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21/11/2019

Viaggio ai bordi della notte americana

di Sandro Moiso

Daria Addabbo (fotografie) – Gino Castaldo (testi), This Hard Land. Sulle strade di Springsteen, Jaca Book, Milano 2019, pp. 272, 50,00 euro

Non ho nessuna difficoltà a confessare, fin da subito, che ritengo la musica di Bruce Springsteen da annoverare tra quanto di più ripetitivo e ridondante la musica americana abbia prodotto da molti anni a questa parte. Sia nella sua versione da stadio che nella sua dimensione acustica.

Dalla metà degli anni Settanta quando, forse anche grazie al suo lancio da parte di John Hammond Sr. che aveva precedentemente scoperto Bob Dylan, il Boss aveva letteralmente travolto il mercato della musica rock con il suo album Born To Run, la sua musica non si è più sostanzialmente rinnovata; ripetendo un cliché fatto di rock’n’roll e soul delle periferie urbane, fusi in un blue collar sound fatto di muscoli e sudore che non ha più saputo andare oltre un’immagine pubblica da rockstar, suburbana ma pur sempre tale, che l’artista sembra non essere più riuscito a togliersi di dosso. Mentre la componente acustica della sua opera non solo non ha aggiunto nulla di nuovo ai suoni della musica folk americana, ma è talvolta riuscita a banalizzare, in una sorta di dance party casereccio, il suo più intimo patrimonio, così come è avvenuto per le “Pete Seeger’s Sessions” (sia in studio che live).

Ma, allora, dove sta la forza, che non intendo affatto rinnegare, delle sue canzoni?

Nei testi e, naturalmente, nelle storie narrate dagli stessi.

In quei testi che hanno fatto dire a Ennio Morricone, nell’introduzione ad una traduzione italiana delle canzoni di Springsteen, che proprio tra quelle sue parole cantate occorre cercare l’espressione più vera del “grande romanzo americano”1.

Quei testi che esplorano, come afferma Gino Castaldo2 nello scritto che accompagna le bellissime foto di Daria Addabbo nel libro di grande formato appena edito da Jaca Book, soprattutto la notte americana con i suoi sogni, i suoi demoni, i suoi incubi, le sue violenze e i suoi amori consumati in fretta, magari sui sedili di un’auto truccata per le scommesse e le corse selvagge sulle strade infuocate delle periferie.

Un mondo eminentemente notturno, quello a cui Springsteen ha dedicato forse il suo disco più significativo, Darkness on the Edge of Town (1978), fatto anche di lavoratori che si alzano prima dell’alba per raggiungere le fabbriche oppure altri infimi luoghi di lavoro, che Daria Addabbo3, con le fotografie che costituiscono il vero “cuore” del libro, ha saputo perfettamente catturare e riprodurre. Immergendo coloro che le osservano nell’anima più vera di quella marginalità urbana e provinciale di cui il rocker originario del New Jersey è stato il più autentico cantore.

Le fotografie della Addabbo, scattate principalmente nei luoghi in cui il cantautore americano è nato e si è formato (New Jersey, Atlantic City, Asbury Park, New York) oppure, ma in misura minore com’è giusto, lungo le strade che conducono all’Ovest (New Mexico, Arizona, Texas, Nevada) verso la California (mito di un’età dell’oro che non è davvero mai esistita e trasformata oggi in una La La Land in cui si aggirano decine di migliaia di senza tetto), sottolineano con grazia, distacco e, allo stesso tempo, sorpresa la profonda connessione che esiste tra quegli ambienti e il mondo cantato dal musicista cresciuto nelle grandi periferie proletarie e sottoproletarie dell’impero americano.

Periferie fatte di lavoro, locali dove si beve e si suona, di strade notturne illuminate dalle insegne al neon, di piccole bische o grandi case da gioco in cui i perdenti possono continuare a perdere i già pochi risparmi e gli infimi sogni che la vita e il lavoro, sempre più incerto, hanno loro riservato.

Ma anche di piccole sorprese come i cerbiatti fotografati di notte sul limitare di case di periferia, quasi a testimoniare quell’innocenza perduta e mai ritrovata che agita spesso i testi e i sogni del cantautore nato a Long Branch il 23 settembre del 1949.

Un autentico working class hero che ha sempre portato con sé il sogno di diventare un vero rock’n’roller, ma che ha dovuto accontentarsi di diventare una rockstar internazionale, come ha egli stesso affermato.

Una nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere, ma che non è stato che sembra accompagnare tante sue canzoni e che si riverbera nelle fotografie del libro. Mai ridondanti, mai a caccia del mito, ma soltanto della realtà profonda di una notte, quella americana, in cui tutti i miti hanno cessato di essere tali per diventare soltanto i frammenti di una realtà composita e dura che non trova la sua rappresentazione nella bandiera a stelle e strisce, ma soltanto nelle fiere di provincia, nella solitudine degli individui, nelle fabbriche avviate alla chiusura o nelle armi impugnate nell’inutile ricerca di una sicurezza sociale ed economica che, forse, per la maggior parte degli americani cantati da Springsteen non è mai esistita.

Una trama che è possibile leggere in quella che per me rimane la sua canzone più bella, Seeds, contenuta nel suo quintuplo album live del 1986, che nella ricerca ostinata e sfortunata di una nuova occasione di vita e lavoro sa concentrare tutta la poetica dell’autore americano. Spesso lontano dai grandi spazi, tipici del mito americano, recuperati soltanto per l’ultimo album Western Stars (2019).

Un’immagine dell’America e del suo mito ormai sbiadito di cui i testi di Castaldo e le belle fotografie della Addabbo costituiscono una perfetta e, talvolta, poetica sintesi.

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