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20/11/2019

Iran - La protesta si allarga, la repressione si intensifica

Non si placa la protesta in Iran, partita lo scorso venerdì dopo l’annuncio della riduzione dei sussidi per il carburante e il conseguente aumento del prezzo della benzina. Anzi, si allarga. Nonostante il tentativo governativo di arginarla, con la forza della polizia e bloccando internet in quasi tutto il paese, ieri altre città si sono unite alle manifestazioni di piazza.

I manifestanti denunciano l’offuscamento della Bbc e il blocco della rete – secondo l’ong di monitoraggio NetBlocks il più ampio di sempre – che impediscono di avere informazioni immediate sulla repressione delle proteste e di organizzare le piazze. Da cui i numeri, ben diversi, dati da governo e manifestanti: per il primo i morti sarebbero 12, per i secondi almeno 30, forse 40. Molto più alti i numeri citati ieri da Amnesty International, secondo cui gli uccisi sarebbero 106. Migliaia i feriti e, secondo i manifestanti, almeno 6mila gli arrestati.
Teheran dà due risposte: da una parte la repressione e le minacce, affidate ai pasdaran, dall’altra gli aiuti alle famiglie povere anticipati di dieci giorni, utili ad arginare il peso dell’aumento del costo della benzina. In Iran, paese tra i più ricchi di petrolio e gas del mondo, gli automobilisti avevano la possibilità – fino a venerdì scorso – di comprare fino a 250 litri di benzina al mese a undici centesimi di euro al litro.

Da quattro giorni non è più così: 60 litri al mese ad automobilista a 11 centesimi e poi il prezzo raddoppia a 22. Un colpo pesante per chi vive con i miseri guadagni di tassista e per chi necessita dell’auto per spostarsi, deciso dal Consiglio Supremo del coordinamento economico, formato dal presidente Rohani, dal capo della magistratura Raisi e dal presidente del parlamento Larijani.

Un quadro a cui va aggiunta la pesante crisi economica che investe il paese: il crollo del valore del rial, un’inflazione al 40% e i mancati miglioramenti in termini di infrastrutture e posti di lavoro promessi dal governo Rohani con l’accordo sul nucleare del 2015. Da quell’intesa, storica, con il 5+1 gli Stati Uniti di Trump non solo si sono defilati ma hanno mantenuto le sanzioni e le hanno incrementate, impedendo di fatto l’avvio dei contratti miliardari che le imprese straniere avevano già siglato con l’Iran.

La protesta è, dunque, più che comprensibile. E al momento senza risposte, oltre alle minacce e alla repressione. Le Guardie rivoluzionarie e l’ayatollah Khamenei hanno già accusato i manifestanti di essere mossi da “poteri stranieri”, citando Stati Uniti, Israele e anche la famiglia dello scià deposto Reza Pahlavi. Per poi aggiungere di essere pronte a sedare le manifestazioni con la forza, già usata visti i numeri delle vittime. A questi si sarebbero aggiunti ieri tre soldati, accoltellati a morte vicino Teheran da gruppi di manifestanti secondo i media iraniani. Uno di loro sarebbe un comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Morteza Ebrahimi, e gli altri due membri delle milizie volontarie Basij.

La rabbia è tanta, espressa bene dalle immagini che filtrano dai blocchi della rete: automobili e autobus incendiati, strade bloccate dai manifestanti, attacchi a uffici pubblici e banche. Una protesta che si sta trasformando in qualcosa di più, seminascosto dalle autorità della Repubblica islamica che da due giorni parlano di situazione rientrata. Non lo è, lo dimostra il mancato ritorno alla normalità per internet, nonostante ieri Teheran parlasse di una possibile fine del blocco: “Internet ritornerà gradualmente in alcune province dove ci sono garanzie che la rete non sia usata per degli abusi”, ha detto ieri il portavoce del governo, Ali Rabiei.

A parlare ieri è stata l’Onu, tramite il portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani, Rupert Colville. Da Ginevra Colville ha espresso la preoccupazione delle Nazioni Unite per le notizie di uccisioni di decine di manifestanti e chiesto a Teheran di cessare la repressione della libertà di espressione e di assemblea: “Facciamo appello alle autorità iraniane perché evitino l’uso della forza per disperdere assemblee pacifiche. E ai manifestanti di manifestare pacificamente senza ricorrere a violenza fisica e distruzione di proprietà”.

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