La notizia, uscita qualche giorno fa, in merito alla proposta della Lega Calcio di inserire il riconoscimento facciale ai tornelli di ingresso negli stadi, non dovrebbe stupire. Da decenni l’ambiente dello stadio è utilizzato come banco di prova per l’introduzione e la sperimentazione di misure repressive trasferibili in altri contesti sociali.
Stiamo parlando dell’ipotesi che all’acquisto di un biglietto per una partita venga allegata una liberatoria da firmare per consentire la scannerizzazione del volto al momento dell’accesso all’impianto sportivo.
La schedatura del tifoso che si reca allo stadio viene giustificata dalle autorità con il fine di poter riconoscere senza dubbio alcuno un soggetto nel caso manifesti atteggiamenti razzisti sugli spalti.
Se si analizza questa proposta e la si scompone salta però subito all’occhio la forzatura con cui si vuole porre un nesso posticcio tra l’ulteriore schedatura dei tifosi e la finalità “antirazzista”.
È utile innanzitutto ricordare che il biglietto è già nominale dal 2003 e che dal 2009 è in vigore la “Tessera del tifoso”.
Inoltre, all’interno degli stadi esiste già un sistema di videosorveglianza, elemento che rende praticamente impossibile non ricondurre un qualsiasi comportamento sugli spalti a uno specifico soggetto o gruppo.
Pertanto, a che scopo spendere risorse finanziarie per un complesso sistema video, che appesantirebbe ulteriormente le già complesse procedure di accesso, quando invece – per esempio – si potrebbero migliorare i sempre più fatiscenti impianti sportivi?
Che siano in realtà la “volontà di repressione” di uno degli ultimi spazi aggregativi di questa società iper-individualizzata e il continuo asservimento alle grandi multinazionali “Big Tech” a muovere l’azione delle autorità?
Oltre a questo, e andando al nocciolo etico della questione, qui, ancora una volta, cade la maschera della Lega Calcio (e dello Stato) che esibisce la maschera dell’inclusività per legittimare un procedimento esclusivamente forcaiolo. Il decreto Caivano sulla violenza minorile va nella stessa direzione.
Per arginare il razzismo invece bisognerebbe lavorare sul miglioramento delle condizioni di reddito e di vita, oltre che sulla sensibilizzazione e sull’educazione nel tessuto sociale, quindi a monte del problema e non solo dentro gli stadi.
Bisognerebbe partere dai quartieri, dalle scuole e sui posti di lavoro, consci che non si tratta affatto di un problema legato al solo “popolino” (come vorrebbe la narrazione mainstream), ma riguarda innanzitutto l’atteggiamento classista e reazionario dell’intera società (padroni, Stato, burocrazia, ecc.), che ormai si riverbera in tutto il corpo sociale.
È così che, tolto via il velo di trucco alla proposta, rimane la solo volontà di far passare un metodo di riconoscimento e controllo estremamente invasivo (che ha già trovato lo sbarramento della legge sulla privacy, ma alla lunga potrebbe non essere sufficiente), in modo tale da poterlo poi riprodurre per manifestazioni, presidi, concerti o qualsivoglia momento aggregativo.
A monito di tutti, è bene ricordare che dal 2017 il Daspo – acronimo di “divieto di accedere alle manifestazioni sportive” – è stato allargato al contesto cittadino (cosiddetto ‘Daspo urbano’), ossia il potenziamento del vecchio “foglio di via” d’epoca fascista, che ha conosciuto un grande utilizzo contro senzatetto e attivisti sociali, sindacali e politici.
Per analizzare queste proposte bisogna considerare l’ampio spettro di utilizzo all’interno nella società, ossia considerarle (parafrasando le tecnologie che vengono usate a scopo sia civile che militare) come mirati a una sorta di dual use stadio-quartieri.
In definitiva, le finalità vanno ben oltre quelle che accompagnano la loro presentazione e puntano a reprimere il dissenso organizzato, limitando (a vari livelli) la libertà personale.
Come recitava uno striscione esposto negli stadi, a metà anni ‘80, “Leggi speciali, oggi per gli ultras, domani in tutta la città”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ultras. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ultras. Mostra tutti i post
09/01/2023
Ultras 1 – Piantedosi 0
“Quando ho visto il calendario ho subito pensato che sarebbe successo questo”. A parlare è un tifoso della curva sud, che frequenta i gruppi organizzati giallorossi, come riporta il sito di Repubblica. È nota la “permeabilità” politica delle curve, ed è altrettanto noto che questo non sfugge alla polizia.
E infatti, come lo sapevano i tifosi, lo sapeva la Digos, che aveva predisposto un presidio nell’area dell’autogrill di Badia al Pino – uno dei consueti palcoscenici degli scontri tra tifosi – e coinvolto la polizia stradale nell’eventualità si rendesse necessario fermare il traffico sull’autostrada. Decisione estrema.
Possiamo immaginare che bell’ingorgo proprio la domenica dell’ultimo giorno delle vacanze invernali. Fatto sta che durante i cinquanta minuti di scontri tra ultras rivali e nemici, l’Italia è rimasta tagliata in due, si sono formate code di oltre dieci chilometri, che hanno intrappolato le auto e i pullman di gitanti e di turisti, italiani e stranieri.
È stato un vero e proprio disastro operativo per l’ordine pubblico e per l’immagine del turismo italiano, su cui il ministro delle Infrastrutture ha cercato di mettere una pezza con una delle sue solite intemerate di maniera: “Questi non sono tifosi. Autostrada chiusa e viaggiatori italiani bloccati? Paghino tutti i danni di tasca loro, e mai più allo stadio”.
Le solite dichiarazioni da bar dello sport...
Stavolta, però, la coda di paglia di Salvini si è attorcigliata attorno al ministro dell’Interno – tanto caro e coccolato dal leader leghista – il quale è sempre troppo occupato a fare i dispetti alle ong, ma evidentemente incapace di prevenire turbative dell’ordine pubblico, tanto che, nonostante la polizia sapesse e presidiasse l’area, la situazione, prima sottovalutata, è poi clamorosamente sfuggita di mano.
È facile fare gli sceriffi con i ragazzi dei rave, con i migranti, o varare il coprifuoco intorno ai palazzi della politica per ostacolare il diritto a manifestare dei sindacati di base.
È quando si tratta di risolvere situazioni prima che diventino problemi che si rivelano politici improvvisati e fanno regolarmente cilecca.
Le poche capacità di visione politiche e di gestione delle tecniche delle donne e degli uomini di questo governo, accanto alla solita e stucchevole prosopopea vengono a galla ogni giorno che passa. Se la teoria del “merito” non fosse che una supercazzola, dopo i fatti di ieri, il ministro Piantedosi dovrebbe essere destituito.
Fonte
E infatti, come lo sapevano i tifosi, lo sapeva la Digos, che aveva predisposto un presidio nell’area dell’autogrill di Badia al Pino – uno dei consueti palcoscenici degli scontri tra tifosi – e coinvolto la polizia stradale nell’eventualità si rendesse necessario fermare il traffico sull’autostrada. Decisione estrema.
Possiamo immaginare che bell’ingorgo proprio la domenica dell’ultimo giorno delle vacanze invernali. Fatto sta che durante i cinquanta minuti di scontri tra ultras rivali e nemici, l’Italia è rimasta tagliata in due, si sono formate code di oltre dieci chilometri, che hanno intrappolato le auto e i pullman di gitanti e di turisti, italiani e stranieri.
È stato un vero e proprio disastro operativo per l’ordine pubblico e per l’immagine del turismo italiano, su cui il ministro delle Infrastrutture ha cercato di mettere una pezza con una delle sue solite intemerate di maniera: “Questi non sono tifosi. Autostrada chiusa e viaggiatori italiani bloccati? Paghino tutti i danni di tasca loro, e mai più allo stadio”.
Le solite dichiarazioni da bar dello sport...
Stavolta, però, la coda di paglia di Salvini si è attorcigliata attorno al ministro dell’Interno – tanto caro e coccolato dal leader leghista – il quale è sempre troppo occupato a fare i dispetti alle ong, ma evidentemente incapace di prevenire turbative dell’ordine pubblico, tanto che, nonostante la polizia sapesse e presidiasse l’area, la situazione, prima sottovalutata, è poi clamorosamente sfuggita di mano.
È facile fare gli sceriffi con i ragazzi dei rave, con i migranti, o varare il coprifuoco intorno ai palazzi della politica per ostacolare il diritto a manifestare dei sindacati di base.
È quando si tratta di risolvere situazioni prima che diventino problemi che si rivelano politici improvvisati e fanno regolarmente cilecca.
Le poche capacità di visione politiche e di gestione delle tecniche delle donne e degli uomini di questo governo, accanto alla solita e stucchevole prosopopea vengono a galla ogni giorno che passa. Se la teoria del “merito” non fosse che una supercazzola, dopo i fatti di ieri, il ministro Piantedosi dovrebbe essere destituito.
Fonte
07/06/2020
Ancora una gazzarra fascista a Roma, è la quarta in cinque giorni
Alla fine non erano tanti, anzi, ma sono arrivati al Circo Massimo al grido di ‘Duce, Duce’. Sui social si fanno chiamare ‘Ragazzi d’Italia‘ e seminano in alcuni settori ultras delle curve, ma fra loro erano riconoscibili noti caporioni neofascisti come Giuliano Castellino e Simone Carabella. Il primo di Forza Nuova, il secondo del neonato Partito Nazionale. Tanto eccitati dall’evento che alla fine hanno fatto a botte anche fra di loro.
Il milieu dell’ennesima gazzarra fascista nella Capitale (ormai siamo alla quarta in dodici giorni) sono stati alcuni settori ultras di varie curve, scesi in piazza per protestare contro le misure adottate dal Governo nella fase dell’emergenza pandemica.
Ma le cattive abitudini non hanno tardato a manifestarsi. Su via dei Cerchi si è infatti scatenata prima una furiosa rissa tra gli organizzatori che ha poi innescato alcuni tafferugli con la Polizia e tentate aggressioni ai giornalisti e fotografi presenti. Sono volate bombe carta e bottiglie di vetro verso gli agenti schierati, cameramen e cronisti.
La rissa iniziale è stata scatenata tra il caporione romano di Forza Nuova Giuliano Castellino e l’esponente dell’estrema destra Simone Carabella. Mentre quest’ultimo stava rilasciando dichiarazioni ai giornalisti, è arrivato l’altro caporione Giuliano Castellino che, indispettito dal fatto che Carabella gli stesse rubando la scena, gli ha intimato di lasciar stare le telecamere. A quel punto Castellino e Carabella sono venuti alla mani, di brutto. Cazzotti, calci, spinte.
La rissa è degenerata, coinvolgendo altri tifosi e fascisti. All’avvicinarsi degli agenti e dei cronisti sono partiti insulti e spinte ai giornalisti e cameramen presenti e poi petardi verso la polizia, intervenuta in tenuta antisommossa e che ha fermato due manifestanti portandoseli di peso al di qua del proprio schieramento.
Da un video emergono però particolari piuttosto inquietanti e significativi. Colpisce quel confidenziale “Giuliano, Giuliano” (guarda dal minuto 6.35) con cui più funzionari di polizia chiamano Castellino per invitarlo a riportare la calma.
Colpiscono poi altri funzionari che allontanano i giornalisti affermando che “il problema erano stati loro” (dal minuto 8.08).
Insomma davanti ad una esibizione muscolare ed anche aggressiva di squadrismo, i funzionari hanno minimizzato la prima e indicato il problema nei giornalisti. Per molto meno, in questi anni, quando a manifestare erano i movimenti sociali o la sinistra, questi si sono beccati cariche “lunghe e cattive”. È uno scenario che non quadra, non quadra proprio.
Mentre al Circo Massimo manifestava la destra “relittuale”, sempre ieri pomeriggio a piazza SS Apostoli manifestavano le “mascherine tricolori” di CasaPound (decisamente quattro gatti). Fatevi due conti: mascherine tricolori, la destra istituzionale (Lega e Fdi), i supporter del generale Pappalardo, i relitti della diaspora neofascista.
Nella Capitale in cinque giorni li abbiamo visti in piazza tutti quanti. Roma ha urgenza di riscattarsi e ripulire un po' le proprie strade.
Fonte
08/08/2019
Omicidio di mala nella Capitale. Equilibri saltati?
Nella estate romana arriva un nuovo delitto “pesante” di malavita. Non solo i mercati ma anche l’economia criminale ha i suoi “equilibri” e le sue rese dei conti.
È stato infatti ucciso con un colpo di pistola Fabrizio Piscitelli, 53 anni, detto “Diabolik”, con molti precedenti per traffico di droga, figura di spicco nella curva Nord della Lazio come capo degli Irriducibili e note frequentazioni con i gruppi neofascisti della Capitale.
Gli hanno sparato alla nuca, dietro l’orecchio sinistro, nel Parco degli Acquedotti. “Diabolik” è deceduto sul colpo, freddato da un colpo di pistola calibro 7,65 mentre era seduto su una panchina. Il killer che ha sparato a Fabrizio Piscitelli era a piedi, vestito da runner per confondersi tra i tanti che fanno jogging nel parco.
La zona, è quella di Cinecittà-Tuscolano, territorio di spaccio da sempre sotto il controllo del clan camorristico Senese, capeggiato dal noto esponente dei casalesi Michele Senese, e in parte dei Casamonica.
Lunedì 1 aprile nella stessa zona avevano sparato e gambizzato, in mezzo alla gente mentre erano seduti ad un bar in via Flavio Stilicone altri due malavitosi, Mauro Gizzi di 66 anni e Maurizio Salvucci.
Anche per l‘omicidio di Piscitelli la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine a carico di ignoti. Nei rapporti della polizia, Piscitelli viene descritto come un soggetto “pericoloso, prepotente, indifferente ai numerosi provvedimenti di polizia adottati nei suoi confronti”. Nel 2013 venne arrestato dalla Guardia di Finanza dopo un mese di ricerche in un appartamento alla periferia di Roma. Era accusato di essere a capo di un gruppo criminale che gestiva un traffico di droga internazionale dalla Spagna all’Italia.
Nel 2016 Piscitelli aveva subito il sequestro di oltre 2 milioni di euro, compresa anche una villa a Grottaferrata (provvedimento poi annullato dalla Cassazione) dopo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia che lo vedevano coinvolto in un traffico internazionale di sostanze stupefacenti provenienti dalla Spagna. Ufficialmente secondo i magistrati Piscitelli “faceva soldi commercializzando gadget della Lazio, e aveva fondato un’azienda il cui capitale, allora sotto sequestro, era diviso a metà tra la moglie e la figlia”. Ma non è tutto. Piscitelli deteneva anche il 70 per cento delle quote di una società in liquidazione, la “Fans Edition”, e risultava presidente dell’associazione culturale “Mister Enrich”.
Nel 2015 fu condannato, insieme ad altri tre capi ultrà laziali della Curva Nord, per il tentativo di scalata alla Lazio. L’inchiesta coinvolse anche l’ex calciatore e bandiera biancoceleste, Giorgio Chinaglia. Una scalata ostile per conto di un misterioso gruppo farmaceutico ungherese, ma condotta non secondo “le regole del mercato” quanto attraverso le “regole della strada”.
Uno dei maggiori sodali di Piscitelli, anche nell’ambito degli ultras della Lazio, Fabrizio Toffolo, per ben due volte era stato gambizzato prima nel 2007 e poi nuovamente nel 2013. Piscitelli insieme a Toffolo, a Yuri Alviti e a Paolo Arcivieri nei primi anni 2000 formava il quartetto di comando del gruppo e dell’intera Curva Nord.
Toffolo il 6 agosto del 2007 fu gambizzato con tre colpi di pistola da due finti poliziotti che gli citofonarono a casa, in via Guglielmo Ferrero, nel limitrofo quartiere Appio, verso l’una di notte. Lo invitarono a scendere in strada con la scusa di un controllo e gli spararono.
Dopo la guerra di mala che insanguinò Roma nel 2011 con trenta morti nelle strade, nella Capitale si avverte che diversi equilibri sono saltati.
Probabilmente sia gli arresti dell’inchiesta su Mafia Capitale (che ha tolto dalla circolazione Carminati) che i colpi inferti ai clan Spada e Casamonica (attivi soprattutto sul litorale e, anche loro, nella zona Sudest), infine le molte operazioni che hanno portato ai sequestri di note attività commerciali in mano a ‘ndrangheta e camorra, devono aver scombussolato i rapporti di forza emersi dopo la guerra del 2011.
Secondo la Dia, “Roma rappresenta il centro nevralgico intorno al quale gravitano interessi, decisioni e forme autoctone di coordinamento tra i multipli flussi di criminalità organizzata. Si tratta di un ‘sistema mafioso’ che attraverso una strategia di sommersione ha progressivamente infiltrato attività imprenditoriali – apparentemente legali – operanti in molteplici campi”.
Si assiste, quindi, a realtà che hanno lentamente abdicato al controllo del territorio in senso stretto per aggredire uno spazio più propriamente economico-finanziario. È altrettanto chiaro, come si legge nel rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, che queste dinamiche non siano frutto dell’improvvisazione “ma di una progressiva integrazione, resa possibile da una coesistenza ultradecennale delle varie forme di criminalità, tutte orientate all’esigenza, sempre più sentita, di individuare nuovi e remunerativi obiettivi economici da aggredire”.
Fonte
È stato infatti ucciso con un colpo di pistola Fabrizio Piscitelli, 53 anni, detto “Diabolik”, con molti precedenti per traffico di droga, figura di spicco nella curva Nord della Lazio come capo degli Irriducibili e note frequentazioni con i gruppi neofascisti della Capitale.
Gli hanno sparato alla nuca, dietro l’orecchio sinistro, nel Parco degli Acquedotti. “Diabolik” è deceduto sul colpo, freddato da un colpo di pistola calibro 7,65 mentre era seduto su una panchina. Il killer che ha sparato a Fabrizio Piscitelli era a piedi, vestito da runner per confondersi tra i tanti che fanno jogging nel parco.
La zona, è quella di Cinecittà-Tuscolano, territorio di spaccio da sempre sotto il controllo del clan camorristico Senese, capeggiato dal noto esponente dei casalesi Michele Senese, e in parte dei Casamonica.
Lunedì 1 aprile nella stessa zona avevano sparato e gambizzato, in mezzo alla gente mentre erano seduti ad un bar in via Flavio Stilicone altri due malavitosi, Mauro Gizzi di 66 anni e Maurizio Salvucci.
Anche per l‘omicidio di Piscitelli la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine a carico di ignoti. Nei rapporti della polizia, Piscitelli viene descritto come un soggetto “pericoloso, prepotente, indifferente ai numerosi provvedimenti di polizia adottati nei suoi confronti”. Nel 2013 venne arrestato dalla Guardia di Finanza dopo un mese di ricerche in un appartamento alla periferia di Roma. Era accusato di essere a capo di un gruppo criminale che gestiva un traffico di droga internazionale dalla Spagna all’Italia.
Nel 2016 Piscitelli aveva subito il sequestro di oltre 2 milioni di euro, compresa anche una villa a Grottaferrata (provvedimento poi annullato dalla Cassazione) dopo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia che lo vedevano coinvolto in un traffico internazionale di sostanze stupefacenti provenienti dalla Spagna. Ufficialmente secondo i magistrati Piscitelli “faceva soldi commercializzando gadget della Lazio, e aveva fondato un’azienda il cui capitale, allora sotto sequestro, era diviso a metà tra la moglie e la figlia”. Ma non è tutto. Piscitelli deteneva anche il 70 per cento delle quote di una società in liquidazione, la “Fans Edition”, e risultava presidente dell’associazione culturale “Mister Enrich”.
Nel 2015 fu condannato, insieme ad altri tre capi ultrà laziali della Curva Nord, per il tentativo di scalata alla Lazio. L’inchiesta coinvolse anche l’ex calciatore e bandiera biancoceleste, Giorgio Chinaglia. Una scalata ostile per conto di un misterioso gruppo farmaceutico ungherese, ma condotta non secondo “le regole del mercato” quanto attraverso le “regole della strada”.
Uno dei maggiori sodali di Piscitelli, anche nell’ambito degli ultras della Lazio, Fabrizio Toffolo, per ben due volte era stato gambizzato prima nel 2007 e poi nuovamente nel 2013. Piscitelli insieme a Toffolo, a Yuri Alviti e a Paolo Arcivieri nei primi anni 2000 formava il quartetto di comando del gruppo e dell’intera Curva Nord.
Toffolo il 6 agosto del 2007 fu gambizzato con tre colpi di pistola da due finti poliziotti che gli citofonarono a casa, in via Guglielmo Ferrero, nel limitrofo quartiere Appio, verso l’una di notte. Lo invitarono a scendere in strada con la scusa di un controllo e gli spararono.
Dopo la guerra di mala che insanguinò Roma nel 2011 con trenta morti nelle strade, nella Capitale si avverte che diversi equilibri sono saltati.
Probabilmente sia gli arresti dell’inchiesta su Mafia Capitale (che ha tolto dalla circolazione Carminati) che i colpi inferti ai clan Spada e Casamonica (attivi soprattutto sul litorale e, anche loro, nella zona Sudest), infine le molte operazioni che hanno portato ai sequestri di note attività commerciali in mano a ‘ndrangheta e camorra, devono aver scombussolato i rapporti di forza emersi dopo la guerra del 2011.
Secondo la Dia, “Roma rappresenta il centro nevralgico intorno al quale gravitano interessi, decisioni e forme autoctone di coordinamento tra i multipli flussi di criminalità organizzata. Si tratta di un ‘sistema mafioso’ che attraverso una strategia di sommersione ha progressivamente infiltrato attività imprenditoriali – apparentemente legali – operanti in molteplici campi”.
Si assiste, quindi, a realtà che hanno lentamente abdicato al controllo del territorio in senso stretto per aggredire uno spazio più propriamente economico-finanziario. È altrettanto chiaro, come si legge nel rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, che queste dinamiche non siano frutto dell’improvvisazione “ma di una progressiva integrazione, resa possibile da una coesistenza ultradecennale delle varie forme di criminalità, tutte orientate all’esigenza, sempre più sentita, di individuare nuovi e remunerativi obiettivi economici da aggredire”.
Fonte
02/03/2019
Salvini rischia di finire fuori curva, a Bergamo
Doveva succedere ed è successo. Non sono migranti, anarchici, né facchini della logistica. Erano ultras, di una squadra di una città dove si andrà a votare a breve. E dove molto si gioca, perché lì Salvini sa benissimo che è in ballo una partita simbolica. Lo ha capito anche il Pd.
Così Firenze è diventato un corto circuito che ha costretto il ministro degli interni a fare meno lo spaccone e a rispondere alle interrogazioni parlamentari e alla richiesta del sindaco Gori. A dover dire che si, farà delle verifiche interne.
Lui, che ha voluto sempre esporsi indossando la divisa, oggi non twitta più, dovrà capire se andare fino in fondo o fare muro, perchè è chiaro che chi ha gestito l’operazione di Firenze ha fatto una cazzata enorme.
Non è poca cosa in tempi di estensione dello stato penale massimo mettere sotto accusa una questura. Non lo è perché fino a ieri Pd e Salvini facevano a gara su chi di più girava la vite sulla sicurezza, e già tutti i giornali avevano chiuso la vicenda con il solito schema.
Bergamo è così diventato caso nazionale, lo è diventato però anche per un altro motivo. A differenza dei migranti, gli ultras a volte prendono voce e vengono ascoltati, e a differenza di molte curve quella atalantina non è disconnessa con la città.
Potete pur dire quello che volete agli ultras dell’Atalanta, certo di casini ne hanno fatti più di un uragano, ma quello che sono riusciti a fare in questi decenni ha una profondità sociale che in pochi comprendono.
Per capirlo occorre andare a vedere la festa popolare della Dea che fanno ogni estate. Una festa popolare enorme, dove ad esempio il sindaco di Amatrice dal palco ha riconosciuto l’enorme solidarietà della curva ai terremotati.
Da perugino, mi fa un certo effetto riconoscere agli amici dei ternani questo tributo, eppure cosi è.
Bergamo e la Dea ed i suoi ultras generano un mito a bassa intensità che andrebbe indagato seriamente. Il loro racconto della violenza subita è molto più potente di quello che si immagini per questo motivo, ieri ed oggi fabbriche e cantieri di Bergamo hanno sicuramente parlato più di questo che di altro. Hanno parlato di un’ingiustizia.
Che strano in un’epoca come questa, dove la solitudine è una infezione sociale, dover dire che gli ultras dell’Atalanta in fin dei conti tengono insieme un pezzo di città.
Anche a Perugia, i freghi con i quali sono cresciuto lo fanno, e sia chiaro a tutti, non è di certo semplice starci e crescerci in mezzo ai casini che generano, eppure i legami che ho con il mio gruppo sono per me un pezzo della mia vita che mai rinnegherò, mai. Io senza la mia curva, senza la mia ciurma rimarrei solo e disperso, ed invece so che ogni volta che ritorno ho una banda di fratelli e sorelle su cui contare.
Mi capita così di scendere quelle scalette e ritrovar racconti di storie che si tramandano dai vecchi ai giovani e diventano nel tempo leggenda. Sono tempi questi dove la memoria è persa, perché i nonni non raccontano più ai nipoti come raccontavano a noi.
Nella dittatura del presente c’è un gran bisogno invece di ritornare al racconto popolare, non quello dell’industria editoriale, né tanto meno quello digitale. C’è bisogno di passarci le storie l’un con l’altro, perché può sembrare strano ma anche questo è un modo per resistere alla barbarie del tempo.
Lunga vita agli ultras.
Lunga vita al racconto popolare.
Fonte
Così Firenze è diventato un corto circuito che ha costretto il ministro degli interni a fare meno lo spaccone e a rispondere alle interrogazioni parlamentari e alla richiesta del sindaco Gori. A dover dire che si, farà delle verifiche interne.
Lui, che ha voluto sempre esporsi indossando la divisa, oggi non twitta più, dovrà capire se andare fino in fondo o fare muro, perchè è chiaro che chi ha gestito l’operazione di Firenze ha fatto una cazzata enorme.
Non è poca cosa in tempi di estensione dello stato penale massimo mettere sotto accusa una questura. Non lo è perché fino a ieri Pd e Salvini facevano a gara su chi di più girava la vite sulla sicurezza, e già tutti i giornali avevano chiuso la vicenda con il solito schema.
Bergamo è così diventato caso nazionale, lo è diventato però anche per un altro motivo. A differenza dei migranti, gli ultras a volte prendono voce e vengono ascoltati, e a differenza di molte curve quella atalantina non è disconnessa con la città.
Potete pur dire quello che volete agli ultras dell’Atalanta, certo di casini ne hanno fatti più di un uragano, ma quello che sono riusciti a fare in questi decenni ha una profondità sociale che in pochi comprendono.
Per capirlo occorre andare a vedere la festa popolare della Dea che fanno ogni estate. Una festa popolare enorme, dove ad esempio il sindaco di Amatrice dal palco ha riconosciuto l’enorme solidarietà della curva ai terremotati.
Da perugino, mi fa un certo effetto riconoscere agli amici dei ternani questo tributo, eppure cosi è.
Bergamo e la Dea ed i suoi ultras generano un mito a bassa intensità che andrebbe indagato seriamente. Il loro racconto della violenza subita è molto più potente di quello che si immagini per questo motivo, ieri ed oggi fabbriche e cantieri di Bergamo hanno sicuramente parlato più di questo che di altro. Hanno parlato di un’ingiustizia.
Che strano in un’epoca come questa, dove la solitudine è una infezione sociale, dover dire che gli ultras dell’Atalanta in fin dei conti tengono insieme un pezzo di città.
Anche a Perugia, i freghi con i quali sono cresciuto lo fanno, e sia chiaro a tutti, non è di certo semplice starci e crescerci in mezzo ai casini che generano, eppure i legami che ho con il mio gruppo sono per me un pezzo della mia vita che mai rinnegherò, mai. Io senza la mia curva, senza la mia ciurma rimarrei solo e disperso, ed invece so che ogni volta che ritorno ho una banda di fratelli e sorelle su cui contare.
Mi capita così di scendere quelle scalette e ritrovar racconti di storie che si tramandano dai vecchi ai giovani e diventano nel tempo leggenda. Sono tempi questi dove la memoria è persa, perché i nonni non raccontano più ai nipoti come raccontavano a noi.
Nella dittatura del presente c’è un gran bisogno invece di ritornare al racconto popolare, non quello dell’industria editoriale, né tanto meno quello digitale. C’è bisogno di passarci le storie l’un con l’altro, perché può sembrare strano ma anche questo è un modo per resistere alla barbarie del tempo.
Lunga vita agli ultras.
Lunga vita al racconto popolare.
Fonte
21/12/2018
Le relazioni pericolose di Matteo Salvini
La scorsa domenica pomeriggio, all’Arena Gianni Brera di Milano, festa per i 50 anni della curva di San Siro, Matteo Salvini ha abbracciato Luca Lucci, 36enne soprannominato “il Toro”, capo ultrà del Milan.
Incalzato dai giornalisti su quell’incontro immortalato dai fotografi, Salvini ha ironizzato così: “Sono un indagato fra gli indagati”.
A chi gli ha fatto presente che Lucci non era affatto un indagato ma un pregiudicato ha risposto secco: “Lui un pregiudicato? Io mi occupo di quello che accade da domani in avanti. Chi ha sbagliato in passato e ha pagato, spero che non lo rifaccia”, ha spiegato il ministro dell’Interno che poi ha precisato di non essere affatto pentito per quell’abbraccio.
Ma chi è Luca Lucci? Innanzitutto è il “vice“ di Giancarlo “Sandokan” Lombardi, leader della curva sud del Meazza condannato a 3 anni e 8 mesi, coinvolto in un’inchiesta contro il clan mafioso dei “Fidanzati”.
Colpito da tre Daspo, a settembre scorso, Lucci ha patteggiato un anno e mezzo per traffico di sostanze stupefacenti. Il suo nome compare perfino in un agguato di ‘ndrangheta, quando la sua auto fu utilizzata per l’assassino dell’avvocatessa Maria Spinella a Segrate.
Nel febbraio 2009 Lucci fu anche condannato in primo grado a 4 anni e mezzo per aver aggredito e causato la perdita di un occhio a Virgilio Motta, durante il derby di Milano del 15 febbraio 2009. Gli ultras rossoneri avevano srotolato un grosso striscione che non riavvolsero dopo il fischio d’inizio ed impedendo così ai tifosi interisti, situati al primo anello, di vedere la partita.
Dopo una decina di minuti gli interisti della Banda ”Bagaj” (club nerazzurro nato per portare i bambini allo stadio), spazientiti, chiesero di rimuovere lo striscione. Ne venne fuori un diverbio ed i tifosi dell’Inter, esasperati, strapparono un pezzo di striscione per poter vedere la partita. A quel punto partì una spedizione punitiva da parte degli ultrà, capeggiati dal Lucci, verso il primo anello, settore dello stadio occupato da tifosi dell’Inter “normali”, inclusi bambini e famiglie. Nel mezzo del parapiglia Lucci sferrò un pugno in faccia a Virgilio Motta, spappolandogli un bulbo oculare e rendendolo per sempre cieco dall’occhio sinistro.
Per quella violenta aggressione Lucci fu appunto condannato a 4 anni e mezzo di carcere ed a risarcire la vittima dell’aggressione con una provvisionale di 140 mila euro. Tuttavia venne riconosciuto come nullatenente e, pertanto, non versò un quattrino.
In seguito, a causa dell’invalidità procuratagli dal Lucci, il povero Virgilio Motta perse il lavoro, sprofondò in un crisi depressiva ed il 24 maggio 2012 si suicidò, lasciando la moglie e una bambina.
Da Ministro dell’Interno, Salvini non può non sapere chi è Lucci. Salvini non si è affatto “sbagliato” ed è fuori strada chi lo accusa solo di “mancanza di opportunità per il ruolo istituzionale che ricopre” (dichiarazione di Emanuele Fiano, PD).
Salvini sa benissimo cosa c’è dentro e dietro i gruppi organizzati delle curve, che campano sulle creste sui biglietti, sul traffico di stupefacenti e su tanto altro ancora. Salvini sa bene che nelle curve degli stadi di calcio si muovono anche interessi criminali.
La ‘ndrangheta a Torino è riuscita ad inserirsi come «intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus».
A Napoli e a Catania, capi ultras sono «organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o ad esse collegate».
Ma anche a Genova «le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle delle associazioni di tipo mafioso».
Sono tutte cose scritte, nero su bianco, nella relazione stilata dalla Commissione Antimafia sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo del calcio.
Ma Salvini sa anche benissimo quanti e quali sono i gruppi fascisti che riempiono, ogni domenica le curve di serie A, B e pure Lega Pro, perché proprio il Ministero dell’interno, nel 2017, ha pubblicato un censimento completo sulle tifoserie nel rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Dunque, Salvini, sa anche benissimo, che, su circa 300 gruppi censiti, quasi un centinaio sono di destra ed estrema destra.
D’altronde, quello dell’infiltrazione nel tifo calcistico non è un fenomeno recente dal momento che anche il fascismo si infiltrava nelle curve anche durante il Ventennio, perché sapeva che lo sport fa presa sulla gente.
Salvini tutte queste cose le sa e quindi l’abbraccio a Lucci non è stato né un errore, né una leggerezza, né un caso. E tali non sono stati neanche tutti i selfie con i boss e con altri personaggi legati alla criminalità organizzata, che ha collezionato prima di diventare ministro.
Memorabile sul web quello con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, boss “pentito” della mafia pugliese, già affiliato a Cosa Nostra e reo confesso di 72 omicidi.
Ancora rimbomba nell’aria quella definizione “ministro della malavita” che Saviano diede di lui in un video in cui l’autore di “Gomorra” puntava il dito contro le decisioni del Viminale sui sbarchi e migranti, mutuando un’espressione che lo storico Gaetano Salvemini aveva rivolto nei confronti di Giolitti, nel 1909, in un libro in cui denunciava la violenza politica dei suoi governi. Un’accusa che è valsa allo scrittore una querela presentata su carta intestata del Viminale. In quel video il giornalista disse che il responsabile del Viminale “da codardo, non ha detto niente contro la ‘ndrangheta e non ricorda i legami tra Lega Nord e la ‘ndrangheta”.
Salvini che cavalca l’onda securitaria come nessun altro; che ha imposto al governo la sua personale legge razziale; che cancella i permessi per motivi umanitari; che smantella l’unico sistema di accoglienza che funziona sui territori: gli SPRAR. Salvini che, mentre invoca la sacralità del presepe, butta in mezzo la strada famiglie con bambini in pieno inverno; Salvini che manda le ruspe contro i Rom.
Ma Salvini indossa le felpe della Polizia; Salvini dice che “chi spaccia lo considero alla pari di un assassino e ho l’obiettivo di bloccarlo e mandarlo in galera”; Salvini che, proprio ieri ha partecipato, nel comune di Sorbolo, in provincia di Parma, alla cerimonia di consegna alla Guardia di Finanza di un immobile confiscato alla criminalità organizzata in cui ha tuonato ”Siamo più forti noi. Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ‘ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido paese, ce la metteremo tutta”.
Eppure una recente inchiesta di Report che ha passato ai raggi X la Lega di Salvini nel Sud Italia, ha messo in fila i tanti casi imbarazzanti della classe dirigente leghista al sud.
Ad esempio, quello del suo coordinatore in Calabria e deputato leghista, Domenico Furgiuele, domiciliato in un immobile della moglie confiscato alla ‘ndragheta; oppure quello di Michele Marcianò, intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro a cui avrebbe offerto “disponibilità". C’è anche il caso di Avellino, dove è stato eletto in Comune con la lista leghista (prima dello scioglimento) Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Nell’intervista il figlio non prende le distanze dal padre, «per noi niente era vero di quelle accuse».
In Sicilia poi c’è il movimento “Noi con Salvini” che ha avuto come primo segretario Angelo Attaguile, catanese, ex diccì ed ex Mpa di Raffaele Lombardo (ex governatore siciliano per il quale la Corte di Cassazione, ad ottobre scorso, ha accolto il ricorso della procura generale di Catania ordinando un nuovo processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa).
Report ha pure raccontato la storia di Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi nella sua Meletto (provincia di Catania) e di suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone, su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio, segnalando la presenza dello zio al comizio del nipote per la corsa a sindaco a Meletto.
E c’è il caso di Carmelo Lo Monte, ora leghista dopo essere stato assessore in Sicilia con Totò Cuffaro (con un passato anche nell’Mpa, nel Centro democratico di Tabacci e nei socialisti), su cui pende una condanna della Corte dei Conti per presunte assunzioni illegittime al 118. La puntata raccontava anche alcune vicende dei salviniani di Palermo, con il caso dei due fratelli Salvino e Mario Caputo: dopo la condanna del primo per tentato abuso d’ufficio, il secondo si è candidato alle regionali.
Salvini, allora, ha mandato come commissario in Sicilia il senatore e sottosegretario agli Interni, Stefano Candiani. E questi si è trovato alle prese con il caso di Tony Rizzotto, unico deputato leghista all’Assemblea regionale siciliana, ex presidente dell’Ente di formazione” Isfordd”, denunciato da alcuni dipendenti per la presunta sottrazione di fondi dello stesso ente. Candiani, interpellato sull’elevato numero di transfughi confluiti nella Lega da altri partiti (ad Agrigento il referente è Angelo Collura, ex alfaniano, a Enna Edoardo Leanza, ex Fi, a Messina Matteo Francilia, ex Udc), ha spiegato: «Si vede che sono stati folgorati sulla via di Damasco, non si tratta di trasformismo, a volte cambiare opinione è sintomo di intelligenza».
Quanto ai bilanci di “Noi con Salvini”, Attaguile non li ha forniti a Report. E neppure il tesoriere della Lega Nord, Giulio Centemero, nonostante la recentissima condanna della Corte d’appello nell’ambito del processo per la maxi truffa ai danni dello Stato da 49 milioni, forse riciclati in Lussemburgo secondo quanto rivelato nell’ultimo numero de L‘Espresso.
Salvini non è incoerente. Tanto i suoi gesti quanto le sue dichiarazioni rispondono ad una strategia precisa. Non gli interessa affatto lo svilimento del suo ruolo istituzionale, ma come e quanto quel ruolo gli può servire per continuare ad edificare il suo personale sistema di potere pronto a rimpiazzare il buco lasciato dal clan di Renzi. Quello di Salvini non è mai stato il ministero dell’interno, ma un ministero della propaganda: il suo.
E le Stelle (Cinque) stanno a guardare.
Fonte
Incalzato dai giornalisti su quell’incontro immortalato dai fotografi, Salvini ha ironizzato così: “Sono un indagato fra gli indagati”.
A chi gli ha fatto presente che Lucci non era affatto un indagato ma un pregiudicato ha risposto secco: “Lui un pregiudicato? Io mi occupo di quello che accade da domani in avanti. Chi ha sbagliato in passato e ha pagato, spero che non lo rifaccia”, ha spiegato il ministro dell’Interno che poi ha precisato di non essere affatto pentito per quell’abbraccio.
Ma chi è Luca Lucci? Innanzitutto è il “vice“ di Giancarlo “Sandokan” Lombardi, leader della curva sud del Meazza condannato a 3 anni e 8 mesi, coinvolto in un’inchiesta contro il clan mafioso dei “Fidanzati”.
Colpito da tre Daspo, a settembre scorso, Lucci ha patteggiato un anno e mezzo per traffico di sostanze stupefacenti. Il suo nome compare perfino in un agguato di ‘ndrangheta, quando la sua auto fu utilizzata per l’assassino dell’avvocatessa Maria Spinella a Segrate.
Nel febbraio 2009 Lucci fu anche condannato in primo grado a 4 anni e mezzo per aver aggredito e causato la perdita di un occhio a Virgilio Motta, durante il derby di Milano del 15 febbraio 2009. Gli ultras rossoneri avevano srotolato un grosso striscione che non riavvolsero dopo il fischio d’inizio ed impedendo così ai tifosi interisti, situati al primo anello, di vedere la partita.
Dopo una decina di minuti gli interisti della Banda ”Bagaj” (club nerazzurro nato per portare i bambini allo stadio), spazientiti, chiesero di rimuovere lo striscione. Ne venne fuori un diverbio ed i tifosi dell’Inter, esasperati, strapparono un pezzo di striscione per poter vedere la partita. A quel punto partì una spedizione punitiva da parte degli ultrà, capeggiati dal Lucci, verso il primo anello, settore dello stadio occupato da tifosi dell’Inter “normali”, inclusi bambini e famiglie. Nel mezzo del parapiglia Lucci sferrò un pugno in faccia a Virgilio Motta, spappolandogli un bulbo oculare e rendendolo per sempre cieco dall’occhio sinistro.
Per quella violenta aggressione Lucci fu appunto condannato a 4 anni e mezzo di carcere ed a risarcire la vittima dell’aggressione con una provvisionale di 140 mila euro. Tuttavia venne riconosciuto come nullatenente e, pertanto, non versò un quattrino.
In seguito, a causa dell’invalidità procuratagli dal Lucci, il povero Virgilio Motta perse il lavoro, sprofondò in un crisi depressiva ed il 24 maggio 2012 si suicidò, lasciando la moglie e una bambina.
Da Ministro dell’Interno, Salvini non può non sapere chi è Lucci. Salvini non si è affatto “sbagliato” ed è fuori strada chi lo accusa solo di “mancanza di opportunità per il ruolo istituzionale che ricopre” (dichiarazione di Emanuele Fiano, PD).
Salvini sa benissimo cosa c’è dentro e dietro i gruppi organizzati delle curve, che campano sulle creste sui biglietti, sul traffico di stupefacenti e su tanto altro ancora. Salvini sa bene che nelle curve degli stadi di calcio si muovono anche interessi criminali.
La ‘ndrangheta a Torino è riuscita ad inserirsi come «intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus».
A Napoli e a Catania, capi ultras sono «organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o ad esse collegate».
Ma anche a Genova «le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle delle associazioni di tipo mafioso».
Sono tutte cose scritte, nero su bianco, nella relazione stilata dalla Commissione Antimafia sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo del calcio.
Ma Salvini sa anche benissimo quanti e quali sono i gruppi fascisti che riempiono, ogni domenica le curve di serie A, B e pure Lega Pro, perché proprio il Ministero dell’interno, nel 2017, ha pubblicato un censimento completo sulle tifoserie nel rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Dunque, Salvini, sa anche benissimo, che, su circa 300 gruppi censiti, quasi un centinaio sono di destra ed estrema destra.
D’altronde, quello dell’infiltrazione nel tifo calcistico non è un fenomeno recente dal momento che anche il fascismo si infiltrava nelle curve anche durante il Ventennio, perché sapeva che lo sport fa presa sulla gente.
Salvini tutte queste cose le sa e quindi l’abbraccio a Lucci non è stato né un errore, né una leggerezza, né un caso. E tali non sono stati neanche tutti i selfie con i boss e con altri personaggi legati alla criminalità organizzata, che ha collezionato prima di diventare ministro.
Memorabile sul web quello con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, boss “pentito” della mafia pugliese, già affiliato a Cosa Nostra e reo confesso di 72 omicidi.
Ancora rimbomba nell’aria quella definizione “ministro della malavita” che Saviano diede di lui in un video in cui l’autore di “Gomorra” puntava il dito contro le decisioni del Viminale sui sbarchi e migranti, mutuando un’espressione che lo storico Gaetano Salvemini aveva rivolto nei confronti di Giolitti, nel 1909, in un libro in cui denunciava la violenza politica dei suoi governi. Un’accusa che è valsa allo scrittore una querela presentata su carta intestata del Viminale. In quel video il giornalista disse che il responsabile del Viminale “da codardo, non ha detto niente contro la ‘ndrangheta e non ricorda i legami tra Lega Nord e la ‘ndrangheta”.
Salvini che cavalca l’onda securitaria come nessun altro; che ha imposto al governo la sua personale legge razziale; che cancella i permessi per motivi umanitari; che smantella l’unico sistema di accoglienza che funziona sui territori: gli SPRAR. Salvini che, mentre invoca la sacralità del presepe, butta in mezzo la strada famiglie con bambini in pieno inverno; Salvini che manda le ruspe contro i Rom.
Ma Salvini indossa le felpe della Polizia; Salvini dice che “chi spaccia lo considero alla pari di un assassino e ho l’obiettivo di bloccarlo e mandarlo in galera”; Salvini che, proprio ieri ha partecipato, nel comune di Sorbolo, in provincia di Parma, alla cerimonia di consegna alla Guardia di Finanza di un immobile confiscato alla criminalità organizzata in cui ha tuonato ”Siamo più forti noi. Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ‘ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido paese, ce la metteremo tutta”.
Eppure una recente inchiesta di Report che ha passato ai raggi X la Lega di Salvini nel Sud Italia, ha messo in fila i tanti casi imbarazzanti della classe dirigente leghista al sud.
Ad esempio, quello del suo coordinatore in Calabria e deputato leghista, Domenico Furgiuele, domiciliato in un immobile della moglie confiscato alla ‘ndragheta; oppure quello di Michele Marcianò, intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro a cui avrebbe offerto “disponibilità". C’è anche il caso di Avellino, dove è stato eletto in Comune con la lista leghista (prima dello scioglimento) Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Nell’intervista il figlio non prende le distanze dal padre, «per noi niente era vero di quelle accuse».
In Sicilia poi c’è il movimento “Noi con Salvini” che ha avuto come primo segretario Angelo Attaguile, catanese, ex diccì ed ex Mpa di Raffaele Lombardo (ex governatore siciliano per il quale la Corte di Cassazione, ad ottobre scorso, ha accolto il ricorso della procura generale di Catania ordinando un nuovo processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa).
Report ha pure raccontato la storia di Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi nella sua Meletto (provincia di Catania) e di suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone, su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio, segnalando la presenza dello zio al comizio del nipote per la corsa a sindaco a Meletto.
E c’è il caso di Carmelo Lo Monte, ora leghista dopo essere stato assessore in Sicilia con Totò Cuffaro (con un passato anche nell’Mpa, nel Centro democratico di Tabacci e nei socialisti), su cui pende una condanna della Corte dei Conti per presunte assunzioni illegittime al 118. La puntata raccontava anche alcune vicende dei salviniani di Palermo, con il caso dei due fratelli Salvino e Mario Caputo: dopo la condanna del primo per tentato abuso d’ufficio, il secondo si è candidato alle regionali.
Salvini, allora, ha mandato come commissario in Sicilia il senatore e sottosegretario agli Interni, Stefano Candiani. E questi si è trovato alle prese con il caso di Tony Rizzotto, unico deputato leghista all’Assemblea regionale siciliana, ex presidente dell’Ente di formazione” Isfordd”, denunciato da alcuni dipendenti per la presunta sottrazione di fondi dello stesso ente. Candiani, interpellato sull’elevato numero di transfughi confluiti nella Lega da altri partiti (ad Agrigento il referente è Angelo Collura, ex alfaniano, a Enna Edoardo Leanza, ex Fi, a Messina Matteo Francilia, ex Udc), ha spiegato: «Si vede che sono stati folgorati sulla via di Damasco, non si tratta di trasformismo, a volte cambiare opinione è sintomo di intelligenza».
Quanto ai bilanci di “Noi con Salvini”, Attaguile non li ha forniti a Report. E neppure il tesoriere della Lega Nord, Giulio Centemero, nonostante la recentissima condanna della Corte d’appello nell’ambito del processo per la maxi truffa ai danni dello Stato da 49 milioni, forse riciclati in Lussemburgo secondo quanto rivelato nell’ultimo numero de L‘Espresso.
Salvini non è incoerente. Tanto i suoi gesti quanto le sue dichiarazioni rispondono ad una strategia precisa. Non gli interessa affatto lo svilimento del suo ruolo istituzionale, ma come e quanto quel ruolo gli può servire per continuare ad edificare il suo personale sistema di potere pronto a rimpiazzare il buco lasciato dal clan di Renzi. Quello di Salvini non è mai stato il ministero dell’interno, ma un ministero della propaganda: il suo.
E le Stelle (Cinque) stanno a guardare.
Fonte
23/10/2018
Società di calcio, ultrà, ‘ndrangheta e polizia
Stasera ho visto l’inchiesta di Report sui legami fra Juventus, gruppi ultras e ndrangheta. L’inchiesta – dettagliata ed efficace a tratti, anche se un po’ ammiccante e confusa nell’esposizione dei fatti e dei personaggi – ha fatto scalpore e ha prevedibilmente provocato due reazioni opposte: il sempreverde “Juve merda” a cui fa eco il mantra “la Juve è parte lesa”.
Ora, lungi da me addentrarmi nei meandri dell’indagine, o criticarne aspetti pure significativi (come la rappresentazione, parziale e tutta in linea con la repressione, del mondo ultras). Mi preme invece sottolineare un aspetto che emerge bene, anche se poco valorizzato.
Mi riferisco al “sistema” che viene rappresentato, che ha tre attori principali: la società, le forze dell’ordine, i capi ultras vicini alla ndrangheta.
Sinteticamente: la società passa i biglietti ai capi ultras per tenerseli buoni ed evitare contestazioni o multe, i capi ultras fanno bagarinaggio e quindi partecipano alla spartizione della torta sulle spalle dei tifosi e dei loro stessi accoliti, ai quali impongono i tempi, i modi, i soggetti delle contestazioni; le forze dell’ordine trattano con questi loschi personaggi sapendo benissimo chi sono: a volte li assoldano per avere informazioni, altre volte contrattano la pace sociale, altre volte li reprimono se si crea il caso...
Questi tre attori – a cui aggiungerei quello mediatico, anch’esso ambiguo, perché può far montare il caso repressivo ma anche valorizzare commercialmente lo spettacolo del tifo – godono di una relativa indipendenza, possono trovarsi in disaccordo, possono anche entrare in conflitto, ma sono in fin dei conti solidali perché accomunati da uno stesso interesse: che il business vada avanti, e che ogni potenziale minaccia al business – ad esempio: tifosi che facciano di testa propria, inchieste delle forze dell’ordine sui capitali societari – sia spenta sul nascere. Tutti gli attori hanno questa consapevolezza, e infatti nelle intercettazioni sembrano prendere tutto come un gioco, anche se tragico. Ognuno deve recitare la sua parte – “così va il mondo”.
Quello che è interessante è che questo sistema è molto simile a quello che ci troviamo di fronte quando analizziamo materialisticamente il resto della società o la vita dei quartieri popolari (d’altronde in un bel libro di qualche anno fa, Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno, si mettevano giustamente in rapporto la struttura e le trasformazioni del mondo del calcio con quelle della società italiana).
Anche nella nostra società l’imprenditoria legale (la dirigenza della squadra di calcio) intrattiene stretti legami con l’imprenditoria criminale (i capi ndranghetisti), che sfruttano manovalanza più o meno bisognosa di sopravvivenza, di affetti o vogliosa di scalata sociale (gli ultras) con il tacito assenso delle forze dell’ordine che stanno lì soprattutto a impedire che qualcosa turbi gli affari.
Per darvi un esempio: a Rione Traiano la più grande piazza di spaccio di Napoli sta a poche centinaia di metri da una gigantesca caserma dei carabinieri, ma è tutto normale, ognuno si fa i fatti suoi, perché lo scopo delle forze dell’ordine non è certo mettere fine al commercio della droga.
Sradicare quel commercio, cosa che si potrebbe fare in due settimane, vorrebbe dire ostacolare la circolazione di capitali – che sono invece funzionali anche l’imprenditoria legale – e soprattutto togliere di mezzo un elemento di redistribuzione della ricchezza e la legittimità dei capibastone che garantiscono tutto sommato la pace sociale.
Vi immaginate il Rione Traiano senza droga? E di che vivrebbe molta gente? Non pensate solo a quelli direttamente legati ai traffici, che sono un’estrema minoranza, ma a quelle economie di prossimità che ne beneficiano... Senza quel modo di arrangiarsi o per alcuni quella prospettiva di arricchimento, chiederebbero lavoro, forse. Si ribellerebbero. Lo Stato dovrebbe intervenire dando qualcosa, ovvero togliendo qualcosa al privato. Per ottenere cosa, poi? Scuole, lavoratori, soggetti critici, consapevoli della loro forza?
Meglio tenere tutto così. Anche se ogni tanto ci va di mezzo qualche ultras o qualche giovane di quei quartieri ucciso dalle forze dell’ordine (ricordate Davide Bifolco?) o dalle bande rivali. Anche se la maggioranza dei proletari non direttamente legata a questa bande, sia allo stadio che nei quartieri, per lo più ne subisce controvoglia la presenza...
Purtroppo Report non arriva a spingersi a questo paragone, né tantomeno offre una soluzione al problema specifico che presenta, perché dopo aver additato il Sistema sembra ritrarsi, come fanno sempre tutti i riformisti, davanti al mostro. Come l’antimafia istituzionale, che non mette in discussione la dinamica ma solo gli esiti, la risposta starebbe in una repressione maggiore e più “pulita”. Non si dice che magari è proprio sulla figura apicale della catena che bisognerebbe intervenire, sull’intreccio mediatico-societario-istituzionale, sul meccanismo di accumulazione economica che produce tutte le storture che si producono poi in basso.
Un calcio senza padroni, senza società quotate in borsa ma magari governate da azionariato popolare,una FIGC sotto controllo popolare, senza spezzatini televisivi e capitali miliardari, con meccanismi di autoregolazione interna e democratica della comunità dei tifosi, non eviterebbe tutti questi mostri?
Ecco, io spero, anche se è difficile, che la puntata di Report, muovendo da un tema popolare, spinga a una critica complessiva non solo del sistema calcio, ma del Sistema Italia. E che anche chi non è solitamente interessato alla politica possa provare il desiderio di ribellarsi a tutto questo schifo...
Fonte
Ora, lungi da me addentrarmi nei meandri dell’indagine, o criticarne aspetti pure significativi (come la rappresentazione, parziale e tutta in linea con la repressione, del mondo ultras). Mi preme invece sottolineare un aspetto che emerge bene, anche se poco valorizzato.
Mi riferisco al “sistema” che viene rappresentato, che ha tre attori principali: la società, le forze dell’ordine, i capi ultras vicini alla ndrangheta.
Sinteticamente: la società passa i biglietti ai capi ultras per tenerseli buoni ed evitare contestazioni o multe, i capi ultras fanno bagarinaggio e quindi partecipano alla spartizione della torta sulle spalle dei tifosi e dei loro stessi accoliti, ai quali impongono i tempi, i modi, i soggetti delle contestazioni; le forze dell’ordine trattano con questi loschi personaggi sapendo benissimo chi sono: a volte li assoldano per avere informazioni, altre volte contrattano la pace sociale, altre volte li reprimono se si crea il caso...
Questi tre attori – a cui aggiungerei quello mediatico, anch’esso ambiguo, perché può far montare il caso repressivo ma anche valorizzare commercialmente lo spettacolo del tifo – godono di una relativa indipendenza, possono trovarsi in disaccordo, possono anche entrare in conflitto, ma sono in fin dei conti solidali perché accomunati da uno stesso interesse: che il business vada avanti, e che ogni potenziale minaccia al business – ad esempio: tifosi che facciano di testa propria, inchieste delle forze dell’ordine sui capitali societari – sia spenta sul nascere. Tutti gli attori hanno questa consapevolezza, e infatti nelle intercettazioni sembrano prendere tutto come un gioco, anche se tragico. Ognuno deve recitare la sua parte – “così va il mondo”.
Quello che è interessante è che questo sistema è molto simile a quello che ci troviamo di fronte quando analizziamo materialisticamente il resto della società o la vita dei quartieri popolari (d’altronde in un bel libro di qualche anno fa, Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno, si mettevano giustamente in rapporto la struttura e le trasformazioni del mondo del calcio con quelle della società italiana).
Anche nella nostra società l’imprenditoria legale (la dirigenza della squadra di calcio) intrattiene stretti legami con l’imprenditoria criminale (i capi ndranghetisti), che sfruttano manovalanza più o meno bisognosa di sopravvivenza, di affetti o vogliosa di scalata sociale (gli ultras) con il tacito assenso delle forze dell’ordine che stanno lì soprattutto a impedire che qualcosa turbi gli affari.
Per darvi un esempio: a Rione Traiano la più grande piazza di spaccio di Napoli sta a poche centinaia di metri da una gigantesca caserma dei carabinieri, ma è tutto normale, ognuno si fa i fatti suoi, perché lo scopo delle forze dell’ordine non è certo mettere fine al commercio della droga.
Sradicare quel commercio, cosa che si potrebbe fare in due settimane, vorrebbe dire ostacolare la circolazione di capitali – che sono invece funzionali anche l’imprenditoria legale – e soprattutto togliere di mezzo un elemento di redistribuzione della ricchezza e la legittimità dei capibastone che garantiscono tutto sommato la pace sociale.
Vi immaginate il Rione Traiano senza droga? E di che vivrebbe molta gente? Non pensate solo a quelli direttamente legati ai traffici, che sono un’estrema minoranza, ma a quelle economie di prossimità che ne beneficiano... Senza quel modo di arrangiarsi o per alcuni quella prospettiva di arricchimento, chiederebbero lavoro, forse. Si ribellerebbero. Lo Stato dovrebbe intervenire dando qualcosa, ovvero togliendo qualcosa al privato. Per ottenere cosa, poi? Scuole, lavoratori, soggetti critici, consapevoli della loro forza?
Meglio tenere tutto così. Anche se ogni tanto ci va di mezzo qualche ultras o qualche giovane di quei quartieri ucciso dalle forze dell’ordine (ricordate Davide Bifolco?) o dalle bande rivali. Anche se la maggioranza dei proletari non direttamente legata a questa bande, sia allo stadio che nei quartieri, per lo più ne subisce controvoglia la presenza...
Purtroppo Report non arriva a spingersi a questo paragone, né tantomeno offre una soluzione al problema specifico che presenta, perché dopo aver additato il Sistema sembra ritrarsi, come fanno sempre tutti i riformisti, davanti al mostro. Come l’antimafia istituzionale, che non mette in discussione la dinamica ma solo gli esiti, la risposta starebbe in una repressione maggiore e più “pulita”. Non si dice che magari è proprio sulla figura apicale della catena che bisognerebbe intervenire, sull’intreccio mediatico-societario-istituzionale, sul meccanismo di accumulazione economica che produce tutte le storture che si producono poi in basso.
Un calcio senza padroni, senza società quotate in borsa ma magari governate da azionariato popolare,una FIGC sotto controllo popolare, senza spezzatini televisivi e capitali miliardari, con meccanismi di autoregolazione interna e democratica della comunità dei tifosi, non eviterebbe tutti questi mostri?
Ecco, io spero, anche se è difficile, che la puntata di Report, muovendo da un tema popolare, spinga a una critica complessiva non solo del sistema calcio, ma del Sistema Italia. E che anche chi non è solitamente interessato alla politica possa provare il desiderio di ribellarsi a tutto questo schifo...
Fonte
21/08/2015
La furia dei senesi rovina lo spettacolo del Palio?
Hooligans provenienti dal Nord Europa? Ultras ubriachi che
impediscono alle famiglie di portare i bambini allo stadio? Teppisti
ingestibili che turbano l’ordine pubblico? Ma no! Rispettabili cittadini
senesi delle contrade del Nicchio, del Montone, dell’Onda e della Torre
che, alla fine del Palio, hanno dato vita ad una rissa che ha coinvolto
decine di persone (vedi):
una manifestazione delle antiche rivalità tra contrade, che non può
essere ricondotta a problema di ordine pubblico. Però “stranamente” – ma
anche finalmente, diciamo noi – non abbiamo visto i telegiornali aprire
per giorni con queste immagini, né repubblica.it presentarle come prima
notizia: i teorici dello sport senza antagonismi e del sedersi sul
seggiolino allo stadio senza lasciarsi andare a manifestazioni
scomposte, gli apologeti dello sport visto in televisione, quelli che
considerano una terribile violenza da biasimare persino rovesciare un
cestino dell’immondizia, stavolta hanno taciuto. Forse
è la distrazione estiva, forse sono le vacanze, ma fortunatamente non
abbiamo sentito prefetti, ministri dell’Interno, parlamentari vari,
sociologi e tuttologi proporre pugni di ferro, Daspo, obblighi di firma,
palli senza spettatori (una piazza del Campo a porte chiuse?), divieti
di vendita e consumo di alcolici, tessere del tifoso per gli spettatori
della tradizionale gara equestre. Termini come «furia» o come «follia»,
abitualmente usati per i tifosi di calcio, che distruggerebbero lo
spettacolo sportivo, stavolta sono stati dimenticati nel cassetto.
È facile, a questo punto, fare il gioco del “se”. E se fosse successo dopo, prima o nei pressi una partita di calcio? Quante vesti si sarebbero stracciate? Quante misure repressive sarebbero state proposte e attuate?
La risposta è semplice quanto scontata, tanto più che nelle stesse ore si faceva un gran parlare del pericolo per la Città eterna, visto l’imminente arrivo dei tifosi del Bayer Leverkusen – dipinto come una improbabile discesa degli unni – per i preliminari di Champions League contro la Lazio. Per essi – se ne millantavano 600, alla fine erano 150 – sono state allestite misure «di sicurezza» da grande evento (leggi): per la prima volta è stata allestita una «fans zone» – l’espressione sembra chic, ma si tratta in realtà di una sorta di recinto – a Villa Borghese, per non farli «scorrazzare» in città ed è stata persino vietata la vendita da asporto di bevande alcooliche in centro (?). «I servizi sono stati predisposti con cura», ci ha tenuto a specificare il prefetto Gabrielli , perché «la differenza, come nello sport così nell’ordine pubblico, la fa il campo».
Per non parlare, poi, dell’incommentabile decisione di dividere in due e di ridurre la capienza delle curve dello stadio Olimpico (leggi). Il tutto per motivi di «sicurezza» e in nome del «basta violenze»...
La risposta, dicevamo, è semplice quanto scontata. Nel caso qualcuno avesse ancora dubbi su come gli ultras vengano utilizzati come efficace capro espiatori per testare dietro legittimazione misure repressive da estendere poi al resto della società...
Fonte
È facile, a questo punto, fare il gioco del “se”. E se fosse successo dopo, prima o nei pressi una partita di calcio? Quante vesti si sarebbero stracciate? Quante misure repressive sarebbero state proposte e attuate?
La risposta è semplice quanto scontata, tanto più che nelle stesse ore si faceva un gran parlare del pericolo per la Città eterna, visto l’imminente arrivo dei tifosi del Bayer Leverkusen – dipinto come una improbabile discesa degli unni – per i preliminari di Champions League contro la Lazio. Per essi – se ne millantavano 600, alla fine erano 150 – sono state allestite misure «di sicurezza» da grande evento (leggi): per la prima volta è stata allestita una «fans zone» – l’espressione sembra chic, ma si tratta in realtà di una sorta di recinto – a Villa Borghese, per non farli «scorrazzare» in città ed è stata persino vietata la vendita da asporto di bevande alcooliche in centro (?). «I servizi sono stati predisposti con cura», ci ha tenuto a specificare il prefetto Gabrielli , perché «la differenza, come nello sport così nell’ordine pubblico, la fa il campo».
Per non parlare, poi, dell’incommentabile decisione di dividere in due e di ridurre la capienza delle curve dello stadio Olimpico (leggi). Il tutto per motivi di «sicurezza» e in nome del «basta violenze»...
La risposta, dicevamo, è semplice quanto scontata. Nel caso qualcuno avesse ancora dubbi su come gli ultras vengano utilizzati come efficace capro espiatori per testare dietro legittimazione misure repressive da estendere poi al resto della società...
Fonte
23/05/2015
Egitto - Ultras fuori legge, il tifo organizzato viene dichiarato illegale
di Francesca La Bella
Da sabato scorso i gruppi ultras sono diventati ufficialmente illegali in Egitto.
La sentenza della Corte egiziana per le questioni urgenti ha, infatti,
decretato lo scioglimento delle tifoserie in quanto considerate
organizzazioni terroristiche. Il procedimento, iniziato a seguito della
denuncia di Mortada Mansour in cui il presidente dello Zamalek accusava
gli ultras di danneggiamenti alla sede del club e minacce di morte a suo
carico, ha portato all’illegalizzazione della totalità dei gruppi
ultras egiziani. I singoli capi d’accusa non potrebbero, però,
spiegare la severità della decisione. Le cause e le conseguenze di un
tale provvedimento trascendono, infatti, dalla mera questione
giudiziaria.
I gruppi ultras egiziani sono centrali
nelle dinamiche socio-politiche del Paese nord-africano dall’inizio
delle proteste contro il regime di Hosni Mubarak. Fin dalle prime
manifestazioni del 2011, in un contesto di totale disorganizzazione e di
mancanza di strutture forti che guidassero i cortei (ricordiamo che in
una prima fase la stessa Fratellanza Musulmana aveva scelto di rimanere a
margine delle mobilitazioni), la maggiore abitudine ed attitudine alle
dinamiche di piazza, ha, infatti, reso fondamentale l’apporto del tifo
organizzato alle proteste.
In questo senso, gruppi ultras
che avevano fatto dell’apoliticità un vessillo, si sono ritrovati a
ricoprire un ruolo intrinsecamente politico per il destino del Paese.
Un ruolo che, nonostante cambiamenti significativi all’interno delle
stesse tifoserie, gli ultras hanno mantenuto in questi anni. Se
tristemente famosa è la strage di Port Said del 2012 nella quale
morirono 74 supporter della squadra cairota dell’Al-Ahly, meno
conosciuti sono altri episodi che hanno visto protagonista il tifo
organizzato. A gennaio di quest’anno, ad esempio, 20 tifosi dello
Zamalek sono morti soffocati dai lacrimogeni e schiacciati dalle persone
in fuga fuori dallo stadio del Cairo.
Si potrebbe imputare queste morti al
tifo violento, alla mancanza di sicurezza o alla casualità, ma le cause
di questi eventi sono molto più profonde e si radicano nella vita
politica del Paese. Le tifoserie, grazie al ruolo ricoperto
durante la rivoluzione, sono diventate punto di riferimento per molti
giovani uomini che non trovavano altrove spazi per il proprio dissenso
e, per questo, sono state oggetto della repressione governativa.
Questo anche durante il Governo di Mohamed Morsi, benchè potesse
sembrare che, nonostante perdurasse il blocco del campionato e
rimanessero intatte molte delle condizioni che avevano portato allo
scontro, il protagonismo dei tifosi fosse diminuito.
Gli scontri fuori dal carcere di Port
Said nel marzo 2013 dei tifosi dell’Al-Masry a seguito delle 21 condanne
a morte per la partecipazione all’omonima strage e la conseguente
repressione, però, dimostravano che era solo cambiato l’angolo di
osservazione e non l’atteggiamento della dirigenza verso i tifosi. In
quell’occasione anche molti altri gruppi ultras sottolinearono che la
condanna costituiva una giustizia parziale in quanto incurante del ruolo
delle forze di sicurezza nel massacro.
Per rivedere l’attivismo dei primi
giorni di rivoluzione bisognava, però, aspettare il colpo di Stato. Se
durante il periodo precedente, sia per un certo sostegno ad un Governo
che veniva considerato legittimo sia per una diffusa rassegnazione in
merito alla possibilità di un reale cambiamento, la situazione poteva
apparire parzialmente pacificata, con la salita la potere del Generale
Abdel Fatah Al-Sisi, le proteste hanno trovato nuovo vigore. Da
un lato la repressione di ogni forma di dissenso, la persecuzione
metodica di attivisti laici e islamici, l’illegalizzazione di
organizzazioni e partiti tra i quali spicca per importanza la messa al
bando della Fratellanza Musulmana, ha indotto un avvicinamento degli
ultras alle posizioni dei gruppi islamici. La nascita di realtà
come quella degli ultras Nahdawy, gruppo di ultras legati ai Fratelli
Musulmani che unisce frange di tifoseria di squadre diverse e
precedentemente avversarie, è la traccia più evidente di questa
tendenza.
Dall’altro, laddove inizialmente
esisteva solo una vaga opposizione al Governo di turno ed alle forze
armate, si è innestato un processo di nuova radicalizzazione. In
parallelo il blocco del campionato ha lasciato i tifosi fuori dallo
stadio, obbligandoli a penetrare nella società per mantenere vivo il
loro impegno. Non si dimentichi, a tal proposito, che gli
ultras, come gli attivisti d’altronde, non sono un soggetto estraneo
alla società, ma ne fanno parte condividendo con altri gruppi sociali,
come gli studenti, condizioni economiche e di vita. Non stupisce in
questo senso scoprire come, negli ultimi mesi, si sia assistito ad un
avvicinamento tra ultras e gruppi studenteschi laici e religiosi ostili
al Generale Al-Sisi. La comune provenienza sociale, la vicinanza
di età e l’approccio repressivo del Governo hanno così saldato
un’alleanza in quello spaccato sociale fatto di giovani senza lavoro e
senza speranze che avevano visto nelle manifestazioni del 2011 la
possibilità reale di mutare il proprio destino.
Mentre il Governo accusa gli ultras di essere la longa manus
dei Fratelli Musulmani e presenta gli interventi contro le tifoserie
organizzate come azioni di contenimento del terrorismo islamico (si noti
come la messa al bando dei movimenti ultras sia stata pronunciata lo
stesso giorno della condanna a morte di Mohamed Morsi), la realtà è,
quindi, molto più complessa e articolata e l’illegalizzazione rischia di
indurre un ulteriore processo di radicalizzazione delle posizioni.
Fonte
14/09/2013
Grecia: ultras del Paok Salonicco assaltano la sede di Alba Dorata
L’insofferenza di alcune tifoserie elleniche nei confronti dei neonazisti di Alba Dorata aumenta, e mercoledì si è manifestata con un vero e proprio assalto nei confronti della sede neonazista di Salonicco, la seconda città per importanza della Grecia.
Nel pomeriggio dell’11 settembre un centinaio di tifosi del Paok, la squadra di calcio della città, sono arrivati in in via Kazatzaki a bordo di varie moto ed hanno letteralmente assaltato l’ufficio di Alba Dorata, bersagliandola con pietre e altri oggetti e gridando slogan.
Il motivo scatenante dell’attacco è stata una vicenda interna al mondo calcistico ma dai risvolti politici. Infatti il partito di estrema destra aveva emesso un duro comunicato nei confronti di un giocatore albanese del Paok, Ergys Kace, che il 4 settembre scorso si era fatto ritrarre in una foto mentre indossava una maglietta dell’UCK, il cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo, milizia che armi alla mano lottò nella seconda metà degli anni ’90 per la separazione del Kosovo dalla Serbia, compiendo anche numerosi crimini di guerra.
Ma non era contro i metodi e gli agganci dell’UCK con il narcotraffico e la Nato che se la sono presa quelli di Alba Dorata, bensì contro il fatto che un giocatore di una squadra ellenica esternasse la sua identità albanese. Un affronto per il partito che fa della xenofobia e del razzismo uno dei suoi elementi di forza ed identità.
Ma l’intrusione dei neonazisti non è andata giù a un gruppo di ultras del Paok che hanno deciso di sanzionare Alba Dorata. Gli squadristi del movimento di estrema destra che cercavano di difendere la loro sede, devastata dagli attaccanti, sono finiti in ospedale. Mentre invece quarantasei ultras sono stati arrestati dalla Polizia intervenuta in forze per tentare di bloccare l’assalto.
I supporters del Paok arrestati verranno giudicati oggi nel tribunale di Salonicco, e la tifoseria della squadra di calcio ha organizzato una manifestazione di solidarietà in contemporanea con l'udienza.
Fonte
Intolleranza becera contro intolleranza becera, belle prospettive per la Grecia.
Nel pomeriggio dell’11 settembre un centinaio di tifosi del Paok, la squadra di calcio della città, sono arrivati in in via Kazatzaki a bordo di varie moto ed hanno letteralmente assaltato l’ufficio di Alba Dorata, bersagliandola con pietre e altri oggetti e gridando slogan.
Il motivo scatenante dell’attacco è stata una vicenda interna al mondo calcistico ma dai risvolti politici. Infatti il partito di estrema destra aveva emesso un duro comunicato nei confronti di un giocatore albanese del Paok, Ergys Kace, che il 4 settembre scorso si era fatto ritrarre in una foto mentre indossava una maglietta dell’UCK, il cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo, milizia che armi alla mano lottò nella seconda metà degli anni ’90 per la separazione del Kosovo dalla Serbia, compiendo anche numerosi crimini di guerra.
Ma non era contro i metodi e gli agganci dell’UCK con il narcotraffico e la Nato che se la sono presa quelli di Alba Dorata, bensì contro il fatto che un giocatore di una squadra ellenica esternasse la sua identità albanese. Un affronto per il partito che fa della xenofobia e del razzismo uno dei suoi elementi di forza ed identità.
Ma l’intrusione dei neonazisti non è andata giù a un gruppo di ultras del Paok che hanno deciso di sanzionare Alba Dorata. Gli squadristi del movimento di estrema destra che cercavano di difendere la loro sede, devastata dagli attaccanti, sono finiti in ospedale. Mentre invece quarantasei ultras sono stati arrestati dalla Polizia intervenuta in forze per tentare di bloccare l’assalto.
I supporters del Paok arrestati verranno giudicati oggi nel tribunale di Salonicco, e la tifoseria della squadra di calcio ha organizzato una manifestazione di solidarietà in contemporanea con l'udienza.
Fonte
Intolleranza becera contro intolleranza becera, belle prospettive per la Grecia.
Iscriviti a:
Post (Atom)
