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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2023

Dal governo Meloni, cdolare secca anche per negozi e studi professionali

La maggioranza di Governo, Italia Viva e Azione hanno deciso: cedolare secca anche per negozi e studi professionali, fisco improntato alla flat tax e sanzioni più lievi per gli evasori.

Ricordate quanto dicevamo nella newsletter di giugno? Che è dimostrato che la cedolare secca sugli affitti non serve a combattere l’evasione fiscale, che ha un notevole costo per lo Stato (riduzione delle entrate di circa 1 miliardo di euro all’anno), che favorisce soprattutto i ricchi, che non ha un effetto calmierante sugli affitti e non aumenta in modo rilevante il numero di locali affittabili.

Tutto ciò non è un’opinione di qualche bastian contrario ma è scritto nero su bianco nelle edizioni annuali della Relazione sull’evasione fiscale e contributiva del Ministero delle Finanze ed è bastato su dati incontrovertibili [1].

Malgrado tutto ciò la maggioranza che ci governa (Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega), con il voto a favore anche di Italia Viva e di Azione (con l’astensione di +Europa) hanno deciso non solo che la cedolare secca deve rimanere ma deve essere estesa anche ai locali adibiti al commercio e a studi professionali: un grande regalo ai proprietari di appartamenti, negozi, magazzini, soprattutto se ricchi.

Tale regalo è previsto nella legge di delega fiscale (L. 111/23), approvata in via definitiva il 4 agosto. Grazie a tale legge il Governo può varare uno o più decreti secondo le indicazioni contenute nella delega, decreti che hanno valore di legge e non sono più soggetti all’approvazione del Parlamento.

Vediamo allora quali sono, oltre la cedolare secca anche per negozi e studi professionali, le principali novità di questa legge che, probabilmente, determinerà la politica fiscale per i prossimi decenni.

1) Gli scaglioni IRPEF saranno ridotti da 4 a 3. Quando è nata l’IRPEF (1974) vi erano 32 diversi scaglioni di reddito, ognuno con una propria aliquota. Ciò garantiva una grande progressività nella tassazione (più si è ricchi e più si contribuisce alle spese dello Stato), infatti per i redditi sotto i 2 milioni di lire l’aliquota era del 10% e per la quota superiore ai 500 milioni di lire era dell’82%.

Dal '74 a oggi gli scaglioni si sono ridotti sempre più facendo pagare sempre meno tasse a ricchi e benestanti e impoverendo sempre più lo Stato e gli Enti Locali, che, oltre ad accumulare un deficit preoccupante, non riescono a garantire servizi adeguati ai cittadini (sanità, istruzione, trasporti, polizia, nettezza urbana ecc.).

L’ultimo regalo a ricchi e benestanti, con la riduzione degli scaglioni da 5 a 4, è avvenuto solo 2 anni fa (Governo Draghi) e ora si decide un’ulteriore riduzione della progressività portandoli solo a 3.

2) L’IRES (la tassa sui profitti delle imprese) avrà un’aliquota ridotta (si ipotizza il 15%) per le aziende che investono o assumono. Attualmente tale tassa è del 24%.

La decisione non è equa perché se un lavoratore dipendente assume una badante non gli viene di certo applicata un’aliquota ridotta rispetto a quella a cui è soggetto (che per di più è superiore a quella delle imprese: 25% se guadagna più di 15.000 euro, 35% per la quota superiore ai 28.000 euro e 43% per la quota superiore ai 50.000 euro).

3) Viene introdotta una flat tax incrementale, cioè una aliquota di tassazione unica (cioè indipendente da quanto si guadagna) per i “surplus di reddito”. La flat tax incrementale è un altro escamotage per avvantaggiare ricchi e benestanti e ridurre la progressività della tassazione.

Tale sistema è già stato introdotto dal Governo Meloni ma solo per l’anno 2023 e solo per i lavoratori autonomi (“persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni, diversi da quelli che applicano il regime forfetario”), discriminando in tal modo i lavoratori dipendenti.

Grazie a tale provvedimento, per esempio, un lavoratore autonomo che nel 2022 ha guadagnato 105.000 euro e che nel 2023 guadagna 135.000 euro non dovrà pagare l’aliquota del 43% sugli ulteriori 30.000 euro guadagnati, ma solo quella del 15% (avrà cioè un regalo dallo Stato pari a 9.188 euro) [2].

La legge delega, probabilmente per evitare il rischio di incostituzionalità della norma prima indicata, prevede che la flat tax incrementale sia applicata anche ai lavoratori dipendenti prevedendo un’aliquota unica per straordinari, tredicesime e premi di produttività e una rimodulazione dell’attuale flat tax incrementale per i lavoratori autonomi (non si dice in cosa consiste tale rimodulazione).

Anche la flat tax incrementale per i dipendenti avvantaggia ricchi e benestanti e non certo i meno abbienti e i poveri: se un dipendente che guadagna 100.000 euro l’anno ha 20.000 euro tra tredicesima e premi di produttività si vedrà tassati questi 20.000 euro al 15% invece che al 43% (l’aliquota prevista per i redditi superiori a 50.000 euro), mentre una persona che guadagna 20.000 euro e che avrà 4.000 euro tra tredicesima e premi di produttività si vedrà tassare quei 4.000 euro al 15% invece che al 25% (l’aliquota prevista per i redditi tra 15.000 e 28.000 euro).

Cioè al dipendente facoltoso saranno scontate 5.600 euro, mentre al dipendente poco abbiente solo 400 euro.

4) Si riducono le pene per gli evasori. La possibilità di incorrere in sanzioni penali, in particolare per la dichiarazione infedele, viene ridotta e non saranno più bloccati in automatico i conti bancari degli evasori.

Inoltre varie disposizioni previste nella legge (concordato preventivo biennale, abolizione della distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi ecc.) a giudizio di PD, 5Stelle, Sinistra Italiana, Europa Verde, Unione Popolare, GGIL, CISL, UIL e anche della Ragioneria di Stato possono favorire l’evasione fiscale.

Il viceministro delle finanze (Leo) ha dichiarato che “Le misure sono dirette a ridurre le sanzioni, che oggi hanno assunto dei livelli sproporzionati” [2]. Ci vuole una bella faccia tosta a dire ciò quando oggi si possono rubare allo Stato 150.000 euro senza incorrere in sanzioni penali ma solo amministrative (le sanzioni penali per la dichiarazione infedele sono previste solo se si evadono più di 150.000 euro).

Ricordiamo che per il furto semplice (quello cioè privo di astuzia o destrezza, per esempio rubare un portafoglio lasciato su una panchina) è prevista non una sanzione amministrativa, ma la pena da 6 mesi a 3 anni; e per il furto con destrezza la pena è da 2 a 6 anni, e ciò indipendentemente dal valore del bene rubato (cioè anche se si rubano solo 10 euro si incorre nella sanzione penale).

5) Oltre ai provvedimenti sopra indicati preoccupa soprattutto l’assenza di disposizioni importanti per una equa ed efficace politica fiscale. Per esempio:

a) l’aumento delle tasse su eredità e donazioni. Oggi in Italia i parenti che ricevono un’eredità pagano solo per la quota di eredità superiore al milione di euro e con un’aliquota del solo 4%, una delle più basse al mondo (in Giappone è del 55%, in Danimarca del 50%, in Francia del 45%, negli USA e nel Regno Unito del 40%, in Spagna e Irlanda del 34%, in Germania e in Belgio del 30%) [3];

b) l’abolizione della scandalosa norma che prevede che i redditi finanziari siano esclusi dal calcolo dell’ISEE, per cui persone ricche o che vivono di rendita finiscono per avere più vantaggi di un lavoratore che stenta ad arrivare alla fine del mese;

c) l’introduzione di tasse patrimoniali e in particolare sui grandi patrimoni;

d) dare effettiva realizzazione alla carbon tax e introdurre altre tasse pigouviane (tese cioè a coprire i costi dei danni prodotti da merci, servizi e produzioni inquinanti e quindi a orientare il mercato verso l’ecosostenibilità) [4];

e) abolire o ridurre il più possibile la tassazione separata, un sistema che avvantaggia fortemente i ricchi. La stragrande maggioranza delle persone non ricche ha una sola fonte di reddito: il proprio lavoro. La stragrande maggioranza dei ricchi e super ricchi ha invece una pluralità di fonti di reddito: oltre al lavoro (se lo svolgono), hanno redditi da capitali (interessi, dividendi), da imprese (partecipazioni e utili), fondiari (fitti) ecc.. Questi redditi sono tassati separatamente e con aliquote al di sotto dell’aliquota massima IRPEF (aliquote che vanno dal 12% al 26% e quindi molto al di sotto del 43% con cui sarebbero tassate se fossero cumulate nell’IRPEF);

f) la revisione del catasto per adeguare il valore degli immobili al loro attuale valore e non a quello di 50 anni fa.

Una tale riforma del fisco è un enorme regalo a supericchi, ricchi e, in minore misura, a benestanti. Un regalo che costa decine di miliardi.

Gli scenari possibili sono quindi due: o saranno tagliati drasticamente i servizi pagati dallo Stato (sanità; istruzione; polizia; magistratura; difesa dell’ambiente; trasporti; controlli su evasione fiscale, sicurezza del lavoro, frodi alimentari; ecc.) e dagli enti locali (nettezza urbana; verde; trasporti pubblici; assistenza sociale ecc.) oppure saranno i poveri, i meno abbienti e il ceto medio a pagare più tasse per compensare la riduzione dell’entrate determinata dalle misure previste nella riforma del fisco.

Ci chiediamo quanti cittadini sanno che è stata approvata la legge 111 di delega fiscale, quanti conoscono i suoi principali contenuti, quanti sono consapevoli delle conseguenze del varo di una tale legge. Crediamo ben pochi.

Così la maggioranza dei cittadini vota sulla base di simpatie e antipatie, su pregiudizi, perché è stata turlupinata e non sulla base dei fatti. Siamo sicuri che la stragrande maggioranza dei cittadini se fosse a conoscenza dei contenuti e degli effetti della legge di delega fiscale sarebbe contrarissima, indignata e arrabbiata e mai più voterebbe per chi l’ha partorita o approvata.

Note

1) MEF: “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”;

2) La legge prevede che al surplus guadagnato va tolto il 5% del reddito che si utilizza come base per calcolare l’incremento e sulla cifra ottenuta si applica poi l’aliquota del 15%. Nell’esempio fatto ai 30.000 euro vanno tolti 5.250, cioè il 5% di 105.000, ottenendo 24.750 su cui calcolare il 15% di tasse;

3) Si veda IlSole24Ore del 17 luglio 2023;

4) Vedi su taxfoundation.org;

5) Nel testo della legge di delega fiscale è scritto qualcosa solo riguardo le accise sui prodotti energetici e l’enetrgia elettrica: “rimodulare le aliquote di accisa sui prodotti energetici e sull’energia elettrica in modo da tener conto dell’impatto ambientale di ciascun prodotto e con l’obiettivo di contribuire alla riduzione progressiva delle emissioni di gas climalteranti e dell’inquinamento atmosferico. Art. 12;

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15/03/2021

Il Lettopardo

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il Gattopardo, al Nazareno, ha le sembianze di un democristiano felpato, sornione e un po’ sonnolento. È Enrico Letta, eletto domenica segretario del Pd. Il risultato in assemblea è bulgaro (860 sì, 2 no e 4 astenuti), ma solo perché l’ex Premier, di fatto, non aveva avversari: era l’unico nome spendibile per non lasciare la nave alla deriva e allo stesso tempo disinnescare la guerra civile. Almeno per ora.

Sotto il profilo politico, l’ascesa di Letta segna un punto a favore di Nicola Zingaretti. Con le dimissioni a sorpresa, l’ex leader del partito ha spiazzato gli avversari interni, ossia Base Riformista, la corrente degli ex renziani (che poi tanto ex non sono). Il progetto di Guerini, Lotti & Co. era chiaro: logorare il segretario fino all’autunno, costringerlo a convocare un congresso con le primarie e sostituirlo con Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna. Per capire la strategia, bisogna considerare che Base riformista domina i gruppi parlamentari dem (galeotte furono le liste elettorali colonizzate da Renzi nel 2018), ma allo stesso tempo ha numeri risibili in assemblea. L’incoronazione di Bonaccini aveva quindi un duplice obiettivo. Da una parte riaprire le porte al leader di Rignano (prigioniero del fallimento di Italia Viva) e rompere il fronte con M5S e Leu, avvicinando il Pd a Forza Italia e ai cespugli di centro. Dall’altra, garantirsi un posto in Parlamento anche al prossimo giro di giostra.

La mossa in contropiede di Zingaretti ha sconvolto questi piani. Incapaci di opporre un nome credibile a quello di Letta, gli ex renziani sono stati costretti ad accettare l’ex premier e a fare marcia indietro sulla richiesta di primarie. Il congresso, se si farà, sarà solo tematico. Prima di accettare l’incarico, infatti, Letta ha chiarito che non farà da traghettatore: se torna, lo fa solo con la garanzia di rimanere in sella fino alla scadenza del mandato, nel 2023. Tradotto, significa che nel 2022 sarà lui a trattare con gli altri leader di maggioranza per l’elezione del Presidente della Repubblica e che sempre lui compilerà le liste elettorali per le politiche del 2023.

Non solo. L’elezione di Letta significa anche la conferma della linea politica zingarettiana, ossia l’alleanza fra Pd, M5S e LeU tanto osteggiata da Base Riformista. Ed è questa la peggiore sconfitta per Matteo Renzi, che ha fatto cadere il governo Conte 2 (anche) per rompere il fronte del cosiddetto “nuovo centrosinistra” e ora si ritrova con i suoi più acerrimi nemici a guidare i due principali partiti dello schieramento: Letta al Pd e Conte al Movimento 2050, o comunque si chiamerà la creatura in gestazione nel ventre grillino.

Il problema è che tutto questo riguarda sempre e solo gli equilibri di palazzo. Chi si aspetta un cambiamento vero nell’anima del Pd, nella sua capacità di dialogare con i ceti popolari, di aumentare la presa sul territorio, non potrà che rimanere deluso. E questo perché la retorica del Nazareno di fonda su un grande equivoco: si parla di “recuperare” il rapporto con le periferie, di “tornare” ad ascoltare i bisogni delle persone, ma i verbi sono sbagliati perché i dem non hanno mai avuto alcun rapporto con le periferie, né sono mai stati vicini agli ultimi. Il Pd non è diventato il partito delle Ztl: lo è sempre stato. Dalla fondazione, non ha mai vinto le elezioni politiche, eppure è stato quasi sempre al governo, dimostrando di conoscere i corridoi del potere molto più delle strade.

Fa quasi tenerezza oggi sentire Letta che parla di “rivoluzione nei circoli”. Parole vacue, come sempre, che non significano nulla per nessuno. Che non accendono l’interesse, la passione, il senso di appartenenza di nessuno. Il nuovo segretario potrà anche illudersi di cambiare tutto stravolgendo la segreteria, l’organizzazione, gli assetti, gli incarichi del partito. Ma la verità è che, se avrà un merito, sarà quello d’impedire la resurrezione di Renzi e dei renziani. Come dire che, nel migliore dei casi, non cambierà niente.

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16/07/2020

Da “la pagheranno” a “li pagheremo”: il governo si arrende ai Benetton


Sembra arrivata all’epilogo la vicenda Autostrade dopo il consiglio dei ministri di ieri sera, e quello che ne è uscito è un vero e proprio schiaffo in faccia alla città di Genova e a tutti e tutte coloro che subiscono e hanno subito la malagestione di Autostrade: i Benetton sono salvi.

Cassa Depositi e Prestiti sottoscrive un aumento di capitale riservato per arrivare al 51% di ASPI; successivamente altri investitori graditi a CDP – si parla di PosteVita, degli americani Blackstone, del fondo australiano Macquarie – comprano azioni da Atlantia, fino a portarla ad una quota tra il 10 e il 12%.

Fino al completamento dello scorporo di ASPI da Atlantia non potranno distribuire dividendi, ma dal momento della ricollocazione in Borsa della “nuova” società anche Atlantia li intascherà, come gli altri azionisti.

I mercati festeggiano, perché ancora una volta i grandi padroni del nostro paese non tireranno fuori un euro per le loro malefatte.

Al contrario: CDP – che non è “lo Stato”, ma una società del MEF che gestisce il risparmio postale delle famiglie – rileva un’infrastruttura che necessità di lavori di manutenzione per circa 7 miliardi, a detta dell’attuale AD, e che quindi non sarà, almeno all’inizio, adeguatamente remunerativa – dopo che per anni i Benetton hanno speso al massimo 300 milioni all’anno.

In breve:

1. Lo Stato costruisce un’infrastruttura coi soldi pubblici e la dà in gestione ai Benetton.

2. I Benetton per anni fanno profitti colossali reinvestendone solo una minima parte, insufficiente, in manutenzione.

3. Crolla un ponte a causa della mancata manutenzione, lo Stato lo ricostruisce coi soldi pubblici.

4. Invece di revocare immediatamente la concessione e chiedere i danni al concessionario, il Governo ricompra quote azionarie dai Benetton.

5. I Benetton non pagano un euro per i danni causati alla collettività.

6. Subentreranno altri investitori, replicando un modello di gestione che punta a soddisfare gli appetiti privati piuttosto che tutelare l’interesse generale.

In questo teatro tutti gli attori si tolgono la maschera. I 5 Stelle subiscono una sconfitta clamorosa che tenteranno di spacciare per vittoria; il PD e Italia Viva si riconfermano per quello che sono, gli amici dei potenti; il centrodestra, dopo essere stato il responsabile del contratto di concessione ai Benetton, oggi si straccia le vesti per un accordo che avrebbe sottoscritto di volata se solo ne avesse avuto la possibilità.

Il partito unico dei ricchi è l’unico partito in parlamento.

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28/05/2020

Regione Lombardia. Quando l’inquisito si sceglie il giudice

Il 26 maggio sarà ricordato nella storia della Lombardia e forse, anche nella storia politica del nostro paese perché, per la prima volta, degli inquisiti si sono scelti il giudice.

In discussione al consiglio regionale della Lombardia era chi avrebbe dovuto presiedere la Commissione d’inchiesta sulla pessima gestione dell’emergenza sanitaria che ha provocato sinora, nella Regione, ben 16.000 morti e una quantità non ancora valutabile di ammalati e di invalidi.

Le opposizioni avevano richiesto la costituzione di questa commissione che, per regolamento consiliare, deve essere presieduta da un loro membro.

Proprio su questo è avvenuto un colpo di scena inaudito, perché la maggioranza (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) è andata a pescare tra i banchi dell’opposizione una presidente di suo gradimento, la consigliera di Italia Viva Patrizia Baffi, che è stata eletta in contrapposizione al candidato del PD, Scandella.

La scelta non è stata casuale, ma è caduta su Baffi perché ella non aveva condiviso la mozione di sfiducia all’assessore Gallera presentata dalle opposizioni. Per la consigliera Baffi i voti della maggioranza più il suo, per Scandella quelli del PD e dei 5 stelle, forze che ora minacciano di formare un’altra commissione d’inchiesta.

Con questa operazione la giunta Fontana spera, evidentemente, in una commissione d’inchiesta addomesticata, che indichi – come ha già dichiarato Patrizia Baffi – dei “contributi e indirizzi” per migliorare il sistema della sanità lombarda. Sistema che invece dovrebbe essere completamente rivoltato con la preliminare messa in stato d’accusa della giunta.

Pochi giorni fa, peraltro, la ministra renziana Bellanova aveva parlato, a proposito dell’istituzione di una commissione parlamentare sul caso lombardo, di “evitare scontri” per accertare ciò che nella sanità lombarda “non ha brillato”. Un po’ pochino, diciamo così, di fronte a ciò che è successo.

Peraltro, l’elezione di Patrizia Baffi a presidente della commissione d’inchiesta regionale è avvenuta nelle stesse ore in cui Italia Viva salvava Matteo Salvini dall’incriminazione per il caso Open Arms non partecipando al voto per l’autorizzazione a procedere nell’apposita commissione del Senato.

Stabilire a quali logiche rispondano questi giochi d’intrallazzo politico tra Lega e Italia Viva non ci appassiona, siamo più interessati alla politica vera. Tuttavia è evidente che esiste, in tutto ciò, una logica che sta nella lotta accanita per il potere, che vede protagonisti e alleati i due peggiori Matteo della politica italiana.

Alla lotta per conservare il potere è da ascrivere anche una voce che circola insistentemente in Lombardia che immagina un rimpasto della giunta regionale, nei prossimi mesi. Con tale operazione, la Lega di Fontana scaricherebbe l’imbarazzante assessore Gallera, quello del tragicomico show sull’indice di contagio in cui spiegava la necessità d’incontrare due portatori sani per “farlo ammalare”. Indimenticabile stupidaggine.

Per intanto, in un vertice di maggioranza, presente Salvini, è stato deciso che Gallera sarà affiancato da un gruppo di “esperti”, insomma, una messa sotto tutela.

Un siluramento di Gallera potrebbe essere salvifico per la giunta Fontana, che scaricherebbe in questo modo su un singolo assessore colpe che sono in realtà di un sistema di potere che comprende la sanità ma anche tutti gli altri settori della vita pubblica – sempre più invasi dal privato – e che esiste dai tempi del pluricondannato Formigoni, per passare attraverso Maroni e arrivare, appunto, a Fontana.

In sostanza, attribuire a un singolo le colpe del disastro lombardo per salvare il “sistema Lombardia”, difendendolo anche dalla quantità di denunce che sta piovendo sulla giunta da parte di parenti di persone decedute, sanitari mandati allo sbaraglio, associazioni, semplici cittadini ed esponenti politici.

Tra l’altro, proprio in questi giorni è terminata una raccolta di firme contro la chiusura degli ospedali milanesi San Paolo e San Carlo, che Fontana vuole dismettere per costruire un altro nosocomio più piccolo. Anche in calce a tale petizione si chiede il commissariamento della Regione.

Piuttosto che attendere e farsi travolgere da un’inchiesta giudiziaria che potrebbe essere devastante, Fontana starebbe quindi pensando a liquidare il suo ormai impresentabile assessore al welfare. Tutto ciò con il consenso di Salvini, che il 2 giugno terrà un comizio a Milano e ha già annunciato che sul palco, al suo fianco, ci sarà il presidente Fontana.

Evidentemente, per la Lega, sostenere Fontana per tenere in pugno la Lombardia è decisivo sul piano strategico anche nazionale.

Al contrario, è necessario insistere nel dimostrare che le responsabilità del tracollo della Lombardia di fronte al virus non sono di qualche individuo particolarmente sprovveduto, bensì di tutto il sistema di potere che le destre hanno instaurato in regione da trent’anni a oggi.

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09/05/2020

Braccia rubate per l’agricoltura

Nelle ultime ore è salito alla ribalta della scena politica italiana un acceso confronto all’interno della maggioranza di Governo tra Vito Crimi, capo politico del MoVimento 5 stelle, e la ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova, in quota Italia Viva, ex bracciante agricola e sindacalista CGIL. Motivo del contendere, astraendo da possibili beghe politiche legate alle frequenti minacce di spallata al Governo da parte dei renziani, una proposta della ministra Bellanova di regolarizzare gli stranieri irregolari attualmente presenti sul territorio nazionale; una proposta che, qualora non trovasse applicazione, a detta della stessa ministra, la porterebbe addirittura a dimettersi dal suo attuale incarico. Si tratterebbe, secondo alcune stime, di un provvedimento di regolarizzazione – da inserire nel decreto di maggio, o in alternativa in un provvedimento ad hoc – che coinvolgerebbe circa 600 mila stranieri, molti dei quali abitualmente impiegati in nero nel settore primario o che forniscono assistenza alle persone anziane. Numeri che hanno portato Crimi, dichiaratosi fermamente contrario a questa ipotesi, a considerare la proposta una vera e propria sanatoria di maroniana memoria.

La proposta di regolarizzazione dei clandestini caldeggiata dalla Bellanova si collega all’attuale situazione emergenziale che si è venuta a creare nel comparto agricolo a seguito delle misure adottate dal Governo per il contenimento della diffusione del Coronavirus. Queste disposizioni, oltre a limitare gli spostamenti sul territorio nazionale, avrebbero ostacolato l’afflusso di lavoratori stagionali (prevalentemente dall’est europeo), portando le associazioni dei produttori a lamentare la mancanza di manodopera nei campi e la conseguente impossibilità di provvedere al normale svolgimento dell’attività produttiva. In particolare, da più di un mese varie sigle padronali che rappresentano gli interessi delle imprese operanti nel settore agroalimentare (Coldiretti in primis) invocano una riapertura dei flussi migratori. Ma oltre a questa strada, che ha tuttavia visto la ministra Bellanova al centro delle trattative con l’ambasciata della Romania (Paese da cui giungono ogni anno più di 100mila lavoratori stagionali), gli orientamenti del Governo circa le misure da adottare al fine di ‘rifornire’ il settore agricolo della manodopera di cui necessiterebbe hanno, negli ultimi giorni, preso due distinte direzioni che, a ben vedere, hanno un chiaro denominatore comune.

Da un lato, la proposta della Bellanova di regolarizzazione temporanea degli immigrati irregolari: non essendoci la possibilità di importare lavoratori per brevi periodi di tempo (gli stagionali, per l’appunto), braccianti a buon mercato per soddisfare i bisogni degli imprenditori agricoli potrebbero essere rintracciati tra coloro che si trovano già sul territorio italiano. La Bellanova, che già si era giocata la carta di mandare nei campi i cassaintegrati, propone testualmente, di “concedere un permesso di soggiorno temporaneo per sei mesi, rinnovabile per altri sei” agli stranieri attualmente irregolari. Cosa farebbe quel lavoratore una volta scaduto il permesso di soggiorno? Si ritroverebbe clandestino e pertanto, nell’attesa di un’altra ondata di regolarizzazione temporanea, diventerebbe il più docile dei lavoratori ed il più disperato dei disoccupati.

Dall’altro lato, Vito Crimi risponde per le rime alla Bellanova, asserendo che questa sanatoria temporanea consentirebbe ai lavoratori stranieri “di continuare a svolgere lavoro nero e di essere oggetto di sfruttamento”. Ma niente paura: per le imprese del comparto agricolo, Crimi ha la soluzione pronta: per non perpetuare lo sfruttamento costringendo gli stranieri a lavorare nei campi, sarebbe possibile reperire la manodopera tra coloro che percepiscono il Reddito di Cittadinanza, naturalmente alle condizioni date del settore agricolo, ovvero, come noto, condizioni da fame. Dichiarazioni che fanno a loro volta seguito agli strepiti della Coldiretti, che aveva già proposto di mandare nei campi anche studenti e pensionati. Insomma il vero punto è far sì, in un modo o nell’altro, che il sistema di produzione a bassi salari nel comparto agricolo non smetta di funzionare, e che soggetti fragili e bisognosi, in una fase di emergenza, suppliscano in qualche modo al regolare uso massiccio della manodopera bracciantile stagionale straniera.

Con la sua proposta, la Bellanova non fa altro che iscriversi all’elenco degli affetti dal razzismo dei buoni: la ministra non perde infatti occasione di ripeterci come gli stranieri siano “fondamentali per portare avanti alcune attività, non solo in agricoltura dove rischiamo sperperi enormi per la mancata raccolta... ma anche le badanti che assistono tante persone anziane”. Naturalmente la Bellanova e tutta la classe politica che da decenni governa l’esistente sa benissimo che non esiste in sé un problema di carenza di offerta di lavoro in quei settori. In Italia vi sono circa due milioni e mezzo di disoccupati e degli altrettanti inattivi scoraggiati che, pur essendo disponibili a lavorare a salari e condizioni accettabili, un lavoro dignitoso hanno smesso di cercarlo perché sanno di non trovarlo. Affermare che in quei settori i lavoratori stranieri sono fondamentali significa in verità voler affermare che in quei settori i salari da fame sono immodificabili,al fine di tenere in piedi un sistema di sfruttamento e bassi prezzi su cui si basa il processo di produzione e distribuzione agricola nel suo insieme. Vale qui la pena ricordare un concetto cruciale: se ci sono lavori che gli italiani non sono disposti a fare è perché questi lavori, nelle condizioni salariali e normative date, non sono dignitosi. Il lavoratore straniero, semplicemente perché tragicamente abituato a livelli di vita materiali in partenza più bassi, si presta allora meglio ad una pratica di sfruttamento bestiale. Per uscire da questa spirale e dal terreno della concorrenza tra poveri, spetta allora ai lavoratori tutti, indigeni e migranti uniti nella stessa lotta, combattere affinché lavori a condizioni indegne semplicemente spariscano e con essi quell’humus micidiale costituito dalla guerra tra gli ultimi.

Chi, allora, come la Bellanova, difende l’immigrazione per consentire ai padroni di portare avanti la loro attività in condizioni di salari da fame, non sta facendo, per ovvie ragioni, né gli interessi dei lavoratori migranti né gli interessi della classe lavoratrice nel suo insieme. D’altro canto, vi è l’ipocrisia di chi, come Crimi, ci racconta che “nei permessi di soggiorno temporanei si insidia il lavoro nero e lo sfruttamento”, ma allo stesso tempo non propone nessuna forma di emersione effettiva del lavoratore irregolare, ovvero nessuna regolarizzazione a tempo indeterminato, l’unico provvedimento capace di sottrarre il lavoratore straniero al ricatto del lavoro a pochi euro all’ora. Un ricatto figlio della sua posizione di clandestino.

Ecco allora svanire quell’apparente dicotomia tra la proposta della Bellanova e le levate di scudi dei Cinque Stelle. Dietro alle polemiche di questi giorni, entrambe le fazioni dell’attuale maggioranza non sembrano muoversi su binari tra loro troppo distanti. La via di uscita per risolvere la contingenza del padrone del campo è in fondo la stessa: procurare forza lavoro à bon marché alle aziende agroalimentari o a coloro che necessitano di colf e badanti. Questa finta contrapposizione deve, ancora una volta, aiutarci a mettere da parte qualsiasi tentativo di vedere il lavoratore immigrato come l’antagonista del lavoratore italiano. Per farlo occorre sforzarsi di mettere in discussione l’intero sistema di produzione fin dalle sue fondamenta costituite dalla miseria di massa e dalla concorrenza tra poveri, indigeni o stranieri che siano. Si tratta di uno sforzo che non può che passare per una battaglia politica tesa in prima istanza a tutelare i lavoratori tutti, e a retribuirli con salari dignitosi opponendosi così ad un un sistema di sfruttamento del lavoratore che agisce ormai su scala internazionale.

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15/02/2020

Macché crisi di governo, è solo normalizzazione...

La crisi infinita della politichetta italiana sta collassando. Non esiste più alcuna differenza apprezzabile tra i vari “schieramenti politici”. L’unica novità sta nell’annullamento di quanto resta della “alternativa” malamente rappresentata per un decennio dai Cinque Stelle. Pura normalizzazione, insomma, condotta per via di logoramento quotidiano.

I due attori principali, per il momento, sono gli stessi che da un quinquennio dominano la scena mediatica: “i due Matteo”. Come in un serial ormai stanco e ripetitivo...

Che un governo possa cadere per via di una cosa poco chiara ai più, come la “prescrizione”, è indicativo del fatto che i veri giochi si stanno facendo su tutt’altro. E che ad aprire la crisi sia il gruppo di interesse – nessuno riuscirebbe a prendere sul serio “Itala viva” come “partito” – che meno di tutti ha la possibilità di trarre vantaggio da eventuali elezioni anticipate, la dice lunga sul ruolo di “killer su commissione” affidato a Renzi & co.

La prescrizione

Togliamo di mezzo questo tema, fonte solo di confusione. In qualsiasi paese di “democrazia liberale” – che è cominciata ad esistere affermando l’habeas corpus, ossia il diritto ad essere processati restando uomini liberi fino alla condanna (con tante e non sempre ovvie eccezioni) – il sistema giuridico deve tenere insieme due esigenze opposte: perseguire chi commette un reato, violando le leggi, e farlo in un processo che abbia “tempi ragionevoli”. Un’ottima panoramica è offerta, una volta tanto, dal Corriere della Sera.

La seconda esigenza, come è logico, vale soprattutto nei processi penali, in cui – a seconda della gravità del reato contestato – l’indagato può essere sottoposto a carcerazione preventiva; ossia in una condizione che equivale a scontare concretamente una condanna anche se non è ancora stata sentenziata né trasformata in definitiva.

Nei processi civili, dove ci sono in ballo “solo” soldi e proprietà, ma non la libertà personale, non esiste prescrizione. E infatti i tempi di celebrazione sono sempre infiniti. Alcune sentenze arrivano dopo diversi decenni, e interessano a quel punto gli eredi dei danti causa. Chi ci è passato sa che spesso è “normale” veder fissare la successiva udienza (e ogni processo, anche banale, ne prevede diverse) anche anni dopo. Impensabile che questo possa avvenire con persone imprigionate e che dunque potrebbero essere innocenti e, in percentuali rilevanti, lo sono.

La “riforma Bonafede” era ed è un’infamia da sbirri, perché blocca la prescrizione senza garantire “tempi certi e ragionevoli” allo svolgimento dei processi penali. E quindi crea un regime in cui delle persone possono restare sotto processo, e spesso in galera, per un tempo imprecisato.

Qualche “sinistro” equivoca sull’argomento, portando esempi di processi “finiti in prescrizione” che riguardavano potenti, imprenditori, ricchi in genere. Ed è ovviamente vero che “finire in prescrizione” è una tattica spesso usata da avvocati importanti con clienti importantissimi.

Ma non è eliminando la prescrizione che i potenti finiranno in galera anche se colpevoli di reati gravi. Con i soldi e il potere si possono usare decine di “tattiche processuali” diverse, sia legali che illegali.

Si possono portare migliaia di esempi in cui “i potenti” si sono salvati corrompendo i giudici e/o i testimoni (do you remember Berlusconi?), manipolando persino le nomine per gli uffici giudiziari più importati (il “caso Palamara-Csm”), facendo trasferire processi in sedi improprie (la strage di Piazza Fontana giudicata a Catanzaro grida ancora vendetta...) ecc. Il sistema giudiziario è largamente “permeabile” alle ragioni e agli interessi del potere. Nessuna legge può cambiare questa situazione di fatto.

Quindi la “battaglia di Renzi sulla prescrizione” è chiaramente una falsa “bandiera di civiltà” e persegue tutt’altro obbiettivo.

Matteo Primo, ossia Renzi

L’ex premier che aveva scalato il Pd per conto di Verdini, fino a diventarne segretario e addirittura presidente del Consiglio, ha di fatto posto le premesse per una crisi di governo. Eppure, come detto, se si andasse ad elezioni anticipate oggi non avrebbe i numeri per superare la “soglia di sbarramento” da lui stesso voluta nella legge elettorale in vigore – il Rosatellum, dal nome del suo fedelissimo.

Insomma, a meno di non volersi suicidare politicamente in via definitiva e tornare a lavorare per l’azienda di papà (nel frattempo finito sotto processo, ma deve essere una coincidenza...), il suo obbiettivo non può essere questo.

E quale può essere?

Matteo Secondo, detto Salvini

“Il Truce” ha appena inscenato un’altra figura di m..., facendo uscire i senatori leghisti dall’aula al momento del voto sull’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, dopo aver giurato per mesi che li avrebbe fatti votare a favore, in modo che lui avrebbe potuto “dimostrare di aver difeso i confini della Patria”... impedendo per giorni a una nave militare della suddetta Patria di entrare in un porto della Patria stessa.

Il vecchio Umberto Bossi, da battitore libero, ha dato voce all’imprenditoria del Nord che non ha apprezzato la sua “svolta nazionale” (da “prima la Padania” a “prima gli italiani”), perché i legami di quel settore con le filiere produttive del Nord Europa (Germania in primis) sono in questo momento fonte di crisi e richiederebbero un di più di “attenzione differenziata”. E ben oltre i già ampi confini della famigerata “autonomia” richiesta anche dal dem Bonaccini per l’Emilia Romagna.

Dopo l’uscita “incomprensibile” dal governo gialloverde in pieno agosto, Salvini non ne ha imbroccata più una, fino a non sfondare nella “regione rosa” che doveva segnare l’inizio del suo trionfo finale. E i sondaggi, che fin lì lo avevano confortato, hanno preso a voltargli le spalle.

È ancora il leader del centrodestra, ma i concorrenti si moltiplicano. Anche lui si sta consumando, e persino dentro la sua cerchia si comincia a guardare oltre...

Il più concreto dei dirigenti leghisti, Giancarlo Giorgetti, neo “responsabile degli esteri” per il Carroccio, con un’intervista al Corriere si prende la libertà di ridurre tutta la stagione politica dei “porti chiusi” a poco più di una sceneggiata: «La politica di fermezza ha avuto risultati. Se ora l’Europa comincia ad accettare l’idea che l’Italia non può essere lasciata da sola, è grazie a Salvini. Se il ministro Lamorgese può andare a trattare in Europa è perché Salvini ha fatto il matto».

Ma è chiaro che “quella roba lì” non può essere la normalità della politica interna e delle relazioni internazionali di un partito “affidabile”. E liquida pure la “stagione filorussa” della Lega con parole di esplicito disprezzo: «Io a Mosca non ci sono mai stato. Ma la Russia è un Paese importante, sia per il commercio che per il suo peso strategico. Dunque dobbiamo avere rapporti buoni e proficui. Certo seri e formali, non dilettanteschi e carnevaleschi come nel caso che lei cita».

Per essere ancora più chiari: «siamo sempre stati filo-americani. Certo, Trump fa gli interessi dell’America. Sarebbe anzi giusto che anche l’Europa lo facesse, invece di andare in ordine sparso. Altrimenti i nostri prodotti prendono botte dall’America e anche dai partner europei».

È la fine della stagione dei “matti” e dei faccendieri da scantinato. La Lega – come vuole la sua vera base, la piccola e media industria del Nord – si ridisegna come un partito centrista, che entrerà presto nel Ppe, abbandonando Le Pen e Afd.

La svolta europeista della Lega

È qui il vero nocciolo dell’intervista di Giorgetti, del resto. Ricordate la Lega “sovranista”, quella che strepitava con gli “zero virgola di Bruxelles”, che voleva uscire dall’euro e mandare a quel paese la Merkel e Draghi? Noi dicevamo da anni che era tutto finto, ora lo dicono anche loro.

Giorgetti esplicita compiutamente la “svolta” senza possibilità di equivoci. E consegna i Borghi e i Bagnai al triste ruolo dei “leghisti dell’Illinois”.

Alla domanda di Antonio Polito – “Ma nel team dell’economia della Lega ci sono ancora Borghi e Bagnai, fautori dell’uscita dall’euro. Tenete il piedi in due staffe?” – risponde infatti col tono del capo assoluto: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto».

Fine di un’epoca e di una presunta “vocazione sovranista”, che evidentemente era servita solo per raccogliere consensi elettorali tra “le larghe masse”, che da tempo stanno facendo i conti con quel “lo vuole l’Europa” che svuota le loro tasche e cancella la speranza nel futuro. Ora i leghisti copieranno il mantra che ha distrutto la ex “sinistra radicale”, pur partendo da numeri più consistenti: “molto deve cambiare. Per due ragioni: i trattati sono stati scritti in un’altra era geologica; l’epoca Merkel si avvia a conclusione. Così non si regge.”

Auguri! Come tutti sanno, anche se fanno finta di ignorarlo, gli unici trattati che si cambiano sono quelli decisi da Parigi e Berlino, e solo nella misura in cui corrispondono ai loro interessi (basta vedere la vicenda del Mes...). Facile prevedere, insomma, una lunga serie di “tematiche di distrazione di massa” sfornate dalla futura Lega affidabile per i poteri europei.

Il che pone un problema: nonostante l’insistenza di Salvini, con dichiarazioni ogni minuto, neanche la Lega può davvero credere all’ipotesi di “elezioni subito” perché la modifica costituzionale che ha ridotto – criminalmente – il numero dei parlamentari non è applicabile nella pratica se non vengono prima ridisegnati i confini dei collegi elettorali per farli corrispondere al nuovo numero dei seggi. E c’è, prima, anche il referendum confermativo...

Dunque, prima dell’autunno non si può votare neanche se i parlamentari non si presentassero più in aula a partire da domani...

Il fantasma di Mario Draghi

E allora che cavolo di idea è far cadere questo governo se non si può o non si vuole affatto (dal lato Renzi, ma non solo) “andare a votare”?

È l’idea di far fuori Conte e ciò che resta dei Cinque Stelle, aprendo la strada dell’ennesimo “governo tecnico” o di “salvezza nazionale” che possa durare almeno un paio d’anni. Almeno fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica (2022).

La “svolta europeista” della Lega, già da sola, renderebbe possibile un governo comprensibile per Bruxelles e senza “sovranisti populisti” in pole position (ma con i loro voti).

Sull’altro lato, il Pd è da sempre il più fedele esecutore dei diktat della Troika (Ue, Bce, Fmi; come hanno sperimentato i greci) e quindi sarà comunque un pilastro di qualsiasi maggioranza gradita a Bruxelles. I berlusconiani residui devono pensare al (proprio) futuro senza il Cavaliere, e di certo non sono mai stati barricadieri; al massimo molto sbirri.

Restano da tritare definitivamente i Cinque Stelle, mentre la Meloni dovrà scegliere cosa vuol fare da grande: se la solita fascistella che si ammanta di “sovranità nazionale” (che è differente da quella “popolare”, ma è inutile rispiegarvelo...) oppure l’ennesima “politica affidabile” solo un po’ più di destra su immigrazione e dintorni.

La morsa congiunta su Conte dei “due Matteo” ha insomma un unico sbocco possibile, visto che per ora non si può andare al voto.

Il futuro presidente del consiglio, in questo quadro, quasi non ha importanza. Può essere la solita “riserva di lusso” che sta in panchina da qualche anno (Cottarelli o simili), ma di sicuro sarà un volto ben conosciuto ai piani alti dell’Unione Europea, tale da diradare qualsiasi dubbio sulle intenzioni del governo.

La svolta vera, par di capire, si avrà solo con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Per quel ruolo – ed era impensabile quando la Lega fingeva di voler combattere “i poteri forti” – lo stesso Giorgetti mette in campo Mario Draghi. Interessante la motivazione, più ancora del nome: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia».

A quel punto, ma solo con una “garanzia” internazionale di quel livello, si aprirebbe anche per la Lega la possibilità di assumere (se dovesse mantenere i voti che ha ora) la carica di premier: «Siamo un partito. Lavoriamo per portare il nostro leader a Palazzo Chigi. Per riuscirci servono consenso elettorale, e ne abbiamo in abbondanza, e capacità di interloquire con il potere nelle sue sedi internazionali, e qui dobbiamo imparare dai nostri errori. [...] Prima o poi toccherà a noi. Ma intanto il Paese va a rotoli e l’economia è a rischio, soprattutto dopo questa epidemia. L’Italia è una pentola a pressione. Non può durare a lungo così».

Che quel leader possa essere ancora Salvini, per quell’appuntamento, sono in pochi a crederlo. Anche al vertice della Lega.

P.s. Stamattina Salvini se n’è uscito in modo opposto: «O si sta dentro cambiando le regole di questa Europa oppure, come mi ha detto un pescatore di Bagnara Calabra, ragazzi, facciamo gli inglesi. O le regole cambiano o è inutile stare in una gabbia dove ti impediscono di fare il pescatore, il medico e il ricercatore».

Troppo presto per dire se si tratti di una “divisione dei ruoli” – Giorgetti “europeo” e Matteo “nazionale” – per coprire il massimo possibile di potenziale elettorato (perdere gli “euroscettici” significa regalare voti alla Meloni o ad altri). Oppure se stia venendo allo scoperto una faglia che può spaccare la Lega. Però non è affatto secondario che sia proprio il “rapporto con l’Unione Europea” (e l’euro e la Nato) il punto discriminante su cui ogni “ipotesi politica” o fa chiarezza oppure si infrange.

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27/10/2019

Abolire Quota 100: la guerra alle briciole per le briciole

Che ‘Quota 100’ fosse una misura limitatissima e di corto respiro rispetto alle gravissime falle e inadeguatezze sociali del sistema pensionistico italiano, era chiaro sin dall’introduzione della misura. Il provvedimento, lo ricordiamo, consente in via sperimentale, per il triennio 2019-2021, agli iscritti all’INPS, di conseguire il diritto alla pensione anticipata non appena venga raggiunta un’età anagrafica di almeno 62 anni e un’età contributiva di almeno 38 anni.

Una misura che non risolve in alcun modo il problema delle esigue pensioni attese dai lavoratori per via del combinato disposto di sistema contributivo e carriere lavorative precarie e che, proprio nella logica perversa del contributivo, offre ai lavoratori una triste alternativa tra anticipo del diritto alla pensione ed entità della pensione stessa. Insomma, un mero lenitivo che, per soli tre anni, ha reso meno rigido il sistema di accesso anagrafico e da anzianità contributiva alla pensione, consentendo a molti la possibilità di godersi qualche anno in più di meritato riposo a spese di un minor reddito pensionistico.

Tutte queste caratteristiche hanno mostrato, con grande evidenza, la linea velleitaria e del tutto subordinata alla politica economica patrocinata dalle classi dominanti e dalla regìa europea dei pochissimi e striminziti provvedimenti sociali del precedente governo giallo-verde.

Eppure, nel dibattito riguardante la predisposizione, ancora in corso, del disegno di legge di bilancio del nuovo Governo, si è giunti ad un’evoluzione che supera la stessa immaginazione, con punte di apparente masochismo politico. Dopo qualche settimana di rassicurazioni sul mantenimento di Quota 100, sotto la spinta martellante del neo-partito di Renzi ‘Italia Viva’, la maggioranza ancora dibatte vivacemente sulla possibilità di abolire Quota 100, di anticiparne la fine al 2020 o, quanto meno, di allungare le finestre da tre a sei mesi per l’effettivo godimento della pensione da parte di coloro che faranno uso di Quota 100 nel 2020. In tutti e tre i casi si tratterebbe di una meschina guerra verso le briciole rappresentate da un provvedimento già di per sé del tutto inadeguato nella sua concretizzazione temporanea triennale.

Gli esiti finali di questa vivace e miserevole discussione ancora non sono conoscibili. Ma il solo fatto che la discussione esista fa sorgere interessanti interrogativi. C’è da chiedersi come mai un governo di nuova formazione alla sua prima finanziaria, dovrebbe andare a rosicchiare un provvedimento dall’impatto così immediato per centinaia di migliaia di persone con l’evidente rischio di scontare una forte impopolarità. Abolire Quota 100 da subito, o farla decadere un anno in anticipo rispetto alla sua scadenza naturale, o ancora soltanto allungare il tempo per l’effettivo godimento della pensione mensile, significherebbe rivedere o addirittura negare, dopo solo pochi mesi dalla sua approvazione, un sacrosanto diritto sociale acquisito, stravolgendo i piani di vita di lavoratori prossimi alla chiusura della propria carriera. Una sorta di dramma degli esodati-bis. L’impatto di impopolarità e il parallelo aumento di consenso incassato dalla Lega di Salvini, che di quel provvedimento aveva fatto un pallido simbolo della sua presunta e inesistente politica sociale, sarebbe clamoroso: un ostentato autogol politico per racimolare qualche miliardo.

Eppure, Italia Viva insiste, e con martellante pervicacia ha ingaggiato una campagna ideologica di inedita aggressività, rispolverando in pochi giorni tutti i luoghi comuni liberisti più dirompenti sul funzionamento del sistema pensionistico, del mercato del lavoro e del rapporto tra giovani e anziani. Le fa eco una buona parte del PD che, pur non arrivando a chiedere l’abolizione della misura, ne caldeggia modifiche o la descrive pubblicamente come terribilmente iniqua. Lasciamo parlare i protagonisti delle reiterate affermazioni.

Il più agguerrito detrattore di Quota 100, che sembra addirittura aver sorpassato a destra l’ex presidente dell’INPS Tito Boeri, è Luigi Marattin di Italia Viva, giunto a definirla l’emblema della “politica più ingiusta degli ultimi 25 anni”. A seguire Matteo Renzi, che ha più volte detto di volerla cancellare al fine di reperire risorse da destinare all’assegno unico per i figli proposto dal suo partito. Ed ancora Renzi: “Quota 100 è un provvedimento pensato solo per chi ha già diritti”. E, ancora, direttamente dalla kermesse della Leopolda: “Quando diciamo che Quota 100 non va bene non stiamo attaccando gli anziani: dico che 20 miliardi di euro messi tutti insieme su centocinquantamila persone sono un’assurdità. Gli 80 euro valgono 10 miliardi e vanno a 10 milioni di persone, Quota 100 va a 150.000 persone ed è un’ingiustizia”. Infine, Maria Elena Boschi, dalle stesse fila: “Quota 100 obiettivamente crea un’ipoteca sul futuro delle nuove generazioni. È molto onerosa. Noi diciamo: aiutiamo le nuove generazioni e sosteniamole con investimenti veri sulle famiglie per contrastare anche il fenomeno della denatalità”.

Non manca neanche il neo-ministro dell’economia di area PD, Roberto Gualtieri. “Quota 100 fortunatamente andrà ad esaurimento e noi certo non la rinnoveremo. La misura, almeno nei piani di questo governo, non sarà resa strutturale, né si intende prorogarla così com’è. Magari faremo qualche manutenzione. Comunque non l’avrei mai fatta”. Una vera e propria ostinata battaglia, che possiamo interpretare attraverso una duplice lente di lettura.

In primo luogo, l’ennesimo governo dell’austerità, amico ostentato dell’Europa, deve fare comunque i conti con il proprio padrone, contrattando con Bruxelles gli angusti spazi di flessibilità per distribuire qualche briciola. È di questi giorni la notizia della consueta letterina sospettosa giunta dalla Commissione Europea per vederci più chiaro sulle coperture finanziarie annunciate dal governo a fronte del pur limitatissimo programma di spesa pubblica.

Si tratta della solita dinamica di controllo che la Commissione Europea esercita in modo costante e soffocante su tutti i paesi e tutti i governi, persino quelli esteriormente più affidabili, per mantenere alto il livello di tensione e di potere dissuasorio a fronte di rischi anche minimi di una qualche ipotetica velleità di allentare la morsa dell’austerità. Una strategia del terrore preventiva che colpisce tutti i governi. In questa grottesca guerra per ottenere una modestissima quota di flessibilità di manovra, i governi compiono scelte selettive, in cui, sostanzialmente, ciò che si da con una mano, con l’altra viene tolto, e in cui ogni minimo provvedimento di spesa entra in immediata collisione con un altro. È la logica perversa e artificiale delle presunte risorse scarse che di anno in anno, ad ogni finanziaria, si esaspera ed aggrava alla luce dell’impietosa tabella di marcia del Fiscal Compact che scandisce nel tempo gli impegni di riduzione del rapporto debito-PIL stabiliti nel 2012 a perfezionamento del Trattato di Maastricht.

E così, se si vogliono disinnescare le clausole IVA, occorre trovare i soldi da qualche parte a parità di deficit consentito. Se poi, magari, i 7 miliardi di lotta all’evasione ottimisticamente annunciata dal governo vengono giudicati fantasiosi dalla Commissione, allora ecco rinnovarsi la necessità di andare a rosicchiare da una parte e dall’altra cominciando preferibilmente dalle briciole di Stato sociale ancora esistenti.

Questa pietosa ricerca di risorse a scapito di voci di spesa sociale trova una sua copertura ideologica nel conflitto titanico tra obiettivi enfatizzato ad arte. I giovani e i bambini contro gli anziani, la sanità contro le pensioni, la scuola contro i bambini che consumano merendine e bevande gassate, le infrastrutture e gli investimenti contro la spesa corrente per gli stipendi pubblici, i diritti degli italiani contro i diritti degli immigrati; e, più modestamente, il bonus di 240 euro a figlio proposto da Italia Viva (peraltro a scapito dell’attuale sistema di detrazioni per figli a carico) contro la presunta generosità di Quota 100.

Questo piano ideologico, nel caso dell’attacco frontale a Quota 100, riveste a ben vedere una funzione ancora più profonda che spiega, assieme all’esercizio del triste conflitto tra obiettivi escludentisi nel contesto dell’austerità e la lotta per una manciata di miliardi, la foga con cui l’argomento viene trattato in queste settimane. Deve passare il messaggio che una revisione anche blanda del sistema pensionistico verso una minore rigidità di uscita è qualcosa di impensabile e di gravemente lesiva dei diritti dei più giovani. Quando Marattin afferma che Quota 100 è l’emblema della politica più ingiusta degli ultimi 25 anni, o quando si ripete ossessivamente che Quota 100 ipotecherà il futuro dei giovani, si vuole affondare il coltello nella assurda e devastante idea secondo la quale esiste un inevitabile conflitto tra giovani e anziani e secondo cui le pensioni godute dagli anziani di oggi sono soldi permanentemente sottratti ai giovani che non solo soffrirebbero le conseguenze dell’amaro destino del lavoro precario, ma sarebbero anche costretti a finanziare i propri padri e nonni che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità al tempo delle vacche grasse.

La coerenza di simili argomentazioni si scontra, però, con due questioni: in primo luogo, il problema della precarietà del lavoro e la discontinuità lavorativa che indubbiamente impediscono ai lavoratori di oggi di avere diritto ad una dignitosa pensione futura si risolve, molto semplicemente, eliminando quella precarietà e quella discontinuità lavorativa, non evitando agli anziani (ossia i lavoratori di ieri) di poter andare in pensione prima. In secondo luogo, il tempo delle “vacche grasse” a cui si allude, appellativo dispregiativo affibbiato ad un periodo in cui era in vigore un sistema pensionistico di tipo retributivo e in cui l’importo della pensione media attesa era superiore rispetto a quello attuale, era tale proprio perché, in ultima analisi, gli importi pensionistici erano più alti rispetto agli odierni. Se, dunque, si affronta la questione di un livello dignitoso della pensione per i lavoratori di oggi, allora il problema risiede nella struttura del sistema pensionistico attuale, e non nel fatto che, in sintesi, gli anziani di oggi ricevono pensioni più elevate di quelle che percepiranno i loro nipoti (gli anziani di domani).

È, dunque, questo, un attacco ideologico frontale che svia l’attenzione dal vero nemico comune, la classe sociale dominante, verso il falso nemico generazionale, i vecchi cosiddetti privilegiati figli dell’insostenibile e obsoleto stato sociale novecentesco. Un attacco ideologico ad un mondo che si vuol far scomparire, in cui una buona e piena occupazione veniva logicamente vista come il naturale preludio ad un forte sistema pensionistico pubblico e in cui a nessuno saltava in mente di contrapporre gli interessi oggettivi di giovani e anziani della stessa classe sociale.

Italia Viva e il PD, entrambi manifestazione del progetto neoliberale nella sua variante “progressista”, devono così svolgere a qualsiasi costo e ordinatamente il ruolo materiale e ideologico per cui esistono come forze politiche. Costi quel che costi, anche in termini di perdita di consenso elettorale immediato. Lo stesso ruolo, del resto, che la Lega e i vari frammenti di centro-destra devono svolgere cavalcando simili, ma diversi, conflitti ed agitando il popolo contro analoghi, ma diversi, falsi obiettivi. Nel mezzo, il sostanziale silenzio o la disarmante passività post-ideologica dei 5 Stelle, nuovo ago della bilancia di un bipolarismo risorto, buoni per ogni stagione ed ogni ammucchiata reclamata dai padroni del vapore per stabilizzare il sistema politico sulle linee della compatibilità con le politiche economiche dominanti. Immigrati, anziani o lavoratori sindacalizzati, nella logica delle risorse scarse cambia il capro espiatorio, ma non cambia l’obiettivo: coprire il volto della classe dominante.

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07/10/2019

Il “nuovo” partitino di Renzi ospiterà pure Renata Polverini

Il 4 dicembre 2016 si svolse il terzo referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana fortissimamente voluto da Renzi per attuare una revisione costituzionale che avrebbe ridotto il Senato a un’assemblea non eletta dai cittadini; avrebbe sottratto poteri alle Regioni per consegnarli al governo e avrebbe sancito la definitiva scomparsa delle Province.

La maggioranza dei votanti respinse il testo di legge costituzionale della cosiddetta riforma Renzi-Boschi che era stato approvata in via definitiva dalla Camera il 12 aprile 2016.

Nel 2015 il governo guidato da Renzi aveva approvato la legge elettorale nota come “Italicum” che prevedeva un sistema maggioritario con eventuale doppio turno, premio di maggioranza, soglia di sbarramento e cento collegi plurinominali con capilista “bloccati”, con la possibilità per lo stesso candidato di partecipare all’elezione in 11 collegi.

Nel gennaio 2017 la Corte Costituzionale dichiarò incostituzionale il turno di ballottaggio, lasciando l’eventuale premio di maggioranza per la lista che dovesse ottenere il 40% dei voti validi al primo (e quindi unico) turno.

Insomma, la storia politica di Renzi è quella di un ragazzotto democristiano di provincia che ha scalato velocemente con l’appoggio ed il sostegno finanziario di forze più o meno oscure e sulla base di un accordo segreto con il plenipotenziario di Forza Italia, l’ex PCI facendone un partito personale arrivando a chiedere i pieni poteri come un Erdogan qualsiasi.

Quanti sono quelli che sono ancora nel PD e che fino alla batosta del 6 dicembre 2016 dicevano “con lui si vince sempre”... “evviva la sua idea di sinistra riformatrice”... “basta con i vecchi arnesi della sinistra”... “i veri partigiani votano Si” anche quelli che sfilano in blu il 25 aprile “perché così è più inclusivo”? Tanti, e molti anche tra quelli che se ne sono successivamente staccati.

Vi ricorda qualcuno?

Ecco perché non mi stupisce affatto che una nota fascista dichiari di voler sposare il suo progetto proprio ora che quello di Salvini sembra essersi appannato mentre sono già partite le grandi manovre per depotenziare un suo eventuale ritorno mediante una nuova riforma elettorale.

Renzismo e Salvinismo non sono altro che due variabili della stessa malattia: la crisi del sistema politico italiano come conseguenza della crisi di egemonia delle classi dirigenti che, pur di mantenere intatto lo status quo, cavalcano questi personaggi per poi liquidarli non appena viene fuori tutta la loro inadeguatezza politica.

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30/09/2019

Il Governo della Marmotta

di Alessandra Daniele

Siamo prigionieri d’un timeloop.

L’ho già detto? Per forza, è un timeloop. E posso dimostrarlo:
Beautiful è in onda dal 1987, ed è la soap opera più seguita al mondo. Pescando qualcuna a caso delle ormai quasi settemila puntate, ogni volta ci si trova Brooke Logan sposata con uno diverso dei suoi parenti acquisiti dai precedenti matrimoni: il suocero, il cognato, il genero. Li ha sposati tutti, anche più d’una volta ciascuno. Ridge l’ha sposato sette volte, negli intervalli fra gli altri. Gli ex mariti della figlia li ha sposati entrambi. Ha sposato due volte un tizio che è stato contemporaneamente suo genero, e suo cognato.

Brooke è il PD.

Negli ultimi vent’anni, il PDS-PD è stato al governo letteralmente con chiunque, passando con disinvoltura da Bertinotti a Cossiga, da Di Pietro a Mastella, da Pecoraro Scanio a Gasparri, dalla Binetti alla Santanchè. Coalizioni, larghe intese, governi tecnici, di transizione, d’emergenza, di salvezza nazionale, il PD non ne schifa nessuno. Che facciano schifo agli italiani non conta un cazzo.
Show must go on Schegge taglienti, 28 ottobre 2013

Eppure, più di metà degli elettori italiani continua a votare.

Per rabbia, per paura, per ripicca, per sfregio. Per fedeltà alla maglia.

Vota Tizio contro Caio.

Poi Tizio e Caio vanno al governo insieme.

E alla fine vanno al governo col PD.

Il partito capace di governare coi No Vax di Paola Taverna, e contemporaneamente tesserare Beatrice Lorenzin.

Il partito capace di tesserare Laura Boldrini promettendo “discontinuità” sull’immigrazione, e contemporaneamente confermare gli accordi di Minniti e Salvini con la Libia.

Non c’è nessun bipolarismo, nessun tripartitismo, nessuna reale contrapposizione fra loro che non sia solo una faccenda di ambizioni e vendette personali.

Il M5S ha governato con la Lega per più d’un anno, controfirmandone tutte le peggiori porcate razziste e securitarie, e avrebbe continuato per altri quattro anni se Salvini non l’avesse incautamente scaricato.

E immediatamente dopo, il Movimento 2 Facce è passato a governare con quello che fino al giorno prima chiamava il partito di Bibbiano.

Di Maio ha preteso il ministero degli Esteri, per garantire continuità. Con Alfano.

Il PD – di cui il fanclub di Renzi, Italia Viva, è la più recente metastasi – con la Lega di fatto condivide almeno metà del programma, dalle Grandi Opere a base di montagne traforate, al criminale finanziamento dei lager libici.

Siamo prigionieri d’un timeloop spraleggiante, ad ogni iterazione l’orbita decade ulteriormente, lo scenario diventa più grottesco.

Il nodo di Moebius si stringe. E ritorce l’effetto contro la sua causa.

La rabbia delle periferie è servita a ingrassare lo spauracchio populista, fino a far sembrare giustificata ogni contromisura di Palazzo.

Le manifestazioni ecologiste vengono sfruttate come spot planetario per quel cosiddetto Green Deal che è il nuovo business dello stesso vorace capitalismo che di fatto contestano.

Il Capitale si ricicla.

I governi si ritingono di verde.

Ma non è ecologismo. È muffa.

Eppure, più di metà degli elettori continua a votare.

Quando sarebbe molto meglio inserire nell’urna, dentro la scheda, uno scarafaggio vivo.

Uno ciascuna.

Non risolverebbe le cose, ma sarebbe un buon inizio.

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