Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2019

Il pogrom è solo rimandato...

C’è il corpo della vittima, il colpevole ha confessato, l’arma del delitto è stata trovata. C’è pure il movente. Che è quello da cui partire per cercare di capire un certo numero di stranezze nel caso del carabiniere assassinato a Roma. Perché se le vie del Signore sono infinite e quelle del crimine sono ingarbugliate, qui ci sono almeno tre cose che non quadrano:

1. È chiaro che i due giovani americani che vengono truffati da uno spacciatore non possono chiamare i carabinieri. Cercano di cavarsela da soli prendendosela con chi gli ha indicato i pusher che li hanno poi truffati: per ritorsione gli portano via il borsello dicendogli (in americano?): se rivuoi il borsello facci riavere i 100 euro che abbiamo pagato per l’aspirina al posto della coca. Una truffa classica, come quella del mattone al posto dell’apparecchio radio. Ma la domanda è: come facevano a sapere a chi rivolgersi?

2. È meno usuale che lo spacciatore abbia chiamato i carabinieri, dopo aver organizzato la trappola dell’appuntamento con i due americani, attraverso una telefonata al proprio cellulare: da quale telefono ha chiamato?

3. È quanto meno singolare che due carabinieri vadano all’appuntamento-trappola, da soli e in borghese. Il reato non era poi così grave. Ma ammesso si ritenesse urgente agire in flagranza di reato, perché un appostamento e un intervento così improvvisato, senza appoggio?

Gli investigatori hanno agito con rapidità e sono riusciti a catturare i colpevoli e l’arma del delitto in poche ore. La cosa dimostra che la capacità investigativa delle nostre polizie è di ottimo livello. La magistratura, invece, non ha ancora finito il suo lavoro: sarà il processo a fare chiarezza su tutti gli aspetti di questa vicenda dolorosa e triste, ma anche tragica e grottesca. Sappiamo quello che è successo, i giudici stanno lavorando per scoprire perché è successo.

C’è tuttavia da rilevare che non c’è alcun bisogno di caricare gli uomini e le donne delle forze dell’ordine di funzioni pretoriane di cui non si sente la necessità, come invece sembra voler fare il ministro dell’Interno che spesso interferisce a sproposito, cioè con mere intenzioni propagandistiche.

Stavolta è andato assolutamente fuori misura: ha indicato i colpevoli tra i suoi bersagli preferiti, gli immigrati; si è sostituito alla magistratura invocando pene esemplari; ha addirittura inventato i lavori forzati a vita come pena per i colpevoli. Troppa fretta? Troppi fumetti? Troppa protagonismo?

Fatto sta che c’è mancato poco a scatenare un pogrom contro gli immigrati. I social hanno amplificato gli appelli alla caccia all’uomo lanciato dai soliti mestatori a pagamento, i telegiornali hanno fatto da cassa di risonanza, qualche testata giornalistica ha invocato la forca, neanche troppo velatamente. C’è stato un episodio inquietante: un certo numero di volanti della Polizia ha fatto un carosello a sirene spiegate di fronte al comando dell’Arma a Roma, con tanto di beneplacito del Questore.

Tutto questo fa pensare male. E cioè che la disponibilità emotiva al linciaggio sia stata testata con successo. Sembrerebbe tutto pronto per il prossimo pretesto.

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24/03/2018

Tutti contro il pm Zucca. Perché la tortura non è reato

In Italia parlare delle torture perpetrate dalle forze dell’ordine durante il g8 del 2001, a Genova, è sempre molto complicato. A meno che, s’intende, non se ne parli per dire che, in fondo, va tutto bene.

L’ultimo esempio in ordine di tempo ha messo al centro della polemica, e del fuoco incrociato di media e istituzioni, il procuratore generale di Genova, Enrico Zucca. La vicenda ormai è nota: Zucca si rende colpevole di dire quello che in molti pensano e che sentenze di tribunali italiani ed europei hanno messo nero su bianco: nel nostro paese, i (pochissimi) funzionari delle forze dell’ordine condannati per una delle peggiori pagine della nostra storia – il g8 di Genova, le torture di Bolzaneto e della scuola Diaz – non solo non sono stati esclusi dai rispettivi corpi di appartenenza, ma hanno, addirittura, fatto carriera.

La riflessione di Zucca (che i fatti del g8 li conosce bene, essendosene occupato da magistrato) parte dalla vicenda di Giulio Regeni: “Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale (l’Egitto, ndr) è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche“, ha detto qualche giorno fa. Apriti cielo. Nel giro di poche ore, ecco la risposta – piccata – di Gabrielli (lo stesso che solo qualche mese fa, in un’intervista rilasciata a La Repubblica, si stracciava le vesti e chiedeva, ipocritamente, scusa per quanto avvenuto a Genova), secondo cui quelle del procuratore non sarebbero semplici constatazioni di una realtà incredibile anche solo da immaginare, ma “accuse infamanti”. Nemmeno fossero solo “opinioni personali preconcette”, anziché verità accertate dalla magistratura con condanna definitiva confermata persino dalla Corte europea.

Poco dopo, si aggiunge la notizia che il ministro della Giustizia Orlando avrebbe chiesto di acquisire le dichiarazioni di Zucca, atto immediatamente precedente – in molti casi – all’apertura di un procedimento. E poi, nei giorni successivi, ecco pronta ad intervenire la solita schiera di giornalisti, opinionisti, addetti ai lavori vari. Tutti, naturalmente, pronti ad attaccare Zucca per quella che – è bene ripeterlo – non è altro che una constatazione: che i funzionari condannati abbiano fatto carriera, infatti, è semplicemente indiscutibile.

Basti pensare a Gilberto Caldarozzi: condannato a tre anni e otto mesi in via definitiva per i fatti della Diaz (con l’accusa di falso: contribuì a costruire le prove artefatte utili ad accusare chi dormiva all’interno della scuola), dopo 5 anni di interdizione torna ad indossare la divisa addirittura nel ruolo di vicedirettore della Direzione Investigativa Antimafia.

E poi c’è Francesco Gratteri, promosso capo della Direzione Centrale Anticrimine; Fabio Cicimarra, capo della squadra mobile a L’Aquila; Spartaco Mortola, chiamato alla guida della Polfer di Torino. La lista, come detto, è tristemente lunga.

Eppure sembrano essersene accorti in pochi: da Gramellini, che dalla prima pagina del Corriere “si permette di dissentire”, perché comunque l’Egitto è l’Egitto e l’Italia è l’Italia (questa, su per giù la tesi proposta), passando per tutti gli esponenti politici che si sono pronunciati a proposito della vicenda. E poi, ovviamente, i sindacati di polizia.

Particolarmente interessante, nel caso del Corriere della Sera, è il fatto che lo stesso Zucca, lette le parole di Gramellini, abbia deciso di inviare una risposta, perché è così che, almeno per quel che ci risulta, si svolge una discussione. Una risposta che ad oggi, 24 marzo, ancora non è stata pubblicata e che potete invece leggere qui (https://altreconomia.it/la-risposta-del-pm-zucca-gramellini-corriere-non-ancora-pubblicato/). Alla faccia della deontologia e del rispetto per le istituzioni...

Ma al di là delle polemiche, che segnalano una volta in più come certe cose, in questo paese, non si possano dire, è importante ragionare sullo schema che ci viene proposto: dal g8 di Genova sono trascorsi 17 anni, tanti governi (teoricamente di colori diversi) si sono succeduti. Eppure la linea, nei confronti dei torturatori già condannati, è stata la stessa per tutti.

Non è sorprendente, dunque, che chiunque provi a segnalare questa anomalia – in quest’ultimo caso, il dottor Zucca –, si ritrovi al centro delle polemiche e delle critiche. Lo schema, ormai, è noto: è lo stesso schema secondo cui si accusa la famiglia Cucchi di lucrare sulla morte di Stefano; o si grida allo scandalo se la comunità senegalese di Firenze, di fronte all’omicidio di un uomo, reagisce prendendo a calci alcune fioriere; o si giustifica il terrorista Traini, “esasperato” dalla massiccia presenza di immigrati. E anche in questo caso, di esempi ce ne sarebbero molti.

E’ lo schema della realtà capovolta, in cui vale tutto e il contrario di tutto. Ed è uno schema da cui dobbiamo, velocemente, imparare a difenderci.

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04/03/2018

Il criptofascismo di Renzi e Fedeli svelato dal “caso Lavinia”

La vicenda di Lavinia può essere vista da cento angolature. Ma l’interesse politico principale sta nella reazione di due dei protagonisti, diciamo così, del “campo democratico”. Quello che che viene mobilitato a comando, soltanto in prossimità delle elezioni, per manifestare contro il fascismo ma ben lontano dai fatti e dai luoghi in cui il fascismo si esprime in modo criminale. Renzi ne ha chiesto il licenziamento (non si sa bene a quale titolo, visto che attualmente è un normale cittadino senza incarichi pubblici) e Valeria Fedeli ne ha avviato le procedure.

Il punto di vista legale e costituzionale più netto è stato espresso in questi giorni dai giuristi democratici, che con la loro argomentazione – certo non involontariamente – segnano la distanza abissale tra i princìpi fondamentali dello Stato di diritto e l’improvvisazione spensierata di due personaggi che, purtroppo per tutti noi, sono stati rispettivamente primo ministro e ministro dell’istruzione (è sempre il caso di ricordare che la ministra Fedeli è titolare del Miur pur potendo vantare un curriculum di studi che non va oltre la scuola dell’obbligo; chissà come si sente nel poter infierire d’autorità su un’altra donna che invece è riuscita a laurearsi).

Il punto fondamentale è infatti uno solo: da quando esiste un contratto di lavoro firmato da entrambe le parti (ed anche nel pubblico) il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extralavorativa.

Reati a parte ovviamente. Ma è sicuro che Lavinia non ne abbia commessi, altrimenti gli stessi poliziotti in borghese o in divisa che l’hanno ripresa mentre sacramentava, dopo l’ennesima carica in difesa dei fascisti, l’avrebbero arrestata in flagranza.

Fin qui leggi, costituzione e contratto di lavoro. Stupisce che non ne conoscano termini e limiti coloro che hanno ricoperto cariche pubbliche ben più rilevanti del “semplice” insegnamento. Stupisce in modo particolare che non conosca la materia contrattuale una ministra che – dicono le cronache – ha ricoperto per decenni incarichi di rilievo nel sindacato Cgil. Ma forse il fatto che la categoria di cui era stata segretario generale – i tessili – sia praticamente scomparsa dice qualcosa anche sulla qualità del suo modo di fare sindacato e “difendere” i lavoratori.

p.s. L’episodio di Torino non ci sembra una “indicazione politica” da imitare, perché come tutti sanno preferiamo reazioni all’ingiustizia e alla sopraffazione che siano un po’ più meditate, replicabili e soprattutto efficaci. E’ il governo ad averne voluto fare un “caso esemplare” di punizione politica tramite sanzione economico-lavorativa. Ed è a questo che ci opponiamo con tutte le forze. Perché implica un sistema senza diritto; ed è una questione che ci riguarda tutti, non solo Lavinia.

Qui di seguito il comunicato dei Giuristi Democratici.

*****

I Giuristi Democratici esprimono preoccupazione per il violento attacco con conseguente gogna mediatica da parte di personalità politiche e rappresentanti delle istituzioni che in questi giorni sta investendo la giovane docente di Torino, Lavinia Flavia Cassaro.

Quel che indigna non è l’incitamento alla magistratura ad appurare l’eventuale commissione di reati: ciascuno è libero di farlo – meglio se tramite esposto che via Twitter –, ma l’intenzione di colpirla nella sua vita lavorativa, ponendo definitivamente fine al suo difficile e precario percorso lavorativo. E ciò al di là di qualsiasi eventuale processo e di qualsiasi condanna.

Ciò che ha segnato la costituzionalizzazione del rapporto di lavoro è la sua contrattualizzazione: il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extralavorativa.

Lavinia Flavia Cassaro, in una situazione di esasperazione (erano in corso cariche contro i manifestanti antifascisti), si è lasciata andare a un non condivisibile sfogo rabbioso: se verrà rilevato in ciò una condotta giuridicamente rilevante, ne risponderà all’esito del relativo processo.

Licenziarla ora significherebbe invece solo mediaticamente segnare un’equidistanza tra fascismo e antifascismo, tra chi spara e chi grida a volto scoperto e mani nude, e questo non è accettabile.

I Giuristi Democratici auspicano quindi l’immediata sospensione del procedimento disciplinare.

2 marzo 2018

ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI

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03/03/2018

Noi stiamo con Lavinia

Lavinia Flavia Cassaro, la maestra di Torino che ha gridato contro la polizia durante una manifestazione antifascista, ora è sotto procedura di licenziamento e sotto indagine del procuratore della Repubblica, la stesso che si è inventato il reato di “terrorismo” contro i NoTav, venendo poi clamorosamente smentito dagli stessi vertici della magistratura.

Il licenziamento e la punizione esemplare di Lavinia sono stati chiesti in diretta Tv da Matteo Renzi e la sua ministra Fedeli ha subito obbedito, affermando che gli insegnanti devono essere legge ed ordine dentro come fuori la scuola. Una campagna mediatica da sbatti il mostro in prima pagina ha presentato la maestra Lavinia come il peggior guaio che a scuola possa capitare ai nostri figli. Massimo Gramellini, che ogni giorno sul Corriere ci impartisce lezioni di retorica savoiarda ispirate dalle peggiori pagine del libro Cuore, ci ha messo tutta la sua ipocrisia politicamente corretta.

Come sempre quando si tratti di colpire una persona che lavora, i leader di centrodestra e centro sinistra si son trovati assieme e senza il garantismo di cui abbondano per sé. Assieme hanno promosso il linciaggio di Lavinia, giudicata indegna di insegnare.

Io invece sono sicuro che lei sia un’ottima maestra. E non solo per come si comporta con i suoi alunni a scuola, ma per come è fuori di essa.

Lavinia è scesa in piazza da antifascista contro i rigurgiti del neofascismo, e questo è un impegno costituzionale che dovrebbe far parte dei valori civici dei nostri docenti. Poi, di fronte alla protezione che le forze di polizia hanno offerto ai fascisti e alla violenza e alle minacce contro gli antifascisti, Lavinia si è indignata. Anche l’indignazione contro l’ingiustizia è un valore civico fondamentale per la formazione dei nostri ragazzi.

Ma la sacrosanta ed educativa indignazione di Lavinia è sfociata in un urlo di rabbia ripreso dalle telecamere delle stesse forze dell’ordine e comparso su tutti mass media: dovete morire! E da qui il linciaggio della strega, come se davvero un grido fosse una maledizione efficace, come se Lavinia avesse il potere magico di far male a qualcuno con la sua reazione ad una sopraffazione.

C’è qualcosa di spaventosamente medioevale nel potere che indica al pubblico disprezzo, alla esemplare punizione, una donna che urla la sua rabbia. Io quelle parole così impolitiche non le avrei usate, avrei ripetuto ciò che a volte grido, ciò che ho sentito scandire per la prima volta da ragazzo, oltre cinquant’anni fa, ad un picchetto operaio: polizia fascista. Lavinia ha aggiunto anche parole che oggi sono entrate nel linguaggio corrente, quante volte si sentono negli stadi?

Non è bello, bisognerebbe essere politicamente corretti anche di fronte ai manganelli della polizia, ma non sempre ci si riesce. Si deve finire sulla pubblica gogna per questo?

Questo potere esige una maestrina dalla penna rossa che applauda la cavalleria che carica i manifestanti e guai a chi non si adegua.

Non intendo certo paragonare il caso di Lavinia ad altri, la offenderei. Ma solo per smascherare la vergogna di un potere che è feroce con alcuni, indulgente con altri, voglio ricordare due casi emblematici di questa indulgenza. Un professore toscano ha portato la bandiera della Repubblica Sociale di Hitler e Mussolini sul luogo di una strage nazifascista e si è procurato tanta pubblicità per questo gesto infame. Insegna ancora indisturbato. I poliziotti giudicati definitivamente colpevoli dell’assassinio di Federico Aldrovandi fanno ancora il loro mestiere. Il ministero dell’interno ha giudicato l’omicidio da essi compiuto un atto non così grave da comportare la radiazione dalla polizia. E i colleghi che li hanno pubblicamente applauditi non hanno subito provvedimenti.

In fondo non è vero che il potere, per conservarsi, oggi tenti di riesumare la vecchia politica contro gli opposti estremismi. Lo diciamo anche noi, ma non è vero. Questo potere oggi protegge i fascisti e la violenza contro i poveri, alimenta ingiustizia, intolleranza, spirito di sopraffazione. Poi questo stesso potere volge la sua ferocia istituzionale solo contro chi a tutto questo si ribelli. Come il capitalismo ottocentesco che sta restaurando, questo potere odia tutti coloro che lo contestano nel nome di giustizia ed eguaglianza.

La maestra Lavinia è un brava insegnante che deve continuare a svolgere il suo lavoro. Noi siamo con lei e diciamo basta alla caccia alle streghe.

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Accanimento contro l’insegnante torinese. Ma cresce anche la solidarietà

Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante immortalata dalle telecamere mentre grida contro i poliziotti dopo aver subito le loro cariche e gli idranti a Torino, potrebbe essere licenziata. L’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte ha notificato ieri il procedimento disciplinare nei confronti della docente prospettandole la sanzione del licenziamento.

Il procedimento, “anche a seguito di ulteriori approfondimenti effettuati dall’ufficio scolastico nelle scorse ore – spiega una nota dell’Usr – è stato attivato nella giornata di ieri in considerazione della gravità della condotta tenuta dalla docente che, seppure non avvenuta all’interno dell’istituzione scolastica, contrasta in maniera evidente con i doveri inerenti la funzione educativa e arreca grave pregiudizio alla scuola, agli alunni, alle famiglie e all’immagine stessa della pubblica amministrazione”.

“A salvaguardia della serenità della comunità educativa”, intanto il direttore generale ha sospeso l’insegnante dal servizio fino alla conclusione del procedimento sanzionatorio. “L’Ufficio scolastico regionale vuole, infine, cogliere l’occasione per esprimere piena solidarietà alle Forze dell’Ordine per l’insostituibile e gravoso impegno nella tutela della sicurezza dei cittadini e nella salvaguardia dei valori democratici della Repubblica”, conclude la nota.

Il caso è arrivato anche alla Procura della Repubblica: la donna è stata iscritta nel registro degli indagati per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a delinquere e minacce.

Il Corriere della Sera e i giornali di destra si sono intanto scatenati anche a caccia di genitori disposti a dichiarare che “la maestra” è inadatta per i loro bambini. Puntualmente, su La Stampa, è apparsa la lettera arrabbiata alla maestra del familiare di un carabiniere ucciso durante una rapina. Una sorta di tribunale morale extragiudiziario si è messo in moto.

Ma, dopo l’articolo di Contropiano di due giorni fa, letto, condiviso e commentato da migliaia e migliaia di persone, stanno crescendo anche gli attestati di solidarietà verso la maestra Lavinia Cassaro. “Fuori dalle classi non siamo più insegnanti, lavoratrici, rappresentanti di un’istituzione; siamo donne, femministe, antifasciste e antirazziste” scrive il blog Cattive Maestre, “Non siamo tenute a incarnare 24 ore su 24 e in ogni momento della nostra vita il ruolo del posto di lavoro né a rispettarne la disciplina. Dietro questo attacco alla professoressa, non c’è nessuna difesa dell’integrità della scuola. C’è solo la traccia di un nuovo perbenismo e moralismo che si fa strada nella società e che si intreccia con le pulsioni autoritarie di questa classe dirigente neoliberale”.

Solidarietà e preoccupazione per l’accanimento contro l’insegnante è stata espressa da Luigi Del Prete coordinatore dell’Usb scuola. Esprime solidarietà all’insegnante torinese anche Gualtiero Alunni candidato di Potere al Popolo al Senato nel Lazio. Mentre in rete cominciano a diffondersi post solidali con scritto: “Io sto con la maestra”. Si è creata una linea di demarcazione ben definita. L’accanimento del “tribunale penale/morale” non deve e non può passare.

Vedi anche: http://contropiano.org/altro/2018/02/28/salviamo-la-maestra-dai-suoi-boia-0101385

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28/02/2018

Salviamo la maestra dai suoi boia

Era prevedibile. La campagna scatenata da Renzi in combutta con il Corriere della Sera contro l’insegnante torinese che grida contro i poliziotti durante la manifestazione antifascista a Torino, appartiene a quel dossier di killeraggio politico e mediatico a cui ci ha abituato il Corriere. Lo ha fatto sistematicamente in passato e lo perpetua oggi, facilitato dal clima elettorale alla ricerca di “episodi” sui quali potersi esercitare.

A farne le spese questa volta è una insegnante che durante la manifestazione che intendeva contestare un comizio dei fascisti di Casa Pound, si è beccata le cariche e gli idranti della polizia inveendo contro gli agenti.

I Renzi, i Gramellini e i cicisbei del bon ton un tanto al chilo, forse non hanno dimestichezza con le manifestazioni di piazza, non conoscono l’adrenalina (che compensa paura e reattività con quanto avviene in quel momento) e dunque la rabbia che si manifesta magari dopo aver subito una carica. In piazza, se ci sono scontri, cariche etc, si urla, ci si riempie di contumelie o di slogan che servono per tenere serrate le file, per tenere la piazza, per tenere il punto. E non si va tanto per il sottile, anche nell’uso delle parole. Parole, appunto.

Questo è avvenuto nella piazza di Torino, come in tutte le piazze dove c’è affrontamento. E’ così, da sempre.

Il fatto che una manifestante che urla contro gli agenti di polizia sia anche un’insegnante ha fatto scatenare sia il refrain sui “cattivi maestri della sinistra” con assurde richieste di licenziamento, tra l’altro per fatti o parole espresse al di fuori del contesto lavorativo. Il Miur ha fatto sapere che l’amministrazione, subito dopo avere appreso dell’accaduto, ha “attivato l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte che sta provvedendo ad acquisire dalla scuola della docente ulteriori informazioni per avviare i necessari approfondimenti”. Secondo la pubblicazione specialistica Tecnica della Scuola, si accerterà, inoltre, se l’insegnante si sia già resa protagonista di episodi analoghi in passato: “ciò costituirebbe un aggravante per dimostrare l’incompatibilità tra il ruolo di insegnante e quello assunto al di fuori della scuola”.

Insomma un vero e proprio tribunale speciale è in preparazione, non tanto dentro le strutture previste dal ministero, quanto un “tribunale politico e morale” fatto di uomini di governo, giornalisti, esponenti politici.

Se la si mette su questo piano, siamo allo “Stato penale/morale”, un orrore dal punto di vista dello stato di diritto. E’ una torsione che non deve passare.

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31/01/2018

Fasti e nefasti. Ovvero il giornalismo questurino e la verità negata

«Quando lessi Compagna Luna collaboravo, da circa tre anni, con Il Diario della settimana, diretto da un (ex) compagno di Lotta Continua, Enrico Deaglio. Gli portai l’intervista a Milano. “Barbara Balzerani?”. Non la lesse neppure. I fogli volteggiarono un attimo calando nel cestino. Smisi quella collaborazione. Intanto, Antonio Tabucchi aveva scritto, e ovviamente pubblicato sul Corriere della Sera con grande rilievo, un articolo indignato. Il nodo teorico, diciamo così, era quello della non legittimazione letteraria di chi era stato, in un modo o nell’altro, protagonista dei cosiddetti anni di piombo. Intellettuali e scrittori costituivano (costituiscono ancora?) il tribunale supplementare che aggiunge le sue sentenze (corporative?) a quelle dei magistrati». 

Con queste parole, dense di amarezza e di disillusione, la giornalista e scrittrice Adele Cambria, ci introduce, sin dalla prefazione – intitolata Il giardino degli oleandri – alla lettura di Cronaca di un’attesa, il quarto libro (ma io preferisco definirli viaggi letterario-r/esistenziali al termine della notte) di Barbara Balzerani. Compagna, guerrigliera, ex membro della direzione strategica delle Brigate Rosse, componente del commando che portò a termine il rapimento e l’uccisione del Presidente della Dc, Aldo Moro, e ora scrittrice di struggente e potente asciuttezza, di lavica emotività e dallo stile sincopato, quasi jazzistico. 

Troppo, evidentemente. Troppo, soprattutto per una donna comunista. Una donna comunista, che si è sempre dichiarata indipendente e libera, anche dai vincoli della stessa ortodossia ideologica o dalle logiche compatibiliste e stataliste dettate dal Partito Comunista: capziosamente imposta e strategicamente incarnata, la prima, dallo “stalinismo” de facto (e senza scopo) vigente nel Pci togliattiano, autonominatosi rappresentante unico della classe operaia; interpretate, le seconde, dal compromissorio corso berlingueriano. 

Vincoli e logiche contro cui le stesse Br, e altre frange della lotta armata comunista, si sollevarono, negli anni ’70/’80, senza alcun timore reverenziale per quei padri ingombranti e dispotici al punto di non riconoscerli come figli. Una donna comunista che, per quella Libertà, per quell’Indipendenza, e per l’uguaglianza sociale che ne dovrebbe costituire il logico presupposto, ha anche preteso di imbracciare le armi. Una donna comunista, libera e indipendente, che non ha mai voluto svendere, con un pentimento di comodo, all’indulgenza di quello Stato contro cui aveva combattuto, la sua dignità e la sua Storia. 

Dunque troppo. E troppo, in particolar modo, per una società come quella italiana, reazionaria, sciovinista, ancestralmente patriarcale e maschilista – tara culturale, quasi antropologica, quest’ultima, da cui non sono esenti, spesso, anche i compagni più avveduti – la cui cosiddetta Intellighenzia è stata sovente, e a maggior ragione oggi, riflesso fedele della doppia morale che l’attraversa: statale e vaticana. 

Troppo, diciamo la verità, per una brigatista che, una volta scontata la pena, non si è rassegnata al silenzio. Quel silenzio che le sarebbe stato consentito rompere, forse, solo per implorare il perdono di coloro che, al riparo dello stato “democratico”, furono due volte carnefici. 

La prima, con le stragi: da quelle di operai e braccianti dei secondi anni ’50, su cui la celere sparava durante le manifestazioni, a quelle più organizzate, che insanguinarono, con apposte in calce le firme congiunte dello Stato, del neofascismo e della mafia, il paese, sul finire degli anni ’60 fino alla seconda metà degli anni ’80; stragi che impressero la definitiva accelerazione, nel movimento rivoluzionario, alla scelta della lotta armata. 

La seconda, attraverso l’adozione incostituzionale delle leggi speciali, l’instaurazione del carcere duro (art 90 e, successivamente, 41bis) e la pratica della tortura, mai riconosciuta.

Non si può spiegare altrimenti, se non attraverso queste categorie pre-concettuali, il loro uso strumentalmente politico e storiografico, ed il moralismo giustizialista che trasuda dalla società italiana e dalla cultura che la permea, in questo difficilissimo passaggio epocale, l’odiosa ridda di polemiche, scatenatasi sui social e alimentata dalla stampa di regime, intorno ad un banalissimo post, apparso su Facebook e pubblicato, alcuni giorni fa, dalla stessa Balzerani: «Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?». 

Così scriveva, sulla sua bacheca. Un post tra l’ironico, il rassegnato e, a volerlo interpretare con intelligenza e obiettività – scevre da malafede ma non disgiunte da un briciolo di profondità – anche con un malcelato accento di lacerazione personale. I “fasti del quarantennale” fanno chiaramente riferimento a quella sicura liturgia celebrativo/commemorativa che, in occasione dei quarant’anni trascorsi dal sequestro Moro (il 16 Marzo 1978 avveniva il rapimento, il 9 Maggio dello stesso anno veniva eseguita la sentenza di morte emessa dalle Br) il circense clero mediatico del Belpaese non mancherà di officiare. 

Non alludono certo a cinici ed ebbri rituali dionisiaci. Nessuna voglia, insomma, da parte della signora Balzerani, di ballare sul cadavere dell'onorevole Aldo Moro. Nessuna provocazione malevola. Nessun insulto alla memoria. Nessuna voglia di festeggiare all’estero – sull’interpretazione semantica della parola fasti mi soffermerò poi – com’è stato detto. Soltanto il legittimo desiderio di sottrarsi ad un ricordo che riapre ferite intime: umane e politiche. 

Perché, a differenza dello stragismo e del cosiddetto “spontaneismo armato neofascista”, chi prese il fucile in quegli anni per l’ideale comunista non tolse la vita a cuor leggero, con superficiale disprezzo della stessa. 

Ed è per questo che la sconfitta che ne seguì, brucia ancor di più: nella testa affollata di ricordi, sul cuore stanco per le emozioni, nelle mani che afferrarono, per un attimo, la Storia, rimanendone vuote ed in catene.

Dunque, dicevamo, per tornare al fatto, soltanto il legittimo desiderio – espresso con una normalissima frase su Facebook, da parte della libera cittadina Balzerani, di una donna che fu protagonista di eventi tanto drammatici da segnare, nel profondo, la vita della nostra Repubblica – di sottrarsi a quella che, considerando i prodromi, si preannuncia come una vera e propria “messa cantata”. Una messa celebrata dai Santi Inquisitori della religiosa Ragion di Stato e dai loro scriba, sul cadavere di Aldo Moro – la cui riprovazione morale, ricordiamolo, cadde come una scomunica eterna, sui suoi stessi sodali democristiani e su tutto il fronte della fermezza, PCI incluso – e a imperitura condanna degli eretici rossi, che, come Giordano Bruno, si vorrebbe bruciassero sul rogo.

Una “messa cantata”, infine ci si può scommettere sin dora – con annessa dietrologia storiografica e infarcita di culto misteriosofico, che andrà ulteriormente ad insabbiare, occultare, stravolgere e falsificare quella Verità che già inutili commissioni d’inchiesta, pubblicistica di quart’ordine, saggistica cospirazionista e giornalismo sensazionalistico non hanno voluto accertare. 

Una semplice, troppo semplice verità: dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse! 

Una verità che fa paura, meglio terrore, a chi detiene il Potere e lo gestisce tramite il controllo sociale e la repressione del dissenso, in ogni sua forma. Perché quella verità potrebbe ingenerare una riflessione politica alternativa, direi quasi distonica rispetto alla narrazione proposta dalle istituzioni e da tutti i suoi gangli, e che vorrebbe le Br al servizio di interessi internazionali e interni – la ridicola teoria del “doppio Stato” – il cui scopo sarebbe stato quello di destabilizzare la democrazia italiana, per consentire una deriva autoritaria. 

Una narrazione che, per ironia della sorte, facendo convergere le rette parallele, tornava utile tanto alla Dc quanto al Pci, ieri. Oggi ai loro eredi. Convergenza di rette che trova il suo astratto punto d’incontro nell’ossessione della governamentalità liberale, cui si era convertito anche il Partito Comunista, e sul cui altare venne cinicamente immolato Aldo Moro. Un sacrificio utilissimo allo Stato liberale e al potere finanziario suo mandante, proprio per non consentire quella riflessione alternativa al pensiero capitalista e mercatista dominante, alla rassegnazione imposta dalle élite e oramai ritenuta ineluttabile. La Rivoluzione è possibile! 

Una verità distorta e seppellita, si diceva, quindi, a scopi ben precisi. Come distorta e seppellita risulta, inevitabilmente, la Storia, in questo delirante coacervo di menzogne, al quale hanno contribuito, nel tempo, anche le dichiarazioni mendaci dei collaboratori di giustizia. Pentitismi infami e dissociazioni collaborative ad un tanto al chilo, barattati con sconti di pena e decenni di galera in meno, al supermercato della dignità in saldo

Eppure, non mancano gli storici e i giornalisti di valore che, mossi dal semplice rispetto per la verità storica, hanno, in più occasioni, demolito l’impalcatura di falsità messa su da magistrati, politici, opinionion leader, editorialisti e pentiti. Parliamo di studiosi e giornalisti come Marco Clementi, Vladimiro Satta, Elisa Santalena, Gianremo Armeni, Nicola Lofoco, Giovanni Bianconi, Sergio Zavoli, che però, evidentemente, non meritano credito, malgrado la loro attestata serietà. Non fanno vendere. Anzi, risultano quasi “pericolosi”. 

A questa baraonda – meschina e un po’ ridicola – chiedeva di sottrarsi Barbara Balzerani. Soprattutto, forse, alla damnatio memoriae inflitta dai vincitori a lei e ai suoi ex compagni. Invece, l’Agorà virtuale dei nostri giorni, quel non-luogo imprecisato come l’inconscio freudiano, dove il linguaggio sembra fagocitare sé stesso in un annientamento semantico della logica del senso, e a cui tutti cediamo, spesso ingenuamente, ha prodotto il suo mostro, il suo fantasma. 

In parole povere, quel post ironico, sincero e fin troppo spontaneo si è trasformato nella “voglia di festeggiare” l’omicidio del Presidente Dc, quarant’anni fa. Una malafede interpretativa che ha portato alcuni quotidiani accreditati del nostro pur misero panorama informativo, come Corriere della Sera e Tempo, nonché agenzie di stampa, il sito gossipparo Dagospia e finanche il Tg1, a costruire, a partire da quel post, articoli gonfi di odio e volutamente falsi, col meschino obiettivo di fare, dell’ex brigatista, addirittura l’incarnazione del Male. 

Uno sciacallaggio giornalistico, a cui si sono aggiunti gli immancabili insulti da parte dei social haters, sempre pronti a distribuire ingiurie, improperi e rancore a mani basse e a prescindere dalle ragioni di una controparte, spesso ignara di quanto le venga scagliato contro, da bacheche che non sono la sua. 

È quanto è capitato, ad esempio, sotto i profili dell’on. Gero Grassi – ineffabile componente dell‘ultima Commissione Moro e manipolatore doc – e di Giovanni Ricci (figlio di Domenico, il carabiniere che conduceva la 130 sulla quale viaggiava Aldo Moro, ucciso anch’egli la mattina del 16 marzo 1978). E non mancano nemmeno le francamente ignobili dichiarazioni di pentiti e dissociati come Adriana Faranda o Raimondo Etro. Quest’ultimo, oramai preda di una sorta di mistico furore da Penitenziagite (fate penitenza), in una mail farneticante inviata al summenzionato Grassi e prontamente rilanciata dai media, non solo definisce le Brigate Rosse emissari delle forze oscure ma, in conclusione, saluta la Balzerani dandole appuntamento all’inferno. Si commenta da solo. 

In quanto giornalista, però, la mia esecrazione deontologica la rivolgo a quei colleghi, quotidiani e organi di stampa che pur di ottenere visibilità, di vendere qualche copia e irregimentarsi nel solco tracciato dal pensiero dominante, invece di fare informazione vanno a sbirciare, ad ascoltare a rovistare, per amor di “democrazia”, è ovvio, nella Vita degli altri. Alla faccia della Stasi, dell’ex Ddr e del “totalitarismo comunista”! 

Appare dunque evidente, credo, a questo punto, il motivo per cui ho deciso di cominciare quest’articolo con le parole di Adele Cambria, citate all’inizio. Sconfortato e soffocato nella risacca nauseabonda di quel “dabbenismo” che affligge ormai da tempo immemore i media italici e gli intellettuali che ne determinano forme, linguaggi e sorti. Quegli intellettuali, come scrive la Cambria, «che costituiscono (ancora? Certo, ancora, ndr) il tribunale supplementare che aggiunge le sue sentenze (corporative? Certo, corporative, ndr) a quelle dei magistrati». 

Abbiamo a che fare con un giornalismo da copia-e-incolla, da commissariato di paese, spionistico, familistico, pervaso da uno spirito di corpo quasi settario, grondante moralismo ai limiti del pretesco ma, allo stesso tempo, viscido e violento nella sua tracotanza amorale e giudicante, extra e supra legem. E, cosa ancor più grave, succube – come altrove – del Potere e del Denaro. 

Perché quelle parole di Adele Cambria ci parlano proprio di un giornalismo di tal fatta, ormai preda esanime tra le fauci di un Mercato che punta al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione della notizia, divenuta oggetto entropico, svuotato della sua stessa essenza informativa e del suo statuto di oggettività per diventare materia malleabile e suscettibile delle più fantasiose o sinistre distorsioni ermeneutiche: a soli fini utilitaristici – di vendita e dunque di profitto – sul piano economico; a scopi auto referenziali sul piano più sottile della visibilità e del compiacimento personale dell’articolista. 

D’altronde, siamo nell’epoca della dittatura del like ed anche il giornalismo soggiace volentieri a questa sorta di dogma, ascrivibile ad un orgiastico feticismo collettivo. Ne consegue, comprensibilmente, che verità, veridicità, autenticità sono divenute chimere relegate tra le siderali nebulose del relativismo, soprattutto etico. Siamo ben al di là delle teorie della comunicazione elaborate dalla Scuola di Palo Alto e del secondo enunciato, da essa postulato, secondo cui ogni comunicazione implica una metacomunicazione: nel caso di specie, Balzerani/Brigate Rosse/Stato. Ben al di là dell’affermazione di Paul Watzlawick – filosoficamente condivisibile, ma altrettanto filosoficamente opinabile nella sua clausura assiomatica – secondo il quale «La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni». 

La pesante coltre del postmodernismo, sotto cui il dato di realtà e la ricerca della verità si piegano a qualunque esigenza di scopo, ricopre per intero ogni comparto, ogni cellula della comunicazione e dell’espessione umana, ammorbandone il libero respiro. E questo, ancor più nella provinciale dimensione italiana, dove la logica della chiacchiera e della bega impera, a discapito della deontologia, della verità e, come detto, finanche della Storia. Senza un simile uso disinvolto dell’interpretazione, senza l’approssimazione etica, cui vanno ad aggiungersi una profonda ignoranza, una disonestà intellettuale e un volgare bisogno di spettacolarità e profitto, sarebbe impossibile spiegare la cagnara creata, ad arte, intorno alla Balzerani e alle Br a partire da un banale post, in cui compare il termine fasti

Ed eccoci giunti al valore semantico di questo vocabolo. Qui la malafede raggiunge l’apice. Perché, come si faccia a considerare fasti come il plurale di fasto, onestamente me lo sto ancora chiedendo, a più di una settimana di distanza. Sarebbe bastato, a chiunque, consultare un vocabolario. Oppure, trattandosi di intellettuali, il cui compito sarebbe quello di indirizzare il pensiero dei cives nella polis, non ritengo troppo il chiedere se abbiano mai letto i Fasti del latino Ovidio. Ivi, i libri composti dal poeta, riguardano i primi sei mesi dell’anno ed elencano i vari giorni del nuovo calendario giuliano, con le loro feste religiose e le varie ricorrenze, spiegandone le origini, l’etimologia, gli usi e i riti corrispondenti. Semplice, quindi, comprendere, attraverso questa lettura, che la Balzerani facesse riferimento a quei mesi e a quei giorni del 2018, durante i quali le autorità italiane ed i loro sacerdoti della stampa, celebreranno, come detto, il quarantennale del Caso Moro. 

Appunto, i Fasti. Non certo ad una fastosa festa macabra. E, d’altronde sarebbe sufficiente dare una letta ai libri della scrittrice – ad esempio Perché io, perché non tu – per capire con quale intimo dolore ed imbarazzo umano abbia affrontato il confronto, imposto, ad assurdo risarcimento per l’irreparabile, dallo Stato, con i familiari di qualche vittima: «Vigliacca intromissione nei territori dell’altrui intimità. Per dire cosa? Per riparare quale irreparabile? Ma no è forse il silenzio l’unica vera forma di rispetto e non è fondato sulla reciprocità e riservatezza l’incontro?». Parole che non possono certo dar luogo ad equivoci. 

Ma la cattiva coscienza, la disonestà, l’ignoranza, la stupidità e la loro figlia legittima, la perfidia, sembrano essere diventati il denominatore comune di questo mondo dominato da vittimismo e ferocia, in egual misura. Quella stessa ferocia vittimistica e accusatoria che si può leggere nelle parole di Etro. Al quale, per concludere, vogliamo rivolgere un ultimo pensiero. Non c’è inferno peggiore del rinnegare la propria Storia!

21/07/2017

La gogna quotidiana del lavoratore pubblico

L’incidente alla stazione Termini il 12 luglio scorso, che ha visto una donna rimasta ferita tra le porte della metro B in movimento, è stata l’occasione ghiotta per i media nazionali per scatenare un vero e proprio linciaggio non solo contro il lavoratore “colpevole” di presunta negligenza, ma per colpire, come sempre, il lavoro pubblico. Non è la prima volta e non sarà neanche l’ultima che vedremo i giornalisti promuovere, suscitare, caldeggiare ad arte campagne mediaticamente volte a denigrare il lavoratore pubblico, generalmente descritto come fannullone e negligente. E’ d’altronde noto che la larga maggioranza dei giornalisti sono parte strategica delle campagne d’odio verso il pubblico impiego confuso opportunamente con “burocrazia”, professionalmente dediti a stimolare il dissidio tra lavoratori e cittadini come se fossero due fronti opposti, oppure a evidenziare i presunti privilegi di chi lavora rispetto a chi è disoccupato.

Ma perché, proprio in questo momento, si dedica uno spazio così largo a un episodio davvero banale? Si prepara la campagna d’autunno sulla privatizzazione delle municipalizzate, a partire proprio dall’azienda di trasporti metropolitani Atac. Da settimane a Roma i radicali hanno lanciato la campagna “Mobilitiamo Roma” per il referendum consultivo affinché la municipalizzata dei trasporti possa essere messa a gara, come dicono con il solito linguaggio liberista: «aperta alla concorrenza, rompendo il monopolio pubblico, motivo del dissesto finanziario e delle pessime performance del servizio cittadino». 

Come non collegare la campagna del mainstream mediatico a questa finalità politica, che va al di là della vicenda particolare dei trasporti romani ma che riguarda l’assetto delle aziende di trasporto pubbliche. Non è un caso che nell’ultimo anno il pressing della Commissione europea sull’improrogabilità della messa a mercato delle aziende municipalizzate, dei servizi essenziali (acqua, luce, ciclo dei rifiuti, trasporti) si fa sempre più pressante e ha visto nella legge di riordino della Madia un tentativo di sfondamento.

Ma dietro la sfortunata e drammatica vicenda della donna ferita in metro si cela cinicamente la voglia di scatenare una campagna contro i lavoratori e i loro diritti, a partire da quello di sciopero che il governo Pd intende definitivamente limitare ai sindacati confederali, compatibili e ormai fortemente delegittimati anche agli occhi di molti lavoratori.

Il disprezzo verso il lavoro è ben evidenziato dal Corriere della Sera, per mano di Federico Fubini: «e oggi che infuriano le polemiche per la donna trascinata nel metrò di Roma mentre il macchinista mangiava in cabina, quell’episodio torna attuale perché ricorda in fondo la stessa realtà: in molte parti d’Italia si è consumato un divorzio tra gli interessi personali di cerchie ristrette di dipendenti di società pubbliche – protetti da tutto, irresponsabili di tutto – e le esigenze dei più deboli. La protervia con cui pochi dipendenti pubblici difendono il proprio diritto presunto a lavorare il meno possibile danneggia chi ha bisogno dei mezzi pubblici per lavorare, cercare lavoro o studiare».

La vulgata liberista racconta dei presunti privilegi di questi lavoratori, in diretta contrapposizione agli interessi nientemeno che “dei più deboli”. La soluzione è allora il mercato, la concorrenza, la rottura delle immaginarie “posizioni di privilegio” dismettendo le società pubbliche al miglior offerente che, come sempre è avvenuto nella storia di questo paese, si comprerà aziende pubbliche con due soldi per poi metterle in servizio, con una prestazione media generalmente più scadente, a prezzi maggiori per l’utenza (lavoratori e non), ma soprattutto con un drastico abbassamento delle garanzie contrattuali e salariali di chi ci lavora.

Questo è già realtà a Roma, visto che la “Roma Tpl” è un’azienda privata che ha un contratto di servizio con il Comune di Roma per la gestione e il servizio del 20% delle linee periferiche romane e che è nota da anni per non pagare gli stipendi ai suoi lavoratori e per una gestione fallimentare del servizio (gestione fallimentare accollata però all’Atac e contro di questa aizzata nelle periferie).

La favoletta del mercato e della concorrenza mostra insomma il suo vero volto. La vecchia ma sempre efficiente strategia della menzogna ideologica ripetuta sistematicamente si rovescia in verità nel discorso pubblico, e lentamente si trasforma in buon senso comune. Quel presunto buon senso che si presenta come la vera e più perfida arma di distrazione di massa nelle mani dei padroni.

14/02/2017

Le radio romane alla crociata palazzinara contro Berdini

Da mesi Paolo Berdini, l’(ex)assessore della giunta Raggi, è vittima della gogna quotidiana da parte delle famigerate radio private romane/romaniste, longa manus popolare dei palazzinari romani, in particolare di quel Caltagirone proprietario del Messaggero e di Tele Radio Stereo, ovvero del principale quotidiano della Capitale e della radio romanista più influente della città (insieme alla trasmissione Te la do io Tokio di Mario Corsi). Solo chi abita a Roma conosce, volente o, il più delle volte, nolente, il peso, l’influenza, la pervasività delle radio private romaniste sulla popolazione romana. Radio usate come clave politiche, in grado di orientare i comportamenti elettorali e sociali di gran parte della cittadinanza, sfruttando la Roma (intesa come passione calcistica) come veicolo di propaganda degli interessi palazzinari. Oggi è la volta dello stadio di Pallotta, ma in questo ventennio abbondante di superfetazione radiofonica sono state utilizzate per ogni losco obiettivo. Sempre mascherato da presunti “interessi trasversali” dei tifosi, ovviamente. Storie note, almeno, ripetiamo, per i romani.

Ma questo indegno linciaggio quotidiano ha travalicato da mesi ogni misura. Il tranello ideologico è tanto elementare quanto efficace: trasformare la vicenda stadio in questione di tifo. Chi è contro la speculazione è contro la Roma e i romanisti. Ci è arrivato anche Il Fatto quotidiano, per merito di Daniela Ranieri, smascherando quest’ansia sospetta che circola in città, veicolata ad arte attraverso il bastone radiofonico: “la stadiomania rimbalza dalle radio locali (dove Tor di Valle è ormai quel che è Medjugorje su Radio Maria)”. Eppure, quella che Vezio De Lucia definisce “la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia” meriterebbe un tono diverso. Il calcio, detto altrimenti, non c’entra nulla: confondere speculazione e passione è il tentativo (riuscitissimo, per il momento) dei palazzinari. Non c’entra nulla neanche lo stadio, s’è per questo. C’entra tutto il resto: il milione di metri cubi regalati ai privati; l’ennesima area commerciale che produce solo impoverimento sociale; l’ennesima variante al Piano regolatore; l’ennesima sfilza di appartamenti invenduti, lasciati appositamente vuoti per garantire i prezzi di un mercato degli affitti senza controllo possibile. E c’entra lo sciacallaggio mediatico in servizio permanente contro un membro della giunta Raggi, che ha il solo peccato di essere presentato come “il nemico della Roma”.

Non abbiamo particolare simpatia del Berdini che, una volta insediatosi al Campidoglio, è venuto meno a ogni disponibilità a intrecciare una interlocuzione con quel pezzo di società che pure avrebbe dovuto rappresentare e difendere: quella delle periferie romane. Sono evidenti anche i limiti politici di un onesto urbanista che ha mostrato tutta la propria inadeguatezza di fronte alla lotta politica, quella vera. E non siamo neanche contrari al nuovo stadio, sebbene la nostra posizione coincida con quella della Carovana delle Periferie, che vuole lo stadio senza l’abnorme speculazione che gli sta dietro. Ma il linciaggio quotidiano nasconde interessi diversi, o meglio: nasconde i soliti interessi. E’ una pervasività ideologica, quella veicolata dalle radio come Tele Radio Stereo, che oggi aggrega consensi attorno allo stadio così come domani li convoglierà verso qualche altra impresa mortifera per la città. Oggi è Berdini, domani sarà qualche altro rompicoglioni. Ogni questione cittadina triturata e fagocitata in un “romanismo giornalistico” che niente ha a che vedere con la Roma e i suoi tifosi, ma molto con un sottobosco accattone fatto di giornalisti falliti e opinionisti da bar: i vari Austini, Piacentini, Serafini, e poi Dotto, Pugliese, Valdiserri, e ancora Pinci, Zazzaroni e Jacobelli, e i soliti Renga, Melli e Trani, e via continuando all’infinito. Una città palazzinara che forma i suoi replicanti ideologici, li traveste da giornalisti, li ospita nel proprio circuito mass-mediatico, al servizio permanente degli interessi dell’editore, che poi sono quelli della città abusiva e speculativa contro quelli della sua popolazione. Rimanere in silenzio oggi, qualsiasi posizione si possa avere su Berdini, la giunta grillina, lo stadio o altro, significherebbe arrenderci alla voce del padrone, che oggi bastona Berdini e domani continuerà a bastonare gli interessi dei romani. Il tutto raccontato come se fosse solo una questione di tifo.

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26/07/2015

Lo sport del mese: linciare il macchinista

Cari,
due fatti di cronaca mi hanno turbato, come pendolare, utente della metro e come macchinista...

L'altro ieri a Roma un treno della metro B è partito da Termini con una porta aperta.
Tutti hanno accusato il macchinista perché è partito.
Qualcuno lo vorrebbe 'licenziare'.

Ieri, sempre a Roma, un treno della metro B non è partito da Tiburtina con una porta aperta.
Tutti hanno accusato il macchinista perché non è partito.
Qualcuno lo voleva 'linciare'.

Linciati o licenziati: una scelta etica e professionale difficile da prendere su due piedi.

Suggerimento: perché non si convoca, di volta in volta, un Consiglio d'Amministrazione per stabilire se, con una porta rotta, il treno deve partire o no?
Amministratori, dirigenti e macchinisti Atac: linciati o licenziati insieme!

Ciao
Dante

*****

PS. Per chi fosse interessato ai dettagli: http://www.inmarcia.it/porte-killer#elenco

Vedi anche: http://contropiano.org/video/item/32052-perche-l-autobus-non-passa-atac-roma

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