Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/08/2020

Il tempo degli sciacalli sulle stragi di Stato

Come Pollicino, ma al contrario, andiamo raccogliendo indizi e prove della “riscrittura della Storia” in atto. Sulle stragi di Stato, per ora, e a partire ovviamente da quella più tremenda, alla stazione di Bologna nel 1980.

Un processo lungo, perché non si può fare tutto d’un colpo (non ci sono possibilità di “grandi rivelazioni”). Con protagonisti alcune volte scontati e altre meno (fascisti, carabinieri, a volte carabinieri che sono anche fascisti, giornalisti che passavano per progressisti, gli immancabili servizi segreti nazionali e di qualche impresentabile “Stato alleato”, ecc).

In parte sembra la riedizione in grande stile di una “dietrologia di destra”, che sfrutta abilmente le mille cazzate dette, scritte, rimescolate e ribollite dalla dietrologia sedicente “di sinistra” (di ascendenza Pci-Pds-Ds-Pd o come si chiamerà tra qualche tempo); quella, per intenderci, secondo cui le stragi erano “solo fasciste” e non anche “di Stato”.

In parte molto più grande è una “narrazione” del potere dominante che, coerentemente, vuole stabilire il suo segno anche sul terreno della “ricostruzione storica”.

I personaggi, ripetiamo, sono quelli che sono: ominicchi e quaquaraqua mossi da basse motivazioni individuali (una poltrona da recuperare, un supplemento di stipendio da spendere, qualche visibilità o relazione promettente per il futuro...).

L’operazione è invece molto seria, pericolosa, “strategica”. Perché arriva direttamente da quel potere che le stragi le ha prima ordinate, poi coperte depistando le indagini, in barba alla retorica dal palco delle commemorazioni.

A voi questa nuova puntata.

*****

Enzo Raisi, lo sciacallo che si nutre della memoria di Mauro Di Vittorio, vittima della strage di Bologna

Enzo Raisi è un ex: ex carabiniere, ex missino, ex parlamentare di fede finiana poi spazzato via dalla dura legge dello scrutinio.

L’ex Raisi, avvinto da insanabile nostalgia per gli anni ruggenti passati sul cadreghino, è tornato alla ribalta durante un convegno tenuto da alcuni parlamentari della destra in occasione del 40esimo anniversario della Strage di Bologna.

Senza vergogna è tornato ad accusare Mauro Di Vittorio di essere il trasportatore della bomba esplosa nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, il 2 agosto 1980. 
Non è vero, ovviamente. E non serve qui nemmeno citare l’archiviazione della indagine bis sulla strage che ha definito Di Vittorio «vittima oggettiva» della esplosione (leggi qui).

Per diversi anni Raisi ha vilipeso il suo cadavere: ha invertito l’onere della prova e preteso che il morto dimostrasse la propria innocenza; gli ha attribuito una identità politica di comodo, quella di «Autonomo», membro del collettivo del Policlinico, per dimostrare i suoi legami con Saleh e la vicenda dei missili di Ortona; ha diffuso notizie false sulle condizioni del suo corpo al momento del ritrovamento, affermando che fosse completamente carbonizzato, lasciando intendere che fosse vicinissimo alla bomba, per meglio dire che la tenesse con sé, così insinuando che la perizia giurata di ricognizione del cadavere presente negli atti giudiziari fosse falsa; ha sostenuto che non avesse documenti d’identità ma che viaggiasse in incognito (leggi qui) e che la carta ritrovata fosse giunta intonsa all’obitorio dalle mani dell’anziana madre (leggi qui); così dicendo ha dato del falso ideologico al verbale di riconsegna dei suoi effetti personali redatto dalla Polfer ed ha calunniato la povera madre; ha giurato che il suo diario di viaggio era un clamoroso falso e che il biglietto della metropolitana parigina che aveva in tasca ai pantaloni (leggi qui) fosse la prova provata che egli non si sarebbe mai diretto a Londra ma avrebbe fatto tappa a Parigi per prendere in consegna da Carlos la valigia con l’esplosivo.

Affermazioni reiterate in un lunghissimo elenco di interviste, conferenze stampa, interventi sui social, interpellanze parlamentari, in un libro, Bomba o non bomba. Alla ricerca ossessiva delle verità, Minerva edizioni 2012.

All’epoca erano in molti a dargli man forte: Valerio Fioravanti, che gli correggeva le bozze e manovrava dalle retrovie. Sempre Fioravanti, senza il minimo scrupolo, tempo prima, aveva sollecitato una lettera di buona condotta alla sorella di Mauro Di Vittorio, Anna.

Lettera che venne poi girata al tribunale di sorveglianza facilitando l’uscita in liberazione condizionale di Francesca Mambro (leggi qui).

Girava persino voce che quel “perdono” celasse, in realtà, un sentimento di colpa dei familiari per una verità indicibile: la responsabilità di Mauro.

Giornalisti come Andrea Colombo, che scriveva dell’«Autonomo romano» senza porsi il problema di fare la benché minima verifica.


Poi, col tempo, davanti alle evidenze, anzi sarebbe meglio dire scivolosamente, in diversi (non quelli che ho citato) presero le distanze: chi prima, chi tardi, chi in modo netto, chi in maniera subdola, ma nessuno osò più evocare il nome di Di Vittorio.

Raisi sembrava rimasto solo a ribadire le sue convinzioni come Hiroo Onoda, il soldato giapponese ritrovato dopo 30 anni in un’isola delle Filippine dove si era nascosto per continuare da solo la seconda guerra mondiale. 


Non era così, le calunnie di Raisi hanno trovato di nuovo ascolto e sono state raccolte tra le dieci domande poste da un intergruppo di parlamentari, ‘La verità oltre il segreto’, alla vigilia del 2 agosto scorso (si tratta del quesito numero 9: «Perché sulla vittima Mauro Di Vittorio, legato ad ambienti dell’estrema sinistra romana che per tutti quel giorno doveva essere in Inghilterra, rimasto a lungo non identificato perché senza documenti e stranamente riconosciuto da madre e sorella che in teoria non sapevano della sua presenza a Bologna, non sono mai state fatte ricerche approfondite ma ci si è accontentati di una semplice dichiarazione della sorella che per altro ha dato diverse versioni su come sia arrivata a sapere della notizia della morte del fratello nella strage di Bologna?»).

Mauro Di Vittorio è stato ucciso molte volte, la prima il 2 agosto e poi ripetutamente dal 2012. Oltre al corpo lacerato e ustionato, al cranio perforato, hanno voluto rubargli l’anima assassinando anche la sua memoria.

Raisi, insieme ad una pattuglia di parlamentari della destra, è tornato a farlo ancora una volta alla vigilia di questo quarantennale.

Fonte

09/03/2020

Chi licenzia è uno sciacallo


In questi giorni cominciano ad arrivare notizie di lavoratori licenziati in tronco da aziende che vogliono contabilizzare subito i costi del #coronavirus.

Diciamo immediatamente che questo è un comportamento di rottura con qualsiasi dovere di solidarietà comune di fronte all’epidemia e chi lo compie è un vero sciacallo.

Le aziende devono mettere i dipendenti in cassa integrazione, che il governo è impegnato a concedere ovunque anche dove c’è un solo dipendente.

Inoltre è giusto che le imprese in difficoltà ricevano aiuti. Ma solo se non licenziano. Se invece buttano in mezzo alla strada le persone, allora quelle imprese devono essere trattate come avvelenatori sociali, non devono avere neanche un centesimo di aiuto e ricevere i più tassativi controlli di ispettori del lavoro, guardia di finanza, ispettori sanitari. Se un‘azienda licenzia va denunciata alla Procura della Repubblica per procurato allarme e danno sociale.

Lo Stato chiede sacrifici ed il rispetto della solidarietà sociale. Lo imponga alle imprese subito, ha tutti i mezzi per farlo e il governo la smetta di annunciare provvedimenti che poi rinvia. E Confindustria Confcommercio e compagnia prendano posizione invitando a non licenziare o tacciano per sempre.

Le imprese rispettino la Costituzione e l’umanità.

Fonte

24/02/2020

Sciacalli, panico e virus. L'Italia sta dando i numeri? Intervista all'epidemiologo Leopoldo Salmaso

Confusione terminologica e sciacallaggio mediatico e commerciale stanno aumentando lo stato di psicosi collettiva generato dal terrore del nuovo coronavirus.

Abbiamo intervistato nuovamente il dr. Leopoldo Salmaso che ci aveva già rilasciato un’importante intervista una decina di giorni fa. Il dr. Salmaso, epidemiologo e specialista in malattie infettive ci risponde dalla Tanzanìa, dove sta lavorando ad alcuni progetti sanitari per la popolazione locale.

*****

D: Buongiorno dottore, ci siamo sentiti dieci giorni fa, quando l’Italia sembrava affetta solo dal “virus del terrore” come lei stesso lo aveva definito ed oggi ci troviamo di fronte a vari focolai del vero virus che ha contagiato circa duecento italiani e contiamo già quattro decessi. Cosa può dirci alla luce dei nuovi fatti e in base alla sua lunga esperienza di epidemiologo?

R: Come lei sa sono un clinico, ho svolto tutta la mia vita professionale fra Padova e la Tanzania e per anni ho praticato l'epidemiologia sul campo con vari protocolli OMS. Ma a monte di tutto, ho studiato a fondo come la Vita si rafforza e si espande attraverso la co-evoluzione di ogni forma vivente, compresi virus e umani. Lei fa riferimento alla mia esperienza e mi sento di dirle di fare attenzione alla parola “esperto”, parola oggi molto pericolosa, soprattutto se usata per pontificare davanti a un pubblico disorientato. Vedo quello che succede in Lombardia e Veneto, lo confronto con l'ABC dell'epidemiologia, e mi viene in mente il detto “Dio acceca quelli che vuole perdere”.

D: Nientemeno... Però i cittadini sono più che frastornati, siamo sull'orlo del panico e non da oggi. Alcuni media non avendo nulla di rilevante da dire stanno mestando nel torbido facendo un vero e proprio lavoro di sciacallaggio, altri oscillano tra il tentativo di tranquillizzare e la ricerca dello scoop. Per questo la stiamo intervistando. Sappiamo che il suo tempo è prezioso e quindi le chiediamo solo di darci un suo punto di vista professionale su quanto sta avvenendo.

R: Sì, qui in Tanzania abbiamo molto da fare, e il mio tempo è prezioso come quello del lettore. A Padova sono in pensione da anni e quindi non ho nessun tornaconto personale a polemizzare con nessuno, ma mi ci sento tirato per i capelli e mi assumo la responsabilità personale e professionale di ciò che sto per dirle.

D: OK, allora veniamo al dunque.

R: Anzitutto, da medico, vorrei esprimere la mia vicinanza alle famiglie delle persone morte o in pericolo di vita, per qualsiasi causa. Provo anche sincera compassione con le autorità che si sono spinte a prendere misure quasi-apocalittiche, non potendo sapere se ciò sarà utile o contro-producente per la salute dei singoli e della comunità. Salute che, va opportunamente ricordato, ora non è più solo fisica ma anche psichica. Ciò detto, in scienza e coscienza credo di potere e dover dire:

- primo il virus del panico non dovrebbe in alcun caso prevalere su nessun agente infettivo, fosse anche la peste bubbonica che alcuni suoi colleghi stanno evocando in maniera sconsiderata. E mi lasci ribadire che, nei soli paesi ricchi, anche quest'anno sono morte più di centomila persone per le complicanze della normale influenza, non dell'infezione da Covid-19.

- Secondo qui a Dar es Salaam, maggiore città aeroportuale e portuale della Tanzania con circa 5 milioni di abitanti, vanno e vengono cinesi dappertutto, e non si vedono mascherine. Non abbiamo neppure i test per il Nuovo Coronavirus, ma non siamo così sprovveduti da non accorgerci se si ammala gente con quadri e decorsi “diversi dal solito". Esempio concreto: nel marzo 1985 noi medici del CUAMM di Padova segnalammo alle massime autorità tanzaniane e internazionali (OMS e UNICEF) i primi 35 casi clinicamente sospetti di AIDS.

- Terzo (e cito in buona parte la prestigiosa rivista Nature del 21 febbraio): i test di laboratorio per il Nuovo Coronavirus sono stati messi a punto in fretta e furia, partendo dai substrati più disparati, con le metodiche più varie e non standardizzate, subito replicati in tonnellate di kit da vendere all’offerente più spaventato...

In condizioni ottimali sarebbe un lusso se, ogni cento test, avessimo 3 risultati falsamente positivi e 3 falsamente negativi, ma con quelle premesse la percentuale di risultati fuorvianti può essere molto più alta. Senza contare il fatto che questi test rilevano anche coronavirus assai lontani filogeneticamente dal Covid-19.

- Quarto io non ho mai visto di persona, né trovato in letteratura, epidemie con morti senza il minimo indizio di contatto a rischio; "pazienti zero" senza sintomi né virus; tassi di letalità che aumentano di giorno in giorno fuori dall'epicentro (cioè in Italia ma non in Cina). Tutto ciò può sembrare ancor più angosciante, invece è rassicurante, e lo è per precise leggi di statistica (teorema di Bayes, Valore Predittivo di un qualsiasi test). Leggi che vengono incomprensibilmente ignorate dagli “esperti” nostrani e che cercherò di illustrare il più prosaicamente possibile, pur prevedendo le reazioni scandalizzate di colleghi perfezionisti.

Prendiamo un test di gravidanza ideale (sensibilità e specificità = 99%), e lo applichiamo sui 15 milioni di donne italiane che non sono nella fascia di età 15-49 anni (quindi con probabilità trascurabile di essere incinte per davvero). Otterremo 14.850.000 (99% di 15 milioni) risultati negativi veri, ma otterremo anche 150.000 risultati positivi (1% di 15 milioni), praticamente tutti falsi.

E se applichiamo alle stesse donne un test anti-coronavirus ugualmente ideale, ne troveremo ancora 150.000 falsamente positive.

In entrambi i casi la qualità del test, per quanto ottima, è trascurabile rispetto alla grandezza da misurare. Infatti quest'ultima è dell'ordine di sette cifre, mentre lo scarto di precisione del test è a una cifra.

Noti che, se mandiamo quei campioni per conferma allo Spallanzani, e magari anche all'OMS, continueremo a trovare percentuali abnormi (sia pure decrescenti) di falsi positivi.

Faccio un altro esempio: la cordella metrica di una sarta può farci individuare con ottima precisione le tessere di un mosaico il cui lato sia compreso fra 9 e 11 millimetri, ma se con essa pretendessimo di individuare, fra una grande matassa di fili, quelli con spessore compreso fra 0,09 e 0,11 millimetri, finiremmo col... dare i numeri, letteralmente!

D: Quindi lei dice che in Italia stiamo dando i numeri?

R: In Italia stanno giocando coi piccoli numeri nel campo di gioco dei grandi numeri. Sarebbe come giocare a ping pong in un campo di rugby.

D: E quindi?

R: Quindi le ultraspecializzazioni ci hanno fatto perdere la visione d'insieme: stiamo perdendo il pensiero laterale, analogico. È una beffa ironica, no? L'uomo, proprio quando si sforza di insegnare ai computer una intelligenza artificiale simile a quella umana, usa egli stesso un pensiero digitale e non più analogico!

D: È una dura accusa di incompetenza verso i nostri politici e i loro consulenti. E come mai questo succede in Italia e – almeno al momento – non in un altro paese europeo?

R: Politici, burocrati, consulenti “esperti” (in primis il mondo accademico), giornalisti... i nostri padroni, i “mercati”, premiano chi arraffa e penalizzano chi si attiene all'etica professionale. C'è tanto arrivismo anche in Europa, ma in fatto di meritocrazia l'Italia è ultima in classifica: sono dati freschi del 2018.

Per i burocrati bisogna distinguere ulteriormente: a parte quelli dell'Unione Europea che sono agli ordini delle lobby ancor peggio di quelli statunitensi, le burocrazie nazionali dei singoli paesi, soprattutto al nord, sono riconosciute fra le migliori al mondo. Ad esempio, vedo con sollievo che l'Austria a mezzanotte ha revocato il blocco dei treni passeggeri al Brennero, blocco deciso 4 ore prima “per la presenza di due passeggeri sospetti”. Quel provvedimento era stato preso da qualcuno troppo-cauto-ergo-sommamente-incauto, ma qualcun altro sopra di lui evidentemente ha la testa a posto: gli vogliamo chiedere di fare il Commissario Straordinario per il Lombardo-Veneto?

E che dire delle popolazioni nazionali, del loro senso di coesione e disciplina? Ci sarà del vero se ripetiamo che in Italia abbiamo 63 milioni di commissari della nazionale calcio, 63 milioni di premier, 63 milioni di tuttologi?

D: Va bene, lei fa una critica di natura politica, nello specifico potrei azzardare di politica mediatico-sanitaria, ma intanto secondo lei cosa potremmo fare?

R: Una volta tanto, per i politici sarebbe quasi indolore dire: “Scusate, ci hanno dato informazioni esagerate, restiamo prudenti ma senza allarmismi”.

D: Beh, questo non sarebbe male, soprattutto dopo aver letto la dichiarazione della dr.a Gismondo, direttrice del laboratorio di Macrobiologia Clinica, Virologia e Diagnostica dell’ospedale Sacco di Milano che afferma di essere “stanca e disgustata” e dichiara che “Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così. Vi ricordo che ad oggi i morti per Coronavirus in Italia sono 2 (al momento 3 ma tutti e 3 già affetti da altre patologie, nda) e 217 per influenza... guardate i numeri, questa follia farà molto male, soprattutto dal punto di vista economico”. Non possiamo dire che la dr.ssa Gismondi non sia un’esperta e allora mi chiedo e le chiedo: ma tutti gli “esperti” che popolano giornali e tv cosa dovrebbero fare?

R: Gli “esperti”? Intanto dovrebbero tornare sui libri a studiarsi il teorema di Bayes e poi, dopo averlo fatto, troverebbero il modo di restare a galla rivedendo qualche azzardata ipotesi, le stesse che hanno fatto gola sia agli sciacalli mediatici sia a quelli del piccolo commercio, quelli che, giocando sul terrore indotto stanno vendendo amuchina e mascherine a peso d’oro.

Gli “esperti” più scaltri alla fine sapranno trovare il salvagente buono per tutti: il Principio di Precauzione!

D: Ma il “principio di precauzione” può essere tanto serio quanto pilatesco.

R: certo, e se non è applicato con coscienza e competenza rischia di distruggere ciò che ci può proteggere contro tutti i disastri ambientali che stanno innescando i vari apprendisti stregoni e “i mercati”, nel silenzio assordante della politica, quella che ha perso la P maiuscola da almeno un secolo (oserei indicare una data e un luogo simbolici: 6 Agosto 1945 – Hiroshima)...
Mi viene da concludere parafrasando Ennio Flajano: in Italia la situazione non è né grave né seria mentre, mi permetta di ricordarlo, da queste parti si stanno preoccupando “ancora” di come sopravvivere alla tempesta di cavallette che rischia di fare 20 milioni di morti!

*****

Mentre chiudiamo l’intervista col dr. Salmaso internet ci informa che “Napoli si sveglia nel pieno di paura da Coronavirus... negli ospedali la situazione è tranquilla ma c’è comprensibile preoccupazione per la cronica carenza di posti letto...”.

Il terrore avanza e abbiamo motivo di temere che presto l’Italia, da nord a sud, assumerà le sembianze di un lazzaretto, proprio il rischio che ieri il primo ministro, in una conferenza stampa cercava di sventare e che il nostro intervistato ritiene abbia a che fare con ben altro che con l’effettiva virulenza della Covid-19.

Patrizia Cecconi

Fonte

29/12/2019

Gli sciacalli a Corso Francia. Sulle vite degli altri...

La copertura giornalistica del caso delle due ragazze investite a Roma è il modo peggiore di concludere questo nefasto 2019.

Non è stato raccontato un fatto di cronaca, ma è stata prodotta della pornografia. Oggi (venerdì, ndr) Repubblica, sul suo sito, a un certo punto ha titolato «Via ai funerali di Gaia e Camilla», come se fosse la diretta della finale dei mondiali o di una tappa del Tour de France. Non so se mi spiego.

Beninteso, faccio il cronista pure io e so benissimo che certe cose vanno raccontate, e dirò di più: ho cominciato a fare questo sporco lavoro – a 19 anni appena compiuti – con la mia capa di allora che mi mandò a casa di una madre che aveva appena perso la figlia piccola in un incidente stradale per chiederle una foto da mettere sul giornale.

Quindi, diciamo, arrivo a capire molto di un certo modo di ragionare che ormai dilaga nelle redazioni. E non solo in quelle dei giornalacci ma anche in quelle dei (presunti) giornaloni.

Il fatto è che c’è un limite a tutto: c’è il diritto di cronaca e il dovere di scrivere tutto quello che accade e che abbia una rilevanza pubblica – e un incidente mortale ha una rilevanza pubblica – però arriva anche il momento in cui il racconto va fatto in modo e non in un altro.

Provo a spiegare meglio: quando uscì l’autopsia di Pamela Mastropietro c’è chi scelse di scrivere semplicemente che la ragazza era stata fatta a pezzi (e già si capisce tutto) e chi invece preferì entrare nei dettagli su come sia stata disossata e sulla situazione dei suoi tessuti muscolari dilaniati. Perché? In questo caso la risposta è semplice: perché c’erano di mezzo un ne*ro assassino e una campagna elettorale in corso, quindi valeva tutto.

Nel caso delle ragazze investite in Corso Francia a Roma, malgrado i dubbi del gip, si è già decretato che l’investitore è un drogato da sbattere in galera per sempre. Se non basta la gogna per l’investitore, possiamo sempre rivolgerci a Feltri e affini per un bell’editorialino a tema «che ci facevano due sedicenni in giro a mezzanotte e mezza?». (E che ci fa un vecchio rinc******to in tweed a dirigere un giornale?)

Qui però non ci sono campagne elettorali né ne*ri e il motivo di tanta e tale perversione giornalistica va ricercato nella crisi profonda della carta stampata, che non vende più niente in edicola e spera di trovare la salvezza assecondando il peggio del peggio del peggio che si trova su Facebook e su Twitter.

Io credo che la cronaca nera sia importantissima: «È la pancia del giornale», diceva sempre un vecchio caporedattore amico mio. Credo però anche che la cronaca nera si debba fare in modo diverso da come la leggiamo (e la scriviamo) tutti giorni. Dovremmo sempre e comunque chiederci i perché del caso e, allo stesso tempo, dovremmo sempre cercare di rispettare tutte le parti in causa: vittime, parenti, colpevoli veri o presunti, testimoni, eccetera eccetera.

Come si fa? Con le parole. Questo usiamo noi: le parole. E ci sono parole peggiori di altre. E questo dovremmo saperlo bene. E sapere cosa può significare nelle vite degli altri. Perché è di quello che scriviamo: le vite degli altri. Sconosciuti a cui succedono cose orrende e che noi disturbiamo per cinquanta o sessanta righe di cronaca.

I perché necessari a costruire un buon pezzo, tra l’altro, sarebbe meglio non rivolgerli verso chi certe storie le subisce, ma verso il potere costituito, i dispensatori di «verità putative» che non ti salvano in caso di querela ma che devi rispettare pena l’ostracismo e la carestia di notizie dai giri di nera. Non bisogna avere nemici in questura, dicono, anche se quando le cose sono importanti ti nascondono la verità e ti riempiono di cazzate.

Faccio un esempio: oggi, se Pinelli cadesse giù da una finestra della questura di Milano e poi in conferenza stampa si presentassero tre poliziotti a dire che si è suicidato, difficilmente tra i giornalisti si troverebbe una Camilla Cederna a rispondere che questa storia fa acqua da tutte le parti.

Sul manifesto, Loredana Lipperini e Massimiliano Coccia scrivono una lettera che è anche un appello a tutti noi. E a tutti voi.

Se pensate che il peggio sia alle spalle, non illudetevi e tenete presente che stiamo entrando negli anni venti.

Auguri.

Fonte

30/05/2019

Roma - No agli sciacalli fascisti

Un incidente stradale come tanti. Un giovane padre che va al lavoro, in piena notte, come tanti altri panettieri, percorrendo la Casilina su uno scooter. Un’auto che sbanda e va contromano su quella maledetta consolare con una sola corsia per senso di marcia. Lo schianto, la morte, i rilievi della stradale, l’arresto dell’automobilista positivo all’alcool test.

Una tragedia che si ripete ogni giorno in ogni angolo del paese e del mondo. Che dovrebbe far riflettere sul modo di vita e di produzione in cui siamo inscatolati, costretti a muoverci correndo, rubando secondi preziosi su percorsi che sarebbero rischiosi anche in condizioni più rilassate.

Ma se questo accade a Roma, in zona Giardinetti, l’agglomerato di case costruite secondo le regole inesistenti dell’”edilizia spontanea” del dopoguerra, poche centinata di metri più in là della gemella Torre Maura, ecco che qualche sciacallo si mette ad annusare la pista.

Se il giovane padre è italiano anche di nascita e cognome, e magari l’automobilista è albanese, la “pista” viene percorsa a velocità forsennata, quasi come quelle bianche cui gli avvoltoi sono più abituati.

E allora eccoli, gli “eroi” di Casapound e Forza Nuova cercare i famigliari, proporsi come “vendicatori politici” pronti a inscenare una pantomima ad uso e consumo di media e ministro delle interiora.

Ma vanno a sbattere contro una madre che incredibilmente riesce a mantenere il senso delle cose anche di fronte alla più immensa tragedia che possa vivere un genitore: la morte di un figlio.

E Maria Grazia Carta, madre di Davide Tarasco, si vede costretta a dire poche ma sentite parole, nonostante la rabbia furiosa che si va a sommare al dolore.

«CasaPound e Forza Nuova non avranno il mio odio, non strumentalizzeranno la morte di mio figlio. La nazionalità di chi lo ha ucciso non fa alcuna differenza, ma ora alcuni militanti dell’estrema destra vogliono organizzare una fiaccolata nel nome di Davide. Non lo posso permettere, non voglio la loro presenza».

Maria Grazia è un’insegnante precaria, come decine di migliaia di altre. Un cronista attento noterebbe che è diventata nonna, e da diversi anni, senza mai diventare “assunta a tempo indeterminato”, ossia di ruolo. Scherzi fatti da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, attenti a “tagliare la spesa pubblica” e anche le vite delle persone che lavorano per lo Stato (forze armate e di polizia a parte, ci mancherebbe...).

La sua scuola è a Tor Bella Monaca, dove pure qualche mese fa i fascisti avevano provato una sceneggiata analoga, a cavallo di un altro episodio di cronaca locale, letto sui giornali, venendo cacciati a furor di madri che riconoscevano tra loro diversi degli spacciatori responsabili di aver rovinato i propri figli. Sa come funziona il mondo della periferia, ci vive e la vive, sa con chi arrabbiarsi e chi “comprendere”, lottando per «togliere i ragazzi dalla strada».

Ma questi sciacalli no, non si devono far vedere. E tanto meno devono farsi belli sciacallando sul figlio, lavoratore vero, mica come quegli avanzi dei quartieri alti che fanno le loro “prove d’ardimento giovanili” prima di seguire le carriere professionali dei padri...

«Basta sciacallaggio, basta con queste guerre tra poveri. Stanno solo cercando di usare le disgrazie altrui. Decidiamo noi come commemorare mio figlio, con i nostri ideali, che non sono di odio ma di giustizia».

Una maestra vera sa come dare lezione, anche di vita.

Fonte

16/08/2018

L’ora dello sciacallo è già iniziata...

La mostruosa fogna degli interessi economici intorno al business autostrade sta venendo allo scoperto mentre ancora si cerca di recuperare i corpi dei “dispersi” (termine asettico con cui si indicano quanti dovrebbero trovarsi sotto le macerie ciclopiche dell’ex ponte Morandi).

La revoca della concessione ad Autostrade, annunciata dal governo, ha fatto immediatamente muovere gli “avvocati d’ufficio” delle imprese, ovvero i giornali mainstream.

Sulla credibilità di questo annuncio abbiamo già espresso e ribadito la nostra opinione, che esce rafforzata proprio dagli “avvocati d’ufficio”.

Già solo il fatto che si parli di “revoca” agita le penne redazionali più sensibili, prontissime a ricordare che prendere questa strada, in fondo, non aiuterebbe il governo ad andare avanti.

Nessuno, e pare già un miracolo, mette in discussione il fatto che una concessione, così com’è stata data, possa essere ritirata. E’ anche l’unica ammissione del “fronte delle imprese”, subito dopo comincia il fuoco di sbarramento.

E’ innegabile infatti che le “gravi inadempienze” invocabili dallo Stato per ritirare la concessione siano di solare evidenza: una tragedia come questa, di dimensioni ancora non completamente quantificate ma immense, supera di molte volte la fantasia di qualsiasi azzeccagarbugli ben remunerato. Tanto più che questo crollo giunge al termine – provvisorio – di una lunga serie di “avvertimenti” verificatisi nell’ultimo decennio. Persino IlSole24Ore – il più solerte degli avvocati d’ufficio – è costretto a ricordare “il crollo di un cavalcavia dell’A14 l’8 marzo 2017 e di alcune pensiline di caselli e portali segnaletici intorno al 2010, il sequestro per alcuni mesi nel 2014 di un altro cavalcavia a rischio, denunce pendenti presso varie Procure su altre opere con possibili problemi strutturali, la sentenza del 10 aprile scorso sulla contraffazione del brevetto del controllo della velocità Tutor e il processo di Avellino per la morte di 40 persone su un bus precipitato dal viadotto Acqualonga della A16 il 28 luglio 2013.”

Totò avrebbe ricordato che “è la somma che fa il totale”. Ma che sarà mai... In fondo lo Stato, fin qui, non aveva ancora mosso alcuna contestazione formale alla gestione della rete autostradale, né nei confronti dei Benetton (titolari della concessione per l’A10, quindi anche per il ponte Morandi di Genova), né degli altri (Gavio, Toto, ecc.).

Il che significa soltanto che tutti i governi precedenti – anche quelli cui la Lega aveva partecipato, insieme a Berlusconi – hanno sempre avuto tre occhi di riguardo nei confronti di queste “imprese”. A cominciare dalle “convenzioni che regolano le concessioni loro affidate, che sono segrete. O, meglio, sono state rese pubbliche l’anno scorso dopo decenni di polemiche, ma con importanti omissis”.

Cosa ci può essere di così clamoroso – nella gestione di un'autostrada – da richiedere la secretazione pluridecennale e addirittura il rifiuto a renderle integralmente pubbliche anche dopo la rimozione del segreto? Mica stiamo parlando della costruzione di armamenti o congegni di telecomunicazione...

Già solo l’evocazione di una contrattualistica più che opaca tra Stato e imprese concessionarie prefigura un iter (eventuale, ricordiamolo) faticosissimo in cui lo Stato – ricorda sempre Il Sole – “ha scarso potere contrattuale”, per non dire dei fondi necessari a mettere in sicurezza la rete e il fatto che “una revoca ingenererebbe tra gli investitori l’idea che finanziare il settore autostradale italiano non sarà più remunerativo come un tempo, provocando almeno nel lungo termine disimpegni e difficoltà nel reperire nuovi capitali”.

Scrivere questo “a sangue ancora caldo” dà la misura dell’assoluta indifferenza dei “possessori di denaro” anche di fronte alle stragi più grandi. Al punto da lanciare la velata minaccia “non vi faremo più arrivare capitali, se proverete davvero a revocare anche una sola concessione”.

Uno Stato mediamente serio, lo abbiamo scritto, azzererebbe tutta questa cloaca annullando tutte le concessioni, “nazionalizzando” – ossia riprendendo sotto il controllo pubblico – la gestione della rete.

Senza indennizzo e senza pagare alcuna “penale”, ovviamente, come invece minacciano gli avvocati d’ufficio. Questa storia delle “penali” fa ovviamente riferimento alle convenzioni scritte a suo tempo, per cui lo Stato dovrebbe “risarcire” i gestori per i “mancati profitti attesi” da qui alla scadenza legale della concessione stessa.

Non serve un principe del foro per capire che i danni provocati alle casse pubbliche e all’economia nazionale – il crollo di quel ponte mette in crisi per anni i collegamenti e quindi la circolazione di merci e persone – sono certamente superiori alle fantasiose “attese” dei padroni del casello. E dunque anche in una eventuale sede legale sarebbe relativamente facile affermare il principio che, semmai, dovrebbero essere quelle imprese a risarcire – attraverso lo Stato – tutta la popolazione di questo disgraziato paese.

Uno Stato ancora più serio, comunque, si riprenderebbe con un solo atto il controllo di tutte le industrie e i servizi essenziali regalati a una ristretta banda di criminali che nasconde ormai molto male la propria natura sotto una robusta patina di lusso e tonnellate di falsità. Sulle condanne da comminare, la parola spetterebbe ovviamente al popolo.

P.s.

A chi pensa che la nostra proposta è “troppo drastica, consgliamo la lettura del comunicato stampa di Atlantia-Benetton. Soprattutto la frase-chiave: “anche nell’ipotesi di revoca o decadenza della concessione – secondo le norme e procedure nella stessa disciplinate – spetta comunque alla concessionaria il riconoscimento del valore residuo della concessione, dedotte le eventuali penali, se e in quanto applicabili”.

Non esiste crimine più grande della fame di profitto...


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08/09/2016

Terremoto, gli untori di Amatrice. Come ti invento lo sciacallo

I capri espiatori del sisma e la paura agitata dai media


Oltre a provocare vittime e distruzione i terremoti sembrano suscitare il malsano bisogno di capri espiatori. Tra le pieghe del dolore e dello strazio di chi ha perso figli, genitori, parenti o amici e ha visto la propria esistenza sbriciolarsi sotto il crollo della propria casa, perdendo tutto ma forse più di ogni altra cosa le tracce della propria memoria, ciò che compone l’io di ogni persona, ci sono anche delle vittime “collaterali”. L’allarme sciacalli ne ha provocate diverse in questi giorni. Alimentata dai media con storie costruite a tavolino fin dalle prime ore successive al sisma, la paura dello sciacallo si è insinuata subdolamente, complice anche l’atteggiamento di alcune forze di polizia che invece di infondere sicurezza e tranquillità nella popolazione scossa dalla tragedia hanno moltiplicato paure, diffuso dicerie come quella del falso prete che si aggira tra le frazioni colpite nascondendo sotto l’abito talare gli ori e gli argenti sottratti dalle case danneggiate. Abbiamo tutti letto la storia del pregiudicato napoletano che avrebbe preso il treno fino a Roma per poi recarsi ad Amatrice ed essere qui scoperto, non si capisce come e dove. Una vicenda confezionata ad arte al punto che lo stesso sindaco di Napoli aveva dichiarato che il comune partenopeo si sarebbe portato parte civile contro l’uomo arrestato. Peccato però che nessuno fosse finito in manette.

A sole 24 ore di distanza dal terremoto un quotidiano del Nord titolava «Maledetti sciacalli, stanno già rubando tutto», narrando di tre arresti, tra cui ovviamente l’immancabile «nomade», avvenuti tra le rovine di Pescara del Tronto, tanto che la Questura di Rieti è dovuta intervenire con un comunicato nel quale si riferiva che «allo stato non risulta alcun episodio di illegittima introduzione di persone nelle abitazioni evacuate, tantomeno di furti perpetrati». Sono stati eseguiti – proseguiva il testo – controlli su persone sospette o «semplicemente presenti all’interno di aree interdette o in procinto di entrarvi», ma tutte le verifiche «hanno avuto esito negativo e le persone sono state indirizzate ai competenti organismi di Protezione civile o semplicemente allontanate».

Ovviamente il comunicato è servito solo a quei pochi che lo hanno letto, non poteva certo arginare una psicosi da trauma se poi sul terreno c’è chi sobilla il sospetto, attrezza campi che sembrano ghetti, infantilizza le persone. La ricerca del capro espiatorio diventa allora un espediente rassicurante, una tecnica di governo del territorio che compatta le comunità disorientate verso un nemico esterno. Una ong francese ha rischiato di tornare indietro con il suo carico di preziose tende se non fosse stato per il buon senso di alcuni militari. L’esercito, oltre ai Vigili del fuoco sempre fedeli al loro motto ubi dolor ibi vigiles, ha dimostrato sul terreno di essere il corpo con la mentalità meno militare di tutti. Non stupisce dunque se due volontari di Platì, arrivati ad Amatrice con i propri mezzi e tanta solidarietà – come hanno raccontato a questo giornale – abbiano pagato il prezzo di questa fobia: accusati di esser dei potenziali sciacalli dopo le grida di una donna anziana che non li conosceva, nonostante lavorassero all’interno del campo messo in piedi dalla protezione civile, sono stati allontanati da Amatrice con il foglio di via.

Chi scrive ha assistito ad un episodio dal risvolto grottesco: l’inseguimento da parte di sei motociclisti dei carabinieri di un furgone, avvistato nei pressi della frazione di Preta, che poi si è rivelato trasportare una salma. Circostanza significativa del clima fobico, di una frenetica caccia alle streghe del tutto inutile, certamente non rispondente alle necessità degli sfollati rimasti a presidiare le tante frazioni che circondano Amatrice e che si aspettano dalle autorità ben altro: l’arrivo di bagni, di unità docce, di tende e case di legno per affrontare l’inverno, non di pattuglie eccitate dalla caccia ai fantasmi.

Non hanno avuto la stessa fortuna dei volontari di Platì i due cittadini romeni di etnia Rom fermati nella tarda mattinata del 29 agosto con l’infamante accusa di essere degli sciacalli. In un comunicato diffuso dai carabinieri si legge che una pattuglia del nucleo radiomobile di Roma, venuta in rinforzo nelle zone terremotate, avrebbe «sorpreso nella frazione di ‘Preta’ del comune di Amatrice, un uomo ed una donna rispettivamente di 44 e 45 anni, che a bordo di un’autovettura Wolkswagen Passat con targa tedesca, avevano perpetrato poco prima, alcuni furti nelle abitazioni distrutte dal terremoto». Dopo un’accurata perquisizione – riferiscono ancora i militi – sugli stessi e sulla citata autovettura, «venivano rinvenuti svariati capi di abbigliamento, alcuni oggetti domestici, la somma contante di oltre 300 euro, una pistola giocattolo sprovvista del prescritto “tappo rosso” ed alcuni arnesi da scasso. I soggetti, entrambi di nazionalità rumena e gravati da numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio, sono stati tratti in arresto con l’accusa di furto aggravato e trattenuti nelle camere di sicurezza dell’arma, in attesa della relativa convalida da parte dell’autorità giudiziaria».

La versione dei fatti fornita dai carabinieri ha sollevato tuttavia alcuni dubbi, intanto perché il fermo di Ion C. e Letizia A., che a bordo della loro macchina trasportavano anche il nipotino di 7 anni, non è avvenuto nella frazione di Preta ma lungo la strada regionale 577 del lago di Campotosto, in uno slargo molto ampio nei pressi del bivio per Retrosi. Dunque in un luogo lontano da centri abitati. La scena è stata vista da chi scrive, insieme ad altre due persone, che dalla frazione di Capricchia, immediatamente sotto Preta, scendevano in macchina verso Amatrice. La Passat era ferma con il portellone posteriore alzato e gli stracci contenuti all’interno gettati a terra. L’uomo e la donna erano accanto al carabiniere che controllava i documenti. L’autorità giudiziaria dopo aver confermato il fermo ha disposto la scarcerazione dei due, sottoponendoli alla misura cautelare del divieto di entrare nelle province terremotate, rinviando l’esame sul merito delle accuse al prossimo 20 ottobre. Nel corso del rito per direttissima, ha spiegato l’avvocato Luca Conti, presidente dell’ordine degli avvocati di Rieti che ha assunto la difesa dei due romeni, è emersa l’inconsistenza dei capi di accusa (furto di biancheria e capi di abbigliamento, tutti di scarso valore) sui quali anche il pubblico ministero ha evitato di insistere. Gli arnesi da scasso si sono rivelati nient’altro che il kit di soccorso presente in ogni autovettura e i molteplici precedenti sono risultati inesistenti: la donna è sconosciuta ai servizi di polizia mentre l’uomo aveva solo una vecchia denuncia per possesso di arma impropria. Niente reati specifici come furti o rapine. I due non parlano una parola di italiano, la donna è totalmente analfabeta. Nel corso della udienza la coppia, con molte difficoltà espressive nonostante la presenza dell’interprete, ha dichiarato di essere ignara del terremoto e che stava soltanto traversando la zona. In macchina avevano tutto il necessario per dormire: un piccolo materasso, dei cuscini, coperte, biancheria varia e vestiti, alcuni piatti, bicchieri, posate, e i giocattoli del nipotino (tra cui la pistola di plastica), materiale povero, privo di qualsiasi valore. Salta agli occhi l’assenza di preziosi, gioielli, argenteria, materiale tecnologico... L’uomo aveva in tasca appena 305 euro, il minimo indispensabile per affrontare un viaggio. A Preta, come nella altre frazioni circostanti, nessuno ha lamentato furti.

Come se non bastasse, la coppia dopo essere stata scarcerata non ha più ritrovato il nipotino, inizialmente affidato ai servizi sociali di Rieti che nel frattempo lo avevano trasferito a quelli di Roma. Il terremoto può contare così un altro disperso. L’avvocato Conti ha cercato di sollecitare l’intervento urgente dell’ambasciata romena affinché il bimbo venisse restituito ai nonni, inoltre ha tenuto a precisare che il consiglio dell’ordine degli avvocati di Rieti ha promosso una raccolta di fondi i cui proventi verranno destinati ad opere di ricostruzione di edifici di interesse pubblico nei territori colpiti dal sisma (conto corrente denominato “In aiuto delle popolazioni colpite dal sisma” Iban: IT37O0306914601100000005558).

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29/08/2016

Dopo la tragedia, gli sciacalli

Neanche 24 ore e viene il tempo degli sciacalli, degli imbonitori, della truffa ideologica, dei depistaggi. Due deputati, Paola Binetti e Gianfranco Librandi, propongono di spostare il referendum “causa terremoto”. Dopo aver messo davanti l’Europa, la Brexit, la “leggedistabilità”, i mercati, oggi provano il tutto per tutto per spostare sine die il referendum su Renzi. Fino a qualche giorno fa “ce lo chiedeva l’Europa”. Oggi ce lo chiede il terremoto. Sul Corriere di oggi invece Goffredo Buccini supera ogni senso della vergogna: “Il dolore ci cambia. E cambia le nostre percezioni. Gli ultrà dell’Ascoli calcio, per dire, sono accompagnati da una pessima fama: estremisti, fascistoidi, in fondo lo stesso milieu dei vicini tifosi del Fermo che a inizio estate ha fatto da sfondo all’aggressione mortale contro il giovane nigeriano Emmanuel. Beh, l’altra mattina venti di loro erano in mezzo alle macerie di Pescara del Tronto, scavando con le unghie tra rovi e sassi e mattoni, e pregando i cronisti di non raccontarlo “perché non cerchiamo pubblicità”. Angeli delle macerie, stavolta”. E continua, ancora peggio: “Come un angelo, in clergyman, è apparso don Giovanni D’Ercole, il vescovo di Ascoli. Costretto a difendersi da polemiche pesanti sui fondi del sisma del 2009 da vescovo ausiliario dell’Aquila, indagato e prosciolto, monsignor D’Ercole avrà anche, come dicono, un certo debole per l’esposizione mediatica, ma era a scavare già all’alba”. Ma si, sticazzi: l’importante è “essere italiani”. Non importa se nel tempo libero quei “fascistoidi” degli “ultrà dell’Ascoli” passino il tempo a dare la caccia al migrante, che siano in fondo innocui fascisti, l’importante è scavare. E meno ancora importa della vicenda di tale don Giovanni Ercole, inquisito e assolto con molti dubbi riguardo alla gestione dei fondi del terremoto dell’Aquila. La tragedia pareggia ogni responsabilità, ogni compromissione, ogni scelta di vita. L’importante è scavare, senza pensare per un attimo che la tragedia assume queste proporzioni per responsabilità molto umane e poco naturali. Le macerie hanno anche questo, di potere: nascondere chi le produce continuamente.

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