Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

30/11/2019

Gaza - Hamas annulla la Marcia del Ritorno, ma la protesta continua

di Michele Giorgio - il Manifesto

Non appartengono ad alcun partito, sono ragazzini, alcuni poco più che bambini. Il venerdì corrono urlando, alcuni stringendo una bandiera nella mano, verso le barriere di demarcazione con Israele. Senza alcun timore, come se non rischiassero la vita ad ogni metro percorso. E ormai non badano più alle decisioni, politiche e «diplomatiche», del movimento islamico Hamas che per il terzo venerdì consecutivo ha annullato le proteste popolari contro il blocco di Gaza per non turbare le trattative indirette che ha ripreso con Israele. Sul piatto c’è una tregua a lunga durata destinata a non cambiare la condizione di Gaza di grande prigione a cielo aperto ma solo a «migliorare» il disastro umanitario che si è abbattuto su due milioni di civili palestinesi dimenticati dal mondo. Donald Trump che in tre anni ha tagliato tutti i fondi Usa destinati ai palestinesi, all’improvviso ha regalato a Gaza, con pelosa generosità, un ospedale da campo in fase di allestimento non lontano dal valico di Erez, intorno al quale regna sempre un fitto mistero. A Gaza sussurrano che i particolari e le finalità del progetto, favorito dalla mediazione del Qatar e approvato da Israele, sarebbero conosciuti solo ai vertici di Hamas.

Fahad al Astal, 16 anni, viso di bambino, è caduto ieri nella giornata internazionale a sostegno del popolo palestinese, stabilita dalle Nazioni Unite. È l’ultimo ragazzo ucciso dal fuoco dei tiratori scelti israeliani appostati sulle dune a ridosso delle barriere. I suoi compagni dicono che ha lanciato un urlo prima di accasciarsi al suolo, centrato in pieno all’addome. Inutile la corsa all’ospedale, è morto in pochi minuti. Aveva cominciato la sua corsa verso il proiettile che lo ha ammazzato da Al Adwa, all’altezza di Khan Younis, uno campo di tende allestiti nel marzo 2018 per la Grande Marcia del Ritorno. Laconica la versione israeliana dell’accaduto: «Alcune decine di persone si sono affollate in un punto nel sud in prossimità dei reticolati di confine. I soldati hanno notato che cercavano di sabotarli e hanno reagito con mezzi di dispersione di dimostrazioni, ricorrendo fra l’altro a proiettili Ruger». Il 16enne Al Astal stava «sabotando» i reticolati? I palestinesi negano con forza. Ieri in un ospedale è spirato anche Riad Sarsawi, 30 anni, ferito da un bombardamento israeliano durante l’ultima escalation tra Israele e Gaza. Non era un civile ma un militante del Jihad Islamica. Sale a 36 il bilancio totale palestinesi uccisi in quei giorni.

Non c’è un comunicato dell’esercito invece sugli atti di vandalismo avvenuti giovedì notte in villaggi palestinesi della Cisgiordania, attribuiti a coloni israeliani. A Taibeh (Ramallah), un’automobile è stata data alle fiamme: nelle vicinanze una scritta ostile in lingua ebraica. Nella zona di Nablus decine di ulivi sono stati sradicati e i palestinesi puntano il dito contro gli abitanti del vicino avamposto coloniale di Rachelim. Atti che si stanno moltiplicando e che si aggiungono a quelli del recente passato. A condannarli sono stati anche i rappresentanti delle chiese cristiane in Terra Santa che li hanno definiti «atti razzisti di vandalismo» e chiesto di portare di fronte alla giustizia non solo chi compie gesti del genere ma anche coloro che incitano alla violenza.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento