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24/11/2019

Cile, l’inverno non dura per sempre

Le reazioni al cosiddetto “Accordo per la Pace e nuova Costituzione” – sottoscritto venerdì scorso tra la coalizione che compone la maggioranza governativa e parte dell’opposizione parlamentare – ed i successivi annunci di parziali misure che l’esecutivo dice di voler approntare in campo sociale, non hanno sortito alcun effetto di “smobilitazione”.

Al contrario, la settimana che va inizia il 25 novembre sarà caratterizzata da un sciopero generale “a scacchiera” – dopo quello del 12 novembre che ha paralizzato il Paese ed lo sciopero nazionale dei portuali del 21 ottobre – e da una fittissima agenda di mobilitazioni.

Il 25 e il 26 saranno i portuali a bloccare i più di venti scali del Paese; ancora una volta si dimostrano la “punta di lancia” insieme ai minatori. Il resto delle organizzazioni del Bloque Sindacal de Unidad Social, che integra la MESA, inizierà lo sciopero martedì fino a mercoledì.

“Le ragioni di questa scelta rispondono alle necessità strategiche di ogni settore”, scrivono nel comunicato ufficiale che ribadisce le ragioni della protesta: dal clima di repressione al rifiuto dell’accordo di pace, alle rivendicazioni sociali che non hanno ancora avuto risposta.

“Le lavoratrici ed i lavoratori mettono la propria forza a disposizione del popolo cileno affinché questa volta, siano gli sfruttati e gli oppressi a conquistare la VITTORIA”, si conclude il comunicato.

Contro l’accordo si era espressa la totalità dei soggetti che costituiscono l’ossatura dell’inedito movimento politico-sociale, iniziato il 18 ottobre con le reiterate iniziative studentesche contro l’aumento delle tariffe della metro di Santiago nell’ora di punta e che non ha precedenti nel Cile post-dittatoriale, a cominciare dalla Mesa de Unidad Social che raggruppa circa 200 realtà organizzate politiche, sindacali ed associative.

In questo mese Piñera eletto Presidente ad inizio 2018 ha polverizzato il suo capitale di consenso, soprattutto da quando ha dichiarato che il Cile era “in guerra contro un nemico potente ed organizzato“. Le forze dell’ordine si sono macchiate di crimini che non hanno nulla da invidiare alle pagine più nere della dittatura pinochetista, con numerose violazioni denunciate anche recentemente da Amnesty, che si è recata con una sua missione nel Paese, quasi contemporaneamente alla missione d’inchiesta inviata dall’ONU.

L’Istituto nazionale cileno indipendente per i diritti umani (INHD) riporta di 343 querele in favore di 506 persone per gli abusi polizieschi; di questi 245 per il delitto di tortura ed in specifico 58 con connotazioni sessuali. L’INHD ha potuto appurare direttamente la cifra di 6.362 detenuti e 2.381 persone ferite, di cui 217 per traumi oculari.

Le mobilitazioni hanno aperto uno squarcio sulla realtà di un Paese che ha eseguito per primo ed in maniera più radicale – a cominciare dal golpe del 1973 – i precetti della dottrina neoliberista, con l’azzeramento delle minime garanzie conquistate dal movimento operaio. È stato di fatto ripristinato lo status quo precedente agli anni '30 del '900, privatizzando il sistema pensionistico – oggi totalmente in mano a fondi privati (AFP) – smantellando la sanità pubblica a favore dei privati e garantendo così la possibilità di cura solo alle fasce più abbienti, annichilendo il diritto all’istruzione, svendendo le risorse naturali del paese, tra cui il rame di cui il Cile è da sempre uno dei maggiori produttori mondiali.

Il Cile è uno dei paesi dell’OCSE con maggiori disuguaglianze. Una classe media fortemente “polverizzata”, indebitata a vita, prima per pagarsi gli studi universitari – cui un forte movimento nel 2011 chiedeva l’accesso gratuito – poi per comprare casa, che con l’attuale sistema pensionistico a capitalizzazione individuale percepisce una “rendita” che non gli permette di poter sopravvivere una volta in pensione, nonostante le quote pagate.

Il passaggio di “transizione” dalla dittatura alla democrazia, iniziato dal 1990, non ha fatto che portare a compimento tale processo, avvantaggiando quel blocco di potere politico-economico che, dopo la parentesi del triennio del governo di Allende, era tornato saldamente al comando, con l’oligarchia economica autoctona e i gruppi di potere stranieri – prevalentemente nord-americani, ma anche dell’Unione Europea – a farla da padroni.

Questo passaggio non ha solo garantito una impunità sostanziale ai pilastri del golpismo cileno a livello politico, ma di fatto non li ha relegati a un ruolo marginale nella nuova facciata democratica del Paese, che è rimasto un fedele alleato di Washington nell’area.

Il caso più macroscopico di questa continuità di regime è quello di Pinochet, che è stato fino al 1998 comandante delle Forze Armate e fino al 2001 senatore; così come la persecuzione anche recente di quei militanti ora all’estero che, dopo avere opposto una strenua Resistenza durante la dittatura – come i membri delle FPMR – vengono “ricercati” per aver giustiziato durante la “transizione” alcune delle figure golpiste più in vista, tra cui l’architetto della Costituzione del 1980, Jaime Guzman, liquidato dal Frente nel 1991.

In un articolo apparso su Nuestra República del 18 novembre, E.Villanueva chiarisce bene che tipo di processo è stato avviato dopo la fine della dittatura:

“Quando Pinochet lasciò il governo, nel 1990, il 90% della produzione di rame stava nelle mani dello Stato. Oggi meno di un terzo del rame lo produce la Codelco (…) All’inizio della Transizione un terzo della capacità di generare elettricità stava in mano dello Stato. Successivamente tutte queste imprese sono state privatizzate; lo stesso è successo con le imprese sanitarie e del settore portuale, con le autostrade. (…) Il business dei AFP, fino al 1990, si permetteva di investire fino al 10% dei fondi pensione all’estero; durante il governo della Presidente Bachelet si autorizzò ad aumentare la percentuale investita all’estero fino all’80% dei fondi.(…) Nell’istruzione, fino al 1990 le università private non ricevevano fondi statali (…) ora queste università private si sono espanse proprio grazie ai crediti statali. (…) In quanto alla riforma tributaria, durante i governi della Concertatión si fecero numerose modifiche che favorirono i ricchi con esenzioni delle imposte. (…)"

Riferendosi alle possibili riforme in grado di ripristinare quelle garanzie tolte dal Golpe in poi, come il diritto di sciopero, la settimana lavorativa di 40 ore, pari diritti salariali tra azienda madre e fornitori, contrattazione collettiva, Villanueva scrive che la Concertatión, “pur avendo la maggioranza per farlo, non fece queste riforme”.

La classe politica ha quindi completato in democrazia ciò che era stato iniziato con la dittatura ed è totalmente delegittimata agli occhi del Paese, mentre Piñera verrà ricordato come colui che sei giorni prima dell’inizio delle mobilitazioni affermò che, nel contesto turbolento dell’America Latina, “il nostro Paese è un oasi”.

Una settimana intensa

Domenica scorsa Sebastian Piñera aveva per la prima volta condannato le violenze commesse dalla polizia dichiarando alla televisione:

“C’è stato un ricorso eccessivo della forza, degli abusi o dei delitti sono stati commessi e i diritti di tutti non sono stati rispettati. (…) Non ci sarà impunità, né per coloro che hanno commesso degli atti di violenza eccezionale, né per coloro che hanno commesso degli abusi.”

Un parziale cambio di registro che però non ha sortito effetto.

La parte organizzata del mondo dell’istruzione aveva precedentemente preso la parola per ripudiare interamente l’accordo “di pace” e chiamare alla mobilitazione da lunedì.

Le organizzazione studentesche Confech e Cones hanno rigettato l’accordo e promosso un appello alla mobilitazione il lunedì della scorsa settimana per mobilitarsi.

Joaquín Cardenas, portavoce nazionale della Confech ha denunciato contenuti e metodo dell’accordo, preso tra quattro mura senza consultare i movimenti sociali, ribadendo la richiesta di una Assemblea costituente che porti ad una nuova Costituzione.

È dello stesso avviso Valentina Miranda, portavoce della Cones, delle medie superiori, per cui “ciò che desidera il governo è far smobilitare le masse con questo ‘Accordo per la Pace'”.

Della stessa opinione, il portavoce del Colegio de Profesores, Mario Aguillar, uno dei pezzi importanti delle mobilitazioni del movimento dei lavoratori insieme ai portuali, ai minatori del rame e agli altri dipendenti pubblici.

Il giorno successivo, martedì della scorsa settimana, alcuni deputati e deputate dell’opposizione hanno presentato un’istanza d’accusa costituzionale al Congresso Nazionale contro Piñera, con l’appoggio del PS, del PPD, FRVS,PH,CS e del Partito Comunista, allo scopo di destituire il Presidente e escluderlo dallo svolgimento di cariche pubbliche per i prossimi 5 anni.

Le ragioni di tale atto sono state spiegate da Tomás Hirch, del Partido Humanista, in una intervista al “Diario y radio Universidad de Chile” e si basano sulle “brutali violazioni dei diritti umani che sono state commesse durante questo ultimo mese nel nostro Paese. (…) il diretto responsabile di queste violazioni è il Presidente della Repubblica”, che ha decretato l’ Estado de Emergencia per 10 giorni, dal 18 al 28 ottobre, con cui ha di fatto “sospeso” alcune prerogative sui diritti umani contenute nei trattati internazionali sottoscritti dal Cile.

Una istanza d’accusa era stata precedentemente presentata contro il Ministro dell’Interno Andrés Chadwick, seppure con responsabilità diverse attenenti al controllo delle forze dell’ordine.

Il partito Igualdad, con un comunicato del 17 novembre, ha annunciato la sua sospensione alla partecipazione al Frente Amplio, puntando il dito contro RD, PL Comunes e il deputato Gabriel Boric, della coalizione dell’opposizione, accusati di “violentare la volontà politica” con la sottoscrizione dell’accordo.

Questo accordo ha fatto esplodere la capacità di tenuta di questa Coalizione, e talvolta le dinamiche interne delle varie organizzazioni, come CS per esempio, polarizzando le sue componenti ed i singoli militanti rispetto a due orientamenti, distinti e divaricanti: da un lato chi propende per una uscita “pactada” dall’attuale impasse governativo, di fatto lanciando un'ancora di salvezza al Presidente e alla Coalizione governativa, perpetuando quella tipologia di “compromesso” che è la tara genetica del sistema politico cileno del dopo-dittatura; dall’altra chi ha scelto di essere “delegato politico” del movimento e delle sue istanze, sposandone le precise richieste di riforma sociale e l’attuazione di una nuova Costituzione attraverso un processo costituente.

La marcia di venerdì 22 novembre, la quinta, ha dimostrato la capacità di tenuta complessiva, con una mobilitazione che ha inondato il centro di Santiago dalle cinque del pomeriggio fino a notte fonda, e la contestuale repressione poliziesca – alle 22 – messa in atto per spazzare via i manifestanti, facendo mancare la luce tra l’altro a tutta la zona.

Altre mobilitazioni si sono svolte a Antofagasta, Valparaiso e Conceptión, tutte oscurate generalmente dai media mainstream.

Lo sciopero generale deciso proprio all’interno di questa settimana è il segno più evidente del rifiuto di una pace senza giustizia politico-sociale.

Non sono 30 anni, sono 500 anni!

Una parte assolutamente rilevante della mobilitazione è la componente mapuche, che questa settimana ha rilanciato l’iniziativa, invitando a mobilitarsi come non mai e a fare un passo in avanti nella propria auto-determinazione politica.

La foto iconica del movimento cileno, scattata il 25 ottobre dall’attrice Susana Hidalgo in Plaza Italia – ora rinominata Plaza de la Dignidad – immortala in cima alla statua equestre lo sventolare di una delle bandiere mapuche: la wenüfoye.

Un’interessante intervista pubblicata questa settimana da Interferencia dà voce a Mauricio Lepin, colui che sventolava la bandiera. Il giovane, 27enne, è originario della regione di Araucania, nella comunità mapuche Pelantaro.

Lepin descrive come è cambiata la percezione del popolo mapuche in Cile con la morte avvenuta, circa un anno fa, di Camilo Catrillanca. Le persone “iniziarono a vedere le cose da una altra prospettiva; cominciarono a vedere quando cade la montatura, cominciarono a vedere come si reprime il popolo mapuche, a rendersi conto di ciò che accadeva realmente, perché quando assassinarono Matias Catrileo e Alex Lemun, la televisione mentì senza pudore.”

Occorre ricordare quei casi, perché ciò che per anni è stato riservato a questo popolo – che rivendica i propri diritti sulle sue terre storiche – ora è stato generalizzato ad una popolazione che chiede la fine del neo-liberalismo e la morte dell’ordine politico che gli ha permesso di consolidarsi.

Alex Lemun, allora 17enne, è stato ucciso con un colpo in testa dal colonnello dei Carabineros, Marco Aurelio Treuer Heysen, cui una recente sentenza della Corte d’Appello ha confermato la custodia cautelare nell’agosto di quest’anno.

Il 12 novembre del 2002 il giovane Mapuche moriva dopo 5 giorni di agonia, in seguito alle ferite riportate in una azione comunitaria di rivendicazione territoriale del fondo Forestal Mininco del gruppo Matte.

Matias Catrileo era un attivista mapuche di 22 anni, della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), ucciso il 3 gennaio 2008 durante il recupero delle terre nel fondo Santa Margarita, usurpato dalla famiglia Luchsinquer.

Sebbene vi sia stata una condanna per omicidio, e sia stata riconosciuta la non necessità dell’uso dell’arma, non sussistendo alcun pericolo reale, Walter Ramirez – l’agente che l’ha ucciso con una raffica sparata dalla mitraglietta Uzi, in dotazione – non ha scontato un solo giorno di carcere, ed è stato condannato nel 2010 a tre anni ed un giorno di “libertà vigilata”, Ma è rimasto comunque nei ranghi per volontà dei suoi superiori fino al 19 gennaio 2013, mentre una sentenza della Corte Suprema del 2015 ha condannato lo Stato ad un indennizzo a beneficio della madre e della sorella.

Proprio le parole della sorella di Matias, a dieci anni dalla sua morte, sembrano profetiche rispetto a ciò che sta succedendo da un mese a questa parte in ngulumapu – che corrisponde al Cile odierno – con la denuncia della sostanziale impunità di cui godono le forze dell’ordine e le modalità d’addestramento del Gruppo di Operazioni Poliziesche Speciali dei Carabineros, il GOPE: “è molto pericolosa la forma in cui stanno addestrando la polizia e il GOPE. Ogni volta agiscono con più violenza ed in maniera indiscriminata. Arrivano sul posto e reprimono, senza che gli importi se ci sono bambini o anziani.”

La lotta dei Mapuche è costellata dalla violenza delle forze dell’ordine anche durante la “democrazia”, e l’attività di questo popolo – oltre al proprio recupero culturale e alla rivendicazione dei propri diritti sulla terra – ricorda le vittime di questa “guerra sporca”, tra cui Jaime Mendoza Collio, assassinato dai Carabineros il 12 agosto del 2009 (durante il primo governo di Michelle Bachelet), nel contesto del recupero territoriale produttivo del Fundo San Sebastian di Angol.

Repressi nelle loro comunità, espropriati della propria terra ed oggetto di una campagna di terrorismo psicologico, questa componente della popolazione è stata marginalizzata nei contesti della migrazione urbana.

La loro condizione, poco prima della rivolta, era di forte discriminazione fuori dalle proprie comunità. Dovevano subire il razzismo fomentato dal blocco di potere dominante, ma con l’emergere delle reti sociali e del clima complessivo le cose hanno cominciato a cambiare: “oggi alcuni mi chiedono il significato delle parole in mapudungun, perché vogliono sapere ciò che significa e mi piace insegnarglielo.”

Strana nemesi storica per una componente per cui la lingua era oggetto di discriminazione. Ma il Cile è in profonda trasformazione, tanto che la foto-simbolo del movimento mostra una delle bandiere di coloro che sono di fatto i suoi precorritori.

Los mal educados

Protagonista di questo movimento è la componente giovanile che ne è stata l’innesco, trasformando le azioni per una battaglia specifica in preludio di un movimento reale, in cui vasti settori popolari si sono riconosciuti; e a nulla sono valsi il mix di terrorismo psicologico e le “provocazioni”, insieme alla ferocia della repressione attuate dalla classe dirigente.

Allo stesso tempo, un ruolo importante è stato svolto in questi anni dai movimenti femministi – come in gran parte dell’America Latina, a cominciare dall’Argentina – culla di “Non Una di Meno”. Non è sorprendente, pensando al connubio mortale ereditato dalla dittatura, tra destre, alte gerarchie ecclesiastiche e capi delle forze armate.

Un ruolo molto importante, oltre alle organizzazioni sociali che hanno trovato una propria espressione unitaria nella Mesa de Unidad Social e la componente Mapuche di cui abbiamo parlato, lo stanno giocando i gruppi del tifo organizzato del calcio cileno, mentre il mondo dello sport tutto – a cominciare dagli atleti – si è dimostrato particolarmente sensibile alle mobilitazioni di piazza, incline a prendere “collettivamente” posizione, ed affermarsi non più come strumento di consenso per il potere, ma di creazione di coscienza e protagonismo.

Le Barras non solo sono organiche alla protesta, ma hanno preso pubblicamente posizione per la continuazione della sospensione del campionato anche questa settimana.

Da “Los de Abajo”, che hanno omaggiato Abel Acuña, ucciso venerdì scorso in Placa de la Dignidad – tifoso dello stesso club – a “Los Aceros” o alla “Garra Blanca” del Colo Colo (per non citarne che tre delle tifoserie più attive) sono uno dei cuori della protesta, mettendo a disposizione il proprio senso dell’affinità collettiva e l’esperienza “di strada” che si sviluppa all’interno delle curve.

La generazione de los mal educados sta cambiando il volto del Paese, lo fa con generosità e spirito di sacrifico, specie coloro che tengono la “Primera Linea” negli scontri con le forze dell’ordine e il personale di soccorso ausiliario.

Sono coloro che nella normalità dell’ordine neo-liberale verrebbero considerati e rappresentati dalle oligarchie del Paese niente di più che scarti o feccia, ma che stanno ribaltando il funesto destino che è stato progettato per loro in un Paese che gli Usa hanno considerato il proprio “cortile di casa” per antonomasia.

Ma l’inverno non dura per sempre...

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