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25/11/2019

Cuori d’acciaio/2 - I fantasmi delle Ferriere di Trieste


“La ghisa la compreremo dai cinesi”. È stata annunciata a settembre la chiusura delle Ferriere di Servola (Trieste) di proprietà della Arvedi, il terzo gruppo siderurgico in Italia per fatturato.

A rischio ci sono 550 posti di lavoro tra la fabbrica e il suo indotto. La proprietà ha dichiarato a settembre che: “La produzione dell’area a caldo, per quanto ci riguarda, dovrà fermarsi nel più breve tempo possibile. È doveroso e responsabile considerare i rischi sulla sicurezza dei lavoratori e l’impatto ambientale connessi alla gestione di un processo, a ciclo integrale, che ha la prospettiva di essere fermato nel prossimo futuro”.

Le Ferriere di Trieste (Servola è il quartiere della città dove sono insediate) nascono austriache nel 1896 e producono ghisa. A tutt’oggi è rimasto l’unico stabilimento che produce esclusivamente ghisa in Italia. Ma forse sarà l’ultimo. “Non servirà più produrre ghisa: la compriamo in Cina e la lavoriamo a Trieste, è chiaro che i lavori pesanti di un’acciaieria li faranno loro a prezzi più bassi” fa sapere Roberto Di Piazza, sindaco di Trieste.

Ci sono i problemi produttivi e del lavoro ma, come a Taranto, anche quelli della salute, sia per chi lavora nelle Ferriere sia per chi ci abita vicino.

L’inquinamento provocato dalle Ferriere di Servola è stato anche il contesto di un romanzo noir di successo – “Il fantasma della Ferriera” di Chiara Bernardoni – la cui trama parte proprio da un omicidio avvenuto dentro la fabbrica. La vittima, è un sindacalista responsabile delle norme sicurezza ma anche il responsabile della cokeria, l’impianto più inquinante della Ferriera.

Secondo i dati rilevati tra il 1995 e il 2007, tra gli operai che hanno lavorato alla Ferriera, gli ammalati di tumore sono molto di più numerosi rispetto alla media della popolazione locale.

All’esterno della fabbrica uno dei problemi, oltre le polveri, si chiama benzo(a)pirene. Il primo punto dell’accordo che consegnerà le Ferriere ad Arvedi era che l’area a caldo (la più inquinante) dovesse essere chiusa qualora i livelli di benzo(a)pirene, un idrocarburo cancerogeno non fossero scesi. Arvedi afferma di averlo fatto.

“La vicenda Servola, purtroppo, è stata per me un’esperienza amara, unica e molto sofferta, mai vissuta prima, malgrado i miei molteplici impegni assunti in sessant’anni di lavoro” – afferma padron Arvedi nel settembre scorso – “Siamo orgogliosi di poter restituire al nostro Paese e alla città di Trieste un sito Sin, totalmente inquinato, ora totalmente risanato e di avere gestito, con i nostri bravi tecnici e operai, il processo di adeguamento e ammodernamento tecnico e strutturale che ora consente di produrre rispettando tutti i valori e parametri fissati dall’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale, ndr), costantemente, frequentemente e giustamente controllati dagli Enti preposti”.

Ma con la chiusura dell’area a caldo, praticamente le Ferriere di Trieste cesseranno di produrre e lo scenario diventerà quello descritto dal sindaco Piazza: “compreremo la ghisa dai cinesi”. Più o meno quello che si prospetta a Taranto. Come si è arrivati a questa situazione?

Nel 1961, come gran parte della siderurgia italiana, le Ferriere di Trieste erano diventate pubbliche confluendo nell’Italsider (di proprietà della società pubblica Finsider). Nel 1982 però lo stabilimento viene ceduto a Attività Industriali Triestine (insieme ad Acciaierie di Terni, sempre del gruppo IRI-Finsider).

Nel 1988 arriva la privatizzazione con la cessione dell’impianto al Gruppo Pittini e diventa Altiforni e Ferriere di Servola – AFS S.p.A. Nel 1993, ci lavorano circa 600 operai, viene commissariata e messa in mano sempre a dei gruppi privati: Lucchini per l’80% e Duferco per il 20%. Dieci anni dopo (2002) chiude l’acciaieria, restano attivi altoforno e cokeria. Ma i soldi arrivano dal pubblico con i fondi Cip6 per la centrale termoelettrica. Nel 2005, come a Piombino, arrivano i russi del gruppo Severstal. Nel 2015 viene rilevata dal gruppo Arvedi che ne è, appunto, l’attuale proprietario.

A settembre la direzione della Arvedi ha inviato una lettera che apre al percorso di dismissione dell’area a caldo ma che rischia di essere l’ennesimo strumento aziendale per far pagare nuovamente ai lavoratori, al soggetto pubblico e alla città di Trieste il costo di un’operazione di cassa da parte dell’azienda. “I posti di lavoro li dovrebbe garantire qualcun altro, ma ulteriori risorse pubbliche andrebbero elargite ancora all’azienda che si sta sganciando dai suoi stessi impegni” denuncia il sindacato Usb.

Il 20 novembre c’è stato il tavolo ministeriale sul futuro delle Ferriere di Trieste in presenza del Ministro Stefano Patuanelli. Ci sono state rassicurazioni in merito alla continuazione del percorso di dismissione dell’area a caldo ad “esuberi zero”. L’Usb presente al tavolo ha riaffermato come sia necessario entrare quanto prima nel merito dei numeri del piano industriale (investimenti organici e situazione aziende in appalto) e nei contenuti del nuovo accordo di programma in via di definizione e che a nostro avviso dovrà dare indicazioni chiare del modo in cui le scelte di Arvedi si andranno ad inserire in una logica di sviluppo complessivo del territorio soprattutto in funzione dell’ambito logistico e portuale. “Infine” – dice il sindacato – “abbiamo rivendicato la necessità di un vero protagonismo delle istituzioni in ambito locale e dello Stato nella governance industriale del paese, con riguardo al settore siderurgico e agli atri settori strategici, richiamando la necessità all’idea di una nuova Iri”.

Produrre quello che serve, produrre pulito, bonificare quanto inquinato, mantenere e magari aumentare l’occupazione. Lasciati alla logica del mercato e degli interessi privati questi fattori vanno in contrasto tra loro.

È evidente allora che è decisiva un’altra logica e fondi che solo lo Stato e/o un soggetto pubblico – che ha come missione il benessere comune e quello dei privati – può assumersi. Come abbiamo visto tutte le soluzioni pasticciate e privatistiche adottate finora hanno solo aggravato la situazione, sia per il lavoro sia per la salute. Il nodo e la soluzione stanno qui.

Prima puntata. Il delitto dell’Italsider di Bagnoli

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