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21/11/2019

Sisma Centro Italia, il diavolo in un dettaglio


La prima scossa del 24 agosto 2016, causò 300 vittime ad Amatrice e 11 in Accumoli.

51 furono registrate lungo le frazioni di Arquata del Tronto nelle Marche.

Quella successiva del 30 ottobre non uccise nessuno, ma la sua forza dirompente (6,5° di magnitudo) fece ancora più danni a case e palazzi, colpendo patrimoni inestimabili quali la Basilica di San Benedetto a Norcia.

La sua struttura sopravvive solo perché imbracata nei ponteggi di sostegno.

Io scrivo da qui, da questa piazza deserta.

Sprechi e immobilismo

I soldi per sistemare non sono mai mancati: nel novembre 2017 la Commissione europea mise a disposizione cospicui stanziamenti per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Umbria e Marche avrebbero distribuito finora oltre mezzo miliardo di euro sia alle strutture alberghiere che direttamente alle famiglie, per alloggiare in via temporanea circa 30.000 sfollati, 25.000 nelle Marche e 5.000 in Umbria.

Questi finanziamenti a fondo perduto affiancarono le prime SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza), prefabbricati dai costi folli: € 6750 al mq circa.

Le magagne però emersero quasi subito: problemi idraulici e conseguenti allagamenti, controsoffitti cadenti, coibentazione insufficiente e,tanto per gradire, presenza occasionale di topi. Secondo lo studio tecnico Pasqua Palombi di Norcia (addetto alla stesura dei progetti di ricostruzione da presentare alla Regione) i costi spropositati furono causati dagli oneri di urbanizzazione (sbancamento delle aree preposte all’installazione dei moduli, allacci della rete idrica, elettrica e fognaria) mentre un fabbricato costruito con norme antisismiche, non sarebbe costato più di 1500/2000 € al mq. Un contrasto stridente.

Per le 125 casette di Pieve Torina, si spesero € 6.882.218 solo per codesti oneri.

Tutto cambia quando un progetto di ristrutturazione viene presentato agli organi competenti, avviando così il percorso kafkiano per l’approvazione, soggetta ai vincoli ambientali che non consentono di ricostruire con volumetrie diverse, legando l’immobile demolito a rigidi parametri ormai obsoleti. A oggi, secondo le cifre fornite dall’agenzia ANSA, a fronte di 2500 lucidi progettuali presentati da Norcia, Cascia e Preci, ne sono stati approvati solo 500.

Ovviamente, dovendo affrontare tali difficoltà, molti rinunciano a ricostruire, incassando i sussidi senza investirli, sfruttando (chi ce l’ha) la seconda casa sopravvissuta ai crolli, o dividendo quella degli anziani genitori, che magari ha più stanze disponibili.

La soluzione SAE piace a pochi, anche perché questa parola “emergenza” ha un suono beffardo, e minaccia altresì di protrarsi all’infinito, sebbene adesso nella maggior parte dei Comuni, le casette siano finalmente confortevoli e tecnologicamente più attrezzate: tutte espongono sul tetto cilindri a pannelli solari, che sono accumulatori di acqua calda.

Le SAE rimangono comunque un palliativo; paradossalmente proprio ora che sono decenti, dopo le sconcezze rilevate nelle prime, diventano una scusante per rimandare la ricostruzione ad aeternum.

Quando la forma diventa sostanza

Come spesso succede, il diavolo si nasconde nei dettagli; anzi, un solo piccolo ma fatale dettaglio, nelle pieghe del quale si cela l’inghippo della mancata ricostruzione: il DPR n° 380 del 2001 che al comma 1 dell’art. 3 in sostanza recita:

“all’interno di un’area paesaggistica…” – tipo quella dei parchi nazionali che abbraccia tutti i comuni e le frazioni colpiti dal sisma – “…qualsiasi modifica della sagoma a seguito della ricostruzione pertinente l’edificio demolito, non può essere considerata ristrutturazione, bensì costruzione ex novo”.

La fregatura è proprio qui, in questo rigo striminzito.

Il geometra Pasqua, titolare dello studio tecnico prima menzionato, racconta che il ministero dei Beni Culturali, nel respingere l’ennesima domanda, si è finalmente deciso nel settembre 2019 a comunicare la motivazione che riguarda tutta Italia, inoltrando alla regione Umbria la circolare con la norma in questione.

In conformità di questa, viene bocciata persino una forma migliorativa e più funzionale dei fabbricati obsoleti degli anni '60, quando non esistevano ancora i piani regolatori.

In quell’epoca, molti edifici venivano costruiti adottando sovente canoni estetici orrendi (i primi “ecomostri” videro la luce proprio allora). Lo stesso vale per casali di campagna fatti di tufo, materiale poroso e friabile, che anche a causa di una sagoma arcaica, non sono stati in grado di opporre resistenza a una scossa violenta, pur inferiore a 6,5° di magnitudo, come quella che distrusse L’Aquila.

Un fabbricato che cambia anche di poco morfologia, rientrerebbe quindi in una categoria differente, con tempi più lunghi per l'approvazione, e maggiori ostacoli burocratici lungo il percorso.

Il controsenso è che così legiferando, il ministero rifiuta il permesso proprio a ristrutturazioni che migliorerebbero il profilo estetico, oltre a garantire la sicurezza di costruzioni altrimenti anacronistiche, nel caso di futuri cataclismi.

È questo il nocciolo della questione, che costringe il Centro Italia a un’attesa che appare sempre più vana con il passare del tempo. Una richiesta di emendamento è stata già spedita al ministero; la risposta è attesa entro e non oltre dicembre.

Per non alimentare illusioni, bisogna però ricordare che una sentenza della Corte Costituzionale aveva già annullato una modifica simile alla legge vigente, concessa precedentemente alla Regione Lombardia.

Tabula Rasa. Cronache tipicamente italiane

Se Castelluccio e Norcia, almeno a livello business tra norcinerie e trattorie familiari cercano di andare avanti, viceversa percorrendo le strade ancora parzialmente interrotte che sconfinano dall’Umbria alle Marche, sembra che il sisma sia passato da tre mesi, non tre anni fa.

Le frazioni di Arquata, Capodacqua Pescara del Tronto e Forca Canapine, sono rase al suolo come da un bombardamento a tappeto.

Qui sono morte 51 persone, le uniche vittime sono tutte marchigiane.

Macerie ovunque, ce ne sono ancora 50.000 tonnellate da rimuovere, eppure i lavori sono di nuovo fermi, anzi se ne producono ancora con le costose opere in corso per mettere in sicurezza il territorio.

A Visso, i camion e le scavatrici dell’esercito sono parcheggiati vicino alla Croce Rossa.

Nel centro storico ancora transennato, si aggira tra i detriti un piccolo wildcat, ma sta lì solo per aprire le tracce alla fibra ottica.

Ricostruzione zero, rimozione sotto zero, ma fibre ottiche a gravare sulle bollette dei privati, si, certamente!

Cronache tipicamente italiane, che si tingono di melodramma, quando esaminiamo la situazione sanitaria: allo stato attuale, Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, dotato di una saletta per le emergenze, una sala radiologia, e un minuscolo poliambulatorio.

Una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km su strade tortuose.

Non ho idea di come facciano ad affrontare le emergenze, specie nel caso siano coinvolti gli anziani. Meglio contare sulla salute di ferro degli umbri.

La “movida” del sabato sera a Norcia è tutta concentrata fuori da Porta Ascolana, lungo i negozietti a catena che hanno abbandonato la piazza della Basilica allo sguardo desolato di San Benedetto, il quale mostra con la mano aperta i ponteggi di una ricostruzione negata.

Ragazzi e ragazze – così come adulti e anziani, che altri posti dove andare non hanno – si consolano, piluccando antipasti e sbevazzando all’ora dell’apericena dentro i bar superstiti. Niente cinema però, né teatro, non ci sono spazi disponibili.

Da ciò emerge la pigrizia e la mancanza di visione della politica: dopo una tragedia come quella che ha colpito il Centro-Italia, la ripresa doveva partire proprio lavorando sullo spirito e sul morale della gente, prima che sulle strutture. Così non è stato, rinnegando oltretutto quella “cultura” di cui troppo spesso i suoi falsi sostenitori si riempiono la bocca a sproposito.

PS. Alla luce della legge che regola la conformazione delle sagome da ricostruire, le polemiche politiche sono perfettamente inutili.

Qui non è questione di destra o sinistra: finché quella norma assurda non verrà emendata, le vite dei terremotati rimarranno sospese nel limbo di una burocrazia ottusa. Tutto il resto è chiacchiera da bar. Tanto per cambiare.

Norcia, 19 novembre2019

(Copyright di Flavio Bacchetta – foto e testi)

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