La vicenda che ha interessato i carabinieri della caserma Levante di Piacenza è entrata a gamba tesa nel dibattito nostrano (e non solo).
L’inchiesta ha portato a diversi arresti e nelle prossime ore potrebbero anche aumentare. Le accuse, com’è noto, sono per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico.
Nell’ordinanza cautelare, un particolareggiato documento di 326 pagine suddiviso in capitoli, si parla di arresti completamente falsati e di perquisizioni arbitrarie.
Tra le migliaia di intercettazioni, c’è anche una registrazione audio – carpita grazie a un malware trojan installato nel telefono di uno degli aguzzini – che fa emergere il modus operandi di questi “eroi in divisa”: si sentono chiaramente le percosse date a un presunto spacciatore, che si lamenta e chiede pietà, in preda al pianto e a continui colpi di tosse, probabilmente dovuti a una forzata ingestione d’acqua.
Durante una conferenza, il procuratore capo di Piacenza, Grazia Pradella, ha affermato “Siamo di fronte a reati impressionanti, se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato. Una serie tale di atteggiamenti criminali che ci ha convinto a procedere anche al sequestro della caserma dei Carabinieri per futuri accertamenti”.
Che tutto questo sia estremamente grave, siamo d’accordo, sulla presunta incomprensibilità molto meno.
Quanto accaduto ci è chiarissimo, ed è la quasi “normale amministrazione” dei corpi armati in molte, troppe, caserme. Non siamo stupiti e non crediamo, come qualcuno cerca di farci pensare, che quello di Piacenza sia semplicemente “un caso isolato” e quei carabinieri delle “mele marce”.
Ad esempio, appena è stata pubblicata la notizia, Roberto Saviano ha scritto un breve post in cui afferma “Voi non siete carabinieri”. No, Robè. Quelli invece sono proprio carabinieri.
Lo scoop è infatti venuto fuori a ridosso del triste anniversario dei fatti del G8 di Genova del 2001, una delle più gravi pagine della storia di questo Paese, che ricordiamo per la morte di Carlo Giuliani, ucciso da un collega degli audaci “leoni di Piacenza”.
Per la “notte cilena” della scuola Diaz, una feroce violazione dei diritti umani, di cui fu protagonista un grande e imprecisato numero di forze dell’ordine, degna del regime di Pinochet, dittatore inneggiato in un coro cantato dai manganellatori, tra le urla e il rumore di ossa rotte dei manifestanti.
Per le torture alla caserma di Bolzaneto, operate addirittura con la collaborazione di alcuni medici della “penitenziaria”.
C’è anche un particolare di questo avvenimento che non ci è per niente nuovo: l’appuntato Giuseppe Montella, ritenuto il vertice della banda, ha scelto come suo avvocato Emanuele Solari, esponente locale del partito neonazista “Forza Nuova”, già candidato sindaco per la suddetta organizzazione in occasione delle elezioni amministrative in città, nel 2017 .
Nelle ultime ore, è stato diffuso lo screenshot di un post Facebook dell’avocato Solari in compagnia di una sua collega, entrambi con il basco e un manganello in mano, e con un celebre motto mussoliniano sgrammaticato in didascalia che incornicia il quadretto già ridicolo: “Obbedire, credere,combattere!”
Tra i vari commenti degli amici camerati, c’è anche quello del carabiniere Montella: “Sei il numero uno”.
Probabilmente, il nostro eroe in divisa, oltre a torturare e spacciare droga, ben nascosto dentro la divisa, è anche un fascista. Non proprio una novità, anzi...
Il connubio stabile tra forze dell’ordine e neofascismo è un fatto assodato, non solo a Piacenza, ma in tutto il Paese.
D’altronde, il Direttore tecnico delle scuole di polizia nel dopoguerra fu Guido Leto, ex fondatore e capo assoluto dell’Ovra (il servizio segreto interno del fascismo), che ebbe anche il ruolo, nel 1948, di riattivare i servizi segreti fascisti, mai del tutto smantellati in quanto ritenuti utili per scongiurare il “pericolo comunista” e i prevedibili conflitti sociali e politici relativi alla guerra fredda.
Questo può in parte essere una spiegazione del perché, ancora oggi, nonostante la palese violazione del reato di apologia di fascismo e della Legge Mancino che l’esistenza e i programmi di tali organizzazioni comportano, le forze dell’ordine li difendono, caricano i manifestanti per proteggerli, li scortano durante le loro parate, e addirittura rimproverano e allontanano i giornalisti colpevoli di “averli provocati”.
Questo legame è dimostrabile dallo stillicidio di eventi che stranamente si verificano ogni volta che i neofascisti posano piede in piazza, e che abbiamo più volte riportato anche su questo giornale.
Come se tutto questo non bastasse, appena due giorni fa sono state pubblicate delle foto che ritraggono una bandiera di Casapound esposta in una stanza del Commissariato Esquilino a Roma.
E così, Elena Ricci, curatrice dell’ufficio stampa del Sindacato Autonomo di Polizia e già nota alla cronaca per aver messo in dubbio la correlazione tra le percosse e la morte di Stefano Cucchi, scrive un post sulla sua pagina Facebook, avanzando la sua strampalata spiegazione di quanto è accaduto.
Si legge: “In merito a questa bandiera che si intravedeva dalla finestra di una stanza del commissariato Esquilino, la Questura di Roma, oltre a comunicarne la rimozione, ha precisato che si tratta di un oggetto sequestrato durante i cortei e posto in quella stanza che, appunto, è adibita a deposito di ogni oggetto e mezzo sequestrato durante le manifestazioni o sgomberi.”
Ah, adesso è tutto chiaro! Non era una bandiera loro. Era stata sequestrata, e magari è stata appesa per farla asciugare.
Alla giornalista faremmo allora una domanda: ma se i poliziotti, quando sequestrano una bandiera, usano appenderla in bella vista, com’è che non si è mai vista – chessò – una bandiera di Potere al Popolo o similari sventolare in una questura?
Noi ci auguriamo che, dopo la rivelazione di questa brutta storia di violenza, venga fatta luce sulle tante storie che sono state occultate e che sono ancora nascoste dentro le altre “caserme degli orrori”.
Ci auguriamo, inoltre, che all’avvocato dal cuore nero sia data la possibilità di andare a trovare il suo amico appuntato quando quest’ultimo sarà in galera, perché ci dispiacerebbe che possa terminare quello che nel nostro Paese è un amore senza fine.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/07/2020
Le mele marce e la loro cesta
I dieci carabinieri di Piacenza sembrano usciti dalla stessa fogna di quelli della Uno bianca, degli assassini di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, dei macellai della Diaz di Genova, nonché di altri che nel corso di questi decenni hanno dato prova di quanto l'uniforme non rappresenti affatto una garanzia contro il peggio che un essere umano può esprimere. Il ritornello scontato è quello delle mele marce, ma in tutti i casi di crimini commessi da agenti delle forze dell’ordine, diversi altri militari hanno coperto le loro malefatte e i loro superiori hanno deciso di voltare la testa altrove. Nel caso di specie, solo l’indisponibilità di uno dei loro sottoposti a continuare a tacere, ma costretto dalla generale omertà a recarsi in altra località per poter sporgere denuncia, ha reso possibile per l’autorità giudiziaria scoprire il verminaio. Nonostante l’evidenza di tenori di vita incompatibili con gli stipendi percepiti, i vertici dell’Arma non vedevano, non indagavano, erano concentrati sul numero di arresti utili alle statistiche. Purtroppo, non c’è controllo sulla mancanza di autocontrollo, non c’è vigilanza sull’indifferenza complice.
Mentre si attende con trepidazione diciannovista la virile solidarietà di Salvini e Meloni con gli uniformati, è bene ricordare che l’avvocato difensore di Montella, che sarebbe il capo della banda criminale di Piacenza, è l’ex candidato sindaco a Piacenza di Forza Nuova. Il che, ovviamente, non comporta un giudizio: ogni imputato, quale che sia la specie dei reati, ha diritto ad una difesa e ad un processo equo: ma il fatto che l’avvocato difensore scelto sia di Forza Nuova racconta, direttamente ed indirettamente, chi sono i carabinieri/spacciatori/torturatori. Non che vi fossero dubbi, ascoltate le intercettazioni, ma la scelta del legale e l’impianto ideologico ne confermano il profilo criminale.
Diversamente da quanto fanno i minimizzatori di professione, che urlano l’ovvio e tacciono il grave, esiste un problema di identità culturale e politica delle nostre istituzioni repressive. Il tanfo di fascismo e intolleranza, infatti, non sta solo nelle intercettazioni telefoniche degli arrestati di Piacenza: in diverse circostanze l’inneggiare di agenti a modelli vergognosi e i relativi comportamenti sono stati colpevolmente sottovalutati. Diversamente da come sarebbe lecito attendersi, in tutta Italia ci sono stanze dei commissariati con simboli e bandiere inneggianti al fascismo e al nazismo, e non ci sono interventi dei vertici per rimuovere questi e chi le ha appese o anche solo tollerate. Nelle stanze dove si organizza il rispetto della legalità si viola la legge Scelba, dove sul muro appare la foto di Mattarella mentre si viola lo spirito e la lettera della Costituzione.
Perché questa identificazione delle forze dell’ordine con il fascismo? Perché, al fondo, si sente una empatia istintiva con chi inneggia al culto della forza e della sopraffazione, con chi rivendica l’impunità per le divise, ponendo lo spirito di corpo su un piedistallo superiore rispetto alle leggi; con chi loda l’abuso quando è commesso da chi la legge dovrebbe farla rispettare. Ci si sente portati alla naturale condivisione verso chi predica la forza contro i più deboli quando si vive calpestandoli. L’ignoranza abissale che circola sotto le uniformi, non riuscendo a immagazzinare concetti, ha bisogno di iniettare odio. Allora si passa dall’interpretazione sgangherata e comoda del machiavellico “fine che giustifica i mezzi”, all’autocompacimento da b-movie di chi si sente ultimo baluardo di una società indisciplinata. Tolleranza zero per gli altri, non per loro, le regole sono quelle che pongono loro ed a loro esclusiva convenienza. A volte la distanza tra impotenza e onnipotenza si copre con un'uniforme.
Sembrano lontani anni luce i processi di democratizzazione dell’apparato repressivo, che con la sindacalizzazione e smilitarizzazione della Polizia prima, e con i Cocer dei Carabinieri poi, che aprirono alla fine degli anni ‘70 un cammino di maggiore integrazione tra la società nel suo complesso e i corpi militari. Non ha affatto aiutato la nomina dei Carabinieri come quarta forza armata ma, in fondo, questa decisione politica non è, di per se stessa, la ragione di tanta devianza.
Il nodo da sciogliere è la sponda politica che in un incastro di reciproci ricatti viene offerta ad ogni impulso autoritario da parte delle forze di Polizia, tentate proprio dall’assenza di controlli e dall’appoggio politico a forzare limiti ed ambiti del proprio operare. Che poi questo sostegno all’insostenibile che viene dalla destra non sia contrastato dal centrosinistra non deve stupire: è divenuta prassi consolidata nel Paese, frutto dell’ormai quasi impercettibile differenza che passa tra due schieramenti che dovrebbero essere invece alternativi. Troppo? E allora provateci a scorgere la differenza tra Minniti e Salvini quando si parla d’immigrazione, o tra Fassino e Meloni in politica estera.
D’altra parte non è un caso che l’Italia sia il Paese dove non esiste il reato di tortura benché gli episodi dove questa si è configurata ai danni di soggetti fermati siano ormai diversi. Come dimostrano i tanti casi simili a Cucchi o Aldrovandi o alla macelleria cilena di Genova alla Diaz, le torture vengono effettuate su casi singoli e collettivi. Il reato non esiste non perché non viene commesso ma perché non identificato: non riconoscerlo riduce la portata del reato ad abuso e ne impedisce la formulazione dell’ipotesi accusatoria più dura, inibendone, in radice, la possibilità di comminare pene dure, che vadano ben oltre la sanzione amministrativa o disciplinare.
E non è un caso se in Italia non si vuole stabilire legislativamente l’obbligo di identificativo degli agenti in servizio di ordine pubblico. Nell’anonimato di una uniforme e di un casco, oltre che di altri strumenti destinati ad occultare l’identità di chi agisce, risiede la prima garanzia di impunità per i trasgressori delle leggi e delle norme che sarebbero obbligati a rispettare, oltre che a far rispettare. Tantomeno è un caso che i responsabili degli abusi e delle torture vengano non solo tenuti liberi ma addirittura promossi a ruoli superiori o a incarichi di prestigio all’esterno, valga per tutti il caso di De Gennaro.
Non ha dunque senso discutere di mele marce, visto che i delinquenti, per fortuna, non sono né totalità, né maggioranza, in qualunque professione o mestiere. Inutile fare sfoggio di retorica imbecille ricordando che i sei carabinieri di Piacenza e i loro complici non debbono offuscare il lavoro dei restanti centomila carabinieri, perché la questione non è quale sia la percentuale di criminali in un corpo che combatte la criminalità, ci mancherebbe pure: si pone invece in termini di controllo legislativo sull’operato di corpi che, per ragioni di servizio (a volte) hanno una ridotta trasparenza sul loro operato e che, per loro natura, tendono ad abusare del proprio potere. Per questo – ma non solo per questo – vanno controllati e disciplinati e non lasciati all’autogoverno.
Saranno pure mele marce ma sarebbe bene non dimenticare le responsabilità del cestino che le contiene, ovvero del sistema. La politica, nel non disporre norme, strumenti e leggi che garantiscano il controllo democratico sull’operare delle forze dell’ordine, rinuncia al suo ruolo e rimanda all’autorità giudiziaria il compito di verificare la liceità dei comportamenti. Non vede, non sente, non parla. Perché così li vuole, perché di questo modello ha bisogno per mantenersi e perpetrarsi.
Fonte
Mentre si attende con trepidazione diciannovista la virile solidarietà di Salvini e Meloni con gli uniformati, è bene ricordare che l’avvocato difensore di Montella, che sarebbe il capo della banda criminale di Piacenza, è l’ex candidato sindaco a Piacenza di Forza Nuova. Il che, ovviamente, non comporta un giudizio: ogni imputato, quale che sia la specie dei reati, ha diritto ad una difesa e ad un processo equo: ma il fatto che l’avvocato difensore scelto sia di Forza Nuova racconta, direttamente ed indirettamente, chi sono i carabinieri/spacciatori/torturatori. Non che vi fossero dubbi, ascoltate le intercettazioni, ma la scelta del legale e l’impianto ideologico ne confermano il profilo criminale.
Diversamente da quanto fanno i minimizzatori di professione, che urlano l’ovvio e tacciono il grave, esiste un problema di identità culturale e politica delle nostre istituzioni repressive. Il tanfo di fascismo e intolleranza, infatti, non sta solo nelle intercettazioni telefoniche degli arrestati di Piacenza: in diverse circostanze l’inneggiare di agenti a modelli vergognosi e i relativi comportamenti sono stati colpevolmente sottovalutati. Diversamente da come sarebbe lecito attendersi, in tutta Italia ci sono stanze dei commissariati con simboli e bandiere inneggianti al fascismo e al nazismo, e non ci sono interventi dei vertici per rimuovere questi e chi le ha appese o anche solo tollerate. Nelle stanze dove si organizza il rispetto della legalità si viola la legge Scelba, dove sul muro appare la foto di Mattarella mentre si viola lo spirito e la lettera della Costituzione.
Perché questa identificazione delle forze dell’ordine con il fascismo? Perché, al fondo, si sente una empatia istintiva con chi inneggia al culto della forza e della sopraffazione, con chi rivendica l’impunità per le divise, ponendo lo spirito di corpo su un piedistallo superiore rispetto alle leggi; con chi loda l’abuso quando è commesso da chi la legge dovrebbe farla rispettare. Ci si sente portati alla naturale condivisione verso chi predica la forza contro i più deboli quando si vive calpestandoli. L’ignoranza abissale che circola sotto le uniformi, non riuscendo a immagazzinare concetti, ha bisogno di iniettare odio. Allora si passa dall’interpretazione sgangherata e comoda del machiavellico “fine che giustifica i mezzi”, all’autocompacimento da b-movie di chi si sente ultimo baluardo di una società indisciplinata. Tolleranza zero per gli altri, non per loro, le regole sono quelle che pongono loro ed a loro esclusiva convenienza. A volte la distanza tra impotenza e onnipotenza si copre con un'uniforme.
Sembrano lontani anni luce i processi di democratizzazione dell’apparato repressivo, che con la sindacalizzazione e smilitarizzazione della Polizia prima, e con i Cocer dei Carabinieri poi, che aprirono alla fine degli anni ‘70 un cammino di maggiore integrazione tra la società nel suo complesso e i corpi militari. Non ha affatto aiutato la nomina dei Carabinieri come quarta forza armata ma, in fondo, questa decisione politica non è, di per se stessa, la ragione di tanta devianza.
Il nodo da sciogliere è la sponda politica che in un incastro di reciproci ricatti viene offerta ad ogni impulso autoritario da parte delle forze di Polizia, tentate proprio dall’assenza di controlli e dall’appoggio politico a forzare limiti ed ambiti del proprio operare. Che poi questo sostegno all’insostenibile che viene dalla destra non sia contrastato dal centrosinistra non deve stupire: è divenuta prassi consolidata nel Paese, frutto dell’ormai quasi impercettibile differenza che passa tra due schieramenti che dovrebbero essere invece alternativi. Troppo? E allora provateci a scorgere la differenza tra Minniti e Salvini quando si parla d’immigrazione, o tra Fassino e Meloni in politica estera.
D’altra parte non è un caso che l’Italia sia il Paese dove non esiste il reato di tortura benché gli episodi dove questa si è configurata ai danni di soggetti fermati siano ormai diversi. Come dimostrano i tanti casi simili a Cucchi o Aldrovandi o alla macelleria cilena di Genova alla Diaz, le torture vengono effettuate su casi singoli e collettivi. Il reato non esiste non perché non viene commesso ma perché non identificato: non riconoscerlo riduce la portata del reato ad abuso e ne impedisce la formulazione dell’ipotesi accusatoria più dura, inibendone, in radice, la possibilità di comminare pene dure, che vadano ben oltre la sanzione amministrativa o disciplinare.
E non è un caso se in Italia non si vuole stabilire legislativamente l’obbligo di identificativo degli agenti in servizio di ordine pubblico. Nell’anonimato di una uniforme e di un casco, oltre che di altri strumenti destinati ad occultare l’identità di chi agisce, risiede la prima garanzia di impunità per i trasgressori delle leggi e delle norme che sarebbero obbligati a rispettare, oltre che a far rispettare. Tantomeno è un caso che i responsabili degli abusi e delle torture vengano non solo tenuti liberi ma addirittura promossi a ruoli superiori o a incarichi di prestigio all’esterno, valga per tutti il caso di De Gennaro.
Non ha dunque senso discutere di mele marce, visto che i delinquenti, per fortuna, non sono né totalità, né maggioranza, in qualunque professione o mestiere. Inutile fare sfoggio di retorica imbecille ricordando che i sei carabinieri di Piacenza e i loro complici non debbono offuscare il lavoro dei restanti centomila carabinieri, perché la questione non è quale sia la percentuale di criminali in un corpo che combatte la criminalità, ci mancherebbe pure: si pone invece in termini di controllo legislativo sull’operato di corpi che, per ragioni di servizio (a volte) hanno una ridotta trasparenza sul loro operato e che, per loro natura, tendono ad abusare del proprio potere. Per questo – ma non solo per questo – vanno controllati e disciplinati e non lasciati all’autogoverno.
Saranno pure mele marce ma sarebbe bene non dimenticare le responsabilità del cestino che le contiene, ovvero del sistema. La politica, nel non disporre norme, strumenti e leggi che garantiscano il controllo democratico sull’operare delle forze dell’ordine, rinuncia al suo ruolo e rimanda all’autorità giudiziaria il compito di verificare la liceità dei comportamenti. Non vede, non sente, non parla. Perché così li vuole, perché di questo modello ha bisogno per mantenersi e perpetrarsi.
Fonte
Premiata caserma Levante...
Le intercettazioni delle vanterie dei carabinieri criminali di Piacenza mostrano male allo stato puro.
Uno di questi aguzzini si pavoneggia con il figlio di undici anni per aver partecipato con i suoi compari al pestaggio di un ”negro”. Fanno orrore le parole del padre razzista, vile e violento, ma fa ancora più pena e dolore l’ammirazione festosa del bambino, anch’egli vittima di questa ferocia.
Un altro di questi delinquenti si vanta con la fidanzata di una notte di botte somministrate ad un ragazzo fermato. Anche qui la gioia è condivisa dalla coppia.
Leggendo queste infamie vengono in mente le foto dei linciaggi negli Stati Uniti, con intere famigliole sorridenti attorno ad un essere umano di pelle scura appeso ad un albero.
La miseria morale e civile di quanto avveniva nella caserma di Piacenza va oltre i reati specifici commessi dagli arrestati, è un liquame diffuso che contamina tutta l’Istituzione.
Quando si arriva alla normalità del male, quando questo male viene usato per accrescere il prestigio del padre e del fidanzato, quando i valori umani sono tranquillamente ribaltati, non si può credere che questo avvenga nel vuoto.
Io credo che in tanti sapessero, magari non degli affari, ma delle violenze ad essi connesse sì. Ma tanti chiudevano un occhio o due, intanto perché quei carabinieri erano efficienti, facevano tanti arresti. E nel moderno produttivismo delle forze di polizia, nel cottimo della galera con cui un potere sempre più feroce e ingiusto pensa di gestire la società, i tanti arresti sono diventati il metro di misura contabilmente più semplice e sicuro.
Così proprio i criminali della caserma Levante di Piacenza, nel 2018, furono premiati “per la lotta allo spaccio”, che invece esercitavano in proprio, e “per il sostegno ai più deboli”, che massacravano di botte.
La violenza e la cultura della violenza in questi anni sono dilagati nelle forze dell’ordine. I racconti soddisfatti delle botte somministrate girano per le caserme, come il razzismo, come il culto della sopraffazione. E poi la lunga catena dell’omertà e delle complicità, che abbiamo visto alla fine emergere solo nella lunga durissima lotta per Stefano Cucchi.
No, non ci si venga a parlate di mele marce, quando tutto l’ambiente è guasto. I carabinieri di Piacenza godevano di una impunità che evidentemente il sistema aveva loro lasciato intendere di possedere.
Forse è proprio questo che li ha perduti, si sono arrogantemente sempre più esposti, fino a scoprirsi.
Ma io credo che questa sia solo la punta di un iceberg. Quando tra i carabinieri, eroi integerrimi semplici e buoni negli sceneggiati televisivi, c’è chi educa i figli alla gloria sportiva del pestaggio degli africani, c’è un marcio profondo che l’Arma condivide con il peggio della nostra società.
Questo marcio va tutto portato alla luce, fino ai livelli più alti, considerando come suo complice e responsabile anche il sorriso del capo, quando sente la battuta che nel linguaggio fascista si definiva maschia, virile.
No, io non credo che i carabinieri di Piacenza fossero doppi, certo nascondevano i soldi, ma non i comportamenti. Che venivano accettati perché parte integrante di un sistema poliziesco che sta precipitando verso quello degli Stati Uniti. Con l’aggravante che una parte di questo sistema è gestita da un corpo militare separato, che avrebbe dovuto essere sciolto già con l’avvento della Costituzione.
Io credo che la premiata Caserma Levante di Piacenza sia un modello diffuso nel nostro sistema di polizia e che tutto di esso debba essere messo in discussione, dalle radici ai vertici.
È ora di fare giustizia per i crimini in divisa e, come chiedono milioni di manifestanti da mesi negli USA, di tagliare i finanziamenti alle nostre tante, troppe, polizie.
Fonte
Uno di questi aguzzini si pavoneggia con il figlio di undici anni per aver partecipato con i suoi compari al pestaggio di un ”negro”. Fanno orrore le parole del padre razzista, vile e violento, ma fa ancora più pena e dolore l’ammirazione festosa del bambino, anch’egli vittima di questa ferocia.
Un altro di questi delinquenti si vanta con la fidanzata di una notte di botte somministrate ad un ragazzo fermato. Anche qui la gioia è condivisa dalla coppia.
Leggendo queste infamie vengono in mente le foto dei linciaggi negli Stati Uniti, con intere famigliole sorridenti attorno ad un essere umano di pelle scura appeso ad un albero.
La miseria morale e civile di quanto avveniva nella caserma di Piacenza va oltre i reati specifici commessi dagli arrestati, è un liquame diffuso che contamina tutta l’Istituzione.
Quando si arriva alla normalità del male, quando questo male viene usato per accrescere il prestigio del padre e del fidanzato, quando i valori umani sono tranquillamente ribaltati, non si può credere che questo avvenga nel vuoto.
Io credo che in tanti sapessero, magari non degli affari, ma delle violenze ad essi connesse sì. Ma tanti chiudevano un occhio o due, intanto perché quei carabinieri erano efficienti, facevano tanti arresti. E nel moderno produttivismo delle forze di polizia, nel cottimo della galera con cui un potere sempre più feroce e ingiusto pensa di gestire la società, i tanti arresti sono diventati il metro di misura contabilmente più semplice e sicuro.
Così proprio i criminali della caserma Levante di Piacenza, nel 2018, furono premiati “per la lotta allo spaccio”, che invece esercitavano in proprio, e “per il sostegno ai più deboli”, che massacravano di botte.
La violenza e la cultura della violenza in questi anni sono dilagati nelle forze dell’ordine. I racconti soddisfatti delle botte somministrate girano per le caserme, come il razzismo, come il culto della sopraffazione. E poi la lunga catena dell’omertà e delle complicità, che abbiamo visto alla fine emergere solo nella lunga durissima lotta per Stefano Cucchi.
No, non ci si venga a parlate di mele marce, quando tutto l’ambiente è guasto. I carabinieri di Piacenza godevano di una impunità che evidentemente il sistema aveva loro lasciato intendere di possedere.
Forse è proprio questo che li ha perduti, si sono arrogantemente sempre più esposti, fino a scoprirsi.
Ma io credo che questa sia solo la punta di un iceberg. Quando tra i carabinieri, eroi integerrimi semplici e buoni negli sceneggiati televisivi, c’è chi educa i figli alla gloria sportiva del pestaggio degli africani, c’è un marcio profondo che l’Arma condivide con il peggio della nostra società.
Questo marcio va tutto portato alla luce, fino ai livelli più alti, considerando come suo complice e responsabile anche il sorriso del capo, quando sente la battuta che nel linguaggio fascista si definiva maschia, virile.
No, io non credo che i carabinieri di Piacenza fossero doppi, certo nascondevano i soldi, ma non i comportamenti. Che venivano accettati perché parte integrante di un sistema poliziesco che sta precipitando verso quello degli Stati Uniti. Con l’aggravante che una parte di questo sistema è gestita da un corpo militare separato, che avrebbe dovuto essere sciolto già con l’avvento della Costituzione.
Io credo che la premiata Caserma Levante di Piacenza sia un modello diffuso nel nostro sistema di polizia e che tutto di esso debba essere messo in discussione, dalle radici ai vertici.
È ora di fare giustizia per i crimini in divisa e, come chiedono milioni di manifestanti da mesi negli USA, di tagliare i finanziamenti alle nostre tante, troppe, polizie.
Fonte
I carabinieri di Piacenza adesso si accusano tra loro
Abituati a procurarle agli altri non sembrano resistere quando si sono trovano su un diverso lato del problema. Alcune agenzie riferiscono che anche il leader del gruppo dei carabinieri di Piacenza finiti nell’inchiesta Odysseus, Giuseppe Montella considerato il più ‘duro’ anche dagli investigatori, è crollato in lacrime nel carcere Le Novate alla periferia della città emiliana.
L’interrogatorio dell’appuntato Montella era il più atteso, anche perché la sua posizione al momento risulta la più esposta tra quelle dei dieci carabinieri raggiunti da provvedimenti della procura di Piacenza che contesta loro reati molto pesanti tra cui traffico e spaccio di droga, estorsione, arresto illegale, abuso d’ufficio, lesioni personali aggravate e, il più grave di tutti, tortura.
Di cose da chiarire al Gip Luca Milani e al sostituto procuratore Antonio Colonna, l’appuntato Montella (detto Peppe) ne ha tante. Secondo i magistrati era convinto di poter tenere “qualunque tipo di comportamento, vivendo al di sopra della legge e di ogni regola di convivenza civile”, è scritto nell’ordinanza di oltre trecento pagine. È lo stesso carabiniere ad auto-considerarsi come il leader di una vera e propria “associazione a delinquere” di cui fanno parte in tutto sette uomini, tra militari e spacciatori: “Sono tutti sotto di me” si sente dire in una intercettazione telefonica finita agli atti.
Dalla Procura fanno sapere che le indagini proseguiranno. Il procuratore capo di Piacenza, Maria Grazia Pradella, ha detto che “si vuole scavare fino al 2017” e per questo la caserma in pieno centro storico è stata sigillata dagli agenti della Guardia di Finanza.
Ma gli interrogatori di venerdì e di sabato hanno cominciato a fornire contorni di quella che sarà l’azione di difesa degli altri carabinieri coinvolti (in carcere ci sono altri 4 militari, arresti domiciliari per un militare, altri 3 hanno l’obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria e uno ha l’obbligo di dimora), tra i quali, secondo i legali, c’è una corsa a scaricare le responsabilità. Anche i tre spacciatori sentiti a Cremona hanno cominciato a prendere le distanze da “Peppe” e hanno segnalato ulteriori episodi non contenuti fin qui nell’ordinanza che ha portato all’arresto dei carabinieri.
Il Fatto Quotidiano riferisce però che certi input a strafare per i carabinieri di Piacenza, venivano dall’alto: “A Rivergaro e a Bobbio gli devo fare un culo così, è una questione di orgoglio, mi gira il culo che gente che rispetto a voi non vale un cazzo fa i figurini con il colonnello, con il comandante della Legione”.
A parlare così sarebbe l’ex comandante della compagnia carabinieri di Piacenza, il maggiore Stefano Bezzeccheri, affermando che c’è in gioco la “dignità” di fronte ai colleghi in servizio nei paesi vicini nel numero di arresti eseguiti dalla sua caserma. Tanto che il carabiniere Peppe Montella, il leader appunto del gruppo di carabinieri di Piacenza, nella conversazione intercettata dagli inquirenti, accoglie subito la richiesta del comandante: “Adesso vediamo di farne il più possibile, anche settimana prossima, almeno di farne altri tre-quattro“.
Come sono stati fatti, e contro chi sono stati eseguiti quegli arresti è la materia oggi degli interrogatori dei magistrati, quelli che stanno “facendo spuntare le lacrime” ai carabinieri di Piacenza.
Fonte
L’interrogatorio dell’appuntato Montella era il più atteso, anche perché la sua posizione al momento risulta la più esposta tra quelle dei dieci carabinieri raggiunti da provvedimenti della procura di Piacenza che contesta loro reati molto pesanti tra cui traffico e spaccio di droga, estorsione, arresto illegale, abuso d’ufficio, lesioni personali aggravate e, il più grave di tutti, tortura.
Di cose da chiarire al Gip Luca Milani e al sostituto procuratore Antonio Colonna, l’appuntato Montella (detto Peppe) ne ha tante. Secondo i magistrati era convinto di poter tenere “qualunque tipo di comportamento, vivendo al di sopra della legge e di ogni regola di convivenza civile”, è scritto nell’ordinanza di oltre trecento pagine. È lo stesso carabiniere ad auto-considerarsi come il leader di una vera e propria “associazione a delinquere” di cui fanno parte in tutto sette uomini, tra militari e spacciatori: “Sono tutti sotto di me” si sente dire in una intercettazione telefonica finita agli atti.
Dalla Procura fanno sapere che le indagini proseguiranno. Il procuratore capo di Piacenza, Maria Grazia Pradella, ha detto che “si vuole scavare fino al 2017” e per questo la caserma in pieno centro storico è stata sigillata dagli agenti della Guardia di Finanza.
Ma gli interrogatori di venerdì e di sabato hanno cominciato a fornire contorni di quella che sarà l’azione di difesa degli altri carabinieri coinvolti (in carcere ci sono altri 4 militari, arresti domiciliari per un militare, altri 3 hanno l’obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria e uno ha l’obbligo di dimora), tra i quali, secondo i legali, c’è una corsa a scaricare le responsabilità. Anche i tre spacciatori sentiti a Cremona hanno cominciato a prendere le distanze da “Peppe” e hanno segnalato ulteriori episodi non contenuti fin qui nell’ordinanza che ha portato all’arresto dei carabinieri.
Il Fatto Quotidiano riferisce però che certi input a strafare per i carabinieri di Piacenza, venivano dall’alto: “A Rivergaro e a Bobbio gli devo fare un culo così, è una questione di orgoglio, mi gira il culo che gente che rispetto a voi non vale un cazzo fa i figurini con il colonnello, con il comandante della Legione”.
A parlare così sarebbe l’ex comandante della compagnia carabinieri di Piacenza, il maggiore Stefano Bezzeccheri, affermando che c’è in gioco la “dignità” di fronte ai colleghi in servizio nei paesi vicini nel numero di arresti eseguiti dalla sua caserma. Tanto che il carabiniere Peppe Montella, il leader appunto del gruppo di carabinieri di Piacenza, nella conversazione intercettata dagli inquirenti, accoglie subito la richiesta del comandante: “Adesso vediamo di farne il più possibile, anche settimana prossima, almeno di farne altri tre-quattro“.
Come sono stati fatti, e contro chi sono stati eseguiti quegli arresti è la materia oggi degli interrogatori dei magistrati, quelli che stanno “facendo spuntare le lacrime” ai carabinieri di Piacenza.
Fonte
18/05/2020
Riprendersi la strada
L’ipocrita campagna mediatica che è montata su imbeccata della
questura di Torino dopo l’intervento di alcuni compagni in via Balbo,
mostra molto chiaramente quanto sia vuota la retorica giustizialista
sullo spaccio. Il riempirsi la bocca di lotta alla criminalità e alla
droga da parte dello stuolo di benpensanti che affollano le redazioni
dei principali quotidiani nazionali e locali, fa il paio con la complice
tolleranza delle forze dell’ordine nei confronti dello smercio che
investe i quartieri popolari, strumento sempre efficace nel momento in
cui si voglia trovare la scusa buona per “intervenire” o ricevere
qualche dritta senza grandi sforzi. A
questi, poi, bisognerà aggiungere quanti portano in palmo di mano i vari
Saviano di turno, sempre pronti a incensare i loro eroi quando si parla
di autori di best-sellers molto remunerativi, ma altrettanto
tempestivi quando si tratta di infamare quanti non trovano il limite
invalicabile alle loro azioni nella carta stampata. Insomma, quando si
tratta di dare addosso allo spacciatore di turno, magari sulla spinta
dell’onda securitaria o complici delle sempre più frequenti svolte
reazionarie si da fiato alle trombe e la “piaga sociale” dello spaccio
viene sbattuta in prima pagina come nemico numero uno. Quando invece è
la “parte sbagliata” a dare due pizze allo spacciatore – qui è proprio
il caso di dirlo – di turno, questo si trasforma miracolosamente in un
“migrante”, vittima inconsapevole del controllo para-mafioso che domina
incontrastato il territorio.
La differenza ricalca chiaramente la spaccatura tra quanti credono che basti chiacchierare e riempire pagine d’inchiostro per trattare con un fenomeno sociale endogeno alla gran parte delle periferie e i quartieri popolari – per ragioni sociali ben definite – e quanti, invece, proprio perché questi fenomeni li vivono sulla propria pelle decidono di rimboccarsi le maniche e magari sporcarsele.
Chi all’evenienza, oltre a combattere la militarizzazione dei quartieri, la loro progressiva gentrificazione e riduzione a non-luoghi esclusivamente funzionali o al consumo o all’emarginazione sociale, cerca di difendere praticamente i quartieri in cui vive. Chi crede che sia possibile replicare perpetuamente un modello di città, in tutto e per tutto funzionale allo status quo, e chi, invece, lavora in senso opposto. Difendere praticamente significa portare avanti il lavoro quotidiano nei quartieri popolari misurandosi con tutte – tutte – le contraddizioni che quel territorio presenta. La questione della diffusione e del consumo a livello di massa di sostanze è, in questo senso, una questione complessa e che necessita di un ragionamento articolato; tanto più se collocata nella prospettiva, mai banalizzabile, di un rivolgimento concreto. Ma è una questione all’ordine del giorno e che ha subito nel tempo una grossa mole di stratificazioni che la rendono ancora più complessa di quanto non fosse nei mitizzati anni ’70.
Tuttavia, la differenza è proprio qui: non si può chiacchierare di modelli differenti di città e di alternative alla metropoli capitalista e non misurarsi praticamente con le contraddizioni insite nella metropoli stessa; e come per ogni altra battaglia intrapresa per strappare terreno a questo modello di città anche questa necessita di una conseguenza pratica. Ecco, i fatti di via Balbo ci dicono questo. Quanto sia ipocrita riempirsi la bocca di lotta alla criminalità con il proposito di ripulirsi la coscienza e magari vendere qualche misera copia in più ma, soprattutto, quanto sia inutile vaneggiare di quartieri aperti e solidali non tenendo conto che i buoni propositi devono essere mediati dalla realtà che, questa si, quasi mai è aperta e solidale. Bisogna, insomma, mettere in conto che alle parole seguono necessariamente i fatti. E che laddove a supporto delle prime mancano i secondi, queste si squagliano come neve al sole (a meno che non servano semplicemente a rendere più coloriti i propri profili social).
Fa specie sentire di quanti “fanno le pulci” ai compagni accusandoli di adottare le stesse pratiche securitarie che si combattono quotidianamente o di quanti, con un profondo senso dell’ironia, contestano “l’iter” dell’allontanamento perché poco rispettoso di non si sa quale etichetta. Per quanto ci riguarda i compagni hanno fatto le loro valutazioni e una scelta conseguente. E tanto ci basta. La questione risiede nel nodo politico che stringe il consumo di massa di sostanze e la praticabilità della lotta nei quartieri popolari. Due elementi che finiscono inevitabilmente per scontrarsi. Bisognerebbe, sempre fuori da ogni retorica sugli anni ‘70, cercare di intendere questa contraddizione trovando misure attualizzabili. C’è da dire comunque, a onor del vero, che negli “anni Settanta” più di qualche cosa sulla questione l’avevano capita, e quella di difendere i propri quartieri era una pratica comune e trasversale ai compagni.
Esercizio assodato e garanzia di riconoscibilità tra quanti soffrivano le stesse identiche contraddizioni di chi si ritrova a spacciare, ma non per questo sceglie di farlo; di quanti tra la prospettiva di una perenne precarietà, una quasi certa disoccupazione tra un lavoretto e un altro o quella di portare a casa un salario che sicuramente non basterà, scelgono comunque queste ultime piuttosto che campare sulla vita degli stessi proletari che quei quartieri li vivono. Una pratica che bisognerà fare lo sforzo di frequentare più spesso, quella di riprendersi la strada, soprattutto quando all’orizzonte si addensano tempi di crisi.
Fonte
La differenza ricalca chiaramente la spaccatura tra quanti credono che basti chiacchierare e riempire pagine d’inchiostro per trattare con un fenomeno sociale endogeno alla gran parte delle periferie e i quartieri popolari – per ragioni sociali ben definite – e quanti, invece, proprio perché questi fenomeni li vivono sulla propria pelle decidono di rimboccarsi le maniche e magari sporcarsele.
Chi all’evenienza, oltre a combattere la militarizzazione dei quartieri, la loro progressiva gentrificazione e riduzione a non-luoghi esclusivamente funzionali o al consumo o all’emarginazione sociale, cerca di difendere praticamente i quartieri in cui vive. Chi crede che sia possibile replicare perpetuamente un modello di città, in tutto e per tutto funzionale allo status quo, e chi, invece, lavora in senso opposto. Difendere praticamente significa portare avanti il lavoro quotidiano nei quartieri popolari misurandosi con tutte – tutte – le contraddizioni che quel territorio presenta. La questione della diffusione e del consumo a livello di massa di sostanze è, in questo senso, una questione complessa e che necessita di un ragionamento articolato; tanto più se collocata nella prospettiva, mai banalizzabile, di un rivolgimento concreto. Ma è una questione all’ordine del giorno e che ha subito nel tempo una grossa mole di stratificazioni che la rendono ancora più complessa di quanto non fosse nei mitizzati anni ’70.
Tuttavia, la differenza è proprio qui: non si può chiacchierare di modelli differenti di città e di alternative alla metropoli capitalista e non misurarsi praticamente con le contraddizioni insite nella metropoli stessa; e come per ogni altra battaglia intrapresa per strappare terreno a questo modello di città anche questa necessita di una conseguenza pratica. Ecco, i fatti di via Balbo ci dicono questo. Quanto sia ipocrita riempirsi la bocca di lotta alla criminalità con il proposito di ripulirsi la coscienza e magari vendere qualche misera copia in più ma, soprattutto, quanto sia inutile vaneggiare di quartieri aperti e solidali non tenendo conto che i buoni propositi devono essere mediati dalla realtà che, questa si, quasi mai è aperta e solidale. Bisogna, insomma, mettere in conto che alle parole seguono necessariamente i fatti. E che laddove a supporto delle prime mancano i secondi, queste si squagliano come neve al sole (a meno che non servano semplicemente a rendere più coloriti i propri profili social).
Fa specie sentire di quanti “fanno le pulci” ai compagni accusandoli di adottare le stesse pratiche securitarie che si combattono quotidianamente o di quanti, con un profondo senso dell’ironia, contestano “l’iter” dell’allontanamento perché poco rispettoso di non si sa quale etichetta. Per quanto ci riguarda i compagni hanno fatto le loro valutazioni e una scelta conseguente. E tanto ci basta. La questione risiede nel nodo politico che stringe il consumo di massa di sostanze e la praticabilità della lotta nei quartieri popolari. Due elementi che finiscono inevitabilmente per scontrarsi. Bisognerebbe, sempre fuori da ogni retorica sugli anni ‘70, cercare di intendere questa contraddizione trovando misure attualizzabili. C’è da dire comunque, a onor del vero, che negli “anni Settanta” più di qualche cosa sulla questione l’avevano capita, e quella di difendere i propri quartieri era una pratica comune e trasversale ai compagni.
Esercizio assodato e garanzia di riconoscibilità tra quanti soffrivano le stesse identiche contraddizioni di chi si ritrova a spacciare, ma non per questo sceglie di farlo; di quanti tra la prospettiva di una perenne precarietà, una quasi certa disoccupazione tra un lavoretto e un altro o quella di portare a casa un salario che sicuramente non basterà, scelgono comunque queste ultime piuttosto che campare sulla vita degli stessi proletari che quei quartieri li vivono. Una pratica che bisognerà fare lo sforzo di frequentare più spesso, quella di riprendersi la strada, soprattutto quando all’orizzonte si addensano tempi di crisi.
Fonte
16/05/2020
Né eroina né polizia. Solidali col centro sociale Askatasuna
Come collettivo GCS condividiamo una sede con Potere al Popolo in una piazza del centro storico accanto a vie dove lo spaccio di sostanze stupefacenti è la regola quotidiana. Facciamo attività politica e sociale in pezzo di quartiere dove abitano cittadini di tutte le provenienze, un pezzo di Genova proletaria e multietnica dove i cittadini hanno il diritto a vivere in un ambiente accogliente, pulito e dove far prosperare una socialità e un insieme di relazioni dignitoso.
Non è questa la sede per esprimere giudizi sull’uso delle droghe, nemmeno di quelle pesanti come l’eroina. Siamo militanti politici e ci occupiamo di questioni collettive e non personali sulle quali non entriamo.
È però curioso che una delle zone più controllate della nostra città con decine di telecamere e sbirri continuamente a passeggio per le strade sia uno dei più grandi supermarket dell’eroina in città. Evidentemente, le retate periodiche nelle quali si arrestano poveri cristi che spacciano per strada corrispondono a una scelta politica ben precisa, quella di far finta di combattere lo spaccio lasciando ben tranquilli i protagonisti del commercio che tanto, la manodopera per i lavori sporchi, la possono cambiare in pochi minuti. E confinare lo spaccio in recinti ben precisi creando veri e propri ghetti dove poi far giungere assessori con telecamere al seguito in modo da mettere in scena la caccia allo straniero di turno promettendo una lotta al degrado che non arriva mai.
Per quel che ci riguarda il problema non si risolve in questo modo. Pensiamo però che uno dei nostri ruoli sia quello di vivere insieme ai lavoratori e alle famiglie del quartiere, a contatto con problemi che sono loro e nostri e lavorare in modo da combatterli insieme.
Attraverso il controllo popolare e non attraverso repressioni inutili e dannose che non risolvono alcun problema e aggravano solo la situazione.
Per questo siamo solidali con chi lavora in questo modo proteggendo i propri spazi e i luoghi dove opera da comportamenti dannosi che colpiscono solo le fasce più deboli della società.
Che tutto questo venga trattato come aggressione immotivata e sia motivo per imbastire campagne propagandistiche contro attivisti sociali e politici non ci sorprende ma ci disgusta.
Solidarietà quindi ai compagni torinesi e al centro sociale Askatasuna.
Collettivo Comunista Genova City Strike
Fonte
Non è questa la sede per esprimere giudizi sull’uso delle droghe, nemmeno di quelle pesanti come l’eroina. Siamo militanti politici e ci occupiamo di questioni collettive e non personali sulle quali non entriamo.
È però curioso che una delle zone più controllate della nostra città con decine di telecamere e sbirri continuamente a passeggio per le strade sia uno dei più grandi supermarket dell’eroina in città. Evidentemente, le retate periodiche nelle quali si arrestano poveri cristi che spacciano per strada corrispondono a una scelta politica ben precisa, quella di far finta di combattere lo spaccio lasciando ben tranquilli i protagonisti del commercio che tanto, la manodopera per i lavori sporchi, la possono cambiare in pochi minuti. E confinare lo spaccio in recinti ben precisi creando veri e propri ghetti dove poi far giungere assessori con telecamere al seguito in modo da mettere in scena la caccia allo straniero di turno promettendo una lotta al degrado che non arriva mai.
Per quel che ci riguarda il problema non si risolve in questo modo. Pensiamo però che uno dei nostri ruoli sia quello di vivere insieme ai lavoratori e alle famiglie del quartiere, a contatto con problemi che sono loro e nostri e lavorare in modo da combatterli insieme.
Attraverso il controllo popolare e non attraverso repressioni inutili e dannose che non risolvono alcun problema e aggravano solo la situazione.
Per questo siamo solidali con chi lavora in questo modo proteggendo i propri spazi e i luoghi dove opera da comportamenti dannosi che colpiscono solo le fasce più deboli della società.
Che tutto questo venga trattato come aggressione immotivata e sia motivo per imbastire campagne propagandistiche contro attivisti sociali e politici non ci sorprende ma ci disgusta.
Solidarietà quindi ai compagni torinesi e al centro sociale Askatasuna.
Collettivo Comunista Genova City Strike
Fonte
30/07/2019
Blade Runner 2019
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento e pattuglie in fiamme”.
Un pusher rifilare una “sola“ con aspirina C a due cocainomani wasp, chiattilli e per giunta americani. Farsi sgamare, farsi fottere il borsello dai due tossici “solati”, chiamarli sul proprio cellulare rubato insieme al borsello, e farsi fare il cosiddetto “cavallo di ritorno” (100€ e un grammo di coca per il borsello).
Tutto questo al largo dei bastioni di Orione. O di Trastevere, non ricordo!
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser e uscire dal culo dell’Escobar di Trastevere (o di Tannhäuser, non ricordo) mentre telefonava agli sbirri per farsi aiutare coi tossici che aveva solato e lo avevano fottuto.
A Tannhäuser era regolare. I pusher e gli sbirri erano amici. Facevano affari e in qualche caso sniffavano insieme.
E ho visto il caramba morire con 11 coltellate perché pensava che bastasse presentarsi lì per far tremare di paura i due chiattilli wasp.
Ma non aveva calcolato che nel regno delle Stelle e Strisce chimiche sono molto più abituati degli italiani di Tannhäuser ad uccidere per legittima difesa. Loro, d’altronde, coi ddl sicurezza ci hanno fatto il Far West! E così il caramba morì.
E ho visto altri sbirri daltonici scambiare due chiattilli statunitensi bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, per due magrebini morti di fame, neri, coi capelli e gli occhi neri.
Come cazzo facessero gli sbirri daltonici a fare gli sbirri daltonici al largo dei bastioni di Orione, non l’ho mai capito.
E ho letto comunicati delle Forze dell’Ordine, deliri della Bestia, giornali del regime dei cinque Minchje e delle sette Leghe e post razzisti, su cui era scritto un soggetto e una sceneggiatura da horror splatter. A metà strada tra il kitsch, il surreale e l’angosciosa distorsione espressionista del Gabinetto del dottor Caligari. Con il cliché dell’Uomo Nero, omicida e assetato di sangue, al fine scorticato vivo dalla plebe inferocita. Ma non andò così.
E ho visto uno dei wasp legato ad una sedia, come se fosse torturato, confessare di aver ucciso il caramba di Orione. La tortura, gli sbirri di Orione, di Tannhäuser e del regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, l’hanno sempre usata, sennò non saprebbero lavorare. Ricordo che la usavano anche sui compagni delle Br. Quelli del Blade Runner degli anni '70 e '80. E pure vent’anni dopo. Tra i buchi neri di Bolzaneto, e le galassie spente della Diaz.
Ma il ragazzino wasp l’ho visto in foto, sulla Stampa di Tannhäuser. E mi sono chiesto, ma come cazzo ci è arrivata questa foto alla Stampa di Tannhäuser? E ho visto carabinieri coglioni e bastardi condividere foto su Wozzapp. E allora mi sono chiesto se i carabinieri coglioni e bastardi poi tanto coglioni non fossero.
E forse, il regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, sui bastioni di Orione, è solo una provincia dell’impero delle Stelle e delle Strisce chimiche. E allora, la foto è uscita per restituire i chiattilli wasp all’imperatore dal parrucchino biondo. L’esotico Trompe l’oeil. Ho visto. Ho visto. Ho visto. Ma non ci capisco più un cazzo.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.
Perché voi umani di Orione, di Tannhäuser, dell’impero a Stelle e Strisce chimiche, del regno dei cinque Minchje e delle sette Leghe siete la sfaccimma della ggente!».
Così disse il Cyberpunk morendo. Non prima di aver mandato affanculo lo sbirro cacciatore e assassino di ribelli!
Fonte
Un pusher rifilare una “sola“ con aspirina C a due cocainomani wasp, chiattilli e per giunta americani. Farsi sgamare, farsi fottere il borsello dai due tossici “solati”, chiamarli sul proprio cellulare rubato insieme al borsello, e farsi fare il cosiddetto “cavallo di ritorno” (100€ e un grammo di coca per il borsello).
Tutto questo al largo dei bastioni di Orione. O di Trastevere, non ricordo!
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser e uscire dal culo dell’Escobar di Trastevere (o di Tannhäuser, non ricordo) mentre telefonava agli sbirri per farsi aiutare coi tossici che aveva solato e lo avevano fottuto.
A Tannhäuser era regolare. I pusher e gli sbirri erano amici. Facevano affari e in qualche caso sniffavano insieme.
E ho visto il caramba morire con 11 coltellate perché pensava che bastasse presentarsi lì per far tremare di paura i due chiattilli wasp.
Ma non aveva calcolato che nel regno delle Stelle e Strisce chimiche sono molto più abituati degli italiani di Tannhäuser ad uccidere per legittima difesa. Loro, d’altronde, coi ddl sicurezza ci hanno fatto il Far West! E così il caramba morì.
E ho visto altri sbirri daltonici scambiare due chiattilli statunitensi bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, per due magrebini morti di fame, neri, coi capelli e gli occhi neri.
Come cazzo facessero gli sbirri daltonici a fare gli sbirri daltonici al largo dei bastioni di Orione, non l’ho mai capito.
E ho letto comunicati delle Forze dell’Ordine, deliri della Bestia, giornali del regime dei cinque Minchje e delle sette Leghe e post razzisti, su cui era scritto un soggetto e una sceneggiatura da horror splatter. A metà strada tra il kitsch, il surreale e l’angosciosa distorsione espressionista del Gabinetto del dottor Caligari. Con il cliché dell’Uomo Nero, omicida e assetato di sangue, al fine scorticato vivo dalla plebe inferocita. Ma non andò così.
E ho visto uno dei wasp legato ad una sedia, come se fosse torturato, confessare di aver ucciso il caramba di Orione. La tortura, gli sbirri di Orione, di Tannhäuser e del regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, l’hanno sempre usata, sennò non saprebbero lavorare. Ricordo che la usavano anche sui compagni delle Br. Quelli del Blade Runner degli anni '70 e '80. E pure vent’anni dopo. Tra i buchi neri di Bolzaneto, e le galassie spente della Diaz.
Ma il ragazzino wasp l’ho visto in foto, sulla Stampa di Tannhäuser. E mi sono chiesto, ma come cazzo ci è arrivata questa foto alla Stampa di Tannhäuser? E ho visto carabinieri coglioni e bastardi condividere foto su Wozzapp. E allora mi sono chiesto se i carabinieri coglioni e bastardi poi tanto coglioni non fossero.
E forse, il regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, sui bastioni di Orione, è solo una provincia dell’impero delle Stelle e delle Strisce chimiche. E allora, la foto è uscita per restituire i chiattilli wasp all’imperatore dal parrucchino biondo. L’esotico Trompe l’oeil. Ho visto. Ho visto. Ho visto. Ma non ci capisco più un cazzo.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.
Perché voi umani di Orione, di Tannhäuser, dell’impero a Stelle e Strisce chimiche, del regno dei cinque Minchje e delle sette Leghe siete la sfaccimma della ggente!».
Così disse il Cyberpunk morendo. Non prima di aver mandato affanculo lo sbirro cacciatore e assassino di ribelli!
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29/07/2019
Il pogrom è solo rimandato...
C’è il corpo della vittima, il colpevole ha confessato, l’arma del delitto è stata trovata. C’è pure il movente. Che è quello da cui partire per cercare di capire un certo numero di stranezze nel caso del carabiniere assassinato a Roma. Perché se le vie del Signore sono infinite e quelle del crimine sono ingarbugliate, qui ci sono almeno tre cose che non quadrano:
1. È chiaro che i due giovani americani che vengono truffati da uno spacciatore non possono chiamare i carabinieri. Cercano di cavarsela da soli prendendosela con chi gli ha indicato i pusher che li hanno poi truffati: per ritorsione gli portano via il borsello dicendogli (in americano?): se rivuoi il borsello facci riavere i 100 euro che abbiamo pagato per l’aspirina al posto della coca. Una truffa classica, come quella del mattone al posto dell’apparecchio radio. Ma la domanda è: come facevano a sapere a chi rivolgersi?
2. È meno usuale che lo spacciatore abbia chiamato i carabinieri, dopo aver organizzato la trappola dell’appuntamento con i due americani, attraverso una telefonata al proprio cellulare: da quale telefono ha chiamato?
3. È quanto meno singolare che due carabinieri vadano all’appuntamento-trappola, da soli e in borghese. Il reato non era poi così grave. Ma ammesso si ritenesse urgente agire in flagranza di reato, perché un appostamento e un intervento così improvvisato, senza appoggio?
Gli investigatori hanno agito con rapidità e sono riusciti a catturare i colpevoli e l’arma del delitto in poche ore. La cosa dimostra che la capacità investigativa delle nostre polizie è di ottimo livello. La magistratura, invece, non ha ancora finito il suo lavoro: sarà il processo a fare chiarezza su tutti gli aspetti di questa vicenda dolorosa e triste, ma anche tragica e grottesca. Sappiamo quello che è successo, i giudici stanno lavorando per scoprire perché è successo.
C’è tuttavia da rilevare che non c’è alcun bisogno di caricare gli uomini e le donne delle forze dell’ordine di funzioni pretoriane di cui non si sente la necessità, come invece sembra voler fare il ministro dell’Interno che spesso interferisce a sproposito, cioè con mere intenzioni propagandistiche.
Stavolta è andato assolutamente fuori misura: ha indicato i colpevoli tra i suoi bersagli preferiti, gli immigrati; si è sostituito alla magistratura invocando pene esemplari; ha addirittura inventato i lavori forzati a vita come pena per i colpevoli. Troppa fretta? Troppi fumetti? Troppa protagonismo?
Fatto sta che c’è mancato poco a scatenare un pogrom contro gli immigrati. I social hanno amplificato gli appelli alla caccia all’uomo lanciato dai soliti mestatori a pagamento, i telegiornali hanno fatto da cassa di risonanza, qualche testata giornalistica ha invocato la forca, neanche troppo velatamente. C’è stato un episodio inquietante: un certo numero di volanti della Polizia ha fatto un carosello a sirene spiegate di fronte al comando dell’Arma a Roma, con tanto di beneplacito del Questore.
Tutto questo fa pensare male. E cioè che la disponibilità emotiva al linciaggio sia stata testata con successo. Sembrerebbe tutto pronto per il prossimo pretesto.
Fonte
1. È chiaro che i due giovani americani che vengono truffati da uno spacciatore non possono chiamare i carabinieri. Cercano di cavarsela da soli prendendosela con chi gli ha indicato i pusher che li hanno poi truffati: per ritorsione gli portano via il borsello dicendogli (in americano?): se rivuoi il borsello facci riavere i 100 euro che abbiamo pagato per l’aspirina al posto della coca. Una truffa classica, come quella del mattone al posto dell’apparecchio radio. Ma la domanda è: come facevano a sapere a chi rivolgersi?
2. È meno usuale che lo spacciatore abbia chiamato i carabinieri, dopo aver organizzato la trappola dell’appuntamento con i due americani, attraverso una telefonata al proprio cellulare: da quale telefono ha chiamato?
3. È quanto meno singolare che due carabinieri vadano all’appuntamento-trappola, da soli e in borghese. Il reato non era poi così grave. Ma ammesso si ritenesse urgente agire in flagranza di reato, perché un appostamento e un intervento così improvvisato, senza appoggio?
Gli investigatori hanno agito con rapidità e sono riusciti a catturare i colpevoli e l’arma del delitto in poche ore. La cosa dimostra che la capacità investigativa delle nostre polizie è di ottimo livello. La magistratura, invece, non ha ancora finito il suo lavoro: sarà il processo a fare chiarezza su tutti gli aspetti di questa vicenda dolorosa e triste, ma anche tragica e grottesca. Sappiamo quello che è successo, i giudici stanno lavorando per scoprire perché è successo.
C’è tuttavia da rilevare che non c’è alcun bisogno di caricare gli uomini e le donne delle forze dell’ordine di funzioni pretoriane di cui non si sente la necessità, come invece sembra voler fare il ministro dell’Interno che spesso interferisce a sproposito, cioè con mere intenzioni propagandistiche.
Stavolta è andato assolutamente fuori misura: ha indicato i colpevoli tra i suoi bersagli preferiti, gli immigrati; si è sostituito alla magistratura invocando pene esemplari; ha addirittura inventato i lavori forzati a vita come pena per i colpevoli. Troppa fretta? Troppi fumetti? Troppa protagonismo?
Fatto sta che c’è mancato poco a scatenare un pogrom contro gli immigrati. I social hanno amplificato gli appelli alla caccia all’uomo lanciato dai soliti mestatori a pagamento, i telegiornali hanno fatto da cassa di risonanza, qualche testata giornalistica ha invocato la forca, neanche troppo velatamente. C’è stato un episodio inquietante: un certo numero di volanti della Polizia ha fatto un carosello a sirene spiegate di fronte al comando dell’Arma a Roma, con tanto di beneplacito del Questore.
Tutto questo fa pensare male. E cioè che la disponibilità emotiva al linciaggio sia stata testata con successo. Sembrerebbe tutto pronto per il prossimo pretesto.
Fonte
21/12/2018
Le relazioni pericolose di Matteo Salvini
La scorsa domenica pomeriggio, all’Arena Gianni Brera di Milano, festa per i 50 anni della curva di San Siro, Matteo Salvini ha abbracciato Luca Lucci, 36enne soprannominato “il Toro”, capo ultrà del Milan.
Incalzato dai giornalisti su quell’incontro immortalato dai fotografi, Salvini ha ironizzato così: “Sono un indagato fra gli indagati”.
A chi gli ha fatto presente che Lucci non era affatto un indagato ma un pregiudicato ha risposto secco: “Lui un pregiudicato? Io mi occupo di quello che accade da domani in avanti. Chi ha sbagliato in passato e ha pagato, spero che non lo rifaccia”, ha spiegato il ministro dell’Interno che poi ha precisato di non essere affatto pentito per quell’abbraccio.
Ma chi è Luca Lucci? Innanzitutto è il “vice“ di Giancarlo “Sandokan” Lombardi, leader della curva sud del Meazza condannato a 3 anni e 8 mesi, coinvolto in un’inchiesta contro il clan mafioso dei “Fidanzati”.
Colpito da tre Daspo, a settembre scorso, Lucci ha patteggiato un anno e mezzo per traffico di sostanze stupefacenti. Il suo nome compare perfino in un agguato di ‘ndrangheta, quando la sua auto fu utilizzata per l’assassino dell’avvocatessa Maria Spinella a Segrate.
Nel febbraio 2009 Lucci fu anche condannato in primo grado a 4 anni e mezzo per aver aggredito e causato la perdita di un occhio a Virgilio Motta, durante il derby di Milano del 15 febbraio 2009. Gli ultras rossoneri avevano srotolato un grosso striscione che non riavvolsero dopo il fischio d’inizio ed impedendo così ai tifosi interisti, situati al primo anello, di vedere la partita.
Dopo una decina di minuti gli interisti della Banda ”Bagaj” (club nerazzurro nato per portare i bambini allo stadio), spazientiti, chiesero di rimuovere lo striscione. Ne venne fuori un diverbio ed i tifosi dell’Inter, esasperati, strapparono un pezzo di striscione per poter vedere la partita. A quel punto partì una spedizione punitiva da parte degli ultrà, capeggiati dal Lucci, verso il primo anello, settore dello stadio occupato da tifosi dell’Inter “normali”, inclusi bambini e famiglie. Nel mezzo del parapiglia Lucci sferrò un pugno in faccia a Virgilio Motta, spappolandogli un bulbo oculare e rendendolo per sempre cieco dall’occhio sinistro.
Per quella violenta aggressione Lucci fu appunto condannato a 4 anni e mezzo di carcere ed a risarcire la vittima dell’aggressione con una provvisionale di 140 mila euro. Tuttavia venne riconosciuto come nullatenente e, pertanto, non versò un quattrino.
In seguito, a causa dell’invalidità procuratagli dal Lucci, il povero Virgilio Motta perse il lavoro, sprofondò in un crisi depressiva ed il 24 maggio 2012 si suicidò, lasciando la moglie e una bambina.
Da Ministro dell’Interno, Salvini non può non sapere chi è Lucci. Salvini non si è affatto “sbagliato” ed è fuori strada chi lo accusa solo di “mancanza di opportunità per il ruolo istituzionale che ricopre” (dichiarazione di Emanuele Fiano, PD).
Salvini sa benissimo cosa c’è dentro e dietro i gruppi organizzati delle curve, che campano sulle creste sui biglietti, sul traffico di stupefacenti e su tanto altro ancora. Salvini sa bene che nelle curve degli stadi di calcio si muovono anche interessi criminali.
La ‘ndrangheta a Torino è riuscita ad inserirsi come «intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus».
A Napoli e a Catania, capi ultras sono «organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o ad esse collegate».
Ma anche a Genova «le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle delle associazioni di tipo mafioso».
Sono tutte cose scritte, nero su bianco, nella relazione stilata dalla Commissione Antimafia sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo del calcio.
Ma Salvini sa anche benissimo quanti e quali sono i gruppi fascisti che riempiono, ogni domenica le curve di serie A, B e pure Lega Pro, perché proprio il Ministero dell’interno, nel 2017, ha pubblicato un censimento completo sulle tifoserie nel rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Dunque, Salvini, sa anche benissimo, che, su circa 300 gruppi censiti, quasi un centinaio sono di destra ed estrema destra.
D’altronde, quello dell’infiltrazione nel tifo calcistico non è un fenomeno recente dal momento che anche il fascismo si infiltrava nelle curve anche durante il Ventennio, perché sapeva che lo sport fa presa sulla gente.
Salvini tutte queste cose le sa e quindi l’abbraccio a Lucci non è stato né un errore, né una leggerezza, né un caso. E tali non sono stati neanche tutti i selfie con i boss e con altri personaggi legati alla criminalità organizzata, che ha collezionato prima di diventare ministro.
Memorabile sul web quello con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, boss “pentito” della mafia pugliese, già affiliato a Cosa Nostra e reo confesso di 72 omicidi.
Ancora rimbomba nell’aria quella definizione “ministro della malavita” che Saviano diede di lui in un video in cui l’autore di “Gomorra” puntava il dito contro le decisioni del Viminale sui sbarchi e migranti, mutuando un’espressione che lo storico Gaetano Salvemini aveva rivolto nei confronti di Giolitti, nel 1909, in un libro in cui denunciava la violenza politica dei suoi governi. Un’accusa che è valsa allo scrittore una querela presentata su carta intestata del Viminale. In quel video il giornalista disse che il responsabile del Viminale “da codardo, non ha detto niente contro la ‘ndrangheta e non ricorda i legami tra Lega Nord e la ‘ndrangheta”.
Salvini che cavalca l’onda securitaria come nessun altro; che ha imposto al governo la sua personale legge razziale; che cancella i permessi per motivi umanitari; che smantella l’unico sistema di accoglienza che funziona sui territori: gli SPRAR. Salvini che, mentre invoca la sacralità del presepe, butta in mezzo la strada famiglie con bambini in pieno inverno; Salvini che manda le ruspe contro i Rom.
Ma Salvini indossa le felpe della Polizia; Salvini dice che “chi spaccia lo considero alla pari di un assassino e ho l’obiettivo di bloccarlo e mandarlo in galera”; Salvini che, proprio ieri ha partecipato, nel comune di Sorbolo, in provincia di Parma, alla cerimonia di consegna alla Guardia di Finanza di un immobile confiscato alla criminalità organizzata in cui ha tuonato ”Siamo più forti noi. Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ‘ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido paese, ce la metteremo tutta”.
Eppure una recente inchiesta di Report che ha passato ai raggi X la Lega di Salvini nel Sud Italia, ha messo in fila i tanti casi imbarazzanti della classe dirigente leghista al sud.
Ad esempio, quello del suo coordinatore in Calabria e deputato leghista, Domenico Furgiuele, domiciliato in un immobile della moglie confiscato alla ‘ndragheta; oppure quello di Michele Marcianò, intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro a cui avrebbe offerto “disponibilità". C’è anche il caso di Avellino, dove è stato eletto in Comune con la lista leghista (prima dello scioglimento) Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Nell’intervista il figlio non prende le distanze dal padre, «per noi niente era vero di quelle accuse».
In Sicilia poi c’è il movimento “Noi con Salvini” che ha avuto come primo segretario Angelo Attaguile, catanese, ex diccì ed ex Mpa di Raffaele Lombardo (ex governatore siciliano per il quale la Corte di Cassazione, ad ottobre scorso, ha accolto il ricorso della procura generale di Catania ordinando un nuovo processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa).
Report ha pure raccontato la storia di Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi nella sua Meletto (provincia di Catania) e di suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone, su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio, segnalando la presenza dello zio al comizio del nipote per la corsa a sindaco a Meletto.
E c’è il caso di Carmelo Lo Monte, ora leghista dopo essere stato assessore in Sicilia con Totò Cuffaro (con un passato anche nell’Mpa, nel Centro democratico di Tabacci e nei socialisti), su cui pende una condanna della Corte dei Conti per presunte assunzioni illegittime al 118. La puntata raccontava anche alcune vicende dei salviniani di Palermo, con il caso dei due fratelli Salvino e Mario Caputo: dopo la condanna del primo per tentato abuso d’ufficio, il secondo si è candidato alle regionali.
Salvini, allora, ha mandato come commissario in Sicilia il senatore e sottosegretario agli Interni, Stefano Candiani. E questi si è trovato alle prese con il caso di Tony Rizzotto, unico deputato leghista all’Assemblea regionale siciliana, ex presidente dell’Ente di formazione” Isfordd”, denunciato da alcuni dipendenti per la presunta sottrazione di fondi dello stesso ente. Candiani, interpellato sull’elevato numero di transfughi confluiti nella Lega da altri partiti (ad Agrigento il referente è Angelo Collura, ex alfaniano, a Enna Edoardo Leanza, ex Fi, a Messina Matteo Francilia, ex Udc), ha spiegato: «Si vede che sono stati folgorati sulla via di Damasco, non si tratta di trasformismo, a volte cambiare opinione è sintomo di intelligenza».
Quanto ai bilanci di “Noi con Salvini”, Attaguile non li ha forniti a Report. E neppure il tesoriere della Lega Nord, Giulio Centemero, nonostante la recentissima condanna della Corte d’appello nell’ambito del processo per la maxi truffa ai danni dello Stato da 49 milioni, forse riciclati in Lussemburgo secondo quanto rivelato nell’ultimo numero de L‘Espresso.
Salvini non è incoerente. Tanto i suoi gesti quanto le sue dichiarazioni rispondono ad una strategia precisa. Non gli interessa affatto lo svilimento del suo ruolo istituzionale, ma come e quanto quel ruolo gli può servire per continuare ad edificare il suo personale sistema di potere pronto a rimpiazzare il buco lasciato dal clan di Renzi. Quello di Salvini non è mai stato il ministero dell’interno, ma un ministero della propaganda: il suo.
E le Stelle (Cinque) stanno a guardare.
Fonte
Incalzato dai giornalisti su quell’incontro immortalato dai fotografi, Salvini ha ironizzato così: “Sono un indagato fra gli indagati”.
A chi gli ha fatto presente che Lucci non era affatto un indagato ma un pregiudicato ha risposto secco: “Lui un pregiudicato? Io mi occupo di quello che accade da domani in avanti. Chi ha sbagliato in passato e ha pagato, spero che non lo rifaccia”, ha spiegato il ministro dell’Interno che poi ha precisato di non essere affatto pentito per quell’abbraccio.
Ma chi è Luca Lucci? Innanzitutto è il “vice“ di Giancarlo “Sandokan” Lombardi, leader della curva sud del Meazza condannato a 3 anni e 8 mesi, coinvolto in un’inchiesta contro il clan mafioso dei “Fidanzati”.
Colpito da tre Daspo, a settembre scorso, Lucci ha patteggiato un anno e mezzo per traffico di sostanze stupefacenti. Il suo nome compare perfino in un agguato di ‘ndrangheta, quando la sua auto fu utilizzata per l’assassino dell’avvocatessa Maria Spinella a Segrate.
Nel febbraio 2009 Lucci fu anche condannato in primo grado a 4 anni e mezzo per aver aggredito e causato la perdita di un occhio a Virgilio Motta, durante il derby di Milano del 15 febbraio 2009. Gli ultras rossoneri avevano srotolato un grosso striscione che non riavvolsero dopo il fischio d’inizio ed impedendo così ai tifosi interisti, situati al primo anello, di vedere la partita.
Dopo una decina di minuti gli interisti della Banda ”Bagaj” (club nerazzurro nato per portare i bambini allo stadio), spazientiti, chiesero di rimuovere lo striscione. Ne venne fuori un diverbio ed i tifosi dell’Inter, esasperati, strapparono un pezzo di striscione per poter vedere la partita. A quel punto partì una spedizione punitiva da parte degli ultrà, capeggiati dal Lucci, verso il primo anello, settore dello stadio occupato da tifosi dell’Inter “normali”, inclusi bambini e famiglie. Nel mezzo del parapiglia Lucci sferrò un pugno in faccia a Virgilio Motta, spappolandogli un bulbo oculare e rendendolo per sempre cieco dall’occhio sinistro.
Per quella violenta aggressione Lucci fu appunto condannato a 4 anni e mezzo di carcere ed a risarcire la vittima dell’aggressione con una provvisionale di 140 mila euro. Tuttavia venne riconosciuto come nullatenente e, pertanto, non versò un quattrino.
In seguito, a causa dell’invalidità procuratagli dal Lucci, il povero Virgilio Motta perse il lavoro, sprofondò in un crisi depressiva ed il 24 maggio 2012 si suicidò, lasciando la moglie e una bambina.
Da Ministro dell’Interno, Salvini non può non sapere chi è Lucci. Salvini non si è affatto “sbagliato” ed è fuori strada chi lo accusa solo di “mancanza di opportunità per il ruolo istituzionale che ricopre” (dichiarazione di Emanuele Fiano, PD).
Salvini sa benissimo cosa c’è dentro e dietro i gruppi organizzati delle curve, che campano sulle creste sui biglietti, sul traffico di stupefacenti e su tanto altro ancora. Salvini sa bene che nelle curve degli stadi di calcio si muovono anche interessi criminali.
La ‘ndrangheta a Torino è riuscita ad inserirsi come «intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus».
A Napoli e a Catania, capi ultras sono «organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o ad esse collegate».
Ma anche a Genova «le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle delle associazioni di tipo mafioso».
Sono tutte cose scritte, nero su bianco, nella relazione stilata dalla Commissione Antimafia sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo del calcio.
Ma Salvini sa anche benissimo quanti e quali sono i gruppi fascisti che riempiono, ogni domenica le curve di serie A, B e pure Lega Pro, perché proprio il Ministero dell’interno, nel 2017, ha pubblicato un censimento completo sulle tifoserie nel rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Dunque, Salvini, sa anche benissimo, che, su circa 300 gruppi censiti, quasi un centinaio sono di destra ed estrema destra.
D’altronde, quello dell’infiltrazione nel tifo calcistico non è un fenomeno recente dal momento che anche il fascismo si infiltrava nelle curve anche durante il Ventennio, perché sapeva che lo sport fa presa sulla gente.
Salvini tutte queste cose le sa e quindi l’abbraccio a Lucci non è stato né un errore, né una leggerezza, né un caso. E tali non sono stati neanche tutti i selfie con i boss e con altri personaggi legati alla criminalità organizzata, che ha collezionato prima di diventare ministro.
Memorabile sul web quello con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, boss “pentito” della mafia pugliese, già affiliato a Cosa Nostra e reo confesso di 72 omicidi.
Ancora rimbomba nell’aria quella definizione “ministro della malavita” che Saviano diede di lui in un video in cui l’autore di “Gomorra” puntava il dito contro le decisioni del Viminale sui sbarchi e migranti, mutuando un’espressione che lo storico Gaetano Salvemini aveva rivolto nei confronti di Giolitti, nel 1909, in un libro in cui denunciava la violenza politica dei suoi governi. Un’accusa che è valsa allo scrittore una querela presentata su carta intestata del Viminale. In quel video il giornalista disse che il responsabile del Viminale “da codardo, non ha detto niente contro la ‘ndrangheta e non ricorda i legami tra Lega Nord e la ‘ndrangheta”.
Salvini che cavalca l’onda securitaria come nessun altro; che ha imposto al governo la sua personale legge razziale; che cancella i permessi per motivi umanitari; che smantella l’unico sistema di accoglienza che funziona sui territori: gli SPRAR. Salvini che, mentre invoca la sacralità del presepe, butta in mezzo la strada famiglie con bambini in pieno inverno; Salvini che manda le ruspe contro i Rom.
Ma Salvini indossa le felpe della Polizia; Salvini dice che “chi spaccia lo considero alla pari di un assassino e ho l’obiettivo di bloccarlo e mandarlo in galera”; Salvini che, proprio ieri ha partecipato, nel comune di Sorbolo, in provincia di Parma, alla cerimonia di consegna alla Guardia di Finanza di un immobile confiscato alla criminalità organizzata in cui ha tuonato ”Siamo più forti noi. Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ‘ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido paese, ce la metteremo tutta”.
Eppure una recente inchiesta di Report che ha passato ai raggi X la Lega di Salvini nel Sud Italia, ha messo in fila i tanti casi imbarazzanti della classe dirigente leghista al sud.
Ad esempio, quello del suo coordinatore in Calabria e deputato leghista, Domenico Furgiuele, domiciliato in un immobile della moglie confiscato alla ‘ndragheta; oppure quello di Michele Marcianò, intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro a cui avrebbe offerto “disponibilità". C’è anche il caso di Avellino, dove è stato eletto in Comune con la lista leghista (prima dello scioglimento) Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Nell’intervista il figlio non prende le distanze dal padre, «per noi niente era vero di quelle accuse».
In Sicilia poi c’è il movimento “Noi con Salvini” che ha avuto come primo segretario Angelo Attaguile, catanese, ex diccì ed ex Mpa di Raffaele Lombardo (ex governatore siciliano per il quale la Corte di Cassazione, ad ottobre scorso, ha accolto il ricorso della procura generale di Catania ordinando un nuovo processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa).
Report ha pure raccontato la storia di Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi nella sua Meletto (provincia di Catania) e di suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone, su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio, segnalando la presenza dello zio al comizio del nipote per la corsa a sindaco a Meletto.
E c’è il caso di Carmelo Lo Monte, ora leghista dopo essere stato assessore in Sicilia con Totò Cuffaro (con un passato anche nell’Mpa, nel Centro democratico di Tabacci e nei socialisti), su cui pende una condanna della Corte dei Conti per presunte assunzioni illegittime al 118. La puntata raccontava anche alcune vicende dei salviniani di Palermo, con il caso dei due fratelli Salvino e Mario Caputo: dopo la condanna del primo per tentato abuso d’ufficio, il secondo si è candidato alle regionali.
Salvini, allora, ha mandato come commissario in Sicilia il senatore e sottosegretario agli Interni, Stefano Candiani. E questi si è trovato alle prese con il caso di Tony Rizzotto, unico deputato leghista all’Assemblea regionale siciliana, ex presidente dell’Ente di formazione” Isfordd”, denunciato da alcuni dipendenti per la presunta sottrazione di fondi dello stesso ente. Candiani, interpellato sull’elevato numero di transfughi confluiti nella Lega da altri partiti (ad Agrigento il referente è Angelo Collura, ex alfaniano, a Enna Edoardo Leanza, ex Fi, a Messina Matteo Francilia, ex Udc), ha spiegato: «Si vede che sono stati folgorati sulla via di Damasco, non si tratta di trasformismo, a volte cambiare opinione è sintomo di intelligenza».
Quanto ai bilanci di “Noi con Salvini”, Attaguile non li ha forniti a Report. E neppure il tesoriere della Lega Nord, Giulio Centemero, nonostante la recentissima condanna della Corte d’appello nell’ambito del processo per la maxi truffa ai danni dello Stato da 49 milioni, forse riciclati in Lussemburgo secondo quanto rivelato nell’ultimo numero de L‘Espresso.
Salvini non è incoerente. Tanto i suoi gesti quanto le sue dichiarazioni rispondono ad una strategia precisa. Non gli interessa affatto lo svilimento del suo ruolo istituzionale, ma come e quanto quel ruolo gli può servire per continuare ad edificare il suo personale sistema di potere pronto a rimpiazzare il buco lasciato dal clan di Renzi. Quello di Salvini non è mai stato il ministero dell’interno, ma un ministero della propaganda: il suo.
E le Stelle (Cinque) stanno a guardare.
Fonte
23/11/2018
A chi è in mano lo spaccio di cocaina? Minimizzare ci fa un danno. Parliamone
Trovo che il dibattito aperto da Francesco Piobbichi sul tema delle sostanze sia urgente anche se forse tardivo.
Sono ormai anni che pochi romantici, con scarsi risultati, cercano di sollevare il velo di imbarazzata complicità che nel movimento si è scelto di mantenere per coprire abitudini e stili di vita che, pur rientrando nella sfera della libertà di coscienza, non possono non avere ricadute anche su di un piano specificamente politico.
E’ bene chiarirsi subito. Qui non si vuole aprire una questione etica, tantomeno invocare politiche repressive ma molto più onestamente svelare la grave incoerenza tra quello che diciamo di essere e quello che siamo diventati. Perché a partire dalla cocaina, vista sia dal punto di vista del mercato che del consumo, è possibile capire l’involuzione politica e umana che, da una quindicina di anni a questa parte, tanti nostri spazi hanno subito.
Che Roma sia la prima città in Italia per consumo di cocaina e una tra le prime in Europa è cosa nota, ce lo dice il Dipartimento nazionale antidroga e ce lo abbiamo più concretamente ogni giorno davanti agli occhi.
A Roma si stima vengano consumate 8,7 dosi al giorno ogni 1000 abitanti a fronte dei 6,5 della media nazionale. Statistica che senza troppa fantasia possiamo considerare arrotondata per difetto e che ha portato Roberto Saviano a definire Roma, la Capitale della cocaina, una “narcocittà”.
Ma torniamo a noi. E’ sempre bello mangiare in una delle tante cucine autogestite o trattorie popolari che sono nate all’interno dei nostri spazi. L’attenzione per la qualità, la ricerca del biologico e in generale la filiera corta sono elementi che raccontano una giusta attenzione e sensibilità per il mondo che abbiamo attorno.
Se vogliamo bere qualcosa sicuramente non troveremo la Coca-cola che uccide e sevizia i sindacalisti in Sudamerica. Giusto, giustissimo, sacrosanto. Trovo bizzarro però che questa sensibilità e attenzione non la si mantenga invece quando ci si trova di fronte alla cocaina. Forse perché la filiera corta in questo caso non esiste, nessun cocalero boliviano scenderà dalle Ande per portarci la foglia di coca a casa. A bussarci sarà presumibilmente qualche povero cristo, pronto ad infamare e ad essere infamato alla prima occasione.
Le più recenti operazioni antidroga della capitale al di là dei nomi mitologici come Tempio, Babylonia e Luna Nera del 2014 o folkloristici come Hampa e Romanzo criminale del 2018, ci dicono tante cose ma soprattutto che rispetto al passato le principali organizzazioni criminali non gestiscono più direttamente il mercato delle sostanze ma si affidano a consorterie autoctone che trattano alla pari con queste.
Una divisione del lavoro funzionale ed efficiente, non potrebbe essere altrimenti, che vede calabresi e napoletani unici registi ma impegnati nella logistica solo fino ai confini del Grande raccordo anulare. Da qui in poi ci pensano quelli che conoscono bene il territorio e gli equilibri criminali che vi convivono.
Quali sono queste consorterie e soprattutto da chi sono formate? Non occorre andare in Procura o infilarsi nei tribunali, tanti nomi si possono trovare semplicemente sfogliando i quotidiani, altri li si conosce per triste fama. Quello che manca spesso nel nostro ambiente è l’interesse a farlo. Del resto quando importanti quantità di sostanze vengono ritrovate dentro uno spazio sociale, le reazioni non sono mai di condanna e di presa di distanza ma si cerca di minimizzare come se si cercasse di realizzare un mercato alternativo, più buono, più compagno. Non è così.
Il mercato delle sostanze è saldamente nelle mani del nostro nemico. I proventi di tale mercato finiscono in tante tasche. Le briciole in quelle del percolato della società che troviamo per strada, fatto di ceffi e disperatoni, picchiatori, fascisti, papponi di varia natura, le somme più grandi in quelle di chi fa “economia” investendo sull’intrattenimento, aprendo bar, pub, discoteche, gestendo e organizzando serate e concerti.
Il grosso in quelle di chi non vedremo e conosceremo mai. Comunque mai nelle nostre. E per fortuna. Perché quando qualcuno del nostro mondo si arricchisce o semplicemente campa così, fa del male a tutti. E a questa gente in altri tempi non avremmo lasciato nemmeno il primo grado di giudizio. Parliamone.
Fonte
Sono ormai anni che pochi romantici, con scarsi risultati, cercano di sollevare il velo di imbarazzata complicità che nel movimento si è scelto di mantenere per coprire abitudini e stili di vita che, pur rientrando nella sfera della libertà di coscienza, non possono non avere ricadute anche su di un piano specificamente politico.
E’ bene chiarirsi subito. Qui non si vuole aprire una questione etica, tantomeno invocare politiche repressive ma molto più onestamente svelare la grave incoerenza tra quello che diciamo di essere e quello che siamo diventati. Perché a partire dalla cocaina, vista sia dal punto di vista del mercato che del consumo, è possibile capire l’involuzione politica e umana che, da una quindicina di anni a questa parte, tanti nostri spazi hanno subito.
Che Roma sia la prima città in Italia per consumo di cocaina e una tra le prime in Europa è cosa nota, ce lo dice il Dipartimento nazionale antidroga e ce lo abbiamo più concretamente ogni giorno davanti agli occhi.
A Roma si stima vengano consumate 8,7 dosi al giorno ogni 1000 abitanti a fronte dei 6,5 della media nazionale. Statistica che senza troppa fantasia possiamo considerare arrotondata per difetto e che ha portato Roberto Saviano a definire Roma, la Capitale della cocaina, una “narcocittà”.
Ma torniamo a noi. E’ sempre bello mangiare in una delle tante cucine autogestite o trattorie popolari che sono nate all’interno dei nostri spazi. L’attenzione per la qualità, la ricerca del biologico e in generale la filiera corta sono elementi che raccontano una giusta attenzione e sensibilità per il mondo che abbiamo attorno.
Se vogliamo bere qualcosa sicuramente non troveremo la Coca-cola che uccide e sevizia i sindacalisti in Sudamerica. Giusto, giustissimo, sacrosanto. Trovo bizzarro però che questa sensibilità e attenzione non la si mantenga invece quando ci si trova di fronte alla cocaina. Forse perché la filiera corta in questo caso non esiste, nessun cocalero boliviano scenderà dalle Ande per portarci la foglia di coca a casa. A bussarci sarà presumibilmente qualche povero cristo, pronto ad infamare e ad essere infamato alla prima occasione.
Le più recenti operazioni antidroga della capitale al di là dei nomi mitologici come Tempio, Babylonia e Luna Nera del 2014 o folkloristici come Hampa e Romanzo criminale del 2018, ci dicono tante cose ma soprattutto che rispetto al passato le principali organizzazioni criminali non gestiscono più direttamente il mercato delle sostanze ma si affidano a consorterie autoctone che trattano alla pari con queste.
Una divisione del lavoro funzionale ed efficiente, non potrebbe essere altrimenti, che vede calabresi e napoletani unici registi ma impegnati nella logistica solo fino ai confini del Grande raccordo anulare. Da qui in poi ci pensano quelli che conoscono bene il territorio e gli equilibri criminali che vi convivono.
Quali sono queste consorterie e soprattutto da chi sono formate? Non occorre andare in Procura o infilarsi nei tribunali, tanti nomi si possono trovare semplicemente sfogliando i quotidiani, altri li si conosce per triste fama. Quello che manca spesso nel nostro ambiente è l’interesse a farlo. Del resto quando importanti quantità di sostanze vengono ritrovate dentro uno spazio sociale, le reazioni non sono mai di condanna e di presa di distanza ma si cerca di minimizzare come se si cercasse di realizzare un mercato alternativo, più buono, più compagno. Non è così.
Il mercato delle sostanze è saldamente nelle mani del nostro nemico. I proventi di tale mercato finiscono in tante tasche. Le briciole in quelle del percolato della società che troviamo per strada, fatto di ceffi e disperatoni, picchiatori, fascisti, papponi di varia natura, le somme più grandi in quelle di chi fa “economia” investendo sull’intrattenimento, aprendo bar, pub, discoteche, gestendo e organizzando serate e concerti.
Il grosso in quelle di chi non vedremo e conosceremo mai. Comunque mai nelle nostre. E per fortuna. Perché quando qualcuno del nostro mondo si arricchisce o semplicemente campa così, fa del male a tutti. E a questa gente in altri tempi non avremmo lasciato nemmeno il primo grado di giudizio. Parliamone.
Fonte
12/11/2018
Sullo spaccio e la mafia
Penso che dovremmo iniziare a mettere in agenda qualche punto per provare a combattere lo spaccio e la mafia nelle città. La delineo per titoli, sperando finalmente che queste riflessioni siano utili per discutere.
1) Costruire l’antimafia dal basso con la rigenerazione sociale dei quartieri e la partecipazione. Ciò vuol dire riconfigurare i nostri luoghi sociali, i loro tempi e le loro pratiche.
Schematizzando: più pratiche sociali e meno concerti.
2) Costruire pratiche diffuse sul concetto di prevenzione dei comportamenti a rischio e chiedere che vengano sostenute come politica d’intervento pubblica.
Schematizzando: meglio un insegnante in più che una pattuglia con i cani davanti una scuola. Meglio un operatore di comunità in più che una telecamera nei parchi.
3) Concepire il controllo popolare come inchiesta dal basso sull’espansione delle reti criminali nazionali ed internazionali.
Schematizzando: la mafia nigeriana o albanese non è diversa da quella italiana. È la stessa merda.
4) Proporre politiche che governino il fenomeno delle dipendenze nelle città potenziando i servizi di cura e riduzione del danno dei consumatori problematici. Dando ai servizi per le dipendenze possibili tutte le opzioni praticabili di cura (anche somministrazione dell’eroina). Le farmacie comunali devono avere la possibilità di vendere le sostanze dietro ricetta medica. Sì, avete letto bene: le farmacie comunali dietro ricetta medica prescrivono tutte le sostanze, anche le leggere. I ricavati – e saranno parecchi, credetemi – andranno a sostenere politiche sociali nel territorio.
La cessione privata delle sostanze deve rimanere proibita (non l’autocoltivazione a fini personali, 4 piante per abitazione).
Schematizzando meglio: un approccio pubblico di governo del fenomeno delle dipendenze che tutela la salute, piuttosto che il Governo della mafia.
5) Denunciare, dati alla mano, il fallimento della “tolleranza zero”, che non fa altro che alimentare le mafie e sperperare denaro pubblico.
Schematizzando: più sociale meno penale.
6) Proibire le pubblicità dell’alcool e dei pacchetti di stili di vita che favoriscono il consumo.
Schematizzando: meglio la cultura della sobrietà che quella del disciplinamento al consumo.
Ps. Il consumo di una sostanza illegale (pesante) non è mai consapevole; mai, dato che non si avrà mai l’esatta composizione della stessa e quindi gli effetti che questa produce, dato che è generata illegalmente. Anche l’autoanalisi delle stesse, che viene fatta in pochi e rarissimi casi, è sempre approssimativa. Nel lungo periodo non abbiamo inoltre dati sugli effetti che le sostanze chimiche possono provocare nell’organismo (cancro, malattie cardiovascolari).
Schematizzando: l’uso consapevole non esiste per le sostanze chimiche illegali.
Ps.ps. Il fenomeno della crescita delle mafie legate allo spaccio delle sostanze è un problema democratico e sociale che investe i territori, come ad esempio la xenofobia e la guerra tra poveri. Per questo penso (dal punto di vista politico) che il consumo della Cocaina, come già avviene per l’eroina, vada impedito negli spazi dell’autorganizzazione sociale e che vadano sanzionati quei luoghi che dietro il concetto di autorganizzazione tollerano dinamiche di consumo interno.
Fino a quando non saremo chiari su questi temi non aspettatevi baci dalle persone che vivono intorno ai nostri luoghi nei quartieri, se vogliamo costruire la nostra legittimità politica certi passaggi sono necessari.
Schematizzando: Fausto e Iaio come Peppino Impastato sono martiri da onorare nel presente.
Ps.ps. Mi piacerebbe discutere di questi temi pubblicamente. In molti dopo che ho scritto sul tema della cocaina e del suo utilizzo nei nostri luoghi mi hanno contattato in privato dicendomi che ho fatto bene ad aprire la discussione è rompere il tabù , ma nessuno fino ad ora si è fatto avanti per discuterne pubblicamente. Abbiate coraggio, aprite la discussione!
Fonte
1) Costruire l’antimafia dal basso con la rigenerazione sociale dei quartieri e la partecipazione. Ciò vuol dire riconfigurare i nostri luoghi sociali, i loro tempi e le loro pratiche.
Schematizzando: più pratiche sociali e meno concerti.
2) Costruire pratiche diffuse sul concetto di prevenzione dei comportamenti a rischio e chiedere che vengano sostenute come politica d’intervento pubblica.
Schematizzando: meglio un insegnante in più che una pattuglia con i cani davanti una scuola. Meglio un operatore di comunità in più che una telecamera nei parchi.
3) Concepire il controllo popolare come inchiesta dal basso sull’espansione delle reti criminali nazionali ed internazionali.
Schematizzando: la mafia nigeriana o albanese non è diversa da quella italiana. È la stessa merda.
4) Proporre politiche che governino il fenomeno delle dipendenze nelle città potenziando i servizi di cura e riduzione del danno dei consumatori problematici. Dando ai servizi per le dipendenze possibili tutte le opzioni praticabili di cura (anche somministrazione dell’eroina). Le farmacie comunali devono avere la possibilità di vendere le sostanze dietro ricetta medica. Sì, avete letto bene: le farmacie comunali dietro ricetta medica prescrivono tutte le sostanze, anche le leggere. I ricavati – e saranno parecchi, credetemi – andranno a sostenere politiche sociali nel territorio.
La cessione privata delle sostanze deve rimanere proibita (non l’autocoltivazione a fini personali, 4 piante per abitazione).
Schematizzando meglio: un approccio pubblico di governo del fenomeno delle dipendenze che tutela la salute, piuttosto che il Governo della mafia.
5) Denunciare, dati alla mano, il fallimento della “tolleranza zero”, che non fa altro che alimentare le mafie e sperperare denaro pubblico.
Schematizzando: più sociale meno penale.
6) Proibire le pubblicità dell’alcool e dei pacchetti di stili di vita che favoriscono il consumo.
Schematizzando: meglio la cultura della sobrietà che quella del disciplinamento al consumo.
Ps. Il consumo di una sostanza illegale (pesante) non è mai consapevole; mai, dato che non si avrà mai l’esatta composizione della stessa e quindi gli effetti che questa produce, dato che è generata illegalmente. Anche l’autoanalisi delle stesse, che viene fatta in pochi e rarissimi casi, è sempre approssimativa. Nel lungo periodo non abbiamo inoltre dati sugli effetti che le sostanze chimiche possono provocare nell’organismo (cancro, malattie cardiovascolari).
Schematizzando: l’uso consapevole non esiste per le sostanze chimiche illegali.
Ps.ps. Il fenomeno della crescita delle mafie legate allo spaccio delle sostanze è un problema democratico e sociale che investe i territori, come ad esempio la xenofobia e la guerra tra poveri. Per questo penso (dal punto di vista politico) che il consumo della Cocaina, come già avviene per l’eroina, vada impedito negli spazi dell’autorganizzazione sociale e che vadano sanzionati quei luoghi che dietro il concetto di autorganizzazione tollerano dinamiche di consumo interno.
Fino a quando non saremo chiari su questi temi non aspettatevi baci dalle persone che vivono intorno ai nostri luoghi nei quartieri, se vogliamo costruire la nostra legittimità politica certi passaggi sono necessari.
Schematizzando: Fausto e Iaio come Peppino Impastato sono martiri da onorare nel presente.
Ps.ps. Mi piacerebbe discutere di questi temi pubblicamente. In molti dopo che ho scritto sul tema della cocaina e del suo utilizzo nei nostri luoghi mi hanno contattato in privato dicendomi che ho fatto bene ad aprire la discussione è rompere il tabù , ma nessuno fino ad ora si è fatto avanti per discuterne pubblicamente. Abbiate coraggio, aprite la discussione!
Fonte
15/11/2017
I fascisti, le banche, le piste nere delle rapine/2
Abbiamo segnalato nella prima parte di questa inchiesta, le strette connessioni tra i fascisti e lo spaccio di droga nel nostro paese. Di certo non una novità, ma i fatti messi in fila uno dietro l’altro fanno una idea tutt’altro che casuale di tali connessioni.
Ma c’è un altro filone in queste relazioni particolari tra fascisti e malavita: le rapine. Anche qui è la cronaca nera degli ultimi anni – in particolare durante e subito dopo la “mattanza” del 2011 a Roma – a segnalare i fatti ma evitando sempre di metterli in connessione tra loro. Non lo hanno fatto i cronisti né gli inquirenti, legittimando così una immagine dei fascisti come schegge impazzite, lupi solitari, magari un po’ border line. Eppure proprio il tesoretto delle rapine alla fine degli anni ‘70 consentì quella “accumulazione primitiva” di capitali neri a Londra da cui si è poi dipanata una ragnatela di società finanziarie che fanno girare i soldi, tanti soldi, negli ambienti neofascisti.
Marzo 2012/Febbraio 2016: tra i quattro rapinatori arrestati a marzo 2012 per il colpo all’Unicredit di piazza di Spagna avvenuto il 19 dicembre del 2011, c’è ancora una volta un ex militante dei Nar: Claudio Ragno. Ragno era entrato nella filiale Unicredit del centro storico con una casacca della polizia municipale. I metal detector della banca erano disattivati e così i rapinatori erano riusciti a portare all’interno una pistola. Claudio Ragno, romano (di zona nord) venne arrestato insieme a Luigi Aronica, Marco Di Vittorio e altri militanti dei Nar nell’ottobre del 1980. Scarcerato, viene più volte arrestato per rapina: nel 1988, per un colpo in banca a viale Mazzini, insieme a un altro militante dei Nar e ad uno degli arrestati per quest’ultimo colpo in banca, Silvano Panciotti. Nel 1994, Ragno viene arrestato insieme ad un altro fascista Massimino Rampelli. Al momento della cattura, i due vennero trovati in possesso di coltelli e materiale per mascherarsi. Rampelli, che e’ privo del braccio sinistro, indossava un giubbotto con un arto artificiale. I due dovranno rispondere di tentata rapina aggravata, porto abusivo di armi e ricettazione. Obiettivo era la banca Popolare di Rieti. Eppure solo quattro anni dopo (febbraio 2016) Claudio Ragno, di nuovo libero, viene arrestato dalla polizia sul litorale nord di Roma per la rapina del giorno prima all’ufficio postale di via Val Pellice dove avevano dato vita ad uno scontro a fuoco. I due si erano rifugiati in una villa a Fregene risultata di proprietà di uno degli arrestati, Giordano Grilli di 30 anni, incensurato e troppo giovane dunque per avere un passato negli anni neri.
Ottobre 2012: i carabinieri arrestano due pregiudicati romani. Si tratta di Fabio Giannotta, 35 anni e Mauro Santori, 46, ritenuti responsabili di concorso nella detenzione delle armi rinvenute il 17 dicembre del 2011 dai Carabinieri nel quartiere Alessandrino. In quell'occasione i carabinieri rinvennero e sequestrarono, all’interno di un box, un vero e proprio arsenale: un fucile d’assalto cinese, un kalashnikov, due pistole mitragliatrici, un pistola, 16 armi da fuoco provenienti da furti e rapine (15 pistole semiautomatiche e a tamburo e un fucile a pompa), 1 autovettura e 2 motoveicoli rubati (uno dei quali con a bordo due pistole con il colpo in canna), e materiale di travisamento. Allora furono arrestati in flagranza di reato due uomini, tra cui il pregiudicato Claudio Nuccetelli e un incensurato, tuttora detenuti nel carcere romano di Regina Coeli.
Fabio Giannotta, è una vecchia conoscenza dell’area neofascista romana. Figlio di Carlo Giannotta ex-segretario della sezione dell’ex-Msi di Acca Larentia e ritenuto il “custode” della sede; fratello del capo ufficio al Decoro Urbano della società municipalizzata capitolina Ama coinvolto nello scandalo parentopoli nella giunta Alemanno. Fabio Giannotta ha preso parte alla tentata rapina alla gioielleria Bulgari nel centro storico di Roma nel 2007 insieme a Claudio Nuccetelli.
Novembre 2012: tra il gruppo di malavitosi che a Roma stavano per mettere a segno una rapina a mano armata in una sala Bingo in via Baldo degli Ubaldi, spunta un nome già conosciuto: quello di Massimiliano Taddeini, fascista, ex militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar) e Terza Posizione, soprannominato l’Ala.
I tre sono stati fermati in quanto poco prima dell’irruzione erano stati notati da una pattuglia dei carabinieri della compagnia San Pietro perché erano passati col rosso a un semaforo. I carabinieri li hanno seguiti fino al Bingo e poi li hanno fermati e perquisiti, trovando le pistole cariche. Ora dovranno rispondere di porto abusivo d’armi e ricettazione. Uno dei mezzi sui quali viaggiavano è risultato rubato.
Taddeini, legato a Ciavardini e Fioravanti, aveva militato nei Nar e poi in Terza Posizione. Taddeini era anche molto legato a Nanni De Angelis, il militante dei Nar “morto” in carcere dopo essere stato fermato dalla polizia, “con cui condivideva tutto. Su questo asse si reggeva sia la squadra di rugby che l’organizzazione di Terza Posizione”.
Taddeini fu accusato e condannato a sei anni di reclusione per associazione sovversiva e banda armata. Scontata la pena è tornato però in carcere nel 1993 quando, dopo una soffiata, i carabinieri trovarono nel suo appartamento sulla via Braccianense un latitante, Antonio Fiorentino, all’epoca ricercato per rapina, porto e detenzione abusiva d’armi.
Marzo 2016: non erano gli “zingari” e neanche i rumeni. All’alba di martedì 15 marzo i carabinieri di Roma hanno eseguito una vasta operazione anticrimine nei confronti di 24 persone accusate di associazione a delinquere finalizzata a compiere rapine violente in abitazioni. Per gli investigatori, a capo della banda che rapinava case nella capitale ci sarebbe Manlio Vitale, detto ‘er Gnappa’ e considerato già esponente di spicco della banda della Magliana. Le accuse per gli arrestati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di rapine in abitazioni al furto e alla ricettazione, detenzione e al porto abusivo di armi da fuoco.
Manlio Vitale, è una vecchia conoscenza sia nella malavita romana che tra i fascisti. Tant’è che l’operazione dei carabinieri è stata chiamata in codice “Vecchie Glorie”. Ma Manlio Vitale detto “er Gnappa” non è stato solo un malavitoso. Le sue frequentazioni con i fascisti sono note e rimandano al famoso giro del “Fungo” (il particolare bar all’Eur) dove anche recentemente era solito incontrarsi Carminati con gli altri fascisti imputati nell’inchiesta su Mafia Capitale. Il 18 ottobre del 1975 proprio al Fungo, vengono beccati tre boss della ‘ndrangheta insieme a Gnappa. La polizia arresta infatti Paolo De Stefano, don Peppe Piromalli, Pasquale Condello, Gianfranco Urbani e appunto Manlio Vitale. “Tale riunione, lungi dall’essere una mera riunione conviviale costituiva invece una vera e propria riunione mafiosa ad alto livello” si legge nelle informative dell’epoca.
Luglio 2017: i Carabinieri e la Criminalpol, hanno arrestato in Kenya, in un centro commerciale di Nairobi, il fascista Carlo Gentile, 51 anni romano, ricercato dal 2015, perché ritenuto responsabile di due omicidi maturati nel mondo della criminalità della Capitale.
Gentile, il cui nome era comparso di sfuggita anche nelle indagini sul “mondo di mezzo” di Massimo Carminati, era stato un picchiatore del Fronte della Gioventù. Nei primi anni 80 era stato arrestato per una serie di rapine. Una delle ipotesi è che fossero di finanziamento per i latitanti e i detenuti dei Nar. Nel 1994, mentre era in semilibertà era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver partecipato a una rapina con altri detenuti semiliberi (due dei Nar, uno dei Nap).
Gentile è uno dei numerosi fascisti in strettissima connessione con gli ambienti criminali della Capitale. Recentemente era ricercato per gli omicidi di Federico Di Meo, assassinato a Velletri e di Sesto Corvini, un imprenditore assassinato a Casalpolocco, commessi nell’arco di 15 giorni nell’autunno del 2013. In particolare, per l’omicidio di Federico Di Meo, lo scorso 12 luglio, Carlo Gentile è stato condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Frosinone. In entrambi i delitti il mandante risulterebbe essere un malavitoso albanese e il complice di Gentile un killer pentitosi dopo l’arresto per un altro delitto.
Novembre 2017: l’ultima vicenda è di pochi giorni fa. Del gruppo intercettato e arrestato dalla polizia il pomeriggio del 7 novembre fuori dalla Banca del Credito Cooperativo di Palestrina (vicino Roma) facevano parte infatti personaggi del calibro di Corrado Ovidi, Massimo Mariani e Franco Oddo. Insieme a loro c’era anche un poliziotto già sospeso dal servizio perché implicato in un’indagine per droga: aveva il compito di ascoltare le frequenze radio delle forze dell’ordine dalla sua auto e segnalare gli spostamenti delle pattuglie ai complici su un altro veicolo. Corrado Ovidi è un fascista “pesante” della zona di San Giovanni, frequentatore della famigerata sede di Movimento Politico di via Domodossola. Anche Massimo Mariani è un noto fascista. Mariani insieme a a Manuel Ovidi, fratello di Corrado, era stato condannato per rapina a sette anni di carcere nel 2013.
Dunque, ci sono una serie di fatti, una serie di nomi che tornano, una serie di connessioni che andrebbero lette nel loro insieme. Eppure inquirenti e cronisti hanno finora evitato di farlo, esattamente come la relazione annuale dei servizi di sicurezza che ha contribuito a costruire l’immagine dei fascisti come “bravi ragazzi impegnati nel sociale”. Ne parleremo ancora.
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Ma c’è un altro filone in queste relazioni particolari tra fascisti e malavita: le rapine. Anche qui è la cronaca nera degli ultimi anni – in particolare durante e subito dopo la “mattanza” del 2011 a Roma – a segnalare i fatti ma evitando sempre di metterli in connessione tra loro. Non lo hanno fatto i cronisti né gli inquirenti, legittimando così una immagine dei fascisti come schegge impazzite, lupi solitari, magari un po’ border line. Eppure proprio il tesoretto delle rapine alla fine degli anni ‘70 consentì quella “accumulazione primitiva” di capitali neri a Londra da cui si è poi dipanata una ragnatela di società finanziarie che fanno girare i soldi, tanti soldi, negli ambienti neofascisti.
Marzo 2012/Febbraio 2016: tra i quattro rapinatori arrestati a marzo 2012 per il colpo all’Unicredit di piazza di Spagna avvenuto il 19 dicembre del 2011, c’è ancora una volta un ex militante dei Nar: Claudio Ragno. Ragno era entrato nella filiale Unicredit del centro storico con una casacca della polizia municipale. I metal detector della banca erano disattivati e così i rapinatori erano riusciti a portare all’interno una pistola. Claudio Ragno, romano (di zona nord) venne arrestato insieme a Luigi Aronica, Marco Di Vittorio e altri militanti dei Nar nell’ottobre del 1980. Scarcerato, viene più volte arrestato per rapina: nel 1988, per un colpo in banca a viale Mazzini, insieme a un altro militante dei Nar e ad uno degli arrestati per quest’ultimo colpo in banca, Silvano Panciotti. Nel 1994, Ragno viene arrestato insieme ad un altro fascista Massimino Rampelli. Al momento della cattura, i due vennero trovati in possesso di coltelli e materiale per mascherarsi. Rampelli, che e’ privo del braccio sinistro, indossava un giubbotto con un arto artificiale. I due dovranno rispondere di tentata rapina aggravata, porto abusivo di armi e ricettazione. Obiettivo era la banca Popolare di Rieti. Eppure solo quattro anni dopo (febbraio 2016) Claudio Ragno, di nuovo libero, viene arrestato dalla polizia sul litorale nord di Roma per la rapina del giorno prima all’ufficio postale di via Val Pellice dove avevano dato vita ad uno scontro a fuoco. I due si erano rifugiati in una villa a Fregene risultata di proprietà di uno degli arrestati, Giordano Grilli di 30 anni, incensurato e troppo giovane dunque per avere un passato negli anni neri.
Ottobre 2012: i carabinieri arrestano due pregiudicati romani. Si tratta di Fabio Giannotta, 35 anni e Mauro Santori, 46, ritenuti responsabili di concorso nella detenzione delle armi rinvenute il 17 dicembre del 2011 dai Carabinieri nel quartiere Alessandrino. In quell'occasione i carabinieri rinvennero e sequestrarono, all’interno di un box, un vero e proprio arsenale: un fucile d’assalto cinese, un kalashnikov, due pistole mitragliatrici, un pistola, 16 armi da fuoco provenienti da furti e rapine (15 pistole semiautomatiche e a tamburo e un fucile a pompa), 1 autovettura e 2 motoveicoli rubati (uno dei quali con a bordo due pistole con il colpo in canna), e materiale di travisamento. Allora furono arrestati in flagranza di reato due uomini, tra cui il pregiudicato Claudio Nuccetelli e un incensurato, tuttora detenuti nel carcere romano di Regina Coeli.
Fabio Giannotta, è una vecchia conoscenza dell’area neofascista romana. Figlio di Carlo Giannotta ex-segretario della sezione dell’ex-Msi di Acca Larentia e ritenuto il “custode” della sede; fratello del capo ufficio al Decoro Urbano della società municipalizzata capitolina Ama coinvolto nello scandalo parentopoli nella giunta Alemanno. Fabio Giannotta ha preso parte alla tentata rapina alla gioielleria Bulgari nel centro storico di Roma nel 2007 insieme a Claudio Nuccetelli.
Novembre 2012: tra il gruppo di malavitosi che a Roma stavano per mettere a segno una rapina a mano armata in una sala Bingo in via Baldo degli Ubaldi, spunta un nome già conosciuto: quello di Massimiliano Taddeini, fascista, ex militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar) e Terza Posizione, soprannominato l’Ala.
I tre sono stati fermati in quanto poco prima dell’irruzione erano stati notati da una pattuglia dei carabinieri della compagnia San Pietro perché erano passati col rosso a un semaforo. I carabinieri li hanno seguiti fino al Bingo e poi li hanno fermati e perquisiti, trovando le pistole cariche. Ora dovranno rispondere di porto abusivo d’armi e ricettazione. Uno dei mezzi sui quali viaggiavano è risultato rubato.
Taddeini, legato a Ciavardini e Fioravanti, aveva militato nei Nar e poi in Terza Posizione. Taddeini era anche molto legato a Nanni De Angelis, il militante dei Nar “morto” in carcere dopo essere stato fermato dalla polizia, “con cui condivideva tutto. Su questo asse si reggeva sia la squadra di rugby che l’organizzazione di Terza Posizione”.
Taddeini fu accusato e condannato a sei anni di reclusione per associazione sovversiva e banda armata. Scontata la pena è tornato però in carcere nel 1993 quando, dopo una soffiata, i carabinieri trovarono nel suo appartamento sulla via Braccianense un latitante, Antonio Fiorentino, all’epoca ricercato per rapina, porto e detenzione abusiva d’armi.
Marzo 2016: non erano gli “zingari” e neanche i rumeni. All’alba di martedì 15 marzo i carabinieri di Roma hanno eseguito una vasta operazione anticrimine nei confronti di 24 persone accusate di associazione a delinquere finalizzata a compiere rapine violente in abitazioni. Per gli investigatori, a capo della banda che rapinava case nella capitale ci sarebbe Manlio Vitale, detto ‘er Gnappa’ e considerato già esponente di spicco della banda della Magliana. Le accuse per gli arrestati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di rapine in abitazioni al furto e alla ricettazione, detenzione e al porto abusivo di armi da fuoco.
Manlio Vitale, è una vecchia conoscenza sia nella malavita romana che tra i fascisti. Tant’è che l’operazione dei carabinieri è stata chiamata in codice “Vecchie Glorie”. Ma Manlio Vitale detto “er Gnappa” non è stato solo un malavitoso. Le sue frequentazioni con i fascisti sono note e rimandano al famoso giro del “Fungo” (il particolare bar all’Eur) dove anche recentemente era solito incontrarsi Carminati con gli altri fascisti imputati nell’inchiesta su Mafia Capitale. Il 18 ottobre del 1975 proprio al Fungo, vengono beccati tre boss della ‘ndrangheta insieme a Gnappa. La polizia arresta infatti Paolo De Stefano, don Peppe Piromalli, Pasquale Condello, Gianfranco Urbani e appunto Manlio Vitale. “Tale riunione, lungi dall’essere una mera riunione conviviale costituiva invece una vera e propria riunione mafiosa ad alto livello” si legge nelle informative dell’epoca.
Luglio 2017: i Carabinieri e la Criminalpol, hanno arrestato in Kenya, in un centro commerciale di Nairobi, il fascista Carlo Gentile, 51 anni romano, ricercato dal 2015, perché ritenuto responsabile di due omicidi maturati nel mondo della criminalità della Capitale.
Gentile, il cui nome era comparso di sfuggita anche nelle indagini sul “mondo di mezzo” di Massimo Carminati, era stato un picchiatore del Fronte della Gioventù. Nei primi anni 80 era stato arrestato per una serie di rapine. Una delle ipotesi è che fossero di finanziamento per i latitanti e i detenuti dei Nar. Nel 1994, mentre era in semilibertà era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver partecipato a una rapina con altri detenuti semiliberi (due dei Nar, uno dei Nap).
Gentile è uno dei numerosi fascisti in strettissima connessione con gli ambienti criminali della Capitale. Recentemente era ricercato per gli omicidi di Federico Di Meo, assassinato a Velletri e di Sesto Corvini, un imprenditore assassinato a Casalpolocco, commessi nell’arco di 15 giorni nell’autunno del 2013. In particolare, per l’omicidio di Federico Di Meo, lo scorso 12 luglio, Carlo Gentile è stato condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Frosinone. In entrambi i delitti il mandante risulterebbe essere un malavitoso albanese e il complice di Gentile un killer pentitosi dopo l’arresto per un altro delitto.
Novembre 2017: l’ultima vicenda è di pochi giorni fa. Del gruppo intercettato e arrestato dalla polizia il pomeriggio del 7 novembre fuori dalla Banca del Credito Cooperativo di Palestrina (vicino Roma) facevano parte infatti personaggi del calibro di Corrado Ovidi, Massimo Mariani e Franco Oddo. Insieme a loro c’era anche un poliziotto già sospeso dal servizio perché implicato in un’indagine per droga: aveva il compito di ascoltare le frequenze radio delle forze dell’ordine dalla sua auto e segnalare gli spostamenti delle pattuglie ai complici su un altro veicolo. Corrado Ovidi è un fascista “pesante” della zona di San Giovanni, frequentatore della famigerata sede di Movimento Politico di via Domodossola. Anche Massimo Mariani è un noto fascista. Mariani insieme a a Manuel Ovidi, fratello di Corrado, era stato condannato per rapina a sette anni di carcere nel 2013.
Dunque, ci sono una serie di fatti, una serie di nomi che tornano, una serie di connessioni che andrebbero lette nel loro insieme. Eppure inquirenti e cronisti hanno finora evitato di farlo, esattamente come la relazione annuale dei servizi di sicurezza che ha contribuito a costruire l’immagine dei fascisti come “bravi ragazzi impegnati nel sociale”. Ne parleremo ancora.
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