Evoluzione e tratti identitari
L’area del neofascismo si presenta ad oggi assai frastagliata. D’altro canto è sempre stata una sua caratteristica storica fin dalle origini.
Una fotografia d’insieme
Molte cose sono cambiate da quando, a seguito della trasformazione nel gennaio 1995 dell’Msi – lo storico partito del neofascismo italiano, fondato nel lontano 1946 – in Alleanza nazionale, nuove formazioni esplicitamente nostalgiche del passato Ventennio mussoliniano si sono affacciate sulla scena politica.
La più vecchia delle organizzazioni post-missine, la Fiamma tricolore, è praticamente scomparsa, così il Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher (di fatto i reduci di Avanguardia nazionale, organizzazione sciolta per legge come ricostituzione del partito fascista nel giugno 1976).
Forza nuova (di cui diremo più avanti) si è, dal canto suo, fortemente ridimensionata dopo aver subito nel maggio del 2020 una scissione assai consistente che ha prosciugato molte delle sue sezioni territoriali e dato vita alla cosiddetta Rete dei patrioti.
Da qui anche la scelta strategica di infiltrarsi nei movimenti No Vax e No Green Pass, radicalizzando parole d’ordine soprattutto contro la cosiddetta “Dittatura sanitaria”.
La lotta con CasaPound per l’egemonia nella galassia neofascista l’ha spinta sempre più verso derive violente. L’assalto squadristico alla sede della Cgil a Roma del 9 ottobre scorso rappresenta un punto di arrivo, volto a segnare con un inconfondibile marchio fascista la propria azione.
L’unica realtà che nel frattempo è cresciuta e si è consolidata, dal 2008, anno della sua fondazione, è certamente CasaPound, divenuta la principale espressione del neofascismo odierno.
La specificità nazifasacista e antisemita di Forza Nuova
Forza nuova, nata nel settembre 1997, si ispira senza infingimenti, da sempre, alla Guardia di ferro rumena fondata da Corneliu Zelea Codreanu, uno dei più sanguinari movimenti antisemiti che l’Europa abbia mai conosciuto. Attiva negli anni Trenta e Quaranta, la Guardia di ferro arrivò a collaborare con i nazisti e praticare l’azione terroristica su larga scala.
I “legionari” (così si facevano chiamare) della Guardia di ferro furono soprattutto protagonisti di spaventosi pogrom antiebraici, tra gli altri quello di Bucarest del 22 gennaio 1941. Un atto bestiale: i legionari irruppero nel quartiere ebraico, incendiando le sinagoghe, devastando e distruggendo.
Al macello comunale vennero radunati centinaia di ebrei. Dopo aver simulato una cerimonia kosher molti di loro vennero trascinati al mattatoio, sgozzati e appesi ai ganci, come carcasse di animali, con la scritta al collo «carne ebrea». «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, menzionando tra i corpi anche una bambina di meno di cinque anni, appesa per i piedi. Altri, disse, erano stati decapitati.
Per un raggio di diversi chilometri si rinvennero i corpi degli ebrei assassinati dalla furia della Guardia di ferro. Più di un centinaio di essi furono ritrovati nudi il 24 gennaio a Banasea, sulla linea tra Bucarest e Ploiesti, altri ottanta sulla strada per Giurgiu. Un bilancio finale non si riuscì mai a stilarlo. Le fonti più attendibili parlarono di 630 morti e 400 scomparsi.
Costituita da Roberto Fiore (già promotore alla fine degli anni Settanta di Terza posizione) e da Massimo Morsello (prima nella sezione del Fuan di via Siena a Roma, poi nei Nar), ambedue fuggiti a Londra nel 1980 (inseguiti da mandati di cattura per associazione sovversiva e banda armata e successivamente condannati rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a otto anni e due mesi), Forza nuova è stata più volte oggetto di attenzioni da parte della magistratura.
Moltissimi sono stati gli episodi che hanno visto militanti e dirigenti di Fn, o che vi avevano fatto parte, condannati per aggressioni violente. L’elenco sarebbe lunghissimo. Ma riguardo la natura di questa organizzazione, di particolare rilevanza sono stati due pronunciamenti della Corte di Cassazione: il primo, dell’8 giugno 2010, con sentenza avversa a una denuncia di Roberto Fiore, ritenne «pienamente giustificato l’uso delle espressioni» «nazifascisti» e «neofascisti» nei confronti di Forza nuova.
Il secondo, del 10 febbraio 2011 (sentenza 4938 della Quinta sezione penale), assolveva dall’accusa di diffamazione il direttore e un giornalista del «Corriere della Sera», denunciati anche in questo caso da Roberto Fiore, per l’intervista a un politico che definiva l’organizzazione «chiaramente fascista» e «portatrice di valori quali la xenofobia, il razzismo, la violenza e l’antisemitismo».
Il testo della sentenza affermava che «alla luce dei dati storici e dell’assetto normativo vigente durante il ventennio fascista, segnatamente delle leggi razziali», la qualità di fascista «non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo».
Differenze e denominatori comuni
CasaPound a differenza del partitino di Roberto Fiore guarda al primo movimento fascista in Italia, di cui tenta di ripercorrerne le gesta. Una sorta di identificazione, a partire dai suoi caratteri pseudo-rivoluzionari e giovanili.
Centrali rispetto alla propria identità risultano due figure, in primis Ezra Pound, di cui sono state recuperate alcune teorie economiche, in particolare in favore del controllo statale del sistema bancario e per la «messa fuori legge dell’usura».
A seguire il romanziere e scrittore Robert Brasillach (condannato a morte in Francia nel 1945 per la sua attività di collaboratore dei nazisti), la cui effige è stata affissa nel marzo 2009 sui muri di Roma in occasione del lancio del movimento artistico letterario legato a Casa Pound, denominato Turbodinamismo, nei fatti una rimasticatura del futurismo marinettiano.
Le nostalgie e le ascendenze nell’area del neofascismo italiano sono dunque variegate. Ma al di là delle differenze e delle specificità delle diverse formazioni organizzate, è ai tratti comuni di questo arcipelago nero che bisogna guardare.
Da questo punto di vista, trasversalmente, il neofascismo odierno si riconosce in un’analisi della globalizzazione che denuncia il potere delle élite finanziarie identificabili ancora una volta nei banchieri ebrei, da Soros a Rotschild, i cui progetti punterebbero alla trasformazione delle società occidentali in società sempre più «multirazziali», nonché al «sostitutismo» della popolazione lavoratrice «bianca» con altra di colore, nord-africana in particolare.
Anche la pandemia da Covid-19 è stata interpretata come una manovra orchestrata da questi poteri forti, volti all’instaurazione di una sorta di «dittatura» all’insegna del «pensiero unico». Nelle élite si individua la genesi di ogni complotto.
Da qui la difesa del «povero bianco», che perde diritti e spazi e che «disprezza la mescolanza», ora abbandonato e colpevolizzato. Da qui il muoversi «in nome del popolo», promuovendo movimenti contro la «dittatura sanitaria», parte di un tentativo per cercare di rappresentare delle collettività, dei pezzi di società abbandonati.
I luoghi, non a caso, dell’agire sono le periferie delle grandi metropoli e i temi sono quelli della difesa dello Stato sociale per la popolazione “autoctona”. Comune è anche una sorta di strategia della tensione xenofoba con campagne organizzate su temi sensibili come la sicurezza, contro i centri di accoglienza e i campi Rom.
L’espansione senza pianificazione urbana di alcune nostre metropoli, si pensi a Roma, con mano libera ai palazzinari, con insediamenti casuali e frammentari e l’assenza di servizi, fanno da sfondo a queste politiche di intervento.
Il neofascismo non si muove più rincorrendo le ipotesi di sovvertimento istituzionale di tipo golpista come negli anni Settanta, ma su un crinale di erosione della coesione sociale e per questa via della tenuta del tessuto democratico. La distanza tra le organizzazioni cresciute nei Sessanta e Settanta e quelle odierne è abissale. Il contesto non è in alcun modo paragonabile. L’Italia della “Guerra fredda” non è quella di oggi.
Avanguardia nazionale e Ordine nuovo (organizzazioni filo-naziste e terroristiche) erano inserite in uno schieramento anticomunista ampio, con vertici istituzionali, da quelli militari a quelli di polizia e di intelligence, attraversati da pulsioni e intenti eversivi dell’ordine costituzionale, con ampie quote della classe politica dirigente tentate da avventure reazionarie.
Derive armate
La deriva verso la lotta armata di frange sempre più consistenti del neonazismo a livello europeo è ormai una realtà. Negli ultimi anni sono stati diversi, in Francia e in Germania, i gruppi organizzatisi in funzione terroristica individuati e sciolti per legge.
Così in Italia dove in soli due anni si è provveduto da parte della magistratura e delle autorità di polizia a intercettare e disarticolare più di una formazione.
Nel novembre 2019 è avvenuto nei confronti del “Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori”, con tanto di simbolo tratto dalle Waffen-SS, nato a fine 2016, dotato di armi ed esplosivi, presente in Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto, in contatto con l’organizzazione terroristica Combat 18.
Sempre nello stesso mese, la Digos di Firenze aveva perquisito dodici persone, tra Siena e provincia, con l’accusa di associazione per sovvertire l’ordine democratico, trovando armi ed esplosivi, elmetti e divise tedesche. Durante le intercettazioni era anche emerso che alcuni degli indagati avessero l’intenzione di far saltare in aria la moschea di Colle Val d’Elsa.
Nel solo 2021 si sono, invece, di fatto sciolti ben cinque analoghi raggruppamenti in procinto di passare alla lotta armata, con l’intenzione di colpire, armi alla mano, avversari politici, ma anche ebrei, omosessuali e stranieri.
A gennaio è stata la volta di Sole Nero, a maggio de L’ultima Legione, a giugno dell’Ordine Ario Romano, a luglio di Avanguardia Rivoluzionaria, per finire in ottobre con l’Ordine di Hagal.
Tutte minuscole realtà, non costituite da giovanissimi, se non in un caso, ma da militanti in età matura provenienti da precedenti esperienze politiche nella destra radicale, in particolare da Forza nuova. Un dato preoccupante segno di un salto di qualità nell’ambito del neofascismo italiano.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/12/2021
22/10/2021
Scioglimento Forza Nuova? Il centro sinistra si allinea a Draghi
Ieri il Senato ha approvato un ordine del giorno di PD, LeU, M5S e Italia Viva sullo scioglimento di Forza Nuova e di altre organizzazioni neofasciste.
In mattinata però il centrosinistra aveva ritirato le mozioni vere e proprie contro Forza Nuova e le ha sostituite con un ordine del giorno che assorbe le mozioni di PD, M5S, IV e LeU.
Ma qui interviene una bella differenza, soprattutto per gli effetti pratici.
Una mozione prevede infatti che il Parlamento impegni il governo allo scioglimento di Forza Nuova con un decreto ai sensi dell’articolo 3, comma 2 della legge Scelba (sic!). L’ordine del giorno è invece un atto parlamentare che lascia il governo libero di attendere l’eventuale sentenza della magistratura, ai sensi del comma 1 dell’articolo 3 della legge Scelba. Quindi l’ordine del giorno, pur se approvato, non impegna il governo ad assumere scelte concrete.
In realtà il testo dell’ordine del giorno accolto ieri per alzata di mano in Senato, contiene un dispositivo che impegna il governo, ma sulla materia dell’ordine del giorno l’esecutivo dovrebbe comunque esprimere un parere favorevole o contrario tramite un esponente del governo stesso, cosa diversa dalla mozione parlamentare che invece non lo richiede.
Ma anche il testo dell’ordine del giorno approvato è diverso rispetto alle mozioni che prevedevano lo scioglimento di Forza Nuova. Mentre le mozioni prevedevano di “dare seguito al dettato costituzionale in materia di divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista”, l’ordine del giorno è assai più blando e lascia un margine di discrezionalità all’esecutivo. Il nuovo documento impegna infatti il governo “a valutare le modalità per dare seguito al dettato costituzionale in materia di divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista”.
In sostanza con questo nuovo documento (“valutare le modalità”) il governo può procedere allo scioglimento ai sensi del comma 1 e non più del comma 2 dell’articolo 3 della legge Scelba e cioè può attendere una sentenza dei giudici invece di procedere autonomamente tramite un decreto.
Le modalità di scioglimento di Forza Nuova previsto dall’ordine del giorno approvato al Senato, fa riferimento ai sensi della legge Scelba, articolo 3, e farebbe affidamento sul comma 1, il quale prevede l’accertamento della natura fascista di Forza Nuova da parte della magistratura. Il comma 2 prevede invece l’intervento del governo per decreto senza attendere la sentenza del giudice.
Qui di seguito i due commi previsti dalla Legge Scelba:
Ma quando il testo delle mozioni era stato depositato alla Camera e al Senato, il presidente del consiglio Mario Draghi aveva fatto chiaramente intendere di voler attendere la decisione della magistratura prima di procedere per decreto.
Inutile dire che dopo le parole di Draghi in conferenza stampa le forze parlamentari del centrosinistra si sono subito allineate depositando un ordine del giorno e ritirando le mozioni.
Un ordine del giorno dunque perfettamente in linea con le parole di Draghi e che consente di far attendere al governo l’eventuale decisione dei giudici sullo scioglimento di Forza Nuova.
Infine, ma non certo per importanza, è importante segnalare un passaggio della mozione presentata dai partiti della destra (FI,Lega, FdI) nel quale è evidente il ricatto: “se sciogliete Forza Nuova dovete sciogliere anche organizzazioni e movimenti della sinistra e anarchici”.
La mozione presentata dalla destra recita testualmente:
Lo stiamo vedendo già a Roma dove l’assalto dei fascisti alla Cgil è diventato il pretesto per vietare le manifestazioni sindacali o quelle contro il vertice del G20, che non sono sicuramente organizzate dai fascisti.
Fonte
In mattinata però il centrosinistra aveva ritirato le mozioni vere e proprie contro Forza Nuova e le ha sostituite con un ordine del giorno che assorbe le mozioni di PD, M5S, IV e LeU.
Ma qui interviene una bella differenza, soprattutto per gli effetti pratici.
Una mozione prevede infatti che il Parlamento impegni il governo allo scioglimento di Forza Nuova con un decreto ai sensi dell’articolo 3, comma 2 della legge Scelba (sic!). L’ordine del giorno è invece un atto parlamentare che lascia il governo libero di attendere l’eventuale sentenza della magistratura, ai sensi del comma 1 dell’articolo 3 della legge Scelba. Quindi l’ordine del giorno, pur se approvato, non impegna il governo ad assumere scelte concrete.
In realtà il testo dell’ordine del giorno accolto ieri per alzata di mano in Senato, contiene un dispositivo che impegna il governo, ma sulla materia dell’ordine del giorno l’esecutivo dovrebbe comunque esprimere un parere favorevole o contrario tramite un esponente del governo stesso, cosa diversa dalla mozione parlamentare che invece non lo richiede.
Ma anche il testo dell’ordine del giorno approvato è diverso rispetto alle mozioni che prevedevano lo scioglimento di Forza Nuova. Mentre le mozioni prevedevano di “dare seguito al dettato costituzionale in materia di divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista”, l’ordine del giorno è assai più blando e lascia un margine di discrezionalità all’esecutivo. Il nuovo documento impegna infatti il governo “a valutare le modalità per dare seguito al dettato costituzionale in materia di divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista”.
In sostanza con questo nuovo documento (“valutare le modalità”) il governo può procedere allo scioglimento ai sensi del comma 1 e non più del comma 2 dell’articolo 3 della legge Scelba e cioè può attendere una sentenza dei giudici invece di procedere autonomamente tramite un decreto.
Le modalità di scioglimento di Forza Nuova previsto dall’ordine del giorno approvato al Senato, fa riferimento ai sensi della legge Scelba, articolo 3, e farebbe affidamento sul comma 1, il quale prevede l’accertamento della natura fascista di Forza Nuova da parte della magistratura. Il comma 2 prevede invece l’intervento del governo per decreto senza attendere la sentenza del giudice.
Qui di seguito i due commi previsti dalla Legge Scelba:
Comma 1: “Qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il Ministro per l’interno, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione, del movimento o del gruppo”.Quindi le mozioni del PD e quelle di M5S, LeU e IV, impegnavano direttamente il governo “a dare seguito allo scioglimento” per decreto.
Comma 2: “Nei casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1, adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge ai sensi del secondo comma dell’art.77 della Costituzione”.
Ma quando il testo delle mozioni era stato depositato alla Camera e al Senato, il presidente del consiglio Mario Draghi aveva fatto chiaramente intendere di voler attendere la decisione della magistratura prima di procedere per decreto.
Inutile dire che dopo le parole di Draghi in conferenza stampa le forze parlamentari del centrosinistra si sono subito allineate depositando un ordine del giorno e ritirando le mozioni.
Un ordine del giorno dunque perfettamente in linea con le parole di Draghi e che consente di far attendere al governo l’eventuale decisione dei giudici sullo scioglimento di Forza Nuova.
Infine, ma non certo per importanza, è importante segnalare un passaggio della mozione presentata dai partiti della destra (FI,Lega, FdI) nel quale è evidente il ricatto: “se sciogliete Forza Nuova dovete sciogliere anche organizzazioni e movimenti della sinistra e anarchici”.
La mozione presentata dalla destra recita testualmente:
“l’assalto alla sede della Cgil portato avanti da esponenti di Forza Nuova costituisce non solo un grave atto contro l’ordine pubblico, ma anche un’intollerabile lesione dei valori costituzionali del nostro sistema;Si tratta dunque di una materia sulla quale le ambiguità e i ricatti possono portare a decisioni del governo funzionali alla logica degli opposti estremismi e a misure che alla fine dei giochi colpiscono più i movimenti antagonisti che l’agibilità dei fascisti.
episodi di violenza simili non sono, purtroppo, sconosciuti nella storia recente del nostro Paese: si pensi ai disordini causati a Genova dai centri sociali legati dalla rete Indymedia durante il G8 del 2001; e più recentemente: alle devastazioni in seguito ad un corteo antifascista promosso dal centro sociale «Kavarna» di Cremona (24 gennaio 2015); al pestaggio da parte di una quindicina di esponenti dei centri sociali torinesi di due militanti del gruppo studentesco «Aliud» (12 novembre 2019); all’assalto contro il comune di Torino, ricoperto di uova e vernice, e al rogo dell’effige del Presidente del Consiglio dei ministri (Torino, 11 ottobre 2021); alle violenze dei «No Tav» contro le forze dell’ordine e i simboli delle istituzioni; alle decine di aggressioni ad esponenti del centrodestra e della sinistra parlamentare negli ultimi anni;
questi fatti di assoluta violenza ingenerano nell’opinione pubblica allarme sociale e minacciano la convivenza libera e democratica tra i cittadini;
altrettanto gravi episodi di violenza sono da imputarsi a organizzazioni e ad associazioni legate tanto alla sinistra estrema quanto all’estrema destra e al radicalismo islamico, attivamente impegnate nella propaganda antisemita indirizzata strumentalmente contro lo Stato d’Israele, certamente perseguibili ai sensi della legge Scelba e, soprattutto, ai sensi dell’articolo 270 del codice penale;
al riguardo si possono citare le ripetute aggressioni ai rappresentanti della Brigata ebraica nel corso delle celebrazioni per il 25 aprile, delle quali si rendono responsabili ogni anno esponenti dell’area antagonista e dei centri sociali; il Partito marxista leninista italiano di Firenze che organizza la commemorazione del dittatore Mao Tse Tung e pubblica manifesti accusando Israele di essere una nazione di «criminali nazisti sionisti» con foto di un palestinese armato; i cento centri sociali che combattono «l’apartheid israeliano», il cui elenco è pubblicato in rete;
dalla Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2020 della Presidenza del Consiglio dei ministri si evince, inoltre, che «le evidenze raccolte dall’intelligence nel 2020, sistematicamente condivise con le forze di polizia, fanno stato di come l’anarco-insurrezionalismo resti la componente eversiva endogena più vitale», con 98 attentati terroristici riconducibili all’area anarchica nel 2019 e 24 attentati e 52 arrestati nel 2020”
Lo stiamo vedendo già a Roma dove l’assalto dei fascisti alla Cgil è diventato il pretesto per vietare le manifestazioni sindacali o quelle contro il vertice del G20, che non sono sicuramente organizzate dai fascisti.
Fonte
11/10/2021
I fatti hanno sempre la testa dura
Condannare un assalto di squadristi neofascisti ad una sede sindacale – che sia la CGIL o qualunque altra – non vuol dire assolutamente perdere la memoria di quarant’anni di connivenza e complicità con padroni, e governi servi dei padroni, che hanno cancellato quasi tutte le conquiste del movimento di classe degli anni '60 e '70, e ridotto il mondo del lavoro ad una condizione di schiavitù e di miseria galoppante.
E c’è una relazione di causa-effetto tra la svendita dei diritti dei lavoratori e almeno 3 o 4 morti sul posto di lavoro al giorno con picchi quotidiani di 7-8 tragedie e decine di casi letali, se non centinaia, che sfuggono a conteggi e riepiloghi. Una strage permanente.
No, non dimentichiamo nulla.
Ma ieri non c’erano i lavoratori che tiravano i bulloni contro capi sindacali che si apprestavano a firmare un accordo sul “costo del lavoro” che avrebbe aperto la strada alla centralità del profitto a scapito dei salari polverizzandone il potere d’acquisto.
Ad assaltare la sede di un sindacato – la CGIL – c’era invece un gruppo di squadristi dell’organizzazione neofascista Forza Nuova (quando la sciolgono?) ben conosciuti ed opportunamente “ignorati” dalle così dette “forze dell’ordine”.
Per il resto potete stare ben tranquilli che non dimentichiamo proprio nulla in ordine alle responsabilità storiche di chi ha concorso attivamente allo smantellamento del quadro di diritti e garanzie che intere generazioni di lavoratori avevano strappato ingaggiando lotte durissime, sfidando dure rappresaglie padronali ed una feroce repressione poliziesca e giudiziaria.
Se siete così incazzati con questa gente che si sta rendendo complice anche di uno dei peggiori e più filopadronali governi del dopoguerra – il governo Draghi – oggi avete un’occasione storica di fargli arrivare un messaggio forte e chiaro partecipando allo sciopero generale.
Altrimenti non avrete più scuse ma potrete pur sempre continuare ad ululare alla luna dall’alto di una tastiera che, tanto, non vi si caga (quasi) nessuno.
Fonte
E c’è una relazione di causa-effetto tra la svendita dei diritti dei lavoratori e almeno 3 o 4 morti sul posto di lavoro al giorno con picchi quotidiani di 7-8 tragedie e decine di casi letali, se non centinaia, che sfuggono a conteggi e riepiloghi. Una strage permanente.
No, non dimentichiamo nulla.
Ma ieri non c’erano i lavoratori che tiravano i bulloni contro capi sindacali che si apprestavano a firmare un accordo sul “costo del lavoro” che avrebbe aperto la strada alla centralità del profitto a scapito dei salari polverizzandone il potere d’acquisto.
Ad assaltare la sede di un sindacato – la CGIL – c’era invece un gruppo di squadristi dell’organizzazione neofascista Forza Nuova (quando la sciolgono?) ben conosciuti ed opportunamente “ignorati” dalle così dette “forze dell’ordine”.
Per il resto potete stare ben tranquilli che non dimentichiamo proprio nulla in ordine alle responsabilità storiche di chi ha concorso attivamente allo smantellamento del quadro di diritti e garanzie che intere generazioni di lavoratori avevano strappato ingaggiando lotte durissime, sfidando dure rappresaglie padronali ed una feroce repressione poliziesca e giudiziaria.
Se siete così incazzati con questa gente che si sta rendendo complice anche di uno dei peggiori e più filopadronali governi del dopoguerra – il governo Draghi – oggi avete un’occasione storica di fargli arrivare un messaggio forte e chiaro partecipando allo sciopero generale.
Altrimenti non avrete più scuse ma potrete pur sempre continuare ad ululare alla luna dall’alto di una tastiera che, tanto, non vi si caga (quasi) nessuno.
Fonte
10/10/2021
I fascisti assaltano la CGIL con la scusa del No green pass
Questa foto dice tutto. Due caporioni fascisti di Forza Nuova, Fiore e Castellino, erano tra gli squadristi che hanno approfittato di una manifestazione contro il green pass per assaltare la sede nazionale della CGIL in Corso d’Italia.
A parole i fascisti parlano contro i poteri forti e gridano “libertà”. Ma non hanno mai attaccato una banca o la Confindustria, come sarebbe stato logico. Alla prima occasione concreta hanno invece assaltato la sede di un sindacato.
La lotta contro il green pass è diventata solo un pretesto per fare quello che hanno sempre fatto. Ma per affrontarli seriamente l’antifascismo o è militante oppure diventa solo giardinaggio.
Già due anni fa ponemmo la domanda “chi protegge i fascisti?” prendendo come esempio proprio l’incredibile curriculum di Castellino che, qualsiasi cosa faccia, sembra essere un “intoccabile”. Protetto dai piani altissimi del Viminale. E va ricordato che due anni fa si poteva pensare “eh, ma il ministro dell’interno è Salvini...”.
Oggi il ministro dell’interno è Lamorgese (un prefetto di carriera), nel governo ci stanno tutti – fascioleghisti e presunti “antifascisti” – ma Castellino, Fiore & others stanno sempre lì, ad assaltare un sindacato (la CGIL, come se fosse ancora il “bastione rosso” degli anni ’50, invece che parte della “triplice” concertativa), mica i palazzi del potere...
A noi sembra abbastanza chiaro che se c’è qualcuno che organizza “scontri con la polizia” (come provano a dire i media mainstream), oltretutto a volto scoperto e facendo di tutto per farsi notare, in genere finisce in tribunale o in carcere, e ci rimane anche a lungo.
Ma se la passa sempre liscia, vuol dire che sta lavorando PER il ministero dell’interno, non “contro”.
In questo video, tra l’altro, si può vedere come polizia e carabinieri “scortino” i fascisti fino alla sede della CGIL, come se non avessero in mano mazze e bastoni, oltre che intenzioni chiarissime. Il che conferma quanto appena detto...
Fonte
A parole i fascisti parlano contro i poteri forti e gridano “libertà”. Ma non hanno mai attaccato una banca o la Confindustria, come sarebbe stato logico. Alla prima occasione concreta hanno invece assaltato la sede di un sindacato.
La lotta contro il green pass è diventata solo un pretesto per fare quello che hanno sempre fatto. Ma per affrontarli seriamente l’antifascismo o è militante oppure diventa solo giardinaggio.
Già due anni fa ponemmo la domanda “chi protegge i fascisti?” prendendo come esempio proprio l’incredibile curriculum di Castellino che, qualsiasi cosa faccia, sembra essere un “intoccabile”. Protetto dai piani altissimi del Viminale. E va ricordato che due anni fa si poteva pensare “eh, ma il ministro dell’interno è Salvini...”.
Oggi il ministro dell’interno è Lamorgese (un prefetto di carriera), nel governo ci stanno tutti – fascioleghisti e presunti “antifascisti” – ma Castellino, Fiore & others stanno sempre lì, ad assaltare un sindacato (la CGIL, come se fosse ancora il “bastione rosso” degli anni ’50, invece che parte della “triplice” concertativa), mica i palazzi del potere...
A noi sembra abbastanza chiaro che se c’è qualcuno che organizza “scontri con la polizia” (come provano a dire i media mainstream), oltretutto a volto scoperto e facendo di tutto per farsi notare, in genere finisce in tribunale o in carcere, e ci rimane anche a lungo.
Ma se la passa sempre liscia, vuol dire che sta lavorando PER il ministero dell’interno, non “contro”.
In questo video, tra l’altro, si può vedere come polizia e carabinieri “scortino” i fascisti fino alla sede della CGIL, come se non avessero in mano mazze e bastoni, oltre che intenzioni chiarissime. Il che conferma quanto appena detto...
Fonte
29/10/2020
I servizievoli fascisti, da Forza Nuova in giù
Se guardiamo con una certa distanza il comportamento della stampa di regime nei confronti delle piazze di questi giorni alcune cose balzano agli occhi.
a) Non stupisce la grande copertura data a iniziative fatte ancora di piccoli numeri, perché tutti hanno capito che la “seconda ondata” non può essere affrontata come la prima. Se di fronte a un pericolo nuovo e sconosciuto la paura sollecita passività, accettazione della disciplina e delle regole fissate dal governo (per quanto incasinate da interventi cervellotici dei presidenti di regione, impegnatissimi a chiedere più potere per sé) e rassegnazione, non altrettanto può avvenire quando quelle misure si sono ormai dimostrate largamente insufficienti a salvaguardare la salute della popolazione.
In più, come sanno bene gli economisti che studiano i double dip (due crisi ravvicinatissime, intervallate di un abbozzo di “ripresa”, graficamente a forma di W, quindi), la seconda botta ha effetti molto più disastrosi su produzione e redditi, perché arriva su un tessuto economico già molto indebolito.
Se, insomma, si poteva chiedere ad alcune categorie di “sacrificarsi” per un breve periodo, disponendo “ristori” e cassa integrazione, il ripetersi della stessa situazione – per una durata oltretutto assolutamente imprevedibile, vista la stagione e l’assenza di vaccini – significa per milioni di persone la prospettiva del disastro in pochi mesi.
Non paradossalmente, questa prospettiva spaventa molto di più chi viveva tutto sommato bene o benissimo (piccoli e medi imprenditori del “tempo libero” e dei “consumi evoluti”, come ristorazione, fitness, movida, spettacolo, ecc.), rispetto a chi già viveva male (precari e lavoratori in nero di ogni ordine, grado, mestiere).
Ed è quindi logico che i primi a muoversi siano stati coloro che ritengono – per questioni di “classe” – di aver più diritto a mantenere il proprio status. Seguiti immediatamente da “curiosi”, casinisti, disperati, attivisti politici di molti e diversi orientamenti.
I media di regime, insomma, fiutano il pericolo e provano a disporre chiavi interpretative che stimolino risposte dell’esecutivo (“soldi alle aziende subito!”), per non lasciar crescere la crepa che si è andata aprendo nella base sociale del “blocco dominante”. Anche a costo di “gonfiare” gli eventi in atto.
b) Sul piano della “rappresentanza politica” di questi primi scatti nervosi, le chiavi interpretative sono stigmi di condanna preventiva.
“Camorra”, “fascisti” e “ultrà” sono stati insigniti subito come i veri “dirigenti politici” di quel che si muove. Anche quando nemmeno ci stanno, in quelle piazze.
Prendiamo l’esempio di Milano, lunedì sera, 26 ottobre. Circa 150 persone che improvvisano un corteo che arriva fino alla Regione Lombardia (con quel che ha combinato in questa pandemia, è proprio il minimo...), e quasi altrettanti giornalisti. Polizia che lascia fare e poi, sotto la regione, nelle strade laterali, procede a dei fermi.
Titoli sparati al massimo – “fascisti”, “ultrà” (camorra no, mica siamo in Campania... in Lombardia è territorio di ‘ndrangheta) – “scontri” che di fatto non ci sono stati (qualche fumogeno, un po’ di roba tirata contro la sede della Regione).
I nostri inviati sul campo ci hanno dato tutt’altro quadro:
“- la manifestazione non era connotata; unico coro (ma solo ogni tanto) “libertà”, nessuno striscione...
-150 persone max; di cui 30 almeno attivisti, qualche decina-ventina compagni venuti a curiosare, sui 30 anni, venuti a vedere se era come Napoli, qualche decina di scoppiati di giri politici esaltati, qualche decina di ragazzi che magari va allo stadio (ma non ci sono capi-curva, ossia quelli che non urlano, danno non ordini, schierati con striscione, armadi a due ante, ecc.), gruppetti di ragazzetti di periferia che volevano vedere/fare casino (una buona fetta del piccolo corteo)”.
Probabilmente qualche fascista c’era (“5-6 mascherine tricolori viste in faccia a dei quarantenni”), ma senza alcun ruolo.
c) Ma i fascisti esistono davvero e si danno da fare. Soprattutto quelli di Forza Nuova. A Roma specialmente. Per due volte hanno giocato a “ciccio mi tocca, toccami ciccio” con la polizia (“scontri” e “cariche” mimate, stando bene attenti a non fare e non farsi male), per la gioia di Repubblica e degli altri media mainstream.
Erano stati tirati fuori anche per Napoli, dove non erano in piazza anche perché lì, alle ultime elezioni regionali di fine settembre, hanno preso lo 0,06%. Insomma, non li vota neanche la mamma, figuriamoci se possono “capeggiare” una protesta popolare.
Però, nonostante questa palese inconsistenza numerica e politica, i “fascisti” – ed in particolare il gruppazzo di Fiore e Castellino – hanno ricevuto l’investitura come “unica opposizione politica di piazza”.
d) Tutto ciò ha senso in un solo caso: tentare di scoraggiare qualsiasi scesa in piazza.
“Non mischiamoci coi fascisti” (la “camorra”, fuori Napoli, non è evocabile), rispondono immediatamente in coro tutti i “democratici” dal divano. E altrettanto fanno molti “sinistri radicali” che non si interrogano ormai su nulla e si fanno l’opinione in base agli articoli della “galassia democratica” (Repubblica, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, La7, RaiTre, ecc). In effetti coi fascisti non ci si mischia, di solito si cacciano a pedate...
Sottacendo che, per esempio, tutta la galassia dei media GeDi (il gruppo Repubblica-L’Espresso, insomma) è ormai proprietà della famiglia Agnelli, così come La Stampa (che aveva ceduto proprio a Debenedetti-GeDi per poi ricomprarsela insieme a tutta la baracca).
Nella storia del movimento operaio, ricordiamo agli smemorati, La Stampa era soprannominata la busjarda dagli operai Fiat, per la sua inveterata abitudine alla menzogna su ogni episodio di conflitto sociale a Torino.
Ora quel soprannome deve essere esteso a tutto il gruppo editoriale e su qualsiasi argomento, nazionale e internazionale (dalla Cina al Venezuela, da Cuba alle piazze di ieri e di oggi). Come si possa ritenersi “di sinistra” riprendendone i luoghi comuni, è un mistero della fede.
e) Resta il fatto che qualsiasi spinta emerga dalla piazza deve essere criminalizzata immediatamente. Sul piano della repressione, se autentica. Sul piano dell’infamia storica e ideologica, se “recitata”.
I fascisti si prestano meravigliosamente a questo gioco. Se fossimo dietrologi, saremmo indotti a sospettare che siano anche loro a busta paga della famiglia Agnelli. Come ai tempi di Valletta, del resto...
Fonte
27/07/2020
Polizie, militari e fascisti. Un amore senza fine...
La vicenda che ha interessato i carabinieri della caserma Levante di Piacenza è entrata a gamba tesa nel dibattito nostrano (e non solo).
L’inchiesta ha portato a diversi arresti e nelle prossime ore potrebbero anche aumentare. Le accuse, com’è noto, sono per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico.
Nell’ordinanza cautelare, un particolareggiato documento di 326 pagine suddiviso in capitoli, si parla di arresti completamente falsati e di perquisizioni arbitrarie.
Tra le migliaia di intercettazioni, c’è anche una registrazione audio – carpita grazie a un malware trojan installato nel telefono di uno degli aguzzini – che fa emergere il modus operandi di questi “eroi in divisa”: si sentono chiaramente le percosse date a un presunto spacciatore, che si lamenta e chiede pietà, in preda al pianto e a continui colpi di tosse, probabilmente dovuti a una forzata ingestione d’acqua.
Durante una conferenza, il procuratore capo di Piacenza, Grazia Pradella, ha affermato “Siamo di fronte a reati impressionanti, se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato. Una serie tale di atteggiamenti criminali che ci ha convinto a procedere anche al sequestro della caserma dei Carabinieri per futuri accertamenti”.
Che tutto questo sia estremamente grave, siamo d’accordo, sulla presunta incomprensibilità molto meno.
Quanto accaduto ci è chiarissimo, ed è la quasi “normale amministrazione” dei corpi armati in molte, troppe, caserme. Non siamo stupiti e non crediamo, come qualcuno cerca di farci pensare, che quello di Piacenza sia semplicemente “un caso isolato” e quei carabinieri delle “mele marce”.
Ad esempio, appena è stata pubblicata la notizia, Roberto Saviano ha scritto un breve post in cui afferma “Voi non siete carabinieri”. No, Robè. Quelli invece sono proprio carabinieri.
Lo scoop è infatti venuto fuori a ridosso del triste anniversario dei fatti del G8 di Genova del 2001, una delle più gravi pagine della storia di questo Paese, che ricordiamo per la morte di Carlo Giuliani, ucciso da un collega degli audaci “leoni di Piacenza”.
Per la “notte cilena” della scuola Diaz, una feroce violazione dei diritti umani, di cui fu protagonista un grande e imprecisato numero di forze dell’ordine, degna del regime di Pinochet, dittatore inneggiato in un coro cantato dai manganellatori, tra le urla e il rumore di ossa rotte dei manifestanti.
Per le torture alla caserma di Bolzaneto, operate addirittura con la collaborazione di alcuni medici della “penitenziaria”.
C’è anche un particolare di questo avvenimento che non ci è per niente nuovo: l’appuntato Giuseppe Montella, ritenuto il vertice della banda, ha scelto come suo avvocato Emanuele Solari, esponente locale del partito neonazista “Forza Nuova”, già candidato sindaco per la suddetta organizzazione in occasione delle elezioni amministrative in città, nel 2017 .
Nelle ultime ore, è stato diffuso lo screenshot di un post Facebook dell’avocato Solari in compagnia di una sua collega, entrambi con il basco e un manganello in mano, e con un celebre motto mussoliniano sgrammaticato in didascalia che incornicia il quadretto già ridicolo: “Obbedire, credere,combattere!”
Tra i vari commenti degli amici camerati, c’è anche quello del carabiniere Montella: “Sei il numero uno”.
Probabilmente, il nostro eroe in divisa, oltre a torturare e spacciare droga, ben nascosto dentro la divisa, è anche un fascista. Non proprio una novità, anzi...
Il connubio stabile tra forze dell’ordine e neofascismo è un fatto assodato, non solo a Piacenza, ma in tutto il Paese.
D’altronde, il Direttore tecnico delle scuole di polizia nel dopoguerra fu Guido Leto, ex fondatore e capo assoluto dell’Ovra (il servizio segreto interno del fascismo), che ebbe anche il ruolo, nel 1948, di riattivare i servizi segreti fascisti, mai del tutto smantellati in quanto ritenuti utili per scongiurare il “pericolo comunista” e i prevedibili conflitti sociali e politici relativi alla guerra fredda.
Questo può in parte essere una spiegazione del perché, ancora oggi, nonostante la palese violazione del reato di apologia di fascismo e della Legge Mancino che l’esistenza e i programmi di tali organizzazioni comportano, le forze dell’ordine li difendono, caricano i manifestanti per proteggerli, li scortano durante le loro parate, e addirittura rimproverano e allontanano i giornalisti colpevoli di “averli provocati”.
Questo legame è dimostrabile dallo stillicidio di eventi che stranamente si verificano ogni volta che i neofascisti posano piede in piazza, e che abbiamo più volte riportato anche su questo giornale.
Come se tutto questo non bastasse, appena due giorni fa sono state pubblicate delle foto che ritraggono una bandiera di Casapound esposta in una stanza del Commissariato Esquilino a Roma.
E così, Elena Ricci, curatrice dell’ufficio stampa del Sindacato Autonomo di Polizia e già nota alla cronaca per aver messo in dubbio la correlazione tra le percosse e la morte di Stefano Cucchi, scrive un post sulla sua pagina Facebook, avanzando la sua strampalata spiegazione di quanto è accaduto.
Si legge: “In merito a questa bandiera che si intravedeva dalla finestra di una stanza del commissariato Esquilino, la Questura di Roma, oltre a comunicarne la rimozione, ha precisato che si tratta di un oggetto sequestrato durante i cortei e posto in quella stanza che, appunto, è adibita a deposito di ogni oggetto e mezzo sequestrato durante le manifestazioni o sgomberi.”
Ah, adesso è tutto chiaro! Non era una bandiera loro. Era stata sequestrata, e magari è stata appesa per farla asciugare.
Alla giornalista faremmo allora una domanda: ma se i poliziotti, quando sequestrano una bandiera, usano appenderla in bella vista, com’è che non si è mai vista – chessò – una bandiera di Potere al Popolo o similari sventolare in una questura?
Noi ci auguriamo che, dopo la rivelazione di questa brutta storia di violenza, venga fatta luce sulle tante storie che sono state occultate e che sono ancora nascoste dentro le altre “caserme degli orrori”.
Ci auguriamo, inoltre, che all’avvocato dal cuore nero sia data la possibilità di andare a trovare il suo amico appuntato quando quest’ultimo sarà in galera, perché ci dispiacerebbe che possa terminare quello che nel nostro Paese è un amore senza fine.
Fonte
L’inchiesta ha portato a diversi arresti e nelle prossime ore potrebbero anche aumentare. Le accuse, com’è noto, sono per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico.
Nell’ordinanza cautelare, un particolareggiato documento di 326 pagine suddiviso in capitoli, si parla di arresti completamente falsati e di perquisizioni arbitrarie.
Tra le migliaia di intercettazioni, c’è anche una registrazione audio – carpita grazie a un malware trojan installato nel telefono di uno degli aguzzini – che fa emergere il modus operandi di questi “eroi in divisa”: si sentono chiaramente le percosse date a un presunto spacciatore, che si lamenta e chiede pietà, in preda al pianto e a continui colpi di tosse, probabilmente dovuti a una forzata ingestione d’acqua.
Durante una conferenza, il procuratore capo di Piacenza, Grazia Pradella, ha affermato “Siamo di fronte a reati impressionanti, se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato. Una serie tale di atteggiamenti criminali che ci ha convinto a procedere anche al sequestro della caserma dei Carabinieri per futuri accertamenti”.
Che tutto questo sia estremamente grave, siamo d’accordo, sulla presunta incomprensibilità molto meno.
Quanto accaduto ci è chiarissimo, ed è la quasi “normale amministrazione” dei corpi armati in molte, troppe, caserme. Non siamo stupiti e non crediamo, come qualcuno cerca di farci pensare, che quello di Piacenza sia semplicemente “un caso isolato” e quei carabinieri delle “mele marce”.
Ad esempio, appena è stata pubblicata la notizia, Roberto Saviano ha scritto un breve post in cui afferma “Voi non siete carabinieri”. No, Robè. Quelli invece sono proprio carabinieri.
Lo scoop è infatti venuto fuori a ridosso del triste anniversario dei fatti del G8 di Genova del 2001, una delle più gravi pagine della storia di questo Paese, che ricordiamo per la morte di Carlo Giuliani, ucciso da un collega degli audaci “leoni di Piacenza”.
Per la “notte cilena” della scuola Diaz, una feroce violazione dei diritti umani, di cui fu protagonista un grande e imprecisato numero di forze dell’ordine, degna del regime di Pinochet, dittatore inneggiato in un coro cantato dai manganellatori, tra le urla e il rumore di ossa rotte dei manifestanti.
Per le torture alla caserma di Bolzaneto, operate addirittura con la collaborazione di alcuni medici della “penitenziaria”.
C’è anche un particolare di questo avvenimento che non ci è per niente nuovo: l’appuntato Giuseppe Montella, ritenuto il vertice della banda, ha scelto come suo avvocato Emanuele Solari, esponente locale del partito neonazista “Forza Nuova”, già candidato sindaco per la suddetta organizzazione in occasione delle elezioni amministrative in città, nel 2017 .
Nelle ultime ore, è stato diffuso lo screenshot di un post Facebook dell’avocato Solari in compagnia di una sua collega, entrambi con il basco e un manganello in mano, e con un celebre motto mussoliniano sgrammaticato in didascalia che incornicia il quadretto già ridicolo: “Obbedire, credere,combattere!”
Tra i vari commenti degli amici camerati, c’è anche quello del carabiniere Montella: “Sei il numero uno”.
Probabilmente, il nostro eroe in divisa, oltre a torturare e spacciare droga, ben nascosto dentro la divisa, è anche un fascista. Non proprio una novità, anzi...
Il connubio stabile tra forze dell’ordine e neofascismo è un fatto assodato, non solo a Piacenza, ma in tutto il Paese.
D’altronde, il Direttore tecnico delle scuole di polizia nel dopoguerra fu Guido Leto, ex fondatore e capo assoluto dell’Ovra (il servizio segreto interno del fascismo), che ebbe anche il ruolo, nel 1948, di riattivare i servizi segreti fascisti, mai del tutto smantellati in quanto ritenuti utili per scongiurare il “pericolo comunista” e i prevedibili conflitti sociali e politici relativi alla guerra fredda.
Questo può in parte essere una spiegazione del perché, ancora oggi, nonostante la palese violazione del reato di apologia di fascismo e della Legge Mancino che l’esistenza e i programmi di tali organizzazioni comportano, le forze dell’ordine li difendono, caricano i manifestanti per proteggerli, li scortano durante le loro parate, e addirittura rimproverano e allontanano i giornalisti colpevoli di “averli provocati”.
Questo legame è dimostrabile dallo stillicidio di eventi che stranamente si verificano ogni volta che i neofascisti posano piede in piazza, e che abbiamo più volte riportato anche su questo giornale.
Come se tutto questo non bastasse, appena due giorni fa sono state pubblicate delle foto che ritraggono una bandiera di Casapound esposta in una stanza del Commissariato Esquilino a Roma.
E così, Elena Ricci, curatrice dell’ufficio stampa del Sindacato Autonomo di Polizia e già nota alla cronaca per aver messo in dubbio la correlazione tra le percosse e la morte di Stefano Cucchi, scrive un post sulla sua pagina Facebook, avanzando la sua strampalata spiegazione di quanto è accaduto.
Si legge: “In merito a questa bandiera che si intravedeva dalla finestra di una stanza del commissariato Esquilino, la Questura di Roma, oltre a comunicarne la rimozione, ha precisato che si tratta di un oggetto sequestrato durante i cortei e posto in quella stanza che, appunto, è adibita a deposito di ogni oggetto e mezzo sequestrato durante le manifestazioni o sgomberi.”
Ah, adesso è tutto chiaro! Non era una bandiera loro. Era stata sequestrata, e magari è stata appesa per farla asciugare.
Alla giornalista faremmo allora una domanda: ma se i poliziotti, quando sequestrano una bandiera, usano appenderla in bella vista, com’è che non si è mai vista – chessò – una bandiera di Potere al Popolo o similari sventolare in una questura?
Noi ci auguriamo che, dopo la rivelazione di questa brutta storia di violenza, venga fatta luce sulle tante storie che sono state occultate e che sono ancora nascoste dentro le altre “caserme degli orrori”.
Ci auguriamo, inoltre, che all’avvocato dal cuore nero sia data la possibilità di andare a trovare il suo amico appuntato quando quest’ultimo sarà in galera, perché ci dispiacerebbe che possa terminare quello che nel nostro Paese è un amore senza fine.
Fonte
10/06/2020
La straordinaria indulgenza delle autorità verso “gli uomini neri”
Dopo sette mesi di carcere è stato messo agli arresti domiciliari. La notizia non è di quelle che fanno clamore nelle cronache, eppure il protagonista, tal Pasquale Nucera, è forse l’esempio più indicativo di cosa intendiamo quando parliamo della “rete degli uomini neri”.
Pasquale Nucera ha 65 anni, è diventato il referente di Forza Nuova nel Ponente della Liguria. È un ex legionario (“ex capitano della Legione Straniera” dice di se stesso) ed è stato indagato e arrestato a dicembre del 2019 per detenzione illegale di armi comuni da sparo.
Nucera lunedì scorso è stato messo agli arresti domiciliari nella sua casa in Liguria, dopo essere finito dentro a novembre nell’ambito dell’indagine “Ombre Nere”, condotta dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta, relativa a un gruppo di persone appartenenti a una rete eversiva di estrema destra, diffusa in numerose province italiane grazie a una rete di contatti via web.
In Liguria, una delle cellule dell’organizzazione è stata identificata e disarticolata. Nella perquisizione compiuta nell’abitazione di Nucera, a Dolceacqua (Imperia) a fine novembre del 2019, erano state trovate, oltre a numerose armi bianche e a materiale propagandistico di estrema destra, due fucili ad aria compressa (di cui uno non denunciato), un fucile Flobert, varie repliche ad aria compressa di pistole e un ’silenziatore’ nonché numerose munizioni.
Nucera risultava inoltre aver nascosto in un’altra abitazione, ma in Francia – a Tenda, in Avenue de France – un vero e proprio arsenale di armi da fuoco (nove fucili e cinque pistole) sequestrate dalla polizia francese.
“Sono un ufficiale, congedato capitano della Legione straniera”. Così descriveva se stesso Pasquale Nucera, negli interrogatori fiume che lo avevano reso prima ‘ndranghetista di Montebello Ionico (Reggio Calabria) e poi ex collaboratore di giustizia, con una storia che attraversa gli anni neri delle Stragi e del progetto delle Leghe del Sud, con missioni da mercenario in Africa e nei Balcani.
È indicativo che l’indagine su questa “rete di uomini neri” sia partita dalla procura di Caltanissetta, in Sicilia, per poi estendersi al Nord.
L’inchiesta, durata due anni, era partita dal monitoraggio di un militante neofascista della provincia di Enna autore di un aggressione. Seguendo i suoi contatti, gli inquirenti sono risaliti a una rete più estesa, persone residenti in Lombardia, Veneto, Toscana e Piemonte tenute insieme da «fanatismo ideologico» e intenzionate a «costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba e antisemita denominato ‘Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori’». Con tanto di dichiarazione programmatica: 25 pagine di delirio neonazista e suprematista.
Nell’operazione Ombre Nere che lo portò all’arresto alla fine del novembre scorso, Nucera veniva definito come il reclutatore di mercenari e uomini per fare il “lavoro sporco” dove serviva, all’estero ma anche in Italia.
Secondo i magistrati di Caltanissetta, Nucera si proponeva come addestratore per formare ‘milizie’ di chiara matrice filonazista, xenofoba e antisemita e magari anche per provocazioni spicciole. “Lanciamo una molotov contro l’Anpi, la facciamo tirare da un marocchino, così depistiamo”, diceva al telefono senza sapere di essere intercettato dagli investigatori.
Sul suo profilo social si faceva chiamare Yavres Leon e tra foto in mimetica, svastiche e inni al fascismo e Mussolini, sbandierava gli scatti con Roberto Fiore, leader di Forza Nuova.
Per età e curriculum Pasquale Nucera è una sorta di caso da studio per comprendere e conoscere che cosa sia stata – e forse e tuttora – la rete degli uomini neri che ha agito nel nostro paese.
Adesso andrà ai domiciliari. C’è da sperare che non faccia come un altro boss fascista con caratteristiche analoghe, Emanuele Macchi di Cellere. Beccato con una enorme partita di cocaina da Santo Domingo, era finito poco dopo agli arresti domiciliari a Ostia (di chiunque altro avrebbero buttato le chiavi della cella, ndr) dai quali fuggì piuttosto facilmente. Venne ribeccato in Francia.
Ma su casi di “lassismo giudiziario” come questi non sentiremo mai starnazzare Salvini o la Meloni.
Fonte
Pasquale Nucera ha 65 anni, è diventato il referente di Forza Nuova nel Ponente della Liguria. È un ex legionario (“ex capitano della Legione Straniera” dice di se stesso) ed è stato indagato e arrestato a dicembre del 2019 per detenzione illegale di armi comuni da sparo.
Nucera lunedì scorso è stato messo agli arresti domiciliari nella sua casa in Liguria, dopo essere finito dentro a novembre nell’ambito dell’indagine “Ombre Nere”, condotta dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta, relativa a un gruppo di persone appartenenti a una rete eversiva di estrema destra, diffusa in numerose province italiane grazie a una rete di contatti via web.
In Liguria, una delle cellule dell’organizzazione è stata identificata e disarticolata. Nella perquisizione compiuta nell’abitazione di Nucera, a Dolceacqua (Imperia) a fine novembre del 2019, erano state trovate, oltre a numerose armi bianche e a materiale propagandistico di estrema destra, due fucili ad aria compressa (di cui uno non denunciato), un fucile Flobert, varie repliche ad aria compressa di pistole e un ’silenziatore’ nonché numerose munizioni.
Nucera risultava inoltre aver nascosto in un’altra abitazione, ma in Francia – a Tenda, in Avenue de France – un vero e proprio arsenale di armi da fuoco (nove fucili e cinque pistole) sequestrate dalla polizia francese.
“Sono un ufficiale, congedato capitano della Legione straniera”. Così descriveva se stesso Pasquale Nucera, negli interrogatori fiume che lo avevano reso prima ‘ndranghetista di Montebello Ionico (Reggio Calabria) e poi ex collaboratore di giustizia, con una storia che attraversa gli anni neri delle Stragi e del progetto delle Leghe del Sud, con missioni da mercenario in Africa e nei Balcani.
È indicativo che l’indagine su questa “rete di uomini neri” sia partita dalla procura di Caltanissetta, in Sicilia, per poi estendersi al Nord.
L’inchiesta, durata due anni, era partita dal monitoraggio di un militante neofascista della provincia di Enna autore di un aggressione. Seguendo i suoi contatti, gli inquirenti sono risaliti a una rete più estesa, persone residenti in Lombardia, Veneto, Toscana e Piemonte tenute insieme da «fanatismo ideologico» e intenzionate a «costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba e antisemita denominato ‘Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori’». Con tanto di dichiarazione programmatica: 25 pagine di delirio neonazista e suprematista.
Nell’operazione Ombre Nere che lo portò all’arresto alla fine del novembre scorso, Nucera veniva definito come il reclutatore di mercenari e uomini per fare il “lavoro sporco” dove serviva, all’estero ma anche in Italia.
Secondo i magistrati di Caltanissetta, Nucera si proponeva come addestratore per formare ‘milizie’ di chiara matrice filonazista, xenofoba e antisemita e magari anche per provocazioni spicciole. “Lanciamo una molotov contro l’Anpi, la facciamo tirare da un marocchino, così depistiamo”, diceva al telefono senza sapere di essere intercettato dagli investigatori.
Sul suo profilo social si faceva chiamare Yavres Leon e tra foto in mimetica, svastiche e inni al fascismo e Mussolini, sbandierava gli scatti con Roberto Fiore, leader di Forza Nuova.
Per età e curriculum Pasquale Nucera è una sorta di caso da studio per comprendere e conoscere che cosa sia stata – e forse e tuttora – la rete degli uomini neri che ha agito nel nostro paese.
Adesso andrà ai domiciliari. C’è da sperare che non faccia come un altro boss fascista con caratteristiche analoghe, Emanuele Macchi di Cellere. Beccato con una enorme partita di cocaina da Santo Domingo, era finito poco dopo agli arresti domiciliari a Ostia (di chiunque altro avrebbero buttato le chiavi della cella, ndr) dai quali fuggì piuttosto facilmente. Venne ribeccato in Francia.
Ma su casi di “lassismo giudiziario” come questi non sentiremo mai starnazzare Salvini o la Meloni.
Fonte
07/06/2020
Ancora una gazzarra fascista a Roma, è la quarta in cinque giorni
Alla fine non erano tanti, anzi, ma sono arrivati al Circo Massimo al grido di ‘Duce, Duce’. Sui social si fanno chiamare ‘Ragazzi d’Italia‘ e seminano in alcuni settori ultras delle curve, ma fra loro erano riconoscibili noti caporioni neofascisti come Giuliano Castellino e Simone Carabella. Il primo di Forza Nuova, il secondo del neonato Partito Nazionale. Tanto eccitati dall’evento che alla fine hanno fatto a botte anche fra di loro.
Il milieu dell’ennesima gazzarra fascista nella Capitale (ormai siamo alla quarta in dodici giorni) sono stati alcuni settori ultras di varie curve, scesi in piazza per protestare contro le misure adottate dal Governo nella fase dell’emergenza pandemica.
Ma le cattive abitudini non hanno tardato a manifestarsi. Su via dei Cerchi si è infatti scatenata prima una furiosa rissa tra gli organizzatori che ha poi innescato alcuni tafferugli con la Polizia e tentate aggressioni ai giornalisti e fotografi presenti. Sono volate bombe carta e bottiglie di vetro verso gli agenti schierati, cameramen e cronisti.
La rissa iniziale è stata scatenata tra il caporione romano di Forza Nuova Giuliano Castellino e l’esponente dell’estrema destra Simone Carabella. Mentre quest’ultimo stava rilasciando dichiarazioni ai giornalisti, è arrivato l’altro caporione Giuliano Castellino che, indispettito dal fatto che Carabella gli stesse rubando la scena, gli ha intimato di lasciar stare le telecamere. A quel punto Castellino e Carabella sono venuti alla mani, di brutto. Cazzotti, calci, spinte.
La rissa è degenerata, coinvolgendo altri tifosi e fascisti. All’avvicinarsi degli agenti e dei cronisti sono partiti insulti e spinte ai giornalisti e cameramen presenti e poi petardi verso la polizia, intervenuta in tenuta antisommossa e che ha fermato due manifestanti portandoseli di peso al di qua del proprio schieramento.
Da un video emergono però particolari piuttosto inquietanti e significativi. Colpisce quel confidenziale “Giuliano, Giuliano” (guarda dal minuto 6.35) con cui più funzionari di polizia chiamano Castellino per invitarlo a riportare la calma.
Colpiscono poi altri funzionari che allontanano i giornalisti affermando che “il problema erano stati loro” (dal minuto 8.08).
Insomma davanti ad una esibizione muscolare ed anche aggressiva di squadrismo, i funzionari hanno minimizzato la prima e indicato il problema nei giornalisti. Per molto meno, in questi anni, quando a manifestare erano i movimenti sociali o la sinistra, questi si sono beccati cariche “lunghe e cattive”. È uno scenario che non quadra, non quadra proprio.
Mentre al Circo Massimo manifestava la destra “relittuale”, sempre ieri pomeriggio a piazza SS Apostoli manifestavano le “mascherine tricolori” di CasaPound (decisamente quattro gatti). Fatevi due conti: mascherine tricolori, la destra istituzionale (Lega e Fdi), i supporter del generale Pappalardo, i relitti della diaspora neofascista.
Nella Capitale in cinque giorni li abbiamo visti in piazza tutti quanti. Roma ha urgenza di riscattarsi e ripulire un po' le proprie strade.
Fonte
12/09/2019
Il fascista che si appella alla democrazia fa ridere: è il ladro che chiama il 113
Spettacolari, i fascisti italiani. Nel senso che lo spettacolo è impareggiabile: salti mortali, carpiati e piroette. Testacoda e salti di corsia, capottamenti, inversioni a U e altre mirabolanti gesta, come per esempio urlare in piazza Montecitorio col braccio teso nel saluto romano, indifferentemente “Duce-Duce” e subito dopo “Elezioni!-Elezioni!”. Il fascista che si appella alla democrazia fa molto ridere, è come il rapinatore che chiama il 113.
Poi, nella bolgia della piazza boia-chi-molla è calata la notizia che a mollarli è stato Facebook, oscurando le pagine di alcuni gerarchetti di Forza Nuova e Casa Pound, e lì è scattato il pandemonio. Lo spettacolo dei fascisti che urlano “fascista” a qualcun altro è delizioso, un contrappasso esilarante, la storiella del bue che dà del cornuto all’asino, in confronto, era roba da dilettanti. Così, eccoli precipitarsi su un social network che non li ha (ancora?) oscurati, Twitter, e lì fioccano le perle, come quella di Simone Di Stefano, Obergruppenführer di Casa Pound che sostiene che Facebook “si configura come un servizio pubblico” visto che ci sono moltissimi italiani iscritti. Un po’ come dire che siccome negli anni Sessanta tutti avevano una Fiat, allora la Fiat era di tutti. Invece no: Facebook è un’azienda privata, ha un suo regolamento, quando vi si accede si accettano le sue regole, e ogni tanto le applica pure.
Diciamolo: è un peccato.
È un peccato che un azienda privata faccia quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da anni, da decenni. Perché sembrerà strano, ma anche la Repubblica Italiana, come Facebook, ha le sue regole, che sono scritte nella Costituzione (XII disposizione finale: “È vietata la ricostituzione del partito fascista in ogni sua forma”) e in qualche legge scarsamente applicata (la legge Scelba, la legge Mancino). Insomma, duole constatare che un’azienda privata è arrivata prima dello Stato, che è stata più efficiente e meno timorosa.
Detto questo, cioè che la Repubblica Italiana doveva fare da tempo quello che la ditta di Zuckerberg ha fatto l’altro ieri, rimane sospeso nell’aria un certo sentore di corto circuito. Riassumiamo a grandi linee: i nostri nonni, dopo l’immane disastro e i milioni di morti regalatici dal puzzone mascelluto, hanno cacciato il fascismo a colpi di schioppo. Poi hanno fondato una Repubblica. Poi hanno scritto una Costituzione. Poi hanno fatto delle leggi perché i fascisti non potessero fare apologia di quel disastroso crimine. E poi però, per cacciare i fascisti dal dibattito pubblico e impedirgli la diffusione di odio etnico e razziale, è dovuto intervenire un multimiliardario americano inventore dei “like”.
Difficile non sentire la nota stonata, la campana fessa.
Infatti l’azienda, in un comunicato, ha spiegato la sua decisione appellandosi alle regole che gli utenti dovrebbero conoscere, e ha sottolineato che alla base della decisione “non ci sono motivi ideologici”. E questo è un altro peccato, è come dire che se un fascista inneggiasse alla dittatura, al boia-chi-molla, al me-ne-frego, con parole gentili andrebbe tutto bene. Invece no. Si dimostra che le regole dello Stato sono migliori e più rigide di quelle di Facebook (bene), ma che lo Stato non le applica e invece Facebook sì (male), e questo mette un po’ di tristezza. Del resto, si sa (leggere il prospetto illustrativo) che quando metti qualcosa sul più grande social network del mondo, la proprietà intellettuale di quello che pubblichi diventa sua, che siano gattini, foto di nipotini o virili appelli a otto milioni di baionette. Forse qualcuno dovrebbe spiegarlo ai nazionalisti, sovranisti, suprematisti, che i loro frementi prima-gli-italiani sono stati regalati a un algoritmo made in Usa il quale, come da regolamento, può farne ciò che vuole, anche mandarli al confino quando gli pare.
Fonte
Poi, nella bolgia della piazza boia-chi-molla è calata la notizia che a mollarli è stato Facebook, oscurando le pagine di alcuni gerarchetti di Forza Nuova e Casa Pound, e lì è scattato il pandemonio. Lo spettacolo dei fascisti che urlano “fascista” a qualcun altro è delizioso, un contrappasso esilarante, la storiella del bue che dà del cornuto all’asino, in confronto, era roba da dilettanti. Così, eccoli precipitarsi su un social network che non li ha (ancora?) oscurati, Twitter, e lì fioccano le perle, come quella di Simone Di Stefano, Obergruppenführer di Casa Pound che sostiene che Facebook “si configura come un servizio pubblico” visto che ci sono moltissimi italiani iscritti. Un po’ come dire che siccome negli anni Sessanta tutti avevano una Fiat, allora la Fiat era di tutti. Invece no: Facebook è un’azienda privata, ha un suo regolamento, quando vi si accede si accettano le sue regole, e ogni tanto le applica pure.
Diciamolo: è un peccato.
È un peccato che un azienda privata faccia quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da anni, da decenni. Perché sembrerà strano, ma anche la Repubblica Italiana, come Facebook, ha le sue regole, che sono scritte nella Costituzione (XII disposizione finale: “È vietata la ricostituzione del partito fascista in ogni sua forma”) e in qualche legge scarsamente applicata (la legge Scelba, la legge Mancino). Insomma, duole constatare che un’azienda privata è arrivata prima dello Stato, che è stata più efficiente e meno timorosa.
Detto questo, cioè che la Repubblica Italiana doveva fare da tempo quello che la ditta di Zuckerberg ha fatto l’altro ieri, rimane sospeso nell’aria un certo sentore di corto circuito. Riassumiamo a grandi linee: i nostri nonni, dopo l’immane disastro e i milioni di morti regalatici dal puzzone mascelluto, hanno cacciato il fascismo a colpi di schioppo. Poi hanno fondato una Repubblica. Poi hanno scritto una Costituzione. Poi hanno fatto delle leggi perché i fascisti non potessero fare apologia di quel disastroso crimine. E poi però, per cacciare i fascisti dal dibattito pubblico e impedirgli la diffusione di odio etnico e razziale, è dovuto intervenire un multimiliardario americano inventore dei “like”.
Difficile non sentire la nota stonata, la campana fessa.
Infatti l’azienda, in un comunicato, ha spiegato la sua decisione appellandosi alle regole che gli utenti dovrebbero conoscere, e ha sottolineato che alla base della decisione “non ci sono motivi ideologici”. E questo è un altro peccato, è come dire che se un fascista inneggiasse alla dittatura, al boia-chi-molla, al me-ne-frego, con parole gentili andrebbe tutto bene. Invece no. Si dimostra che le regole dello Stato sono migliori e più rigide di quelle di Facebook (bene), ma che lo Stato non le applica e invece Facebook sì (male), e questo mette un po’ di tristezza. Del resto, si sa (leggere il prospetto illustrativo) che quando metti qualcosa sul più grande social network del mondo, la proprietà intellettuale di quello che pubblichi diventa sua, che siano gattini, foto di nipotini o virili appelli a otto milioni di baionette. Forse qualcuno dovrebbe spiegarlo ai nazionalisti, sovranisti, suprematisti, che i loro frementi prima-gli-italiani sono stati regalati a un algoritmo made in Usa il quale, come da regolamento, può farne ciò che vuole, anche mandarli al confino quando gli pare.
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10/09/2019
Fascisti fuori dai social, momentaneamente
Ci sono notizie che vanno prese con le molle e spiegate per bene nelle loro implicazioni.
Facebook e Instagram hanno deciso di oscurare da ieri i profili social di CasaPound e Forza Nuova, compresi quelli dei loro membri più conosciuti (Iannone, Di Stefano, Fiore, ecc). Il che non può che far piacere a degli antifascisti sinceri.
Ovviamente, ci sono molti “ma”. Che non c’entrano nulla con la “democrazia”, a cominciare dalla motivazione addotta dal gruppo controllato da Mark Zuckerberg.
“Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia”. Quindi, “gli account che abbiamo rimosso oggi violano questa policy e non potranno più essere presenti su Facebook o Instagram”.
Come si vede, la decisione non è conseguenza di uno schieramento politico-valoriale (anche se la coincidenza con la fiducia al governo BisConte potrebbe far sospettare una “ostilità postuma” nei confronti del “populismo delle fake news“...), ma di una policy fatta scattare piuttosto tardivamente. Quei profili esistono da anni e la proprietà della piattaforma si era ben guardata dal contestare l’apologia quotidiana di fascismo che grondava da quelle pagine. Portava contatti e pubblicità, quindi poteva benissimo essere tollerata in nome del profitto di impresa.
Facebook, insomma, non è antifascista e non rimuove ora quella merda per questo motivo.
“Diffusione di odio” e “attacchi a persone sulla base di chi sono”, se guardate bene, sono formule così vaghe che lasciano nelle mani della governance aziendale una totale libertà di scelta su chi cancellare e chi no. In via di principio, anche l’antifascismo potrebbe essere considerato una forma di “odio” nei confronti di qualcuno “per quel che è” (un fascista, in quel caso). E come la mettiamo quando “l’odio” viene diffuso per anni da un parlamentare, un ministro dell’interno o addirittura dal presidente degli Stati Uniti?
Del resto, le piattaforme social non sono uno “spazio pubblico”, ma un “cortile privato” dove chiunque può esporre quasi qualsiasi cosa finché torna a vantaggio dell’azienda. Quando qualcosa o qualcuno diventa – per qualsiasi motivo – dannoso per i profitti attuali e futuri, viene cancellato.
Altra cosa è uno Stato, istituzione pubblica per eccellenza, che dovrebbe invece muoversi sulla base di un patto costituzionale – che determina nel lungo periodo cosa è ammissibile e cosa no – e di un codice penale, più variabile nel tempo, che stabilisce cosa è reato e cosa no.
La logica dell’istituzione pubblica è insomma l’esatto opposto della policy privata. Prescrive un quadro di regole rese note a tutti i membri di quello Stato, presenti o futuri, e sanziona ciò che espressamente vieta. È frutto (teoricamente…) di un equilibrio collettivo, non del dispotismo di un cda.
La ricostituzione del partito fascista e l’apologia di fascismo sono espressamente vietate dalla Costituzione italiana e da alcune leggi (quella Mancino è la più esplicita). Ma i governi italiani, tutti, si sono ben guardati dall’applicare Costituzione e leggi. Peggio ancora hanno fatti i corpi di polizia e quasi tutta la magistratura, sulle cui scrivanie spesso compaiono busti o foto del “duce”, consentendo così a un discreto numero di gruppuscoli fascisti di esistere, propagandare, presentarsi alle elezioni, spacciare droghe ideologiche e chimiche, pestare avversari politici e immigrati, ecc.
Insomma: sarebbe stato logico, anzi doveroso, che fosse la polizia, su ordine della magistratura, a chiudere non solo i profili social, ma anche le sedi politiche, perseguendo penalmente i membri di quelle organizzazioni.
Invece abbiamo ora questa curiosa situazione: fascisti dichiarati che hanno momentaneamente perso alcuni degli strumenti di propaganda online (ci metteranno poco a crearne di nuovi, non ci vuole poi molto...), ma che possono fare le vittime sulla scena politica pubblica – erano ieri in piazza con Salvini e Meloni, con tanto di saluti romani, che sono reato – e continuare ad appestare il clima politico di questo paese. Con la complicità di polizie, magistratura e tutti i partiti parlamentari, di governo o di ex governo.
Non c’è insomma da gioire più di tanto per la decisione di Facebook e Instagram, perché identiche – ma meno note – decisioni colpiscono spesso antifascisti e antimperialisti di mezzo mondo (i più tartassati sono i solidali con i palestinesi, non a caso). E anche nel funzionamento quotidiano delle pagine social ogni antagonista potrà notare “stranezze”, rallentamenti, sparizioni di contatti, diradamento improvviso del traffico, ecc.
Che significa tutto ciò? Che la “difesa della libertà”, o addirittura della “democrazia”, non può davvero essere fatta da una multinazionale privata che bada solo ai propri conti e – in funzione di questi – alla propria immagine. Sarebbe peraltro una contraddizione in termini che una struttura gerarchica quasi monarchica – Zuckerberg è amministratore delegato e “azionista di riferimento” – avesse a cuore la libertà altrui...
Ma il dato peggiore è un altro. Certo la presenza sui social è un potente vettore di propaganda politica, di diffusione di un “senso comune”, di modi di pensare. Ma se – come avviene – l’agibilità politica dei fascisti non viene interdetta dallo Stato o dagli antifascisti, quella diffusione continua. Anzi, si nutre di questi piccoli “divieti privati” che ne ingigantiscono le pretese di “alterità rispetto al sistema”.
Di quel sistema di cui sono da sempre servi ben remunerati, utilizzati alla bisogna e poi rimessi nel loro recinto. E che dunque non può e non vuole farne a meno...
Fonte
Facebook e Instagram hanno deciso di oscurare da ieri i profili social di CasaPound e Forza Nuova, compresi quelli dei loro membri più conosciuti (Iannone, Di Stefano, Fiore, ecc). Il che non può che far piacere a degli antifascisti sinceri.
Ovviamente, ci sono molti “ma”. Che non c’entrano nulla con la “democrazia”, a cominciare dalla motivazione addotta dal gruppo controllato da Mark Zuckerberg.
“Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia”. Quindi, “gli account che abbiamo rimosso oggi violano questa policy e non potranno più essere presenti su Facebook o Instagram”.
Come si vede, la decisione non è conseguenza di uno schieramento politico-valoriale (anche se la coincidenza con la fiducia al governo BisConte potrebbe far sospettare una “ostilità postuma” nei confronti del “populismo delle fake news“...), ma di una policy fatta scattare piuttosto tardivamente. Quei profili esistono da anni e la proprietà della piattaforma si era ben guardata dal contestare l’apologia quotidiana di fascismo che grondava da quelle pagine. Portava contatti e pubblicità, quindi poteva benissimo essere tollerata in nome del profitto di impresa.
Facebook, insomma, non è antifascista e non rimuove ora quella merda per questo motivo.
“Diffusione di odio” e “attacchi a persone sulla base di chi sono”, se guardate bene, sono formule così vaghe che lasciano nelle mani della governance aziendale una totale libertà di scelta su chi cancellare e chi no. In via di principio, anche l’antifascismo potrebbe essere considerato una forma di “odio” nei confronti di qualcuno “per quel che è” (un fascista, in quel caso). E come la mettiamo quando “l’odio” viene diffuso per anni da un parlamentare, un ministro dell’interno o addirittura dal presidente degli Stati Uniti?
Del resto, le piattaforme social non sono uno “spazio pubblico”, ma un “cortile privato” dove chiunque può esporre quasi qualsiasi cosa finché torna a vantaggio dell’azienda. Quando qualcosa o qualcuno diventa – per qualsiasi motivo – dannoso per i profitti attuali e futuri, viene cancellato.
Altra cosa è uno Stato, istituzione pubblica per eccellenza, che dovrebbe invece muoversi sulla base di un patto costituzionale – che determina nel lungo periodo cosa è ammissibile e cosa no – e di un codice penale, più variabile nel tempo, che stabilisce cosa è reato e cosa no.
La logica dell’istituzione pubblica è insomma l’esatto opposto della policy privata. Prescrive un quadro di regole rese note a tutti i membri di quello Stato, presenti o futuri, e sanziona ciò che espressamente vieta. È frutto (teoricamente…) di un equilibrio collettivo, non del dispotismo di un cda.
La ricostituzione del partito fascista e l’apologia di fascismo sono espressamente vietate dalla Costituzione italiana e da alcune leggi (quella Mancino è la più esplicita). Ma i governi italiani, tutti, si sono ben guardati dall’applicare Costituzione e leggi. Peggio ancora hanno fatti i corpi di polizia e quasi tutta la magistratura, sulle cui scrivanie spesso compaiono busti o foto del “duce”, consentendo così a un discreto numero di gruppuscoli fascisti di esistere, propagandare, presentarsi alle elezioni, spacciare droghe ideologiche e chimiche, pestare avversari politici e immigrati, ecc.
Insomma: sarebbe stato logico, anzi doveroso, che fosse la polizia, su ordine della magistratura, a chiudere non solo i profili social, ma anche le sedi politiche, perseguendo penalmente i membri di quelle organizzazioni.
Invece abbiamo ora questa curiosa situazione: fascisti dichiarati che hanno momentaneamente perso alcuni degli strumenti di propaganda online (ci metteranno poco a crearne di nuovi, non ci vuole poi molto...), ma che possono fare le vittime sulla scena politica pubblica – erano ieri in piazza con Salvini e Meloni, con tanto di saluti romani, che sono reato – e continuare ad appestare il clima politico di questo paese. Con la complicità di polizie, magistratura e tutti i partiti parlamentari, di governo o di ex governo.
Non c’è insomma da gioire più di tanto per la decisione di Facebook e Instagram, perché identiche – ma meno note – decisioni colpiscono spesso antifascisti e antimperialisti di mezzo mondo (i più tartassati sono i solidali con i palestinesi, non a caso). E anche nel funzionamento quotidiano delle pagine social ogni antagonista potrà notare “stranezze”, rallentamenti, sparizioni di contatti, diradamento improvviso del traffico, ecc.
Che significa tutto ciò? Che la “difesa della libertà”, o addirittura della “democrazia”, non può davvero essere fatta da una multinazionale privata che bada solo ai propri conti e – in funzione di questi – alla propria immagine. Sarebbe peraltro una contraddizione in termini che una struttura gerarchica quasi monarchica – Zuckerberg è amministratore delegato e “azionista di riferimento” – avesse a cuore la libertà altrui...
Ma il dato peggiore è un altro. Certo la presenza sui social è un potente vettore di propaganda politica, di diffusione di un “senso comune”, di modi di pensare. Ma se – come avviene – l’agibilità politica dei fascisti non viene interdetta dallo Stato o dagli antifascisti, quella diffusione continua. Anzi, si nutre di questi piccoli “divieti privati” che ne ingigantiscono le pretese di “alterità rispetto al sistema”.
Di quel sistema di cui sono da sempre servi ben remunerati, utilizzati alla bisogna e poi rimessi nel loro recinto. E che dunque non può e non vuole farne a meno...
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15/07/2019
Fascisti filo-ucraini, armati persino con un missile
All’ombra del Truce piccoli assassini crescono. Sarà una coincidenza, ma da quando Salvini è ministro dell’interno i fascisti più dichiarati – quelli “nostalgici”, apertamente intenti alla “ricostruzione del partito fascista” – stanno facendo piccoli salti di qualità nella loro attività squadrista.
Tanto che qualche procura è costretta a fermare quelli considerati più pericolosi a breve termine.
È il caso dell’operazione svoltasi stanotte con epicentro Torino, in cui sono stati arrestati alcuni fascisti noti per aver combattuto in Ucraina. Varese, Pavia, Novara e Forlì le altre città interessate dall’inchiesta.
Il punto rilevante è che stavolta, insieme alla solita paccottiglia nazistoide (pubblicazioni, gagliardetti, mazze, ecc.) sono state rinvenute armi da guerra: fucili mitragliatori di fabbricazione austriaca, tedesca e statunitense e addirittura un missile aria-aria (un Matra Super R530 francese) acquistato a suo tempo per le forze armate del Qatar (paese che finanzia e addestra diverse milizie jihadiste, alcune delle quali presenti anche in Ucraina al fianco del regime di Kiev).
I missili aria-aria sono usati dagli aerei da combattimento per distruggere altri aerei. Diversamente da quelli terra-terra, o aria-terra, montano una testata con relativamente poco esplosivo, quanto basta a provocare danni devastanti in un velivolo. Difficile, insomma, utilizzarli in un ambiente metropolitano, ma con un po’ di addestramento tecnico-militare – evidentemente – possono tornare utili ad assassini in pectore.
L’unico nome che al momento è stato fatto, dagli inquirenti, è quello di Fabio Del Bergiolo, 50 anni, ex ispettore antifrode delle dogane che nel 2001 si era candidato al Senato, per Forza Nuova, nel collegio di Gallarate (Varese). Personaggio che forse spiega – in virtù delle sue “competenze doganali” – come abbiano fatti armi di una certa dimensione ad entrare in questo paese, teoricamente blindatissimo.
Questo “campione dell’ordine” stava comunque cercando di vendere il missile per quasi mezzo milione di dollari, arrivando a mandarne le foto via WhatsApp (non proprio geniale, il tipo...). Per la stessa ragione sono stati fermati altri due fascisti: un cittadino svizzero di 42 anni, tale Alessandro Michele Aloise Monti, e un italiano di 51, Fabio Amalio Bernardi, fermati nei pressi dell’aeroporto di Forlì.
Del Bergiolo è un militante di lungo corso con Forza Nuova, formazione neofascista che dice di essere tutta “dio, patria e famiglia”. Nel 2003, era finito nei guai per una vicenda però molto meno eroica: era stato sospeso dal servizio perché coinvolto in una truffa sul rimborso dell’Iva. Era accusato di aver incassato rimborsi su 55 fatture per acquisti fatti da cittadini stranieri in transito dall’aeroporto di Milano Malpensa. Le fatture, che dovevano passare dalla sua vidimazione venivano respinte con motivazioni fittizie e quando i passeggeri le lasciavano sul tavolo o le buttavano credendo che fossero inutili, l’uomo le recuperava e le portava all’incasso agli sportelli della Global Refund, società che opera a Malpensa come intermediaria fra i passeggeri e lo stato. Qui entrava in gioco un’amica e complice, che in veste di dirigente ordinava il rimborso dell’Iva.
Già nei giorni scorsi a Del Bergiolo erano state sequestrate diverse armi, comprese alcune da guerra, con possibilità di sparare a raffica (caratteristica eliminata nei fucili-copia in vendita per uso caccia). Si tratta di dodici fucili e nove pistole. Tra queste una machine pistol Skorpion, un fucile d’assalto Steyer Aug a raffica, un altro fucile d'assalto Colt M16, un Heckler&Koch G3, un “Carcano”.
In seguito aveva formato il cosiddetto ”Movimento d’azione confederata”, che aveva come slogan «Chi non ha spada venda il mantello e ne compri una». Un precursore della salviniana “libertà di armarsi”, che spiegava così lo slogan: «Non siamo il partito delle armi di per sé. Però, tra altre cose, auspichiamo il diritto dei cittadini onesti e sani di mente di possedere e portare armi. Un diritto che in Italia è stato negato o reso censitario e clientelare”.
Non è però la prima inchiesta che in tempi recenti investe fascisti torinesi, in stretto legame con la curva juventina (soprattutto dei “Drughi”, il cui “capo” è morto qualche tempo fa in circostanze a dir poco misteriose, e “Giovinezza”).
Erano infatti state perquisite undici abitazioni di membri di Forza Nuova, Rebel Firm e Legio Subalpina, compagine di area skinhead, a Torino e Ivrea. In quel caso era stato stato arrestato il “leader” di Legio Subalpina, Fabio Carlo D’Allio, per detenzione e munizionamento di armi da guerra.
Inutile chiedere al Truce se ne sia mai accorto, lui ha altro a cui pensare...
Fonte
Tanto che qualche procura è costretta a fermare quelli considerati più pericolosi a breve termine.
È il caso dell’operazione svoltasi stanotte con epicentro Torino, in cui sono stati arrestati alcuni fascisti noti per aver combattuto in Ucraina. Varese, Pavia, Novara e Forlì le altre città interessate dall’inchiesta.
Il punto rilevante è che stavolta, insieme alla solita paccottiglia nazistoide (pubblicazioni, gagliardetti, mazze, ecc.) sono state rinvenute armi da guerra: fucili mitragliatori di fabbricazione austriaca, tedesca e statunitense e addirittura un missile aria-aria (un Matra Super R530 francese) acquistato a suo tempo per le forze armate del Qatar (paese che finanzia e addestra diverse milizie jihadiste, alcune delle quali presenti anche in Ucraina al fianco del regime di Kiev).
I missili aria-aria sono usati dagli aerei da combattimento per distruggere altri aerei. Diversamente da quelli terra-terra, o aria-terra, montano una testata con relativamente poco esplosivo, quanto basta a provocare danni devastanti in un velivolo. Difficile, insomma, utilizzarli in un ambiente metropolitano, ma con un po’ di addestramento tecnico-militare – evidentemente – possono tornare utili ad assassini in pectore.
L’unico nome che al momento è stato fatto, dagli inquirenti, è quello di Fabio Del Bergiolo, 50 anni, ex ispettore antifrode delle dogane che nel 2001 si era candidato al Senato, per Forza Nuova, nel collegio di Gallarate (Varese). Personaggio che forse spiega – in virtù delle sue “competenze doganali” – come abbiano fatti armi di una certa dimensione ad entrare in questo paese, teoricamente blindatissimo.
Questo “campione dell’ordine” stava comunque cercando di vendere il missile per quasi mezzo milione di dollari, arrivando a mandarne le foto via WhatsApp (non proprio geniale, il tipo...). Per la stessa ragione sono stati fermati altri due fascisti: un cittadino svizzero di 42 anni, tale Alessandro Michele Aloise Monti, e un italiano di 51, Fabio Amalio Bernardi, fermati nei pressi dell’aeroporto di Forlì.
Del Bergiolo è un militante di lungo corso con Forza Nuova, formazione neofascista che dice di essere tutta “dio, patria e famiglia”. Nel 2003, era finito nei guai per una vicenda però molto meno eroica: era stato sospeso dal servizio perché coinvolto in una truffa sul rimborso dell’Iva. Era accusato di aver incassato rimborsi su 55 fatture per acquisti fatti da cittadini stranieri in transito dall’aeroporto di Milano Malpensa. Le fatture, che dovevano passare dalla sua vidimazione venivano respinte con motivazioni fittizie e quando i passeggeri le lasciavano sul tavolo o le buttavano credendo che fossero inutili, l’uomo le recuperava e le portava all’incasso agli sportelli della Global Refund, società che opera a Malpensa come intermediaria fra i passeggeri e lo stato. Qui entrava in gioco un’amica e complice, che in veste di dirigente ordinava il rimborso dell’Iva.
Già nei giorni scorsi a Del Bergiolo erano state sequestrate diverse armi, comprese alcune da guerra, con possibilità di sparare a raffica (caratteristica eliminata nei fucili-copia in vendita per uso caccia). Si tratta di dodici fucili e nove pistole. Tra queste una machine pistol Skorpion, un fucile d’assalto Steyer Aug a raffica, un altro fucile d'assalto Colt M16, un Heckler&Koch G3, un “Carcano”.
In seguito aveva formato il cosiddetto ”Movimento d’azione confederata”, che aveva come slogan «Chi non ha spada venda il mantello e ne compri una». Un precursore della salviniana “libertà di armarsi”, che spiegava così lo slogan: «Non siamo il partito delle armi di per sé. Però, tra altre cose, auspichiamo il diritto dei cittadini onesti e sani di mente di possedere e portare armi. Un diritto che in Italia è stato negato o reso censitario e clientelare”.
Non è però la prima inchiesta che in tempi recenti investe fascisti torinesi, in stretto legame con la curva juventina (soprattutto dei “Drughi”, il cui “capo” è morto qualche tempo fa in circostanze a dir poco misteriose, e “Giovinezza”).
Erano infatti state perquisite undici abitazioni di membri di Forza Nuova, Rebel Firm e Legio Subalpina, compagine di area skinhead, a Torino e Ivrea. In quel caso era stato stato arrestato il “leader” di Legio Subalpina, Fabio Carlo D’Allio, per detenzione e munizionamento di armi da guerra.
Inutile chiedere al Truce se ne sia mai accorto, lui ha altro a cui pensare...
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30/05/2019
Roma - No agli sciacalli fascisti
Un incidente stradale come tanti. Un giovane padre che va al lavoro, in piena notte, come tanti altri panettieri, percorrendo la Casilina su uno scooter. Un’auto che sbanda e va contromano su quella maledetta consolare con una sola corsia per senso di marcia. Lo schianto, la morte, i rilievi della stradale, l’arresto dell’automobilista positivo all’alcool test.
Una tragedia che si ripete ogni giorno in ogni angolo del paese e del mondo. Che dovrebbe far riflettere sul modo di vita e di produzione in cui siamo inscatolati, costretti a muoverci correndo, rubando secondi preziosi su percorsi che sarebbero rischiosi anche in condizioni più rilassate.
Ma se questo accade a Roma, in zona Giardinetti, l’agglomerato di case costruite secondo le regole inesistenti dell’”edilizia spontanea” del dopoguerra, poche centinata di metri più in là della gemella Torre Maura, ecco che qualche sciacallo si mette ad annusare la pista.
Se il giovane padre è italiano anche di nascita e cognome, e magari l’automobilista è albanese, la “pista” viene percorsa a velocità forsennata, quasi come quelle bianche cui gli avvoltoi sono più abituati.
E allora eccoli, gli “eroi” di Casapound e Forza Nuova cercare i famigliari, proporsi come “vendicatori politici” pronti a inscenare una pantomima ad uso e consumo di media e ministro delle interiora.
Ma vanno a sbattere contro una madre che incredibilmente riesce a mantenere il senso delle cose anche di fronte alla più immensa tragedia che possa vivere un genitore: la morte di un figlio.
E Maria Grazia Carta, madre di Davide Tarasco, si vede costretta a dire poche ma sentite parole, nonostante la rabbia furiosa che si va a sommare al dolore.
«CasaPound e Forza Nuova non avranno il mio odio, non strumentalizzeranno la morte di mio figlio. La nazionalità di chi lo ha ucciso non fa alcuna differenza, ma ora alcuni militanti dell’estrema destra vogliono organizzare una fiaccolata nel nome di Davide. Non lo posso permettere, non voglio la loro presenza».
Maria Grazia è un’insegnante precaria, come decine di migliaia di altre. Un cronista attento noterebbe che è diventata nonna, e da diversi anni, senza mai diventare “assunta a tempo indeterminato”, ossia di ruolo. Scherzi fatti da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, attenti a “tagliare la spesa pubblica” e anche le vite delle persone che lavorano per lo Stato (forze armate e di polizia a parte, ci mancherebbe...).
La sua scuola è a Tor Bella Monaca, dove pure qualche mese fa i fascisti avevano provato una sceneggiata analoga, a cavallo di un altro episodio di cronaca locale, letto sui giornali, venendo cacciati a furor di madri che riconoscevano tra loro diversi degli spacciatori responsabili di aver rovinato i propri figli. Sa come funziona il mondo della periferia, ci vive e la vive, sa con chi arrabbiarsi e chi “comprendere”, lottando per «togliere i ragazzi dalla strada».
Ma questi sciacalli no, non si devono far vedere. E tanto meno devono farsi belli sciacallando sul figlio, lavoratore vero, mica come quegli avanzi dei quartieri alti che fanno le loro “prove d’ardimento giovanili” prima di seguire le carriere professionali dei padri...
«Basta sciacallaggio, basta con queste guerre tra poveri. Stanno solo cercando di usare le disgrazie altrui. Decidiamo noi come commemorare mio figlio, con i nostri ideali, che non sono di odio ma di giustizia».
Una maestra vera sa come dare lezione, anche di vita.
Fonte
Una tragedia che si ripete ogni giorno in ogni angolo del paese e del mondo. Che dovrebbe far riflettere sul modo di vita e di produzione in cui siamo inscatolati, costretti a muoverci correndo, rubando secondi preziosi su percorsi che sarebbero rischiosi anche in condizioni più rilassate.
Ma se questo accade a Roma, in zona Giardinetti, l’agglomerato di case costruite secondo le regole inesistenti dell’”edilizia spontanea” del dopoguerra, poche centinata di metri più in là della gemella Torre Maura, ecco che qualche sciacallo si mette ad annusare la pista.
Se il giovane padre è italiano anche di nascita e cognome, e magari l’automobilista è albanese, la “pista” viene percorsa a velocità forsennata, quasi come quelle bianche cui gli avvoltoi sono più abituati.
E allora eccoli, gli “eroi” di Casapound e Forza Nuova cercare i famigliari, proporsi come “vendicatori politici” pronti a inscenare una pantomima ad uso e consumo di media e ministro delle interiora.
Ma vanno a sbattere contro una madre che incredibilmente riesce a mantenere il senso delle cose anche di fronte alla più immensa tragedia che possa vivere un genitore: la morte di un figlio.
E Maria Grazia Carta, madre di Davide Tarasco, si vede costretta a dire poche ma sentite parole, nonostante la rabbia furiosa che si va a sommare al dolore.
«CasaPound e Forza Nuova non avranno il mio odio, non strumentalizzeranno la morte di mio figlio. La nazionalità di chi lo ha ucciso non fa alcuna differenza, ma ora alcuni militanti dell’estrema destra vogliono organizzare una fiaccolata nel nome di Davide. Non lo posso permettere, non voglio la loro presenza».
Maria Grazia è un’insegnante precaria, come decine di migliaia di altre. Un cronista attento noterebbe che è diventata nonna, e da diversi anni, senza mai diventare “assunta a tempo indeterminato”, ossia di ruolo. Scherzi fatti da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, attenti a “tagliare la spesa pubblica” e anche le vite delle persone che lavorano per lo Stato (forze armate e di polizia a parte, ci mancherebbe...).
La sua scuola è a Tor Bella Monaca, dove pure qualche mese fa i fascisti avevano provato una sceneggiata analoga, a cavallo di un altro episodio di cronaca locale, letto sui giornali, venendo cacciati a furor di madri che riconoscevano tra loro diversi degli spacciatori responsabili di aver rovinato i propri figli. Sa come funziona il mondo della periferia, ci vive e la vive, sa con chi arrabbiarsi e chi “comprendere”, lottando per «togliere i ragazzi dalla strada».
Ma questi sciacalli no, non si devono far vedere. E tanto meno devono farsi belli sciacallando sul figlio, lavoratore vero, mica come quegli avanzi dei quartieri alti che fanno le loro “prove d’ardimento giovanili” prima di seguire le carriere professionali dei padri...
«Basta sciacallaggio, basta con queste guerre tra poveri. Stanno solo cercando di usare le disgrazie altrui. Decidiamo noi come commemorare mio figlio, con i nostri ideali, che non sono di odio ma di giustizia».
Una maestra vera sa come dare lezione, anche di vita.
Fonte
21/05/2019
Bologna - Migliaia in piazza contro i fascisti, difesi dalla polizia
Forza Nuova, approfittando della campagna elettorale, torna a Bologna con un comizio di Roberto Fiore in Piazza Galvani. Lo fa tirando una riga con una biro sopra la clausola presente nei moduli per la richiesta di occupazione di suolo pubblico sopra la frase che, da delibera del Consiglio Comunale, vieta qualsiasi concessione di occupazione di suolo o spazi pubblici per porre in essere attività o richiami all’ideologia fascista.
In teoria, con o senza cancellatura manuale, l’apologia di fascismo sarebbe vietata in tutto il Paese, con o senza campagna elettorale; ma la risposta del Comune, oggi a Bologna, ha tentato di opporsi flebilmente a questo comizio ricorrendo ai tecnicismi di una cancellatura fatta a penna.
Questa è la maschera che oggi il Comune di Bologna ha messo per gestire una situazione incandescente in città, che ha visto scendere in piazza qualche migliaio di antifascisti agguerriti, ma anche salire le polemiche di quegli antifascisti bolognesi che – anche senza scendere in piazza – mal tollerano la presenza di un fascista nella città medaglia d’oro per la resistenza.
Le realtà antifasciste di Bologna si sono mobilitate dalla tarda mattinata prima in zona universitaria e poi in Piazza Maggiore per dare un chiaro segnale a Forza Nuova, senza alcuna mediazione ne compromesso.
Durante tutto il pomeriggio si sono susseguiti diversi tentativi di raggiungere Piazza Galvani, dove era atteso Fiore per il comizio. Ma come ormai becera consuetudine, figlia di un europeismo liberale (consacrato da Minniti prima e Salvini poi) che ha sdoganato la nuova ondata fascista nel Paese, la piazza è stata blindata da sbarramenti antiterrorismo e forze dell’ordine in tenuta antisommossa, inviate da quelle stesse istituzioni che – di facciata – tentano di vietare il comizio, ma poi si schierano con l’ordine pubblico, legittimando di fatto l’apologia di reato fascista.
Verso le 18 le migliaia di antifascisti riuniti in piazza si sono mossi nuovamente verso la piazza dove la polizia li ha accolti con una carica ferendo alcuni compagni e fermandone un’altra. Dato il dispiegamento di forze in campo, il corteo, nell’impossibilità di raggiungere piazza Galvani, ha girato verso i viali, bloccando la città fino a quando è giunta la notizia della liberazione della compagna fermata.
Nella città che non ha dimenticato e non dimenticherà mai le bombe fasciste alla stazione di Bologna, anche questa volta, l’antifascismo ha dimostrato di saper difendere la città, con ogni mezzo e pratica necessaria.
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15/05/2019
Passeggiate primaverili
Se escludiamo l’aver reinventato creativamente la forma corteo tramutandola in una passeggiata primaverile sui marciapiedi della stazione Termini e aver fatto respirare un po’ di aria fresca – al posto della quotidiana puzza delle caserme – ad un consistente numero di caschi blu anche ieri, l’impresa dei febbricitanti camerati di forza nuova non sarebbe stata degna nemmeno di un trafiletto sulla colonna destra di Repubblica online.
La solita sparata buona solo a mostrare le proprie misere, sempre più misere forze e a concedere qualche foto a Roberto Fiore, volto sempre in cerca di un primo piano a passo di marcia. Vero è che, anche nel caso in cui la minaccia in camicia nera si fosse mostrata in modo leggermente più concreto, la piazza non l’avrebbero vista neanche col cannocchiale, data l’ampia risposta studentesca e la decisa presenza della Roma antifascista che già dalle giornate di Casalbruciato ha dato prova di efficienza.
Una partecipazione larga e decisamente sentita – una ventata di aria fresca per un’università politicamente asfittica – ma tuttavia non priva di ipocriti entusiasmi: vedere comunque i soliti sinceri democratici avanzare in processione per esaltare Mimmo Lucano non può che lasciare perplessi. Visioni e punti di vista come quelli propri di una certa sinistra diritto umanista che non possono fare a meno di ridurre una delle più grandi sfide che vediamo vivere nelle nostre metropoli a semplice questione umanitaria o assistenzialista non possono di certo convivere con una pratica militante che riporti al centro del discorso politico la presenza e l’organicità alle periferie. Il momentaneo affiatamento che ha visto l’unione tra i capoccia dell’Accademia e masse studentesche, la variopinta dimensione dell’associazionismo e la presenza filo Pd o subito a sinistra (ma non troppo, non sia mai) di questo non può che ricordarci quanto lontana sia una proposta conflittuale e quanto vicine siano le elezioni.
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13/05/2019
Mimmo Lucano alla Sapienza, accolto da un grande corteo
Mimmo Lucano è alla Sapienza di Roma, facoltà di Lettere, in attesa del seminario cui era stato invitato. Un corteo di studenti antifascisti ha preparato “l’atmosfera” nella mattinata, contro il fetido presidio di Forza Nuova, annunciato nel pomeriggio per “impedire” l’iniziativa.
Questi pagliacci – come ieri in Vaticano – sono alla disperata ricerca di momenti di visibilità mediatica, schiacciati come sono – nella loro ridicola “area” – dal presenzialismo dei cuggini di Casapound, sempre molto protetti dalla polizia. Anche loro comunque possono contare su questo “aiutino”: in fondo sono soltanto una ventina, bloccati abbastanza lontano dalla facoltà, e circondati – dopo l’esperienza di Casalbruciato non si sa mai – da robusti cordini di “forze dell’ordine”.
Con in testa un grosso striscione “Il fascismo non è un’opinione” il corteo degli studenti antifascisti è invece partito dalla città universitaria diretto a piazzale Aldo Moro per protestare contro il comizio di Forza Nuova, vietato all’ultimo momento dalla Questura. “Sono assassini. Qui non ci metteranno mai piede. Sapienza è antifascista” dicono al megafono gli studenti.
In piazza sventolano anche bandiere No tav e dell’Anpi. “Siamo tantissimi, siamo in migliaia – dicono al megafono – i fascisti non metteranno piede a piazzale Aldo Moro. In questi luoghi non devono stare i fascisti”.
E, ancora più precisamente: “Sta rottura de cojoni de fascisti”, “La libertà di opinione inizia dove non ci sono i fascisti”.
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24/03/2019
A Prato una marea antifascista annichilisce le provocazioni di Forza Nuova
In pochissimi si sono recati in Piazza del Mercato Nuovo per la celebrazione del fasci di combattimento, mentre almeno cinquemila persone hanno partecipato alla manifestazione antifascista.
È blindatissima piazza del Mercato Nuovo a Prato, occupata dai fascisti di Forza Nuova che si sono riuniti nel sabato nero per la commemorazione del centenario dei fasci di combattimento. Ma se i nostalgici pensavano di trovare una grande affluenza sono rimasti delusi: pochissimi si sono presentati, forse una cinquantina, mentre dall’interno del Tempio Buddista che si trova proprio in piazza, i monaci all’interno hanno pregato per respingere l’oscurità di ogni intolleranza.
E la soddisfazione maggiore è stata l’enorme affluenza che invece, a Piazza Santa Maria delle Carceri, ha visto la contromanifestazione antifascista che ha contato anche la partecipazione del sindaco della città, Matteo Biffone, insieme ad altre cinquemila persone. Cinquemila per resistere, per rivendicare la natura antifascista di Prato, della Toscana e dell’Italia intera.
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01/02/2019
Chi protegge i fascisti? Il “format Castellino”
Lo scorso novembre, il Tribunale di Roma condanna, in primo grado, a 3 anni e 10 mesi Nunzio D’Erme, figura tra le più conosciute e stimate dei movimenti sociali nella capitale. La condanna riguarda i fatti avvenuti nel maggio 2014, quando, nella sede del VII Municipio di Roma, in un convegno istituzionale sull’educazione alla diversità, i partecipanti subirono un aggressione da parte dei militanti di Militia Christi, gruppo di fascisti travestiti da fondamentalisti cattolici.
Come riporta l’Osservatorio Repressione, secondo l’accusa Nunzio «avrebbe preso parte all’“evasione” di un ragazzo fermato dalla polizia e un agente si sarebbe procurato una prognosi di 55 giorni. L’inchiesta della magistratura, invece di colpire e indagare sugli aggressori portò invece, nel settembre 2014, all’arresto di Nunzio D’Erme con l’accusa di resistenza e lesioni aggravata nei confronti di agenti di polizia, procurata evasione e lesione ai danni dei militanti di estrema destra Militia Christi». Per quei fatti, vengono condannati anche gli attivisti del centro sociale “Spartaco”, Marco Bucci a un anno e quattro mesi, e Marco Liodino a un anno e sei mesi.
Questo episodio è solo un esempio di come, in termini di repressione, la giustizia di questo paese utilizzi un esplicito doppio standard quando si tratta di intervenire sugli episodi, come si suol dire, di “ordine pubblico”; durissimi nei confronti di compagne e compagni antifascisti, “carezzevoli” con gli esponenti di tutti gruppi di estrema destra.
Da qui, vi proponiamo un caso esemplare di come l’agibilità politica di questa gente sia “garantita” da parte di un sistema che storicamente ha bisogno di servi (dei servi dei servi...), disposti a fare quello “sporco lavoro” necessario al mantenimento dell’ordine costituito. Salvo magari poi fallire clamorosamente quando lo spazio lasciato è tale da permettere l’invasione e la sovversione delle istituzioni: vedi l’esperienza del fascismo.
Stiamo parlando di Giuliano Castellino, esponente di spicco dei nazifascisti di Forza nuova, la formazione di Roberto Fiore, anch’essa travestita da vetero-cattolicesimo ante Concilio.
Citiamo per comodità un breve estratto del «Corriere della Sera», aggiornato soltanto al primo della lunga catena di episodi che lo hanno visto “protagonista”, e di cui vi riportiamo un sintetico itinerario nel resto dell’articolo, relativo ai soli ultimi anni:
31 dicembre 2014, poco prima di capodanno Castellino viene fermato per aver “bruciato” un semaforo rosso in via di Cristoforo Colombo: ai controlli di rito, oltre a risultare sprovvisto di patente, gli agenti trovano nello scooter una busta contenente quasi un etto di cocaina. Tuttavia, solo due giorni più tardi Castellino è assolto dall’accusa di detenzione e spaccio, perché – precisa l’avvocato difensore Michele D’Urso – «il giudice ha riconosciuto che era per uso personale». Paradossalmente, la condanna avviene invece per il possesso di 30 petardi, trovati nella perquisizione della sua abitazione a seguito del fermo.
23 agosto del 2017, Castellino aggredisce alcuni agenti della Digos, intervenuti per bloccare la protesta fuori la redazione dell’Avvenire (quotidiano dei vescovi italiani), organizzata da Forza Nuova contro le posizioni assunte dalla Conferenza episcopale italiana sul tema dell’immigrazione.
È il 29 agosto del 2017 quando una donna racconta di esser stata trascinata via per i capelli da un gruppo di migranti residenti nel centro accoglienza di via del Frantoio. L’accusa di sequestro, assieme al nipote di 12 anni, a sua detta vittima di una sassaiola da parte di uomo abitante dello stesso centro, si è rivela una bufala (così come l’aggressione).
Tuttavia, l’evento dà vita a una sequela di eventi tra cui, nella sera dell’8 settembre, una “passeggiata per la sicurezza” tra le strade della Magliana, organizzata proprio da Castellino per fermare l’invasione di «questi infami che stuprano le nostre donne». La manifestazione, non autorizzata, si risolve con il solito intervento della polizia, seguito dall’arrivo di 15 denunce agli aderenti di Forza nuova, tra cui ovviamente Castellino.
Nota a margine, ma neanche troppo, il lunedì successivo i fascisti di CasaPound vengono sbrigativamente cacciati da Tiburtino III da un contingente antifascista, intervenuto per impedire il consiglio municipale, indetto, in via del tutto straordinaria, proprio su “ordine” di quelli di Via Napoleone III. Notizia di poche settimane fa, ben 26 denunce hanno colpito i compagni e le compagne protagoniste di quel pomeriggio. Zero per i fascisti, che in alcuni video mostrano mazze e cinture e finiscono per menarsi persino tra loro (per errore, ma a conferma delle intenzioni della “visita” nel quartiere).
28 settembre 2017, Castellino e altri esponenti del movimento “Roma ai romani” (originali, eh?) vengono arrestati dalla polizia per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale (tre agenti colpiti alla testa dal lancio di “sanpietrini”) in seguito ai tafferugli scoppiati in uno degli stabili di via Giovanni Porzio, al Trullo. Nell’occasione, gli esponenti dell’estrema destra capitolina cercano di impedire l’ingresso a una famiglia italo-etiope (madre, padre e bimbo piccolo), legittima assegnataria, alla casa popolare.
21 febbraio 2018, Castellino è fermato per aver preso parte ai disordini, insieme ad altri esponenti di Forza nuova, esplosi fuori la sede romana del Pd, durante una giornata di protesta dei tassisti contro l’“emendamento Lanzillotta”; il tutto mentre a Montecitorio si svolge un incontro tra i sindacati e l’allora ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio.
Ancora, la sera del 17 aprile 2018, mentre porta a spasso il cane, Castellino viene arrestato dai Carabinieri di Monteverde Nuovo per “evasione e resistenza a pubblico ufficiale”. Era, infatti, temporaneamente agli arresti domiciliari per i fatti del Trullo riportati poco sopra.
9 luglio 2018, Castellino, da poco uscito dai domiciliari, viene denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. In questa occasione i poliziotti erano intervenuti a seguito di un’animata discussione tra il capo romano di Forza nuova e un esponente dell’estrema destra della capitale sulla possibilità di occupare, in via Ottaviano, una storica sede missinia, tutt’ora tra i beni immobili della fondazione Alleanza nazionale. Inutile dire che, per l’avvocato, Castellino avrebbe solo opposto una “resistenza pacifica” al solo fine di non entrare in auto.
23 luglio 2018, Castellino è di nuovo in manette, insieme a Giorgio Mosca, per una truffa di 1,3 milioni di euro ai danni del Sistema sanitario nazionale. Titolari di un punto vendita di prodotti specifici per celiaci, Celiachia World, i due (per l’occasione definiti «imprenditori» da Francesco Curridori su «il Giornale»...), avrebbero dichiarato la vendita, mai avvenuta, di una notevole quantità di prodotti, incassando illegalmente i rimborsi. L’accusa è di truffa aggravata, falsità materiale commessa dal privato e contraffazione e uso di pubblici sigilli.
7 gennaio 2019, in occasione dell’anniversario dei fatti di Acca Larentia, Castellino, stavolta assieme a Vincenzo Nardulli, leader di Avanguardia nazionale, viene arrestato nei pressi del Verano con l’accusa di minaccia, lesioni personali e violenza privata nei confronti di due collaboratori de L’Espresso, il cronista Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti.
In quest’occasione, Castellino si trovava alla commemorazione nonostante fosse sottoposto al regime di sorveglianza speciale, infrangendo dunque, di nuovo, il divieto imposto dalla misura di prevenzione.
Altri episodi, ne siamo convinti, seguiranno...
La sequenza degli “infortuni” giudiziari dello squadrista di professione è già così troppo lunga per non far pensare a una “protezione particolare” attiva all’incrocio tra azione di polizia e uffici giudiziari. Non è del resto una novità, specie per quanto riguarda la piazza di Roma. Ricordiamo che decenni fa la Procura locale era nota come “porto delle nebbie”, perché vi scomparivano senza problemi tutti i procedimenti giudiziari aperti contro i vertici imprenditoriali e politici d’allora.
Nelle pieghe di questa “funzione principale” trovava posto anche la protezione speciale concessa ai vari gruppi fascisti, fino al caso clamoroso del giudice Alibrandi – considerato ai tempi lo “spicciafaccende” di Giulio Andreotti per i casi più spinosi – il cui figlio era un componente di spicco dei Nar, sempre giudiziariamente “salvato” fin quando non è rimasto casualmente ucciso in uno scontro a fuoco con una pattuglia di polizia.
Ma basterebbe ricordare soltanto la clamorosa rapina alle cassette di sicurezza della banca interna a Piazzale Clodio (allora forse il posto più sorvegliato d’Italia) per gettare una luce nera sull’intreccio tra parte della magistratura, “forze dell’ordine” (in quel caso i Carabinieri) e fascisti “di strada” (per quella rapina Massimo Carminati è tranquillamente “reo confesso”).
Castellino, insomma, sembra un continuatore in tono minore di quella stessa storia. Neanche l’aggressione a un giornalista, fatta sotto le telecamere, peraltro mentre contravveniva pubblicamente alle misure di prevenzione cui era sottoposto, gli è valsa un’interdizione concreta. Pensandoci bene, Roberto Spada avrebbe potuto consultarlo prima della famosa “capocciata” che gli è valsa il carcere speciale...
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Come riporta l’Osservatorio Repressione, secondo l’accusa Nunzio «avrebbe preso parte all’“evasione” di un ragazzo fermato dalla polizia e un agente si sarebbe procurato una prognosi di 55 giorni. L’inchiesta della magistratura, invece di colpire e indagare sugli aggressori portò invece, nel settembre 2014, all’arresto di Nunzio D’Erme con l’accusa di resistenza e lesioni aggravata nei confronti di agenti di polizia, procurata evasione e lesione ai danni dei militanti di estrema destra Militia Christi». Per quei fatti, vengono condannati anche gli attivisti del centro sociale “Spartaco”, Marco Bucci a un anno e quattro mesi, e Marco Liodino a un anno e sei mesi.
Questo episodio è solo un esempio di come, in termini di repressione, la giustizia di questo paese utilizzi un esplicito doppio standard quando si tratta di intervenire sugli episodi, come si suol dire, di “ordine pubblico”; durissimi nei confronti di compagne e compagni antifascisti, “carezzevoli” con gli esponenti di tutti gruppi di estrema destra.
Da qui, vi proponiamo un caso esemplare di come l’agibilità politica di questa gente sia “garantita” da parte di un sistema che storicamente ha bisogno di servi (dei servi dei servi...), disposti a fare quello “sporco lavoro” necessario al mantenimento dell’ordine costituito. Salvo magari poi fallire clamorosamente quando lo spazio lasciato è tale da permettere l’invasione e la sovversione delle istituzioni: vedi l’esperienza del fascismo.
Stiamo parlando di Giuliano Castellino, esponente di spicco dei nazifascisti di Forza nuova, la formazione di Roberto Fiore, anch’essa travestita da vetero-cattolicesimo ante Concilio.
Citiamo per comodità un breve estratto del «Corriere della Sera», aggiornato soltanto al primo della lunga catena di episodi che lo hanno visto “protagonista”, e di cui vi riportiamo un sintetico itinerario nel resto dell’articolo, relativo ai soli ultimi anni:
Giuliano Castellino, 38 anni, esponente di spicco dei movimenti di estrema destra, già dirigente nel 2013 della Destra di Francesco Storace e prima ancora segretario romano di Fiamma Tricolore, portavoce del Popolo di Roma, vicino a Gianni Alemanno, del Movimento sociale europeo e adesso di Contropotere. In passato il suo nome è comparso in alcune inchieste sull’ultradestra – dai ricatti al presidente della Roma Franco Sensi (con Daniele De Santis, accusato oggi [poi condannato, ndr] dell’omicidio di Ciro Esposito a Tor di Quinto) all’attentato al cinema Nuovo Olimpia del ‘99 – e di recente in varie iniziative di piazza: le manifestazioni pro Priebke, le impiccagioni di manichini per i suicidi causati dalla crisi, le occupazioni abusive di edifici, la solidarietà ai Forconi.Sia chiaro, non stiamo registrando un caso di “totale impunità”, ma a una gestione, si potrebbe dire, poco edificante per una “democrazia” che si dichiara tale.
31 dicembre 2014, poco prima di capodanno Castellino viene fermato per aver “bruciato” un semaforo rosso in via di Cristoforo Colombo: ai controlli di rito, oltre a risultare sprovvisto di patente, gli agenti trovano nello scooter una busta contenente quasi un etto di cocaina. Tuttavia, solo due giorni più tardi Castellino è assolto dall’accusa di detenzione e spaccio, perché – precisa l’avvocato difensore Michele D’Urso – «il giudice ha riconosciuto che era per uso personale». Paradossalmente, la condanna avviene invece per il possesso di 30 petardi, trovati nella perquisizione della sua abitazione a seguito del fermo.
23 agosto del 2017, Castellino aggredisce alcuni agenti della Digos, intervenuti per bloccare la protesta fuori la redazione dell’Avvenire (quotidiano dei vescovi italiani), organizzata da Forza Nuova contro le posizioni assunte dalla Conferenza episcopale italiana sul tema dell’immigrazione.
È il 29 agosto del 2017 quando una donna racconta di esser stata trascinata via per i capelli da un gruppo di migranti residenti nel centro accoglienza di via del Frantoio. L’accusa di sequestro, assieme al nipote di 12 anni, a sua detta vittima di una sassaiola da parte di uomo abitante dello stesso centro, si è rivela una bufala (così come l’aggressione).
Tuttavia, l’evento dà vita a una sequela di eventi tra cui, nella sera dell’8 settembre, una “passeggiata per la sicurezza” tra le strade della Magliana, organizzata proprio da Castellino per fermare l’invasione di «questi infami che stuprano le nostre donne». La manifestazione, non autorizzata, si risolve con il solito intervento della polizia, seguito dall’arrivo di 15 denunce agli aderenti di Forza nuova, tra cui ovviamente Castellino.
Nota a margine, ma neanche troppo, il lunedì successivo i fascisti di CasaPound vengono sbrigativamente cacciati da Tiburtino III da un contingente antifascista, intervenuto per impedire il consiglio municipale, indetto, in via del tutto straordinaria, proprio su “ordine” di quelli di Via Napoleone III. Notizia di poche settimane fa, ben 26 denunce hanno colpito i compagni e le compagne protagoniste di quel pomeriggio. Zero per i fascisti, che in alcuni video mostrano mazze e cinture e finiscono per menarsi persino tra loro (per errore, ma a conferma delle intenzioni della “visita” nel quartiere).
28 settembre 2017, Castellino e altri esponenti del movimento “Roma ai romani” (originali, eh?) vengono arrestati dalla polizia per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale (tre agenti colpiti alla testa dal lancio di “sanpietrini”) in seguito ai tafferugli scoppiati in uno degli stabili di via Giovanni Porzio, al Trullo. Nell’occasione, gli esponenti dell’estrema destra capitolina cercano di impedire l’ingresso a una famiglia italo-etiope (madre, padre e bimbo piccolo), legittima assegnataria, alla casa popolare.
21 febbraio 2018, Castellino è fermato per aver preso parte ai disordini, insieme ad altri esponenti di Forza nuova, esplosi fuori la sede romana del Pd, durante una giornata di protesta dei tassisti contro l’“emendamento Lanzillotta”; il tutto mentre a Montecitorio si svolge un incontro tra i sindacati e l’allora ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio.
Ancora, la sera del 17 aprile 2018, mentre porta a spasso il cane, Castellino viene arrestato dai Carabinieri di Monteverde Nuovo per “evasione e resistenza a pubblico ufficiale”. Era, infatti, temporaneamente agli arresti domiciliari per i fatti del Trullo riportati poco sopra.
9 luglio 2018, Castellino, da poco uscito dai domiciliari, viene denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. In questa occasione i poliziotti erano intervenuti a seguito di un’animata discussione tra il capo romano di Forza nuova e un esponente dell’estrema destra della capitale sulla possibilità di occupare, in via Ottaviano, una storica sede missinia, tutt’ora tra i beni immobili della fondazione Alleanza nazionale. Inutile dire che, per l’avvocato, Castellino avrebbe solo opposto una “resistenza pacifica” al solo fine di non entrare in auto.
23 luglio 2018, Castellino è di nuovo in manette, insieme a Giorgio Mosca, per una truffa di 1,3 milioni di euro ai danni del Sistema sanitario nazionale. Titolari di un punto vendita di prodotti specifici per celiaci, Celiachia World, i due (per l’occasione definiti «imprenditori» da Francesco Curridori su «il Giornale»...), avrebbero dichiarato la vendita, mai avvenuta, di una notevole quantità di prodotti, incassando illegalmente i rimborsi. L’accusa è di truffa aggravata, falsità materiale commessa dal privato e contraffazione e uso di pubblici sigilli.
7 gennaio 2019, in occasione dell’anniversario dei fatti di Acca Larentia, Castellino, stavolta assieme a Vincenzo Nardulli, leader di Avanguardia nazionale, viene arrestato nei pressi del Verano con l’accusa di minaccia, lesioni personali e violenza privata nei confronti di due collaboratori de L’Espresso, il cronista Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti.
In quest’occasione, Castellino si trovava alla commemorazione nonostante fosse sottoposto al regime di sorveglianza speciale, infrangendo dunque, di nuovo, il divieto imposto dalla misura di prevenzione.
Altri episodi, ne siamo convinti, seguiranno...
La sequenza degli “infortuni” giudiziari dello squadrista di professione è già così troppo lunga per non far pensare a una “protezione particolare” attiva all’incrocio tra azione di polizia e uffici giudiziari. Non è del resto una novità, specie per quanto riguarda la piazza di Roma. Ricordiamo che decenni fa la Procura locale era nota come “porto delle nebbie”, perché vi scomparivano senza problemi tutti i procedimenti giudiziari aperti contro i vertici imprenditoriali e politici d’allora.
Nelle pieghe di questa “funzione principale” trovava posto anche la protezione speciale concessa ai vari gruppi fascisti, fino al caso clamoroso del giudice Alibrandi – considerato ai tempi lo “spicciafaccende” di Giulio Andreotti per i casi più spinosi – il cui figlio era un componente di spicco dei Nar, sempre giudiziariamente “salvato” fin quando non è rimasto casualmente ucciso in uno scontro a fuoco con una pattuglia di polizia.
Ma basterebbe ricordare soltanto la clamorosa rapina alle cassette di sicurezza della banca interna a Piazzale Clodio (allora forse il posto più sorvegliato d’Italia) per gettare una luce nera sull’intreccio tra parte della magistratura, “forze dell’ordine” (in quel caso i Carabinieri) e fascisti “di strada” (per quella rapina Massimo Carminati è tranquillamente “reo confesso”).
Castellino, insomma, sembra un continuatore in tono minore di quella stessa storia. Neanche l’aggressione a un giornalista, fatta sotto le telecamere, peraltro mentre contravveniva pubblicamente alle misure di prevenzione cui era sottoposto, gli è valsa un’interdizione concreta. Pensandoci bene, Roberto Spada avrebbe potuto consultarlo prima della famosa “capocciata” che gli è valsa il carcere speciale...
Fonte
24/09/2018
Il business comanda, polizia e fascisti eseguono
Una segnalazione che sembra come tante, ma invece coglie perfettamente l’intreccio fascio-mafioso tra potere-polizia-fascisti e politiche a favore “della proprietà”.
La polizia italiana è sempre stata fascista (del resto a dirigere le scuole di polizia, nel dopoguerra, fu messo Guido Leto, ex fondatore e capo assoluto dell’Ovra, il servizio segreto interno del fascismo; uno che avrebbe meritato cento volte la fucilazione alla schiena), ma con l’arrivo di un governo fascista, e di un ministro dell’interno “adeguato”, ora il cerchio sembra chiudersi.
Quelle piccole formazioni di fascisti nostalgici stipendiati (Forza Nuova e Casapound) tornano addirittura utili come elementi di finta “sussidiarietà”, quasi fossero un pio albergo trivulzio del terzo millennio...
Un ciclo completo: per garantire la speculazione e il profitto si demolisce il welfare e l’edilizia popolare, si sgomberano le occupazioni, si creano più “bisognosi” grazie all’uso abnorme della polizia. E si usa quest’ultima come “sportello informativo” che indirizza i disperati verso la manovalanza fascista.
Fonte
un agente della Digos a un compagno – un ex di Lotta Continua – sgombrato senza preavviso da una casa che occupava da decenni in un quartiere della periferia di Milano, con un’operazione repressiva che ha messo in campo quasi un centinaio di militari, consiglia di rivolgersi alla vicina sede dei fascisti di Forza Nuova, perché loro “aiutano italiani come lui in difficoltà”...Creare la povertà e il bisogno, o aggravare le “difficoltà”, e contemporaneamente fornire indicazioni su chi possa fare “consulenza” su base razzista.
La polizia italiana è sempre stata fascista (del resto a dirigere le scuole di polizia, nel dopoguerra, fu messo Guido Leto, ex fondatore e capo assoluto dell’Ovra, il servizio segreto interno del fascismo; uno che avrebbe meritato cento volte la fucilazione alla schiena), ma con l’arrivo di un governo fascista, e di un ministro dell’interno “adeguato”, ora il cerchio sembra chiudersi.
Quelle piccole formazioni di fascisti nostalgici stipendiati (Forza Nuova e Casapound) tornano addirittura utili come elementi di finta “sussidiarietà”, quasi fossero un pio albergo trivulzio del terzo millennio...
Un ciclo completo: per garantire la speculazione e il profitto si demolisce il welfare e l’edilizia popolare, si sgomberano le occupazioni, si creano più “bisognosi” grazie all’uso abnorme della polizia. E si usa quest’ultima come “sportello informativo” che indirizza i disperati verso la manovalanza fascista.
Fonte
24/02/2018
Milano e Palermo: le piazze antifasciste. La diretta
Milano ultima ora: Dopo che gli antifascisti erano stati praticamente circondati su tutti i lati dalla polizia che li teneva bloccati in largo La Foppa, un corteo è riuscito a partire intorno alle 17.30 raggiungendo la Stazione Centrale, luogo simbolo dei pattuglioni contro gli immigrati.
Dalle 14.00 gli antifascisti milanesi si sono concentrati in Largo La Foppa dopo che la Questura aveva negato una piazza più vicina al comizio dei fascisti di CasaPound che si sono dovuti rinchiudere in un hotel. In piazza ci sono duemila persone. Bloccato dalla polizia il tentativo di partire in corteo. Sono stati lanciati dalla polizia alcuni lacrimogeni, esplosi anche un paio di petardi.
Questa mattina gli studenti medi hanno pacificamente occupato la piazza concessa a CasaPound. Alcuni si sono arrampicati sul monumento di Garibaldi. La Polizia li ha sgomberati.
Segui la DIRETTA da Milano
Sempre a Milano oggi si segnalano le contestazioni al provocatorio blitz della Meloni e Fratelli d’Italia in via Padova, zona dove moltissimi abitanti sono immigrati. Alcuni residenti del quartiere hanno intonato Bella Ciao al passaggio del corteo della destra in via Padova, dove insieme alla Meloni c’era anche il fascistissimo Ignazio La Russa (“siamo qui con un Tricolore di 300 metri e porteremo altri tricolori e le nostre bandiere in tutti i quartieri abbandonati dalla sinistra”, ha detto Meloni). I fascisti hanno risposto con l’inno nazionale. “Quella bandiera è un simbolo di unione, non di divisione”, ha urlato dalla finestra un abitante italiano, che per alcuni minuti ha contestato l’iniziativa. “Nel 2018 bisogna parlare di inclusione, non si possono creare divisioni tra le persone”, ha gridato invece una passante che ha intonato assieme a un gruppo di residenti la canzone antifascista, mentre dalle finestre del palazzo di fronte alcuni ragazzi la diffondevano con uno impianto stereo. “Fuori i seminatori di odio”, ha detto un uomo a bordo strada al passaggio del lungo tricolore. La situazione è stata monitorata dalle forze dell’ordine. Momenti di tensione si sono verificati anche al termine della manifestazione quando alcuni militanti di Fdi, irritati da un ragazzo che stava scattando fotografie, si sono diretti verso i contestatori per allontanarli e c’è stato un breve contatto e momenti di tensione. La polizia è subito intervenuta per separare i due gruppi e nessuno è rimasto ferito.
Nella foto gli studenti sgomberati dal monumento
Segui la DIRETTA dalla manifestazione di Palermo
Il corteo antifascista è partito intorno alle 17.00. Uno degli slogan più gridati sfotte il dirigente palermitano di Forza Nuova Massimo Ursino definito “salame”, alcuni manifestanti espongono dei nastri si scotch.
A Palermo intanto ci sono buone notizie. E’ caduta l’assurda accusa di tentato omicidio e sono stati scarcerati i compagni accusati per le botte al fascista Ursino (che è stato annunciato parteciperà al comizio del caporione di Forza Nuova Fiore). Una buona notizia prima dell’inizio della manifestazione, anche se gli è stato affibbiato il divieto di dimora a Palermo. Gli antifascisti si concentreranno in piazza Verdi alle 16:00. Alle 16:30 è previsto un corteo lungo via Maqueda fino a Corso Vittorio Emanuele da lì proseguirà in via Roma per risalire da Via Cavour e tornare in piazza Verdi di fronte al teatro Massimo. Il comizio dei fascisti di Forza Nuova è invece previsto per le 17:30 in Piazza Croci.
Fonte
21/02/2018
Forza Nuova, il braccio violento e vittimista dell’establishment
Forza Nuova ha deciso di obbedire ai desideri del Pd e in generale dell’establishment, che fin dall’inizio hanno presentato la campagna elettorale divisa in due settori nettamente distinti: da un lato le liste “interne” ai giochi di potere (Pd, Forza Italia, Lega e e satelliti vari delle due coalizioni, più i Cinque Stelle, anche se sempre con filo di diffidenza), dall’altra “gli opposti estremismi”.
La prova? Tutte le (poche) volte che la “capa politica” di Potere al Popolo è stata chiamata in tv si è sempre vista proporre un confronto con Casapound o Forza Nuova. Di fronte ai ripetuti rifiuti i gestori delle varie trasmissioni hanno ripiegato chiamando anche esponenti di altre liste in corsa. Una di queste trasmissioni – Kronos, su RaiDue – è arrivata all’oscenità deontologica di registrare un’intervista a Viola in solitario e poi montarla come “intervista doppia” in abbinamento a un esponente di Casapound. Naturalmente senza avvertire la compagna del “pacchetto” che le sarebbe stato confezionato.
Nonostante tutti – ma proprio tutti – i media mainstream abbiano seguito la stessa linea, il gioco non è andato mai completamente a punto. Nonostante persino l’operato di Minniti, che ha dato ordine di proteggere militarmente i fascisti in tutte le piazze d’Italia, disponendo cariche indiscriminate sulle poteste degli antifascisti veri.
E’ qui che entra in gioco Forza Nuova – l’erede diretta di “Terza Posizione”, culla dei Nar negli anni ‘70 – che decide di “passare all’azione”.
Ed entra in campo col suo solito “stile”: vittimismo e violenza vigliacca.
Il vittimismo parte con un oscuro episodio avvenuto ieri sera a Palermo. Massimiliano Ursino, dirigente locale di Forza Nuova, è stato legato con del nastro isolante e picchiato ieri sera da un gruppo di almeno sei persone. In linea teorica il fatto è incontrovertibile, visto che viene addirittura fatto girare in rete un video.
Però... Nel video non si vede assolutamente nulla. Tutto avviene al buio e si sente addirittura una ragazza dire chiaramente “ma dai, lo conosciamo, non è successo niente, è uno scherzo...”. Si sente anche una voce maschile urlare, come se lo stessero picchiando. Gli “aggressori” lo legano, perdendo altro tempo, mentre tutt’intorno il via vai di gente continua senza problemi.
Ma... La scena avviene ufficialmente alle 19, in via Dante, pieno centro, con i negozi ancora aperti, gente che cammina, telecamere a bizzeffe, pattuglie di polizia in servizio, ecc. Alla fine ad Ursino viene diagnosticato in ospedale: frattura al naso, sospetta lesione a una spalla, qualche ematoma.
Il dirigente di Forza Nuova non è un bambino alieno alle tecniche di combattimento. Nel 2006 aveva pestato e rapinato, insieme ad altri due militanti di Forza Nuova, due venditori ambulanti del Bangladesh. In pratica avevano tolto loro una borsa e un sacchetto di plastica contenente articoli di bigiotteria. La reazione degli immigrati al furto era bastata a scatenare la reazione dei tre, che li avevano colpiti con calci e pugni. Arrestato e poi rilasciato, aveva proseguito con l’organizzare “ronde” contro i pericolosissimi venditori di bigiotteria.
Due anni dopo altra “brillante operazione mediatica”: assieme a un altro esponente di Forza Nuova fu denunciato per per aver inviato alla sede palermitana dell’Adnkronos e ad altri media un pacco contenente una bambola insanguinata. Ai carabinieri, i due spiegarono di aver mandato i pacchi come “gesto dimostrativo contro l’aborto”.
In numerose foto e video, che ora stanno “finalmente” avendo circolazione in rete, lo stesso Ursino appare mentre si addestra nella boxe con fiero cipiglio.
Insomma, un tipo da trattare con le molle, che non si fa sbattere per terra dal primo venuto, e nemmeno da due o tre. A suo dire, almeno...
Non siamo particolarmente esperti di “azioni violente”, quindi abbiamo chiesto un parere a compagni che qualcosa ne masticano, e abbiamo ricevuto questa risposta.
La campagna elettorale di Forza Nuova ha finalmente trovato quel boost che la porta fuori dal cono d’ombra determinato da una presenza socialmente irrilevante (basta riguardare la foto del patetico comizietto per difendere il quale Minniti ha fatto mettere a ferro e fuoco Bologna, sabato scorso).
Nelle stesse ore un folto gruppo di miliziani di Forza Nuova tentava di entrare negli studi de La7 dove si stava registrando la puntata di Dimartedì, diretta da Giovanni Floris. In studio c’erano, o erano attesi, personaggi del calibro di Matteo Renzi, Massimo D’Alema e Alessandro Di Battista. E’ logico supporre che ci fosse una proporzionale presenza di scorte di polizia e anche qualche osservatore dei “servizi”. Eppure sono arrivati fin quasi dentro gli studi, obbligando lo stesso Floris a un “confronto” fuori programma.
Passa qualche ora e un compagno viene accoltellato a Perugia...
D’un colpo, la campagna elettorale viene piegata allo schema che i media mainstream aveva preparato fin dall’inizio: esiste solo la politica dell’establishment, fuori da quel perimetro ci scanna tra fascisti a antifascisti, ma in fondo non è importante...
Avete capito male, ma noi abbiamo capito voi. Saremo il vostro incubo, ben oltre il 4 marzo...
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La prova? Tutte le (poche) volte che la “capa politica” di Potere al Popolo è stata chiamata in tv si è sempre vista proporre un confronto con Casapound o Forza Nuova. Di fronte ai ripetuti rifiuti i gestori delle varie trasmissioni hanno ripiegato chiamando anche esponenti di altre liste in corsa. Una di queste trasmissioni – Kronos, su RaiDue – è arrivata all’oscenità deontologica di registrare un’intervista a Viola in solitario e poi montarla come “intervista doppia” in abbinamento a un esponente di Casapound. Naturalmente senza avvertire la compagna del “pacchetto” che le sarebbe stato confezionato.
Nonostante tutti – ma proprio tutti – i media mainstream abbiano seguito la stessa linea, il gioco non è andato mai completamente a punto. Nonostante persino l’operato di Minniti, che ha dato ordine di proteggere militarmente i fascisti in tutte le piazze d’Italia, disponendo cariche indiscriminate sulle poteste degli antifascisti veri.
E’ qui che entra in gioco Forza Nuova – l’erede diretta di “Terza Posizione”, culla dei Nar negli anni ‘70 – che decide di “passare all’azione”.
Ed entra in campo col suo solito “stile”: vittimismo e violenza vigliacca.
Il vittimismo parte con un oscuro episodio avvenuto ieri sera a Palermo. Massimiliano Ursino, dirigente locale di Forza Nuova, è stato legato con del nastro isolante e picchiato ieri sera da un gruppo di almeno sei persone. In linea teorica il fatto è incontrovertibile, visto che viene addirittura fatto girare in rete un video.
Però... Nel video non si vede assolutamente nulla. Tutto avviene al buio e si sente addirittura una ragazza dire chiaramente “ma dai, lo conosciamo, non è successo niente, è uno scherzo...”. Si sente anche una voce maschile urlare, come se lo stessero picchiando. Gli “aggressori” lo legano, perdendo altro tempo, mentre tutt’intorno il via vai di gente continua senza problemi.
Ma... La scena avviene ufficialmente alle 19, in via Dante, pieno centro, con i negozi ancora aperti, gente che cammina, telecamere a bizzeffe, pattuglie di polizia in servizio, ecc. Alla fine ad Ursino viene diagnosticato in ospedale: frattura al naso, sospetta lesione a una spalla, qualche ematoma.
Il dirigente di Forza Nuova non è un bambino alieno alle tecniche di combattimento. Nel 2006 aveva pestato e rapinato, insieme ad altri due militanti di Forza Nuova, due venditori ambulanti del Bangladesh. In pratica avevano tolto loro una borsa e un sacchetto di plastica contenente articoli di bigiotteria. La reazione degli immigrati al furto era bastata a scatenare la reazione dei tre, che li avevano colpiti con calci e pugni. Arrestato e poi rilasciato, aveva proseguito con l’organizzare “ronde” contro i pericolosissimi venditori di bigiotteria.
Due anni dopo altra “brillante operazione mediatica”: assieme a un altro esponente di Forza Nuova fu denunciato per per aver inviato alla sede palermitana dell’Adnkronos e ad altri media un pacco contenente una bambola insanguinata. Ai carabinieri, i due spiegarono di aver mandato i pacchi come “gesto dimostrativo contro l’aborto”.
In numerose foto e video, che ora stanno “finalmente” avendo circolazione in rete, lo stesso Ursino appare mentre si addestra nella boxe con fiero cipiglio.
Insomma, un tipo da trattare con le molle, che non si fa sbattere per terra dal primo venuto, e nemmeno da due o tre. A suo dire, almeno...
Non siamo particolarmente esperti di “azioni violente”, quindi abbiamo chiesto un parere a compagni che qualcosa ne masticano, e abbiamo ricevuto questa risposta.
Un atleta in media forma possiede una vitalità fisica che gli permette di affrontare senza problemi più persone ‘normali’, se disarmate, come in questo caso. Può darsi che gli aggressori fossero altrettanto ‘fisici’ e allenati, ma questo restringerebbe di parecchio il raggio dei ‘sospetti’.Fin qui l’analisi tecnica della dinamica. Ma “l’aggressione” di Palermo ha anche altre curiosità singolari. A quell’ora Roberto Fiore era negli studi Rai di Roma per registrare l’intervista poi trasmessa in tarda serata a Porta a Porta. E infatti ha potuto impegnarsi a fondo quasi soltanto su questo tema.
Ma le cose che non tornano sono parecchie. Intanto, per condurre un’azione organizzata di questo tipo si presuppone esista un’organizzazione di un certo numero di persone, addestrate nel tempo per condurre le varie fasi di qualsiasi azione: studiare orari e abitudini dell’obiettivo scelto (senza farsi notare...), predisporre un minimo di ‘piano d’azione’, vie di fuga, assicurarsi che il luogo scelto non sia nel mirino di telecamere di negozi o altro e, infine, un ‘nucleo operativo’ con doti fisiche non secondarie.
Faccio notare che un ferimento a colpi d’arma da fuoco è militarmente più semplice, perché non serve un grande numero di partecipanti, né è indispensabile un fisico bestiale.
Inoltre, legare l’obiettivo è un’operazione che richiede molto tempo – si immagina senza sforzo che l’obiettivo non se ne stia buono e fermo – e che appare assolutamente illogica per quello che, in definitiva, sarebbe un banale pestaggio.
L’orario e il luogo scelto, oltretutto, sono da suicidio in diretta. In via Dante ci dovrebbero essere decine di telecamere attive e non credo davvero che gli ‘aggressori’ si siano mascherati in un luogo nascosto, magari a centinaia di metri di distanza dal punto dell’azione, girando poi incappucciati per il centro di Palermo.
Infine, per sottolineare la particolarità siciliana, ricordo che neanche negli anni ‘70 – quando la disponibilità allo scontro era enormemente diffusa – si riuscì ad organizzare dei gruppi armati da quelle parti.
La campagna elettorale di Forza Nuova ha finalmente trovato quel boost che la porta fuori dal cono d’ombra determinato da una presenza socialmente irrilevante (basta riguardare la foto del patetico comizietto per difendere il quale Minniti ha fatto mettere a ferro e fuoco Bologna, sabato scorso).
Nelle stesse ore un folto gruppo di miliziani di Forza Nuova tentava di entrare negli studi de La7 dove si stava registrando la puntata di Dimartedì, diretta da Giovanni Floris. In studio c’erano, o erano attesi, personaggi del calibro di Matteo Renzi, Massimo D’Alema e Alessandro Di Battista. E’ logico supporre che ci fosse una proporzionale presenza di scorte di polizia e anche qualche osservatore dei “servizi”. Eppure sono arrivati fin quasi dentro gli studi, obbligando lo stesso Floris a un “confronto” fuori programma.
Passa qualche ora e un compagno viene accoltellato a Perugia...
D’un colpo, la campagna elettorale viene piegata allo schema che i media mainstream aveva preparato fin dall’inizio: esiste solo la politica dell’establishment, fuori da quel perimetro ci scanna tra fascisti a antifascisti, ma in fondo non è importante...
Avete capito male, ma noi abbiamo capito voi. Saremo il vostro incubo, ben oltre il 4 marzo...
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