Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/03/2021

Migrazioni per ricchi. Dalla politica ai veri centri di potere

È di due giorni fa la notizia che l’On. Domenico “Marco” Minniti si è dimesso da parlamentare per andare a fare il Presidente della Fondazione MED-OR, neonata struttura che nasce quale emanazione diretta dall’industria bellica nazionale Leonardo (ex Finmeccanica).

La Fondazione in questione viene presentata come “un ponte attraverso il quale far circolare idee, programmi e progetti”, ed opererà per trasferimento di tecnologie tradizionali ed innovative e per l’alta formazione ed il trasferimento capacitivo.

Aree geografiche di interesse della formazione per i fini anzi detti saranno l’Africa mediterranea oltre a Medio ed Estremo Oriente, ovvero “l’orto di casa nostra” e l’area geografica di maggior espansione economica in questo momento storico.

Si può proprio dire l’uomo giusto al posto giusto! Minniti, per i passati incarichi politici ricoperti sia alla giuda politica delle nostre strutture informative, sia al Ministero degli Interni, conosce bene i paesi mediterranei, e le loro dinamiche interne ed internazionali, sia palesi sia nascoste, mentre per l’estremo oriente si presenta comunque come interlocutore presentabile e, soprattutto, affidabile.

Dovrà presumibilmente curare l’incremento della vendita delle armi italiane in quei paesi, ma soprattutto creare, mantenere e curare, contatti di tipo politico ad alto livello per incrementare le relazioni economiche: vuoi mettere Minniti con Di Maio?

Alcuni mesi fa anche l’On. Maurizio Martina, pure lui esponente del Partito Democratico e già ministro dell’agricoltura si è dimesso da parlamentare, per andare a ricoprire il ruolo di Vice Direttore Generale aggiunto della FAO (mica roba da poco), un ruolo fatto apposta per lui, infatti se è “aggiunto” vuol dire che un titolare della carica già c’era, e c’è tuttora. Chi di dovere ha creato appositamente una casella per lui.

Il ruolo è di primaria importanza non solo a livello internazionale, ma anche interno, eventuali eccedenze produttive della nostra agricolture, tipo il riso, eventualmente potrebbero essere ora acquistate dalla FAO con più facilità rispetto a prima.

A completare il quadro delle dimissioni da parlamentare di eletti nelle file del PD c’è Pier Carlo Padoan, già ministro dell’economia e delle finanze nei governi Renzi e Gentiloni, dal 22 febbraio 2014 al 1 giugno 2018, che è stato nominato componente del CdA di Unicredit e che ne diventerà presidente.

Sinceramente non credo che la nave stia affondando, evento da cui i topi scappano, ma ritengo che stiamo assistendo ad un ricollocamento mirato di esponenti del PD in posti chiave di altissimo potere, sia a livello nazionale che sovranazionale, atti a garantire, oltre alle fortune personali, anche un reale peso di una parte del ceto politico del così detto centro-sinistra per il dopo Draghi.

Si dà evidentemente per scontato che le prossime elezioni saranno vinte dal così detto centro-destra, ma piazzando propri uomini in alcuni posti chiave ci si assicura di contare nel “potere reale” molto di più di quanto i risultati elettorali possano poi assicurare in quello politico.

Tra pochi mesi si aprirà la partita delle nomine in 500 consigli di amministrazione di importantissimi enti economici controllati, in tutto o in parte, dallo Stato. Le nomine le farà Draghi, ed oltre a nomi di diretta emanazione del mondo e degli interessi che lui rappresenta sarà interessante vedere, e capire, chi e dove le varie “bande” che operano oggi nel palcoscenico politico nazionale metteranno i loro uomini.

Il potere reale di questo nostro paese si sta ridisegnando, il mondo e l’Italia post pandemia non saranno come prima, i cambiamenti stanno già avendo luogo, in molti casi senza che ce ne rendiamo conto; il futuro sembra campo di battaglia di ristrettissime oligarchie internazionali, come sempre pronte a governare politica ed economia, in difesa dei loro interessi di classe e gettando sempre più ai margini economici e sociali vaste masse di esseri umani (quanto sta succedendo nell’agricoltura indiana ne è un esempio paradigmatico).

Contro tutto questo è sempre più necessario che tutte le forze comuniste ed anticapitaliste, con tutti i loro attuali limiti, facciano fronte comune.

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07/01/2020

Brancaccio - Continuità

RAI GR1, 3 novembre 2020 – Contrariamente alla vulgata e alle apparenze dello scontro mediatico, gli ultimi dati forniti dal Ministero dell’Economia mettono in evidenza una linea di sostanziale continuità negli indirizzi di politica di bilancio dei governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi anni. Un’intervista all’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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22/10/2018

Il mai spento mercantilismo deflazionista del PD

L’altro giorno alla Leopolda, Renzi e l’ex ministro dell’economia Padoan hanno presentato una contromanovra per abbattere lo spread.

Innanzitutto c’è da dire che sconfessano il Def presentato dal governo Gentiloni-Padoan ad aprile, che prevedeva un deficit tendenziale per il 2019 pari allo 0,8%.

Ora Padoan lo porta al 2.1%, quasi lo stesso del tendenziale della manovra di Tria.

Il piatto forte è l’abolizione dell’imposta di registro per le compravendite immobiliari per 4,8 miliardi, buona per gli speculatori immobiliari, ma soprattutto l’abolizione dell’Irap alle imprese per 13,8 miliardi, superiore al reddito di cittadinanza che è pari a 10 miliardi.

Sia l’imposta di registro che l’Irap sono misure di protezionismo fiscale a carico dello Stato, simile alla flat tax per le partite Iva, le micro imprese e i lavoratori autonomi del governo Conte. Ma mentre quest’ultima misura è pari a 2 miliardi, rivolta principalmente ad operatori del mercato interno, l’abolizione dell’Irap proposta da Renzi Padoan va (andrebbe) in grazia degli esportatori italiani, che abbatterebbero il costo del lavoro rendendosi più competitivi rispetto ai concorrenti europei.

Se fossero al governo quelli del PD gli industriali esportatori si ritroverebbero con 13.8 miliardi di benefici fiscali tramite l’abolizione dell’Irap, un tasso di inflazione strutturalmente ormai più basso di quello tedesco per via di salari in diminuzione del 2% nell’ultimo decennio, quando in Germania sono aumentati del 12% e regole contrattuali – vedi quelle firmati dalla Fiom – che strutturalmente portano alla stagnazione se non alla diminuzione reale dei salari dei metalmeccanici.

Il sogno dei mercantilisti. Il modello tedesco, adottato nel 2011 in Italia, ha superato quello originario della Germania.

Ci credo che i salariati non votano più PD.

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11/07/2018

Isteria da “cigno nero”. Deputato Pd vuole denunciare il ministro Savona: “Procurato allarme”



Lo spettro del “cigno nero” nell’economia provoca qualche isteria. Tanto più se viene evocato un “Piano B” per farvi fronte. “Insieme a un gruppo di risparmiatori e di attivisti politici, stiamo valutando l’ipotesi di depositare alla Procura della Repubblica un esposto per verificare se le allusive affermazioni del ministro Paolo Savona costituiscano procurato allarme ai sensi dell’art. 658 del codice penale” ad annunciarlo è Gianfranco Librandi, deputato del Pd.

A rincarare la dose, ma senza arrivare alle minacce del deputato piddino, è l’ex ministro dell’economia Padoan. “Se un ministro di un governo dice che sta pensando a un piano B e che questo implica l’uscita dall’euro, questa è una affermazione che viene vagliata con molta attenzione, dai mercati in primo luogo” ha detto questa mattina ai microfoni di Radio Anch’io commentando le parole del ministro Savona.

Alla domanda se le dichiarazioni del ministro Savona stessero generando preoccupazione nei mercati, l’ex ministro Padoan ha fatto osservare che “lo stanno già facendo. Ci sono delle analisi del rischio Italia che mostrano che nei mercati esiste il ‘rischio di ridenominazione’, ossia sui mercati si sconta una possibile situazione in cui l’Italia sia costretta a uscire dall’euro con l’introduzione di una nuova lira”. In compenso Padoan sembra aver apprezzato il vicepremier del M5S: “le parole di Di Maio sono importanti perché vanno in direzione opposta. Il fatto che ci sia un ‘cigno nero’, cioè un evento imprevedibile e grave, non implica che si debba pensare come risposta un’uscita dall’euro”.

Di Maio in una trasmissione televisiva a La 7, ha dichiarato che il governo non sta pensando ad un Piano B per uscire dall’Euro. “Oggi le posso dire – ha detto il vicepremier Luigi Di Maio ad una specifica domanda durante la trasmissione Omnibus su La7 – che non ci sto pensando e il governo non sta lavorando a questo. Non possiamo immaginarlo nemmeno per un attimo”. “Il governo – ha aggiunto ancora – non vuole uscire dall’euro. Se poi gli altri cercheranno di cacciarci non lo so, ma questo non e’ nostra volontà, ne metteremo gli altri nelle condizioni di farlo”.

Ma cosa aveva detto il ministro per gli Affari europei Paolo Savona da suscitare tutto questo scombussolamento? In una audizione al Senato aveva risposto testualmente: “Mi dicono: tu vuoi uscire dall’euro? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è di essere pronti a ogni evenienza”. L’esperienza alla Banca d’Italia, ha aggiunto, “mi ha insegnato a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il cigno nero, lo shock straordinario”.

Insomma un discorso di buon senso per ogni economista che abbia responsabilità di governo, incluso quello di avere un Piano di riserva per far fronte a scenari inediti – il famigerato “cigno nero”. Ma Savona ha evocato due non detti che sono un tabù: Piano B ed uscita dall’euro (scelta consapevolmente o indotta dall’esterna che sia). E su queste due parole la razionalità si perde per essere sostituita dall’isteria, e questa sì che fa danni, tanti danni, almeno quanto quelli provocati alla popolazione dall’entrata dell’Italia nell’Eurozona e nell’Unione Europea.

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19/12/2017

Padoan scarica la Boschi (e Renzi)

Si rafforza ogni giorno la sensazione che la struttura portante del capitale multinazionale, finanziario e non, stia cambiando cavallo e dunque stia scaricando Matteo Renzi e la sua banda di baldi arrivisti.

La randellata arrivata ieri dal ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, è di quelle che fanno davvero male. Stava deponendo davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, voluta proprio dal Pd renziano per “provare” le colpe della Banca d’Italia nei numerosi scandali bancari degli ultimi anni. L’accusa, com’è noto, è quella di “mancata vigilanza” o addirittura di manipolazione del sistema tramite “consigli” sulle fusioni da effettuare tra istituti bancari.

Ma al centro sono finiti quasi subito gli incontri di Maria Elena Boschi con numerosi esponenti di primo piano del “sistema”, in cui la ex ministra delle “riforme costituzionali” e attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio in qualche modo perorava la causa di Banca Etruria, il cui vicepresidente era al tempo suo padre. Un clamoroso caso di conflitto di interessi, come minimo, che la “signorina Meb” prova da tempo a confutare alzando cortine fumogene (“normali incontri istituzionali”) o smentite presto smentite da altre testimonianze.

Fin qui, comunque, il sistema di protezione della Boschi aveva in qualche misura funzionato. La falla più grossa era stata aperta dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che aveva ammesso di aver incontrato la Boschi e di aver parlato di Banca Etruria, sia pure in termini generici. La reazione era stata furiosa e vagamente minacciosa (“Forse Vegas si è scordato, ma ho i messaggini, il 29 maggio 2014 lui mi chiese di incontrarci in modo inusuale a casa sua alle 8 di mattina. Io ho detto no, semmai alla Consob o al ministero...”), sollevando anche qualche pruderie da rotocalco.

Inevitabilmente, però, il problema era posto: Maria Elena Boschi si è interessata di banche pur non avendo alcuna delega governativa in materia (le “riforme costituzionali”, in effetti, sono argomento alquanto lontano dai caveau, anche se forse meno di quanto si possa pensare). E quindi lo ha fatto per iniziativa personale (addirittura familiare, visto il ruolo del padre) o su incarico informale del ministro competente?

Il ministro in questione è per l’appunto Padoan, tutt’ora in carica con Gentiloni. Che ha deposto scandendo queste parole:

“Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione”. Del resto, la responsabilità del settore bancario “è in capo al Ministro delle finanze che d’abitudine ne parla con il Presidente del Consiglio”. Anzi: “le discussioni a livello di governo sulle questioni relative a banche in situazioni di difficoltà avvenivano in modo molto continuo tra presidente del Consiglio e me, poi ci sono state altre rare occasioni in cui queste cose venivano discusse in gruppi più ampi di governo ma essenzialmente la discussione sui casi bancari è stata tra il presidente del Consiglio e il sottoscritto”.

La traduzione politica è semplice: la “signorina Meb” si è mossa per i fatti suoi, io non ne sapevo niente. Con un colpo di coda in più: il coinvolgimento del Presidente del Consiglio d’allora, cioè Renzi. Il quale ovviamente veniva informato delle questioni finanziarie rilevanti dal ministro e quindi – teoricamente – avrebbe potuto a sua volta informare la Boschi sugli sviluppi delle vicende riguardanti la banca vicepresiduta dal padre.

La banca toscana è stata poi “mandata in risoluzione” (tecnicamente fallita) insieme ad altri tre istituti.

Ma Padoan ha seminato anche altri “suggerimenti” che suonano implicitamente come un “toglietemi dai piedi questi dilettanti”. Per esempio quando ha dichiarato “Mi risulta che la nostra normativa sul conflitto di interessi sia una buona normativa. Si tratterebbe forse di applicarla con decisione”. Se fosse stato fatto, se ne può dedurre, non staremmo qui a trascinarci un caso come questo...

Di più ancora. Padoan ha indirettamente difeso l’operato complessivo della Banca d’Italia – e del suo governatore, Ignazio Visco, che Renzi voleva far rimuovere e che oggi sarà sentito dalla stessa Commissione d’inchiesta – sostenendo che “Pur riconoscendo che in alcuni singoli casi la vigilanza poteva fare meglio, ciò avveniva in contesto di cambiamento delle norme europee e di crisi economica”. Ma una simile insufficienza si è manifestata solo nel caso delle “banche venete”, su cui Padoan ha infierito: “Quello che avevo in mente è che ci possono essere stati ostacoli nella vigilanza” e “quello delle banche venete è un esempio nel quale la vigilanza non si è potuta esperire completamente. Negli altri casi non sono in grado di dire cosa sia successo in ognuno di essi”.

Padoan non è esattamente un pivello. Ha una storia come economista di formazione Pci (è stato anche nel Comitato Centrale della regione Lazio), poi Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia e quindi vice segretario generale dell’Ocse, fino a diventarne capo economista. Insomma, un “tecnico che sa di politica”, espressione diretta degli organismi sovranazionali che hanno fin qui governato la globalizzazione favorendo al massimo le “riforme” neoliberiste.

La sua deposizione, insomma, è stata qualcosa più di un siluro.

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22/11/2017

Consigliera double face: per lo Stato e la multinazionale

Se si vuol capire come funziona uno Stato al servizio di interessi privati abbiamo un esempio eccellente sottomano: Susanna Masi, esperta in materia fiscale alle dipendenze del ministero dell’Economia è stata formalmente accusata di vendere i segreti fiscali del governo alla società privata da cui proveniva, Ernst & Young, potente multinazionale della consulenza fiscale.

I magistrati hanno condotto un’indagine durata almeno tre anni, controllando sia le sue comunicazioni informatiche e telefoniche, sia il flusso di bonifici dalla società Usa al suo conto bancario. Il quadro è insomma ricco, completo e inconfutabile.

La cronache ricostruiscono la sua carriera. La Masi era una stimata professionista del network globale di servizi di consulenza, un colosso con 250.000 dipendenti, 700 uffici in 150 paesi. Insomma, di una società privata che riunisce in sé la conoscenza di tutti i sistemi fiscali esistenti sul pianeta, e che dunque può fornire ai suoi clienti – grandi gruppi multinazionali, oltre che professionisti abbastanza ricchi da poterne pagare le salatissime parcelle – consigli efficaci su come risparmiare sulle tasse spostando sedi, utilizzando “teste di legno”, ecc.

Com’era arrivata al ministero dell’economia e di qui anche in Equitalia? Grazie a Mario Monti, che l’aveva scelta nel 2012 e poi lasciata in eredità a Saccomanni (nel governo Letta) e Pier Carlo Padoan (governi Renzi e Gentiloni).

Fin qui, nulla di strano. Certo, si potevano cercare “risorse umane” all’interno dei ministeri, ma non è strano che si assumano esperti esterni, specie se molto competenti.

Il problema è sempre che questo passaggio dal privato al pubblico dovrebbe venir accompagnato da un radicale cambio di mentalità, o una completa revisione della “scala dei valori”. Specie in materia fiscale. Perché una cosa è consigliare i clienti sul come evaderle, l’opposto è potenziare lo Stato nell’ottenerne il pagamento. Un po’ come il ladro e il poliziotto, insomma...

Sembra evidente che nel caso di Susanna Masi nessuno si sia preso la briga di spiegare alla neo-assunta che ora avrebbe dovuto impiegare a rovescio le sue competenze. O, almeno, che la signora non se ne sia dato per inteso...

Dalle carte emerge infatti che Masi avrebbe «fornito a Ernst & Young notizie riservate possedute grazie al suo ruolo istituzionale di membro della segreteria tecnica» o «consigliere del ministro», così consentendo alla società di poter offrire ai grossi clienti (specie banche) servizi di ottimizzazione fiscale già parametrati sulle norme che sarebbero entrate in vigore qualche mese dopo.

Ma non si sarebbe accontentata di fare “la spiona” sui progetti del ministero. Una volta entrata nel gotha dirigenziale, infatti, si sarebbe «resa disponibile a proporre modifiche, a vantaggio di Ernst & Young e dei suoi clienti, alla normativa fiscale interna in corso di predisposizione, nella materia di transazioni finanziarie nella quale era direttamente coinvolta quale membro della segreteria tecnica del ministero».

Due ruoli chiave in una sola persona: fornire “dritte” sulle regole future e addirittura dettarle direttamente.

Evidente, dunque, che una funzione pubblica essenziale dello Stato – il fisco, le sue regole, le modalità di riscossione e di contrasto dell’evasione – siano state messe a disposizione di una società privata multinazionale in qualche misura molto più potente e “sapiente” dello Stato stesso (in virtù del suo conoscere nei dettagli le normative di almeno 150 paesi).

Negli Stati Uniti questo passaggio dai ruoli privati a quelli pubblici è così normale da essere continuo e sostanzialmente incontrollato. Ricordiamo, tra i casi famosi, Dick Cheney passato (più volte) dal ruolo di amministratore delegato di Halliburton alla vicepresidenza Usa insieme a George Bush jr; oppure Donald Rumsfeld, diventato ministro della difesa dopo esser stato, tra l’altro, presidente della G.D. Searle & Company, multinazionale farmaceutica nota per la pillola contraccettiva Enovid e per il dolcificante cancerogeno brevettato con il nome di aspartame. L’elenco sarebbe infinito...

Di fronte a casi come questo quello della Masi potrebbe sembrare quasi “minore” e forse lo è. Ma è il segnale evidente che la “privatizzazione degli Stati” sta avanzando a tappe forzate all’ombra delle best practices consigliate dall’Unione Europea. La quale, sembra doveroso ricordarlo, è una struttura intessuta da trattati che priva il Parlamento europeo – unico caso al mondo – del potere legislativo; ma che, al contempo, è apertissima all’influenza dei “gruppi di pressione” delle imprese multinazionali (lobby), tanto da averne riconosciuto il diritto d’accesso alle strutture decisionali (la Commissione, ossia il governo). In pratica, un luogo deputato a decisioni vincolanti per un continente intero dove la sovranità popolare non può entrare, ma le multinazionali hanno libero accesso (l’unica gerarchia riconosciuta è il fatturato).

Per la cronaca, il codice penale italiano prevede ancora – per comportamenti come quello della Masi – i reati di «corruzione», «rivelazione di segreto d’ufficio» e «false attestazioni sulle qualità personali» per non aver dichiarato il proprio conflitto di interessi (prender soldi da Ernst & Young).

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18/11/2017

La verità fa male al governo Gentiloni

L’operazione verità si sta rivelando decisamente una questione rognosa per il governo Gentiloni. Lo si era capito dalla stretta imposta ai mass media (e dall’atteggiamento della polizia) contro lo sciopero generale del 10 e la manifestazione dell’11 novembre, convocati proprio all’insegna della verità da far conoscere al paese sul piano della disoccupazione reale, della aspettativa di vita taroccata sulle pensioni, della destrutturazione del lavoro che ha visto il boom solo di quello precario e a bassi salari, dello smantellamento del welfare che sta minando alla base la salute e la scuola pubblica.

Ma adesso a incalzare il governo sul piano della verità – e a far saltare i nervi ai ministri – ci si è messa anche la Commissione Europea. Con motivazioni e posizionamento ovviamente opposti a quelli dell’Usb o della Piattaforma Eurostop.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha bollato come “intollerabili” le parole del vice presidente della Commissione europea, Jyrki Katainen, il quale ha esortato il Governo a dire la verità agli italiani sullo stato dei conti pubblici. “Non mi è piaciuta l’esortazione al Governo italiano – ha detto – a non mentire ai cittadini, questo è intollerabile. Il Governo dice le cose come stanno”.

Una sorta di excusatio non petita del ministro dell’Economia, che mostra tutti i nervi scoperti di un esecutivo che ha fatto della cortina fumogena sulla ripresa economica e sulla luce in fondo al tunnel una velina di regime. I fatti, come noto, dicono tutt’altro, confermando ancora una volta quella contraddizione tra il demone della “crescita” e la realtà dello sviluppo di un paese, una contraddizione classica nei sistemi liberisti (neo o ordo che siano).

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi sul nostro giornale, la Commissione Europea ha già fatto sapere che la Legge di Stabilità approntata dal governo per affrontare la campagna elettorale, si porta dentro un buco di alcuni miliardi (almeno 3,5) che andranno recuperati al più presto con una manovra aggiuntiva. Come? O con nuove tasse o con nuovi tagli alla spesa sociale, come al solito.

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21/10/2017

Vogliono farci morire prima? Serve una “operazione verità”

Le parole del ministro dell’Economia Padoan sono rivelatrici e non casuali. Quando il ministro che ha in mano i rubinetti dell’economia afferma che: “Gli Italiani muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps”, è chiaro che ci troviamo di fronte al nocciolo del problema.

Al di là degli scongiuri e degli improperi che possono scattare in automatico (e pienamente giustificati), Padoan ha solo dato voce ad una dottrina che è diventata strategia di comportamento in molti paesi a capitalismo avanzato. Ne abbiamo scritto su questo giornale spesso e anche recentemente.

Il processo di disumanizzazione delle persone, ormai declinate nella migliore delle ipotesi come risorse umane o capitale umano, a fronte delle esigenze dei mercati, della ossessione della competitività e del dogma del pareggio di bilancio, da tempo sta producendo una eugenetica concreta e dal sapore un po’ nazista.

Aveva cominciato il Fmi nel settembre del 2014 affermando in un documento che “ulteriori risparmi saranno difficili senza affrontare l’elevata spesa per le pensioni”. La spesa pubblica per le pensioni, afferma il Fondo, è la più alta nell’area euro e rappresenta il 30% del totale della spesa”. Non solo, con una assonanza diabolica il Fmi sottolineava che: “Le riforme hanno aiutato a invertire il rapido aumento della spesa sanitaria nell’ultimo decennio ma ci sono spazi per migliorare”.

Nello stesso periodo in Italia si avviava una inquietante controtendenza: la mortalità cominciava ad aumentare e l’aspettativa di vita a diminuire. “L’Italia, entrata nel 2015 nella recessione demografica, anche l’anno scorso ha proseguito il trend negativo: la popolazione residente è infatti calata di 76mila unità (-0.13%)” sottolineava l’Infodata de il Sole 24 Ore del 21 agosto.

E perché si muore di più? La spesa sanitaria sostenuta di tasca propria dai cittadini italiani è salita a 34,5 miliardi di euro, mentre sono ormai diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagarle di tasca propria. Sono 2 milioni in più rispetto al 2012. E’ quanto emerge da una ricerca Censis del 2017.

Tra questa drastica diminuzione delle persone che si curano o che hanno i soldi per curarsi e l’aumento dell’età pensionabile c’è una relazione? Certamente sì. E’ evidente che un organismo umano tenuto al lavoro per un tempo più lungo ne venga inevitabilmente logorato sul piano fisico e psicologico. Ed è altrettanto evidente che il combinato disposto tra un organismo umano più logorato e la diminuzione delle cure produca un accorciamento delle aspettative di vita.

Le minacce terroristiche di ministri come Padoan o dei tecnocrati del Fmi o dell’Ocse sulla insostenibilità dei sistemi previdenziali, sanitari e di welfare di fronte all’invecchiamento della popolazione (una volta ritenuto un indicatore di benessere mentre oggi lo fanno apparire una jattura), nasconde il fallimento del modello capitalista ipercompetitivo come modello ideale di società e manipola l’attenzione pubblica in una direzione estremamente inquietante: una volta che il capitale umano ha esaurito la sua funzione produttiva (portata magari fino a 70 anni), deve togliersi di torno il prima possibile per evitare che diventi “un costo insostenibile”.

Marx parlava profeticamente dell’esito della lotta di classe come “vittoria di una classe sull’altra” o della “rovina comune delle classi in lotta”. Il ministro Padoan, come il miliardario Warren Buffet, lavorano attivamente all’inveramento permanente del primo scenario, perché al momento dispongono di tutte le regole e gli apparati per imporlo. Spetta a coloro che essi vorrebbero togliere di torno il prima possibile ingaggiare la sfida, per l’uguaglianza e la giustizia sociale sicuramente, ma a questo punto anche per la sopravvivenza. Questo paese ha urgenza di una “operazione verità”.

Il 10 e 11 novembre c’è uno sciopero generale e una manifestazione a Roma per cominciare a raccontarla in tanti, senza sconti per nessuno.

vedi anche: lavoro, precarietà,disoccupazione. Serve una “operazione verità”

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27/09/2017

A futura memoria. La fine del Q.E., il governo e la propaganda elettorale

Ci troviamo ad un dipresso da un momento storico sovraccarico di incognite, incertezze e paure: a nove anni dall’avvio prima in America e poi in tutto il mondo del quantitative easing, la manovra – senza precedenti su questa scala – di introduzione di dosi gigantesche di liquidità sui mercati mediante l’acquisto di bond per debellare la crisi, inizia ora la fase opposta.

Sarebbe utile tenere a memoria le dichiarazioni rilasciate dal Presidente del Consiglio Gentiloni e del Ministro dell’Economia Padoan al momento della presentazione della Legge di Stabilità per il 2018.

E’ il caso di farlo perché, al momento del “dunque” emergerà il tema della conclusione dell’operazione Q.E. da parte della BCE (da parte di altre Banche Centrali l’operazione è già cominciata, la FED ad esempio l’ha avviato dal 2015) e inizieranno i dolori della restituzione.

Questo Governo, dall’apparente “basso profilo”, ha proseguito nella continuità rispetto al precedente sul terreno della propaganda e dell’elettoralismo, virando soltanto di brutto sul tema del rapporto con lo spinoso problema dei migranti verso posizioni di pura destra unificando surrettiziamente politica esterna e politica interna.

Ma non è questo il punto.

La questione che si intende sottolineare oggi riguarda l’evidente sottovalutazione che, per ragioni di pur propaganda, il governo italiano sta esercitando rispetto alla prossima fase conclusiva del Q.E.

Le banche centrali di tutto il mondo, in questo momento, si trovano infatti in “pancia” 15mila miliardi di dollari in titoli dei quali ben 9mila statali, un quinto dei debiti pubblici totali: è il momento di alleggerire i portafogli ma per gli analisti si rischia un rialzo dei tassi che fermerebbe la ripresa.

Più prudente di così, Janet Yellen non poteva essere: a ottobre il bilancio della Fed, che ha raggiunto i 4.200 miliardi di dollari, scenderà di 10 miliardi, 6 in Treasury bond e 4 in obbligazioni delle società. Un’inezia. E non saranno neppure venduti perché semplicemente scadranno e non saranno rinnovati.

Torniamo al punto di partenza, quello del momento storico.

Un momento storico sovraccarico di incognite, incertezze e paure come si scriveva in epigrafe.

I bond acquistati tornano indietro, le banche centrali non comprano più e anzi rivendono.

L’exit strategy coinvolgerà la Bce – dove il Qe dovrebbe finire l’anno prossimo – e poi la Bank of England, la Bank of Japan, e in misura minore la Riksbank svedese e la Swiss National Bank. In tutto, le banche centrali deterranno alla fine di quest’anno buoni e obbligazioni per 15mila miliardi di dollari, dei quali 9mila in government bond, in media un quinto del debito pubblico dei Paesi interessati. Anzi, in diversi casi ancora di più, tanto da avvicinarsi al limite del 33% del debito pubblico scritto nello statuto sia della Bce che della Fed (per evitare che una banca centrale finanzi direttamente un Paese).

Tutti avranno lo stesso problema: come liberarsi di quest’ingombrante massa di denaro.

Qualcuno afferma che per fortuna le elezioni saranno già passate in Italia quando il Qe finirà. Prima però ci sarà la campagna elettorale (vera e unica ragione di vita per l’intero sistema politico che vive di illusioni e di abbagli in una difficilissima crisi di credibilità) e questo è davvero il “punctum dolens” di questa vicenda.

Poi ci sono da tener presenti le questioni di lungo termine, compresa la garanzia dell’indipendenza della Bce quando Draghi lascerà nel 2019. Non è un momento troppo lontano per chi vuole avere un quadro prospettico chiaro.

Teniamo allora bene in vista nel nostro archivio della memoria le dichiarazioni del Governo Italiano, così tanto per aver chiaro lo storytelling che ci troviamo a dover ascoltare.

Dunque a futura memoria:
“La crescita del Pil nel 2017 sarà dell’1,5%. Nel 2018 il deficit nominale italiano si attesterà all’1,6%. Con un abbattimento del debito già nel 2017 anche tenendo conto delle somme messe a disposizione del sistema bancario per affrontare le situazioni di crisi. «La crescita del Pil del 2017 è confermata all’1,5% e 1,5% è quella che secondo noi va confermata per il ’18 e il ’19», ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al termine del Cdm che ha approvato la Nota di aggiornamento del Def, il Documento di economia e finanza che dà il quadro dello stato di salute dell’economia italiana e disegna la cornice entro la quale preparare la legge di bilancio. Alla Nota di aggiornamento è allegata anche la Relazione al Parlamento. Il debito sarà al 131,6% quest’anno e al 129,9% rispetto al Pil nel 2018. È stato un consiglio dei ministri veloce, durato 33 minuti.

«Il Paese è a una svolta e lasciamo un’eredità forte alla prossima legislatura, la fine del Qe non ci deve spaventare ma ci pone nuovi obblighi. Si cresce di più, il debito scende, il sistema bancario è in sicurezza. Stiamo entrando in una nuova fase. In questo quadro ci avviamo alla legge di bilancio». Il ministro conferma che il sentiero resta stretto. «Le risorse per la legge di bilancio sono limitate: il sostegno all’occupazione giovanile è qualcosa che nessuno può negare debba essere affrontato. Ma su questo nelle prossime settimane daremo indicazioni più precise» ha aggiunto.

I dati della nota di aggiornamento al Def presentati ha chiarito Padoan «sono positivi e incoraggianti, ma non vengono fuori a caso, non sono il frutto di qualche magia. Questo lo voglio rivendicare con grande orgoglio per quello che questo governo e molto anche il governo precedente hanno fatto: sono frutto di una strategia sempre precisa». Una strategia «vincente» ha rivendicato e «mi auguro possa continuare in futuro».

La fine del QE non ci deve spaventare ma avverte Padoan «ci pone nuovi obblighi. Siamo preparati? Sì, ma dobbiamo a nostra volta fare delle cose come la gestione del debito». Perché «è possibile vivere in un mondo con tassi d’interesse più alti» ma «i mercati guardano con attenzione se i Paesi continuano a fare le riforme. Il Paese deve continuare a farle e deve farlo in un contesto di stabilità politica».
Queste incaute dichiarazioni vanno ben tenute a mente per non dimenticare l’avventatezza della propaganda seminatrice di illusioni a buon mercato portata avanti dai governi che hanno attraversato questo scorcio di legislatura: 80 euro, job act, agevolazioni per le imprese, modello “Marchionne” nella relazioni industriali.

Il tutto apparentemente a buon mercato fidando sulla bolla del Q.E.e per agevolare i padroni del vapore e alimentare le disuguaglianze economiche e sociali. Sulla “bolla” creata dal Q.E. si svilupperà sicuramente la speculazione, non essendo state minimamente aggredite le radici di questo stato di cose che stanno essenzialmente nella ferocia del governo del ciclo capitalistico contrassegnato da quella che è stata definita globalizzazione e dalla politica dei banchieri, impuniti protagonisti di questo vero e proprio disastro sociale e politico.

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07/04/2017

Lavoro e banche. Obiettivo: rendere il paese autonomo dalla realtà per una breve stagione

A quaranta anni dal ’77 il nostro è ormai un paese di autonomi. Dalla realtà, s’intende. Abbastanza sfortunati da vedere che tutto crolla proprio quando la sceneggiatura dell’autonomia dalla realtà sembrava tenesse. O, in alternativa, abbastanza furbi da fuggire qualche minuto prima che tutto venga giù. Il presidente del consiglio Gentiloni, con naturale pacatezza, sta giocando, a modo suo, questa sceneggiatura. Vedremo se sarà abbastanza sfortunato o abbastanza furbo.

Il punto è che, come al solito, tutto crollerà e saremo noi a farne le spese. Però la strategia per un po’ paga perché, come sappiamo, stare al governo è comunque un affare. Un esempio recente? Ricordate il Berlusconi del “stiamo meglio di altri”, “i ristoranti sono pieni” etc.? Stava indirizzando il paese verso la perdita, oggi stimata, del 10% del Pil proprio nel periodo in cui venivano dette queste frasi. Eppure per un paio di anni e mezzo, fino alla lettera di Draghi e Trichet del 2011, Berlusconi non solo riuscì a tenere ma anche sventò una fronda interna e le conseguenze politiche di un grave scandalo. Del resto governava un paese in cui la favolistica, sostituto onirico dell’ideologia, è da tempo la vera dottrina politica, a destra come a sinistra. E anche dei nuovi partiti né di destra né di sinistra. E che dire dei suoi avversari? Dopo averlo fatto fuori sono riusciti a mettere in piedi una manovra finanziaria che ha generato tre recessioni consecutive. Il procedimento di autonomia della realtà prevedeva la narrazione della “ripresa dopo l’austerità”.

Perché non crollasse tutto, dopo che il principio di realtà testardamente stava prendendo posto, è arrivato Matteo da Rignano uno che, per raccontarle grosse non è mai stato secondo a nessuno. Ma parliamo di uno che è primo anche per allargare il debito con inutili spese clientelari ed elettorali: si guardi la logica dei lavori pubblici “sbloccati” secondo il manuale Cencelli delle grandi imprese, non secondo una logica di sviluppo, e i bonus elargiti secondo criteri di marketing. Soldi buttati via in una crisi feroce giusto per perdere, in modo epocale, amministrative prima e soprattutto referendum poi. Già perché il principio di autonomia dalla realtà è eccitante, elettoralmente parlando, ma logora chi prova a ripeterlo.

Ora tocca a Gentiloni. Il quale eredita dal suo predecessore uno stile narrativo ben riconoscibile. L’autonomia dalla realtà non si rappresenta più alla Berlusconi, con battute da cabaret, o alla Napolitano (con le torve cerimonie sull’austerità dove l’autonomia dalla realtà si celebrava nel sacrificio del paese). È certificata nei comunicati dell’Istat o, meglio, in quel cortocircuito di propaganda che si gioca tra pieghe interpretative dei comunicati Istat e la propaganda dei tg. Clamoroso, nel suo piccolo, il modo con il quale sono stati rappresentati i recenti dati sulla disoccupazione giovanile. A un aumento degli occupati, e qui non stiamo a guardare il “come”, nella fascia fino a 24 anni ha corrisposto un aumento degli inattivi, nella stessa fascia di età, da far risultare il saldo occupazione reale praticamente nullo. Il tutto non ha impedito ai media di parlare di “aumento dell’occupazione giovanile”, omettendo il dato degli inattivi ovvero di coloro che escono dal mercato del lavoro.

Come ha fatto notare Francesco Seghetti di Adapt con questo grafico il saldo dell’occupazione è davvero praticamente nullo.

Tutto inutile, l’autonomia dalla realtà è una pratica politica radicata e testarda. C’è chi ha fatto circolare il tweet dell’impagabile Gennaro Migliore che ringraziava il Jobs Act per tale spettacolare aumento dell’occupazione. Quando, oltretutto, anche negli scorsi mesi il rapporto è, semmai, tra aumento degli occupati e contratti a tempo determinato e il Jobs Act non c’entra nulla. Che dire, complimenti, Migliore, quando era assistent coach di Bertinotti, faceva le sedute di psicoterapia collettiva con Massimo Fagioli. Qualcosa deve essere andato storto in quelle sedute di riorientamento onirico. Del resto, in un paese dove l’immigrazione verso l’estero ha, tra i propri effettivi, più del doppio dei laureati della media nazionale, quelli che rimangono a magnificare le politiche del governo non possono che essere o apprendisti stregoni o persone indifferenti al principio di realtà. Eppure, questo principio starebbe nella sua più cristallina chiarezza, al netto di cosa oggi viene classificato come “lavoro”, spesso con una certa fantasia, questi due grafici eurostat ci mostrano un paio di cose.

Il primo grafico in alto ci mostra l’assorbimento del tasso di disoccupazione nell’area euro (in rosso). La disoccupazione rimane più alta rispetto al 2008 ma in calo tendenziale. Al netto della differenza di qualità e di retribuzione del lavoro tra prima e dopo 2008 e quando, comunque, in area non euro si è fatto meglio. La seconda è legata alla rappresentazione del tasso di disoccupazione dell’area Ue dove l’Italia sta sopra il tasso medio sia dell’Europa a 28 che di quella dell’eurozona (quella che ha fatto peggio). Il nostro paese, mentre altri recuperano, ha un tasso di disoccupazione che è del 15% a quello di uno dei paesi più colpiti dall’austerità (il Portogallo) in questi anni. Certo, senza il comportamento “discreto” dei tre sindacati confederali nulla di questo sarebbe stato possibile ma, questo un’altra volta, magari comparando atti e dichiarazioni dei sindacati confederali con l’effetto reale sul mondo del lavoro. Poi ci sono gli sceneggiatori su Twitter e così siamo a posto.

Oltretutto come ha fatto notare Mario Seminerio sul suo blog, lo spettacolare aumento dell’occupazione over 50, che sui media è diventato un caso sociologico, oltre ad avere la legge Fornero come pilastro giuridico, ha ragioni demografiche. Si tratta semplicemente degli ex quarantenni che portano “in dote” il loro lavoro nella nuova fascia d’età. Non solo, come ha detto la stessa Istat i quarantenni sono demograficamente in calo quindi è naturale che il peso statistico dell’occupazione, con una forte disoccupazione giovanile, vada verso fasce d’età più alte. Ma il lavoro resta lo stesso (poco). Illusioni numeriche, insomma, per propaganda di giornata.

E cosa dire della crescita del potere di acquisto degli italiani lanciata da Repubblica? È calcolato sulla deflazione, insomma minore inflazione significherebbe maggior potere di acquisto, ma, se il dato fa cortocircuito con la propaganda è l’ennesimo colpo di testa dell’autonomia dal reale renziano-gentiloniana. Infatti, una componente essenziale di questa deflazione è la deflazione da salari. Basta incrociare gli stessi dati Istat, di marzo 2017, per scoprire come nel febbraio di quest’anno i salari crescono nel modo più lento dal 1982. Peccato che sia anche l’anno in cui Istat, per la prima volta si mette a calcolare la velocità di aumento dei salari. Insomma con una deflazione in cui i bassi salari fanno la loro parte (fenomeno di cui non si sa se è più clamoroso il silenzio del governo o della Cgil) nel modo più incisivo dal 1982 è surreale fare articoli e servizi tv sul maggiore potere d’acquisto. Eppure accade e nessuno si mette a ridere.

Ma veniamo al quello che può rappresentare il big shot dell’economia italiana. La situazione delle banche. Le numerose dichiarazioni di ottimismo del ministro Padoan, che non sono mai mancate prima dello scoppio di ogni crisi, valgono oggi per la situazione della Popolare Vicenza e di Veneto Banca. E per la crisi permanente del Monte dei Paschi. Naturalmente l’ottimismo di Padoan riguarda non solo la situazione delle banche ma anche quella della trattativa con l’“Europa” sulle banche stesse e sulle modalità della loro ricapitalizzazione. Ma c’è una regola aurea nella politica di oggi: tanto ostentato è l’ottimismo tanto forte è l’autonomia dalla realtà. Basta infatti dare un’occhiatina a quanto la borsa sia ottimista.

Ecco qui un grafico sull’andamento del prezzo delle obbligazioni senior di Popolare Vicenza. Si tratta delle obbligazioni sicure quelle che, ci venga consentita una battuta, devono essere rimborsate anche in caso di bombardamento dell’ente, deportazione dei dipendenti e sterminio del CDA. Titolo in picchiata e il grafico non potrebbe essere più chiaro.

Già, ma perché tutto questo pessimismo sull’ottimismo di Padoan? Non solo perché si tratta di un ottimismo che è sempre stato profuso, a piene mani, prima di qualche crisi. Il classico ottimismo dell’autonomia dal reale. Ma anche perché ci sono degli indicatori, decisamente reali, del pessimo stato di salute delle banche italiane. Spostiamoci quindi su Wolf Street, un blog finanziario, dove qualche giorno fa esce un articolo che si chiede come mai una crisi grave come quella bancaria italiana sia uscita dai radar.

E lo fa citando dati del Sole e di Mediobanca. Parlando del Texas Ratio, ovvero il criterio con il quale una banca può essere definita in seria crisi o no. Per farla breve quando il Texas Ratio tocca quota 100 la crisi di una banca è seria e quest’istituto, se non incorre in dure ristrutturazioni, può fare il botto. Bene, in Italia, seguendo queste fonti ben 114 istituti bancari su 500 esistenti hanno un Texas Ratio superiore al 100 per cento. Si può quindi parlare della necessità, da parte di questo paese, di dover far fronte, e bene, a un rischio bancario sistemico. Tanto più in presenza, tra questo centinaio di banche, di 24 istituti che hanno un Texas Ratio superiore al 200. Eccoli qua, secondo i dati del 2015, in tutto il loro splendore.

Tra gli istituti con un Texas Ratio superiore persino al già sinistrato Monte dei Paschi risultano due istituti in area (diciamo) centrosinistra. Il primo è Unipol Banca la cui provenienza politica si spiega da sola. Il secondo è la Banca di Pistoia che, da quando Mediobanca ha raccolto i dati, si è fusa con ChiantiBanca. Un’operazione renzianissima, diretta dal banchiere fiorentino Bini Smaghi, che fa capire quanto rischio crisi sistemico delle banche e potere renziano siano collegate. Nel senso che se il primo deflagrasse, a vedersi esplodere in faccia il tutto sarebbe proprio Renzi. Per questo timore ecco la grande operazione di marcata autonomia dalla realtà nella creazione dell’agenda politica. Un classico finché dura, s’intende. Wolf Street definisce le banche italiane, nel complesso, in zombified state (non c’è bisogno di traduzione...) con Popolare Vicenza e Veneto Banca, che hanno un Texas Ratio superiore al 200%, pronte ad esplodere con, commenta l’autore del servizio, in caso di botto “ondate di choc che si diffonderebbero lungo tutta l’industria finanziaria italiana”. Se poi vogliamo dircela tutta, la Banca d’Italia ha avvertito questo pericolo. Ma non come un qualcosa legato al futuro ma al presente.

Ecco che la Banca d’Italia già oggi, la tabella è di pochi giorni fa, rileva come le banche con un Texas Ratio alta abbiano ampiamente influenzato la caduta verso il basso di tutti i titoli bancari avvenuta nel 2016.

Perché non è ancora esploso tutto? Anzitutto le bombe si fabbricano ma non devono esplodere per forza anche se più ne fabbrichi più il rischio aumenta. Poi perché Wolf Street pone due condizioni politiche per il congelamento, in Europa, della situazione delle banche italiane. La prima è l’attesa del risultato delle elezioni francesi, la seconda quello delle elezioni tedesche. Condizioni tecniche, ovvero crisi di borsa, permettendo. Ci sarebbe anche un’altra elezione però. Quella in nome del quale è stata approntata tutta questa sceneggiatura di autonomia dalla realtà su lavoro e banche. Ovvero quella italiana. Già perché il differimento dei problemi reali, causa di tutta questa rappresentazione della vita pubblica in autonomia dalla realtà, ha rappresentato tutta la strategia del renzismo praticamente dall’insediamento di Matteo da Rignano a Palazzo Chigi.

Ogni questione sistemica, le banche rappresentano la cartina di tornasole, è stata rimandata quanto possibile, anche di concerto con l’“Europa”, nel 2016 a causa del referendum costituzionale. L’anno successivo, con Gentiloni, stessa strategia: rappresentazione delle questioni serie (come lavoro e banche) in sovrana autonomia dalla realtà, tentativo di concertazione con l’Europa per congelare le questioni sistemiche in attesa delle elezioni. Come si sa, con questa strategia, prima o poi qualcuno o qualcosa presenta il conto. Salato. E ovviamente lo presenta a noi. Nel frattempo ci si goda questo Padoan di stagione. Quello che, di fronte a una Corte dei Conti che suggerisce strategie di taglio del cuneo fiscale (materiale infiammabile e non di poco) commenta sul fatto che in Italia la crescita è robusta e che esiste una sinergia di investimenti, nel paese, tra pubblico e privato.

Anche qui, in questo artistico autonomizzarsi dal mondo reale, esistono i dati e i grafici che si incaricano di riportare tutti sulla terra. Si guardi questo grafico pubblicato pochi mesi fa, notando due cose.

Il primo è che gli investimenti, dall’inizio della crisi, in Italia sono crollati circa del 30%. E, a questi livelli di sprofondo di investimenti, è impossibile parlare di ripresa robusta. Il secondo è che, per riportarli a livelli di normalità, facciamo 2007 come spesso fanno molti analisti, ci dovrebbe essere un megapiano pluriennale di investimento, concertato tra pubblico e privato, le cui tracce dovrebbero oggi già essere visibili, e le cui dimensioni dovrebbero essere di circa un terzo degli investimenti attuali. Altrimenti i segnali incoraggianti visti da Padoan, che ha un vicino di casa francese che stenta a pareggiare gli investimenti persi dal 2007, esistono solo dei tweet di Gennaro Migliore.

Insomma tra lavoro e banche, per tacere degli investimenti, il governo parla agli italiani in felice autonomia dalla realtà. Sperando di traghettarsi nella prossima legislatura nel modo, per lui, meno dannoso possibile. Quanto durerà la sospensione della vita pubblica del paese dal mondo reale? Fino alle elezioni tedesche? Fino a quelle italiane? Fino alla prossima robusta correzione dei valori di borsa?

Un paio di cose sono certe. La prima è che il paese è in mano ad apprendisti stregoni. Con la solita folla di apprendisti stregoni concorrenti che scalpitano per prendere il loro posto. E’ accaduto a Berlusconi, Monti, Letta e allo stesso Renzi di cedere a questa folla proprio a causa della situazione instabile del paese. Vediamo chi, e cosa, uscirà al prossimo round. La seconda è che l’atterraggio negli anni ’20 sarà particolarmente duro. Una miscela di disoccupazione strutturale, lavoro precario e sottopagato, con un sistema bancario, la spina dorsale di un paese, che avrà sempre meno rapporto con l’economia proprio per mantenersi in vita.

E con l’assenza di investimenti, certificata dal -30% di questi anni, che dispiegherà i propri frutti in quel periodo. Del resto l’andamento storico del PIL italiano non lascia spazio all’immaginazione. Il resto, appunto, è cattiva immaginazione, autonomia dalla realtà mentre chi si oppone fa spesso proposte datate, pittoresche, estemporanee o corporative. Hic Rhodus.

Redazione, 6 aprile 2017

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05/04/2017

Riforma del catasto, ossia svalutazione secca del patrimonio immobiliare

Il programma dell’Unione Europea per l’Italia è semplice. Soprattutto non molto diverso da quello riservato alla Grecia. Impoverire seccamente la maggior parte della popolazione, deprezzare gli asset del paese (dalle imprese pubbliche da privatizzare fino alle proprietà delle famiglie), in modo da aprire autostrade preferenziali per un capitale multinazionale sempre più a corto di buone occasioni di profitto o, meglio ancora, di plusvalenza.

La chiave di volta per realizzare questo obiettivo davvero impopolare è la “riduzione del debito pubblico” in combinato disposto con l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio (ormai inserito come articolo della Costituzione).

Ogni governo “europeista” si muove dentro queste forche caudine, vincolato alla ricerca delle risorse necessarie a ridurre il debito e dunque a non seguire alcuna strada che possa portare alla crescita economica (investimenti pubblici non solo infrastrutturali, nella storia delle economie mondiali).

L’obiettivo di trovare nuove risorse si scontra frontalmente con una tassazione già al limite – se non oltre – del blocco delle attività economiche capitalistiche. Tassazione diretta (sul reddito delle famiglie e delle imprese) e tassazione indiretta (Iva, accise su carburanti e altri generi, ecc) sono difficilmente aumentabili senza provocare scontri sociali difficili da gestire, costosi da affrontare, comunque politicamente destabilizzanti.

L’unica via – privatizzazioni a parte, anche queste oramai sull’orlo dell’esaurimento – è quella delle “riforme”, parola diventata ormai sinonimo di fregatura assicurata. E quanto più è tecnicamente complicata una “riforma”, tanto più diventa facile farla passare senza grossi scontri sociali, confidando sul fatto che gli effetti saranno percepiti a distanza di tempo; ossia quando l’attenzione generale sarà attratta da altri problemi.

Cosa sta preparando, ora, il governo Gentiloni, per reperire risorse aggiuntive? Tra le tante spunta oramai con decisione la “riforma del catasto”. Opera immensa, che sarebbe peraltro effettivamente necessaria per rimuovere alcune “felici” (per pochissimi) incongruenze tra valore catastale e valore di mercato. L’esempio classico sono vecchie case ristrutturate nei centri storici oppure i ruderi di campagna trasformati in megaville con piscina e maneggio, mantenendo la vecchia qualifica catastale di “rustico agricolo”. Con relativa tassazione ai minimi termini anche in caso che siano usate come seconda casa.

Naturalmente, tutto dipende dai criteri con cui affrontare il problema. L’ipotesi su cui Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, ha messo al lavoro una squadra di tecnici è quella classica, avanzata e poi ritirata da anni (per puro calcolo elettorale): passare dal calcolo basato sul numero dei vani a quello sui metri quadri e i valori di mercato. Non serve un esperto di proiezioni statistiche per capire che in questo passaggio si nasconde un innalzamento verticale dei valori catastali che andrà a colpire tutte le abitazioni (60 milioni), tranne pochi casi particolarissimi.

Il ministro Padoan, con notevole improntitudine, spiega che il “saldo finale” sarebbe praticamente uguale a quello attuale. Ma se fosse vero questa operazione sarebbe completamente inutile, anzi costosa (il passaggio richiede comunque personale adeguato per realizzarlo in tempi rapidi). Dunque è la solita menzogna di un governo-fotocopia, che mantiene l’essenza dello stile renziano sotto vesti meno sbrasone e insopportabili.

Sbaglierebbe chi pensa che questo aumento verticale della tassazione sulla casa sia un “problema dei ricchi”, perché i proprietari immobiliari in Italia sono 20 milioni (capifamiglia, si dice). Bisogna ricordare infatti che soltanto qui una classe politica ignobile e asservita ai palazzinari – vero perno della pseudo-borghesia nazionale – ha rinunciato all’edilizia popolare (al momento appena il 2% del totale, mentre in Germania e Francia sfiora il 40) costringendo soprattutto i lavoratori dipendenti ad indebitarsi per comprare l’abitazione in cui vivere, con mutui pluridecennali a tassi esorbitanti (in modo da beneficiare anche le banche, ci mancherebbe!).

Il risultato è che oltre il 70% delle famiglie vive in una casa di proprietà (spesso ipotecata, certo). Quindi la “riforma del catasto” è problema che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, non soltanto i ceti più abbienti (e numericamente sempre meno estesi).

E sarebbe sbagliato persino pensare che un’operazione del genere si limiterebbe a “spremere” un po’ di tasse in più, senza altre conseguenze. Già ora, infatti, le spese relative all’abitazione sono un lusso per un numero crescente di persone (per esempio: nella sola Firenze è stata di recente registrata un’evasione sulle spese condominiali pari al 28%), così come va crescendo la morosità sui mutui e quindi l'espropriazione dei titolari a favore delle banche.

Un’ulteriore, violenta, impennata della tassazione – il valore catastale dell’immobile pesa su Imu, Tasi e Isee – non potrebbe che stimolare una massiccia ondata di vendite sul mercato, magari solo per un banale calcolo economico (vendere per comprare una casa più piccola). E quindi un deprezzamento altrettanto violento del patrimonio immobiliare, già crollato di oltre il 20% rispetto all’inizio della crisi economica e finanziaria attuale. Le stime della Banca d’Italia in proposito sono chiarissime: il valore totale del patrimonio immobiliare in mano alle famiglie è passato dai 5.300 miliardi del 2011 agli attuali 4.300.

Uno scenario appetitoso per chi vuol far soldi facili...

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20/03/2017

Cassa Depositi e Prestiti: SI VENDONO PERSINO LA CASSA

di Marco Bersani – tratto da http://www.italia.attac.org

Occorreranno studi approfonditi di psicologia per riuscire un giorno o l’altro finalmente a capire come mai, ogni volta che si parla di debito pubblico, al Ministro dell’Economia di turno brillino gli occhi, si guardi furtivamente intorno e con riflesso pavloviano decida di mettere sul mercato un altro pezzo di ricchezza sociale.

Come fossimo agli albori della dottrina neoliberale, ci tocca ogni volta sentire la litania: “Servono le privatizzazioni per abbattere il debito pubblico”. Nel frattempo, ci siamo venduti quasi tutto e il debito pubblico ha continuato allegramente la sua irresistibile ascesa.

Poco importa. Ormai sappiamo che ogni volta che si “accende” lo “scontro” tra il nostro governo e l’Unione Europea, dobbiamo controllare le nostre tasche perché è quasi automatica la soluzione: la sottrazione di un bene comune.

Per carità, questa volta siamo solo alla fase istruttoria, ma il fatto che sia già uscita sulla stampa appare una studiata strategia di sondaggio preventivo per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Il ministero dell’Economia sta studiando un nuovo assetto della Cassa depositi e prestiti (Cdp), che prevede la cessione di una quota del 15%, che porterebbe la proprietà pubblica al 65% (essendo il 15,93% già in possesso delle Fondazioni bancarie).

Essendo il patrimonio complessivo pari a 33 miliardi, nelle casse dello Stato entrerebbero 5 miliardi che naturalmente sarebbero destinati all’abbattimento del debito pubblico.

Inutile sottolineare come la parola “abbattimento” nel dizionario italiano ha un preciso significato: demolizione, distruzione, abolizione. Può chiamarsi abbattimento un’operazione che porterà il nostro debito pubblico dagli attuali 2.217,7 miliardi (dicembre 2016) ai futuri 2.212,7 miliardi?

In compenso, se l’ultimo dividendo staccato da Cdp corrispondeva a 850 milioni di euro (dei quali, 680 milioni sono andati allo Stato), in futuro, su ogni dividendo simile, lo Stato ne incasserà solo 550. Non è neppure chiaro ad oggi a chi verrà ceduto il 15% se a investitori istituzionali, a fondi o banche estere.

La svendita di un ulteriore pezzo di Cdp si incrocia anche con le grandi manovre intorno alla privatizzazione di Poste: l’idea del Ministero dell’Economia è quella di cedere entro l’anno il residuo 29,3% (dopo aver ceduto il 35% a Cdp e il 36,7% a investitori individuali e istituzionali).

Grandi manovre finanziarie, fatte all’oscuro di tutti i detentori della ricchezza di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero quelle oltre 20 milioni di persone che vi depositano i risparmi (oltre 250 miliardi) e che sapranno sempre meno intorno alla loro tutela e utilizzo.

Forse è davvero giunto il momento di rilanciare una campagna di massa per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, per il suo decentramento territoriale e per la gestione partecipativa dell’utilizzo del risparmio postale.

Hanno venduto tutti i beni comuni e ora scappano con la Cassa. E’ il momento di riprenderci la ricchezza sociale che rappresenta.

Pubblicato su Il Manifesto del 18.3.2017

17/02/2017

Privatizzazioni, il punto sui cui “la politica” muore...

Del dibattito interno al Pd nulla è interessante. Almeno se si guarda a quel che i protagonisti di questo “scontro” dichiarano ai giornali e alle tv. Chi si affida a questa misera “fonte di disinformazione” difficilmente può farsi un’opinione sensata.

Usciamo quindi dagli insulsi personalismo di “leader” così opachi e minimi da far rimpiangere qualsiasi democristiano di 50 anni fa e cerchiamo di capire intorno a cosa sta avvenendo questa divisione. Se sta avvenendo.

I più informati non sembrano i cronisti della “politica”, ma gli editorialisti che masticano di economia e che seguono l’evoluzione dei dossier sui tavoli del governo, nonché i problemi che incontrano quanto debbono portarli ad approvazione.

Due editoriali a distanza di 24 ore, uno su Il Corriere della Sera, l’altro sul quotidiano di Confindustria, aiutano a capire qualcosa di più. Dario Di Vico, ieri, aveva consegnato le sue preoccupazioni sotto il titolo “Non si guarisce con spese e tasse”; oggi Giorgio Santilli rincara la dose con un più netto “La cattiva politica che insegue il populismo”. Con chi ce l’hanno, questi due campioni degli interessi delle imprese italiane?

I due guardano al governo, alle resistenze mostrate negli ultimi giorni nei confronti di un ulteriore “lenzuolata” di privatizzazioni. Promessa da Pier Carlo Padoan all’Unione Europea (nella speranza di acquietare momentaneamente le pressioni per una manovra correttiva fatta soprattutto di tagli e aumento delle accise), anche per confermare il profilo “riformista” dell’esecutivo italiano, con l’ovvio e pieno sostegno del ministro per lo sviluppo Carlo Calenda. A questa linea oppongono “perplessità” sempre più robuste di ministri come Delrio e il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli, con alle spalle ben 26 senatori del Pd.

Stupisce soprattutto il tono rabbioso della critica di Santilli, pure se costretto ad ammettere che nei precedenti cicli di privatizzazioni (Telecom grida vendetta, Alitalia e Autostrade pure, l’Ilva è stata un disastro dopo la consegna ai Riva, non parliamo poi delle banche, ecc) “ci sono stati errori […] in termini di debolezza regolatoria, scarsa attenzione alla qualità dei servizi, impegni troppo blandi sugli investimenti privati, regole concessoria confuse, difesa degli utenti più deboli (anche in termini di servizi universali)”. Una requisitoria durissima mirante a dare un altolà severo a chi, nel governo e nella maggioranza, rimanderebbe volentieri – tra le altre cose – “la quotazione della seconda tranche delle Poste”.

Cosa sono oggi le Poste Italiane? Una società per azioni in cui lo Stato italiano, tramite il Ministero dell'Economia e delle Finanze, è l'azionista di maggioranza, detenendo circa il 60% del capitale sociale. Una società che si occupa della gestione del servizio postale in Italia, operativa però anche nei settori finanziari, assicurativi e nella telefonia mobile. Soprattutto, raccoglie e gestisce il risparmio di milioni di clienti, la cui montagna costituisce il patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti. In pratica, l’unico patrimonio a cui la mano pubblica può oggi attingere, visti i vincoli europei sul pareggio di bilancio, le leggi di stabilità contrattate, riviste e corrette dalla Commissione europea, ecc.

Privatizzare il controllo di questa macchina di raccolta è ovviamente un obiettivo primario per gli impresentabili “prenditori” italiani, ormai ridotti a finanzieri di risulta, speculatori di bassa lega pronti a scaricare sul pubblico i propri debiti (è di ieri l’approvazione del “fondo salva-banche” che mette a disposizione 20 miliardi di soldi pubblici – nostri – per eventuali, probabilissimi, salvataggi bancari).

Sarebbe persino un bene che qualcuno si chieda “ma è proprio necessario dar via a gratis o quasi tutto questo ben di dio?”, specie in tempi in cui la marea montante del malessere sociale minaccia di tracimare in qualsiasi momento. Tradotto in termini politici correnti, questa perplessità diventa – per i due editorialisti – “paura del populismo”. Anzi: inseguire il populismo. Ovvero una legittimazione implicita delle istanze sociali (strumentalizzate abilmente soprattutto dalle destre, ma quello sono) che spingono per mantenere robusti strumenti di intervento pubblico.

E’ quello che Santilli bolla come cattiva politica, senza mezzi termini. “Di tutto questo [gli errori del passato, ndr] si può e si deve discutere, a patto che il partito delle lenzuolate liberalizzatorie, della dichiarata volontà ultradecenale di modernizzare i servizi in Italia e di attrarre nuovi capitali privati in settori strategici, del risanamento dei conti e della necessaria riduzione del debito pubblico, non diventi improvvisamente il partito del ‘pubblico è bello’, magari con il miraggio di aumentare l’occupazione per questa via”. Insomma, il Pd è avvertito: se si ferma in questa azione distruttrice del “pubblico” per paura di sparire come partito alle prossime elezioni, Confindustria (e la Ue) cercheranno altri cavalli servili.

“La politica” ha fatto il suo tempo, insomma. E non si illuda di poter ritrovare un ruolo fermandosi a tre quarti del guado...

Fonte

13/02/2017

Manovra correttiva. La Ue la prende calma, ma non molla

La politica italiana – nel senso peggiore – pare indifferente al contesto europeo, che è invece determinante, come sanno tutti i protagonisti della commediola dentro e fuori Palazzo Chigi, “direzione” del Pd compresa. Si può capirlo, debbono continuare a far finta che le scelte politiche siano prese in quasi completa autonomia dal governo nazionale, per contenere lo spettro del “populismo” cresciuto dopo anni di “lo vuole l’Europa” a condimento di ogni scelta antisociale.

E l’Unione Europea – che è una cosa concreta, un apparato di potere, non uno “spirito” del continente – cerca di fare il possibile per rendere meno traumatico il percorso obbligato per il governo Gentiloni.

E’ toccato al Commissario agli affari economici, il francese Pierre Moscovici, somministrare lo zuccherino rassicurante al termine della temuta presentazione del quadro previsionale sulle tendenze economiche per l’anno in corso e il successivo. La Commissione Ue rivede infatti al rialzo la crescita dell'Italia del 2016, da +0,7% a +0,9%. Mantiene invece stabili le previsioni per il 2017, con un Pil a +0,9%, con la promessa di un 2018 appena migliore, +1,1%. Una "crescita stabile ma modesta" trainata da "tassi d'interesse reali bassi e una domanda esterna più forte" ma dove "debolezze strutturali ostacolano una ripresa più forte".

In realtà a legger bene, il quadro resta semi-comatoso perché la principale condizione positiva (i tassi bassi fissati dalla Bce, rafforzati dalle iniezioni di liquidità per 80 miliardi al mese) sta per cambiare; prima quantitativamente (il quantitative easing scenderà a 60 miliardi mensili da aprile), presto anche qualitativamente (i tassi di interesse potrebbero iniziare a risalire dal 2018, sotto la pressione di Germania e Olanda, che hanno già ora un tasso d'inflazione vicino all’obiettivo del 2%; senza calcolare che il mandato di Mario Draghi è in scadenza...). Ma anche l’altra condizione favorevole – domanda extra-Ue elevata – potrebbe subire presto radicali cambiamenti in negativo sotto le iniziative “protezionistiche” dell’America di Trump.

Guardando ai parametri di Maastricht potrebbe sembrare una notizia positiva anche il fatto che i rapporti deficit/Pil e debito/Pil restano "sostanzialmente stabili"; il primo viene rivisto leggermente al ribasso per il 2016, a 2,3%, mentre resta invariato a 2,4% per il 2017. Pure il debito è rivisto leggermente al ribasso per il 2016 a 132,8% (da 133%), mentre sale a 133,3% nel 2017. Il che significa che neanche in condizioni “eccezionalmente favorevoli” sul piano finanziario, nonostante politiche di taglio della spesa sociale molto pesante (pensioni, sanità, scuola) l’Italia è riuscita minimamente a scalfire la montagna del debito.

Lo zuccherino sta tutto nella parte politica della comunicazione di Moscovici: Bruxelles precisa di "prendere nota positiva dell'impegno" per il varo di misure correttive pari allo 0,2% del Pil (3,4 miliardi), che però "saranno conteggiate solo quando dettagliate". Invece di incazzarsi per l’ennesimo rinvio da parte italiana, insomma, la Ue sembra tollerare più paciosamente il ritardo nella comunicazione delle “misure” che Padoan e Gentiloni intendono prendere per colmare il gap.

La ragione di tanta pazienza è spiegata indirettamente dallo stesso Moscovici: "L'incertezza politica e il lento aggiustamento del settore bancario pongono rischi al ribasso alle prospettive di crescita dell'Italia". L’ultima cosa che a Bruxelles sperano è che anche l’Italia si aggiunga alla lista dei paesi-chiave che andranno alle elezioni politiche durante l’anno (Olanda, Francia e Germania già bastano e avanzano). "I rischi politici" che pesano sulle prospettive di crescita "sono presenti in tutta l'Unione europea, in molti paesi e hanno un nome molto chiaro: populismo anti-europeo, con questa volontà che considero assurda e pericolosa, dovunque essa sia e che è presente in Francia prima che in Italia, di voler uscire dall'euro e dalla Ue". E lui, da francese, lo sa benissimo: l'uscita della Francia dall'euro e dall'Unione europea "proposta da Marine Le Pen" sarebbe "una tragedia per l'Eurozona ed una catastrofe per la Francia".

Quindi non è il caso di aggiungere legna al falò che brucia...

Tanto più che Gentiloni si mostra ancora più disponibile del predecessore: la Commissione Ue "prende nota positivamente dell'impegno preso dal governo per adottare misure di bilancio aggiuntive per un valore complessivo dello 0,2% del Pil entro aprile 2017". Quindi è "assolutamente sbagliato parlare di ultimatum" da parte della Commissione Ue all'Italia. Quel 22 febbraio indicato come termine ultimo per ricevere da Roma la lista dei provvedimenti presi a copertura del buco si può insomma sforare di qualche giorno, senza che parta una temuta procedura di infrazione; "non c'è alcun ultimatum".

Però non fate i furbi, che la prossima volta vi mando Wolfgang Schaeuble e Jeroen Dijsselbloem...

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Un incomprensibile entusiasmo ha accompagnato la presentazione dei risultati raggiunti nel 2016 dall’Agenzia delle Entrate.

Il Ministro Padoan e il Direttore dell’Agenzia delle Entrate esaltano le linee operative del Governo, magnificando i risultati ottenuti per il 2016 (19 miliardi di incasso) ed esaltando la tax compliance quale nuova frontiera di un rinnovato rapporto tra Fisco e contribuenti (leggi grandi imprese e banche).

Il ragionamento alla base della tax compliance è tanto sbagliato quanto socialmente iniquo: per attrarre investimenti dall’estero bisogna ridurre il carico fiscale e poco importa, poi, se i bilanci essiccati dal deficit delle entrate, vengono ripianati esasperando la tassazione sui redditi da lavoro dipendenti e da pensione e tagliando i servizi sociali.

Il “nuovo” corso della politica fiscale, al di là della propaganda governativa, sta pian piano mutando la funzione sociale del Fisco non più orientato a contrastare la piaga dell’evasione fiscale ma trasformato in attività di consulenza proprio di quei soggetti (banche e grandi imprese) che campano e fanno profitti eludendo ed evadendo il fisco.

Di tutto questo crediamo non ci sia nulla di cui rallegrarsi.

Non c’è nulla da rallegrarsi per 19 miliardi di introiti fiscali se l’evasione annua ammonta a 180 miliardi, se i controlli fiscali diminuiscono, e se ben 4 di quei 19 miliardi provengono dalla vergogna di quel condono delicatamente e ipocritamente chiamato voluntary disclosure che sta consentendo, a chi ha illegalmente esportato all’estero capitali, di farli rientrare godendo di impunità penale e sconti sulle sanzioni.

Non c’è nulla da rallegrarsi se nella delega fiscale e nel “cambia verso” sono contenute norme che strizzano palesemente l’occhio agli evasori mentre aumenta il carico fiscale irpef sui redditi da lavoro dipendente e da pensione.

Non c’è nulla da rallegrarsi se i provvedimenti governativi varati hanno costruito un sistema fiscale che consente agli evasori seriali di aggirare il fisco e di non pagare le tasse nella più totale impunità.

Non c’è nulla da rallegrarsi se il fisco da strumento di redistribuzione della ricchezza diventa la leva per acuire le diseguaglianze sociali.

Occorre, invece, recuperare la funzione sociale del Fisco, dare piena e concreta attuazione al principio costituzionale di progressività delle imposte per riequilibrare la pressione fiscale tutta spostata sui redditi da lavoro dipendente e da pensione e colpire, finalmente, quel 20% della popolazione che detiene il 70% della ricchezza nazionale.

Il resto è propaganda: stucchevole e ingannevole.

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20/01/2017

Bruxelles non si smuove né commuove. Tagli per 3,4 miliardi nei prossimi mesi

Nei giorni scorsi la Commissione Ue ha mandato una lettera all'Italia con una richiesta di interventi correttivi sulla Legge di Stabilità approvata a dicembre. Secondo la Ue l'Italia deve riportare il deficit verso i livelli concordati nella scorsa primavera, con un intervento di tagli alla spesa e/o nuove entrate, stimato allo 0,2% del Pil, più o meno a 3,4 miliardi di euro. In soldoni si tratta di spazzare via buona parte della “fuffa” promessa da Renzi e fatta inserire demagogicamente nella Legge di Stabilità a fini elettorali, cioè per acquisire consensi nel referendum, perduto, del 4 dicembre sulla controriforma costituzionale. Renzi aveva annunciato bonus ai giovani, alle neomamme, quattordicesime ai pensionati e quant'altro, ben sapendo di non poterli realizzare a causa dei vincoli di bilancio imposti dai trattati europei.

In modo apertamente complice, l'Unione Europea aveva taciuto ogni rilievo per non ostacolare l'auspicata vittoria di Renzi nel referendum. Ma il loro uomo quel referendum lo ha perso e adesso – come previsto – l'Unione Europea torna a battere cassa affermando che vanno attuati 3,4 miliardi di manovra correttiva – tra tagli e nuove imposte – sulla Legge di Stabilità approvata a dicembre.

Infatti il giorno immediatamente successivo alla sconfitta di Renzi nel referendum, i ministri finanziari dell'Unione Europea avevano rilanciato il loro diktat scrivendo un documento che ricordava come "L'alto livello del debito italiano resta motivo di preoccupazione. Per questo deve fare più sforzi per le privatizzazioni e impegnarsi ad utilizzare guadagni inattesi e risparmi imprevisti nel 2017". Nelle conclusioni dell'Eurogruppo del 5 dicembre, si legge anche che la manovra italiana è "a rischio di non rispetto del Patto" e sulla base degli scostamenti "sarebbero necessarie misure addizionali significative". Anche nel caso in cui l'Italia possa beneficiare di "una più piccola ma sempre significativa deviazione dall'aggiustamento, a causa delle spese per migranti e terremoto”, l'invito è comunque a "prendere le misure necessarie per assicurare che il bilancio sia in linea con le regole". Un margine di flessibilità è stato già concesso. Il buco da coprire, secondo l'Eurogruppo, era di quasi 5 miliardi di euro, adesso si è scesi a 3,4 miliardi.

Il ministro dell'economia Padoan ha provato ad alzare i toni accusando l'Unione Europea di rigidità e invocando l'emergenza terremoto/gelo per strappare ulteriori margini di flessibilità. La risposta è stata una chiacchierata al forum economico di Davos con il Commissario europeo Moscovici e la possibilità di poter spalmare i tagli in un periodo più lungo. Ma una scadenza comunque c'è: il governo italiano entro il 1 febbraio deve dichiarare dove e come taglierà la spesa sociale o dove intende recuperare nuove entrate per coprire il “buco” lasciato dalle promesse elettorali di Renzi.

Le immagini del terremoto o delle nevicate che hanno seppellito i paesi e gli abitanti della dorsale appenninica, non sembrano commuovere più di tanto le oligarchie dell'Unione Europea. E' tempo di rompere questa gabbia e procedere sulla strada dell'Italexit. Se non ora, quando? Ci si vede il 28 gennaio a Roma all'assemblea nazionale di Eurostop.

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19/01/2017

Sovranità democratica è aiutare i terremotati!

La sovranità democratica è spendere subito 20 miliardi per le popolazioni e le aree colpite dal terremoto e dal gelo e mandare all'inferno la UE e i suoi vincoli di bilancio.

Questa dovrebbe essere la risposta alla letterina con cui i burocrati della UE chiedono di tagliare 3,4 miliardi di euro dal bilancio pubblico.

Attenzione, chi denuncia la cialtroneria di Renzi, che per fare la sua perdente campagna referendaria ha distribuito furbescamente mance e promesse, chi condanna i giochetti del governo con la UE, ha perfettamente ragione. Va però aggiunto che gli stessi burocrati UE si sono prestati ai trucchi renziani, rinviando la loro presa di posizione a dopo il voto sulla controriforma costituzionale, che hanno sfacciatamente sostenuto. Dopo la vittoria del NO ora Bruxelles ci presenta il conto e dice che dobbiamo pagare. Eh no.

Il ministro Del Rio, ai governanti tedeschi che chiedono par condicio nelle multe tra Volkswagen e FCA, ha risposto che siamo un paese sovrano. Il nostro governo difende la sovranità del paese solo quando deve obbedire a Marchionne? Eh no.

Quello che sta avvenendo è gravissimo e non può essere coperto dal teatrino della politica di palazzo e dai borbottii incomprensibili di Padoan, Gentiloni, Mattarella. Un paese che si fa imporre il bilancio dello stato da poteri esteri non ha più una sovranità, non è più una democrazia, è solo una colonia.

Qui emerge tutto il danno dei voti quasi unanimi, con cui le Camere del passato hanno approvato il fiscal compact e lo hanno addirittura inserito nell'articolo 81 della Costituzione. Quei voti hanno demolito una parte fondamentale dei nostri principi costituzionali, e la vittoria del NO il 4 dicembre ha solo evitato un disastro completo.

Il paese è in stagnazione e deflazione, la disoccupazione aumenta mentre intere popolazioni sono lasciate alla mercé dei disastri ambientali. Avremmo bisogno di un piano di 20 miliardi di spese urgenti per il lavoro e la sicurezza territoriale, altro che quelli stanziati per le banche, su cui la UE non ha avuto granché da dire. Avremmo bisogno di un parlamento democratico, libero di spendere i soldi del nostro paese e di fare altri debiti se questi servono e di decidere con il popolo su come e quando ripianarli.

Invece dovremmo obbedire ai burocrati di Bruxelles inveleniti per la sconfitta referendaria. Questa condizione di obbedienza è quella in cui è stata precipitata la Grecia, la prima colonia europea della Troika, che evidentemente ora vuole ampliare con noi i suoi domini.

I parlamenti sono nati proprio per decidere come spendere il denaro pubblico, se non possono più decidere diventano enti inutili... come il parlamento europeo. Che guarda caso ora elegge al suo vertice un berlusconiano incolore.

No, non fermiamoci ai trucchi di bilancio di Renzi e Padoan, andiamo alla sostanza: la UE e i suoi vincoli e ordini di bilancio vanno mandati al diavolo.

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27/12/2016

La Bce usa MontePaschi per stringere il cappio sull’Italia

Alla faccia delle frasi di circostanza (“il nostro sistema bancario è solido”, diceva Pier Carlo Padona fino a ieri). Il salvataggio di MontePaschi, da solo, rischia di assorbire almeno la metà delle riserve finanziarie approvate dal governo, ma che si sperava di non dover nemmeno utilizzare.

L'illusione di un bail out dolce, travestito da bail in solo pro forma, si è spento stamattina, quando è arrivata la lettere della Bce. Per salvare davvero MontePaschi servono 8,8 miliardi, quasi il doppio dei 5 previsti dal ministro dell'economia. In pratica, quasi lo 0,6% del prodotto interno lordo italiano potrebbe volatizzarsi (sotto forma di aumento del debito pubblico) solo per questa operazione. Non c'è male per un governo che giura di essere dalla parte del “popolo”, non delle banche...

La Banca Centrale Europea, più o meno con le stesse modalità usate nell'agosto del 2011, interviene a piedi uniti su una decisione del governo italiano. Stavolta a parlare non è stato il presidente, ma “solo” l’Autorità di Vigilanza europea presso la Bce; ma il risultato non cambia.

Nelle stesse ore il consiglio di amministrazione di Siena stava preparando l'aumento di capitale “precauzionale”, con la garanzia dello Stato. Ora dovrà rivedersi velocemente, per prendere atto dei rilievi della Bce e assicurarsi che la maggiore entità dello sforzo pubblico possa comunque essere garantita.

La sorpresa, nelle autorità italiche, è stato notevole, sembra. Nella quantificazione a 5 miliardi, infatti, i calcoli potevano tenere conto di 2,3 miliardi derivanti dalla conversione delle obbligazioni in azioni (una svalutazione di fatto, a carico dei sottoscrittori); un prima tegola era caduta quando le “adesioni volontarie” si erano fermate a 1,7 miliardi. In più, bisognerà vedere se il promesso rimborso degli obbligazionisti – circa 2 miliardi – sarà totale oppure con il “braccino corto”. Già ora gli analisti più vicini al ministero fanno capire che “non tutti gli obbligazionisti sono stati truffati” (tradotto: non tutti verranno rimborsati, tantomeno per intero).

Insomma: se fino a stamattina lo Stato avrebbe concorso con una cifra oscillante tra i 2,7 e i 3,3 miliardi (più quanto necessario per un rimborso non solo virtuale), improvvisamente la cifra arrivava a levitare fino ai 6,5 miliardi. Almeno...

A premere per un “maggior rigore” sono stati ovviamente i tedeschi. Proprio ieri Jens Weidmann, presidente di Bundesbank e membro molto critico del board Bce, ricordava che «Per le misure decise dal governo italiano le banche devono essere finanziariamente sane. I fondi non possono essere usati per coprire le perdite già previste». Difficile pensare che i membri tedeschi dell'Autorità di Vigilanza non abbiano tradotto questo pensiero in pressioni molto decise per far adottare criteri di valutazione simili a quelli usati per le banche greche. Ossia fallite.

Questa durezza non mancherà di pesare su tutto il sistema bancario che necessita di sostegno urgente (in pole position c'è Unicredit, che rappresenta ancora il primo istituto italiano per dimensioni). E quindi sulla “libertà” del governo in carica di usare metodi ritenuti non consoni. Un commissariamento ancora più stringente, da parte delle istituzioni europee, che spingono apertamente l'Italia verso la richiesta di appoggio al cosiddetto salva-stati, che comporterebbe la perdita totale delle residue forme di “sovranità” finanziaria.

Non c'è che dire... La sbruffoneria di Renzi in Europa ha lasciato veramente una grande impressione!

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26/12/2016

Renzi è andato via ma Padoan è rimasto. Ed un motivo c’è

Il Capitalismo insensato non vuole mollare. I ruoli e i nodi del governo europeo dietro la conferma di Padoan

Un po’ di valzer, tanti discorsi ma lui, il prof. Pier Carlo Padoan è rimasto al suo posto. I Renzi cambiano i Padoan invece no. In giro ce ne sono molti meno ed il loro addestramento ha richiesto molto più tempo.

Il governo Gentiloni con Padoan sempre al suo posto serve a non alterare gli equilibri parlamentari con pericolose elezioni popolari e a proteggere la continuità della forza normativa e operativa che arriva dai centri direzionali europei e dell’area occidentale. Padoan è un “nodo” di una rete amministrativa dove i significati e i principi morali della gestione dell’economia non possono e non devono cambiare. Padoan è funzionale ad una serie di aggiustamenti che possono oscillare solo dentro una scala di parametri decisi a tavolino.

La contraddizione più grossa dentro l’idea di sviluppo economico che questi economisti asserviti continuano a promuovere è l’inefficacia della governance riformista davanti ai dati reali di un insuccesso ormai conclamato.

Lo sviluppo economico che genera disoccupazione, degrado sociale e ambientale non crea effetti al margine trascurabili ma agita milioni di persone. Sono effetti negativi fondamentali il cui corso non è mai stato né interrotto né invertito. Ci sono stati tentativi riformisti imposti senza consenso sia interno, a livello comunitario, sia a livello internazionale dove il processo competitivo ha aperto e chiuso guerre finanziarie dal dopoguerra ad oggi.

Attualmente con la gran paura che la Cina vada dritta al raggiungimento della prima posizione nella classifica del prodotto interno lordo e nelle dotazioni patrimoniali sovrane (anziché prendere atto che l’innovazione tecnologica debba esser spinta a favore della tutela dei beni comuni anziché creare profitti privati o fondi di garanzia a favore di big fail) si continua a spingere sul calo del costo del lavoro portando i paesi europei dell’area mediterranea allo sfinimento e nel lungo periodo allo spopolamento.

La prima risposta che l’umanità mette in campo di fronte alla scarsità di risorse e di opportunità di vita e lavoro in un luogo è l’emigrazione.

La seconda è la chiusura nei confronti dell’esterno nella pia illusione di essere autosufficienti. Operazione tanto istintiva quanto senza senso promossa da insulsi della politica, il leghismo e ogni altra formula di semplificazione dell’agire economico e sociale.

Il risultato finale in questo caso potrebbe rivelarsi ben peggiore dell’inefficienza riformista messa in atto dallo sconclusionato governo europeo e dei singoli stati appartenenti.

Così l’attenzione ricade su Padoan e sul suo ruolo. Per capirlo evitiamo lo sforzo di andare su wikipedia ma leggiamo il suo “L’economia europea” combinandolo anche semplicemente con una sua recente uscita in occasione di un evento promosso da Affari & Finanza titolata Va fermato il declino ora investiamo sul futuro.

Molte sono le analisi condivisibili nel suo sforzo di ricostruzione storica dal dopoguerra ad oggi ma rivolgere lo sguardo al futuro senza voler accettare ciò che riportano i dati a questo link significa continuare una carriera nell’asservimento di qualcuno che dall’alto ti dice cosa fare oppure non sentirsi sicuro dei propri mezzi, della propria economia di provenienza, quella dello Stato in cui tu che sei Ministro di Economia e Finanza svolgi il tuo ruolo.

In ultima battuta, quando si sente rammentare il terrorismo come pesante causa da risolvere viene automatico reagire perché è proprio la certezza dell’inconsistenza del futuro che generando disoccupazione e disperati tentativi di emigrazione, italiani compresi che se ne starebbero anche volentieri a casa, porta tutto alle estreme conseguenze e reazioni.

Dagli anni ’60 abbiamo visto crescere i PIL ma la quota dei salari, di cui sono componente appunto del reddito aggregato, è rimasta molto indietro, in Italia come in ogni altro paese. Questo è accaduto volutamente a più riprese affinché non si creassero eccessi di domanda di beni che avrebbero spinto in alto l’inflazione danneggiando gli interessi della finanza internazionale. Una storia di sfruttamento delle masse che da millenni si ripete e che ancora oggi non trova discontinuità anzi spesso sono le masse stesse a legittimarla appena raggiunto un tenore di vita con un livello di consumi accettabile.

Visto quindi che Padoan tocca spesso il nodo della formazione dovremmo proprio pensare di cambiare dalla base le coscienze mettendo in atto processi didattici e formativi che contemplino altre economie chiudendo per sempre il disumano capitolo della competizione capitalistica.

Di fronte agli Helycopter Money, i Quantitative Easing, quei 60 miliardi al mese erogati dalla Bce per salvare i bilanci degli stati e di grandi aziende compresi i salvataggi pubblici di interi sistemi bancari, sia in US che in Europa e in Italia, come si fa a non considerare lo sviluppo di economie differenti? Il recupero, il risparmio delle risorse, la tutela ambientale, la gestione globale della scarsità potranno mai diventare una volta per tutte le priorità reali?

Si continua a credere nelle riforme senza mai spingere sulla vera essenza della norma ossia il suo contenuto, il principio, la ratio, l’approccio di eventuali nuove economie.

Se non accade questo passaggio le masse, di cui noi tutti siamo parte, rimarranno ancora a lungo tempo imprigionate in conflitti interni dell’uno contro l’altro e del debole contro il più debole.

Si devono per forza oggi considerare i dati della disoccupazione nella comunità europea accostandoli alla caduta della capacità di spesa dei redditi delle persone fisiche e non si può attendere ulteriormente un’apertura e un passaggio determinato alle nuove economie in un sistema monetario che è allo sbando. Solo la mano pubblica può cambiare il fatiscente paradigma dell’economia dei commerci, della mobilità del capitale e della deportazione di milioni di persone da un’area produttiva ad un’altra, dal rurale alle aree metropolitane.

http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Wages_and_labour_costs/it

http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/File:Estimated_hourly_labour_costs,_2015_(%C2%B9)_(EUR)_YB16.png#filehistory

La Costituzione europea, il Trattato di Lisbona, i Piani di Riforma Nazionali, il Mercato Comune scricchiolano rumorosamente tutti insieme.

Per Senza Soste, Jack RR

25 dicembre 2016


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