Stress da genocidio? Se vuoi rilassarti vieni nel Bel Paese! Non è uno slogan pubblicitario di un mondo distopico, ma potremmo rappresentarcela così l’offerta, comprensiva di relax, tour alle bellezze naturalistiche e culturali delle Marche, di cui ha usufruito a fine 2024 un gruppo di giovani militari israeliani in “libera uscita”, ma pur sempre scortati e protetti dalla DIGOS per garantirne la massima riservatezza.
L’IDF, insomma, cerca varie strategie per mandare in decompressione i propri soldati alle prese con droni che valicano corridoi e scale e che per colpirne uno ne ammazzano altri dieci, venti o trenta, spesso bambini. In patria sono stimati in almeno 6.500 quelli sottoposti a percorsi di psicoterapia ovvero in un breve periodo, tre volte tanto le terapie somministrate in tutto il 2022 (fonte: ministero israeliano ripresa in Italia dall’agenzia Nova).
Il centro di riabilitazione psichiatrica del Ministero della Difesa di Israele assiste più di 64.000 soldati, tra cui 8.000 affetti da disturbi da stress post-traumatico. Per alcuni invece, l’anomalo pacchetto turistico è stato organizzato da un’agenzia marchigiana specializzata proprio in “itinerari ebraici marchigiani” che facendo tappa fissa tra Fermo e Porto S. Giorgio, ha poi raggiunto anche mete naturalistiche di grande pregio come la riviera del Conero o le grotte di Frasassi, entrambe a poca distanza una dall’altra.
Dalla nostra inchiesta giornalistica emergono diverse testimonianze dirette che raccontano di gruppi di giovani israeliani, con la kippah indosso, che hanno girato di recente le Marche apprezzandone i numerosi siti naturalistici e culturali, bellissimi e rilassanti, ma soprattutto un po’ più “defilati” rispetto a città d’arte come Roma o Firenze.
A parte le guide che hanno aperto le porte di sinagoghe semisconosciute e altri luoghi di interesse ebraico, le altre persone che non indossavano la kippah erano appunto gli agenti della DIGOS.
Questi turisti con particolari esigenze di riservatezza “vengono presentati agli albergatori – ci ha rivelato la fonte presso una di queste agenzie specializzate – con nomi di fantasia e solo all’ultimo con quello reale, al momento della loro registrazione. Nei siti naturalistici e culturali – ha aggiunto – si può accedere in via riservata con visite a loro dedicate, in via del tutto esclusiva”.
Più di una guida, incuriosita dagli insoliti gruppi con scorta al seguito, ci ha confermato la loro presenza nel fermano e il fatto che non fossero dei semplici cittadini israeliani, ma appunto, dei militari in libera uscita “defatigante”.
“Sono guida ambientale AIGAE” ci ha rivelato la nostra fonte “e lavoro da anni tra il Parco del Conero e quello dei Sibillini. A inizio dicembre 2024, mentre stavo a Sirolo sul Conero per lavoro, ho visto in paese un gruppo di giovani dai tratti mediorientali, alcuni dei quali indossavano la kippah. Con loro un uomo di età più matura. Erano accompagnati da un italiano mio conoscente. Incontrandolo ho chiesto chi fossero e mi ha risposto che erano dei militari israeliani che sotto la copertura di semplicsii turisti stranieri, trascorrevano un periodo di vacanza nelle Marche, dopo essere stati impiegati in servizi operativi a Gaza. Poi sarebbero tornati in servizio. Un periodo di decompressione dallo stress del combattimento. Durante la loro permanenza nelle Marche, venivano accompagnati in altre località naturalistiche e città d’arte della regione”.
La Regione Marche, dove ad Ancona e in altri centri minori, sono attive alcune delle più antiche comunità ebraiche italiane, con una legge regionale ha istituito del 2021, proprio l’“Itinerario Ebraico Marchigiano” che mette a sistema il patrimonio ebraico di 25 Comuni tra i quali Fermo, dove sembrerebbe abbiano fatto tappa fissa i giovani dell’IDF.
I militi ebrei insomma, per superare i traumi dei massacri perpetrati pochi giorni prima contro donne e bambini palestinesi, si ritemprano, lontani da occhi e orecchie indiscrete, con le bellezze italiche di una regione che ha dato i natali a musicisti, pittori, scrittori e architetti del calibro di Rossini, Raffaello, Leopardi e Vanvitelli, solo per citarne alcuni.
D’altra parte, l’Itinerario Ebraico Marchigiano rappresenta uno dei tanti tasselli di iniziative sparse finalizzate a riscoprire le radici comuni delle comunità giudaico-cristiane nel quadro di un dialogo interreligioso dove spicca, per iniziative di rilievo e organizzazione, il Cammino Internazionale Neocatecumenale, con sede proprio tra Porto S. Giorgio e Fermo.
Ma è invece in Galilea dove, sul Monte delle Beatitudini, vicino al lago di Tiberiade, viene ospitata la cosiddetta Domus Galilaee, il Cammino Internazionale Neocatecumenale, esattamente dieci anni fa, si è reso protagonista dell’incontro forse più significativo della storia delle due religioni, cristiana ed ebraica: 120 rabbini provenienti da ogni parte del mondo si sono incontrati con laici e religiosi cristiani, tra i quali 20 vescovi e 7 cardinali.
Il tentativo, più che lodevole, di avvicinare le due religioni prosegue tuttora anche con visite svolte presso la Domus Galilaee addirittura dell’esercito israeliano. “A scaglioni vengono a visitare il nostro centro”, ci spiega il direttore, don Rino Rossi “incuriositi dalla struttura, ma soprattutto per conoscere la fede cristiana”. Una curiosità che deve aver contagiato anche un alto ufficiale dell’IDF, che visitando la Domus “ne è rimasto impressionato”.
Ciò che sorprende, però, vista la vicinanza tra questo centro di preghiera e i luoghi ad altissima intensità bellica, dove l’esercito insieme a coloni ebrei ultra-ortodossi sta spianando interi villaggi palestinesi in Cisgiordania, imprigionando decine di migliaia di persone attraverso l’abuso della cosiddetta detenzione amministrativa, è che la realtà del momento non traspare in nessun modo nelle parole dei responsabili del Cammino intervistati.
Nemmeno le notizie di guerra in un periodo tragico come quello recentissimo, intorno ai giorni di Pasqua, hanno fatto sì che durante l’incontro che ha coinvolto nella Domus 250, tra vescovi e arcivescovi, provenienti dai cinque continenti, per un totale di 500 persone tra laici e religiosi da tutto il mondo, si facesse il minimo cenno a un dialogo interreligioso che comprendesse, in maniera sistematica e concreta, la terza più importante religione monoteista al mondo, quella mussulmana, ampiamente maggioritaria, proprio lì, in Medio Oriente: insomma un dialogo interreligioso a dir poco sbilanciato verso la sola riscoperta delle comuni radici culturali giudaico-cristiane, considerato che musulmani e i cristiani rappresentano, ognuna, una fetta di circa il 30% della popolazione mondiale, mentre l’ebraismo sfiora lo 0,2%.
Leggendo il sito web ufficiale della location neocatecumenale di Porto S. Giorgio, l’unico scossone emotivo degno di essere riportato nella newsletter è stata la morte di Bergoglio.
Il cammino neocatecumenale, per quanto riguarda il dialogo interreligioso tra ebrei e cristiani, secondo le testimonianze rilasciate al telefono dai responsabili, è molto attivo in numerosi Paesi del mondo, tra i quali gli USA, dove si cita anche un memorabile concerto a New York offerto dalla comunità ebraica locale.
Per quanto riguarda invece un’eventuale accoglienza in Italia di ebrei organizzati in gruppi, tutte le fonti laiche e religiose intervistate si sono trincerate dietro un generico “no-comment”; anzi, di eventuali presenze sul territorio marchigiano di gruppi provenienti da Israele non se ne vuole proprio parlare.
Su un piano invece laico, accademico e strategico-militare, prosegue a gonfie vele l’impegno dell’Italia, in questo caso lontano dai riflettori mediatici, in sostegno attivo all’IDF. È di non molte settimane fa, infatti, la notizia riportata da “Il Manifesto”, dell’ennesimo carico di armi che il tribunale del riesame di Ravenna ha definitivamente bloccato in porto confermando la sentenza di sequestro di 14 tonnellate di componenti per un valore di 250 mila euro.
La fornitura proveniva dalla Valforge di Lecco ed era destinata alla IMI System, principale produttore di armi e munizioni per l’esercito israeliano. Il tutto in violazione di quel che resta della legge 185 del 1990 e senza essere iscritta nell’infame registro nazionale degli esportatori di sistema d’armamento.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/06/2025
06/07/2021
Rompere il fiato...
Avevamo ragione, non è servito a niente.
Cinque anni e cinque governi dopo la serie di scosse che ha demolito l’Italia appenninica, finalmente qualcuno ha trovato il coraggio di dire la verità.
Si chiama Donato Iacobucci, di mestiere fa il professore di Economia all’Università di Ancona, tra i suoi incarichi si segnala il coordinamento della Fondazione Merloni, con tutto quel che ne consegue.
La settimana scorsa, sul Corriere Adriatico, il professore ha firmato un lungo pezzo in cui dichiara superato il modello «silvo-pastorale», rileva come in ampie zone delle Marche ormai ci vivano soltanto quattro vecchi e, di conseguenza, bisogna cambiare strategia. Lo chiama «spopolamento programmato».
Leonardo Animali (ci ha scritto pure un libro) da tempi non sospetti parla di «strategia dell’abbandono», ovvero lasciare che le cose accadano e poi prenderne atto. Non ricostruiamo e la gente se ne va. La gente se ne va e non vale la pena ricostruire. L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Si dice così, no?
Loredana Lipperini, Silvia Ballestra, Phil Connors, il vostro affezionato cronista e altri quattro gatti ne hanno già parlato abbastanza di queste cose, ci abbiamo perso forze e voce a raccontarle in giro, raccogliendo al più pacche sulle spalle, parole di blando incoraggiamento, pietà e grandi chissenefrega detti con gli occhi.
Il concetto è sempre stato semplice: dell’Italia centrale terremotata, in fondo, non gliene frega niente a nessuno. Avevamo ragione. Ma, sapete com’è, la ragione si dà sempre agli scemi.
Nel cratere la gente è poca (sono pochi gli elettori), non è fotogenica né telegenica, parla con una cadenza brutta da ascoltare e dunque non vale la pena starla a sentire.
Quando è arrivato il Covid e si parlava di «isolamento nell’isolamento», si diceva solo la metà del vero: qui non c’è distanziamento sociale perché il distanziamento è naturale. Non c’è più nessuno, lo dice anche Iacobucci.
Ha ragione, anche se finge di non sapere che il vero modello superato non è quello «silvo-pastorale», ma quello dei Merloni, che in dieci anni sono riusciti a perdere tutto il potere accumulato dal dopoguerra in poi. Ma questa è un’altra storia.
Sul terremoto si è parlato molto di «resilienza» – termine da rovesciare al più presto in negativo – e molto poco di «resistenza», che invece è il vero punto centrale della vicenda.
Quella dei terremotati, infatti, è una gara di resistenza: si tratta di correre per chilometri e chilometri per arrivare al traguardo. E se ci arrivi, ti ritroverai stravolto dalla stanchezza, con l’espressione del sopravvissuto più che del vincitore. Ecco, nelle gare di resistenza c’è sempre un momento in cui bisogna rompere il fiato: quando pensi di non farcela più, senti i polmoni che bruciano, il cuore in gola e organi di cui non sospettavi l’esistenza che fanno male. In quel momento o riesci ad andare avanti o ti fermi e ti ritiri.
Cinque anni e cinque governi dopo, siamo esattamente nel momento in cui bisogna rompere il fiato. E scegliere: resistere ancora, opporsi allo «spopolamento programmato», alla colonizzazione turistica, alla ricostruzione che non c’è. L’alternativa è facile: arrendersi e dare ragione a tutti gli Iacobucci del mondo. Via tutti, si vivrà altrove.
In questa estate di ennesima ripartenza, con il sol dell’obbedire che splende sui concertoni in zone protette, sugli abusi paesaggistici, sugli affari che vanno avanti, si parlerà molto di «opportunità», di futuri da inseguire, di rinascita dalle ceneri, anzi dalle macerie.
Ma tornerà un altro inverno. E lì capiremo se avremo rotto il fiato oppure no.
Fonte
Cinque anni e cinque governi dopo la serie di scosse che ha demolito l’Italia appenninica, finalmente qualcuno ha trovato il coraggio di dire la verità.
Si chiama Donato Iacobucci, di mestiere fa il professore di Economia all’Università di Ancona, tra i suoi incarichi si segnala il coordinamento della Fondazione Merloni, con tutto quel che ne consegue.
La settimana scorsa, sul Corriere Adriatico, il professore ha firmato un lungo pezzo in cui dichiara superato il modello «silvo-pastorale», rileva come in ampie zone delle Marche ormai ci vivano soltanto quattro vecchi e, di conseguenza, bisogna cambiare strategia. Lo chiama «spopolamento programmato».
Leonardo Animali (ci ha scritto pure un libro) da tempi non sospetti parla di «strategia dell’abbandono», ovvero lasciare che le cose accadano e poi prenderne atto. Non ricostruiamo e la gente se ne va. La gente se ne va e non vale la pena ricostruire. L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Si dice così, no?
Loredana Lipperini, Silvia Ballestra, Phil Connors, il vostro affezionato cronista e altri quattro gatti ne hanno già parlato abbastanza di queste cose, ci abbiamo perso forze e voce a raccontarle in giro, raccogliendo al più pacche sulle spalle, parole di blando incoraggiamento, pietà e grandi chissenefrega detti con gli occhi.
Il concetto è sempre stato semplice: dell’Italia centrale terremotata, in fondo, non gliene frega niente a nessuno. Avevamo ragione. Ma, sapete com’è, la ragione si dà sempre agli scemi.
Nel cratere la gente è poca (sono pochi gli elettori), non è fotogenica né telegenica, parla con una cadenza brutta da ascoltare e dunque non vale la pena starla a sentire.
Quando è arrivato il Covid e si parlava di «isolamento nell’isolamento», si diceva solo la metà del vero: qui non c’è distanziamento sociale perché il distanziamento è naturale. Non c’è più nessuno, lo dice anche Iacobucci.
Ha ragione, anche se finge di non sapere che il vero modello superato non è quello «silvo-pastorale», ma quello dei Merloni, che in dieci anni sono riusciti a perdere tutto il potere accumulato dal dopoguerra in poi. Ma questa è un’altra storia.
Sul terremoto si è parlato molto di «resilienza» – termine da rovesciare al più presto in negativo – e molto poco di «resistenza», che invece è il vero punto centrale della vicenda.
Quella dei terremotati, infatti, è una gara di resistenza: si tratta di correre per chilometri e chilometri per arrivare al traguardo. E se ci arrivi, ti ritroverai stravolto dalla stanchezza, con l’espressione del sopravvissuto più che del vincitore. Ecco, nelle gare di resistenza c’è sempre un momento in cui bisogna rompere il fiato: quando pensi di non farcela più, senti i polmoni che bruciano, il cuore in gola e organi di cui non sospettavi l’esistenza che fanno male. In quel momento o riesci ad andare avanti o ti fermi e ti ritiri.
Cinque anni e cinque governi dopo, siamo esattamente nel momento in cui bisogna rompere il fiato. E scegliere: resistere ancora, opporsi allo «spopolamento programmato», alla colonizzazione turistica, alla ricostruzione che non c’è. L’alternativa è facile: arrendersi e dare ragione a tutti gli Iacobucci del mondo. Via tutti, si vivrà altrove.
In questa estate di ennesima ripartenza, con il sol dell’obbedire che splende sui concertoni in zone protette, sugli abusi paesaggistici, sugli affari che vanno avanti, si parlerà molto di «opportunità», di futuri da inseguire, di rinascita dalle ceneri, anzi dalle macerie.
Ma tornerà un altro inverno. E lì capiremo se avremo rotto il fiato oppure no.
Fonte
05/01/2021
Fascisti sulle Marche, capitolo ennesimo
L’amministrazione marchigiana di Francesco Acquaroli ha deciso di cancellare il contributo da 70.000 euro già stanziato dalla giunta precedente per l’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione delle Marche.
È il solito discorso: sprovvisti di ogni riferimento culturale ormai da 80 anni, vittima conclamata di un complesso d’inferiorità grande così, la destra si rifugia dietro quello che sa fare meglio: usare il manganello contro il nemico.
Capisco che una coalizione nata durante una cena in memoria della Marcia su Roma non possa guardare con simpatia alla Resistenza, a chi l’ha fatta e a chi la studia, ma almeno – parlo perché conosco i miei polli – si eviti la cazzata del risparmio: la manovra di Acquaroli muoverà un totale di 523 milioni di euro in tre anni, finanziando cose come i centri antiviolenza dedicati «anche» agli uomini, la sagra della cozza e diverse celebrazioni per santi patroni di ogni ordine e grado.
Non è parsimonia, è proprio che sono fascisti.
Fonte
È il solito discorso: sprovvisti di ogni riferimento culturale ormai da 80 anni, vittima conclamata di un complesso d’inferiorità grande così, la destra si rifugia dietro quello che sa fare meglio: usare il manganello contro il nemico.
Capisco che una coalizione nata durante una cena in memoria della Marcia su Roma non possa guardare con simpatia alla Resistenza, a chi l’ha fatta e a chi la studia, ma almeno – parlo perché conosco i miei polli – si eviti la cazzata del risparmio: la manovra di Acquaroli muoverà un totale di 523 milioni di euro in tre anni, finanziando cose come i centri antiviolenza dedicati «anche» agli uomini, la sagra della cozza e diverse celebrazioni per santi patroni di ogni ordine e grado.
Non è parsimonia, è proprio che sono fascisti.
Fonte
21/11/2019
Sisma Centro Italia, il diavolo in un dettaglio
La prima scossa del 24 agosto 2016, causò 300 vittime ad Amatrice e 11 in Accumoli.
51 furono registrate lungo le frazioni di Arquata del Tronto nelle Marche.
Quella successiva del 30 ottobre non uccise nessuno, ma la sua forza dirompente (6,5° di magnitudo) fece ancora più danni a case e palazzi, colpendo patrimoni inestimabili quali la Basilica di San Benedetto a Norcia.
La sua struttura sopravvive solo perché imbracata nei ponteggi di sostegno.
Io scrivo da qui, da questa piazza deserta.
Sprechi e immobilismo
I soldi per sistemare non sono mai mancati: nel novembre 2017 la Commissione europea mise a disposizione cospicui stanziamenti per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Umbria e Marche avrebbero distribuito finora oltre mezzo miliardo di euro sia alle strutture alberghiere che direttamente alle famiglie, per alloggiare in via temporanea circa 30.000 sfollati, 25.000 nelle Marche e 5.000 in Umbria.
Questi finanziamenti a fondo perduto affiancarono le prime SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza), prefabbricati dai costi folli: € 6750 al mq circa.
Le magagne però emersero quasi subito: problemi idraulici e conseguenti allagamenti, controsoffitti cadenti, coibentazione insufficiente e,tanto per gradire, presenza occasionale di topi. Secondo lo studio tecnico Pasqua Palombi di Norcia (addetto alla stesura dei progetti di ricostruzione da presentare alla Regione) i costi spropositati furono causati dagli oneri di urbanizzazione (sbancamento delle aree preposte all’installazione dei moduli, allacci della rete idrica, elettrica e fognaria) mentre un fabbricato costruito con norme antisismiche, non sarebbe costato più di 1500/2000 € al mq. Un contrasto stridente.
Per le 125 casette di Pieve Torina, si spesero € 6.882.218 solo per codesti oneri.
Tutto cambia quando un progetto di ristrutturazione viene presentato agli organi competenti, avviando così il percorso kafkiano per l’approvazione, soggetta ai vincoli ambientali che non consentono di ricostruire con volumetrie diverse, legando l’immobile demolito a rigidi parametri ormai obsoleti. A oggi, secondo le cifre fornite dall’agenzia ANSA, a fronte di 2500 lucidi progettuali presentati da Norcia, Cascia e Preci, ne sono stati approvati solo 500.
Ovviamente, dovendo affrontare tali difficoltà, molti rinunciano a ricostruire, incassando i sussidi senza investirli, sfruttando (chi ce l’ha) la seconda casa sopravvissuta ai crolli, o dividendo quella degli anziani genitori, che magari ha più stanze disponibili.
La soluzione SAE piace a pochi, anche perché questa parola “emergenza” ha un suono beffardo, e minaccia altresì di protrarsi all’infinito, sebbene adesso nella maggior parte dei Comuni, le casette siano finalmente confortevoli e tecnologicamente più attrezzate: tutte espongono sul tetto cilindri a pannelli solari, che sono accumulatori di acqua calda.
Le SAE rimangono comunque un palliativo; paradossalmente proprio ora che sono decenti, dopo le sconcezze rilevate nelle prime, diventano una scusante per rimandare la ricostruzione ad aeternum.
Quando la forma diventa sostanza
Come spesso succede, il diavolo si nasconde nei dettagli; anzi, un solo piccolo ma fatale dettaglio, nelle pieghe del quale si cela l’inghippo della mancata ricostruzione: il DPR n° 380 del 2001 che al comma 1 dell’art. 3 in sostanza recita:
“all’interno di un’area paesaggistica…” – tipo quella dei parchi nazionali che abbraccia tutti i comuni e le frazioni colpiti dal sisma – “…qualsiasi modifica della sagoma a seguito della ricostruzione pertinente l’edificio demolito, non può essere considerata ristrutturazione, bensì costruzione ex novo”.
La fregatura è proprio qui, in questo rigo striminzito.
Il geometra Pasqua, titolare dello studio tecnico prima menzionato, racconta che il ministero dei Beni Culturali, nel respingere l’ennesima domanda, si è finalmente deciso nel settembre 2019 a comunicare la motivazione che riguarda tutta Italia, inoltrando alla regione Umbria la circolare con la norma in questione.
In conformità di questa, viene bocciata persino una forma migliorativa e più funzionale dei fabbricati obsoleti degli anni '60, quando non esistevano ancora i piani regolatori.
In quell’epoca, molti edifici venivano costruiti adottando sovente canoni estetici orrendi (i primi “ecomostri” videro la luce proprio allora). Lo stesso vale per casali di campagna fatti di tufo, materiale poroso e friabile, che anche a causa di una sagoma arcaica, non sono stati in grado di opporre resistenza a una scossa violenta, pur inferiore a 6,5° di magnitudo, come quella che distrusse L’Aquila.
Un fabbricato che cambia anche di poco morfologia, rientrerebbe quindi in una categoria differente, con tempi più lunghi per l'approvazione, e maggiori ostacoli burocratici lungo il percorso.
Il controsenso è che così legiferando, il ministero rifiuta il permesso proprio a ristrutturazioni che migliorerebbero il profilo estetico, oltre a garantire la sicurezza di costruzioni altrimenti anacronistiche, nel caso di futuri cataclismi.
È questo il nocciolo della questione, che costringe il Centro Italia a un’attesa che appare sempre più vana con il passare del tempo. Una richiesta di emendamento è stata già spedita al ministero; la risposta è attesa entro e non oltre dicembre.
Per non alimentare illusioni, bisogna però ricordare che una sentenza della Corte Costituzionale aveva già annullato una modifica simile alla legge vigente, concessa precedentemente alla Regione Lombardia.
Tabula Rasa. Cronache tipicamente italiane
Se Castelluccio e Norcia, almeno a livello business tra norcinerie e trattorie familiari cercano di andare avanti, viceversa percorrendo le strade ancora parzialmente interrotte che sconfinano dall’Umbria alle Marche, sembra che il sisma sia passato da tre mesi, non tre anni fa.
Le frazioni di Arquata, Capodacqua Pescara del Tronto e Forca Canapine, sono rase al suolo come da un bombardamento a tappeto.
Qui sono morte 51 persone, le uniche vittime sono tutte marchigiane.
Macerie ovunque, ce ne sono ancora 50.000 tonnellate da rimuovere, eppure i lavori sono di nuovo fermi, anzi se ne producono ancora con le costose opere in corso per mettere in sicurezza il territorio.
A Visso, i camion e le scavatrici dell’esercito sono parcheggiati vicino alla Croce Rossa.
Nel centro storico ancora transennato, si aggira tra i detriti un piccolo wildcat, ma sta lì solo per aprire le tracce alla fibra ottica.
Ricostruzione zero, rimozione sotto zero, ma fibre ottiche a gravare sulle bollette dei privati, si, certamente!
Cronache tipicamente italiane, che si tingono di melodramma, quando esaminiamo la situazione sanitaria: allo stato attuale, Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, dotato di una saletta per le emergenze, una sala radiologia, e un minuscolo poliambulatorio.
Una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km su strade tortuose.
Non ho idea di come facciano ad affrontare le emergenze, specie nel caso siano coinvolti gli anziani. Meglio contare sulla salute di ferro degli umbri.
La “movida” del sabato sera a Norcia è tutta concentrata fuori da Porta Ascolana, lungo i negozietti a catena che hanno abbandonato la piazza della Basilica allo sguardo desolato di San Benedetto, il quale mostra con la mano aperta i ponteggi di una ricostruzione negata.
Ragazzi e ragazze – così come adulti e anziani, che altri posti dove andare non hanno – si consolano, piluccando antipasti e sbevazzando all’ora dell’apericena dentro i bar superstiti. Niente cinema però, né teatro, non ci sono spazi disponibili.
Da ciò emerge la pigrizia e la mancanza di visione della politica: dopo una tragedia come quella che ha colpito il Centro-Italia, la ripresa doveva partire proprio lavorando sullo spirito e sul morale della gente, prima che sulle strutture. Così non è stato, rinnegando oltretutto quella “cultura” di cui troppo spesso i suoi falsi sostenitori si riempiono la bocca a sproposito.
PS. Alla luce della legge che regola la conformazione delle sagome da ricostruire, le polemiche politiche sono perfettamente inutili.
Qui non è questione di destra o sinistra: finché quella norma assurda non verrà emendata, le vite dei terremotati rimarranno sospese nel limbo di una burocrazia ottusa. Tutto il resto è chiacchiera da bar. Tanto per cambiare.
Norcia, 19 novembre2019
(Copyright di Flavio Bacchetta – foto e testi)
Fonte
09/08/2018
Perché non ti piace Risorgimarche?
È una domanda molto ripetuta in questi giorni, dietro al megafono della propaganda che celebra a cronache unificate i settantamila accorsi a Matelica per ascoltare il concerto dell’autore degli immortali versi «Vasco non ci casco» e «Ciao mamma guarda quanto mi diverto».
Comunque, per quanto mi riguarda Risorgimarche è un problema.
Lo è da un punto di vista ambientale, lo è da un punto di vista politico.
Sul punto di vista ambientale vi rimando a quello che hanno scritto a proposito Phil Connors e Leonardo Animali, due persone che di questo lunghissimo doposisma sanno più di qualcosa.
Il punto di vista politico è complesso, e mi scuso in anticipo se sarò costretto a dilungarmi.
Tutto nasce da un equivoco molto grosso e molto di moda: i connotati esclusivamente positivi che si danno al fenomeno del turismo, panacea di ogni male, deus ex machina di un sistema ridotto ai minimi storici.
Il turista arriva, dà un’occhiata, scatta due foto brutte, mangia qualcosa, magari assiste a un concerto e poi va via. Il turista non visita un luogo, lo compra, lo affitta, scambia denaro per servizi.
Il problema principale del cratere del terremoto è che ci sono decine di paesi ormai in rovina, a due anni dalla prima scossa la ricostruzione non è mai partita e gli abitanti dell’Appennino ormai non esistono più. Aspettano il compiersi di un futuro indefinibile stipati in casette di ferro e plastica, circondati dalle macerie della loro vita precedente.
Pensate, nei villaggi di casette provvisorie non si può nemmeno aprire un centro ricreativo, a meno che non si abbia uno sponsor: l’aggregazione, la socialità, il vivere insieme sono subordinati alla volontà di un privato che decide di fare un regalo. Né il governo né le Regioni hanno mai tirato fuori un soldo per cose del genere. È un ragionamento vecchio come Ronald Reagan: o produci o consumi o crepi. E un centro ricreativo per terremotati non produce né consuma, quindi, cari terremotati, potete anche crepare. A meno che non vi troviate un mecenate dal cuore grande (e non vi facciate troppe domande sui suoi eventuali interessi paralleli).
Ecco, la gente che sale in montagna per Risorgimarche consuma e fa felici i produttori (alcuni, infatti quest’anno la Regione Marche ha appaltato tutto a due colossi dell’agroalimentare marchigiano, con tanti cari saluti ai meravigliosi «piccoli produttori»), ma non vive questi luoghi ormai, non giriamoci intorno, moribondi. La strategia dell’abbandono è anche questo: mollare tutto continuando a far credere di essere molto preoccupati e partecipi.
Quando si dice che la ricostruzione o è «dal basso» o non è, non si sta facendo un esercizio di retorica. Oltre al celebratissimo Neri Marcorè che porta i «grandi nomi» con i soldi della Regione (tra l’altro, il conto finale ancora non si sa: c’è chi dice 350mila, chi 500mila euro), esistono decine di piccole realtà che provano a portare cultura e spettacoli nel cratere, vivendo questi luoghi e rispettandoli per quello che sono, non per altro. Penso a Furgoncinema, a Liricostruiamo, all’orchestra giovanile di Paolo Rumiz: esperienze che i paesi terremotati li vivono per davvero, ci stanno dentro, tracciano un percorso.
«Noi non siamo architetti, non siamo ingegneri, non siamo muratori – mi ha detto Rumiz in un’intervista che gli ho fatto un paio di settimane fa – non possiamo ricostruire le case, proviamo a ricostruire le persone».
[Quest’estate Rumiz la sta passando sull’Appennino con settanta giovani musicisti: loro suonano, lui legge passi dei suoi libri in giro per le piazze e le osterie]
Risorgimarche è un’iniziativa calata eminentemente dall’alto, organizzata «per voi», ma non «con voi», perché voi non sapete quello di cui avete bisogno. O almeno non lo sapete tanto quanto gli esperti di marketing ingaggiati per organizzare la kermesse.
Risorgimarche ha un direttore artistico di peso (Neri Marcorè) e una struttura organizzativa messa insieme dalla Regione Marche, che non ha fatto tante storie quando si è trattato di aprire lautamente il portafoglio. Risorgimarche, in questo senso, è una maschera che l’amministrazione di Luca Ceriscioli e del Pd mette per coprire il fatto che negli ultimi due anni non è successo nulla. La ricostruzione non c’è, le persone sono abbandonate, se non addirittura ostacolate quando provano a farcela da sole: sono cose che si dicono e si scrivono da quasi due anni senza tema di smentita. In compenso c’è Jovanotti che ti dedica L’ombelico del mondo.
Il terremoto è tragedia, la sua gestione un dramma: c’è poco da scherzare e ancora meno da ridere. L’immagine di Ceriscioli in mezzo a decine di migliaia di persone su un prato è uno spot, perché la politica di questi anni vede tutto come marketing. Il cratere non è (più) un posto in cui può vivere qualcuno, ma una distesa di terra buona per diventare un centro commerciale a cielo aperto, con concerti, eventi, iniziative, attrazioni per turisti. Chi ci vive, ci viveva, vorrebbe tornare a viverci, viene sempre dopo.
Usciamo dall’equivoco, allora: Risorgimarche non è il ramoscello d’ulivo che il Palazzo offre al popolo per camminare insieme verso un futuro luminoso. Non è pace sociale. È resa sociale.
Fonte
Comunque, per quanto mi riguarda Risorgimarche è un problema.
Lo è da un punto di vista ambientale, lo è da un punto di vista politico.
Sul punto di vista ambientale vi rimando a quello che hanno scritto a proposito Phil Connors e Leonardo Animali, due persone che di questo lunghissimo doposisma sanno più di qualcosa.
Il punto di vista politico è complesso, e mi scuso in anticipo se sarò costretto a dilungarmi.
Tutto nasce da un equivoco molto grosso e molto di moda: i connotati esclusivamente positivi che si danno al fenomeno del turismo, panacea di ogni male, deus ex machina di un sistema ridotto ai minimi storici.
Il turista arriva, dà un’occhiata, scatta due foto brutte, mangia qualcosa, magari assiste a un concerto e poi va via. Il turista non visita un luogo, lo compra, lo affitta, scambia denaro per servizi.
Il problema principale del cratere del terremoto è che ci sono decine di paesi ormai in rovina, a due anni dalla prima scossa la ricostruzione non è mai partita e gli abitanti dell’Appennino ormai non esistono più. Aspettano il compiersi di un futuro indefinibile stipati in casette di ferro e plastica, circondati dalle macerie della loro vita precedente.
Pensate, nei villaggi di casette provvisorie non si può nemmeno aprire un centro ricreativo, a meno che non si abbia uno sponsor: l’aggregazione, la socialità, il vivere insieme sono subordinati alla volontà di un privato che decide di fare un regalo. Né il governo né le Regioni hanno mai tirato fuori un soldo per cose del genere. È un ragionamento vecchio come Ronald Reagan: o produci o consumi o crepi. E un centro ricreativo per terremotati non produce né consuma, quindi, cari terremotati, potete anche crepare. A meno che non vi troviate un mecenate dal cuore grande (e non vi facciate troppe domande sui suoi eventuali interessi paralleli).
Ecco, la gente che sale in montagna per Risorgimarche consuma e fa felici i produttori (alcuni, infatti quest’anno la Regione Marche ha appaltato tutto a due colossi dell’agroalimentare marchigiano, con tanti cari saluti ai meravigliosi «piccoli produttori»), ma non vive questi luoghi ormai, non giriamoci intorno, moribondi. La strategia dell’abbandono è anche questo: mollare tutto continuando a far credere di essere molto preoccupati e partecipi.
Quando si dice che la ricostruzione o è «dal basso» o non è, non si sta facendo un esercizio di retorica. Oltre al celebratissimo Neri Marcorè che porta i «grandi nomi» con i soldi della Regione (tra l’altro, il conto finale ancora non si sa: c’è chi dice 350mila, chi 500mila euro), esistono decine di piccole realtà che provano a portare cultura e spettacoli nel cratere, vivendo questi luoghi e rispettandoli per quello che sono, non per altro. Penso a Furgoncinema, a Liricostruiamo, all’orchestra giovanile di Paolo Rumiz: esperienze che i paesi terremotati li vivono per davvero, ci stanno dentro, tracciano un percorso.
«Noi non siamo architetti, non siamo ingegneri, non siamo muratori – mi ha detto Rumiz in un’intervista che gli ho fatto un paio di settimane fa – non possiamo ricostruire le case, proviamo a ricostruire le persone».
[Quest’estate Rumiz la sta passando sull’Appennino con settanta giovani musicisti: loro suonano, lui legge passi dei suoi libri in giro per le piazze e le osterie]
Risorgimarche è un’iniziativa calata eminentemente dall’alto, organizzata «per voi», ma non «con voi», perché voi non sapete quello di cui avete bisogno. O almeno non lo sapete tanto quanto gli esperti di marketing ingaggiati per organizzare la kermesse.
Risorgimarche ha un direttore artistico di peso (Neri Marcorè) e una struttura organizzativa messa insieme dalla Regione Marche, che non ha fatto tante storie quando si è trattato di aprire lautamente il portafoglio. Risorgimarche, in questo senso, è una maschera che l’amministrazione di Luca Ceriscioli e del Pd mette per coprire il fatto che negli ultimi due anni non è successo nulla. La ricostruzione non c’è, le persone sono abbandonate, se non addirittura ostacolate quando provano a farcela da sole: sono cose che si dicono e si scrivono da quasi due anni senza tema di smentita. In compenso c’è Jovanotti che ti dedica L’ombelico del mondo.
Il terremoto è tragedia, la sua gestione un dramma: c’è poco da scherzare e ancora meno da ridere. L’immagine di Ceriscioli in mezzo a decine di migliaia di persone su un prato è uno spot, perché la politica di questi anni vede tutto come marketing. Il cratere non è (più) un posto in cui può vivere qualcuno, ma una distesa di terra buona per diventare un centro commerciale a cielo aperto, con concerti, eventi, iniziative, attrazioni per turisti. Chi ci vive, ci viveva, vorrebbe tornare a viverci, viene sempre dopo.
Usciamo dall’equivoco, allora: Risorgimarche non è il ramoscello d’ulivo che il Palazzo offre al popolo per camminare insieme verso un futuro luminoso. Non è pace sociale. È resa sociale.
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17/05/2018
Strage continua. Un operaio dell’Ilva ucciso a Taranto
Un operaio della ditta di carpenterie metalliche Ferplast dell’appalto Ilva, Angelo Fuggiano, di 28 anni, è morto in seguito a un incidente avvenuto nel reparto Ima, al quarto sporgente del porto di Taranto gestito dal Siderurgico. Secondo fonti sindacali, durante il cambio funi per la macchina scaricatrice DM 6, un cavo sarebbe saltato durante la fase di ancoraggio della parte finale travolgendo il lavoratore. Vani sono risultati i tentativi di rianimazione da parte degli operatori del 118. Sul posto anche vigili del fuoco, carabinieri, guardia di finanza e ispettori del lavoro.
Dopo l’incidente, le segreterie territoriale Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto hanno proclamato lo sciopero dei dipendenti diretti e dell’appalto dalle 11 di oggi fino a tutto il primo turno di domani. L’azienda in una nota afferma che “sono in corso da parte dell’azienda tutte le indagini per poter risalire alle cause dell’evento”. L’Ilva esprime “profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia di Angelo Fuggiano e a tutti i suoi cari”.
“Si è superato qualunque limite di sopportazione è una strage continua. La parola emergenza nazionale ormai è riduttiva rispetto a quanto sta avvenendo”. Lo ha detto la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, a margine dell’assemblea dei pensionati dello Spi Cgil. “C’è bisogno – ha concluso – che il Parlamento prenda la parola” su questo tema.
Un altro incidente sul lavoro è avvenuto nelle Marche. Tre operai che stavano eseguendo lavori di sistemazione dei piloni della strada delle Tre Valli Umbre nel territorio di Arquata del Tronto, danneggiata dal terremoto, sono rimasti seriamente feriti in un incidente sul lavoro. Erano su una piattaforma che, per cause che sono al vaglio degli investigatori, si è ribaltata facendoli precipitare. Sono stati soccorsi dai vigili del fuoco e dal personale del 118. Tutti hanno riportato gravi traumi al torace. Uno di loro, il più grave, è già stato trasferito in eliambulanza al Torrette. Sul posto è arrivata una seconda eliambulanza.
Fonte: Ansa
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Dopo l’incidente, le segreterie territoriale Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto hanno proclamato lo sciopero dei dipendenti diretti e dell’appalto dalle 11 di oggi fino a tutto il primo turno di domani. L’azienda in una nota afferma che “sono in corso da parte dell’azienda tutte le indagini per poter risalire alle cause dell’evento”. L’Ilva esprime “profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia di Angelo Fuggiano e a tutti i suoi cari”.
“Si è superato qualunque limite di sopportazione è una strage continua. La parola emergenza nazionale ormai è riduttiva rispetto a quanto sta avvenendo”. Lo ha detto la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, a margine dell’assemblea dei pensionati dello Spi Cgil. “C’è bisogno – ha concluso – che il Parlamento prenda la parola” su questo tema.
Un altro incidente sul lavoro è avvenuto nelle Marche. Tre operai che stavano eseguendo lavori di sistemazione dei piloni della strada delle Tre Valli Umbre nel territorio di Arquata del Tronto, danneggiata dal terremoto, sono rimasti seriamente feriti in un incidente sul lavoro. Erano su una piattaforma che, per cause che sono al vaglio degli investigatori, si è ribaltata facendoli precipitare. Sono stati soccorsi dai vigili del fuoco e dal personale del 118. Tutti hanno riportato gravi traumi al torace. Uno di loro, il più grave, è già stato trasferito in eliambulanza al Torrette. Sul posto è arrivata una seconda eliambulanza.
Fonte: Ansa
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19/01/2017
Cronache dal terremoto
Intervista a Mario Di Vito, giornalista, collaboratore di varie testate tra cui il manifesto, realizzata da Radio Città Aperta.
Buongiorno Mario.
Ciao, buongiorno.
Questa mattina abbiamo visto su il manifesto una serie di tuoi articoli che facevano una panoramica della situazione delle condizioni di diversi territori alle prese con le conseguenze del sisma, forse anche le conseguenze delle scosse di ieri... tutto ciò unito al tempo, a questa quantità di neve che forse ha messo in evidenza una serie di difficoltà di gestione della struttura della Protezione Civile. Non so, è una impressione che ci viene anche dai contatti che abbiamo avuto, con qualche testimone che purtroppo non ha potuto collegarsi con noi per motivi di linea telefonica. Tu che impressione hai, come si sta sviluppando la situazione nelle zone che hai potuto naturalmente verificare con i tuoi occhi?
Ieri sono stato nell’ascolano principalmente, fino alla zona della montagna, anche se era difficile poi salire oltre ad un certo punto. Perché il problema di questi giorni, più che le scosse di terremoto, che certamente hanno destato più di qualche preoccupazione, ma hanno fatto tutto sommato pochi danni, il problema è stato il maltempo, la neve. La neve soprattutto perché è stata una nevicata in un certo senso straordinaria, si dice la più grande dal 1956. Aveva cominciato a fare danni anche prima del terremoto di ieri, in realtà. Dopo di che, con le nuove scosse – le tre scosse della mattina, più quella del pomeriggio, e le decina di repliche che poi sono andate in scena fino a sera e continuano ancora adesso – tutte le operazioni di soccorso, di aiuto, di recupero (anche per i sopralluoghi e cose del genere) sono state estremamente complicate. Dopo di che si è creato l’allarme per le valanghe. In Abruzzo la situazione si è fatta drammatica, con quell’albergo sotto il Gran Sasso che ci sono volute ore perché i soccorsi riuscissero ad arrivare e ancora adesso sono lì; e nessuno se la sente di fare una stima di quante vittime possano esserci. Sono 30 i dispersi e non si sa ancora bene quanti di questi potrebbero essere morti, perché i soccorsi non hanno voluto fare stime e anche adesso, nelle varie agenzie che escono, e i collegamenti con televisioni e radio, non si azzardano stime. Però la situazione è veramente drammatica. C’è questo albergo, peraltro anche abbastanza grande, ai piedi del gran Sasso, che è stato completamente travolto da una valanga di neve. Anche se non si sa se si sia staccata in conseguenza del terremoto o del maltempo stesso, perché la quantità di neve che ha buttato giù in questi giorni ha veramente dell’incredibile. Questo è anche quello che rilevano comunque la maggior parte dei sindaci impegnati sul territorio.
Quindi esiste un problema di disponibilità di mezzi e di strutture per intervenire in modo funzionale? Oppure...
E’ soprattutto il solito discorso: è una mancanza di prevenzione. Perché nell’emergenza è chiaro che tutti quanti più che raddoppiano gli sforzi, li triplicano, li quadruplicano, li centuplicano veramente. E’ un problema di prevenzione. Che sarebbe nevicato d'inverno, sull’Appennino, non può essere una sorpresa per nessuno. Si sa che d’inverno in montagna il clima è rigido e facilmente nevica. Anche se avesse fatto un metro di neve in più rispetto al normale, non è che cambia molto. La verità è che ci si è arrivati molto impreparati. Cioè, sta venendo fuori che la gestione di questo post terremoto, nei mesi, è stata piuttosto lacunosa, malgrado l’apertura di credito verso il commissario alla ricostruzione, ed anche verso il governo, la regione, sia stata grande in un primo momento. Dopo i disastri gestionali dell’Aquila, ci si aspettava qualcosa di meglio. Ma in realtà è venuto fuori come un dramma vero quello degli allevatori. Gli allevatori, che sono un po’ la colonna economica di queste zone, stanno vedendo morire di freddo tutti i loro animali. Questo non dipende dal terremoto, dipende dal fatto che in cinque mesi dal sisma è stato completato soltanto il 15% delle strutture di protezione. A questo ci dovevano pensare comunque il governo, il commissario, la regione ecc. e giù a cascata. La gestione è drammatica, ma è drammatica al di là dei fatti di ieri.
Diciamo che i fatti di ieri hanno semplicemente amplificato una situazione di emergenza che sta venendo fuori in tutta la sua gravità...
Oggi ha fatto un titolo secondo me buono il Fatto Quotidiano, cosa che dico raramente. Diceva: “Solo il terremoto si è ricordato dei terremotati”. Che è vero...
Il tema della prevenzione sta venendo fuori in modo abbastanza significativo. Tu che impressioni hai avuto? In questi mesi ti sei mosso parecchio nelle zone, soprattutto in quelle relative alle Marche. Ti risulta, al netto dell’emergenza neve, che sia effettivamente andata così oppure c'è stata anche un po’ di propaganda... Ricordiamo che sotto il governo Renzi la comunicazione di quanto tutto fosse efficiente è stata abbastanza insistente.
Di propaganda ne è stata fatta veramente tanta e molti degli interventi annunciati non sono stati realizzati. Ripeto, il discorso è quello di prima, nel senso che chiaramente il “non vi lasceremo soli” – la frase che hanno ripetuto un po’ tutti i vari esponenti del governo, ma anche lo stesso Mattarella, tutti quelli che sono passati nelle zone del terremoto – sono rimaste parole al vento. Al netto del problema di chi ha scelto di vivere magari in camper, in roulotte, nelle proprie zone in condizioni assolutamente disagevoli ... però non si può fare una colpa a qualcuno di non aver voluto lasciare quella che è casa sua. La situazione è veramente difficile ed è veramente gestita in maniera non buona. E’ impossibile promuovere l’operato del commissario e del governo, perché c’è anche un problema di sovrapposizione di competenze. Su questo terremoto ci stanno lavorando: il governo che ha fatto il decreto, le quattro regioni – Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo – il commissario, più tutte le province che spesso entrano in contrasto tra loro... Ci sono comuni che avevano autorizzato l’autocostruzione e poi la regione Marche ha dovuto stoppare tutto perché era in violazione della legge urbanistica regionale; quindi uno non può costruirsi una casetta in legno, pagandosela, nella sua proprietà, perché non è conforme al piano regolatore. Un disastro. Ordini contraddittori... La situazione è questa.
Bene Mario noi per il momento ti ringraziamo, magari ci aggiorniamo nei prossimi giorni qualora tu avessi altre informazioni. Grazie per il tuo lavoro. Buona giornata.
Ciao.
Fonte
Buongiorno Mario.
Ciao, buongiorno.
Questa mattina abbiamo visto su il manifesto una serie di tuoi articoli che facevano una panoramica della situazione delle condizioni di diversi territori alle prese con le conseguenze del sisma, forse anche le conseguenze delle scosse di ieri... tutto ciò unito al tempo, a questa quantità di neve che forse ha messo in evidenza una serie di difficoltà di gestione della struttura della Protezione Civile. Non so, è una impressione che ci viene anche dai contatti che abbiamo avuto, con qualche testimone che purtroppo non ha potuto collegarsi con noi per motivi di linea telefonica. Tu che impressione hai, come si sta sviluppando la situazione nelle zone che hai potuto naturalmente verificare con i tuoi occhi?
Ieri sono stato nell’ascolano principalmente, fino alla zona della montagna, anche se era difficile poi salire oltre ad un certo punto. Perché il problema di questi giorni, più che le scosse di terremoto, che certamente hanno destato più di qualche preoccupazione, ma hanno fatto tutto sommato pochi danni, il problema è stato il maltempo, la neve. La neve soprattutto perché è stata una nevicata in un certo senso straordinaria, si dice la più grande dal 1956. Aveva cominciato a fare danni anche prima del terremoto di ieri, in realtà. Dopo di che, con le nuove scosse – le tre scosse della mattina, più quella del pomeriggio, e le decina di repliche che poi sono andate in scena fino a sera e continuano ancora adesso – tutte le operazioni di soccorso, di aiuto, di recupero (anche per i sopralluoghi e cose del genere) sono state estremamente complicate. Dopo di che si è creato l’allarme per le valanghe. In Abruzzo la situazione si è fatta drammatica, con quell’albergo sotto il Gran Sasso che ci sono volute ore perché i soccorsi riuscissero ad arrivare e ancora adesso sono lì; e nessuno se la sente di fare una stima di quante vittime possano esserci. Sono 30 i dispersi e non si sa ancora bene quanti di questi potrebbero essere morti, perché i soccorsi non hanno voluto fare stime e anche adesso, nelle varie agenzie che escono, e i collegamenti con televisioni e radio, non si azzardano stime. Però la situazione è veramente drammatica. C’è questo albergo, peraltro anche abbastanza grande, ai piedi del gran Sasso, che è stato completamente travolto da una valanga di neve. Anche se non si sa se si sia staccata in conseguenza del terremoto o del maltempo stesso, perché la quantità di neve che ha buttato giù in questi giorni ha veramente dell’incredibile. Questo è anche quello che rilevano comunque la maggior parte dei sindaci impegnati sul territorio.
Quindi esiste un problema di disponibilità di mezzi e di strutture per intervenire in modo funzionale? Oppure...
E’ soprattutto il solito discorso: è una mancanza di prevenzione. Perché nell’emergenza è chiaro che tutti quanti più che raddoppiano gli sforzi, li triplicano, li quadruplicano, li centuplicano veramente. E’ un problema di prevenzione. Che sarebbe nevicato d'inverno, sull’Appennino, non può essere una sorpresa per nessuno. Si sa che d’inverno in montagna il clima è rigido e facilmente nevica. Anche se avesse fatto un metro di neve in più rispetto al normale, non è che cambia molto. La verità è che ci si è arrivati molto impreparati. Cioè, sta venendo fuori che la gestione di questo post terremoto, nei mesi, è stata piuttosto lacunosa, malgrado l’apertura di credito verso il commissario alla ricostruzione, ed anche verso il governo, la regione, sia stata grande in un primo momento. Dopo i disastri gestionali dell’Aquila, ci si aspettava qualcosa di meglio. Ma in realtà è venuto fuori come un dramma vero quello degli allevatori. Gli allevatori, che sono un po’ la colonna economica di queste zone, stanno vedendo morire di freddo tutti i loro animali. Questo non dipende dal terremoto, dipende dal fatto che in cinque mesi dal sisma è stato completato soltanto il 15% delle strutture di protezione. A questo ci dovevano pensare comunque il governo, il commissario, la regione ecc. e giù a cascata. La gestione è drammatica, ma è drammatica al di là dei fatti di ieri.
Diciamo che i fatti di ieri hanno semplicemente amplificato una situazione di emergenza che sta venendo fuori in tutta la sua gravità...
Oggi ha fatto un titolo secondo me buono il Fatto Quotidiano, cosa che dico raramente. Diceva: “Solo il terremoto si è ricordato dei terremotati”. Che è vero...
Il tema della prevenzione sta venendo fuori in modo abbastanza significativo. Tu che impressioni hai avuto? In questi mesi ti sei mosso parecchio nelle zone, soprattutto in quelle relative alle Marche. Ti risulta, al netto dell’emergenza neve, che sia effettivamente andata così oppure c'è stata anche un po’ di propaganda... Ricordiamo che sotto il governo Renzi la comunicazione di quanto tutto fosse efficiente è stata abbastanza insistente.
Di propaganda ne è stata fatta veramente tanta e molti degli interventi annunciati non sono stati realizzati. Ripeto, il discorso è quello di prima, nel senso che chiaramente il “non vi lasceremo soli” – la frase che hanno ripetuto un po’ tutti i vari esponenti del governo, ma anche lo stesso Mattarella, tutti quelli che sono passati nelle zone del terremoto – sono rimaste parole al vento. Al netto del problema di chi ha scelto di vivere magari in camper, in roulotte, nelle proprie zone in condizioni assolutamente disagevoli ... però non si può fare una colpa a qualcuno di non aver voluto lasciare quella che è casa sua. La situazione è veramente difficile ed è veramente gestita in maniera non buona. E’ impossibile promuovere l’operato del commissario e del governo, perché c’è anche un problema di sovrapposizione di competenze. Su questo terremoto ci stanno lavorando: il governo che ha fatto il decreto, le quattro regioni – Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo – il commissario, più tutte le province che spesso entrano in contrasto tra loro... Ci sono comuni che avevano autorizzato l’autocostruzione e poi la regione Marche ha dovuto stoppare tutto perché era in violazione della legge urbanistica regionale; quindi uno non può costruirsi una casetta in legno, pagandosela, nella sua proprietà, perché non è conforme al piano regolatore. Un disastro. Ordini contraddittori... La situazione è questa.
Bene Mario noi per il momento ti ringraziamo, magari ci aggiorniamo nei prossimi giorni qualora tu avessi altre informazioni. Grazie per il tuo lavoro. Buona giornata.
Ciao.
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24/08/2016
Terremoto cancella Amatrice e altri comuni dell’Italia centrale
"Il dato che abbiamo al momento è di 10 deceduti nella zona di Arquata e 28 tra Accumoli e Amatrice". E' questo il bilancio parziale del forte terremoto che ha colpito nella notte il centro Italia. Lo ha detto il capo Ufficio emergenze della Protezione Civile, Immacolata Postiglione, in un punto stampa nella sede del Dipartimento a Roma. "Si sta lavorando per fare tutte le verifiche necessarie, collegare i corpi a dei nomi e quindi poter informare le famiglie. Ci sono ancora persone sotto le macerie e dispersi e quindi temiamo che questo conto possa ancora salire", ha concluso Postiglione.
Paesi interamente rasi al suolo e un bilancio già parecchio drammatico, quello che si può tracciare a poche ore dalla tremenda scossa di magnitudo 6.0 che, alle 3,36, ha squarciato la quiete notturna del Centro Italia (Lazio, Umbria, Marche): epicentro nei pressi di Accumoli, in provincia di Rieti, con profondità di 4 chilometri (diverse le repliche, le più forti delle quali, magnitudo 5.4 e 5.1, nella zona di Perugia, alle 4,33). Il sisma, avvertito nitidamente a Roma ma anche a Napoli e a Rimini, è "paragonabile" – riferisce il capo dipartimento della Protezione Civile, Fabrizio Curcio – al terremoto registrato sette anni fa a l'Aquila (erano le 3,32 del 6 aprile 2009, magnitudo 6,3). Si comprende infatti quasi subito la gravità dell'evento, con i primi terribili resoconti forniti dagli amministratori dei comuni maggiormente colpiti. Da Pescara del Tronto, frazione di Arquata, il più colpito della provincia ascolana, a Norcia, fino ad Amatrice, un paese "sotto le macerie", come ha subito riferito il sindaco Sergio Perozzi: "La situazione è tragica perché tre quarti di paese non c'è più". Anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, sul posto, ha potuto constatare che "il centro di Amatrice non esiste più, è crollato tutto". La conta delle vittime è destinata quindi a crescere, stando anche alle parole del sindaco di Accumoli, Stefano Petrucci: ci sarebbero ad Accumoli e nelle sue vicine frazioni una decina le vittime accertate: "Sette corpi sono stati individuati, ma ce ne sono altri sotto le macerie, forse 3 o 4". "I numeri nono sono ancora chiari, anche sui dispersi. C'erano tanti villeggianti, ci sono stati tanti crolli, non riusciamo a capire", prosegue Petrucci. Oltre 2mila e cinquecento sono invece gli sfollati. Subito riunito a Roma il comitato operativo della Protezione Civile. "Il sistema di protezione civile è attivato a 360 gradi, è pienamente operativo. Ci sono criticità importanti in termine di soccorso nel raggiungere alcune località ed è stato già attivato il Genio militare. C'è già un importante spiegamento di uomini e mezzi", ha detto Curcio, nel corso di una conferenza stampa. "E' ancora presto dare numeri, fare bilanci. In questo momento la priorità è la salvaguardia della vita umana", ha aggiunto. "Sto rivedendo le scene di sette anni fa. L'Aquila e Amatrice sono legate da sempre, Amatrice è irriconoscibile, è crollato il centro storico e la prima cosa da fare è riaprire il corso. È una tragedia come quella dell'Aquila", ha evidenziato dal canto suo il sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente.
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27/10/2014
Il Giovane Favoloso. Come imparammo a non preoccuparci e ad odiare Leopardi
Al netto della subdola operazione commerciale alla base del film, possiamo serenamente considerare «Il giovane favoloso» di Mario Martone «una cagata pazzesca», per dirla con il più grande e sottovalutato critico cinematografico dei nostri tempi, il ragionier Ugo Fantozzi.
Il disastro più apprezzato dal pubblico di questo mesto 2014, ha radici antichissime nella distruzione della scuola pubblica, generazioni di insegnanti senza qualità che hanno restituito agli studenti l'immagine di un Leopardi che può essere tante cose ma che certamente non è Giacomo Leopardi. Sul poeta recanatese, d'altra parte, la critica italiana sbatte il muso da anni: non lo capisce probabilmente, è preda di vecchi equivoci, si comporta come se non fossero mai esistiti Francesco de Sanctis e Sebastiano Timpanaro, i due maggiori studiosi leopardiani dell'Ottocento e del Novecento. Anche l'ultima bandiera (Emanuele Severino) sventola ormai su una trincea abbandonata: il destino è consegnato a manuali scolastici scritti da mestieranti, la critica letteraria è morta e sepolta. Il finanziere Davide Serra, dal palco della Leopolda, ha esternato una sensazione ormai comune: «La cultura umanistica ha fatto il suo tempo». Fa male ammetterlo, ma malgrado l'evidente bestialità di un pensiero del genere, non si può negare che, almeno in Italia, tutti la pensano così. Leopardi è un soggetto cinematografico, non un poeta.
Insomma, l'idea comune che – ahinoi – si ha di lui è quella di uno sgorbio, gobbo e abbrutito, un “segaiolo” che guardava Silvia dalla finestra di fronte. Martone e i suoi sceneggiatori, ma senza grande fantasia, provano a fare un discorso diverso, rovesciando l'apparente depressione leopardiana e trasformando la sua vita in un curioso quanto improbabile inno alle bellezze di un'esistenza che deve essere «favolosa» malgrado i noti tormenti fisici. La verità – e questo l'hanno capito recentemente alcuni studiosi angloamericani – è che la grandezza di Leopardi è tutta interiore, spirituale, morale: in altre parole, la sua biografia è davvero poco interessante, quello che conta è la poesia, il pensiero, il mondo che Leopardi vedeva oltre l'ermo colle, non l'ermo colle stesso.
Ma nel «Giovane favoloso» di poesia non ce n'è manco l'ombra.
Martone, però, è un regista furbo: alterna grandi inquadrature del paesaggio marchigiano con un ritmo a tratti serrato, quasi da thriller, interrotto bruscamente da pause a effetto e stacchi musicali imbarazzanti. Insomma, si gioca la carta del minestrone – forse – consapevole del fatto che l'unico modo per sfangarla era buttarla in caciara. L'intenzione, insomma, è di far credere di aver fatto un film erudito, un po' cerebrale, molto arzigogolato: l'ennesima variazione sul tema del fumo negli occhi, in sintesi.
Quello di Martone è un film complicato ma non complesso, difficile ma banale, ambizioso ma privo di idee, una prova tecnica di intellettualismo che fallisce proprio là dove servirebbe un salto di qualità dalla lezioncina da terza media al grande cinema. Questo passaggio, è evidente, non riesce a Martone, che finisce per compilare un compitino senza qualità, scolastico: «La mia patria è l'Italia, la sua lingua e la letteratura», dice a un certo punto il giovane Giacomo. Il sottinteso è che proprio in Leopardi si trovano le radici della contemporaneità. Non si capisce se si tratti di un'accusa o di una celebrazione, anche perché la verità è che le Marche (e l'Italia tutta) dai tempi di Leopardi è cambiata poco e male. E non è un caso che lo stesso poeta arrivò a definire questa valle di lacrime come suo «natio borgo selvaggio», popolato da gente zotica e vile, con nomi improbabili, innervosita dal (giustificatissimo) complesso di superiorità che Leopardi nutriva nei suoi confronti.
Lui era un poeta troppo grande per questo mondo, Martone è un pollo dell'allevamento veltroniano che ha prestato la sua cinepresa alla campagna turistica del governatore marchigiano Gian Mario Spacca, alla disperata ricerca di una terza elezione. Ecco, questa è la spiegazione reale del «Giovane favoloso», chi vive da queste parti lo sa bene, al di là del proprio gusto personale, che sta all'arte più o meno come l'opinione sta al pensiero. Cioè, il nulla.
Un paragone azzeccato può essere fatto con l'Iliade riscritta da Baricco ad uso e consumo dell'analfabetismo moderno: depurare le parti che si pensano «pallose» per lasciar spazio al pop più deprimente. Uccidere la cultura per generare intrattenimento, ma con velleità da pensatori: guai a dire che la colpa è stata di Berlusconi, lo sfacelo culturale contemporaneo è al 90 percento imputabile alla sinistra accademica, inutile girarci intorno. Verrà un giorno in cui i responsabili di tutto questo «pagheranno caro e pagheranno tutto». Per il momento dobbiamo tenerci Martone.
Fonte
17/09/2014
Fermo: uccisi dalla crisi in un deserto chiamato Marche
La storia ha fatto il giro dei tg già all'ora di pranzo. Imprenditore spara e uccide due ex dipendenti. Loro, forse, si erano presentati con una piccozza, e sicuramente erano lì per chiedere degli stipendi mai pagati per parecchie migliaia di euro. Il duplice omicidio di Fermo passa come un lampo nella cronaca nera italiana, la solita storiaccia di sangue e soldi. I vicini di casa sconvolti. Le lacrime delle famiglie. I commenti al bar sul «mondo di lupi, signora mia». Qualcuno invoca la legittima difesa, la Cgil, laconica, parla di ennesimo effetto della crisi economica. Passa così una giornata italiana: all'inizio la notizia è in testa su tutte le edizioni online dei giornali, poi viene progressivamente affossata dalle nuovissime avventure del governo e dalla immancabile sfilata di tette e gattini. Mettiamoci pure che è successo nelle Marche, terra non così interessante per le redazioni nazionali. Mettiamoci anche la “natura di classe” del duplice omicidio: imprenditore italiano ammazza due lavoratori kosovari. Gli stranieri sono le vittime. Se aggiungiamo che l’imprenditore ha sparato ben cinque colpi, che uno dei due operai è stato colpito alle spalle mentre scappava – altro che legittima difesa – e che non essendo il tizio un carabiniere difficilmente potrà affermare di essere inciampato, la scarsa attenzione dei media nazionali per il fatto è presto spiegata.
A parti invertite, sul luogo del delitto non sarebbero arrivati soltanto i soliti neristi locali e la Rai regionale, ma avrebbero sfilato anche le telecamere dei vari programmi pomeridiani, gli inviatoni dei grandi giornali, magari pure qualche politico reazionario.
Eppure quanto avvenuto a Fermo dovrebbe far suonare più di un campanello d’allarme. La depressione economica in cui sta sprofondando il paese diventa sempre più depressione a tutto tondo, con i suoi inevitabili effetti distruttivi e autodistruttivi. Ancora nelle Marche, un anno e mezzo fa, due anziani decisero di impiccarsi, a Civitanova. Campavano con 400 euro al mese, la pensione sociale di lei. Lui era un esodato, non ce la faceva più nemmeno a pagare i contributi della sua partita Iva. Storia di ordinaria miseria, vergogna di essere poveri. Telecamere accese poche ore, poi il silenzio.
Le Marche sono tutte così: il territorio al plurale è un cumulo di macerie. Sociali, umane, politiche. L'anno prossimo si tornerà a votare per il consiglio regionale, tutti gli indizi fanno pensare alla riconferma (per la terza volta) di Gian Mario Spacca alla presidenza. Lui - uomo della potentissima famiglia Merloni, reale proprietaria della lingua di terra che si estende da San Marino all'ex Regno delle Due Sicilie – è l'artefice del ‘Modello Marche’: un centrosinistra con molto centro e poca sinistra. L'Udc è entusiasta, quelli che un tempo si definivano montiani e che adesso, verosimilmente, hanno paura a guardarsi allo specchio la mattina, pure. Il Pd, in fondo, anche. Tanto si vince: la destra non esiste, la sinistra nemmeno. Esiste solo un grande centro che tutto può e tutto fa. Le elezioni del 2013 e del 2014 avrebbero raccontato un'altra storia, con il centro ridotto a prefisso telefonico, eroso da Grillo prima e da Renzi poi. Ma da queste parti si fa poco caso a quello che succede «fuori».
I già citati Merloni, dopo aver cercato di far passare un piano lacrime e sangue per la loro azienda (la Indesit), alla fine hanno venduto tutto agli statunitensi. La resa dei padroni è sconfortante quanto la chiusura di tutte le fabbriche di Ascoli Piceno, dove finiva la Cassa del Mezzogiorno, che portò tante multinazionali. Migliaia di posti di lavoro guadagnati in maniera troppo facile e poi persi in un soffio: non è un caso che, da queste parti, pur di scongiurare il «Modello Marche», la gente scelga di votare la destra fascista locale. Merloni che abdica vuol dire che neanche lui ci crede più, a questo sogno chiamato Marche.
Poi ci sono le storie minime, i piccoli imprenditori divenuti benestanti perché parte di un indotto enorme, poi progressivamente abbandonati a se stessi con la crisi economica. Ancora più in basso ci sono i lavoratori: qui la crisi economica non la risolvono con una qualsiasi «politica del lavoro», ma a colpi di rifinanziamento degli ammortizzatori sociali. Un pugno di dollari, un altro, un altro ancora. Intanto i giovani vanno via, e non vogliono tornare più. C'è da capirli, restare nelle Marche è una gara di resistenza, e probabilmente manco ne vale la pena.
Ogni tanto qualcuno s’impicca dentro casa. E' successo pochi mesi fa a un ex pezzo grosso della Confindustria fermana: lasciato col culo per terra ha deciso di appendere una corda allo stipite della finestra e di farla finita così. Ma succede ancora più spesso tra i lavoratori, che magari finiscono ad ammazzarsi tra di loro per l'ultimo tozzo di pane, o contratto a giornata.
La costa, ormai completamente prostituita al turismo, la sopravvivenza è legata agli imprenditori balneari che offrono lavoro a tre euro (lordi) l'ora. Quando va bene. E allora puntare sul turismo è un dovere.
Si è fatto un gran parlare del film di Martone su Leopardi, portato in concorso al Festival di Venezia. La verità è che il poeta di Recanati questa terra non l'ha mai amata, perché a sua volta da questa terra era odiato. E questo odio continua, nei secoli, perché in fondo le Marche sono sempre uguali a se stesse dai tempi del poeta. Bottegai vestiti da preti e preti vestiti da bottegai. Il film (verosimilmente brutto e pretenzioso) viene preso soltanto come veicolo turistico. Leopardi morì a Napoli, dopo aver girato mezza Italia. Col senno di poi si può dire che non è stato un caso.
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A parti invertite, sul luogo del delitto non sarebbero arrivati soltanto i soliti neristi locali e la Rai regionale, ma avrebbero sfilato anche le telecamere dei vari programmi pomeridiani, gli inviatoni dei grandi giornali, magari pure qualche politico reazionario.
Eppure quanto avvenuto a Fermo dovrebbe far suonare più di un campanello d’allarme. La depressione economica in cui sta sprofondando il paese diventa sempre più depressione a tutto tondo, con i suoi inevitabili effetti distruttivi e autodistruttivi. Ancora nelle Marche, un anno e mezzo fa, due anziani decisero di impiccarsi, a Civitanova. Campavano con 400 euro al mese, la pensione sociale di lei. Lui era un esodato, non ce la faceva più nemmeno a pagare i contributi della sua partita Iva. Storia di ordinaria miseria, vergogna di essere poveri. Telecamere accese poche ore, poi il silenzio.
Le Marche sono tutte così: il territorio al plurale è un cumulo di macerie. Sociali, umane, politiche. L'anno prossimo si tornerà a votare per il consiglio regionale, tutti gli indizi fanno pensare alla riconferma (per la terza volta) di Gian Mario Spacca alla presidenza. Lui - uomo della potentissima famiglia Merloni, reale proprietaria della lingua di terra che si estende da San Marino all'ex Regno delle Due Sicilie – è l'artefice del ‘Modello Marche’: un centrosinistra con molto centro e poca sinistra. L'Udc è entusiasta, quelli che un tempo si definivano montiani e che adesso, verosimilmente, hanno paura a guardarsi allo specchio la mattina, pure. Il Pd, in fondo, anche. Tanto si vince: la destra non esiste, la sinistra nemmeno. Esiste solo un grande centro che tutto può e tutto fa. Le elezioni del 2013 e del 2014 avrebbero raccontato un'altra storia, con il centro ridotto a prefisso telefonico, eroso da Grillo prima e da Renzi poi. Ma da queste parti si fa poco caso a quello che succede «fuori».
I già citati Merloni, dopo aver cercato di far passare un piano lacrime e sangue per la loro azienda (la Indesit), alla fine hanno venduto tutto agli statunitensi. La resa dei padroni è sconfortante quanto la chiusura di tutte le fabbriche di Ascoli Piceno, dove finiva la Cassa del Mezzogiorno, che portò tante multinazionali. Migliaia di posti di lavoro guadagnati in maniera troppo facile e poi persi in un soffio: non è un caso che, da queste parti, pur di scongiurare il «Modello Marche», la gente scelga di votare la destra fascista locale. Merloni che abdica vuol dire che neanche lui ci crede più, a questo sogno chiamato Marche.
Poi ci sono le storie minime, i piccoli imprenditori divenuti benestanti perché parte di un indotto enorme, poi progressivamente abbandonati a se stessi con la crisi economica. Ancora più in basso ci sono i lavoratori: qui la crisi economica non la risolvono con una qualsiasi «politica del lavoro», ma a colpi di rifinanziamento degli ammortizzatori sociali. Un pugno di dollari, un altro, un altro ancora. Intanto i giovani vanno via, e non vogliono tornare più. C'è da capirli, restare nelle Marche è una gara di resistenza, e probabilmente manco ne vale la pena.
Ogni tanto qualcuno s’impicca dentro casa. E' successo pochi mesi fa a un ex pezzo grosso della Confindustria fermana: lasciato col culo per terra ha deciso di appendere una corda allo stipite della finestra e di farla finita così. Ma succede ancora più spesso tra i lavoratori, che magari finiscono ad ammazzarsi tra di loro per l'ultimo tozzo di pane, o contratto a giornata.
La costa, ormai completamente prostituita al turismo, la sopravvivenza è legata agli imprenditori balneari che offrono lavoro a tre euro (lordi) l'ora. Quando va bene. E allora puntare sul turismo è un dovere.
Si è fatto un gran parlare del film di Martone su Leopardi, portato in concorso al Festival di Venezia. La verità è che il poeta di Recanati questa terra non l'ha mai amata, perché a sua volta da questa terra era odiato. E questo odio continua, nei secoli, perché in fondo le Marche sono sempre uguali a se stesse dai tempi del poeta. Bottegai vestiti da preti e preti vestiti da bottegai. Il film (verosimilmente brutto e pretenzioso) viene preso soltanto come veicolo turistico. Leopardi morì a Napoli, dopo aver girato mezza Italia. Col senno di poi si può dire che non è stato un caso.
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