Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/08/2026

L’abitare sospeso a dieci anni dal terremoto nell’Appennino Centrale

Intorno al 20 luglio di quest’anno una violenta grandinata si è abbattuta su Ussita (Macerata), danneggiando i tetti di circa 70 Sae, che sta per Soluzioni abitative d’emergenza, strutture che dopo il terremoto dell’ottobre 2016 hanno ospitato i residenti. Alcune fotografie pubblicate sui media locali hanno reso evidente una verità taciuta: a dieci anni dal terremoto tante famiglie nell’Alta Valle del Nera e non solo vivono ancora nei quartieri provvisori.

La ricostruzione nei paesi distrutti dalle scosse del 24 agosto 2016, del 26 e del 30 ottobre 2016 e del 18 gennaio 2017 – Ussita, Visso e Castelsantangelo sul Nera in provincia di Macerata, Arquata del Tronto nel piceno, Accumoli e Amatrice nel reatino, Castelluccio di Norcia in Umbria – arranca. Giuseppe Santarelli, segretario regionale della CGIL, in un report diffuso proprio il 20 luglio evidenzia i numeri relativi al territorio marchigiano: “A oggi sono rientrati a casa 5.452 nuclei familiari e quelli ancora fuori casa che sono nelle Sae (2.267) o che usufruiscono il contributo per disagio abitativo (5.796) sono in totale 8.759”.

Dieci anni dopo, il ricercatore Enrico Mariani ha raccolto nel libro “Abitare sospeso” (Rosenberg & Sellier) il risultato del suo lavoro di dottorato presso il Dipartimento di Scienze della comunicazione, studi umanistici e internazionali dell’Università di Urbino Carlo Bo, un’etnografia nel post-terremoto nell’Appennino Centrale.

“Per me era fondamentale osservare nel quotidiano che cosa succedeva di fronte alla ‘normalizzazione dell’emergenza’ – spiega Mariani ad Altreconomia –. Esiste una letteratura che parla di come si vive nel post-disastro, dei processi di adattamento, dell’importanza del capitale sociale, delle reti. Per me, però, stare nei luoghi aveva un significato più profondo, di condivisione dell’esperienza, per cercare di capire i processi di adattamento degli abitanti, ascoltare dalla loro voce come immaginavano il territorio in futuro”. Mariani nel libro racconta il suo trasferimento a Ussita, per una ricerca che ha coinvolto appunto i tre Comuni dell’Alta Valle del Nera, letteralmente sgretolati dalla scossa del 30 ottobre 2016, di magnitudo 6,5, la più forte in Italia degli ultimi trent’anni: al contrario di quella di fine agosto, che fece circa 300 vittime, il terremoto di ottobre non fece morti, perché la popolazione era in allerta, ma le conseguenze sugli edifici restano vive ancora oggi, nelle macerie per strada, negli edifici pubblici diroccati e abbandonati, mentre i cantieri di edilizia privata aperti non rispondono al disagio abitativo.

Mariani, partiamo dalle Sae. Dalla lettura del libro emergono prospettive interessanti, che non ne evidenziano solo le criticità?

EM: Mi sono accorto che bisognava mettere in discussione il fatto che le Sae, di per sé brutte e malfunzionanti, piene di problemi, arrivate in ritardo, fossero connotate solo in modo negativo: condividendo questa esperienza abitativa, per un anno, mi sono reso conto che effettivamente le persone riuscivano a trovare modi, anche creativi, di renderle accoglienti, incentrati sulla messa in comune delle pratiche, delle risorse: un motore collettivo che ha reso alcune aree Sae spazi vivibili. Penso a Forepezza, ad Ussita, ma ci sono anche altri casi, in tutto l’Alto Nera, dove si è sperimentata una certa felicità abitativa, nonostante questa situazione.

I dati del recente rapporto del segretario della CGIL, Santarelli, evidenziano come la ricostruzione delle case abbia visto avanzare per prime molte “seconde case”, di cui il territorio è pieno, avendo sviluppato negli anni Settanta una vocazione turistica. Queste dinamiche come sono vissute?

EM: Il fatto che continuiamo a vedere un Appennino pensato e progettato per l’accoglienza turistica, seguendo politiche e modelli di sviluppo incentrato sul turismo, non significa che gli abitanti lo accettino senza una prospettiva critica. Dalle interviste che ho condotto emerge una visione del territorio e nonostante il turismo sia un’attività importante, gli abitanti percepiscono un insieme di questioni legate all’abitare in montagna, che non sono affrontate. C’è consapevolezza interna alta in merito all’accesso ai servizi, a una diversa condizione di abitabilità, per quanto magari facciano fatica a farsi sentire. Presentando il libro in giro, molti domandano: “Quindi perché le persone non protestano, perché questa ricostruzione è così infinita, perché non c’è un dibattito mentre vanno avanti mega progetti turistici la ricostruzione è ferma?”. L’idea che la gente non protesti, non si faccia sentire, oggi è utile in particolare a chi osserva da fuori: durante il terremoto ci aveva fatto piacere vederli eroici, resilienti, inarrestabili, adesso ci fa comodo vederli rassegnati. La mia esperienza dice altro, racconta di un corpo a corpo quotidiano con gli effetti del terremoto, prima, e oggi con le politiche pubbliche con cui si sta gestendo la catastrofe. La maggior parte degli abitanti ormai situa la ricostruzione nel futuro, lo fa anche per la sopravvivenza, perché è qualcosa che non dipende da loro, gestito dai tecnici, e nel frattempo bisogna fare i conti con il quotidiano. Come la maggior parte delle persone, semplicemente non hanno accesso al piano di decisione, al dibattito pubblico: lo stesso accade in città, come a Roma dopo lo sgombero di Spin Time. È un problema cronico di “voice”, tutt’altro che mancanza di consapevolezza o legame con il territorio.

La lentezza della ricostruzione riguarda in particolare il patrimonio pubblico, gli edifici che ospitavano servizi collettivi, i centri storici, come quelli di Visso o Camerino.

EM: Sono in particolare le testimonianze raccolte a Visso a far emergere questo aspetto, perché lì ad essere preclusa è la piazza, che è ancora “zona rossa”. A un certo punto, la ricerca prende due direzioni diverse per Visso e Ussita: per la seconda c’è la discussione sul modello di sviluppo turistico, con la stazione sciistica di Frontignano, mentre nel primo il centro storico come spazio che serve per ripristinare un’identità. “Io non mi riconosco più in Visso, né ci riconosco più come vissani, ci manca il luogo simbolico” mi dice qualcuno. È un’immagine molto forte, quella di un malato terminale a cui ogni sera, passando lì vicino, si tende la mano. Ad Ussita inizialmente c’era un po’ l’idea che il Monte Bove, con la sua forza, evocativa ma anche energetica, riuscisse a tenere insieme i pezzi della ricostruzione, delle temporaneità permanente, il problema grande degli spazi: il palaghiaccio, ad esempio, che per generazioni è stato un punto d’incontro, non solo per chi praticava sport. Credo che sia assolutamente urgente andare ad intervenire, perché questi spazi non sono solo belli ma anche importanti per le relazioni che vanno a ripristinare. Penso a Croc una specie di cinema (cinema all’aperto, Mariani è stato ospite dell’associazione C.A.S.A. che organizza la manifestazione a metà luglio, ndr) che è uno spazio di socialità. Quello degli spazi è un problema cronico, che incontri ovunque, anche in città. Nel post-terremoto, invece, ci si poteva incontrare solo nei luoghi di consumo.

La ricerca di Enrico Mariani e il decimo anniversario del terremoto sono al centro della Scuola di Fornara, organizzata dall’associazione Emidio di Treviri, in programma dal 3 al 5 settembre a Fornara di Acquasanta Terme (AP). Il titolo è “Le parole erano finite”.

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17/08/2026

Pozzuoli - La protesta degli abbandonati

Venerdì 14 agosto è stato il secondo giorno di mobilitazione per gli abitanti di Via Napoli a Pozzuoli che hanno bloccato le strade del loro quartiere e del centro storico per chiedere soluzioni abitative dignitose.

Molti di loro sono senza un tetto già dal 2024, quando le abitazioni di Pozzuoli hanno subito i primi danni che le hanno rese inagibili. In questi ultimi anni la rete sociale della comunità che vive alle spalle di Via Napoli è stato il vero supporto per chi era stato sgomberato e aveva trovato ospitalità da amici e parenti, ma dopo la scossa di magnitudo 4,7 del 31 luglio scorso che ha portato il numero degli sfollati a oltre 3000, quasi nessun abitante del quartiere ha più soluzioni alternative. Da ormai 15 giorni dormono in auto o al riparo dei gazebo della protezione civile.

Giovedì 13 agosto i gazebo della protezione civile sono stati rimossi, giustificando la rimozione con l’allerta meteo. La rabbia degli abitanti si è fatta sentire e spontaneamente hanno bloccato la strada, per pretendere che invece dei gazebo ormai rimossi fossero montate le tende: una soluzione più dignitosa, sebbene temporanea ed emergenziale, e messa già in campo durante la scorsa crisi bradisismica dell’82-84.

Dopo la prima notte di mobilitazione, con un blocco stradale al centro di via Napoli durato dalle 21 alle 2 di notte, la risposta della controparte istituzionale è stata quella di rimontare i gazebo rimossi poco prima, senza alcun impegno ad andare incontro alle loro richieste.

La mancanza totale di alternative ha così fatto scendere di nuovo in strada gli abitanti di Via Napoli venerdì 14 agosto con una seconda nottata di mobilitazione e blocchi delle strade ben più estesi e che hanno interessato intere aree di via Napoli e del centro storico, entrambe bloccate con veri e propri check-point.

La crisi abitativa a Pozzuoli è ormai sotto gli occhi di tutti. Edifici fortemente lesionati, che a malapena ormai sopportano le scosse e che non sono ancora stati messi in sicurezza. La speculazione porta gli affitti alle stelle sia verso il litorale domizio da ormai tre anni, sia verso Fuorigrotta e Bagnoli per l’avvicinarsi delle preregate dell’America’s Cup.

L’unico strumento a supporto degli sfollati previsto dai vari decreti Campi Flegrei che si sono succeduti è il CAS, il contributo di autonoma sistemazione proporzionato al numero di membri del nucleo familiare, e che di fronte alla speculazione e agli affitti di mille e più euro al mese è irrisorio per chi non vuole o non può allontanarsi dall’Area flegrea.

L’esasperazione per l’immobilismo verso la crisi che Pozzuoli sta affrontando da anni ormai, non annebbia la mente degli sfollati.

In questi due giorni (e da quando focolai di mobilitazione stanno interessando le varie aree di Pozzuoli) è emersa con rabbia la consapevolezza del paradosso di un territorio. Nello stesso periodo a Bagnoli, nell’estremo opposto del golfo, lo Stato spende 1 miliardo e mezzo per l’America’s Cup. Proprio in un momento in cui l’Area Flegrea aveva più bisogno di fondi per convivere con il fenomeno del bradisismo.

E nelle stesse parole è anche apparsa chiara la volontà di non lasciare i loro quartieri e la loro città perché ricordano bene come le passate crisi bradisismiche siano state usate da vettore per la gentrificazione, espellendo la maggior parte degli abitanti del centro storico di Pozzuoli verso quartieri dormitorio come Toiano e Monteruscello.

Gli abitanti di via Napoli e di tutta Pozzuoli lo hanno reso cristallino: Pozzuoli esiste ancora e vuole vivere e l’unica strada che riconoscono per difendere i loro diritti di abitanti è la mobilitazione collettiva!

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09/08/2026

Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga

In pochi giorni una mobilitazione nata dal basso ha già ottenuto risultati concreti. È questa la notizia politica più importante che arriva da Pozzuoli, dove oggi si è svolta la terza manifestazione di protesta in appena cinque giorni.

POZZUOLI – Tre manifestazioni in cinque giorni. Un’escalation di iniziativa popolare che sta costringendo istituzioni, media e governo a confrontarsi con una situazione che per troppo tempo è stata ignorata o sottovalutata.

Dopo la prima manifestazione, tenutasi lunedì 2 agosto, qualcosa si è mosso immediatamente. I giornali locali, che fino a quel momento avevano dedicato alla vicenda un’attenzione marginale, hanno iniziato a seguire con continuità le ragioni della protesta e il malcontento crescente di cittadini e attività economiche.

Ma soprattutto è arrivata una prima risposta dal governo, che ha annunciato lo stanziamento immediato di 100 milioni di euro, segnale evidente che la pressione sociale esercitata sul territorio non poteva più essere ignorata.

La seconda tappa della mobilitazione si è svolta mercoledì con l’occupazione dell’Hub di via Artiaco. Un’iniziativa che ha ulteriormente alzato il livello dello scontro e che ha prodotto un altro risultato concreto: il sindaco di Pozzuoli ha assunto l’impegno pubblico a procedere alla realizzazione degli interventi richiesti in tempi brevi. Anche in questo caso è stata la determinazione dei manifestanti a imporre un’accelerazione alle istituzioni.

Oggi la protesta è tornata in piazza, o meglio sul mare. I manifestanti hanno infatti dato vita all’occupazione del porto di Pozzuoli, portando al centro della discussione le difficoltà crescenti vissute da cittadini, commercianti e operatori economici del territorio.

Tra le richieste emerse con forza vi sono la sospensione della TARI e dell’occupazione di suolo pubblico per le attività commerciali colpite dalla crisi e dall’emergenza che investe l’area flegrea.

Non si tratta soltanto di rivendicazioni economiche. La mobilitazione esprime una domanda di giustizia sociale e di tutela per una popolazione che da mesi vive in condizioni di forte incertezza, stretta tra difficoltà materiali e risposte istituzionali spesso lente e insufficienti.

Quello che emerge da queste giornate è un dato politico difficilmente contestabile: la lotta paga. Quando i cittadini si organizzano, costruiscono iniziativa collettiva e mantengono alta la pressione, il quadro cambia. Lo dimostrano l’interesse improvvisamente risvegliato dei media locali, i fondi stanziati dal governo e gli impegni assunti dall’amministrazione comunale.

Naturalmente nessuno dei problemi è stato ancora risolto. Le promesse dovranno essere verificate nei fatti e le risorse annunciate dovranno tradursi in interventi concreti. Ma la sequenza degli avvenimenti degli ultimi cinque giorni dimostra che senza mobilitazione probabilmente nulla di tutto questo sarebbe accaduto.

Per questo la giornata di oggi non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio. A Pozzuoli si sta affermando l’idea che solo attraverso l’organizzazione e il conflitto sociale sia possibile ottenere risposte reali alle esigenze del territorio. E i primi risultati ottenuti sembrano dare ragione a chi ha scelto di non rassegnarsi.

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02/08/2026

La lingua tagliente dei Campi Flegrei

Nei Campi Flegrei la terra non ha mai smesso di parlare.

Per decenni le trasformazioni del territorio hanno seguito soprattutto la logica della rendita fondiaria, del mercato immobiliare e dell’accumulazione, relegando la consapevolezza della sua fragilità a una questione secondaria. Ogni nuova scossa ha alimentato dichiarazioni, rassicurazioni e promesse, prima che il silenzio tornasse a coprire una delle questioni più rimosse della storia urbanistica italiana.

Perché il problema dell’area flegrea nasce da quando un territorio la cui vulnerabilità era perfettamente conosciuta è stato trasformato, decennio dopo decennio, in uno degli spazi più densamente abitati del Mediterraneo.

Il vulcanologo Giuseppe De Natale insiste da anni su una questione che meriterebbe molta più attenzione di quella che riceve nel dibattito pubblico. La scienza non dispone degli strumenti per stabilire il giorno in cui potrà verificarsi un evento sismico di maggiore intensità.

Può però indicare con chiarezza dove si determinano i punti critici e quali interventi siano necessari per ridurre le conseguenze di un eventuale terremoto. In altre parole, ciò che sfugge alla previsione non coincide affatto con ciò che sfugge alla responsabilità.

È da questo punto in avanti che la geologia, da sola, non basta più a spiegare la realtà dei Campi Flegrei. Per comprendere perché una sequenza sismica generi oggi tanta preoccupazione occorre guardare alla storia del territorio, alle trasformazioni urbane, alle scelte amministrative, ai rapporti tra potere politico, e sviluppo edilizio.

I fattori di rischio non sono comparsi, infatti, con le ultime scosse ma sedimentati nell’arco di decenni, mentre un’area, la cui complessità geologica era ben nota, veniva progressivamente caricata di popolazione, cemento, infrastrutture e funzioni urbane.

E così: ogni piano regolatore rinviato, ogni variante piegata agli interessi della rendita, ogni occasione mancata di governare diversamente l’espansione della città ha contribuito a costruire il quadro con cui oggi ci confrontiamo.

Le radici di questa storia affondano molto lontano. Negli anni del cosiddetto “sacco di Napoli”, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la città fu investita da una gigantesca espansione edilizia. Sotto le amministrazioni di Achille Lauro e, successivamente, della Democrazia Cristiana guidata da Carlo Gava, migliaia di licenze edilizie trasformarono il territorio in una gigantesca occasione di accumulazione immobiliare.

L’urbanista Vezio De Lucia ha raccontato per decenni come la pianificazione fosse sistematicamente subordinata agli interessi della rendita, denunciando una crescita urbana che sacrificava spazi pubblici, equilibrio territoriale e sicurezza collettiva.

La trasformazione urbana di Napoli seguì sempre più la geografia della rendita. L’espansione della città veniva misurata soprattutto attraverso il valore che il suolo era in grado di produrre, mentre arretravano le esigenze della pianificazione pubblica. Il territorio cessava gradualmente di essere considerato un bene comune da governare e assumeva sempre più il carattere di una risorsa economica da valorizzare. In quella stagione si consolidò un modello destinato a segnare per decenni la storia urbanistica dell’area metropolitana.

Questa impostazione non si è arrestata nemmeno con il terremoto dell’Irpinia del 1980. Quella tragedia avrebbe potuto rappresentare infatti una svolta culturale e politica. Avrebbe potuto inaugurare una stagione di messa in sicurezza diffusa del patrimonio edilizio campano, una riflessione sul rapporto tra rischio sismico e pianificazione urbana, una drastica riduzione della pressione abitativa nelle aree più vulnerabili.

Si aprì piuttosto una stagione che avrebbe inciso profondamente sulla storia economica e politica della Campania. Con la legge 219 del 1981 lo Stato destinò alla ricostruzione una massa di risorse senza precedenti. Accanto agli interventi che permisero di ricostruire interi centri abitati, prese forma un sistema nel quale una quota rilevante della spesa pubblica fu intercettata da reti clientelari, interessi imprenditoriali e organizzazioni camorristiche.

Processi, relazioni della Commissione parlamentare antimafia e numerosi studi hanno documentato come gli appalti e i subappalti della ricostruzione rappresentarono uno dei principali canali attraverso cui la criminalità organizzata consolidò il proprio peso nell’economia legale.

In quella fase operarono organizzazioni come la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e, successivamente, i gruppi riconducibili alla Nuova Famiglia, all’interno della quale i Nuvoletta, Michele Zaza, i Bardellino e altri clan assunsero un ruolo crescente nell’economia degli appalti, del movimento terra, delle forniture e del calcestruzzo.

Isaia Sales ha individuato proprio negli anni della ricostruzione il passaggio decisivo attraverso il quale la camorra smise definitivamente di essere soltanto un potere criminale territoriale per trasformarsi in un soggetto economico capace di accumulare capitale, condizionare il mercato e intrecciare rapporti stabili con segmenti dell’imprenditoria e della politica.

La ricostruzione restituì case e infrastrutture a migliaia di cittadini (anche se il carattere “provvisorio” di molte sistemazioni si protrasse ben oltre le promesse iniziali: migliaia di terremotati vissero per oltre un decennio in container e prefabbricati. Nella sola provincia di Napoli sorsero insediamenti a Barra e Ponticelli; i campi di Barra furono smantellati soltanto alla fine degli anni Novanta, mentre a Ponticelli alcune famiglie continuarono ad abitare nei cosiddetti “bipiani” anche negli anni Duemila. Nei comuni del cratere irpino e lucano, inoltre, numerosi prefabbricati e container rimasero abitati fino alla metà degli anni Novanta e, in alcuni casi, persino oltre), ma lasciò sostanzialmente immutato il paradigma che aveva guidato fino ad allora le trasformazioni del territorio.

Quando, tra il 1982 e il 1984, il bradisismo costrinse all’evacuazione del Rione Terra e di altre aree di Pozzuoli, migliaia di persone dovettero abbandonare le proprie abitazioni. La costruzione di Monterusciello rispose all’urgenza di dare una sistemazione agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica dell’epoca.

L’urgenza dell’intervento, tuttavia, non si tradusse in una revisione complessiva dell’assetto urbanistico dell’area flegrea. Terminata l’emergenza, il dibattito sulla instabilita dell’area flegrea perse rapidamente centralità.

Le dinamiche di espansione urbana ripresero il loro corso, la popolazione continuò a crescere e la speculazione edilizia tornò a esercitare un’influenza decisiva sulle trasformazioni del territorio. La natura della caldera era conosciuta; molto meno incisiva fu la volontà di trarne conseguenze nella pianificazione urbanistica.

La conclusione di quella stagione non coincise con l’avvio di una diversa politica del territorio. Nel corso dei decenni si sono alternate maggioranze, governi e amministrazioni appartenenti a culture politiche differenti, senza che prendesse forma una strategia capace di affrontare i nodi strutturali dell’area flegrea.

La straordinaria concentrazione della popolazione, le condizioni di una parte consistente del patrimonio edilizio, i ritardi nell’adeguamento sismico di edifici pubblici e privati, il consumo di suolo e l’assenza di una pianificazione orientata a ridurre progressivamente la vulnerabilità territoriale sono rimasti, nella sostanza, questioni irrisolte.

La storia dell’area flegrea ha dunque attraversato governi, stagioni politiche e classi dirigenti molto diverse tra loro. Antonio Bassolino, Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca hanno guidato la Regione Campania in fasi profondamente differenti, senza che prendesse forma una politica del territorio capace di misurarsi davvero con le criticità accumulate nel corso dei decenni.

Un discorso analogo riguarda le amministrazioni che si sono succedute a Napoli, Pozzuoli, Bacoli e Quarto. Sono cambiati gli schieramenti, i programmi e i gruppi dirigenti; molto meno è cambiato il modo di intervenire su un’area la cui complessità geologica era nota da tempo.

L’amministrazione guidata da Gaetano Manfredi costituisce, oggi, l’ultimo capitolo di una lunga continuità amministrativa. Le responsabilità che gravano sull’attuale governo della città non cancellano quelle sedimentate nel corso di oltre mezzo secolo, così come il peso della storia non esonera dalle proprie scelte chi amministra oggi.

Negli ultimi anni il rilancio dell’immagine internazionale di Napoli, la crescita del turismo, i grandi eventi, l’attrazione di investimenti e la competizione tra città hanno occupato una posizione centrale nell’azione e nella comunicazione istituzionale.

Molto più defilata è rimasta la discussione sulla condizione del patrimonio edilizio, sulle particolari condizioni dell’area e sulla costruzione di una strategia pubblica di lungo periodo capace di ridurre il rischio (una nota a parte ma nello stesso orizzonte può essere letta anche la scelta di superare la gestione integralmente pubblica del servizio idrico cittadino, interpretata – più che legittimamente – da una parte del mondo associativo e dei movimenti come un ulteriore arretramento del controllo collettivo su un bene essenziale).

Nel capitalismo contemporaneo la prevenzione produce poco rendimento economico. Consolidare scuole, ospedali, case popolari e infrastrutture non genera i margini di profitto che possono derivare da nuove operazioni immobiliari, grandi opere o eventi capaci di attrarre investimenti e consenso. Per la manutenzione della città e la riduzione del rischio si è continuato a intervenire in modo episodico.

Ben diversa è stata, nel corso degli anni, la continuità con cui la valorizzazione ha orientato l’espansione e la trasformazione dello spazio urbano.

I quartieri popolari pagano il prezzo più elevato di questo modello. Bagnoli, Fuorigrotta, Soccavo, Pianura, Pozzuoli e buona parte dell’area concentrano centinaia di migliaia di persone, edifici costruiti in epoche differenti, infrastrutture spesso insufficienti, strade che in condizioni ordinarie risultano già congestionate e che, in uno scenario emergenziale, potrebbero trasformarsi in punti critici.

È questo il risultato di decenni nei quali edifici sono rimasti senza adeguamento, la pianificazione ha progressivamente perso forza, condoni e varianti urbanistiche hanno inciso sull’assetto della città, mentre manutenzioni e investimenti annunciati sono stati rinviati o sono rimasti incompiuti.

La geologia spiega il comportamento del sottosuolo, per comprendere ciò che accade in superficie bisogna guardare alla storia di questo territorio: all’espansione della città, alle scelte urbanistiche, all’uso delle risorse pubbliche e al rapporto che, per oltre mezzo secolo, ha legato politica, economia e governo dello spazio urbano.

I Campi Flegrei raccontano due storie che si intrecciano da secoli. La prima appartiene ai movimenti della sottosuolo, a un equilibrio naturale tanto complesso quanto antico. La seconda è molto più recente e porta l’impronta delle decisioni umane: la crescita della città, la concentrazione della popolazione, il primato della rendita, la pianificazione incompiuta, la prevenzione rimasta troppo spesso ai margini.

È nell’incontro fra queste due storie che prende forma il rischio con cui oggi convivono centinaia di migliaia di persone e per comprenderla bene bisogna tornare indietro a quell’evento di quasi cinquant’anni fa che ha rappresentato uno spartiacque.

Le grandi emergenze modificano sempre gli equilibri di una società. Spostano risorse, ridefiniscono rapporti di forza, aprono spazi economici nuovi. Il terremoto del 23 novembre 1980 non fece eccezione. Alla tragedia umana seguì una delle più imponenti mobilitazioni di denaro pubblico della storia repubblicana.

Migliaia di miliardi di lire iniziarono a scorrere verso la Campania e la Basilicata per finanziare abitazioni, infrastrutture, opere pubbliche, aree industriali e servizi. Intorno a quel flusso di risorse si mosse un universo molto più vasto delle sole imprese incaricate di ricostruire.

Ogni cantiere richiedeva progettisti, movimento terra, cave, trasporti, forniture di cemento, acciaio, guardiania, subappalti. Ogni appalto metteva in movimento una rete di imprese, professionisti, fornitori, intermediari e subappaltatori. Era in quel sistema di relazioni che, non di rado, finivano per intrecciarsi interessi politici, imprenditoriali e criminali.

Le relazioni della Commissione parlamentare antimafia, numerose inchieste giudiziarie e gli studi di storici come Isaia Sales hanno fatto luce su quel passaggio con grande precisione. La ricostruzione non rappresentò soltanto un gigantesco intervento pubblico.

Diventò anche uno dei luoghi nei quali la camorra consolidò la propria presenza nell’economia legale, abbandonando progressivamente l’immagine di organizzazione confinata al contrabbando o all’estorsione per assumere quella di un soggetto capace di investire, mediare, partecipare ai mercati e orientare quote rilevanti dell’economia locale.

La trasformazione era iniziata già negli anni Settanta, ma trovò nella ricostruzione un’accelerazione straordinaria. La Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo aveva costruito il proprio potere anche attraverso il controllo del territorio e delle attività economiche.

Dopo il suo ridimensionamento, i clan della Nuova Famiglia (tra i quali i Nuvoletta, i Bardellino, Michele Zaza e altri gruppi destinati a diventare protagonisti della successiva geografia camorristica) rafforzarono ulteriormente la loro presenza nei settori collegati all’edilizia, ai trasporti, al calcestruzzo, alle cave e al movimento terra.

Quella straordinaria stagione di investimenti pubblici non rappresentava soltanto un’occasione per esercitare il controllo della camorra sui cantieri. Diventava uno spazio nel quale accumulare capitale, investire, stringere alleanze economiche e consolidare una presenza stabile nell’economia legale.

Sarebbe però riduttivo leggere quella stagione come il semplice incontro tra una calamità naturale e una criminalità pronta ad approfittarne. Attorno alla ricostruzione si mise in moto un sistema assai più complesso, nel quale amministrazioni pubbliche, professionisti, imprese, consorzi, istituti di credito e società di costruzione finirono per condividere lo stesso spazio economico.

L’eccezionale afflusso di risorse pubbliche ridisegnò gli equilibri del potere locale e trasformò gli appalti in uno dei principali terreni di mediazione tra interessi politici, economici e, in diversi casi accertati, criminali.

In quel contesto si consolidò anche il peso della Democrazia Cristiana campana, uno dei principali centri di potere della Prima Repubblica. Figure come Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino esercitarono, in ruoli diversi, un’influenza significativa sulle politiche per il Mezzogiorno e sulla distribuzione delle risorse pubbliche.

Le vicende giudiziarie che, negli anni di Tangentopoli, avrebbero coinvolto Pomicino appartengono alla storia della corruzione politica italiana: quella stagione racconta un sistema nel quale l’assegnazione di finanziamenti, appalti e interventi pubblici passava attraverso reti di consenso, mediazioni territoriali e rapporti di potere destinati a sopravvivere ben oltre la fase dell’emergenza.

Tra il 1982 e il 1984 il bradisismo tornò a modificare profondamente la vita dell’area flegrea. Il suolo di Pozzuoli continuava a sollevarsi, le scosse si susseguivano, gli edifici riportavano lesioni e la paura entrava progressivamente nella quotidianità di migliaia di persone.

L’evacuazione del Rione Terra non significò soltanto mettere in salvo una popolazione esposta al rischio. Interruppe una continuità urbana che durava da secoli. Intere famiglie lasciarono abitazioni affacciate sul porto, botteghe, luoghi di lavoro, relazioni di vicinato e una memoria collettiva costruita nell’arco di generazioni.

La costruzione di Monterusciello rispose alla necessità di dare una casa agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica del dopoguerra. La rapidità con cui sorse il nuovo quartiere rispondeva a un bisogno reale e urgente, ma non poteva ricostruire ciò che lo spostamento di migliaia di persone aveva inevitabilmente spezzato: legami sociali, identità collettive, attività economiche e forme di appartenenza sedimentate nel tempo.

Con il progressivo esaurirsi della crisi bradisismica, anche la riflessione sull’assetto dell’area flegrea perse forza, mentre la crescita urbana riprese senza una revisione complessiva del rapporto tra sviluppo edilizio e rischio geologico.

Erano gli stessi anni nei quali un giovane cronista del Mattino stava seguendo un’altra geografia, meno visibile ma altrettanto decisiva. Giancarlo Siani aveva poco più di vent’anni e seguiva la cronaca di Torre Annunziata. Ben presto comprese che raccontare la camorra significava seguire il denaro molto più che gli omicidi. Dietro le guerre tra clan si muovevano interessi economici, rapporti con i centri decisionali locali, imprese, cantieri e grandi flussi di risorse pubbliche.

I suoi articoli ricostruivano connessioni, equilibri, alleanze. Gli omicidi e gli episodi di violenza non rappresentavano il punto d’arrivo del racconto, ma l’inizio di un’indagine sui rapporti tra economia, politica e criminalità organizzata.

Il 23 settembre 1985 Giancarlo Siani venne assassinato sotto casa, al Vomero. Le sentenze hanno accertato che l’ordine di ucciderlo provenne dal clan Nuvoletta. Con lui si tentò di mettere a tacere una delle prime voci che aveva intuito come il potere della camorra non si misurasse soltanto nella violenza esercitata sul territorio, ma anche nella capacità di inserirsi stabilmente nell’economia, negli appalti pubblici e nei rapporti con segmenti della politica e dell’imprenditoria.

Con il passare degli anni il bradisismo uscì lentamente dalle prime pagine. Anche il Rione Terra sembrò appartenere sempre più alla memoria che al presente. Restarono, invece, le conseguenze di quelle scelte: mentre quel territorio continuava a trasformarsi, nuove periferie prendevano forma, il patrimonio edilizio avanzava negli anni e la consapevolezza della sua fragilità geologica tornava, ancora una volta, ad affievolirsi con il progressivo esaurirsi della crisi.

Il terremoto del 31 luglio ha riportato i Campi Flegrei al centro dell’attenzione nazionale. Per qualche ora Napoli è tornata ad aprire i telegiornali e le prime pagine. Le immagini delle persone in strada, delle stazioni chiuse, delle verifiche sugli edifici pubblici hanno restituito al Paese la percezione di una precarietà che, in realtà, non si è mai allontanata da questo territorio.

Come è accaduto altre volte, l’emozione collettiva rischia però di avere un respiro molto più breve dei problemi che l’hanno generata.

Il nodo resta lo stesso da molti anni: è su questo terreno che si misurano il peso delle scelte urbanistiche accumulate nel tempo, la qualità del patrimonio edilizio, l’efficacia della pianificazione e la capacità delle istituzioni di prepararsi a uno scenario che la comunità scientifica invita da tempo a considerare con la massima serietà. Giuseppe De Natale lo ripete da anni.

Nessuno è oggi in grado di stabilire se o quando potrà verificarsi un terremoto più forte o un’evoluzione diversa dell’attuale crisi bradisismica. Esistono però conoscenze sufficienti per individuare le criticità del territorio, la vulnerabilità di una parte del patrimonio edilizio, le difficoltà che un’eventuale evacuazione di centinaia di migliaia di persone comporterebbe in un’area attraversata ogni giorno da una mobilità già fortemente congestionata.

È su questo terreno che il rischio sismico diventa anche una questione di classe. Le grandi calamità non distribuiscono le proprie conseguenze in modo uniforme. Seguono, quasi sempre, la mappa delle disuguaglianze già esistenti.

Chi dispone di patrimonio, risparmi, seconde case, reti professionali o attività facilmente trasferibili affronta una crisi con strumenti che altri non possiedono. Per chi vive del proprio salario, di un’occupazione provvisoria, di una pensione modesta o di un piccolo esercizio commerciale legato al territorio, anche pochi mesi di sospensione possono compromettere un equilibrio costruito nell’arco di anni.

Le classi subalterne arrivano a questi passaggi storici con margini di protezione estremamente ridotti. Un’evacuazione prolungata non significherebbe soltanto lasciare la propria abitazione. Potrebbe interrompere rapporti di lavoro, cancellare il reddito di migliaia di famiglie, mettere in difficoltà piccole attività, disperdere reti di solidarietà quotidiana costruite nel tempo e allontanare interi quartieri dai luoghi nei quali si svolge la loro vita sociale.

Ogni trasferimento modifica anche gli equilibri di una comunità: cambiano i percorsi casa-lavoro, cambiano le scuole, cambiano le relazioni di vicinato, cambiano quelle forme di mutuo aiuto che, soprattutto nei quartieri popolari, rappresentano una risorsa concreta molto prima di diventare una categoria sociologica.

Ogni ri-destinazione modifica anche gli equilibri economici. Alcuni soggetti troverebbero nuove occasioni di investimento, altri attenderebbero per anni il ritorno a una condizione di normalità.

L’esperienza italiana mostra quanto la distribuzione delle risorse pubbliche possa contribuire ad allargare oppure a ridurre le disuguaglianze già esistenti. La ricostruzione successiva al terremoto del 1980 rappresenta una lezione ancora attuale.

Accanto agli interventi che restituirono abitazioni e servizi a migliaia di persone, enormi quantità di denaro alimentarono interessi economici, clientele e infiltrazioni che modificarono profondamente gli equilibri della regione.

Pensare che una futura stagione di investimenti straordinari non susciterebbe anche oggi l’interesse della criminalità organizzata significherebbe ignorare la storia degli ultimi quarant’anni.

Le organizzazioni camorristiche di oggi non sono quelle degli anni di Cutolo, dei Nuvoletta o di Michele Zaza. Si sono trasformate insieme all’economia, investono in mercati differenti, utilizzano strumenti finanziari più sofisticati e operano spesso lontano dalla visibilità che caratterizzava la stagione delle guerre di camorra.

Una continuità, però, attraversa tutta la loro storia: la capacità di riconoscere i luoghi nei quali si concentrano grandi risorse pubbliche e di costruire, attorno a esse, relazioni economiche, imprenditoriali e politiche.

L’edilizia, il movimento terra, la logistica, i trasporti, lo smaltimento delle macerie, le forniture e la rete dei subappalti continuano a rappresentare settori particolarmente esposti a queste dinamiche. È proprio nei passaggi in cui la spesa pubblica si concentra e le procedure tendono ad accelerare che diventa più alta la pressione esercitata dagli interessi criminali, economici e clientelari.

Esiste, infine, una questione che riguarda il modo stesso in cui immaginiamo il futuro di questo territorio. Da decenni la comunità scientifica produce studi, dati e analisi sempre più raffinati. Urbanisti, geologi e vulcanologi descrivono con grande precisione le criticità dell’area flegrea.

Questa conoscenza continua però a scontrarsi con tempi politici molto più brevi, con priorità che cambiano rapidamente e con una pianificazione che fatica ad assumere il rischio come criterio permanente di governo del territorio.

La vicenda dei Campi Flegrei obbliga a guardare il rischio da una prospettiva diversa. Le scosse fanno emergere differenze che si sono accumulate nel corso dei decenni, dentro le trasformazioni della città, nelle politiche urbanistiche, nelle condizioni del lavoro, nella distribuzione delle risorse e nella qualità dei servizi pubblici.

È in questa prospettiva che la vicenda flegrea assume un significato più ampio. La storia di questo territorio attraversa certamente la propria peculiare conformazione ma porta impressi anche i segni delle forme che hanno governato lo sviluppo urbano, dell’influenza esercitata dalla rendita fondiaria, della progressiva perdita di centralità della pianificazione pubblica e di una politica che, troppo spesso, ha rincorso gli avvenimenti invece di anticiparli.

Le conoscenze scientifiche non sono mai mancate. Da tempo geologi, vulcanologi e urbanisti descrivono con precisione le criticità dell’area. Più difficile si è rivelato trasformare quel patrimonio di conoscenze in una visione capace di orientare stabilmente le scelte sul territorio.

Ogni volta che la terra trema si riapre una discussione che sembra ripartire sempre dall’inizio. Cambiano le dichiarazioni, si aggiornano i piani, si moltiplicano gli annunci. Intanto la città continua a portare sulle proprie spalle il peso delle decisioni accumulate nell’arco di oltre mezzo secolo.

È forse questa la continuità più ostinata della storia flegrea: non il movimento tellurico che appartiene alla natura di questo luogo, ma la difficoltà delle classi dirigenti nel fare della memoria uno strumento di governo e della prevenzione una scelta politica permanente.

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30/06/2026

Venezuela: la doppia catastrofe

di Atilio Boron

Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.

Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.

Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.

Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.

L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.

Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.

E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.

Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.

Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.

Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.

Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.

La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.

Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.

Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.

Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.

Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.

Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.

Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.

Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.

Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.

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28/06/2026

Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA

di Luciano Vasapollo

Di fronte a una catastrofe naturale di enormi proporzioni, come il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, è naturale ritenere che ogni forma di aiuto internazionale debba essere accolta e incoraggiata.

La solidarietà tra i popoli rappresenta uno dei principi più alti della convivenza umana: medici, infermieri, protezione civile, ospedali da campo, organizzazioni umanitarie e squadre di soccorso costituiscono strumenti indispensabili per salvare vite umane e alleviare le sofferenze di una popolazione colpita da una tragedia.

Proprio per questo è necessario distinguere con chiarezza tra la cooperazione civile e la proiezione militare.

Se la solidarietà internazionale si traduce nell’invio di personale sanitario, di aiuti alimentari, di tecnici, di strutture ospedaliere e di mezzi destinati esclusivamente ai soccorsi – come è avvenuto con la mobilitazione delle brigate mediche di diversi Paesi, tra cui Cuba – ci troviamo di fronte a un’autentica espressione di cooperazione tra popoli.

Diverso è il caso in cui l’intervento assuma una dimensione prevalentemente militare. La presenza di unità operative statunitensi, compresi reparti dei marines e assetti del Comando Sud, non può essere valutata prescindendo dal contesto politico nel quale si inserisce. E questo contesto è segnato oggi dai drammatici eventi del 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti intervennero militarmente in Venezuela con bombardamenti e incursioni armate che provocarono oltre cento vittime, tra cui 30 militari cubani, e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores, tuttora detenuti a New York con accuse prive di fondamento.

Una vicenda che rende inevitabilmente preoccupante ogni successiva presenza militare statunitense sul territorio venezuelano.

È qui che emerge il vero nodo della questione. La storia insegna che le emergenze umanitarie richiedono solidarietà, ma insegna anche che, talvolta, proprio le situazioni eccezionali hanno favorito nuove forme di influenza politica e strategica.

L’America Latina conosce bene questa dinamica. Nel corso dei decenni missioni presentate come operazioni di sicurezza, di lotta al narcotraffico o di assistenza hanno spesso lasciato un’eredità fatta di basi militari permanenti, accordi asimmetrici e crescente dipendenza geopolitica.

Per questo motivo la distinzione tra aiuto civile e presenza militare non costituisce un dettaglio tecnico, ma una questione profondamente politica. La solidarietà non dovrebbe mai comportare una compressione, neppure indiretta, della sovranità di uno Stato. Tanto più quando quel Paese attraversa una fase di estrema vulnerabilità.

Naturalmente, il principio dell’autodeterminazione resta fondamentale. Spetta al popolo venezuelano decidere liberamente il proprio futuro e le forme della cooperazione internazionale che ritiene più opportune. Ma proprio perché la sovranità appartiene ai popoli, ogni intervento esterno dovrebbe essere improntato alla massima trasparenza e avere carattere strettamente temporaneo, evitando qualsiasi ambiguità tra assistenza e proiezione di potenza.

Anche la ricostruzione dopo una catastrofe non è mai un fatto esclusivamente tecnico. Essa determina nuovi rapporti economici, ridefinisce gli investimenti, influenza gli equilibri istituzionali e apre spazi di intervento internazionale. Per questo la ricostruzione dovrebbe essere guidata innanzitutto dalle istituzioni del Paese colpito, con il sostegno della comunità internazionale, ma senza sostituzioni o condizionamenti politici.

La storia del colonialismo e del neocolonialismo dimostra che il controllo di un territorio non passa più soltanto attraverso l’occupazione militare tradizionale. Oggi esso può manifestarsi anche mediante il controllo delle infrastrutture strategiche, dei grandi investimenti, del credito internazionale e delle reti logistiche. Per questa ragione ogni emergenza richiede non soltanto solidarietà, ma anche vigilanza democratica.

Non si tratta di negare il valore dell’aiuto internazionale, bensì di preservarne il carattere autenticamente umanitario. La cooperazione è tanto più credibile quanto più rimane civile, multilaterale e rispettosa delle istituzioni locali. Al contrario, quando si accompagna alla presenza di apparati militari appartenenti a grandi potenze coinvolte negli equilibri geopolitici regionali, è inevitabile che sorgano interrogativi e preoccupazioni.

Come ricordavano Simón Bolívar e, più tardi, José Martí, l’indipendenza politica dell’America Latina non è un traguardo definitivamente acquisito, ma un processo da custodire continuamente. La memoria storica non serve ad alimentare diffidenze pregiudiziali, bensì a evitare che gli errori del passato vengano riproposti sotto forme nuove e linguaggi apparentemente più rassicuranti.

In definitiva, il terremoto impone oggi una sola priorità assoluta: salvare vite umane e accompagnare il Venezuela nella ricostruzione. Ma proprio perché la solidarietà internazionale è un valore universale, essa dovrebbe esprimersi attraverso strumenti civili, trasparenti e condivisi, affinché l’emergenza non diventi mai occasione di competizione geopolitica, bensì un momento in cui prevalgano il diritto internazionale, la cooperazione tra i popoli e il rispetto della sovranità degli Stati.

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26/06/2026

Venezuela, una prova dopo l’altra. Cuba tra i primi a mobilitarsi dopo il sisma devastante

di Luciano Vasapollo e Rita Martufi

Ci sono momenti nella storia di un popolo in cui il dolore supera le parole. Il Venezuela sta vivendo una di queste ore. I due violentissimi terremoti che hanno colpito il centro del Paese, con magnitudo 7,2 e 7,5 della scala Richter, hanno lasciato dietro di sé una scia di morte, sofferenza e distruzione. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 164 vittime e oltre 970 feriti, mentre intere comunità cercano tra le macerie i propri cari e tentano di ricostruire una quotidianità improvvisamente spezzata.

Le immagini che giungono dagli Stati di Carabobo, Yaracuy e La Guaira raccontano una tragedia umana che va ben oltre i numeri. Ogni vittima è una famiglia distrutta, ogni ferito porta con sé una storia, ogni edificio crollato rappresenta anni di sacrifici cancellati in pochi secondi dalla forza cieca della natura.

In queste ore di lutto nazionale, il pensiero va anzitutto alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori e a tutti coloro che stanno affrontando una prova durissima. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per accelerare la mobilitazione delle risorse necessarie, mentre ospedali, servizi pubblici e organizzazioni popolari sono impegnati senza sosta nell’assistenza alla popolazione.

Di fronte a simili tragedie emerge sempre il tema della solidarietà internazionale. È nei momenti più difficili che si distinguono le parole dai fatti, le dichiarazioni di circostanza dall’aiuto concreto. Tra i primi Paesi a mobilitarsi vi è stata Cuba.

Il presidente Miguel Díaz-Canel ha espresso immediatamente le proprie condoglianze al popolo venezuelano e, soprattutto, ha confermato l’impegno diretto dei collaboratori della brigata medica cubana, già operativi nelle aree colpite per assistere i feriti e sostenere le strutture sanitarie messe a dura prova dall’emergenza.

Non sorprende che sia stata Cuba a rispondere con tanta rapidità. Si tratta della naturale prosecuzione di una fraternità costruita nel corso di decenni, fondata sulla cooperazione e sulla solidarietà tra popoli che hanno condiviso difficoltà, aggressioni esterne e percorsi di emancipazione.

Quando la tragedia colpisce, la solidarietà cubana non si manifesta soltanto attraverso messaggi diplomatici ma attraverso medici, infermieri, tecnici, uomini e donne che si mettono concretamente al servizio di chi soffre.

Per questo appare inevitabile rilevare una profonda contraddizione nel linguaggio di alcune cancellerie occidentali. Tra i messaggi di cordoglio figurano anche quelli provenienti dagli Stati Uniti.

Tuttavia, è difficile ignorare che appena pochi mesi fa, il 3 gennaio, il Venezuela è stato oggetto di un attacco che ha provocato circa cento vittime, tra cui trenta militari cubani in servizio presso il Palacio de Miraflores.

Di fronte a una simile realtà, il richiamo alla solidarietà assume inevitabilmente un sapore amaro. La memoria delle vittime impone coerenza e verità: la solidarietà autentica non può essere separata dalle responsabilità politiche e militari che hanno contribuito ad aggravare le sofferenze di un popolo.

Oggi, però, non è il momento delle polemiche. È il momento del lutto, del soccorso e della ricostruzione. Il Venezuela ha dimostrato in molte occasioni della propria storia una straordinaria capacità di resistenza. Lo ha fatto di fronte alle difficoltà economiche, alle sanzioni, alle aggressioni e ai tentativi di destabilizzazione. Dovrà farlo ancora una volta davanti a questa immane catastrofe naturale.

In queste ore il mondo dovrebbe guardare al Venezuela non attraverso le lenti della geopolitica, ma attraverso quelle dell’umanità. Servono aiuti, mezzi, medicinali, sostegno tecnico e rispetto per la sovranità di un Paese che sta affrontando una delle prove più dure degli ultimi anni.

Alle famiglie delle vittime giungano il nostro cordoglio e la nostra vicinanza. Ai feriti l’augurio di una pronta guarigione. Al popolo venezuelano la certezza che, nonostante le macerie e il dolore, non è solo. E che la solidarietà dei popoli, quando è sincera e concreta, può diventare la prima pietra sulla quale ricostruire la speranza.

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25/06/2026

Venezuela - Due potenti terremoti hanno colpito il paese

Due potenti terremoti consecutivi hanno colpito il Venezuela ieri sera, causando danni ingenti, il crollo di edifici e il panico tra i residenti che si sono riversati nelle strade. Al momento si parla di 32 morti e decine di feriti, ma il bilancio sembra destinato a salire.

I terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 sono stati avvertiti anche in altri Paesi, con edifici evacuati in aree lontane come l’Amazzonia brasiliana, a circa 1.700 chilometri da Caracas.

In un breve discorso alla nazione tenuto mercoledì sera, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha affermato che i terremoti hanno causato danni in diversi stati, ma non ha fornito cifre sul numero di case ed edifici colpiti, né sul numero di feriti o vittime.

I terremoti hanno danneggiato gravemente il principale aeroporto del Paese, l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, al punto da provocarne la chiusura, ha affermato, aggiungendo che le lezioni scolastiche sono state sospese per diversi giorni.

“Esortiamo la nostra popolazione a mantenere la calma”, ha detto Rodríguez. “Esortiamo all’unità”. Rodríguez ha inoltre chiesto a tutti gli operatori sanitari del Paese di presentarsi negli ospedali per prestare assistenza a chiunque fosse rimasto ferito. Il Ministero dell’Istruzione ha dichiarato mercoledì sera che alcune scuole sarebbero state utilizzate come rifugi e centri di raccolta donazioni.

L’US Geological Survey inizialmente aveva indicato una magnitudo di 7,1 per il primo terremoto, salvo poi correggerla a 7,2. L’epicentro si trovava a ovest della località di Morón, situata lungo la costa caraibica del paese, a circa 168 chilometri a ovest di Caracas. La profondità del sisma era di 22 chilometri.

L’USGS ha segnalato un terremoto ancora più forte, di magnitudo 7,5, appena un minuto dopo. Il secondo sisma ha avuto una profondità di 10 chilometri e il suo epicentro si trovava a 16 chilometri a sud-ovest di Morón.

I terremoti, tra i più forti che abbiano colpito il Venezuela in oltre un secolo, si sono verificati poco dopo le 18:00. Gli abitanti hanno evacuato gli edifici che oscillavano nella capitale Caracas, molti visibilmente scioccati nel vedere interi muri crollati, con mobili visibili dalla strada. Colonne di polvere erano visibili anche in due quartieri della capitale, solitamente frequentati da ristoranti e altre attività commerciali.

La gente è rimasta per le strade per ore, anche dopo il tramonto. Alcuni sedevano per terra abbracciando i loro animali domestici mentre la polvere si accumulava intorno a loro. Edifici crollati, pali della luce abbattuti e detriti bloccavano le strade. In alcune zone della capitale è mancata la corrente elettrica e il segnale dei telefoni cellulari.

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07/03/2023

Israele bombarda aeroporto di Aleppo. Dirottati gli aiuti umanitari per il terremoto

Un raid aereo israeliano ha preso di mira l’aeroporto di Aleppo, nel nord della Siria, causando alcuni danni alla pista. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa siriana “Sana”, citando una fonte militare, secondo la quale le difese aeree siriane avrebbero intercettato alcuni missili lanciati dal Mar Mediterraneo, a ovest della città costiera di Latakia, alle 2:07 (ora locale).

L’attacco avrebbe messo fuori uso l’aeroporto di Aleppo. I voli attesi ad Aleppo, nel nord della Siria, sono stati trasferiti presso gli aeroporti di Damasco e Latakia dopo l’attacco aereo. “Dopo l’attacco israeliano che ha colpito l’aeroporto di Aleppo e lo ha danneggiato, è stato deciso di trasferire gli aerei che trasportano aiuti e soccorsi umanitari ai terremotati e i voli regolari presso gli aeroporti di Damasco e Latakia”, ha confermato il ministero, spiegando che il personale sta iniziando a ispezionare i danni.

Aleppo, già vittima di vaste distruzioni durante la guerra civile siriana, è stata gravemente danneggiata dal micidiale terremoto di magnitudo 7,8 che ha colpito la Turchia e la Siria il mese scorso. Da allora diversi paesi hanno inviato spedizioni di aiuti all’aeroporto della città, compreso l’Iran.

L’ultimo attacco aereo israeliano contro la Siria è avvenuto il mese scorso, quando i media statali siriani hanno riferito che un bombardamento aveva preso di mira un quartiere residenziale di Damasco, uccidendo cinque persone e ferendone altre 15.

“Non ci sono stati commenti da parte delle forze di difesa israeliane, in linea con la loro politica di non commentare in generale i raid aerei in Siria” – scrive il giornale Times of Israel“Si ritiene che negli ultimi anni Israele abbia effettuato centinaia di attacchi contro obiettivi all’interno di parti controllate dal governo della Siria, inclusi attacchi agli aeroporti di Damasco e Aleppo, ma raramente riconosce o discute le operazioni”.

A gennaio, Damasco ha affermato che l’esercito israeliano ha lanciato missili contro l’aeroporto internazionale della capitale, mettendolo fuori servizio e uccidendo due soldati. Alla fine dello scorso agosto, la Siria ha accusato Israele di essere responsabile di due attacchi aerei consecutivi all’aeroporto internazionale di Aleppo e a un sito vicino all’aeroporto di Damasco, poiché si diceva che Israele stesse intensificando i suoi sforzi per prendere di mira gli aeroporti per contrastare il crescente uso di voli commerciali da parte di Teheran per portare rifornimenti militari nel paese.

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25/02/2023

Siria - Appello dagli studenti: aiuti umanitari ma basta con le sanzioni

Abbiamo ricevuto questo appello dagli studenti siriani rivolto a tutte le federazioni, organizzazioni, sindacati, associazioni, organismi e istituzioni arabe e straniere amiche affinché si muovano celermente e con urgenza per fare pressione sui governi, per la fine immediata dell’assedio e delle misure coercitive unilaterali imposte alla Siria e al suo popolo 12 anni fa.

Nell’appello, che facciamo nostro, l’Unione Nazionale degli Studenti Siriani chiede di lavorare per fornire assistenza immediata e urgente alla Siria e al suo popolo per alleviare le sofferenze e gli effetti del terremoto e dell’assedio che le è stato imposto, per sostenere i casi umanitari, differenziarli dalle posizioni politiche dei governi, e rispondere agli appelli degli studenti e delle comunità siriane per facilitare l’arrivo di trasferimenti di denaro a favore delle persone colpite dal terremoto.

L’Unione degli studenti ha riaffermato che, nonostante l’assedio e le immorali sanzioni contro la Siria e il suo popolo, il governo siriano e tutte le federazioni, i sindacati e le organizzazioni della società civile, fin dai primi momenti del devastante disastro, hanno messo a disposizione tutte le capacità materiali, umane e logistiche disponibili per aiutare e salvare i cittadini, curare i feriti e gli infortunati e cercare di assicurare alle migliaia di famiglie afflitte un alloggio adeguato, oltre a ogni altra assistenza come cibo, vestiario e altre cose.

Gli studenti universitari di Damasco e gli studenti palestinesi e arabi che vi studiano hanno chiesto, durante un raduno e una veglia di solidarietà, organizzati dall‘Unione nazionale degli studenti siriani, davanti alla sede delle Nazioni Unite a Damasco, la fine immediata delle sanzioni e delle misure coercitive unilaterali imposte alla Siria e al suo popolo 12 anni fa. Gli studenti che hanno partecipato alla veglia hanno portato un messaggio al dottor Khaled Al-Masri, consulente per i media delle Nazioni Unite in Siria, in cui si chiede all’ONU perché si muovesse rapidamente, per fare pressione sui governi al fine di cessare l’assedio e fornire aiuti immediati alla Siria per mitigare gli effetti del terremoto.

Per porre fine all’afflizione, alla discriminazione, alla segregazione che le è stata imposta, sostenere la situazione umanitaria, separando l’aspetto umanitario dalle posizioni politiche dei governi e per facilitare l’arrivo di trasferimenti di denaro a beneficio delle persone colpite dal terremoto.

Omar al-Jabai, membro dell’Ufficio esecutivo dell’UNSS ha sottolineato che la devastazione lasciata dal terremoto richiede sforzi concertati per sostenere le persone colpite e che la Siria oggi più che mai, ha bisogno di avere aiuti, attrezzature di soccorso e squadre mediche, per aiutarli a superare questo calvario.

Lo studente Jifar al-Shifairi dello Yemen ha dichiarato: “Noi, come studenti arabi presenti in Siria, paese simbolo di arabismo, fermezza e resistenza, chiediamo la revoca delle “sanzioni”, senza alcuna restrizione o condizione, al fine di ridare vita alla Siria e dare soccorso alle popolazioni delle zone colpite dal sisma, perché queste sanzioni sono ingiuste”. Lo studente Yaman Najeeb della Giordania ha dichiarato che: “…la partecipazione alla manifestazione è sentita come un dovere, per aiutare i nostri fratelli siriani nelle aree colpite”, mentre lo studente Abdel Fattah Ibrahim, capo dell’Unione generale degli studenti somali in Siria, ha ribadito la necessità di: “… rimuovere l’ingiusto assedio alla Siria delle sanzioni, che costituisce un crudele ostacolo alla consegna degli aiuti alle popolazioni colpite. dal terremoto...”.

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16/02/2023

Siria - Ora domande fondamentali per Idlib e Qamishli

Le forze di opposizione siriane dovranno presto affrontare domande cruciali poiché il terremoto costringerà la Turchia a porre fine al suo intervento. Il devastante terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria ha creato una nuova situazione in cui Ankara si trova a dover sfruttare le proprie risorse negli anni a venire per riprendersi dalle conseguenze del disastro, sostiene il caporedattore di un quotidiano libanese. Ciò accelererà il processo che porterà alla fine del suo intervento in Siria, che a sua volta dovrà affrontare le forze anti-regime nel nord-est e nel nord-ovest siriano con pressanti domande sul loro destino all’indomani del ritiro della Turchia.

Nella scena regionale si pone ora un interrogativo importante sulla scia del disastro causato dal terremoto: quale vantaggio può ottenere la Turchia dal mantenere le sue forze in Siria? La Turchia si trova ad aver bisogno di impegnare le sue risorse per il processo di ripresa dalle conseguenze del disastro e lo deve fare migliorando i rapporti con gli altri paesi. Da qui nasce il suo attuale tentativo di normalizzare le relazioni con la Grecia, come ha rivelato lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan. Allo stesso modo, Erdogan ha perseguito la normalizzazione con la Siria nella fase precedente al sisma con l’intento di ridurre gli oneri causati dall’intervento (negli anni passati in Siria) che ha sperperato gran parte delle risorse turche e ha portato rovina e terrorismo in Siria. E se prima era così, immaginate com’è adesso, dopo il terremoto. E tutti sanno che una condizione necessaria per le normali relazioni turco-siriane è il ritiro di Ankara dal territorio siriano.

Non c’è osservatore del dossier turco/siriano che non sappia che, prima del terremoto, il processo iniziato con la costituzione del quadrilatero russo/turco/iraniano/siriano sarebbe sfociato in una riunione militare di sicurezza volta a discutere i meccanismi per affrontare la situazione anomala nella Siria nordoccidentale, dopo che erano state discusse condizioni simili nella Siria nordorientale. Pertanto, la preoccupazione causata dalle conseguenze del disastro non durerà a lungo prima che sorga l’urgente necessità di andare avanti. Significherà mettere sul tavolo il futuro delle enclavi siriane nord-orientali e nord-occidentali a causa della loro connessione con la decisione turca di ritirarsi dalla Siria.

Erdogan, si sa, vorrebbe condizionare il suo arretramento a un risultato in termini di sicurezza che gli permetta di dichiarare al suo popolo che la minaccia è stata sradicata. A sua volta la Siria vuole che la sua cooperazione politica e di sicurezza verso quell’obiettivo sia subordinata a un impegno turco per mettere fine all’enclave del nord-ovest (Idlib), con Mosca e Teheran che appoggiano Damasco su questo punto.

Qui sorge la domanda su cosa intendono fare i politici siriani che si definiscono i leader della cosiddetta rivoluzione (del 2011). In che modo il mantenimento della loro presa sull’enclave siriana nordoccidentale si inserisce nella loro visione futura della Siria? Hanno una tale visione? Certo è che l’idea di un’azione militare che consenta loro di espandersi e diffondersi nelle aree siriane controllate dal governo di Damasco è fuori discussione, anche solo come fantasia. Hanno il coraggio di dichiarare la loro intenzione di stabilire uno Stato indipendente nelle aree sotto il loro controllo? Controllano veramente quelle aree? Oppure nella realtà è un conglomerato di gruppi armati di varia affiliazione che mantiene il controllo di quella regione? La maggior parte di questi gruppi vive grazie ai finanziamenti di alcuni Paesi del Golfo e di alcune organizzazioni che promuovono l’estremismo (religioso) in altri Stati del Golfo, nonché della Fratellanza musulmana. Anche loro sanno che senza la copertura turca questa enclave non ha futuro. Hanno pensato a come affronteranno il ritiro turco quando ciò avverrà?

Nel nord-est della Siria, il quadro è simile. Non ci sono prospettive militari su cui i leader delle Forze democratiche siriane (SDF) possano scommettere per espandere la loro amministrazione autonoma o affermare di far parte di un movimento siriano che controlla l’intero territorio siriano. Né sono in grado di dichiarare il loro Stato in quella zona e proclamare la secessione dalla Siria. E nemmeno di utilizzare il loro controllo dell’area per negoziare termini che trascendano un singolo Stato siriano e di avanzare formule federaliste. Quindi cosa diranno quando gli sarà chiesto delle loro strategie se gli Stati siriano e turco raggiungessero un accordo con una mediazione congiunta russo/iraniana per sradicare l’enclave? La risposta è che non hanno il controllo della decisione.

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08/02/2023

Siria - Restano le sanzioni nonostante il terremoto e l’emergenza umanitaria

L’unico corridoio di aiuti internazionali dalla Turchia alla Siria – quello di Bab al-Hawa – è stato interrotto a causa dei danni del terremoto, aggravando una situazione umanitaria già disastrosa e gettando le basi per potenziali dispute tra il governo siriano e la comunità internazionale. “È il caos. Non siamo in grado di fare affidamento su nulla oltre confine in questo momento”, ha detto a Middle East Eye Amany Qaddour, direttore regionale di Syria Relief and Development.

I flussi di aiuti umanitari dalla Turchia al nord-ovest della Siria si sono temporaneamente fermati a causa delle ricadute del devastante terremoto, ha detto martedì un portavoce delle Nazioni Unite, lasciando gli operatori umanitari alle prese con il problema di come aiutare le persone in un paese già profondamente provato dalla guerra, riferisce Reuters.

Il terremoto con epicentro in Turchia ha finora ucciso più di 11.700 persone e lasciato una scia di distruzione in un’ampia area della Turchia meridionale e della vicina Siria. Il numero complessivo delle persone colpite dai terremoti in Turchia e Siria potrebbe essere di oltre 23 milioni secondo le prime valutazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Il valico di frontiera di Bab al-Hawa, nel nord-ovest della Siria, è in un’area che il governo siriano non controlla. Normalmente, più di 1.000 camion carichi di aiuti attraversano il valico ogni mese, “ma la strada che conduce all’incrocio è stata danneggiata e questo ha temporaneamente interrotto la nostra capacità di utilizzarla appieno“, ha dichiarato in una conferenza stampa un alto funzionario dell’Onu.

L’operazione di aiuti transfrontalieri supervisionata dalle Nazioni Unite dal 2014 è stata cruciale per i rifugiati siriani che sono fuggiti durante il conflitto, aggirando il territorio controllato dal governo di Damasco. Martedì la Mezzaluna Rossa siriana con sede a Damasco ha dichiarato di essere pronta a fornire aiuti in tutta la Siria, comprese le aree in mano ai ribelli.

Non c’era un quadro chiaro di quando gli aiuti – da cui dipendono circa 4 milioni di persone – sarebbero ripresi, ha detto alla Reuters Madevi Sun-Suon, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento dell’assistenza umanitaria (OCHA). “Alcune strade sono danneggiate, altre sono inaccessibili. Ci sono problemi logistici che devono essere risolti”, ha detto Sun Suon “Stiamo esplorando tutte le strade per raggiungere le persone bisognose”.

Queste includevano la consegna di aiuti dall’interno della Siria, attraverso il territorio controllato dal governo siriano, un processo che prevedeva l’attraversamento del fronte attraverso il quale gli aiuti raramente sono passati durante la guerra.

In seria difficoltà per l’ottenimento dei soccorsi e degli aiuti d’emergenza non ci sono solo le aree controllate dal governo siriano, ma anche quelle sotto controllo delle organizzazioni politico/militare kurde.

“Questa catastrofe, aggiunta alle crisi sanitarie e di colera e alle condizioni di sfollamento interno, aggraveranno ulteriormente la situazione di migliaia di persone che vivono in Rojava (Siria del Nord-Est), regione martoriata dai continui attacchi dello Stato turco e, negli anni, obiettivo favorito dei militanti jihadisti” – scrive la Mezza Luna Rossa Kurdistan lanciando un allarme sui canali e le modalità con cui verranno gestiti gli aiuti umanitari – “Temiamo che tanto in Bakur (Kurdistan turco), quanto in Rojava (Kurdistan siriano), l’assistenza fornita sarà fortemente dipendente dal pregiudizio anti-curdo che, come ben sappiamo, da sempre limita l’accesso alle cure ed esacerba i conflitti”.

Il nodo delle sanzioni alla Siria

Il terremoto ha acutizzato enormemente la fragilità dell’invio di aiuti umanitari in Siria e ha già portato ad alcune richieste agli Stati Uniti e all’Unione Europea per allentare le severe sanzioni che sono state imposte dallo scoppio della guerra nel 2011, scrive il Middle East Eye.

Lunedì un gruppo di chiese cristiane in Medio Oriente ha rilasciato una dichiarazione chiedendo la revoca delle sanzioni contro la Siria. “Sollecitiamo l’immediata revoca delle sanzioni contro la Siria e l’accesso a tutti i materiali, in modo che le sanzioni non si trasformino in un crimine contro l’umanità“, ha dichiarato il Middle East Council of Churches, un gruppo con sede a Beirut che rappresenta cristiani cattolici, ortodossi e copti nella regione.

Anche la Mezzaluna Rossa Araba Siriana con sede a Damasco ha chiesto la rimozione delle sanzioni.

Lunedì, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bassam Sabbagh, ha affermato che la situazione attuale richiede che i donatori internazionali lavorino per coordinare gli sforzi con il governo siriano, reindirizzando gli aiuti che si spostano oltre confine attraverso la Turchia.

Il doppio standard sugli aiuti umanitari da parte di USA e UE

Ma gli Stati Uniti hanno escluso di cambiare rotta. Ned Price, il portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha dichiarato lunedì in un briefing che Washington stava inviando aiuti alla Siria attraverso “un processo diverso” rispetto alla Turchia, che è un alleato nella NATO. “In Turchia abbiamo un partner nel governo; in Siria, abbiamo un partner sotto forma di ONG sul campo che stanno fornendo sostegno umanitario”, ha affermato Price.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha detto che le sanzioni statunitensi non attengono all’assistenza umanitaria, ma che nessun aiuto umanitario finanziato dagli Stati Uniti per la risposta al terremoto viene fornito attraverso il governo siriano. “I nostri partner nelle aree controllate dal regime forniscono direttamente assistenza ai beneficiari senza il controllo o la direzione del regime di Assad. Questo per garantire che la nostra assistenza non venga deviata da attori maligni o dal regime di Assad e raggiunga i beneficiari previsti” ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato USA.

Anche da Bruxelles giungono gli stessi segnali di mantenimento delle sanzioni e di doppio standard negli aiuti umanitari alla Siria adottati dagli Stati Uniti.

La Commissione europea sta “incoraggiando” i Paesi membri dell’UE a rispondere alla richiesta di forniture mediche e alimentari da parte della Siria, monitorando al contempo che gli aiuti “non vengano deviati” dal governo sanzionato di Damasco, ha dichiarato Janez Lenarcic, il coordinatore della Commissione Europea per le emergenze.

La vergognosa conseguenza di questa linea è che se andiamo a vedere l’elenco dei paesi che hanno inviato soccorsi e aiuti alla Siria troviamo solo Iran, Iraq, Algeria, Russia, Libano, Giordania, India, Cina, Tunisia, Egitto, Emirati Arabi Uniti. Dall’Unione Europea si vede solo la Germania, che però ha inviato solamente denaro attraverso associazioni umanitarie controllate dai paesi occidentali. La lontana Nuova Zelanda ha inviato denaro tramite la Mezzaluna Rossa.

In Italia è stato lanciato un appello da parte dell’Unione Sindacale di Base affinché le spese militari destinate alla guerra in Ucraina vengano invece convertite in aiuti d’emergenza a tutte le popolazioni colpite dal devastante terremoto in Turchia e Siria.

In sostanza le sanzioni USA e UE contro la Siria rimangono vigenti nonostante l’emergenza umanitaria. Un’infamia tutta euroatlantica che sarà bene non dimenticare nel presente e nel futuro.

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07/02/2023

La geopolitica degli aiuti alla Siria e nelle zone di guerra


Il devastante terremoto di lunedì ha colpito una regione già tormentata dalla guerra da quasi dodici anni, provocando secondo alcuni fonti già quasi 5.000 morti mentre le temperature sono bassissime, aggiungendo al disastro del sisma anche condizioni climatiche avverse.

Il terremoto è avvenuto proprio nella zona al confine tra Turchia e Siria, contesa e combattuta tra le mire di Ankara, la resistenza della Siria allo smembramento, le istanze indipendentiste e confederali kurde e la perdurante presenza delle varie milizie jihadiste (dall’Isis ad Al Qaida ed altre).

La destinazione degli aiuti internazionali alle località e alle popolazioni terremotate è già diventata inevitabilmente oggetto di scelte selettive sulla base della collocazione politica e militare dei singoli soggetti in campo.

La missione di soccorso e salvataggio israeliana è atterrata all’aeroporto di Adana, in Turchia, vicino all’area colpita dai recenti terremoti. Dopo la preparazione iniziale, le squadre di soccorso si dirigeranno verso le zone disastrate e lì inizieranno le operazioni di soccorso.

Anche la prima squadra di soccorritori italiani è atterrata ad Adana ma in tutte le dichiarazioni ufficiali il governo parla solo di aiuti alla Turchia, per ora la Siria sotto sanzioni occidentali, non viene indicata come meta dei soccorsi. La squadra è composta da 50 vigili del fuoco dei team Usar di Toscana e Lazio. Personale specializzato per la ricerca di dispersi sotto le macerie, che ha operato in analoghe emergenze in Italia e all’estero. Nel gruppo, 11 sanitari e 6 unità del dipartimento della Protezione civile.

Proprio oggi il responsabile della Mezzaluna Rossa Araba Siriana (SARC), Khaled Hboubati, ha lanciato un appello per revocare le sanzioni economiche imposte alla Siria per far fronte alle ripercussioni del devastante terremoto. “Abbiamo bisogno di attrezzature pesanti, ambulanze e veicoli antincendio per continuare a soccorrere e rimuovere le macerie, e questo comporta la revoca delle sanzioni alla Siria il prima possibile”, ha detto Hboubati questa mattina durante una conferenza stampa.

L’Algeria ha annunciato l’invio in Siria di una squadra specializzata della protezione civile per partecipare alle operazioni di soccorso ai terremotati che hanno colpito il Paese all’alba di lunedì.

La Siria ha già smentito di aver chiesto aiuto a Israele dopo le due devastanti scosse di terremoto che hanno colpito il Paese. È quanto riferito da Reuters citando il quotidiano siriano filo-governativo al-Watan. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu invece aveva dichiarato che, tramite la Russia, era stata Damasco a chiedere aiuto e Israele aveva acconsentito, nonostante tra i due Paesi non ci siano relazioni diplomatiche ed anzi i due paesi si considerano tuttora in condizione di belligeranti.

In realtà gli aiuti israeliani alla Siria, starebbero già seguendo canali e modalità operative in contrasto con il governo siriano per essere inviati solo nelle zone in mano ai gruppi ribelli contro Assad, sia quelli filo-turchi che quelli vicini al Al Qaida.

“Un flusso costante di feriti affluisce in un ospedale sovraccarico nella città di Darkush, nella Siria nord-occidentale controllata dai ribelli, lunedì, dopo che un terremoto mortale ha colpito la regione” – scrive il giornale israeliano Times of Israel“Il potente terremoto di magnitudo 7,8 che ha colpito prima dell’alba di lunedì ha provocato nuovi danni e sofferenze nell’ultima enclave siriana controllata dai ribelli, già distrutta da anni di combattimenti e bombardamenti e che ospita milioni di sfollati siriani fuggiti dalle loro case durante la guerra civile del Paese. Il territorio dell’opposizione nell’angolo nord-occidentale della Siria ha resistito per anni anche dopo che le forze governative siriane hanno ripreso la maggior parte delle aree controllate dai ribelli nel Paese”.

È lo stesso Times of Israel a precisare che “Alcune parti del territorio sono gestite da gruppi di ribelli, tra cui una fazione militante dominante legata ad Al-Qaeda, mentre altre sono sotto l’amministrazione sostenuta dalla Turchia, nota come Governo provvisorio siriano”.

I leader curdi della regione hanno tutti espresso solidarietà per le vittime del terremoto, affermando che “forse in seguito i conflitti che hanno diviso la regione potranno essere momentaneamente ridotti e curdi, turchi e altri potranno lavorare in solidarietà”.

Le organizzazioni curde delle zone della Siria sotto attacco della Turchia, in particolare il Rojava, hanno a loro volta lanciato un appello. “A sud della Turchia, il Rojava/Siria settentrionale e orientale, una regione già colpita dalle continue campagne di aggressione e occupazione dello Stato turco, ha subito gravi perdite. Con centinaia di migliaia di sfollati in Siria a causa dell’aggressione militare turca, questo terribile terremoto nel cuore dell’inverno aggraverà la crisi umanitaria che colpisce i popoli della regione, tra cui curdi, arabi, cristiani e altri” – scrive in un appello il Congresso Nazionale Kurdo (Knk) – “Il Congresso Nazionale del Kurdistan condivide il dolore di tutti coloro che hanno subito una perdita a causa di questa tragedia e invia le proprie condoglianze, augurando a tutti i feriti una pronta guarigione. Sappiamo per esperienza che il regime di Erdogan affronterà questa catastrofe naturale in modo cinico e con forti pregiudizi anti-curdi, e chiediamo a tutti coloro che possono di ascoltare l’appello della Mezzaluna Rossa curda (Heyva Sor a Kurdistanê), che opera sul campo in Kurdistan, e di aiutare il più possibile per soccorrere le persone colpite da questa tragedia ed evitare che anch’esse cadano vittime dei calcoli politici del regime di Erdogan”.

Il giornale israeliano Jerusalem Post prova invece a ipotizzare, con una lunga serie di interrogativi, come il devastante terremoto possa rimettere in moto le relazioni congelate o ostili degli ultimi dodici anni nella regione. Ne riproduciamo un ampio e significativo stralcio:

“Il regime siriano è isolato e sottoposto a sanzioni. L’Iran, che sostiene il regime, sta già affrontando un terremoto nella sua regione nord-occidentale. Come può l’Iran, anch’esso sottoposto a sanzioni, aiutare? Si riuscirà a coordinare gli sforzi in Siria? Considerando il paesaggio diviso, i combattimenti e il fatto che vari Paesi hanno passato più tempo a bombardare la Siria che ad aiutarla a ricostruire, i siriani otterranno qualcosa? È possibile che a causa di questo disastro scoppi una carestia o qualcosa di peggio?
È possibile che le sanzioni alla Siria vengano ridotte per consentire maggiori aiuti? Il terremoto potrebbe essere un punto di svolta per la Siria e per la sua capacità di ricucire i legami con la Turchia e normalizzare le relazioni. Potrebbe dare ai governanti turchi la scusa per incontrare finalmente il regime di Assad faccia a faccia e questo potrebbe portare a qualche movimento in Siria in termini di linee di conflitto che hanno diviso il Paese? Gli Stati Uniti, la Russia e altri paesi possono mettere da parte le tensioni? Il terremoto e l’apparentemente enorme tributo che ha provocato porteranno questi Paesi a mettere da parte le loro rimostranze per un mese o poco più, aiutando la popolazione locale? Gli Stati Uniti giocano un ruolo chiave nella Siria orientale; potrebbero gli Stati Uniti e la coalizione anti-ISIS decidere finalmente di non limitarsi a un ruolo militare e fornire un sostegno umanitario? L’SDF, sostenuta dagli Stati Uniti, svolge un ruolo in città chiave che non sono lontane dalle aree colpite. È possibile che la Turchia e le milizie che sostiene in Siria smettano di attaccare i civili in luoghi come Tal Tamr e siano disposte a mettere da parte la guerra infinita per un mese e a lasciare che i convogli umanitari passino per Manbij o Kobani o altre aree. La Turchia minacciava di invadere queste aree e ha spesso bombardato la popolazione di queste zone e di Tel Rifat. Ora che un terribile terremoto ha danneggiato tutti, è possibile che Ankara e gli altri paesi interrompano i combattimenti e collaborino per salvare vite umane? Gli Stati Uniti possono fare un passo avanti e dare l’esempio con i russi in Siria, per fornire aiuti invece di creare controversie?


Mentre sia le strutture governative che quelle civili si vanno attivando per far arrivare aiuti e squadre di soccorritori in Turchia e Siria, occorrerà monitorare attentamente la situazione sul terreno perché – e purtroppo non è una novità – anche gli aiuti internazionali in questi anni hanno seguito spesso più logiche geopolitiche che umanitarie.

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31/12/2021

Terremotati, senza casa, ma dovete pagare il mutuo…

La segreteria del Mef ha stralciato l’emendamento che prorogava lo stop al pagamento dei mutui sulle case terremotate.

In pratica, chi cinque anni fa si è ritrovato la propria abitazione distrutta dovrà tornare, ogni mese, a pagare alla propria banca una rata di debito contratto per quelle che ormai sono soltanto macerie. È l’ennesimo capitolo di una legge di bilancio che pare la storia di Robin Hood al contrario: togliere ai poveri per dare ai ricchi.

Passa così il principio che se la ricostruzione non è ancora cominciata, la colpa è solo tua che non ti sei dato una mossa. Ovviamente in questo modo si assolvono i governi nazionali e regionali che hanno fatto di tutto per complicare la vita a chi avrebbe pure voluto cominciare a rimettere in piedi casa sua ma è sempre stato rimpallato da un ufficio all’altro, da una pratica all’altra, da un geometra all’altro.

Ha ragione l’amichetto mio che paragona il Covid al post-sisma: stessa irresponsabilità istituzionale, stesso continuo scaricare ogni colpa sul comportamento dei singoli.

È una figura retorica solo fino a un certo punto: l’azienda sanitaria regionale è come l’ufficio per la ricostruzione, trovare un’impresa edile è difficile come trovare un tampone, la caccia al furbetto dell’aperitivo è come quella a chi si è costruito una baracca di legno nel giardino della casa distrutta. E così via.

I migliori auguri di un buon 2022 dal cratere, dove la zona rossa dura da cinque anni.

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06/07/2021

Rompere il fiato...

Avevamo ragione, non è servito a niente.

Cinque anni e cinque governi dopo la serie di scosse che ha demolito l’Italia appenninica, finalmente qualcuno ha trovato il coraggio di dire la verità.

Si chiama Donato Iacobucci, di mestiere fa il professore di Economia all’Università di Ancona, tra i suoi incarichi si segnala il coordinamento della Fondazione Merloni, con tutto quel che ne consegue.

La settimana scorsa, sul Corriere Adriatico, il professore ha firmato un lungo pezzo in cui dichiara superato il modello «silvo-pastorale», rileva come in ampie zone delle Marche ormai ci vivano soltanto quattro vecchi e, di conseguenza, bisogna cambiare strategia. Lo chiama «spopolamento programmato».

Leonardo Animali (ci ha scritto pure un libro) da tempi non sospetti parla di «strategia dell’abbandono», ovvero lasciare che le cose accadano e poi prenderne atto. Non ricostruiamo e la gente se ne va. La gente se ne va e non vale la pena ricostruire. L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Si dice così, no?

Loredana Lipperini, Silvia Ballestra, Phil Connors, il vostro affezionato cronista e altri quattro gatti ne hanno già parlato abbastanza di queste cose, ci abbiamo perso forze e voce a raccontarle in giro, raccogliendo al più pacche sulle spalle, parole di blando incoraggiamento, pietà e grandi chissenefrega detti con gli occhi.

Il concetto è sempre stato semplice: dell’Italia centrale terremotata, in fondo, non gliene frega niente a nessuno. Avevamo ragione. Ma, sapete com’è, la ragione si dà sempre agli scemi.

Nel cratere la gente è poca (sono pochi gli elettori), non è fotogenica né telegenica, parla con una cadenza brutta da ascoltare e dunque non vale la pena starla a sentire.

Quando è arrivato il Covid e si parlava di «isolamento nell’isolamento», si diceva solo la metà del vero: qui non c’è distanziamento sociale perché il distanziamento è naturale. Non c’è più nessuno, lo dice anche Iacobucci.

Ha ragione, anche se finge di non sapere che il vero modello superato non è quello «silvo-pastorale», ma quello dei Merloni, che in dieci anni sono riusciti a perdere tutto il potere accumulato dal dopoguerra in poi. Ma questa è un’altra storia.

Sul terremoto si è parlato molto di «resilienza» – termine da rovesciare al più presto in negativo – e molto poco di «resistenza», che invece è il vero punto centrale della vicenda.

Quella dei terremotati, infatti, è una gara di resistenza: si tratta di correre per chilometri e chilometri per arrivare al traguardo. E se ci arrivi, ti ritroverai stravolto dalla stanchezza, con l’espressione del sopravvissuto più che del vincitore. Ecco, nelle gare di resistenza c’è sempre un momento in cui bisogna rompere il fiato: quando pensi di non farcela più, senti i polmoni che bruciano, il cuore in gola e organi di cui non sospettavi l’esistenza che fanno male. In quel momento o riesci ad andare avanti o ti fermi e ti ritiri.

Cinque anni e cinque governi dopo, siamo esattamente nel momento in cui bisogna rompere il fiato. E scegliere: resistere ancora, opporsi allo «spopolamento programmato», alla colonizzazione turistica, alla ricostruzione che non c’è. L’alternativa è facile: arrendersi e dare ragione a tutti gli Iacobucci del mondo. Via tutti, si vivrà altrove.

In questa estate di ennesima ripartenza, con il sol dell’obbedire che splende sui concertoni in zone protette, sugli abusi paesaggistici, sugli affari che vanno avanti, si parlerà molto di «opportunità», di futuri da inseguire, di rinascita dalle ceneri, anzi dalle macerie.

Ma tornerà un altro inverno. E lì capiremo se avremo rotto il fiato oppure no.

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