Nuovi arresti e perquisizioni in tutta Italia per l'omicidio di Silvio Fanella, meglio noto come il cassiere di Gennaro Mokbel, ucciso a luglio nella sua abitazione di Roma alla Camilluccia.
Solo due nomi di arrestati sono stati finora rivelati dagli investigatori, quello del fascista Emanuele Macchi di Cellere, ex membro dei Nar, già arrestato nel marzo 2012 - poi condannato a 12 anni, in primo grado, per un traffico internazionale di cocaina da Santo Domingo - e stranamente mandato rapidamente agli arresti domiciliari. Da cui era naturalmente subito evaso, venendo però poco dopo fermato dalla polizia francese in Provenza. Contropiano si era già occupato della vicenda più volte, come si può vedere ai link che seguono (1, 2, 3).
L'altro è Manlio Denaro, già coinvolto nelle indagini sulla truffa Fastweb Telecom Sparkle, ma meglio noto per essere stato legato per anni a Luca Signorelli e altri fascisti “militari” degli anni '60 e '70. Non proprio uno di primo pelo, insomma.
Gli arrestati di oggi sarebbero però quattro, tra cui una donna. Per l'omicidio di Fanella erano già stati arrestati, come esecutori materiali, Giovanni Battista Ceniti, di Casapound, rimasto ferito durante il delitto, Egidio Giuliani e Giuseppe Larosa, rintracciati a Roma e a Novara lo scorso 7 settembre. E proprio Novara sembra essere uno dei centri principali dell'indagine. È stata infatti perquisita la sede della cooperativa sociale Multidea, fondata tra gli altri da Egidio Giuliani, nata per fornire un lavoro ai detenuti del carcere locale, in modo che potessero accedere ai benefici di legge. Larosa è invece uno dei “soci”.
Ma l'operazione riguarda anche numerosi altri territori, come il litorale romano di Ostia, il Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige. Gli indagati sarebbero tutti personaggi della destra fascista “pesante”, ed anche malavitosi con cui avrebbero fatto “affari”.
La cosa da sottolineare è che l'operazione è guidata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, non dagli organismi che istituzionalmente seguono l'eversione fascista (Digos, la sezione specifica dell'Aise, ecc). Come se la frenetica attività dei vari Carminati, Brugia, Giuliani, Macchi di Cellere e compagnia cantando non fossero mai state ritenute degne di attenzione. Una “stranezza” che ci conferma in pieno i dubbi sollevati in occasione dell'ultima relazione semestrale dei servizi segreti al Parlamento. In particolare, ci risultava davvero curioso che l'estensore della relazione considerasse inutile monitorare le attività dei fascisti, dedicando loro solo una mezza paginetta secondo cui sarebbero stati “impegnati nel sociale e nell'attività sulla rete per allargare la base della loro militanza”. Come “allargamento”, tra Mafia Capitale e omicidi per contendersi diamanti o appalti, non c'è male...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/12/2014
06/12/2014
Roma e malaffare. Punti verdi, cuori neri, conti che non tornano
“Ahò, hai saputo che con i Punti Verdi prendi i soldi e scappi?” La frase non è l’ennesima estrapolazione di una intercettazione dell’inchiesta della procura di Roma sul “Mondo di mezzo”, ma – secondo quanto riferisce il Corriere della Sera di due anni fa – il passaparola che circolava tra faccendieri e imprenditori romani nell’epoca della giunta Alemanno. A confermare che quello era l’andazzo, c’è la telefonata intercettata tra il faccendiere fascista Gennaro Mokbel e il boss della malavita del litorale Fasciani. Il primo prospetta al secondo che con i Punti Verdi Qualità si possono fare un sacco di soldi. Ma poi c’è la caduta di Alemanno da sindaco e l’affare perde pezzi e colpi, anche sotto il peso di ben quattro inchieste della magistratura che sarebbe bene, a questo punto, che venissero incrociate con l’inchiesta sul Mondo di mezzo.
L’idea dei Punti Verde Qualità nasce però con la giunta Rutelli e si consolida con quella di Veltroni, dentro quel cosiddetto e maledetto "Modello Roma" che ha dannato l'anima a tutta la sinistra romana, inclusa quella radicale. Il progetto è di creare spazi sportivi e ludici anche nelle periferie, su suoli pubblici, con concessione di 33 anni ai privati che li realizzano, con garanzia del Comune sui mutui alle banche. In cambio, oltre alle attività private a pagamento (piscine, campi sportivi etc.) i privati si impegnano a realizzare giardinetti, spazi per i giochi attrezzati, panchine per i cittadini. Sulla carta è un compromesso tra interessi pubblici e privati che dovrebbe favorire entrambi, in realtà la sproporzione tra i benefici per i primi e i secondi balza subito agli occhi.
Di questo esperimento di “collaborazione” tra pubblico-privato, dei 76 progetti varati in questi diciotto anni, solo sedici sono stati portati a termine su 423 ettari di verde attrezzato a disposizione del pubblico. Secondo alcune fonti nove cantieri restano aperti, venti progetti sono rimasti un disegno urbanistico (spesso già finanziato), ventuno sono da delocalizzare, dieci sono stati abbandonati. Negli ultimi cinque anni sui singoli “Punti verdi” ci sono stati finanziamenti bancari garantiti dal Comune di Roma per 265,6 milioni di euro, un importo che si è rivelato di gran lunga superiore alle effettive necessità (è utile ricordare che il Comune è garante del 90% degli importi finanziati sotto forma di prestito). Altri 360 milioni erano stati garantiti dalle giunte di centrosinistra (Rutelli e Veltroni), ma il Comune di Roma ha scoperto più recentemente che il buco nei conti si era allargato a 625,6 milioni. La tesoreria del Campidoglio, è dovuta intervenire di corsa per coprire 11,5 milioni di rate di mutui bancari non versate dai privati, ma un dossier interno ha segnalato scoperti da parte degli imprenditori-assegnatari pari ad 80 milioni. La nuova giunta comunale di Marino ha allestito una sorta di commissione speciale proprio per cercare di capire qual è la situazione in questo verminaio.
Sul piano giudiziario le inchieste della magistratura sui “Punti verdi” hanno prodotto finora quattro arresti nel marzo 2012. In carcere finirono gli imprenditori e soci Massimo Dolce e Marco Bernardini (ex ufficiale della Guardia di Finanza), il funzionario comunale Stefano Volpe e la sua compagna, anche lei al Dipartimento Ambiente, Anna Maria Parisi. Il processo si è svolto a maggio di quest’anno. Ci sono poi stati quattordici indagati per corruzione, truffa aggravata, falso ideologico e falsa fatturazione. Dieci sono stati rinviati a giudizio di recente: cinque imprenditori della mala-destra e cinque tra funzionari comunali e architetti pubblici. Gli strumenti di corruzione secondo i pm erano auto di lusso, gommoni alla fonda all’Argentario, smartphone o televisori consegnati direttamente a casa.
La Guardia di Finanza ha poi perquisito quattordici aziende romane, dalle quali risultano certificazioni di finti lavori per consentire agli assegnatari di aree pubbliche di prendere finanziamenti comunali, girati poi su conti privati. Diversi filoni giudiziari, ancora, stanno per produrre nuovi risultati. Due richieste di rinvio a giudizio sono arrivate anche per otto Punti verdi infanzia. Un’altra inchiesta della procura di Roma sui Punti Verdi ha messo gli occhi su quattro aree: Tor Sapienza, Spinaceto, Parco Feronia e Parco Kolbe.
Il “bubbone” dei Punti Verdi è esploso nel periodo della Giunta Alemanno. Nell’ottobre 2010 il consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi presentò una esposto in cui denunciava che dodici “Punti verdi” erano riconducibili a parenti e amici d’area politica di Antonio Lucarelli, già leader romano di Forza Nuova, e poi capo segreteria della giunta Alemanno.
Durante la giunta Rutelli, nel 1995 Lucarelli, imprenditore e contemporaneamente consigliere municipale della destra dava vita, con i cugini Emiliano e Giampaolo, alla Mondo Verde sas e nel dicembre 1996 – quando la giunta Rutelli approvò definitivamente la delibera 4480 sui “Punti verdi” – la società di famiglia ottenne due terreni: uno alla la Torraccia, l’altro su via Nomentana all’altezza di San Basilio. Ma alla fine degli anni Novanta, Antonio Lucarelli lascia la Mondo Verde, i suoi cugini-soci faranno altrettanto tra il ’99 e il 2000.
E qui viene il bello, anzi il brutto e il cattivo. Perché l’ amministratore della società diventa Silvio Fanella, il cassiere di Gennaro Mokbel, ucciso a revolverate questa estate nella sua casa della Camilluccia da un commando di fascisti-killer tra cui il notissimo Egidio Giuliani. Mentre nella primavera del 2006 la società Mondo Verde, che nel frattempo aveva acquisito altre due aree (Ponte di Nona e il Parco di Villa Veschi), cambia nuovamente di mano e diventa proprietà di Fabrizio Moro, un ingegnere amico di Lucarelli. Il direttore dei lavori in tre delle aree gestite da Moro – la Torraccia, Nomentano-San Basilio e Ponte di Nona – è risultato essere Giancarlo Scarozza, il cognato di Gennaro Mokbel.
Ma anche sull’area destinata a Punti Verdi Qualità di Parco Kolbe spunta un altro nome della galassia nera. In questo caso la Procura ha indagato Andrea Munno, titolare della società Edil House ’80 srl, anche lui un passato nei gruppi neofascisti e con una solida amicizia con l’ex sindaco Alemanno. Nella contabilità della Edil House ’80 srl, sono state rinvenute diverse fatture gonfiate.
Il ricorrere di alcuni personaggi, le connessioni, l’ambiente, rendono interessante, per chi volesse indagare a fondo sul malaffare nella Capitale, dare un’occhiata anche a questo “ramo d’azienda” del Mondo di mezzo.
Sulla questione dei Punti Verdi Qualità vedi anche:
Roma. Il macigno dei Punti Verdi Qualità sul Comune
Roma. Esplode lo scandalo dei Punti Verdi
Fonte
L’idea dei Punti Verde Qualità nasce però con la giunta Rutelli e si consolida con quella di Veltroni, dentro quel cosiddetto e maledetto "Modello Roma" che ha dannato l'anima a tutta la sinistra romana, inclusa quella radicale. Il progetto è di creare spazi sportivi e ludici anche nelle periferie, su suoli pubblici, con concessione di 33 anni ai privati che li realizzano, con garanzia del Comune sui mutui alle banche. In cambio, oltre alle attività private a pagamento (piscine, campi sportivi etc.) i privati si impegnano a realizzare giardinetti, spazi per i giochi attrezzati, panchine per i cittadini. Sulla carta è un compromesso tra interessi pubblici e privati che dovrebbe favorire entrambi, in realtà la sproporzione tra i benefici per i primi e i secondi balza subito agli occhi.
Di questo esperimento di “collaborazione” tra pubblico-privato, dei 76 progetti varati in questi diciotto anni, solo sedici sono stati portati a termine su 423 ettari di verde attrezzato a disposizione del pubblico. Secondo alcune fonti nove cantieri restano aperti, venti progetti sono rimasti un disegno urbanistico (spesso già finanziato), ventuno sono da delocalizzare, dieci sono stati abbandonati. Negli ultimi cinque anni sui singoli “Punti verdi” ci sono stati finanziamenti bancari garantiti dal Comune di Roma per 265,6 milioni di euro, un importo che si è rivelato di gran lunga superiore alle effettive necessità (è utile ricordare che il Comune è garante del 90% degli importi finanziati sotto forma di prestito). Altri 360 milioni erano stati garantiti dalle giunte di centrosinistra (Rutelli e Veltroni), ma il Comune di Roma ha scoperto più recentemente che il buco nei conti si era allargato a 625,6 milioni. La tesoreria del Campidoglio, è dovuta intervenire di corsa per coprire 11,5 milioni di rate di mutui bancari non versate dai privati, ma un dossier interno ha segnalato scoperti da parte degli imprenditori-assegnatari pari ad 80 milioni. La nuova giunta comunale di Marino ha allestito una sorta di commissione speciale proprio per cercare di capire qual è la situazione in questo verminaio.
Sul piano giudiziario le inchieste della magistratura sui “Punti verdi” hanno prodotto finora quattro arresti nel marzo 2012. In carcere finirono gli imprenditori e soci Massimo Dolce e Marco Bernardini (ex ufficiale della Guardia di Finanza), il funzionario comunale Stefano Volpe e la sua compagna, anche lei al Dipartimento Ambiente, Anna Maria Parisi. Il processo si è svolto a maggio di quest’anno. Ci sono poi stati quattordici indagati per corruzione, truffa aggravata, falso ideologico e falsa fatturazione. Dieci sono stati rinviati a giudizio di recente: cinque imprenditori della mala-destra e cinque tra funzionari comunali e architetti pubblici. Gli strumenti di corruzione secondo i pm erano auto di lusso, gommoni alla fonda all’Argentario, smartphone o televisori consegnati direttamente a casa.
La Guardia di Finanza ha poi perquisito quattordici aziende romane, dalle quali risultano certificazioni di finti lavori per consentire agli assegnatari di aree pubbliche di prendere finanziamenti comunali, girati poi su conti privati. Diversi filoni giudiziari, ancora, stanno per produrre nuovi risultati. Due richieste di rinvio a giudizio sono arrivate anche per otto Punti verdi infanzia. Un’altra inchiesta della procura di Roma sui Punti Verdi ha messo gli occhi su quattro aree: Tor Sapienza, Spinaceto, Parco Feronia e Parco Kolbe.
Il “bubbone” dei Punti Verdi è esploso nel periodo della Giunta Alemanno. Nell’ottobre 2010 il consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi presentò una esposto in cui denunciava che dodici “Punti verdi” erano riconducibili a parenti e amici d’area politica di Antonio Lucarelli, già leader romano di Forza Nuova, e poi capo segreteria della giunta Alemanno.
Durante la giunta Rutelli, nel 1995 Lucarelli, imprenditore e contemporaneamente consigliere municipale della destra dava vita, con i cugini Emiliano e Giampaolo, alla Mondo Verde sas e nel dicembre 1996 – quando la giunta Rutelli approvò definitivamente la delibera 4480 sui “Punti verdi” – la società di famiglia ottenne due terreni: uno alla la Torraccia, l’altro su via Nomentana all’altezza di San Basilio. Ma alla fine degli anni Novanta, Antonio Lucarelli lascia la Mondo Verde, i suoi cugini-soci faranno altrettanto tra il ’99 e il 2000.
E qui viene il bello, anzi il brutto e il cattivo. Perché l’ amministratore della società diventa Silvio Fanella, il cassiere di Gennaro Mokbel, ucciso a revolverate questa estate nella sua casa della Camilluccia da un commando di fascisti-killer tra cui il notissimo Egidio Giuliani. Mentre nella primavera del 2006 la società Mondo Verde, che nel frattempo aveva acquisito altre due aree (Ponte di Nona e il Parco di Villa Veschi), cambia nuovamente di mano e diventa proprietà di Fabrizio Moro, un ingegnere amico di Lucarelli. Il direttore dei lavori in tre delle aree gestite da Moro – la Torraccia, Nomentano-San Basilio e Ponte di Nona – è risultato essere Giancarlo Scarozza, il cognato di Gennaro Mokbel.
Ma anche sull’area destinata a Punti Verdi Qualità di Parco Kolbe spunta un altro nome della galassia nera. In questo caso la Procura ha indagato Andrea Munno, titolare della società Edil House ’80 srl, anche lui un passato nei gruppi neofascisti e con una solida amicizia con l’ex sindaco Alemanno. Nella contabilità della Edil House ’80 srl, sono state rinvenute diverse fatture gonfiate.
Il ricorrere di alcuni personaggi, le connessioni, l’ambiente, rendono interessante, per chi volesse indagare a fondo sul malaffare nella Capitale, dare un’occhiata anche a questo “ramo d’azienda” del Mondo di mezzo.
Sulla questione dei Punti Verdi Qualità vedi anche:
Roma. Il macigno dei Punti Verdi Qualità sul Comune
Roma. Esplode lo scandalo dei Punti Verdi
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09/09/2014
Un fascista “pesante” tra gli arrestati per l’omicidio Fanella
E’ stato confermato che tra i due arrestati per l’omicidio di Silvio Fanella, il cassiere della banda Mokbel, c’è Egidio Giuliani. Egidio Giuliani è una vecchia conoscenza del neofascismo italiano. Era tra i fascisti più “cattivi” della sede di via Noto nel quartiere Alberone di Roma. Innumerevoli gli scontri con i militanti della sinistra nelle strade della zona. Ma Giuliani diventa ben presto qualcosa di più di uno squadrista da strada. E’ uno dei soggetti più attivi delle operazioni “false flag” organizzate dai gruppi armati neofascisti. Presentandosi come “terza forza”, proponevano alleanze ai gruppi della sinistra rivoluzionaria, soprattutto a quelli con qualche velleità sul piano armato, infiltrandosi in essi per le immancabili ragioni di acquisizione di informazioni da passare ai soliti servizi segreti e di provocazione. Verso la fine degli anni '70, Egidio Giuliani era un militante del Movimento Rivoluzionario Popolare insieme a Sergio Calore (ammazzato quattro anni fa) e Marcello Iannilli. Finito in carcere associazione sovversiva, banda armata e possesso di armi, Egidio Giuliani, nel maggio del 1982, nel cortile dell’aria del carcere di Novara sfregierà il fascista storico Franco Freda, con un gesto che nel linguaggio della malavita qualificherà Franco Freda come un infame.
Ma perché era finito in carcere Egidio Giuliani? Scrive “Fascinazione” il ben informato blog sulla fascisteria italiana: “Nello sbandamento generale, tra arresti subiti e stragi mancate, si arriva alla fusione tra la rete militare superstite e la banda che fa capo alla personalità carismatica di Egidio Giuliani. Una realtà organizzativa complessa, autonoma ma al tempo stesso organica al discorso strategico di Cla. Questi è un militante di vecchia data, cresciuto nel circolo Nuova Europa di via Noto, un baluardo dell’attivismo missino a Roma sud, la prima realtà ad adottare il simbolo della croce celtica. Le amicizie di Giuliani sono variegate: spaziano dai vecchi integralisti di Europa civiltà impicciati con la massoneria e i servizi segreti (affitterà dei locali dal vecchio parlamentare della destra dc Agostino Greggi) ai fuoriusciti delle Brigate rosse, che in quei mesi stanno costruendo il Movimento comunista rivoluzionario. Dà vita a un’agenzia di servizi, specializzata nella logistica della clandestinità: chiunque ha bisogno di documenti falsi, targhe “pezzottate”, pezzi di ricambio per le armi sa di potersi affidare con sicurezza a Giuliani, che ci tiene a promuovere un proprio nucleo operativo e iniziative comuni con diverse “batterie” e gruppi di fuoco.”
Nel maggio del 1991 Giuliani viene nuovamente arrestato per possesso di pistola rapinata il 20 febbraio ad un agente della polizia di Stato. Era stato rimesso in libertà a Spoleto nei primi di gennaio del 1991 per indulto e decorrenza dei termini nei precedenti processi ed aveva fatto perdere le sue tracce.
Il neofascista pentito Sergio Calore, ucciso nell’ottobre del 2010, con un piccone, in un casolare nelle campagne di Guidonia, vicino a Roma, così racconta ai magistrati di Bologna: “il 14/2/1985: "Venni arrestato nel maggio del 1979 su ordine di cattura della Procura della Repubblica di Rieti che mi accusava di ricostituzione del disciolto partito fascista. Nel luglio di quell'anno, nel carcere di Rebibbia, conobbi Valerio FIORAVANTI, arrestato per porto di pistola al valico di Ponte Chiasso. Stringemmo subito amicizia. In quello stesso periodo erano detenuti con me a Rebibbia Paolo SIGNORELLI, Claudio MUTTI e Renato ALLODI. Venni prosciolto in istruttoria e scarcerato il 13 novembre 1979. Ripresi immediatamente i contatti con esponenti del gruppo di `Costruiamo l'Azione', che si era praticamente dissolto come struttura durante la mia detenzione. In particolare rivedo Bruno MARIANI e con lui mi reco in un cascinale sulla via Prenestina dove erano custodite le armi del nostro gruppo; mescolate con esse vi erano le armi del gruppo GIULIANI-COLANTONI... Vi erano non meno di cento pistole, una quindicina di mitra, bombe a mano SRCM ed ananas, lanciarazzi americani M72 ed esplosivo vario. Vi era questa comunione di armi tra il nostro gruppo e quello di Egidio GIULIANI poiché tra i due gruppi si erano stretti rapporti durante la mia detenzione; in particolare, tra Bruno MARIANI ed Egidio GIULIANI”.
Gli stessi magistrati scrivono “Il momento certamente più significativo dell'avvenuta unificazione operativa fra i resti di Costruiamo l'Azione e la centrale figura di Egidio GIULIANI è dato dal rapporto strettissimo fra quest'ultimo e Gilberto CAVALLINI. Tale rapporto perdurerà e si rinsalderà nel tempo. Ai fini che qui rilevano, giova però osservare come esso fosse già in atto nell'autunno del 1979".
Il coinvolgimento e l’arresto di Egidio Giuliani per l’uccisione di Silvio Fanella, il cassiere della Banda Mokbel, è un indicatore d’allarme rilevante. Continuare a indagare sulla banda Mokbel solo come un gruppo di allegri truffatori sulle fatture false significa impedire di vedere la foresta invece dell’albero. Le piste nere sulle connessioni con la criminalità organizzata e il permanere in servizio della “rete degli uomini neri”, sono ormai davanti agli occhi di tutti, o almeno di quelli che hanno la voglia e la coerenza di guardarci dentro.
Fonte
Ma perché era finito in carcere Egidio Giuliani? Scrive “Fascinazione” il ben informato blog sulla fascisteria italiana: “Nello sbandamento generale, tra arresti subiti e stragi mancate, si arriva alla fusione tra la rete militare superstite e la banda che fa capo alla personalità carismatica di Egidio Giuliani. Una realtà organizzativa complessa, autonoma ma al tempo stesso organica al discorso strategico di Cla. Questi è un militante di vecchia data, cresciuto nel circolo Nuova Europa di via Noto, un baluardo dell’attivismo missino a Roma sud, la prima realtà ad adottare il simbolo della croce celtica. Le amicizie di Giuliani sono variegate: spaziano dai vecchi integralisti di Europa civiltà impicciati con la massoneria e i servizi segreti (affitterà dei locali dal vecchio parlamentare della destra dc Agostino Greggi) ai fuoriusciti delle Brigate rosse, che in quei mesi stanno costruendo il Movimento comunista rivoluzionario. Dà vita a un’agenzia di servizi, specializzata nella logistica della clandestinità: chiunque ha bisogno di documenti falsi, targhe “pezzottate”, pezzi di ricambio per le armi sa di potersi affidare con sicurezza a Giuliani, che ci tiene a promuovere un proprio nucleo operativo e iniziative comuni con diverse “batterie” e gruppi di fuoco.”
Nel maggio del 1991 Giuliani viene nuovamente arrestato per possesso di pistola rapinata il 20 febbraio ad un agente della polizia di Stato. Era stato rimesso in libertà a Spoleto nei primi di gennaio del 1991 per indulto e decorrenza dei termini nei precedenti processi ed aveva fatto perdere le sue tracce.
Il neofascista pentito Sergio Calore, ucciso nell’ottobre del 2010, con un piccone, in un casolare nelle campagne di Guidonia, vicino a Roma, così racconta ai magistrati di Bologna: “il 14/2/1985: "Venni arrestato nel maggio del 1979 su ordine di cattura della Procura della Repubblica di Rieti che mi accusava di ricostituzione del disciolto partito fascista. Nel luglio di quell'anno, nel carcere di Rebibbia, conobbi Valerio FIORAVANTI, arrestato per porto di pistola al valico di Ponte Chiasso. Stringemmo subito amicizia. In quello stesso periodo erano detenuti con me a Rebibbia Paolo SIGNORELLI, Claudio MUTTI e Renato ALLODI. Venni prosciolto in istruttoria e scarcerato il 13 novembre 1979. Ripresi immediatamente i contatti con esponenti del gruppo di `Costruiamo l'Azione', che si era praticamente dissolto come struttura durante la mia detenzione. In particolare rivedo Bruno MARIANI e con lui mi reco in un cascinale sulla via Prenestina dove erano custodite le armi del nostro gruppo; mescolate con esse vi erano le armi del gruppo GIULIANI-COLANTONI... Vi erano non meno di cento pistole, una quindicina di mitra, bombe a mano SRCM ed ananas, lanciarazzi americani M72 ed esplosivo vario. Vi era questa comunione di armi tra il nostro gruppo e quello di Egidio GIULIANI poiché tra i due gruppi si erano stretti rapporti durante la mia detenzione; in particolare, tra Bruno MARIANI ed Egidio GIULIANI”.
Gli stessi magistrati scrivono “Il momento certamente più significativo dell'avvenuta unificazione operativa fra i resti di Costruiamo l'Azione e la centrale figura di Egidio GIULIANI è dato dal rapporto strettissimo fra quest'ultimo e Gilberto CAVALLINI. Tale rapporto perdurerà e si rinsalderà nel tempo. Ai fini che qui rilevano, giova però osservare come esso fosse già in atto nell'autunno del 1979".
Il coinvolgimento e l’arresto di Egidio Giuliani per l’uccisione di Silvio Fanella, il cassiere della Banda Mokbel, è un indicatore d’allarme rilevante. Continuare a indagare sulla banda Mokbel solo come un gruppo di allegri truffatori sulle fatture false significa impedire di vedere la foresta invece dell’albero. Le piste nere sulle connessioni con la criminalità organizzata e il permanere in servizio della “rete degli uomini neri”, sono ormai davanti agli occhi di tutti, o almeno di quelli che hanno la voglia e la coerenza di guardarci dentro.
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L’omicidio del cassiere “nero”. Due arresti a Roma. Uno è un fascista ex Nar
La polizia ha arrestato due persone ritenute fra i responsabili dell'omicidio di Silvio Fanella, il cassiere del finanziere neofascista Gennaro Mokbel.
Fanella venne ucciso a colpi d'arma da fuoco il 3 luglio scorso nella sua abitazione di Roma nel lussuoso quartiere della Camilluccia. Secondo la polizia i due potrebbero aver fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro di Fanella a seguito del quale “il cassiere” rimaneva ucciso.
Nell'occasione rimase ferito anche uno dei componenti del commando, il neofascista Giovanni Battista Ceniti attualmente in carcere. I due arrestati avrebbero fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro conclusosi con l'omicidio di Fanella. Un terzo componente, Giovanni Battista Ceniti, un fascista che ha militato in Casa Pound era rimasto ferito, è già in carcere. Tra i fermati sembra esserci anche un ex appartenente ai Nar, Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione di estrema destra, del quale al momento non è stato reso noto il nome. Il secondo complice è stato individuato a Novara.
Leggi anche:
Un morto pesante nelle relazioni tra neofascisti e criminalità organizzata
Fanella venne ucciso a colpi d'arma da fuoco il 3 luglio scorso nella sua abitazione di Roma nel lussuoso quartiere della Camilluccia. Secondo la polizia i due potrebbero aver fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro di Fanella a seguito del quale “il cassiere” rimaneva ucciso.
Nell'occasione rimase ferito anche uno dei componenti del commando, il neofascista Giovanni Battista Ceniti attualmente in carcere. I due arrestati avrebbero fatto parte del commando che ha eseguito il tentativo di sequestro conclusosi con l'omicidio di Fanella. Un terzo componente, Giovanni Battista Ceniti, un fascista che ha militato in Casa Pound era rimasto ferito, è già in carcere. Tra i fermati sembra esserci anche un ex appartenente ai Nar, Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione di estrema destra, del quale al momento non è stato reso noto il nome. Il secondo complice è stato individuato a Novara.
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04/07/2014
Diamanti e piste nere a Roma
La perquisizione ordinata dal pm Paolo Ielo, in un appartamento a Pofi, un piccolo centro in provincia di Frosinone, ha portato alla scoperto del “tesoro” di Silvio Fanella, il broker ucciso ieri mattina a Roma in un agguato dentro la sua abitazione dove era agli arresti domiciliari.
Gli inquirenti hanno trovato, nascosti in un sottotetto dell'abitazione, 34 bustine contenenti diamanti, 284 mila dollari in contanti e 118mila euro. Nel corso della perquisizione sono stati trovati inoltre 5 orologi preziosi tra cui un Rolex con diamanti incastonati. Come noto i diamanti sono un tassello centrale nei traffici e nel riciclaggio di denaro che hanno visto condannare pesantemente la cricca nera di Gennaro Mokbel e Silvio Fanella (anche se entrambi erano agli arresti domiciliari invece che in carcere).
Restano invece ancora inevase molte risposte alle domande sul commando dei killer che hanno ucciso Fanella. L'unico arrestato, rimasto ferito nella sparatoria, al momento risulta essere Giovanni Ceniti, fino al 2012 militante dell'organizzazione neofascista Casa Pound. Quest'ultima, come nel caso di Casseri a Firenze, si è affrettata a negare ogni relazione e ad affermare che era stato espulso tre anni fa.
Eppure, soprattutto nella Capitale (ma potremmo indicare fatti incontestabili anche a Milano, nel Nordest e in Emilia) appare sempre più difficile negare le connessioni tra neofascisti e le filiere della criminalità organizzata.
Piste nere e criminalità organizzata
Qui di seguito una sintetica ricostruzione fattuale di quanto avvenuto solo nella Capitale negli ultimi anni.
Tra il gruppo di malavitosi che nell'autunno del 2012 a Roma stavano per mettere a segno una rapina a mano armata in una sala Bingo in via Baldo degli Ubaldi, è spuntato un nome già conosciuto quello di Massimiliano Taddeini, fascista, ex militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar) e Terza Posizione, soprannominato l'Ala.
I tre sono stati fermati in quanto poco prima dell'irruzione erano stati notati da una pattuglia dei carabinieri della compagnia San Pietro perché erano passati col rosso a un semaforo. I carabinieri li hanno seguiti fino al Bingo e poi li hanno fermati e perquisiti, trovando le pistole cariche. Ora dovranno rispondere di porto abusivo d'armi e ricettazione. Uno dei mezzi sui quali viaggiavano è risultato rubato.
Taddeini, è un noto neofascista che risultava legato a Ciavardini e Fioravanti, aveva militato nei Nar e poi in Terza Posizione. Taddeini era anche molto legato a Nanni De Angelis, il militante dei Nar "morto" in carcere dopo essere fermato dalla polizia, “con cui condivideva tutto. Su questo asse si reggeva sia la squadra di rugby che l’organizzazione di Terza Posizione”.
Taddeini fu accusato e condannato a sei anni di reclusione per associazione sovversiva e banda armata. Scontata la pena è tornato però in carcere nel 1993 quando, dopo una soffiata, i carabinieri trovarono nel suo appartamento sulla via Braccianense un latitante, Antonio Fiorentino, all'epoca ricercato per rapina, porto e detenzione abusiva d'armi.
Il 20 marzo del 2012 tra i quattro rapinatori arrestati per il colpo all’Unicredit di piazza di Spagna avvenuto il 19 dicembre 2011, c'è ancora una volta un ex militante dei Nar: Claudio Ragno. Ragno era entrato nella filiale Unicredit del centro storico con una casacca della polizia municipale. I metal detector della banca erano disattivati e così i rapinatori erano riusciti a portare all'interno una pistola. Claudio Ragno, romano (di zona nord) venne arrestato insieme a Luigi Aronica, Marco Di Vittorio e altri militanti dei Nar nell'ottobre del 1980. Scarcerato, viene più volte arrestato per rapina: nel 1988, per un colpo in banca a viale Mazzini, insieme a un altro militante dei Nar e ad uno degli arrestati per quest’ultimo colpo in banca, Silvano Panciotti. Nel 1994, Ragno viene arrestato insieme ad un altro fascista Massimino Rampelli. Al momento della cattura, i due vennero trovati in possesso di coltelli e materiale per mascherarsi. Rampelli, che e' privo del braccio sinistro, indossava un giubbotto con un arto artificiale. I due dovranno rispondere di tentata rapina aggravata, porto abusivo di armi e ricettazione. Obiettivo era la banca Popolare di Rieti.
Le frequentazioni di Casa Pound
A conferma delle connessioni tra gruppi neofascisti e ambienti della criminalità organizzata, due esponenti di Casa Pound, il vice-presidente Andrea Antonini e Pietro Casasanta sono stati rinviati a giudizio per aver aiutato nel luglio 2008 tale Mario Santafede, uno dei cento latitanti più ricercati d'Italia, legato alla camorra, latitante dal 2004 e con una condanna a 12 anni per traffico internazionale di stupefacenti.
Santafede si era presentato agli sportelli del ventesimo Municipio di Roma per avere una carta d'identità presentando come garanti proprio Antonini e Casasanta. Di quel municipio, Antonini era consigliere per Casa Pound. "Siamo parte lesa e vittime di un raggiro”, si è difeso Antonini, che ha diffidato i giornalisti «dall'accostare in modo improprio» il suo nome e quello di Casapound alla vicenda. All'epoca, parliamo di due anni fa, il vicepresidente di Casa Pound aveva dichiarato: “Chiunque abbia a cuore un minimo di verità e giustizia non può non ritenere indegno di un paese civile vedermi dipinto sui giornali come una sorta di Bernardo Provenzano prima ancora che sia stato non dico deciso ma nemmeno richiesto il mio rinvio a giudizio’’. Ma adesso il rinvio a giudizio è arrivato e lo stesso Antonini nel 2011 era stato gambizzato da due uomini su una moto.
Il narcotrafficante Mario Santafede risultava avere da anni contatti con l'estrema destra romana e alla fine degli anni '70 fu condannato a otto anni per droga nel processo contro la Banda della Magliana insieme ad ex esponenti dei Nar come Cristiano Fioravanti, Massimo Carminati o Maurizio Lattarulo, salito agli onori della cronaca per la sua "consulenza" con il Campidoglio.
Il “Water crime front” di Ostia
Tra gli arrestati nell'operazione “Los Moros (2009) con cui la polizia aveva colpito il clan di Carmine Fasciani (il boss del litorale romano) figuravano Silvia Bartoli, la moglie del boss di Ostia, ma anche un certo Alberto Piccari. Quest'ultimo è noto come esponente neofascista dei Nar.
Piccari viene ritenuto un “membro importante” nel gruppo originario dei Nar, alla pari di Gilberto Cavallini, Luigi Ciavardini, Massimo Carminati, Franco Anselmi, Walter Sordi ed altri. Piccari venne arrestato il 23 ottobre del 2001 e accusato di porto e detenzione illegale di armi. Le armi erano in ottimo stato di efficienza. Quando nel dicembre del 2009, i carabinieri lo fermano nel quadro dell'indagine “Los Moros”, si trovano di fronte ad una vecchia conoscenza ma più nell'ambito dei gruppi neofascisti che in quelli della criminalità. Ma le connessioni tra fascisti e criminalità sul litorale romano (quello del progetto Waterfront raccontato nel romanzo “Suburra” da De Cataldo e Bonini) segnano anche un altro tassello: quello tra l'imprenditore nero Gennaro Mokbel (il datore di lavoro di Silvio Fanella ucciso ieri a Roma) e il boss Carmine Fasciani.
Il Ros dei Carabinieri ha infatti accertato "i contatti del Mokbel con Carmine Fasciani, noto esponente della criminalità organizzata romana, dal quale ha ricevuto l´assicurazione di poter svolgere in modo indisturbato la campagna politica nella zona di Ostia". E’ ampiamente documentato poi il “cameratismo” tra Gennaro Mokbel (il quale, per l'importanza che gli assegnano gli inquirenti merita una parte speciale nella nostra inchiesta) e il killer fascista Antonio D’Inzillo (il Pischello) coinvolto nella sanguinosa resa dei conti dentro la Banda della Magliana, nel traffico di diamanti dall'Uganda e “misteriosamente” morto ma immediatamente "cremato" nel 2008 in Kenya.
I brokers neri
Nell'aprile del 2011 sempre a Roma viene invece ucciso un altro “broker”, Roberto Ceccarelli, anche lui con frequentazioni a cavallo tra gli ambienti della estrema destra e la criminalità. La pista investigativa su questo omicidio, vede accusati due personaggi piuttosto border line come Attilio Pascarelli e suo nipote Daniele Pezzotti, ma viene ritenuta poco credibile dagli inquirenti. Una parte dell'inchiesta conduce invece all'Egp di Gianfranco Lande, il brokers noto come il “Madoff dei Parioli” ormai noto per aver truffato i vip del ricco quartiere della capitale ed anche lui con un passato in Ordine Nuovo e che aveva al suo servizio un altro fascista ex Nar, Pierfrancesco Vito.
Il cognome Ceccarelli ricorre infatti in almeno quattro conti coperti della seconda lista dei 500 clienti di Lande cui erano affidate le operazioni più scottanti. Ma Ceccarelli è una figura molto complessa vicina anche ad ambienti di estrema destra. Nel 2003 fu infatti coinvolto nell'inchiesta “Capricorno Connection” che ha mandato in carcere una cinquantina di persone specializzate in rapine in varie città d'Italia. Di questo gruppo facevano parte ultrà laziali e romanisti ed esponenti del gruppo neofascista Movimento politico occidentale.
Ceccarelli in qualche modo apparteneva alla categoria dei “brokers neri” come Silvio Fanella. Entrambi sono stati uccisi. Ce n'è abbastanza per una indagine a tutto campo che non finisca nel “porto delle nebbie”.
Fonte
03/07/2014
Roma. Un morto “pesante” nelle relazioni tra neofascisti e criminalità organizzata
C’ è stato un agguato mortale oggi a Roma, nella esclusiva e ricchissima zona di via della Camilluccia . Ma l’uomo ucciso nella sua abitazione non è un personaggio qualsiasi. Si tratta di Silvio Fanella, agli arresti domiciliari dopo la condanna a 9 anni per l’operazione di maxiriciclaggio che coinvolse Telecom Italia Sparkle – Fastweb e aprì un vero e proprio vaso di Pandora. Ma nella sparatoria di oggi c’è anche un ferito grave molto interessante. Si tratta di Giovanni C., (chissà com'è il cognome non è stato reso noto) di ventinove anni, esponente neofascista ritenuto vicino a Casa Pound, che secondo le prime ipotesi avanzate degli inquirenti farebbe parte del commando che ha ucciso Fanella. L’esponente neofascista ferito è stato portato in codice rosso al Policlinico Gemelli dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico perché colpito da un colpo di arma da fuoco. Le sue condizioni sono gravi e la prognosi è riservata. Nel frattempo il capo di Casa Pound Iannone smentisce ogni legame tra il ferito e la sua organizzazione minacciando querele a chi afferma il contrario. Se ricordiamo bene però anche nel caso di Casseri a Firenze il modello di reazione e comportamento fu esattamente lo stesso.
L'uomo ucciso, Silvio Fanelli, era considerato il cassiere di Gennaro Mokbel, l'imprenditore neofascista romano condannato a 15 anni, uno che al telefono si vantava di avere "80 uomini delle forze d'ordine a libro paga" e con ottimi collegamenti con il boss della criminalità del litorale romano, Fasciani. Con il quale si fa intercettare al telefono mentre decanta le possibilità di fare un mucchio di soldi con l’operazione Punti Verdi Qualità avviata dal Comune di Roma.
Durante le indagini sull’affaire Mokbel, la magistratura, fra le molte altre cose, indica i rapporti di Mokbel con Antonio D'Inzillo, uno dei fondatori dei NAR e noto sodale della Banda della Magliana: il personaggio del “Nero” del film e della fiction “Romanzo criminale” è ispirato a lui. Ma della cricca di Mokbel fa parte anche un certo Silvio Fanella, che i magistrati considerano il cassiere della cricca stessa.
Nel luglio 2000, Fanella aveva rilevato il 50% delle quote della “Mondo Verde”, una società fondata dal noto fascista che per un periodo è stato il capo della segreteria del sindaco Alemanno, Antonio Lucarelli, e da due suoi cugini. In quella data, Antonio Lucarelli aveva già lasciato l’impresa, impegnato nel suo ruolo di portavoce dell’organizzazione di estrema destra Forza Nuova: è lui che gestisce le mobilitazioni contro il Gay Pride, arrivando a minacciare l’uso della forza per impedire fisicamente la manifestazione dei “froci”. Dopo pochi mesi, però – rivela l’Espresso – Silvio Fanella rivende le sue azioni ad “una ditta amministrata da tal Fabrizio Moro. Sarà un caso, ma Moro è un amico di Lucarelli. Sarà una coincidenza, ma per la Mondo Verde targata Moro lavorerà in alcuni progetti – come ha rivelato Repubblica – il cognato di Gennaro Mokbel”.
Fanella, nel 2010, era stato accusato di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata finalizzata al riciclaggio: era accusato dalla procura di Roma di aver "organizzato, diretto e controllato, con altri, il materiale trasferimento delle somme indebitamente sottratte all'erario e il relativo reinvestimento in attività lecite ed illecite, il controllo delle attività investigative in atto, l'assistenza alle famiglie degli associati che si erano allontanati dal territorio nazionale, l'intestazione fittizia di beni riferibili all'associazione medesima in Italia e all'estero, la movimentazione di somme e preziosi in Italia e all'estero e il rientro nel nostro Paese dei capitali illecitamente acquisiti, ai fini del loro reinvestimento e in particolare ai fini dell'acquisto di immobili, attività commerciali, preziosi e altri beni". Per la Procura della Repubblica di Roma, Silvio Fanella, assieme al neofascista Mokbel ed altri, aveva avuto un ruolo nella costituzione di "alcune società in alcuni paesi appartenenti alla 'black list', impartendo direttive mediante ordini trasmessi per via telematica, inviando emissari all'estero, gestendo di fatto la collocazione e la distribuzione dei capitali illecitamente acquisiti". Il processo per la maxitruffa, si è concluso con le assoluzioni del fondatore di Fastweb Silvio Scaglia e dell’ex ad di Tis Stefano Mazzitelli, mentre Mokbel e Fanelli sono stati condannati.
La compravendita di preziosi, in particolare diamanti, era uno dei canali usati, insieme ad opere d'arte, dipinti e sculture, per il riciclaggio da parte del gruppo di Mokbel, e proprio Silvio Fanella era uno degli uomini chiave dell'inchiesta. Le piste dei diamanti come è noto portano in Africa e chi sarebbe morto in Africa? Il fondatore dei Nar Antonio D’Inzillo, il “nero” collaboratore di Mokbel. Ma il suo cadavere non è stato mai trovato perché sarebbe stato subito cremato in Kenya. E se fosse ritornato dall’oltretomba a riscuotere qualcosa? L'omicidio eccellente di oggi a Roma riapre scenari inquietanti – ma non certo sorprendenti – sulle connessioni tra fascisti e criminalità organizzata che in questi anni abbiamo cercato di documentare ampiamente.
Per saperne di più: Il lavoro sporco dei fascisti del terzo millennio
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L'uomo ucciso, Silvio Fanelli, era considerato il cassiere di Gennaro Mokbel, l'imprenditore neofascista romano condannato a 15 anni, uno che al telefono si vantava di avere "80 uomini delle forze d'ordine a libro paga" e con ottimi collegamenti con il boss della criminalità del litorale romano, Fasciani. Con il quale si fa intercettare al telefono mentre decanta le possibilità di fare un mucchio di soldi con l’operazione Punti Verdi Qualità avviata dal Comune di Roma.
Durante le indagini sull’affaire Mokbel, la magistratura, fra le molte altre cose, indica i rapporti di Mokbel con Antonio D'Inzillo, uno dei fondatori dei NAR e noto sodale della Banda della Magliana: il personaggio del “Nero” del film e della fiction “Romanzo criminale” è ispirato a lui. Ma della cricca di Mokbel fa parte anche un certo Silvio Fanella, che i magistrati considerano il cassiere della cricca stessa.
Nel luglio 2000, Fanella aveva rilevato il 50% delle quote della “Mondo Verde”, una società fondata dal noto fascista che per un periodo è stato il capo della segreteria del sindaco Alemanno, Antonio Lucarelli, e da due suoi cugini. In quella data, Antonio Lucarelli aveva già lasciato l’impresa, impegnato nel suo ruolo di portavoce dell’organizzazione di estrema destra Forza Nuova: è lui che gestisce le mobilitazioni contro il Gay Pride, arrivando a minacciare l’uso della forza per impedire fisicamente la manifestazione dei “froci”. Dopo pochi mesi, però – rivela l’Espresso – Silvio Fanella rivende le sue azioni ad “una ditta amministrata da tal Fabrizio Moro. Sarà un caso, ma Moro è un amico di Lucarelli. Sarà una coincidenza, ma per la Mondo Verde targata Moro lavorerà in alcuni progetti – come ha rivelato Repubblica – il cognato di Gennaro Mokbel”.
Fanella, nel 2010, era stato accusato di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata finalizzata al riciclaggio: era accusato dalla procura di Roma di aver "organizzato, diretto e controllato, con altri, il materiale trasferimento delle somme indebitamente sottratte all'erario e il relativo reinvestimento in attività lecite ed illecite, il controllo delle attività investigative in atto, l'assistenza alle famiglie degli associati che si erano allontanati dal territorio nazionale, l'intestazione fittizia di beni riferibili all'associazione medesima in Italia e all'estero, la movimentazione di somme e preziosi in Italia e all'estero e il rientro nel nostro Paese dei capitali illecitamente acquisiti, ai fini del loro reinvestimento e in particolare ai fini dell'acquisto di immobili, attività commerciali, preziosi e altri beni". Per la Procura della Repubblica di Roma, Silvio Fanella, assieme al neofascista Mokbel ed altri, aveva avuto un ruolo nella costituzione di "alcune società in alcuni paesi appartenenti alla 'black list', impartendo direttive mediante ordini trasmessi per via telematica, inviando emissari all'estero, gestendo di fatto la collocazione e la distribuzione dei capitali illecitamente acquisiti". Il processo per la maxitruffa, si è concluso con le assoluzioni del fondatore di Fastweb Silvio Scaglia e dell’ex ad di Tis Stefano Mazzitelli, mentre Mokbel e Fanelli sono stati condannati.
La compravendita di preziosi, in particolare diamanti, era uno dei canali usati, insieme ad opere d'arte, dipinti e sculture, per il riciclaggio da parte del gruppo di Mokbel, e proprio Silvio Fanella era uno degli uomini chiave dell'inchiesta. Le piste dei diamanti come è noto portano in Africa e chi sarebbe morto in Africa? Il fondatore dei Nar Antonio D’Inzillo, il “nero” collaboratore di Mokbel. Ma il suo cadavere non è stato mai trovato perché sarebbe stato subito cremato in Kenya. E se fosse ritornato dall’oltretomba a riscuotere qualcosa? L'omicidio eccellente di oggi a Roma riapre scenari inquietanti – ma non certo sorprendenti – sulle connessioni tra fascisti e criminalità organizzata che in questi anni abbiamo cercato di documentare ampiamente.
Per saperne di più: Il lavoro sporco dei fascisti del terzo millennio
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