“...Tria ha detto che ‘i mercati sono saggi’. Io non credo che siano ‘saggi’. Per me vale quanto detto dal premio Nobel James Tobin: l’orizzonte temporale massimo dei mercati sono i prossimi dieci minuti.. Però una cosa che ha detto Tria è vera. I mercati non badano tanto ai programmi elettorali perché sanno che quei programmi vengono poi sistematicamente disattesi. Con un effetto, però, che consiste nella secca smentita del teorema dell’elettore mediano, ossia nell’attuale tendenza dell’elettorato verso l’astensione oppure verso gli “estremi” degli schieramenti politici...” (Emiliano Brancaccio su SKY TG24 del 5 luglio 2024).
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2024
07/01/2020
Brancaccio - Continuità
RAI GR1, 3 novembre 2020 – Contrariamente alla vulgata e alle apparenze
dello scontro mediatico, gli ultimi dati forniti dal Ministero
dell’Economia mettono in evidenza una linea di sostanziale continuità
negli indirizzi di politica di bilancio dei governi che si sono
succeduti in Italia negli ultimi anni. Un’intervista all’economista
Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
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05/12/2019
Il MES apre la stagione della “frane finanziarie mirate”
L’Eurogruppo ha confermato che il testo del trattato Mes è inemendabile. Il ministro dell’economia, Gualtieri, è tornato dicendo che “abbiamo ottenuto cambiamenti significativi”. Indovinate chi mente?
L’Eurogruppo è istituzione potente (riunisce i ministri dell’economia), ma non è prevista da nessun trattato. Praticamente è illegale, ma prende decisioni sulla vita di mezzo miliardi di persone. Lì dentro, come in tutte le altre istituzioni, comandano gli ordoliberisti tedeschi.
In pratica, la “riforma” del Meccanismo europeo di stabilità sarà firmata così com’era stato contrattata durante il governo gialloverde e come non poteva certo essere criticato dal Pd.
Come si sia arrivati ancora una volta a firmare un trattato con su scritto “depredare l’Italia” non è un mistero. Lo ricostruisce con esperienza Luca Ricolfi, studioso ed editorialista ormai settantenne, una vita a La Stampa, Panorama e ora per Il Messaggero.
Ma la cosa più interessante è che conferma anche lui l’analisi che abbiamo proposto fin dal primo momento: quel dispositivo non serve a prevenire o tamponare una crisi finanziaria di un qualsiasi paese dell’Eurozona, serve a provocarla.
Il meccanismo, in combinazione con la definizione di “rischiosità” per i titoli di Stato (contenuta nella bozza di unione bancaria presentata dalla Germania e di fatto contenuta anche negli stress test condotti dalla Bce), invita infatti “i mercati” ad aprire il fuoco della speculazione finanziaria contro i titoli di Stato dei paesi con più alto debito, perché garantisce preventivamente agli speculatori che otterranno il risultato fin qui solo sognato: la ristrutturazione del debito dei paesi sottoposti ad attacco. E quindi guadagni favolosi ottenuti con poco sforzo.
In secondo luogo, poiché a detenere i titoli di Stato di quei paesi – come l’Italia – sono soprattutto le banche nazionali, gli speculatori potranno assalire anche gli istituti di credito, costringendoli a dure perdite e svendite a prezzi di saldo.
Al contrario, le banche europee più in crisi perché riempite di “titoli illiquidi” – prodotti finanziari derivati, alla base della crisi del 2008, che non hanno mercato e sono invendibili – potranno in parte risanare i propri bilanci speculando sui titoli di Stato (italiani, spagnoli, greci, ecc) e puntando all’acquisizione dei grandi quote del sistema bancario dei relativi paesi.
Non per caso le banche che beneficeranno di questa possibilità speculativa sono principalmente francesi e tedesche (e olandesi). Messo a punto il meccanismo, se necessario, si potrà fare altrettanto con qualche altro sistema-paese...
Di fatto, siamo da anni in una situazione di crisi-stagnazione, simile a una frana incombente sul fianco di una montagna. È logico che si cerchi di farla cadere nel modo più controllato possibile. Ma sulle montagne in genere non mancano spazi disabitati disponibili, mentre sui mercati finanziari il vuoto non esiste. Se c’è una crisi (se si stacca una frana), qualcuno si farà male di sicuro. In questo caso, insomma, chi gestisce il Mes può scegliere un percorso che salvi qualcuno uccidendo qualcun altro. A Bruxelles hanno confezionato e posizionato le cariche esplosive in modo che la frana cada su di noi, invece che sui “maestri” del Grande Nord.
Il governo gialloverde – con la Lega sul punte di comando, ma senza cervello strategico – si è fatto confezionare su misura una ghigliottina. Ora i due vecchi contraenti strepitano, cercano di passare per ignare verginelle. Complici, subordinati e un po’ cretini, come tutta la classe politica che ha gestito l’ultimo trentennio, dagli accordi di Maastricht in poi.
Luca Ricolfi – Il Messaggero
Credo che, sulla questione della riforma del Mes (il Meccanismo Europeo di Stabilità), sia essenziale tenere distinte tre domande.
Domanda 1: è pericoloso per l’Italia? O meglio: l’Italia, con il nuovo Mes, corre più o meno rischi che con il vecchio?
Ebbene, qui la mia riposta è netta. Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato, dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo. Il trattato è pericoloso per l’Italia, e aumenta il rischio di una crisi finanziaria che ci costringa a una pesante “ristrutturazione del debito” (eufemismo per non dover dire: perdite patrimoniali e relativa catena di conseguenze). Questo giudizio non è solo dell’opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista, che hanno messo in evidenza i molti punti deboli dell’accordo: dall’eccesso di potere del Mes (a scapito della Commissione Europea) alla pericolosità delle Clausole di Azione Collettiva (le cosiddette Cacs) che dal 2022 renderanno più facile costringere gli Stati a ristrutturare il debito, per non parlare dello scudo penale a favore dei membri del Mes (articoli 32 e 35 del trattato).
A minimizzare più o meno convintamente i rischi restano solo l’ex ministro Tria (che ha negoziato le modifiche), il ministro Gualtieri (che ha ereditato la patata bollente), la maggioranza degli esponenti del Pd, nonché i più acritici fra gli “europeisti a prescindere”.
Domanda 2: di chi è la colpa se ci troviamo in questa situazione, ossia a dover firmare un trattato che ci danneggia?
A mio parere la colpa principale è del governo giallo-verde, anche se la ripartizione delle responsabilità fra Conte-Tria-Salvini-Di Maio è impossibile da valutare per un osservatore esterno come me (se volessi scoprirlo proverei a sapere qualcosa da Giorgetti). L’idea che mi sono fatto è più o meno questa. Tria negozia quel che può, e non può molto perché il governo vuole flessibilità, e non può certo permettersi la procedura di infrazione per debito eccessivo. Poi dice a Conte (che è un avvocato, e di economia non si intende) che è un buon accordo.
Conte non spiega a Salvini e Di Maio che, in realtà, quel che lui e Tria stanno negoziando – oltreché bruttino – è quasi definitivo. Salvini e Di Maio, che preferiscono i bagni di folla (gratificanti) allo studio dei dossier (noiosissimi), fra un comizio e un salto in discoteca non si rendono conto né di quel che sta passando, né del fatto che quel che sta passando è sostanzialmente irreversibile. Personalmente sono più arrabbiato con Salvini e Di Maio che con Tria.
Domanda 3: e adesso? Adesso che l’Eurogruppo, nella riunione di ieri, ha detto chiaramente che il testo del trattato è sostanzialmente inemendabile, che cosa dovrebbe fare l’Italia?
La mia risposta è: non lo so. Perché ci sono gravi rischi sia se si rifiuta di firmare il trattato, sia se lo si accetta. In entrambi i casi la nostra vulnerabilità alla speculazione e alle crisi finanziarie è destinata ad aumentare considerevolmente.
C’è una domanda, però, cui mi sento di abbozzare una risposta. La domanda non è «che cosa dobbiamo fare?» ma «che cosa effettivamente faranno i nostri politici?».
Ed ecco la mia previsione. Conte e Gualtieri pregheranno in ginocchio l’establishment europeo di concedere almeno una piccola modifica al trattato, in modo da consentire al governo giallo-rosso di salvare la faccia e farlo approvare in Parlamento (già si parla di eliminare, attenuare o ritardare l’entrata in vigore della cosiddette Cacs, ossia delle clausole che – dal 2022 – renderanno più facile la ristrutturazione del debito). Le autorità europee concederanno qualche ritocco marginale, e magari qualche promessa sugli altri due tasselli del pacchetto che include il Mes (unione bancaria, budget europeo).
Il governo rassicurerà gli italiani, dicendo che già avevamo ottenuto molto (nel testo attuale la ristrutturazione del debito non è automatica), e abbiamo ancora “migliorato” il trattato che era stato chiuso a giugno. Poi l’attività di governo riprenderà, con questo o con altro governo. Ma chiunque prenderà il timone della politica economica continuerà sulla strada di sempre: richiesta di flessibilità, deficit tra il 2 e il 3%, nessuna sostanziale diminuzione del rapporto debito/Pil. Perché su una cosa destra e sinistra, giallo-rossi e giallo-verdi sono sempre d’accordo: il risanamento dei conti pubblici, ossia l’unica cosa che ci metterebbe al riparo da crisi future, «è un obiettivo strategico». Così strategico che ci penseremo domani, anzi ci penseranno quelli che verranno dopo di noi.
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L’Eurogruppo è istituzione potente (riunisce i ministri dell’economia), ma non è prevista da nessun trattato. Praticamente è illegale, ma prende decisioni sulla vita di mezzo miliardi di persone. Lì dentro, come in tutte le altre istituzioni, comandano gli ordoliberisti tedeschi.
In pratica, la “riforma” del Meccanismo europeo di stabilità sarà firmata così com’era stato contrattata durante il governo gialloverde e come non poteva certo essere criticato dal Pd.
Come si sia arrivati ancora una volta a firmare un trattato con su scritto “depredare l’Italia” non è un mistero. Lo ricostruisce con esperienza Luca Ricolfi, studioso ed editorialista ormai settantenne, una vita a La Stampa, Panorama e ora per Il Messaggero.
Ma la cosa più interessante è che conferma anche lui l’analisi che abbiamo proposto fin dal primo momento: quel dispositivo non serve a prevenire o tamponare una crisi finanziaria di un qualsiasi paese dell’Eurozona, serve a provocarla.
Il meccanismo, in combinazione con la definizione di “rischiosità” per i titoli di Stato (contenuta nella bozza di unione bancaria presentata dalla Germania e di fatto contenuta anche negli stress test condotti dalla Bce), invita infatti “i mercati” ad aprire il fuoco della speculazione finanziaria contro i titoli di Stato dei paesi con più alto debito, perché garantisce preventivamente agli speculatori che otterranno il risultato fin qui solo sognato: la ristrutturazione del debito dei paesi sottoposti ad attacco. E quindi guadagni favolosi ottenuti con poco sforzo.
In secondo luogo, poiché a detenere i titoli di Stato di quei paesi – come l’Italia – sono soprattutto le banche nazionali, gli speculatori potranno assalire anche gli istituti di credito, costringendoli a dure perdite e svendite a prezzi di saldo.
Al contrario, le banche europee più in crisi perché riempite di “titoli illiquidi” – prodotti finanziari derivati, alla base della crisi del 2008, che non hanno mercato e sono invendibili – potranno in parte risanare i propri bilanci speculando sui titoli di Stato (italiani, spagnoli, greci, ecc) e puntando all’acquisizione dei grandi quote del sistema bancario dei relativi paesi.
Non per caso le banche che beneficeranno di questa possibilità speculativa sono principalmente francesi e tedesche (e olandesi). Messo a punto il meccanismo, se necessario, si potrà fare altrettanto con qualche altro sistema-paese...
Di fatto, siamo da anni in una situazione di crisi-stagnazione, simile a una frana incombente sul fianco di una montagna. È logico che si cerchi di farla cadere nel modo più controllato possibile. Ma sulle montagne in genere non mancano spazi disabitati disponibili, mentre sui mercati finanziari il vuoto non esiste. Se c’è una crisi (se si stacca una frana), qualcuno si farà male di sicuro. In questo caso, insomma, chi gestisce il Mes può scegliere un percorso che salvi qualcuno uccidendo qualcun altro. A Bruxelles hanno confezionato e posizionato le cariche esplosive in modo che la frana cada su di noi, invece che sui “maestri” del Grande Nord.
Il governo gialloverde – con la Lega sul punte di comando, ma senza cervello strategico – si è fatto confezionare su misura una ghigliottina. Ora i due vecchi contraenti strepitano, cercano di passare per ignare verginelle. Complici, subordinati e un po’ cretini, come tutta la classe politica che ha gestito l’ultimo trentennio, dagli accordi di Maastricht in poi.
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Noi e l’Europa/Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese
Luca Ricolfi – Il Messaggero
Credo che, sulla questione della riforma del Mes (il Meccanismo Europeo di Stabilità), sia essenziale tenere distinte tre domande.
Domanda 1: è pericoloso per l’Italia? O meglio: l’Italia, con il nuovo Mes, corre più o meno rischi che con il vecchio?
Ebbene, qui la mia riposta è netta. Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato, dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo. Il trattato è pericoloso per l’Italia, e aumenta il rischio di una crisi finanziaria che ci costringa a una pesante “ristrutturazione del debito” (eufemismo per non dover dire: perdite patrimoniali e relativa catena di conseguenze). Questo giudizio non è solo dell’opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista, che hanno messo in evidenza i molti punti deboli dell’accordo: dall’eccesso di potere del Mes (a scapito della Commissione Europea) alla pericolosità delle Clausole di Azione Collettiva (le cosiddette Cacs) che dal 2022 renderanno più facile costringere gli Stati a ristrutturare il debito, per non parlare dello scudo penale a favore dei membri del Mes (articoli 32 e 35 del trattato).
A minimizzare più o meno convintamente i rischi restano solo l’ex ministro Tria (che ha negoziato le modifiche), il ministro Gualtieri (che ha ereditato la patata bollente), la maggioranza degli esponenti del Pd, nonché i più acritici fra gli “europeisti a prescindere”.
Domanda 2: di chi è la colpa se ci troviamo in questa situazione, ossia a dover firmare un trattato che ci danneggia?
A mio parere la colpa principale è del governo giallo-verde, anche se la ripartizione delle responsabilità fra Conte-Tria-Salvini-Di Maio è impossibile da valutare per un osservatore esterno come me (se volessi scoprirlo proverei a sapere qualcosa da Giorgetti). L’idea che mi sono fatto è più o meno questa. Tria negozia quel che può, e non può molto perché il governo vuole flessibilità, e non può certo permettersi la procedura di infrazione per debito eccessivo. Poi dice a Conte (che è un avvocato, e di economia non si intende) che è un buon accordo.
Conte non spiega a Salvini e Di Maio che, in realtà, quel che lui e Tria stanno negoziando – oltreché bruttino – è quasi definitivo. Salvini e Di Maio, che preferiscono i bagni di folla (gratificanti) allo studio dei dossier (noiosissimi), fra un comizio e un salto in discoteca non si rendono conto né di quel che sta passando, né del fatto che quel che sta passando è sostanzialmente irreversibile. Personalmente sono più arrabbiato con Salvini e Di Maio che con Tria.
Domanda 3: e adesso? Adesso che l’Eurogruppo, nella riunione di ieri, ha detto chiaramente che il testo del trattato è sostanzialmente inemendabile, che cosa dovrebbe fare l’Italia?
La mia risposta è: non lo so. Perché ci sono gravi rischi sia se si rifiuta di firmare il trattato, sia se lo si accetta. In entrambi i casi la nostra vulnerabilità alla speculazione e alle crisi finanziarie è destinata ad aumentare considerevolmente.
C’è una domanda, però, cui mi sento di abbozzare una risposta. La domanda non è «che cosa dobbiamo fare?» ma «che cosa effettivamente faranno i nostri politici?».
Ed ecco la mia previsione. Conte e Gualtieri pregheranno in ginocchio l’establishment europeo di concedere almeno una piccola modifica al trattato, in modo da consentire al governo giallo-rosso di salvare la faccia e farlo approvare in Parlamento (già si parla di eliminare, attenuare o ritardare l’entrata in vigore della cosiddette Cacs, ossia delle clausole che – dal 2022 – renderanno più facile la ristrutturazione del debito). Le autorità europee concederanno qualche ritocco marginale, e magari qualche promessa sugli altri due tasselli del pacchetto che include il Mes (unione bancaria, budget europeo).
Il governo rassicurerà gli italiani, dicendo che già avevamo ottenuto molto (nel testo attuale la ristrutturazione del debito non è automatica), e abbiamo ancora “migliorato” il trattato che era stato chiuso a giugno. Poi l’attività di governo riprenderà, con questo o con altro governo. Ma chiunque prenderà il timone della politica economica continuerà sulla strada di sempre: richiesta di flessibilità, deficit tra il 2 e il 3%, nessuna sostanziale diminuzione del rapporto debito/Pil. Perché su una cosa destra e sinistra, giallo-rossi e giallo-verdi sono sempre d’accordo: il risanamento dei conti pubblici, ossia l’unica cosa che ci metterebbe al riparo da crisi future, «è un obiettivo strategico». Così strategico che ci penseremo domani, anzi ci penseranno quelli che verranno dopo di noi.
Fonte
10/06/2019
Tre governi alla resa dei conti. Ma comandano gli “europeisti”
Messi alle spalle i ballottaggi, che hanno confermato il momento di spinta del centrodestra (la Lega si è presentata in coalizione con Berlusconi e Meloni quasi dappertutto), le questioni sul tavolo sono numerose. E tutte molto “divisive”. In tre, non in due.
C’è il problema dei rapporti con l’Unione Europea, e su più livelli. Sul piano strettamente politico, c’è da nominare i membri della Commissione – all’Italia ne spetta uno – a partire dall’accordo sul nome del presidente.
Il tedesco Manfred Weber, candidato al ruolo ancora ricoperto da Jean-Claude Juncker, è oggi a Roma per ottenere da Giuseppe Conte un sostanziale via libera (dopo il “no” opposto da Macron). La partita è complessa e a carte coperte, perché questa è una delle poche cose su cui abbia un’utilità controllare la maggioranza dell’inutile parlamento di Strasburgo.
Se neanche l’Italia dovesse appoggiare Weber, la sua nomina diventerebbe un po’ più complicata, ma non moltissimo (a Strasburgo c’è una maggioranza molto forte di “europeisti”, anche se Ppe e socialdemocratici devono ora rincorrere – e contrattare – l’appoggio di Verdi e Liberali). Mentre il commissario proposto dall’Italia, in quel caso, riceverebbe un niet piuttosto sonoro, se dovesse essere un “euroscettico” indicato da Lega o Cinque Stelle.
Della situazione sono consapevoli tutti, ma Conte la ricorda in modo piuttosto ruvido proprio al suo vice leghista: «l’Italia un commissario lo avrà. Ma sarà importante vedere chi, come e con quale ruolo economico. Dobbiamo sapere che ci troveremo di fronte un Parlamento europeo molto diffidente. Lì passa chi ha la maggioranza più uno dei voti, e noi non saremo in maggioranza. Le forze politiche interne non hanno capitalizzato i voti, a Strasburgo. Si prefigura un loro ruolo non decisivo anche per la Lega che pure ha riportato una grande vittoria in Italia».
Delle serie: non strillare troppo, perché tanto fuori dai confini non conti un tubo, e rischi di farci avere un posto che non conta nulla (è in uscita Federica Mogherini, in un ruolo di peso, il cosiddetto “ministero degli esteri” europeo). Discorso che si applica però con ancora più forza ai grillini, che stanno ancora cercando un gruppo parlamentare che li accetti come soci di minoranza.
Su questo punto, insomma, la componente “europeista” del governo (lo stesso Conte, Tria, Moavero Milanesi) sa di avere tutti gli assi in mano.
Situazione simile anche sul tavolo della “procedura di infrazione”, che la Commissione si appresta a valutare, per ricondurre il bilancio dello Stato italiano dentro i parametri e gli obbiettivi fissati da Bruxelles.
Qui il gioco è solo apparentemente più elastico. Salvini ha lasciato salire per giorni la favola-bufala dei MiniBot per consentire alle amministrazioni pubbliche di pagare i debiti con i fornitori (quasi tutte imprese italiane). Ha ottenuto l’appoggio acritico di Di Maio (che ormai si è convinto di doverle mandare giù tutte: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot, il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni, non le polemiche, né le presunte ragioni dei singoli. Ripeto, una parola: soluzioni!“.), ma una pernacchia sia da Conte sia dal ministro dell’economia.
Il primo si è sentito obbligato a ricordargli che «Abbiamo già introdotto uno strumento per raggiungere l’obbiettivo con la triangolazione tra Comuni, Cassa depositi e prestiti e creditori». E del resto «È una proposta mai portata a Palazzo Chigi. Siccome ha implicazioni di sistema, mi aspettavo che correttamente mi fosse portata per esaminarne insieme aspetti e contenuti». Chiacchiere per i giornali, insomma...
Ma di fronte all’insistenza del trio Giorgetti-Salvini-Borghi (il “tecnico” leghista che ha partorito l’ideuzza) anche Conte, nel suo piccolo, ha alzato la voce tirando fuori le sue competenze economiche e giuridiche: «Il problema è che lo strumento di soluzione deve essere adeguato rispetto all’obiettivo. Ci sono molte criticità anche tecniche: se i crediti della PA non sono certificati non sono neppure pagabili. Siccome non possono costituire una moneta parallela, non c’è l’obbligo di accettarli come mezzo per estinguere un’obbligazione. E chi li accetta, ragionevolmente vorrebbe scontare il fatto di prendere in carico un’attività parzialmente liquida che non frutta interesse. Il risultato è che finirebbero per essere negoziati sotto la parità. E lo sconto rispetto all’euro sarebbe una misura del rischio di uscita del Paese dalla moneta unica».
Sotterrata la questione, insomma, non resta che passare sul cadavere dei nemici interni. Tria, infatti, si è preso anche il lusso di azzerare la serietà del problema: “Non credo che ci sia una discussione interessante perché abbiamo discusso di alcune opinioni. Non è una questione principale che andremo a trattare a livello di governo“. Incassando la benedizione-minaccia di Pierre Moscovici: “Tria sa quello che deve fare“.
Restano da discutere, insomma, solo le questioncelle di casa propria, ossia il “rimpasto” che la Lega vorrebbe come riconoscimento del proprio aumentato peso politico. Oltre a riempire la casella lasciata vuota da Paolo Savona (passato dal ministero dei rapporti con la Ue a presidente della Consob), ci sono i ministeri più ambiti dai salviniani: le infrastrutture (con il defenestramento del povero Toninelli), ma anche Difesa e Ambiente che – per motivi diversi – andrebbero a completare la cornice istituzionale indispensabile per “valorizzare” il bla-bla leghista (sono giorni che sbarcano migranti dai barconi, da Pozzallo a Lampedusa, ma Salvini non ne parla più; si vede che ha esaurito il bacino di voti sensibile all’argomento).
Come rapporti di forza reali – ossia “europei” – i due soci della maggioranza sono usciti a pezzi dalle elezioni europee. Ed è ancora Conte a spiegarlo al suo vice più sbraitante: «Se la Lega aspira a capitalizzare un consenso politico in un sistema fondato sulla democrazia parlamentare, come il nostro, non può che passare da elezioni politiche. Insomma deve assumersi la responsabilità di chiedere nuove elezioni politiche e poi vincerle. Le Europee hanno una logica e prospettive diverse...».
Il che va a confermare una lettura dei fatti politici piuttosto diversa da quella proposta ossessivamente dal mainstream “democratico” (Repubblica, Corriere, Pd e Berlusconi uniti nella lotta). Il dato vero, infatti, non è “l’avanzare della marea nera” – che è un problema da contrastare seriamente, ma con tutt’altre politiche – ma l’impossibilità di cambiare indirizzo economico-sociale stando dentro il quadro dei trattati europei. Sia “da sinistra”, con il moderato riformismo dei post-socialdemocratici “europeisti”, sia da destra, con lo sguaiato nazionalismo intriso di “furbizie” che reggono a malapena per 24 ore.
Come Tsipras, anche il governo gialloverde si trova al punto di dover rinnegare le proprie balzane promesse elettorali oppure passare la mano. A un “governo tecnico”, preferibilmente.
Chiunque si proponga di dar vita ad un’opposizione di classe, ossia sistemica e geopoliticamente alternativa, può fare ragionamenti dotati di senso solo a partire dalla presa d’atto che questa è la situazione di partenza. E che non bastano “propostine di riforma” per essere credibili agli occhi del nostro “blocco sociale di riferimento”.
Il “potere politico” – da oltre 20 anni – ha cambiato sede.
Fonte
C’è il problema dei rapporti con l’Unione Europea, e su più livelli. Sul piano strettamente politico, c’è da nominare i membri della Commissione – all’Italia ne spetta uno – a partire dall’accordo sul nome del presidente.
Il tedesco Manfred Weber, candidato al ruolo ancora ricoperto da Jean-Claude Juncker, è oggi a Roma per ottenere da Giuseppe Conte un sostanziale via libera (dopo il “no” opposto da Macron). La partita è complessa e a carte coperte, perché questa è una delle poche cose su cui abbia un’utilità controllare la maggioranza dell’inutile parlamento di Strasburgo.
Se neanche l’Italia dovesse appoggiare Weber, la sua nomina diventerebbe un po’ più complicata, ma non moltissimo (a Strasburgo c’è una maggioranza molto forte di “europeisti”, anche se Ppe e socialdemocratici devono ora rincorrere – e contrattare – l’appoggio di Verdi e Liberali). Mentre il commissario proposto dall’Italia, in quel caso, riceverebbe un niet piuttosto sonoro, se dovesse essere un “euroscettico” indicato da Lega o Cinque Stelle.
Della situazione sono consapevoli tutti, ma Conte la ricorda in modo piuttosto ruvido proprio al suo vice leghista: «l’Italia un commissario lo avrà. Ma sarà importante vedere chi, come e con quale ruolo economico. Dobbiamo sapere che ci troveremo di fronte un Parlamento europeo molto diffidente. Lì passa chi ha la maggioranza più uno dei voti, e noi non saremo in maggioranza. Le forze politiche interne non hanno capitalizzato i voti, a Strasburgo. Si prefigura un loro ruolo non decisivo anche per la Lega che pure ha riportato una grande vittoria in Italia».
Delle serie: non strillare troppo, perché tanto fuori dai confini non conti un tubo, e rischi di farci avere un posto che non conta nulla (è in uscita Federica Mogherini, in un ruolo di peso, il cosiddetto “ministero degli esteri” europeo). Discorso che si applica però con ancora più forza ai grillini, che stanno ancora cercando un gruppo parlamentare che li accetti come soci di minoranza.
Su questo punto, insomma, la componente “europeista” del governo (lo stesso Conte, Tria, Moavero Milanesi) sa di avere tutti gli assi in mano.
Situazione simile anche sul tavolo della “procedura di infrazione”, che la Commissione si appresta a valutare, per ricondurre il bilancio dello Stato italiano dentro i parametri e gli obbiettivi fissati da Bruxelles.
Qui il gioco è solo apparentemente più elastico. Salvini ha lasciato salire per giorni la favola-bufala dei MiniBot per consentire alle amministrazioni pubbliche di pagare i debiti con i fornitori (quasi tutte imprese italiane). Ha ottenuto l’appoggio acritico di Di Maio (che ormai si è convinto di doverle mandare giù tutte: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot, il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni, non le polemiche, né le presunte ragioni dei singoli. Ripeto, una parola: soluzioni!“.), ma una pernacchia sia da Conte sia dal ministro dell’economia.
Il primo si è sentito obbligato a ricordargli che «Abbiamo già introdotto uno strumento per raggiungere l’obbiettivo con la triangolazione tra Comuni, Cassa depositi e prestiti e creditori». E del resto «È una proposta mai portata a Palazzo Chigi. Siccome ha implicazioni di sistema, mi aspettavo che correttamente mi fosse portata per esaminarne insieme aspetti e contenuti». Chiacchiere per i giornali, insomma...
Ma di fronte all’insistenza del trio Giorgetti-Salvini-Borghi (il “tecnico” leghista che ha partorito l’ideuzza) anche Conte, nel suo piccolo, ha alzato la voce tirando fuori le sue competenze economiche e giuridiche: «Il problema è che lo strumento di soluzione deve essere adeguato rispetto all’obiettivo. Ci sono molte criticità anche tecniche: se i crediti della PA non sono certificati non sono neppure pagabili. Siccome non possono costituire una moneta parallela, non c’è l’obbligo di accettarli come mezzo per estinguere un’obbligazione. E chi li accetta, ragionevolmente vorrebbe scontare il fatto di prendere in carico un’attività parzialmente liquida che non frutta interesse. Il risultato è che finirebbero per essere negoziati sotto la parità. E lo sconto rispetto all’euro sarebbe una misura del rischio di uscita del Paese dalla moneta unica».
Sotterrata la questione, insomma, non resta che passare sul cadavere dei nemici interni. Tria, infatti, si è preso anche il lusso di azzerare la serietà del problema: “Non credo che ci sia una discussione interessante perché abbiamo discusso di alcune opinioni. Non è una questione principale che andremo a trattare a livello di governo“. Incassando la benedizione-minaccia di Pierre Moscovici: “Tria sa quello che deve fare“.
Restano da discutere, insomma, solo le questioncelle di casa propria, ossia il “rimpasto” che la Lega vorrebbe come riconoscimento del proprio aumentato peso politico. Oltre a riempire la casella lasciata vuota da Paolo Savona (passato dal ministero dei rapporti con la Ue a presidente della Consob), ci sono i ministeri più ambiti dai salviniani: le infrastrutture (con il defenestramento del povero Toninelli), ma anche Difesa e Ambiente che – per motivi diversi – andrebbero a completare la cornice istituzionale indispensabile per “valorizzare” il bla-bla leghista (sono giorni che sbarcano migranti dai barconi, da Pozzallo a Lampedusa, ma Salvini non ne parla più; si vede che ha esaurito il bacino di voti sensibile all’argomento).
Come rapporti di forza reali – ossia “europei” – i due soci della maggioranza sono usciti a pezzi dalle elezioni europee. Ed è ancora Conte a spiegarlo al suo vice più sbraitante: «Se la Lega aspira a capitalizzare un consenso politico in un sistema fondato sulla democrazia parlamentare, come il nostro, non può che passare da elezioni politiche. Insomma deve assumersi la responsabilità di chiedere nuove elezioni politiche e poi vincerle. Le Europee hanno una logica e prospettive diverse...».
Il che va a confermare una lettura dei fatti politici piuttosto diversa da quella proposta ossessivamente dal mainstream “democratico” (Repubblica, Corriere, Pd e Berlusconi uniti nella lotta). Il dato vero, infatti, non è “l’avanzare della marea nera” – che è un problema da contrastare seriamente, ma con tutt’altre politiche – ma l’impossibilità di cambiare indirizzo economico-sociale stando dentro il quadro dei trattati europei. Sia “da sinistra”, con il moderato riformismo dei post-socialdemocratici “europeisti”, sia da destra, con lo sguaiato nazionalismo intriso di “furbizie” che reggono a malapena per 24 ore.
Come Tsipras, anche il governo gialloverde si trova al punto di dover rinnegare le proprie balzane promesse elettorali oppure passare la mano. A un “governo tecnico”, preferibilmente.
Chiunque si proponga di dar vita ad un’opposizione di classe, ossia sistemica e geopoliticamente alternativa, può fare ragionamenti dotati di senso solo a partire dalla presa d’atto che questa è la situazione di partenza. E che non bastano “propostine di riforma” per essere credibili agli occhi del nostro “blocco sociale di riferimento”.
Il “potere politico” – da oltre 20 anni – ha cambiato sede.
Fonte
28/02/2019
La Ue opera come la mafia… e tutti zitti!
Il ministro dell’economia Tria, uomo di fiducia di Mattarella nel governo gialloverde, ha denunciato un ricatto del ministro delle finanze, ora presidente del parlamento, della Germania, Schauble.
Nel 2013 il ministro dell’economia del governo Letta, Saccomanni, avrebbe deciso il catastrofico “bail in” – scaricare anche su correntisti e risparmiatori i fallimenti bancari – in seguito al ricatto di quel ministro tedesco sul sistema bancario italiano. Schauble avrebbe minacciato di diffondere la notizia che il sistema bancario italiano non fosse solvibile e di agire di conseguenza in sede UE.
Non era una minaccia vana. La UE sotto il comando di Schauble stava devastando il sistema bancario e produttivo di Cipro e della Grecia, con gli esiti sociali catastrofici che conosciamo.
Come oggi sappiamo le banche tedesche hanno poi lucrato quasi 2 miliardi di profitti dagli “aiuti” alla Grecia, a proposito questa parola, aiuti, non vi fa venire in mente la stessa generosità che UE ed USA stanno usando verso il Venezuela?
Dunque la minaccia era vera e credibile, la Grecia era usata come cavia ed esempio terroristico verso tutti i paesi che non volessero accettare i diktat di Schauble, travestiti da Unione Europea. Quindi il governo italiano, nonostante il parere contrario della Banca d’Italia, decise di cedere e approvò il bail in, con tutte le conseguenze che conosciamo.
Il ministro Tria ha detto la semplice verità e poi naturalmente l’ha subito smentita. La stampa ha messo a tacere la notizia, trattando il ministro come una sorta di “arbitro Alessi” in crisi da VAR. E gran parte del palazzo politico, sia gli europeisti sia i “sovranisti”, non ha neppure dedicato un commento ad una denuncia così grave. Che richiederebbe invece, in un paese libero e democratico, l’accertamento della verità con un dibattito pubblico forte e centrale.
Invece Tria si è comportato come un commerciante che denuncia il pizzo e poi, messo alle strette, afferma di aver esagerato. E stampa e grandi partiti hanno subito voltato lo sguardo altrove.
Se ci fosse bisogno di prove che Tria ha detto la verità, esse stanno proprio nei comportamenti omertosi del palazzo nei confronti delle sue affermazioni. Mettere tutto a tacere, non possiamo mica permetterci uno scontro col potere politico finanziario tedesco proprio ora che siamo in crisi, questa è l’unità nazionale della paura.
La UE opera come la mafia, e il potere finanziario della Germania e dei suoi partner ne è la cupola. Poi c’è l’europeismo per gonzi che serve a coprire la realtà. Quella di un sistema dove gli interessi della finanza tedesca sono la sola regola da rispettare scrupolosamente e nel silenzio, negandone la stessa esistenza.
Non è vero che la UE faccia solo gli interessi di Schauble e compagnia, la mafia non esiste.
Fonte
Nel 2013 il ministro dell’economia del governo Letta, Saccomanni, avrebbe deciso il catastrofico “bail in” – scaricare anche su correntisti e risparmiatori i fallimenti bancari – in seguito al ricatto di quel ministro tedesco sul sistema bancario italiano. Schauble avrebbe minacciato di diffondere la notizia che il sistema bancario italiano non fosse solvibile e di agire di conseguenza in sede UE.
Non era una minaccia vana. La UE sotto il comando di Schauble stava devastando il sistema bancario e produttivo di Cipro e della Grecia, con gli esiti sociali catastrofici che conosciamo.
Come oggi sappiamo le banche tedesche hanno poi lucrato quasi 2 miliardi di profitti dagli “aiuti” alla Grecia, a proposito questa parola, aiuti, non vi fa venire in mente la stessa generosità che UE ed USA stanno usando verso il Venezuela?
Dunque la minaccia era vera e credibile, la Grecia era usata come cavia ed esempio terroristico verso tutti i paesi che non volessero accettare i diktat di Schauble, travestiti da Unione Europea. Quindi il governo italiano, nonostante il parere contrario della Banca d’Italia, decise di cedere e approvò il bail in, con tutte le conseguenze che conosciamo.
Il ministro Tria ha detto la semplice verità e poi naturalmente l’ha subito smentita. La stampa ha messo a tacere la notizia, trattando il ministro come una sorta di “arbitro Alessi” in crisi da VAR. E gran parte del palazzo politico, sia gli europeisti sia i “sovranisti”, non ha neppure dedicato un commento ad una denuncia così grave. Che richiederebbe invece, in un paese libero e democratico, l’accertamento della verità con un dibattito pubblico forte e centrale.
Invece Tria si è comportato come un commerciante che denuncia il pizzo e poi, messo alle strette, afferma di aver esagerato. E stampa e grandi partiti hanno subito voltato lo sguardo altrove.
Se ci fosse bisogno di prove che Tria ha detto la verità, esse stanno proprio nei comportamenti omertosi del palazzo nei confronti delle sue affermazioni. Mettere tutto a tacere, non possiamo mica permetterci uno scontro col potere politico finanziario tedesco proprio ora che siamo in crisi, questa è l’unità nazionale della paura.
La UE opera come la mafia, e il potere finanziario della Germania e dei suoi partner ne è la cupola. Poi c’è l’europeismo per gonzi che serve a coprire la realtà. Quella di un sistema dove gli interessi della finanza tedesca sono la sola regola da rispettare scrupolosamente e nel silenzio, negandone la stessa esistenza.
Non è vero che la UE faccia solo gli interessi di Schauble e compagnia, la mafia non esiste.
Fonte
27/02/2019
Game over per il “governo del cambiamento”
“Il problema non è l’analisi costi-benefici. Nessuno vorrà investire in Italia se il paese dimostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia le leggi o le rende retroattive”.
Il ministro dell’economia, Giovanni Tria, apre ufficialmente la crisi della maggioranza all’indomani delle elezioni abruzzesi e sarde, che hanno confermato la crisi profonda dei Cinque Stelle. E’ notevole sia il tema che la tempistica, a indicare chiaramente che i Cinque Stelle non possono più pretendere nulla.
Lo fa quasi con le stesse parole di Wolfgang Schaeuble durante la crisi greca, davanti al “riformista” illuso Yanis Varoufakis: “Questo è stato accettato dal governo precedente e che non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c’è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla”.
E’ la logica dei trattati europei e chiunque dica di volerli “riformare” racconta cazzate. In modo inconsapevole, se non si cura di esserne informato, in modo luridamente consapevole se invece sa di cosa parla.
Tria stava rispondendo a una domanda sul Tav da Torino a Lione, che divide il governo da mesi (insieme a molti altri dossier), ed ha scelto di metter fine alla finta discussione “unitaria” presentando il conto dei “mercati” e dei trattati. Non si può cambiare nulla, a certi livelli, anche se ci converrebbe farlo (per problemi di finanziamento, per rispetto delle popolazioni residenti, per inutilità palese di certe opere, ecc). Salvini, non a caso, si è immediatamente allineato al garante dei conti per conto dall Ue.
A pensarci bene, si apre la fine non solo per “il governo del cambiamento”, ma per qualsiasi futuro “governo del cambiamento”, seppellendo anche i fantasmi del “populismo”. A meno che non tracolli la struttura di governance dell’Unione Europea.
Cinque Stelle sulla via del rapidissimo tramonto, dunque, per manifesta impossibilità di far vivere concretamente una visione (e soluzioni) che solo in astratto potevano sembrare decisive (onestà, “uno vale uno”, due soli mandati, uso della rete, ecc) per cambiare il paese e la corruzione politico-morale della sua classe politica.
Ma attenzione a dare la Lega per trionfante nel medio periodo, anche se nell’immediato appare quasi incontrastabile, specie tenendo conto lo smorto panorama parlamentare e la non esaltante conflittualità sociale (che c’è, ma riguarda ancora soltanto singoli settori). Anche la Lega, infatti, deve la sua fortuna a una serie di soluzioni impraticabili.
Sul tema immigrazione ha ancora gioco facile. “Contrastarla” con i suoi metodi in fondo costa poco, praticamente nulla; una volta seppellito l’”umanitarismo”, senza troppe resistenze, tanto meno europee, su quella linea ci stanno praticamente tutti (ricordatevi sempre del piddino Minniti).
Ma su tutto il resto si trova esattamente nella stessa posizione dei grillini, con una “quota 100” ridotta a pochi intimi e per poco tempo, con una flat tax scomparsa dai radar già nella scorsa estate, con la minaccia di applicazione automatica degli aumenti dell’Iva il prossimo anno (o già in questo, con la “manovra correttiva”) e addirittura con il prelievo forzoso sui conti correnti all’orizzonte.
La Lega puntava manifestamente a cannibalizzare sia il centrodestra che una gran parte dei grillini, ma il gioco non gli sta riuscendo. O per lo meno non nella misura necessaria ad assicurarle una “posizione maggioritaria”.
Le azioni di “disturbo”, nel campo della destra, sono già iniziate. Il “ritorno in campo” di Berlusconi, per molti versi patetico, ha il chiaro significato di cercare di organizzare un “centrodestra europeista”, altrettanto autoritario sul piano interno ma molto meno blaterante contro la Ue.
Sul fronte opposto, la probabile investitura di Zingaretti alla testa del Pd riapre per la milionesima volta il cantiere di un “nuovo Ulivo”, in cui rappattumare tutte le frattaglie nostalgiche del ceontrosinistra prodiano, europeista senza se e senza ma, con qualche verniciata “umanitaria” e un po’ meno rozza in fatto di vaccini, religione, diritti civili. Su cui a malincuore potrebbero in prospettiva convergere quegli elettori grillini ma refrattari al neofascismo leghista.
Dunque lo scenario prossimo venturo potrebbe volgere nel giro di pochi mesi verso il vecchio “bipolarismo” tra centrodestra e autodefinito “centrosinistra”. Entrambi, però, completamente screditati agli occhi dell’“opinione pubblica”.
A questo stanno manifestamente lavorando in tanti, sia in Italia che in sede europea (l’iperattivismo di un Tajani dovrebbe far sospettare qualcosa). E anche i molti “tavoli paralleli” imbastiti intorno alla lista “di sinistra” da presentare alle europee – una esplicita, con alla testa De Magistris con “tutti dentro”, compreso Potere al Popolo, l’altra rivelata da Cofferati (tutti col Pd, senza Dema e Pap) – verranno travolti dallo spostamento d’aria dei riposizionamenti dei soggetti più grandi.
Mattarella, dal canto suo, si vede ora consegnare tutte le leve per guidare “la politica” verso nuove elezioni, che nessuno dei due “vincitori” del 4 marzo, a questo punto, vuole.
Fonte
Il ministro dell’economia, Giovanni Tria, apre ufficialmente la crisi della maggioranza all’indomani delle elezioni abruzzesi e sarde, che hanno confermato la crisi profonda dei Cinque Stelle. E’ notevole sia il tema che la tempistica, a indicare chiaramente che i Cinque Stelle non possono più pretendere nulla.
Lo fa quasi con le stesse parole di Wolfgang Schaeuble durante la crisi greca, davanti al “riformista” illuso Yanis Varoufakis: “Questo è stato accettato dal governo precedente e che non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c’è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla”.
E’ la logica dei trattati europei e chiunque dica di volerli “riformare” racconta cazzate. In modo inconsapevole, se non si cura di esserne informato, in modo luridamente consapevole se invece sa di cosa parla.
Tria stava rispondendo a una domanda sul Tav da Torino a Lione, che divide il governo da mesi (insieme a molti altri dossier), ed ha scelto di metter fine alla finta discussione “unitaria” presentando il conto dei “mercati” e dei trattati. Non si può cambiare nulla, a certi livelli, anche se ci converrebbe farlo (per problemi di finanziamento, per rispetto delle popolazioni residenti, per inutilità palese di certe opere, ecc). Salvini, non a caso, si è immediatamente allineato al garante dei conti per conto dall Ue.
A pensarci bene, si apre la fine non solo per “il governo del cambiamento”, ma per qualsiasi futuro “governo del cambiamento”, seppellendo anche i fantasmi del “populismo”. A meno che non tracolli la struttura di governance dell’Unione Europea.
Cinque Stelle sulla via del rapidissimo tramonto, dunque, per manifesta impossibilità di far vivere concretamente una visione (e soluzioni) che solo in astratto potevano sembrare decisive (onestà, “uno vale uno”, due soli mandati, uso della rete, ecc) per cambiare il paese e la corruzione politico-morale della sua classe politica.
Ma attenzione a dare la Lega per trionfante nel medio periodo, anche se nell’immediato appare quasi incontrastabile, specie tenendo conto lo smorto panorama parlamentare e la non esaltante conflittualità sociale (che c’è, ma riguarda ancora soltanto singoli settori). Anche la Lega, infatti, deve la sua fortuna a una serie di soluzioni impraticabili.
Sul tema immigrazione ha ancora gioco facile. “Contrastarla” con i suoi metodi in fondo costa poco, praticamente nulla; una volta seppellito l’”umanitarismo”, senza troppe resistenze, tanto meno europee, su quella linea ci stanno praticamente tutti (ricordatevi sempre del piddino Minniti).
Ma su tutto il resto si trova esattamente nella stessa posizione dei grillini, con una “quota 100” ridotta a pochi intimi e per poco tempo, con una flat tax scomparsa dai radar già nella scorsa estate, con la minaccia di applicazione automatica degli aumenti dell’Iva il prossimo anno (o già in questo, con la “manovra correttiva”) e addirittura con il prelievo forzoso sui conti correnti all’orizzonte.
La Lega puntava manifestamente a cannibalizzare sia il centrodestra che una gran parte dei grillini, ma il gioco non gli sta riuscendo. O per lo meno non nella misura necessaria ad assicurarle una “posizione maggioritaria”.
Le azioni di “disturbo”, nel campo della destra, sono già iniziate. Il “ritorno in campo” di Berlusconi, per molti versi patetico, ha il chiaro significato di cercare di organizzare un “centrodestra europeista”, altrettanto autoritario sul piano interno ma molto meno blaterante contro la Ue.
Sul fronte opposto, la probabile investitura di Zingaretti alla testa del Pd riapre per la milionesima volta il cantiere di un “nuovo Ulivo”, in cui rappattumare tutte le frattaglie nostalgiche del ceontrosinistra prodiano, europeista senza se e senza ma, con qualche verniciata “umanitaria” e un po’ meno rozza in fatto di vaccini, religione, diritti civili. Su cui a malincuore potrebbero in prospettiva convergere quegli elettori grillini ma refrattari al neofascismo leghista.
Dunque lo scenario prossimo venturo potrebbe volgere nel giro di pochi mesi verso il vecchio “bipolarismo” tra centrodestra e autodefinito “centrosinistra”. Entrambi, però, completamente screditati agli occhi dell’“opinione pubblica”.
A questo stanno manifestamente lavorando in tanti, sia in Italia che in sede europea (l’iperattivismo di un Tajani dovrebbe far sospettare qualcosa). E anche i molti “tavoli paralleli” imbastiti intorno alla lista “di sinistra” da presentare alle europee – una esplicita, con alla testa De Magistris con “tutti dentro”, compreso Potere al Popolo, l’altra rivelata da Cofferati (tutti col Pd, senza Dema e Pap) – verranno travolti dallo spostamento d’aria dei riposizionamenti dei soggetti più grandi.
Mattarella, dal canto suo, si vede ora consegnare tutte le leve per guidare “la politica” verso nuove elezioni, che nessuno dei due “vincitori” del 4 marzo, a questo punto, vuole.
Fonte
10/11/2018
Quello che manca nei conti di Tria
Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha affermato che le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio (DPB), della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia. Lo stesso Tria ha aggiunto: “Ci dispiace constatare questa défaillance tecnica della Commissione, che non influenzerà la continuazione del dialogo costruttivo con la Commissione stessa in cui è impegnato il Governo italiano. Rimane il fatto – ha aggiunto – che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”.
C’è un non so che di professorale in questa bacchettata che il ministro dell’Economia italiano ha rifilato ai contabili della Commissione europea, ed occorre ammettere che la bacchettata di Tria qualche fondamento ce l’ha. Per almeno due motivi. Uno empirico: in passato quasi mai le previsioni e i calcoli dei tecnocrati di Bruxelles si sono rivelati esatti. L’altro è politico: fare valutazioni e indicare paletti dirimenti sulla base di previsioni – naturalmente sempre esposte a variabili e imprevisti – è un esercizio di autoritarismo che rende la Commissione Europea insopportabile e ne disvela sempre più la natura di apparato coercitivo.
I conti sono questi ed a questi dovete adeguarvi, punto! Insomma tutto il contrario di un organismo teso a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze di bilancio (ed economiche) degli stati membri, sia dell’Eurozona che dell’Unione Europea.
Rispetto ai dati forniti dal governo italiano, la Commissione europea ha rivisto al rialzo le stime sul rapporto tra deficit e Pil: nel 2018 dall’1,7% previsto in primavera all’1,9%, per poi schizzare al 2,9% nel 2019 «a causa delle misure programmate». Secondo Bruxelles, nel 2020 il deficit sfonderà il famigerato (e fasullo) tetto del 3%, raggiungendo il 3,1%.
Ci sono poi le stime del Fmi sull’Italia. Nel Regional Economic Outlook per l’Europa, il Fmi prevede una crescita dell’1,2% per il 2018, dell’1,0% per il 2019 e dello 0,9% per il 2020. Nel 2017 l’Italia era cresciuta dell’1,5 per cento.
Dunque secondo il Fmi il denominatore (il Pil) crescerebbe meno di quanto indicato dal governo rispetto al numeratore (il debito pubblico) e quindi farebbe crescere il deficit.
Su questo si apre una sfida secolare nelle scuole di pensiero degli economisti. Il governo italiano ritiene che facendo deficit spending (cioè iniettando spesa pubblica nel sistema anche andando in deficit) questo produrrebbe un beneficio nell’economia del paese e quindi porterebbe ad un incremento del Pil. La Commissione europea, coerente con il dogma ultraliberista, sostiene che la crescita si ottiene solo tagliando la spesa pubblica, riducendo il debito pubblico e dunque il deficit.
I fatti che cosa ci dicono? Che le politiche di taglio della spesa pubblica perseguite sistematicamente da tutti i governi sulla base dei diktat dei Trattati europei (dal 1992 di Maastricht in poi), non hanno portato né alla riduzione del debito pubblico (anzi...), né ad una crescita congruente del Pil. Al contrario hanno visto crollare investimenti, consumi, servizi del welfare, salari reali, condizioni e aspettative generali di vita del paese. Eppure alla Commissione europea ribadiscono che la sola strada che va seguita è questa, pena le sanzioni.
Messe così le cose, si dovrebbe pensare che il governo italiano stia facendo la cosa giusta, tanto più se risponde per le rime ai tecnocrati della Commissione europea.
Ma da quello che si intravede dalla manovra di bilancio, e soprattutto da quello che uscirà dalla discussione in aula (in base agli annunci, alle soffiate e alle indiscrezioni), c’è – sì – una certa predisposizione a usare lo strumento della spesa pubblica in deficit per immettere un po’ di risorse in un sistema economico stagnante ma, come fatto dai governi precedenti, persiste la micidiale logica di dare soldi pubblici alle imprese e ai contribuenti già benestanti, piuttosto che alle famiglie con redditi più bassi o ai lavoratori dipendenti.
In pratica si applica la logica della Flat Tax con la balzana idea che solo mandando “più soldi in alto” questi prima o poi “sgocciolino verso il basso”. Una visione in cui la maggior parte della popolazione, quella con bassi redditi, sta come un cane sotto la tavola, in attesa di briciole cadenti.
In pratica le tesi neoliberiste, in prima istanza contrastate con il deficit spending, vengono poi riconfermate e rafforzate utilizzando le risorse pubbliche per agevolare pochi rispetto ai tanti. Sta in questo la natura dei provvedimenti messi in cantiere e l’inganno rispetto alle grandi aspettative dei settori popolari verso l’attuale governo.
Siccome alcuni dei lettori ci accusano di essere prevenuti contro l’attuale governo, rammentiamo a tutti che sono i fatti ad avere la testa dura. Stiamo solo cercando di indicare la Luna, chi preferisce è libero di guardare il dito.
Fonte
C’è un non so che di professorale in questa bacchettata che il ministro dell’Economia italiano ha rifilato ai contabili della Commissione europea, ed occorre ammettere che la bacchettata di Tria qualche fondamento ce l’ha. Per almeno due motivi. Uno empirico: in passato quasi mai le previsioni e i calcoli dei tecnocrati di Bruxelles si sono rivelati esatti. L’altro è politico: fare valutazioni e indicare paletti dirimenti sulla base di previsioni – naturalmente sempre esposte a variabili e imprevisti – è un esercizio di autoritarismo che rende la Commissione Europea insopportabile e ne disvela sempre più la natura di apparato coercitivo.
I conti sono questi ed a questi dovete adeguarvi, punto! Insomma tutto il contrario di un organismo teso a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze di bilancio (ed economiche) degli stati membri, sia dell’Eurozona che dell’Unione Europea.
Rispetto ai dati forniti dal governo italiano, la Commissione europea ha rivisto al rialzo le stime sul rapporto tra deficit e Pil: nel 2018 dall’1,7% previsto in primavera all’1,9%, per poi schizzare al 2,9% nel 2019 «a causa delle misure programmate». Secondo Bruxelles, nel 2020 il deficit sfonderà il famigerato (e fasullo) tetto del 3%, raggiungendo il 3,1%.
Ci sono poi le stime del Fmi sull’Italia. Nel Regional Economic Outlook per l’Europa, il Fmi prevede una crescita dell’1,2% per il 2018, dell’1,0% per il 2019 e dello 0,9% per il 2020. Nel 2017 l’Italia era cresciuta dell’1,5 per cento.
Dunque secondo il Fmi il denominatore (il Pil) crescerebbe meno di quanto indicato dal governo rispetto al numeratore (il debito pubblico) e quindi farebbe crescere il deficit.
Su questo si apre una sfida secolare nelle scuole di pensiero degli economisti. Il governo italiano ritiene che facendo deficit spending (cioè iniettando spesa pubblica nel sistema anche andando in deficit) questo produrrebbe un beneficio nell’economia del paese e quindi porterebbe ad un incremento del Pil. La Commissione europea, coerente con il dogma ultraliberista, sostiene che la crescita si ottiene solo tagliando la spesa pubblica, riducendo il debito pubblico e dunque il deficit.
I fatti che cosa ci dicono? Che le politiche di taglio della spesa pubblica perseguite sistematicamente da tutti i governi sulla base dei diktat dei Trattati europei (dal 1992 di Maastricht in poi), non hanno portato né alla riduzione del debito pubblico (anzi...), né ad una crescita congruente del Pil. Al contrario hanno visto crollare investimenti, consumi, servizi del welfare, salari reali, condizioni e aspettative generali di vita del paese. Eppure alla Commissione europea ribadiscono che la sola strada che va seguita è questa, pena le sanzioni.
Messe così le cose, si dovrebbe pensare che il governo italiano stia facendo la cosa giusta, tanto più se risponde per le rime ai tecnocrati della Commissione europea.
Ma da quello che si intravede dalla manovra di bilancio, e soprattutto da quello che uscirà dalla discussione in aula (in base agli annunci, alle soffiate e alle indiscrezioni), c’è – sì – una certa predisposizione a usare lo strumento della spesa pubblica in deficit per immettere un po’ di risorse in un sistema economico stagnante ma, come fatto dai governi precedenti, persiste la micidiale logica di dare soldi pubblici alle imprese e ai contribuenti già benestanti, piuttosto che alle famiglie con redditi più bassi o ai lavoratori dipendenti.
In pratica si applica la logica della Flat Tax con la balzana idea che solo mandando “più soldi in alto” questi prima o poi “sgocciolino verso il basso”. Una visione in cui la maggior parte della popolazione, quella con bassi redditi, sta come un cane sotto la tavola, in attesa di briciole cadenti.
In pratica le tesi neoliberiste, in prima istanza contrastate con il deficit spending, vengono poi riconfermate e rafforzate utilizzando le risorse pubbliche per agevolare pochi rispetto ai tanti. Sta in questo la natura dei provvedimenti messi in cantiere e l’inganno rispetto alle grandi aspettative dei settori popolari verso l’attuale governo.
Siccome alcuni dei lettori ci accusano di essere prevenuti contro l’attuale governo, rammentiamo a tutti che sono i fatti ad avere la testa dura. Stiamo solo cercando di indicare la Luna, chi preferisce è libero di guardare il dito.
Fonte
13/10/2018
Alitalia. Adesso si cambi rotta: congrui investimenti pubblici e zero esuberi del personale
Sul futuro dell’Alitalia, il vicepremier Di Maio ha avanzato la proposta di una Newco con una dotazione iniziale tra 1,5 e 2 miliardi, partecipata dal Governo, grazie alla conversione in equity di parte del prestito ponte da 900 milioni concesso dal precedente Esecutivo. Il resto dovrebbe metterlo Ferrovie e un importante partner industriale internazionale. Insieme ad un’altra società dedicata all’ammodernamento della flotta aerea, che potrebbe essere finanziata da Cassa depositi e prestiti. Ma su questa proposta in serata è arrivato lo stop del ministro dell’economia Tria. “Io penso che delle cose che fa il Tesoro debba parlarne il ministro dell’Economia. Io non ne ho parlato”. Così ha risposto il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria a chi gli chiedeva una valutazione sulle proposte avanzate dal ministro e vicepremier Di Maio sull’Alitalia.
Qui di seguito il comunicato dell’Usb dopo l’incontro sulle sorti dell’Alitalia al Ministero dello Sviluppo Economico.
L’Unione Sindacale di Base nell’incontro di venerdì al Ministero dello Sviluppo Economico su Alitalia ha espresso apprezzamento al ministro Di Maio per l’annunciata inversione di rotta sul destino della compagnia, riservandosi però di verificare nella sostanza l’operato futuro di tutti i soggetti potenzialmente coinvolti.
Dopo 15 anni di accelerazioni sulla privatizzazione di Alitalia, dopo la svendita all’esterno di settori importanti, dopo l’ingresso e l’uscita ingloriosa di capitani sedicenti coraggiosi, dopo il tourbillon di compagnie straniere, finalmente lo Stato torna a manifestare il proprio interesse per un settore produttivo strategico per l’Italia, come da sempre sostenuto in assoluta solitudine dall’Unione Sindacale di Base, l’unica a chiedere la nazionalizzazione della compagnia.
USB ha preso atto della volontà del governo di considerare invalicabili le prossime scadenze sul bando del 31 ottobre e sul prestito ponte del 15 dicembre e di presentare una lettera d’impegni per destinare lo stanziamento a investimento e non a puro e semplice risanamento.
Tuttavia, ha ricordato USB a Di Maio – che su questo punto ha convenuto – adesso occorre un libretto delle istruzioni che parta dal fare esattamente l’opposto di quanto visto negli ultimi 15 anni.
Occorre che siano specificati gli investimenti necessari per la riconversione sul lungo raggio e per la reinternalizzazione dei processi svenduti all’esterno, elementi che garantiscono la piena occupazione e il rilancio di un asset strategico nell’interesse di questo paese.
Nello stesso libretto delle istruzioni deve esserci la riforma del trasporto aereo, altro elemento da sempre sostenuto da USB, per superare una fase che ha di fatto favorito le compagnie low cost e ulteriormente azzoppato Alitalia.
Positivo dunque l’interesse dello Stato, si traduca o meno nell’intervento di FS, bene la ricerca di nuove linee strategiche per l’intera filiera del turismo, ma no alla parola esuberi. Su questo aspetto abbiamo l’ambizione di fare meglio di quanto deciso per Ilva. Se la formula deve essere quella di good company-bad company, quest’ultima non deve assolutamente riguardare i lavoratori.
L’operazione Alitalia deve fare capo allo Stato, l’unico che può riportare sullo scenario mondiale una compagnia che si è tentato di uccidere in tutti i modi. No esuberi, sì investimenti.
Proprio a sostegno di questa proposta i lavoratori Alitalia e di tutto il Trasporto Aereo parteciperanno il 20 alla manifestazione nazionale di Roma indetta da USB per le nazionalizzazioni.
Fonte
Qui di seguito il comunicato dell’Usb dopo l’incontro sulle sorti dell’Alitalia al Ministero dello Sviluppo Economico.
L’Unione Sindacale di Base nell’incontro di venerdì al Ministero dello Sviluppo Economico su Alitalia ha espresso apprezzamento al ministro Di Maio per l’annunciata inversione di rotta sul destino della compagnia, riservandosi però di verificare nella sostanza l’operato futuro di tutti i soggetti potenzialmente coinvolti.
Dopo 15 anni di accelerazioni sulla privatizzazione di Alitalia, dopo la svendita all’esterno di settori importanti, dopo l’ingresso e l’uscita ingloriosa di capitani sedicenti coraggiosi, dopo il tourbillon di compagnie straniere, finalmente lo Stato torna a manifestare il proprio interesse per un settore produttivo strategico per l’Italia, come da sempre sostenuto in assoluta solitudine dall’Unione Sindacale di Base, l’unica a chiedere la nazionalizzazione della compagnia.
USB ha preso atto della volontà del governo di considerare invalicabili le prossime scadenze sul bando del 31 ottobre e sul prestito ponte del 15 dicembre e di presentare una lettera d’impegni per destinare lo stanziamento a investimento e non a puro e semplice risanamento.
Tuttavia, ha ricordato USB a Di Maio – che su questo punto ha convenuto – adesso occorre un libretto delle istruzioni che parta dal fare esattamente l’opposto di quanto visto negli ultimi 15 anni.
Occorre che siano specificati gli investimenti necessari per la riconversione sul lungo raggio e per la reinternalizzazione dei processi svenduti all’esterno, elementi che garantiscono la piena occupazione e il rilancio di un asset strategico nell’interesse di questo paese.
Nello stesso libretto delle istruzioni deve esserci la riforma del trasporto aereo, altro elemento da sempre sostenuto da USB, per superare una fase che ha di fatto favorito le compagnie low cost e ulteriormente azzoppato Alitalia.
Positivo dunque l’interesse dello Stato, si traduca o meno nell’intervento di FS, bene la ricerca di nuove linee strategiche per l’intera filiera del turismo, ma no alla parola esuberi. Su questo aspetto abbiamo l’ambizione di fare meglio di quanto deciso per Ilva. Se la formula deve essere quella di good company-bad company, quest’ultima non deve assolutamente riguardare i lavoratori.
L’operazione Alitalia deve fare capo allo Stato, l’unico che può riportare sullo scenario mondiale una compagnia che si è tentato di uccidere in tutti i modi. No esuberi, sì investimenti.
Proprio a sostegno di questa proposta i lavoratori Alitalia e di tutto il Trasporto Aereo parteciperanno il 20 alla manifestazione nazionale di Roma indetta da USB per le nazionalizzazioni.
Fonte
Governo a tre sulla graticola, spunta l’ombra di Draghi
Il “governo a tre” sta arrivando al punto di massima tensione interna. Le due anime che vengono chiamate “populiste” pretendono alcune misure di ammorbidimento dell’insoddisfazione dei rispettivi elettorati – entrambi fortemente “inter-classisti”, ma a guida piccolo-medio borghese – in vista di elezioni europee e locali in cui cercano la conferma promessa oggi dai sondaggi. L’anima tecnocratica-europeista, assolutamente prona ai desiderata dei “mercati”, incarnata soprattutto dai ministri Tria e Moavero Milanesi (economia ed esteri, non per caso), oltre che dal presidente Mattarella, deve invece garantire a tutti gli organismi sovranazionali che “la tenuta” dei conti rispetta i diktat della Troika.
Mancano ormai solo 48 ore all’invio del testo a Bruxelles, per l’esame di rito, e i bulloni si vanno stringendo intorno a nodi che muovono miliardi. Com’è noto, flat tax e reddito di cittadinanza sono le bandiere rispettivamente di Lega e Cinque Stelle. Nella versione promessa in campagna elettorale sono impossibili da realizzare se si resta dentro il vincolo dei trattati europei; ma sono anche in aperto conflitto tra loro.
La flatx tax infatti, avvantaggiando soltanto i ricchi (in proporzione alla loro ricchezza, perché per i salariati meno fortunati resterebbe l’aliquota minima al 23%, che pagano già oggi), va nella direzione di concentrare quote maggiori della ricchezza prodotta in poche mani. Mentre il reddito di cittadinanza – in astratto – andrebbe in direzione opposta, verso la redistribuzione di quote della ricchezza prodotta verso le fasce più povere.
Dunque il reddito di cittadinanza andrebbe finanziato innalzando la tassazione sulle fasce più ricche, ma questo metterebbe fine all’alleanza di governo. La soluzione che si profila, perciò, è quella di un “forfettone” per professionisti e piccole imprese, “compensato” da un reddito-ricatto per costringere a lavorare anche a salari bassissimi, ma concesso con tante e tali clausole escludenti da restringere la platea a pochissimi s-fortunati.
Il punto programmatico comune – una piccola revisione della legge Fornero, con l’introduzione di una “quota 100” di ancora indefinita formulazione (quanti anni di età? quanti di contributi?) – sembra fatto per soccorrere lavoratori privati del Nord e fasce anziane del pubblico impiego. Ma sappiamo dallo stesso Tria che si tratta di una misura chiesta dalle imprese di ogni dimensione, che vorrebbero liberarsi di lavoratori anziani e con buone retribuzioni (frutto delle lotte degli anni ‘70, ormai) per sostituirli con giovani precari e sottopagati. Se avessero avuto altre esigenze, “quota 100” potevi sognartela...
Misura comunque costosa anche questa, se si continuano ad accettare i parametri europei, anche se decisamente meno dei “100 miliardi” urlati dal bocconiano Tito Boeri, messo da Renzi a capo dell’Inps per smantellare rapidamente la previdenza pubblica. Per diminuirne l’impatto sui conti circolano addirittura voci sul rinvio del pagamento della liquidazione comunque ai 67 anni di età. In soldoni, ti mano in pensione a 63-64 anni, con un assegno più basso per ogni anni di anticipo, ma il grosso dei contanti – la liquidazione, appunto – te la farò avere solo quando la pensione sarà maturata secondo i tempi della Fornero. Hai visto mai che nell’attesa stiri le zampe, così “risparmiamo pure”...
Come si vede, sono tutte versioni “ridotte” di quanto promesso. Insufficienti a cambiare l’esistenza dei soggetti sociali interessati, ma abbastanza da poterle rivendicare come “cose fatte” nella prossima campagna elettorale a breve termine. L’attuale classe politica, del resto, sembra aver compreso perfettamente il motto keynesiano più famoso: “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Dunque si preoccupa soprattutto di sopravvivere nel brevissimo periodo (la durata della legislatura, insomma...).
Comunque è una manovra che “concede troppo”, agli occhi di un numero spaventoso di “istituzioni” pubbliche e private che rappresentano il punto di vista dei “mercati”. Il Mario Draghi che da Bali, al vertice del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), si dichiara “ottimista su una soluzione di compromesso” con il governo grillin-leghista, è lo stesso che ha fatto visita qualche giorno fa al presidente Mattarella per minacciare indirettamente sfracelli finanziari nel caso la manovra fosse stata “inaccettabile”. E le consuete voci interessate lo indicano come possibile primo ministro in caso di crisi di governo e ricorso al classico “governo tecnico”. In fondo il suo mandato alla Bce termina a metà 2019, ma per statuto ha la possibilità di lasciare anche sei mesi prima. A gennaio, insomma, sarebbe tecnicamente disponibile...
Fonte
Mancano ormai solo 48 ore all’invio del testo a Bruxelles, per l’esame di rito, e i bulloni si vanno stringendo intorno a nodi che muovono miliardi. Com’è noto, flat tax e reddito di cittadinanza sono le bandiere rispettivamente di Lega e Cinque Stelle. Nella versione promessa in campagna elettorale sono impossibili da realizzare se si resta dentro il vincolo dei trattati europei; ma sono anche in aperto conflitto tra loro.
La flatx tax infatti, avvantaggiando soltanto i ricchi (in proporzione alla loro ricchezza, perché per i salariati meno fortunati resterebbe l’aliquota minima al 23%, che pagano già oggi), va nella direzione di concentrare quote maggiori della ricchezza prodotta in poche mani. Mentre il reddito di cittadinanza – in astratto – andrebbe in direzione opposta, verso la redistribuzione di quote della ricchezza prodotta verso le fasce più povere.
Dunque il reddito di cittadinanza andrebbe finanziato innalzando la tassazione sulle fasce più ricche, ma questo metterebbe fine all’alleanza di governo. La soluzione che si profila, perciò, è quella di un “forfettone” per professionisti e piccole imprese, “compensato” da un reddito-ricatto per costringere a lavorare anche a salari bassissimi, ma concesso con tante e tali clausole escludenti da restringere la platea a pochissimi s-fortunati.
Il punto programmatico comune – una piccola revisione della legge Fornero, con l’introduzione di una “quota 100” di ancora indefinita formulazione (quanti anni di età? quanti di contributi?) – sembra fatto per soccorrere lavoratori privati del Nord e fasce anziane del pubblico impiego. Ma sappiamo dallo stesso Tria che si tratta di una misura chiesta dalle imprese di ogni dimensione, che vorrebbero liberarsi di lavoratori anziani e con buone retribuzioni (frutto delle lotte degli anni ‘70, ormai) per sostituirli con giovani precari e sottopagati. Se avessero avuto altre esigenze, “quota 100” potevi sognartela...
Misura comunque costosa anche questa, se si continuano ad accettare i parametri europei, anche se decisamente meno dei “100 miliardi” urlati dal bocconiano Tito Boeri, messo da Renzi a capo dell’Inps per smantellare rapidamente la previdenza pubblica. Per diminuirne l’impatto sui conti circolano addirittura voci sul rinvio del pagamento della liquidazione comunque ai 67 anni di età. In soldoni, ti mano in pensione a 63-64 anni, con un assegno più basso per ogni anni di anticipo, ma il grosso dei contanti – la liquidazione, appunto – te la farò avere solo quando la pensione sarà maturata secondo i tempi della Fornero. Hai visto mai che nell’attesa stiri le zampe, così “risparmiamo pure”...
Come si vede, sono tutte versioni “ridotte” di quanto promesso. Insufficienti a cambiare l’esistenza dei soggetti sociali interessati, ma abbastanza da poterle rivendicare come “cose fatte” nella prossima campagna elettorale a breve termine. L’attuale classe politica, del resto, sembra aver compreso perfettamente il motto keynesiano più famoso: “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Dunque si preoccupa soprattutto di sopravvivere nel brevissimo periodo (la durata della legislatura, insomma...).
Comunque è una manovra che “concede troppo”, agli occhi di un numero spaventoso di “istituzioni” pubbliche e private che rappresentano il punto di vista dei “mercati”. Il Mario Draghi che da Bali, al vertice del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), si dichiara “ottimista su una soluzione di compromesso” con il governo grillin-leghista, è lo stesso che ha fatto visita qualche giorno fa al presidente Mattarella per minacciare indirettamente sfracelli finanziari nel caso la manovra fosse stata “inaccettabile”. E le consuete voci interessate lo indicano come possibile primo ministro in caso di crisi di governo e ricorso al classico “governo tecnico”. In fondo il suo mandato alla Bce termina a metà 2019, ma per statuto ha la possibilità di lasciare anche sei mesi prima. A gennaio, insomma, sarebbe tecnicamente disponibile...
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03/10/2018
Il Governo e i numeri del DEF: altro che affronto all’Europa, è la solita austerità
Giovedì scorso il Governo ha partorito la
Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF), un
importante documento che mette nero su bianco i paletti delle scelte
dell’esecutivo in materia economica, scelte che saranno definite nel
dettaglio solo a partire dalla predisposizione della Legge di Bilancio,
tra qualche settimana.
Il dato fondamentale che viene ratificato da questa NADEF è l’entità della manovra fiscale, ovverosia il segno e la dimensione dell’intervento pubblico sull’economia italiana, che si caratterizza per un disavanzo di bilancio del 2,4%. Disavanzo significa eccedenza delle spese sulle entrate, quindi maggiore debito pubblico: a prima vista sembrerebbe una manovra espansiva, che alimenta la spesa complessiva per stimolare l’economia. Tuttavia, come sappiamo, non tutta la spesa pubblica stimola l’economia: la spesa per interessi sul debito, ad esempio, ha un impatto trascurabile sulla crescita perché finisce in gran parte nei profitti di banche e altre istituzioni finanziarie piuttosto che in consumi. Una volta depurata la spesa pubblica complessiva dalla spesa per interessi, la quale si aggira intorno al 3,8% del PIL, veniamo a scoprire che la manovra di questo governo – in perfetta continuità con un passato ormai lungo decenni – produrrà un avanzo primario (cioè al netto degli interessi) di circa 1,4 punti di PIL: il governo populista, esattamente come i governi tecnici – sottrae più risorse all’economia con le tasse di quante ne aggiunge con la spesa. Questo governo ha dunque scelto di proseguire lungo la strada dell’austerità che ci chiede l’Europa: la manovra ha indubbiamente segno recessivo, ovvero un impatto macroeconomico complessivo negativo.
Risulta completamente fuorviante, da questo punto di vista, il paragone con la Francia suggerito da Di Maio, che ha twittato: “La Francia per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8%. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia.” Peccato che la Francia, a fronte di una spesa per interessi pari a circa l’1,8% del PIL, con un disavanzo complessivo del 2,8% realizzi un disavanzo primario di circa un punto percentuale: esattamente al contrario del governo italiano, dunque, quello francese aggiunge all’economia con la spesa più di quanto sottrae con le tasse. Un dato che la dice lunga sulle premesse del tweet circa la sovranità di Italia e Francia, sebbene sia evidente come il governo Macron utilizzi il maggiore spazio di manovra per aiutare le sue imprese e mai i suoi lavoratori.
Il dissenso con l’Europa, dunque, non è sul segno della politica fiscale, che si conferma in linea con la stagione dell’austerità, ma semplicemente sull’entità della stretta che il Governo deve dare all’economia e allo Stato Sociale: l’Europa sogna lacrime e sangue mentre un governo appena eletto prova ad abbassare i toni della macelleria sociale – senza mai metterne in discussione le premesse. Lo testimonia una bozza del documento redatto dal Governo già in circolazione: “il programma qui descritto condivide l’enfasi sulla riduzione del debito ma opta per un miglioramento del saldo strutturale più graduale sulla base della considerazione che un aggiustamento di 0,6 punti percentuali di PIL all’anno, unito all’effetto della chiusura dell’output gap, implicherebbe un’eccessiva stretta fiscale (quasi un punto di PIL nel 2019).” La stretta fiscale che ci chiede l’Europa sarà fatta: purché non sia eccessiva, implora il ‘governo del cambiamento’. Inoltre, tra le raccomandazioni troviamo che al Governo preme “assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta non superi lo 0,1% nel 2019, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuo dello 0,6% del PIL”: si certifica la volontà politica di frenare la spesa pubblica, altro che manovra espansiva!
Una volta scelto di restare dentro ai vincoli europei, il Governo potrà finanziare le principali misure previste solo attraverso massicci tagli alla spesa. Non lo nasconde il Ministro Tria, che anticipa al Sole 24 Ore di domenica una “operazione veramente drastica di spending review”: meno sanità, meno istruzione, meno servizi pubblici, meno infrastrutture, come prospettavamo prima dell’estate. Per finanziare cosa? Un finto reddito di cittadinanza ed una flat tax che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Come confessa lo stesso Tria nella medesima intervista: “Sul piano fiscale tutti gli interventi che stiamo preparando sono a favore delle imprese e delle partite IVA. Purtroppo abbiamo dovuto rimandare, con rammarico, l’alleggerimento della pressione fiscale sui redditi personali”, cioè sul lavoro. L’unica misura che potrebbe favorire i redditi da lavoro è un eventuale superamento di quella sciagura della riforma Fornero: si moltiplicano però le ipotesi di “superamento” che prevedono varie penalità per chi anticipasse la pensione rispetto ai termini della Fornero, una vera e propria trappola per i futuri pensionati. E a proposito di trappole, Tria adombra la presenza di un nuovo tipo di clausole di salvaguardia che sarebbe presente nella manovra.
Queste clausole sono meccanismi che scattano in automatico se il Governo non riesce a rispettare gli obiettivi messi nero su bianco nel DEF (Documento di Economia e Finanza) e sfora il deficit in esso prefissato. Negli ultimi anni, in questi casi si prevedeva un aumento dell’IVA, che doveva poi di anno in anno essere scongiurato nella manovra. Ora invece Tria promette, o forse minaccia, un salto di qualità. Se, per una qualsiasi ragione, il quadro finanziario complessivo si evolverà in maniera differente da quella messa in preventivo nel DEF e ci saranno meno entrate per lo Stato, scatterà una tagliola automatica sulla spesa. Come a dire: noi ci abbiamo provato, a far crescere il Paese. Se le cose non vanno bene, pazienza, tagliamo immediatamente le spese che abbiamo messo in campo. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità nell’implementazione delle politiche di austerità: le clausole di salvaguardia erano disegnate in maniera talmente goffa da essere quasi inattuabili, perché nessun Governo ha mai avuto il coraggio di avallare un impopolare aumento dell’IVA; i tagli alla spesa, invece, sono molto più facili da far passare sebbene abbiano un impatto ancora più nefasto sulla crescita e sull’occupazione. Prepariamoci dunque ad ulteriori riduzioni della spesa sociale che saranno nascosti nel meccanismo automatico e impersonale delle clausole di salvaguardia
Dovrebbe apparire chiaro che questo governo fa la guerra all’Europa solo su twitter, mentre nei fatti si presenta come un solerte esecutore delle politiche di austerità che l’Europa ci impone. Una storia già tristemente e abbondantemente vista. Mentre l’opposizione parlamentare critica da destra l’operato del Governo, unendosi al coro dei grigi burocrati europei che vorrebbero ancora più austerità, noi dobbiamo porci il problema di come rispondere alla guerra al lavoro dichiarata con questa manovra finanziaria dall’ennesimo governo dell’austerità. Un buon inizio potrebbe essere sgomberare il campo da equivoci circa la natura di questa maggioranza giallo-verde: come i numeri della manovra finanziaria appena pubblicati ci rivelano, quelli che hanno festeggiato dal balcone di Palazzo Chigi giovedì sera sono un mero restyling della classe dirigente che l’Europa utilizza per distruggere lo Stato Sociale e schiacciare occupazione e salari; Di Maio e Salvini sono parte integrante della restaurazione neoliberista che, con il morso della crisi, intende riprendersi tutto quello che i lavoratori hanno conquistato dal dopoguerra agli anni Settanta. Contro questo Governo, dunque, bisogna tenere la guardia alta come e più di prima.
Fonte
Il dato fondamentale che viene ratificato da questa NADEF è l’entità della manovra fiscale, ovverosia il segno e la dimensione dell’intervento pubblico sull’economia italiana, che si caratterizza per un disavanzo di bilancio del 2,4%. Disavanzo significa eccedenza delle spese sulle entrate, quindi maggiore debito pubblico: a prima vista sembrerebbe una manovra espansiva, che alimenta la spesa complessiva per stimolare l’economia. Tuttavia, come sappiamo, non tutta la spesa pubblica stimola l’economia: la spesa per interessi sul debito, ad esempio, ha un impatto trascurabile sulla crescita perché finisce in gran parte nei profitti di banche e altre istituzioni finanziarie piuttosto che in consumi. Una volta depurata la spesa pubblica complessiva dalla spesa per interessi, la quale si aggira intorno al 3,8% del PIL, veniamo a scoprire che la manovra di questo governo – in perfetta continuità con un passato ormai lungo decenni – produrrà un avanzo primario (cioè al netto degli interessi) di circa 1,4 punti di PIL: il governo populista, esattamente come i governi tecnici – sottrae più risorse all’economia con le tasse di quante ne aggiunge con la spesa. Questo governo ha dunque scelto di proseguire lungo la strada dell’austerità che ci chiede l’Europa: la manovra ha indubbiamente segno recessivo, ovvero un impatto macroeconomico complessivo negativo.
Risulta completamente fuorviante, da questo punto di vista, il paragone con la Francia suggerito da Di Maio, che ha twittato: “La Francia per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8%. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia.” Peccato che la Francia, a fronte di una spesa per interessi pari a circa l’1,8% del PIL, con un disavanzo complessivo del 2,8% realizzi un disavanzo primario di circa un punto percentuale: esattamente al contrario del governo italiano, dunque, quello francese aggiunge all’economia con la spesa più di quanto sottrae con le tasse. Un dato che la dice lunga sulle premesse del tweet circa la sovranità di Italia e Francia, sebbene sia evidente come il governo Macron utilizzi il maggiore spazio di manovra per aiutare le sue imprese e mai i suoi lavoratori.
Il dissenso con l’Europa, dunque, non è sul segno della politica fiscale, che si conferma in linea con la stagione dell’austerità, ma semplicemente sull’entità della stretta che il Governo deve dare all’economia e allo Stato Sociale: l’Europa sogna lacrime e sangue mentre un governo appena eletto prova ad abbassare i toni della macelleria sociale – senza mai metterne in discussione le premesse. Lo testimonia una bozza del documento redatto dal Governo già in circolazione: “il programma qui descritto condivide l’enfasi sulla riduzione del debito ma opta per un miglioramento del saldo strutturale più graduale sulla base della considerazione che un aggiustamento di 0,6 punti percentuali di PIL all’anno, unito all’effetto della chiusura dell’output gap, implicherebbe un’eccessiva stretta fiscale (quasi un punto di PIL nel 2019).” La stretta fiscale che ci chiede l’Europa sarà fatta: purché non sia eccessiva, implora il ‘governo del cambiamento’. Inoltre, tra le raccomandazioni troviamo che al Governo preme “assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta non superi lo 0,1% nel 2019, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuo dello 0,6% del PIL”: si certifica la volontà politica di frenare la spesa pubblica, altro che manovra espansiva!
Una volta scelto di restare dentro ai vincoli europei, il Governo potrà finanziare le principali misure previste solo attraverso massicci tagli alla spesa. Non lo nasconde il Ministro Tria, che anticipa al Sole 24 Ore di domenica una “operazione veramente drastica di spending review”: meno sanità, meno istruzione, meno servizi pubblici, meno infrastrutture, come prospettavamo prima dell’estate. Per finanziare cosa? Un finto reddito di cittadinanza ed una flat tax che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Come confessa lo stesso Tria nella medesima intervista: “Sul piano fiscale tutti gli interventi che stiamo preparando sono a favore delle imprese e delle partite IVA. Purtroppo abbiamo dovuto rimandare, con rammarico, l’alleggerimento della pressione fiscale sui redditi personali”, cioè sul lavoro. L’unica misura che potrebbe favorire i redditi da lavoro è un eventuale superamento di quella sciagura della riforma Fornero: si moltiplicano però le ipotesi di “superamento” che prevedono varie penalità per chi anticipasse la pensione rispetto ai termini della Fornero, una vera e propria trappola per i futuri pensionati. E a proposito di trappole, Tria adombra la presenza di un nuovo tipo di clausole di salvaguardia che sarebbe presente nella manovra.
Queste clausole sono meccanismi che scattano in automatico se il Governo non riesce a rispettare gli obiettivi messi nero su bianco nel DEF (Documento di Economia e Finanza) e sfora il deficit in esso prefissato. Negli ultimi anni, in questi casi si prevedeva un aumento dell’IVA, che doveva poi di anno in anno essere scongiurato nella manovra. Ora invece Tria promette, o forse minaccia, un salto di qualità. Se, per una qualsiasi ragione, il quadro finanziario complessivo si evolverà in maniera differente da quella messa in preventivo nel DEF e ci saranno meno entrate per lo Stato, scatterà una tagliola automatica sulla spesa. Come a dire: noi ci abbiamo provato, a far crescere il Paese. Se le cose non vanno bene, pazienza, tagliamo immediatamente le spese che abbiamo messo in campo. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità nell’implementazione delle politiche di austerità: le clausole di salvaguardia erano disegnate in maniera talmente goffa da essere quasi inattuabili, perché nessun Governo ha mai avuto il coraggio di avallare un impopolare aumento dell’IVA; i tagli alla spesa, invece, sono molto più facili da far passare sebbene abbiano un impatto ancora più nefasto sulla crescita e sull’occupazione. Prepariamoci dunque ad ulteriori riduzioni della spesa sociale che saranno nascosti nel meccanismo automatico e impersonale delle clausole di salvaguardia
Dovrebbe apparire chiaro che questo governo fa la guerra all’Europa solo su twitter, mentre nei fatti si presenta come un solerte esecutore delle politiche di austerità che l’Europa ci impone. Una storia già tristemente e abbondantemente vista. Mentre l’opposizione parlamentare critica da destra l’operato del Governo, unendosi al coro dei grigi burocrati europei che vorrebbero ancora più austerità, noi dobbiamo porci il problema di come rispondere alla guerra al lavoro dichiarata con questa manovra finanziaria dall’ennesimo governo dell’austerità. Un buon inizio potrebbe essere sgomberare il campo da equivoci circa la natura di questa maggioranza giallo-verde: come i numeri della manovra finanziaria appena pubblicati ci rivelano, quelli che hanno festeggiato dal balcone di Palazzo Chigi giovedì sera sono un mero restyling della classe dirigente che l’Europa utilizza per distruggere lo Stato Sociale e schiacciare occupazione e salari; Di Maio e Salvini sono parte integrante della restaurazione neoliberista che, con il morso della crisi, intende riprendersi tutto quello che i lavoratori hanno conquistato dal dopoguerra agli anni Settanta. Contro questo Governo, dunque, bisogna tenere la guardia alta come e più di prima.
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02/10/2018
Italia come la Grecia? Non è più impensabile...
E’ la prima volta che accade, dunque non è “normale”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, andato in Lussemburgo per l’Eurogruppo (nella foto è accanto al collega greco Euclid Tsakalotos), è tornato a Roma in giornata, ufficialmente per dedicarsi alla chiusura della nota di aggiornamento al Def. Non sarà dunque presente alla riunione dell’Ecofin, in programma oggi.
Lui garantisce di aver “spiegato” ai colleghi che la manovra in corso di definizione sarà “di crescita” e dunque – per il normale gioco aritmetico in un rapporto tra due fattori (se il Pil cresce, deficit e debito calano in proporzione) – i conti italiani saranno in ordine, anche se per ora lo scostamento sale al 2,4% (e ci rimarrà, secondo le previsioni, per altri due anni).
Non sappiamo quanto Tria consideri se stesso persuasivo, ma le risposte arrivate dai suoi colleghi e dalla Commissione Europea sembrano decisamente opposte.
Per il presidente della commissione Jean-Claude Juncker: “L’Italia si sta allontanando dagli obiettivi di bilancio concordati a livello europeo, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione, una crisi è abbastanza. Se l’Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell’euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi”.
E’ un’altra prima volta: il destino dell’Italia – se il governo insiste in questa direzione – sarà simile a quello della Grecia. A parti politiche invertite (lì c’era l’ex “sinistro” Alexis Tsipras, poi piegatosi ai diktat contro il suo popolo), Lega e Cinque Stelle subiranno l’identico livello di “pressioni”. Anzi, maggiori, perché il peso dell’economia italiana è molto superiore a quello di Atene...
Per il commissario titolare delle materie economiche, Pierre Moscovici, che comunque rinvia al 15 ottobre l’analisi del Def italiano, a “prima vista c’è una deviazione significativa dagli impegni presi” da Roma. Perché “la manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità. Cerchiamo di raffreddare la situazione, ho visto che Luigi Di Maio mi accusa di terrorismo o di terrorizzare i mercati: non ha senso. Io svolgo il mio ruolo e il mio ruolo come commissario è fare in modo che le regole, che sono comuni a tutti, siano rispettate da tutti”.
A sua volta il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha anticipato quel giudizio: “Aspettiamo la bozza di legge di Stabilità” ma “a prima vista” i piani di bilancio italiani “non sembrano compatibili con le regole del Patto”.
Ma tutta questa è roba di ieri, dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano, pur se annunciano un dato che nei giorni scorsi era ancora incerto: l’Unione Europea sarà durissima.
Si era infatti ipotizzato che, per non scuotere troppo i mercati, ma anche per non incentivare il clima “antieuropeo” che viene raccolto in alcuni paesi soprattutto dalle destre, la Ue avrebbe mantenuto un atteggiamento “flessibile”, com’era avvenuto con i governi Renzi e Gentiloni. Ora invece si capisce che le chiacchiere “rassicuranti” sparse da Di Maio e Salvini non hanno convinto nessuno.
Soprattutto, “i mercati” stanno scrivendo la loro sentenza: lo spread tra titoli italiani e tedeschi è salito al di sopra dei 300 punti base.
Qui il problema economico diventa però anche politico.
L’opposizione di destra a un governo di destra – il Pd e Forza Italia, insomma – punta tutto sul “compagno spread” per nutrire qualche speranza di scalzare il consenso verso l’esecutivo. Il che è indicativo degli interessi di classe difesi da questa “opposizione europeista” (il grande capitale multinazionale europeo, sia industriale che finanziario), ma è anche un suicidio politico che alimenta ulteriormente il “populismo di destra”.
In termini sociali, la manovra sommariamente indicata nel Def (ma soprattutto nelle dichiarazioni dei due “capi politici” della maggioranza) è per tre quarti a favore della piccola e media impresa, e per un quarto elemosina verso i poverissimi (con chiari scopi elettorali).
Persino la possibile introduzione della “quota 100” per accedere alla pensione, rivedendo in parte la legge Fornero, è pensata come un altro favore alle imprese, non ai lavoratori (come raccontano Salvini e Di Maio).
Lo spiegava tranquillamente, qualche giorno fa, lo stesso Tria in una intervista a IlSole24Ore: “L’intervento per favorire l’uscita accelerata di lavoratori anziani anticipandone il pensionamento rispetto alle regole attuali ha un costo, lo so benissimo. Ma negli ultimi mesi ho avuto molti incontri con grandi imprese e rappresentanze di categoria e in tutte queste occasioni ho constatato che la richiesta di svecchiamento del personale, legata alla necessità di adeguarne le competenze e di migliorare l’efficienza nell’allocazione di risorse umane, è veramente forte. Le regole previdenziali in vigore oggi rallentano fortemente questo ricambio, che è necessario per aumentare la produttività e favorirà in gran parte i giovani. Anche nella Pa è necessario questo processo”.
Anche la flat tax, nella misura in cui è stata per ora disegnata, è in pratica la reintroduzione dell’antico “forfettone” per partite Iva e professionisti, che sono il nucleo motore sia della Lega che, in misura minore, dei Cinque Stelle. Niente di “rivoluzionario” sul piano sociale, insomma.
Ma anche questo “lavorare per le imprese” ha un costo: la forzatura – non la “rottura” – delle regole previste dai trattati europei. E si tratta di una forzatura che avviene in un momento in cui la legislatura europea volge al termine (e quasi sicuramente ci sarà una composizione politica che ridurrà al minimo la vecchia grosse koalition tra popolari e socialdemocratici), la crisi economica ha ripreso a mordere, le tensioni sui dazi con gli Usa aumentano, le destra crescono e una “diversa sinistra” europea sta emergendo come alternativa credibile al putrido “partito socialista europeo”.
Ma non è finita. In Germania è in corso l’operazione di fusione tra Commerzbank e Deutsche Bank, due banche in grandissima difficoltà per la speculazione sui “derivati” (che però non vengono considerati “pericolosi” dalla Bce, al contrario dei crediti a famiglie e imprese, oltre che i titoli di Stato). La seconda banca dovrebbe inglobare la prima. Ma per farlo Deutsche Bank deve varare un aumento di capitale di 15 miliardi di euro, per coprire le svalutazioni di una parte dei derivati in pancia. Chi sottoscrive questo aumento? Inoltre sono alle porte le elezioni in Baviera, con Afd che dovrebbe diventare il primo partito del land tedesco più grande, e che potrebbe far cadere il governo.
Una convergenza di “cigni neri” che sembra aver tolto lucidità – e dunque margini di “flessibilità” – all’establishment europeo. Anzi, secondo molti l’attacco all’Italia farebbe passare in secondo piano i problemi tedeschi (e francesi).
Il problema vero è che “i mercati” sanno invece benissimo a chi mandare il conto di tutte queste tensioni.
Allacciate le cinture, ma soprattutto mettiamoci in movimento...
Fonte
Lui garantisce di aver “spiegato” ai colleghi che la manovra in corso di definizione sarà “di crescita” e dunque – per il normale gioco aritmetico in un rapporto tra due fattori (se il Pil cresce, deficit e debito calano in proporzione) – i conti italiani saranno in ordine, anche se per ora lo scostamento sale al 2,4% (e ci rimarrà, secondo le previsioni, per altri due anni).
Non sappiamo quanto Tria consideri se stesso persuasivo, ma le risposte arrivate dai suoi colleghi e dalla Commissione Europea sembrano decisamente opposte.
Per il presidente della commissione Jean-Claude Juncker: “L’Italia si sta allontanando dagli obiettivi di bilancio concordati a livello europeo, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione, una crisi è abbastanza. Se l’Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell’euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi”.
E’ un’altra prima volta: il destino dell’Italia – se il governo insiste in questa direzione – sarà simile a quello della Grecia. A parti politiche invertite (lì c’era l’ex “sinistro” Alexis Tsipras, poi piegatosi ai diktat contro il suo popolo), Lega e Cinque Stelle subiranno l’identico livello di “pressioni”. Anzi, maggiori, perché il peso dell’economia italiana è molto superiore a quello di Atene...
Per il commissario titolare delle materie economiche, Pierre Moscovici, che comunque rinvia al 15 ottobre l’analisi del Def italiano, a “prima vista c’è una deviazione significativa dagli impegni presi” da Roma. Perché “la manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità. Cerchiamo di raffreddare la situazione, ho visto che Luigi Di Maio mi accusa di terrorismo o di terrorizzare i mercati: non ha senso. Io svolgo il mio ruolo e il mio ruolo come commissario è fare in modo che le regole, che sono comuni a tutti, siano rispettate da tutti”.
A sua volta il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha anticipato quel giudizio: “Aspettiamo la bozza di legge di Stabilità” ma “a prima vista” i piani di bilancio italiani “non sembrano compatibili con le regole del Patto”.
Ma tutta questa è roba di ieri, dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano, pur se annunciano un dato che nei giorni scorsi era ancora incerto: l’Unione Europea sarà durissima.
Si era infatti ipotizzato che, per non scuotere troppo i mercati, ma anche per non incentivare il clima “antieuropeo” che viene raccolto in alcuni paesi soprattutto dalle destre, la Ue avrebbe mantenuto un atteggiamento “flessibile”, com’era avvenuto con i governi Renzi e Gentiloni. Ora invece si capisce che le chiacchiere “rassicuranti” sparse da Di Maio e Salvini non hanno convinto nessuno.
Soprattutto, “i mercati” stanno scrivendo la loro sentenza: lo spread tra titoli italiani e tedeschi è salito al di sopra dei 300 punti base.
Qui il problema economico diventa però anche politico.
L’opposizione di destra a un governo di destra – il Pd e Forza Italia, insomma – punta tutto sul “compagno spread” per nutrire qualche speranza di scalzare il consenso verso l’esecutivo. Il che è indicativo degli interessi di classe difesi da questa “opposizione europeista” (il grande capitale multinazionale europeo, sia industriale che finanziario), ma è anche un suicidio politico che alimenta ulteriormente il “populismo di destra”.
In termini sociali, la manovra sommariamente indicata nel Def (ma soprattutto nelle dichiarazioni dei due “capi politici” della maggioranza) è per tre quarti a favore della piccola e media impresa, e per un quarto elemosina verso i poverissimi (con chiari scopi elettorali).
Persino la possibile introduzione della “quota 100” per accedere alla pensione, rivedendo in parte la legge Fornero, è pensata come un altro favore alle imprese, non ai lavoratori (come raccontano Salvini e Di Maio).
Lo spiegava tranquillamente, qualche giorno fa, lo stesso Tria in una intervista a IlSole24Ore: “L’intervento per favorire l’uscita accelerata di lavoratori anziani anticipandone il pensionamento rispetto alle regole attuali ha un costo, lo so benissimo. Ma negli ultimi mesi ho avuto molti incontri con grandi imprese e rappresentanze di categoria e in tutte queste occasioni ho constatato che la richiesta di svecchiamento del personale, legata alla necessità di adeguarne le competenze e di migliorare l’efficienza nell’allocazione di risorse umane, è veramente forte. Le regole previdenziali in vigore oggi rallentano fortemente questo ricambio, che è necessario per aumentare la produttività e favorirà in gran parte i giovani. Anche nella Pa è necessario questo processo”.
Anche la flat tax, nella misura in cui è stata per ora disegnata, è in pratica la reintroduzione dell’antico “forfettone” per partite Iva e professionisti, che sono il nucleo motore sia della Lega che, in misura minore, dei Cinque Stelle. Niente di “rivoluzionario” sul piano sociale, insomma.
Ma anche questo “lavorare per le imprese” ha un costo: la forzatura – non la “rottura” – delle regole previste dai trattati europei. E si tratta di una forzatura che avviene in un momento in cui la legislatura europea volge al termine (e quasi sicuramente ci sarà una composizione politica che ridurrà al minimo la vecchia grosse koalition tra popolari e socialdemocratici), la crisi economica ha ripreso a mordere, le tensioni sui dazi con gli Usa aumentano, le destra crescono e una “diversa sinistra” europea sta emergendo come alternativa credibile al putrido “partito socialista europeo”.
Ma non è finita. In Germania è in corso l’operazione di fusione tra Commerzbank e Deutsche Bank, due banche in grandissima difficoltà per la speculazione sui “derivati” (che però non vengono considerati “pericolosi” dalla Bce, al contrario dei crediti a famiglie e imprese, oltre che i titoli di Stato). La seconda banca dovrebbe inglobare la prima. Ma per farlo Deutsche Bank deve varare un aumento di capitale di 15 miliardi di euro, per coprire le svalutazioni di una parte dei derivati in pancia. Chi sottoscrive questo aumento? Inoltre sono alle porte le elezioni in Baviera, con Afd che dovrebbe diventare il primo partito del land tedesco più grande, e che potrebbe far cadere il governo.
Una convergenza di “cigni neri” che sembra aver tolto lucidità – e dunque margini di “flessibilità” – all’establishment europeo. Anzi, secondo molti l’attacco all’Italia farebbe passare in secondo piano i problemi tedeschi (e francesi).
Il problema vero è che “i mercati” sanno invece benissimo a chi mandare il conto di tutte queste tensioni.
Allacciate le cinture, ma soprattutto mettiamoci in movimento...
Fonte
28/09/2018
Mercati in fiamme. Di Maio e Salvini “vincono” come Pirro
Sempre più nei panni di due Tsipras di destra... Di Maio e Salvini che si concedono al bagnetto di folla, sotto Palazzo Chigi, dopo aver fissato nel Def lo “sforamento” del deficit al 2,4%, ricordano ormai da vicino l’ex speranza della “sinistra” che sfidava la Troika con un referendum popolare (per poi vincerlo e tradirlo, nel giro di 24 ore).
Il fatto c’è, inutile sottovalutarlo. Dopo un duro scontro interno tra i “tre governi in uno”, i due capipartito hanno avuto la meglio sui garanti dell’Unione Europea (Tria, Moavero Milanesi e, indirettamente, il presidente della Repubblica, Mattarella), imponendo una cifra ben superiore all’1,8% (o 1,9, secondo l’ultima linea del Piave del ministro dell’economia) che già rappresentava una svolta drastica rispetto alle previsioni del governo Gentiloni (0,8).
In miliardi di euro, la differenza è seria: quasi 30.
I problemi sono ora di due tipi, molto diversi:
a) cosa prevedono di fare con questi soldi,
b) come reagiranno i mercati da oggi in poi.
Vediamoli separatamente, per non aumentare la confusione.
Nelle intenzioni scritte il menu è ricco, ma ben sotto quanto era stato promesso. Il famoso reddito di cittadinanza, per dirne una, non c’è; o per lo meno ce n’è una versione assai ridotta. Al suo posto c’è l’aumento delle pensioni minime, per avvicinarle ai mitici 780 euro considerati il minimo necessario per sopravvivere (ognuno può naturalmente farsi due conti con le proprie spese...) e una cifra indeterminata per chi ha un reddito al di sotto della soglia di povertà.
Di Maio l’ha messa giù in modo trionfalistico: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». Una semplice divisione aritmetica, però, restituisce un quadro un po’ più limitato: 1538,46 euro annui, ossia 100 euro al mese. Naturalmente non tutti quei 6,5 milioni di persone sono pensionati che stanno a 500 euro al mese – come la signora di Villa Gordiani sfrattata ieri con la forza dai vigili urbani – e bisognerà vedere se la platea sarà toccata integralmente oppure solo in parte. Comunque, meglio qualche soldo in più che in meno (ma intanto volano le tariffe di luce e gas, che si mangeranno un bella fetta di questo aumento).
Ma sta di fatto che il famoso “reddito di cittadinanza”, per ora, non c’è. Intanto perché la struttura amministrativa necessaria non è pronta a farlo; e quindi si prevede di rafforzare preliminarmente i centri per l’impiego. Probabilmente, invece, c’è un recupero dei fondi attribuiti al “reddito di inclusione” (Rei), creatura del governo Gentiloni, con qualche estensione per ora imprecisabile.
C’è invece la flat tax per le sole imprese. Inizialmente per le piccole aziende (si calcola che ne beneficeranno un milione di titolari), poi si vedrà. Niente per le persone fisiche, e tanto meno per i lavoratori dipendenti. Il governo prevede infatti di fissare due sole aliquote fiscali entro la fine della legislatura. Ma sono quelle già attive (23%), cui sono interessati tutti i percettori di salario tra gli 8.000 e i 15.000 euro annui, mentre per quelli fino a 28.000 c’è l’aliquota al 38%. Si può dunque agevolmente dire che – se ci sarà – sarà una manna per ricchissimi, niente per i salari bassissimi e un caffè per quelli medio-bassi.
Molto popolare dovrebbe essere la revisione della legge Fornero, con l’autorizzazione ad andare in pensione con “quota 100” tra età anagrafica e anzianità contributiva. Ma non si conosce al momento il meccanismo preciso (si era parlato nei giorni scorsi di ipotesi molto diverse tra loro), anche se il governo prevede che potrebbe riguardare 400.000 lavoratori, che libererebbero – ottimisticamente – altrettanti posti per i giovani.
E’ passata anche un altro condono, preteso dalla Lega. La “pace fiscale” riguarderà però le evasioni fino a 100.000 euro, anziché fino ad 1 milione, come avrebbero voluto gli industrialotti del Nord vicini al Carroccio.
Un po’ di respiro, infine, per i truffati dalle banche (che avevano venduto loro “obbligazioni subordinate” di nessun valore), con l’aumento del fondo di dotazione fino a 1,5 miliardi.
Fin qui potremmo sintetizzare così: poca roba, soprattutto per le imprese e gli evasori più piccoli, futuri regali ai ricchissimi, un’elemosina micragnosa per quelli molto poveri.
Il problema vero è che l’atteggiamento dei “mercati” è stato subito molto feroce. Nella mattinata di oggi la borsa di Milano è stata la peggiore del mondo. L‘indice Ftse Mib ha toccato anche il -4%, con le banche (detentrici principali del debito pubblico italiano) praticamente a picco. Stesso discorso, ovviamente, per lo spread, salito anche sopra i 280 punti.
Un comportamento decisamente opposto a quello tenuto ieri – mentre si addensavano i fulmini su Palazzo Chigi – in occasione delle due aste di titoli di Stato per i Btp decennali e quinquennali. Il rendimento di questi titoli era passato dal 3,25 dall’ultima asta a 2,90 (il decennale), e dal 2,44% a 2,04% (il quinquennale). Gli operatori avevano parlato di richiesta fortissima, “come non si vedeva da tempo”, con “grossi acquisti” esteri.
Senza cadere in dietrologie finanziarie, qualcuno aveva ricordato il recente viaggio in Cina del ministro Tria (dove aveva giurato che non si era parlato di acquisti sui titoli di Stato), mentre proprio ieri il “premier” Conte era rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva incontrato tra l’altro Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock (il più grande e influente gestore di fondi comuni d’investimento al mondo).
Si poteva insomma pensare, in chiave geostrategica, a una “copertura statunitense”, magari in combinazione temporale con i cinesi, contrattata per resistere meglio ai prevedibili contraccolpi sul mercato europeo.
Se calcolo in questo senso c’è stato, era sbagliato.
Ora i “tre governi in uno” dovranno pedalare in salita sotto il fuoco dei “mercati”. In compagnia di Tria, che avrebbe deciso di non scendere dalla bicicletta, pare, solo per l’insistenza di Sergio Mattarella. Inutile sprecare parole, invece, per la cosiddetta “opposizione democratica” (compresa Repubblica e tutto l’establishment politico-mediatico), speranzosa di rialzare la testa sposando le peggiori intenzioni antipopolari degli stessi “mercati”.
La situazione, insomma, si sta facendo decisamente interessante... Urge un soggetto politico socialmente radicato che pensi a questo, lasciandosi alle spalle antiche perversioni immobilizzanti.
Fonte
Il fatto c’è, inutile sottovalutarlo. Dopo un duro scontro interno tra i “tre governi in uno”, i due capipartito hanno avuto la meglio sui garanti dell’Unione Europea (Tria, Moavero Milanesi e, indirettamente, il presidente della Repubblica, Mattarella), imponendo una cifra ben superiore all’1,8% (o 1,9, secondo l’ultima linea del Piave del ministro dell’economia) che già rappresentava una svolta drastica rispetto alle previsioni del governo Gentiloni (0,8).
In miliardi di euro, la differenza è seria: quasi 30.
I problemi sono ora di due tipi, molto diversi:
a) cosa prevedono di fare con questi soldi,
b) come reagiranno i mercati da oggi in poi.
Vediamoli separatamente, per non aumentare la confusione.
Nelle intenzioni scritte il menu è ricco, ma ben sotto quanto era stato promesso. Il famoso reddito di cittadinanza, per dirne una, non c’è; o per lo meno ce n’è una versione assai ridotta. Al suo posto c’è l’aumento delle pensioni minime, per avvicinarle ai mitici 780 euro considerati il minimo necessario per sopravvivere (ognuno può naturalmente farsi due conti con le proprie spese...) e una cifra indeterminata per chi ha un reddito al di sotto della soglia di povertà.
Di Maio l’ha messa giù in modo trionfalistico: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». Una semplice divisione aritmetica, però, restituisce un quadro un po’ più limitato: 1538,46 euro annui, ossia 100 euro al mese. Naturalmente non tutti quei 6,5 milioni di persone sono pensionati che stanno a 500 euro al mese – come la signora di Villa Gordiani sfrattata ieri con la forza dai vigili urbani – e bisognerà vedere se la platea sarà toccata integralmente oppure solo in parte. Comunque, meglio qualche soldo in più che in meno (ma intanto volano le tariffe di luce e gas, che si mangeranno un bella fetta di questo aumento).
Ma sta di fatto che il famoso “reddito di cittadinanza”, per ora, non c’è. Intanto perché la struttura amministrativa necessaria non è pronta a farlo; e quindi si prevede di rafforzare preliminarmente i centri per l’impiego. Probabilmente, invece, c’è un recupero dei fondi attribuiti al “reddito di inclusione” (Rei), creatura del governo Gentiloni, con qualche estensione per ora imprecisabile.
C’è invece la flat tax per le sole imprese. Inizialmente per le piccole aziende (si calcola che ne beneficeranno un milione di titolari), poi si vedrà. Niente per le persone fisiche, e tanto meno per i lavoratori dipendenti. Il governo prevede infatti di fissare due sole aliquote fiscali entro la fine della legislatura. Ma sono quelle già attive (23%), cui sono interessati tutti i percettori di salario tra gli 8.000 e i 15.000 euro annui, mentre per quelli fino a 28.000 c’è l’aliquota al 38%. Si può dunque agevolmente dire che – se ci sarà – sarà una manna per ricchissimi, niente per i salari bassissimi e un caffè per quelli medio-bassi.
Molto popolare dovrebbe essere la revisione della legge Fornero, con l’autorizzazione ad andare in pensione con “quota 100” tra età anagrafica e anzianità contributiva. Ma non si conosce al momento il meccanismo preciso (si era parlato nei giorni scorsi di ipotesi molto diverse tra loro), anche se il governo prevede che potrebbe riguardare 400.000 lavoratori, che libererebbero – ottimisticamente – altrettanti posti per i giovani.
E’ passata anche un altro condono, preteso dalla Lega. La “pace fiscale” riguarderà però le evasioni fino a 100.000 euro, anziché fino ad 1 milione, come avrebbero voluto gli industrialotti del Nord vicini al Carroccio.
Un po’ di respiro, infine, per i truffati dalle banche (che avevano venduto loro “obbligazioni subordinate” di nessun valore), con l’aumento del fondo di dotazione fino a 1,5 miliardi.
Fin qui potremmo sintetizzare così: poca roba, soprattutto per le imprese e gli evasori più piccoli, futuri regali ai ricchissimi, un’elemosina micragnosa per quelli molto poveri.
Il problema vero è che l’atteggiamento dei “mercati” è stato subito molto feroce. Nella mattinata di oggi la borsa di Milano è stata la peggiore del mondo. L‘indice Ftse Mib ha toccato anche il -4%, con le banche (detentrici principali del debito pubblico italiano) praticamente a picco. Stesso discorso, ovviamente, per lo spread, salito anche sopra i 280 punti.
Un comportamento decisamente opposto a quello tenuto ieri – mentre si addensavano i fulmini su Palazzo Chigi – in occasione delle due aste di titoli di Stato per i Btp decennali e quinquennali. Il rendimento di questi titoli era passato dal 3,25 dall’ultima asta a 2,90 (il decennale), e dal 2,44% a 2,04% (il quinquennale). Gli operatori avevano parlato di richiesta fortissima, “come non si vedeva da tempo”, con “grossi acquisti” esteri.
Senza cadere in dietrologie finanziarie, qualcuno aveva ricordato il recente viaggio in Cina del ministro Tria (dove aveva giurato che non si era parlato di acquisti sui titoli di Stato), mentre proprio ieri il “premier” Conte era rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva incontrato tra l’altro Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock (il più grande e influente gestore di fondi comuni d’investimento al mondo).
Si poteva insomma pensare, in chiave geostrategica, a una “copertura statunitense”, magari in combinazione temporale con i cinesi, contrattata per resistere meglio ai prevedibili contraccolpi sul mercato europeo.
Se calcolo in questo senso c’è stato, era sbagliato.
Ora i “tre governi in uno” dovranno pedalare in salita sotto il fuoco dei “mercati”. In compagnia di Tria, che avrebbe deciso di non scendere dalla bicicletta, pare, solo per l’insistenza di Sergio Mattarella. Inutile sprecare parole, invece, per la cosiddetta “opposizione democratica” (compresa Repubblica e tutto l’establishment politico-mediatico), speranzosa di rialzare la testa sposando le peggiori intenzioni antipopolari degli stessi “mercati”.
La situazione, insomma, si sta facendo decisamente interessante... Urge un soggetto politico socialmente radicato che pensi a questo, lasciandosi alle spalle antiche perversioni immobilizzanti.
Fonte
26/09/2018
Governo in manovra, a rischio frattura
Durissimo con i poveri e i migranti, il governo striscia come una biscia davanti alle imprese e all’Unione Europea. Ma i problemi da risolvere si moltiplicano e comincia a farsi strada anche a palazzo Chigi la consapevolezza che il consenso non può essere mantenuto soltanto con i decreti a costo zero, come quello su sicurezza e immigrazione, perché alla fin fine la popolazione si fa i conti in tasca.
Intorno alla “correzione al Def”, momento fondamentale della prossima legge di stabilità da inviare all’esame della Commissione europea, si va consumando uno scontro niente affatto nascondibile tra i “tre governi in uno”. Scontro durissimo, se addirittura un neo-democristiano come Luigi Di Maio si sente in dovere di minacciare un voto negativo dei Cinque Stelle nel caso non ci sia nulla da poter spacciare come “reddito di cittadinanza”. Come in tutte le commedie che si rispettino, subito dopo ha cercato di sminuire la portata della dichiarazione: “La mia non è una minaccia, ma va da sé che il Movimento vota una manovra che sia coraggiosa”.
La legge di stabilità, però, non è una legge qualsiasi, su cui un governo può dividersi senza grandi conseguenze. E’ la principale legge dello Stato, quella che stabilisce per il prossimo anno quali spese vanno ridotte, quali aumentate, da dove si prendono i soldi e come si tiene il tutto in un quadro che “tranquillizzi i mercati” e dunque anche la Commissione europea. Una maggioranza di governo che si divide su questo, insomma, manda il governo a casa...
Il “coraggio” che si chiede al ministro dell’economia – garante nei confronti della Ue – è quello di alzare le percentuali del deficit rispetto al Pil. Ma identica richiesta arriva dalla Lega, con obiettivo del tutto diversi (flat tax e “quota 100” per le pensioni degli operai del Nord, gli unici ad avere – in piccola parte – una possibilità di utilizzarla davvero).
Anche su questo secondo fronte, però, tenere i conti in ordine rischia di deludere le attese. In questi giorni sono circolate diverse ipotesi di ritocco della legge Fornero, ma tutte molto riduttive e penalizzanti per i lavoratori. Si va dal ricalcolo col metodo contributivo anche dei periodi di lavoro fino al 1995 (quando era in vigore il metodo retributivo), fino a una riduzione dell’assegno pensionistico dell’1,5% per ogni anno di anticipo sui 67 anni “forneriani”.
Gli unici a godere certamente delle attenzioni del ministro Tria sono le imprese. Stamattina, nella consueta cornice della Confcommercio, il ministro ha garantito che “Si parte ora dalle imprese, negli anni successivi affronteremo il problema Irpef”. Come Macron in Francia, come olandese Mark Rutte (via le tasse sui dividendi!), proprio negli stessi giorni. Un classico sempreverde, quello della “politica dei due tempi” (prima le imprese, poi i lavoratori). Va avanti dal 1976 – dalla “politica dei sacrifici” del governo Andreotti-Pci – e non si è mai interrotta. Con i risultati che ogni lavoratore dipendente può vedere dalle sue tasche...
Tutte le garanzie vere, però, sono per i soliti e mitici “mercati”. “Sarà una manovra di crescita, non di austerity, ma che non crea dubbi sulla sostenibilità del nostro debito, bisogna continuare nel percorso di riduzione del rapporto debito PIL”. Perché “dobbiamo dare un segno ai mercati finanziari, a coloro che ci prestano i soldi. Stiamo attenti, perché a volte se uno chiede troppo poi deve pagare interessi maggiori e quello che si guadagna si perde in interessi”.
Fino al definitivo: “Ho giurato nell’esclusivo interesse della Nazione e non di altri e non ho giurato solo io. Ovviamente ognuno può avere la sua visione, ma in scienza e coscienza, come si dice, bisogna cercare di interpretare bene questo mandato”, che mette gli interessi elettorali di partito nel sottoscala.
La traduzione è semplice: “mi dispiace per chi ha promesso l’impossibile, ma qui non c’è trippa per gatti”.
La scommessa diventa quindi: Di Maio, cosa farai quando dovrai votare una manovra che non è quella che prometti? Farai cascare il “tuo” governo o racconterai qualche altra storia?
Fonte
Intorno alla “correzione al Def”, momento fondamentale della prossima legge di stabilità da inviare all’esame della Commissione europea, si va consumando uno scontro niente affatto nascondibile tra i “tre governi in uno”. Scontro durissimo, se addirittura un neo-democristiano come Luigi Di Maio si sente in dovere di minacciare un voto negativo dei Cinque Stelle nel caso non ci sia nulla da poter spacciare come “reddito di cittadinanza”. Come in tutte le commedie che si rispettino, subito dopo ha cercato di sminuire la portata della dichiarazione: “La mia non è una minaccia, ma va da sé che il Movimento vota una manovra che sia coraggiosa”.
La legge di stabilità, però, non è una legge qualsiasi, su cui un governo può dividersi senza grandi conseguenze. E’ la principale legge dello Stato, quella che stabilisce per il prossimo anno quali spese vanno ridotte, quali aumentate, da dove si prendono i soldi e come si tiene il tutto in un quadro che “tranquillizzi i mercati” e dunque anche la Commissione europea. Una maggioranza di governo che si divide su questo, insomma, manda il governo a casa...
Il “coraggio” che si chiede al ministro dell’economia – garante nei confronti della Ue – è quello di alzare le percentuali del deficit rispetto al Pil. Ma identica richiesta arriva dalla Lega, con obiettivo del tutto diversi (flat tax e “quota 100” per le pensioni degli operai del Nord, gli unici ad avere – in piccola parte – una possibilità di utilizzarla davvero).
Anche su questo secondo fronte, però, tenere i conti in ordine rischia di deludere le attese. In questi giorni sono circolate diverse ipotesi di ritocco della legge Fornero, ma tutte molto riduttive e penalizzanti per i lavoratori. Si va dal ricalcolo col metodo contributivo anche dei periodi di lavoro fino al 1995 (quando era in vigore il metodo retributivo), fino a una riduzione dell’assegno pensionistico dell’1,5% per ogni anno di anticipo sui 67 anni “forneriani”.
Gli unici a godere certamente delle attenzioni del ministro Tria sono le imprese. Stamattina, nella consueta cornice della Confcommercio, il ministro ha garantito che “Si parte ora dalle imprese, negli anni successivi affronteremo il problema Irpef”. Come Macron in Francia, come olandese Mark Rutte (via le tasse sui dividendi!), proprio negli stessi giorni. Un classico sempreverde, quello della “politica dei due tempi” (prima le imprese, poi i lavoratori). Va avanti dal 1976 – dalla “politica dei sacrifici” del governo Andreotti-Pci – e non si è mai interrotta. Con i risultati che ogni lavoratore dipendente può vedere dalle sue tasche...
Tutte le garanzie vere, però, sono per i soliti e mitici “mercati”. “Sarà una manovra di crescita, non di austerity, ma che non crea dubbi sulla sostenibilità del nostro debito, bisogna continuare nel percorso di riduzione del rapporto debito PIL”. Perché “dobbiamo dare un segno ai mercati finanziari, a coloro che ci prestano i soldi. Stiamo attenti, perché a volte se uno chiede troppo poi deve pagare interessi maggiori e quello che si guadagna si perde in interessi”.
Fino al definitivo: “Ho giurato nell’esclusivo interesse della Nazione e non di altri e non ho giurato solo io. Ovviamente ognuno può avere la sua visione, ma in scienza e coscienza, come si dice, bisogna cercare di interpretare bene questo mandato”, che mette gli interessi elettorali di partito nel sottoscala.
La traduzione è semplice: “mi dispiace per chi ha promesso l’impossibile, ma qui non c’è trippa per gatti”.
La scommessa diventa quindi: Di Maio, cosa farai quando dovrai votare una manovra che non è quella che prometti? Farai cascare il “tuo” governo o racconterai qualche altra storia?
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28/07/2018
Dall’economia alla Tav il governo “a tre” si divide in tre
“Per me la moneta unica europea, come l’appartenenza alla Nato, non sono in discussione. E non lo sono anche per il governo da me presieduto”. A chiarirlo, per chi fino ad oggi non lo avesse voluto capire, è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in una intervista con il Corriere della Sera.
Conte ci ha tenuto a smentire anche i contrasti con il ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Non è così. Tria è il cerbero dei conti, il loro custode arcigno. Ma non esiste che lasci il governo. Attenzione, peraltro, a non considerarlo un corpo estraneo a questo esecutivo. È parte attiva e coinvolta nel tentativo di ottenere dall’Europa spazi di manovra che ci permettano di cambiare le cose”.
Ma pensando di poter fare e dire le stesse cose di quando stava all’opposizione e non al governo – un po’ come fa Salvini – anche Beppe Grillo ci ha messo del suo evocando lo spettro del Piano B: “Devi avere un piano B. Sono sicuro che la Germania e la Francia hanno un piano B. Non dico di lasciare l’Euro cosi, ma di lasciar decidere al popolo italiano con un referendum. Sarò sempre a favore di un referendum”, ha affermato Beppe Grillo in una intervista ad un programma statunitense.
Prevedibili gli effetti della “grillata” con una immediata conseguenza sul mercato dei titoli di stato con il Btp che ha visto un balzo dei rendimenti con un contestuale ampliamento dello spread, mentre Piazza Affari ha visto annullarsi il precedente rialzo, certo poco roba rispetto a botti come quelli di Zuckeberg a Wall Street, ma sono comunque segnali.
Ma quello sull’economia e il perverso rapporto di subalternità verso i diktat dell’Unione Europea, non è il solo tema di contrasto all’interno del governo “a tre attori” (i professori, i fascistoidi e gli "onestisti”). Sul tavolo è infatti piombata anche la questione della Tav. Come noto il M5S in passato si è sempre detto contrario al suo proseguimento ottenendo consensi anche tra i No Tav della Val di Susa.
Adesso da Palazzo Chigi fanno notare che il dossier sulla Tav “al momento non è ancora giunto sul tavolo del Presidente del Consiglio, dunque nessuna decisione è stata ancora presa e soprattutto non ci sono state valutazioni al riguardo”. Il dossier, sottolineano le stesse fonti, “è in fase istruttoria presso il ministro competente Toninelli, il quale è impegnato in una valutazione costi-benefici, che poi sarà sottoposta e condivisa con il presidente del consiglio e con l’intero governo.
Ad ogni modo – rammenta la nota – la soluzione sarà in linea con quella contenuta nel contratto di governo” nel quale la questione Tav veniva così affrontata: “Ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Una sintesi piuttosto sibillina sulla quale però si è gettato di peso quello che è diventato “l’azionista di riferimento” di questo governo cioè Salvini.
La realizzazione della Tav “deve andare avanti” ha dichiarato Salvini, in un intervento su Radio 24. “Dal mio punto di vista sulla Tav occorre andare avanti, non tornare indietro. L’opera serve e se per caso da un’analisi attualizzata del 2018 non serve, costa di più bloccarla che non proseguirla? Questo è il ragionamento che varrà su tutto – aggiunge Salvini – la Tap, la Pedemontana, Terzo Valico”.
Ma anche sulla Tav, come sulle priorità nelle scelte economiche, il governo a tre dovrà fare i conti con i diktat di Bruxelles. La Commissione europea ha infatti fatto sapere che si tratta di “un progetto importante non solo per Francia e Italia ma per l’intera Europa. E’ importante – ha affermato un portavoce della Commissione, interpellato sul tema durante l’incontro di metà giornata con la stampa – che tutte le parti mantengano gli impegni a completare i lavori nel tempo previsto”.
Fonte
Conte ci ha tenuto a smentire anche i contrasti con il ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Non è così. Tria è il cerbero dei conti, il loro custode arcigno. Ma non esiste che lasci il governo. Attenzione, peraltro, a non considerarlo un corpo estraneo a questo esecutivo. È parte attiva e coinvolta nel tentativo di ottenere dall’Europa spazi di manovra che ci permettano di cambiare le cose”.
Ma pensando di poter fare e dire le stesse cose di quando stava all’opposizione e non al governo – un po’ come fa Salvini – anche Beppe Grillo ci ha messo del suo evocando lo spettro del Piano B: “Devi avere un piano B. Sono sicuro che la Germania e la Francia hanno un piano B. Non dico di lasciare l’Euro cosi, ma di lasciar decidere al popolo italiano con un referendum. Sarò sempre a favore di un referendum”, ha affermato Beppe Grillo in una intervista ad un programma statunitense.
Prevedibili gli effetti della “grillata” con una immediata conseguenza sul mercato dei titoli di stato con il Btp che ha visto un balzo dei rendimenti con un contestuale ampliamento dello spread, mentre Piazza Affari ha visto annullarsi il precedente rialzo, certo poco roba rispetto a botti come quelli di Zuckeberg a Wall Street, ma sono comunque segnali.
Ma quello sull’economia e il perverso rapporto di subalternità verso i diktat dell’Unione Europea, non è il solo tema di contrasto all’interno del governo “a tre attori” (i professori, i fascistoidi e gli "onestisti”). Sul tavolo è infatti piombata anche la questione della Tav. Come noto il M5S in passato si è sempre detto contrario al suo proseguimento ottenendo consensi anche tra i No Tav della Val di Susa.
Adesso da Palazzo Chigi fanno notare che il dossier sulla Tav “al momento non è ancora giunto sul tavolo del Presidente del Consiglio, dunque nessuna decisione è stata ancora presa e soprattutto non ci sono state valutazioni al riguardo”. Il dossier, sottolineano le stesse fonti, “è in fase istruttoria presso il ministro competente Toninelli, il quale è impegnato in una valutazione costi-benefici, che poi sarà sottoposta e condivisa con il presidente del consiglio e con l’intero governo.
Ad ogni modo – rammenta la nota – la soluzione sarà in linea con quella contenuta nel contratto di governo” nel quale la questione Tav veniva così affrontata: “Ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Una sintesi piuttosto sibillina sulla quale però si è gettato di peso quello che è diventato “l’azionista di riferimento” di questo governo cioè Salvini.
La realizzazione della Tav “deve andare avanti” ha dichiarato Salvini, in un intervento su Radio 24. “Dal mio punto di vista sulla Tav occorre andare avanti, non tornare indietro. L’opera serve e se per caso da un’analisi attualizzata del 2018 non serve, costa di più bloccarla che non proseguirla? Questo è il ragionamento che varrà su tutto – aggiunge Salvini – la Tap, la Pedemontana, Terzo Valico”.
Ma anche sulla Tav, come sulle priorità nelle scelte economiche, il governo a tre dovrà fare i conti con i diktat di Bruxelles. La Commissione europea ha infatti fatto sapere che si tratta di “un progetto importante non solo per Francia e Italia ma per l’intera Europa. E’ importante – ha affermato un portavoce della Commissione, interpellato sul tema durante l’incontro di metà giornata con la stampa – che tutte le parti mantengano gli impegni a completare i lavori nel tempo previsto”.
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18/07/2018
Italia, austerità senza fine: promettono investimenti ma pianificano tagli
Mentre gli esponenti più in vista del governo giallo-verde facevano rumore (sulle spalle degli immigrati) per gettare fumo negli occhi, il ministro Tria, più lontano dai riflettori, ha rilasciato dichiarazioni molto illuminanti su reddito di cittadinanza, taglio delle tasse e, cosa che non ci sorprende, robuste e salutari dosi di austerità.
In campagna elettorale, la Lega e il Movimento 5 Stelle si erano scagliati, a parole, contro i legacci impostici dai Trattati europei e si erano spacciati per coloro che avrebbero invertito la rotta e combattuto l’austerità. Le dichiarazioni di Tria chiariscono in maniera clamorosa che i partiti al governo non faranno nulla di tutto ciò, come anche i media più allineati hanno iniziato a capire: la gestione Tria non è indirizzata verso un cambio di rotta delle politiche economiche. Questa non è una novità, quanto piuttosto la conferma di una tendenza ormai di lungo periodo: questo Governo, su ciò che conta davvero, è in continuità con quelli che lo hanno preceduto.
Lo stesso Tria ci dice che l’attuazione del programma di governo “richiede di agire sia sulla composizione delle entrate fiscali che sulla spesa. La nostra discontinuità rispetto al precedente governo non sarà sul livello del deficit ma piuttosto sul mix di politiche”. Come si può tradurre questa dichiarazione in termini economici?
Da un lato, Tria ci conferma quel che sospettavamo. Al di là dei propositi bellicosi sbandierati in campagna elettorale, il livello del deficit resterà lo stesso. È ben noto come la rinuncia alla leva di politica economica del deficit pubblico, dovuta ai vincoli europei, sia non solo criticabile in quanto tale visti i suoi effetti su crescita e occupazione, ma anche controproducente se pur si volessero conseguire gli obiettivi di politica economica propri della Commissione Europea, quali l’abbattimento del rapporto debito/PIL.
Ma in pratica, e qui viene il punto che vogliamo commentare, cosa vuol dire “mix di politiche” a deficit invariato? In poche parole, vuol dire che il Governo darà con una mano e prenderà con l’altra.
Se ci si concentra soltanto sulle dimensioni del deficit, sembra che non ci siano miglioramenti, ma neanche peggioramenti dal punto di vista delle politiche economiche. In realtà, anche a deficit invariato si può fare di peggio per l’occupazione e per i lavoratori, variando la composizione della spesa pubblica o del deficit. La differenza tra spesa pubblica e gettito può essere distribuita diversamente tra investimenti, trasferimenti, spese correnti e tagli alle tasse. Una diversa composizione può comportare un diverso effetto sull’economia in termini di produzione e quindi occupazione. Al riguardo, la letteratura empirica ci dice che i moltiplicatori fiscali degli investimenti pubblici sono generalmente più alti di quelli riguardanti la tassazione e i trasferimenti. Un aumento della spesa pubblica fa crescere il reddito nazionale, ma il contenuto di quella spesa conta: le stesse risorse hanno un effetto espansivo maggiore se vengono destinate ad aumentare gli investimenti pubblici e non a ridurre le tasse. Ma è questo il piano del ministro Tria?
Andiamo a cercare di capire quale possa essere la composizione della spesa che possiamo aspettarci. Sottolineiamo ancora una volta che Tria ci dice che l’obiettivo del pareggio di bilancio non verrà messo da parte: ciò vuol dire che continueremo a sottrarre risorse all’economia, inanellando avanzi primari (ovvero differenze positive tra prelievo fiscale e spesa pubblica, al netto degli interessi per il debito pubblico) per pagare gli interessi sul debito. A livello di composizione, dalle dichiarazioni del ministro si evince come l’obiettivo sia quello di recuperare, a saldi finali invariati e tramite tagli alla spesa corrente, i miliardi per finanziare gli investimenti pubblici. Anche questo è un mantra che Tria riprende dai suoi predecessori. Potrebbe quindi sembrare che, pur perseverando nella follia suicida dell’austerità, la ricomposizione della spesa vada nella giusta direzione: sì, lo stimolo complessivo non avviene in deficit, però si tenta di contenere la spesa corrente per finanziare degli investimenti, che hanno effetti espansivi elevati.
Come si evince dai grafici (dati AMECO, miliardi di euro), dal 2009 la spesa per investimenti pubblici in Italia è crollata, mentre la spesa per servizi (senza comprendere le pensioni) è rimasta ferma. La prosecuzione su questa strada sarebbe disastrosa per le condizioni dei lavoratori italiani. Direte voi: ma questi sono i vecchi governi, quello attuale è il governo del cambiamento! Il problema è che sembra che la ricomposizione della spesa che il ministro Tria ha in mente sia perfettamente coerente con quella dei suoi predecessori: il piano che si prefigura, infatti, è quello di un ulteriore attacco alla sanità, dopo che sul fronte pensioni la Fornero ha già fatto il suo.
Proviamo a delineare un quadro di ciò che potrebbe prospettarsi nei prossimi anni. Tria è impegnato a riportare il bilancio pubblico in pareggio. Abbiamo un forte sospetto, corroborato dalle dichiarazioni del Ministro e di altri esponenti del Governo: la ricomposizione del bilancio pubblico potrebbe essere realizzata mediante tagli alla spesa sociale che finanzino il reddito di cittadinanza e la flat-tax, invece che gli investimenti.
Cosa trarre, quindi, da questo piccolo affresco? Se tutto va secondo i piani, il governo Salvini – Di Maio, mediante Tria, potrebbe proporci un pacchetto di politica economica indirizzato a:
1) non dare all’economia italiana alcun forte stimolo fiscale, visto il vincolo del pareggio di bilancio che continuerebbe perciò a penalizzare la domanda interna;
2) tagliare ulteriormente le spese sociali, contribuendo quindi allo smantellamento dello stato sociale;
3) utilizzare le risorse così recuperate al fine di finanziare flat-tax, ossia un taglio delle tasse che serve a gonfiare i profitti, e reddito di cittadinanza, un trasferimento che funge da indesiderabile sostituto di un vero stato sociale universalistico.
Come se il quadro non fosse già abbastanza nero, ricordiamo di nuovo che una politica basata su tasse e trasferimenti è molto meno benefica per l’economia di una basata sugli investimenti. Il ministro Tria però vuole fare le cose per bene, e quindi oltre al danno vuole aggiungere la beffa: a una redistribuzione verso i profitti e a un duro colpo allo stato sociale vuole aggiungere una manovra col minore impatto possibile in termini di rilancio dell’economia. Ovviamente il buon Tria è economista avveduto e sa bene che la piena occupazione spaventa il profitto: un motivo in più per evitare accuratamente misure che possano creare nuovi posti di lavoro. Non c’è quindi altra scelta, per i lavoratori, se non quella di opporsi politicamente in maniera strenua a una tale miscela venefica in particolare per le classi sociali più deboli.
Fonte
In campagna elettorale, la Lega e il Movimento 5 Stelle si erano scagliati, a parole, contro i legacci impostici dai Trattati europei e si erano spacciati per coloro che avrebbero invertito la rotta e combattuto l’austerità. Le dichiarazioni di Tria chiariscono in maniera clamorosa che i partiti al governo non faranno nulla di tutto ciò, come anche i media più allineati hanno iniziato a capire: la gestione Tria non è indirizzata verso un cambio di rotta delle politiche economiche. Questa non è una novità, quanto piuttosto la conferma di una tendenza ormai di lungo periodo: questo Governo, su ciò che conta davvero, è in continuità con quelli che lo hanno preceduto.
Lo stesso Tria ci dice che l’attuazione del programma di governo “richiede di agire sia sulla composizione delle entrate fiscali che sulla spesa. La nostra discontinuità rispetto al precedente governo non sarà sul livello del deficit ma piuttosto sul mix di politiche”. Come si può tradurre questa dichiarazione in termini economici?
Da un lato, Tria ci conferma quel che sospettavamo. Al di là dei propositi bellicosi sbandierati in campagna elettorale, il livello del deficit resterà lo stesso. È ben noto come la rinuncia alla leva di politica economica del deficit pubblico, dovuta ai vincoli europei, sia non solo criticabile in quanto tale visti i suoi effetti su crescita e occupazione, ma anche controproducente se pur si volessero conseguire gli obiettivi di politica economica propri della Commissione Europea, quali l’abbattimento del rapporto debito/PIL.
Ma in pratica, e qui viene il punto che vogliamo commentare, cosa vuol dire “mix di politiche” a deficit invariato? In poche parole, vuol dire che il Governo darà con una mano e prenderà con l’altra.
Se ci si concentra soltanto sulle dimensioni del deficit, sembra che non ci siano miglioramenti, ma neanche peggioramenti dal punto di vista delle politiche economiche. In realtà, anche a deficit invariato si può fare di peggio per l’occupazione e per i lavoratori, variando la composizione della spesa pubblica o del deficit. La differenza tra spesa pubblica e gettito può essere distribuita diversamente tra investimenti, trasferimenti, spese correnti e tagli alle tasse. Una diversa composizione può comportare un diverso effetto sull’economia in termini di produzione e quindi occupazione. Al riguardo, la letteratura empirica ci dice che i moltiplicatori fiscali degli investimenti pubblici sono generalmente più alti di quelli riguardanti la tassazione e i trasferimenti. Un aumento della spesa pubblica fa crescere il reddito nazionale, ma il contenuto di quella spesa conta: le stesse risorse hanno un effetto espansivo maggiore se vengono destinate ad aumentare gli investimenti pubblici e non a ridurre le tasse. Ma è questo il piano del ministro Tria?
Andiamo a cercare di capire quale possa essere la composizione della spesa che possiamo aspettarci. Sottolineiamo ancora una volta che Tria ci dice che l’obiettivo del pareggio di bilancio non verrà messo da parte: ciò vuol dire che continueremo a sottrarre risorse all’economia, inanellando avanzi primari (ovvero differenze positive tra prelievo fiscale e spesa pubblica, al netto degli interessi per il debito pubblico) per pagare gli interessi sul debito. A livello di composizione, dalle dichiarazioni del ministro si evince come l’obiettivo sia quello di recuperare, a saldi finali invariati e tramite tagli alla spesa corrente, i miliardi per finanziare gli investimenti pubblici. Anche questo è un mantra che Tria riprende dai suoi predecessori. Potrebbe quindi sembrare che, pur perseverando nella follia suicida dell’austerità, la ricomposizione della spesa vada nella giusta direzione: sì, lo stimolo complessivo non avviene in deficit, però si tenta di contenere la spesa corrente per finanziare degli investimenti, che hanno effetti espansivi elevati.
Come si evince dai grafici (dati AMECO, miliardi di euro), dal 2009 la spesa per investimenti pubblici in Italia è crollata, mentre la spesa per servizi (senza comprendere le pensioni) è rimasta ferma. La prosecuzione su questa strada sarebbe disastrosa per le condizioni dei lavoratori italiani. Direte voi: ma questi sono i vecchi governi, quello attuale è il governo del cambiamento! Il problema è che sembra che la ricomposizione della spesa che il ministro Tria ha in mente sia perfettamente coerente con quella dei suoi predecessori: il piano che si prefigura, infatti, è quello di un ulteriore attacco alla sanità, dopo che sul fronte pensioni la Fornero ha già fatto il suo.
Proviamo a delineare un quadro di ciò che potrebbe prospettarsi nei prossimi anni. Tria è impegnato a riportare il bilancio pubblico in pareggio. Abbiamo un forte sospetto, corroborato dalle dichiarazioni del Ministro e di altri esponenti del Governo: la ricomposizione del bilancio pubblico potrebbe essere realizzata mediante tagli alla spesa sociale che finanzino il reddito di cittadinanza e la flat-tax, invece che gli investimenti.
Cosa trarre, quindi, da questo piccolo affresco? Se tutto va secondo i piani, il governo Salvini – Di Maio, mediante Tria, potrebbe proporci un pacchetto di politica economica indirizzato a:
1) non dare all’economia italiana alcun forte stimolo fiscale, visto il vincolo del pareggio di bilancio che continuerebbe perciò a penalizzare la domanda interna;
2) tagliare ulteriormente le spese sociali, contribuendo quindi allo smantellamento dello stato sociale;
3) utilizzare le risorse così recuperate al fine di finanziare flat-tax, ossia un taglio delle tasse che serve a gonfiare i profitti, e reddito di cittadinanza, un trasferimento che funge da indesiderabile sostituto di un vero stato sociale universalistico.
Come se il quadro non fosse già abbastanza nero, ricordiamo di nuovo che una politica basata su tasse e trasferimenti è molto meno benefica per l’economia di una basata sugli investimenti. Il ministro Tria però vuole fare le cose per bene, e quindi oltre al danno vuole aggiungere la beffa: a una redistribuzione verso i profitti e a un duro colpo allo stato sociale vuole aggiungere una manovra col minore impatto possibile in termini di rilancio dell’economia. Ovviamente il buon Tria è economista avveduto e sa bene che la piena occupazione spaventa il profitto: un motivo in più per evitare accuratamente misure che possano creare nuovi posti di lavoro. Non c’è quindi altra scelta, per i lavoratori, se non quella di opporsi politicamente in maniera strenua a una tale miscela venefica in particolare per le classi sociali più deboli.
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16/07/2018
Se l’opposizione è Boeri, per i lavoratori non c’è scampo
Vista da fuori, la querelle tra Di Maio, Tria, Salvini e Boeri sul numero di disoccupati che creerebbe il cosiddetto “decreto dignità” è decisamente divertente. E molto istruttiva.
Il nostro giudizio sulla prima versione di questo decreto l’abbiamo dato subito, e non ci sembra di doverlo correggere, visti i “peggioramenti” che sono stati fin qui concordati (reintroduzione dei voucher, più “flessibilità” sulle causali dei contratti a termine, ecc). In pratica, per chi lavora, cambia poco o nulla; così come per le imprese. Solo un’operazione pubblicitaria per dare a Di Maio e all’ala Cinque Stelle del governo un po’ di visibilità in più rispetto allo straripante Salvini sul bagnasciuga, a fare la sentinella conto i barconi.
Nonostante la pochezza, però, i campioni del neoliberismo rimasti in carica anche dopo il disastro elettorale del Pd hanno trovato il modo di fare un po’ di cagnara. Gli ormai famosi “8.000 occupati in meno”, apparsi nottetempo nella Relazione tecnica che accompagna il provvedimento nel suo iter verso la discussione in Parlamento, hanno fatto evocare “complotti”, “manine” e “manone” come ai gloriosi vecchi tempi della DC e di Craxi.
Lì per lì i grillini se la sono presa col ministro dell’economia, Giovanni Tria, che nell’esecutivo rappresenta insieme a quello degli esteri (Moavero Milanesi) la “garanzia europeista”, ovvero il rispetto dei trattati e degli impegni presi in materia di bilancio. Poi Di Maio e Tria hanno emanato una nota congiunta da cui si capisce che la “manina” è di Tito Boeri, presidente dell’Inps nominato da Renzi ed economista famoso per l’intransigente difesa dei dogmi neoliberisti conditi da un sorriso piacione.
La nota sarebbe forse bastata a tacitare i malumori infra-governativi, senza sollevare altri conflitti, se non ci fosse stata una critica che “un professionista dell’economia” non poteva far finta di non vedere: «il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili».
“Privo di basi scientifiche” significa che quei numeri sono inventati, messi lì solo per creare diffidenza nei confronti del governo, uno sgambetto politico... E uno come Boeri non se la poteva ovviamente tenere.
Nella sua risposta c’è però davvero il concentrato della voodoo economics che regola il mondo, spacciata per verità scientifica unanimemente riconosciuta. E una visione del mondo che spiega benissimo come il mondo del lavoro sia arrivato a contare zero, il Pd a scomparire dalla scena politica e “la sinistra” a essere identificata come “nemico del popolo”.
«Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia».
Abbiamo messo in evidenza il passaggio che ci sembra decisivo: se il costo del lavoro aumenta, anche solo di una frazione infinitesimale (lo 0,5%, nel caso di rinnovo del contratto a termine, previsto dal decreto), l’occupazione scende. Il che è vero solo in una situazione di perenne crescita zero. Sembra invece di sentire, dietro le forbite e accademiche parole di Boeri, l’urlo scomposto delle imprese italiote che sono disposte ad assumere solo se possono retribuire il lavoro il meno possibile (il sogno è il “lavoro gratuito che fa curriculum”, come sperimentato per Milano Expo 2015).
E si comprende anche perché le imprese italiche siano così poco competitive con quelle del resto del mondo. L’idea di “sistema economico” che sta dietro quelle parole è infatti una specie di danza immobile, dove la situazione non cambia mai, non si cresce mai, a somma zero; e dunque ogni sopravvivenza dell’impresa si fonda sull’impoverimento del lavoro. E’ l’introiezione della stagnazione permanente, senza progetti e senza speranze, di fatto di un sistema di imprese senza futuro.
Che questa “visione” possa essere dipinta come l’“opposizione democratica e liberale” a un governo effettivamente fascioleghista e pasticcione dà la misura della devastazione del quadro politico nazionale. E’ come se, sulla legislazione del lavoro, si fosse scatenata una gara a chi è più boia. La destra fa finta di voler “dare qualcosa”, ma si guarda bene ovviamente dal farlo sul serio; l’opposizione “democratico-scientifica” ribatte polemica che non bisogna nemmeno far finta. Sia mai detto che poi i lavoratori si convincano che qualcosa, in effetti, gli spetta...
Fonte
Il nostro giudizio sulla prima versione di questo decreto l’abbiamo dato subito, e non ci sembra di doverlo correggere, visti i “peggioramenti” che sono stati fin qui concordati (reintroduzione dei voucher, più “flessibilità” sulle causali dei contratti a termine, ecc). In pratica, per chi lavora, cambia poco o nulla; così come per le imprese. Solo un’operazione pubblicitaria per dare a Di Maio e all’ala Cinque Stelle del governo un po’ di visibilità in più rispetto allo straripante Salvini sul bagnasciuga, a fare la sentinella conto i barconi.
Nonostante la pochezza, però, i campioni del neoliberismo rimasti in carica anche dopo il disastro elettorale del Pd hanno trovato il modo di fare un po’ di cagnara. Gli ormai famosi “8.000 occupati in meno”, apparsi nottetempo nella Relazione tecnica che accompagna il provvedimento nel suo iter verso la discussione in Parlamento, hanno fatto evocare “complotti”, “manine” e “manone” come ai gloriosi vecchi tempi della DC e di Craxi.
Lì per lì i grillini se la sono presa col ministro dell’economia, Giovanni Tria, che nell’esecutivo rappresenta insieme a quello degli esteri (Moavero Milanesi) la “garanzia europeista”, ovvero il rispetto dei trattati e degli impegni presi in materia di bilancio. Poi Di Maio e Tria hanno emanato una nota congiunta da cui si capisce che la “manina” è di Tito Boeri, presidente dell’Inps nominato da Renzi ed economista famoso per l’intransigente difesa dei dogmi neoliberisti conditi da un sorriso piacione.
La nota sarebbe forse bastata a tacitare i malumori infra-governativi, senza sollevare altri conflitti, se non ci fosse stata una critica che “un professionista dell’economia” non poteva far finta di non vedere: «il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili».
“Privo di basi scientifiche” significa che quei numeri sono inventati, messi lì solo per creare diffidenza nei confronti del governo, uno sgambetto politico... E uno come Boeri non se la poteva ovviamente tenere.
Nella sua risposta c’è però davvero il concentrato della voodoo economics che regola il mondo, spacciata per verità scientifica unanimemente riconosciuta. E una visione del mondo che spiega benissimo come il mondo del lavoro sia arrivato a contare zero, il Pd a scomparire dalla scena politica e “la sinistra” a essere identificata come “nemico del popolo”.
«Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia».
Abbiamo messo in evidenza il passaggio che ci sembra decisivo: se il costo del lavoro aumenta, anche solo di una frazione infinitesimale (lo 0,5%, nel caso di rinnovo del contratto a termine, previsto dal decreto), l’occupazione scende. Il che è vero solo in una situazione di perenne crescita zero. Sembra invece di sentire, dietro le forbite e accademiche parole di Boeri, l’urlo scomposto delle imprese italiote che sono disposte ad assumere solo se possono retribuire il lavoro il meno possibile (il sogno è il “lavoro gratuito che fa curriculum”, come sperimentato per Milano Expo 2015).
E si comprende anche perché le imprese italiche siano così poco competitive con quelle del resto del mondo. L’idea di “sistema economico” che sta dietro quelle parole è infatti una specie di danza immobile, dove la situazione non cambia mai, non si cresce mai, a somma zero; e dunque ogni sopravvivenza dell’impresa si fonda sull’impoverimento del lavoro. E’ l’introiezione della stagnazione permanente, senza progetti e senza speranze, di fatto di un sistema di imprese senza futuro.
Che questa “visione” possa essere dipinta come l’“opposizione democratica e liberale” a un governo effettivamente fascioleghista e pasticcione dà la misura della devastazione del quadro politico nazionale. E’ come se, sulla legislazione del lavoro, si fosse scatenata una gara a chi è più boia. La destra fa finta di voler “dare qualcosa”, ma si guarda bene ovviamente dal farlo sul serio; l’opposizione “democratico-scientifica” ribatte polemica che non bisogna nemmeno far finta. Sia mai detto che poi i lavoratori si convincano che qualcosa, in effetti, gli spetta...
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28/06/2018
Tria e la Lega affossano il “decreto dignità”
“Beppe abbiamo un problema”. L’invocazione diventata un tormentone, ovviamente spostandosi da Houston a Genova, si adatta bene a quanto sta accadendo dentro la triade di governo.
Il problema, ovviamente, sono le risorse per fare le cose promesse in campagna elettorale e sulle quali c’è una forte aspettativa da parte degli elettori. Ma dei tre contraenti del governo, due si stanno mettendo di traverso.
Lo stop al decreto dignità – voluto dal vicepremier e ministro Di Maio, ma fortemente osteggiato dalle associazioni degli imprenditori e dunque anche dalla Lega – è arrivato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, con una scelta condivisa e appoggiata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti. Lo stesso Giorgetti che durante il Consiglio dei ministri ha ammonito i colleghi a verificare sempre le coperture finanziarie dei provvedimenti che intendono varare.
Ieri sera dall’ordine del giorno del Consiglio dei ministri è infatti scomparso il decreto legge “dignità”, messo a punto dal vicepremier e pluri-ministro Di Maio. Si tratta di un provvedimento piuttosto articolato, che vorrebbe intervenire su molti temi, dalla pubblicità del gioco d’azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l’abolizione di molte misure fiscali di lotta all’evasione e una tassa sulle delocalizzazioni.
Secondo Di Maio, il decreto “sta facendo il giro delle Sette Chiese, tra bollinature e cose che sto scoprendo solo adesso, ma il testo è pronto. Deve essere solo vidimato dai mille e uno organi di questo paese”. Dunque sembrerebbe solo un problema burocratico (ma non ha minacciato interventi in materia...).
La faccenda appare però assai più complessa, sia sul piano economico che politico. Il decreto legge è stato infatti stoppato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria: gli uffici della Ragioneria avrebbero avuto da ridire sulle coperture finanziarie di alcune misure, giudicate insufficienti e inadeguate. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment, un meccanismo tributario mirato a contrastare l’evasione del pagamento dell’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione. Una misura, introdotta nel 2015 dal governo Renzi, che ha indubbiamente complicato la vita dei contribuenti onesti, costretti a gestire problemi di liquidità. Ma lo split payment ha dato buoni risultati sul piano del gettito Iva nel biennio 2015-2016, quantificabile in circa 3,5 miliardi.
Ma non è un mistero che il “decreto Dignità” punterebbe anche a ridurre il grado di flessibilità e precarietà del mercato del Lavoro, né che la Lega pesca molti consensi tra i prenditori delle piccole medie e imprese, spesso sopravvissute alla crisi solo spremendo fino all’osso dipendenti senza più diritti e tutele.
Dunque il sodalizio tra i professori euri-nomani e la Lega avrebbe sostanzialmente congelato il primo provvedimento “sociale” del nuovo governo, pur di non dispiacere i guardiani di Bruxelles che vegliano sul rispetto dei vincoli di bilancio e gli industrialotti leghisti.
Il problema quindi c’è. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo per questo governo.
Fonte
Il problema, ovviamente, sono le risorse per fare le cose promesse in campagna elettorale e sulle quali c’è una forte aspettativa da parte degli elettori. Ma dei tre contraenti del governo, due si stanno mettendo di traverso.
Lo stop al decreto dignità – voluto dal vicepremier e ministro Di Maio, ma fortemente osteggiato dalle associazioni degli imprenditori e dunque anche dalla Lega – è arrivato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, con una scelta condivisa e appoggiata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti. Lo stesso Giorgetti che durante il Consiglio dei ministri ha ammonito i colleghi a verificare sempre le coperture finanziarie dei provvedimenti che intendono varare.
Ieri sera dall’ordine del giorno del Consiglio dei ministri è infatti scomparso il decreto legge “dignità”, messo a punto dal vicepremier e pluri-ministro Di Maio. Si tratta di un provvedimento piuttosto articolato, che vorrebbe intervenire su molti temi, dalla pubblicità del gioco d’azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l’abolizione di molte misure fiscali di lotta all’evasione e una tassa sulle delocalizzazioni.
Secondo Di Maio, il decreto “sta facendo il giro delle Sette Chiese, tra bollinature e cose che sto scoprendo solo adesso, ma il testo è pronto. Deve essere solo vidimato dai mille e uno organi di questo paese”. Dunque sembrerebbe solo un problema burocratico (ma non ha minacciato interventi in materia...).
La faccenda appare però assai più complessa, sia sul piano economico che politico. Il decreto legge è stato infatti stoppato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria: gli uffici della Ragioneria avrebbero avuto da ridire sulle coperture finanziarie di alcune misure, giudicate insufficienti e inadeguate. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment, un meccanismo tributario mirato a contrastare l’evasione del pagamento dell’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione. Una misura, introdotta nel 2015 dal governo Renzi, che ha indubbiamente complicato la vita dei contribuenti onesti, costretti a gestire problemi di liquidità. Ma lo split payment ha dato buoni risultati sul piano del gettito Iva nel biennio 2015-2016, quantificabile in circa 3,5 miliardi.
Ma non è un mistero che il “decreto Dignità” punterebbe anche a ridurre il grado di flessibilità e precarietà del mercato del Lavoro, né che la Lega pesca molti consensi tra i prenditori delle piccole medie e imprese, spesso sopravvissute alla crisi solo spremendo fino all’osso dipendenti senza più diritti e tutele.
Dunque il sodalizio tra i professori euri-nomani e la Lega avrebbe sostanzialmente congelato il primo provvedimento “sociale” del nuovo governo, pur di non dispiacere i guardiani di Bruxelles che vegliano sul rispetto dei vincoli di bilancio e gli industrialotti leghisti.
Il problema quindi c’è. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo per questo governo.
Fonte
22/06/2018
Austerità & Barbarie: migranti e lavoratori sono sulla stessa barca
La campagna elettorale di M5S e Lega è stata caratterizzata, almeno a parole, da posizioni fortemente critiche verso l’austerità imposta dai trattati europei. I risultati delle elezioni ci hanno consegnato un governo egemonizzato da queste due formazioni politiche. Ma che cosa resta dei bellicosi propositi sbandierati nei mesi precedenti le elezioni e nei concitati giorni della formazione del nuovo Governo?
Per avere un indizio, dobbiamo porci un’ulteriore domanda: per quale ragione Salvini ed il suo codazzo urlante hanno dedicato le ultime settimane a riempire giornali e notiziari con sparate sempre più agghiaccianti, dal rifiuto di accogliere nei porti italiani un barcone con 629 dannati della terra alla proposta di indire un censimento su base etnica di rom, sinti e camminanti, da espellere in un secondo momento non si sa verso dove dato che sono nella pressoché totalità cittadini comunitari? C’è di mezzo sicuramente il razzismo, così come la volontà di continuare la campagna elettorale facendo leva sui più bassi istinti dell’elettorato di riferimento. Ma c’è, soprattutto, anche altro: la Lega ed i 5Stelle hanno un enorme bisogno di creare una cortina di fumo, dietro la quale nascondersi e nascondere il loro immediato ritorno all’ovile del dogma dell’austerità europea, abbinato alle prime tracce di una politica economica smaccatamente dalla parte di una piccolissima minoranza di ricchi e privilegiati. Proviamo ad andare con ordine. Possiamo anche tralasciare gli aspetti più tristi e clowneschi, come il solerte Savona che dal suo buen retiro al Ministero degli Affari Europei abiura ogni cosa che possa avere detto o pensato (o che gli possa essere stata attribuita) affermando a gran voce che “L’euro non solo ha aspetti positivi, ma è anche indispensabile. Non so come dirvelo, non voglio l’uscita dalla moneta unica e non esiste nessun piano B”.
Si può partire dalla celebre flat tax. Di per sé, questa misura rappresenta la cancellazione di ogni pretesa di progressività fiscale. A renderne ancora più esplicita la natura di classe, ha provveduto di recente il cosiddetto ideologo ed ideatore di questo provvedimento, il leghista Armando Siri. Interrogato su come si intende provvedere alla copertura delle minori entrate derivanti da un sostanzioso taglio delle tasse, Siri prontamente risponde che le risorse necessarie verranno reperite tramite un generoso condono fiscale (che nel lessico gialloverde si chiama pace fiscale) abbinato a tagli alle spese per almeno venti miliardi. Tradotto in termini concreti questo vuole dire: si tagliano le tasse, in misura enormemente maggiore ai percettori di redditi alti o molto alti. Allo stesso tempo queste stesse persone hanno l’opportunità di sanare eventuali decenni di evasioni fiscali pagando una mancetta alle casse dell’Erario. In più, per non farsi mancare nulla, una sana dose di austerità. È anche difficile pensare che questa possa essere una sparata di un leghista qualsiasi di seconda fila, perché anche Salvini ha provveduto a sciorinare le stesse cifre (50 miliardi di euro impegnati in contenziosi tra cittadini con poca voglia di pagare le tasse e lo Stato) e ad indicare la medesima via.
Che cosa pensa al riguardo il Ministro dell’Economia Tria? Molto si è detto sul fatto che, fino a non più di un mese fa, il futuro Ministro proponesse di finanziare la flat tax tramite un aumento dell’IVA. La soluzione perfetta per padroni e padroncini: da un lato si tagliano loro le tasse che devono pagare sul reddito. Dall’altro, spostando il carico fiscale dalle imposte dirette alle imposte indirette si rafforza e raddoppia la portata redistributiva, dai poveri ai ricchi, dell’intervento fiscale (vedi per una discussione dettagliata dell’impatto di un aumento dell’IVA). Questa trovata pare momentaneamente passata in secondo piano. Ciò non toglie che Tria – mentre Salvini, Toninelli ed altri cercavano di distogliere la nostra attenzione – si sia premurato di ribadire in maniera chiara, esplicita, che ogni misura di politica economica, flat tax inclusa, si iscriverà in un piano di consolidamento del bilancio dello Stato. Cosa significa concretamente? Che ogni minore entrata (come il taglio delle tasse implicato dalla flat tax) o ogni maggiore spesa (quale potrebbe essere il reddito di cittadinanza) dovrà essere compensata da un taglio di eguale misura della spesa in altri ambiti. Questo perché il rispetto del pareggio di bilancio è la stella polare anche di questo governo, il ricorso alla spesa in deficit è bandito ed ogni misura blandamente espansiva (e per di più ingiusta, come nel caso della flat tax) deve essere accompagnata da una razione eguale e contraria di austerità.
Mentre tutti guardano altrove, il ricatto del debito pubblico continua a mordere. Come Tria ci spiega, “Il consolidamento di bilancio è condizione necessaria per mantenere la fiducia dei mercati finanziari, imprescindibile per tutelare i risparmi italiani e ottenere una crescita stabile”, il debito pubblico deve continuare a scendere, ogni misura sarà coerente con “l’obiettivo di proseguire sulla strada della riduzione del rapporto debito/Pil. È un obiettivo esplicito del governo, su cui ci sono state dichiarazioni chiare del presidente del Consiglio. Non devono esserci dubbi”. Giusto per ribadire, “dobbiamo mantenere un percorso di riduzione del debito e soprattutto evitare l’aumento dell’indebitamento per finanziare spesa corrente”.
È indubbio come tutto questo ci faccia sentire un po’ più giovani. Basta chiudere un attimo gli occhi ed è subito 2007, quando Padoa Schioppa, allora Ministro del Tesoro del governo Prodi, ci ricordava come fosse il debito pubblico ad impedire gli investimenti e che l’austerità fosse la strada maestra verso il futuro. Sembra ieri, ed invece era il 2011, quando Tremonti, Ministro dell’ultimo governo Berlusconi, lanciava “una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese”. Per non parlare di Padoan, le cui posizioni su debito e ruolo dello Stato nell’economia sono completamente sovrapponibili a quelle dell’uomo nuovo Tria.
Se si lascia da parte l’effetto revival, le conclusioni sono ancora una volta drammatiche. Un governo a parole di cambiamento, che ha costruito il suo consenso sulla base di posizioni (fintamente) critiche verso l’austerità europeista ed il paradigma economico che ha strangolato l’economia italiana negli ultimi venti anni, nel momento delle decisioni recita un canovaccio trito e ritrito: pilota automatico per tutto quanto riguarda le politiche economiche, in un quadro di perfetta compatibilità con lo status quo. Il tutto condito da misure, dichiarazioni ed azioni beceramente razziste, funzionali ad individuare nel diverso un capro espiatorio dietro al quale nascondere il proprio servilismo.
La lotta contro i nuovi gestori dell’austerità non sarà facile. Affinché abbia anche una minima possibilità di riuscita, è fondamentale però che non cerchi scorciatoie ed abbia il coraggio di combattere allo stesso tempo i suoi aspetti più vistosi, intessuti di razzismo ed intolleranza, e quelli più subdoli, che si nutrono di provvedimenti economici a favore dei pochi e che hanno la loro cornice naturale nell’architettura europea. I primi sono strettamente funzionali ai secondi e non c’è modo di costruire un’alternativa se entrambi non vengono sconfitti.
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Per avere un indizio, dobbiamo porci un’ulteriore domanda: per quale ragione Salvini ed il suo codazzo urlante hanno dedicato le ultime settimane a riempire giornali e notiziari con sparate sempre più agghiaccianti, dal rifiuto di accogliere nei porti italiani un barcone con 629 dannati della terra alla proposta di indire un censimento su base etnica di rom, sinti e camminanti, da espellere in un secondo momento non si sa verso dove dato che sono nella pressoché totalità cittadini comunitari? C’è di mezzo sicuramente il razzismo, così come la volontà di continuare la campagna elettorale facendo leva sui più bassi istinti dell’elettorato di riferimento. Ma c’è, soprattutto, anche altro: la Lega ed i 5Stelle hanno un enorme bisogno di creare una cortina di fumo, dietro la quale nascondersi e nascondere il loro immediato ritorno all’ovile del dogma dell’austerità europea, abbinato alle prime tracce di una politica economica smaccatamente dalla parte di una piccolissima minoranza di ricchi e privilegiati. Proviamo ad andare con ordine. Possiamo anche tralasciare gli aspetti più tristi e clowneschi, come il solerte Savona che dal suo buen retiro al Ministero degli Affari Europei abiura ogni cosa che possa avere detto o pensato (o che gli possa essere stata attribuita) affermando a gran voce che “L’euro non solo ha aspetti positivi, ma è anche indispensabile. Non so come dirvelo, non voglio l’uscita dalla moneta unica e non esiste nessun piano B”.
Si può partire dalla celebre flat tax. Di per sé, questa misura rappresenta la cancellazione di ogni pretesa di progressività fiscale. A renderne ancora più esplicita la natura di classe, ha provveduto di recente il cosiddetto ideologo ed ideatore di questo provvedimento, il leghista Armando Siri. Interrogato su come si intende provvedere alla copertura delle minori entrate derivanti da un sostanzioso taglio delle tasse, Siri prontamente risponde che le risorse necessarie verranno reperite tramite un generoso condono fiscale (che nel lessico gialloverde si chiama pace fiscale) abbinato a tagli alle spese per almeno venti miliardi. Tradotto in termini concreti questo vuole dire: si tagliano le tasse, in misura enormemente maggiore ai percettori di redditi alti o molto alti. Allo stesso tempo queste stesse persone hanno l’opportunità di sanare eventuali decenni di evasioni fiscali pagando una mancetta alle casse dell’Erario. In più, per non farsi mancare nulla, una sana dose di austerità. È anche difficile pensare che questa possa essere una sparata di un leghista qualsiasi di seconda fila, perché anche Salvini ha provveduto a sciorinare le stesse cifre (50 miliardi di euro impegnati in contenziosi tra cittadini con poca voglia di pagare le tasse e lo Stato) e ad indicare la medesima via.
Che cosa pensa al riguardo il Ministro dell’Economia Tria? Molto si è detto sul fatto che, fino a non più di un mese fa, il futuro Ministro proponesse di finanziare la flat tax tramite un aumento dell’IVA. La soluzione perfetta per padroni e padroncini: da un lato si tagliano loro le tasse che devono pagare sul reddito. Dall’altro, spostando il carico fiscale dalle imposte dirette alle imposte indirette si rafforza e raddoppia la portata redistributiva, dai poveri ai ricchi, dell’intervento fiscale (vedi per una discussione dettagliata dell’impatto di un aumento dell’IVA). Questa trovata pare momentaneamente passata in secondo piano. Ciò non toglie che Tria – mentre Salvini, Toninelli ed altri cercavano di distogliere la nostra attenzione – si sia premurato di ribadire in maniera chiara, esplicita, che ogni misura di politica economica, flat tax inclusa, si iscriverà in un piano di consolidamento del bilancio dello Stato. Cosa significa concretamente? Che ogni minore entrata (come il taglio delle tasse implicato dalla flat tax) o ogni maggiore spesa (quale potrebbe essere il reddito di cittadinanza) dovrà essere compensata da un taglio di eguale misura della spesa in altri ambiti. Questo perché il rispetto del pareggio di bilancio è la stella polare anche di questo governo, il ricorso alla spesa in deficit è bandito ed ogni misura blandamente espansiva (e per di più ingiusta, come nel caso della flat tax) deve essere accompagnata da una razione eguale e contraria di austerità.
Mentre tutti guardano altrove, il ricatto del debito pubblico continua a mordere. Come Tria ci spiega, “Il consolidamento di bilancio è condizione necessaria per mantenere la fiducia dei mercati finanziari, imprescindibile per tutelare i risparmi italiani e ottenere una crescita stabile”, il debito pubblico deve continuare a scendere, ogni misura sarà coerente con “l’obiettivo di proseguire sulla strada della riduzione del rapporto debito/Pil. È un obiettivo esplicito del governo, su cui ci sono state dichiarazioni chiare del presidente del Consiglio. Non devono esserci dubbi”. Giusto per ribadire, “dobbiamo mantenere un percorso di riduzione del debito e soprattutto evitare l’aumento dell’indebitamento per finanziare spesa corrente”.
È indubbio come tutto questo ci faccia sentire un po’ più giovani. Basta chiudere un attimo gli occhi ed è subito 2007, quando Padoa Schioppa, allora Ministro del Tesoro del governo Prodi, ci ricordava come fosse il debito pubblico ad impedire gli investimenti e che l’austerità fosse la strada maestra verso il futuro. Sembra ieri, ed invece era il 2011, quando Tremonti, Ministro dell’ultimo governo Berlusconi, lanciava “una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese”. Per non parlare di Padoan, le cui posizioni su debito e ruolo dello Stato nell’economia sono completamente sovrapponibili a quelle dell’uomo nuovo Tria.
Se si lascia da parte l’effetto revival, le conclusioni sono ancora una volta drammatiche. Un governo a parole di cambiamento, che ha costruito il suo consenso sulla base di posizioni (fintamente) critiche verso l’austerità europeista ed il paradigma economico che ha strangolato l’economia italiana negli ultimi venti anni, nel momento delle decisioni recita un canovaccio trito e ritrito: pilota automatico per tutto quanto riguarda le politiche economiche, in un quadro di perfetta compatibilità con lo status quo. Il tutto condito da misure, dichiarazioni ed azioni beceramente razziste, funzionali ad individuare nel diverso un capro espiatorio dietro al quale nascondere il proprio servilismo.
La lotta contro i nuovi gestori dell’austerità non sarà facile. Affinché abbia anche una minima possibilità di riuscita, è fondamentale però che non cerchi scorciatoie ed abbia il coraggio di combattere allo stesso tempo i suoi aspetti più vistosi, intessuti di razzismo ed intolleranza, e quelli più subdoli, che si nutrono di provvedimenti economici a favore dei pochi e che hanno la loro cornice naturale nell’architettura europea. I primi sono strettamente funzionali ai secondi e non c’è modo di costruire un’alternativa se entrambi non vengono sconfitti.
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