Dopo giorni di tensione altissima, culminati in quello che per gli industriali era una sorta di “tradimento”, il governo ha fatto dietrofront: il tavolo di confronto svoltosi il 31 marzo presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è concluso con il reintegro delle risorse che il decreto Fisco aveva stornato dal piano Transizione 5.0, aumentate tra l’altro di altri 200 milioni.
Da cosa era nato il problema? Dal fatto che c’erano 7.417 imprese rimaste “esodate” dagli incentivi promessi, anche se avevano già speso per investimenti previsti dal piano in digitalizzazione ed efficientamento energetico, confidando nelle rassicurazioni del governo. Tutto era precipitato quando il 27 marzo il Consiglio dei ministri aveva deciso una sforbiciata drastica sugli stanziamenti per i crediti d’imposta, ridotti da 1,3 miliardi a soli 537 milioni.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva giustificato il taglio con il mutato contesto internazionale e la necessità di dirottare fondi verso l’emergenza (energetica in primis) scatenata dall’aggressione all’Iran in Medio Oriente. Ma la spiegazione non aveva convinto Confindustria, che aveva subito alzato la voce contro un esecutivo che, è evidente, è lì per rappresentare gli interessi delle imprese.
L’incontro svoltosi tra il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo e i vertici delle associazioni datoriali ha subito ricomposto la frattura. Non solo vengono ripristinati i fondi previsti in manovra, ma vi si aggiungono ulteriori 200 milioni di euro, per un totale di 1,5 miliardi di nuova dotazione.
Grazie a questi fondi, le imprese potranno recuperare il 90% del credito d’imposta richiesto per i beni strumentali e il 100% per quanto riguarda gli impianti a fonti rinnovabili e la formazione, inizialmente esclusi dal decreto Fisco. È stato inoltre rimosso il vincolo che limitava gli incentivi ai soli prodotti made in Europe, ampliando la platea dei beni acquistabili.
Il governo, dunque, ha giocato al rialzo per ammansire i propri settori sociali di riferimento. Sommando la “vecchia” Transizione 5.0 (ora rifinanziata a 4,25 miliardi totali) e la nuova versione basata sull’iperammortamento per il triennio 2026-2028 (dotata di circa 9,8 miliardi), il pacchetto complessivo per le imprese raggiunge la cifra di 14 miliardi di euro.
Il viceministro Leo ha inoltre assicurato tempi brevi per i decreti attuativi, e intanto i vertici di Confindustria e Assolombarda applaudono. Resta però l’incognita del futuro. L’intero sistema industriale si deve confrontare con il pericolo di shock economico derivante dai prezzi dell’energia, e dall’insicurezza che provoca la guerra sia nei consumi sia negli investimenti.
Non si può, però, fare finta di niente di fronte alla doppia responsabilità di governo e imprese. Queste ultime continuano a drenare sussidi su sussidi, mentre i salari sono fermi da trent’anni. Eppure, la crescita economica raggiunge i pochi decimi di punto. La ricchezza ha visto una forte concentrazione verso poche mani. Insomma, l’imprenditoria italiana non solo è fallimentare, ma è anche parassitaria.
C’è poi l’esecutivo Meloni che continua a modificare le regole in corsa, e che inoltre segue ossequiosamente le imposizioni della gabbia creata dai trattati europei. In sostanza, si prepara a fare ulteriori regali ai padroni d’azienda, tagliando ulteriori servizi pubblici. Da decenni è tutta la classe dirigente che rimane a galla strozzando i lavoratori, senza nemmeno offrire una programmazione industriale al passo con i tempi. Di fronte alla crisi strutturale che viviamo, allora, appare chiaro che serve un’alternativa sistemica.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Imprese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Imprese. Mostra tutti i post
03/04/2026
06/02/2026
Migliaia di sconosciuti dal fisco, le tasse le pagano solo salari e pensioni
Per essere una novità non è che sia un granchè ma fa sempre un certo effetto – oltre che a far incazzare – il fatto che nel nostro paese ci siano oltre 200mila evasori totali tra persone fisiche e imprese. Tra questi risultano un bel po’ di “distratti” e alcuni che non hanno neanche presentato la dichiarazione. Poi ce ne sono altri che risultano addirittura totalmente sconosciuti al fisco.
A disegnare il quadro è stato il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone nel corso del suo intervento a Telefisco 2026, dove si è concentrato sul fenomeno dell’evasione fiscale e sui risultati raggiunti nel corso del 2025.
Tra le modalità dell’evasione fiscale spicca quella dell’Iva portata in detrazione in una quota superiore a quella che emerge dalle fatture. Poi ci sono i ricavi risultanti da fatture e corrispettivi superiori al volume d’affari dichiarato, dunque stiamo parlando del mondo delle imprese, quelle che vivono in permanente modalità chiagne e fotte.
L’Agenzia delle Entrate ha analizzato oltre 17 milioni di posizioni controllate e poi ne ha selezionate alcune da sottoporre a una verifica più approfondita. Questo lavoro ha portato a scoprire l’anno scorso oltre 200 mila evasori totali, fra persone fisiche e imprese.
Secondo il direttore dell’Agenzia il 57% di questi evasori totali (circa 116mila persone) ha ritenuto di non presentare proprio la dichiarazione pur avendo redditi da dichiarare. L’altro 43% (circa 86mila soggetti) risultavano invece del tutto sconosciuti al fisco, nel senso che svolgevano le loro attività completamente in nero.
Stando agli ultimi dati resi noti da Bankitalia, negli ultimi anni si è registrata una riduzione dell’evasione fiscale, sia in valore assoluto sia in termini percentuali. Essa era intorno ai 100 miliardi nel 2017 e ha subito una contrazione nell’ordine di 25 miliardi. Anche in termini relativi, la propensione all’evasione è scesa di quasi 6 punti percentuali. Il calo è dovuto sia al rafforzamento dei controlli sia all’impulso delle innovazioni digitali come la fatturazione elettronica.
Il 58% dei mancati adempimenti fiscali si concentra tra Centro e Sud Italia, per un valore di circa 739 miliardi di euro dal 2000 al 2024, in termini assoluti è la Lombardia a presentare la maggiore quota di imposte non riscosse a causa della presenza di numerose imprese.
I dati dimostrano infatti che la maggior parte delle somme non riscosse dallo Stato è ascrivibile alle società di capitali, alle Spa, Srl, ai consorzi e cooperative, responsabili di oltre il 64% del totale dell’arretrato fiscale, con circa 822 miliardi di euro non versati dal 2000 a inizio 2025.
Seguono poi le persone fisiche senza attività economica (23,5%) e le categorie di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi (12,2%)
L’evasione fiscale più frequente è riconducibile a pratiche come la falsa dichiarazione dei redditi, l’omessa fatturazione, il trasferimento fittizio di residenza all’estero, e il ricorso ai crediti d’imposta inesistenti.
C’è poi il fenomeno della cosiddetta “evasione con consenso”, ossia l’accordo implicito tra fornitore e cliente per non emettere fattura o scontrino, che è presente soprattutto nel tessuto delle piccole attività professionali e commerciali.
Tra le tasse più evase spicca certamente l’Irpef dei lavoratori autonomi, che si attesta come l’imposta su cui si registra il maggior deficit, con un tax gap che nel 2021 ha toccato il 66,8%. Ciò significa che due terzi dell’Irpef dovuta da lavoratori autonomi e imprese individuali non viene versata, per un valore superiore ai 29 miliardi di euro.
Subito dopo viene l’IVA, che rappresenta il secondo tributo per entità evasa, con quasi 18 miliardi di euro mancanti, pari a quasi il 14% del teorico dovuto.
Ci sono poi le tasse locali sugli immobili (IMU) e sui servizi (TARI), che hanno una quota evasa media del 21,4%. Questi tributi restano pesantemente esposti all’insolvenza, specie nei casi delle cosiddette “case fantasma”.
Infine c’è l’Ires per le persone giuridiche (le imprese) e i contributi previdenziali, il cui mancato pagamento penalizza gravemente il finanziamento dei sistemi assistenziali.
A far incazzare rimane il dato per cui il reddito totale dichiarato ai fini del pagamento dell’Irpef è stato di circa 1.028 miliardi di euro, ma di questo, l’84% circa (863 miliardi) riguarda i redditi da lavoro dipendente e da pensione. Ciò significa che imprenditori e lavoratori autonomi hanno dichiarato, complessivamente, soltanto 165 miliardi circa.
Volendo fare un esempio, si calcola che su un reddito annuo di 35.000 euro nel 2025, un lavoratore dipendente ha versato 6.898 euro di imposta, un pensionato 8.413 euro, mentre un autonomo che usufruisce della flat tax ne ha pagati solo 4.095. Peggio ancora, chi percepisce rendite finanziarie si ferma a 4.375 euro.
Eppure lo stesso Ministero Economia e Finanze fa sapere che il reddito medio più elevato rimane quello da lavoro autonomo, pari a 70.360 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è di 29.250 euro. Ma è stato così da sempre.
Lavoratori dipendenti e pensionati – il cui reddito medio è indicato dalle statistiche in 23.290 euro per i lavoratori dipendenti e in 21.260 per i pensionati – non possono sottrarsi al pagamento delle tasse poiché queste sono trattenute al momento del pagamento della retribuzione o della pensione.
A lavoratori e pensionati inoltre non sono concessi i benefici che le nuove leggi varate dal governo riconoscono a lavoratori autonomi e imprenditori, cioè il ricorso alla flat tax, la cosiddetta “tassa piatta”. Si tratta dell’applicazione sul reddito di un’aliquota fissa del 15% – dal 2025 applicabile sui redditi fino a 85 mila euro – anziché di 3 aliquote (23, 35 e 43%) a seconda dell’ammontare del reddito che, invece, si abbatte implacabilmente e sistematicamente sui salari e le pensioni.
Fonte
A disegnare il quadro è stato il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone nel corso del suo intervento a Telefisco 2026, dove si è concentrato sul fenomeno dell’evasione fiscale e sui risultati raggiunti nel corso del 2025.
Tra le modalità dell’evasione fiscale spicca quella dell’Iva portata in detrazione in una quota superiore a quella che emerge dalle fatture. Poi ci sono i ricavi risultanti da fatture e corrispettivi superiori al volume d’affari dichiarato, dunque stiamo parlando del mondo delle imprese, quelle che vivono in permanente modalità chiagne e fotte.
L’Agenzia delle Entrate ha analizzato oltre 17 milioni di posizioni controllate e poi ne ha selezionate alcune da sottoporre a una verifica più approfondita. Questo lavoro ha portato a scoprire l’anno scorso oltre 200 mila evasori totali, fra persone fisiche e imprese.
Secondo il direttore dell’Agenzia il 57% di questi evasori totali (circa 116mila persone) ha ritenuto di non presentare proprio la dichiarazione pur avendo redditi da dichiarare. L’altro 43% (circa 86mila soggetti) risultavano invece del tutto sconosciuti al fisco, nel senso che svolgevano le loro attività completamente in nero.
Stando agli ultimi dati resi noti da Bankitalia, negli ultimi anni si è registrata una riduzione dell’evasione fiscale, sia in valore assoluto sia in termini percentuali. Essa era intorno ai 100 miliardi nel 2017 e ha subito una contrazione nell’ordine di 25 miliardi. Anche in termini relativi, la propensione all’evasione è scesa di quasi 6 punti percentuali. Il calo è dovuto sia al rafforzamento dei controlli sia all’impulso delle innovazioni digitali come la fatturazione elettronica.
Il 58% dei mancati adempimenti fiscali si concentra tra Centro e Sud Italia, per un valore di circa 739 miliardi di euro dal 2000 al 2024, in termini assoluti è la Lombardia a presentare la maggiore quota di imposte non riscosse a causa della presenza di numerose imprese.
I dati dimostrano infatti che la maggior parte delle somme non riscosse dallo Stato è ascrivibile alle società di capitali, alle Spa, Srl, ai consorzi e cooperative, responsabili di oltre il 64% del totale dell’arretrato fiscale, con circa 822 miliardi di euro non versati dal 2000 a inizio 2025.
Seguono poi le persone fisiche senza attività economica (23,5%) e le categorie di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi (12,2%)
L’evasione fiscale più frequente è riconducibile a pratiche come la falsa dichiarazione dei redditi, l’omessa fatturazione, il trasferimento fittizio di residenza all’estero, e il ricorso ai crediti d’imposta inesistenti.
C’è poi il fenomeno della cosiddetta “evasione con consenso”, ossia l’accordo implicito tra fornitore e cliente per non emettere fattura o scontrino, che è presente soprattutto nel tessuto delle piccole attività professionali e commerciali.
Tra le tasse più evase spicca certamente l’Irpef dei lavoratori autonomi, che si attesta come l’imposta su cui si registra il maggior deficit, con un tax gap che nel 2021 ha toccato il 66,8%. Ciò significa che due terzi dell’Irpef dovuta da lavoratori autonomi e imprese individuali non viene versata, per un valore superiore ai 29 miliardi di euro.
Subito dopo viene l’IVA, che rappresenta il secondo tributo per entità evasa, con quasi 18 miliardi di euro mancanti, pari a quasi il 14% del teorico dovuto.
Ci sono poi le tasse locali sugli immobili (IMU) e sui servizi (TARI), che hanno una quota evasa media del 21,4%. Questi tributi restano pesantemente esposti all’insolvenza, specie nei casi delle cosiddette “case fantasma”.
Infine c’è l’Ires per le persone giuridiche (le imprese) e i contributi previdenziali, il cui mancato pagamento penalizza gravemente il finanziamento dei sistemi assistenziali.
A far incazzare rimane il dato per cui il reddito totale dichiarato ai fini del pagamento dell’Irpef è stato di circa 1.028 miliardi di euro, ma di questo, l’84% circa (863 miliardi) riguarda i redditi da lavoro dipendente e da pensione. Ciò significa che imprenditori e lavoratori autonomi hanno dichiarato, complessivamente, soltanto 165 miliardi circa.
Volendo fare un esempio, si calcola che su un reddito annuo di 35.000 euro nel 2025, un lavoratore dipendente ha versato 6.898 euro di imposta, un pensionato 8.413 euro, mentre un autonomo che usufruisce della flat tax ne ha pagati solo 4.095. Peggio ancora, chi percepisce rendite finanziarie si ferma a 4.375 euro.
Eppure lo stesso Ministero Economia e Finanze fa sapere che il reddito medio più elevato rimane quello da lavoro autonomo, pari a 70.360 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è di 29.250 euro. Ma è stato così da sempre.
Lavoratori dipendenti e pensionati – il cui reddito medio è indicato dalle statistiche in 23.290 euro per i lavoratori dipendenti e in 21.260 per i pensionati – non possono sottrarsi al pagamento delle tasse poiché queste sono trattenute al momento del pagamento della retribuzione o della pensione.
A lavoratori e pensionati inoltre non sono concessi i benefici che le nuove leggi varate dal governo riconoscono a lavoratori autonomi e imprenditori, cioè il ricorso alla flat tax, la cosiddetta “tassa piatta”. Si tratta dell’applicazione sul reddito di un’aliquota fissa del 15% – dal 2025 applicabile sui redditi fino a 85 mila euro – anziché di 3 aliquote (23, 35 e 43%) a seconda dell’ammontare del reddito che, invece, si abbatte implacabilmente e sistematicamente sui salari e le pensioni.
Fonte
03/07/2025
Meno soldi alle famiglie in difficoltà, tanti sconti alle imprese. Ecco l’Inps della destra al governo
L’Inps rivela che nel 2024 sono stati erogati 4,4 miliardi per l’assegno d’inclusione sociale, 260 milioni per il Supporto formazione lavoro e solo 30 milioni destinati ai residui del Reddito di cittadinanza. Si tratta di circa 4,7 miliardi contro i 6,6 miliardi che venivano erogati sullo stesso capitolo di spesa nel 2023. In soldoni sono quasi 2 miliardi in meno.
Non solo. Le spese per l’inclusione sociale sono rimaste sostanzialmente invariate (- 0,1 miliardi) ma, ha osservato il Consiglio di Vigilanza dell’Inps, “con un rilevante calo delle prestazioni di contrasto alla povertà (-1,9 miliardi sul 2023 e -3,3 miliardi nel biennio) e un aumento delle prestazioni per le pensioni assistenziali (+1,8 miliardi)”.
A salire in modo significativo sono state invece le erogazioni alle imprese per sgravi contributivi, “sottocontribuzioni” e agevolazioni per l’occupazione, che nel 2024 sono arrivate a 42,428 miliardi, con un incremento del 34% sul 2023. In sostanza i prenditori hanno potuto risparmiare 42 miliardi di contributi previdenziali a vario titolo.
L’Inps ha registrato lo scorso anno 284.047 milioni di entrate contributive (+5,5%) e 180.740 milioni di trasferimenti correnti da parte dello Stato. Nel complesso le uscite per prestazioni istituzionali hanno raggiunto i 417.408 milioni.
I dati emergono dal Rendiconto generale 2024 dell’Inps, approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Istituto. Un Rendiconto che presenta un saldo della gestione finanziaria di competenza di 15 miliardi, un risultato economico di esercizio positivo per 1,02 miliardi, e un avanzo patrimoniale netto lievitato da 29,78 a 35,31 miliardi.
Quando qualcuno afferma che le linee di indirizzo e le scelte materiali del governo in carica sono penalizzanti per i settori sociali deboli e privilegianti per quelli forti ha ragioni da vendere, e i dati dell’Inps lo dimostrano.
Fonte
Non solo. Le spese per l’inclusione sociale sono rimaste sostanzialmente invariate (- 0,1 miliardi) ma, ha osservato il Consiglio di Vigilanza dell’Inps, “con un rilevante calo delle prestazioni di contrasto alla povertà (-1,9 miliardi sul 2023 e -3,3 miliardi nel biennio) e un aumento delle prestazioni per le pensioni assistenziali (+1,8 miliardi)”.
A salire in modo significativo sono state invece le erogazioni alle imprese per sgravi contributivi, “sottocontribuzioni” e agevolazioni per l’occupazione, che nel 2024 sono arrivate a 42,428 miliardi, con un incremento del 34% sul 2023. In sostanza i prenditori hanno potuto risparmiare 42 miliardi di contributi previdenziali a vario titolo.
L’Inps ha registrato lo scorso anno 284.047 milioni di entrate contributive (+5,5%) e 180.740 milioni di trasferimenti correnti da parte dello Stato. Nel complesso le uscite per prestazioni istituzionali hanno raggiunto i 417.408 milioni.
I dati emergono dal Rendiconto generale 2024 dell’Inps, approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Istituto. Un Rendiconto che presenta un saldo della gestione finanziaria di competenza di 15 miliardi, un risultato economico di esercizio positivo per 1,02 miliardi, e un avanzo patrimoniale netto lievitato da 29,78 a 35,31 miliardi.
Quando qualcuno afferma che le linee di indirizzo e le scelte materiali del governo in carica sono penalizzanti per i settori sociali deboli e privilegianti per quelli forti ha ragioni da vendere, e i dati dell’Inps lo dimostrano.
Fonte
20/12/2022
Un’illusione ottica chiamata PNRR
Il PNRR non può essere la panacea di tutti i mali, perché è calato dall’alto e quindi non impatta su benessere e disuguaglianze del paese. Si muove su una linea di governance generalizzata che non riesce a tenere conto delle contraddizioni che agiscono sulla diversità dei territori, sia dal punto di vista delle condizioni socio-demografiche, sia delle peculiarità socioeconomiche.
Non si tratta solo dell’atavica differenza tra Nord e Sud del paese, ma anche della forza con cui gruppi di pressione oligarchici e lobbisti possono influenzare l’erogazione dei finanziamenti e dunque le scelte strategiche.
In senso più generale, se le decisioni vengono dall’alto delle istituzioni politiche, senza il coinvolgimento diretto delle istituzioni locali, dell’associazionismo di base il PNRR diventa niente altro che una pompata di capitali a beneficio di imprenditori privati, favoriti dalle istituzioni politiche.
“Solo la partecipazione attiva dei cittadini permette di raccogliere l’ingente quantità di conoscenza dispersa sui territori – anche attraverso un dibattito acceso, ma informato ed equilibrato – metterla a fattor comune per disegnare politiche efficaci e propriamente democratiche”, scrivono Alessandra Faggian e Gloria Cicerone, rispettivamente direttrice e Ricercatrice del Gssi, Scienze sociali del Gran Sasso Science Istitute (gssi.it), in un importante contributo di analisi sul PNRR pubblicato su Avvenire.
La questione è nelle pari opportunità territoriali, che per altro sono già state gravemente messe in discussione, col rischio di negarne legittimità, dal nuovo governo che spinge per la cosiddetta “autonomia differenziata” con tutte le conseguenze sulla diseguaglianza tra Nord e Sud.
La fretta e l’affanno di raggiungere gli obiettivi fissati dal Recovery and Resilience Plan hanno messo in mora la partecipazione attiva dei cittadini, che in definitiva dovrebbero essere i destinatari finali degli investimenti.
La questione si è invece arrotolata su se stessa, diventando una semplice fattore contabile: ci si è concentrati a essere ammessi ai finanziamenti e non su come, per chi, per cosa e dove investirli. Perché i consigli di fabbrica, i comitati di quartiere, le associazioni della società civile sono stati esclusi dal coinvolgimento nelle decisioni?
Questa prassi verticistica, che considera la democrazia di base come una perdita di tempo, è il vero problema del PNRR. “Correggere la rotta è difficile. Le criticità e le fragilità emerse nella fase di progettazione dei piani possono però fare da monito nella fase d’implementazione, la quale necessita di un monitoraggio costante e continuo delle implicazioni delle misure a livello territoriale e sociale”, sottolinea Faggian “un auspicato processo di miglioramento dell’assetto di governance multilivello, al fine di consentire, nella fase di attuazione, un’adeguata e reale divisione dei compiti tra autorità comunitarie, nazionali, e locali, che possa curvare davvero le politiche ordinarie alle esigenze dei territori.”
Sperare che le somme del PNRR ci salveranno dai morsi del crisi è un’illusione ottica. Una cosa è certa. Disinteressarsi della questione di come verranno utilizzati e per cosa gli investimenti pubblici finanziati dal PNRR può diventare un errore politico.
Al contrario, rivendicare un ruolo nelle decisioni che coinvolgono le comunità e influenzano la coesione sociale, coinvolgendo le forze che organizzano i lavoratori, gli studenti, le donne, gli ambientalisti, le famiglie a basso reddito è un terreno sul quale sarebbe utile misurarsi, per creare la consapevolezza che forme di controllo e contropotere sono giuste e possibili.
Fonte
Non si tratta solo dell’atavica differenza tra Nord e Sud del paese, ma anche della forza con cui gruppi di pressione oligarchici e lobbisti possono influenzare l’erogazione dei finanziamenti e dunque le scelte strategiche.
In senso più generale, se le decisioni vengono dall’alto delle istituzioni politiche, senza il coinvolgimento diretto delle istituzioni locali, dell’associazionismo di base il PNRR diventa niente altro che una pompata di capitali a beneficio di imprenditori privati, favoriti dalle istituzioni politiche.
“Solo la partecipazione attiva dei cittadini permette di raccogliere l’ingente quantità di conoscenza dispersa sui territori – anche attraverso un dibattito acceso, ma informato ed equilibrato – metterla a fattor comune per disegnare politiche efficaci e propriamente democratiche”, scrivono Alessandra Faggian e Gloria Cicerone, rispettivamente direttrice e Ricercatrice del Gssi, Scienze sociali del Gran Sasso Science Istitute (gssi.it), in un importante contributo di analisi sul PNRR pubblicato su Avvenire.
La questione è nelle pari opportunità territoriali, che per altro sono già state gravemente messe in discussione, col rischio di negarne legittimità, dal nuovo governo che spinge per la cosiddetta “autonomia differenziata” con tutte le conseguenze sulla diseguaglianza tra Nord e Sud.
La fretta e l’affanno di raggiungere gli obiettivi fissati dal Recovery and Resilience Plan hanno messo in mora la partecipazione attiva dei cittadini, che in definitiva dovrebbero essere i destinatari finali degli investimenti.
La questione si è invece arrotolata su se stessa, diventando una semplice fattore contabile: ci si è concentrati a essere ammessi ai finanziamenti e non su come, per chi, per cosa e dove investirli. Perché i consigli di fabbrica, i comitati di quartiere, le associazioni della società civile sono stati esclusi dal coinvolgimento nelle decisioni?
Questa prassi verticistica, che considera la democrazia di base come una perdita di tempo, è il vero problema del PNRR. “Correggere la rotta è difficile. Le criticità e le fragilità emerse nella fase di progettazione dei piani possono però fare da monito nella fase d’implementazione, la quale necessita di un monitoraggio costante e continuo delle implicazioni delle misure a livello territoriale e sociale”, sottolinea Faggian “un auspicato processo di miglioramento dell’assetto di governance multilivello, al fine di consentire, nella fase di attuazione, un’adeguata e reale divisione dei compiti tra autorità comunitarie, nazionali, e locali, che possa curvare davvero le politiche ordinarie alle esigenze dei territori.”
Sperare che le somme del PNRR ci salveranno dai morsi del crisi è un’illusione ottica. Una cosa è certa. Disinteressarsi della questione di come verranno utilizzati e per cosa gli investimenti pubblici finanziati dal PNRR può diventare un errore politico.
Al contrario, rivendicare un ruolo nelle decisioni che coinvolgono le comunità e influenzano la coesione sociale, coinvolgendo le forze che organizzano i lavoratori, gli studenti, le donne, gli ambientalisti, le famiglie a basso reddito è un terreno sul quale sarebbe utile misurarsi, per creare la consapevolezza che forme di controllo e contropotere sono giuste e possibili.
Fonte
22/04/2022
Le imprese italiane non se ne vanno dalla Russia, nonostante le sanzioni
Sette imprese italiane su dieci non lasciano la Russia. Delle circa 480 imprese italiane che svolgono attività in Russia, il 69% (contro il 42% delle corrispettive del resto del mondo) non ha abbandonato il Paese continuando a esercitare la propria attività (36% contro il 21% mondo), prendendo tempo, rinviando investimenti, ma seguitando a fare affari (20% contro 12%), oppure ridimensionando i collocamenti e riducendo al minimo le operazioni commerciali (13% contro 9%).
A riferirlo è l’agenzia economica Teleborsa citando i dati di uno studio internazionale, che ha monitorato le risposte di oltre 1.000 aziende e li ha rielaborati – relativamente alla situazione delle Imprese italiane – sulla base dei dati forniti dalla Livolsi & Partners, rappresentante esclusivo in Italia della Zona economica speciale (ZES) di Stupino, vicino a Mosca, e in Cina dell’Associazione degli industriali della regione di Zhejiang e del Parco Industriale sino-italiano di Deqing.
In Russia sono in attività circa 480 imprese italiane, per un export di circa 8 miliardi di euro. L’Italia è il settimo Paese fornitore della Russia per una quota di mercato del 4,1%, mentre quella russa è la quattordicesima piazza di destinazione del nostro export, pari all’1,5% del valore nazionale. Quasi 30 aziende, equivalenti al 6% del totale, sono presenti con impianti produttivi stabili: Todini Costruzioni, Barilla, Pirelli, Marcegaglia, Leonardo, Tecnimont, Coeclerici, Costa Crociere, Brembo, Enel, Eni, Danieli, Parmalat, Mapei, Menarini, Salini, Perfetti, Angelini, Alfasigma, Chiesi, Kedrion, Italfarmaco, Recordati, Zambon, Dompé.
Tra le medie e piccole, sono censite nel settore produttivo circa 150 imprese (31% del totale), sul posto con cooperazioni produttive o attraverso joint venture, in quello commerciale circa 300 imprese con uffici di rappresentanza, corrispondenti al 62% delle imprese complessive.
Nonostante le sanzioni economiche messe in atto dalle potenze occidentali (USA, UE e Gran Bretagna) e le controsanzioni della Russia, le imprese italiane (escludendo quelle operanti nel settore energetico e dei servizi come Eni o Assicurazioni Generali) che hanno deciso di rimanere in Russia, secondo TeleBorsa, evidenziano quattro tipologie di permanenza e una di chiusura:
1 – imprese che continuano la loro attività (36% rispetto al 21% del resto del mondo);
2 – imprese che prendono tempo, rinviano l’investimento, ma seguitano a fare affari (20% italiane, 12% mondo);
3 – imprese che ridimensionano gli impieghi e riducono al minimo le operazioni commerciali (13% e 9%);
4 – imprese che limitano la maggior parte delle mansioni valutando quando riprendere (16% e 31%);
5 – imprese che bloccano tutte le attività ed escono dal mercato (13% contro 26% mondo).
Nel primo trimestre 2022 rispetto a quello del 2021, la guerra in corso in Ucraina ha determinato una diminuzione dell’export tra Italia e Russia di circa il 30%, per una perdita di quasi 2 miliardi di euro.
Fonte
A riferirlo è l’agenzia economica Teleborsa citando i dati di uno studio internazionale, che ha monitorato le risposte di oltre 1.000 aziende e li ha rielaborati – relativamente alla situazione delle Imprese italiane – sulla base dei dati forniti dalla Livolsi & Partners, rappresentante esclusivo in Italia della Zona economica speciale (ZES) di Stupino, vicino a Mosca, e in Cina dell’Associazione degli industriali della regione di Zhejiang e del Parco Industriale sino-italiano di Deqing.
In Russia sono in attività circa 480 imprese italiane, per un export di circa 8 miliardi di euro. L’Italia è il settimo Paese fornitore della Russia per una quota di mercato del 4,1%, mentre quella russa è la quattordicesima piazza di destinazione del nostro export, pari all’1,5% del valore nazionale. Quasi 30 aziende, equivalenti al 6% del totale, sono presenti con impianti produttivi stabili: Todini Costruzioni, Barilla, Pirelli, Marcegaglia, Leonardo, Tecnimont, Coeclerici, Costa Crociere, Brembo, Enel, Eni, Danieli, Parmalat, Mapei, Menarini, Salini, Perfetti, Angelini, Alfasigma, Chiesi, Kedrion, Italfarmaco, Recordati, Zambon, Dompé.
Tra le medie e piccole, sono censite nel settore produttivo circa 150 imprese (31% del totale), sul posto con cooperazioni produttive o attraverso joint venture, in quello commerciale circa 300 imprese con uffici di rappresentanza, corrispondenti al 62% delle imprese complessive.
Nonostante le sanzioni economiche messe in atto dalle potenze occidentali (USA, UE e Gran Bretagna) e le controsanzioni della Russia, le imprese italiane (escludendo quelle operanti nel settore energetico e dei servizi come Eni o Assicurazioni Generali) che hanno deciso di rimanere in Russia, secondo TeleBorsa, evidenziano quattro tipologie di permanenza e una di chiusura:
1 – imprese che continuano la loro attività (36% rispetto al 21% del resto del mondo);
2 – imprese che prendono tempo, rinviano l’investimento, ma seguitano a fare affari (20% italiane, 12% mondo);
3 – imprese che ridimensionano gli impieghi e riducono al minimo le operazioni commerciali (13% e 9%);
4 – imprese che limitano la maggior parte delle mansioni valutando quando riprendere (16% e 31%);
5 – imprese che bloccano tutte le attività ed escono dal mercato (13% contro 26% mondo).
Nel primo trimestre 2022 rispetto a quello del 2021, la guerra in corso in Ucraina ha determinato una diminuzione dell’export tra Italia e Russia di circa il 30%, per una perdita di quasi 2 miliardi di euro.
Fonte
29/12/2020
I finti tonti della Confcommercio abbaiano alla Luna
Se l’apparizione di un virus ha risvegliato gli spiriti animali dei sostenitori dell’eugenetica sociale (i più deboli muoiano, gli altri vadano avanti), le conseguenze della pandemia ne hanno palesati altrettanti nella eugenetica economica, che viene più spesso indicata come concorrenza o competitività tra i soggetti economici.
Come una gigantesca mannaia, il combinato disposto tra la recessione pre-esistente al Covid e la crisi pandemica, si è abbattuto sul tessuto polverizzato delle piccole e micro-imprese che caratterizzano il modello italiano, un tessuto e un modello spesso indicato come “intralcio” alla centralizzazione e alla modernizzazione capitalista nel nostro paese.
A sancire questo drammatico cambiamento di scenario è la stima elaborata dall’Ufficio Studi della Confcommercio, secondo il quale il 2020 si chiuderà con oltre 300mila imprese in meno rispetto all’anno precedente, sulla base del rapporto tra imprese del commercio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, che hanno aperto e chiuso i battenti. L’80% a causa del Covid, stima la Confcommercio.
Le conseguenze del Covid si sono infatti combinate con il crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro rispetto al 2019), e questo porta a stimare per il 2020 la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, una mortalità non compensata dalle 85mila nuove aperture di attività commerciali e nei servizi.
La riduzione del tessuto in questi settori ammonterebbe così a quasi 305mila imprese (-11,3%). Di queste, 240mila, esclusivamente a causa della pandemia.
Delle 240mila imprese “sparite” dal mercato a causa della pandemia, secondo l’Ufficio Studi Confcommercio, almeno 225mila sono andate perdute per un eccesso di mortalità e 15mila per un deficit di natalità. Una riduzione del tessuto produttivo che risulta particolarmente accentuata tra i servizi di mercato, che si riducono del 13,8% rispetto al 2019, mentre nel commercio rimane più contenuta, ma comunque elevata, e pari all’8,3%. Tra i settori più colpiti, nell’ambito del commercio risultano quelli dell’abbigliamento e calzature (-17,1%), ambulanti (-11,8%) e distributori di carburante (-10,1%). Nei servizi di mercato le maggiori perdite di imprese si registrano, invece, per agenzie di viaggio (-21,7%), bar e ristoranti (-14,4%) e trasporti (-14,2%).
Infine, c’è poi tutta la filiera del tempo libero che, tra attività artistiche, sportive e di intrattenimento, fa registrare complessivamente un vero e proprio crollo con la sparizione di un’impresa su tre.
Alla perdita di imprese, sottolinea Confcommercio, va poi aggiunta anche quella relativa ai lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Si stima la chiusura per circa 200mila professionisti tra ordinistici e non ordinistici, operanti nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi, attività artistiche, di intrattenimento e divertimento e altro.
Ma questa brutale selezione nel mondo delle imprese è stata tutta colpa della pandemia e dei lockdown? No, il processo era in corso da tempo e con risultati pesanti. Lo dimostra il grafico qui sotto.
È importante mettere a confronto i dati del 2020 con quelli forniti da Unioncamere nel 2019, cioè prima della pandemia di Covid 19.
Nel 2019, infatti, erano state aperte 353.052 imprese, circa 5mila in più rispetto al 2018. A fronte di queste, però, ben 326.423 avevano chiuso i battenti nello stesso periodo, 10mila in più rispetto al 2018.
Il risultato di queste due dinamiche aveva consegnato, a fine 2019, un saldo positivo tra chiusure e aperture per 26.629 imprese, ma che era il saldo minore degli ultimi 5 anni.
A fine dicembre 2019, lo stock complessivo delle imprese esistenti in Italia ammontava a 6.091.971 unità.
Già in quello scenario, il presidente di Uniocamere Carlo Sangalli affermava che: “Si accentua nel 2019 il turnover delle nostre imprese. Le incertezze del contesto internazionale si fanno sentire soprattutto in quei settori più esposti alla concorrenza dei mercati, come la manifattura. Anche il commercio mostra un calo, mentre la capacità attrattiva del nostro Paese alimenta l’industria del turismo, che continua a crescere, così come in aumento sono le attività professionali e i servizi alle imprese”. E poi aggiungeva la dichiarazione di rito secondo cui occorre continuare a lavorare al fianco delle imprese “per far crescere la loro competitività”.
Nel 2019 a guadagnare terreno erano stati i settori dei servizi legati al turismo (8.211 imprese in più per l’alloggio e la ristorazione), le attività professionali (+6.663), i servizi alle imprese (+6.319) e – sulla scia del basso costo dei mutui e degli incentivi al recupero edilizio ed energetico – le attività immobiliari (+4.663) e le costruzioni (+3.258). Nel 2019 erano invece già ed ulteriormente in caduta le imprese dell’industria manifatturiera (-4.107 imprese), quelle del commercio (-12.264) e dell’agricoltura (-7.432).
Balza agli occhi come la pandemia di Covid abbia colpito soprattutto un settore che si stava riprendendo come quello del turismo e della ristorazione.
Ma qui occorre separare le responsabilità tra un dato oggettivo (una pandemia che ha tenuto a casa i turisti in tutto il mondo) e le misure per contrastarla che hanno visto chiusure delle attività imposte dal governo. Infine, come abbiamo visto dal grafico, occorre tenere conto di tutto il processo in corso dalla crisi del 2007 e dalla recessione che ne è derivata. A ben vedere sono tre piani assai diversi tra loro.
Il primo e il terzo sono pienamente imputabili a quella “mano invisibile del mercato” e quindi della concorrenza e competitività che gli ideologi del capitalismo concepiscono e impongono come inevitabile, ineluttabile, anzi salutare. È sufficiente segnalare la totale omertà sui costi e il regime liberalizzato degli affitti privati che ha messo in ginocchio moltissime attività ancora prima della pandemia di Covid e dei lockdown. Solo il secondo è imputabile alle decisione governative che hanno portato a chiusure e riduzioni d’orario in nome della salute pubblica.
Ma su questa precisa scansione di responsabilità ci sono troppi finti tonti come Confcommercio e Confindustria che, come al solito, battono solo sulla responsabilità politica e pubblica mentre negano le conseguenze dell’eugenetica economica nel mondo delle imprese connaturata alla logica della prevalenza del privato rispetto al pubblico.
Fonte
Come una gigantesca mannaia, il combinato disposto tra la recessione pre-esistente al Covid e la crisi pandemica, si è abbattuto sul tessuto polverizzato delle piccole e micro-imprese che caratterizzano il modello italiano, un tessuto e un modello spesso indicato come “intralcio” alla centralizzazione e alla modernizzazione capitalista nel nostro paese.
A sancire questo drammatico cambiamento di scenario è la stima elaborata dall’Ufficio Studi della Confcommercio, secondo il quale il 2020 si chiuderà con oltre 300mila imprese in meno rispetto all’anno precedente, sulla base del rapporto tra imprese del commercio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, che hanno aperto e chiuso i battenti. L’80% a causa del Covid, stima la Confcommercio.
Le conseguenze del Covid si sono infatti combinate con il crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro rispetto al 2019), e questo porta a stimare per il 2020 la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, una mortalità non compensata dalle 85mila nuove aperture di attività commerciali e nei servizi.
La riduzione del tessuto in questi settori ammonterebbe così a quasi 305mila imprese (-11,3%). Di queste, 240mila, esclusivamente a causa della pandemia.
Delle 240mila imprese “sparite” dal mercato a causa della pandemia, secondo l’Ufficio Studi Confcommercio, almeno 225mila sono andate perdute per un eccesso di mortalità e 15mila per un deficit di natalità. Una riduzione del tessuto produttivo che risulta particolarmente accentuata tra i servizi di mercato, che si riducono del 13,8% rispetto al 2019, mentre nel commercio rimane più contenuta, ma comunque elevata, e pari all’8,3%. Tra i settori più colpiti, nell’ambito del commercio risultano quelli dell’abbigliamento e calzature (-17,1%), ambulanti (-11,8%) e distributori di carburante (-10,1%). Nei servizi di mercato le maggiori perdite di imprese si registrano, invece, per agenzie di viaggio (-21,7%), bar e ristoranti (-14,4%) e trasporti (-14,2%).
Infine, c’è poi tutta la filiera del tempo libero che, tra attività artistiche, sportive e di intrattenimento, fa registrare complessivamente un vero e proprio crollo con la sparizione di un’impresa su tre.
Alla perdita di imprese, sottolinea Confcommercio, va poi aggiunta anche quella relativa ai lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Si stima la chiusura per circa 200mila professionisti tra ordinistici e non ordinistici, operanti nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi, attività artistiche, di intrattenimento e divertimento e altro.
Ma questa brutale selezione nel mondo delle imprese è stata tutta colpa della pandemia e dei lockdown? No, il processo era in corso da tempo e con risultati pesanti. Lo dimostra il grafico qui sotto.
È importante mettere a confronto i dati del 2020 con quelli forniti da Unioncamere nel 2019, cioè prima della pandemia di Covid 19.
Nel 2019, infatti, erano state aperte 353.052 imprese, circa 5mila in più rispetto al 2018. A fronte di queste, però, ben 326.423 avevano chiuso i battenti nello stesso periodo, 10mila in più rispetto al 2018.
Il risultato di queste due dinamiche aveva consegnato, a fine 2019, un saldo positivo tra chiusure e aperture per 26.629 imprese, ma che era il saldo minore degli ultimi 5 anni.
A fine dicembre 2019, lo stock complessivo delle imprese esistenti in Italia ammontava a 6.091.971 unità.
Già in quello scenario, il presidente di Uniocamere Carlo Sangalli affermava che: “Si accentua nel 2019 il turnover delle nostre imprese. Le incertezze del contesto internazionale si fanno sentire soprattutto in quei settori più esposti alla concorrenza dei mercati, come la manifattura. Anche il commercio mostra un calo, mentre la capacità attrattiva del nostro Paese alimenta l’industria del turismo, che continua a crescere, così come in aumento sono le attività professionali e i servizi alle imprese”. E poi aggiungeva la dichiarazione di rito secondo cui occorre continuare a lavorare al fianco delle imprese “per far crescere la loro competitività”.
Nel 2019 a guadagnare terreno erano stati i settori dei servizi legati al turismo (8.211 imprese in più per l’alloggio e la ristorazione), le attività professionali (+6.663), i servizi alle imprese (+6.319) e – sulla scia del basso costo dei mutui e degli incentivi al recupero edilizio ed energetico – le attività immobiliari (+4.663) e le costruzioni (+3.258). Nel 2019 erano invece già ed ulteriormente in caduta le imprese dell’industria manifatturiera (-4.107 imprese), quelle del commercio (-12.264) e dell’agricoltura (-7.432).
Balza agli occhi come la pandemia di Covid abbia colpito soprattutto un settore che si stava riprendendo come quello del turismo e della ristorazione.
Ma qui occorre separare le responsabilità tra un dato oggettivo (una pandemia che ha tenuto a casa i turisti in tutto il mondo) e le misure per contrastarla che hanno visto chiusure delle attività imposte dal governo. Infine, come abbiamo visto dal grafico, occorre tenere conto di tutto il processo in corso dalla crisi del 2007 e dalla recessione che ne è derivata. A ben vedere sono tre piani assai diversi tra loro.
Il primo e il terzo sono pienamente imputabili a quella “mano invisibile del mercato” e quindi della concorrenza e competitività che gli ideologi del capitalismo concepiscono e impongono come inevitabile, ineluttabile, anzi salutare. È sufficiente segnalare la totale omertà sui costi e il regime liberalizzato degli affitti privati che ha messo in ginocchio moltissime attività ancora prima della pandemia di Covid e dei lockdown. Solo il secondo è imputabile alle decisione governative che hanno portato a chiusure e riduzioni d’orario in nome della salute pubblica.
Ma su questa precisa scansione di responsabilità ci sono troppi finti tonti come Confcommercio e Confindustria che, come al solito, battono solo sulla responsabilità politica e pubblica mentre negano le conseguenze dell’eugenetica economica nel mondo delle imprese connaturata alla logica della prevalenza del privato rispetto al pubblico.
Fonte
10/08/2019
“Razza padrona italica”. Sono pieni di soldi ma non li investono
Quando Pd o Lega vengono a decantarci il mondo delle imprese, riesce difficile nascondere il disprezzo per figure che somigliano sempre più a dei “prenditori” piuttosto che ad imprenditori.
In questi anni, grazie alla pioggia di soldi pubblici, agli sconti fiscali e contributivi ottenuti (e che continuano a chiedere spudoratamente), i padroni hanno fatto soldi a palate ma si sono ben guardati dall’investirli in tecnologie, assunzioni, ammodernamenti. Se li sono tenuti stretti in pancia, in banca o meglio ancora nei paradisi fiscali. A certificarlo non siamo noi ma Mediobanca. “Le imprese italiane preferiscono accumulare liquidità nei forzieri piuttosto che spenderla in investimenti. È quanto emerge dall’indagine annuale dell’Area Studi di Mediobanca sui dati di bilancio aggregati delle principali imprese industriali e di servizi italiane. In particolare, sono state prese in esame 2.095 società italiane che hanno una attività continuativa negli ultimi 10 anni” scrive Wall Street Italia.
Dai risultati della ricerca di Mediobanca emerge infatti che nel 2018 gli investimenti sono rimasti congelati (-0,1% sul 2017) e rispetto al 2009 sono scesi in media del 4,7% fino al 2018. Eppure le risorse non mancherebbero: le disponibilità liquide in pancia alle 2.095 imprese esaminate sono aumentate dell’81,7% dal 2009 e ammontano, nel 2018, a 77,2 miliardi di euro, a fronte di investimenti a valori correnti stabili nel decennio e pari nel 2018 a 29,7 miliardi di euro.
In questo quadro, le imprese pubbliche hanno abbattuto gli investimenti del 10,8% dal 2009, e a poco è valsa la ripresa del 5,5% del 2018. Meglio ha fatto la manifattura che dal 2009 li ha mediamente aumentati del 5,8%, salvo bloccarli anch’essa nel 2018. Anche qui le medie imprese giocano una partita a parte: +10,8% in media dal 2009 e +6% nel solo 2018.
Tutto questo mentre le principali imprese industriali e di servizi italiane hanno registrato una ‘crescita decelerante’ rispetto all’anno precedente e il 2019 si preannuncia con una crescita piatta.
Adesso capite perché bisognerebbe girare con casse di pomodori e uova marce quando vediamo gli uomini di Confindustria venire ancora a battere cassa dopo tutti i soldi che hanno ricevuto o che gli sono stati scontati su contributi e tasse, e vedere che Pd,Lega o Cgil Cisl Uil li prendono ancora sul serio?
Fonte
In questi anni, grazie alla pioggia di soldi pubblici, agli sconti fiscali e contributivi ottenuti (e che continuano a chiedere spudoratamente), i padroni hanno fatto soldi a palate ma si sono ben guardati dall’investirli in tecnologie, assunzioni, ammodernamenti. Se li sono tenuti stretti in pancia, in banca o meglio ancora nei paradisi fiscali. A certificarlo non siamo noi ma Mediobanca. “Le imprese italiane preferiscono accumulare liquidità nei forzieri piuttosto che spenderla in investimenti. È quanto emerge dall’indagine annuale dell’Area Studi di Mediobanca sui dati di bilancio aggregati delle principali imprese industriali e di servizi italiane. In particolare, sono state prese in esame 2.095 società italiane che hanno una attività continuativa negli ultimi 10 anni” scrive Wall Street Italia.
Dai risultati della ricerca di Mediobanca emerge infatti che nel 2018 gli investimenti sono rimasti congelati (-0,1% sul 2017) e rispetto al 2009 sono scesi in media del 4,7% fino al 2018. Eppure le risorse non mancherebbero: le disponibilità liquide in pancia alle 2.095 imprese esaminate sono aumentate dell’81,7% dal 2009 e ammontano, nel 2018, a 77,2 miliardi di euro, a fronte di investimenti a valori correnti stabili nel decennio e pari nel 2018 a 29,7 miliardi di euro.
In questo quadro, le imprese pubbliche hanno abbattuto gli investimenti del 10,8% dal 2009, e a poco è valsa la ripresa del 5,5% del 2018. Meglio ha fatto la manifattura che dal 2009 li ha mediamente aumentati del 5,8%, salvo bloccarli anch’essa nel 2018. Anche qui le medie imprese giocano una partita a parte: +10,8% in media dal 2009 e +6% nel solo 2018.
Tutto questo mentre le principali imprese industriali e di servizi italiane hanno registrato una ‘crescita decelerante’ rispetto all’anno precedente e il 2019 si preannuncia con una crescita piatta.
Adesso capite perché bisognerebbe girare con casse di pomodori e uova marce quando vediamo gli uomini di Confindustria venire ancora a battere cassa dopo tutti i soldi che hanno ricevuto o che gli sono stati scontati su contributi e tasse, e vedere che Pd,Lega o Cgil Cisl Uil li prendono ancora sul serio?
Fonte
11/07/2019
Del salario minimo e il ballo dei quaquaraquà
«C’è l’accordo sul salario minimo!».
«Anzi no».
«Ma l’“Europa” ha detto che si batterà per questo…».
«Purché non lo paghino le imprese».
Se fosse uno sketch del mitico Totò, che i paradossi del “fare all’italiana” li sapeva raccontare come forse nessun altro, verrebbe quasi da ridere. Ma purtroppo di fiction non si tratta, quanto piuttosto di uno schematico reportage sugli ultimi umori riportati dalla stampa in tema di salario minimo.
Alla relazione di presentazione del XVIII Rapporto annuale dell’INPS tenuto alle Camere del presidente Pasquale Tridico, Di Maio aveva annunciato l’accordo con la controparte verde al governo per questa «legge di civiltà», raggiunta «qualche giorno fa in una riunione con la Lega», che avrebbe dovuto sbloccare la proposta firmata della pentastellata Nunzia Catalfo, ferma al Senato apparentemente per motivi “tecnici”.
Ma la risposta del sottosegretario al Lavoro leghista Claudio Durigon smentisce le dichiarazioni del vice-premier. Ci sono, sì, delle «idee», ma l’accordo si chiude solo «se a costo zero per le imprese».
Per Lega e imprese, infatti, il ddl deve provvedere, nei 9 euro lordi indicati come soglia minima oraria di legge, anche i retributivi indiretti e differiti, come la tredicesima, il Tfr, le ferie, ecc. In più, dall’altra parte, salgono le quotazione confermate dal premier Conte di un intervento sulla leva fiscale attraverso una diminuzione per gli imprenditori del cuneo fiscale per un valore di 3,2 miliardi. In pratica, una riedizione aggiornata delle “gabbie salariali” degli anni ’50 e ’60, prima dell'“autunno caldo”.
Su questo, ovviamente, sono d’accordo i confederali, perché una legge troppo a favore del Lavoro finirebbe per stimolare «effetti spiazzamento» (come scrive “IlSole24Ore”) rispetto ai Ccnl. In altre parole, se i lavoratori acquisiscono troppi diritti, i contratti collettivi nazionali stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi – CgilCislUil – smettono di essere il riferimento della contrattazione, e mica si può “bypassare” quest’intermediazione, sia mai che il sindacato come istituzione torni a svolgere un ruolo conflittuale in questo paese.
E dunque, se s’ha da fare, che il salario minimo sia a carico monetario dello Stato, che indirettamente significa (come scrive Pasquale Cicalese sul suo profilo fb) una partita di giro in negativo per i lavoratori, perché quello stesso Stato, se cammello volere vedere, cammello dovere pagare, che in clima di austerity significa altri tagli alla spesa sociale e ai servizi.
E così, quella stessa Lega che non vuole la deflazione salariale tedesca (sennò, a chi esportano le Pmi che li hanno votati?) spinge perché questa avvenga nel nostro paese, proprio nei giorni in cui la neo-presidente (tedesca) della Commissione europea Von der Leyen annuncia che “combatterà” per avere un salario minimo europeo. Come questo possa accadere in un contesto basato sulle diseguaglianze funzionali all’architettura economico-istituzionale dell’Unione, non è ancora dato sapere.
Il presidente Tridico, sempre nella relazione di presentazione, ha dichiarato che l’approvazione della legge sul salario minimo andrebbe a incrementare la busta paga di 4 milioni di lavoratori, che secondo un cacolo dell’Inapp rappresentano il 21,2% dei lavoratori dipendenti, con uno spostamento stimato di 6-7 miliardi di euro verso la quota salari (ovvero quella parte di ricchezza prodotta ridistribuita al Lavoro e non trattenuta dal Capitale).
Questo concessione, seppur minima quanto doverosa rispetto all’attacco subito dai lavoratori nel corso degli ultimi trent’anni, sarebbe comunque un primo passo in netta controtendenza, non solo sul piano nazionale, ma, si può ben dire, su quello globale.
Circa un mese infatti l’“International labour organization”, non proprio un covo di internazionalisti, rilasciava la prima stima globale sulla distribuzione della quota salari su un campione statistico raccolto in ben 189 paesi. Ebbene, i dati indicano che il 50% dei lavoratori meno pagati riceve solo il 6,4% dell’intera quota. Seppur questa diseguaglianza è in calo dal 2004, ciò è dovuto all’aumento salariale nei paesi emergenti (ex emergenti, aggiungeremmo noi) come Cina e India, mentre nel resto delle economie a “capitalismo maturo”, è in costante aumento. Al contrario, paesi come Germania e Italia (in compagnia di Stati Uniti, Regno Unito, Pakistan e Indonesia) nello stesso periodo sono gli unici ad aver visto aumentare di un punto percentuale la quota dei salari top 20%, questo mentre negli ultimi anni la quota capitale è in rimonta su quella del lavoro.
Come dire, un quadro ben poco rassicurante in un contesto a basso sviluppo tecnologico e a prospettive di ridimensionamento, dove il lavoro, quello che conta, posizionato “in alto” nella catena globale di produzione del valore, si sposta su altri lidi.
La battaglia sul salario minimo allora ha tutto il sapore della lotta di classe, quella uscita sconfitta al termine dei maledetti anni '80. Ma forse non ci voleva una mole di dati impressionante a confermare ciò che i lavoratori, nella maggior parte dei casi, sentono direttamente sulla propria pelle.
Bastava leggere le posizioni contrarie delle varie istituzioni al riguardo: Lega, Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, il teatrino dell’Ue... serve altro?
Fonte
23/11/2018
Reddito di cittadinanza. La Lega punta allo scippo: soldi solo alle imprese
Sta diventando ormai palese l’obiettivo della Lega di diventare il partito dei padroni “itagliani”. Uno snodo di questo progetto sta diventando la legge per introdurre il Reddito di Cittadinanza, cavallo di battaglia dell’alleato di governo, il M5S. Ma mano a mano che si avvicina la possibilità che il Rdc diventi legge dello Stato, gli agenti della Lega stanno operando affinché uno strumento di sostegno alle famiglie in povertà diventi l’ennesimo finanziamento a fondo perduto per le imprese.
La Lega infatti ha rilanciato la sua visione del Reddito di cittadinanza: “Dobbiamo coinvolgere di più il mondo produttivo ed evitare che il sussidio si possa tramutare in una misura assistenziale” ha fatto sapere dagli Stati Uniti dove è in visita ufficiale, il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, consigliere economico del vice premier, Matteo Salvini. Secondo Siri, “la proposta è di erogare il reddito di cittadinanza direttamente all’azienda che si occuperà di formare e riqualificare il disoccupato. Sostanzialmente, l’impresa agirà da “sostituto d’imposta”, versando l’equivalente all’interessato. Che, al termine del periodo di formazione-lavoro, potrà essere assunto dalla stessa impresa, oppure mettersi sul mercato con un bagaglio di competenze aggiornato”.
Ma gratta gratta viene fuori anche la solita visione leghista padana che mai ha abbandonato la Lega di lotta e di governo: “l’obiettivo è di rendere più appetibile la misura agli imprenditori e ai cittadini che, soprattutto nel Nord, temono venga incoraggiato l’assistenzialismo” afferma il sottosegretario leghista Siri.
Facciamo allora due conti.
Nella legge di Bilancio così ostracizzata dalla Commissione europea, vengono stanziate risorse per il reddito di cittadinanza di circa 7,1 miliardi annui. A questo si aggiunge un miliardo l’anno (per due anni) per potenziare i centri per l’impiego e 900 milioni per la pensione di cittadinanza.
Il Reddito di cittadinanza dovrebbe avviarsi ad aprile (mettetela come volete ma è praticamente un mese prima delle elezioni europee, ndr). Il Rdc va ad integrare altre forme di reddito dei nuclei familiari in difficoltà, fino ad arrivare ad una soglia di 780 euro mensili calcolata su un single. L’importo salirebbe in base alla consistenza del nucleo familiare (di questo incremento si sta definendo l’entità).
All’azienda che assume un beneficiario del reddito di cittadinanza, verrebbero pagate dallo Stato tre mensilità che, secondo il vicepremier Di Maio, salirebbero a 5/6 in caso di stabilizzazione di un beneficiario donna.
A spanne, il numero dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza sarebbe di quasi 4,5 milioni di persone individuati non in base alle dichiarazioni dei redditi ma all’Isee. L’Isee, come noto, è un indice che serve a misurare la situazione economica delle famiglie considerando non soltanto il reddito, ma anche l’eventuale patrimonio mobiliare e immobiliare e la composizione dei nuclei familiari.
Il reddito di cittadinanza sarà dunque vincolato all’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, riferito alla famiglia. La soglia da non superare dovrebbe essere di 9.360 euro.
L’Inps rivela che tra le dichiarazioni Isee presentate nel 2017, sono circa 3,6 milioni quelle con un indicatore Isee inferiore ai 10mila euro. Mettendo in relazione questa situazione con i criteri per beneficiare del Reddito di Cittadinanza, circa il 20% di questa platea avrebbe una erogazione di RdC parziale perché abita in una casa di proprietà, più o meno 280 euro in meno su 780 euro. I 780 euro verrebbero erogati solo nel caso di una famiglia di 5 persone con un indicatore di situazione economica di 1.170 euro. L’importo dell’assegno, dovrebbe essere a integrazione per arrivare ai 780 euro mensili, riconosciuti per intero solo a chi non possiede nulla. Così il sussidio dovrebbe essere più basso di 780 euro per chi ha redditi da lavoro (magari bassi o bassissimi) o beneficia già di forme di sostegno pubblico.
Rimanendo sui numeri, parliamo poi dei Centri dell’Impiego, a cui il M5S vorrebbe assegnare un ruolo centrale mentre la Lega vorrebbe completamente bypassarli per gestire il provvedimento direttamente con le imprese. In Italia i dipendenti addetti al funzionamento dei Centri per l’Impiego sono solo 8mila. Tanto per fare un paragone, in Germania sono 110mila. Inoltre, i Centri per l’Impiego, rispetto ai vecchi ed efficaci Uffici di Collocamento che funzionavano su graduatoria e presso cui dovevano transitare tutte le offerte di lavoro, sono stati svuotati di ogni funzione reale sia dalle controriforme sul lavoro sia dalla legalizzazione del caporalato istituzionale attraverso le agenzie interinali. Inoltre possiedono solo una piccola parte delle informazioni sulla carriera formativa e lavorativa di un disoccupato che cerca un posto di lavoro.
In questa situazione la Lega ha gioco facile nel tentare lo scippo e apparecchiare un provvedimento in cui i dispensatori del Reddito di Cittadinanza diventano le imprese private ma, come al solito, con i soldi pubblici. Una vecchia e ignobile storia di finanziamenti pubblici alle imprese private così come è stato fatto con il Jobs Act, la decontribuzione, le agevolazioni fiscali e quant’altro. Alimentando quella logica rivelatasi sbagliata secondo cui solo il “privato” può riavviare l’economia e solo regalando i soldi a chi sta in alto si può sperare che prima o poi li facciano “sgocciolare” verso il basso. Infine una domanda: ma se la Lega scippa o ipoteca anche il Reddito di Cittadinanza, il M5S che farà?
Fonte
La Lega infatti ha rilanciato la sua visione del Reddito di cittadinanza: “Dobbiamo coinvolgere di più il mondo produttivo ed evitare che il sussidio si possa tramutare in una misura assistenziale” ha fatto sapere dagli Stati Uniti dove è in visita ufficiale, il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, consigliere economico del vice premier, Matteo Salvini. Secondo Siri, “la proposta è di erogare il reddito di cittadinanza direttamente all’azienda che si occuperà di formare e riqualificare il disoccupato. Sostanzialmente, l’impresa agirà da “sostituto d’imposta”, versando l’equivalente all’interessato. Che, al termine del periodo di formazione-lavoro, potrà essere assunto dalla stessa impresa, oppure mettersi sul mercato con un bagaglio di competenze aggiornato”.
Ma gratta gratta viene fuori anche la solita visione leghista padana che mai ha abbandonato la Lega di lotta e di governo: “l’obiettivo è di rendere più appetibile la misura agli imprenditori e ai cittadini che, soprattutto nel Nord, temono venga incoraggiato l’assistenzialismo” afferma il sottosegretario leghista Siri.
Facciamo allora due conti.
Nella legge di Bilancio così ostracizzata dalla Commissione europea, vengono stanziate risorse per il reddito di cittadinanza di circa 7,1 miliardi annui. A questo si aggiunge un miliardo l’anno (per due anni) per potenziare i centri per l’impiego e 900 milioni per la pensione di cittadinanza.
Il Reddito di cittadinanza dovrebbe avviarsi ad aprile (mettetela come volete ma è praticamente un mese prima delle elezioni europee, ndr). Il Rdc va ad integrare altre forme di reddito dei nuclei familiari in difficoltà, fino ad arrivare ad una soglia di 780 euro mensili calcolata su un single. L’importo salirebbe in base alla consistenza del nucleo familiare (di questo incremento si sta definendo l’entità).
All’azienda che assume un beneficiario del reddito di cittadinanza, verrebbero pagate dallo Stato tre mensilità che, secondo il vicepremier Di Maio, salirebbero a 5/6 in caso di stabilizzazione di un beneficiario donna.
A spanne, il numero dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza sarebbe di quasi 4,5 milioni di persone individuati non in base alle dichiarazioni dei redditi ma all’Isee. L’Isee, come noto, è un indice che serve a misurare la situazione economica delle famiglie considerando non soltanto il reddito, ma anche l’eventuale patrimonio mobiliare e immobiliare e la composizione dei nuclei familiari.
Il reddito di cittadinanza sarà dunque vincolato all’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, riferito alla famiglia. La soglia da non superare dovrebbe essere di 9.360 euro.
L’Inps rivela che tra le dichiarazioni Isee presentate nel 2017, sono circa 3,6 milioni quelle con un indicatore Isee inferiore ai 10mila euro. Mettendo in relazione questa situazione con i criteri per beneficiare del Reddito di Cittadinanza, circa il 20% di questa platea avrebbe una erogazione di RdC parziale perché abita in una casa di proprietà, più o meno 280 euro in meno su 780 euro. I 780 euro verrebbero erogati solo nel caso di una famiglia di 5 persone con un indicatore di situazione economica di 1.170 euro. L’importo dell’assegno, dovrebbe essere a integrazione per arrivare ai 780 euro mensili, riconosciuti per intero solo a chi non possiede nulla. Così il sussidio dovrebbe essere più basso di 780 euro per chi ha redditi da lavoro (magari bassi o bassissimi) o beneficia già di forme di sostegno pubblico.
Rimanendo sui numeri, parliamo poi dei Centri dell’Impiego, a cui il M5S vorrebbe assegnare un ruolo centrale mentre la Lega vorrebbe completamente bypassarli per gestire il provvedimento direttamente con le imprese. In Italia i dipendenti addetti al funzionamento dei Centri per l’Impiego sono solo 8mila. Tanto per fare un paragone, in Germania sono 110mila. Inoltre, i Centri per l’Impiego, rispetto ai vecchi ed efficaci Uffici di Collocamento che funzionavano su graduatoria e presso cui dovevano transitare tutte le offerte di lavoro, sono stati svuotati di ogni funzione reale sia dalle controriforme sul lavoro sia dalla legalizzazione del caporalato istituzionale attraverso le agenzie interinali. Inoltre possiedono solo una piccola parte delle informazioni sulla carriera formativa e lavorativa di un disoccupato che cerca un posto di lavoro.
In questa situazione la Lega ha gioco facile nel tentare lo scippo e apparecchiare un provvedimento in cui i dispensatori del Reddito di Cittadinanza diventano le imprese private ma, come al solito, con i soldi pubblici. Una vecchia e ignobile storia di finanziamenti pubblici alle imprese private così come è stato fatto con il Jobs Act, la decontribuzione, le agevolazioni fiscali e quant’altro. Alimentando quella logica rivelatasi sbagliata secondo cui solo il “privato” può riavviare l’economia e solo regalando i soldi a chi sta in alto si può sperare che prima o poi li facciano “sgocciolare” verso il basso. Infine una domanda: ma se la Lega scippa o ipoteca anche il Reddito di Cittadinanza, il M5S che farà?
Fonte
16/10/2018
Una manovra di “cosette”, e tanta propaganda
Una manovra di piccole cose, che nel loro insieme muovono grandi cifre, ma che non incideranno in modo sostanziale nella vita delle diverse fasce sociali cui si è venduta una “rivoluzione” o un “grande cambiamento”. L’unica cosa vera, per il momento – il testo della legge di stabilità è per definizione un canovaccio sempre modificabile, dalle obiezioni dell’Unione Europea fino al consueto “assalto alla diligenza” in Parlamento – è un lieve scostamento dalla direzione fin qui imposta dalle politiche di austerità. Ma anche questo più enfatizzato che reale.
Ieri sera il consiglio dei ministri ha approvato il decreto fiscale, e il disegno di legge sul bilancio, trovando alla fine la “quadra” tra le ambizioni leghiste e quelle grilline, entrambe sorvegliate dalla necessità di “mantenere in ordine i conti”, come vuole la Ue e il suo garante Tria.
E’ utile non tenere conto, nell’analisi delle varie misure, di quanto declamato dai singoli protagonisti, almeno in prima istanza. Le esigenze della propaganda, infatti, superano di gran lunga i fatti concreti. Vediamo perciò i vari punti, misurando successivamente la distanza con le promesse.
Pensioni
La “legge Fornero” viene ritoccata introducendo la “quota 100”, ovvero la possibilità di uscire dal lavoro a 62 anni di età e 38 di contributi (o altre combinazioni possibili, ma sempre a partire dai 62 anni). E’ una misura che viene incontro in primo luogo alle esigenze delle imprese – soprattutto quelle del Nord, base elettorale leghista, dove forte è la necessità di “svecchiare” la manodopera, sostituendo lavoratori anziani con buon salario e contratto con giovani precari e pagati una miseria – molto meno a quelle dei lavoratori. Nel testo inviato a Bruxelles non c’è alcun dettaglio ulteriore, ma tutte le indiscrezioni fatte circolare di proposito nei giorni scorsi indicano una forte penalizzazione per i lavoratori che sceglieranno di utilizzare questa “finestra”. In alcuni casi – IlSole24Ore – è stato calcolato che potrebbe essere imposta una riduzione del 25% dell’assegno pensionistico. Non proprio un regalo...
Pensioni d’oro
Il taglio riguarderà gli assegni mensili superiori ai 4.500 euro netti e il governo pensa di ricavarne 1 miliardo. Si tratta di uno dei cavalli di battaglia pentastellati, osteggiata a lungo dalla Lega (e infatti prima si parlava di un tetto intorno ai 3.500 euro), ma esposta a ricorsi quasi certamente vincenti davanti ai giudici e davanti alla Corte Costituzionale. A seconda della formula che sarà scritta per realizzarla, infatti, c’è il rischio che violi il principio della “non retroattività” di ogni legge. Anche se molto popolare tra i non addetti ai lavori, una violazione di questo tipo – se diventasse la normalità – sarebbe un’arma micidiale in mano a qualsiasi governo, anche il più folle. Solo due esempi: a) le pensioni già erogate, anche al di sotto dei 4.500 euro mensili, potrebbero domani essere tagliate per “esigenze di bilancio”; b) una riformulazione ancora più reazionaria del “decreto Pillon” potrebbe dichiarare reato l’aborto, anche se praticato durante i decenni in cui era legale. Chiaro?
Pace fiscale
Alla fine il maxi-condono anche per i grandi evasori (fino a 1 milione, voleva la Lega) non è passato. L’accordo raggiunto stabilisce un’aliquota al 20% per sanare il pregresso di chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi. Potrà esser fatto emergere fino ad un massimo del 30% in più rispetto alle somme già dichiarate e comunque con un tetto di 100.000 euro per periodo d’imposta. Inoltre, potranno essere sanate le liti con il fisco pagando senza sanzioni o interessi il 20% del non dichiarato in 5 anni in caso di vittoria del contribuente in secondo grado (o il 50% in caso di vittoria in primo grado). In arrivo anche la rottamazione ter delle cartelle Equitalia, che cancella come in precedenza sanzioni e interessi, dilazionando i pagamenti in 20 rate in 5 anni. Per eliminare milioni di micro-provvedimenti arriverà lo stralcio delle minicartelle sotto i mille euro, dal 2000 al 2010. In pratica le multe stradali e altra piccole infrazioni.
Reddito di cittadinanza
E’ la grande incognita della manovra. L’attivazione della misura scatterà nei primi tre mesi del 2019. L’assegno da 780 euro – per quelli che lo percepiranno, ma la platea non è affatto chiara – verrà caricato sul bancomat, e ci sarà anche l’annunciato “monitoraggio sugli acquisti”. Ci dovrebbe essere anche l’obbligo di frequentare corsi di formazione, nonché quello di prestare 8 ore a settimana di “lavoro socialmente utile”. La revoca della misura scatterà al terzo rifiuto di un’offerta di lavoro. La temuta “deportazione regionale” resta, ma limitatamente alla seconda o terza offerta di lavoro. In pratica si prepara uno spopolamento delle aree “depresse” del paese, con l’obbligo di andare a lavorare altrove, a qualsiasi salario ti venga offerto e quindi nell’impossibilità di sopravvivere tra affitto, bollette, costo dei mezzi di trasporto, ecc. A un passo dallo schiavismo, insomma.
Flat Tax
Come avevamo già scritto, questa non c’è. Viene esteso invece il forfait al 15% per i professionisti che dichiarano fino a 30.000 euro e per le altre categorie che arrivano a 50.000 euro. Potrebbe essere estesa ad autonomi, Sas, Snc e Srl con ricavi fino a 65.000 euro. Per chi guadagna dai 65.000 ai 100.000 euro è previsto un 5% in più. Start up e imprese avviate dagli under 35 avrebbero invece un ulteriore sgravio al 5%. Un “forfettone”, insomma, che serve soprattutto alle piccole imprese e ai professionisti, base portante dell’elettorato leghista e in parte anche di quello grillino.
Pure il “decreto semplificazioni” conferma che al centro dell’attenzione anche di questo governo ci sono soprattutto le imprese, non lavoratori e disoccupati. Rinominato «taglia scartoffie e leggi inutili», questo decreto-bis cancella oltre 100 “adempimenti per le imprese”. Manca un passo al “fate un po’ come ca..o vi pare”...
Molta propaganda intorno all’aumento della tassazione sul gioco d’azzardo, «una piaga sociale da combattere», dimenticando le decine di miliardi di mancata riscossione nel settore.
Queste le parti essenziali, in attesa di vedere i dettagli. Ma soprattutto il “voto” della Commissione Europea, che potrebbe costringere a veloci riscritture, anche drastiche.
Fonte
Praticamente una manovra economica che sarebbe piaciuta al movimento dei forconi.
Ieri sera il consiglio dei ministri ha approvato il decreto fiscale, e il disegno di legge sul bilancio, trovando alla fine la “quadra” tra le ambizioni leghiste e quelle grilline, entrambe sorvegliate dalla necessità di “mantenere in ordine i conti”, come vuole la Ue e il suo garante Tria.
E’ utile non tenere conto, nell’analisi delle varie misure, di quanto declamato dai singoli protagonisti, almeno in prima istanza. Le esigenze della propaganda, infatti, superano di gran lunga i fatti concreti. Vediamo perciò i vari punti, misurando successivamente la distanza con le promesse.
Pensioni
La “legge Fornero” viene ritoccata introducendo la “quota 100”, ovvero la possibilità di uscire dal lavoro a 62 anni di età e 38 di contributi (o altre combinazioni possibili, ma sempre a partire dai 62 anni). E’ una misura che viene incontro in primo luogo alle esigenze delle imprese – soprattutto quelle del Nord, base elettorale leghista, dove forte è la necessità di “svecchiare” la manodopera, sostituendo lavoratori anziani con buon salario e contratto con giovani precari e pagati una miseria – molto meno a quelle dei lavoratori. Nel testo inviato a Bruxelles non c’è alcun dettaglio ulteriore, ma tutte le indiscrezioni fatte circolare di proposito nei giorni scorsi indicano una forte penalizzazione per i lavoratori che sceglieranno di utilizzare questa “finestra”. In alcuni casi – IlSole24Ore – è stato calcolato che potrebbe essere imposta una riduzione del 25% dell’assegno pensionistico. Non proprio un regalo...
Pensioni d’oro
Il taglio riguarderà gli assegni mensili superiori ai 4.500 euro netti e il governo pensa di ricavarne 1 miliardo. Si tratta di uno dei cavalli di battaglia pentastellati, osteggiata a lungo dalla Lega (e infatti prima si parlava di un tetto intorno ai 3.500 euro), ma esposta a ricorsi quasi certamente vincenti davanti ai giudici e davanti alla Corte Costituzionale. A seconda della formula che sarà scritta per realizzarla, infatti, c’è il rischio che violi il principio della “non retroattività” di ogni legge. Anche se molto popolare tra i non addetti ai lavori, una violazione di questo tipo – se diventasse la normalità – sarebbe un’arma micidiale in mano a qualsiasi governo, anche il più folle. Solo due esempi: a) le pensioni già erogate, anche al di sotto dei 4.500 euro mensili, potrebbero domani essere tagliate per “esigenze di bilancio”; b) una riformulazione ancora più reazionaria del “decreto Pillon” potrebbe dichiarare reato l’aborto, anche se praticato durante i decenni in cui era legale. Chiaro?
Pace fiscale
Alla fine il maxi-condono anche per i grandi evasori (fino a 1 milione, voleva la Lega) non è passato. L’accordo raggiunto stabilisce un’aliquota al 20% per sanare il pregresso di chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi. Potrà esser fatto emergere fino ad un massimo del 30% in più rispetto alle somme già dichiarate e comunque con un tetto di 100.000 euro per periodo d’imposta. Inoltre, potranno essere sanate le liti con il fisco pagando senza sanzioni o interessi il 20% del non dichiarato in 5 anni in caso di vittoria del contribuente in secondo grado (o il 50% in caso di vittoria in primo grado). In arrivo anche la rottamazione ter delle cartelle Equitalia, che cancella come in precedenza sanzioni e interessi, dilazionando i pagamenti in 20 rate in 5 anni. Per eliminare milioni di micro-provvedimenti arriverà lo stralcio delle minicartelle sotto i mille euro, dal 2000 al 2010. In pratica le multe stradali e altra piccole infrazioni.
Reddito di cittadinanza
E’ la grande incognita della manovra. L’attivazione della misura scatterà nei primi tre mesi del 2019. L’assegno da 780 euro – per quelli che lo percepiranno, ma la platea non è affatto chiara – verrà caricato sul bancomat, e ci sarà anche l’annunciato “monitoraggio sugli acquisti”. Ci dovrebbe essere anche l’obbligo di frequentare corsi di formazione, nonché quello di prestare 8 ore a settimana di “lavoro socialmente utile”. La revoca della misura scatterà al terzo rifiuto di un’offerta di lavoro. La temuta “deportazione regionale” resta, ma limitatamente alla seconda o terza offerta di lavoro. In pratica si prepara uno spopolamento delle aree “depresse” del paese, con l’obbligo di andare a lavorare altrove, a qualsiasi salario ti venga offerto e quindi nell’impossibilità di sopravvivere tra affitto, bollette, costo dei mezzi di trasporto, ecc. A un passo dallo schiavismo, insomma.
Flat Tax
Come avevamo già scritto, questa non c’è. Viene esteso invece il forfait al 15% per i professionisti che dichiarano fino a 30.000 euro e per le altre categorie che arrivano a 50.000 euro. Potrebbe essere estesa ad autonomi, Sas, Snc e Srl con ricavi fino a 65.000 euro. Per chi guadagna dai 65.000 ai 100.000 euro è previsto un 5% in più. Start up e imprese avviate dagli under 35 avrebbero invece un ulteriore sgravio al 5%. Un “forfettone”, insomma, che serve soprattutto alle piccole imprese e ai professionisti, base portante dell’elettorato leghista e in parte anche di quello grillino.
Pure il “decreto semplificazioni” conferma che al centro dell’attenzione anche di questo governo ci sono soprattutto le imprese, non lavoratori e disoccupati. Rinominato «taglia scartoffie e leggi inutili», questo decreto-bis cancella oltre 100 “adempimenti per le imprese”. Manca un passo al “fate un po’ come ca..o vi pare”...
Molta propaganda intorno all’aumento della tassazione sul gioco d’azzardo, «una piaga sociale da combattere», dimenticando le decine di miliardi di mancata riscossione nel settore.
Queste le parti essenziali, in attesa di vedere i dettagli. Ma soprattutto il “voto” della Commissione Europea, che potrebbe costringere a veloci riscritture, anche drastiche.
Fonte
Praticamente una manovra economica che sarebbe piaciuta al movimento dei forconi.
16/07/2018
Se l’opposizione è Boeri, per i lavoratori non c’è scampo
Vista da fuori, la querelle tra Di Maio, Tria, Salvini e Boeri sul numero di disoccupati che creerebbe il cosiddetto “decreto dignità” è decisamente divertente. E molto istruttiva.
Il nostro giudizio sulla prima versione di questo decreto l’abbiamo dato subito, e non ci sembra di doverlo correggere, visti i “peggioramenti” che sono stati fin qui concordati (reintroduzione dei voucher, più “flessibilità” sulle causali dei contratti a termine, ecc). In pratica, per chi lavora, cambia poco o nulla; così come per le imprese. Solo un’operazione pubblicitaria per dare a Di Maio e all’ala Cinque Stelle del governo un po’ di visibilità in più rispetto allo straripante Salvini sul bagnasciuga, a fare la sentinella conto i barconi.
Nonostante la pochezza, però, i campioni del neoliberismo rimasti in carica anche dopo il disastro elettorale del Pd hanno trovato il modo di fare un po’ di cagnara. Gli ormai famosi “8.000 occupati in meno”, apparsi nottetempo nella Relazione tecnica che accompagna il provvedimento nel suo iter verso la discussione in Parlamento, hanno fatto evocare “complotti”, “manine” e “manone” come ai gloriosi vecchi tempi della DC e di Craxi.
Lì per lì i grillini se la sono presa col ministro dell’economia, Giovanni Tria, che nell’esecutivo rappresenta insieme a quello degli esteri (Moavero Milanesi) la “garanzia europeista”, ovvero il rispetto dei trattati e degli impegni presi in materia di bilancio. Poi Di Maio e Tria hanno emanato una nota congiunta da cui si capisce che la “manina” è di Tito Boeri, presidente dell’Inps nominato da Renzi ed economista famoso per l’intransigente difesa dei dogmi neoliberisti conditi da un sorriso piacione.
La nota sarebbe forse bastata a tacitare i malumori infra-governativi, senza sollevare altri conflitti, se non ci fosse stata una critica che “un professionista dell’economia” non poteva far finta di non vedere: «il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili».
“Privo di basi scientifiche” significa che quei numeri sono inventati, messi lì solo per creare diffidenza nei confronti del governo, uno sgambetto politico... E uno come Boeri non se la poteva ovviamente tenere.
Nella sua risposta c’è però davvero il concentrato della voodoo economics che regola il mondo, spacciata per verità scientifica unanimemente riconosciuta. E una visione del mondo che spiega benissimo come il mondo del lavoro sia arrivato a contare zero, il Pd a scomparire dalla scena politica e “la sinistra” a essere identificata come “nemico del popolo”.
«Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia».
Abbiamo messo in evidenza il passaggio che ci sembra decisivo: se il costo del lavoro aumenta, anche solo di una frazione infinitesimale (lo 0,5%, nel caso di rinnovo del contratto a termine, previsto dal decreto), l’occupazione scende. Il che è vero solo in una situazione di perenne crescita zero. Sembra invece di sentire, dietro le forbite e accademiche parole di Boeri, l’urlo scomposto delle imprese italiote che sono disposte ad assumere solo se possono retribuire il lavoro il meno possibile (il sogno è il “lavoro gratuito che fa curriculum”, come sperimentato per Milano Expo 2015).
E si comprende anche perché le imprese italiche siano così poco competitive con quelle del resto del mondo. L’idea di “sistema economico” che sta dietro quelle parole è infatti una specie di danza immobile, dove la situazione non cambia mai, non si cresce mai, a somma zero; e dunque ogni sopravvivenza dell’impresa si fonda sull’impoverimento del lavoro. E’ l’introiezione della stagnazione permanente, senza progetti e senza speranze, di fatto di un sistema di imprese senza futuro.
Che questa “visione” possa essere dipinta come l’“opposizione democratica e liberale” a un governo effettivamente fascioleghista e pasticcione dà la misura della devastazione del quadro politico nazionale. E’ come se, sulla legislazione del lavoro, si fosse scatenata una gara a chi è più boia. La destra fa finta di voler “dare qualcosa”, ma si guarda bene ovviamente dal farlo sul serio; l’opposizione “democratico-scientifica” ribatte polemica che non bisogna nemmeno far finta. Sia mai detto che poi i lavoratori si convincano che qualcosa, in effetti, gli spetta...
Fonte
Il nostro giudizio sulla prima versione di questo decreto l’abbiamo dato subito, e non ci sembra di doverlo correggere, visti i “peggioramenti” che sono stati fin qui concordati (reintroduzione dei voucher, più “flessibilità” sulle causali dei contratti a termine, ecc). In pratica, per chi lavora, cambia poco o nulla; così come per le imprese. Solo un’operazione pubblicitaria per dare a Di Maio e all’ala Cinque Stelle del governo un po’ di visibilità in più rispetto allo straripante Salvini sul bagnasciuga, a fare la sentinella conto i barconi.
Nonostante la pochezza, però, i campioni del neoliberismo rimasti in carica anche dopo il disastro elettorale del Pd hanno trovato il modo di fare un po’ di cagnara. Gli ormai famosi “8.000 occupati in meno”, apparsi nottetempo nella Relazione tecnica che accompagna il provvedimento nel suo iter verso la discussione in Parlamento, hanno fatto evocare “complotti”, “manine” e “manone” come ai gloriosi vecchi tempi della DC e di Craxi.
Lì per lì i grillini se la sono presa col ministro dell’economia, Giovanni Tria, che nell’esecutivo rappresenta insieme a quello degli esteri (Moavero Milanesi) la “garanzia europeista”, ovvero il rispetto dei trattati e degli impegni presi in materia di bilancio. Poi Di Maio e Tria hanno emanato una nota congiunta da cui si capisce che la “manina” è di Tito Boeri, presidente dell’Inps nominato da Renzi ed economista famoso per l’intransigente difesa dei dogmi neoliberisti conditi da un sorriso piacione.
La nota sarebbe forse bastata a tacitare i malumori infra-governativi, senza sollevare altri conflitti, se non ci fosse stata una critica che “un professionista dell’economia” non poteva far finta di non vedere: «il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili».
“Privo di basi scientifiche” significa che quei numeri sono inventati, messi lì solo per creare diffidenza nei confronti del governo, uno sgambetto politico... E uno come Boeri non se la poteva ovviamente tenere.
Nella sua risposta c’è però davvero il concentrato della voodoo economics che regola il mondo, spacciata per verità scientifica unanimemente riconosciuta. E una visione del mondo che spiega benissimo come il mondo del lavoro sia arrivato a contare zero, il Pd a scomparire dalla scena politica e “la sinistra” a essere identificata come “nemico del popolo”.
«Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia».
Abbiamo messo in evidenza il passaggio che ci sembra decisivo: se il costo del lavoro aumenta, anche solo di una frazione infinitesimale (lo 0,5%, nel caso di rinnovo del contratto a termine, previsto dal decreto), l’occupazione scende. Il che è vero solo in una situazione di perenne crescita zero. Sembra invece di sentire, dietro le forbite e accademiche parole di Boeri, l’urlo scomposto delle imprese italiote che sono disposte ad assumere solo se possono retribuire il lavoro il meno possibile (il sogno è il “lavoro gratuito che fa curriculum”, come sperimentato per Milano Expo 2015).
E si comprende anche perché le imprese italiche siano così poco competitive con quelle del resto del mondo. L’idea di “sistema economico” che sta dietro quelle parole è infatti una specie di danza immobile, dove la situazione non cambia mai, non si cresce mai, a somma zero; e dunque ogni sopravvivenza dell’impresa si fonda sull’impoverimento del lavoro. E’ l’introiezione della stagnazione permanente, senza progetti e senza speranze, di fatto di un sistema di imprese senza futuro.
Che questa “visione” possa essere dipinta come l’“opposizione democratica e liberale” a un governo effettivamente fascioleghista e pasticcione dà la misura della devastazione del quadro politico nazionale. E’ come se, sulla legislazione del lavoro, si fosse scatenata una gara a chi è più boia. La destra fa finta di voler “dare qualcosa”, ma si guarda bene ovviamente dal farlo sul serio; l’opposizione “democratico-scientifica” ribatte polemica che non bisogna nemmeno far finta. Sia mai detto che poi i lavoratori si convincano che qualcosa, in effetti, gli spetta...
Fonte
28/06/2018
Tria e la Lega affossano il “decreto dignità”
“Beppe abbiamo un problema”. L’invocazione diventata un tormentone, ovviamente spostandosi da Houston a Genova, si adatta bene a quanto sta accadendo dentro la triade di governo.
Il problema, ovviamente, sono le risorse per fare le cose promesse in campagna elettorale e sulle quali c’è una forte aspettativa da parte degli elettori. Ma dei tre contraenti del governo, due si stanno mettendo di traverso.
Lo stop al decreto dignità – voluto dal vicepremier e ministro Di Maio, ma fortemente osteggiato dalle associazioni degli imprenditori e dunque anche dalla Lega – è arrivato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, con una scelta condivisa e appoggiata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti. Lo stesso Giorgetti che durante il Consiglio dei ministri ha ammonito i colleghi a verificare sempre le coperture finanziarie dei provvedimenti che intendono varare.
Ieri sera dall’ordine del giorno del Consiglio dei ministri è infatti scomparso il decreto legge “dignità”, messo a punto dal vicepremier e pluri-ministro Di Maio. Si tratta di un provvedimento piuttosto articolato, che vorrebbe intervenire su molti temi, dalla pubblicità del gioco d’azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l’abolizione di molte misure fiscali di lotta all’evasione e una tassa sulle delocalizzazioni.
Secondo Di Maio, il decreto “sta facendo il giro delle Sette Chiese, tra bollinature e cose che sto scoprendo solo adesso, ma il testo è pronto. Deve essere solo vidimato dai mille e uno organi di questo paese”. Dunque sembrerebbe solo un problema burocratico (ma non ha minacciato interventi in materia...).
La faccenda appare però assai più complessa, sia sul piano economico che politico. Il decreto legge è stato infatti stoppato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria: gli uffici della Ragioneria avrebbero avuto da ridire sulle coperture finanziarie di alcune misure, giudicate insufficienti e inadeguate. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment, un meccanismo tributario mirato a contrastare l’evasione del pagamento dell’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione. Una misura, introdotta nel 2015 dal governo Renzi, che ha indubbiamente complicato la vita dei contribuenti onesti, costretti a gestire problemi di liquidità. Ma lo split payment ha dato buoni risultati sul piano del gettito Iva nel biennio 2015-2016, quantificabile in circa 3,5 miliardi.
Ma non è un mistero che il “decreto Dignità” punterebbe anche a ridurre il grado di flessibilità e precarietà del mercato del Lavoro, né che la Lega pesca molti consensi tra i prenditori delle piccole medie e imprese, spesso sopravvissute alla crisi solo spremendo fino all’osso dipendenti senza più diritti e tutele.
Dunque il sodalizio tra i professori euri-nomani e la Lega avrebbe sostanzialmente congelato il primo provvedimento “sociale” del nuovo governo, pur di non dispiacere i guardiani di Bruxelles che vegliano sul rispetto dei vincoli di bilancio e gli industrialotti leghisti.
Il problema quindi c’è. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo per questo governo.
Fonte
Il problema, ovviamente, sono le risorse per fare le cose promesse in campagna elettorale e sulle quali c’è una forte aspettativa da parte degli elettori. Ma dei tre contraenti del governo, due si stanno mettendo di traverso.
Lo stop al decreto dignità – voluto dal vicepremier e ministro Di Maio, ma fortemente osteggiato dalle associazioni degli imprenditori e dunque anche dalla Lega – è arrivato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, con una scelta condivisa e appoggiata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti. Lo stesso Giorgetti che durante il Consiglio dei ministri ha ammonito i colleghi a verificare sempre le coperture finanziarie dei provvedimenti che intendono varare.
Ieri sera dall’ordine del giorno del Consiglio dei ministri è infatti scomparso il decreto legge “dignità”, messo a punto dal vicepremier e pluri-ministro Di Maio. Si tratta di un provvedimento piuttosto articolato, che vorrebbe intervenire su molti temi, dalla pubblicità del gioco d’azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l’abolizione di molte misure fiscali di lotta all’evasione e una tassa sulle delocalizzazioni.
Secondo Di Maio, il decreto “sta facendo il giro delle Sette Chiese, tra bollinature e cose che sto scoprendo solo adesso, ma il testo è pronto. Deve essere solo vidimato dai mille e uno organi di questo paese”. Dunque sembrerebbe solo un problema burocratico (ma non ha minacciato interventi in materia...).
La faccenda appare però assai più complessa, sia sul piano economico che politico. Il decreto legge è stato infatti stoppato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria: gli uffici della Ragioneria avrebbero avuto da ridire sulle coperture finanziarie di alcune misure, giudicate insufficienti e inadeguate. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment, un meccanismo tributario mirato a contrastare l’evasione del pagamento dell’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione. Una misura, introdotta nel 2015 dal governo Renzi, che ha indubbiamente complicato la vita dei contribuenti onesti, costretti a gestire problemi di liquidità. Ma lo split payment ha dato buoni risultati sul piano del gettito Iva nel biennio 2015-2016, quantificabile in circa 3,5 miliardi.
Ma non è un mistero che il “decreto Dignità” punterebbe anche a ridurre il grado di flessibilità e precarietà del mercato del Lavoro, né che la Lega pesca molti consensi tra i prenditori delle piccole medie e imprese, spesso sopravvissute alla crisi solo spremendo fino all’osso dipendenti senza più diritti e tutele.
Dunque il sodalizio tra i professori euri-nomani e la Lega avrebbe sostanzialmente congelato il primo provvedimento “sociale” del nuovo governo, pur di non dispiacere i guardiani di Bruxelles che vegliano sul rispetto dei vincoli di bilancio e gli industrialotti leghisti.
Il problema quindi c’è. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo per questo governo.
Fonte
05/02/2018
Morire d’amianto, legalmente. Intervista a Laura Mara
Sappiamo, da moltissimo tempo che l’amianto è una sostanza che può provocare il cancro negli esseri umani, tumore ai polmoni e mesotelioma e il mesotelioma peritoneale, rappresenta circa il 20-30% dei mesoteliomi. Questo è un tumore che origina dal mesotelio, cioè dalle cellule parietali del peritoneo, membrana sierosa che tappezza le pareti della cavità addominale e pelvica.
Le donne possono essere colpite da tumore dell’ovaio dovuto ad amianto anche stando in casa, scuotendo gli abiti da lavoro prima di lavarli, inalano così le pericolose fibrille di amianto. In uno studio, pubblicato su Occupational and Enviromental Medicine, ricercatori britannici hanno evidenziato che l’amianto può aumentare ictus, crisi cardiache e infarti.
Va affermato con forza che la battaglia contro l’amianto riguarda la salute degli operai, dei lavoratori, delle donne, ma anche del territorio e dell’ambiente. Non possiamo sapere, sia per i mesoteliomi che per altre forme tumorali, quando la cellula del nostro organismo dalla fase benigna diventa maligna.
Va anche detto che le fibre di amianto, derivato dalle vecchie tubazioni in cemento-amianto (che si stanno disgregando) potrebbero altamente inquinare l’acqua potabile, le condutture dell’acqua; le tubature in amianto vengono riconosciute come un grande rischio per la nostra salute.
Tumori del tratto gastrointestinale (esofago, stomaco, colon-retto) vennero già associati all’amianto negli anni ‘50 e attualmente le fibre dell’amianto e l’acqua potabile sono oggetto di attenti studi anche per quanto riguarda i tumori della laringe. L’osservazione, che proviene da numerosi lavori scientifici è che chi beve acqua contaminata dalle fibre di amianto, è esposto al rischio di tumori dell’apparato gastro-intestinale.
Nella risoluzione del Parlamento Europeo del 2013, sulle minacce per la salute sul luogo di lavoro legate all’amianto, si dice testualmente:
“...anche diversi tipi di tumori causati non soltanto dall’inalazione di fibre trasportate nell’aria, ma anche dall’ingestione di acqua contenente tali fibre, proveniente da tubature in amianto, sono stati riconosciuti come un rischio per la salute e possono insorgere dopo alcuni decenni, e in alcuni casi addirittura dopo oltre”.
Vi sono oggi, in alcuni procedimenti giudiziari che trattano le patologie e le morti causate dall’amianto, delle sentenze che lasciano il cittadino veramente basito e provocano amaro dolore, aggiunto a quello della perdita di un loro caro. In una parola la fiducia nella giustizia è messa fortemente in discussione. La nostra costituzione, per quanto riguarda la tutela della salute è chiara e, l’ articolo 32, afferma che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”
Il che indica l’importanza del miglioramento della qualità della vita che, ovviamente, si deve estendere a tutti quegli elementi, o sostanze nocive, ambientali, o causate da terzi, che “possono ostacolarne il reale esercizio”.
Questo articolo deve coinvolgere, direi obbligatoriamente, non solamente i cittadini, i medici, ma anche l’intera classe giuridica, magistratura compresa. Il Senatore Felice Casson, durante la sua introduzione, al convegno tenutosi al Senato della Repubblica, il 13 Dicembre del 2017 dal titolo “Fumus mali iuris”, organizzato dal Coordinamento Nazionale Amianto e Aiea Onlus, ha anche parlato di questo.
Il senatore Casson si è soffermato su quanto difficile sia la “[...] trattazione delle questioni di amianto dal punto di vista civilistico, amministrativo e penale... noi abbiamo visto delle sentenze di Cassazione che ci mettono un po’ in difficoltà [...].”
Durante questo convegno è intervenuta l’avvocatessa Laura Mara che ha una grandissima esperienza processuale sul tema di amianto e ci ha concesso una importante intervista.
Sappiamo che la respirazione delle fibre di amianto, o asbesto, può determinare gravi malattie che si manifestano dopo molto tempo. L’amianto, responsabile di quella infiammazione ai polmoni chiamata asbestosi, è stato classificato sostanza che può provocare il cancro negli esseri umani, tumore ai polmoni e mesotelioma; e diversi studi hanno anche suggerito l’associazione tra esposizione ad amianto e tumori gastrointestinali e colonrettali. Sembra poi esserci un elevato rischio di cancro anche per trachea, laringe, reni, esofago e cistifellea.
Le fibre dell’amianto, molto sottili, possono penetrare attraverso le vie respiratorie, non solamente nei polmoni, e raggiungere l’alveolo polmonare e formare, col tempo, degli essudati della pleura inguaribili. Sono morti annunciate, che avverranno anche a distanza di anni.
Il mesotelio è simile a una finissima pellicola, un sottile tessuto, che ricopre la parte interna del torace (pleura), dello spazio attorno al cuore (pericardio) e dell’addome (peritoneo). Quando un tumore nasce dalle cellule del mesotelio prende il nome di mesotelioma, e non sempre è maligno ma è in progressivo aumento; quando lo è, è uno dei più pericolosi che si conosca poiché la comparsa della sintomatologia si può avere dopo lungo tempo (anche quarantacinque-cinquanta anni).
Il mesotelioma può coinvolgere i polmoni, il peritoneo, il fegato, la cistifellea, la milza, l’intestino e la tunica vaginale del testicolo. Non esiste la cosiddetta dose-soglia (soglia di rischio) per l’amianto, può bastare una sola fibra per ammalarsi; ma il rischio aumenta con il tempo di esposizione e con la quantità inalata, ciò vale soprattutto per i lavoratori a diretto, o indiretto, contatto con la sostanza.
Buongiorno avvocatessa, grazie per averci concesso questa intervista. Per venire subito al punto. Noi siamo consapevoli di quanto affermava il senatore Felice Casson (in riferimento a una sentenza in Corte di Appello a Venezia): “La Costituzione dovrebbe imporre un comportamento diverso, costituzionalmente corretto”. Ora in maniera cruda è giusto parlare, nel caso di morte di amianto, di “omicidi colposi”? E possiamo parlare, sulla base di alcune recenti sentenze nei processi di amianto, di sentenze “non costituzionalmente orientate”?
Gentile Professore, buongiorno a Lei. La sua domanda coglie nel segno. Non solo è corretto, ma è doveroso, dal punto di vista giuridico e sociale, inquadrare gli eventi mortali, causati dall’esposizione ad amianto sui luoghi di lavoro, come omicidi colposi: non a caso nei capi di imputazione formulati dai PM all’interno dei diversi processi celebrati in Italia ritroviamo proprio le contestazioni ex art. 589 c. p., con l’aggravante di cui al II comma per aver commesso il fatto con violazione della normativa (speciale e generica) per la prevenzione degli infortuni/malattie professionali, che prevede un inasprimento della pena della reclusione da due a sette anni. Purtroppo le ultime sentenze di merito milanesi, confermate recentemente dalla Corte Suprema di Cassazione, hanno accolto una “tesi scientifica” che, da un lato, confonde il piano della causalità con quello propriamente biomedico, legato al processo multistadiale di oncogenesi del tumore, e, dall’altro, impone all’Accusa Pubblica e Privata di fornire una vera e propria prova impossibile (prova diabolica) in punto di causalità individuale. Il tutto senza considerare l’arresto conforme della comunità scientifica internazionale in punto di teoria dose-risposta per il mesotelioma pleurico (cfr. Consensus di Helsinky 1997; Monografie della IARC; Linee Guida 2010 della EuropeanRespiratory Society of ThoracicSurgeons for the manegement of pleuralmesothelioma;Documento ufficiale del 1999 della Federazione francese dei Centri di Lotta contro il Cancro; OSHA Federal Register del 1986 e da ultimo, III Consensus di Bari del 2015). Se così numerosi consessi (anche governativi) nazionali e internazionali si sono espressi a livello ufficiale nei termini sopra descritti, è logico inferire (altra via non esiste) che tali enunciati rappresentino, all’esito di un’analisi critica condotta ai massimi livelli di competenza ed imparzialità, la sintesi del sapere scientifico più diffuso ed accreditato in materia.
In questo senso, possiamo parlare di recenti sentenze non costituzionalmente orientate: si richiede cioè di provare l’inizio e la fine del periodo di induzione (iniziazione + promozione) per essere certi che, in quel periodo temporale, vi sia stato proprio quel determinato imputato a gestire l’azienda.
Si richiede cioè una prova che non può essere fornita, perché non attiene al piano della causalità individuale, in senso stretto, ma al processo biologico di insorgenza e trasformazione della patologia asbesto-correlata, e segnatamente del mesotelioma pleurico. Processo che, come per tutte le altre formazioni tumorali, non può essere registrato con strumenti fenomenici.
Se si accogliesse una simile interpretazione, sorgerebbero serie questioni di legittimità costituzionale dell’art. 589 c. p. in rapporto all’art. 3 della nostra Costituzione, in quanto vorrebbe dire che il reato di omicidio colposo per violazione delle normativa sulla sicurezza sul lavoro non coprirebbe le patologie asbesto correlate, e più in generale, non coprirebbe più le malattie neoplastiche professionali (che necessitano di un lungo periodo di tempo prima della loro comparsa e la cui cancerogenesi non è registrabile con dati fenomenici), creando in tal modo una falla nel sistema del diritto penale: vorrebbe cioè dire che l’art. 589 c. p. si applicherebbe solo ai casi di infortunio sul lavoro (che è reato istantaneo) e non anche alle malattie professionali neoplastiche (che costituiscono reati-evento a consumazione lenta e prolungata nel tempo, nei quali gli steps di mutazione cellulare non sono MAI verificabili nel momento in cui si producono all’interno dell’organismo umano).
Il che, come facilmente intuibile, violerebbe il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione che non consente una tutela giudiziaria differente a seconda del momento di consumazione dell’evento rispetto alla condotta posta in essere dall’agente.
Intravvedo oggi la possibilità di nuovo orientamento, che valuto pericoloso, di una parte fortunatamente esigua della giustizia. Spesso i consulenti degli imputati, nei processi di amianto, hanno operato in maniera impropria, elaborando delle posizioni – la teoria della “causalità individuale” o addirittura “collettiva” – che in realtà non hanno nulla di scientifico. Qual è il suo pensiero in merito?
Esattamente. Le difese degli imputati, tramite i loro consulenti, hanno costruito nel tempo un castello di scorrette e finanche inesistenti teorie scientifiche che si sono spinte oltre la logica umana, oltre la comprensione del giurista e del privato cittadino. In altri termini, si tenta, in maniera erronea, di calcolare una mancata anticipazione della latenza nei singoli soggetti (persone offese) senza tenere conto del fattore dose di esposizione e delle mansioni effettivamente espletate dai lavoratori in vita, confondendo i dati sulla latenza media (che attengono a studi di coorte) con quelli relativi alla latenza individuale di ogni persona che, in quanto tali, sono soggetti a diverse variabili.
Mi scusi se insisto sul tema, ma quello che più mi ha fatto indignare è la storia della “causalità”. Ci tengo a sottolineare che mio padre, ferroviere, morì nel 1990 per mesotelioma provocato dall’esposizione all’amianto, e mio zio Donato emigrato in Australia, morì nel 2005 per la stessa causa, lavorando alle massicciate delle ferrovie. Come lei ha detto al convegno:
“Un dato è certo: le difese degli imputati, tramite i loro consulenti, hanno costruito nel tempo un castello di scorrette e finanche inesistenti teorie scientifiche che si sono spinte oltre la logica umana, oltre la comprensione del giurista e del privato cittadino. Faccio riferimento al tema della causalità individuale nei processi penali che, secondo alcuni recenti orientamenti, anche della Cassazione, deve essere accertata con strumenti in realtà inesistenti nella realtà fenomenica-scientifica-giuridica”.
Dal punto di vista strettamente giuridico, quanto pesa questa “causalità individuale” nei processi penali? Come può essere accettata negli atti processuali una tesi presentata da “tecnici” di parte che non svolgono neanche la professione medica? Che cosa è questa “causalità individuale?
Il problema sta a monte e purtroppo molti di questi consulenti tecnici svolgono la professione medica ai più alti livelli, anche universitari. In sostanza oggi la magistratura, accedendo a questa interpretazione scientifica non corretta, esige che venga data la prova (con che strumenti non è dato capirlo) del momento esatto in cui la cellula da benigna inizia a progredire verso la malignità, nonché la successiva prova della fine di questo (lunghissimo) periodo multistadiale per poter imputare la responsabilità penale proprio a quel dirigente che, in quel preciso momento (coincidente con la mutazione cellulare della vittima), gestiva concretamente la società. Purtroppo, come noto, non esiste un cronometro per i tumori che possa fermare l’istante in cui la cellula inizia a proliferare verso la malignità! Questo è il limite della scienza medica applicabile a qualsivoglia malattia tumorale.
Non per questo è legittimo dedurre che tale (logica) incertezza biomedica si possa tradurre in incertezza sul nesso di causa: mai la Cassazione ha sostenuto che nei processi per patologie tumorali (la cui evoluzione interna all’organismo umano non è evidentemente registrabile con nessuno strumento), che formavano oggetto di imputazioni per omicidi colposi, vi fosse stata la violazione della regola di diritto della condanna oltre ogni ragionevole dubbio. Ragionando in altro modo, lo si ripete, si arriverebbe alla conseguenza, evidentemente non accettabile, di non poter più celebrare processi per omicidi colposi consistiti in malattie professionali neoplastiche incurabili ed infauste, frutto di comportamenti (soggettivamente e oggettivamente) colposi posti in essere dai diversi datori di lavoro, che, nel tempo, si sono succeduti nelle diverse posizioni di garanzia all’interno di una determinata realtà industriale.
Appare pertanto condivisibile l’orientamento di legittimità secondo il quale è impossibile la conoscenza di tutti gli antecedenti sinergicamente inseriti nella catena causale e di tutte le leggi pertinenti (...) poiché il Giudice non può conoscere tutte le fasi intermedie attraverso le quali la causa produce il suo effetto, né procedere ad una spiegazione fondata su una serie continua di eventi (cfr. sent. Franzese, Cass. Sezioni Unite, n. 30328/2002) e dunque potrà ritenersi provata l’esistenza di un nesso causale tra condotta umana, commissiva e anche omissiva, ed un evento quando sia ragionevolmente da escludere l’intervento di un diverso ed alternativo nesso causale.
La mia impressione è che si stia facendo in modo di realizzare una “rete di protezione giuridica” per le imprese, per facilitare la loro assoluzione nelle cause per malattie professionali, impedendo anche il riconoscimento economico del danno. Forse le mie sono semplici illazioni, ma non sarebbe il caso di costruire delle Class Action, soprattutto per quanto riguarda le grandi imprese? In fondo, come lei ha ricordato nel suo intervento nel convegno: “[...] più la persona rimaneva esposta più si ammalava dopo [...], più sei esposto all’amianto e più ti fa bene perché ti ammali dopo.” Qual è il suo pensiero in merito?
Molte delle ultime sentenze assolutorie intervenute su questo specifico tema hanno, lo ripeto, confuso il piano della causalità individuale (nesso di causa sulla singola persona offesa del processo) con quello della causalità generale (nesso di causa verificabile su una determinata coorte di soggetti studiata dagli epidemiologi che hanno poi elaborato una vera e propria legge scientifica di copertura), addivenendo anche ad una indebita commistione fra piano biomedico e piano causale. L’esempio classico riportato in queste pronunce è proprio quello da Lei ricordato: in maniera non corretta si prende in esame solo l’inizio dell’attività della singola persona offesa e il momento dell’insorgenza della patologia per provare il contrario di quello che afferma la comunità scientifica, ovvero che a maggiore esposizione corrisponderebbe una latenza più lunga. Questi calcoli e queste verifiche non sono attendibili perché non considerano il fattore dose (concentrazione di fibre di amianto) e la mansione effettivamente espletata dal lavoratore. Potremo quindi avere una persona esposta, per un tempo breve, ad una concentrazione elevatissima di fibre di amianto che si ammala in un tempo minore (latenza più corta) rispetto ad un soggetto che pur essendo stato esposto per un periodo più lungo, è stato sottoposto ad una concentrazione di asbesto inferiore, proprio perché svolgeva mansioni differenti dalla prima. E’ quindi chiaro che il fattore dose gioca un ruolo altrettanto importante, così come il tempo. Ma se nel calcolo non si tiene in considerazione la concentrazione di fibre/polveri di amianto cui il lavoratore è stato esposto (dose) si avranno dei risultati inficiati ab origine, in quanto non ha alcun senso, perché non esprime una regola scientificamente validata, parlare solo del tempo in funzione dell’esordio della malattia.
L’idea di una Class Action è certamente percorribile, ma in sede civile e comunque non sposterebbe l’asse del problema della responsabilità penale dei singoli imputati che è e resta una responsabilità personale.
Credo a questo punto che l’unico passo percorribile alla luce di queste sentenze possa essere il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione dei diritti inviolabili dell’Uomo e della Donna, quali quelli alla vita ed alla salute (art. 2 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), nonché per violazione della regola dell’equo processo (art. 6 Convenzione cit. ), secondo la quale non può essere richiesta ad una sola parte, nel rispetto del principio del contraddittorio, una prova impossibile da fornire in quanto inesistente sul piano scientifico, biologico e giuridico.
Convengo con lei avvocatessa. Una Class Action è sicuramente importante, è certamente percorribile ma non inciderebbe e non sposta il punto focale, come lei ha affermato, della responsabilità penale di ogni imputato, che per l’appunto è di ognuno di loro, è personale. Sono perfettamente convinto che vada fatto un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la European Convention in Human Right. Tengo a precisare che questa Corte Internazionale, alla quale aderiscono i membri del Consiglio d’Europa, fu istituita nel 1959 non è affatto una istituzione che fa parte dell’Unione Europea. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sede in Francia, a Strasburgo, esattamente nel Palazzo dei Diritti dell’Uomo. L’Unione Europea la Corte di Giustizia (CGUE) ha sede nel Lussemburgo, esattamente nel Palais de la Cour de Justice a Lussemburgo. La ringrazio molto.
Fonte
Le donne possono essere colpite da tumore dell’ovaio dovuto ad amianto anche stando in casa, scuotendo gli abiti da lavoro prima di lavarli, inalano così le pericolose fibrille di amianto. In uno studio, pubblicato su Occupational and Enviromental Medicine, ricercatori britannici hanno evidenziato che l’amianto può aumentare ictus, crisi cardiache e infarti.
Va affermato con forza che la battaglia contro l’amianto riguarda la salute degli operai, dei lavoratori, delle donne, ma anche del territorio e dell’ambiente. Non possiamo sapere, sia per i mesoteliomi che per altre forme tumorali, quando la cellula del nostro organismo dalla fase benigna diventa maligna.
Va anche detto che le fibre di amianto, derivato dalle vecchie tubazioni in cemento-amianto (che si stanno disgregando) potrebbero altamente inquinare l’acqua potabile, le condutture dell’acqua; le tubature in amianto vengono riconosciute come un grande rischio per la nostra salute.
Tumori del tratto gastrointestinale (esofago, stomaco, colon-retto) vennero già associati all’amianto negli anni ‘50 e attualmente le fibre dell’amianto e l’acqua potabile sono oggetto di attenti studi anche per quanto riguarda i tumori della laringe. L’osservazione, che proviene da numerosi lavori scientifici è che chi beve acqua contaminata dalle fibre di amianto, è esposto al rischio di tumori dell’apparato gastro-intestinale.
Nella risoluzione del Parlamento Europeo del 2013, sulle minacce per la salute sul luogo di lavoro legate all’amianto, si dice testualmente:
“...anche diversi tipi di tumori causati non soltanto dall’inalazione di fibre trasportate nell’aria, ma anche dall’ingestione di acqua contenente tali fibre, proveniente da tubature in amianto, sono stati riconosciuti come un rischio per la salute e possono insorgere dopo alcuni decenni, e in alcuni casi addirittura dopo oltre”.
Vi sono oggi, in alcuni procedimenti giudiziari che trattano le patologie e le morti causate dall’amianto, delle sentenze che lasciano il cittadino veramente basito e provocano amaro dolore, aggiunto a quello della perdita di un loro caro. In una parola la fiducia nella giustizia è messa fortemente in discussione. La nostra costituzione, per quanto riguarda la tutela della salute è chiara e, l’ articolo 32, afferma che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”
Il che indica l’importanza del miglioramento della qualità della vita che, ovviamente, si deve estendere a tutti quegli elementi, o sostanze nocive, ambientali, o causate da terzi, che “possono ostacolarne il reale esercizio”.
Questo articolo deve coinvolgere, direi obbligatoriamente, non solamente i cittadini, i medici, ma anche l’intera classe giuridica, magistratura compresa. Il Senatore Felice Casson, durante la sua introduzione, al convegno tenutosi al Senato della Repubblica, il 13 Dicembre del 2017 dal titolo “Fumus mali iuris”, organizzato dal Coordinamento Nazionale Amianto e Aiea Onlus, ha anche parlato di questo.
Il senatore Casson si è soffermato su quanto difficile sia la “[...] trattazione delle questioni di amianto dal punto di vista civilistico, amministrativo e penale... noi abbiamo visto delle sentenze di Cassazione che ci mettono un po’ in difficoltà [...].”
Durante questo convegno è intervenuta l’avvocatessa Laura Mara che ha una grandissima esperienza processuale sul tema di amianto e ci ha concesso una importante intervista.
Sappiamo che la respirazione delle fibre di amianto, o asbesto, può determinare gravi malattie che si manifestano dopo molto tempo. L’amianto, responsabile di quella infiammazione ai polmoni chiamata asbestosi, è stato classificato sostanza che può provocare il cancro negli esseri umani, tumore ai polmoni e mesotelioma; e diversi studi hanno anche suggerito l’associazione tra esposizione ad amianto e tumori gastrointestinali e colonrettali. Sembra poi esserci un elevato rischio di cancro anche per trachea, laringe, reni, esofago e cistifellea.
Le fibre dell’amianto, molto sottili, possono penetrare attraverso le vie respiratorie, non solamente nei polmoni, e raggiungere l’alveolo polmonare e formare, col tempo, degli essudati della pleura inguaribili. Sono morti annunciate, che avverranno anche a distanza di anni.
Il mesotelio è simile a una finissima pellicola, un sottile tessuto, che ricopre la parte interna del torace (pleura), dello spazio attorno al cuore (pericardio) e dell’addome (peritoneo). Quando un tumore nasce dalle cellule del mesotelio prende il nome di mesotelioma, e non sempre è maligno ma è in progressivo aumento; quando lo è, è uno dei più pericolosi che si conosca poiché la comparsa della sintomatologia si può avere dopo lungo tempo (anche quarantacinque-cinquanta anni).
Il mesotelioma può coinvolgere i polmoni, il peritoneo, il fegato, la cistifellea, la milza, l’intestino e la tunica vaginale del testicolo. Non esiste la cosiddetta dose-soglia (soglia di rischio) per l’amianto, può bastare una sola fibra per ammalarsi; ma il rischio aumenta con il tempo di esposizione e con la quantità inalata, ciò vale soprattutto per i lavoratori a diretto, o indiretto, contatto con la sostanza.
Buongiorno avvocatessa, grazie per averci concesso questa intervista. Per venire subito al punto. Noi siamo consapevoli di quanto affermava il senatore Felice Casson (in riferimento a una sentenza in Corte di Appello a Venezia): “La Costituzione dovrebbe imporre un comportamento diverso, costituzionalmente corretto”. Ora in maniera cruda è giusto parlare, nel caso di morte di amianto, di “omicidi colposi”? E possiamo parlare, sulla base di alcune recenti sentenze nei processi di amianto, di sentenze “non costituzionalmente orientate”?
Gentile Professore, buongiorno a Lei. La sua domanda coglie nel segno. Non solo è corretto, ma è doveroso, dal punto di vista giuridico e sociale, inquadrare gli eventi mortali, causati dall’esposizione ad amianto sui luoghi di lavoro, come omicidi colposi: non a caso nei capi di imputazione formulati dai PM all’interno dei diversi processi celebrati in Italia ritroviamo proprio le contestazioni ex art. 589 c. p., con l’aggravante di cui al II comma per aver commesso il fatto con violazione della normativa (speciale e generica) per la prevenzione degli infortuni/malattie professionali, che prevede un inasprimento della pena della reclusione da due a sette anni. Purtroppo le ultime sentenze di merito milanesi, confermate recentemente dalla Corte Suprema di Cassazione, hanno accolto una “tesi scientifica” che, da un lato, confonde il piano della causalità con quello propriamente biomedico, legato al processo multistadiale di oncogenesi del tumore, e, dall’altro, impone all’Accusa Pubblica e Privata di fornire una vera e propria prova impossibile (prova diabolica) in punto di causalità individuale. Il tutto senza considerare l’arresto conforme della comunità scientifica internazionale in punto di teoria dose-risposta per il mesotelioma pleurico (cfr. Consensus di Helsinky 1997; Monografie della IARC; Linee Guida 2010 della EuropeanRespiratory Society of ThoracicSurgeons for the manegement of pleuralmesothelioma;Documento ufficiale del 1999 della Federazione francese dei Centri di Lotta contro il Cancro; OSHA Federal Register del 1986 e da ultimo, III Consensus di Bari del 2015). Se così numerosi consessi (anche governativi) nazionali e internazionali si sono espressi a livello ufficiale nei termini sopra descritti, è logico inferire (altra via non esiste) che tali enunciati rappresentino, all’esito di un’analisi critica condotta ai massimi livelli di competenza ed imparzialità, la sintesi del sapere scientifico più diffuso ed accreditato in materia.
In questo senso, possiamo parlare di recenti sentenze non costituzionalmente orientate: si richiede cioè di provare l’inizio e la fine del periodo di induzione (iniziazione + promozione) per essere certi che, in quel periodo temporale, vi sia stato proprio quel determinato imputato a gestire l’azienda.
Si richiede cioè una prova che non può essere fornita, perché non attiene al piano della causalità individuale, in senso stretto, ma al processo biologico di insorgenza e trasformazione della patologia asbesto-correlata, e segnatamente del mesotelioma pleurico. Processo che, come per tutte le altre formazioni tumorali, non può essere registrato con strumenti fenomenici.
Se si accogliesse una simile interpretazione, sorgerebbero serie questioni di legittimità costituzionale dell’art. 589 c. p. in rapporto all’art. 3 della nostra Costituzione, in quanto vorrebbe dire che il reato di omicidio colposo per violazione delle normativa sulla sicurezza sul lavoro non coprirebbe le patologie asbesto correlate, e più in generale, non coprirebbe più le malattie neoplastiche professionali (che necessitano di un lungo periodo di tempo prima della loro comparsa e la cui cancerogenesi non è registrabile con dati fenomenici), creando in tal modo una falla nel sistema del diritto penale: vorrebbe cioè dire che l’art. 589 c. p. si applicherebbe solo ai casi di infortunio sul lavoro (che è reato istantaneo) e non anche alle malattie professionali neoplastiche (che costituiscono reati-evento a consumazione lenta e prolungata nel tempo, nei quali gli steps di mutazione cellulare non sono MAI verificabili nel momento in cui si producono all’interno dell’organismo umano).
Il che, come facilmente intuibile, violerebbe il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione che non consente una tutela giudiziaria differente a seconda del momento di consumazione dell’evento rispetto alla condotta posta in essere dall’agente.
Intravvedo oggi la possibilità di nuovo orientamento, che valuto pericoloso, di una parte fortunatamente esigua della giustizia. Spesso i consulenti degli imputati, nei processi di amianto, hanno operato in maniera impropria, elaborando delle posizioni – la teoria della “causalità individuale” o addirittura “collettiva” – che in realtà non hanno nulla di scientifico. Qual è il suo pensiero in merito?
Esattamente. Le difese degli imputati, tramite i loro consulenti, hanno costruito nel tempo un castello di scorrette e finanche inesistenti teorie scientifiche che si sono spinte oltre la logica umana, oltre la comprensione del giurista e del privato cittadino. In altri termini, si tenta, in maniera erronea, di calcolare una mancata anticipazione della latenza nei singoli soggetti (persone offese) senza tenere conto del fattore dose di esposizione e delle mansioni effettivamente espletate dai lavoratori in vita, confondendo i dati sulla latenza media (che attengono a studi di coorte) con quelli relativi alla latenza individuale di ogni persona che, in quanto tali, sono soggetti a diverse variabili.
Mi scusi se insisto sul tema, ma quello che più mi ha fatto indignare è la storia della “causalità”. Ci tengo a sottolineare che mio padre, ferroviere, morì nel 1990 per mesotelioma provocato dall’esposizione all’amianto, e mio zio Donato emigrato in Australia, morì nel 2005 per la stessa causa, lavorando alle massicciate delle ferrovie. Come lei ha detto al convegno:
“Un dato è certo: le difese degli imputati, tramite i loro consulenti, hanno costruito nel tempo un castello di scorrette e finanche inesistenti teorie scientifiche che si sono spinte oltre la logica umana, oltre la comprensione del giurista e del privato cittadino. Faccio riferimento al tema della causalità individuale nei processi penali che, secondo alcuni recenti orientamenti, anche della Cassazione, deve essere accertata con strumenti in realtà inesistenti nella realtà fenomenica-scientifica-giuridica”.
Dal punto di vista strettamente giuridico, quanto pesa questa “causalità individuale” nei processi penali? Come può essere accettata negli atti processuali una tesi presentata da “tecnici” di parte che non svolgono neanche la professione medica? Che cosa è questa “causalità individuale?
Il problema sta a monte e purtroppo molti di questi consulenti tecnici svolgono la professione medica ai più alti livelli, anche universitari. In sostanza oggi la magistratura, accedendo a questa interpretazione scientifica non corretta, esige che venga data la prova (con che strumenti non è dato capirlo) del momento esatto in cui la cellula da benigna inizia a progredire verso la malignità, nonché la successiva prova della fine di questo (lunghissimo) periodo multistadiale per poter imputare la responsabilità penale proprio a quel dirigente che, in quel preciso momento (coincidente con la mutazione cellulare della vittima), gestiva concretamente la società. Purtroppo, come noto, non esiste un cronometro per i tumori che possa fermare l’istante in cui la cellula inizia a proliferare verso la malignità! Questo è il limite della scienza medica applicabile a qualsivoglia malattia tumorale.
Non per questo è legittimo dedurre che tale (logica) incertezza biomedica si possa tradurre in incertezza sul nesso di causa: mai la Cassazione ha sostenuto che nei processi per patologie tumorali (la cui evoluzione interna all’organismo umano non è evidentemente registrabile con nessuno strumento), che formavano oggetto di imputazioni per omicidi colposi, vi fosse stata la violazione della regola di diritto della condanna oltre ogni ragionevole dubbio. Ragionando in altro modo, lo si ripete, si arriverebbe alla conseguenza, evidentemente non accettabile, di non poter più celebrare processi per omicidi colposi consistiti in malattie professionali neoplastiche incurabili ed infauste, frutto di comportamenti (soggettivamente e oggettivamente) colposi posti in essere dai diversi datori di lavoro, che, nel tempo, si sono succeduti nelle diverse posizioni di garanzia all’interno di una determinata realtà industriale.
Appare pertanto condivisibile l’orientamento di legittimità secondo il quale è impossibile la conoscenza di tutti gli antecedenti sinergicamente inseriti nella catena causale e di tutte le leggi pertinenti (...) poiché il Giudice non può conoscere tutte le fasi intermedie attraverso le quali la causa produce il suo effetto, né procedere ad una spiegazione fondata su una serie continua di eventi (cfr. sent. Franzese, Cass. Sezioni Unite, n. 30328/2002) e dunque potrà ritenersi provata l’esistenza di un nesso causale tra condotta umana, commissiva e anche omissiva, ed un evento quando sia ragionevolmente da escludere l’intervento di un diverso ed alternativo nesso causale.
La mia impressione è che si stia facendo in modo di realizzare una “rete di protezione giuridica” per le imprese, per facilitare la loro assoluzione nelle cause per malattie professionali, impedendo anche il riconoscimento economico del danno. Forse le mie sono semplici illazioni, ma non sarebbe il caso di costruire delle Class Action, soprattutto per quanto riguarda le grandi imprese? In fondo, come lei ha ricordato nel suo intervento nel convegno: “[...] più la persona rimaneva esposta più si ammalava dopo [...], più sei esposto all’amianto e più ti fa bene perché ti ammali dopo.” Qual è il suo pensiero in merito?
Molte delle ultime sentenze assolutorie intervenute su questo specifico tema hanno, lo ripeto, confuso il piano della causalità individuale (nesso di causa sulla singola persona offesa del processo) con quello della causalità generale (nesso di causa verificabile su una determinata coorte di soggetti studiata dagli epidemiologi che hanno poi elaborato una vera e propria legge scientifica di copertura), addivenendo anche ad una indebita commistione fra piano biomedico e piano causale. L’esempio classico riportato in queste pronunce è proprio quello da Lei ricordato: in maniera non corretta si prende in esame solo l’inizio dell’attività della singola persona offesa e il momento dell’insorgenza della patologia per provare il contrario di quello che afferma la comunità scientifica, ovvero che a maggiore esposizione corrisponderebbe una latenza più lunga. Questi calcoli e queste verifiche non sono attendibili perché non considerano il fattore dose (concentrazione di fibre di amianto) e la mansione effettivamente espletata dal lavoratore. Potremo quindi avere una persona esposta, per un tempo breve, ad una concentrazione elevatissima di fibre di amianto che si ammala in un tempo minore (latenza più corta) rispetto ad un soggetto che pur essendo stato esposto per un periodo più lungo, è stato sottoposto ad una concentrazione di asbesto inferiore, proprio perché svolgeva mansioni differenti dalla prima. E’ quindi chiaro che il fattore dose gioca un ruolo altrettanto importante, così come il tempo. Ma se nel calcolo non si tiene in considerazione la concentrazione di fibre/polveri di amianto cui il lavoratore è stato esposto (dose) si avranno dei risultati inficiati ab origine, in quanto non ha alcun senso, perché non esprime una regola scientificamente validata, parlare solo del tempo in funzione dell’esordio della malattia.
L’idea di una Class Action è certamente percorribile, ma in sede civile e comunque non sposterebbe l’asse del problema della responsabilità penale dei singoli imputati che è e resta una responsabilità personale.
Credo a questo punto che l’unico passo percorribile alla luce di queste sentenze possa essere il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione dei diritti inviolabili dell’Uomo e della Donna, quali quelli alla vita ed alla salute (art. 2 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), nonché per violazione della regola dell’equo processo (art. 6 Convenzione cit. ), secondo la quale non può essere richiesta ad una sola parte, nel rispetto del principio del contraddittorio, una prova impossibile da fornire in quanto inesistente sul piano scientifico, biologico e giuridico.
Convengo con lei avvocatessa. Una Class Action è sicuramente importante, è certamente percorribile ma non inciderebbe e non sposta il punto focale, come lei ha affermato, della responsabilità penale di ogni imputato, che per l’appunto è di ognuno di loro, è personale. Sono perfettamente convinto che vada fatto un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la European Convention in Human Right. Tengo a precisare che questa Corte Internazionale, alla quale aderiscono i membri del Consiglio d’Europa, fu istituita nel 1959 non è affatto una istituzione che fa parte dell’Unione Europea. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sede in Francia, a Strasburgo, esattamente nel Palazzo dei Diritti dell’Uomo. L’Unione Europea la Corte di Giustizia (CGUE) ha sede nel Lussemburgo, esattamente nel Palais de la Cour de Justice a Lussemburgo. La ringrazio molto.
Fonte
04/11/2017
Meno tasse, ma solo per ricchi e ricchissimi. Il dumping fiscale di Trump
Quando si sente parlare di riduzione delle tasse, “la mano corre alla pistola”. Infatti le azioni pratiche in questa direzione non agiscono mai su quelle relative ai salari dei lavoratori, alle pensioni o a tasse indirette non progressive come l’Iva. Quando sentite parlare di riduzione delle tasse il coniglio che esce dal cilindro somiglia sempre ad un sconto fiscale per le imprese, le banche e le multinazionali.
L’ulteriore conferma viene dagli Stati Uniti, dove la riforma fiscale a favore delle corporation annunciata da Trump potrebbe scatenare un effetto domino a cominciare dall’Unione Europea. In primo luogo per le ripercussioni sulle multinazionali europee presenti negli Usa, e per quelle statunitensi presenti nella Ue. Al momento l’unica certezza, sono i benefici fiscali per le corporation e le ripercussioni per la raccolta fiscale negli Stati Uniti che vedrà entrare meno imposte dalle grandi e medie società.
L’abbattimento della corporate tax federale dal 35% attuale al 20% non è l’unica misura fiscale, occorre aggiungervi la deducibilità immediata del costo dei beni strumentali per i prossimi cinque anni – in luogo degli ammortamenti – e la possibilità di riportare a nuovo le perdite fiscali senza limitazioni di tempo. La riforma fiscale di Trump garantisce poi l’esenzione al 100% dei dividendi e delle plusvalenze sulle cessioni di partecipazioni, i cui effetti sono – con tutta evidenza – la disponibilità di liquidità intatta da prelievo fiscale. Non bastasse, il transfer pricing prende una piega vagamente nazionalista, gravando con il 20% (excise tax) sui pagamenti effettuati a beneficio delle consociate estere (di società Usa) per l’acquisto di beni e servizi. In pratica una vera offensiva sul piano del dumping fiscale che dovrebbe favorire l’insediamento delle multinazionali negli Stati Uniti a scapito degli altri paesi competitori.
Secondo il piano fiscale trumpiano verranno invece ridotte da sette a quattro le aliquote per le famiglie e gli individui. La più alta rimane al 39,6%, per i redditi milionari delle coppie e sopra il mezzo milione per gli individui. Le altre saranno fissate al 12%, per redditi individuali tra i 24mila e i 90mila dollari, al 25% fino a 250mila dollari, e al 35% fino al milione. La tassa di successione verrà applicata solo su eredità superiori a 11 milioni di dollari, doppie rispetto alle attuali, ma sarà cancellata nel 2024. Per i ceti medi, le deduzioni fiscali saranno raddoppiate a 24mila dollari (per le coppie) o 12mila (per i single); il credito d’imposta per figli a carico salirà del 60% a 1.600 dollari e nascerà un credito per anziani a carico da 300 dollari. (Sole 24 Ore)
Si presenta però il problema di come tutto ciò sia compatibile con i trattati fiscali che gli Usa hanno firmato con gli altri paesi – molti dei quali proprio nella Ue – e di come l’Unione Europea reagirà a questa politica fiscale. In Francia, la scorsa settimana Macron ha preannunciato un programma di riforma fiscale che dovrebbe portare nel breve termine (2020) a un abbassamento del 5,33 % della tassa sui redditi delle società, fino a scendere al 28% (oggi è il 33%). In Olanda il premier Mark Rutte ha promesso un taglio del corporate tax rate al 21% (dal 25) entro il 2021, scendendo sotto la quota simbolica del 50% (passerà al 49,5% dal 52 attuale).
L’Unione Europea fa ancora i conti con la mancanza di una politica fiscale comune, ogni paese ha aliquote e regimi fiscali propri e molti denunciano il dumping fiscale degli altri stati membri (vedi il contenzioso con l’Irlanda o il Lussemburgo per il loro regime fiscale ultrageneroso per le multinazionali).
La perversione di questo dogma del modello liberista – abbattimento delle tasse – sta nel fatto che le minori entrate fiscali nel bilancio degli stati, devono essere compensate da tagli sempre più feroci alla spesa pubblica. Il giochetto consiste nel tagliare molto le tasse a società e banche e qualcosa alle famiglie. Con la conseguenza che a quel punto le famiglie dovranno tendenzialmente pagarsi da sole la sanità, la previdenza sociale etc. Qualcuno avrà i soldi per farlo, la maggioranza invece ne ha sempre meno a disposizione a causa dell’abbassamento delle retribuzioni e dei salari. Si troverà così senza assistenza sanitaria o pensione o istruzione e soprattutto senza un sistema pubblico che ha il compito costituzionale di assicurare la dignità e l’uguaglianza dei propri cittadini. Un sanguinoso imbroglio mascherato con parole suadenti.
Fonte
L’ulteriore conferma viene dagli Stati Uniti, dove la riforma fiscale a favore delle corporation annunciata da Trump potrebbe scatenare un effetto domino a cominciare dall’Unione Europea. In primo luogo per le ripercussioni sulle multinazionali europee presenti negli Usa, e per quelle statunitensi presenti nella Ue. Al momento l’unica certezza, sono i benefici fiscali per le corporation e le ripercussioni per la raccolta fiscale negli Stati Uniti che vedrà entrare meno imposte dalle grandi e medie società.
L’abbattimento della corporate tax federale dal 35% attuale al 20% non è l’unica misura fiscale, occorre aggiungervi la deducibilità immediata del costo dei beni strumentali per i prossimi cinque anni – in luogo degli ammortamenti – e la possibilità di riportare a nuovo le perdite fiscali senza limitazioni di tempo. La riforma fiscale di Trump garantisce poi l’esenzione al 100% dei dividendi e delle plusvalenze sulle cessioni di partecipazioni, i cui effetti sono – con tutta evidenza – la disponibilità di liquidità intatta da prelievo fiscale. Non bastasse, il transfer pricing prende una piega vagamente nazionalista, gravando con il 20% (excise tax) sui pagamenti effettuati a beneficio delle consociate estere (di società Usa) per l’acquisto di beni e servizi. In pratica una vera offensiva sul piano del dumping fiscale che dovrebbe favorire l’insediamento delle multinazionali negli Stati Uniti a scapito degli altri paesi competitori.
Secondo il piano fiscale trumpiano verranno invece ridotte da sette a quattro le aliquote per le famiglie e gli individui. La più alta rimane al 39,6%, per i redditi milionari delle coppie e sopra il mezzo milione per gli individui. Le altre saranno fissate al 12%, per redditi individuali tra i 24mila e i 90mila dollari, al 25% fino a 250mila dollari, e al 35% fino al milione. La tassa di successione verrà applicata solo su eredità superiori a 11 milioni di dollari, doppie rispetto alle attuali, ma sarà cancellata nel 2024. Per i ceti medi, le deduzioni fiscali saranno raddoppiate a 24mila dollari (per le coppie) o 12mila (per i single); il credito d’imposta per figli a carico salirà del 60% a 1.600 dollari e nascerà un credito per anziani a carico da 300 dollari. (Sole 24 Ore)
Si presenta però il problema di come tutto ciò sia compatibile con i trattati fiscali che gli Usa hanno firmato con gli altri paesi – molti dei quali proprio nella Ue – e di come l’Unione Europea reagirà a questa politica fiscale. In Francia, la scorsa settimana Macron ha preannunciato un programma di riforma fiscale che dovrebbe portare nel breve termine (2020) a un abbassamento del 5,33 % della tassa sui redditi delle società, fino a scendere al 28% (oggi è il 33%). In Olanda il premier Mark Rutte ha promesso un taglio del corporate tax rate al 21% (dal 25) entro il 2021, scendendo sotto la quota simbolica del 50% (passerà al 49,5% dal 52 attuale).
L’Unione Europea fa ancora i conti con la mancanza di una politica fiscale comune, ogni paese ha aliquote e regimi fiscali propri e molti denunciano il dumping fiscale degli altri stati membri (vedi il contenzioso con l’Irlanda o il Lussemburgo per il loro regime fiscale ultrageneroso per le multinazionali).
La perversione di questo dogma del modello liberista – abbattimento delle tasse – sta nel fatto che le minori entrate fiscali nel bilancio degli stati, devono essere compensate da tagli sempre più feroci alla spesa pubblica. Il giochetto consiste nel tagliare molto le tasse a società e banche e qualcosa alle famiglie. Con la conseguenza che a quel punto le famiglie dovranno tendenzialmente pagarsi da sole la sanità, la previdenza sociale etc. Qualcuno avrà i soldi per farlo, la maggioranza invece ne ha sempre meno a disposizione a causa dell’abbassamento delle retribuzioni e dei salari. Si troverà così senza assistenza sanitaria o pensione o istruzione e soprattutto senza un sistema pubblico che ha il compito costituzionale di assicurare la dignità e l’uguaglianza dei propri cittadini. Un sanguinoso imbroglio mascherato con parole suadenti.
Fonte
02/11/2017
Fiumi di soldi alle imprese, briciole a lavoratori e pensionati
E’ sempre più urgente una operazione verità in questo paese. La lettura delle misure contenute nella bozza della legge di stabilità ci consegna l’immagine dell’ennesima manovra costruita e disegnata a misura di impresa.
Il testo approdato al Senato, per quanto concerne i capitoli principali, è sostanzialmente quello circolato in questi giorni e l’introduzione di qualche bonus qua e là non ne cambia la natura.
Restano i rilievi rappresentati con la consueta letterina dalle istituzioni europee, le quali, hanno già agitato lo spauracchio della deviazione sui conti. Insomma, è vero che in vista delle elezioni si può un po’ allentare la corda, ma che sia sempre chiaro chi ha in mano le redini del gioco.
Ciò che balza agli occhi è, da un lato, le tante misure indirizzate nei confronti delle aziende o delle banche e, dall’altro, tutto ciò che manca e sarebbe necessario per far fronte alle vere emergenze sociali: un piano serio che aggredisca davvero la dilagante disoccupazione soprattutto giovanile, l’abrogazione della legge Fornero che condanna intere generazioni ad un lavoro senza fine, o del Job act o della buona scuola, forieri di lavoro sottopagato iper sfruttato e/o gratuito.
Prima di entrare nel dettaglio delle misure, è opportuno segnalare la tecnica utilizzata nella redazione del testo.
E così nel titolo “Riduzione pressione fiscale” vi sono gli incentivi naturalmente solo per le imprese, nel titolo “Incentivo strutturale all’occupazione giovanile” vi sono gli sgravi sempre per le imprese e nel titolo “Disposizioni per il contrasto all’evasione” vi sono misure che complicano l’attività di contrasto all’evasione..
Soldi a pioggia per le imprese.
Per i datori di lavoro privato viene introdotto uno sgravio del 50% per i primi tre anni di contratto a tutele crescenti con un tetto annuo di 3.000 euro, per l’assunzione di giovani under 35. Da gennaio 2019 lo sgravio sarà limitato all’inserimento di giovani under 29. Sul piatto 350 milioni il primo anno fino a salire a due miliardi a regime. Lo sgravio vale solo per coloro che non siano stati occupati a tempo indeterminato, e nelle previsioni del governo, dovrebbe garantire fino a 980 mila assunzioni in tre anni.
Il bonus sale al 100% se si assumono giovani apprendisti entro sei mesi dall’acquisizione del titolo professionale o per quelli in alternanza scuola lavoro a determinate condizioni
Queste sarebbero le misure di contrasto alla disoccupazione giovanile.
La filosofia è sempre la stessa: in ossequio a quel dogma liberista per cui solo le imprese possono rilanciare l’economia e l’occupazione, tutte le risorse pubbliche devono essere indirizzate nei loro confronti nella vana speranza che queste si decidano ad assumere
Poco importa se i fatti dimostrano la totale inefficacia occupazionale di tali misure, poco importa se chiunque può intendere che le imprese assumono soltanto se prevedono un incremento della domanda dei loro prodotti che, in piena crisi e recessione, è ipotesi alquanto bizzarra.
Ciò che conta è ciò che viene raccontato e una bugia ripetuta ossessivamente, diventa una indiscutibile verità.
Sempre per le imprese, riconfermate e prorogate con qualche ritocco, due misure, già presenti nella legge di stabilità 2017 che consentiranno alle aziende di continuare a conseguire un vantaggio di imposta non trascurabile: il superammortamento per l’acquisto di macchine utensili tradizionali (che passa dal 140 al 130%) e l’iperammortamento al 250% per l’acquisto di beni legati alla digitalizzazione della produzione (la c.d. industria 4.0)
Per completare il quadro occorre ricordare, inoltre, che la manovra del 2017 aveva introdotto una riduzione di ben 3,5 punti percentuali dell’aliquota IRES (imposta sul reddito delle società) passata dal 27,5% al 24%: un regalo che ha significato 4 miliardi di risparmio per le aziende, sottratte naturalmente alle casse pubbliche.
Si ripete spesso che la pressione fiscale nel nostro paese è troppo alta, ma quando si interviene è sempre e solo a favore delle imprese.
I lavoratori, i cui redditi si collocano tra i 15.000 euro e i 28.000 euro, continuano, infatti, a sopportare una aliquota del 27%, ben superiore a quella delle imprese.
Infine, per le imprese che effettuano spese in attività di formazione dal 2018 al 2020, nell’ambito dell’acquisizione o consolidamento di conoscenza delle tecnologie, è attribuito un credito di imposta nella misura del 40% delle spese relative al solo costo aziendale del personale dipendente.
Soldi alle Fondazioni bancarie
La limitatezza delle risorse a disposizione non impedisce naturalmente di elargire soldi alle ricche fondazioni bancarie, il cui patrimonio ammonta a circa 41 miliardi.
Un occhio di riguardo nei confronti delle fondazioni bancarie è, d’altronde, una costante di ogni legge di stabilità: l’anno scorso era arrivato un credito di imposta del 100% sui versamenti al Centro Servizio al volontariato, quest’anno, nei confronti degli 88 enti riuniti nell’Acri, (Associazione di fondazioni e casse di risparmio), è previsto un credito di imposta del 65% sulle erogazioni a progetti “finalizzati alla promozione di un welfare di comunità”.
Insomma, le fondazioni incassano, a spese delle casse pubbliche, un risparmio su contributi che sono tenuti a fare per legge.
Disposizioni per il contrasto all’evasione
Nell’ambito di questo titolo è stata inserita nella legge di stabilità una norma che prevede, nei confronti dei contribuenti (commercianti, professionisti, autonomi) che accetteranno di tracciare i pagamenti effettuati e ricevuti per operazioni oltre i 500 euro, una riduzione di due anni sui tempi massimi entro cui procedere all’accertamento (da 5 anni a 3 anni).
Più che di una misura di contrasto all’evasione, si configura una misura premiale per alcune categorie di contribuenti che renderà, considerati i tempi così ristretti, l’attività degli ispettori del fisco una corsa contro il tempo sempre più complicata.
Spending review e contratti pubblici
Dopo 8 anni di blocco dei contratti pubblici che hanno comportato una perdita salariale pro capite di circa 7.000 euro, la legge di stabilità stanzia per il rinnovo 2 miliardi che si sommano allo stanziamento di 1,2 miliardi accantonati negli anni precedenti.
La cifra comporterà, a regime, un aumento medio lordo di 85 euro frutto della disgraziata intesa del 30 novembre siglata da Governo e CGIL,CISL e UIL. Per salvaguardare il bonus irpef di 80 euro per i dipendenti pubblici, si alzano le soglie di reddito (il tetto di 24.000 euro sale a 24.600 e quello di 26.000 sale a 26.600). Bontà loro…
Ma quale fonte finanzia i rinnovi contrattuali? Ed ecco la fase tre della spending review con tagli pari a 1,1 miliardi nel 2017 (e dal 2018 per il triennio successivo gli stessi ministeri dovranno assicurare riduzioni di spesa per un altro miliardo l’anno) oltre metà di quelle misere risorse sono finanziate con una partita di giro interna al settore pubblico.
Pensioni
Nemmeno la timidissima richiesta dei sindacati complici (stop all’elevamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019), ha trovato accoglimento nella legge di stabilità.
L’Ape volontaria ovvero il prestito ventennale per anticipare la pensione a 63 anni, viene prorogato a tutto il 2019, mentre l’accesso all’Ape sociale viene esteso anche per i lavoratori con contratto a tempo e per le donne, con un bonus di sei mesi per ogni figlio alle lavoratrici per un massimo di 24 mesi.
Una misura che suona come una beffa alla luce dei fallimento di questo strumento certificato dai dati forniti dall’ istituto di previdenza in base ai quali sono state respinte il 64,89% delle richieste di Ape sociale.
Le altre misure sono minutaglia…
Giusto per completare il quadro merita una menzione l’esclusione dell’addizionale Ires per le società di intermediazione finanziaria, lo stop alla mini patrimoniale del 2 per mille sulle polizze vita e la probabile introduzione di un bonus fiscale per chi decide di assicurare un fabbricato contro un terremoto o altre calamità naturali.
Insomma, per quanto elettorale e soft, la traiettoria di questa manovra è quella seguita in tutti questi anni: soldi alle aziende e niente per lavoratori, pensionati e, più in generale, per i ceti popolari.
La propaganda governativa, naturalmente, racconta tutt’altro.
Anche per questo è necessaria una operazione verità e lo sciopero generale del 10 novembre e la manifestazione nazionale dell’11 a Roma, rispondono proprio a questa esigenza.
Unione Sindacale di Base
guarda anche Sulla legge di stabilità serve una operazione verità
Fonte
Il testo approdato al Senato, per quanto concerne i capitoli principali, è sostanzialmente quello circolato in questi giorni e l’introduzione di qualche bonus qua e là non ne cambia la natura.
Restano i rilievi rappresentati con la consueta letterina dalle istituzioni europee, le quali, hanno già agitato lo spauracchio della deviazione sui conti. Insomma, è vero che in vista delle elezioni si può un po’ allentare la corda, ma che sia sempre chiaro chi ha in mano le redini del gioco.
Ciò che balza agli occhi è, da un lato, le tante misure indirizzate nei confronti delle aziende o delle banche e, dall’altro, tutto ciò che manca e sarebbe necessario per far fronte alle vere emergenze sociali: un piano serio che aggredisca davvero la dilagante disoccupazione soprattutto giovanile, l’abrogazione della legge Fornero che condanna intere generazioni ad un lavoro senza fine, o del Job act o della buona scuola, forieri di lavoro sottopagato iper sfruttato e/o gratuito.
Prima di entrare nel dettaglio delle misure, è opportuno segnalare la tecnica utilizzata nella redazione del testo.
E così nel titolo “Riduzione pressione fiscale” vi sono gli incentivi naturalmente solo per le imprese, nel titolo “Incentivo strutturale all’occupazione giovanile” vi sono gli sgravi sempre per le imprese e nel titolo “Disposizioni per il contrasto all’evasione” vi sono misure che complicano l’attività di contrasto all’evasione..
Soldi a pioggia per le imprese.
Per i datori di lavoro privato viene introdotto uno sgravio del 50% per i primi tre anni di contratto a tutele crescenti con un tetto annuo di 3.000 euro, per l’assunzione di giovani under 35. Da gennaio 2019 lo sgravio sarà limitato all’inserimento di giovani under 29. Sul piatto 350 milioni il primo anno fino a salire a due miliardi a regime. Lo sgravio vale solo per coloro che non siano stati occupati a tempo indeterminato, e nelle previsioni del governo, dovrebbe garantire fino a 980 mila assunzioni in tre anni.
Il bonus sale al 100% se si assumono giovani apprendisti entro sei mesi dall’acquisizione del titolo professionale o per quelli in alternanza scuola lavoro a determinate condizioni
Queste sarebbero le misure di contrasto alla disoccupazione giovanile.
La filosofia è sempre la stessa: in ossequio a quel dogma liberista per cui solo le imprese possono rilanciare l’economia e l’occupazione, tutte le risorse pubbliche devono essere indirizzate nei loro confronti nella vana speranza che queste si decidano ad assumere
Poco importa se i fatti dimostrano la totale inefficacia occupazionale di tali misure, poco importa se chiunque può intendere che le imprese assumono soltanto se prevedono un incremento della domanda dei loro prodotti che, in piena crisi e recessione, è ipotesi alquanto bizzarra.
Ciò che conta è ciò che viene raccontato e una bugia ripetuta ossessivamente, diventa una indiscutibile verità.
Sempre per le imprese, riconfermate e prorogate con qualche ritocco, due misure, già presenti nella legge di stabilità 2017 che consentiranno alle aziende di continuare a conseguire un vantaggio di imposta non trascurabile: il superammortamento per l’acquisto di macchine utensili tradizionali (che passa dal 140 al 130%) e l’iperammortamento al 250% per l’acquisto di beni legati alla digitalizzazione della produzione (la c.d. industria 4.0)
Per completare il quadro occorre ricordare, inoltre, che la manovra del 2017 aveva introdotto una riduzione di ben 3,5 punti percentuali dell’aliquota IRES (imposta sul reddito delle società) passata dal 27,5% al 24%: un regalo che ha significato 4 miliardi di risparmio per le aziende, sottratte naturalmente alle casse pubbliche.
Si ripete spesso che la pressione fiscale nel nostro paese è troppo alta, ma quando si interviene è sempre e solo a favore delle imprese.
I lavoratori, i cui redditi si collocano tra i 15.000 euro e i 28.000 euro, continuano, infatti, a sopportare una aliquota del 27%, ben superiore a quella delle imprese.
Infine, per le imprese che effettuano spese in attività di formazione dal 2018 al 2020, nell’ambito dell’acquisizione o consolidamento di conoscenza delle tecnologie, è attribuito un credito di imposta nella misura del 40% delle spese relative al solo costo aziendale del personale dipendente.
Soldi alle Fondazioni bancarie
La limitatezza delle risorse a disposizione non impedisce naturalmente di elargire soldi alle ricche fondazioni bancarie, il cui patrimonio ammonta a circa 41 miliardi.
Un occhio di riguardo nei confronti delle fondazioni bancarie è, d’altronde, una costante di ogni legge di stabilità: l’anno scorso era arrivato un credito di imposta del 100% sui versamenti al Centro Servizio al volontariato, quest’anno, nei confronti degli 88 enti riuniti nell’Acri, (Associazione di fondazioni e casse di risparmio), è previsto un credito di imposta del 65% sulle erogazioni a progetti “finalizzati alla promozione di un welfare di comunità”.
Insomma, le fondazioni incassano, a spese delle casse pubbliche, un risparmio su contributi che sono tenuti a fare per legge.
Disposizioni per il contrasto all’evasione
Nell’ambito di questo titolo è stata inserita nella legge di stabilità una norma che prevede, nei confronti dei contribuenti (commercianti, professionisti, autonomi) che accetteranno di tracciare i pagamenti effettuati e ricevuti per operazioni oltre i 500 euro, una riduzione di due anni sui tempi massimi entro cui procedere all’accertamento (da 5 anni a 3 anni).
Più che di una misura di contrasto all’evasione, si configura una misura premiale per alcune categorie di contribuenti che renderà, considerati i tempi così ristretti, l’attività degli ispettori del fisco una corsa contro il tempo sempre più complicata.
Spending review e contratti pubblici
Dopo 8 anni di blocco dei contratti pubblici che hanno comportato una perdita salariale pro capite di circa 7.000 euro, la legge di stabilità stanzia per il rinnovo 2 miliardi che si sommano allo stanziamento di 1,2 miliardi accantonati negli anni precedenti.
La cifra comporterà, a regime, un aumento medio lordo di 85 euro frutto della disgraziata intesa del 30 novembre siglata da Governo e CGIL,CISL e UIL. Per salvaguardare il bonus irpef di 80 euro per i dipendenti pubblici, si alzano le soglie di reddito (il tetto di 24.000 euro sale a 24.600 e quello di 26.000 sale a 26.600). Bontà loro…
Ma quale fonte finanzia i rinnovi contrattuali? Ed ecco la fase tre della spending review con tagli pari a 1,1 miliardi nel 2017 (e dal 2018 per il triennio successivo gli stessi ministeri dovranno assicurare riduzioni di spesa per un altro miliardo l’anno) oltre metà di quelle misere risorse sono finanziate con una partita di giro interna al settore pubblico.
Pensioni
Nemmeno la timidissima richiesta dei sindacati complici (stop all’elevamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019), ha trovato accoglimento nella legge di stabilità.
L’Ape volontaria ovvero il prestito ventennale per anticipare la pensione a 63 anni, viene prorogato a tutto il 2019, mentre l’accesso all’Ape sociale viene esteso anche per i lavoratori con contratto a tempo e per le donne, con un bonus di sei mesi per ogni figlio alle lavoratrici per un massimo di 24 mesi.
Una misura che suona come una beffa alla luce dei fallimento di questo strumento certificato dai dati forniti dall’ istituto di previdenza in base ai quali sono state respinte il 64,89% delle richieste di Ape sociale.
Le altre misure sono minutaglia…
Giusto per completare il quadro merita una menzione l’esclusione dell’addizionale Ires per le società di intermediazione finanziaria, lo stop alla mini patrimoniale del 2 per mille sulle polizze vita e la probabile introduzione di un bonus fiscale per chi decide di assicurare un fabbricato contro un terremoto o altre calamità naturali.
Insomma, per quanto elettorale e soft, la traiettoria di questa manovra è quella seguita in tutti questi anni: soldi alle aziende e niente per lavoratori, pensionati e, più in generale, per i ceti popolari.
La propaganda governativa, naturalmente, racconta tutt’altro.
Anche per questo è necessaria una operazione verità e lo sciopero generale del 10 novembre e la manifestazione nazionale dell’11 a Roma, rispondono proprio a questa esigenza.
Unione Sindacale di Base
guarda anche Sulla legge di stabilità serve una operazione verità
Fonte
17/10/2017
Legge di stabilità, una manovra pensando alle elezioni
Una manovra “leggera”, giusto per bloccare lo scatto automatico delle “clausole di salvaguardia”, ossia l’aumento dell’Iva (fino al 25%), che avrebbe dato una mazzata ai consumi annullando i tepidi benefici della ripresina in corso da poco più di un anno (oscillante tra l’1 e l’1,5%).
Dei 20 miliardi totali, infatti, oltre tre quarti servono a questo scopo e ben poco viene messo su investimenti, incentivi, misure sociali, ecc. E dire che per partorire questo micragnoso risultato si è potuto sfruttare sia il lieve incremento del Pil (che porta maggiori entrate fiscali e soprattutto abbassa il rapporto debito/Pil), sia qualche decimale di “flessibilità” sul deficit, generosamente concesso dalla Commissione Europea guidata da Juncker.
Non ha torto, insomma, chi l’ha già giudicata come una “legge elettorale”, perché sarebbe stato un suicidio politico – per il Pd, Alfano e gli altri “volenterosi puntelli” di questo governo – andare al voto sotto lo stigma sociale di aver varato una classica manovra “lacrime e sangue”.
Questo compito viene lasciato volentieri al prossimo esecutivo, che dovrà necessariamente metter mano alla motosega per disboscare la giungla della spesa pubblica nelle misura pretesa dalla Ue. Ai “normali” problemi contabili italici, infatti, si sommerà il peso dei primi passi concreti del Fiscal Compact, che il parlamento si appresta a ratificare in assoluto silenzio stampa da qui alla fine dell’anno.
Chiarito questo, restano comunque alcune chicche memorabili.
Non c’è nessun blocco nell’aumento automatico dell’età pensionabile a 67 anni (a regime dal 2019), né altre “misurine” a suo tempo concordate con CgilCislUil. Per le donne viene riproposta la sòla dell’Ape Social, che proprio in questi giorni si sta verificando come inapplicabile alle persone reali (non è un errore; hanno scritto apposta una legge così).
Ai dipendenti pubblici viene promesso un aumento di 85 euro a otto o nove anni di blocco degli stipendi (in cui, senza contrattazione, è stata devastata sia la normativa che la didattica). Era stata fatta la stessa promessa anche l’altro anno, ma poi si è capito che si trattava solo di un diverso nome dato agli “80 euro”. Insomma, dovrebbe esser vero, ma non ci giureremmo. Per capire come funziona la testa dei ministri in carica, però, è bene affiancare a questa mini-promessa quella fatta ai dirigenti scolastici (presidi e altri funzionari): per loro l’aumento sarà invece favoloso, ben 11.899,74 euro annui. In pratica 1.000 euro in più al mese, per gente che già percepisce 3.556,68 euro mensili di sola “base fissa”.
Quando gente che ragiona così dice di voler “combattere la povertà”, bisogna preoccuparsi. Ed infatti viene presentato come tale il “reddito di inclusione” (Rei), che oscillerà dai 190 euro mensili per una persona sola, fino a 485-490 euro per un nucleo con 5 o più componenti. Non ridete, per favore; hanno scritto davvero queste cifre (3 euro al giorno e la povertà sparisce!). Peggio ancora, il Rei sarà “associabile” allo svolgimento dell’attività lavorativa ma non sarà compatibile con la fruizione da parte di qualsiasi componente il nucleo familiare della Naspi o di altri ammortizzatori sociali. Dunque possiamo attenderci che si riprodurranno i meccanismi già visto all’opera per l’“ape social” (criteri multiplici concepiti in modo tale da non poter essere applicati quasi a nessuno).
Le imprese, come sempre, fanno la parte del leone. A loro sono dedicati altri incentivi purché assumano giovani under 35 (ma solo per l’anno prossimo, poi si scenderà agli under 29) con il famoso “contratto a tutele crescenti”. Misura che vale anche per le “stabilizzazioni” di contratti a termine o di apprendistato, purché l’azienda non abbia nel frattempo licenziato qualcuno per accedere a questa “decontribuzione” del 50%.
Indicativo anche che la decontribuzione sia totale (100%) nel caso l’azienda assuma uno studente in alternanza scuola-lavoro. Ci viene insomma confermato che questa oscenità – contro cui gli studenti hanno finalmente cominciato a mobilitarsi – era stata pensata per offrire alle imprese lavoro gratuito e la possibilità di selezionare schiavetti già in tenera età. Ma sì, in fondo che ci si va a fare a scuola...
Unica goccia di buon senso – obbligato, perché i ricercatori, a forza di non essere pagati, vanno all’estero – l’assunzione di 1.500 ricercatori di “fascia B”, ovvero già in cattedra senza averne i riconoscimenti conseguenti.
Sempre alle aziende vanno gli incentivi pensati per l’“industria 4.0”. Ovvero: a) il superammortamento – sull’acquisto di macchine utensili tradizionali – scende dal 140 al 130%; b) l’iperammortamento, per l’acquisto di beni dedicati alla digitalizzazione della produzione, andrà avanti con l’aliquota al 250% per il 2018 con coda per le consegne nel 2019; c) il 30% dei fondi sarà riservato ai finanziamenti industria 4.0.
Il resto è minutaglia...
Fonte
Dei 20 miliardi totali, infatti, oltre tre quarti servono a questo scopo e ben poco viene messo su investimenti, incentivi, misure sociali, ecc. E dire che per partorire questo micragnoso risultato si è potuto sfruttare sia il lieve incremento del Pil (che porta maggiori entrate fiscali e soprattutto abbassa il rapporto debito/Pil), sia qualche decimale di “flessibilità” sul deficit, generosamente concesso dalla Commissione Europea guidata da Juncker.
Non ha torto, insomma, chi l’ha già giudicata come una “legge elettorale”, perché sarebbe stato un suicidio politico – per il Pd, Alfano e gli altri “volenterosi puntelli” di questo governo – andare al voto sotto lo stigma sociale di aver varato una classica manovra “lacrime e sangue”.
Questo compito viene lasciato volentieri al prossimo esecutivo, che dovrà necessariamente metter mano alla motosega per disboscare la giungla della spesa pubblica nelle misura pretesa dalla Ue. Ai “normali” problemi contabili italici, infatti, si sommerà il peso dei primi passi concreti del Fiscal Compact, che il parlamento si appresta a ratificare in assoluto silenzio stampa da qui alla fine dell’anno.
Chiarito questo, restano comunque alcune chicche memorabili.
Non c’è nessun blocco nell’aumento automatico dell’età pensionabile a 67 anni (a regime dal 2019), né altre “misurine” a suo tempo concordate con CgilCislUil. Per le donne viene riproposta la sòla dell’Ape Social, che proprio in questi giorni si sta verificando come inapplicabile alle persone reali (non è un errore; hanno scritto apposta una legge così).
Ai dipendenti pubblici viene promesso un aumento di 85 euro a otto o nove anni di blocco degli stipendi (in cui, senza contrattazione, è stata devastata sia la normativa che la didattica). Era stata fatta la stessa promessa anche l’altro anno, ma poi si è capito che si trattava solo di un diverso nome dato agli “80 euro”. Insomma, dovrebbe esser vero, ma non ci giureremmo. Per capire come funziona la testa dei ministri in carica, però, è bene affiancare a questa mini-promessa quella fatta ai dirigenti scolastici (presidi e altri funzionari): per loro l’aumento sarà invece favoloso, ben 11.899,74 euro annui. In pratica 1.000 euro in più al mese, per gente che già percepisce 3.556,68 euro mensili di sola “base fissa”.
Quando gente che ragiona così dice di voler “combattere la povertà”, bisogna preoccuparsi. Ed infatti viene presentato come tale il “reddito di inclusione” (Rei), che oscillerà dai 190 euro mensili per una persona sola, fino a 485-490 euro per un nucleo con 5 o più componenti. Non ridete, per favore; hanno scritto davvero queste cifre (3 euro al giorno e la povertà sparisce!). Peggio ancora, il Rei sarà “associabile” allo svolgimento dell’attività lavorativa ma non sarà compatibile con la fruizione da parte di qualsiasi componente il nucleo familiare della Naspi o di altri ammortizzatori sociali. Dunque possiamo attenderci che si riprodurranno i meccanismi già visto all’opera per l’“ape social” (criteri multiplici concepiti in modo tale da non poter essere applicati quasi a nessuno).
Le imprese, come sempre, fanno la parte del leone. A loro sono dedicati altri incentivi purché assumano giovani under 35 (ma solo per l’anno prossimo, poi si scenderà agli under 29) con il famoso “contratto a tutele crescenti”. Misura che vale anche per le “stabilizzazioni” di contratti a termine o di apprendistato, purché l’azienda non abbia nel frattempo licenziato qualcuno per accedere a questa “decontribuzione” del 50%.
Indicativo anche che la decontribuzione sia totale (100%) nel caso l’azienda assuma uno studente in alternanza scuola-lavoro. Ci viene insomma confermato che questa oscenità – contro cui gli studenti hanno finalmente cominciato a mobilitarsi – era stata pensata per offrire alle imprese lavoro gratuito e la possibilità di selezionare schiavetti già in tenera età. Ma sì, in fondo che ci si va a fare a scuola...
Unica goccia di buon senso – obbligato, perché i ricercatori, a forza di non essere pagati, vanno all’estero – l’assunzione di 1.500 ricercatori di “fascia B”, ovvero già in cattedra senza averne i riconoscimenti conseguenti.
Sempre alle aziende vanno gli incentivi pensati per l’“industria 4.0”. Ovvero: a) il superammortamento – sull’acquisto di macchine utensili tradizionali – scende dal 140 al 130%; b) l’iperammortamento, per l’acquisto di beni dedicati alla digitalizzazione della produzione, andrà avanti con l’aliquota al 250% per il 2018 con coda per le consegne nel 2019; c) il 30% dei fondi sarà riservato ai finanziamenti industria 4.0.
Il resto è minutaglia...
Fonte
04/10/2017
Macron, un presidente solo per ricchi
Non è esagerato dire che Emmanuel Macron è il presidente dei ricchi, amico della finanza, delle banche e delle multinazionali. Mentre accelera, da una parte, la marcia verso l’austerità e la precarietà con la «Loi Travail XXL», che penalizza i più poveri, sopprime 125.000 posti nella funzione pubblica e blocca la contingenza, moltiplica dall’altra i regali ai più ricchi, trasformando l’Imposta sul Patrimonio in Imposta sul Patrimonio Immobiliare, il che significa escluderne azioni, obbligazioni, assicurazioni sulla vita.
Il governo mantiene il monopolio del Ministero delle Finanze nel perseguimento delle frodi fiscali in tribunale. Conseguenza: solo il 2% delle infrazioni viene trasmesso alla giustizia. La soppressione di questo monopolio, votata al Senato su proposta del senatore Eric Bocquet (comunista) è annullata alla Camera, dominata dal partito/non partito di Macron. Il governo «né di destra né di sinistra» vara una riforma fiscale favorevole ai più ricchi, in nome di una teoria secondo la quale, se i ricchi diventano più ricchi, anche i più poveri ne approfittano.
La riforma del Codice del Lavoro traduce in pratica l’idea che la flessibilità sia la sola maniera di ridurre la disoccupazione. E’ noto, invece (vedi le riforme Hartz entrate in vigore nella Repubblica federale tedesca fra il 2003 e il 2005), che la deregolamentazione del mercato del lavoro consente di ridurre la disoccupazione creando posti di lavoro precari e, di conseguenza, moltiplicando i lavoratori poveri e le diseguaglianze.
L’arrivo al potere di Macron e della Repubblica in marcia consente un rinnovamento della «classe» politica sostituendola con persone venute dal settore privato, totalmente acquisite all’ideologia liberista e manageriale. Non sono certo governanti che vengono da multinazionali come Danone o Veolia a garantire l’interesse generale e la giustizia sociale. Muriel Pénicaud, ministra del Lavoro, ha guadagnato 1,13 milioni di euro in un giorno grazie al licenziamento di 900 persone, dipendenti del gruppo Danone, dove era responsabile delle Risorse umane. Come? Al corrente del piano di riduzione del personale, ha rivenduto le sue stock options a un prezzo più che vantaggioso.
Fonte
Il governo mantiene il monopolio del Ministero delle Finanze nel perseguimento delle frodi fiscali in tribunale. Conseguenza: solo il 2% delle infrazioni viene trasmesso alla giustizia. La soppressione di questo monopolio, votata al Senato su proposta del senatore Eric Bocquet (comunista) è annullata alla Camera, dominata dal partito/non partito di Macron. Il governo «né di destra né di sinistra» vara una riforma fiscale favorevole ai più ricchi, in nome di una teoria secondo la quale, se i ricchi diventano più ricchi, anche i più poveri ne approfittano.
La riforma del Codice del Lavoro traduce in pratica l’idea che la flessibilità sia la sola maniera di ridurre la disoccupazione. E’ noto, invece (vedi le riforme Hartz entrate in vigore nella Repubblica federale tedesca fra il 2003 e il 2005), che la deregolamentazione del mercato del lavoro consente di ridurre la disoccupazione creando posti di lavoro precari e, di conseguenza, moltiplicando i lavoratori poveri e le diseguaglianze.
L’arrivo al potere di Macron e della Repubblica in marcia consente un rinnovamento della «classe» politica sostituendola con persone venute dal settore privato, totalmente acquisite all’ideologia liberista e manageriale. Non sono certo governanti che vengono da multinazionali come Danone o Veolia a garantire l’interesse generale e la giustizia sociale. Muriel Pénicaud, ministra del Lavoro, ha guadagnato 1,13 milioni di euro in un giorno grazie al licenziamento di 900 persone, dipendenti del gruppo Danone, dove era responsabile delle Risorse umane. Come? Al corrente del piano di riduzione del personale, ha rivenduto le sue stock options a un prezzo più che vantaggioso.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
