Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/10/2018

Italia come la Grecia? Non è più impensabile...

E’ la prima volta che accade, dunque non è “normale”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, andato in Lussemburgo per l’Eurogruppo (nella foto è accanto al collega greco Euclid Tsakalotos), è tornato a Roma in giornata, ufficialmente per dedicarsi alla chiusura della nota di aggiornamento al Def. Non sarà dunque presente alla riunione dell’Ecofin, in programma oggi.

Lui garantisce di aver “spiegato” ai colleghi che la manovra in corso di definizione sarà “di crescita” e dunque – per il normale gioco aritmetico in un rapporto tra due fattori (se il Pil cresce, deficit e debito calano in proporzione) – i conti italiani saranno in ordine, anche se per ora lo scostamento sale al 2,4% (e ci rimarrà, secondo le previsioni, per altri due anni).

Non sappiamo quanto Tria consideri se stesso persuasivo, ma le risposte arrivate dai suoi colleghi e dalla Commissione Europea sembrano decisamente opposte.

Per il presidente della commissione Jean-Claude Juncker: “L’Italia si sta allontanando dagli obiettivi di bilancio concordati a livello europeo, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione, una crisi è abbastanza. Se l’Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell’euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi”.

E’ un’altra prima volta: il destino dell’Italia – se il governo insiste in questa direzione – sarà simile a quello della Grecia. A parti politiche invertite (lì c’era l’ex “sinistro” Alexis Tsipras, poi piegatosi ai diktat contro il suo popolo), Lega e Cinque Stelle subiranno l’identico livello di “pressioni”. Anzi, maggiori, perché il peso dell’economia italiana è molto superiore a quello di Atene...

Per il commissario titolare delle materie economiche, Pierre Moscovici, che comunque rinvia al 15 ottobre l’analisi del Def italiano, a “prima vista c’è una deviazione significativa dagli impegni presi” da Roma. Perché “la manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità. Cerchiamo di raffreddare la situazione, ho visto che Luigi Di Maio mi accusa di terrorismo o di terrorizzare i mercati: non ha senso. Io svolgo il mio ruolo e il mio ruolo come commissario è fare in modo che le regole, che sono comuni a tutti, siano rispettate da tutti”.

A sua volta il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha anticipato quel giudizio: “Aspettiamo la bozza di legge di Stabilità” ma “a prima vista” i piani di bilancio italiani “non sembrano compatibili con le regole del Patto”.

Ma tutta questa è roba di ieri, dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano, pur se annunciano un dato che nei giorni scorsi era ancora incerto: l’Unione Europea sarà durissima.

Si era infatti ipotizzato che, per non scuotere troppo i mercati, ma anche per non incentivare il clima “antieuropeo” che viene raccolto in alcuni paesi soprattutto dalle destre, la Ue avrebbe mantenuto un atteggiamento “flessibile”, com’era avvenuto con i governi Renzi e Gentiloni. Ora invece si capisce che le chiacchiere “rassicuranti” sparse da Di Maio e Salvini non hanno convinto nessuno.

Soprattutto, “i mercati” stanno scrivendo la loro sentenza: lo spread tra titoli italiani e tedeschi è salito al di sopra dei 300 punti base.

Qui il problema economico diventa però anche politico.

L’opposizione di destra a un governo di destra – il Pd e Forza Italia, insomma – punta tutto sul “compagno spread” per nutrire qualche speranza di scalzare il consenso verso l’esecutivo. Il che è indicativo degli interessi di classe difesi da questa “opposizione europeista” (il grande capitale multinazionale europeo, sia industriale che finanziario), ma è anche un suicidio politico che alimenta ulteriormente il “populismo di destra”.

In termini sociali, la manovra sommariamente indicata nel Def (ma soprattutto nelle dichiarazioni dei due “capi politici” della maggioranza) è per tre quarti a favore della piccola e media impresa, e per un quarto elemosina verso i poverissimi (con chiari scopi elettorali).

Persino la possibile introduzione della “quota 100” per accedere alla pensione, rivedendo in parte la legge Fornero, è pensata come un altro favore alle imprese, non ai lavoratori (come raccontano Salvini e Di Maio).

Lo spiegava tranquillamente, qualche giorno fa, lo stesso Tria in una intervista a IlSole24Ore: “L’intervento per favorire l’uscita accelerata di lavoratori anziani anticipandone il pensionamento rispetto alle regole attuali ha un costo, lo so benissimo. Ma negli ultimi mesi ho avuto molti incontri con grandi imprese e rappresentanze di categoria e in tutte queste occasioni ho constatato che la richiesta di svecchiamento del personale, legata alla necessità di adeguarne le competenze e di migliorare l’efficienza nell’allocazione di risorse umane, è veramente forte. Le regole previdenziali in vigore oggi rallentano fortemente questo ricambio, che è necessario per aumentare la produttività e favorirà in gran parte i giovani. Anche nella Pa è necessario questo processo”.

Anche la flat tax, nella misura in cui è stata per ora disegnata, è in pratica la reintroduzione dell’antico “forfettone” per partite Iva e professionisti, che sono il nucleo motore sia della Lega che, in misura minore, dei Cinque Stelle. Niente di “rivoluzionario” sul piano sociale, insomma.

Ma anche questo “lavorare per le imprese” ha un costo: la forzatura – non la “rottura” – delle regole previste dai trattati europei. E si tratta di una forzatura che avviene in un momento in cui la legislatura europea volge al termine (e quasi sicuramente ci sarà una composizione politica che ridurrà al minimo la vecchia grosse koalition tra popolari e socialdemocratici), la crisi economica ha ripreso a mordere, le tensioni sui dazi con gli Usa aumentano, le destra crescono e una “diversa sinistra” europea sta emergendo come alternativa credibile al putrido “partito socialista europeo”.

Ma non è finita. In Germania è in corso l’operazione di fusione tra Commerzbank e Deutsche Bank, due banche in grandissima difficoltà per la speculazione sui “derivati” (che però non vengono considerati “pericolosi” dalla Bce, al contrario dei crediti a famiglie e imprese, oltre che i titoli di Stato). La seconda banca dovrebbe inglobare la prima. Ma per farlo Deutsche Bank deve varare un aumento di capitale di 15 miliardi di euro, per coprire le svalutazioni di una parte dei derivati in pancia. Chi sottoscrive questo aumento? Inoltre sono alle porte le elezioni in Baviera, con Afd che dovrebbe diventare il primo partito del land tedesco più grande, e che potrebbe far cadere il governo.

Una convergenza di “cigni neri” che sembra aver tolto lucidità – e dunque margini di “flessibilità” – all’establishment europeo. Anzi, secondo molti l’attacco all’Italia farebbe passare in secondo piano i problemi tedeschi (e francesi).

Il problema vero è che “i mercati” sanno invece benissimo a chi mandare il conto di tutte queste tensioni.

Allacciate le cinture, ma soprattutto mettiamoci in movimento...

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14/09/2018

La voce minacciosa dei poteri forti europei sull’Italia del governo “a tre”

E’ stato un giovedì di fuoco, con bordate in sincronia di tutte le massime autorità politiche ed economiche dell’Unione Europea verso l’Italia del governo “a tre”, un dettaglio questo sottolineato soprattutto dal governatore della Bce Mario Draghi.

Il primo a sparare a palle incatenate non poteva che essere il Commissario responsabile degli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, il quale ha definito l’Italia come “un problema” nella zona euro, principalmente a causa del suo elevato debito pubblico che richiede una manovra “credibile”. “E’ proprio sull’Italia che voglio innanzitutto concentrarmi. L’Italia ha bisogno di riforme dell’economia. Non sarà fermando le riforme e facendo ripartire la stampa di banconote che si salverà. La crescita è nella parte bassa della forchetta della zona euro e il problema più pesante è quello del deficit di produttività”.

Direttamente a Roma, davanti al Parlamento, è intervenuto poi un altro commissario europeo, il tedesco Gunter Oettinger, titolare del Bilancio Ue e protagonista alcuni mesi fa di accese polemiche (poi rientrate dopo una parziale rettifica delle frasi che gli erano state attribuite da un quotidiano) sulle presunte “lezioni” che i mercati stavano dando agli elettori italiani. Forse memore della vicenda ha usato toni felpati: ha riconosciuto che le decisioni su come delineare il Bilancio spettano a governo e Parlamento italiani, ma durante una audizione alla Camera ha anche ricordato che “l’Italia, ma così la Francia e la Germania, ha bisogno della fiducia di imprese, banche e cittadini che acquistano il debito del paese”. Un modo di dire piuttosto esplicito che il pagamento e l’emissione di titoli di stato da parte dell’Italia sono un elemento di forte ricattabilità verso il governo.

Dichiarazioni come queste, fatte nelle ore in cui l’Italia metteva all’asta miliardi di euro in titoli di stato, sono una bastardata di non poco conto, soprattutto perchè, come dice Draghi, le parole pesano. Per i non addetti ai lavori: le parole di Moscovici, Oettinger e Draghi hanno provocato una risalita dello spread e dunque una crescita del servizio sul debito che l’Italia dovrà pagare agli investitori. Poi sono seguite dichiarazioni più distensive, lo spread è ridisceso, ma intanto il debito era stato fatto salire ancora un po’...

Il terzo, ma non meno pesante, è stato infatti il presidente della Bce, Mario Draghi, che ha avvertito come dopo i ripetuti cambiamenti retorici della politica negli ultimi mesi – con parole che hanno già “fatto alcuni danni” – ora “stiamo aspettando i fatti, e si vedranno nella legge di Bilancio”. Ma, dato estremamente interessante, Draghi ha rilevato che nel nuovo governo ci sono elementi di “garanzia” per le compatibilità con i diktat europei, ed ha citato esplicitamente i ministri imposti dal Quirinale come Tria (all’economia) e Moavero Milanesi (esteri), oltre ovviamente il prof. Conte che dovrebbe essere il Presidente del Consiglio.

“In Italia le parole nell’ultimo mese sono cambiate spesso, ora – ha detto Draghi – stiamo aspettando i fatti e i fatti si vedranno nella legge di Bilancio, dobbiamo vedere e poi risparmiatori e mercati daranno il loro giudizio”.“Ovviamente le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti per imprese e famiglie – ha detto ancora il governatore della Bce –. Tutto questo però non ha creato grande ripercussioni su altri Paesi dell’area euro: resta prevalentemente un episodio italiano. Detto ciò – ha però voluto concludere il capo della Bce – dobbiamo essere consapevoli che il presidente del Consiglio italiano, il ministro dell’Economia e il ministro degli Esteri hanno detto tutti che l’Italia rispetterà le regole. Ci atteniamo a quanto hanno detto”.

Si conferma quindi il ruolo della triade di governo con le diverse funzioni assegnate ad ognuna delle sue componenti: Salvini per il lavoro sporco, Di Maio per gli annunci di discontinuità, i professori come garanzia verso i poteri forti europei e i mercati finanziari. Risultato: somma zero.

Su questo governo, come quelli precedenti, incombe dunque la pesantissima ipoteca dei diktat delle autorità europee. Mentre i governi di centro-sinistra sono stati i più fedeli subordinati a tali diktat, i governi Berlusconi non sembravano aver capito bene come funzionasse il pilota automatico europeo, fino ad esserne liquidati con il colpo di mano del 2011.

Il governo “a tre” contiene entrambi gli atteggiamenti, con qualche “rodomontata” in più che stenta a diventare fatti. Solo contro i più deboli – i migranti – la destra del governo oltre alle sparate mette in pratica misure concrete, e odiose. Quando invece si misura con “i forti” si limita a twittare qualche dichiarazione ma corre subito a cercare il punto di mediazione, al ribasso.

P.s. E’ in qualche modo rilevante che mentre la “libera stampa” alza urla infuocate ogni volta che qualcuno mostra nostalgie verso l’epoca delle banche centrali sottoposte a qualche forma di controllo politico (come la Federal Reserve, in una certa misura), nessuno si indigna quando – tutti i giorni – avviene esattamente l’opposto. Ossia banche centrali che intervengono pesantemente sull’indirizzo politico ed economico dei singoli paesi...

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04/05/2018

La clava del pilota automatico da Bruxelles si fa sentire

Il pilota automatico di Bruxelles, ossia la Commissione Europea, ha dichiarato conclusa la tregua elettorale e post elettorale accordata all’Italia. A impugnare la clava è stato, ancora una volta, il commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici e il giudizio che ne viene fuori è pesante sia sulla variabile politica sia su quella economica.

“L’incertezza sulle politiche è diventata più pronunciata e, se prolungata, potrebbe rendere i mercati più volatili e intaccare il sentimento economico e i premi di rischio” scrive nero su bianco la Commissione Europea nelle previsioni economiche di primavera nel capitolo dedicato all’Italia, dove sottolinea che per il Paese “i rischi per le prospettive di crescita sono diventati più inclinati verso il basso”. Nello stesso documento si sottolinea come l’Italia resti il fanalino di coda per la crescita, la più bassa dei 28 stati aderenti all’Unione Europea assieme a quella del Regno Unito. Per entrambi i Paesi il pil 2018 crescerà dello 1,5%, per poi rallentare a 1,2% nel 2019. La crescita più alta è quella di paesi che hanno fatto del dumping fiscale al loro fortuna, ossia Malta (5,8% nel 2018 e 5,1% nel 2019) seguita dall’Irlanda (5,7% e 4,1%). Sempre secondo la Commissione Europea, dopo “l’accelerazione” della crescita nel 2017, “l’economia italiana continuerà a crescere allo stesso passo dell’1,5% quest’anno, sostenuta largamente dalla domanda interna, ma con i “venti di coda in calo e l’output gap (differenziale di crescita, ndr) che si chiude, la crescita del pil verrà moderata a 1,2% nel 2019”.

A tirare le conclusioni politiche e dare le scadenze è intervenuto poi il commissario Moscovici, il quale parlando con i giornalisti e rispondendo ad una domanda se l’Italia avesse fatto i compiti a casa richiesti dalla Ue, ha affermato che “gli sforzi strutturali fatti dall’Italia per il 2018 sono pari a zero, questi sono fatti che emergono dalle nostre previsioni e possiamo anche trarne delle conclusioni in termini di sorveglianza dei conti ma non è una lezione da trarre oggi, ne parleremo nel pacchetto di primavera del 23 maggio”. C’è solo da verificare se anche questa si tratterà di un pacchetto o, come si dice in gergo più popolare, di “un pacco”. Resta l’incognita se ci sarà un governo e chi ci sarà a raccogliere il pacco di Bruxelles a fine maggio.

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17/01/2018

Il monito di Moscovici all’Italia: “Votate pure, vi aspettiamo a Primavera”

Italia, Catalogna e Germania turbano i sonni delle oligarchie europee. Il Commissario Europeo Moscovici nella sua conferenza stampa per il nuovo anno, ha parlato di tre rischi che incombono sull’Unione Europea e che “potrebbero portare nel maggio del 2019 a delle elezioni europee più difficili del previsto”, e fra questi rischi in primo piano segnala quello di avere un esito incerto o non gradito alle imminenti elezioni politiche in Italia.

“Il primo rischio è politico: l’Europa – ha osservato Moscovici – ha per sua natura orrore del vuoto, che è ancora più paralizzante della mancanza di consenso. Non ci nascondiamo che governare diversi grandi paesi dell’Ue è oggi complicato. L’Italia – ha ricordato – si prepara a delle elezioni incerte: su quale maggioranza, su quale programma europeo sfoceranno, mentre la situazione economica del Paese non è certamente la migliore nella zona euro? Felice chi può dirlo oggi”.

E’ bene non dimenticare mai che la Commissione Europea ha messo nel mirino la legge di stabilità 2018 varata dal governo italiano, perché rischia di non rispettare le ferree regole del Patto di Stabilità ed ha annunciato già per primavera “una lettera di richiamo” sul debito pubblico, troppo alto, e sul deficit strutturale che migliora solo marginalmente come indicato già nelle previsioni economiche. Il Governo italiano deve fare di più per abbattere il debito, e deve farlo entro la primavera perché ci sarà un nuovo esame. Con il rischio, come l’anno scorso, che si apra una procedura d’infrazione se la deviazione dei conti continuerà ad essere giudicata eccessiva. La Commissione ha informato l’Italia che in primavera verrà riesaminato il rispetto dei criteri del debito sulla base dei dati finali del 2017 e della manovra approvata dal Parlamento a dicembre. Un modo per rinviare la palla al prossimo governo che uscirà dalle elezioni del 4 marzo ed evitare misure lacrime e sangue durante la campagna elettorale.

Il commissario ha poi citato le altre ipoteche che incombono sul dogma della stabilità delle oligarchie europee. C’è quella in cui si trova “il governo minoritario spagnolo, che deve fronteggiare la crisi catalana, archetipo di tutte le crisi regionali in Europa”. Infine, ma non certo per importanza, la vicenda del tormentato processo per la formazione di una coalizione di governo in Germania, che ha visto luce – nel tempio della stabilità – solo quattro mesi dopo le elezioni dello scorso 24 settembre.

“La rotta verso un nuovo governo è ancora lunga, ma voglio salutare il senso di responsabilità dei miei amici della Spd”, ha detto Moscovici, aggiungendo che “entrare in una nuova grande coalizione per i Socialdemocratici non è facile, dopo risultati che non sono stati i più brillanti della loro storia, Ma credo che sappiano che la Germania ha bisogno di un governo stabile, che loro ne sono la chiave, e che l’Europa ha bisogno di una Germania ambiziosa”, ha concluso “der Kommissar”.

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02/03/2017

L’Unione Europea fa i conti con i suoi spettri

A molti potrebbe essere sfuggito, ma la giornata di ieri ha fatto registrare due passaggi importanti sul futuro dell’Unione Europea. Il primo è nelle parole del commissario europeo Moscovici, ospite di una sessione al Senato italiano. “Siamo in un mondo pericoloso. Ci sono forze che vorrebbero smantellarci. Penso alle politiche americane, a quelle russe, a forze interne come la Brexit. Se così tanti vogliono dividerla forse è perché l’Unione Europea è forte e disturba. Serve un sussulto politico per lottare per una Unione più democratica e più efficace anche a livello economico”. Questo passaggio del discorso di Moscovici, che pure è commissario agli affari monetari, assume sicuramente maggior rilievo di quello dedicato ai problemi economici, sui quali Moscovici ha sostanzialmente tranquillizzato l’Italia che non ci saranno procedure di infrazione per aver sforato i parametri del deficit tra debito e Pil.

E’ un discorso tutto politico che fa il paio con quello della responsabile alla sicurezza e politica estera europea, Federica Mogherini, alla annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera due settimane fa. In quella sede la Mogherini, diversamente che in passato, aveva ostentato la solidità e le ambizioni del progetto dell’Unione Europea nella prima assise in cui prendeva parte un rappresentante della nuova amministrazione Trump, il vicepresidente Pence.

Sempre ieri, ma a Bruxelles, il Presidente della Commissione Europea, Junker, ha presentato il “Libro Bianco” della commissione sugli assetti e i progetti dell’Unione.

Il Libro Bianco contiene una riflessione a tutto campo su come l'Ue a 27 potrà essere entro il 2025, a seconda delle scelte dei governi europei. Il documento viene pubblicato adesso, spiega Juncker, affinché costituisca una base per la discussione al vertice di Roma del prossimo 25 marzo, un dibattito che resterà aperto anche per tutto il 2017, anno di importanti appuntamenti elettorali in Olanda, Francia, e Germania, veri test per il destino dell'Unione.

Le idee avanzate dal Libro bianco indicano alcuni scenari. Nel primo, titolato "Avanti così", si prevede di proseguire nel solco tracciato fino ad ora: ci si concentra sull'attuazione del programma di riforme, ma si potranno incontrare battute d'arresto nel caso di argomenti che suscitano forti contrasti tra Paesi.

Nella seconda ipotesi, "Solo il mercato unico", l'Ue si rifocalizza progressivamente su questa sola politica perché i 27 non riescono a trovare un terreno comune in un numero crescente di argomenti. Uno scenario confacente alla Gran Bretagna se non avesse optato per la Brexit. In questo caso è possibile immaginare che i controlli periodici complicheranno l'attraversamento delle frontiere e sarà più difficile trovare lavoro all'estero.

Il terzo scenario, titolato "Chi vuole di più fa di più", è quella dell'Europa a più velocità, dei cerchi concentrici, con un approccio più intergovernativo, un modello alla quale si ispirano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande, ma osteggiato dai Paesi del gruppo di Visegrad (Europa dell’est) ed altri più piccoli per il timore di essere tagliati fuori dal piano decisionale e restare indietro. Di fatto questo modello già esiste ed agisce con Schengen e l'Eurozona, ma potrebbe vedere nuove cooperazioni rafforzate tra "coalizioni di volenterosi", in particolare in materia di politica militare.

"Fare meno, in modo più efficiente" è il quarto scenario che, mantenendo l'approccio comunitario, circoscrive le aree di intervento concentrando le risorse a disposizione, per raggiungere risultati più efficaci, in tempi più rapidi.

Infine c’è un quinto scenario, "Fare molto di più insieme", che rappresenta la spinta federalista più tradizionale, quella alla quale si ispiravano i padri fondatori ma che è stata seppellita dai rapidi mutamenti della storia (es: la caduta del Muro di Berlino e la fine del bipolarismo est-ovest) e della supremazia assunta dalla centralizzazione/gerarchizzazione economica dell’Unione Europea che ha prima liquidato il modello sociale europeo e poi alimentato le ambizioni della Ue come polo della competizione globale che ha sostituito la globalizzazione.

I cinque scenari sono quelli su cui i tecnocrati di Bruxelles intendono affrontare le sfide da qui al 2025 dentro un mondo in cui le vecchie camere di compensazione tra interessi strategici diversi (dalla Nato al Wto, dal Fmi all’Onu) stanno perdendo funzione, mentre sulla spinta del nuovo corso imposto da Trump prevale l’approccio bilaterale piuttosto che quello di accordi e sedi multilaterali nel quale ricomporre e mediare le varie contraddizioni e interessi.

Se questo è vero, occorre prendere seriamente in esame quanto ha detto Moscovici parlando al Senato italiano. Con una sola, decisiva accortezza. Le classi dominanti europee si apprestano a lanciare un appello “alla connessione sentimentale con le masse” in Europa per farle stringere intorno al progetto dell’Unione Europea minacciato dall’imprevedibile Trump, dal dispotismo di Putin e dai “populismi” disgreganti all’interno. Una trappola nella quale non dobbiamo cadere né far cadere la nostra gente. L’Unione Europa rimane il male comune non la cura.

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Per farla breve, a questo giro non va firmata alcuna cambiale in bianco alle classi dominanti, i crediti di guerra vanno rispediti al mittente. 

13/02/2017

Manovra correttiva. La Ue la prende calma, ma non molla

La politica italiana – nel senso peggiore – pare indifferente al contesto europeo, che è invece determinante, come sanno tutti i protagonisti della commediola dentro e fuori Palazzo Chigi, “direzione” del Pd compresa. Si può capirlo, debbono continuare a far finta che le scelte politiche siano prese in quasi completa autonomia dal governo nazionale, per contenere lo spettro del “populismo” cresciuto dopo anni di “lo vuole l’Europa” a condimento di ogni scelta antisociale.

E l’Unione Europea – che è una cosa concreta, un apparato di potere, non uno “spirito” del continente – cerca di fare il possibile per rendere meno traumatico il percorso obbligato per il governo Gentiloni.

E’ toccato al Commissario agli affari economici, il francese Pierre Moscovici, somministrare lo zuccherino rassicurante al termine della temuta presentazione del quadro previsionale sulle tendenze economiche per l’anno in corso e il successivo. La Commissione Ue rivede infatti al rialzo la crescita dell'Italia del 2016, da +0,7% a +0,9%. Mantiene invece stabili le previsioni per il 2017, con un Pil a +0,9%, con la promessa di un 2018 appena migliore, +1,1%. Una "crescita stabile ma modesta" trainata da "tassi d'interesse reali bassi e una domanda esterna più forte" ma dove "debolezze strutturali ostacolano una ripresa più forte".

In realtà a legger bene, il quadro resta semi-comatoso perché la principale condizione positiva (i tassi bassi fissati dalla Bce, rafforzati dalle iniezioni di liquidità per 80 miliardi al mese) sta per cambiare; prima quantitativamente (il quantitative easing scenderà a 60 miliardi mensili da aprile), presto anche qualitativamente (i tassi di interesse potrebbero iniziare a risalire dal 2018, sotto la pressione di Germania e Olanda, che hanno già ora un tasso d'inflazione vicino all’obiettivo del 2%; senza calcolare che il mandato di Mario Draghi è in scadenza...). Ma anche l’altra condizione favorevole – domanda extra-Ue elevata – potrebbe subire presto radicali cambiamenti in negativo sotto le iniziative “protezionistiche” dell’America di Trump.

Guardando ai parametri di Maastricht potrebbe sembrare una notizia positiva anche il fatto che i rapporti deficit/Pil e debito/Pil restano "sostanzialmente stabili"; il primo viene rivisto leggermente al ribasso per il 2016, a 2,3%, mentre resta invariato a 2,4% per il 2017. Pure il debito è rivisto leggermente al ribasso per il 2016 a 132,8% (da 133%), mentre sale a 133,3% nel 2017. Il che significa che neanche in condizioni “eccezionalmente favorevoli” sul piano finanziario, nonostante politiche di taglio della spesa sociale molto pesante (pensioni, sanità, scuola) l’Italia è riuscita minimamente a scalfire la montagna del debito.

Lo zuccherino sta tutto nella parte politica della comunicazione di Moscovici: Bruxelles precisa di "prendere nota positiva dell'impegno" per il varo di misure correttive pari allo 0,2% del Pil (3,4 miliardi), che però "saranno conteggiate solo quando dettagliate". Invece di incazzarsi per l’ennesimo rinvio da parte italiana, insomma, la Ue sembra tollerare più paciosamente il ritardo nella comunicazione delle “misure” che Padoan e Gentiloni intendono prendere per colmare il gap.

La ragione di tanta pazienza è spiegata indirettamente dallo stesso Moscovici: "L'incertezza politica e il lento aggiustamento del settore bancario pongono rischi al ribasso alle prospettive di crescita dell'Italia". L’ultima cosa che a Bruxelles sperano è che anche l’Italia si aggiunga alla lista dei paesi-chiave che andranno alle elezioni politiche durante l’anno (Olanda, Francia e Germania già bastano e avanzano). "I rischi politici" che pesano sulle prospettive di crescita "sono presenti in tutta l'Unione europea, in molti paesi e hanno un nome molto chiaro: populismo anti-europeo, con questa volontà che considero assurda e pericolosa, dovunque essa sia e che è presente in Francia prima che in Italia, di voler uscire dall'euro e dalla Ue". E lui, da francese, lo sa benissimo: l'uscita della Francia dall'euro e dall'Unione europea "proposta da Marine Le Pen" sarebbe "una tragedia per l'Eurozona ed una catastrofe per la Francia".

Quindi non è il caso di aggiungere legna al falò che brucia...

Tanto più che Gentiloni si mostra ancora più disponibile del predecessore: la Commissione Ue "prende nota positivamente dell'impegno preso dal governo per adottare misure di bilancio aggiuntive per un valore complessivo dello 0,2% del Pil entro aprile 2017". Quindi è "assolutamente sbagliato parlare di ultimatum" da parte della Commissione Ue all'Italia. Quel 22 febbraio indicato come termine ultimo per ricevere da Roma la lista dei provvedimenti presi a copertura del buco si può insomma sforare di qualche giorno, senza che parta una temuta procedura di infrazione; "non c'è alcun ultimatum".

Però non fate i furbi, che la prossima volta vi mando Wolfgang Schaeuble e Jeroen Dijsselbloem...

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