Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2026

Meno prodotto allo stesso prezzo. I paraculi della “shrinkflation”

Per non aumentare i prezzi, e dunque non alimentare l’inflazione, ti do meno prodotto allo stesso prezzo. Le aziende ricorrono a questo trucco per continuare a guadagnare anche in tempi di riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, inoltre consentono ai governi di poter dire che i prezzi non sono aumentati e quindi anche l’inflazione non è salita. Il fenomeno infatti non è rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione.

Il trucco si chiama shrinkflation, ed è una strategia che può far lievitare i costi al chilo o al litro fino al 200%. Dal detersivo per i piatti ai biscotti, dal bagnoschiuma ai salumi confezionati.

Il governo nel 2024 con il Ddl concorrenza era intervenuto contro la shrinkflation modificando il Codice del consumo italiano con l’introduzione dell’articolo 15-bis, il quale prevedeva l’obbligo temporaneo di indicare sulle etichette la riduzione quantitativa dei prodotti, in modo da informare correttamente i consumatori che acquistavano il prodotto “rimpicciolito”.

Ma nel marzo 2025 l’Ue aveva però avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver violato la direttiva sulla trasparenza del mercato unico, costringendo il governo a fare un passo indietro e formulare un nuovo provvedimento.

Dal 15 luglio ci sarà il via libera alle nuove disposizioni contro la shrinkflation, ma le norme a favore dei consumatori appaiono assai poco incisive. In base al decreto del Mimit, infatti, scompare l’obbligo per i produttori di indicare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”, il messaggio viene sostituito con un sistema di comunicazione lungo tutta la filiera commerciale che coinvolge distributori e rivenditori sia fisici sia online ed in cui sarà difficile rintracciare l’indicazione utile.

Anche l’obbligo informativo avrà una durata inferiore ai 6 mesi inizialmente previsti dal governo e verrà ridotto agli attuali tre mesi a partire dalla data di immissione in commercio del prodotto in quantità ridotta.

La furbata della shrinkflation riguarda il vastissimo mercato dei beni di largo consumo, che in Italia vale quasi 120 miliardi di euro annui, e che – secondo il Codacons – sta portando ad aumenti occulti dei prezzi in media tra il +10% e il +18%, con punte in alcuni casi del +40%, ma che, secondo Altroconsumo, per i consumatori vede i costi al chilo o al litro lievitare fino al 200%.

Intanto salari e pensioni restano sempre al palo, anzi perdono continuamente il loro potere d’acquisto rispetto all’inflazione reale. Con un governo e un sistema di aziende formato da paraculi c’è poco da sperare, andrebbero spazzati via per rimettere le cose nel giusto equilibrio, o meglio, nei giusti rapporti di forza.

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30/11/2025

L’impossibile rinascita dell’industria statunitense /2

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto che il ripristino di una struttura industriale adeguata alle dimensioni e alla popolazione degli USA richiederebbe il ritorno in patria di quelle produzioni di massa che oggi i consumatori americani acquistano dalla Cina. Abbiamo visto anche, però, che diversi fattori impediscono all’amministrazione Trump di sanzionare pesantemente le merci cinesi e quindi di fare leva sui dazi per promuovere tale ritorno. Alla politica trumpiana, pertanto, arriderà un successo soltanto parziale, in quanto ad accettare le condizioni da essa imposte saranno, fra i tradizionali esportatori manifatturieri in terra americana, unicamente l’UE e alcuni paesi asiatici meno importanti della Cina. Abbiamo spiegato, inoltre, come l’imposizione dei dazi potrebbe spingere le imprese di tali aree a trasferirsi non negli USA, bensì in altri paesi, per beneficiare di costi di produzione più bassi; e come per il governo statunitense potrebbe risultare impossibile ottenere il pieno rispetto degli impegni riguardanti l’effettuazione di investimenti.

L’industria americana, in compenso, nel prossimo futuro potrebbe giovarsi dell’orientamento bellicista assunto dall’Unione Europea. Questo difatti le imporrà un riarmo che in tempi brevi non sarà conseguibile senza fare largamente ricorso alle produzioni di armamenti americane, in ragione di problemi di natura sia materiale (al momento l’apparato industriale militare europeo non è abbastanza sviluppato da poter supportare le ambizioni dei leader comunitari, e la riconversione di quello civile a fini bellici non può essere immediata) che finanziaria (gli attuali prezzi energetici si ripercuoteranno anche sui costi di produzione dei sistemi d’arma realizzati in Europa). Tuttavia, non è scontato che i popoli europei accettino senza reagire – nelle urne e nelle strade – i tagli alla spesa sociale necessari a finanziare l’espansione di quella militare. Inoltre, va rammentato che l’industria militare statunitense, pur avendo mantenuto un certo radicamento in patria, dipende comunque da forniture di componenti estere, ragion per cui, così come la fuga delle industrie dall’Europa si tradurrebbe solo in parte nella comparsa negli USA di nuovi stabilimenti, così la domanda europea di armi americane si tradurrebbe solo in parte in una maggiore attività di impianti produttivi ubicati negli Stati Uniti.

Insomma, neppure la politica europea di riarmo è suscettibile di offrire un contributo decisivo alla reindustrializzazione americana.

D’altronde, con tutta probabilità l’amministrazione Trump è consapevole dell’impasse in cui si trova, ragion per cui non ambisce davvero a “rendere l’America di nuovo grande” (come recita il noto slogan), bensì, più modestamente, a rendere la situazione del paese un po’ meno disastrata. I dazi riusciranno comunque ad avere un certo impatto positivo sulla presenza di industrie nel paese. Essi, inoltre, attenueranno la crisi finanziaria dello stato, consentendogli di procurarsi nuove entrate senza commettere il reato di lesa maestà della torchiatura fiscale dei ricchi; e consentiranno altresì un miglioramento della bilancia dei pagamenti, e non soltanto perché alcuni beni importati diverranno produzioni nazionali, ma anche perché quelli che rimarranno tali diverranno più cari e quindi saranno meno richiesti anche a prescindere dall’esistenza di un’alternativa made in USA. I dazi, insomma, opereranno come delle imposte, che sottraendo risorse ai cittadini determineranno una compressione dei loro consumi: un metodo rozzo, ma efficace, per limitare le importazioni (noi l’abbiamo sperimentato ai tempi del governo Monti, che con l’austerità riuscì a riportare in attivo la bilancia commerciale dell’Italia; anche se tale governo, invece dei dazi, per impoverirci usò direttamente la leva fiscale).

I lettori noteranno che tutto ciò presenta un risvolto paradossale: Trump si atteggia a difensore dei lavoratori americani, ma le sue politiche da una parte non avranno un impatto forte come quello promesso, e dall’altra comporteranno un prezzo da pagare, che in massima parte ricadrà proprio sulle classi lavoratrici (al riguardo, i lettori tengano presente che ormai la forza lavoro americana è largamente priva di diritti e di rappresentanza sindacale; essa quindi non avrà molte possibilità di fare pressione sulle imprese per ottenere aumenti di stipendio compensatori del rincaro del costo della vita).

I lavoratori americani, quindi, si mettano l’animo in pace. Buona parte di essi è destinata, anche in futuro, a non avere altre possibilità d’impiego che un posto da magazziniere in un deposito Amazon o da cassiere in un centro commerciale Walmart: a non potere fare altro, insomma, che ammannire ai propri connazionali merci prodotte altrove. E subendo una perdita del potere d’acquisto dei loro già magri salari, per di più.

Peraltro, per loro il peggio deve ancora venire. Infatti, ci pare improbabile che questa soluzione di compromesso riesca a migliorare più di tanto lo stato dei conti pubblici statunitensi. Ormai il debito americano ha raggiunto un livello tale da autoalimentarsi, in quanto la sua entità gonfia la spesa per interessi su di esso, rendendo quest’ultima un potente fattore di ulteriore indebitamento. Se unitamente a tale problema consideriamo il pozzo senza fondo della spesa militare e l’evanescenza del gettito fiscale di tipo ortodosso, non possiamo non concludere che gli USA finiranno, presto o tardi, per trovarsi in una situazione di grave dissesto finanziario. E dunque, presto o tardi, si renderà necessario un intervento drastico, il quale naturalmente avrà un costo sociale che verrà scaricato, in larga misura, proprio sui lavoratori.

Intendiamoci: in linea di principio, il debito di uno stato può crescere all’infinito. All’atto pratico, però, a un certo punto può diventare troppo grande rispetto alle sue possibilità di trovare acquirenti (dal momento che la liquidità presente nei mercati finanziari non è illimitata e che comunque a essa si rivolgono anche tantissimi altri emettitori di titoli, sia privati che pubblici). La sua stessa crescita, inoltre, può dissuadere gli investitori dall’acquistarlo, rendendoli dubbiosi circa la capacità futura del governo di corrispondere loro gli interessi promessi.

Una strategia che potrebbe venire presa in considerazione? Bloccare la corsa del debito passando al finanziamento della spesa pubblica tramite creazione di valuta. Il governo, cioè, potrebbe procurarsi le risorse che gli occorrono emettendo titoli a bassissimo rendimento, i quali verrebbero acquistati dalla banca centrale (la cosiddetta Fed, abbreviazione di Federal Reserve), che li pagherebbe stampando nuova moneta (ma si può fare?, chiederete voi. Beh, è ciò che ha fatto l’Italia negli anni Settanta). Questa pratica da un lato ridurrebbe la necessità di collocare debito presso soggetti che pretenderebbero di guadagnare dal suo possesso e dall’altro – tramite l’inflazione e la svalutazione di cui sarebbe causa – abbatterebbe il valore reale degli interessi pagati, in patria e all’estero, sui titoli esistenti. La spesa per interessi sul debito andrebbe così riducendosi, e con essa la necessità di emettere nuovo debito per pagare tali interessi.

A onor del vero, sulla praticabilità di una simile operazione potrebbe incidere negativamente l’atteggiamento dei grandi operatori finanziari. Questi, difatti, non soltanto vedrebbero diventare meno redditizi i propri investimenti nel debito americano, in ragione della erosione dei rendimenti reali dei titoli, ma sconterebbero anche gli effetti dell’inflazione sul valore degli altri loro crediti, e quindi avrebbero ragioni per contrastare la messa in atto di tale politica. Tuttavia, nel momento in cui la crisi finanziaria degli USA diventasse un problema ineludibile, essi si troverebbero a dover scegliere fra una misura del genere e una ancora più drastica, quale potrebbe essere una ristrutturazione del debito (ovvero la decisione governativa di disconoscere parte di esso), ragion per cui potrebbero ritenere la prima una soluzione accettabile. Oltretutto, essi potrebbero provare a sfuggire alle ricadute negative dell’inflazione cercando per i propri capitali degli impieghi all’estero, che consentirebbero loro di conseguire profitti in valute meno soggette a perdere valore.

Le principali vittime di una strategia inflazionistica, dunque, sarebbero in realtà le classi lavoratrici, ovvero la parte della popolazione meno dotata d’influenza politica. Esse difatti subirebbero una perdita di reddito reale, corrispondente alla perdita di potere di acquisto delle loro retribuzioni ingenerata dall’inflazione. Certo, quest’ultima avrebbe anche la conseguenza positiva di far svalutare il dollaro rispetto alle altre monete, e quindi di causare – alla stregua di un’ulteriore barriera daziaria - un rincaro delle importazioni; ma il suo contributo alla reindustrializzazione degli USA sarebbe fortemente dilazionato nel tempo, in quanto la contrazione dei consumi interni limiterebbe la propensione degli imprenditori a investire.

Questo dunque è il presumibile futuro dell’economia statunitense: non un’America “di nuovo grande”, ma semmai più piccola, cioè segnata dall’ulteriore impoverimento di ampi strati della sua popolazione. A meno che... a meno che il GENIUS Act non faccia il suo dovere. Il Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act è un provvedimento appena varato dall’amministrazione Trump (il cui acronimo è per l’appunto GENIUS: bella cosa l’autostima), il quale dovrebbe servire proprio a scongiurare una crisi del debito. Il Genius Act si rivolge agli emittenti di stablecoin, le quali sono delle criptovalute teoricamente più stabili delle altre monete virtuali, in quanto create da società che posseggono delle riserve economiche di pari valore. Il provvedimento impone loro di sostenere le proprie valute tramite l’acquisizione di beni sicuri, quali i titoli del Tesoro americano. Per effetto di questa norma, l’espansione del settore delle stablecoin dovrebbe comportare un aumento della domanda di tali titoli, consentendo al governo di continuare a emetterne in grandi quantità senza correre il rischio che essa non tenga il passo della loro offerta. Addirittura, la crescita della richiesta di titoli dovrebbe consentire al governo di venderli a un prezzo più elevato e offrendo per essi degli interessi più bassi rispetto a quelli attuali. Bello, no?

Sì, peccato che già adesso sia osservabile come diverse stablecoin non siano riuscite a mantenere il proprio valore nel tempo, svalutandosi rispetto agli asset posseduti dai loro emittenti. Cosa succederà quando ne circoleranno centinaia? Il precedente cui possiamo rifarci non è incoraggiante. Negli Stati Uniti dell’Ottocento a battere moneta erano decine di banche diverse, e la situazione che ne derivava era piuttosto instabile, al punto che vari istituti fallirono. Vero è che all’epoca non esisteva una banca centrale federale che vigilasse sul sistema creditizio; ma siamo sicuri che le autorità riusciranno a vigilare con la dovuta attenzione sull’affidabilità di una moltitudine di stablecoin? A nostro avviso, è molto più probabile che prima o poi si abbia qualche grosso fallimento, che porterà alla reimmissione sul mercato di enormi quantitativi di titoli, con conseguente crollo del loro valore e impennata dei rendimenti che il governo dovrà garantire per poter collocare le nuove emissioni. Fenomeni che compenseranno largamente i risparmi ottenuti sino a quel momento.

L’aspetto paradossale di questa situazione è che, in linea di principio, un’alternativa a queste politiche ingiuste e fallimentari esiste: una strategia efficace e socialmente equa di reindustrializzazione e di rientro dal debito è infatti concepibile. Proviamo a delinearne le caratteristiche.

Dunque, cosa potrebbe fare un’amministrazione davvero intenzionata a far risorgere l’industria americana? Ebbene, per cominciare potrebbe dare vita a un efficiente sistema universitario pubblico, a un efficiente sistema sanitario pubblico e a un efficiente sistema previdenziale pubblico, in modo da liberare i cittadini dalla necessità di svenarsi e indebitarsi per pagare un college privato, un’assicurazione sanitaria privata e un piano pensionistico privato. Fatto ciò, sarebbe in grado di praticare una politica protezionista senza compromettere la capacità di consumo della popolazione, poiché l’incremento dei prezzi ingenerato dai dazi verrebbe compensato dalla sparizione dai bilanci familiari di quelle ingenti voci di spesa. La spesa aggiuntiva nel campo della formazione, inoltre, porrebbe a disposizione delle imprese le risorse umane di cui queste abbisognano. Tale amministrazione, ancora, potrebbe varare una politica di grandi investimenti pubblici, funzionali al miglioramento delle infrastrutture nazionali: questo sarebbe un modo per rendere più conveniente la localizzazione negli Stati Uniti delle attività industriali a prescindere dall’imposizione o meno di dazi sulle importazioni. Inoltre, dal momento che tale politica di infrastrutturazione farebbe sorgere una ingente domanda di beni industriali, la quale per forza di cose dovrebbe venire soddisfatta soprattutto da aziende straniere, la sua conduzione doterebbe il governo americano di un’importante leva negoziale nei confronti della Cina (la quale, in cambio dell’accesso delle proprie imprese a queste commesse pubbliche, potrebbe venire indotta a tollerare un’accentuazione del protezionismo statunitense o ad impiantare fabbriche negli USA). La nostra amministrazione ipotetica potrebbe altresì porre in essere una combinazione di tasse e incentivi finalizzata a dirigere l’attività degli operatori finanziari verso i settori manifatturieri da rilanciare, punendo gli investimenti speculativi (come i riacquisti di azioni proprie, che oggi costituiscono una forma importantissima di reimpiego dei profitti) e premiando quelli produttivi. Infine, per procurarsi le risorse necessarie al finanziamento di tutti quegli investimenti pubblici essa potrebbe perseguire una politica di distensione – che le consentirebbe di ridurre le spese militari – e sottoporre i ricchi ad una sana tosatura fiscale.

Quanto al problema del debito, quello verrebbe risolto tramite l’incremento del gettito fiscale, che deriverebbe in parte dall’inasprimento della tassazione sui redditi alti e sui grandi patrimoni, ma in parte anche dall’espansione della base imponibile derivante dalla ripresa dell’occupazione industriale. Si noti che il risanamento finanziario contribuirebbe a rendere gli USA meno ricattabili dai loro partner commerciali, in quanto ne ridurrebbe la dipendenza dal collocamento dei propri titoli sul mercato internazionale, e quindi conferirebbe loro una maggiore libertà d’azione sul piano delle politiche daziarie.

Sì, un’amministrazione bene intenzionata potrebbe fare così. Peccato che... non possa. Liberare le famiglie dalla schiavitù dei prestiti universitari, delle polizze sanitarie e dei piani pensionistici significherebbe sfilare una grassa mangiatoia da sotto il grugno dei signori della finanza. Vi pare che questi lo permetterebbero? No. E consentirebbero al governo di sottoporli a un regime di premi e punizioni, volto alla pianificazione dei loro investimenti? O di privare l’industria degli armamenti del vorace inghiottitoio ucraino (o di altre occasioni che potrebbero sorgere in futuro, tra Europa e Asia, ai confini della Russia)? O di tassarli in proporzione alla loro ricchezza? No, no e no. Non lo consentirebbero, quindi non si può fare. La presa degli ultraricchi sulla classe politica statunitense è troppo forte perché questa possa prendere decisioni ad essi così sfavorevoli.

Da ciò si ricava una conclusione ben precisa. Se i cittadini americani davvero vogliono che gli USA tornino a essere un grande paese industriale, allora... devono fare la rivoluzione. Non è un’esagerazione: agli USA serve proprio il socialismo. Vanno espropriati i grandi capitali, ponendo la finanza (e a cascata tutte le principali aziende, che essa controlla) sotto il controllo diretto dello stato. Questo avrebbe così, finalmente, la possibilità di agire liberamente per il bene della nazione. O il socialismo, o nessuna seria politica di sviluppo è attuabile. “There is no alternative”, direbbe Margaret Thatcher. (Oddio, forse in questo caso specifico non lo direbbe.)

Naturalmente, quello dell’americano medio che una mattina si alza e va a fare la rivoluzione è uno scenario del tutto implausibile: gli esponenti delle classi lavoratrici statunitensi sono incavolati neri (inclusi i bianchi), ma sono troppo individualisti e troppo politicamente incolti per sfogarsi in altro modo che mettendosi a sparare a casaccio. Dunque, con tutta probabilità dovranno subire il trattamento da noi descritto: prima faranno le spese del risanamento della bilancia dei pagamenti, attraverso il rincaro dei prezzi generato dai dazi, e successivamente del risanamento delle finanze pubbliche, attraverso l’ulteriore aumento dei medesimi causato dalla perdita di valore del dollaro. C’è da chiedersi che vita si ritroveranno a fare, considerato che già oggi la loro condizione economica è in molti casi estremamente precaria. Ma forse non tutto il male verrà per nuocere. Forse, quando gran parte degli americani non potrà più permettersi un mutuo, un’assicurazione sanitaria, una polizza previdenziale, allora i signori della finanza si renderanno conto di avere agito come locuste, che hanno aggredito con tale voracità il campo su cui erano calate da desertificarlo; e allora andranno dai governanti per chiedere loro un altro New Deal.

O forse no. Forse, tutto ciò che faranno sarà dirottare all’estero i capitali sino a quel momento impiegati negli USA, cercando nuovi campi da spogliare. Una parte di mondo che potrebbe svolgere un simile ruolo sicuramente c’è. Riuscite a indovinare di quale si tratta? Indizio: è un continente i cui governanti sono decisi a intraprendere una corsa al riarmo e che pertanto, per finanziare un forte incremento delle spese militari, dovranno tagliare la presenza pubblica in campi quali la previdenza, la sanità e l’istruzione, imponendo così ai suoi abitanti di affidarsi a operatori privati per l’ottenimento di questi servizi.

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15/09/2025

Italia - Le famiglie tirano la cinghia, aumentano gli allarmi sul carrello della spesa

Su questo giornale abbiamo seguito assiduamente i rapporti Istat riguardanti l’inflazione e l’andamento dei prezzi, sottolineando il nodo preoccupante per cui, a dispetto di una riduzione nel costo di tanti beni, quelli su cui le classi popolari spendono la maggior parte dei propri redditi hanno sempre continuato a tenersi sopra la media dell’inflazione generale.

Questo si traduce in tre possibili scenari: la riduzione degli acquisti, o l’uso di surrogati, oppure il peggioramento della qualità dei prodotti scelti. In tutti e tre i casi, queste soluzioni comportano importanti effetti sul lato dell’apporto energetico e della salute. Insomma, sono i più poveri, come al solito, a essere colpiti più duramente dalle dinamiche di un sistema iniquo.

Ultimamente allarmi simili – senza evidenziare il problema di classe della questione, ma tant’è – sono stati lanciati da altre realtà. Spesso ciò è stato fatto commentando i dati dell’Istat, da parte delle associazioni di tutela dei consumatori. È il caso di Assoutenti, ad esempio, che lo scorso 10 settembre ha posto i riflettori su questo nodo in un comunicato.

Il presidente Gabriele Melluso ha affermato: “le famiglie italiane spendono sempre di più per un carrello sempre più vuoto. A confermarlo sono gli stessi dati Istat: tra il 2019 e oggi le vendite alimentari nel nostro Paese sono crollate in volume del -6,5%, ma nello stesso periodo, proprio a causa dei continui rincari, il valore delle vendite è salito del +19,3%”.

Le vendite presso i discount sono aumentate del 45,6% in sei anni, una cifra così significativa da non poter essere ignorata. Lavoratori e pensionati cercano un’alternativa in prodotti low cost, considerati i rincari che hanno riguardato tutta la filiera alimentare per la crisi delle materie prime, dei beni energetici e, dunque, dei carburanti.

I dati confermano che da gennaio a luglio del 2025 le vendite di beni alimentari sono diminuite in volume dello 0,8%, ma il loro valore è cresciuto del 2,1%. In sostanza, ciò significa che quando siamo andati a pagare alla cassa, abbiamo speso 1,3 miliardi di euro in più, ma ci siamo ritrovati nel carrello meno cibi e bevande.

Per questo fa sorridere molto amaramente la pretesa scritta nel Rapporto COOP 2025, per la quale staremmo assistendo a una fase di “deconsumismo”. Nel documento si legge che “al posto del piacere del possesso, l’Italia di oggi scopre il vero valore nelle esperienze di vita, acquista solo le cose indispensabili, ama il second hand e ripara gli oggetti piuttosto che sostituirli”.

“E anche quando torna a spendere in acquisti tecnologici (16,5 miliardi di euro negli ultimi 12 mesi, +1,2% su base annua) – continua il testo che si può facilmente reperire online – lo fa privilegiando l’utilità alla gratificazione”. Per dimostrarlo, cita il fatto che nella top ten delle vendite ci siano “gli apparecchi per la cura dentale”.

Bisognerebbe ricordare che le spese sanitarie non coperte dalla sanità pubblica non rappresentano una “scelta di consumo”, almeno non nella misura in cui si vogliano evitare problemi di salute di lungo termine. Eppure, questa è la retorica che bisogna sentire in un paese che continua a dibattersi in una crisi che pagano soprattutto le classi popolari e, sempre più, anche i ceti medi.

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16/05/2025

Consumi della Gen Z: pochi e poco green. Ma è un problema di sistema

Il 12 maggio è comparso un interessante articolo su Il Sole 24 Ore, riguardante le tendenze dei consumi della Gen Z, ovvero coloro nati tra la fine degli anni Novanta e il 2010. In sostanza, quella fascia di popolazione che va dagli adolescenti a, in questo studio, i giovani fino ai 27 anni.

È il servizio NIQ Discover di NielsenIQ, società per indagini di mercato, che ha integrato in un’unica piattaforma i dati riguardanti circa 16 mila persone, analizzando le novità nelle abitudini di consumo degli italiani. Il primo nodo che viene messo in evidenza è che si è più inclini a spese emergenziali e al refill che allo stoccaggio domestico.

La motivazione è individuata in acquisti fatti con molta attenzione al budget familiare, evitando sprechi. Il consumatore si reca magari più volte nei negozi, ma per acquisti inferiori e immediatamente necessari. Le abitudini cambiano anche a seconda della dimensione del centro abitato in cui si vive.

Nelle grandi città si comprano soprattutto prodotti pronti al consumo. Un sintomo di come non ci sia tempo da dedicare, ad esempio, alla cucina, perché i tempi di lavoro e del ciclo capitalistico sono molto più serrati. Questo nodo sistemico porta con sé un inevitabile impatto sull’alimentazione, e dunque sulla salute delle persone.

Ancora più interessante è poi quando la ricerca si concentra, appunto, sulla Gen Z. I giovani italiani sono concentrati in famiglie dal basso potere d’acquisto, e quando fanno la spesa ricercano prodotti che garantiscano una gratificazione immediata, semplifichino la vita quotidiana e soddisfino il bisogno di evasione da una realtà oppressiva.

Come nella differenza tra coloro che vivono in centri abitati di piccole o grandi dimensioni, sono i nuclei familiari più anziani e, spesso, senza figli, a trainare i consumi con prodotti salutari e con le eccellenze del territorio. Sono gli unici che hanno la disponibilità economica per affrontare consumi che si allineano ai bisogni della salute e dell’ambiente.

Al contrario, i più giovani, spesso associati a una più profonda coscienza green, fanno acquisti dalla dubbia sostenibilità. Fa specie che tra gli incrementi nelle abitudini di spesa degli italiani ci sia ai primi posti l’avocado (+317%), frutto che ha creato molti dibattiti riguardo al proprio impatto ambientale.

La realtà è che, come molte altre cose, anche i consumi sono espressione di particolari status sociali, e sono alimentati dalla loro ‘mediatizzazione’, come è il caso dell’avocado per i più giovani. E questo non significa che ci sia disinteresse per il futuro del pianeta, ma solo che bisogna comprendere il ruolo del consumo responsabile in questo sistema.

Esso è un’opzione che, in un certo senso, può essere associata al boicottaggio di alcuni prodotti, e può risultare utile quando si vuole denunciare un problema, o raccogliere consensi intorno a determinate lotte. Ma il problema di fondo rimane nei meccanismi di mercato e nel modo in cui trasformano in un business anche il consumo responsabile.

Quello che viene indicato come tale è spesso solo un privilegio economico. Inoltre, in questo caso appare evidente come l’attuale modello di sviluppo sia così segnato dalle sue contraddizioni che sono le generazioni che, in generale, più di tutte sono interessate al futuro del Mondo in cui devono ancora passare decenni e decenni che finiscono con l’adottare consumi poco salutari e non sempre ‘sostenibili’.

Una società che ha spacciato come valori fondanti l’individualismo e la soddisfazione personale in contrapposizione ai bisogni collettivi non poteva che produrre un modello di consumo in cui, pur di sfuggire a un presente povero e senza speranza, finisce ad acquistare ciò che dà sollievo immediato, ma apre profonde ferito sul futuro. Un fallimento totale.

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07/05/2025

Inflazione reale e inflazione percepita: il divario esprime i timori sul futuro

Una recente indagine effettuata da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore ha evidenziato come, per gli italiani, l’inflazione percepita viaggi sul 9,9%, ovvero 8 punti sopra quella reale – ad aprile attestatasi al 2%. A ottobre 2023, lo stesso sondaggio registrava una differenza minore (di quasi 6 punti percentuali), ma il tasso reale viaggiava oltre il 5%.

Se si va nel dettaglio delle voci di spesa, i beni per i quali si avverte un incremento più sostanzioso sono quelli legati alla casa (acqua, elettricità e combustibili) e ai generi alimentari. L’inflazione reale per la prima voce si ferma al 5%, quella percepita raggiunge addirittura il 16,4%. Nel caso del cibo, l’incremento reale dei prezzi è del 3,2%, quello percepito circa dieci punti percentuali sopra.

Se il divario tra queste due inflazioni vede quella percepita sempre più in alto rispetto a quella effettiva, in questo frangente si è raggiunto un livello inusuale. In genere, sono i momenti di repentino rialzo dei prezzi che portano la distanza tra i due tassi ad allargarsi, e non dunque una fase come quella attuale, in cui le tendenze sono nettamente più fredde rispetto a un paio d’anni fa.

Tale percezione sembra derivare perciò dall’impatto continuativo dei rincari. L’inflazione cumulata dal 2019, per come è stata misurata dall’Istat in relazione all’indice generale dei prezzi al consumo, ha raggiunto il 17% rispetto al 2019. Cifre pesantissime, soprattutto se si considera la stagnazione dei salari, con il potere d’acquisto che si è nettamente ridotto.

Non sorprende, dunque, che il 61% degli italiani ritenga che il proprio stipendio o pensione non siano adeguati a far fronte al costo della vita. Se a ciò si aggiunge l’incertezza economica e il timore sugli effetti inflazionistici che potrebbero essere generati dai dazi statunitensi, si capisce l’accelerazione del dato sull’inflazione percepita tra il 2023 e oggi.

Ciò ha portato a importanti conseguenze sullo stile di vita delle persone. Un italiano su due ha ridotto i propri consumi negli ultimi sei mesi, per far fronte ai rincari ma anche per prepararsi a possibili aumenti futuri. Infatti, due persone su tre pensano che proprio a causa della guerra commerciale i prezzi nei prossimi mesi potrebbero crescere ancora.

Il 46% degli intervistati ha eliminato alcuni acquisti negli ultimi mesi, esclusi i generi alimentari. Il 50%, e dunque una persona su due, ha invece ridotto anche i consumi appartenenti ai beni che costituiscono il tipico ‘carrello della spesa’. Segnale allarmante della sfiducia della gente rispetto al futuro.

Un ultimo dato: il 70% di coloro che hanno partecipato al sondaggio considera le recenti misure del governo contro l’aumento dei prezzi inefficaci. Un altro segnale di come, su questi temi, nonostante il raffreddamento dell’inflazione, ci siano ancora ampi margini per rappresentare un’alternativa politica alla semplice gestione della crisi.

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05/04/2025

Istat: pressione fiscale in aumento, redditi e potere d’acquisto in calo

Qualche giorno fa il governo si è vantato dei risultati raggiunti sull’occupazione, anche se è stato piuttosto facile smontare la sua spicciola propaganda che nasconde un modello dilagante di lavoro precario e sottopagato. Ieri, invece, l’Istat ha diffuso dei dati non sorprendentemente passati sotto silenzio.

Infatti, l’istituto di statistica ha certificato che la pressione fiscale nell’ultimo quadrimestre del 2024 è stata pari al 50,6% del PIL, in aumento dell’1,5% rispetto allo stesso periodo del 2023. Calcolandola su tutto l’anno appena trascorso, la pressione fiscale si attesta al 42,6%, rispetto al 41,4% del 2023.

Il dato è dello 0,3% più alto rispetto a quanto scritto nel Piano Strutturale di Bilancio. Qualcosa di cui andrà contenta Bruxelles, ma di certo non qualcosa di cui può andare fiero un governo in cui un po’ tutti non fanno che ribadire la necessità di ridurre le tasse per far ripartire l’economia.

Inoltre, non possono nemmeno giustifica questo aumento della pressione fiscale con l’erogazione di nuovi servizi e l’aumento della spesa pubblica, perché è avvenuto esattamente il contrario. Le entrate del quarto trimestre del 2024 ammontano al 55,4% del PIL, in leggero aumento rispetto allo stesso periodo del 2023.

Eppure, come scrive l’Istat, “per la prima volta dal quarto trimestre del 2019, nel quarto trimestre 2024 le AP [Amministrazioni Pubbliche, ndr] hanno registrato un accreditamento netto a seguito di un sostanziale contenimento della spesa rispetto all’incremento delle entrate”.

Sia il saldo primario (al netto degli interessi passivi) sia quello corrente sono in positivo negli ultimi tre mesi dello scorso anno: segnano un’incidenza sul PIL rispettivamente del 4,1% e del 5,9%. Insomma, piena austerità, mentre l’incertezza e le difficoltà continuano a macinare terreno nella vita di tutti i giorni della maggioranza della popolazione.

Il reddito disponibile delle famiglie è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e il potere d’acquisto dello 0,6%. Anche la propensione al risparmio è passata dal 9,1% del terzo trimestre all’8,5% del quarto trimestre 2024. Tale riduzione deriva dalla crescita della spesa per consumi finali e dalla flessione del reddito disponibile.

“Il reddito disponibile delle famiglie – scrive l’Istat sul suo sito – è diminuito rispetto al trimestre precedente sia in termini nominali (non succedeva dall’ultimo trimestre del 2020) sia, più marcatamente, in termini reali”. Ci stiamo impoverendo, e ciò impatta pesantemente anche nel momento della spesa.

Infatti, per quanto riguarda i consumi, i dati sulle vendite al dettaglio di febbraio parlano di una stima di un leggero aumento delle vendite in valore (+0,1%), rimaste stazionarie per quanto riguarda il volume. Il che significa che, sostanzialmente, si è speso di più per comprare le stesse cose. Su base annua sono addirittura diminuite, sia in valore sia in volume.

Al solito, l’Unione nazionale consumatori ha denunciato la “cura dimagrante” a cui sono sottoposti gli italiani, soprattutto per quanto riguarda il crollo delle vendite alimentari. Di questo, ovviamente, il governo non fa menzione.

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02/03/2025

La spesa è più magra. Consumi ridotti in termini reali rispetto al pre-Covid

Ora che i dati sembrano mostrare il riaccendersi dell’inflazione, il Centro di Formazione e Ricerca sui Consumi, in collaborazione con Assoutenti, ha pensato bene di analizzare i dati Istat relativi ai consumi e all’inflazione dal 2019 ad oggi. Il risultato era scontato, ma forse è anche peggiore di quello che ci si poteva aspettare.

Infatti, la spesa delle famiglie italiane rispetto al periodo precedente alla pandemia da Covid-19 si è ridotta mediamente, in termini reali, del 9%. E ovviamente, è stato soprattutto l’aumento dei prezzi a causare questa contrazione dei consumi, che ha di certo colpito in maniera più pesante chi spende la maggior parte del proprio reddito in beni di prima necessità.

La spesa media mensile è passata da circa 2.560 euro nel 2019 a 2.738 euro nel 2023, con una crescita nominale del 7%. Nello stesso arco di tempo, però, l’inflazione è stata pari al 16,1%. Se si analizzano gli ultimi dati Istat delle vendite al dettaglio per il 2024, il trend rimane lo stesso: spesa in valore maggiore dello 0,7%, ma in volume ridotta dello 0,4%.

Insomma, si paga di più e si compra di meno, cosa che su questo giornale è stata ribadita più volte, esponendo i dati più vari e gli studi di diversi enti. E se si osservano le voci scorporate, bisogna essere ancora più preoccupati, perché ad essere fortemente penalizzate sono delle uscite così basilari che significano una cosa sola: la condizione di vita dei settori popolari sta velocemente peggiorando.

La spesa alimentare diminuisce in termini reali dell’8,6%, a cui bisogna aggiungere un -1% nei volumi venduti nel 2024. L‘esborso fatto in termini reali per i trasporti (carburanti, manutenzione, e così via) ha registrato un -15,8%, mentre per calzature e vestiti si è ridotto addirittura del 16,5%.

I segnali più preoccupanti provengono dalla spesa per la salute, in calo del 5%, e da quella per la casa, che segna un -33% e un’inflazione al 44% negli ultimi anni. E bisogna sottolineare che molti costi per interventi e ristrutturazioni sono stati abbattuti da incentivi vari e dal famoso Superbonus.

Da Assoutenti hanno così commentato: “prima il Covid, che ha depauperato i redditi di milioni di famiglie, poi il caro-bollette e l’inflazione alle stelle che hanno imperversato tra il 2022 e il 2023, sono stati elementi che hanno costretto i cittadini a modificare radicalmente le proprie scelte economiche, non solo riducendo le spese non indispensabili, ma mettendo il prezzo e il risparmio come fattori principali che orientano gli acquisti”.

Parlare di “riorientamento delle abitudini di consumo” è un eufemismo per dire che, certo, non siamo ancora un paese povero, ma la spesa viene fatta sempre più stringendo la cinghia, rinunciando a qualcosa, e scegliendo prodotti usati o più scadenti. E la nuova ondata di incrementi dei costi dell’energia finirà col peggiorare ancora la situazione.

Il governo ha licenziato un nuovo decreto contro i rincari, ma è evidente che c’è un problema di fondo: il libero mercato. In tanti hanno detto che con la fine del mercato tutelato la libera concorrenza avrebbe spinto i prezzi al ribasso. Gli ultimi dati resi pubblici da Arera hanno mostrato come le spese sono aumentate di centinaia di euro per centinaia di migliaia di persone.

Ancora qualcuno si ostina a puntare il dito sul telemarketing selvaggio e sulla complessità delle voci che compongono la bolletta. Che è sicuramente vero, ma non è forse il momento di cominciare a mettere alla sbarra gli speculatori?

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20/02/2025

Panetta lancia l’allarme sulla domanda interna europea

Ieri il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, si è collegato in streaming al Comitato esecutivo dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI). La riunione è stata di grande importanza perché ha licenziato un piano che dovrà guidare gli istituti associati per il prossimo triennio, con al centro otto sfide che vanno dall’innovazione ai pericoli degli scenari geopolitici.

Sullo sfondo rimane la negoziazione che ancora va avanti per l’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit. La Commissaria europea ai servizi finanziari Maria Luis Albuquerque, pur essendosi rifiutata di commentare il caso specifico, ha dato un’ulteriore spinta alla vicenda dicendo che le fusioni sono incoraggiate se permettono “una maggiore diversificazione delle attività o geografica”.

Ma ciò che ha attirato di più l’attenzione sono state proprio le parole del vertice di Banca d’Italia, perché hanno tratteggiato un’orizzonte fosco per la UE. Panetta ha, infatti, aperto i lavori osservando come “i segni di debolezza sono più persistenti di quanto ci aspettavamo. Ci si attendeva una ripresa trainata dai consumi che non c’è stata”, con tutte le ripercussioni del caso.

Dopo “due trimestri di crescita nulla nell’area euro e di tensioni nel settore manifatturiero l’occupazione inizia a dare segnali di indebolimento”. La preoccupazione principale riguarda l’industria, in primis la spina dorsale dell’automotive, che “soffre per ragioni congiunturali e strutturali”.

Il nodo centrale rimane proprio quello della domanda, con un’evidente sovracapacità di produzione di filiere che non hanno però mercati di sbocco nella crescente competizione globale. Se in Italia una nuova vettura costa intorno ai 30 mila euro e i salari nostrani sono quelli che, tra i paesi OCSE, si sono contratti di più in termini reali negli ultimi decenni, è chiaro che alla fine le vendite si riducano.

Bisogna sottolineare come questo non sia un problema caduto dal cielo. È il modello export oriented impostato da Bruxelles che ha spinto verso questo scenario: austerità e bassi salari per rendere competitive le merci, in una logica economica mercantilista. Salvo poi sbattere contro un muro di fronte alla frammentazione del mercato globale, e dunque alla fine della globalizzazione.

Il muro è stato costruito però anche dal prevalere, nelle dinamiche di mercato, dal peso dell’innovazione sui margini che può offrire la semplice guerra ai salari. Se lo stato ha le mani legate e non fa una reale politica industriale e non investe, a farlo dovrebbero essere i privati... che però sono più interessati alla rendita e allo sfruttamento intensivo, senza dotarsi di una visione strategica.

Si crea così un circolo vizioso di cui oggi vediamo gli effetti: se non dai retribuzioni dignitose ma non trovi più spazio nemmeno sui mercati esteri, vai in crisi e licenzi. Così si riduce ulteriormente la domanda interna, che è poi il motivo per cui, a detta di Panetta, soffre anche la dinamica del credito, soprattutto verso le piccole imprese.

Al riguardo dell’impianto regolatorio del mondo bancario, i governatori delle banche centrali italiana, francese, tedesca e spagnola hanno inviato pochi giorni fa una lettera alla Commissione Europea.

Al centro c’era il tema che Panetta ha così riassunto all’ABI: “dobbiamo evitare eccessi normativi perchè se il mondo marciava nella stessa direzione fino a ieri e l’eccesso normativo non generava svantaggi competitivi, oggi invece il rischio è concreto. È il momento di pensare seriamente alla semplificazione che non vuol dire deregolamentazione”.

Al di là della questione semplificazione/deregolamentazione, il nodo evidenziato è quello di una competizione che ormai travolge anche i vecchi alleati euroatlantici, e di come può reagire il modello europeo a questa nuova fase. Non è dunque tanto un problema di tassi di interesse, anche se pure questi hanno ovviamente influito sul credito. È un problema di sistema.

Ad ogni modo, il governatore di Bankitalia ha parlato anche dei pericoli di una nuova fiammata inflazionistica, e di come “occorre essere attenti ai rischi emergenti sull’energia”.

Insomma, le prospettive sono quelle della stagflazione: stagnazione economica con una persistente inflazione alta, nonostante la BCE abbia operato una netta riduzione dei tassi di interesse, proprio per sostenere la crescita. Ma ora, per i tassi, si sta raggiungendo quello che è stato individuato come il livello ‘neutrale’, e chi vuole una politica più restrittiva torna all’attacco.

Isabel Schnabel, componente tedesca del direttivo della BCE, ha ribadito al Financial Times di come “bisogna iniziare la discussione su quando sospendere o terminare il processo di allentamento monetario”. Tra l’altro, in opposizione alla linea spesso tenuta da Panetta stesso, che in passato ha tratteggiato una revisione profonda dei meccanismi europei, con riferimento anche all’istituzione di Eurobond.

Insomma, il discorso di Panetta parla della crisi senza uscita del modello europeo, e della necessità di trovare nuove soluzioni strategiche, non tappabuchi che permettano di galleggiare. Anche se la classe dirigente continentale sembra davvero incapace anche solo di capire in che mondo si trova, dalla pandemia in poi.

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16/02/2025

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della BCE

In una pubblicità di qualche anno fa Tonino Guerra esclamava “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!” E pare che la BCE si sia ispirata fortemente a questo mood, a giudicare dal secondo ‘riquadro’ del bollettino economico n.1 del 2025 “Aumento dei redditi reali: vero o presunto? Il ruolo che le percezioni delle famiglie svolgono nei consumi”.

La tesi di ben 4 illustri economisti della BCE è che i redditi non si sono ridotti come pensiamo. In Italia si guadagna meno che nel 1990, l’unico paese UE dove i salari reali sono scesi, ma no, i redditi non si sono ridotti. Crisi che si susseguono dal 2007, inflazione, disoccupazione, tassi di interesse alle stelle, precarietà, ma no, non abbiamo capito niente, i redditi non si sono ridotti come crediamo. Perché per la BCE è solo una errata convinzione delle persone. È perché siamo pessimisti.

“Negli ultimi anni i consumi privati sono aumentati a un ritmo più lento rispetto al reddito disponibile reale. Secondo i dati di contabilità nazionale, il reddito reale delle famiglie è aumentato del 3,8 per cento tra il secondo trimestre del 2022 e il secondo trimestre del 2024. I consumi privati in termini reali non hanno tuttavia seguito la stessa tendenza, crescendo solo dell’1,2 per cento nello stesso periodo. (...) una possibile spiegazione del rallentamento della crescita dei consumi è che la recente impennata dell’inflazione abbia segnato le convinzioni delle persone, inducendo le famiglie a percepire il proprio reddito reale come inferiore a quello effettivo”.

Tralasciando il discutibile raffronto su base trimestrale (e poi perchè proprio il secondo?), per la BCE l’inflazione ha segnato le “convinzioni” delle persone rispetto al proprio reddito, portandole a ridurre la spesa per i consumi. Come se il reddito disponibile fosse qualcosa di cui potersi convincere.

Il bollettino prosegue riportando che anche dall’indagine CES – Consumer Expectations Survey – di settembre 2024 emerge che le persone “hanno una percezione molto più pessimistica di quanto suggerirebbe il reddito reale effettivo, sebbene tale percezione sia migliorata dal 2023. Ciò suggerisce che la recente impennata dell’inflazione abbia avuto un impatto negativo sulle percezioni delle famiglie”.

Chi l’avrebbe mai detto eh? E qui ci sono due questioni. La prima è che, se anche fosse vero (e non lo è) che i redditi non si sono ridotti come si pensa, evidentemente le persone stanno riducendo i propri consumi perché le aspettative per il futuro, tra tagli alla spesa sociale e instabilità economica e politica, non sono proprio ottimistiche. Oltre al fatto che 20 anni di crisi variegate hanno eroso i risparmi delle famiglie e i tassi di interesse e le politiche del credito restrittive rendono impossibile o quasi richiedere un finanziamento.

La seconda questione è che ovviamente nella media dei redditi considerata ci sono redditi alti e redditi bassi, oltre che diverse composizioni dei redditi. E, come noto, le crisi non colpiscono tutti allo stesso modo (alcuni ci si arricchiscono anche) ma impattano in misura maggiore i redditi e i consumi delle persone a basso reddito. Persone che invece per la BCE sono solo molto pessimiste.

“Il pessimismo riguardo ai redditi reali è più diffuso tra le famiglie a basso reddito. (…) Ciò riflette probabilmente le differenze nella composizione del loro reddito (da lavoro piuttosto che finanziario), nel loro paniere di consumi o nel livello di alfabetizzazione finanziaria”. In pratica, le famiglie a basso reddito – quelle che vivono del proprio lavoro (se lo hanno) e non di rendita – sono troppo pessimiste, ma anche ignoranti dal punto di vista finanziario, cosa che pare impedisca loro di leggere correttamente l’estratto conto a fine mese.

E, in merito alla riduzione nei consumi, la BCE riporta che la “differenza è visibile in tutte le categorie di consumo, ma è maggiore per i servizi rispetto ai beni di prima necessità e a quelli durevoli”, il che suggerisce che chi ha un reddito basso è costretto a rinunciare al superfluo, mentre per evidenti motivi deve salvaguardare il consumo di beni di prima necessità. Fattore che non fa che confermare che una riduzione dei redditi per le famiglie a basso reddito c’è, eccome.

Ci sono quindi due ipotesi. La prima è che alla BCE stanno a corto di economisti decenti o anche solo di persone dotate di buonsenso. La seconda è che la BCE è costretta, come tutto il resto dell’establishment, a usare qualsiasi mezzo per convincere dal punto di vista ideologico che il modello di società in cui viviamo, tutto sommato, funziona.

In entrambi i casi, c’è poco da essere ottimisti.

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14/01/2025

Italia - Un paese in crisi di domanda interna

Venerdì scorso l’Istat ha pubblicato il rapporto sul commercio al dettaglio, con riferimento a novembre 2024. I dati non sono sempre lineari, ma anche i commenti di varie organizzazioni di categorie coinvolte e dei consumatori, concordano sul dire che i consumi italiani sono tutto fuorché fuori dalla crisi.

Dopo alcuni segnali positivi gonfiati nella loro importanza, novembre dello scorso anno ha segnato una flessione delle vendite sul mese precedente sia in valore sia in volume (rispettivamente -0,4% e -0,6%). Beni alimentari o no, entrambe le categorie sono andate in terreno negativo.

Come detto, nel trimestre cominciato con settembre era stata registrata una leggera ripresa, e infatti i dati erano in crescita. Ma se osserviamo l’andamento a livello tendenziale, paragonando i primi 11 mesi del 2023 con quelli del 2024 si nota che le vendite sono aumentate in valore, ma diminuite in volume, soprattutto per i beni alimentari (+1,6% in valore ma -0,9% in volume).

Senza dubbio dicembre mostrerà nei numeri una boccata d’aria per il commercio al dettaglio, dati gli acquisti per regali e cenoni. Ma la realtà è preoccupante, come evidenziato da varie organizzazioni, in particolare quelle che non rappresentano la grande distribuzione, unica ad aver registrato un aumento delle vendite rispetto a novembre 2023.

Confcommercio sottolinea la “difficoltà delle famiglie a intraprendere un percorso di significativa ripresa della domanda soprattutto di beni”. Evidenzia inoltre che il rialzo dei costi dell’energia colpirà duramente le famiglie e le imprese, e pone sotto lo sguardo indagatore anche il peso della speculazione finanziaria.

Anche la Coldiretti ha denunciato i rischi che l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili potrebbero riversarsi su quelli dei beni alimentari. Per di più, anche l’export subirebbe un contraccolpo significativo, considerato che il 40% dei cibi e delle bevande italiane dirette all’estero viaggiano su strada.

Il Codacons si è subito rivolto al governo, affinché studi “misure efficaci per sostenere la spesa dei cittadini, i quali continuano a subire i rincari del prezzi specie nel comparto alimentare”. Assoutenti ha stimato la riduzione degli acquisti alimentari in 1,46 miliardi di euro, e ha parlato di “una vera e propria dieta forzata”.

Infine, Confesercenti punta il dito sull’inflazione e sull’incertezza del futuro, che sarebbero alla base della flessione di novembre, non alleggerita nemmeno del Black Friday. Da questa organizzazione esaltano la “necessità di dare una scossa positiva alla domanda interna: bisogna continuare sulla strada della riforma fiscale per liberare risorse”.

È evidente che il nodo di fondo è stato facilmente individuato, soprattutto di fronte al fatto che chi abita nel Bel Paese sta addirittura riducendo la quantità del cibo che porta in tavola tutti i giorni. Il problema è che il potere d’acquisto della maggior parte della popolazione è stato compresso, e come si suol dire “a fine stipendio avanza troppo mese”.

Ma se la questione è che solo un’espansione della domanda interna potrebbe ridare fiato a un sistema al collasso, qualcuno – come Confesercenti – parla di riforma fiscale, ma non di aumento dei salari. Senza il “gioco delle tre carte” fatto sui conti pubblici tramite il cuneo fiscale: aumentare i salari prendendo i soldi dal profitto.

Si continua ostinati sulla strada che ci ha portato dove siamo. Un vicolo cieco, invece che ribaltare completamente la logica del capitalismo nostrano.

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03/05/2024

[Contributo al dibattito] - Cina, quale welfare per la crescita?

La Cina ha dichiarato una crescita del 5,3 per cento anno su anno nel primo trimestre del 2024, le previsioni dei cosiddetti analisti internazionali dicevano 4,9, quindi apparentemente va tutto più che bene. Tuttavia, il problema è che per l’ennesima volta la crescita è trainata da investimenti (infrastrutture e settore manifatturiero soprattutto) ed export, mentre restano al palo i consumi, con le vendite al dettaglio che hanno continuato a rallentare.

Sostanzialmente, mentre c’è un consenso tra la maggior parte degli economisti sul fatto che una crescita sostenibile del Pil in Cina richiederebbe un ruolo più forte dei consumi rispetto a investimenti e surplus commerciale, negli ultimi tre mesi è accaduto esattamente il contrario, in linea con il recente passato.

C’è da scommetterci: dato che si tratta di una profezia che si autoavvera, la Cina riuscirà a raggiungere il suo obiettivo di crescita del Pil per il 2024 di “circa il 5 per cento”, stabilito alla recente doppia sessione dei parlamenti cinesi e analogo a quello dello scorso anno; ma solo facendo affidamento sulle cose che da almeno un decennio Pechino dice di voler smettere di fare. E naturalmente – essendo l’export una delle voci principali della crescita cinese – una delle conseguenze sarà un ulteriore deterioramento delle relazioni commerciali globali, con un ritorno a forme anche abbastanza esplicite di protezionismo da parte della Ue, oltre che degli Usa.

Il grattacapo cinese che si trasforma in grattacapo globale non consiste quindi nella fandonia tutta politica che dispensano i tutori dell’ordine liberalcapitalista, per cui Pechino vorrebbe esportare “il proprio modello antidemocratico”; bensì nel fatto che l’incapacità di sciogliere i propri nodi economici strutturali si traduce in un’altra esportazione: quella della propria sovrapproduzione, il che dà luogo (insieme ad altri fattori più politici) alle guerre commerciali.

Il 16 aprile, parlando con il cancelliere tedesco Olaf Scholz in visita a Pechino, il leader cinese Xi Jinping ha ribadito che gli occidentali ostili all’aumento delle esportazioni cinesi non tengono conto del ruolo che tali esportazioni stanno svolgendo nel combattere sia l’inflazione (cosa che succede da almeno 30 anni) sia l’emergenza climatica: rivendicazione nuova, questa, dovuta al fatto che la Cina esporta oggi sempre meno carabattole e sempre più tecnologie, tra cui quelle verdi: veicoli elettrici, batterie al litio, pannelli fotovoltaici, etc.

Tra parecchi osservatori stranieri si insiste da anni sul fatto che la Cina dovrebbe risolvere il problema trasferendo sempre più quote di ricchezza dalle grandi imprese di Stato alle famiglie, riducendo così la loro propensione al risparmio e aumentando i consumi, in direzione di quell’enorme mercato interno che renderebbe meno essenziale il ricorso a export, infrastrutture e immobiliare, per garantire la crescita. Il caso forse più esemplare è quello di Michael Pettis, che insegna all’Università di Pechino e che ne scrive un giorno sì e l’altro pure su “X”, dedicando al problema anche un libro: Le guerre commerciali sono guerre di classe (Einaudi, 2021). Ma anche Paul Krugman ne ha parlato sul New York Times.

Il fatto nuovo è però che ormai sempre più cinesi sposano la teoria della crescita “drogata” e della necessità di spostare il baricentro della ricchezza verso i consumi delle famiglie, anche per raggiungere quella “prosperità condivisa” (gongtong fuyu) che è uno dei cavalli di battaglia di Xi Jinping e che nelle intenzioni dovrebbe essere realizzata entro il 2035, dopo che nel 2020 si è raggiunto l’obiettivo della “società del benessere moderato” (xiaokang shehui), almeno nelle dichiarazioni ufficiali. È d’altra parte ormai dottrina di Stato la “doppia circolazione” (guonei guoji shuang xunhuan, alla lettera “doppia circolazione nazionale ed internazionale”), cioè il fatto che si debba dare priorità ai consumi interni pur rimanendo forti nel commercio internazionale.

A marzo, Zhang Jun, preside del dipartimento di economia dell’università Fudan di Shanghai (una delle più prestigiose), è uscito pubblicamente proponendo un “Piano di raddoppio del reddito familiare” (jiating shouru beizeng jìhua) che ricalca analoghe misure degli anni Sessanta in Giappone.

In sostanza, Zhang propone di:

  • aumentare i redditi reali delle famiglie attraverso politiche fiscali adeguate. “Questo approccio dovrebbe includere un aumento significativo dei trasferimenti alle famiglie, che comprenda l’assistenza all’infanzia, l’istruzione di base e i servizi sanitari sostenuti dal governo, insieme all’assistenza medica gratuita o sovvenzionata per bambini e anziani”, scrive Zhang Jun. Se non è un welfare state, poco ci manca.
  • Fare degli “swap” tra governi locali e centrali per quanto riguarda il debito. I governi locali cinesi sono cronicamente indebitati perché la maggior parte del gettito fiscale va al governo centrale, mentre la maggior parte delle spese tocca a loro, quindi cercano di finanziarsi attraverso la concessione di terreni ai palazzinari (non vendita, in Cina la terra resta pubblica), ma la bolla immobiliare crea nuovo debito.
  • Spingere sulla crescita dei salari nominali, affinché siano almeno pari alla crescita del Pil.
  • Attuare una liberalizzazione del mercato, affinché ci sia una migliore riallocazione delle risorse verso le imprese “virtuose”. Insomma, si tratta di un messaggio abbastanza esplicito per dire che non bisogna più sussidiare certi baracconi di stato per ragioni puramente politiche.

Ancora più significativo è che di recente si è espresso sulla necessità di trasferire reddito anche Lou Jiwei, ex ministro delle Finanze e attualmente consigliere del governo centrale, il quale punta esplicitamente il dito contro la “struttura economica duale urbano-rurale” (chengxiang eryuan jingji jiegou) della Cina: dato che sia il sistema di gestione del territorio (per esempio la proprietà delle terre) sia quello del welfare (pensioni, istruzione e sanità, soprattutto) sono diversi a secondo che un luogo sia classificato come urbano o rurale, esistono di fatto “due Cine” parallele e un gap sempre crescente tra città e campagna in termini di redditi e consumi.

Si consideri che l’attuale reddito medio disponibile è di circa 51.800 Rmb (6.700 Euro) nelle aree urbane e di circa 21.700 Rmb (2.800 Euro) nelle aree rurali (rispetto ai circa 20mila Euro nell’Unione Europea, 27mila in Italia).

Il simbolo e dispositivo cardine di questa Cina duale è il sistema dello hukou, il certificato di residenza che lega le famiglie (non è individuale, è familiare) ai propri luoghi d’origine e da cui dipendono diritti e servizi, come la scuola per i figli, l’accesso alle cure mediche e le pensioni. Considerando che ormai il 64 per cento della popolazione cinese vive in città, ma che solo il 45 per cento ha l’hukou urbano, ne risulta che parecchi dei circa 292 milioni di lavoratori migranti cinesi non hanno accesso agli stessi servizi pubblici – che vanno dall’assistenza medica all’istruzione – a cui hanno accesso i residenti delle città. Un tempo il sistema era funzionale a creare l’enorme esercito industriale di riserva a basso costo che rendeva competitive le merci cinesi sui mercati internazionali. Oggi, nell’epoca in cui si punta invece sul mercato interno, non più.

Tuttavia, secondo Lou, il miglior modo per mettere definitivamente fine al gap urbano-rurale è introdurre una tassa sulla proprietà immobiliare, seppur con estrema cautela, visto che il mercato del mattone è già in crisi di suo.

Il dibattito su come rilanciare l’economia senza creare bolle speculative e debito, riducendo al tempo stesso la diseguaglianza sociale e spostando risorse verso le famiglie, non fuoriesce in genere dalle soluzioni compatibili con il mercato e ha quasi sempre un fastidioso retrogusto paternalista che ben si adatta a tenere insieme ragioni del capitale e tradizione cinese: non si mettono in discussione le gerarchie, ma la diseguaglianza si giustifica solo se è finalizzata al bene di tutti, con l’imperatore che è garante di questa “armonia tra cielo e terra”.

L’imperatore in questione – cioè Xi Jinping – ha finora percorso la via del paternalismo autoritario, “suggerendo” per esempio alle grandi imprese tecnologiche che si sono smodatamente arricchite senza controlli negli ultimi dieci anni, di costituire fondazioni e organizzazioni caritatevoli come spin-off della propria attività.

Il punto è che nello stato sviluppista cinese[1], il welfare (ipotetico) è inteso soprattutto in chiave utilitarista: da un lato, come strumento per ridurre le tensioni sociali e ogni rischio di destabilizzazione; dall’altro, come abbiamo detto, in quanto possibile dispositivo per ampliare la domanda interna.

In questo contesto, c’è margine per un (sempre ipotetico) reddito di cittadinanza (UBI) con caratteristiche cinesi?

Apparentemente no, anche se qualcuno sostiene che la Cina potrebbe sorprenderci. Esperimenti di UBI si sono verificati a cavallo tra il 2008 e il 2011 nei territori ad amministrazione speciale di Hong Kong e Macao, mai in Cina continentale, e soprattutto sono sempre stati intesi come misure anti povertà sempre reversibili in base al budget delle autorità locali.

In una discussione, mi sono sentito dire: “Non riesco a pensare a qualcosa di meno asiatico-orientale del reddito universale di base”. In questa rigida rappresentazione di un presunto volksgeist d’Oriente, c’è comunque l’idea diffusa che il reddito base sia una cosa da “fannulloni” del tutto contraria all’ancestrale materialismo delle culture confuciane che induce all’operosità (con relativa meritocrazia annessa). Anche parecchi intellettuali “di sinistra” cinesi sostengono esplicitamente che lo “spirito rivoluzionario” suscitato dal Partito comunista – che si traduce in mobilitazione di massa – si sia trasferito dalla Cina maoista a quella di Deng Xiaoping sotto forma di energia delle forze produttive da sguinzagliare nell’economia di mercato.

Dal canto suo, Xi Jinping ha riconfermato più volte la sua avversità ai cosiddetti “sdraiatisti” (tangping), cioè i giovani che rifiutano uno stile di vita orientato alla frenetica competizione, e sinceramente anche io ho seri dubbi quando si pretende di estendere l’idea di “grandi dimissioni” alla Cina. Gli “sdraiatisti” sono al momento un fenomeno di nicchia, prettamente urbano, è presto per identificarlo come una tendenza di lungo periodo.

Anche lo United Nations Development Program si è espresso sull’insostenibilità di un UBI in Cina, calcolando che se si desse a ogni cinese un reddito base mensile di 267 Renminbi (circa 35 euro, che nelle grandi città cinesi è pressoché nulla), il costo complessivo sarebbe di circa 4,5 trilioni di Rmb, cioè un quarto del gettito fiscale. Nella consueta lettura culturalista, si sostiene inoltre che i soldi dell’UBI non rientrerebbero nell’economia sotto forma di consumi, perché “sulla scorta della cultura tradizionale cinese, le persone continuerebbero a lavorare, accumulando in forma di risparmio l’indennità del reddito di base”. Il consiglio che ne discende è quindi quello di rafforzare gli esistenti programmi di assistenza sociale.

In definitiva, quello che appare dallo stato presente delle cose è che nella sua rincorsa lunga più di un secolo per raggiungere livelli si sviluppo e benessere assimilabili a quelli dei “barbari” che arrivano da Occidente, la Cina stia ancora una volta puntando più sul lato dell’offerta che su quello della domanda; più sul “salto tecnologico” – cioè scalare la catena del valore con prodotti ad alto contenuto innovativo – che sulla redistribuzione della ricchezza. Tuttavia, il dibattito sullo sviluppo del mercato interno è ormai pane quotidiano e difficilmente potrà restare per sempre una mera questione di paternalismo imprenditoriale “suggerito” dallo Stato.

Note

[1] Nel tracciare la storia economica della Cina contemporanea, il collettivo Chuang analizza il passaggio da “regime sviluppista socialista” a “sviluppismo capitalista” in due articoli.

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17/02/2024

L’Unione Europea gioca a fare la dura ma ne paga le conseguenze

L’economia castiga le alzate di cresta dell’Unione Europea. Le previsioni intermedie d’inverno della Commissione europea indicano infatti una debolezza economica nell’Unione Europea per il 2024 e confermano per il 2023 una revisione al ribasso della crescita sia nell’UE sia nella zona euro, che dovrebbe attestarsi allo 0,5% rispetto allo 0,6% indicato nelle previsioni d’autunno.

La crescita è prevista al ribasso anche nel 2024: sarà infatti rispettivamente dello 0,9% (rispetto all’1,3%) nell’UE e dello 0,8% (rispetto all’1,2%) nella zona euro. Al momento, per il 2025 si prevede un aumento dell’attività economica dell’1,7% nell’UE e dell’1,5% nella zona euro. Ma sono queste sono solo previsioni.

Il deficit di ossigeno nella Ue si registra nonostante l‘inflazione sia diminuita più rapidamente rispetto a quanto indicato nelle previsioni d’autunno. Si prevede infatti un calo dell’inflazione IAPC (indice armonizzato dei prezzi al consumo), che passerà dal 6,3% del 2023 al 3,0% nel 2024 e al 2,5% nel 2025. Nella zona euro l’inflazione dovrebbe passare così dal 5,4% del 2023 al 2,7% nel 2024 e al 2,2% nel 2025.

Secondo la Commissione europea, nel 2023 la crescita è stata frenata dall’erosione del potere di acquisto delle famiglie (ovvero dai salari troppo bassi), da una forte stretta monetaria, dal ritiro parziale del sostegno di bilancio e dalla riduzione della domanda estera. Benché sia stata evitata una recessione tecnica nella seconda metà dello scorso anno, nel primo trimestre del 2024 le prospettive per l’economia dell’UE restano deboli.

“Una graduale accelerazione dell’attività economica è comunque prevista nel corso dell’anno. In un contesto di calo dell’inflazione si prevede che la crescita reale dei salari e la resilienza del mercato del lavoro favoriranno un aumento dei consumi”, scrivono a Bruxelles.

“Il ritmo della crescita è previsto stabile a partire dalla seconda metà del 2024 e fino al termine del 2025 con un calo dell’inflazione più rapido rispetto alle attese”. Il processo di riduzione dell’inflazione più rapido di quanto indicato nelle previsioni di autunno viene spiegato dalla Commissione europea con la riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche e con l’indebolimento della dinamica economica.

Le tensioni internazionali pesano significativamente

Nel breve termine, secondo la Commissione, si prevede che l’eliminazione delle misure di sostegno energetico negli Stati membri e l’aumento dei costi di trasporto a seguito delle turbolenze nel Mar Rosso eserciteranno una certa pressione al rialzo sui prezzi, senza tuttavia compromettere il percorso di riduzione dell’inflazione.

Si stima che alla fine del periodo oggetto delle previsioni l’inflazione complessiva nella zona euro si attesterà leggermente al di sopra dell’obiettivo fissato dalla BCE, mentre nell’UE risulterà marginalmente superiore.

Le previsioni sono tuttavia caratterizzate da un certo livello di incertezza a causa del protrarsi delle tensioni geopolitiche e dei rischi di un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente. Ci si aspetta che l’aumento dei costi di trasporto dovuto alle turbolenze nel Mar Rosso avrà un impatto solo marginale sull’inflazione. È vero, tuttavia, che ulteriori turbolenze potrebbero causare nuove strozzature dell’approvvigionamento, riducendo la produzione e facendo lievitare i prezzi.

Dall’analisi della Commissione europea manca completamente ogni riferimento alle conseguenze dell’interruzione delle forniture di gas dalla Russia (decisive per l’economia tedesca e non solo, ndr) e delle sanzioni adottate contro economie importanti come Russia, Cina, Iran.

Se la Ue decide di rompere accordi commerciali consolidati e mostrare i muscoli in giro per il mondo è conseguenza che gli sbocchi economici delle economie europee si siano andati riducendo e che aver puntato solo sugli Usa si stia rivelando un boomerang, visto che gli Stati Uniti sono molti concentrati sulla “propria” economia.

A livello interno, secondo la Commissione europea i rischi per le proiezioni di riferimento sulla crescita e l’inflazione dipendono dall’andamento (superiore o inferiore alle previsioni) dei consumi, della crescita dei salari e dei margini di profitto oltre che dal persistere di tassi di interesse elevati.

Altre minacce sono costituite inoltre dai rischi per il clima e dagli eventi atmosferici estremi. Salari congelati, alti tassi di interesse e malessere diffuso tra gli agricoltori non fanno presagire nulla di buono.

Le prossime previsioni della Commissione europea saranno quelle economiche di primavera 2024, la cui pubblicazione è prevista nel mese di maggio.

Fonte

01/09/2023

Cina - “Otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna”

Traduciamo questo articolo apparso il 16 agosto su 学习时报 Study Times, il giornale ufficiale della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese.

Mentre i dati sul rallentamento economico cinese facevano discutere tutto il mondo, sono state lanciate varie proposte per gestire l’annoso problema dei consumi interni, in crescita da decenni ma comunque molto squilibrati rispetto alla crescita degli investimenti.

Come segnala la newsletter Pekingnology che ha tradotto l’articolo per prima in inglese, la firma dell’articolo è di Chen Long, che risulta essere ricercatore della Chinese Academy of Financial Sciences, ma anche un nome maschile talmente comune da poter essere considerato un nom de plume usato per porre il punto di quello che l’apparato statale pensa sul dibattito attorno allo stimolo dei consumi.

Aldilà di considerare popolari o impopolari i giudizi di Chen Long, di considerarli giusti o sbagliati, ne pubblichiamo la traduzione per dare un mezzo per capire quale sia il tipo di dibattito interno alla Cina in questo momento e per quali motivi le autorità di Beijing non stiano attuando determinati “suggerimenti” che arrivano dall’estero.

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Svelare otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna

Nella prima metà del 2023, la performance economica cinese generale è stata positiva, l’innovazione ha continuato a guadagnare forza. Rimangono in ogni caso sfide e pressione sul raggiungimento dello sviluppo di alta qualità a causa di complessi fattori domestici e internazionali. La contraddizione principale dell’attuali meccanismo macroeconomico cinese è l’insufficiente domanda interna.

Il 24 luglio, la riunione dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha sottolineato la necessità di “espandere attivamente la domanda interna e aumentare il ruolo fondamentale dei consumi nella crescita economica. Aumentando i redditi personali per espandere i consumi, stimolando l’offerta effettiva attraverso la domanda dei consumatori, l’attuazione delle strategie di espansione della domanda interna dovrà essere organicamente integrata con l’approfondimento delle riforme strutturali supply-side.”

Per migliorare ulteriormente gli effetti dell’espansione della domanda interna e per promuovere la crescita economica sia quantitativa sia qualitativa, è imperativo discutere otto idee sbagliate e ottimizzare l’approccio e le misure per espandere la domanda interna.

Le idee sbagliate di affidarsi solo a modelli di sviluppi trainati dagli investimenti o dai consumi

Per molto tempo il dibattito accademico si è concentrato sulla contrapposizione tra modelli di sviluppo “trainati dagli investimenti” o “trainati dai consumi”, in particolare negli ultimi anni qualcuno si è espresso per un modello di sviluppo guidato principalmente dai consumi. La base teorica di queste visioni è la teoria della crescita “a tre motori”, secondo cui gli investimenti, i consumi e import/export con l’estero sono i tre maggiori fattori di crescita economica.

Ma questi sono solo tre componenti del PIL misurato attraverso “l’approccio alla spesa”. Il loro ruolo è differente in termini di crescita economica e non portano necessariamente alla crescita economica.

Il Comitato Centrale del PCC ha chiaramente indicato la necessità di “concentrarsi sull’espansione della domanda interna e usare al massimo il ruolo fondamentale dei consumi e il ruolo critico degli investimenti.”

I consumi giocano un ruolo fondamentale nella crescita economica, influenzando direttamente la qualità della circolazione economica. Gli investimenti non formano solo domanda a breve termine, ma sono anche la reale forza motrice dietro la crescita, sono le fondamenta per l’avanzamento tecnologico e il miglioramento della struttura industriale, determinano il tasso, la qualità e il livello di offerta della crescita economica e, di contro, i redditi delle persone e la capacità di acquisto.

È quindi necessario abbandonare l’idea sbagliata di basarsi solo su “modelli di sviluppo guidato dagli investimenti o dai consumi”. La loro relazione deve essere vista dalla prospettiva del flusso circolare e non in isolamento.

La crescita della capacità di spesa delle persone e l’espansione della domanda dei consumatori sono, per una determinata quota, dipendenti dalla crescita degli investimenti e sono prodotto di questi investimenti. Sulla base delle condizioni macroeconomiche, in particolare i cambiamenti nella domanda aggregata, un pacchetto di misure dettagliate dovrà essere attuato per promuovere sia gli investimenti sia i consumi.

Solo integrando efficacemente i due si potrà realizzare la strategia di espandere la domanda interna.

Le idee sbagliate di “sovra investimento e sotto consumo”

La combinazione di investimenti eccessivi con bassi consumi è spesso percepita con un segno significativo dello sbilanciamento strutturale dell’economica cinese. Secondo questa linea di pensiero, sottovalutare o ridurre gli investimenti potrebbe portare a un grosso impatto negativo sullo sviluppo socio economico cinese, impedendo vari obiettivi di sviluppo.

L’alta quota di investimenti in Cina è determinata dal suo stadio di sviluppo, dai suoi compiti di sviluppo e dall’alto tasso di risparmio personale. La crescita rapida degli investimenti è stato un fattore cruciale dietro al rapido sviluppo economico cinese nei decenni precedenti, come evidenziato dal tasso di crescita annuale del 25,6% in investimenti fixed-asset tra il 2003 e il 2011.

Se il sovra investimento esiste o no, dipende dagli obiettivi e dai compiti di sviluppo, dalle condizioni delle risorse, dalle performance macroeconomiche, piuttosto che da un semplice paragone tra paesi.

C’è inoltre la questione della sottostima dei consumi e della sovra stima degli investimenti a causa delle disparità dei calibri statistici.

È vero che i consumi deboli, che sono diventati un fattore critico che colpisce la qualità e la vitalità del flusso circolare, sono un problema. Affrontarlo richiede sforzi per aumentare la capacità d’acquisto dei consumatori e la volontà di pagare, piuttosto che restringere gli investimenti.

Espandere gli investimenti è, essenzialmente, un prerequisito e il fondamento per aumentare la domanda dei consumi e migliorare i livelli di vita.

Nel 2022 il PIL pro capite della Cina era solo circa il 16,7% di quello americano. Sia che si parli di far avanzare lo sviluppo di alta qualità, di promuovere la trasformazione e il miglioramento industriale o di migliorare i livelli di vita delle persone per raggiungere la prosperità comune, bisogna sottolineare il ruolo critico degli investimenti, in particolare il ruolo guida degli investimenti governativi.

L’idea sbagliata della bassa efficacia degli investimenti

La “bassa efficacia degli investimenti” emerge frequentemente come un importante pericolo insito nella crescita economica cinese. Il tasso di incremental capital output (cioè, la relazione tra il livello di investimento e la conseguente crescita del PIL) mostra che l’output marginale per unità di capitale sta gradualmente declinando.

Questa tendenza corrisponde alla continua crescita del capitale cinese e si allinea agli andamenti dello sviluppo economico. In ogni caso, questo non implica necessariamente un problema di efficienza all’interno degli investimenti cinesi.

Secondo le misure, l’efficienza cinese è relativamente alta a confronti di quella di altre nazioni allo stesso stadio di sviluppo. Gli investimenti necessari per ogni unità di crescita del PIL non sono solo significativamente inferiori a quelli degli USA, del Giappone e dell’Europa occidentale, ma anche meno rispetto ad altre nazioni che sono a un simile stadio di sviluppo.

Per espandere la domanda interna ed assicurare una crescita continua, è vitale che si continui a raffinare il mix e l’approccio degli investimenti cinesi, ad aumentare gli investimenti in linea con le direzioni e le tendenze di sviluppo industriale e quindi migliorare l’effetto degli investimenti.

Nel contempo, è cruciale equilibrare il principio di “le case sono per vivere, non per speculare” mantenendo stabili gli investimenti immobiliari.

Negli ultimi anni la Cina si è mossa sul principio “le case sono per vivere, non per speculare” ed ha marcatamente ridotto la dipendenza sull’immobiliare, un traguardo raggiunto con fatica. Sul medio-lungo termine, il mercato immobiliare mantiene il potenziale per uno sviluppo sano.

Nel futuro sarà essenziale mantenere una dimensione e un tasso di crescita degli investimenti immobiliare ragionevole, promuovendo attivamente gli investimenti per la ricostruzione dei quartieri poveri e le infrastrutture pubbliche “doppio uso per la normalità e le emergenze”.

(Le linee guide per le infrastrutture “doppio uso” sono state approvate per la costruzione di infrastrutture pubbliche sia per l’uso normale sia per quello di emergenza nelle megalopoli, come parte dello sforzo per sostenere l’economia e per far fronte alle future emergenze sanitarie).

Le idee sbagliate di “Sovracapacità infrastrutturale e spazio limitato”

Per smentire idee come “la sovracapacità infrastrutturale è uno spreco”, “promuovere le infrastrutture equivale a prendere la vecchia via incompatibile con lo sviluppo di alta qualità” e “spazio limitato”, è cruciale capire a fondo il ruolo degli investimenti infrastrutturali dalla prospettiva olistica dello sviluppo economico nazionale.

Gli investimenti infrastrutturali non interagiscono solo con l’espansione della domanda aggregata per stabilizzare le operazioni economiche, migliorano anche l’efficienza macroeconomica, migliorano le condizioni di vita delle persone e sostengono fortemente lo sviluppo ad alta qualità.

Nel complesso, non vi è alcun problema di sovracapacità infrastrutturale. Ci sono, anzi, aree che ostacolano l’efficienza dell’economia nazionale e il miglioramento degli standard di vita delle persone.

Lo stock di capitale infrastrutturale pro capite della Cina rappresenta solo il 20-30% di quello dei paesi sviluppati, e gli investimenti in strutture pubbliche per residente rurale sono solo circa un quinto di quelli per abitante urbano, indicando quindi un potenziale di investimento.

Aumentare gli sforzi negli investimenti infrastrutturali non è solo uno strumento temporaneo e a breve termine per la gestione della domanda, ma è una misura chiave che dovrebbe essere applicata durante tutta la realizzazione del Secondo Obiettivo del Centenario del PCC [trasformare la Cina in un grande paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti].

Inoltre, la connotazione della costruzione di infrastrutture varia a seconda delle fasi, non c’è quindi bisogno di sottolineare eccessivamente la distinzione tra vecchio e nuovo.

Tuttavia, il contenuto delle infrastrutture necessita di adeguamenti tempestivi basati sulle esigenze di sviluppo e sugli stili di vita in evoluzione delle persone. Attualmente, la maggior parte dei nuovi progetti infrastrutturali ricade nella categoria degli investimenti industriali. È quindi essenziale bilanciare il rapporto di investimento tra progetti infrastrutturali tradizionali e nuovi.

L’idea sbagliata de “Gli investimenti pubblici spiazzano gli investimenti privati”

Nella teoria economica esiste il concetto di “effetto spiazzamento” secondo cui l’aumento della spesa del settore pubblico riduce o addirittura elimina la spesa di quello privato. È tuttavia fondamentale riconoscere che questo concetto si basa su presupposti e condizioni specifiche ed è inoltre strettamente correlato agli orientamenti di investimento del governo e alle circostanze specifiche.

In Cina, l’obiettivo principale degli investimenti pubblici è lo sviluppo delle infrastrutture che genera notevoli esternalità positive. In assenza di impulso e volontà di investire da parte di privati, non si verifica alcun effetto di spiazzamento, ma si possono osservare effetti compensativi e indotti. (Gli ‘effetti indotti’ misurano il valore delle richieste economiche aggiuntive che le imprese o le istituzioni pongono alle industrie fornitrici della regione.)

Da una parte, questo compensa il divario di investimenti causato dall’insufficienza degli investimenti delle imprese private, affrontando aree come il benessere delle persone e la creazione di un ambiente favorevole per le imprese private, garantendo una domanda di investimenti ragionevole.

Dall’altra parte, aumenta indirettamente il tasso di rendimento degli investimenti per il capitale non pubblico, attirando più investimenti non pubblici e stimolando la domanda aggregata.

Naturalmente è fondamentale sostenere il ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse. La direzione degli investimenti pubblici deve essere quella di fornire principalmente supporto fondamentale e strategico e guida per lo sviluppo economico e sociale, evitando i conflitti tra investimenti pubblici e interessi privati.

L’idea sbagliata di “Separare i consumi delle famiglie e quelli pubblici”

Quando si discute l’espansione della domanda dei consumatori, molti punti di vista si concentrano sui consumi familiari o individuali, che sono innegabilmente un aspetto significativo ma concentrarsi solo su questi potrebbe ostacolare l’obiettivo finale. L’economia è un sistema, i consumi non dovrebbero essere frammentati.

In generale, i consumi includono sia quelli delle famiglie sia quelli pubblici. I consumi pubblici includono non solo i servizi pubblici di base (come educazione, sanità, welfare) ma anche l’uso di proprietà statali tangibili, come le infrastrutture. Gli investimenti infrastrutturali preparano la via per futuri consumi pubblici che influenzano il potere d’acquisto e la volontà di consumare delle famiglie.

Quindi, per ampliare gli effetti dell’aumento dei consumi, dobbiamo fare di più per aumentare i consumi reali degli individui. È anche essenziale migliorare l’ambiente dei consumi, eliminare i colli di bottiglia dei consumi, aumentare la volontà e abilità dei residenti di consumare, aumentare i consumi delle famiglie accelerando lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi pubblici.

L’idea sbagliata di “Dare soldi per aumentare i consumi”

Alcuni sostengono che la Cina dovrebbe dare direttamente soldi per stimolare la domanda dei consumatori, come fatto da altri paesi. Questo approccio potrebbe avere i suoi benefici, ma i costi sono esorbitanti, rendendolo insostenibile nel contesto cinese.

Lo schema dei consumi e dei risparmi, il livello di sviluppo in Cina differiscono significativamente da quelli dei paesi avanzati come gli Stati Uniti. Per esempio, un sussidio diretto di 1000 yuan per persona richiederebbe circa 1,4 triliardi di Yuan, ma quale impatto pratico avrebbe questo nello stimolare i consumi?

Questa strategia non solo imporrebbe un grosso peso fiscale, ma avrebbe anche effetti limitati sulle abitudini di consumo, sullo schema dei consumi e sulla volontà di consumare.

In particolare, la pandemia ha accentuato i motivi per agire con precauzione e ha fatto crescere comportamenti di consumo più conservatori. Questo porterebbe inevitabilmente a un uso inefficiente di preziose risorse fiscali.

In effetti, l’attuazione nei paesi stranieri di questo metodo ha avuto problemi di costi alti, inefficienze e gravi sprechi. Per elevare davvero l’efficienza dell’uso delle risorse fiscali e incoraggiare la spesa in consumi, il focus dovrebbe essere il rafforzamento del sistema di welfare.

Fornendo aspettative stabili al pubblico e gestendo questioni fondamentali come la casa, la pensione, l’educazione e la sanità, si potrà meglio elevare la volontà e la possibilità delle famiglie di consumare.

L’idea sbagliata di “Nessun spazio per le politiche”

Recentemente, un sentimento prevalente suggerisce che a causa della grande pressione fiscale e della necessità di espandere la domanda intera, non ci sia “nessuno spazio per le politiche”. Mentre la grande discrepanza tra le entrate e le spese pubbliche, e il debito dei governi locali, stanno sollevando preoccupazioni, rimane immutato il focus sul miglioramento dell’intensità e dell’efficacia delle politiche fiscali.

La Cina ha ancora lo spazio per politiche di stimolo alla domanda interna. Certamente alcune province della Cina hanno problemi strutturali col debito locale. In ogni caso, questi non sono ai primi posti tra contraddizioni e preoccupazioni economiche.

Il rischio più significativo da cui la Cina deve guardarsi è l’assenza di crescita o la crescita bassa. In pratica, certi spazi per le politiche possono essere sbloccati ottimizzando le politiche fiscali e raggruppando le risorse, attuando pacchetti di misure dettagliate per risolvere il debito.

In teoria, si deve considerare la libertà fiscale dalla prospettiva a tutto tondo dello sviluppo economico nazionale.

Il punto cruciale dei deficit fiscali e del debito pubblico risiede nell’equilibrio tra crescita e rischio. Il fattore determinante del rischio da debito ruota attorno alla direzione e all’efficienza dell’utilizzo dei fondi di debito.

Finché il capitale di debito potrà contribuire alla ripresa economica o elevare il potenziale livello di crescita, non emergeranno rischi da debito significativi perché la base delle entrate sarà stata rafforzata.

Detto questo, è imperativo anche affrontare e mitigare i rischi di liquidità associati ai debiti locali in regioni specifiche.

Fonte

22/08/2023

Cina - Quanto è grave il rallentamento economico?

Traduciamo un’analisi dell’economista Nicholas R. Lardy sul rallentamento economico cinese. L’analisi è pubblicata dal think-tank Peterson Institute for International Economics, intitolata a George Peterson, già consigliere di Nixon e presidente del fondo di investimento Blackstone.

Quindi, un’analisi che proviene da un ambiente con nessuno motivo ideologico per fare sconti alla Cina.

Basta leggere l’analisi per capire che l’autore è contrario alla regolazione dell’economia e, anzi, tifa apertamente che di fronte alle difficoltà economiche le autorità rispondano con un po’ più di laissez faire e un po’ meno regolazione.

Ciononostante, l’analisi porta a conclusione diverse rispetto al catastrofismo dei grandi media internazionali, equamente divisi tra chi spera di poter chiudere finalmente l’anomalia cinese e chi è terrorizzato da un eventuale contagio che possa far esplodere le bolle speculative negli USA e in Europa. Buona lettura.

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Sta emergendo un nuovo consenso tra economisti, giornalisti ed altri analisti a riguardo dell’attuale rallentamento dell’economia cinese.

L’opinione è che gli inciampi della Cina nella primavera 2023 fanno presagire problemi più seri sul lungo termine che deriverebbero dalle politiche sbagliate, isolazioniste e controllate dal Partito Comunista in risposta al COVID e delle sue conseguenze, con tutte le probabili influenze negative sull’economia globale.

Questa posizione molto popolare è probabilmente prematura e, almeno in parte, forse è semplicemente sbagliata[1].

Non c’è dubbio che la Cina stia affrontando molte sfide strutturali e d’altro tipo: crollo della produttività, forza lavoro in diminuzione, restrizione dei trasferimenti di tecnologia imposta dagli USA e da altri paesi, la correzione in corso della bolla immobiliare, alta disoccupazione tra i giovani lavoratori, una leadership che sembra dare priorità al controllo del Partito e alla sicurezza nazionale rispetto alla crescita economica (si veda la nostra intervista a Gabriele Battaglia, N.d.T.).

Queste sfide significano che la crescita cinese non tornerà vicino ai ritmi spettacolari del periodo 1980-2010, quando la crescita annuale era in media vicina al 10%.

Ma una lettura attenta del presente non va a sostegno della visione per cui la crescita cinese sia invischiata in una pesante spirale verso il basso che durerà anni.

La crescita del PIL cinese anno-su-anno nel secondo quarto del 2023 ha avuto un picco al 6,3%[2]. La ripresa anno-su-anno però era parzialmente dovuta alla crescita debole del secondo quadrimestre del 2022 e rappresentava una crescita di meno dell’1% rispetto al primo quadrimestre 2023.

La performance del secondo quadrimestre, quindi, è stata inferiore alle aspettative degli investitori. La crescita deludente è dovuta parzialmente anche all’espansione dei consumi delle famiglie su base annualizzata quadrimestre-su-quadrimestre che è precipita al 15% rispetto al 33% del primo quadrimestre[3].

La grande crescita del primo quadrimestre però era il risultato di una crescita molto debole nel quarto quadrimestre 2022, combinata con la fine dei lockdown imposti dal governo per il COVID-19, cioè un evento una tantum e quindi non sostenibile.

Anche le importazioni cinesi si sono indebolite, crollando del 7,6% nei primi sette mesi del 2023. Questo potrebbe essere un segnale di debole domanda interna.

Ma secondo Goldman Sachs il “declino nella crescita nominale dell’import è stata guidata interamente dagli effetti dei prezzi”[4]. In termini di volumi, le importazioni si sono espanse dell’1% rispetto al declino del 6,4% nello stesso periodo dell’anno scorso. Le importazioni nella prima metà del 2023 segnalano quindi una crescita della domanda interna.

E per quanto riguarda l’idea che le famiglie, di fronte alle insicurezze crescenti, stiano perdendo fiducia e stiano tagliando le spese lasciando più soldi nei depositi bancari?

I depositi bancari si sono accumulati durante la pandemia (2020-2022). Questo accumulo potrebbe riflettere la crescente paura delle famiglie di perdere i propri asset e quindi dare priorità alla liquidità di breve termine, come dice Adam S. Posen su PIIE[5].

La spiegazione alternativa è invece che quando i lockdown erano abbastanza pervasivi le famiglie non hanno avuto modo di spendere, i risparmi sono quindi inevitabilmente aumentati molto, e molti di questi risparmi crescenti sono stati spostati sui depositi bancari.

I depositi bancari delle famiglie hanno continuato a crescere nella prima metà del 2023 a circa lo stesso ritmo del 2022, suggerendo che non sia cambiato molto.

Ma il contesto è completamente diverso. Per esempio, nelle aree urbane la crescita del reddito disponibile delle famiglie nella prima metà del 2023 è aumentata di più della metà, quindi la quota di reddito delle famiglie indirizzata ai depositi bancari è scesa di molto.

La crescita della spesa in consumi è stata quasi dieci volte tanto rapida anche rispetto allo stesso periodo del 2022[6]. Questi dati suggeriscono con forza che il tasso di risparmio delle famiglie urbane stia ora crollando.

Questa ipotesi trova conferma nei dati nazionali aggregati per la prima metà del 2023, in cui i consumi pro capite sono cresciuti dell’8,4%, una volta e mezzo più veloce della crescita del PIL (entrambi misurati a prezzi correnti) e molto più rispetto alla crescita dei redditi disponibili pro capite, che si è attestata al 6,5%[7].

Ciò suggerisce che ci sia stato un punto di svolta nella prima metà del 2023, che ha portato alla riduzione del tasso di risparmio delle famiglie e all’aumento delle spese per consumi.

E per quanto riguarda l’idea che il rallentamento stia ora deprimendo i salari, minando ulteriormente la fiducia delle famiglie?

La crescita del salario medio pro capite nella prima metà del 2023 è stata del 6,8%[8]. Considerando altre forme di reddito, come gli interessi e altri redditi da proprietà, il reddito pro capite al netto delle imposte è stato di quasi tre quarti superiore al reddito da salario ed è cresciuto del 6,5%, più della crescita del PIL nominale[9].

La quota di ricchezza che va alle famiglie, quindi, sta crescendo, non diminuendo.

La combinazione di redditi personali in crescita e tassi di risparmio in discesa implica che i futuri consumi delle famiglie probabilmente sorprenderanno verso l’alto.

E la temuta parola con la "d", la deflazione?

La caduta dei prezzi al consumo potrebbe portare le famiglie a posticipare i consumi sulla base dell’aspettativa che domani i prezzi caleranno ancora. Questo ridurrebbe i consumi e la crescita economica.

Ma la riduzione dei prezzi, ampiamente notata, dello 0,3% a luglio 2023 in paragone all’anno precedente, era in maggior parte dovuta all’elevato costo degli alimentari nello stesso periodo del 2022.

Scorporando i prezzi volatili di alimentari ed energia, i prezzi dei consumi di base a Luglio 2023 sono cresciuti dello 0,8%, in crescita rispetto allo 0,4% di Giugno. Potrebbe essere prematuro evocare lo spettro della deflazione sulla base dei dati di un mese.

Infine, per quanto riguarda gli investimenti, in particolare quelli privati?

Una ragione della debolezza degli investimenti, pubblici e privati, nella prima metà del 2023 è che le scorte delle industrie alla fine del 2022 erano ai massimi storici[10].

In Cina, a differenza degli USA, non ci sono stati trasferimenti di contante direttamente alle famiglie durante la pandemia. Il sostegno ai redditi delle famiglie è stato indiretto, il governo ha tagliato alcune imposte alle imprese scoraggiando al contempo le imprese dal licenziare i lavoratori.

In molti casi la produzione è continuata mentre le vendite diminuivano, portando inevitabilmente al livello record di scorte.

Con le scorte ai massimi storici, si sono rivelati deboli gli incentivi di breve termine ad investire per espandere la capacità di produzione manifatturiera nella prima metà del 2023. Nello stesso periodo però si sono consumate le scorte, ponendo forse le basi per più investimenti in futuro.

Durante la pandemia gli investimenti privati hanno continuato a crescere, ma si sono indeboliti relativamente al tasso di espansione degli investimenti statali. Nella prima metà del 2023, per la prima volta da sempre, gli investimenti privati sono scesi dello 0,2%.

Gli investimenti privati continuano a contare per più della metà degli investimenti totali, ciò suggerisce che le politica del governo abbiano eroso i diritti di proprietà privati meno di quanto sia affermato da alcuni critici.

Due fattori sono stati particolarmente importanti nel rallentamento relativo degli investimenti privati: la crescente regolazione delle compagnie di internet e la correzione del settore immobiliare.

Primo: l’improvvisa e non ben congegnata repressione delle compagnie delle piattaforme internet, in grandissima parte privata, è cominciata alla fine del 2020 e ha decimato guadagni, investimenti e assunzioni.

A Luglio 2023 le autorità hanno dato segnali di via libera, dichiarando che i problemi di queste compagnie erano stati “rettificati”. Le imprese (tra cui Alibaba, ByteDance, Meituan e altre) hanno risposto aumentando l’assunzione di nuovo personale, rovesciando l’ondata di licenziamenti in queste e altre imprese private dell’hi-tech occorsa nel 2022[11].

Probabilmente la loro redditività sarà più bassa nel nuovo sistema di “supervisione normalizzata” rispetto all’approccio laissez-faire predominante prima della repressione, ma certamente crescerà rispetto ai minimi del 2022 e della prima metà del 2023, spingendo la crescita degli investimenti privati complessivi[12].

Secondo: gli investimenti nell’immobiliare anno-su-anno sono crollati del 10% nel 2022 e di un altro 8% nella prima metà del 2023. Le imprese private rappresentavano la gran parte degli investimenti nell’immobiliare prima dell’avvio della correzione. Il declino degli investimenti nell’immobiliare ha avuto grandi effetti sul livello generale di investimenti privati.

Le imprese immobiliari private stanno facendo deleveraging (vendere rapidamente le proprietà per ridurre il tasso di indebitamento, N.d.T.) ed è improbabile che tornino a investire, tranne che per completare i progetti già venduti ma non finiti. Quindi, l’immobiliare continuerà a essere un freno alla crescita degli investimenti privati.

Per concludere, la Cina e la sua popolazione hanno sofferto molto durante la pandemia del COVID-19, sia in termini di vite perse sia di mancata produzione economica. L’analisi svolta suggerisce che la ripresa possa essere cominciata, ma è fragile.

Il tempo dirà se la ripresa prenderà piede o se la Cina entrerà in una spirale ciclica verso il basso.

Note dell’autore

1. Vedi, per esempio, Adam Posen su Foreign Affairs, Peter Goodman sul New York Times, Paul Krugman sul New York Times, Keith Bradsher sul New York Times, James Kynge sul Financial Times, e l’editoriale collettivo del Financial Times.

2. Vedi National Bureau of Statistics of China’s 2023 1H GDP report.

3. Goldman Sachs, China: Consumer Dashboard 2023Q2, August 7, 2023.

4. Goldman Sachs, Signals from Chinese Import Data, August 15, 2023.

5. Posen, Foreign Affairs.

6. National Bureau of Statistics via Wind.

7. Vedi National Bureau of Statistics of China’s 2023 1H report su redditi e consumi delle famiglie

8. Ibid.

9. Ibid.

10. Gavekal Dragonomics, The Inventory Hangover, July 31, 2023.

11. “China’s Big Tech companies revive expansion plans after Beijing vows to give the green light on more deals, ends regulatory crackdown”, South China Morning Post, August 1, 2023.

12. Martin Chorzempa, Is China’s Tech ‘Crackdown’ or ‘Rectification’ Over?, DigiChina Forum, Stanford University, January 25, 2023.

Fonte