La copertura giornalistica del caso delle due ragazze investite a Roma è il modo peggiore di concludere questo nefasto 2019.
Non è stato raccontato un fatto di cronaca, ma è stata prodotta della pornografia. Oggi (venerdì, ndr) Repubblica, sul suo sito, a un certo punto ha titolato «Via ai funerali di Gaia e Camilla», come se fosse la diretta della finale dei mondiali o di una tappa del Tour de France. Non so se mi spiego.
Beninteso, faccio il cronista pure io e so benissimo che certe cose vanno raccontate, e dirò di più: ho cominciato a fare questo sporco lavoro – a 19 anni appena compiuti – con la mia capa di allora che mi mandò a casa di una madre che aveva appena perso la figlia piccola in un incidente stradale per chiederle una foto da mettere sul giornale.
Quindi, diciamo, arrivo a capire molto di un certo modo di ragionare che ormai dilaga nelle redazioni. E non solo in quelle dei giornalacci ma anche in quelle dei (presunti) giornaloni.
Il fatto è che c’è un limite a tutto: c’è il diritto di cronaca e il dovere di scrivere tutto quello che accade e che abbia una rilevanza pubblica – e un incidente mortale ha una rilevanza pubblica – però arriva anche il momento in cui il racconto va fatto in modo e non in un altro.
Provo a spiegare meglio: quando uscì l’autopsia di Pamela Mastropietro c’è chi scelse di scrivere semplicemente che la ragazza era stata fatta a pezzi (e già si capisce tutto) e chi invece preferì entrare nei dettagli su come sia stata disossata e sulla situazione dei suoi tessuti muscolari dilaniati. Perché? In questo caso la risposta è semplice: perché c’erano di mezzo un ne*ro assassino e una campagna elettorale in corso, quindi valeva tutto.
Nel caso delle ragazze investite in Corso Francia a Roma, malgrado i dubbi del gip, si è già decretato che l’investitore è un drogato da sbattere in galera per sempre. Se non basta la gogna per l’investitore, possiamo sempre rivolgerci a Feltri e affini per un bell’editorialino a tema «che ci facevano due sedicenni in giro a mezzanotte e mezza?». (E che ci fa un vecchio rinc******to in tweed a dirigere un giornale?)
Qui però non ci sono campagne elettorali né ne*ri e il motivo di tanta e tale perversione giornalistica va ricercato nella crisi profonda della carta stampata, che non vende più niente in edicola e spera di trovare la salvezza assecondando il peggio del peggio del peggio che si trova su Facebook e su Twitter.
Io credo che la cronaca nera sia importantissima: «È la pancia del giornale», diceva sempre un vecchio caporedattore amico mio. Credo però anche che la cronaca nera si debba fare in modo diverso da come la leggiamo (e la scriviamo) tutti giorni. Dovremmo sempre e comunque chiederci i perché del caso e, allo stesso tempo, dovremmo sempre cercare di rispettare tutte le parti in causa: vittime, parenti, colpevoli veri o presunti, testimoni, eccetera eccetera.
Come si fa? Con le parole. Questo usiamo noi: le parole. E ci sono parole peggiori di altre. E questo dovremmo saperlo bene. E sapere cosa può significare nelle vite degli altri. Perché è di quello che scriviamo: le vite degli altri. Sconosciuti a cui succedono cose orrende e che noi disturbiamo per cinquanta o sessanta righe di cronaca.
I perché necessari a costruire un buon pezzo, tra l’altro, sarebbe meglio non rivolgerli verso chi certe storie le subisce, ma verso il potere costituito, i dispensatori di «verità putative» che non ti salvano in caso di querela ma che devi rispettare pena l’ostracismo e la carestia di notizie dai giri di nera. Non bisogna avere nemici in questura, dicono, anche se quando le cose sono importanti ti nascondono la verità e ti riempiono di cazzate.
Faccio un esempio: oggi, se Pinelli cadesse giù da una finestra della questura di Milano e poi in conferenza stampa si presentassero tre poliziotti a dire che si è suicidato, difficilmente tra i giornalisti si troverebbe una Camilla Cederna a rispondere che questa storia fa acqua da tutte le parti.
Sul manifesto, Loredana Lipperini e Massimiliano Coccia scrivono una lettera che è anche un appello a tutti noi. E a tutti voi.
Se pensate che il peggio sia alle spalle, non illudetevi e tenete presente che stiamo entrando negli anni venti.
Auguri.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/12/2019
30/07/2019
Blade Runner 2019
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento e pattuglie in fiamme”.
Un pusher rifilare una “sola“ con aspirina C a due cocainomani wasp, chiattilli e per giunta americani. Farsi sgamare, farsi fottere il borsello dai due tossici “solati”, chiamarli sul proprio cellulare rubato insieme al borsello, e farsi fare il cosiddetto “cavallo di ritorno” (100€ e un grammo di coca per il borsello).
Tutto questo al largo dei bastioni di Orione. O di Trastevere, non ricordo!
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser e uscire dal culo dell’Escobar di Trastevere (o di Tannhäuser, non ricordo) mentre telefonava agli sbirri per farsi aiutare coi tossici che aveva solato e lo avevano fottuto.
A Tannhäuser era regolare. I pusher e gli sbirri erano amici. Facevano affari e in qualche caso sniffavano insieme.
E ho visto il caramba morire con 11 coltellate perché pensava che bastasse presentarsi lì per far tremare di paura i due chiattilli wasp.
Ma non aveva calcolato che nel regno delle Stelle e Strisce chimiche sono molto più abituati degli italiani di Tannhäuser ad uccidere per legittima difesa. Loro, d’altronde, coi ddl sicurezza ci hanno fatto il Far West! E così il caramba morì.
E ho visto altri sbirri daltonici scambiare due chiattilli statunitensi bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, per due magrebini morti di fame, neri, coi capelli e gli occhi neri.
Come cazzo facessero gli sbirri daltonici a fare gli sbirri daltonici al largo dei bastioni di Orione, non l’ho mai capito.
E ho letto comunicati delle Forze dell’Ordine, deliri della Bestia, giornali del regime dei cinque Minchje e delle sette Leghe e post razzisti, su cui era scritto un soggetto e una sceneggiatura da horror splatter. A metà strada tra il kitsch, il surreale e l’angosciosa distorsione espressionista del Gabinetto del dottor Caligari. Con il cliché dell’Uomo Nero, omicida e assetato di sangue, al fine scorticato vivo dalla plebe inferocita. Ma non andò così.
E ho visto uno dei wasp legato ad una sedia, come se fosse torturato, confessare di aver ucciso il caramba di Orione. La tortura, gli sbirri di Orione, di Tannhäuser e del regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, l’hanno sempre usata, sennò non saprebbero lavorare. Ricordo che la usavano anche sui compagni delle Br. Quelli del Blade Runner degli anni '70 e '80. E pure vent’anni dopo. Tra i buchi neri di Bolzaneto, e le galassie spente della Diaz.
Ma il ragazzino wasp l’ho visto in foto, sulla Stampa di Tannhäuser. E mi sono chiesto, ma come cazzo ci è arrivata questa foto alla Stampa di Tannhäuser? E ho visto carabinieri coglioni e bastardi condividere foto su Wozzapp. E allora mi sono chiesto se i carabinieri coglioni e bastardi poi tanto coglioni non fossero.
E forse, il regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, sui bastioni di Orione, è solo una provincia dell’impero delle Stelle e delle Strisce chimiche. E allora, la foto è uscita per restituire i chiattilli wasp all’imperatore dal parrucchino biondo. L’esotico Trompe l’oeil. Ho visto. Ho visto. Ho visto. Ma non ci capisco più un cazzo.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.
Perché voi umani di Orione, di Tannhäuser, dell’impero a Stelle e Strisce chimiche, del regno dei cinque Minchje e delle sette Leghe siete la sfaccimma della ggente!».
Così disse il Cyberpunk morendo. Non prima di aver mandato affanculo lo sbirro cacciatore e assassino di ribelli!
Fonte
Un pusher rifilare una “sola“ con aspirina C a due cocainomani wasp, chiattilli e per giunta americani. Farsi sgamare, farsi fottere il borsello dai due tossici “solati”, chiamarli sul proprio cellulare rubato insieme al borsello, e farsi fare il cosiddetto “cavallo di ritorno” (100€ e un grammo di coca per il borsello).
Tutto questo al largo dei bastioni di Orione. O di Trastevere, non ricordo!
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser e uscire dal culo dell’Escobar di Trastevere (o di Tannhäuser, non ricordo) mentre telefonava agli sbirri per farsi aiutare coi tossici che aveva solato e lo avevano fottuto.
A Tannhäuser era regolare. I pusher e gli sbirri erano amici. Facevano affari e in qualche caso sniffavano insieme.
E ho visto il caramba morire con 11 coltellate perché pensava che bastasse presentarsi lì per far tremare di paura i due chiattilli wasp.
Ma non aveva calcolato che nel regno delle Stelle e Strisce chimiche sono molto più abituati degli italiani di Tannhäuser ad uccidere per legittima difesa. Loro, d’altronde, coi ddl sicurezza ci hanno fatto il Far West! E così il caramba morì.
E ho visto altri sbirri daltonici scambiare due chiattilli statunitensi bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, per due magrebini morti di fame, neri, coi capelli e gli occhi neri.
Come cazzo facessero gli sbirri daltonici a fare gli sbirri daltonici al largo dei bastioni di Orione, non l’ho mai capito.
E ho letto comunicati delle Forze dell’Ordine, deliri della Bestia, giornali del regime dei cinque Minchje e delle sette Leghe e post razzisti, su cui era scritto un soggetto e una sceneggiatura da horror splatter. A metà strada tra il kitsch, il surreale e l’angosciosa distorsione espressionista del Gabinetto del dottor Caligari. Con il cliché dell’Uomo Nero, omicida e assetato di sangue, al fine scorticato vivo dalla plebe inferocita. Ma non andò così.
E ho visto uno dei wasp legato ad una sedia, come se fosse torturato, confessare di aver ucciso il caramba di Orione. La tortura, gli sbirri di Orione, di Tannhäuser e del regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, l’hanno sempre usata, sennò non saprebbero lavorare. Ricordo che la usavano anche sui compagni delle Br. Quelli del Blade Runner degli anni '70 e '80. E pure vent’anni dopo. Tra i buchi neri di Bolzaneto, e le galassie spente della Diaz.
Ma il ragazzino wasp l’ho visto in foto, sulla Stampa di Tannhäuser. E mi sono chiesto, ma come cazzo ci è arrivata questa foto alla Stampa di Tannhäuser? E ho visto carabinieri coglioni e bastardi condividere foto su Wozzapp. E allora mi sono chiesto se i carabinieri coglioni e bastardi poi tanto coglioni non fossero.
E forse, il regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, sui bastioni di Orione, è solo una provincia dell’impero delle Stelle e delle Strisce chimiche. E allora, la foto è uscita per restituire i chiattilli wasp all’imperatore dal parrucchino biondo. L’esotico Trompe l’oeil. Ho visto. Ho visto. Ho visto. Ma non ci capisco più un cazzo.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.
Perché voi umani di Orione, di Tannhäuser, dell’impero a Stelle e Strisce chimiche, del regno dei cinque Minchje e delle sette Leghe siete la sfaccimma della ggente!».
Così disse il Cyberpunk morendo. Non prima di aver mandato affanculo lo sbirro cacciatore e assassino di ribelli!
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30/10/2018
San Lorenzo mon amour
Quelle appena passate sono state giornate tese, è inutile nasconderselo. Prendendo a pretesto la tragedia della sedicenne Desirée Mariottini attori diversi, a livelli diversi, hanno provato a giocarsi la propria partita politica o economica, tentando di ridefinire la geopolitica romana che da più di 70 anni ha fatto del quartiere di San Lorenzo un simbolo della sinistra di classe. Non ci interessa, in questa occasione, ritornare sulla vicenda di cronaca in sé. Appare evidente, con il passare dei giorni, che il “degrado” e “l’abbandono” in cui è maturato l’omicidio non riguardano solo le baracche di via dei Lucani, ma anche l’ambiente umano che ha portato una ragazzina a perdersi in quel modo. Dev’essere altrettanto chiaro, però, che niente e nessuno può giustificare, e nemmeno attenuare, le colpe di chi si è approfittato ed ha abusato della fragilità di un’adolescente. Mai. Esiste un confine, nemmeno troppo sottile, che separa la bestialità dalla capacità di rimanere umani. Una linea di demarcazione che rimane ben visibile in ogni frangente. E chi la oltrepassa ci è comunque nemico, al di là del suo vissuto, del colore della sua pelle, del passaporto che ha in tasca o della lingua che parla.
Ma come scrivevamo non è su questo, però, che vorremmo concentrare il nostro ragionamento, quanto sulla risposta quasi inaspettata che il nostro “popolo”, la nostra “gente”, ha saputo dare con intelligenza e determinazione in questi giorni disinnescando la trappola in cui avrebbero voluto farci infilare.
San Lorenzo, come abbiamo detto, è molto più di un quartiere, è un simbolo che generazioni di militanti si tramandano come fosse il testimone di un’ideale staffetta. Un simbolo che inevitabilmente ogni volta cambia, muta, evolve, riflettendo le trasformazioni sociali in cui siamo perennemente immersi. Il quartiere dei ferrovieri che impedì ai fascisti di entrare durante la marcia su Roma non c’è più, così come non ci sono più il feudo popolare del Pci del dopoguerra, la base rossa dell’Autonomia degli anni Settanta o la trincea del movimento degli anni Ottanta e Novanta. Frammenti della lotta di classe di questo Paese che nel corso del tempo, però, non sono andati dispersi, ma si sono stratificati in una storia collettiva che va difesa con le unghie e con i denti.
Perché anche se oggi questo simbolo è un po’ sbiadito, un po’ ammaccato e sicuramente afflitto da enormi contraddizioni, mantiene comunque un valore per noi irrinunciabile. E a ricordarcene l’importanza, paradossalmente, sono stati proprio quelli che in questi giorni hanno provato ad appropriarsene e le migliaia di compagni che, quasi spontaneamente, sono invece scesi in piazza a difenderlo.
Il ministro Salvini, quando ha provato a risalire per Via dei Lucani, era ben consapevole del significato di quel gesto, ma al posto della solita claque si è ritrovato, per la prima volta dal 4 marzo, la contestazione di chi ha ritenuto intollerabile che si potesse speculare politicamente su una tragedia come quella di Desirée. Un’ipocrisia davvero insopportabile in un Paese in cui quasi quotidianamente “mogli e figlie” vengono assassinate o brutalizzate, quasi sempre in famiglia, senza che nessuna autorità dello Stato senta nemmeno lontanamente il bisogno di rendere loro omaggio.
Così come deve essere stata altrettanto intollerabile, immaginiamo, l’equiparazione strumentale fatta dai media mainstream fra gli spazi abbandonati dalla speculazione edilizia e quelli liberati grazie alle occupazioni. Anche in questo caso con l’ipocrisia di chi finge di ignorare che senza la Palestra Popolare, ad esempio, oggi al posto dei ragazzini che fanno sport a prezzi accessibili avremmo l’ennesima serranda abbassata o l’ennesimo pub. Oppure, che se qualcuno non avesse deciso di occupare il Cinema Palazzo, ci ritroveremmo con una delle tante Sale Slot intente a spellare qualche ludopatico, invece che con uno spazio di socialità e cultura accessibili per il quartiere e per tutta la città.
Per questo motivo venerdì in piazza e poi in corteo per le vie del quartiere c’erano migliaia di donne e di uomini. Per salutare idealmente Desirée, ma anche per ribadire che il quartiere non può essere rappresentato dalla penna morbosa di un giornalista o dalla voce sguaiata di qualche personaggio in cerca di autore e di cinque minuti di celebrità. Lo stesso motivo per cui il giorno dopo, di fronte alla provocazione di Forza Nuova, altre diverse centinaia di compagni hanno presidiato e affollato il quartiere fin dal mattino sbarrando l’accesso ai fascisti. Perché una cosa dev’essere chiara: San Lorenzo è di chi ci vive quanto di chi la fa vivere ogni giorno costruendo iniziativa politica o sociale. San Lorenzo è un bene collettivo che non ci faremo portare via senza combattere, e queste giornate lo hanno dimostrato.
Fonte
Ma come scrivevamo non è su questo, però, che vorremmo concentrare il nostro ragionamento, quanto sulla risposta quasi inaspettata che il nostro “popolo”, la nostra “gente”, ha saputo dare con intelligenza e determinazione in questi giorni disinnescando la trappola in cui avrebbero voluto farci infilare.
San Lorenzo, come abbiamo detto, è molto più di un quartiere, è un simbolo che generazioni di militanti si tramandano come fosse il testimone di un’ideale staffetta. Un simbolo che inevitabilmente ogni volta cambia, muta, evolve, riflettendo le trasformazioni sociali in cui siamo perennemente immersi. Il quartiere dei ferrovieri che impedì ai fascisti di entrare durante la marcia su Roma non c’è più, così come non ci sono più il feudo popolare del Pci del dopoguerra, la base rossa dell’Autonomia degli anni Settanta o la trincea del movimento degli anni Ottanta e Novanta. Frammenti della lotta di classe di questo Paese che nel corso del tempo, però, non sono andati dispersi, ma si sono stratificati in una storia collettiva che va difesa con le unghie e con i denti.
Perché anche se oggi questo simbolo è un po’ sbiadito, un po’ ammaccato e sicuramente afflitto da enormi contraddizioni, mantiene comunque un valore per noi irrinunciabile. E a ricordarcene l’importanza, paradossalmente, sono stati proprio quelli che in questi giorni hanno provato ad appropriarsene e le migliaia di compagni che, quasi spontaneamente, sono invece scesi in piazza a difenderlo.
Il ministro Salvini, quando ha provato a risalire per Via dei Lucani, era ben consapevole del significato di quel gesto, ma al posto della solita claque si è ritrovato, per la prima volta dal 4 marzo, la contestazione di chi ha ritenuto intollerabile che si potesse speculare politicamente su una tragedia come quella di Desirée. Un’ipocrisia davvero insopportabile in un Paese in cui quasi quotidianamente “mogli e figlie” vengono assassinate o brutalizzate, quasi sempre in famiglia, senza che nessuna autorità dello Stato senta nemmeno lontanamente il bisogno di rendere loro omaggio.
Così come deve essere stata altrettanto intollerabile, immaginiamo, l’equiparazione strumentale fatta dai media mainstream fra gli spazi abbandonati dalla speculazione edilizia e quelli liberati grazie alle occupazioni. Anche in questo caso con l’ipocrisia di chi finge di ignorare che senza la Palestra Popolare, ad esempio, oggi al posto dei ragazzini che fanno sport a prezzi accessibili avremmo l’ennesima serranda abbassata o l’ennesimo pub. Oppure, che se qualcuno non avesse deciso di occupare il Cinema Palazzo, ci ritroveremmo con una delle tante Sale Slot intente a spellare qualche ludopatico, invece che con uno spazio di socialità e cultura accessibili per il quartiere e per tutta la città.
Per questo motivo venerdì in piazza e poi in corteo per le vie del quartiere c’erano migliaia di donne e di uomini. Per salutare idealmente Desirée, ma anche per ribadire che il quartiere non può essere rappresentato dalla penna morbosa di un giornalista o dalla voce sguaiata di qualche personaggio in cerca di autore e di cinque minuti di celebrità. Lo stesso motivo per cui il giorno dopo, di fronte alla provocazione di Forza Nuova, altre diverse centinaia di compagni hanno presidiato e affollato il quartiere fin dal mattino sbarrando l’accesso ai fascisti. Perché una cosa dev’essere chiara: San Lorenzo è di chi ci vive quanto di chi la fa vivere ogni giorno costruendo iniziativa politica o sociale. San Lorenzo è un bene collettivo che non ci faremo portare via senza combattere, e queste giornate lo hanno dimostrato.
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26/10/2018
I ministri della cronaca nera
La cronaca nera è una brutta bestia. Desirée Mariottini, 16 anni, stuprata e uccisa a San Lorenzo, Roma.
Il Giornale, ieri, attaccava il suo pezzo parlando del fatto che la ragazza è stata ritrovata “senza vestito né mutandine”, perché qualcuno si crede Truman Capote, e invece sta soltanto eccedendo nel particolare per fare paura ai lettori.
Il ministro di polizia Matteo Salvini è andato nel quartiere, qualcuno l’ha contestato, qualcun altro lo ha applaudito, lui ha promesso che tornerà con una ruspa. Perché pare che a San Lorenzo ci sia un cartello di sovietici e spacciatori che tiene in ostaggio la zona. Opinione che ha una qualche affinità con l’idea che i Parioli siano l’ultima riserva della sinistra mondialista.
Oggi viene fuori che, per l’omicidio di Desirée hanno fermato due uomini (entrambi senegalesi) e che si cercano comunque altri complici.
La cronaca nera è una brutta bestia. Dopo un caso per certi versi simile – l’omicidio di Pamela Mastropietro a Macerata del gennaio scorso – un tizio ha cominciato a sparare per strada alla cieca. Alla cieca nel senso che mirava soltanto a quelli con la pelle nera.
Quarant’anni fa, in Italia, si dice che si dormisse praticamente con le porte aperte, mentre fuori c’era davvero un morto ammazzato al giorno, e se non era un morto ammazzato, era un gambizzato, o un rapito, o un massacrato di botte.
Oggi, in Italia, le rapine seguite da omicidio dell’ultimo anno sono state trenta (30) e il Parlamento vuole rivedere in maniera espansiva la legge sulla legittima difesa.
La cronaca nera, dicevamo, è una brutta bestia. Gli omicidi avvengono, gli stupri pure, le rapine anche: a ogni latitudine, in ogni paese, in ogni città, per tanti motivi, tutti diversi tra loro, spesso e volentieri contraddittori com’è l’animo umano. Per occuparsi di cronaca nera bisogna accettare il fatto che l’esistenza sia piena di aporie, che non si può spiegare sempre tutto, che a volte le cose semplicemente accadono, e sono orribili, o meravigliose, ma questo non cambia la sostanza della faccenda.
La cronaca nera è bella, anche se fa male, perché pagine e pagine di cronaca politica non spiegheranno mai la società come un buon pezzo di cronaca nera. I vecchi caporedattori dicono che “la cronaca nera è la pancia del giornale”, Poi, aggiunge qualcuno, “la politica ti dà autorevolezza”.
E questo vale anche al contrario: la cronaca nera è uno strumento di propaganda potentissimo. Cioè, che succede se è la cronaca nera a darti autorevolezza?
La risposta potrebbe essere inquietante.
Fonte
Il Giornale, ieri, attaccava il suo pezzo parlando del fatto che la ragazza è stata ritrovata “senza vestito né mutandine”, perché qualcuno si crede Truman Capote, e invece sta soltanto eccedendo nel particolare per fare paura ai lettori.
Il ministro di polizia Matteo Salvini è andato nel quartiere, qualcuno l’ha contestato, qualcun altro lo ha applaudito, lui ha promesso che tornerà con una ruspa. Perché pare che a San Lorenzo ci sia un cartello di sovietici e spacciatori che tiene in ostaggio la zona. Opinione che ha una qualche affinità con l’idea che i Parioli siano l’ultima riserva della sinistra mondialista.
Oggi viene fuori che, per l’omicidio di Desirée hanno fermato due uomini (entrambi senegalesi) e che si cercano comunque altri complici.
La cronaca nera è una brutta bestia. Dopo un caso per certi versi simile – l’omicidio di Pamela Mastropietro a Macerata del gennaio scorso – un tizio ha cominciato a sparare per strada alla cieca. Alla cieca nel senso che mirava soltanto a quelli con la pelle nera.
Quarant’anni fa, in Italia, si dice che si dormisse praticamente con le porte aperte, mentre fuori c’era davvero un morto ammazzato al giorno, e se non era un morto ammazzato, era un gambizzato, o un rapito, o un massacrato di botte.
Oggi, in Italia, le rapine seguite da omicidio dell’ultimo anno sono state trenta (30) e il Parlamento vuole rivedere in maniera espansiva la legge sulla legittima difesa.
La cronaca nera, dicevamo, è una brutta bestia. Gli omicidi avvengono, gli stupri pure, le rapine anche: a ogni latitudine, in ogni paese, in ogni città, per tanti motivi, tutti diversi tra loro, spesso e volentieri contraddittori com’è l’animo umano. Per occuparsi di cronaca nera bisogna accettare il fatto che l’esistenza sia piena di aporie, che non si può spiegare sempre tutto, che a volte le cose semplicemente accadono, e sono orribili, o meravigliose, ma questo non cambia la sostanza della faccenda.
La cronaca nera è bella, anche se fa male, perché pagine e pagine di cronaca politica non spiegheranno mai la società come un buon pezzo di cronaca nera. I vecchi caporedattori dicono che “la cronaca nera è la pancia del giornale”, Poi, aggiunge qualcuno, “la politica ti dà autorevolezza”.
E questo vale anche al contrario: la cronaca nera è uno strumento di propaganda potentissimo. Cioè, che succede se è la cronaca nera a darti autorevolezza?
La risposta potrebbe essere inquietante.
Fonte
24/01/2018
Se il fascista fa strage, i media minimizzano…
Non ci occupiamo quasi mai di episodi di cronaca nera, ma a volte diventa necessario. La sparatoria di Bellona, in provincia di Caserta, ha tenuto impegnati i tg e le versioni online delle principali testate italiane per tutto il pomeriggio e la tarda serata di ieri. Fin quando Davide Mango – che aveva già ucciso la moglie e ferito altre cinque persone – non ha deciso di farla finita sparandosi alla testa.
Fin qui il classico episodio di “follia”, come si usa dire quando non si riesce a trovare una motivazione razionale o una causa comprensibile di un gesto estremo.
Silenzio pressoché totale, per parecchie ore, sul “profilo” di Mango. Si comincia col dire che si tratta di una guardia giurata, il che giustificherebbe le numerose armi detenute in casa. Poi si aggiunge che la moglie voleva lasciarlo. Che ha tentato di uccidere anche la figlia, che per fortuna ha fatto in tempo a fuggire mentre Mango si accaniva sulla madre.
Solo con molto ritardo – e non da tutti i media – trapela che Mango, oltre che guardia giurata, era anche “vicino a Forza Nuova”.
Un fascista, insomma, perlomeno a livello di convinzioni radicate. Un particolare tipo di fascista, oltretutto, perché Forza Nuova si caratterizza per il forte integralismo cattolico, i “valori tradizionali della famiglia”, secondo la vecchia triade dio-patria-famiglia. Al confronto, i cugini di CasaPound esibiscono spesso un’etica più lassista e superomista, ricalcando in parte le SA naziste, quelle sterminate dalle SS nella “notte dei lunghi coltelli”.
In un contesto valoriale fascio-integralista, a occhio, sembra un po’ meno incomprensibile la motivazione del “gesto causato dalla follia”: se la moglie ti lascia rompe il guscio dei “valori tradizionali” e ti impone di fare i conti con le stronzate che ti frullano nel cervello. Se non sei in grado di razionalizzare “l’incomprensibile” o addirittura il “vietato da dio”, sbrocchi e dai di matto, uccidendo. Uno psichiatra normale muoverebbe i primi passi della sua analisi partendo da questi dati.
Colpisce invece la “discrezione” dei media – pressoché tutti – nel minimizzare invece la fede fascista dell’assassino e il ruolo che questa fede può aver avuto nel “gesto di follia”.
L’organizzazione politica diretta da Roberto Fiore si affretta a minimizzare a sua volta la frequentazione di Mango con il gruppo, riducendola a contatto casuale:
“Davide Mango è stato sì per un periodo nostro sostenitore ma mai militante attivo. I suoi rapporti con Forza Nuova si limitavano al presenziare a qualche cena di finanziamento; non ha mai agito né fatto parte dei quadri militanti. Detto ciò è giusto precisare che si parla di un periodo di tempo superiore ai 6 anni trascorsi. Che non si usi una tragica vicenda personale per tirare fango e menzogne su tutto il Movimento e su tutti i nostri militanti”.
Tutto perfettamente logico, mica vorrai caricarti uno che ha quasi fatto una strage...
Tutto perfettamente uguale all’autodifesa di CasaPound quando, quattro anni fa, un suo “occasionale frequentatore” – tal Gianluca Casseri – uccise due senegalesi a Firenze, sparando a casaccio su un gruppo di immigrati colpevoli di avere la pelle scura. Anche in quel caso uno dei capi dell’organizzazione fascista, Gianluca Iannone, aveva rilasciato dichiarazioni praticamente identiche: “questo è un folle gesto di cui non siamo responsabili, c’è in atto una caccia alle streghe, un tentativo politico di delegittimare il nostro movimento, e questo porterà a spargere altro sangue”. Tipica autodifesa fascista, in cui il vittimismo aggressivo si esplicita in evocazione del “complotto” ed esibizione della minaccia (“spargere altro sangue”).
La narrazione è scontata: “noi fascisti non facciamo niente, se uno di noi fa quello che andiamo dicendo, e ammazza qualcuno, è matto e noi non c’entriamo”.
Il problema non è la loro menzogna, ma la condiscendenza dei media mainstream nei loro confronti. Provate a pensare come sarebbe stata raccontata questa follia se a compierla fosse stato un “comunista” (“drogato”, “frequentatore dei centri sociali”, ecc). Quanta condiscendenza o umana pietà avrebbero messo in mostra?
In ogni caso, a smentire Forza Nuova (che parla di contatti casuali risalenti a più di sei anni fa) è uno dei loro attivisti – tale Vincenzo – che spiega “Ci eravamo conosciuti cinque anni fa a Caserta nel corso di un’iniziativa di Forza Nuova ed era nata una bella amicizia”.
Non ci interessa sostituirci agli inquirenti, in questo caso. Ci basta e avanza segnalare certe “discrepanze”, oltre al comportamento politicamente ignobile di quegli stessi media che – un giorno sì e l’altro anche – strepitano contro il “pericolo del populismo di destra”. Sono proprio loro a proteggerlo, coltivarlo, coccolarlo.
Fonte
Fin qui il classico episodio di “follia”, come si usa dire quando non si riesce a trovare una motivazione razionale o una causa comprensibile di un gesto estremo.
Silenzio pressoché totale, per parecchie ore, sul “profilo” di Mango. Si comincia col dire che si tratta di una guardia giurata, il che giustificherebbe le numerose armi detenute in casa. Poi si aggiunge che la moglie voleva lasciarlo. Che ha tentato di uccidere anche la figlia, che per fortuna ha fatto in tempo a fuggire mentre Mango si accaniva sulla madre.
Solo con molto ritardo – e non da tutti i media – trapela che Mango, oltre che guardia giurata, era anche “vicino a Forza Nuova”.
Un fascista, insomma, perlomeno a livello di convinzioni radicate. Un particolare tipo di fascista, oltretutto, perché Forza Nuova si caratterizza per il forte integralismo cattolico, i “valori tradizionali della famiglia”, secondo la vecchia triade dio-patria-famiglia. Al confronto, i cugini di CasaPound esibiscono spesso un’etica più lassista e superomista, ricalcando in parte le SA naziste, quelle sterminate dalle SS nella “notte dei lunghi coltelli”.
In un contesto valoriale fascio-integralista, a occhio, sembra un po’ meno incomprensibile la motivazione del “gesto causato dalla follia”: se la moglie ti lascia rompe il guscio dei “valori tradizionali” e ti impone di fare i conti con le stronzate che ti frullano nel cervello. Se non sei in grado di razionalizzare “l’incomprensibile” o addirittura il “vietato da dio”, sbrocchi e dai di matto, uccidendo. Uno psichiatra normale muoverebbe i primi passi della sua analisi partendo da questi dati.
Colpisce invece la “discrezione” dei media – pressoché tutti – nel minimizzare invece la fede fascista dell’assassino e il ruolo che questa fede può aver avuto nel “gesto di follia”.
L’organizzazione politica diretta da Roberto Fiore si affretta a minimizzare a sua volta la frequentazione di Mango con il gruppo, riducendola a contatto casuale:
“Davide Mango è stato sì per un periodo nostro sostenitore ma mai militante attivo. I suoi rapporti con Forza Nuova si limitavano al presenziare a qualche cena di finanziamento; non ha mai agito né fatto parte dei quadri militanti. Detto ciò è giusto precisare che si parla di un periodo di tempo superiore ai 6 anni trascorsi. Che non si usi una tragica vicenda personale per tirare fango e menzogne su tutto il Movimento e su tutti i nostri militanti”.
Tutto perfettamente logico, mica vorrai caricarti uno che ha quasi fatto una strage...
Tutto perfettamente uguale all’autodifesa di CasaPound quando, quattro anni fa, un suo “occasionale frequentatore” – tal Gianluca Casseri – uccise due senegalesi a Firenze, sparando a casaccio su un gruppo di immigrati colpevoli di avere la pelle scura. Anche in quel caso uno dei capi dell’organizzazione fascista, Gianluca Iannone, aveva rilasciato dichiarazioni praticamente identiche: “questo è un folle gesto di cui non siamo responsabili, c’è in atto una caccia alle streghe, un tentativo politico di delegittimare il nostro movimento, e questo porterà a spargere altro sangue”. Tipica autodifesa fascista, in cui il vittimismo aggressivo si esplicita in evocazione del “complotto” ed esibizione della minaccia (“spargere altro sangue”).
La narrazione è scontata: “noi fascisti non facciamo niente, se uno di noi fa quello che andiamo dicendo, e ammazza qualcuno, è matto e noi non c’entriamo”.
Il problema non è la loro menzogna, ma la condiscendenza dei media mainstream nei loro confronti. Provate a pensare come sarebbe stata raccontata questa follia se a compierla fosse stato un “comunista” (“drogato”, “frequentatore dei centri sociali”, ecc). Quanta condiscendenza o umana pietà avrebbero messo in mostra?
In ogni caso, a smentire Forza Nuova (che parla di contatti casuali risalenti a più di sei anni fa) è uno dei loro attivisti – tale Vincenzo – che spiega “Ci eravamo conosciuti cinque anni fa a Caserta nel corso di un’iniziativa di Forza Nuova ed era nata una bella amicizia”.
Non ci interessa sostituirci agli inquirenti, in questo caso. Ci basta e avanza segnalare certe “discrepanze”, oltre al comportamento politicamente ignobile di quegli stessi media che – un giorno sì e l’altro anche – strepitano contro il “pericolo del populismo di destra”. Sono proprio loro a proteggerlo, coltivarlo, coccolarlo.
Fonte
19/03/2016
Il caso Varani, la cronaca nera e la narrazione mediatica
S’è scritto di tutto, come sempre. Per circostanze, soggetti e ambientazione l’omicidio di Luca Varani si presenta come il grande evento della cronaca nera italiana del 2016. Funziona così: per recuperare una credibilità ormai perduta (forse) per sempre, i media italiani negli ultimi anni hanno cominciato a puntare fortissimo sui morti ammazzati. Non solo i giornali «di carta», ma anche gli online, le televisioni, talvolta addirittura le radio.
Spiegare il perché è complicato: una volta il giovane cronista, come prova del fuoco per capire se davvero fosse adatto al mestiere, veniva spedito a cercare «la testina del morto», cioè le foto, da vivo, del trapassato. Si trattava di andare dalle famiglie distrutte e trovare le parole per chiedere uno scatto con la promessa di restituirlo in breve tempo. Un modo per imparare, almeno, la delicatezza del mestiere. Certo, spiegavano i caporedattori, non bisogna mai fare l’errore di sentirsi coinvolti dalle storie che si raccontano, ma il dolore va sempre rispettato. Non è passato troppo tempo da quando si lavorava così: non era un mondo perfetto, non era un giornalismo perfetto e gli sciacalli sono sempre esistiti, però c’erano anche persone che vivevano la cronaca nera come un modo per tirare fuori la nobiltà dalla miseria.
Oggi – e non è il segno dei tempi, né una considerazione nostalgica o moralista: semplicemente funziona così – la testina del morto si trova su Facebook, sfruttando un limbo legale e deontologico nel quale nessuno ci capisce poi molto. Si può seguire un omicidio senza uscire mai dalla redazione. D’altra parte c’è sempre un mucchio di cose da fare al giornale: anche se il caso è importante nessuno chiuderà le altre pagine al posto tuo. E poi, come detto, il sangue viene considerato la benzina migliore per vendere qualche copia.
Per il resto, siamo tutti parti in causa nella fiera del dolore della cronaca nera. Criminologi che a un certo punto diventano preti ortodossi, ex divette improvvisamente esperte di Dna e scene del crimine, vocazione alla giustizia sommaria e populismo penale. Gli anni di galera sono sempre troppo pochi e ogni mossa della difesa viene vista come un insulto alle vittime, i cui parenti invece possono dire e fare quello che vogliono e nessuno si azzardi a eccepire. Addio a ogni senso critico: i giornalisti avrebbero il dovere di far venire dei dubbi ai propri lettori, ma spesso si limitano a stuzzicarne i peggiori istinti.
Così, al netto di ogni ricostruzione più o meno dettagliata, di ogni dinamica più o meno ignorata, il punto focale è il movente. Per cosa si uccide? Da qui parte tutto: la gente vuole sapere perché. E allora bisogna ricostruire, evocare scenari, dipingere situazioni sociologiche e/o psicologiche spesso difficilissime per dare una polpetta al lettore.
Nel caso Varani la risposta alla domanda fondamentale sul senso della morte è un grande classico: festini, sesso, sostanze, omosessualità, alcol, usi e costumi di una generazione indecifrabile.
Un piatto troppo ghiotto per essere abbandonato, e la logica è costretta ad arrendersi a una narrazione incardinata sui binari dei rotocalchi televisivi del pomeriggio, dei complottismi dell’internet, delle ultime macerie della carta stampata. Tipo: ma se è vero che questa generazione – che a conti fatti è anche quella di chi scrive, per dire – è Sodoma e Gomorra, perché non c’è un morto ammazzato al giorno? Non fa niente: basta un omicidio a Roma per far scattare l’analisi onnicomprensiva, il giudizio netto, la chiacchiera da bar elevata a solenne discorso sull’umanità.
I concetti di devianza e marginalità sono i tratti infantili di un sistema che si ritiene perfetto. Quando succede qualcosa di moralmente deplorevole, qualcosa che superi di slancio gli standard sociali, prima ancora di capire come siano andate le cose si spiega il perché, anche se è sostanzialmente impossibile farlo.
La rassegna dei «perché» del caso Varani è tutta un dire. Abbiamo letto e sentito parlare, in ordine sparso, di: Quentin Tarantino, Bret Easton Ellis, Carlo Emilio Gadda, la lobby Lgbt, chemsex, «festini della morte», «cultura dello sballo», banalità del male, Eichmann, Pasolini, Salò, addirittura Abu Ghraib, Guantanamo e Giulio Regeni.
Un minestrone di cinema, letteratura, conoscenza molto relativa di nuovi fenomeni, nazismo, terrorismo e omicidi politici. Tutto dentro lo stesso calderone, perché quando il cadavere è ancora caldo bisogna picchiare più forte e costruire la storia. Il resto lo fanno gli attori protagonisti di questa farsa: nessuno è mai davvero pronto per affrontare il circo Barnum dei giornali e delle televisioni, e allora si sparano cazzate a nastro senza ritegno. E la cosa grave è che nessuno prova a spiegare che no, andare in televisione a farsi massacrare non è mai una buona idea. Tanto poi i giornalisti passeranno a occuparsi d’altro (è il nostro mestiere), mentre i parenti delle vittime e quelli dei carnefici rimangono lì, a implorare un’attenzione che all’inizio è sempre fortissima e poi in pochi giorni passa subito al livello di «rottura di palle». L’informazione a un certo punto si esaurisce, finiscono i fatti da raccontare, l’inchiesta trova uno sbocco, si va magari a processo e lì le cose sono sempre difficili (di cronaca giudiziaria, magari, parliamo un’altra volta). Resta l’intrattenimento, il contorno, l’intreccio da serie televisiva.
Tutti cercano un motivo per gli omicidi, anche se nell’unica sede in cui si parla (o si dovrebbe parlare) seriamente di questi fatti, cioè i tribunali, nessuno si azzarda mai a fare una cosa del genere. Si chiama «movente», un participio presente che vuole indicare «ciò che ha mosso l’assassino a fare quello che ha fatto», non spiegare i suoi comportamenti: sarebbe impossibile, e più della sociologia in questo caso dovrebbe aiutare la letteratura. L’unico che ci ha capito qualcosa, in questo senso, è Truman Capote, e anche lui ci ha messo qualche anno per scrivere «A sangue freddo».
Il padre di uno dei presunti assassini che in televisione continua a ripetere che, al di là di tutto, suo figlio non è gay è il sintomo più evidente di questa malattia mediatica. Invece di tacere (come sarebbe consigliabile) e invece di cercare una strategia difensiva decente (come sarebbe auspicabile), il primo pensiero è per cercare di togliere la macchia indelebile di avere «un figlio ricchione». Fa male ammettere che, alla lunga, avevano ragione gli Skiantos quando cantavano «meglio un figlio ladro che un figlio frocio». Loro scherzavano, ma bisognava prenderli sul serio.
Fonte
Spiegare il perché è complicato: una volta il giovane cronista, come prova del fuoco per capire se davvero fosse adatto al mestiere, veniva spedito a cercare «la testina del morto», cioè le foto, da vivo, del trapassato. Si trattava di andare dalle famiglie distrutte e trovare le parole per chiedere uno scatto con la promessa di restituirlo in breve tempo. Un modo per imparare, almeno, la delicatezza del mestiere. Certo, spiegavano i caporedattori, non bisogna mai fare l’errore di sentirsi coinvolti dalle storie che si raccontano, ma il dolore va sempre rispettato. Non è passato troppo tempo da quando si lavorava così: non era un mondo perfetto, non era un giornalismo perfetto e gli sciacalli sono sempre esistiti, però c’erano anche persone che vivevano la cronaca nera come un modo per tirare fuori la nobiltà dalla miseria.
Oggi – e non è il segno dei tempi, né una considerazione nostalgica o moralista: semplicemente funziona così – la testina del morto si trova su Facebook, sfruttando un limbo legale e deontologico nel quale nessuno ci capisce poi molto. Si può seguire un omicidio senza uscire mai dalla redazione. D’altra parte c’è sempre un mucchio di cose da fare al giornale: anche se il caso è importante nessuno chiuderà le altre pagine al posto tuo. E poi, come detto, il sangue viene considerato la benzina migliore per vendere qualche copia.
Per il resto, siamo tutti parti in causa nella fiera del dolore della cronaca nera. Criminologi che a un certo punto diventano preti ortodossi, ex divette improvvisamente esperte di Dna e scene del crimine, vocazione alla giustizia sommaria e populismo penale. Gli anni di galera sono sempre troppo pochi e ogni mossa della difesa viene vista come un insulto alle vittime, i cui parenti invece possono dire e fare quello che vogliono e nessuno si azzardi a eccepire. Addio a ogni senso critico: i giornalisti avrebbero il dovere di far venire dei dubbi ai propri lettori, ma spesso si limitano a stuzzicarne i peggiori istinti.
Così, al netto di ogni ricostruzione più o meno dettagliata, di ogni dinamica più o meno ignorata, il punto focale è il movente. Per cosa si uccide? Da qui parte tutto: la gente vuole sapere perché. E allora bisogna ricostruire, evocare scenari, dipingere situazioni sociologiche e/o psicologiche spesso difficilissime per dare una polpetta al lettore.
Nel caso Varani la risposta alla domanda fondamentale sul senso della morte è un grande classico: festini, sesso, sostanze, omosessualità, alcol, usi e costumi di una generazione indecifrabile.
Un piatto troppo ghiotto per essere abbandonato, e la logica è costretta ad arrendersi a una narrazione incardinata sui binari dei rotocalchi televisivi del pomeriggio, dei complottismi dell’internet, delle ultime macerie della carta stampata. Tipo: ma se è vero che questa generazione – che a conti fatti è anche quella di chi scrive, per dire – è Sodoma e Gomorra, perché non c’è un morto ammazzato al giorno? Non fa niente: basta un omicidio a Roma per far scattare l’analisi onnicomprensiva, il giudizio netto, la chiacchiera da bar elevata a solenne discorso sull’umanità.
I concetti di devianza e marginalità sono i tratti infantili di un sistema che si ritiene perfetto. Quando succede qualcosa di moralmente deplorevole, qualcosa che superi di slancio gli standard sociali, prima ancora di capire come siano andate le cose si spiega il perché, anche se è sostanzialmente impossibile farlo.
La rassegna dei «perché» del caso Varani è tutta un dire. Abbiamo letto e sentito parlare, in ordine sparso, di: Quentin Tarantino, Bret Easton Ellis, Carlo Emilio Gadda, la lobby Lgbt, chemsex, «festini della morte», «cultura dello sballo», banalità del male, Eichmann, Pasolini, Salò, addirittura Abu Ghraib, Guantanamo e Giulio Regeni.
Un minestrone di cinema, letteratura, conoscenza molto relativa di nuovi fenomeni, nazismo, terrorismo e omicidi politici. Tutto dentro lo stesso calderone, perché quando il cadavere è ancora caldo bisogna picchiare più forte e costruire la storia. Il resto lo fanno gli attori protagonisti di questa farsa: nessuno è mai davvero pronto per affrontare il circo Barnum dei giornali e delle televisioni, e allora si sparano cazzate a nastro senza ritegno. E la cosa grave è che nessuno prova a spiegare che no, andare in televisione a farsi massacrare non è mai una buona idea. Tanto poi i giornalisti passeranno a occuparsi d’altro (è il nostro mestiere), mentre i parenti delle vittime e quelli dei carnefici rimangono lì, a implorare un’attenzione che all’inizio è sempre fortissima e poi in pochi giorni passa subito al livello di «rottura di palle». L’informazione a un certo punto si esaurisce, finiscono i fatti da raccontare, l’inchiesta trova uno sbocco, si va magari a processo e lì le cose sono sempre difficili (di cronaca giudiziaria, magari, parliamo un’altra volta). Resta l’intrattenimento, il contorno, l’intreccio da serie televisiva.
Tutti cercano un motivo per gli omicidi, anche se nell’unica sede in cui si parla (o si dovrebbe parlare) seriamente di questi fatti, cioè i tribunali, nessuno si azzarda mai a fare una cosa del genere. Si chiama «movente», un participio presente che vuole indicare «ciò che ha mosso l’assassino a fare quello che ha fatto», non spiegare i suoi comportamenti: sarebbe impossibile, e più della sociologia in questo caso dovrebbe aiutare la letteratura. L’unico che ci ha capito qualcosa, in questo senso, è Truman Capote, e anche lui ci ha messo qualche anno per scrivere «A sangue freddo».
Il padre di uno dei presunti assassini che in televisione continua a ripetere che, al di là di tutto, suo figlio non è gay è il sintomo più evidente di questa malattia mediatica. Invece di tacere (come sarebbe consigliabile) e invece di cercare una strategia difensiva decente (come sarebbe auspicabile), il primo pensiero è per cercare di togliere la macchia indelebile di avere «un figlio ricchione». Fa male ammettere che, alla lunga, avevano ragione gli Skiantos quando cantavano «meglio un figlio ladro che un figlio frocio». Loro scherzavano, ma bisognava prenderli sul serio.
Fonte
09/09/2014
L’omicidio del cassiere “nero”. Due arresti a Roma. Uno è un fascista ex Nar
La polizia ha arrestato due persone ritenute fra i responsabili dell'omicidio di Silvio Fanella, il cassiere del finanziere neofascista Gennaro Mokbel.
Fanella venne ucciso a colpi d'arma da fuoco il 3 luglio scorso nella sua abitazione di Roma nel lussuoso quartiere della Camilluccia. Secondo la polizia i due potrebbero aver fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro di Fanella a seguito del quale “il cassiere” rimaneva ucciso.
Nell'occasione rimase ferito anche uno dei componenti del commando, il neofascista Giovanni Battista Ceniti attualmente in carcere. I due arrestati avrebbero fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro conclusosi con l'omicidio di Fanella. Un terzo componente, Giovanni Battista Ceniti, un fascista che ha militato in Casa Pound era rimasto ferito, è già in carcere. Tra i fermati sembra esserci anche un ex appartenente ai Nar, Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione di estrema destra, del quale al momento non è stato reso noto il nome. Il secondo complice è stato individuato a Novara.
Leggi anche:
Un morto pesante nelle relazioni tra neofascisti e criminalità organizzata
Fanella venne ucciso a colpi d'arma da fuoco il 3 luglio scorso nella sua abitazione di Roma nel lussuoso quartiere della Camilluccia. Secondo la polizia i due potrebbero aver fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro di Fanella a seguito del quale “il cassiere” rimaneva ucciso.
Nell'occasione rimase ferito anche uno dei componenti del commando, il neofascista Giovanni Battista Ceniti attualmente in carcere. I due arrestati avrebbero fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro conclusosi con l'omicidio di Fanella. Un terzo componente, Giovanni Battista Ceniti, un fascista che ha militato in Casa Pound era rimasto ferito, è già in carcere. Tra i fermati sembra esserci anche un ex appartenente ai Nar, Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione di estrema destra, del quale al momento non è stato reso noto il nome. Il secondo complice è stato individuato a Novara.
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26/08/2014
“L’assassino dell’Eur voleva andare a combattere con Israele a Gaza”
Sarà il caldo, sarà che d’estate mancano la maggior parte delle notizie di politica che d’inverno riempiono tg e giornali. Ma sembra proprio che in questi giorni ci sia stata un’impennata di femminicidi e di omicidi in ambito familiare.
Per lo più i media li trattano come mera cronaca, senza indagare veramente le cause di quelli che vengono descritti come improvvisi raptus e il contesto di una violenza contro le donne che sembra sempre più diffusa. Eppure ci sarebbe molto da indagare: da dove vengono le armi che certi personaggi hanno a portata di mano? Perché gente più volte denunciata per percosse, minacce e stalking gode della più completa libertà di continuare aggressioni sempre più violente nei confronti delle proprie mogli, fidanzate o ex senza che nessuno dei tanti corpi di Polizia intervenga? Perché in questo paese non esiste nessuna rete di prevenzione e assistenza di tipo psicologico che permetta di evitare che persone che, se correttamente seguite potrebbero gestite i propri problemi, si trasformino in efferati assassini?
Domande da un milione di euro a parte, uno degli episodi più efferati degli ultimi giorni ha attirato più di altri la nostra attenzione. Quello che ha avuto per protagonista Federico Leonelli, 35enne, che in una villa dell’Eur (quartiere ‘bene’ di Roma) ha ucciso e decapitato a colpi di mannaia la giovane colf ucraina Oksana Martseniuk. La polizia lo ha abbattuto a colpi di arma da fuoco, affermando che proprio non c’era altro modo per fermare la furia omicida del giovane vestito con pantaloni mimetici e mascherina sul viso. La Questura, con una nota, è intervenuta sulla vicenda precisando che gli agenti intervenuti sulla scena del delitto sono stati "costretti ad esplodere colpi d'arma da fuoco nei confronti del 35enne per difendersi dai fendenti a loro indirizzati". Delle versioni della polizia si dovrebbe sempre dubitare vista la completa mancanza di trasparenza da parte degli apparati di sicurezza e il moltiplicarsi dei casi di cosiddetta ‘malapolizia’. Di far luce su quanto è veramente accaduto all’Eur si incaricheranno, speriamo, la perizia balistica e le autopsie.
Anche sul movente non c’è molta chiarezza: un tentativo di stupro sfociato in omicidio, un raptus derivante dalla profonda depressione di cui si dice soffrisse Leonelli dopo la morte della fidanzata ormai due anni fa, oppure una fissazione per i giochi di guerra e i coltelli in particolare.
Fatto sta che dalle indagini coordinate dalla Procura di Roma è emerso ora che l’uomo appassionato per le lame – il che aveva anche originato discussioni con la colf poi vittima dell’omicidio – aveva una vera e propria ossessione per quanto sta accadendo a Gaza. Nessuna empatia per le vittime o sensibilità per i palestinesi aggrediti. Al contrario, una voglia irrefrenabile di ‘andare a combattere’ per e con Israele. Secondo quanto è emerso Leonelli aveva tentato più volte di ottenere il visto per andare a combattere contro i palestinesi insieme all'esercito israeliano. Richiesta frustrata però – pare – dalle autorità di Tel Aviv per ben due volte, il che avrebbe innescato la follia omicida del figlio di un alto ufficiale dell’esercito. Insieme forse al timore di essere mandato via da quella villa di Via Birmania che lo ospitava da due mesi dopo la scoperta del piccolo arsenale di coltelli che aveva acquistato, insieme ad abbigliamento di tipo militare, anche su un sito Internet israeliano. Racconta in alcune interviste pubblicate da quotidiani romani Giovanni Cialella, il proprietario della villa di Via Birmania: "Quando l’ho conosciuto era totalmente ateo, abbiamo parlato più volte di Dio ma diceva di non credere in niente, poi diceva di aver scoperto di essere di origini ebraiche, ha cominciato a studiare la storia, durante la notte sparava a tutto volume filmati sulla religione, parlavano alcuni rabbini, diceva di conoscerne uno anche a Roma, e si era convinto a voler andare in Israele per arruolarsi nell’esercito e combattere contro i palestinesi che lanciavano razzi contro Israele, aveva anche contattato il consolato".
Nessuna morale dalla vicenda e nessuna pretesa di generalizzare. Solo molta, molta inquietudine...
Fonte
07/10/2011
Sud, le illusioni fallite.
Maria Cinquepalmi (14 anni), Tina Ceci (37), Matilde D’Oronzo (32), Giovanna Sardaro (30), Antonella Zaza (36) erano delle fasoniste,
lavoravano in nero per le grandi firme dell’abbigliamento. Per 3,95
euro l’ora davano l’ultimo ritocco a maglie e golfini destinati alle
boutique di mezza Italia. Capi costosi che loro, “cinesi” dal dolce
accento pugliese, non avrebbero potuto mai acquistare con la miserabile
paga che percepivano.
Fasoniste senza tutela, assistenza, versamenti per la pensione. Il nuovo welfare, quello “moderno” auspicato dai Sacconi, dai Brunetta, per l’unico lavoro possibile al Sud, il lavoro nero invisibile ai controlli. “Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi economica, viola la legge ma assicura lavoro”. Lo ha detto il sindaco pd di Barletta, Nicola Maffei, come per giustificare i proprietari di quel minuscolo opificio, che nella tragedia hanno perso la figlia quattordicenne. Parole sbagliate, offensive per i morti, inappropriate, ma che nascondono la rassegnazione delle classi dirigenti meridionali. Non lo ammetteranno mai, ma sanno di aver fallito e non sanno cosa fare. Blaterano parole vuote, perché da decenni non hanno un’idea, un progetto. L’unico obiettivo che hanno è difendere se stessi, alimentare le loro clientele e foraggiare i loro sistemi di potere.
“Nelle aree meridionali il rischio è che la perdita di tessuto produttivo diventi permanente”, scrive lo Svimez nell’ultimo rapporto. Dalla Campania (la regione più povera d’Italia) alla Sicilia, il Sud si avvia a diventare una terra senza lavoro e senza speranze. La politica ancora non lo ha capito, le 583 mila persone (giovani soprattutto) che in dieci anni hanno fatto la valigia come l’antenato Rocco per andar via per sempre, sì. I distretti produttivi (del divano, della maglieria, dell’agro-alimentare), l’industrializzazione delle aree interne sono parole ormai vuote e false. Le macerie di Barletta ci parlano di questo.
Fonte.
Fasoniste senza tutela, assistenza, versamenti per la pensione. Il nuovo welfare, quello “moderno” auspicato dai Sacconi, dai Brunetta, per l’unico lavoro possibile al Sud, il lavoro nero invisibile ai controlli. “Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi economica, viola la legge ma assicura lavoro”. Lo ha detto il sindaco pd di Barletta, Nicola Maffei, come per giustificare i proprietari di quel minuscolo opificio, che nella tragedia hanno perso la figlia quattordicenne. Parole sbagliate, offensive per i morti, inappropriate, ma che nascondono la rassegnazione delle classi dirigenti meridionali. Non lo ammetteranno mai, ma sanno di aver fallito e non sanno cosa fare. Blaterano parole vuote, perché da decenni non hanno un’idea, un progetto. L’unico obiettivo che hanno è difendere se stessi, alimentare le loro clientele e foraggiare i loro sistemi di potere.
“Nelle aree meridionali il rischio è che la perdita di tessuto produttivo diventi permanente”, scrive lo Svimez nell’ultimo rapporto. Dalla Campania (la regione più povera d’Italia) alla Sicilia, il Sud si avvia a diventare una terra senza lavoro e senza speranze. La politica ancora non lo ha capito, le 583 mila persone (giovani soprattutto) che in dieci anni hanno fatto la valigia come l’antenato Rocco per andar via per sempre, sì. I distretti produttivi (del divano, della maglieria, dell’agro-alimentare), l’industrializzazione delle aree interne sono parole ormai vuote e false. Le macerie di Barletta ci parlano di questo.
Fonte.
04/10/2011
Cronaca nera.
E' stato il caso (una passeggiata con la mia dolce metà per le splendide vie del centro di Perugia) a riportarmi alla memoria il fatto di sangue che alcuni anni fa consegnò alla cronaca più morbosa il capoluogo umbro.
A qualche giorno di distanza da quelle incantevoli (per compagnia e luoghi) passeggiate, leggo che gli imputati Knox e Sollecito sono stati completamente scagionati in secondo grado dall'accusa di omicidio perché il fatto non sussiste.
Non ho intenzione di entrare nel merito dell'ennesimo omicidio che ha scandito la storia recente di questo Paese, tuttavia, mi domando come sia possibile assistere così frequentemente al rovesciamento totale di una sentenza nel corso dei gradi di giudizio che compongono il sistema penale italiano.
Senza arrivare alle invettive politiche contro la magistratura mi pare, comunque, chiaro che ci sia qualcosa che non va, e che la giustizia sia un concetto estremamente interpretativo e aperto a mille variabili che poco hanno a che fare con la ricerca del vero e la tutela del cittadino.
L'Italia è di merda anche per questo.
A qualche giorno di distanza da quelle incantevoli (per compagnia e luoghi) passeggiate, leggo che gli imputati Knox e Sollecito sono stati completamente scagionati in secondo grado dall'accusa di omicidio perché il fatto non sussiste.
Non ho intenzione di entrare nel merito dell'ennesimo omicidio che ha scandito la storia recente di questo Paese, tuttavia, mi domando come sia possibile assistere così frequentemente al rovesciamento totale di una sentenza nel corso dei gradi di giudizio che compongono il sistema penale italiano.
Senza arrivare alle invettive politiche contro la magistratura mi pare, comunque, chiaro che ci sia qualcosa che non va, e che la giustizia sia un concetto estremamente interpretativo e aperto a mille variabili che poco hanno a che fare con la ricerca del vero e la tutela del cittadino.
L'Italia è di merda anche per questo.
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