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22/11/2019

Lagarde (BCE) sconfessa il modello tedesco ed europeo

A volte viaggiare porta benefici, specie se si è a capo del Fondo Monetario Internazionale, i cui economisti da un pò di anni stanno cambiando registro. Esattamente dopo il macello greco e argentino, imposto proprio dalla Lagarde quando era a capo del Fondo.

Ma l’FMI sta a Whashington e dal 2001, anno di entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha occhi puntati su Pechino. In questi anni la Lagarde e i suoi economisti hanno assistito alla trasformazione dell’economia cinese da export oriented a mercato interno, sottolineandone i notevoli benefici.

Ora la Lagarde è a capo della Bce (al posto di Mario Draghi) e oggi, durante una conferenza, ha “festeggiato” il crollo del muro di Berlino picconando il modello tedesco, in voga da 80 anni, e il modello europeo che vige esattamente da 30 anni, entrambi basati sulla deflazione (riduzione) salariale, sulla distruzione di salari, pensioni e spesa pubblica a favore di un modello orientato all’export, basato sul credito ai debitori, dove dominano alti profitti e rendite.

Ciò significa che anche la politica monetaria di Draghi è stata fallimentare avendo contribuito a distruggere risparmio, banche (con tassi da anni a zero che riducono il margine di interesse) e nazioni come la Grecia, la Spagna, il Portogallo e la stessa Italia.

Cosa ha detto di tanto straordinario la Lagarde? Riporto alcuni passi: “Bisogna, dunque, cambiare gioco, non solo per la nostra stabilità e prosperità, ma anche per quelle dell’economia globale. Naturalmente questo richiede un modo di pensare diverso sull’Europa. E certamente non sarà facile. La risposta sta nel convertire la seconda economia mondiale in una che sia aperta al mondo, ma che abbia fiducia in sé: un’economia che faccia un uso completo del potenziale europeo per stimolare la domanda interna e la crescita sul lungo periodo; Gli investimenti sono una parte particolarmente importante della risposta alle sfide odierne perché“, ha spiegato, “hanno a che fare sia con la domanda di oggi sia con l’offerta di domani“.

Ora ci chiediamo: cosa può fare esattamente la Lagarde per convertire un modello squilibrato che costituisce una zavorra per l’economia mondiale? Politica fiscale? Stati come l’Italia hanno alti debiti pubblici, anche se con una posizione finanziaria netta estera in equilibrio e surplus delle partite correnti. Ma non esiste solo la spesa pubblica, il centro di tutto è l’aumento dei salari – congelati negli ultimi venti anni a favore di profitti e rendite.

Se si vuole cambiare modello, quello che la Lagarde afferma che bisogna superare, occorre aggredire profitti e rendite, difese a spada tratta negli ultimi trenta anni da tutti gli schieramenti politici della classe dirigente europea.

Come abbiamo più volte affermato, l’eurozona è il vortice deflazionistico mondiale e ormai vi è la trappola della liquidità: con interessi praticamente a zero, non c’è credito, non ci sono investimenti, non ci sono consumi. Tutto è proteso verso il commercio estero, unica valvola di sfogo, a motivo del quale si deflazionano ancora di più i salari e le economie.

Solo che a partire da Trump è intervenuto in parte uno shock simmetrico, il congelamento del commercio mondiale visto sia come guerra dei dazi sia come crisi di domanda mondiale.

Per avere un’idea dell’impatto, qui basti dire che il commercio totale (export + import) conta per il 78% del pil dell’eurozona, contro il 27% americano e il 38% cinese. Dunque, rispetto a queste ultime economie, l’eurozona è molto più vulnerabile a questo shock simmetrico, che ha come ulteriore effetto il congelamento degli investimenti privati e pubblici, tant’è che le aziende italiane hanno un livello record di liquidità depositato nelle banche.

Chi ha soldi non spende, mentre la gran parte della popolazione, sacrificata sull’altare di questo modello, non ha soldi e non spende.

Quanto agli investimenti, la Lagarde punta il dito su questo dato perché la classe dirigente europea è allarmata dal livello tecnologico raggiunto da Usa e Cina, che dominano i nuovi settori, dal digitale all’auto elettrica. Spinge per la produttività, quasi a voler imitare il modello cinese che ha un tasso di investimento pari al 41% (contro il 19% dell’eurozona), finalizzato dal 1978 al 2008 alla produttività totale dei fattori produttivi e, una volta raggiunti livelli ottimali, dal 2008, alla reflazione salariale, vale a dire corposi aumenti di salari.

Ma tutto il sud est asiatico sta adottando questo percorso, tant’è che i salari in Vietnam hanno livelli pari al depresso nostro Mezzogiorno, in termini reali (potere d’acquisto).

Quel “campione” dell’economia che risponde al nome di Prodi, da decenni, e con lui una platea immensa di “economisti”, hanno come parametro da combattere il costo del lavoro. L’Asia li smentisce perché, come diceva Schumpeter, la chiave di volta è la produttività totale dei fattori produttivi, data dagli investimenti privati e pubblici. Lì vi è una mobilitazione totale del risparmio nazionale finalizzato al salto tecnologico.

Solo gli Usa tengono testa e, se ci sarà un accordo Usa-Cina, potrebbero risolvere parzialmente lo squilibrio fondamentale dell’economia mondiale, data dal fatto che gli americani comprano cinese per 600 miliardi di dollari e ne vendono a Pechino per 200.

Sia la guerra dei dazi sia un eventuale accordo sfavoriscono l’eurozona fintantoché vige questo modello.

Lo sa la Lagarde, ma lei al momento può far poco. Il poco che potrebbe fare è spingere le banche a concedere credito. Ma in una situazione di trappola di liquidità la vedo dura.

Oltretutto non ce li vedo i tedeschi cambiare modello, quelli da sempre vanno verso il disastro totale come panzer, imperterriti. Loro sono i migliori. Peccato che ora anche la Lagarde non lo pensi più.

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