Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/02/2025

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della BCE

In una pubblicità di qualche anno fa Tonino Guerra esclamava “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!” E pare che la BCE si sia ispirata fortemente a questo mood, a giudicare dal secondo ‘riquadro’ del bollettino economico n.1 del 2025 “Aumento dei redditi reali: vero o presunto? Il ruolo che le percezioni delle famiglie svolgono nei consumi”.

La tesi di ben 4 illustri economisti della BCE è che i redditi non si sono ridotti come pensiamo. In Italia si guadagna meno che nel 1990, l’unico paese UE dove i salari reali sono scesi, ma no, i redditi non si sono ridotti. Crisi che si susseguono dal 2007, inflazione, disoccupazione, tassi di interesse alle stelle, precarietà, ma no, non abbiamo capito niente, i redditi non si sono ridotti come crediamo. Perché per la BCE è solo una errata convinzione delle persone. È perché siamo pessimisti.

“Negli ultimi anni i consumi privati sono aumentati a un ritmo più lento rispetto al reddito disponibile reale. Secondo i dati di contabilità nazionale, il reddito reale delle famiglie è aumentato del 3,8 per cento tra il secondo trimestre del 2022 e il secondo trimestre del 2024. I consumi privati in termini reali non hanno tuttavia seguito la stessa tendenza, crescendo solo dell’1,2 per cento nello stesso periodo. (...) una possibile spiegazione del rallentamento della crescita dei consumi è che la recente impennata dell’inflazione abbia segnato le convinzioni delle persone, inducendo le famiglie a percepire il proprio reddito reale come inferiore a quello effettivo”.

Tralasciando il discutibile raffronto su base trimestrale (e poi perchè proprio il secondo?), per la BCE l’inflazione ha segnato le “convinzioni” delle persone rispetto al proprio reddito, portandole a ridurre la spesa per i consumi. Come se il reddito disponibile fosse qualcosa di cui potersi convincere.

Il bollettino prosegue riportando che anche dall’indagine CES – Consumer Expectations Survey – di settembre 2024 emerge che le persone “hanno una percezione molto più pessimistica di quanto suggerirebbe il reddito reale effettivo, sebbene tale percezione sia migliorata dal 2023. Ciò suggerisce che la recente impennata dell’inflazione abbia avuto un impatto negativo sulle percezioni delle famiglie”.

Chi l’avrebbe mai detto eh? E qui ci sono due questioni. La prima è che, se anche fosse vero (e non lo è) che i redditi non si sono ridotti come si pensa, evidentemente le persone stanno riducendo i propri consumi perché le aspettative per il futuro, tra tagli alla spesa sociale e instabilità economica e politica, non sono proprio ottimistiche. Oltre al fatto che 20 anni di crisi variegate hanno eroso i risparmi delle famiglie e i tassi di interesse e le politiche del credito restrittive rendono impossibile o quasi richiedere un finanziamento.

La seconda questione è che ovviamente nella media dei redditi considerata ci sono redditi alti e redditi bassi, oltre che diverse composizioni dei redditi. E, come noto, le crisi non colpiscono tutti allo stesso modo (alcuni ci si arricchiscono anche) ma impattano in misura maggiore i redditi e i consumi delle persone a basso reddito. Persone che invece per la BCE sono solo molto pessimiste.

“Il pessimismo riguardo ai redditi reali è più diffuso tra le famiglie a basso reddito. (…) Ciò riflette probabilmente le differenze nella composizione del loro reddito (da lavoro piuttosto che finanziario), nel loro paniere di consumi o nel livello di alfabetizzazione finanziaria”. In pratica, le famiglie a basso reddito – quelle che vivono del proprio lavoro (se lo hanno) e non di rendita – sono troppo pessimiste, ma anche ignoranti dal punto di vista finanziario, cosa che pare impedisca loro di leggere correttamente l’estratto conto a fine mese.

E, in merito alla riduzione nei consumi, la BCE riporta che la “differenza è visibile in tutte le categorie di consumo, ma è maggiore per i servizi rispetto ai beni di prima necessità e a quelli durevoli”, il che suggerisce che chi ha un reddito basso è costretto a rinunciare al superfluo, mentre per evidenti motivi deve salvaguardare il consumo di beni di prima necessità. Fattore che non fa che confermare che una riduzione dei redditi per le famiglie a basso reddito c’è, eccome.

Ci sono quindi due ipotesi. La prima è che alla BCE stanno a corto di economisti decenti o anche solo di persone dotate di buonsenso. La seconda è che la BCE è costretta, come tutto il resto dell’establishment, a usare qualsiasi mezzo per convincere dal punto di vista ideologico che il modello di società in cui viviamo, tutto sommato, funziona.

In entrambi i casi, c’è poco da essere ottimisti.

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14/07/2023

Italia - Famiglie strozzate dall’aumento dei mutui e dagli affitti brevi

Un rapporto di Nomisma, evidenzia come sulla questione abitativa le famiglie si sono trovate ad essere improvvisamente più fragili, con minore potere d’acquisto e propensione al risparmio crollata su valori nuovamente esigui.

Una bella botta l’ha data il continuo rialzo dei tassi d’interesse che preclude a molti la possibilità di accedere ai mutui e per più di 1 milione di famiglie ha determinato la crescita esponenziale delle rate dei finanziamenti a tasso variabile.

La conseguenza dell’accresciuta rischiosità associata dalle banche agli impieghi immobiliari – precisa Nomisma – ha portato ad un calo delle erogazioni (-20% di mutui nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022) con inevitabili ricadute. Ma anche a tassi sui mutui che sono di 92 punti base più alti della media UE.

L’indice di performance relativo al mercato degli affitti, rileva che le abitazioni locate nel 2022 ammontano a poco meno del 6% dello stock disponibile. Nello specifico, gli affitti con contratti di medio-lungo periodo fanno segnare una flessione, con un calo superiore al 4% per i contratti ordinari e una riduzione dell’1,5% per quelli di tipo agevolato.

Al contrario i cosiddetti affitti brevi (case vacanza, B&B etc.) hanno visto aumentare dello 0,6% gli immobili locati a canone libero. Considerando i valori locativi, la maggiore pressione della domanda ha determinato nel primo semestre dell’anno una crescita del +1,7%.

Secondo Nomisma, con l’aggiunta della componente degli aspiranti proprietari, che temporaneamente si trovano esclusi dalla possibilità di acquisto di un immobile, il comparto della locazione in affitto nel futuro rivelerà tutta la sua inadeguatezza.

La domanda composta da famiglie, lavoratori, studenti e turisti compete, infatti, per un’offerta privata troppo esigua e sempre più orientata a privilegiare soluzioni più remunerative, quali gli affitti brevi.

Secondo l’Osservatorio, queste abitazioni potrebbero coprire almeno in parte il fabbisogno abitativo in locazione, ma al momento continuano a manifestare un interesse decisamente tiepido verso il settore residenziale preferendovi quello degli affitti brevi a turisti, stranieri etc.

Per saperne di più: Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto alla casa

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29/05/2023

Roma, in corteo per il Reddito


Ieri (sabato 27/05 - ndr) a Roma un corteo è partito da piazza dell’Esquilino dove circa 140 associazioni sono scese in piazza in piazza contro la guerra ai poveri “occupabili” del governo Meloni. Obiettivi: Reddito, Salario minimo, diritto alla casa, redistribuzione della ricchezza.

L’appello a manifestare era diretto alle precarie e ai precari, a chi percepiva il Reddito di Cittadinanza e ora si ritrova senza sussidio, ai disoccupati e alle disoccupate, a chi è in emergenza abitativa, a chi fatica ad arrivare alla fine del mese a causa dei bassi salari, a chi è discriminato, marginalizzato, stigmatizzato, ai poveri e alle povere di questo Paese, alle realtà di base, associazioni, sindacati indipendenti, collettivi autorganizzati, gruppi informali, alle e agli studenti delle scuole e delle università, alla marea femminista, a chi pensa che lottare per una vita degna sia ancora possibile, che sia ancora possibile aprire spazi di contestazione alle politiche sciagurate del governo Meloni, a tutti quelli e tutte quelle che non ce la fanno più a vivere sacrificando tempo, affetti, passioni, dignità.

Il reportage fotografico di Patrizia Cortellessa sulla manifestazione

Fonte e foto del corteo

28/02/2023

Italia - Una famiglia su due non ha più margini economici. Chiuse 100mila attività in un decennio

Prima la pandemia, poi l’aumento dei costi dell’energia e il rialzo dell’inflazione, infine la guerra in Ucraina sono i fattori che più negli ultimi anni si sono abbattuti sulle condizioni di vita delle famiglie nel nostro paese, colpendo ambienti economici, produttivi e sociali.

Una rilevazione curata dall’Osservatorio Changing World della Nomisma (su un campione rappresentativo di italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni) svela come nell’ultimo anno l’88% delle famiglie abbia adottato opportune strategie di risparmio per far fronte al rincaro dell’energia e all’aumento generale dei costi.

Nonostante questo, il 14% degli intervistati ritiene di guadagnare meno di quanto avrebbe bisogno per sostenere le spese necessarie, mentre il 25% delle famiglie ha dovuto spendere tutto quello che guadagna solo per far fronte alle spese strettamente necessarie come utenze, affitti, imprevisti che riguardano la propria abitazione e alimentazione, senza potersi permettere altro.

Solo 1 italiano su 2 riesce a spendere meno di quello che guadagna riuscendo così a risparmiare qualcosa. Dai risultati della ricerca emerge che negli ultimi 12 mesi la capacità di risparmio è diminuita o molto diminuita per il 54% delle famiglie italiane. Guardando al futuro le famiglie temono di non riuscire a risparmiare, ma il 26% di esse teme di non riuscire neanche ad arrivare alla fine del mese.

L’indagine condotta da Nomisma evidenzia come a guidare la ricerca del risparmio sia soprattutto l’incertezza che condiziona pesantemente questa fase del ciclo economico.

Ma se sul versante delle condizioni di vita delle famiglie si avverte una sofferenza crescente, dall’ultima rilevazione Istat emerge che le vendite al dettaglio sono ulteriormente diminuire dello 0,8% in volume.

In 10 anni, tra il 2012 e il 2022, in Italia sono spariti oltre 100mila negozi. Ci sono sempre meno negozi di beni tradizionali: libri e giocattoli -31,5%; mobili e ferramenta -30,5%; abbigliamento -21,8%. E ci sono sempre più servizi e tecnologia (farmacie +12,6%; computer e telefonia +10,8%), attività di alloggio (+43,3%) e ristorazione (+4%). È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio “Demografia d’impresa nelle città italiane”. In particolare, si legge nel rapporto, sono sparite oltre 99mila attività di commercio al dettaglio e 16mila imprese di commercio ambulante. In crescita ci sono solo alberghi, bar e ristoranti (+10.275).

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30/12/2021

Draghi sbugiardato


Nella conferenza stampa di fine anno, di fronte ad una platea di giornalisti in modalità Fantozzi davanti al capufficio, Mario Draghi ha detto una bugia netta, calzata e vestita. Egli ha infatti affermato: “I principali beneficiari della riforma fiscale sono i pensionati ed i lavoratori a reddito medio basso”.

FALSO.

L’Ufficio bilancio della Camera ha dimostrato che della cosiddetta riforma si avvantaggeranno maggiormente i redditi medio alti. Infatti un operaio riceverà da essa mediamente 162 euro all’anno, un suo dirigente 368 in media, in alcuni casi fino a oltre 700.

L’esatto contrario di ciò che ha annunciato il Presidente del Consiglio. E questo, è bene ricordarlo, di fronte ad un aggravio del costo della vita stimato mediamente in 1600 euro all’anno a famiglia. La riforma di Draghi dà pochi soldi a tutti e meno ancora a chi ne ha più bisogno e lavora e fatica di più.

Sapevamo che il PD gli operai li ignora, che Renzi li odia e che Salvini li imbroglia.

Ora sappiamo anche che Draghi dice su di loro colossali e sfacciate bugie, che finora passa lisce solo per lo smodato servilismo del sistema politico e mediatico nei suoi confronti.

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13/12/2021

La disuguaglianza è una scelta politica

Il 7 dicembre scorso è stato rilasciato il World Inequality Report per il 2022, un rapporto che traccia il quadro della disuguaglianza di reddito e ricchezza a livello internazionale. La situazione che emerge è quella di un mondo caratterizzato da diseguaglianze feroci, sia tra Paesi sia all’interno dei Paesi. In altre parole, le disparità di reddito e ricchezza sono forti e persistenti sia tra Nord e Sud del mondo, sia tra individui all’interno di ciascuna economia nazionale. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.

Partiamo da una prima fotografia globale, facendo tuttavia una preliminare distinzione. Con il termine ‘ricchezza’ intendiamo l’ammontare di risorse che, in un determinato momento, un soggetto possiede. Con il termine ‘reddito’ intendiamo invece l’ammontare di risorse che, in un preciso intervallo di tempo (generalmente, un anno), giunge nelle mani di un soggetto per effetto del proprio apporto al processo produttivo: un lavoratore, ad esempio, riceverà come reddito il salario derivante dal proprio lavoro; un capitalista riceverà il profitto derivante dalla propria attività d’impresa; il proprietario di un immobile locato percepirà come reddito i canoni di affitto dell’inquilino. Certo, seppur stiamo parlando di due concetti differenti, è facile immaginare che le due grandezze si parlino: un basso livello di reddito non contribuirà ad accrescere in misura rilevante la ricchezza di un individuo (perché questi non potrà permettersi di risparmiare risorse in ammontare considerevole), e soprattutto non gli permetterà di godere nel presente di un buon tenore di vita, in quanto potrà permettersi un ammontare più basso di beni e servizi.

Bene, il report in questione analizza la disuguaglianza attraverso le lenti di entrambe le dimensioni appena introdotte: reddito e ricchezza. Se, tornando al rapporto (Figura 1), consideriamo la distribuzione dei redditi e della ricchezza su scala mondiale, scopriamo che la metà più povera dei cittadini del mondo (bottom 50% nella figura, in blu) arriva a raggranellare solo l’8% del reddito totale, e a possedere appena il 2% della ricchezza complessiva. Dalla parte opposta, il 10% più ricco (top 10% nella figura, in rosso) è oggi in grado di accaparrarsi il 52% del reddito mondiale, e addirittura possiede il 76% della ricchezza. Dati che fotografano una situazione di fortissima disuguaglianza.

Figura 1. Fonte: Global income (reddito) and wealth (ricchezza) inequality 2021.

A un livello di analisi più specifico, il documento indica che i livelli di disuguaglianza non sono gli stessi nelle diverse aree del mondo. L’Europa, per esempio, mostra ancora una distribuzione del reddito meno diseguale rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, rispetto alle aree più povere del pianeta, come il Medio Oriente (MENA), il Nord Africa e l’Africa Sub Sahariana (Figura 2). Nonostante la crisi che stiamo vivendo sulla nostra pelle, la situazione è nettamente peggiore in altre parti del mondo, e parte di questa tendenza è attribuibile alla sopravvivenza di qualche residuo di stato sociale e di tutela del lavoro che in altre parti del globo non sono mai esistite o sono completamente scomparse.

Figura 2. Distribuzione del reddito in varie aree del mondo. Fonte: ibid.

Tuttavia, la vicenda si fa ancora più interessante una volta che si sposta il focus sul livello nazionale delle disuguaglianze, e soprattutto sulle macrotendenze storiche che hanno caratterizzato la dinamica delle disuguaglianze di reddito e ricchezza in Italia.

Partiamo dal primo punto. Anche in questo campo, il Belpaese primeggia. Per quanto concerne la distribuzione del reddito, la metà più povera degli italiani riesce a racimolare appena il 20% del reddito prodotto, mentre il 10% più alto ne raccatta un cospicuo 32%. Passando alla distribuzione della ricchezza, la metà che sta in basso detiene una quota che non supera il 10%, mentre al top 10% è riconducibile il 48% della ricchezza complessiva. Quasi la metà! Senza contare che il top 1% (l’uno percento più ricco della popolazione) detiene il 18% della ricchezza nazionale.

Figura 3: distribuzione del reddito in Italia (1900/2020). Fonte: ibid.

Come è stato possibile? Questo è l’aspetto più interessante del rapporto, che consente di cogliere in una singola immagine la storia che ci ha condotto verso questa situazione drammatica. Nella Figura 3 è riportato l’andamento, in Italia, della quota di reddito riconducibile al 10% più ricco e al 50% più basso della distribuzione nel corso del secolo scorso e fino al 2020. Come si può osservare, fino agli anni ’70, l’andamento è decrescente per i redditi più alti e crescente per la metà più bassa della distribuzione, tanto che in questo decennio avviene un sorpasso, comunque non entusiasmante, con la quota riconducibile al 50% più basso dei redditi che supera quella del top 10%. Viceversa, dai primi anni ’80 questa tendenza convergente si inverte in maniera permanente e, dopo il contro-sorpasso, la distanza continua ad aumentare fino ai giorni nostri. In altri termini, fino agli anni ’70 la parte meno agiata della popolazione era riuscita ad accaparrarsi fette sempre più ampie del prodotto sociale, mentre dagli anni ’80 in poi i più ricchi hanno visto sempre più aumentare i loro redditi.

L’andamento della distribuzione della ricchezza va ancora peggio (Figura 4) e questo è bene sottolinearlo, anche in considerazione del fatto che l’Italia è uno dei primissimi Paesi al mondo per rapporto tra ricchezza privata e reddito nazionale. Tale indice è esploso dal 250% del 1970 al 650% del 2010 (oggi siamo intorno al 700%) e sta ad indicare che la distribuzione della ricchezza è particolarmente importante per valutare la distribuzione complessiva e dunque le disuguaglianze nel nostro Paese.

Figura 4: Distribuzione della ricchezza in Italia (1995-2021). Fonte: ibid.

Come si spiega questo andamento? Quali politiche si sono consolidate e rafforzate in particolare a partire dagli anni ’80? Il documento esaminato afferma che la disuguaglianza – e la sua crescita – è una precisa scelta politica e non è inevitabile. Non a caso, in Italia (e in molti altri Paesi a dire il vero) prende il via da quegli anni un preciso percorso di deregolamentazione del mercato del lavoro e di libera circolazione su scala mondiale di merci e capitali, un copioso processo di finanziarizzazione, un progressivo smantellamento dello stato sociale e una sostanziale riduzione dei diritti dei lavoratori. Tali strumenti hanno rappresentato un formidabile dispositivo per le classi dominanti per invertire la tendenza di convergenza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, instaurando una nuova fase caratterizzata dalla crescente precarizzazione del lavoro e dall’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Si tratta di deliberate scelte politiche che hanno contribuito a ridurre la quota del prodotto che va al lavoro, ossia la porzione di reddito che i salariati riescono a portare a casa nel conflitto distributivo, e, in tal modo, ad aumentare anche le disuguaglianze di reddito e di ricchezza: esiste infatti una precisa correlazione tra la quota di reddito che va ai percettori di profitto e quella che va alle fasce più agiate della popolazione (in altri termini, non lo scopriamo oggi che i capitalisti sono di norma più benestanti dei lavoratori). Risultato: alla riduzione della quota salari si è accompagnata la parallela crescita della quota profitti, che è stata il motore vero e proprio dell’esplosione delle disuguaglianze a livello internazionale. Questo ragionamento vale specialmente per l’Italia, unico paese tra quelli dell’OCSE, dove dal 1990 al 2020 dove si è registrata una diminuzione (-2,9%) dei salari reali.

Davanti a questo quadro a tinte fosche, che fare? Politiche di redistribuzione (come, ad esempio, aumentare la tassazione su redditi alti e grandi ricchezze per finanziare la fornitura di servizi pubblici ai meno benestanti) sono senz’altro necessarie, ma potrebbero rivelarsi non sufficienti alla luce delle mostruose disuguaglianze esistenti. Occorre, pertanto, intervenire sulla distribuzione primaria dei redditi, ossia garantire ai lavoratori un salario reale più elevato. Solo in questo modo verrebbero sostanzialmente intaccati gli enormi margini di profitto e le rendite che hanno contribuito, negli ultimi 40 anni, a polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi. Per concludere, il miglioramento delle condizioni di vita per le classi subalterne passa in primo luogo per un aumento dei salari, e, in secondo luogo per forme di redistribuzione ex-post (da sole però non sufficienti), ma soprattutto, specie in un’ottica di lungo periodo, per una trasformazione del sistema economico nella direzione di una pianificazione e di una trasformazione in senso collettivo della proprietà. L’esatto contrario di quanto sta accadendo sotto la gestione Draghi, alfiere di un Governo di impronta liberista che mira a privatizzare quel poco che resta dei servizi pubblici, a tagliare la spesa sociale e a promuovere una riforma fiscale i cui frutti più prelibati saranno raccolti dalle classi medio-alte.

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25/11/2021

La riforma fiscale del Governo Draghi: cambiare poco per cambiare male

Da mesi ormai si parla con toni da grande attesa dell’imminente riforma fiscale studiata dal governo Draghi. Nel suo discorso programmatico in Senato del 17 febbraio scorso, Mario Draghi spese parole enfatiche, ma assai vaghe nei contenuti, per annunciare le intenzioni di intervenire in modo energico sul fisco: “in questa prospettiva” affermava Draghi, “va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività”.

Delle intenzioni trasformatrici espresse durante il discorso di insediamento cosa troviamo nell’attuale legge finanziaria in via di approvazione? Sostanzialmente nulla e sicuramente nulla di buono. La proposta, più o meno definita nei contenuti generali, è quella di andare a limare lievissimamente uno o due aliquote Irpef ed andare a ridurre l’Irap per le imprese, per un costo complessivo di circa 8 miliardi di euro. Per capire la direzione degli interventi proposti occorre fare un passo indietro e capire da dove veniamo.

Anni e anni di riforme involutive dagli anni ’80 ad oggi hanno portato ad una diminuzione continua del carico fiscale sui redditi da capitale e in generale sul reddito dei più ricchi. Una tendenza che si è articolata lungo due direzioni: da un lato la riduzione delle tipologie di reddito incluse nella base imponibile Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche), con la previsione di regimi separati e agevolati per una parte cospicua dei redditi da capitale (reddito delle società di capitali, rendite finanziarie, rendite immobiliari); dall’altra una drastica riduzione della progressività in seno all’Irpef. Quest’ultima imposta, che ormai colpisce quasi esclusivamente redditi da lavoro e da pensione e solo in piccola parte i redditi da capitale (profitti della piccola e talvolta media impresa), è passata dai 32 scaglioni del lontano 1974 ai 5 attuali, con un differenziale ridottissimo tra prima e ultima aliquota e tra primo scaglione e ultimo scaglione di reddito ad esse associati.

Per non parlare dell’enorme piaga dell’evasione fiscale, mai seriamente affrontata da nessun governo, se non attraverso misure di corto respiro e mai indirizzate a colpire i pesci più grandi. Insomma, un sistema tributario che grava pesantemente sui redditi bassi e medi e che ha smesso da tempo di effettuare una discriminazione positiva sui livelli di reddito e sulla natura dei redditi (da lavoro e da capitale).

In un simile scenario la “grande riforma fiscale” del governo Draghi sembra davvero un ritocchino, da cui non c’è da attendersi nulla di positivo. In merito all’Irpef, a quanto è dato sapere si sta studiando la possibilità di abbassare di uno o due punti l’aliquota relativa al terzo scaglione. Gli scaglioni nel sistema italiano da ormai 14 anni sono i seguenti cinque:

  • da 0 a 15.000 euro si paga un’aliquota del 23% (ad eccezione della no tax area, sotto 8.000 euro);
  • da 15.000 a 28.000 il 27%;
  • da 28.000 a 55.000 il 38%;
  • da 55.000 a 75.000 il 41%;
  • oltre i 75.000 il 43%.

Per chi non fosse avvezzo alla fiscalità e agli scaglioni, ciò significa che sui primi 15.000 euro di reddito si paga il 23%, sulla parte di reddito che eccede i 15.000 e fino a 28.000 si paga invece il 27% e così via. L’aliquota media che si paga sul complesso del proprio reddito – la percentuale del reddito versato allo Stato – sarà dunque data da una media ponderata delle diverse aliquote marginali pagate su ciascuno scaglione del proprio reddito ed è data dal rapporto tra imposta pagata e reddito.

L’intenzione sarebbe quella di abbassare l’aliquota dal 38% al 37% (o al 36%) e, in una seconda ipotesi, anche quella del 27% di un punto al ribasso (al 26%, quindi). Rimarrebbero immutate le restanti aliquote.

Nell’ambito dell’Irpef potremmo dire che cambierebbe davvero pochissimo rispetto allo status quo. La seconda e la terza aliquota in discussione sono effettivamente molto alte rispetto alla fascia di redditi che vanno a colpire, così come è enorme la distanza tra le due (ben 11 punti percentuali), la quale crea forti asimmetrie distributive allo scattare della fascia superiore.

La terza aliquota colpisce redditi lordi dai 28.000 ai 55.000, che in termini netti significa circa da 1500 a 2600 euro al mese. Parliamo insomma di redditi medi, non certo valori da persone ricche né particolarmente agiate. Tassare la quota eccedente i 1500 euro mensili con un’aliquota al 38% è davvero tanto. Così come è altissima la tassazione al 27% e al 23% delle due fasce inferiori (che comprendono redditi che in termini netti vanno da 900 a 1500 e da 0 a 900 al mese circa).

Va detto che il sistema di detrazioni, tipiche per lavoro dipendente e autonomo e specifiche per carichi familiari, abbassa di fatto l’aliquota media in maniera abbastanza significativa, specie per i redditi più bassi, ma le percentuali di imposta per i redditi bassi, medio-bassi e poco più che medi restano comunque gravose pure al netto delle detrazioni, se si tiene conto anche delle imposte legate alle addizionali regionali e comunali.

A titolo di esempio, una persona che guadagna 25.000 euro annui lordi, senza figli a carico e che vive a Roma, oggi paga un’aliquota media del 20% – considerando anche detrazioni e addizionali – ed un’aliquota marginale (ovvero sull’ultimo euro guadagnato) del 31%. La stessa persona, con un reddito di 35.000 euro lordi annui paga un’aliquota media del 25% e un’aliquota marginale del 41,5%. Con un reddito di 50.000 euro lordi annui un’aliquota media del 30,5% e una marginale del 42%.

Una quota rilevante del reddito viene quindi versata come imposta da parte di persone che hanno redditi che consentono una vita appena dignitosa oppure che, pur stando bene, di certo non navigano nell’oro. L’aspetto più scandaloso lo si coglie tuttavia procedendo verso l’alto in queste simulazioni.

Una persona che guadagna 200.000 euro lordi annui, nelle stesse condizioni ipotizzate prima, ha un’aliquota media del 39% e un’aliquota marginale del 43%. Una che ne guadagna 1.000.000 un’aliquota media del 42% e una marginale del 43%.

Come si vede, al crescere del reddito l’aliquota media cresce in modo sempre più lento ed oltre una certa soglia la crescita si assottiglia sempre di più, mentre si azzera quella dell’aliquota marginale. Colpa di un sistema in cui l’ultimo scaglione con un’aliquota del 43% colpisce una fascia incredibilmente ampia di redditi: da 75.000 euro in su. Come se il reddito di un dipendente molto ben pagato o di un professionista agiato fosse comparabile al reddito milionario di un’impresa che macina milioni di utili o di un top manager strapagato.

È allora evidente che, all’interno dell’Irpef, il problema grave è la scarsissima distanza tra l’aliquota media pagata dai redditi bassi e medi e i redditi alti, altissimi e milionari. E, a priori, il problema gravissimo è che la gran parte dei redditi da capitale (in genere i più alti) l’Irpef non sanno neanche cosa sia, rientrando in regimi agevolati separati non progressivi.

Secondo altre voci, la riforma dell’Irpef potrebbe assumere una forma leggermente diversa con una riduzione degli scaglioni da 5 a 4, un abbassamento un po’ più significativo della terza aliquota (attualmente al 38%) e l’abolizione della quarta (41%), mentre la quinta aliquota (43%) scatterebbe dai 55.000 in su. Se da un lato questo intervento abbasserebbe in modo più visibile il carico fiscale sui redditi medi, esso andrebbe tuttavia ad indebolire ulteriormente la progressività verso l’alto, lasciando che l’ultima aliquota scatti ad una soglia ridicolmente bassa ed equiparando di fatto un reddito lordo di 55.000 annui ad un reddito milionario.

Qualunque sia la versione finale, di certo non si tratterebbe di interventi particolarmente incisivi. Pochissimo o quasi nulla in un sistema che, per riacquistare una qualche forma di equità, necessiterebbe di una rivisitazione radicale.

Secondo tassello della riforma dovrebbe essere un abbassamento dell’Irap per tutte le imprese o, in alternativa, un’eliminazione o forte riduzione solo per le piccole (in termini di fatturato).

L’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap) è una delle imposte più discusse della storia dei sistemi tributari moderni. Che sia un’imposta atipica, incongrua rispetto agli obiettivi di progressività e in alcuni casi paradossale non ci piove. Si tratta in effetti di un’imposta che non colpisce l’utile d’impresa, ma il valore aggiunto, inteso come valore del fatturato al netto dei costi di produzione, delle materie prime e dell’ammortamento dei macchinari. Insomma, oltre a colpire gli utili, l’Irap colpisce anche il costo del lavoro e gli interessi passivi dovuti dalle imprese alle banche, con il risultato che un’impresa effettivamente in perdita la dovrebbe comunque pagare su alcune componenti del valore aggiunto. Per di più, come l’imposta societaria (IRES), l’Irap è completamente priva di progressività, essendo costituita da un’aliquota unica pari mediamente al 3,5%-4%. Significa che un’impresa che ha un fatturato (e verosimilmente un utile) modesto paga la stessa percentuale di una società che macina utili a 9 zeri.

Tuttavia, per capire l’Irap dobbiamo capire il sistema tributario del nostro paese. Con uno dei tassi di evasione più alto tra i paesi occidentali, l’Italia ha da sempre abdicato al compito di far davvero pagare le imposte alle imprese. Moltissime attività produttive nel nostro paese risultano falsamente in perdita a causa delle numerose pratiche di evasione ed elusione che permettono di gonfiare i costi e non far apparire alcuni ricavi.

In questo contesto, l’Irap risulta l’unica imposta sostanzialmente non ‘evadibile’ almeno per una sua quota parte. Se infatti è possibile nascondere una transazione economica generatrice di un utile, evadendo così le imposte sugli utili (Irpef ed Ires) e l’IVA, non è possibile nascondere del tutto la presenza di manodopera o di rapporti finanziari con le banche. Ciò implica che anche l’impresa più adusa all’evasione sistematica dovrà per forza pagare almeno una parte dell’Irap. Si potrebbe quindi dire che l’Irap, pur con tutte le sue storture, iniquità e inadeguatezze, da quando è stata istituita (fine anni ’90) ha funzionato da vero e proprio strumento di recupero d’evasione delle imposte sui redditi d’impresa.  

A prescindere dagli evidenti limiti dell’Irap, proporre una drastica riduzione o l’abolizione non può allora essere accettabile nel contesto attuale, specie se si considera che il gettito associato a questa imposta va a finanziare il già martoriato Sistema Sanitario Nazionale, per il quale – come sottolineato dall’UPB – la Legge di Bilancio non ha stanziato un euro addizionale di risorse aggiuntive, a livello strutturale. Occorre piuttosto mettersi nella doppia ottica di una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e di un radicale intervento tributario che faccia rientrare in toto i redditi da capitale nell’alveo della progressività, intensificando il grado complessivo di progressività del sistema, facendo pagare tanto a chi ha tantissimo.

In assenza di tutto questo, ogni proposta di intervento di riduzione dell’Irap, quale quella agitata dal governo, altro non è che l’ennesimo tassello del programma di riduzione del carico fiscale sui redditi da capitale in atto da decenni. Un tassello del grande puzzle del processo di redistribuzione delle risorse economiche a danno del lavoro.

Ecco qui servita la ‘riformina’ fiscale del governo Draghi: una riforma piccola e di scarso rilievo strutturale, a dispetto delle dichiarazioni che, a fronte di qualche briciola concessa al ceto medio lavoratore, offre in compenso l’ennesimo consistente regalo alle imprese, in un’ottica di perfetta conservazione della struttura di un sistema fiscale profondamente iniquo, che svantaggia pesantemente chi vive del proprio lavoro.

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10/04/2020

Appunti sull’attualità del reddito

Il reddito è una variabile economica che assumerà un’importanza politica e sociale crescente in futuro, senza escludere sbocchi di carattere conflittuale alla questione. Partiamo dall’attualità. L’attuale epidemia ha rivelato come la contraddizione economica, la contraddizione principale dunque, fondamentale avrebbe detto Althusser, assuma ormai anche un carattere biopolitico.

Nel caso eminente della Lombardia, il legame altrettanto evidente tra la diffusione dell’epidemia ed il lavoro conferma il “dubbio ecologico”: il capitalismo uccide, non solo sfrutta. Nel caso della Lombardia questa contraddizione è esplosa con effetti devastanti, con la salute spudoratamente declinata a finalità di esigenze produttive.

Una scelta che rivela la nudità del re: il capitalismo ha accusato il colpo dell’attuale pandemia globale e così rivela pure il suo vero volto; un modello di gestione della sfera sociale suicida, perché subordinante ogni sfera della società all’economia, dunque dequalificante (alienante) e riduzionistica per la stessa totalità sociale. Fatto sta che il “Capitale” ha perso terreno esattamente in casa, cioè sul medesimo terreno della tenuta economica del sistema.

È in questo punto che vogliamo formulare un’ipotesi: il reddito può diventare una variabile politica ad alto contenuto conflittuale nell’eventuale, se ci sarà ovvio, fase della ripresa economica? È paradossale ma la ripresa economica è davvero declinata alla profondità dell’attuale pandemia. Alla sua lunghezza nel tempo. Quanto più colpisce duro nel tempo, tanto più l’economia ne soffre. E comunque sia, già ha sofferto molto e c’è un’intera classe media che rischia già la sopravvivenza. La sorte della classe media, è legge della storia, porta sempre cattivi presagi. O magari anche buoni, in termini di stessa conflittualità sociale. Se i tempi saranno duri si apriranno margini per interventi politici costruttivi da “sinistra”, specie per un intervento critico da scagliare contro il sistema tout court; e sappiamo bene tutti, oggi più che mai, come questo sistema se lo meriti.

Ora, il capitalismo attuale è sicuramente un capitalismo orientato all’estrazione di plusvalore relativo, con un’avanguardia tecnologica che assegna centralità alla macchina o addirittura al virtuale. La necessità di un’eventuale ripresa comunque passerà per sacrifici da “dopoguerra”, come un ‘autentica ricostruzione. Già adesso, si è risposto con un reddito di cittadinanza alle difficoltà dell’attuale crisi. Le istituzioni padroneggiano lo strumento già adesso, in un momento critico in modo forse anche sperimentale per il nostro Paese; a fronte delle macerie dello Stato Sociale storico, novecentesco, si risponde con un reddito di povertà, ma si fa subito capire che quello strumento preciso, il reddito, andrà a qualificare una sfera importante nel rapporto tra capitale e lavoro.

Un capitalismo tecnologicamente avanzato come quello attuale tornerà, nonostante tutto, a necessitare autenticamente di lavoro vivo, di plusvalore assoluto, regredendo così ad uno stadio neo-primitivo, con alta intensità di sfruttamento, salari bassi, senza espansione dei consumi, giornate di lavoro lunghe, per estrarre sempre maggior valore e probabilmente, come succede nei sistemi che necessitino di grande velocità, con molto lavoro flessibile. Dove c’è precarietà c’è anche disoccupazione di massa per almeno due ragioni: per esercitare ricatto sulla forza lavoro e perché i dati sulla precarietà si confondono sempre con quelli sulla disoccupazione.

Possibile che le istituzioni scelgano di ricostruire uno stato sociale minimo per rispondere ordinatamente alle esigenze della produttività, elargendo appunto un reddito di povertà da ancorare al lavoro, che farà così anche da ricatto per l’accettazione di determinate condizioni di lavoro.

La “sinistra” dunque non deve cadere nel solito tranello: trovarsi disarmata di fronte alla debolezza del suo soggetto storico, l’operaio, quando l’operaio sparisca di fronte ad un gioco di specchi. La ricchezza è sociale ed il sociale non è solo rapporto capitale/lavoro. In una fase in cui è la stessa fabbrica a necessitare di disoccupazione, o di un legame inscindibile appunto ad un reddito di povertà, bisogna guardare oltre la fabbrica.

All’ovvia necessità, storica, di combattere l’intensità diretta dello sfruttamento, nonché quello che Marx definiva “dispotismo di fabbrica”, si dovrà rilanciare la battaglia diretta ad una riappropriazione della ricchezza sociale, nella sua duplice definizione di reddito diretto ed indiretto. Nella sua definizione di reddito diretto possiede sostanza economica, parla cioè il linguaggio sociale dell’attualità; nell’altra definizione di reddito indiretto possiede invece la profondità e l’ampiezza per vivificare quell’attività politica mirata a confrontarsi con la nozione di ricchezza sociale, a cui possiamo benissimo fare riferire pure le battaglie ambientali.

In una società che pensa tutto nei termini dell’economico, se volessimo essere pragmatici dovremmo muoverci sul terreno delle lotte economiche. È l’eterno ricatto a cui è costretta la sinistra e sappiamo bene come, cedendo bellamente ad un ricatto, si rischi di morire. Ma per ribaltare il piano ed uscire dalle corde in una fase storica in cui è chiamata a rispondere, la sinistra occorre che inizi anche a scardinare quel medesimo terreno su cui subisce il ricatto, decostruire e distruggere per ricostruire e ricucire. Siamo esattamente in questo aut aut storico.

Dunque rilancio, difficilissimo sia chiaro sul terreno dell’economico ma sviluppo anche, immediato di meccanismi di gestione del sociale non mediati in ultima istanza dall’economico. Che non significa estinzione dell’economico, bensì suo ridimensionamento a sottosistema, funzione di un tutto sociale, di un tutto organico. Quindi, esigenza di muoversi su un terreno concreto che la storia ci consegna nell’ordine dell’economico; scardinamento dello stesso terreno sul quale camminiamo attraverso percorsi di costruzione immediata di socialità non ridotta all’economico, in cui l’economico sia semplice funzione del sistema sociale.

La nozione di reddito indiretto a questo punto della riflessione può essere ben esaltata. Partiamo da esempi concreti. Il reddito indiretto esprime storicamente conflittualità; la lotta per l’abitare, la lotta per le utenze. Da sempre avanguardie delle lotte sociali, anche nei periodi di retroguardia, essendo esse stesse battaglie di retroguardia, ma sempre solide e continue negli anni appunto per questo, a mantenere vivo il sintomo di un cambiamento. Basate comunque su una necessità economica, poiché l’incapacità di pagare un affitto traduce concretamente una deficienza del salario.

Si parte sempre dall’economico e si sfocia col reddito indiretto in una qualche forma di riappropriazione che scavalca direttamente le leggi dell’economico. Pensiamo parossisticamente alla questione valsusina. L’economia di mercato che impone una grande opera a determinate condizioni: lo sconvolgimento di interi ecosistemi sociali, economie di base e locali, ambiente e condizioni di vita; una totalità sociale, appunto.

È l’economico che declina sempre il sociale alle proprie esigenze. D’altronde il terreno storico come dicevamo sopra è quello ed è in quel punto che si manifestano sempre le principali contraddizioni. Le lotte ambientaliste stesse vanno a proteggere l’ambiente da aggressioni di ordine economico.

Il reddito è quella variabile che misura la distribuzione della ricchezza economica sociale, dunque se espressa nella sua attitudine indiretta arriva ad esprimere il ridimensionamento stesso dell’economia, ossia la declinazione dell’economia ad esigenze di carattere sociale; come dire, prima l’ambiente, l’ecosistema sociale, il territorio, poi l’economia di mercato.

Questa tensione assume anche forme di alta conflittualità, scardinando e scavalcando l’economia sul suo stesso terreno.

Per concludere e riassumere, ci sembra dunque ipotizzabile la crucialità del reddito per almeno tre ragioni:

1) sul terreno della distribuzione del reddito istituzionale in futuro si snoderà un prolungamento del conflitto tra capitale e lavoro. Reddito e lavoro si legheranno e si dovrà portare conflitto anche nella distribuzione di suddetto reddito. Come si lotta per alzare i salari si dovrà lottare pure per questo.

2) Il reddito è una variabile economica, dunque è di attualità storica e restituisce pragmatismo allo stesso discorso rivoluzionario. L’evoluzione del capitalismo si armonizza bene alla sua urgenza.

3) Specie nella sua forma indiretta, il reddito inizia ad aprire spaccati di società, oltre l’economia che declina a se l’intera società. Individua già traiettorie sviluppabili di società dunque oltre il mercato che piega tutto a se, oltre il capitalismo, come terreno di sperimentazione immediata di una società diversa.

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13/03/2020

Salario sociale globale di classe per partite Iva e lavoro autonomo

Il ministro del lavoro Catalfo, colei che ha inventato il reddito di cittadinanza, comunica che oggi il Consiglio dei ministri varerà delle misure per il lavoro autonomo di seconda generazione con un bonus o una cassa integrazione in deroga, mentre per i professionisti pare ci sia un accordo con le loro Casse per sostenerli.

Credo che a questo punto il postfordismo rientri nello schema del welfare tipicamente fordista.

Del resto, anche a livello produttivo, in questi anni si stava assistendo alla fine del postfordismo con concentrazione manifatturiera e catene del valore corte controllate dalla casa madre, secondo il modello toyotista. La mossa della Catalfo pone fine ad uno schema che si pensava superasse il fordismo.

Cosa non vera, tutti rientrano nella platea del welfare keynesiano. Non c’è stato bisogno di una lotta, ma di emergenza statuale che pone fine a questo schema iperflessibile. Affinché ritorni lo schema keynesiano occorre che il salario sociale globale di classe, ora esteso alle partite Iva e al lavoro autonomo di seconda generazione, venga potenziato negli aspetti della sanità pubblica, nella previdenza pubblica - il crollo borsistico di oggi ci dice chiaramente che i fondi pensioni sono ad alto rischio - e nell’istruzione pubblica.

È un tassello, questo, che potrebbe porre fine alla Seconda Repubblica che, governata da centrosinistra e centrodestra, è stata caratterizzata dallo smantellamento del salario sociale globale di classe.

Lavorare su questi ambiti, ora che l’emergenza ne ha dimostrato la centralità, assieme agli strumenti pubblici e statuali, significa porre le basi per una battaglia per il salario negli ambienti produttivi.

Il modello Cina non è di queste settimane, il ruolo dello Stato e la reflazione salariale sono presenti dal 2008, questa è stata la loro mossa geniale ed è per questo che ne usciranno più forti, hanno mezzi, risparmio e capacità fiscale di spesa. Coinvolgere le partite Iva in una battaglia keynesiana di welfare significa finalmente allargare il fronte dei salariati, senza più nessuna distinzione.

Questa è la lezione di questa emergenza.

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03/11/2019

Se il problema fossero i ricchi?

In Italia ci sono dieci persone che da sole possiedono una ricchezza di 100 miliardi di euro. All’estero risultano depositati 174,9 miliardi di euro di ricchezza privata di soggetti italiani, ma sono solo quelli che si è riusciti ad individuare.

Nel nostro paese, mentre il 10% più ricco della popolazione (più o meno 5 milioni di adulti) ha aumentato la sua quota di reddito nazionale guadagnando il 30% del totale, la metà più povera degli italiani guadagna una quota sempre minore, circa il 24%. Il reddito totale italiano, così come riportato nei conti nazionali, è più o meno 1.500 miliardi di euro, quindi i 5milioni di italiani più ricchi hanno mediamente un reddito di 90 mila euro annui e i 25milioni di italiani più poveri, invece, si accontentano (in media) di circa 15mila euro lordi annui.

Poi ci sono gli ultra-ricchi, cioè circa 500mila adulti, che detengono il 7,5% del reddito nazionale nel 2016, cioè circa 225.000 euro a testa. Naturalmente annui.

La classe media invece, cioè i 20 milioni di adulti, in mezzo tra i più poveri ed i più ricchi, dopo un lungo trend decrescente ha visto negli ultimi tre anni un lieve aumento del reddito e nel 2016 il reddito medio di questa fascia della popolazione era, in media, circa 34.500 euro lordi annui, ovvero il 46% del reddito nazionale.

Si può quindi concludere che anche in Italia è presente una forte disuguaglianza dei redditi, che oltretutto non accenna a ridursi. Anzi.

Tuttavia, questo è solo uno dei vari aspetti delle disuguaglianze nel nostro paese. Uno studio della Banca d’Italia, ad esempio, riscontra una forte disuguaglianza di opportunità dovuta ad un’alta persistenza delle condizioni economiche di partenza degli individui. L’ascensore sociale, in altri termini, è bloccato; se nasci povero, difficilmente puoi cambiare il tuo status.

Se invece del reddito guardiamo poi alla ricchezza accumulata, un altro studio della Banca di Italia ha misurato una distribuzione del patrimonio italiano fortemente concentrata, per cui il 10% della popolazione con più ricchezza detiene il 46% del patrimonio totale.

Distribuzione di reddito e distribuzione di ricchezza sono molto differenti, ma sono fortemente correlate. La distribuzione della ricchezza è maggiormente diseguale ed a maggior concentrazione. La strettissima relazione tra le due comporta che ad aumenti della disuguaglianza nella distribuzione patrimoniale seguano aumenti nella disuguaglianza dei redditi.

Se i redditi da lavoro, unica fonte di reddito per la maggioranza delle famiglie, non crescono, è evidente come il capitale (la ricchezza patrimoniale, immobiliare e finanziaria) continua ad avere sempre maggiore importanza generando crescenti livelli di disuguaglianza.

I redditi delle sempre maggiori attività finanziarie aumenteranno lo stock di ricchezza patrimoniale anno dopo anno, e in un contesto con scarsi investimenti produttivi questa accumulazione non fa che aumentare la rendita finanziaria, ancor prima dei profitti.

La disuguaglianza inaccettabile è che, ad esempio, le imposte sul lavoro sono mediamente più alte di quelle sulla ricchezza dovuta a prodotti finanziari.

Quando si vende un titolo azionario con un guadagno, viene tassata la differenza tra il prezzo di vendita (al netto delle commissioni pagate all’istituto bancario) e il cosiddetto prezzo di carico, o fiscale, ossia il valore di acquisto comprensivo delle commissioni. Su questa differenza si applica un’imposta del 26%. La stessa aliquota del 26% è applicata ai dividendi staccati dal titolo. Per le obbligazioni societarie l’imposta, su interessi e plusvalenze, è passata dal luglio 2014 dal 20% al 26%. In questa categoria sono comprese obbligazioni italiane ed estere. Anche le plusvalenze sui derivati (opzioni, future, swap, certificati o cfd) sono tassate al 26%.

I guadagni da titoli di stato come BTP (e BTP indicizzati), BOT, CCT e CTZ sono invece tassati al 12,5%.

Sugli stipendi da lavoro dipendente sono attualmente previsti 5 scaglioni di reddito, pagando le imposte alla fonte (qui nessuna evasione è possibile per il salariato) in base alla relativa aliquota Irpef, collocata in un range tra il 23% e il 43%.

A questa si sommano le addizionali Irpef comunali e regionali da versare agli enti locali, in base alla residenza. Le Regioni possono applicare l’imposta entro il tetto massimo di 3,3% mentre i Comuni entro lo 0,8%, tranne casi particolari (a Roma ad esempio è dello 0,9%).

Le imposte sui redditi da lavoro, appena si superano i 15mila euro lordi l’anno (tassati a 23%, ad esclusione della no tax area), vedono balzare le imposte ad una aliquota del 27%, superiore di un punto a quella sui prodotti finanziari. Se poi si superano i 28mila euro lordi – nei redditi da lavoro – si salta subito al 38%, ben 12 punti in più della tassazione sui prodotti finanziari.

Possiamo dirlo allora che nel nostro paese il vero problema della crescente disuguaglianza sociale, della mancata redistribuzione sia del reddito che della ricchezza, sono proprio i ricchi? In questi anni di crisi si sono arricchiti ancora di più a discapito del resto della popolazione e della spesa pubblica che viene tagliata sempre “perché non ci sono i soldi”.

Ma i soldi – come abbiamo visto – ci sono eccome, stanno solo e ancora nelle mani sbagliate, invece di essere messi a disposizione lì dove servono.

Eat the rich!

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21/03/2019

Flat tax, ancora tu...

Durante la campagna elettorale per le politiche, la Lega aveva promesso di tagliare le tasse a tutti attraverso la realizzazione del sogno liberista incarnato dall’iniqua ‘flat tax’. Quello che invece è uscito dal calderone della legge di bilancio è qualcosa di assai diverso. Ora, con l’avvicinarsi della campagna elettorale per le europee, la flat tax, nella sua versione più estesa, torna sulla scena. Tramite dichiarazioni di Salvini e del sottosegretario allo Sviluppo Siri, infatti, la Lega rilancia, promettendo un’estensione della tassa piatta “alle famiglie”, ovvero ai redditi da lavoro dipendente. Ne è seguita una bagarre politica con i 5stelle sui costi della possibile operazione con cifre che oscillano dai 59 (rapporto del MEF) ai 12 miliardi annui (studio interno della Lega). Sembra che lo studio leghista si riferisca all’applicazione della flat tax per le sole famiglie con reddito da lavoro dipendente fino a 50.000 euro, una possibile variante al vaglio assai più contenuta nei suoi effetti distributivi e nei suoi costi. Ma al di là delle scaramucce tra i partiti di governo, prima di conoscere i dettagli dell’effettiva proposta della Lega (se mai ve ne sarà una definitiva), è interessante sondare alcuni umori sul tema fiscale riemersi all’improvviso nel pubblico dibattito. Si tratta di una buona occasione per fare ancora una volta il punto sulle iniquità presenti e future del sistema tributario in Italia.

Tra i vari commenti di questi giorni spicca quello del centro studi Confindustria che, sulle pagine del Corriere della Sera, scrive un breve ma significativo articolo in cui, dopo alcune condivisibili critiche alle distorsioni generate dall’imposta sui redditi, vede nella “vera flat tax” una possibile entusiasmante soluzione.

Ma andiamo con ordine: in Italia vige un sistema di imposte sui redditi incentrato sull’Irpef e sull’Ires. La prima colpisce i redditi delle persone fisiche (da lavoro dipendente, autonomo e di impresa), mentre la seconda colpisce i redditi delle società di capitali. La progressività delle imposte sancita dalla riforma del 1974 è stata drammaticamente ridotta nel successivo trentennio dominato dalle politiche liberiste al punto tale che oggi la distanza tra le imposte pagate da un reddito molto elevato e un reddito medio o medio/basso è molto esigua.

L’iniziale obiettivo critico del centro studi Confindustria sembra proprio essere la perdita di progressività dell’Irpef nel tempo. Citiamone un passo significativo: “L’Irpef è ormai un’imposta irrazionale e sempre meno progressiva, tanto che sembra aver perso il principio della solidarietà su cui fu fondata”. Bene, da sottoscrivere. E si insiste: “L’aggrovigliato intreccio tra aliquote nominali e scaglioni, deduzioni e detrazioni, addizionali, ma anche bonus determina condizioni paradossali per cui aliquote medie diverse si applicano tra contribuenti con lo stesso reddito ma lavori differenti. Andamenti contraddittori e irrazionali dell’imposta si evidenziano anche lunga la scala dei redditi. In prossimità della fine della no tax area e dei cambi di scaglione si può osservare un sali e scendi repentino delle aliquote marginali effettive. Al superamento della soglia di esenzione, e per effetto delle addizionali locali è possibile registrare aliquote oltre il 100%: un vero e proprio disincentivo al lavoro.”

La critica sinora è puntuale e impeccabile. Entriamo, però, nel merito.

L’Irpef attuale è strutturata su 5 aliquote attribuite a 5 scaglioni di reddito ed ogni scaglione entra al margine nel computo dell’imposta finale da pagare. Detto in soldoni, come si può vedere nella tabella sottostante, fino a 15.000 si paga il 23%, da 15.000 a 28.000 il 27% etc. Se ho un reddito di 35.000 euro lordi annui pagherò quindi il 23% sui miei primi 15.000, il 27% sui successivi 13.000 (da 15mila a 28mila) e infine sugli ultimi 7.000 euro pagherò il 38%.

Scaglioni IRPEF Aliquote
Fino a 15.000 23%
da 15.000 a 28.000 27%
Da 28.000 a 55.000 38%
Da 55.000 a 75.000 41%
Oltre i 75.000 43%

Si perviene così alla cosiddetta imposta lorda. Il sistema prevede poi delle detrazioni ad hoc che variano a seconda della categoria lavorativa (da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione) che vanno sottratte all’imposta lorda per ottenere l’imposta netta. Essendo le detrazioni decrescenti al crescere del reddito, la loro applicazione rafforza la progressività e garantisce una fascia di esenzione fiscale che per il lavoro dipendente è pari a circa 8.200 euro e per quello autonomo a 4.800 euro.

Questo sistema presenta delle forti iniquità e distorsioni. Da un punto di vista più generale, basta rilevare come moltissimi redditi ad oggi sono sottratti alla progressività tramite l’assoggettamento ad imposte diverse (società di capitali, rendite finanziarie, rendite da affitto, regime dei minimi per lavoro autonomo di recente ampliato a 65.000 euro). Andando più nello specifico, ovvero nella struttura stessa dell’imposta, possiamo rinvenire macroscopiche iniquità.

La prima cosa che salta agli occhi è il fatto che non solo le cinque aliquote sono assai poco distanziate tra di loro (dal 23% al 43%), ma si associano anche ad una forbice di redditi molto limitata (da zero a 75.000). Impressionate se si pensa che nel 1974 esistevano 32 scaglioni spalmati su fasce di reddito fortemente distanziati, da 0 a redditi milionari. Questo significa che, oltre i 75.000 euro annui lordi tutti pagano la stessa imposta equiparando così un reddito lordo alto, ma non stellare a qualsiasi altro reddito elevato o persino milionario esistente oltre tale soglia.

Inoltre, pur considerando le detrazioni, si osserva facilmente come fasce di reddito assai eterogenee che dipingono scenari di benessere molto diversi ricadano sotto la stessa aliquota marginale (ad esempio da 15mila a 28mila o da 28mila a 55mila); mentre d’improvviso oltre le soglie fissate vi sia un salto di aliquota enorme (clamoroso quello dal 27% al 38%). Ciò da un lato concentra il carico fiscale di fatto sui redditi medio-bassi o medi (la vera salita incisiva infatti è soltanto fino al 38%), dall’altro crea, come ben rilevato dall’articolo citato, salti e distorsioni che portano in alcuni scatti l’aliquota marginale effettiva (intesa come l’imposta pagata sull’euro in più guadagnato) a livelli molto elevati e sproporzionati rispetto all’aliquota ricadente sull’euro precedente creando in effetti situazioni paradossali. In altri termini, ogni euro che guadagno (oltre i 15.000 euro) fino a 28.000 euro viene tassato al 27%. Se guadagno anche soltanto un euro in più (28.001 euro), quell’euro mi viene tassato al 38%, senza differenze rispetto a “tutti gli euro” che guadagno, fino a 55.000.

Ebbene per far fronte a questa bolgia di distorsioni e a questa manifesta perdita di progressività a tutto danno dei lavoratori e dei redditi più bassi, onestamente riconosciuta nell’articolo, cosa propone l’autrice? Proprio la flat tax, ossia la fine conclamata di ogni pur timido accenno alla progressività dell’imposta. E non la flat tax stracciona del governo pentaleghista, buona solo per un po’ di partite IVA, ma proprio “la vera flat tax”, quella per tutti, lavoratori, imprese e grandi società contenuta nel programma del centro-destra e in particolare nel programma della Lega nella versione al 15%.

Insomma, si individua la malattia del sistema fiscale nella perdita della progressività e nelle sue inique distorsioni e come cura si prospetta direttamente la morte del paziente, ovvero la fine della progressività. Non male! Evidentemente la manifesta incongruenza logica serve solo come artificio retorico per portare un’acqua fatta di argomentazione di buon senso, condivisibili da qualsiasi lettore, al mulino di un progetto fiscale sempre più regressivo cui Confindustria, risorse e austerità permettendo, da sempre strizza l’occhio e rispetto al quale, in verità, già ha ottenuto larga parte dei risultati auspicati negli anni passati con la neutralizzazione della progressività tramite vari espedienti. Un processo, quest’ultimo, che è stato possibile anche con la complicità delle progressive liberalizzazioni dei movimenti di capitale nel contesto europeo, che, da un lato, hanno facilitato la ricerca, da parte degli imprenditori, di regimi fiscali di maggior favore e, dall’altro, hanno costituito l’artificio retorico mediante il quale una classe politica complice ha potuto giustificare la riduzione della progressività delle imposte.

Ciò che serve davvero ai lavoratori e alle classi subalterne, in totale controtendenza rispetto alle proposte della Lega e degli industriali, è una ricostruzione integrale del sistema fiscale su fondamenti integralmente progressivi, essenzialmente basata su due pilastri:

1- la ricomprensione di tutti i redditi sotto il cappello della progressività riassorbendo tutti quei redditi da capitale che oggi ne sono di fatto esclusi;

2- la costruzione di un sistema di aliquote fortemente progressivo che anziché prevedere scaglioni a salti sia basato su una funzione continua crescente al crescere del reddito, con una forte gradualità di crescita delle aliquote specie nell’ambito dei redditi bassi e medio bassi e la ricomprensione di una scala di redditi associati alle aliquote crescenti infinitamente più ampia di quella esistente oggi.

Soltanto in questo modo sarà possibile ricostruire un sistema fiscale che sia non solo giusto, ma anche funzionale al sostegno della domanda aggregata e dell’occupazione, dal momento che i percettori di redditi più bassi hanno una più alta propensione media al consumo, ovvero consumano il proprio reddito in percentuale assai più elevata rispetto ai soggetti più ricchi. Ciò comporta che una redistribuzione dall’alto verso il basso produce sempre un aumento dei consumi aggregati. Inoltre, una minor disoccupazione, in ultima analisi, si associa ad un aumento dei salari e delle condizioni di vita dei lavoratori dando luogo così ad un vero e proprio circolo virtuoso favorevole alle classi attualmente più svantaggiate dalla dominanza pressoché incontrastata dell’ideologia liberista.

Lottare contro la flat tax significa, dunque, prendere posizione, nella lotta di classe, a favore di un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Per questa ragione è necessario contrastare in ogni modo le politiche del governo gialloverde, che giorno dopo giorno si rivela sempre di più nemico dei lavoratori e portaborse degli interessi dominanti.

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02/12/2018

Gilet gialli, davvero un mistero?


Il mistero dei gilets jaune francesi attraversa i notiziari e sconcerta, come sempre, le menti “di sinistra”. Intanto qualche leghista italico, che si confessa “commerciante”, prova ad appropriarsi del simbolo (il gilet che è obbligatorio tenere nell’auto) per consegnare a Salvini un pezzo di immaginario. A costo zero.

Il corto circuito mentale, in questo modo, è assicurato. “La sinistra” mediatica italiana – da Repubblica ai residui de il manifesto – conferma completamente il gioco salviniano, assegnandogli di default un movimento che, in Italia, non c’è e non si vede neanche all’orizzonte. Astuti come volpi, davvero...

Naturalmente non mancano i presunti “marxisti” che si dividono nei due campi (“marxisti per Salvini”, assolutamente a-problematici, e “marxisti per Macron”, assolutamente condannanti), alzando un polverone entro cui orizzontarsi è quasi impossibile.

In questo paese sembra diventato “normale” evitare qualsiasi analisi dei problemi oggettivi, o addirittura qualsiasi ricerca delle informazioni, limitandosi a decidere in base a tifoserie e schieramenti immaginari; utili soltanto a confermare se stessi nel proprio immobilismo.

Proviamo perciò a partire dai dati oggettivi.

a) Almeno 750.000 cittadini francesi (dati del sindacato di polizia diffusi 10 giorni fa, non degli organizzatori) sono ripetutamente scesi in piazza, anche sabato 1 dicembre, scontrandosi a lungo con la polizia. La protesta è partita dall’aumento del prezzo dei carburanti deciso dal governo agli ordini di Macron: il gasolio di 6,5 cent euro/lt e la benzina di 2,9 cent, portando il prezzo medio a circa 1,53 euro/lt. Prezzi comunque inferiori a quelli medi italiani. L’aumento è rappresentato soprattutto dalle accise (tasse governative), non da normali dinamiche “di mercato”, adducendo come motivazione la necessità “virtuosa” di iniziare a mettere in moto una transizione ecologica.

b) I protagonisti della protesta sono stati all’inizio soprattutto automobilisti e piccoli autotrasportatori dell’immensa campagna francese, degli insediamenti peri-urbani o delle grandi banlieues parigine (unica metropoli vera e propria del paese). Tutta gente che, per motivi di lavoro, deve percorrere ogni giorni discrete distanze in auto – in assenza di trasporti pubblici così ramificati ed efficienti da poterne fare a meno, presenti in pratica solo nella “piccola Parigi”, all’interno del Boulevard Périphérique – e che quindi vede una quota crescente del proprio reddito erosa dai costi di trasferimento.

A questa massa iniziale si sono poi via via aggiunti studenti, sindacati (fra cui la Cgt), comitati contro il razzismo e le violenze della polizia. I sondaggi riferiscono che l’84% della popolazione è solidale con la protesta (in pratica è la percentuale dei “non borghesi e non possidenti”).

Sappiamo benissimo che la classica analisi dei “marcsisti” (non quella di Marx) si concentra solo sulle dinamiche del salario (che sono ovviamente centrali), e quindi considera “di classe” soltanto le proteste organizzate intorno a questo tema.

Sappiamo altrettanto bene come – invece – le dinamiche sociali e di classe seguano molte altre strade, altrimenti non si potrebbero classificare come “di classe” movimenti come l’occupazione delle terre, il Sessantotto, il Settantasette, e infiniti altri che hanno caratterizzato il dopoguerra in tutto l’Occidente.

La protesta dei Gilets Jaune è partita contestando un prezzo, non il livello del salario (inizialmente). Per la precisione, un prezzo determinato in gran parte dalla tassazione indiretta, ovvero una decisione politica del governo in carica.

Una decisione che modifica la struttura dei consumi, perché costringe a spendere di più per alcuni beni e meno per altri. Tocca dunque chiunque stia al di sotto di una certa soglia di reddito, indipendentemente dal lavoro che gli consente di avere quel reddito. In questo senso è una protesta moderatamente interclassista, che coinvolge lavoratori salariati, partite Iva (o come si chiamano in Francia), piccolissimi imprenditori (dai negozianti al minuto ai “padroncini” del trasporto merci).

Chi gira in Porsche, insomma, non viene leso dall’aumento del prezzo del carburante. Anzi, magari è contento perché incontra meno traffico...

Stabilita questa relativa atipicità della protesta dei Gilets Jaune, viene da chiedersi: ci sono state, nella Storia, altre proteste popolari innescate da aumenti del prezzo di una merce decisi da un governo?

Decisamente sì. Basta ricordare quelle per il pane, a fine ‘800, in Italia. O quelle di fine ‘700, in Francia, che resero famosa una regina cretina che consigliava di distribuire brioches al popolo che chiedeva pane...

Si dirà che il pane è una merce-salario di cui non si può fare a meno, perché bisogna pur mangiare per riprodurre la propria forza lavoro.

Giusto, ovviamente. Solo che la composizione attuale del paniere delle merci-salario è molto diversa da quella di oltre un secolo fa. Allora la forza-lavoro era geograficamente inchiodata nei pressi dei luoghi della produzione: i quartieri intorno alle fabbriche, i contadini nelle masserie, ecc. Il pane costituiva buona parte della dieta alimentare del popolo intero (anche di artigiani, servitori, piccoli commercianti, ecc).

Oggi il pane è una componente minima di quel paniere, pressoché irrilevante (spendiamo per questo, forse, 2 o 3 euro al giorno, in una famiglia di almeno tre persone). Al contrario, il costo del trasporto incide molto più pesantemente, e in proporzione al chilometraggio quotidiano. Un lavoratore (dipendente o autonomo) che debba percorrere 1.000 km al mese (30 al giorno) spende solo di carburante almeno 100 euro; o il doppio, se costretto a farne 2.000. Ecc.

Ma mentre un imprenditore, di qualsiasi dimensione, può provare a scaricare sui clienti in tutto o in parte gli aumenti, un salariato non può neanche pensarci.

Dev’essere per questo, crediamo e sappiamo, che nella piattaforma rivendicativa dei Gilets Jaune è venuto fuori, tra gli altri punti, anche l’aumento del salario minimo.

Solo chi è abituato a pensare in termini tardo-novecenteschi può dunque qualificare, spesso senza neanche informarsi bene, questo movimento come “di destra”. Solo chi immagina che “le masse” siano ancora obbedienti a questo o quel “partito di massa” (come erano comunisti, socialisti, democristiani, fascisti, gollisti, ecc.) può dunque credere che, siccome non c’è un partito di sinistra che l’abbia promosso e organizzato, allora deve essere per forza “di destra”. E dire che i risultati elettorali degli ultimi 20 anni, in tutta Europa, dovrebbero aver fatto capire qualcosa anche ai più ottusi...

Al contrario, un movimento popolare di queste dimensioni diventa oggettivamente un campo di battaglia tra forze politiche diverse (escluse quelle di governo, ovviamente), in cui ci si gioca la possibilità di indirizzarlo in un senso o in un altro. Ma anche quando le “nostre” forze soggettive – quelli più simili a noi – fossero troppo deboli per conquistare la direzione unica di un movimento così, in ogni caso potrebbero accrescere la propria influenza. Uscirne insomma più forti di prima.

Chi ne resta fuori, invece, e magari si unisce a Macron (e al Pd e a il manifesto, qui da noi) nella condanna, in realtà sta decretando la propria morte politica per decine di anni a venire.

E’ la Storia, bellezza! Il conflitto sociale non si presenta mai in forma pura e ogni volta bisogna sapersi conquistare un ruolo. Non ce lo garantisce nessuno, tantomeno se si viene da sconfitte storiche.

P.s. Un discorso a parte, ma nemmeno troppo, va fatto sulla “transizione ecologica”. Che è ovviamente una necessità assoluta di tutta l’umanità, pena l’estinzione tra atroci tormenti. Ma c’è parecchio da interrogarsi se questo obbiettivo possa essere perseguito a là Macron – aumentando i prezzi dei carburanti che la gente è costretta ad usare per vivere e lavorare (se potessero avere auto pulite allo stesso prezzo di quelle inquinanti il problema non si porrebbe in questi termini) – oppure mettendo mano radicalmente al modello di sviluppo. Che pone insomma la domanda: chi paga questa transizione? I salariati, riducendo il proprio tenore di vita, o i capitalisti senza limiti?

Tema vasto ed epocale, come si vede, che non ce la fa ad essere ristretto in solo articolo.

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18/05/2018

Un governo che può portare rogne

In queste ore, molti si stanno esercitando nello studio del “contratto di governo” tra Lega e M5S. Le parti evidenziate in giallo e in rosso indicano i punti ancora aperti e quelli di divergenza. Almeno nove di quelli in rosso segnalano snodi strategici nell’indirizzo di un possibile governo emerso dal fatto che più del 50% degli elettori il 4 marzo abbiano espresso – in forme diversissime tra loro e con una buona dose di eufemismo – un voto ritenuto “anti-establishment”.

L’articolo degli economisti del collettivo Coniare Rivolta, pubblicato in altra parte del nostro giornale, evidenzia bene alcuni di questi snodi e le loro contraddizioni. Ma ci sembra di poter affermare con sicurezza che il problema principale resti quello ribadito dal commissario europeo Katainen: “Le regole del Patto di Stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione europea concederà eccezioni a chiunque”.

Del resto le indiscrezioni emerse giovedì dal vertice europeo di Sofia, così come l’editoriale oggi di Le Monde, ci restituiscono la concretezza dei diktat dell’Unione Europea su qualsiasi orizzonte di governo che non preveda una loro rottura come presupposto necessario per poter realizzare politiche economiche, sociali e internazionali basate sulle esigenze del paese e non su quelle dei “mercati”.

Appare evidente che il governo ancora in fasce debba conciliare nella sua azione cose molto diverse, non sempre incompatibili ma comunque diverse. Ad esempio, una politica sociale formalmente “più avanzata” su alcune questioni, rispetto a tutti gli esecutivi subalterni a Bruxelles degli ultimi 25 anni, ma accompagnata da una criminalizzazione della povertà, come desumibile dal capitoletto sulle occupazioni di case (unico riferimento all’enorme emergenza abitativa esistente nel paese), infilato tra quelli sul gioco d’azzardo e la sicurezza stradale. Viene infatti lì riproposta una soluzione all’emergenza abitativa in base alle sole “fragilità” (handicap, anzianità, figli piccoli) e non alla condizione economica.

Colpisce poi il fatto che i centri di accoglienza per immigrati debbano o no “rispettare i diritti umani”, sia i tra i punti evidenziati in rosso (su cui ancora non c’è un accordo tra i due partiti), come se ci fosse qualche dubbio sull’appartenenza dei migranti alla razza umana. “In compenso” si propone di sottrarre ai privati la gestione di questi centri e di affidarli ad un soggetto pubblico come le regioni.

Le prese in giro non mancano. Si mantiene per esempio il tema decisivo del “reddito di cittadinanza”, ma sparisce la quantificazione dei fondi necessari a realizzarlo; con il sospetto che rimanga perciò solo una parola senza effetti pratici.

Sulla tassazione, oltre all’orrore economico e sociale della Flat Tax, c’è uno spunto “interessante” che porterebbe – ove realizzato – la tassazione per le imprese su due sole aliquote (il 15 e il 20%). Sembra un dettaglio tecnico, ma occorre ricordare che la tassazione sui titoli di stato è al 12,5% (sale al 26 in caso di vendita prima della scadenza, ovvero nella normale attività di trading), mentre quella sugli altri prodotti finanziari è del 20%. Tenendo conto che, nella composizione della ricchezza privata, il 44,5% è rappresentato da prodotti finanziari e solo il 4,5% da beni materiali (il restante 51% è ricchezza immobiliare), fino ad oggi la tassazione è stata più pesante su quel 4,5 di beni materiali che non sul 95,5% di rendita finanziaria e immobiliare.

Ma, alla fine della giostra, quale sarà il coniglio che uscirà da questo cilindro? Un programma di governo contraddittorio, regressivo su alcuni punti e “innovativo” su altri. Magari con la pretesa contraddittoria di cedere su tutta la linea sui vincoli esterni (Ue e Nato), legandosi quindi mani e piedi nella gabbia europea, ma provare a tener buona la deep society (la pancia profonda del paese) con le misure contro gli immigrati, gli sgomberi delle case occupate e il mantra di una “legalità” senza giustizia sociale.

C’è insomma la consapevole ricerca di una linea di governo in grado di attirare consensi indicando “nemici facili”, ossia più deboli, nell’eterna riproposizione della guerra tra poveri di fronte a risorse scarse (per gli effetti dell’austerità imposta dai vincoli europei, oltre che dal permanere della crisi economica).

Alla luce di quanto siamo riusciti a decrittare finora nel contratto di governo, possiamo dire che tre questioni decisive costituiscono l’oggetto del contrasto politico tra il nostro mondo e il programma del “nuovo esecutivo”:
a) la subalternità e la non rottura con il vincolo esterno (i diktat dell’Unione Europea e la Nato);
b) l’assoluta sottovalutazione delle emergenze sociali, soprattutto su reddito, abitazioni, Meridione e tutela dei territori;
c) la tendenza alla semplificazione, e dunque alla soluzione autoritaria, dei problemi sociali.

Su altre questioni occorre ammettere di aver visto palesarsi ipotesi parecchio diverse rispetto a quelle messe nero su bianco dai governi di centro-destra e centro-sinistra degli anni precedenti. Il che costituisce un problema serio, non risolvibile con la pura e semplice condanna dei punti più infami. Del resto non è una novità che la reazione “populista” si presenti sempre in forme differenti dal liberismo puro e semplice, perché seleziona alcune figure sociali che annuncia di voler difendere assicurando che saranno altre a pagare il prezzo di quel “salvataggio”. E’ qualcosa di più della sola guerra tra poveri, attiene anche alla scomposizione e/o sopravvivenza di pezzi di borghesia nazionale.

Se vogliamo combattere con efficacia la partita che si va aprendo, bisogna inquadrare bene la sua natura.

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Così, a naso, sembra palesarsi una strutturazione della società modello "forconi".

29/04/2018

Italia: oltre 300 000 donne madri, sole e a rischio di povertà

È uscito qualche giorno fa sul Sole 24 ore un report che fa il punto sulla condizione di una particolare categoria di lavoratrici, quella delle “mamme che vivono da sole”.

Il rapporto segnala che sono un milione e 34 mila in Italia le famiglie monogenitoriali, e di queste, quasi un milione sono donne, che vivono con almeno un minore a carico (quasi il 40% con 2 figli a carico e il 9% con ben 3 figli). Una condizione, secondo l’ISTAT, che è in crescita esponenziale dagli ultimi decenni.

Rispetto al passato aumentano le madri single, anche se diminuisce il numero di figli a loro carico, in continuità con il dato generale per cui “la gente non fa più figli”.

Rispetto agli anni '80 probabilmente la consapevolezza dell’emancipazione, ma anche la consapevolezza della maternità, e le difficoltà economiche che si affrontano per crescere un figlio, fa gioco forza nella diminuzione del numero di minori a carico, ma i dati sulla condizione sociale che le donne madri sole si ritrovano a vivere è abbastanza allarmante. Oggi avere un figlio, e non avere un welfare adeguato per sostenere la sua crescita in modo dignitoso, non è più un dovere dello Stato, anzi, per il libero mercato sta diventando un peso, un “costo” da ridurre.

Come vivono queste donne? Secondo l’ISTAT almeno due terzi di esse lavorano, ma il dato interessante è che rispetto a 10 anni fa, questa percentuale si è abbassata, mentre è in aumento quella delle donne madri single in cerca di lavoro e che non riescono a trovarlo. Di certo, la recente sentenza della Corte di giustizia europea che avalla la possibilità per le aziende di licenziare donne in gravidanza non aiuta la situazione, già difficile, di una donna madre che può contare solo su se stessa, anzi. La donna-madre-lavoratrice diventa un peso morto che si può e si deve sacrificare in nome del profitto.

Alle donne disoccupate o casalinghe, o a quelle in cerca di lavoro, lo Stato offre sperimentalmente un “premio alla nascita”, che per quest’anno è di 800 euro, un bonus natalità per due anni (di 80 o 160 euro al mese a secondo dell’Isee), un bonus asilo nido, i cui fondi però vengono rinnovati ogni anno... finché ci sono.

E’ facile capire che con un welfare pressoché inesistente, in cui tutto si paga, dalla maternità, all’asilo, alla scuola alle attività sportive e di doposcuola, molte di queste donne preferiscano (o siano portate a preferire) un lavoro part-time, per dividersi tra la necessità di avere un reddito e di accudire anche un figlio.

Il risultato allarmante riportato anche dal Sole 24 ore, è che il 43,7% di queste donne (e di conseguenza pure la prole) è a rischio di povertà o di esclusione sociale (contro il 29.3% delle donne che vivono in coppia), e ben l’11.8% vive in condizioni di povertà assoluta. Si tratta di più di 300.000 donne nel primo caso, e di quasi 100.000 nel secondo.

Tutto ciò esprime una condizione sociale che è ben più che allarmante e che nel prossimo futuro potrebbe rischiare di peggiorare. Una condizione assai lontana dall’essere una questione di autodeterminazione della donna, che decida consciamente o inconsciamente come vivere la sua vita e la sua funzione riproduttiva. L’abbandono di qualsiasi forma di sostegno alla famiglia da parte dello Stato, tanto più se monogenitoriale, sta creando delle sacche di povertà sempre maggiori, ma soprattutto è destinata a creare un vortice che coinvolgerà con larghe possibilità anche le generazioni future. Dietro questi dati, quello che si sta esprimendo è un altro lato oscuro della guerra di classe in atto (dall’alto) in questa fase storica, in cui se sei povero o sei in difficoltà, non potrai che diventare più povero e più in difficoltà.

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19/03/2018

Redditi dei politici: una questione che non possiamo delegare al populismo?

Nel discutere circa la vocazione populista o meno di un soggetto politico/elettorale nascente come Potere al Popolo uno dei temi su cui sarebbe necessario un approfondimento è quello delle indennità dei politici e in particolare dei membri del parlamento. Bisogna sottolineare tale problema? O sarebbe un’indebita concessione al populismo dei Cinque Stelle?

Come premessa a questo augurabile approfondimento di natura culturale e programmatico ci permettiamo di evidenziare alcuni punti:

- un soggetto che si rifà anche al comunismo dovrebbe analizzare con molta attenzione i problemi derivanti dalla riproduzione del ceto politico visto che tali problemi hanno condizionato spesso anche le esperienze rivoluzionarie che si sono tentate nel secolo scorso.

- Un soggetto che abbia una salutare diffidenza per la democrazia rappresentativa dovrebbe essere molto attento a quelle dinamiche che rendono la rappresentanza più difficile quali le differenze tra rappresentanti e rappresentati per quel che riguarda le condizioni materiali, i livelli di reddito, la scala delle priorità etc.

- Una delle verifiche che bisognerebbe fare è collegare il livello di corruzione politica presente in Italia e il livello delle indennità percepite in ambito istituzionale per capire se tale livello abbia scongiurato una forte incidenza della corruzione nella vita politica del paese. Ad uno sguardo superficiale sembrerebbe di no.

- Sarebbe opportuno individuare i legami tra alte indennità legate alla rappresentanza istituzionale e la distribuzione del reddito in senso più generale. Ad es: vedere a quale livello di reddito appartenga chi fa per un certo numero di anni attività politica, tenendo presente che è possibile aggiungere all’indennità un reddito da lavoro spesso legato ad attività professionali di alto profilo con conseguenze negative anche sull’efficienza dell’attività politica stessa (questo sia a causa dell’impegno collegato al lavoro professionale sia a causa di eventuali conflitti di interesse che ne potrebbero derivare).

- Sarebbe necessario fare una comparazione tra indennità parlamentari esistenti in diversi paesi. Quelle italiane a prima vista sembrano tra le maggiori in Europa anche se alcune valutazioni impropriamente aggiungono alle indennità anche le somme destinate ai collaboratori parlamentari e questo riequilibrerebbe la situazione. Questo però trascura il fatto che le somme destinate ai collaboratori parlamentari rientrano nei costi della politica ma non nei redditi dei nostri rappresentanti. Inoltre i pochi spiccioli dati ai collaboratori parlamentari sono in Italia forniti dalla voce “attività e segreteria” per cui alla fine la comparazione più corretta sarebbe quella in cui si sommano l’indennità netta e le diarie e rimborsi vari, somma che vede i parlamentari italiani ancora in vantaggio sui colleghi europei. Questo senza contare i vitalizi successivi ai mandati che vedono gli italiani saldamente in testa rispetto a francesi, inglesi e tedeschi.

- L’obiezione per cui questioni del genere sono monopolizzate da partiti populisti non crediamo sia cogente. Questi ultimi sovrastimano un'ipotetica soluzione del problema delle indennità rispetto al problema del rigore finanziario ed amministrativo. Essi cioè non collegano questo tema alla questione della distribuzione del reddito ma a quello della riduzione della spesa pubblica. Una organizzazione come la nostra invece potrebbe collegarlo simbolicamente alla affidabilità dei rappresentanti rispetto ai rappresentati, alla più veloce rotazione delle cariche pubbliche, al maggiore controllo popolare dell’attività politica, alla maggiore partecipazione democratica nel nostro paese, al finanziamento pubblico dei partiti e degli organi di informazione e alla democratizzazione delle istituzioni intermedie così come prevede pure il dettato costituzionale.

- Sarebbe anche necessario studiare come lo status di parlamentare abbia condizionato la quasi completa subordinazione del singolo esponente politico ai gruppi parlamentari di appartenenza (subordinazione che ha reso molto più efficienti le controriforme sociali approvate dai parlamenti negli ultimi anni). Valgano su tutte le indecisioni amletiche (e spesso ridicole) di esponenti come Pippo Civati e Stefano Fassina.

- A questo proposito sarebbe giusto approfondire anche eventi classificabili nel trasformismo parlamentare che hanno determinato in negativo la vita stessa dei governi degli ultimi anni (si pensi alle vicende legate all’onorevole De Gregorio o ai vari Mastella, Razzi etc.). Il fine di mantenere più a lungo i privilegi legati all’attività parlamentare potrebbero aver avuto un ruolo in questi eventi.

- Infine vale la pena analizzare il progressivo spostamento a destra di partiti come il Pd e come quelli della cosiddetta Sinistra radicale (si pensi a tal proposito alle scissioni dei Comunisti Unitari e di Sinistra e Libertà) e di singoli politici con onorevoli che hanno fatto il giro di molti gruppi parlamentari (a parte i casi pittoreschi di Maria Fida Moro e Dacia Valent spicca la vicenda di Gennaro Migliore che da Rifondazione è passato a Sel e poi al Pd). Ci si può domandare se lo status e i privilegi legati all’attività parlamentare non abbiano avuto un ruolo nel plasmare sia le convinzioni politiche sia le prospettive future di tali organizzazioni.

Insomma la questione delle indennità dei parlamentari e della loro collocazione nelle diversità di reddito interne alla società italiana più che una questione populista sembra un importante tema politico consegnato, spesso, ai populisti per mancanza di coraggio e di consequenzialità.

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