Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2023

Dal governo Meloni, cdolare secca anche per negozi e studi professionali

La maggioranza di Governo, Italia Viva e Azione hanno deciso: cedolare secca anche per negozi e studi professionali, fisco improntato alla flat tax e sanzioni più lievi per gli evasori.

Ricordate quanto dicevamo nella newsletter di giugno? Che è dimostrato che la cedolare secca sugli affitti non serve a combattere l’evasione fiscale, che ha un notevole costo per lo Stato (riduzione delle entrate di circa 1 miliardo di euro all’anno), che favorisce soprattutto i ricchi, che non ha un effetto calmierante sugli affitti e non aumenta in modo rilevante il numero di locali affittabili.

Tutto ciò non è un’opinione di qualche bastian contrario ma è scritto nero su bianco nelle edizioni annuali della Relazione sull’evasione fiscale e contributiva del Ministero delle Finanze ed è bastato su dati incontrovertibili [1].

Malgrado tutto ciò la maggioranza che ci governa (Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega), con il voto a favore anche di Italia Viva e di Azione (con l’astensione di +Europa) hanno deciso non solo che la cedolare secca deve rimanere ma deve essere estesa anche ai locali adibiti al commercio e a studi professionali: un grande regalo ai proprietari di appartamenti, negozi, magazzini, soprattutto se ricchi.

Tale regalo è previsto nella legge di delega fiscale (L. 111/23), approvata in via definitiva il 4 agosto. Grazie a tale legge il Governo può varare uno o più decreti secondo le indicazioni contenute nella delega, decreti che hanno valore di legge e non sono più soggetti all’approvazione del Parlamento.

Vediamo allora quali sono, oltre la cedolare secca anche per negozi e studi professionali, le principali novità di questa legge che, probabilmente, determinerà la politica fiscale per i prossimi decenni.

1) Gli scaglioni IRPEF saranno ridotti da 4 a 3. Quando è nata l’IRPEF (1974) vi erano 32 diversi scaglioni di reddito, ognuno con una propria aliquota. Ciò garantiva una grande progressività nella tassazione (più si è ricchi e più si contribuisce alle spese dello Stato), infatti per i redditi sotto i 2 milioni di lire l’aliquota era del 10% e per la quota superiore ai 500 milioni di lire era dell’82%.

Dal '74 a oggi gli scaglioni si sono ridotti sempre più facendo pagare sempre meno tasse a ricchi e benestanti e impoverendo sempre più lo Stato e gli Enti Locali, che, oltre ad accumulare un deficit preoccupante, non riescono a garantire servizi adeguati ai cittadini (sanità, istruzione, trasporti, polizia, nettezza urbana ecc.).

L’ultimo regalo a ricchi e benestanti, con la riduzione degli scaglioni da 5 a 4, è avvenuto solo 2 anni fa (Governo Draghi) e ora si decide un’ulteriore riduzione della progressività portandoli solo a 3.

2) L’IRES (la tassa sui profitti delle imprese) avrà un’aliquota ridotta (si ipotizza il 15%) per le aziende che investono o assumono. Attualmente tale tassa è del 24%.

La decisione non è equa perché se un lavoratore dipendente assume una badante non gli viene di certo applicata un’aliquota ridotta rispetto a quella a cui è soggetto (che per di più è superiore a quella delle imprese: 25% se guadagna più di 15.000 euro, 35% per la quota superiore ai 28.000 euro e 43% per la quota superiore ai 50.000 euro).

3) Viene introdotta una flat tax incrementale, cioè una aliquota di tassazione unica (cioè indipendente da quanto si guadagna) per i “surplus di reddito”. La flat tax incrementale è un altro escamotage per avvantaggiare ricchi e benestanti e ridurre la progressività della tassazione.

Tale sistema è già stato introdotto dal Governo Meloni ma solo per l’anno 2023 e solo per i lavoratori autonomi (“persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni, diversi da quelli che applicano il regime forfetario”), discriminando in tal modo i lavoratori dipendenti.

Grazie a tale provvedimento, per esempio, un lavoratore autonomo che nel 2022 ha guadagnato 105.000 euro e che nel 2023 guadagna 135.000 euro non dovrà pagare l’aliquota del 43% sugli ulteriori 30.000 euro guadagnati, ma solo quella del 15% (avrà cioè un regalo dallo Stato pari a 9.188 euro) [2].

La legge delega, probabilmente per evitare il rischio di incostituzionalità della norma prima indicata, prevede che la flat tax incrementale sia applicata anche ai lavoratori dipendenti prevedendo un’aliquota unica per straordinari, tredicesime e premi di produttività e una rimodulazione dell’attuale flat tax incrementale per i lavoratori autonomi (non si dice in cosa consiste tale rimodulazione).

Anche la flat tax incrementale per i dipendenti avvantaggia ricchi e benestanti e non certo i meno abbienti e i poveri: se un dipendente che guadagna 100.000 euro l’anno ha 20.000 euro tra tredicesima e premi di produttività si vedrà tassati questi 20.000 euro al 15% invece che al 43% (l’aliquota prevista per i redditi superiori a 50.000 euro), mentre una persona che guadagna 20.000 euro e che avrà 4.000 euro tra tredicesima e premi di produttività si vedrà tassare quei 4.000 euro al 15% invece che al 25% (l’aliquota prevista per i redditi tra 15.000 e 28.000 euro).

Cioè al dipendente facoltoso saranno scontate 5.600 euro, mentre al dipendente poco abbiente solo 400 euro.

4) Si riducono le pene per gli evasori. La possibilità di incorrere in sanzioni penali, in particolare per la dichiarazione infedele, viene ridotta e non saranno più bloccati in automatico i conti bancari degli evasori.

Inoltre varie disposizioni previste nella legge (concordato preventivo biennale, abolizione della distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi ecc.) a giudizio di PD, 5Stelle, Sinistra Italiana, Europa Verde, Unione Popolare, GGIL, CISL, UIL e anche della Ragioneria di Stato possono favorire l’evasione fiscale.

Il viceministro delle finanze (Leo) ha dichiarato che “Le misure sono dirette a ridurre le sanzioni, che oggi hanno assunto dei livelli sproporzionati” [2]. Ci vuole una bella faccia tosta a dire ciò quando oggi si possono rubare allo Stato 150.000 euro senza incorrere in sanzioni penali ma solo amministrative (le sanzioni penali per la dichiarazione infedele sono previste solo se si evadono più di 150.000 euro).

Ricordiamo che per il furto semplice (quello cioè privo di astuzia o destrezza, per esempio rubare un portafoglio lasciato su una panchina) è prevista non una sanzione amministrativa, ma la pena da 6 mesi a 3 anni; e per il furto con destrezza la pena è da 2 a 6 anni, e ciò indipendentemente dal valore del bene rubato (cioè anche se si rubano solo 10 euro si incorre nella sanzione penale).

5) Oltre ai provvedimenti sopra indicati preoccupa soprattutto l’assenza di disposizioni importanti per una equa ed efficace politica fiscale. Per esempio:

a) l’aumento delle tasse su eredità e donazioni. Oggi in Italia i parenti che ricevono un’eredità pagano solo per la quota di eredità superiore al milione di euro e con un’aliquota del solo 4%, una delle più basse al mondo (in Giappone è del 55%, in Danimarca del 50%, in Francia del 45%, negli USA e nel Regno Unito del 40%, in Spagna e Irlanda del 34%, in Germania e in Belgio del 30%) [3];

b) l’abolizione della scandalosa norma che prevede che i redditi finanziari siano esclusi dal calcolo dell’ISEE, per cui persone ricche o che vivono di rendita finiscono per avere più vantaggi di un lavoratore che stenta ad arrivare alla fine del mese;

c) l’introduzione di tasse patrimoniali e in particolare sui grandi patrimoni;

d) dare effettiva realizzazione alla carbon tax e introdurre altre tasse pigouviane (tese cioè a coprire i costi dei danni prodotti da merci, servizi e produzioni inquinanti e quindi a orientare il mercato verso l’ecosostenibilità) [4];

e) abolire o ridurre il più possibile la tassazione separata, un sistema che avvantaggia fortemente i ricchi. La stragrande maggioranza delle persone non ricche ha una sola fonte di reddito: il proprio lavoro. La stragrande maggioranza dei ricchi e super ricchi ha invece una pluralità di fonti di reddito: oltre al lavoro (se lo svolgono), hanno redditi da capitali (interessi, dividendi), da imprese (partecipazioni e utili), fondiari (fitti) ecc.. Questi redditi sono tassati separatamente e con aliquote al di sotto dell’aliquota massima IRPEF (aliquote che vanno dal 12% al 26% e quindi molto al di sotto del 43% con cui sarebbero tassate se fossero cumulate nell’IRPEF);

f) la revisione del catasto per adeguare il valore degli immobili al loro attuale valore e non a quello di 50 anni fa.

Una tale riforma del fisco è un enorme regalo a supericchi, ricchi e, in minore misura, a benestanti. Un regalo che costa decine di miliardi.

Gli scenari possibili sono quindi due: o saranno tagliati drasticamente i servizi pagati dallo Stato (sanità; istruzione; polizia; magistratura; difesa dell’ambiente; trasporti; controlli su evasione fiscale, sicurezza del lavoro, frodi alimentari; ecc.) e dagli enti locali (nettezza urbana; verde; trasporti pubblici; assistenza sociale ecc.) oppure saranno i poveri, i meno abbienti e il ceto medio a pagare più tasse per compensare la riduzione dell’entrate determinata dalle misure previste nella riforma del fisco.

Ci chiediamo quanti cittadini sanno che è stata approvata la legge 111 di delega fiscale, quanti conoscono i suoi principali contenuti, quanti sono consapevoli delle conseguenze del varo di una tale legge. Crediamo ben pochi.

Così la maggioranza dei cittadini vota sulla base di simpatie e antipatie, su pregiudizi, perché è stata turlupinata e non sulla base dei fatti. Siamo sicuri che la stragrande maggioranza dei cittadini se fosse a conoscenza dei contenuti e degli effetti della legge di delega fiscale sarebbe contrarissima, indignata e arrabbiata e mai più voterebbe per chi l’ha partorita o approvata.

Note

1) MEF: “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”;

2) La legge prevede che al surplus guadagnato va tolto il 5% del reddito che si utilizza come base per calcolare l’incremento e sulla cifra ottenuta si applica poi l’aliquota del 15%. Nell’esempio fatto ai 30.000 euro vanno tolti 5.250, cioè il 5% di 105.000, ottenendo 24.750 su cui calcolare il 15% di tasse;

3) Si veda IlSole24Ore del 17 luglio 2023;

4) Vedi su taxfoundation.org;

5) Nel testo della legge di delega fiscale è scritto qualcosa solo riguardo le accise sui prodotti energetici e l’enetrgia elettrica: “rimodulare le aliquote di accisa sui prodotti energetici e sull’energia elettrica in modo da tener conto dell’impatto ambientale di ciascun prodotto e con l’obiettivo di contribuire alla riduzione progressiva delle emissioni di gas climalteranti e dell’inquinamento atmosferico. Art. 12;

Fonte

05/08/2023

La riforma fiscale del governo Meloni: un regalo a ricchi ed evasori

È stata definitivamente approvata la delega fiscale del Governo Meloni, cioè il progetto di riforma del sistema fiscale targato centro-destra che troverà poi concreta attuazione con i decreti che il Governo potrà emanare nei prossimi mesi.

Il testo finale non presenta significative novità rispetto a quello iniziale, che abbiamo già commentato nei suoi elementi essenziali (in sintesi: meno progressività e fiscalità di favore per imprese e redditi da capitale); fra gli elementi che ne sono comunque usciti rafforzati, e su cui vogliamo concentrarci oggi, c’è quello particolarmente odioso dei regali agli evasori.

La delega in effetti è particolarmente benevola verso chi le tasse decide – deliberatamente – di non pagarle proprio, o di pagarle solo in parte. L’evasione fiscale, di cui spesso si parla un po’ a sproposito, è un fenomeno che ci interessa soprattutto da due punti di vista:

1. È un fenomeno che – interessando nelle sue dimensioni essenziali prevalentemente le fasce più ricche della popolazione – riduce (ulteriormente) la progressività di un sistema fiscale; dunque, indebolisce la possibilità che il sistema fiscale sia uno strumento di redistribuzione della ricchezza;

2. È un “privilegio” riservato solamente ad alcune categorie di reddito (imprese, lavoro autonomo, proprietari di immobili, rendite finanziarie, etc.); un lavoratore dipendente o un pensionato subisce alla fonte le ritenute fiscali e dunque l’evasione fiscale va osservata anche dal punto di vista del conflitto di classe.

Tenendo a mente quanto sopra, si capisce che la strizzatina d’occhio agli evasori non poteva mancare all’interno di una delega fiscale tutta improntata a garantire privilegi alle categorie più vicine al Governo. Ma in cosa consistono più precisamente questi favori? Vediamo alcuni esempi.

Nella scelta (come detto, per chi può farla) fra evadere e non evadere, l’unica differenza la giocano le sanzioni: se scelgo di evadere, può essere che mi vada bene e porto a casa il bottino pieno, o può essere che mi scoprano, e dovrò pagare le imposte dovute oltre le sanzioni previste. E il governo, invece, nella legge delega cosa dice (all'art. 18)? Si prevede che “la volontaria adozione di un efficace sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale (...) possa assumere rilevanza per escludere ovvero ridurre l’entità delle sanzioni”. Si introduce un precedente pericolosissimo: un’impresa potrebbe farsi certificare dal proprio commercialista che ha istituito un sistema interno di “controllo del rischio fiscale” e grazie a questo, nel caso dovesse subire un controllo fiscale, sarebbe esentata dal pagamento di qualsiasi sanzione pecuniaria. A questo punto c’è da chiedersi perché mai l’impresa in questione debba fare una dichiarazione fiscale regolare, visto che, quand’anche dovesse subire un controllo, non subirebbe comunque nessuna punizione particolare.

Ma si può sempre fare di più, e infatti il Governo si premura di impedire a monte che possa aversi una qualche contestazione fiscale. Nell’ambito dei “procedimenti” (art. 17) si introduce l’istituto del “concordato preventivo biennale”, in base al quale il contribuente fa una sorta di accordo con l’Agenzia delle Entrate definendo preventivamente quanto pagherà di imposte per i prossimi due anni, e in cambio l’Agenzia delle Entrate si asterrà da tutta una serie di controlli ordinari. Si tratta di un istituto in realtà già esistente, ma prima riservato a limitate categorie di contribuenti, ed ora notevolmente ampliato (anche a contribuenti persone fisiche, sempre che titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo) e che di fatto limita a monte la possibilità di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate, con tutta una serie di criticità ulteriori. Prima di tutto, l’Agenzia (che, come tutte le pubbliche amministrazioni, ha subito un notevole impoverimento di personale in questi anni) difficilmente potrà controllare preventivamente nel merito un gran numero di richieste di concordato, e c’è quindi il rischio che sarà costretta a mettere un bollino su previsioni effettuate da privati, legandosi poi le mani in tema di controlli successivi. Inoltre, lo strumento del concordato preventivo pare fatto apposta perché un contribuente possa pianificare quanto pagare di imposte e quando, spalmando nel corso del tempo alcuni ricavi che in questo modo sfuggirebbero completamente a imposizione. Infine, è una procedura che per l’ennesima volta avvantaggia i più ricchi, in quanto è ovvio che quanto più è bravo il tuo consulente (e quanto meglio puoi permetterti di pagarlo) maggiore sarà il tuo risparmio fiscale.

Il Governo, insomma, pare superare la stagione dei condoni (che comunque non spariranno...) semplicemente istituzionalizzando una sorta di condono preventivo, in cui è il contribuente stesso a decidere quanto e quando pagare, con la garanzia che in caso di irregolarità comunque non subisce sanzioni!

Il trattamento con i guanti di velluto per gli evasori è particolarmente odioso se pensiamo che negli stessi giorni si assiste alla definitiva cancellazione del reddito di cittadinanza, con un rilancio della retorica della caccia a qualche “furbetto” che avrebbe mandato in rovina il bilancio dello Stato ricevendo indebitamente tale misura di sostegno, che in realtà ha permesso a centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà in questi anni semplicemente di campare. Una retorica che non regge neanche alla prova dei numeri, se pensiamo che il reddito di cittadinanza è costato 8 miliardi nel 2022 mentre le stime dell’evasione fiscale e contributiva oscillano fra 90 e i 100 miliardi l’anno. E attenzione: stiamo parlando dell’intero stanziamento annuale per il RdC. Ma quali sono i dati sulle indebite percezioni di questo strumento di sostegno al reddito? Prendendo in considerazione i dati della Guardia di Finanza relativi al periodo dal 1° gennaio 2021 al 31 maggio 2022, gli illeciti relativi al RdC sono stati pari a 288 milioni di euro, l’1,4 per cento del totale dello stanziamento nel medesimo periodo. Per fare un confronto, nello stesso rapporto la GdF sottolinea di aver accertato frodi per oltre 5,6 miliardi di euro nel campo dei crediti d’imposta agevolativi in materia edilizia ed energetica. Per non parlare dell’evasione fiscale e contributiva, che nel 2019 (dati NADEF 2022) ha raggiunto la ragguardevole cifra di 99 miliardi di euro. Eppure, il governo Meloni va a premiare implicitamente proprio chi ha contribuito in maniera determinante a questo dato.

Questo il segno della politica economica del Governo Meloni: togliere a chi ha poco o niente, per permettere a chi ha molto di avere sempre di più, anche quando questo vuol dire sottrarsi ai (residui) obblighi fiscali. Anzi, è necessario togliere agli ultimi proprio per regalare ulteriori sconti ai più ricchi. Questo perché, quando si aprirà la fase di attuazione concreta della delega, entrerà in campo un convitato di pietra, rappresentato dall’ossessione del Governo per il rispetto di una rigida disciplina di bilancio, per cui ogni misura di favore verso i soggetti più abbienti (sia nella forma di sconto che di condono fiscale) dovrà essere finanziata da nuovi tagli alla spesa pubblica, a cominciare da quella sociale. È per questo che da settembre la questione fiscale sarà uno degli ambiti su cui continuare a costruire l’opposizione al Governo.

Fonte

23/07/2023

Il governo Meloni e il fisco: austerità e regali ai ricchi

La Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura (manca quindi ancora l’approvazione da parte del Senato) la delega fiscale predisposta dal Governo Meloni. Si tratta appunto di una legge delega, quindi uno strumento con cui il Parlamento si limita a enunciare dei principi e delle linee guida, affidando poi direttamente al Governo il potere di approvare (entro 24 mesi) gli atti legislativi definitivi che daranno corpo e sostanza precisa alle novità introdotte nel fisco italiano. E su questo aspetto si gioca uno dei primi nodi irrisolti della questione: scorrendo il testo della delega infatti una delle espressioni più utilizzate è “…fermo restando il rispetto degli obiettivi programmatici di finanza pubblica e di riduzione del debito…”. In altre parole è lo stesso Governo che, nel chiedere poteri delegati al Parlamento, mette in chiaro che la riforma del fisco avverrà nel pieno rispetto delle compatibilità di bilancio e in ossequio alla strategia di riduzione del debito richiesta dall’Unione Europea e serenamente fatta propria dalla compagine governativa: insomma, un poco edificante passaggio in cui la volontà di una controriforma del fisco si potrebbe arrestare solamente davanti al moloch dell’austerità. E se fosse davvero così, “poco male” si potrebbe pensare, visti i contenuti “pessimi” della delega fiscale: purtroppo però, e ci torneremo nelle conclusioni, la realtà rischia di essere ancora peggiore.

La delega esce dalla Camera dei Deputati con poche novità rispetto a come era entrata, confermando quindi il suo carattere iniquo e classista che già avevamo commentato, ma che vale comunque la pena richiamare, almeno nelle sue componenti più odiose:

  • Attacco a quel poco di progressività rimasta nel nostro sistema fiscale, attraverso un’ennesima riduzione delle aliquote e il continuo restringimento della base imponibile assoggettata ad IRPEF (sempre più destinata a riguardare solamente i redditi da lavoro dipendente e da pensione);
  • Ulteriori regimi di vantaggio al reddito proveniente dall’impiego di capitale, sia quando questo si indirizza verso forme di impiego finanziario sia quando riguarda redditi da fabbricati dati in affitto (es. estensione della cedolare secca anche per gli immobili locati ad uso commerciale);
  • Ennesima riduzione dell’imposta sui profitti delle società, in calo costante ormai da 20 anni a questa parte;
  • Strizzatina d’occhio agli evasori, attraverso una riduzione delle sanzioni e sistemi di accertamento e di concordato preventivo pensati apposta per favorire quei contribuenti che possono permettersi di pagare consulenti migliori.

Con questo quadro di partenza, sembrava impossibile poter peggiorare le cose. Eppure, le poche novità introdotte durante il dibattito parlamentare sono riuscite in questo intento. Alcuni esempi:

  • Per poter diminuire il numero di aliquote IRPEF, e quindi per dare un ulteriore colpo alla progressività, il Governo deve racimolare le risorse da qualche parte. Ecco, quindi, che la delega prevede di ridurre le tipologie di spese che danno diritto alle detrazioni di imposta (almeno per il momento, spese sanitarie o per ristrutturazione sarebbero salvaguardate, e quindi dovrebbero continuare a dare diritto a detrazioni). Oltre al danno, però, c’è anche la beffa. Se è vero che da un lato, per poter tagliare le tasse ai più ricchi, vengono ridotte le categorie di spese detraibili, dall’altro si aggiunge alla lista delle spese detraibili un nuovo protagonista. All’articolo 5, infatti, si spiega come rientreranno in tale categoria le “misure volte a favorire la propensione a stipulare assicurazioni aventi per oggetto il rischio di eventi calamitosi, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Tradotto: la messa a riparo dagli effetti di calamità naturali è affidato (per chi può permetterselo) a sistemi di assicurazioni private, per di più rimborsate in parte dal sistema fiscale; dopo anni di disinvestimento pubblico nella cura del territorio, e a due mesi dalla tragedia dell’alluvione in Emilia Romagna, una scelta che semplicemente grida vendetta.
  • La legge delega dovrebbe, per sua natura, limitarsi a principi ispiratori, eppure alcuni passaggi aggiunti sono straordinariamente precisi: all’articolo 10 ad esempio si prevede “l’eventuale e progressivo superamento dell’addizionale erariale sulla tassa automobilistica per le autovetture e gli autoveicoli destinati al trasporto promiscuo di persone e cose, aventi potenza superiore a 185 chilowatt, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica a carico del settore delle tasse automobilistiche”. Si tratta dell’abolizione del cosiddetto Superbollo, misura poco significativa dal punto di vista del complesso delle entrate erariali, ma dall’evidente valore simbolico per il Governo: ai “loro” garantiscono uno sconto delle tasse sui macchinoni, agli “altri” (che magari la macchina non possono proprio usarla perché vecchia e inquinante e non possono permettersi di cambiarla) niente...
  • Anzi, agli altri resta – in maniera subdola – la promessa di avere una particina alla fiera della riduzione delle tasse, attraverso la promessa (art. 5) di una minore tassazione delle tredicesime mensilità. Una promessa infida, non solo perché rischia di valere pochi euro per i redditi più bassi, ma perché segue la stessa logica del “cuneo fiscale” il cui taglio – come lo stesso Governo ha candidamente ammesso – serve non a far crescere i salari, ma al contrario proprio a garantire la loro moderazione.

La vicenda della delega fiscale ci consegna dunque, al momento, almeno due conferme e una conclusione:

  1. La prima conferma è quella di un Governo la cui linea economica è totalmente appiattita sull’accettazione dell’austerità e dei “conti in ordine”, anche quando questa impone di rallentare rispetto ai propositi urlati in campagna elettorale (la flat tax da subito per tutti...).
  2. La seconda conferma è di una sostanziale continuità anche in materia fiscale. Al netto di alcune misure più simboliche che altro, o di obiettivi ambiziosamente perversi ma da realizzarsi “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” (quindi probabilmente mai), la delega infatti è sostanzialmente identica a quella predisposta dal Governo Draghi, al punto da essere votata anche da parte delle “opposizioni” (Azione e Italia Viva).
  3. La conclusione discende dalle due conferme precedenti: siccome il Governo sembra comunque intenzionato a “saldare il debito” con il proprio elettorato, cui aveva promesso tagli di tasse di vario tipo ed entità, è evidente che a pagare il conto saranno proprio i lavoratori, attraverso un meccanismo duplice: un sistema fiscale sempre più sbilanciato a favore dei più ricchi, e la promessa di ulteriori tagli alla spesa sociale proprio per finanziare un sistema fiscale ancora più iniquo.

Il sistema fiscale è una rappresentazione plastica dei rapporti di forza esistenti nella società. La proposta oggi sul tavolo non è (solamente) la visione di una destra becera e un po’ casareccia, ma il punto di arrivo “naturale” di anni di ideologia neoliberista all’insegna di “meno Stato e più mercato”. L’agenda di questo Governo è chiara e trasparente: elargire alle classi dominanti tutto quello che si può raschiare dal barile dell’austerità imposta dai vincoli di bilancio europei, scaricando tutto il costo sulle spalle di chi lavora, studia o cerca di tirare a campare con una pensione. Proprio per questo, il sistema fiscale può e deve diventare parte del campo di battaglia per recuperare salario reale e servizi pubblici per tutta la collettività, facendo sentire al Governo il fiato sul collo durante l’iter di approvazione della legge delega e soprattutto nei prossimi mesi quando la compagine governativa adotterà i vari decreti delegati.

Fonte

01/04/2023

Delega fiscale: Meloni fa pagare solo i lavoratori (seconda parte)

Veniamo quindi alla seconda parte della delega, dedicata alle imprese. Qui il piatto forte è il “progressivo superamento/abolizione dell’IRAP (imposta che, lo ricordiamo, è finalizzata in particolare al finanziamento del sistema sanitario), ma soprattutto la riduzione dell’IRES, cioè la principale imposta sulle società.

Attualmente i profitti delle società sono tassati al 24%, anche in questo caso con una ininterrotta tendenza al ribasso nel corso degli anni (per fare un esempio, la tassazione era al 37% nel 2000). Anche se i numeri precisi della nuova IRES ancora non ci sono, il Governo parla pubblicamente del 15% (quindi un mega-taglio di ben 9 punti percentuali, un vero regalo alle imprese), con un meccanismo che dovrebbe istituire un “periodo di osservazione” di due anni durante il quale i risparmi fiscali dovrebbero essere reinvestiti all’interno dell’impresa e non essere distribuiti sotto forma di utili per mantenere il beneficio dell’imposizione ridotta. Una formula del tutto oscura (ad esempio per quanto concerne le modalità di reinvestimento, che potrebbero riguardare tanto le nuove assunzioni quanto nuovi investimenti in macchinari) con un periodo di osservazione comunque troppo breve per assicurare la salvaguardia dei livelli occupazionali, e che in teoria dovrebbe sostituire la miriade di agevolazioni fiscali alle imprese che già oggi fanno sì che il livello effettivo di tassazione sia ben al di sotto di quello nominale del 24%.

E qui veniamo alle motivazioni addotte dal Governo per questo regalo alle imprese, forse anche più preoccupanti del provvedimento in sé. Nel 2024 infatti entrerà in vigore anche in Italia la Global Minimum Tax, cioè un’imposta sui profitti delle multinazionali più grandi che, a prescindere da dove spostano i profitti grazie alla mobilità internazionale dei capitali, dovranno pagare un’imposta effettiva (appunto non nominale, ma rapportata agli utili effettivamente conseguiti) almeno del 15%. Avremo modo di tornare in futuro su questa imposta, e soprattutto sui suoi evidenti limiti. Per il momento, però, evidenziamo quale sia la logica perversa dietro questa scelta. In sostanza, il Governo argomenta così: “ma se facciamo pagare il 15% alle multinazionali, perché le nostre imprese dovrebbero pagare di più?”. Ciò che si innesca, quindi, è una continua corsa verso il basso quindi, con buona pace di una misura (appunto la Global Minimum Tax) venduta come una rete di protezione verso la concorrenza fiscale, e che invece contribuisce a spostare sempre più in basso l’asticella del livello impositivo sulle imprese.

Si tratta di un ragionamento nel quale si confrontano due diverse esigenze di questo Governo: da una parte la tensione ad abbassare il più possibile le tasse per le imprese, dall’altra la necessità di garantire la tenuta delle finanze pubbliche, in ossequio alle norme europee. La seconda di queste forze è un’esigenza del sistema, e spiega perché si stia provando a far pagare qualcosa alle multinazionali senza far saltare, al contempo, quel minimo di tassazione sulle imprese “nazionali”. In sostanza, il governo Meloni sta provando a mediare tra le esigenze di padroni internazionali e padroni nazionali, chiedendo un minuscolo sforzo ai primi, ma solo per favorire i secondi in termini di minori tasse.

Del resto, sulla riduzione delle aliquote di imposta sui profitti delle società siamo in buona (anzi cattiva) compagnia con quasi tutti gli altri paesi, come mostrato anche in un recente studio del Fondo Monetario Internazionale e riassunto nel grafico sottostante, che evidenzia come le imposte sui redditi delle società (CIT, Corporate Income Tax) si siano ridotte considerevolmente quasi ovunque.

Infine, la delega si occupa della parte dei “procedimenti” di entrata, che comprendono le fasi della dichiarazione, l’accertamento, il contenzioso e la riscossione. Se la riforma dei tributi mostra una connotazione chiaramente classista, questa sezione mostra una faccia, si potrebbe dire, “banalmente cattiva”. Al grido di “semplificare i procedimenti” e “garantire i diritti dei contribuenti”, infatti, i vari procedimenti (in primis quello di accertamento) vengono in realtà complicati e disseminati di mille micro-oneri procedimentali, in modo da rendere praticamente sempre più difficile il lavoro dell’Agenzia delle Entrate (peraltro una delle pubbliche amministrazioni più depotenziate di personale nel corso di questi anni) e al tempo stesso offrire vie di fuga che di fatto però (attenzione!) saranno accessibili non a tutti, ma solamente a chi può permettersi di pagare onorari importanti a commercialisti ed avvocati. Un Governo quindi forte con i deboli, ma ben attento a fornire sponde a chi decide di risolvere la questione fiscale “in proprio” semplicemente evadendo le imposte. E qui il cerchio si chiude in quanto, come riportato anche nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva per l’anno 2022, il lavoro dipendente è l’unica forma di reddito che paga per intero le imposte dovute. Ed è anche la forma di reddito su cui si sentono di più le conseguenze dell’autonomia finanziaria delle regioni. È notizia degli ultimi giorni che la Regione Lazio ha aumentato l’addizionale regionale IRPEF al 3,3% per tutti gli scaglioni di reddito tranne il più basso. Per fare un esempio, ciò vuol dire che per i redditi compresi tra 15.000 e 28.000 euro si passa dal 2,73 al 3,3 per cento.

Per chiudere, non serve aspettare la mitica flat tax per tutti (potrebbe pure non arrivare mai nei fatti) per affermare che la delega fiscale non è solo iniqua, avvantaggiando i redditi più elevati, ma anche classista, rappresentando un attacco scientifico al lavoro dipendente. Peraltro, non si può neanche dire che sia innovativa, in quanto come abbiamo visto la progressività fiscale e la tassazione degli utili societari sono sotto attacco da decenni; in questo senso è notevole (anche in questo campo) la continuità fra questa proposta di riforma del fisco e quella già avanzata a suo tempo dal Governo Draghi (comica a questo riguardo la reazione del partito di Calenda, che cavallerescamente ha assicurato che non avrebbe chiesto i “diritti d’autore”).

Tirando le somme, può essere utile sottolineare due caratteristiche di questa legge delega che rendono evidenti le sue connotazioni ideologiche. La prima è l’idea che la riforma del fisco serva innanzi tutto a sostenere la crescita dell’economia (una convinzione tipica di chi, nonostante le numerose evidenze empiriche, attribuisce importanza sproporzionata al lato dell’offerta). La seconda è che la delega, a dire del Governo, non dovrà comportare alcun aggravio al bilancio dello Stato: ancora una volta quindi il Governo Meloni ribadisce la propria adesione ai precetti (europei e non) dell’austerità, preparandoci a un futuro di ulteriori tagli, in particolare alla spesa sociale dello Stato.

Trattandosi di una legge delega, la battaglia sarà lunga e sarà necessario mantenere le coordinate per trovare i modi e le proposte migliori per contrastarla.

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31/03/2023

Delega fiscale: Meloni fa pagare solo i lavoratori (prima parte)

È stata presentata nei giorni scorsi, dopo diversi annunci, la delega fiscale predisposta dal Governo Meloni. Si tratta di una proposta di legge, che dovrà essere approvata dal Parlamento, che delega il Governo ad adottare una serie di atti (decreti legislativi) sulla riforma del sistema fiscale. La legge delega si limita, come noto, a stabilire i principi e i criteri ai quali i decreti legislativi, che avranno il valore di vere e proprie leggi, dovranno attenersi. Molti dettagli, dunque, sono ancora incompleti, mentre ben chiara è, come vedremo, la direzione di marcia.

È un documento importante, non solo perché interviene a 360 gradi sul fisco, ma anche perché è forse il primo atto di politica economica interamente addebitabile a questo Governo, che finora era soprattutto intervenuto (ovviamente sempre in modo peggiorativo) in modalità parziale su singoli istituti (i casi più evidenti sono state le pensioni e il reddito di cittadinanza).

I primi articoli sono dedicati alla riforma dell’IRPEF e in generale della tassazione delle persone fisiche, e questa è la parte che forse meglio di tutte chiarisce la profonda iniquità di questa riforma.

Accompagnata dalla promessa della “flat tax per tutti”, la delega si traduce immediatamente in un enorme colpo a quel poco di progressività che residuava nel nostro sistema, con vantaggi evidenti per i redditi più alti.

Da subito (cioè, probabilmente, già dal prossimo anno), avremo una prima riduzione degli scaglioni, passando dagli attuali 4 (erano 5 solo 2 anni fa) a soli 3, “nella transizione del sistema verso l’aliquota unica”, come recita la proposta di legge. Per capire cosa significa, ricordiamo che gli scaglioni di reddito sono lo strumento con cui l’IRPEF pensata originariamente assicurava la progressività del sistema, sottoponendo il reddito ad aliquote di imposizione via via più elevate a mano che il reddito complessivo aumentava. Per avere un’idea della perdita di progressività, è utile ricordare che al momento della sua introduzione negli anni ’70 l’IRPEF prevedeva ben 32 aliquote, partendo da un livello molto basso (il 10%) fino ad arrivare a prelievi consistenti (fino al 72%) sui redditi più alti. Un sistema, quindi, che da un lato, soprattutto sui redditi bassi, prevedeva numerosi scaglioni di importo modesto in mondo da evitare che piccoli aumenti di reddito fossero neutralizzati da aumenti consistenti del prelievo fiscale, dall’altro, con aliquote elevate sui redditi più alti, era capace di garantire un’effettiva capacità redistributiva del sistema fiscale. Dall’anno prossimo, invece, avremo probabilmente solo 3 aliquote, dal 23% per i redditi più bassi al 43% per quelli più alti; rispetto ad oggi, si accorperanno le due aliquote centrali (per il livello preciso occorrerà aspettare ancora qualche mese, ma si parla di un’aliquota compresa fra il 27% e il 33%). Ogni volta che si riduce il numero delle aliquote (anche quando questo avviene accorpando quelle centrali) la perdita di progressività è dovuta al fatto che anche i redditi più alti beneficiano di tale “sconto”, mentre niente cambierà per i redditi più bassi.

Ma questa è solo una gamba dell’attacco alla progressività. L’altra è rappresentata dalle profonde mutazioni che hanno interessato l’IRPEF. Quest’ultima, infatti, all’epoca della sua istituzione, doveva essere un’imposta omnicomprensiva, sotto cui sottoporre a tassazione tutti i redditi personali, qualunque fosse la loro origine. Nel tempo, invece, si è trasformata in un’imposta quasi esclusivamente sul reddito da lavoro dipendente (e da pensione), mentre quasi tutti gli altri tipi di reddito (sia gli altri redditi da lavoro, come i redditi dei professionisti o delle imprese individuali, che i redditi da impiego di capitale, compresi i redditi da fabbricati, in primis gli affitti) sono stati sottoposti a regimi separati. E, rispetto a questo, cosa fa la delega? In maniera spudorata, con l’obiettivo edulcorato di “passare a un sistema compiutamente dualistico”, sottrae ulteriori forme di reddito alla tassazione progressiva, per sottoporli a forme di tassazione separata, ovviamente ad aliquote ben più basse di quelle previste dall’IRPEF.

Clamorosa in questo senso è l’estensione del regime della “cedolare secca” anche per gli affitti dei locali commerciali. Ricordiamo che la cedolare secca è un regime fiscale facoltativo, che permette ai padroni di casa di non pagare l’Irpef sul reddito che percepiscono sotto forma di affitto, ma una più conveniente imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali (10% nelle grandi città per gli affitti a “canone concordato”, 21% negli altri casi). In più, optando per tale regime viene meno l’obbligo di pagare tutta una serie di imposte catastali. Ebbene, se nel caso dei contratti di locazione abitative la cedolare secca può essere giustificata con la “scusa” di aiutare a far emergere il nero, nel caso delle attività commerciali la ragione di questo regime di favore viene meno, giacché nessuna attività commerciale ha interesse ad occultare i propri costi.

Con questa delega, quindi, è pienamente compiuta la separazione fra redditi da lavoro dipendente (quelli da lavoro autonomo già erano stati messi al riparo con l’estensione del regime forfettario) e tutti gli altri redditi, una separazione così netta che ha il solo pregio di restituire plasticamente la natura classista di questi interventi: da una parte chi vive di lavoro dipendente, dall’altra il resto del mondo, cui assicurare un trattamento fiscale sempre più benevolo.

Infine, si prevede anche per il lavoro dipendente il meccanismo della “flat tax incrementale”, cioè una tassazione minore (pari al 15%) su eventuale reddito “extra” conseguito in un anno rispetto agli anni precedenti; un ulteriore strumento di iniquità e divisione anche all’interno del mondo del lavoro dipendente, in quanto si tratta di un meccanismo probabilmente applicabile solamente alle mansioni più qualificate e ai redditi più elevati. Per i redditi bassi e medi, infatti, non ci sono, in genere, sensibili aumenti di reddito da un anno all’altro, data la minore dinamicità delle carriere di chi percepisce redditi di minore entità.

Per chiudere con la parte dedicata alle persone fisiche, la delega sembra accantonare per un momento il sempiterno cuneo fiscale; è probabilmente solamente un’apparenza, perché il tema tornerà di attualità in occasione di emanazione dei decreti delegati attraverso cui la delega fiscale prenderà forma, in particolare quando insieme alla revisione degli scaglioni necessariamente occorrerà ritoccare anche il sistema delle detrazioni (in particolare quelle da lavoro dipendente e da pensione) e, sicuramente, occorrerà ripensare anche il mini-taglio contributivo operato dal Governo Draghi e confermato poi da quello Meloni, ma sempre in modalità transitoria e quindi che “scade” (in mancanza di altri interventi) a fine anno.

Sui limiti della riduzione del cuneo fiscale per difendere i salari abbiamo scritto più volte. Qui vogliamo solo sottolineare come un intervento di quel tipo è perfettamente compatibile con la logica di una delega come questa, tutta improntata, come visto, ad una perdita di progressività e che facilmente troverà il modo di riproporre il tema del cuneo argomentando che “le tasse si abbasseranno per tutti, due spiccioli li troveremo pure per voi...”. Contestare la delega sul fronte della sua “timidezza” verso la riduzione del cuneo è quindi ingenuo e fuorviante, specie in periodi come questi di alta inflazione quando, per difendere i salari, dal Governo andrebbero pretesi scala mobile e salario minimo. Non certo un provvedimento che, lungi dall’essere una soluzione, è una parte del problema.

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