Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/10/2025

La commedia di Meloni sulla tassazione alle banche, ancora una volta

Ci sarà tempo per analizzare più attentamente le varie voci della legge di bilancio. Anche su questo giornale abbiamo accennato a qualche riflessione, ma ora che il testo del Consiglio dei Ministri è stato licenziato si potrà dire qualcosa in più. A partire dall’elemosina di 20 euro alle pensioni minime e dal rinvio dell’aumento dell’età pensionabile... in pratica a chi sarà al governo nella prossima legislatura.

Quello che sappiamo per certo è che il fulcro sarà l’aumento delle spese militari secondo i vincoli NATO, e le coperture arrivano per lo più da tagli al resto secondo i vincoli della UE. Un combinato disposto di povertà e morte, ormai difficile da nascondere. Ma è anche il caso di analizzare come si è risolta la diatriba che ha scosso momentaneamente il governo: quella sulla tassazione degli extraprofitti bancari.

Come già era successo in passato, da una parte c’è la Lega, che si erge a paladina dei piccoli imprenditori, e anche di tanti piccoli evasori, affermando che il contributo delle banche è “doveroso e ragionevole”. Dall’altra Forza Italia, che con Tajani ci ha tenuto ad affermare che una tassa sugli extraprofitti è un “concetto da Unione Sovietica”.

Nel caso, ce lo rivendichiamo, in un paese in cui persino il Presidente della Repubblica, che ha firmato di tutto e di più, ha sottolineato come la maggior parte delle entrate fiscali provenga da dipendenti, pubblici e privati, e pensionati. Ma ciò che è interessante è come alla fine abbiano trovato un accordo i tre partiti di governo.

Nella manovra vi sono una serie di interventi che si stima dovrebbero garantire un gettito pari a 4,3 miliardi per i prossimi due anni, e altri 2,5 miliardi nel 2028. Un totale di circa 11 miliardi nel triennio a venire. I pilastri di questo ‘prelievo’ sono sostanzialmente due: l’aumento dell’Irap e, appunto, questo contributo volontario sugli extraprofitti, che va però sviscerato per comprenderlo a pieno.

Per quanto riguarda l’Irap, l’importo dovuto aumenterà di 2 punti percentuali, dal 4,65% al 6,65% per le banche e dal 5,9% al 7,9% per le assicurazioni. Al riguardo, però, Lando Maria Sileoni, segretario generale della Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), ha già messo in chiaro chi sarà a pagare lo scotto del provvedimento, alla fine.

“Esiste la possibilità teorica – dice Sileoni – che le tasse in più vengano recuperate con maggiori costi sui servizi pagati dalla clientela, come i conti correnti”. Non solo, quindi, è stato già indicato dove le banche recupereranno l’aumento dell’Irap, ma l’incremento dei costi legati ai servizi era già stato messo in conto con la riduzione dei tassi di interesse e dunque con la riduzione dei margini di profitto su prestiti e mutui. Ora le banche hanno pure il capro espiatorio per la loro rapacità.

Per quanto riguarda poi il contributo volontario sugli extraprofitti, è sempre Sileoni a chiarire il meccanismo che, tirate le somme, andrà a favorire le banche. Non c’è, infatti, una tassa sui bilanci di quest’anno, ma la possibilità di svincolare ora i miliardi degli extraprofitti del 2023 messi a riserva, e pagare immediatamente su di essi un prelievo comunque dovuto entro il 2029.

Sileoni storce il naso di fronte a un sistema che, nei fatti, è molto poco ‘volontario’: “chi vuole pagare nel 2026 paga il 27,5%, altrimenti rischia di pagare il 40% nel 2029”. La realtà, però, è che il governo sta facendo un favore alle banche, riducendo il contributo che sarebbe dovuto, per recuperare immediatamente soldi e mascherando il tutto come impegno degli istituti per la collettività.

Quanto effettivamente verrà tolto alle casse dello stato è chiarito in un prospetto pubblicato dall’ANSA e che riportiamo qui a sinistra. Il contenuto è inequivocabile: sono 700 i milioni di euro in meno che arriveranno al bilancio, garantendo così di potersi intascare una porzione maggiore degli extraprofitti incassati. Il contrario di una misura perequativa.

Inoltre, stando a una sentenza del primo agosto della Corte di giustizia UE, poiché l’Irap sul 50% dei dividendi incassati dalle partecipate estere delle banche italiane è stata valutata come illegittima, lo stato ha già previsto un esborso di circa 1,5 miliardi di euro per pagare i rimborsi che verranno chiesti: quasi tutto quello che verrà preso verrà nei fatti restituito.

Un gioco delle tre carte, con il quale Salvini può dire di aver difeso i lavoratori, Tajani le banche, Meloni di aver trovato i fondi necessari per aumentare le spese militari, gli istituti bancari e assicurativi di essere stati costretti a pagare più di quanto dovevano per il bene di tutti... recuperando poi buona parte del contributo. E coloro che ci andranno a perdere, nei fatti, saranno solo lavoratori e pensionati
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01/04/2023

Delega fiscale: Meloni fa pagare solo i lavoratori (seconda parte)

Veniamo quindi alla seconda parte della delega, dedicata alle imprese. Qui il piatto forte è il “progressivo superamento/abolizione dell’IRAP (imposta che, lo ricordiamo, è finalizzata in particolare al finanziamento del sistema sanitario), ma soprattutto la riduzione dell’IRES, cioè la principale imposta sulle società.

Attualmente i profitti delle società sono tassati al 24%, anche in questo caso con una ininterrotta tendenza al ribasso nel corso degli anni (per fare un esempio, la tassazione era al 37% nel 2000). Anche se i numeri precisi della nuova IRES ancora non ci sono, il Governo parla pubblicamente del 15% (quindi un mega-taglio di ben 9 punti percentuali, un vero regalo alle imprese), con un meccanismo che dovrebbe istituire un “periodo di osservazione” di due anni durante il quale i risparmi fiscali dovrebbero essere reinvestiti all’interno dell’impresa e non essere distribuiti sotto forma di utili per mantenere il beneficio dell’imposizione ridotta. Una formula del tutto oscura (ad esempio per quanto concerne le modalità di reinvestimento, che potrebbero riguardare tanto le nuove assunzioni quanto nuovi investimenti in macchinari) con un periodo di osservazione comunque troppo breve per assicurare la salvaguardia dei livelli occupazionali, e che in teoria dovrebbe sostituire la miriade di agevolazioni fiscali alle imprese che già oggi fanno sì che il livello effettivo di tassazione sia ben al di sotto di quello nominale del 24%.

E qui veniamo alle motivazioni addotte dal Governo per questo regalo alle imprese, forse anche più preoccupanti del provvedimento in sé. Nel 2024 infatti entrerà in vigore anche in Italia la Global Minimum Tax, cioè un’imposta sui profitti delle multinazionali più grandi che, a prescindere da dove spostano i profitti grazie alla mobilità internazionale dei capitali, dovranno pagare un’imposta effettiva (appunto non nominale, ma rapportata agli utili effettivamente conseguiti) almeno del 15%. Avremo modo di tornare in futuro su questa imposta, e soprattutto sui suoi evidenti limiti. Per il momento, però, evidenziamo quale sia la logica perversa dietro questa scelta. In sostanza, il Governo argomenta così: “ma se facciamo pagare il 15% alle multinazionali, perché le nostre imprese dovrebbero pagare di più?”. Ciò che si innesca, quindi, è una continua corsa verso il basso quindi, con buona pace di una misura (appunto la Global Minimum Tax) venduta come una rete di protezione verso la concorrenza fiscale, e che invece contribuisce a spostare sempre più in basso l’asticella del livello impositivo sulle imprese.

Si tratta di un ragionamento nel quale si confrontano due diverse esigenze di questo Governo: da una parte la tensione ad abbassare il più possibile le tasse per le imprese, dall’altra la necessità di garantire la tenuta delle finanze pubbliche, in ossequio alle norme europee. La seconda di queste forze è un’esigenza del sistema, e spiega perché si stia provando a far pagare qualcosa alle multinazionali senza far saltare, al contempo, quel minimo di tassazione sulle imprese “nazionali”. In sostanza, il governo Meloni sta provando a mediare tra le esigenze di padroni internazionali e padroni nazionali, chiedendo un minuscolo sforzo ai primi, ma solo per favorire i secondi in termini di minori tasse.

Del resto, sulla riduzione delle aliquote di imposta sui profitti delle società siamo in buona (anzi cattiva) compagnia con quasi tutti gli altri paesi, come mostrato anche in un recente studio del Fondo Monetario Internazionale e riassunto nel grafico sottostante, che evidenzia come le imposte sui redditi delle società (CIT, Corporate Income Tax) si siano ridotte considerevolmente quasi ovunque.

Infine, la delega si occupa della parte dei “procedimenti” di entrata, che comprendono le fasi della dichiarazione, l’accertamento, il contenzioso e la riscossione. Se la riforma dei tributi mostra una connotazione chiaramente classista, questa sezione mostra una faccia, si potrebbe dire, “banalmente cattiva”. Al grido di “semplificare i procedimenti” e “garantire i diritti dei contribuenti”, infatti, i vari procedimenti (in primis quello di accertamento) vengono in realtà complicati e disseminati di mille micro-oneri procedimentali, in modo da rendere praticamente sempre più difficile il lavoro dell’Agenzia delle Entrate (peraltro una delle pubbliche amministrazioni più depotenziate di personale nel corso di questi anni) e al tempo stesso offrire vie di fuga che di fatto però (attenzione!) saranno accessibili non a tutti, ma solamente a chi può permettersi di pagare onorari importanti a commercialisti ed avvocati. Un Governo quindi forte con i deboli, ma ben attento a fornire sponde a chi decide di risolvere la questione fiscale “in proprio” semplicemente evadendo le imposte. E qui il cerchio si chiude in quanto, come riportato anche nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva per l’anno 2022, il lavoro dipendente è l’unica forma di reddito che paga per intero le imposte dovute. Ed è anche la forma di reddito su cui si sentono di più le conseguenze dell’autonomia finanziaria delle regioni. È notizia degli ultimi giorni che la Regione Lazio ha aumentato l’addizionale regionale IRPEF al 3,3% per tutti gli scaglioni di reddito tranne il più basso. Per fare un esempio, ciò vuol dire che per i redditi compresi tra 15.000 e 28.000 euro si passa dal 2,73 al 3,3 per cento.

Per chiudere, non serve aspettare la mitica flat tax per tutti (potrebbe pure non arrivare mai nei fatti) per affermare che la delega fiscale non è solo iniqua, avvantaggiando i redditi più elevati, ma anche classista, rappresentando un attacco scientifico al lavoro dipendente. Peraltro, non si può neanche dire che sia innovativa, in quanto come abbiamo visto la progressività fiscale e la tassazione degli utili societari sono sotto attacco da decenni; in questo senso è notevole (anche in questo campo) la continuità fra questa proposta di riforma del fisco e quella già avanzata a suo tempo dal Governo Draghi (comica a questo riguardo la reazione del partito di Calenda, che cavallerescamente ha assicurato che non avrebbe chiesto i “diritti d’autore”).

Tirando le somme, può essere utile sottolineare due caratteristiche di questa legge delega che rendono evidenti le sue connotazioni ideologiche. La prima è l’idea che la riforma del fisco serva innanzi tutto a sostenere la crescita dell’economia (una convinzione tipica di chi, nonostante le numerose evidenze empiriche, attribuisce importanza sproporzionata al lato dell’offerta). La seconda è che la delega, a dire del Governo, non dovrà comportare alcun aggravio al bilancio dello Stato: ancora una volta quindi il Governo Meloni ribadisce la propria adesione ai precetti (europei e non) dell’austerità, preparandoci a un futuro di ulteriori tagli, in particolare alla spesa sociale dello Stato.

Trattandosi di una legge delega, la battaglia sarà lunga e sarà necessario mantenere le coordinate per trovare i modi e le proposte migliori per contrastarla.

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15/03/2023

Riforma fisco: nessun effetto redistributivo, ma aumento delle diseguaglianze sociali

Potrebbe essere questa la sintesi dell’annunciata riforma fiscale del governo Meloni che si inserisce perfettamente nel solco di quelle politiche che nel corso dei decenni hanno smantellato il principio costituzionale della progressività dell’imposta e disegnato un Fisco smaccatamente pro impresa.

Dopo l’estensione della flat tax ai redditi dei lavoratori autonomi fino a 85.000 euro, dopo la truffa del taglio del cuneo fiscale che, a fronte di una emergenza salariale senza precedenti, ha portato nelle tasche dei lavoratori dipendenti dai 20 ai 30 euro mensili in più, la riforma fiscale che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri nelle prossime settimane interviene principalmente su tre aspetti:

– ulteriore riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef, avvantaggiando principalmente i redditi più alti, mentre per i redditi più bassi l’intervento sarà svantaggioso o risibile in termini di benefici economici;

– revisione dell’Ires con la riduzione dell’attuale aliquota del 24 percento per le imprese che investiranno in sviluppo e beni strumentali;

– abolizione dell’Irap con tutto ciò che ne conseguirà in termini di ridimensionamento del nostro già martoriato servizio sanitario nazionale.

Insomma dalla delega fiscale non perviene alcuna risposta a quell’emergenza salariale che sta drammaticamente colpendo i salario dei lavoratori ma solo l’ennesima conferma dell’utilizzo della leva fiscale come strumento per acuire le diseguaglianze sociali.

Abolire l’iva sui beni di prima necessità, ripristinare una forte progressività dell’imposta abbassando le aliquote sui redditi bassi e alzando quelle sui redditi più alti ricomprendendo i redditi da attività finanziaria all’interno dell’Irpef, alzare l’aliquota societaria, prevedere un piano massiccio di assunzioni per combattere davvero l’evasione fiscale e introdurre un prelievo sulle grandi ricchezze che, facendo salvi i risparmi accumulati in anni di lavoro, le prime case o quelle per mero valore d’uso, colpisca le grande ricchezze.

Queste le proposte che USB consegna al Governo nell’incontro sulla delega fiscale, al fine di riallineare il Fisco a principi di giustizia sociale e alla nostra Carta costituzionale.

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11/03/2023

Il fisco secondo il governo Meloni: uno strumento di ingiustizia sociale

Prosegue inesorabile la strada verso lo smantellamento della funzione sociale e redistributiva del Fisco. Dopo la riforma fiscale del governo Draghi che ha ridotto le aliquote Irpef da 5 a 4, agevolando il segmento medio alto (ovvero chi guadagna dai 55.000 euro in su), è ora la volta della riforma fiscale del governo Meloni.

Dopo l’estensione della flat tax ai redditi dei lavoratori autonomi fino a 85.000 euro, dopo la truffa del taglio del cuneo fiscale che, a fronte di una emergenza salariale senza precedenti, ha portato nelle tasche dei lavoratori dipendenti dai 20 ai 30 euro mensili in più, è ora la volta dell’annunciata riforma fiscale che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri nelle prossime settimane e intervenire principalmente su tre aspetti: ulteriore riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef, revisione dell’Ires e abolizione dell’Irap.

Sul fronte della riduzione degli scaglioni Irpef sono allo studio due ipotesi che hanno, comunque, come obbiettivo comune accorpare i due scaglioni centrali: (redditi da 15mila a 28mila euro con aliquota Irpef attualmente al 25% e da 28mila a 50mila euro con aliquota attualmente al 35%).

Attualmente, come è noto, le fasce Irpef sono quattro: il 23% fino a 15mila euro, il 25% da 15mila a 28mila euro, il 35% da 28mila a 50mila euro e il 43% oltre questa.

Nella prima ipotesi di riforma resterebbe l’aliquota al 23% per i redditi fino a 15mila euro, poi ci sarebbe uno scaglione del 27% fino a 50 mila euro e un’imposta al 43% per i redditi oltre i 50mila euro. In questo caso i vantaggi reali si avvertirebbero solo per i redditi superiori ai 34 mila euro perché al di sotto di questa soglia si finirebbe addirittura per pagare di più rispetto ad oggi.

Nella seconda ipotesi, il primo scaglione si fermerebbe a quota 28mila euro di reddito, con un’aliquota al 23%. Il secondo scaglione arriverebbe a 50mila euro con un’Irpef al 33% mentre, al di sopra di questa soglia, resterebbe ferma l’attuale Irpef al 43%: in questo caso i risparmi sarebbero distribuiti su tutte le fasce di reddito, sia pure con vantaggi in termini assoluti superiori per chi guadagna di più.

La sostanza è semplice: in ambedue i casi i maggiori vantaggi sarebbero in capo ai redditi più alti mentre per i redditi medio bassi, a seconda delle ipotesi, l’operazione potrebbe essere svantaggiosa o risibile in termini di risparmio di imposte.

Sul fronte Irap (già ridotta dal precedente Governo) si punta alla sua totale abolizione, con tutto quelle che ne conseguirebbe per il già martoriato sistema sanitario nazionale.

Infine, ciliegina sulla torta, riduzione dell’attuale aliquota Ires al 24 percento (una vera e propria flat tax per le imprese) per le aziende che investono in sviluppo e beni strumentali: l’ennesima conferma di un sistema fiscale smaccatamente pro impresa.

Il segno marcatamente regressivo di tale progetto di riforma è evidente ed ancora una volta viene confermata la principale causa di iniquità sociale del nostro sistema fiscale: l’elevata aliquota media pagata dai redditi medio bassi e la scarsa distanza tra questa e quella pagata da chi percepisce redditi elevatissimi.

La questione salariale, e all’interno di questa anche la necessità di rilanciare il Fisco come strumento di giustizia sociale sarà al centro del Convegno organizzato a Roma da USB il 31 marzo dal titolo “Il salario che non c’è“ che vuole essere un passaggio fondamentale per continuare ed intensificare un percorso di mobilitazione che metta al centro il tema dell’emergenza salariale e del carovita.

Ciò che ormai da un mese sta accadendo in Francia con scioperi e mobilitazioni che stanno paralizzando l’intero paese ci indica la strada da seguire.

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25/11/2021

La riforma fiscale del Governo Draghi: cambiare poco per cambiare male

Da mesi ormai si parla con toni da grande attesa dell’imminente riforma fiscale studiata dal governo Draghi. Nel suo discorso programmatico in Senato del 17 febbraio scorso, Mario Draghi spese parole enfatiche, ma assai vaghe nei contenuti, per annunciare le intenzioni di intervenire in modo energico sul fisco: “in questa prospettiva” affermava Draghi, “va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività”.

Delle intenzioni trasformatrici espresse durante il discorso di insediamento cosa troviamo nell’attuale legge finanziaria in via di approvazione? Sostanzialmente nulla e sicuramente nulla di buono. La proposta, più o meno definita nei contenuti generali, è quella di andare a limare lievissimamente uno o due aliquote Irpef ed andare a ridurre l’Irap per le imprese, per un costo complessivo di circa 8 miliardi di euro. Per capire la direzione degli interventi proposti occorre fare un passo indietro e capire da dove veniamo.

Anni e anni di riforme involutive dagli anni ’80 ad oggi hanno portato ad una diminuzione continua del carico fiscale sui redditi da capitale e in generale sul reddito dei più ricchi. Una tendenza che si è articolata lungo due direzioni: da un lato la riduzione delle tipologie di reddito incluse nella base imponibile Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche), con la previsione di regimi separati e agevolati per una parte cospicua dei redditi da capitale (reddito delle società di capitali, rendite finanziarie, rendite immobiliari); dall’altra una drastica riduzione della progressività in seno all’Irpef. Quest’ultima imposta, che ormai colpisce quasi esclusivamente redditi da lavoro e da pensione e solo in piccola parte i redditi da capitale (profitti della piccola e talvolta media impresa), è passata dai 32 scaglioni del lontano 1974 ai 5 attuali, con un differenziale ridottissimo tra prima e ultima aliquota e tra primo scaglione e ultimo scaglione di reddito ad esse associati.

Per non parlare dell’enorme piaga dell’evasione fiscale, mai seriamente affrontata da nessun governo, se non attraverso misure di corto respiro e mai indirizzate a colpire i pesci più grandi. Insomma, un sistema tributario che grava pesantemente sui redditi bassi e medi e che ha smesso da tempo di effettuare una discriminazione positiva sui livelli di reddito e sulla natura dei redditi (da lavoro e da capitale).

In un simile scenario la “grande riforma fiscale” del governo Draghi sembra davvero un ritocchino, da cui non c’è da attendersi nulla di positivo. In merito all’Irpef, a quanto è dato sapere si sta studiando la possibilità di abbassare di uno o due punti l’aliquota relativa al terzo scaglione. Gli scaglioni nel sistema italiano da ormai 14 anni sono i seguenti cinque:

  • da 0 a 15.000 euro si paga un’aliquota del 23% (ad eccezione della no tax area, sotto 8.000 euro);
  • da 15.000 a 28.000 il 27%;
  • da 28.000 a 55.000 il 38%;
  • da 55.000 a 75.000 il 41%;
  • oltre i 75.000 il 43%.

Per chi non fosse avvezzo alla fiscalità e agli scaglioni, ciò significa che sui primi 15.000 euro di reddito si paga il 23%, sulla parte di reddito che eccede i 15.000 e fino a 28.000 si paga invece il 27% e così via. L’aliquota media che si paga sul complesso del proprio reddito – la percentuale del reddito versato allo Stato – sarà dunque data da una media ponderata delle diverse aliquote marginali pagate su ciascuno scaglione del proprio reddito ed è data dal rapporto tra imposta pagata e reddito.

L’intenzione sarebbe quella di abbassare l’aliquota dal 38% al 37% (o al 36%) e, in una seconda ipotesi, anche quella del 27% di un punto al ribasso (al 26%, quindi). Rimarrebbero immutate le restanti aliquote.

Nell’ambito dell’Irpef potremmo dire che cambierebbe davvero pochissimo rispetto allo status quo. La seconda e la terza aliquota in discussione sono effettivamente molto alte rispetto alla fascia di redditi che vanno a colpire, così come è enorme la distanza tra le due (ben 11 punti percentuali), la quale crea forti asimmetrie distributive allo scattare della fascia superiore.

La terza aliquota colpisce redditi lordi dai 28.000 ai 55.000, che in termini netti significa circa da 1500 a 2600 euro al mese. Parliamo insomma di redditi medi, non certo valori da persone ricche né particolarmente agiate. Tassare la quota eccedente i 1500 euro mensili con un’aliquota al 38% è davvero tanto. Così come è altissima la tassazione al 27% e al 23% delle due fasce inferiori (che comprendono redditi che in termini netti vanno da 900 a 1500 e da 0 a 900 al mese circa).

Va detto che il sistema di detrazioni, tipiche per lavoro dipendente e autonomo e specifiche per carichi familiari, abbassa di fatto l’aliquota media in maniera abbastanza significativa, specie per i redditi più bassi, ma le percentuali di imposta per i redditi bassi, medio-bassi e poco più che medi restano comunque gravose pure al netto delle detrazioni, se si tiene conto anche delle imposte legate alle addizionali regionali e comunali.

A titolo di esempio, una persona che guadagna 25.000 euro annui lordi, senza figli a carico e che vive a Roma, oggi paga un’aliquota media del 20% – considerando anche detrazioni e addizionali – ed un’aliquota marginale (ovvero sull’ultimo euro guadagnato) del 31%. La stessa persona, con un reddito di 35.000 euro lordi annui paga un’aliquota media del 25% e un’aliquota marginale del 41,5%. Con un reddito di 50.000 euro lordi annui un’aliquota media del 30,5% e una marginale del 42%.

Una quota rilevante del reddito viene quindi versata come imposta da parte di persone che hanno redditi che consentono una vita appena dignitosa oppure che, pur stando bene, di certo non navigano nell’oro. L’aspetto più scandaloso lo si coglie tuttavia procedendo verso l’alto in queste simulazioni.

Una persona che guadagna 200.000 euro lordi annui, nelle stesse condizioni ipotizzate prima, ha un’aliquota media del 39% e un’aliquota marginale del 43%. Una che ne guadagna 1.000.000 un’aliquota media del 42% e una marginale del 43%.

Come si vede, al crescere del reddito l’aliquota media cresce in modo sempre più lento ed oltre una certa soglia la crescita si assottiglia sempre di più, mentre si azzera quella dell’aliquota marginale. Colpa di un sistema in cui l’ultimo scaglione con un’aliquota del 43% colpisce una fascia incredibilmente ampia di redditi: da 75.000 euro in su. Come se il reddito di un dipendente molto ben pagato o di un professionista agiato fosse comparabile al reddito milionario di un’impresa che macina milioni di utili o di un top manager strapagato.

È allora evidente che, all’interno dell’Irpef, il problema grave è la scarsissima distanza tra l’aliquota media pagata dai redditi bassi e medi e i redditi alti, altissimi e milionari. E, a priori, il problema gravissimo è che la gran parte dei redditi da capitale (in genere i più alti) l’Irpef non sanno neanche cosa sia, rientrando in regimi agevolati separati non progressivi.

Secondo altre voci, la riforma dell’Irpef potrebbe assumere una forma leggermente diversa con una riduzione degli scaglioni da 5 a 4, un abbassamento un po’ più significativo della terza aliquota (attualmente al 38%) e l’abolizione della quarta (41%), mentre la quinta aliquota (43%) scatterebbe dai 55.000 in su. Se da un lato questo intervento abbasserebbe in modo più visibile il carico fiscale sui redditi medi, esso andrebbe tuttavia ad indebolire ulteriormente la progressività verso l’alto, lasciando che l’ultima aliquota scatti ad una soglia ridicolmente bassa ed equiparando di fatto un reddito lordo di 55.000 annui ad un reddito milionario.

Qualunque sia la versione finale, di certo non si tratterebbe di interventi particolarmente incisivi. Pochissimo o quasi nulla in un sistema che, per riacquistare una qualche forma di equità, necessiterebbe di una rivisitazione radicale.

Secondo tassello della riforma dovrebbe essere un abbassamento dell’Irap per tutte le imprese o, in alternativa, un’eliminazione o forte riduzione solo per le piccole (in termini di fatturato).

L’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap) è una delle imposte più discusse della storia dei sistemi tributari moderni. Che sia un’imposta atipica, incongrua rispetto agli obiettivi di progressività e in alcuni casi paradossale non ci piove. Si tratta in effetti di un’imposta che non colpisce l’utile d’impresa, ma il valore aggiunto, inteso come valore del fatturato al netto dei costi di produzione, delle materie prime e dell’ammortamento dei macchinari. Insomma, oltre a colpire gli utili, l’Irap colpisce anche il costo del lavoro e gli interessi passivi dovuti dalle imprese alle banche, con il risultato che un’impresa effettivamente in perdita la dovrebbe comunque pagare su alcune componenti del valore aggiunto. Per di più, come l’imposta societaria (IRES), l’Irap è completamente priva di progressività, essendo costituita da un’aliquota unica pari mediamente al 3,5%-4%. Significa che un’impresa che ha un fatturato (e verosimilmente un utile) modesto paga la stessa percentuale di una società che macina utili a 9 zeri.

Tuttavia, per capire l’Irap dobbiamo capire il sistema tributario del nostro paese. Con uno dei tassi di evasione più alto tra i paesi occidentali, l’Italia ha da sempre abdicato al compito di far davvero pagare le imposte alle imprese. Moltissime attività produttive nel nostro paese risultano falsamente in perdita a causa delle numerose pratiche di evasione ed elusione che permettono di gonfiare i costi e non far apparire alcuni ricavi.

In questo contesto, l’Irap risulta l’unica imposta sostanzialmente non ‘evadibile’ almeno per una sua quota parte. Se infatti è possibile nascondere una transazione economica generatrice di un utile, evadendo così le imposte sugli utili (Irpef ed Ires) e l’IVA, non è possibile nascondere del tutto la presenza di manodopera o di rapporti finanziari con le banche. Ciò implica che anche l’impresa più adusa all’evasione sistematica dovrà per forza pagare almeno una parte dell’Irap. Si potrebbe quindi dire che l’Irap, pur con tutte le sue storture, iniquità e inadeguatezze, da quando è stata istituita (fine anni ’90) ha funzionato da vero e proprio strumento di recupero d’evasione delle imposte sui redditi d’impresa.  

A prescindere dagli evidenti limiti dell’Irap, proporre una drastica riduzione o l’abolizione non può allora essere accettabile nel contesto attuale, specie se si considera che il gettito associato a questa imposta va a finanziare il già martoriato Sistema Sanitario Nazionale, per il quale – come sottolineato dall’UPB – la Legge di Bilancio non ha stanziato un euro addizionale di risorse aggiuntive, a livello strutturale. Occorre piuttosto mettersi nella doppia ottica di una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e di un radicale intervento tributario che faccia rientrare in toto i redditi da capitale nell’alveo della progressività, intensificando il grado complessivo di progressività del sistema, facendo pagare tanto a chi ha tantissimo.

In assenza di tutto questo, ogni proposta di intervento di riduzione dell’Irap, quale quella agitata dal governo, altro non è che l’ennesimo tassello del programma di riduzione del carico fiscale sui redditi da capitale in atto da decenni. Un tassello del grande puzzle del processo di redistribuzione delle risorse economiche a danno del lavoro.

Ecco qui servita la ‘riformina’ fiscale del governo Draghi: una riforma piccola e di scarso rilievo strutturale, a dispetto delle dichiarazioni che, a fronte di qualche briciola concessa al ceto medio lavoratore, offre in compenso l’ennesimo consistente regalo alle imprese, in un’ottica di perfetta conservazione della struttura di un sistema fiscale profondamente iniquo, che svantaggia pesantemente chi vive del proprio lavoro.

Fonte

17/05/2020

Senza l’Irap come si finanzierà il Sistema Sanitario Nazionale?

Qualcuno, leggendo il titolo, si chiederà che c’entra l’Irap con la sanità? C’entra eccome! L’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) insieme all’Irpef è la voce principale di finanziamento della sanità a livello regionale.

Il decreto “ripresa”o “rilancio” qualsivoglia, nell’articolo 27 stabilisce di proseguire con il non pagamento dell’Irap a tutto giugno 2020. Non si tratta di un semplice rinvio o sospensione, ma di una cancellazione vera e propria del versamento. Quindi viene spontanea la domanda: ma il buco che si apre a livello di bilancio regionale chi lo copre? Come si sostiene la quota di finanziamento della sanità?

La risposta si può trovare sull’articolo del Sole 24 ore di domenica 10 maggio 2020.

È da tempo che Confindustria – e con lei tutto il codazzo delle varie associazioni di “professionisti” – sta battendo il tasto dell’abolizione dell’Irap e adesso con l’emergenza Covid ne chiedono il definitivo colpo di spugna. Oggi L’Irap vale circa 25 miliardi e, certo, si pone il problema di come compensare questa perdita di gettito, ma “più avanti ci sarà tempo, modo e occasione per valutare come coprire il buco”.

Però intanto si accenna ad una possibile soluzione e cioè che la “riforma” dell’Irap potrebbe passare ritoccando e riscrivendo le ALIQUOTE DELL’ADDIZIONALE REGIONALE DELL’IRPEF!

Abbiamo detto che l’ Irap vale 25 miliardi e finanzia la spesa sanitaria regionale, e a quanto ammonta il prestito del Mes dal fondo Salva Stati per la sanità? 36 miliardi. Ecco quindi trovata la soluzione della copertura finanziaria – come afferma il presidente dell’Abi, cioè le banche – per coprire il fabbisogno derivante dall’abolizione dell’Irap. Con buona pace dell’emergenza sanitaria!

Intanto le imprese con il decreto “rilancio” incassano una grande quantità di risorse a fondo perduto come chiedevano insistentemente e sulla sanità non ci sarà nessun cambiamento di rotta come richiesto in questi mesi da più parti, ma si prospetta una continuità con le scelte degli ultimi trenta anni – regionalizzazione, aziendalizzazione, privatizzazioni, esternalizzazioni e precarietà.

Il 20 maggio giornata della disobbedienza: rilanciamo i diritti!

A Roma MANIFESTAZIONE ore 11.00 in Piazza Montecitorio.

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22/10/2018

Il mai spento mercantilismo deflazionista del PD

L’altro giorno alla Leopolda, Renzi e l’ex ministro dell’economia Padoan hanno presentato una contromanovra per abbattere lo spread.

Innanzitutto c’è da dire che sconfessano il Def presentato dal governo Gentiloni-Padoan ad aprile, che prevedeva un deficit tendenziale per il 2019 pari allo 0,8%.

Ora Padoan lo porta al 2.1%, quasi lo stesso del tendenziale della manovra di Tria.

Il piatto forte è l’abolizione dell’imposta di registro per le compravendite immobiliari per 4,8 miliardi, buona per gli speculatori immobiliari, ma soprattutto l’abolizione dell’Irap alle imprese per 13,8 miliardi, superiore al reddito di cittadinanza che è pari a 10 miliardi.

Sia l’imposta di registro che l’Irap sono misure di protezionismo fiscale a carico dello Stato, simile alla flat tax per le partite Iva, le micro imprese e i lavoratori autonomi del governo Conte. Ma mentre quest’ultima misura è pari a 2 miliardi, rivolta principalmente ad operatori del mercato interno, l’abolizione dell’Irap proposta da Renzi Padoan va (andrebbe) in grazia degli esportatori italiani, che abbatterebbero il costo del lavoro rendendosi più competitivi rispetto ai concorrenti europei.

Se fossero al governo quelli del PD gli industriali esportatori si ritroverebbero con 13.8 miliardi di benefici fiscali tramite l’abolizione dell’Irap, un tasso di inflazione strutturalmente ormai più basso di quello tedesco per via di salari in diminuzione del 2% nell’ultimo decennio, quando in Germania sono aumentati del 12% e regole contrattuali – vedi quelle firmati dalla Fiom – che strutturalmente portano alla stagnazione se non alla diminuzione reale dei salari dei metalmeccanici.

Il sogno dei mercantilisti. Il modello tedesco, adottato nel 2011 in Italia, ha superato quello originario della Germania.

Ci credo che i salariati non votano più PD.

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23/10/2015

Più tasse per tutti, ma non per i ricchi

Premessa: è difficile discutere una una "legge di stabilità" che ben pochi hanno visto. I ministri l'hanno approvata prima che fosse scritta, le due Camere non l'hanno ancora ricevuta, il Presidente della Repubblica, ieri sera alle 22, non l'aveva ancora tra le mani. Figuratevi noi, poveri cronisti sprovvisti di "entrature a palazzo"...

Ma qualcuno ne ha sicuramente dovuto assaggiare le conseguenze. Per esempio i presidenti di Regione - quelli pomposamente chiamati "governatori" - almeno per la parte riguardante la sanità, per Costituzione (quella emendata in solitudine dal Pd quasi venti anni fa, introducendo il principio suicida della "legislazione concorrente" tra Regioni e Stato, solo per "recuperare i voti alla Lega") affidata alle Regioni.

Chi l'ha capita meglio sembra Sergio Chiamparino, presidente piemontese e "renziano della prima ora", che si è dimesso dall'identica carica a capo della conferenza Stato-Regioni. Non è proprio una dichiarazione di guerra, anzi, ribadisce di "vedere il bicchiere della legge di stabilità mezzo pieno", ma sul punto della sanità dove si prevede che le Regioni in deficit dovranno aumentare Irpef e Irap locali, anche facendo ricorso all'aumento del costo dei ticket ha deciso che non poteva far altro che dimettersi. In modo "irrevocabile", ossia non a là Marino.

«Una regione in queste condizioni non può stare in testa alle altre e per questo ho presentato le mie dimissioni, ma il problema – chiarisce Chiamparino a La Stampa rischia di diventare esplosivo anche per le altre amministrazioni. Non chiediamo più soldi o di sanare il debito ma un decreto che costituisca un fondo patrimoniale ad hoc dove far affluire le anticipazioni assegnate dall’Economia».

Tecnicamente la questione è complicatissima (voci che appaiono o scompaiono, che assumono una dimensione o un'altra, a seconda che ci siano certe condizioni a contorno oppure altre, ma tutte dipendenti da quanto il governo nazionale ha deciso di tagliare sulla spesa sanitaria), ma nella pratica si traduce in un solo gesto: l'aumento del gettito e delle tasse locali. Proprio mentre il governo giura di star tagliando quelle nazionali.

Un falso, anche qui, abbastanza tipico del governo Renzi. Via l'Imu e la Tasi sulla prima casa, che per i meno abbienti si traduce in pochissime centinaia di euro (a fronte di molti servizi pubblici in meno, però, visti i tagli all'amministrazione sia centrale che locale), più spese per i ticket e meno salario netto in busta paga per effetto dell'aumento dell'Irpef regionale (e in attesa di decisioni su quella comunale). Uguale: più tasse per tutti, l'esatto opposto del discorsetto berlusconiano fatto e rivendicato da Renzi in questi giorni.

Anzi, non esattamente per tutti. Visto che Renzi si era rassegnato a lasciare Imu e Tasi su "ville, castelli e abitazioni signorili", dopo una mezza insurrezione (mediatica per carità...), una "manina" ignota si è affrettata a inserire nella legge uno sconto di almeno 1.000 euro sulla tassa che questi "poveretti" dovranno pagare.

Al contrario, tutti i meno abbienti ovvero tutti coloro che ricorrono alla sanità pubblica per curarsi (i ricchi vanno altrove, magari con "l'impegnativa" per avere uno sconto) potranno usufruire di meno servizi pubblici. A cominciare dalle 208 prestazioni diagnostiche che il ministero della salute (la Lorenzin non ha nemmeno una laurea...) ha deciso essere "inappropriate". Per esempio le analisi del sangue per testare trigliceridi e colesterolo, risonanze magnetiche, Tac e altro... Te le devi pagare da te, oppure, anche se riesci miracolosamente ad avere "l'impegnativa" dal medico di famiglia, comunque dovrai pagare un ticket più alto. Così impari ad ammalarti.

Un altro dettaglio chiaramente venuto fuori riguarda l'irrigidimento del blocco del turnover per i dipendenti pubblici. Ogni nuova assunzione deve costare solo il 25% di quanto pagato per i vecchi dipendenti che vanno in pensione. Tenuto conto che gli stipendi erogati ai pensionandi sono in genere più "pesanti" di quelli per i neoassunti (scatti di anzianità, indennità, ecc), si può calcolare che le nuove assunzioni possibili ammonteranno a meno della metà dei pensionati in uscita. Se poi l'ufficio pubblico cui vi dovete rivolgere non funziona più, sapete con chi ve la dovete prendere (con Renzi e Padoan, non con l'impiegato presente! Quelli che timbrano il cartellino e vanno a casa, mica li trovate lì...).

Varie ed eventuali nuove usciranno a breve, pensiamo. Ma il taglio in attesa dei peggioramenti che verranno imposti dall'esame della Commissione Europea è già abbastanza chiaro così.

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13/05/2015

Svimez: "Il fisco distorto fa costare di più i lavoratori del Sud"

Se un governo - o una successione di governi tutti uguali - vuole deindustrializzare un territorio, sa come fare. E lo stanno facendo.

Riportiamo lo studio condotto dall'istituto di ricerca Svimez, pubblicato oggi.

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In base a stime SVIMEZ negli anni 2011-2014 le continue manovre di modifica dell’IRAP hanno ridotto il costo del lavoro al Centro-Nord di 2.592 euro, al Sud di 2.263. La minore efficacia delle misure fiscali continua e si aggrava nel 2015, con una riduzione del costo del lavoro di 8.362 euro al Centro-Nord e di 8.144 al Sud. Rispetto a un lavoratore assunto a tempo indeterminato al Centro-Nord negli ultimi quattro anni, quello del Sud costa circa 450 euro in più. Sud che viene privato di 3,5 miliardi di euro prelevati dal Piano di Azione e Coesione per finanziare gli sgravi contributivi anche ad aziende del Centro-Nord.

Secondo la SVIMEZ la manovra IRAP, la decontribuzione degli oneri sociali e il Jobs Act non basteranno a rilanciare la domanda di lavoro, soprattutto al Sud; occorrerebbe invece ridurre l’onere tributario sul capitale sul modello tedesco, destinare maggiori incentivi fiscali agli investimenti privati e, soprattutto, rilanciare una politica economica di investimenti pubblici.

È quanto emerge dallo studio “Modifiche alla disciplina dell’IRAP ed effetti sul costo del lavoro e sul cuneo fiscale: un raffronto territoriale” dei professori Gaetano Stornaiuolo e Salvatore Villani di prossima pubblicazione sulla “Rivista Economica del Mezzogiorno”, trimestrale della SVIMEZ edito da Il Mulino, i cui principali risultati sono anticipati nella nota di ricerca omonima disponibile da oggi sul sito www.svimez.it.

Lo studio prende in esame l’impatto della normativa fiscale relativa all’IRAP sulle imprese del Centro-Nord e del Sud negli anni 2011-2014 e gli effetti potenziali sulle stesse imprese degli interventi sul costo del lavoro e sul cuneo fiscale contenuti nella Legge di Stabilità 2015.

Il testo della ricerca, in sintesi.

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