Questa volta l’allarme arriva a “tiro incrociato” tra i padroni attivi nella produzione e nella distribuzione. Per entrambi l'aumento dell’inflazione e il calo dei consumi possono rivelarsi letali.
L’inflazione in crescita, soprattutto per i rincari di energia e materie prime, può mettere a rischio la risalita del Pil nel 2022. L’allarme è stato lanciato in sincronia dai centri studi della Confindustria e di Confcommercio, dunque dalle organizzazioni padronali che si occupano di produrre e distribuire beni e prodotti.
A gennaio, rileva l’indagine del Centro Studi di Confindustria, si registra un forte calo della produzione industriale (-1,3%), che segue la flessione dello 0,7% in dicembre. Con queste stime nel quarto trimestre del 2021 si registrerebbe un aumento di appena lo 0,5% sul terzo, con una variazione acquisita nel primo trimestre 2022 di -1,1%.
La contrazione, si afferma, è dovuta al caro-energia e al rincaro delle altre commodity (materie prime, ndr) che “comprimono i margini delle imprese e, in diversi casi, stanno rendendo non più conveniente produrre“. In particolare viene calcolato un aumento del 450% dell’elettricità a dicembre 2021 rispetto a gennaio dello stesso anno.
“A questo – sottolinea il CSC – si sommano le persistenti strozzature lungo le catene globali del valore. Tale dinamica mette a serio rischio il percorso di risalita del Pil avviato lo scorso anno“.
“Il perdurante incremento dei prezzi delle commodity ha contribuito a erodere i margini delle imprese, penalizzando l’attività industriale. Secondo gli ultimi dati Pmi del settore manifatturiero, l’indicatore, pur confermando un quadro espansivo per il diciannovesimo mese consecutivo, registra un rallentamento a gennaio, dato peggiore in 12 mesi, a causa della persistenza di interruzioni sulle catene di approvvigionamento“.
“L’inversione di tendenza della dinamica dell’attività industriale è coerente con l’andamento dei principali indicatori congiunturali che negli ultimi mesi hanno segnalato un’attenuazione della favorevole performance economica. L’affievolirsi della fiducia delle imprese manifatturiere, in particolare il calo delle attese produttive – spiega il CSC – riflette principalmente l’acuirsi degli ostacoli alla produzione che, nel quarto trimestre, hanno penalizzato enormemente l’attività economica.”
La dinamica della produzione industriale – spiega il CSC – riflette le tensioni parzialmente emerse anche per i nostri partner (produzione tedesca scesa a novembre di -0,1%, quella francese -0,2% a dicembre).
Ma anche la Confcommercio, come Confindustria annuncia una revisione delle stime del Pil del 2022 abbassandole al +3,5/3,7% rispetto al +4% previsto precedentemente. A pesare è la “differente previsione delle tensioni inflazionistiche – ha affermato il direttore dell’Ufficio Studi Confcommercio Mariano Bella – “nelle prossime settimane noi faremo il nostro prossimo quadro e dovremmo essere intorno al 3,5 e 3,7% per quanto riguarda il prodotto interno lordo nel 2022”.
“Se le cose dovessero andare male vorrebbe dire che dopo gli impulsi pandemici e post pandemici dell’attività economica si tornerebbe a una crescita di ‘zero virgola’ – ha aggiunto Bella – non solo, ci torniamo con 30 punti di rapporto debito-Pil in più. Questa è una eredità che nessuna persona ragionevole vorrebbe lasciare e che certamente la next generation non vorrebbe accettare“.
La diagnosi di Confindustria e Confcommercio in qualche modo mette il dito nella piaga della contraddizione che governo e istituzioni europee si rifiutano di vedere: la debolezza della domanda interna, già denunciata da metà delle imprese italiane come fattore principale, e il voler mantenere dominante la logica liberista/mercantilista che continua ad affidare alle esportazioni il successo o meno di un modello di sviluppo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2022
29/12/2020
I finti tonti della Confcommercio abbaiano alla Luna
Se l’apparizione di un virus ha risvegliato gli spiriti animali dei sostenitori dell’eugenetica sociale (i più deboli muoiano, gli altri vadano avanti), le conseguenze della pandemia ne hanno palesati altrettanti nella eugenetica economica, che viene più spesso indicata come concorrenza o competitività tra i soggetti economici.
Come una gigantesca mannaia, il combinato disposto tra la recessione pre-esistente al Covid e la crisi pandemica, si è abbattuto sul tessuto polverizzato delle piccole e micro-imprese che caratterizzano il modello italiano, un tessuto e un modello spesso indicato come “intralcio” alla centralizzazione e alla modernizzazione capitalista nel nostro paese.
A sancire questo drammatico cambiamento di scenario è la stima elaborata dall’Ufficio Studi della Confcommercio, secondo il quale il 2020 si chiuderà con oltre 300mila imprese in meno rispetto all’anno precedente, sulla base del rapporto tra imprese del commercio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, che hanno aperto e chiuso i battenti. L’80% a causa del Covid, stima la Confcommercio.
Le conseguenze del Covid si sono infatti combinate con il crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro rispetto al 2019), e questo porta a stimare per il 2020 la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, una mortalità non compensata dalle 85mila nuove aperture di attività commerciali e nei servizi.
La riduzione del tessuto in questi settori ammonterebbe così a quasi 305mila imprese (-11,3%). Di queste, 240mila, esclusivamente a causa della pandemia.
Delle 240mila imprese “sparite” dal mercato a causa della pandemia, secondo l’Ufficio Studi Confcommercio, almeno 225mila sono andate perdute per un eccesso di mortalità e 15mila per un deficit di natalità. Una riduzione del tessuto produttivo che risulta particolarmente accentuata tra i servizi di mercato, che si riducono del 13,8% rispetto al 2019, mentre nel commercio rimane più contenuta, ma comunque elevata, e pari all’8,3%. Tra i settori più colpiti, nell’ambito del commercio risultano quelli dell’abbigliamento e calzature (-17,1%), ambulanti (-11,8%) e distributori di carburante (-10,1%). Nei servizi di mercato le maggiori perdite di imprese si registrano, invece, per agenzie di viaggio (-21,7%), bar e ristoranti (-14,4%) e trasporti (-14,2%).
Infine, c’è poi tutta la filiera del tempo libero che, tra attività artistiche, sportive e di intrattenimento, fa registrare complessivamente un vero e proprio crollo con la sparizione di un’impresa su tre.
Alla perdita di imprese, sottolinea Confcommercio, va poi aggiunta anche quella relativa ai lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Si stima la chiusura per circa 200mila professionisti tra ordinistici e non ordinistici, operanti nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi, attività artistiche, di intrattenimento e divertimento e altro.
Ma questa brutale selezione nel mondo delle imprese è stata tutta colpa della pandemia e dei lockdown? No, il processo era in corso da tempo e con risultati pesanti. Lo dimostra il grafico qui sotto.
È importante mettere a confronto i dati del 2020 con quelli forniti da Unioncamere nel 2019, cioè prima della pandemia di Covid 19.
Nel 2019, infatti, erano state aperte 353.052 imprese, circa 5mila in più rispetto al 2018. A fronte di queste, però, ben 326.423 avevano chiuso i battenti nello stesso periodo, 10mila in più rispetto al 2018.
Il risultato di queste due dinamiche aveva consegnato, a fine 2019, un saldo positivo tra chiusure e aperture per 26.629 imprese, ma che era il saldo minore degli ultimi 5 anni.
A fine dicembre 2019, lo stock complessivo delle imprese esistenti in Italia ammontava a 6.091.971 unità.
Già in quello scenario, il presidente di Uniocamere Carlo Sangalli affermava che: “Si accentua nel 2019 il turnover delle nostre imprese. Le incertezze del contesto internazionale si fanno sentire soprattutto in quei settori più esposti alla concorrenza dei mercati, come la manifattura. Anche il commercio mostra un calo, mentre la capacità attrattiva del nostro Paese alimenta l’industria del turismo, che continua a crescere, così come in aumento sono le attività professionali e i servizi alle imprese”. E poi aggiungeva la dichiarazione di rito secondo cui occorre continuare a lavorare al fianco delle imprese “per far crescere la loro competitività”.
Nel 2019 a guadagnare terreno erano stati i settori dei servizi legati al turismo (8.211 imprese in più per l’alloggio e la ristorazione), le attività professionali (+6.663), i servizi alle imprese (+6.319) e – sulla scia del basso costo dei mutui e degli incentivi al recupero edilizio ed energetico – le attività immobiliari (+4.663) e le costruzioni (+3.258). Nel 2019 erano invece già ed ulteriormente in caduta le imprese dell’industria manifatturiera (-4.107 imprese), quelle del commercio (-12.264) e dell’agricoltura (-7.432).
Balza agli occhi come la pandemia di Covid abbia colpito soprattutto un settore che si stava riprendendo come quello del turismo e della ristorazione.
Ma qui occorre separare le responsabilità tra un dato oggettivo (una pandemia che ha tenuto a casa i turisti in tutto il mondo) e le misure per contrastarla che hanno visto chiusure delle attività imposte dal governo. Infine, come abbiamo visto dal grafico, occorre tenere conto di tutto il processo in corso dalla crisi del 2007 e dalla recessione che ne è derivata. A ben vedere sono tre piani assai diversi tra loro.
Il primo e il terzo sono pienamente imputabili a quella “mano invisibile del mercato” e quindi della concorrenza e competitività che gli ideologi del capitalismo concepiscono e impongono come inevitabile, ineluttabile, anzi salutare. È sufficiente segnalare la totale omertà sui costi e il regime liberalizzato degli affitti privati che ha messo in ginocchio moltissime attività ancora prima della pandemia di Covid e dei lockdown. Solo il secondo è imputabile alle decisione governative che hanno portato a chiusure e riduzioni d’orario in nome della salute pubblica.
Ma su questa precisa scansione di responsabilità ci sono troppi finti tonti come Confcommercio e Confindustria che, come al solito, battono solo sulla responsabilità politica e pubblica mentre negano le conseguenze dell’eugenetica economica nel mondo delle imprese connaturata alla logica della prevalenza del privato rispetto al pubblico.
Fonte
Come una gigantesca mannaia, il combinato disposto tra la recessione pre-esistente al Covid e la crisi pandemica, si è abbattuto sul tessuto polverizzato delle piccole e micro-imprese che caratterizzano il modello italiano, un tessuto e un modello spesso indicato come “intralcio” alla centralizzazione e alla modernizzazione capitalista nel nostro paese.
A sancire questo drammatico cambiamento di scenario è la stima elaborata dall’Ufficio Studi della Confcommercio, secondo il quale il 2020 si chiuderà con oltre 300mila imprese in meno rispetto all’anno precedente, sulla base del rapporto tra imprese del commercio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, che hanno aperto e chiuso i battenti. L’80% a causa del Covid, stima la Confcommercio.
Le conseguenze del Covid si sono infatti combinate con il crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro rispetto al 2019), e questo porta a stimare per il 2020 la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, una mortalità non compensata dalle 85mila nuove aperture di attività commerciali e nei servizi.
La riduzione del tessuto in questi settori ammonterebbe così a quasi 305mila imprese (-11,3%). Di queste, 240mila, esclusivamente a causa della pandemia.
Delle 240mila imprese “sparite” dal mercato a causa della pandemia, secondo l’Ufficio Studi Confcommercio, almeno 225mila sono andate perdute per un eccesso di mortalità e 15mila per un deficit di natalità. Una riduzione del tessuto produttivo che risulta particolarmente accentuata tra i servizi di mercato, che si riducono del 13,8% rispetto al 2019, mentre nel commercio rimane più contenuta, ma comunque elevata, e pari all’8,3%. Tra i settori più colpiti, nell’ambito del commercio risultano quelli dell’abbigliamento e calzature (-17,1%), ambulanti (-11,8%) e distributori di carburante (-10,1%). Nei servizi di mercato le maggiori perdite di imprese si registrano, invece, per agenzie di viaggio (-21,7%), bar e ristoranti (-14,4%) e trasporti (-14,2%).
Infine, c’è poi tutta la filiera del tempo libero che, tra attività artistiche, sportive e di intrattenimento, fa registrare complessivamente un vero e proprio crollo con la sparizione di un’impresa su tre.
Alla perdita di imprese, sottolinea Confcommercio, va poi aggiunta anche quella relativa ai lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria. Si stima la chiusura per circa 200mila professionisti tra ordinistici e non ordinistici, operanti nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi, attività artistiche, di intrattenimento e divertimento e altro.
Ma questa brutale selezione nel mondo delle imprese è stata tutta colpa della pandemia e dei lockdown? No, il processo era in corso da tempo e con risultati pesanti. Lo dimostra il grafico qui sotto.
È importante mettere a confronto i dati del 2020 con quelli forniti da Unioncamere nel 2019, cioè prima della pandemia di Covid 19.
Nel 2019, infatti, erano state aperte 353.052 imprese, circa 5mila in più rispetto al 2018. A fronte di queste, però, ben 326.423 avevano chiuso i battenti nello stesso periodo, 10mila in più rispetto al 2018.
Il risultato di queste due dinamiche aveva consegnato, a fine 2019, un saldo positivo tra chiusure e aperture per 26.629 imprese, ma che era il saldo minore degli ultimi 5 anni.
A fine dicembre 2019, lo stock complessivo delle imprese esistenti in Italia ammontava a 6.091.971 unità.
Già in quello scenario, il presidente di Uniocamere Carlo Sangalli affermava che: “Si accentua nel 2019 il turnover delle nostre imprese. Le incertezze del contesto internazionale si fanno sentire soprattutto in quei settori più esposti alla concorrenza dei mercati, come la manifattura. Anche il commercio mostra un calo, mentre la capacità attrattiva del nostro Paese alimenta l’industria del turismo, che continua a crescere, così come in aumento sono le attività professionali e i servizi alle imprese”. E poi aggiungeva la dichiarazione di rito secondo cui occorre continuare a lavorare al fianco delle imprese “per far crescere la loro competitività”.
Nel 2019 a guadagnare terreno erano stati i settori dei servizi legati al turismo (8.211 imprese in più per l’alloggio e la ristorazione), le attività professionali (+6.663), i servizi alle imprese (+6.319) e – sulla scia del basso costo dei mutui e degli incentivi al recupero edilizio ed energetico – le attività immobiliari (+4.663) e le costruzioni (+3.258). Nel 2019 erano invece già ed ulteriormente in caduta le imprese dell’industria manifatturiera (-4.107 imprese), quelle del commercio (-12.264) e dell’agricoltura (-7.432).
Balza agli occhi come la pandemia di Covid abbia colpito soprattutto un settore che si stava riprendendo come quello del turismo e della ristorazione.
Ma qui occorre separare le responsabilità tra un dato oggettivo (una pandemia che ha tenuto a casa i turisti in tutto il mondo) e le misure per contrastarla che hanno visto chiusure delle attività imposte dal governo. Infine, come abbiamo visto dal grafico, occorre tenere conto di tutto il processo in corso dalla crisi del 2007 e dalla recessione che ne è derivata. A ben vedere sono tre piani assai diversi tra loro.
Il primo e il terzo sono pienamente imputabili a quella “mano invisibile del mercato” e quindi della concorrenza e competitività che gli ideologi del capitalismo concepiscono e impongono come inevitabile, ineluttabile, anzi salutare. È sufficiente segnalare la totale omertà sui costi e il regime liberalizzato degli affitti privati che ha messo in ginocchio moltissime attività ancora prima della pandemia di Covid e dei lockdown. Solo il secondo è imputabile alle decisione governative che hanno portato a chiusure e riduzioni d’orario in nome della salute pubblica.
Ma su questa precisa scansione di responsabilità ci sono troppi finti tonti come Confcommercio e Confindustria che, come al solito, battono solo sulla responsabilità politica e pubblica mentre negano le conseguenze dell’eugenetica economica nel mondo delle imprese connaturata alla logica della prevalenza del privato rispetto al pubblico.
Fonte
20/04/2020
Hanno la faccia come il Covid
di Alessandra Daniele
“Gli ufficiali tornino ai loro uffici, gli schiavi alle loro schiavitù. E se sapete un inno, intonatelo” – Alberto Sordi, Due notti con Cleopatra
È la Ripartenza. Mentre gli esperti embedded blaterano di plateau come cuochi, e si continua a morire a centinaia nella Lombardia dell’orrore degli ospizi-lazzaretto, e in tutto il Nord dove non c’è mai stato nessun reale lockdown delle attività produttive, già Confindustria e Confcommercio scalpitano per riaprire anche quel poco che è stato chiuso, con la complicità di politici ed esperti embedded che hanno la faccia da Covid di attribuire i dati negativi a fantomatici “contagi avvenuti in famiglia”.
Attilio Fontana The Mask guida i governors leghisti annunciando una Fase Due all’insegna delle Quattro D (come la pellagra): Distanza, Digitalizzazione, Diarrea e Demenza.
Intanto al governo, PD e Movimento 5 Stelle si preoccupano di spartirsi le poltrone ai vertici delle partecipate statali. La partita delle nomine s’è giocata a porte chiuse.
Bisognerà smettere di citare I Promessi Sposi, le epidemie vere non finiscono come la Peste manzoniana, non sono i Don Rodrigo a morire, nessun Innominato si pente, piuttosto continuano a curare i loro affari insieme, mentre l’Azzeccagarbugli si dedica alle conferenze stampa in Tv.
Non sarà la Provvidenza manzoniana a salvarci, né l’UE del MES, Miliardi Europei a Strozzo, né “Il sole dell’Italia che non si arrende mai” come flauta melenso lo spot del cibo per cani, che arricchisce Urbano Cairo, insieme a quello dello yogurt che “rinforza le difese immunitarie”, e al condizionatore che “purifica l’aria”.
Bisognerà smetterla con questa anosmia che ancora a troppi impedisce di sentire tutta la puzza delle stronzate d’una classe dirigente di scarafaggi stercorari, e d’un sistema socio-economico di merda che ci sta letteralmente soffocando a morte.
E che strozzerà i superstiti con la recessione. Usando il distanziamento e il tracciamento anti-contagio come strumenti di controllo sociale.
Bisognerà imparare a salvarsi da soli.
E poi, ci chiameranno Provvidenza.
“What genre is this?
It’s reality, man”
Westworld, 3X05
Fonte
“Gli ufficiali tornino ai loro uffici, gli schiavi alle loro schiavitù. E se sapete un inno, intonatelo” – Alberto Sordi, Due notti con Cleopatra È la Ripartenza. Mentre gli esperti embedded blaterano di plateau come cuochi, e si continua a morire a centinaia nella Lombardia dell’orrore degli ospizi-lazzaretto, e in tutto il Nord dove non c’è mai stato nessun reale lockdown delle attività produttive, già Confindustria e Confcommercio scalpitano per riaprire anche quel poco che è stato chiuso, con la complicità di politici ed esperti embedded che hanno la faccia da Covid di attribuire i dati negativi a fantomatici “contagi avvenuti in famiglia”.
Attilio Fontana The Mask guida i governors leghisti annunciando una Fase Due all’insegna delle Quattro D (come la pellagra): Distanza, Digitalizzazione, Diarrea e Demenza.
Intanto al governo, PD e Movimento 5 Stelle si preoccupano di spartirsi le poltrone ai vertici delle partecipate statali. La partita delle nomine s’è giocata a porte chiuse.
Bisognerà smettere di citare I Promessi Sposi, le epidemie vere non finiscono come la Peste manzoniana, non sono i Don Rodrigo a morire, nessun Innominato si pente, piuttosto continuano a curare i loro affari insieme, mentre l’Azzeccagarbugli si dedica alle conferenze stampa in Tv.
Non sarà la Provvidenza manzoniana a salvarci, né l’UE del MES, Miliardi Europei a Strozzo, né “Il sole dell’Italia che non si arrende mai” come flauta melenso lo spot del cibo per cani, che arricchisce Urbano Cairo, insieme a quello dello yogurt che “rinforza le difese immunitarie”, e al condizionatore che “purifica l’aria”.
Bisognerà smetterla con questa anosmia che ancora a troppi impedisce di sentire tutta la puzza delle stronzate d’una classe dirigente di scarafaggi stercorari, e d’un sistema socio-economico di merda che ci sta letteralmente soffocando a morte.
E che strozzerà i superstiti con la recessione. Usando il distanziamento e il tracciamento anti-contagio come strumenti di controllo sociale.
Bisognerà imparare a salvarsi da soli.
E poi, ci chiameranno Provvidenza.
“What genre is this?
It’s reality, man”
Westworld, 3X05
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26/09/2018
Radiografie impietose su un paese socialmente regredito
In questi giorni, sono stati presentati vari studi e rapporti sulla situazione sociale del paese. Più clamore, come al solito, lo suscita il rapporto del Censis in collaborazione con la catena della grande distribuzione Conad.
Le conclusioni a cui giunge il rapporto non sono dissimili a quelle degli anni scorsi. Già nel titolo si evoca quella “società del rancore” già fotografata in passato. La ricerca del Censis “Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo” certifica il calo delle aspettative, l’aumento delle diseguaglianze sociali, l’acutizzazione di rancore, chiusura e repressione, sullo sfondo di una società che ha rinunciato a consumi e investimenti.
L’analisi sulla situazione sociale dell’Italia, presentata oggi a Roma, mostra un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che si stava meglio prima) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Il rapporto Censis elenca una serie di ragioni: la bassa natalità (dal 1951 a oggi la popolazione “giovanile” è diminuita di 5,7 milioni di giovani nella composizione della società), la progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione, le famiglie giovani, con meno di 35 anni, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), la crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale.
Ma oggi a Roma c’è stato anche un altro convegno e sono state presentate altre stime sull’economia che non inducono certo all’ottimismo.
Al convegno dal significativo titolo “Meno tasse per crescere”, la Confcommercio ha rivisto al ribasso gli indicatori economici su questo e il prossimo anno.
La crescita economica dell’Italia rallenta e sono state tagliate le stime del Pil di un decimo di punto. Secondo Confcommercio il Pil nel 2018 calerà a +1,1% e nel 2019 a +1%, sempre che non scattino le clausole di salvaguardia dell’Iva. In tal caso il Pil 2019 crollerebbe a +0,6%. A frenare sono anche i consumi che scendono a +0,9% quest’anno e a +0,8% nel 2019.
Secondo l’associazione dei commercianti, le misure preannunciate dal governo – Flat tax, reddito cittadinanza e rottamazione della legge Fornero – spingeranno il deficit al 2,8% del PIL. Il Centro Studi della Confcommercio quantifica il costo di queste misure in 5 miliardi per una “mini” flat tax, 5 miliardi per l’avvio in forma ristretta del reddito di cittadinanza, 5 miliardi per la revisione della legge sulle pensioni (quota 100), cui si aggiungerebbero altri 2,2 miliardi di spesa per interessi aggiuntiva sul maggior deficit. C’è poi da sommare il costo delle spese indifferibili, mentre non impatterebbe sul saldo strutturale la pace fiscale, stimata in 5 miliardi.
Infine, da ieri sul sito istituzionale dell’Inps compare una nota in cui si afferma che “Le entrate dell’Inps nei primi sette mesi del 2018 (c.d. riscossioni della produzione, esclusi i trasferimenti dallo Stato ed altri enti) ammontano a 119.351 milioni di euro, in deciso aumento (+4,07%) rispetto al medesimo periodo del 2017, quando erano stati incassati 114.686 milioni di euro. L’incremento conferma il trend positivo che già si era registrato lo scorso anno rispetto al 2016 (+1,5%), quando nel periodo gennaio-luglio il totale delle riscossioni era stato di 112.988 milioni di euro”.
Ma l’Inps precisa anche che l’aumento delle entrate nelle casse dell’istituto previdenziale, sono dovute alla fine delle agevolazioni contributive generosamente concesse alle aziende dai governi precedenti. “All’incremento delle entrate contributive concorre, oltre ad una riduzione delle agevolazioni e ad un aumento del monte salari (dovuto sia ad un aumento delle retribuzioni che ad un aumento dell’occupazione), l’attività svolta dall’Istituto allo scopo di favorire il tempestivo e puntuale accertamento dei contributi dovuti, attraverso lo sviluppo di procedure automatizzate che favoriscono le iniziative di controllo condotte dalle sedi territoriali dell’Istituto”.
Ma l’aumento dell’occupazione segnalato dall’Inps in questa nota, deve fare i conti con il dato secondo cui il livello di lavoratori e lavoratrici occupati non è aumentato ma è ritornato ai livelli dei primi sei mesi del 2008, prima della crisi. Nel Rapporto dell’Inps del 2018 è infatti scritto testualmente che “Il recupero iniziato nel 2014 ha consentito, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, di ritornare ad un livello di occupati analogo a quello del primo semestre 2008 grazie esclusivamente alla performance dell’occupazione dipendente. Tale recupero risulta ancora parziale se consideriamo gli indicatori di quantità di input di lavoro: in termini di ore lavorate o di unità di lavoro esso è tuttora limitato a poco meno della metà di quanto perso nel quinquennio precedente”.
Insomma si è tornati a malapena alla situazione di dieci anni fa, non si è andati avanti.
E’ una bella differenza.
Fonte
09/06/2016
Anche i commercianti fischiano Renzi...
Dopo la fuga dei voti, si comincia a intravedere anche quella delle figure sociali. Se il primo turno delle amministrative ha opposto le periferie (andate ai Cinque Stelle oppure a destra) ai centri storici e ai quartieri bene, ora sono i commercianti a divorziare dal governo Renzi. E dire che gira sempre scortatissimo per non farsi contestare troppo da vicino da lavoratori, centri sociali, semplici cittadini infuriati...
Naturalmente si tratta di una “critica di classe”, non certo di una destra contrapposta a una “sinistra”, perché se c’è qualcuno che ha fatto politiche di destra e filopadronali è certamente Renzi; addirittura più duramente di Berlusconi.
Ma stamattina, all’assemblea annuale nella sede di Confcommercio, è stato direttamente il presidente, Carlo Sangalli, a smontare i principali ritornelli propagandistici del premier: “Siamo di fronte ad una ripresa senza slancio e senza intensità. Una ripresa senza mordente che non salta mai la faglia, il crepaccio tra stagnazione e crescita. Il nostro Paese ha ancora molta strada da fare, ma ha certamente le carte in regola per fare meglio”. Negli ultimi 12 mesi, “occupazione, consumi, produzione, fiducia, credito, hanno seguito un andamento altalenante non riuscendo a imprimere un cambio di passo”. Dati inoppugnabili (ne abbiamo parlato spesso anche noi) che mettono in dubbio “il teorema che la crisi sia soltanto un brutto ricordo”.
Per la prima volta da una sala “padronale” per Renzi sono arrivati i fischi, ripetuti, registrati, probabilmente cancellati nei tg che andranno in onda tra poco. Ma fischi veri. Impietosi e irriconoscenti, per l’uomo che ha regalato alle imprese l’agognata flessibilità assoluta del lavoro, tra Jobs Act e cancellazione dei diritti di autodifesa dei lavoratori, per finire ai contratti nazionali che dovrebbero presto essere abbandonati definitivamente per lasciar spazio a quelli aziendali (dove il lavoratore è più debole che mai).
La replica è stata urlata nei toni, ma debolissima negli argomenti. Ormai per il giovane contafrottole la forma deve essere sganciata da qualsiasi contenuto, perché non c’è tema economico su cui possa vantare successi. Propaganda spicciola, come “Fischiatemi pure se avete il coraggio ma la politica deve essere con la P maiuscola, dovete credere nella politica e l’atteggiamento di chi dice tutti uguali fa il vostro male, non il vostro bene”.
E poi fuga nelle promesse irrealizzabili: “Prendo l’impegno per voi irrinunciabile per la crescita nel 2017 di non aumentare l’Iva (per il commercio sarebbe una tegola in testa dopo una lunga malattia, perché diminuirebbe i consumi, ndr). Ma l’Iva non si tocca più dal 2013, le clausole non sono mai state toccate dal nostro governo, l’ultimo aumento è scattato nell’ottobre di quell’anno, noi siamo in carica dal febbraio 2014. I numeri dell’Istat riguardano soprattutto i posti a tempo indeterminato, c’è un record storico. Ma contemporaneamente i lavoratori autonomi e le piccole medie imprese sono ancora in sofferenza. I risultati sono sì positivi ma non ancora sufficienti a rilanciarci”.
Persino gli 80 euro (che pure sono finiti spesso nelle tasche dei commercianti, oltre che nel pagamento degli aumenti tariffari) sono stati oggetto di rimprovero da parte dei commercianti. E anche qui la risposta è stata ferma solo nella forma: “Grandissimo rispetto per chi ritiene gli 80 euro una mancia elettorale, sono contento di averli dati. E’ una valutazione che rispetto. Che non fossero apprezzati da voi lo sapevamo da tempo ma che fossero una misura di giustizia sociale verso gente che non guadagna 1500 euro al mese lo rivendico con forza”.
Giustizia sociale? Quando tutti gli indicatori – a partire dai dati del Censis sulla spesa sanitaria impossibile per un numero crescente di famiglie – dicono che questo è il governo che più ha aumentato le differenze sociali nel paese?
Sarà anche sorprendente che siano proprio i commercianti a ululargli contro (si vede che sono più abituati, negli ultimi decenni, a farsi rispettare). Ma il dato va registrato. Il bugiardo di Rignano è salito sull’asse insaponata dell’impopolarità. Non gli sarà facile tornare indietro...
Fonte
Naturalmente si tratta di una “critica di classe”, non certo di una destra contrapposta a una “sinistra”, perché se c’è qualcuno che ha fatto politiche di destra e filopadronali è certamente Renzi; addirittura più duramente di Berlusconi.
Ma stamattina, all’assemblea annuale nella sede di Confcommercio, è stato direttamente il presidente, Carlo Sangalli, a smontare i principali ritornelli propagandistici del premier: “Siamo di fronte ad una ripresa senza slancio e senza intensità. Una ripresa senza mordente che non salta mai la faglia, il crepaccio tra stagnazione e crescita. Il nostro Paese ha ancora molta strada da fare, ma ha certamente le carte in regola per fare meglio”. Negli ultimi 12 mesi, “occupazione, consumi, produzione, fiducia, credito, hanno seguito un andamento altalenante non riuscendo a imprimere un cambio di passo”. Dati inoppugnabili (ne abbiamo parlato spesso anche noi) che mettono in dubbio “il teorema che la crisi sia soltanto un brutto ricordo”.
Per la prima volta da una sala “padronale” per Renzi sono arrivati i fischi, ripetuti, registrati, probabilmente cancellati nei tg che andranno in onda tra poco. Ma fischi veri. Impietosi e irriconoscenti, per l’uomo che ha regalato alle imprese l’agognata flessibilità assoluta del lavoro, tra Jobs Act e cancellazione dei diritti di autodifesa dei lavoratori, per finire ai contratti nazionali che dovrebbero presto essere abbandonati definitivamente per lasciar spazio a quelli aziendali (dove il lavoratore è più debole che mai).
La replica è stata urlata nei toni, ma debolissima negli argomenti. Ormai per il giovane contafrottole la forma deve essere sganciata da qualsiasi contenuto, perché non c’è tema economico su cui possa vantare successi. Propaganda spicciola, come “Fischiatemi pure se avete il coraggio ma la politica deve essere con la P maiuscola, dovete credere nella politica e l’atteggiamento di chi dice tutti uguali fa il vostro male, non il vostro bene”.
E poi fuga nelle promesse irrealizzabili: “Prendo l’impegno per voi irrinunciabile per la crescita nel 2017 di non aumentare l’Iva (per il commercio sarebbe una tegola in testa dopo una lunga malattia, perché diminuirebbe i consumi, ndr). Ma l’Iva non si tocca più dal 2013, le clausole non sono mai state toccate dal nostro governo, l’ultimo aumento è scattato nell’ottobre di quell’anno, noi siamo in carica dal febbraio 2014. I numeri dell’Istat riguardano soprattutto i posti a tempo indeterminato, c’è un record storico. Ma contemporaneamente i lavoratori autonomi e le piccole medie imprese sono ancora in sofferenza. I risultati sono sì positivi ma non ancora sufficienti a rilanciarci”.
Persino gli 80 euro (che pure sono finiti spesso nelle tasche dei commercianti, oltre che nel pagamento degli aumenti tariffari) sono stati oggetto di rimprovero da parte dei commercianti. E anche qui la risposta è stata ferma solo nella forma: “Grandissimo rispetto per chi ritiene gli 80 euro una mancia elettorale, sono contento di averli dati. E’ una valutazione che rispetto. Che non fossero apprezzati da voi lo sapevamo da tempo ma che fossero una misura di giustizia sociale verso gente che non guadagna 1500 euro al mese lo rivendico con forza”.
Giustizia sociale? Quando tutti gli indicatori – a partire dai dati del Censis sulla spesa sanitaria impossibile per un numero crescente di famiglie – dicono che questo è il governo che più ha aumentato le differenze sociali nel paese?
Sarà anche sorprendente che siano proprio i commercianti a ululargli contro (si vede che sono più abituati, negli ultimi decenni, a farsi rispettare). Ma il dato va registrato. Il bugiardo di Rignano è salito sull’asse insaponata dell’impopolarità. Non gli sarà facile tornare indietro...
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08/06/2015
Confcommercio si lamenta della crisi, ma chiede più "riforme"
L'economia reale non segue gli ordini della retorica governativa. E quindi i consumi restano al palo nonostante le rodomontate di Renzi.
Quelli che lo capiscono istintivamente sono i lavoratori dipendenti, i precari, i pensionati, tutti quelli che hanno un reddito basso. Ma quelli che lo misurano “scientificamente” sono gli esercenti, perché sui consumi altrui ci vivono, guadagnano, prosperano. Oppure no.
Così non stupisce che stamattina, presentando come ciclicamente avviene, il prodotto del proprio Ufficio Studi, Confcommercio metta più di qualche puntino sille “i”. A partire dal ritmo risibile della “crescita”: se tutto andrà per il meglio, di questo passo, torneremo ai livelli pre-crisi (2007) soltanto tra quindici anni. Ventitre anni per ritrovarsi al punto di partenza non sono pochi; significa saltare di netto una generazione. Persino a una velocità di crescita il doppio dell'attuale questo “traguardo” passatista verrebbe raggiunto in almeno 6-8 anni (il “buco, in quel caso, sarebbe di “soli” quindici anni o giù di lì).
Consuntivi di vendite alla mano, infatti, i commercianti spiegano che la caduta dei consumi (-11,3%) è andata quasi di pari passo con quella del Pil (-12,5%). Per i redditi però era andata anche peggio (-14,1%). La differenza si spiega solo con la relativa ”incomprimibilità” di alcuni consumi (per esempio quelli alimentari), di cui non si può proprio fare a meno.
Il ritorno ai livelli pre crisi viene stimato sulla base di una crescita dell'1,25% per pil, dello 0,95% dei consumi e dell'1,05% per il reddito disponibile, a fronte di una variazione della popolazione in linea con le stime prodotte dall'Istat negli scenari di lungo periodo (+0,2%). Ma appaiono già numeri ottimistici, se messi a confronto con la tendenza reale.
Numeri negativi che però non fanno ragionare affatto meglio i commercianti, da sempre “liberisti de noantri”, che non mettono affatto in discussione le ricette escogitate dall'Unione Europea e messe in atto dal governo Renzi. "L'attivazione rapida delle riforme strutturali, il consolidarsi di un diffuso clima di fiducia favorevole e una credibile politica fiscale distensiva renderebbero questa sfida alla portata del nostro paese".
Peccato che loro vedano un "contesto altamente penalizzante in cui operano le imprese”. Il che sembrerebbe assurdo visto che nulla sembra ormai in grado di fermare la deriva neoliberista. E in effetti le cose che chiedono al governo riguardano aspetti diversi dal puro e semplice costo del lavoro. "Ponendo a confronto alcuni indicatori di Italia e Germania, si rileva come per i nostri imprenditori sia molto più difficile fare impresa. I tempi della giustizia, la pressione fiscale, i costi di gestione, la contraffazione e l'abusivismo si associano ad una difficoltà a sfruttare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie".
"Nel 2014 - nota l'Ufficio Studi Confcommercio -, la capacità del tessuto imprenditoriale dei servizi di mercato si è ridotta in maniera significativa, mostrando, tra iscrizioni e cancellazioni di imprese nei registri delle Camere di Commercio, un saldo negativo di circa 70mila unità". Nemmeno una parola, neanche davanti a questa moria di piccole imprese, sullo strabordante peso della grande distribuzione. Che bisogna fare, per tenere insieme la Confcommercio...
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Quelli che lo capiscono istintivamente sono i lavoratori dipendenti, i precari, i pensionati, tutti quelli che hanno un reddito basso. Ma quelli che lo misurano “scientificamente” sono gli esercenti, perché sui consumi altrui ci vivono, guadagnano, prosperano. Oppure no.
Così non stupisce che stamattina, presentando come ciclicamente avviene, il prodotto del proprio Ufficio Studi, Confcommercio metta più di qualche puntino sille “i”. A partire dal ritmo risibile della “crescita”: se tutto andrà per il meglio, di questo passo, torneremo ai livelli pre-crisi (2007) soltanto tra quindici anni. Ventitre anni per ritrovarsi al punto di partenza non sono pochi; significa saltare di netto una generazione. Persino a una velocità di crescita il doppio dell'attuale questo “traguardo” passatista verrebbe raggiunto in almeno 6-8 anni (il “buco, in quel caso, sarebbe di “soli” quindici anni o giù di lì).
Consuntivi di vendite alla mano, infatti, i commercianti spiegano che la caduta dei consumi (-11,3%) è andata quasi di pari passo con quella del Pil (-12,5%). Per i redditi però era andata anche peggio (-14,1%). La differenza si spiega solo con la relativa ”incomprimibilità” di alcuni consumi (per esempio quelli alimentari), di cui non si può proprio fare a meno.
Il ritorno ai livelli pre crisi viene stimato sulla base di una crescita dell'1,25% per pil, dello 0,95% dei consumi e dell'1,05% per il reddito disponibile, a fronte di una variazione della popolazione in linea con le stime prodotte dall'Istat negli scenari di lungo periodo (+0,2%). Ma appaiono già numeri ottimistici, se messi a confronto con la tendenza reale.
Numeri negativi che però non fanno ragionare affatto meglio i commercianti, da sempre “liberisti de noantri”, che non mettono affatto in discussione le ricette escogitate dall'Unione Europea e messe in atto dal governo Renzi. "L'attivazione rapida delle riforme strutturali, il consolidarsi di un diffuso clima di fiducia favorevole e una credibile politica fiscale distensiva renderebbero questa sfida alla portata del nostro paese".
Peccato che loro vedano un "contesto altamente penalizzante in cui operano le imprese”. Il che sembrerebbe assurdo visto che nulla sembra ormai in grado di fermare la deriva neoliberista. E in effetti le cose che chiedono al governo riguardano aspetti diversi dal puro e semplice costo del lavoro. "Ponendo a confronto alcuni indicatori di Italia e Germania, si rileva come per i nostri imprenditori sia molto più difficile fare impresa. I tempi della giustizia, la pressione fiscale, i costi di gestione, la contraffazione e l'abusivismo si associano ad una difficoltà a sfruttare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie".
"Nel 2014 - nota l'Ufficio Studi Confcommercio -, la capacità del tessuto imprenditoriale dei servizi di mercato si è ridotta in maniera significativa, mostrando, tra iscrizioni e cancellazioni di imprese nei registri delle Camere di Commercio, un saldo negativo di circa 70mila unità". Nemmeno una parola, neanche davanti a questa moria di piccole imprese, sullo strabordante peso della grande distribuzione. Che bisogna fare, per tenere insieme la Confcommercio...
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04/04/2014
Consumi? Riprenderanno tra 33 anni. Parola di Confcommercio
Lo scorso anno avevamo segnalato che, secondo uno studio della Cgil, i posti di lavoro persi nel quinquennio 2008-2013 si potranno recuperare solo tra tre quarti di secolo. Il rapporto fu commentato dall'allora sindaco di Firenze, oggi Presidente del Consiglio, come inutile pessimismo. Basta però fare qualche riscontro, al di là dei titoli dei giornali e delle sparate con le diapositive sfogliate col telecomando, e si comprende che proiezioni del genere di quelle prodotte dalla Cgil non sono affatto sballate.
Ecco infatti la notizia di una proiezione Confcommercio della possibilità di recupero dei consumi, a livello 2007 (neanche eccelso quindi), solo tra 33 anni. Incrociandola con la previsione Cgil si capisce che è completamente saltato un modello di sviluppo. La Confcommercio stima che il migliore dei casi, ripresa dei consumi al 3% annuo, è solo un'ipotesi di scuola. Mentre ci si interroga se il livello 2007 sarà raggiunto nel 2027 o nel 2046.
Naturalmente né la Cgil né, tantomeno, la Confcommercio prendono atto che ormai un modello di sviluppo ha fallito. Continueranno a produrre previsioni, magari sempre più allarmate, chiedendo provvedimenti che richiameranno solo alla nostalgia (loro) di un mondo che fu e che non tornerà. Quello di un modello economico, e di consumi, che non solo è energivoro, inquinante e alienante, ma non produce nemmeno più ricchezza materiale. Salvo per gli iper-ricchi per i quali questi sono solo problemi per mortali.
Redazione - 3 aprile 2014
(AGI) - Roma, 3 apr. - Dal 2007 a oggi i consumi sono calati di oltre 80 miliardi di euro. E' la stima fornita dall'indicatore Confcommercio secondo cui ci vorranno fino a 33 anni per tornare ai livelli pre-crisi. "Le perdite subite dal mercato dei beni durevoli - sottolinea Confcommercio - sono state tali che, nella migliore delle ipotesi, ci vorranno dodici anni per riprendere i livelli del 2007 mentre ne serviranno ben 33 anni, cioe' nel 2046, nell'ipotesi peggiore. Una ripresa della spesa alimentare all'1% richiederebbe circa 13 anni per un pieno recupero rispetto ai massimi. Un inatteso boom dei consumi totali costantemente al 3%, permetterebbe un pieno recupero prima della fine del 2016. E' piu' un augurio che una previsione". (AGI) Red/Gio
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Ecco infatti la notizia di una proiezione Confcommercio della possibilità di recupero dei consumi, a livello 2007 (neanche eccelso quindi), solo tra 33 anni. Incrociandola con la previsione Cgil si capisce che è completamente saltato un modello di sviluppo. La Confcommercio stima che il migliore dei casi, ripresa dei consumi al 3% annuo, è solo un'ipotesi di scuola. Mentre ci si interroga se il livello 2007 sarà raggiunto nel 2027 o nel 2046.
Naturalmente né la Cgil né, tantomeno, la Confcommercio prendono atto che ormai un modello di sviluppo ha fallito. Continueranno a produrre previsioni, magari sempre più allarmate, chiedendo provvedimenti che richiameranno solo alla nostalgia (loro) di un mondo che fu e che non tornerà. Quello di un modello economico, e di consumi, che non solo è energivoro, inquinante e alienante, ma non produce nemmeno più ricchezza materiale. Salvo per gli iper-ricchi per i quali questi sono solo problemi per mortali.
Redazione - 3 aprile 2014
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(AGI) - Roma, 3 apr. - Dal 2007 a oggi i consumi sono calati di oltre 80 miliardi di euro. E' la stima fornita dall'indicatore Confcommercio secondo cui ci vorranno fino a 33 anni per tornare ai livelli pre-crisi. "Le perdite subite dal mercato dei beni durevoli - sottolinea Confcommercio - sono state tali che, nella migliore delle ipotesi, ci vorranno dodici anni per riprendere i livelli del 2007 mentre ne serviranno ben 33 anni, cioe' nel 2046, nell'ipotesi peggiore. Una ripresa della spesa alimentare all'1% richiederebbe circa 13 anni per un pieno recupero rispetto ai massimi. Un inatteso boom dei consumi totali costantemente al 3%, permetterebbe un pieno recupero prima della fine del 2016. E' piu' un augurio che una previsione". (AGI) Red/Gio
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