reale fatto di scelte e di esseri, non nell’immaginazione di Beppe Grillo, Salvini o Di Maio. Non nell’invitare gli smarriti a rifugiarsi nel perbenismo, ma nell’interrogare il nostro tempo; non in nostalgie senescenti per come immaginiamo fosse il passato o potrebbe essere il futuro, ma per un continuo lavoro nel cercare di comprendere il mondo. Un mondo dove l’immigrazione è la diretta conseguenza di guerre e carestie, e per coprire il dovere morale che sentiamo di fronte alla sofferenza ci vogliono tante, tante chiacchiere!
Oggi la gente perbene ha inventato la categoria di migranti economici sostanzialmente per umiliare chi arriva. Come ne avesse ancora bisogno, dopo aver attraversato il deserto e il mare, dopo campi di detenzione, spieghiamogli bene che se è un futuro migliore che vorrebbe, la gente perbene vuole fargli capire qual è il suo posto! Dall’altra parte migliaia di persone che si mettono in marcia verso la frontiera. Cosa farete di noi?
Io so da sempre e con orrore cosa siano le persone perbene, conosco il modo in cui mi hanno additato nell’adolescenza e hanno commentato la vita mia e di tutti i miei amici, di tutto il mondo. I pettegolezzi contro Bocca di rosa e le fobie per la contestazione. E so che se avvicinati, riconciliati con i loro demoni, neppure loro sono perbene nel senso orrendo evocato da Salvini e Farage. Potendo accedere a un’educazione, se possono leggere Pasolini, Moravia e Morante, Bob Dylan, Tolstoj e Manzoni, Dante e Machiavelli, il loro conformismo si dilegua, riemergono persone. Questo è il lavoro che fanno insegnanti di tutti i livelli dell’educazione. Poi purtroppo dalla ragionevolezza delle cose discusse in classe si cade in un mondo primitivo, nella colpa degli altri e alla fine in guerre terribili. Anche queste di solito volute dai vecchi e combattute dai giovani.
Non solo quindi abbasso Salvini, di Maio, Grillo, i conformismi, ma benvenuto mondo con tutti i tuoi problemi, benvenuti migranti e mondo ricco di difficoltà attraverso il quale, grazie alla nostra umanità e non contro di questa, cerchiamo di costruire un mondo giusto, libero e per tutti.
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